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continua - Biloslavo, Fausto

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1. Il giornalismo in

1. Il giornalismo in guerra: racconto che fa storia Perché una ricerca sul giornalismo di guerra? È un territorio affascinante, popolato da figure romantiche e personaggi resi celebri dai loro reportage dal fronte. A partire da William Howard Russell del Times di Londra, per tradizione considerato il capostipite dei corrispondenti di guerra, fino alle corrispondenze di Hernest Hemingway, sul fronte della Prima Guerra Mondiale. Da Ernie Pyle, che ha fatto scuola con i reportage dalle trincee della Seconda Guerra Mondiale e il D – Day, fino a Peter Arnett, Bernard Shaw e John Holliman, gli unici giornalisti in grado di trasmettere in diretta durante i bombardamenti del 1991 per conto della CNN le prime sedici intense ore del conflitto. Il giornalismo di guerra è un settore particolare delle corrispondenze dall’estero, usualmente collocate, sia nei quotidiani sia nei servizi radio e tv, dopo le pagine di politica interna. Ma la guerra è un evento di tale portata da scavalcare questa tradizionale ripartizione degli spazi e riuscire a conquistare, anche per diverse edizioni consecutive, la prima pagina. Non a tutte le guerre è data la medesima importanza. Tuttavia, quando un conflitto, per interessi economici e politici, è considerato importante, immediatamente conquista uno spazio rilevante. Non è compito di questa nostra ricerca stabilire quali criteri sono utilizzati per stabilire l’importanza mediatica di un conflitto. In questo caso ci limitiamo a fare un’osservazione di un dato di fatto. La guerra, senza dubbio, mette in moto dei meccanismi legati all’emotività (la paura, in primo luogo, ma anche sentimenti quali il patriottismo o il pacifismo). E i mezzi di comunicazione di massa, che vendono informazioni proprio in virtù delle emozioni che riescono a suscitare, non possono tralasciare un evento di tale portata emotiva. La guerra, inoltre, ha a che fare con la storia. A questo proposito, Karl Popper si è chiesto: «Come è che la maggior parte degli uomini perviene ad 3

usare la parola “storia”? (Intendo qui “storia” nel senso in cui diciamo che un libro di storia riguarda l’Europa – non nel senso in cui diciamo che è una storia dell’Europa.) Essi la studiano a scuola e all’università. Leggono libri di storia. Guardano di che cosa si tratta in libri che portano titoli come “Storia universale” o “Storia del genere umano”, e si abituano al fatto di vedere nella storia una serie più o meno stabilita di fatti. La sequenza di questi fatti, è quanto essi credono, forma la storia dell’umanità. Ma abbiamo visto che l’ambito dei fatti è infinitamente grande e di conseguenza dobbiamo fare una selezione. […] Quando si parla di storia dell’umanità si pensa piuttosto alla storia degli imperi egizio, babilonese, persiano, macedone e romano e così avanti sino ai giorni nostri. In altri termini: si parla di storia dell’umanità, e ciò a cui si pensa è ciò che a scuola si è imparato, è la storia del potere politico» 1 . La guerra è un aspetto, il più evidente, delle azioni del potere politico. E il suo racconto assume nella nostra società un’importanza fondamentale. Basti pensare alle recenti dispute sulla revisione di alcuni capitoli della storia italiana. In questo senso il reportage di guerra, per la sua immediatezza, fa la storia. La possibilità di trasmettere suoni e immagini in tempo reale hanno aumentato questa possibilità. Gli eventi ripresi da un microfono e da una telecamera diventano, nelle nostre case, fatti. I giornalisti, attraverso i loro mezzi di ripresa e di espressione, selezionano parti della realtà e le cristallizzano. I diversi pezzi di realtà formano un quadro della situazione, che i fruitori dell’informazione sono portati a definire “realtà”, in modo sineddotico. Secondo una ricerca dell’Università di Cardiff 2 , nel corso del conflitto in Iraq del 2003, «il Pentagono, così come l’MoD [Ministero della Difesa Britannico], erano spesso informati sugli eventi prima dalle notizie televisive» che dai rapporti dei militari sul fronte. Il sistema 1 POPPER 1994, p. 174 – 175 2 Cardiff 2005, p. 21 traduzione mia 4