di ricordi - Campo de'fiori

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di ricordi - Campo de'fiori

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SOMMARIO

Editoriale:

Diritto e Rovescio..................................3

Interviste:

Loretta Goggi......................................4-5

Collezionismo:

Calimero.............................................6-7

Roma che se n’è andata:

Andiamo per Campo de’ fiori..............8-9

Suonare Suonare:

Ragazza d’oggi, strumento di ieri...10-11

Cinema News:

Blasetti e il suo Fieramosca................18

Attualità:

Arrivederci Mons. Divo, benvenuto

Mons. Romano....................................14

Ecologia e ambiente:

Rifiuti: più conveniente produrli o smaltirli?......................................................35

Neuropsichiatria, Psicologia,

Campo de’ fiori

Logopedia, Psicopedagogia:

Alle madri (e ai padri) di figli speciali.....32

Le guide di Campo de’ fiori:

Mugnano in Teverina.............................12

Come eravamo:

Calcio, piccolo grande amore................39

Civitonici illustri:

Il capo d’arte Alfio De Angelis...............42

Arte:

Maria Rita Innocenti...............................28

Pietro Sarandrea...................................30

Messaggi:...................................54-55-56

Una “Fabrica” di ricordi:

L’asilo de’ moniche................................43

Il Fumetto:

Il cimitero dei bambini addormentati......24

L’angolo CIN CIN:

Quando e come imbottigliare................36

Album dei ricordi............................52-53

Le storie di Max:

Mia

Martini.............................................16

Noel................................................25-26

Annunci Gratuiti...........................60-61

Selezione offerte immobiliari............62

Nel cuore............................................63

I Girasoli.............................................15

Il mondo del Jazz

Il Jazz di New Orleans.........................20

Rubrica medica

La lombalgia........................................37

Dott. Gino G. Giuri...............................38

Vita cittadina.................................57-58

L’angolo dell’avvocato......................33

Uomini e spiritualità:

Previsioni astrologiche.........................34

Per ricordare il Prof. Ferretti.......40-41

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di Sandro Anselmi

“DIRITTO

Campo de’ fiori 3

E

ROVESCIO”

Cesare Beccaria, nel suo celeberrimo Dei delitti e delle

pene, diceva che la certezza della pena garantisce il

rispetto del diritto!

Cosa direbbe oggi della nostra giustizia debole e tollerante,

quando non iniqua?

Adesso il disordine e l’anarchia regnano sovrani e la

delinquenza dilaga, senza avere più connotazioni e

distinguo di alcun genere, e supera ogni più elementare

classificazione lombrosiana.

Il seme del male si è infatti radicato ovunque e sfugge

ad ogni previsione e controllo.

La società è come se sedesse in cima ad una pira di

legna secca, che è pronta a prendere fuoco, per incendiare

e distruggere tutto!

Senza più valori civili, etici e morali, non ci sarà più pace

proprio per nessuno!

Bisogna scuotere le coscienze, e la scuola e la famiglia

dovranno riprendere il loro fondamentale ruolo di educatori,

per cercare di insegnare quei sani principi che

hanno regolato, da sempre, la società civile.

I cittadini reclamano in coro più giustizia e legalità e

vogliono ordine e sicurezza!

Vogliono poter uscire di casa e sapere di rientrarvi la

sera, e non vogliono più che chi delinque resti impunito,

e magari continui a farlo senza rischiare mai nulla!

Non lasciamo che l’esasperazione apra il cupo cammino

della vendetta e della giustizia personale!

In fin dei conti anche Gesù perdonava, ma diceva pure

“Vai e non peccare più!”

Questa è la forma più chiara e semplice di giustizia.


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Campo de’ fiori

LORETTA GOGGI – SE

Sandro Alessi e Loretta Goggi

E’ sicuramente l’artista più amata dagli italiani,

generosissima con il pubblico e sempre

più inflessibile con se stessa: Loretta

Goggi, che incontriamo in occasione del

suo ritorno al Teatro Sistina di Roma, con

“Se stasera sono qui”, omaggio al suo pubblico

di sempre. Come è nata questa

idea?

“E’ stato Gianni Brezza, mio compagno di

sempre, a spronarmi facendomi capire che

se non l’avessi fatto adesso, non l’avrei

fatto più ed allora mi sono rimboccata le

maniche ed ho cominciato a lavorarci

sopra. Era una cosa che dovevo al mio

pubblico, in un periodo in cui la situazione

non è buona per nessuno, ho voluto regalare

una serata magica, cercando di dare

tutta me stessa, come ho sempre fatto, fin

dall’inizio…” Ricordiamo che Loretta nasce

a Roma ed a poco piu’ di 10 anni viene

accompagnata dai genitori ad un provino

per lo sceneggiato televisivo “Sotto

Processo”, i cui attori principali sono Ilaria

Occhini ed Alberto Lupo. Ottenuta la

parte, inizia una vera e propria carriera di

attrice televisiva, che la porta a recitare in

quasi tutti gli sceneggiati per la tv dagli

anni ‘60 in poi. Citiamo “La Cittadella” al

fianco di Alberto Lupo, “E le stelle stanno

a guardare” con Giancarlo Giannini, “Le

avventure del Commissario Maigret” con

Gino Cervi, “La Vita di Dante” con Giorgio

Albertazzi e “La Freccia Nera” con Arnoldo

Foà, che divenne un cult con milioni di italiani

incollati al video. E poi tante fortunatissime

e irripetibili trasmissioni televisive

come “Loretta Goggi in quiz”, “Via Teulada

66”, “Ieri Goggi e Domani”, “Fantastico”,

“Canzonissima”, “Hello Goggi”; canzoni

portate al successo quali “Dirtelo non

Dirtelo”, “Ancora Innamorati”, “Io

Nascerò”, “Maledetta Primavera”… Un

salto nella storia di Loretta Goggi è come

un salto nel mondo dello spettacolo italiano…

”Si, è vero, ma ho voluto portare a teatro

qualcosa di nuovo, soltanto le canzoni

fanno parte del mio vecchio repertorio,

quindi non c’è niente di nostalgico. E’ normale

che una cantante proponga i suoi

successi. Ci sono tante imitazioni ma tutte

nuove, ci sono le sigle televisive ma sono

cantate dal corpo di ballo (dieci ragazze e

dieci ragazzi bravissimi) e ne fanno una

rilettura moderna, sia dal punto di vista

coreografico, grazie a Stefano Bontempi,

che vocale. Tenevo tantissimo al fatto che

questo show non fosse un rifacimento

patetico delle siglette televisive e abbiamo

inserito omaggi al mondo del musical

americano, alla canzone romana e napoletana

e soprattutto interpreto dei monologhi

che mi consentono di interagire con il

pubblico, cosa che non avevo mai affrontato,

perché non provengo dai villaggi turi-


Campo de’ fiori

STASERA SONO QUI

stici o dal cabaret.

Ho saputo che tra le tante imitazioni

sei stata la doppiatrice

del cartone animato Titti… “E’

vero, non tutti lo ricordano. Io facevo

Titti e Gigi Proietti era Gatto

Silvestro!” Quanto è stato importante

interpretare gli sceneggiati

dell’epoca ? “Gli sceneggiati

erano il punto di forza della televisione

ed i critici li chiamavano polpettoni

perché a loro la televisione

non è mai andata bene… Adesso le

fiction, le soap sono molto più leggere,

mentre ai nostri tempi si facevano

riletture di opere di grandi

scrittori mondiali.” La regia è di

Gianni, tuo compagno, andate

d’accordo anche artisticamente?

“No, ed è per questo che stiamo

insieme da 29 anni… Questo spettacolo

io non lo avrei mai voluto fare,

avrei preferito portare in scena una

commedia musicale che mi avrebbe

dato più certezze, invece lui si è battuto

strenuamente perché io facessi

questo one woman show e devo

dire che ha avuto ragione lui, come

quasi sempre avviene.” Questo

ritorno a Teatro è stato un bel

regalo al tuo pubblico ! “Si, ma è

anche un regalo che faccio a me

stessa. Io senza il pubblico non esisterei

e quindi è un omaggio ed un

ringraziamento a tutti coloro che mi

seguono da tantissimo, pur mancando

ormai da tempo dalla televisione.

Sembra, infatti, che chi oggi non fa

televisione non possa fare successo…

Io penso di poter riempire i teatri

senza bisogno di essere in quella

scatoletta magica! Questa è una

grande ricchezza ed un grande

onore da parte del mio pubblico. E

spero che, in momenti tristi come

quello che stiamo passando, io

riesca a regalare una serata magica

a chi viene a vedermi e che tutti

possano uscire contenti e sorridenti

dal teatro.”

Sandro Alessi

5


6

Campo de’ fiori

CALIMERO : DAI FUSTINI DI DETERSI

piumaggio, divenendo un brutto anatroccolo

e, soltanto l’intervento di una simpatica

olandesina che lo ripulisce con il

“portentoso” detersivo reclamizzato, gli

darà serenità.

Le avventure di Calimero vennero

presto trasferite dalle figurine agli

sketch televisivi, che l’emittente italiana

mandava regolarmente in

onda ogni sera, in un programma

seguitissimo da tutto il pubblico del

tempo e che ha, certamente, contribuito

a scrivere la storia della

TV: CAROSELLO, durato oltre venti

anni!

Il pulcino divenne un personaggio

cult dell’intermezzo pubblicitario,

tanto da sopravvivere ancora oggi

nel ricordo degli ultra cinquantenni

e non solo, e fu, come scrisse la

stampa dell’epoca, il capostipite dei neri

nella pubblicità.

Il concorso delle figurine MIRALANZA proseguì

con successo: apparvero altre serie

illustranti monumenti nazionali quali il

Duomo di Modena, il Colosseo, la Torre di

Pisa, la Basilica di S. Antonio a Padova, le

Torri di San Gimignano e numerosi altri.

Dal 1980 al 1992, data sotto la quale

cessò definitivamente l’attività della

MIRALANZA, apparve una serie molto

bella, “I viaggi dell’olandesina”, articolata

in quattro argomenti : GRANDE NORD,

AFRICA NERA, FAVOLOSO ISLAM, INDIA

MISTERIOSA.

Tutta la serie, composta da un centinaio di

soggetti diversi, tratta aspetti di vita, consuetudini,

riti religiosi e civili dei Paesi del

Nord Europa, dell’Africa, dell’India,

dell’Islam.

Notevole la realizzazione grafica dei “mangiatori

di carne cruda” (Nord Europa), la

“sciarpa omicida” (Africa nera), la “selvaggina

umana” (India misteriosa), i “99 nomi

di Allah”, e “due donne per un uomo”

(favoloso Islam).

Molti sono gli italiani che ricercano e collezionano

queste figurine, fra questi ricordiamo:

Placido Cardona da Villa San

Giovanni (RC), Fabio Galati da Alessandria,

Vincenzo Menni da Padova, Adriano

Bazzucchi da Firenze, Silvano Baggio da

Genova, Rino Zattoni da Bolzano, e, il più

grande di tutti, Gentile BELLA di

Vimercate, con una raccolta quasi comple-

AGLI ALBUM DEL

Lo straordinario percorso di un mitico pers

Le figurine della

MIRALANZA sono

entrate nel

mondo del collezionismominore

italiano

solo da qualche

lustro, ma si

sono subito

imposte in questo

strano e

fantastico cosmo,

attirando le

di Alfonso Tozzi

simpatie non

solo di coloro

che hanno “vissuto” l’epoca del Calimero

televisivo, ma anche di molti giovani

attratti dal collezionismo cartaceo, così

lontano dal loro modo di vivere fra computer

e cellulari.

La MIRALANZA, come società anonima,

nacque a Genova nel 1924 dalla fusione

della “Unione Stearinerie Lanza” con la

“Fabbrica di Candele Mira”, allo scopo di

produrre ed esportare essenzialmente

saponi da bucato verso le colonie italiane,

l’Egitto, il Marocco, la Tunisia.

Superati i primi momenti di assestamento

commerciale, la situazione evolve favorevolmente

ed il nuovo colosso si espande,

conseguendo risultati di rilievo in tutto il

mondo.

Sulla base di questo successo e per incrementare

ancora più il fatturato, la società

decide di reclamizzare i propri prodotti,

legandoli ad un concorso cui era possibile

partecipare raccogliendo figurine a punti,

inserite nelle varie confezioni: iniziò in

questo modo il 1° settembre 1954 il “concorso

MIRALANZA”, con una prima serie di

“donne al lavoro”, in cui è rappresentata

una figura femminile “estasiata” di fronte

ai risultati ottenuti con l’impiego dei prodotti

COP – LIP – AVA – MIRA. Queste

prime figurine, come in tutte le collezioni,

sono oggi le più ricercate dai collezionisti

ed anche le più contrattate e pagate.

A questa serie seguì, e fu un vero e proprio

trionfo, il personaggio che doveva più

di ogni altro legare il suo nome al concorso:

il pulcino CALIMERO, nato dalla brillante

fantasia di Nino e Toni Pagot, pionieri

dell’animazione nel nostro Paese.

Nelle sue spericolate avventure il grazioso

pulcino macchia regolarmente il proprio

ta di oltre 8000 pezzi, fra i quali le rarissime:

Abrador da 50 punti, Nix da 75 punti,

Lip da 100 punti; il Bella è riuscito, fortunatamente,

a trovare anche la “Kop Cera 5

punti”, di cui se ne ignorava finora l’esistenza.

La collezione delle figurine MIRALANZA ha

indubbiamente un particolare fascino storico-pubblicitario

molto forte, tanto forte da

aver spinto due appassionati collezionisti

romani, Riccardo e Giuseppe Mondini, a

catalogare con certosina pazienza tutte le

figurine apparse con le loro infinite varianti

e a dar vita ad un utilissimo catalogo,

giunto ormai alla sua quarta edizione.

E’ appena il caso di segnalare che rientrano

nell’ambito della collezione, e sono

molto richiesti, i cataloghi-dono, gli assegni

punti, i buoni figurine, i punti fedeltà, i

tagliandi per la partecipazione dell’estrazione

dei premi trimestrali e quadrimestrali,

premi che, complessivamente, superavano

i dieci milioni di lire!


Campo de’ fiori 7

VI AL PALCOSCENICO DI CAROSELLO,

COLLEZIONISMO

onaggio creato dalla fantasia pubblicitaria


8

Campo de’ fiori

Roma che se n’è andata: luoghi

Andiamo per Campo deÊ fiori

“ … dunque a Roma! Non riesco ancora a

crederci, e se questo mio sogno sarà

appagato, che cosa potrei desiderare

ancora? … “

Così scriveva Wofgang Goethe che, il 28

ottobre 1786, prima del suo incontro con

la tanto sognata “città eterna”, trascorre la

notte a Civita Castellana:

“ … quest’ultima sera non voglio che vada

perduta, non sono ancora le otto, tutti

sono già a letto, così che posso ancora

riandare un’ultima volta al recente passato

e rallegrarmi al pensiero dell’imminente

futuro … “

A Roma dunque,

dove Campo de’

Fiori rappresenta

una delle piazze più

interessanti, sorta

nel medesimo luogo

già occupato, in

epoca romana, dal

tempio di Venere

Vincitrice, il primo

monumento costruito

in muratura.

Sembrerebbe che

derivi il suo nome da

“Flora”, una donna

molto amata da

Pompeo, che aveva

costruito nei pressi il

suo Teatro, ma, secondo

diverso parere,

questo nome

potrebbe riferirsi ai

fiori di prato - margheritine,

papaveri,

nontiscordardimè -

che abbondanti ornavano il largo prima

che il cardinale Scarampi, regnando

Eugenio IV, Gabriele Condulmer, 1431 -

1447, non disponesse la sua pavimentazione.

Pertanto, prima di divenire la “piazza

di Roma” che conosciamo, nel periodo

del Rinascimento non era che un prato fiorito,

chiuso da un lato da una fila di palazzetti

e dall’altro degradante verso il

Tevere.

In quel periodo Campo de’ Fiori era dominato

dalle costruzioni fortificate degli

Orsini della Arpacata, così detti per distin-

guerli dagli Orsini di Monte Giordano che,

a partire dal 1150, qui si stabiscono, avendo

Bobone Orsini acquistato buona parte

di quello che era stato il Teatro di Pompeo,

la famiglia rimane fino al 1650, allorquando

cede i suoi beni alla famiglia dei Pio. Ma

anche un’altra potente famiglia, quella

degli Anguillara, detiene in proprietà una

parte di Campo de’ Fiori; infatti, attraverso

un suo diretto discendente, il Conte

Everso, nell’anno 1455, acquista un certo

numero di case nel “cantone” della piazza,

denominato “lo mercato delli cavalli”.

Corre l’anno 1478, quando viene deciso lo

spostamento del mercato, che si tiene in

Campidoglio, a Piazza Navona, decisione

questa che investe tutta la zona circostante

e determina anche la radicale trasformazione

di Campo de’ Fiori, che, per la

sua particolare posizione, diviene la sede

di un fiorente mercato di cavalli, che si

tiene due volte la settimana, oltre che centro

di varie attività commerciali e culturali.

Sulla piazza e nelle strade circostanti

sorgono numerosi alberghi, locande e

osterie dai nomi piuttosto strani: come

quello di albergo della Nave, della Luna,

della Scala. Da qui transitano i cortei

papali e le colonne di pellegrini diretti alle

basiliche di San Pietro, San Giovanni e

Santa Maria Maggiore; qui il passaggio

obbligato per gli ambasciatori, che si recano

ai palazzi pontifici, entrando in città per

Porta del Verziere.

Negli alberghi e nelle locande di Campo de’

Fiori alloggiano “signori” di passaggio, che

possono godere di tutte le comodità, compreso

la compagnia di una “cortigiana”

che, a onor del vero, costituisce l’indispensabile

complemento di quei locali.

Numerose e significative le scritte a noi

pervenute. In una

targa si legge:

“ … et de sopra sta

madonna Perina

Francesca cortesana

…“ , in un’altra:

“… sopra dimora

Aloisa cortesana et

sotto Ludovico

tavernaro … “.

Nessuna meraviglia

quindi se spesso

camere e locande

sono tenute, nel

migliore dei modi, da

“cortigiane” al termine

della loro attività

o a riposo.

Tra queste la più

celebre è senza dubbio

la Locanda della

Vacca, appartenuta

e, sembrerebbe, gestita

da madonna

Vannozza de’

Cathaneis o Cattanei

amante del cardinale Rodrigo Borgia, divenuto

Papa con il nome di Alessandro VI,

1492 - 1513, dal quale ebbe quattro figli,

fra cui Cesare il Valentino e Lucrezia

duchessa di Ferrara; una donna quanto

meno intraprendente Vannozza, ricordata

anche da una lapide

“ … lapide funeraria di Vannozza Cattanei

madre di Cesare, Juan, Lucrezia e Jofrè i

quattro figli avuti dal Cardinale Rodrigo

Borgia - Roma Basilica di San Matteo … “.

Locanda della Vacca si diceva, nome non

troppo elegante per indicare un edificio


, figure, personaggi

sito in Campo de’ Fiori, all’angolo tra Via

dei Cappellari e Via del Gallo. Vannozza in

età matura, svolse l’attività di albergatrice

avendo avuto in fitto l’albergo del Biscione

e le locande del Leone grande e del Leone

piccolo, tutti e tre ubicati davanti alle carceri

di Tor di Nona. Morto Alessandro VI,

nel 1514, Vannozza acquista e fa restaurare

questa nuova locanda, avendo cura di

apporre sulla facciata lo stemma di marmo

riproducente le armi dei Borgia, quelle dei

Cattanei di Castel San Pietro presso

Palestrina e quelle del suo terzo marito

Carlo Canali di Mantova. Ma, appena tre

anni dopo, la “ … magnifica et generosa

domina Vannotia de Cathaneis … “ dona

questa locanda per metà alla Società del

Salvatore e per metà, in parti uguali,

all’Ospedale della Consolazione,

all’Annunziata della Minerva e alla

Concezione di San Lorenzo in Damaso.

Di questa donazione resta traccia, sia nei

documenti ufficiali, che in una lapide

apposta su una delle pareti dell’Ospedale

di San Giovanni:

“ … Vannozza Catanea madre del duca

Borge donò parte d’alcune case poste in

Campo di Fiore ove al presente si fa

l’Hostaria della Vacca con peso di far celebrare

tre anniversarii l’anno per l’anima di

essa Vannozza l’altro per l’anima di Giorgio

Croce suo marito secondo il terzo per l’anima

di Carlo Canale suo marito terzo

come per l’atti D’Andrea Caroso Notaro …

pubblico li 15 gennaro 1517 … “.

E’ bene ricordare che i mariti di Vannozza

in effetti furono tre, quindi nell’epigrafe

manca il nome di uno di essi, ossia quello

di Domenico Jannotti da Rignano. Tanti

mariti perché non appena divenuta l’amante

del ricchissimo cardinale Rodrigo

Borgia quest’ultimo, per dare copertura

ufficiale a quella scandalosa relazione, in

particolar modo dopo essere stato eletto

Papa, la indusse a contrarre tre matrimoni

e, ai mariti che si susseguono negli anni,

lo stesso Borgia garantisce una buona

sistemazione nell’ambito dell’amministrazione

pontificia.

Ma torniamo a Campo de’ Fiori. Per ricordare

la testimonianza che ci rende una

targa posta all’angolo con via dei

Balestrari circa l’avvenuto risanamento del

Campo de’ fiori 9

luogo durante il pontificato di Sisto IV,

Francesco della Rovere, 1471 - 1484, e

per ricordare ancora che questo sito fu

teatro di memorabili scontri tra gli Orsini e

gli Anguillara, perennemente in contesa

per accaparrarsi le grazie della nobildonna

Francesca, piuttosto che Imperia, e di

altrettanti memorabili zuffe popolaresche

determinate da motivi assai più pedestri,

essendo poi questo il luogo più frequentato

della città. Qui venivano affissi bandi e

editti, all’epoca della Controriforma, qui si

tenevano le pubbliche esecuzioni e in questo

luogo si trovava il rogo dove venivano

bruciati gli eretici, il più famoso dei quali fu

il filosofo frate domenicano “ … Giordano

del quondam Giovanni Bruno, frate apostata

da Nola di Regno, eretico impenitente

… “, condannato dall’Inquisizione e giustiziato

il 17 febbraio 1600; al centro della

piazza la celebre statua in bronzo del frate

incappucciato che tiene le mani strette sul

libro delle sue teorie.

Campo de’ Fiori decade alla metà del

1700, quando il centro di Roma si sposta

altrove; oggi la piazza è sede di un popolarissimo

mercato e in alcune domeniche

dell’anno anche mercatino di artigianato,

collezionismo e piccolo antiquariato.

Al mattino, da qualsiasi strada si acceda, si

prova una particolare sensazione di dinamismo

e freschezza, tutto in movimento,

tutto un colore di verdure, frutta, fiori,

pesce, quasi una tavolozza; poco si riesce

a distinguere per la verità, se non l’andirivieni

di persone impegnate a districarsi fra

le tante bancarelle. Al pomeriggio, poi,

tutto tace e, soltanto allora, si riesce a prestare

attenzione ai due elementi che caratterizzano

la piazza divenendone protagonisti:

la statua di Giordano Bruno e la fontana.

Nelle stradine limitrofe alla piazza sono

nati illustri romani, come il drammaturgo

Pietro Cossa, Giuseppe Gioacchino Belli, la

nobildonna Beatrice Cenci, che qui abitò,

per più di trent’anni, Aldo Palazzeschi,

naturalmente il poeta di Roma non poteva

ignorare questo luogo, dedicandole il

sonetto dal titolo: “Er mercatino a Ccampo

de fiore” :

“Cosa volevio? una rezzòla fina? Peppe

cala quel mazzo. A vvoi, fijjola: eccove

cqua un brillante de rezzòla che ppò ppor-

di Riccardo Consoli

talla in testa una reggina.

”Aibbòo, nnun c’è cottone, aibbò sposina:

la mantengo pe ttutta capicciola. L’ultimo

prezzo? Una parola sola; e a tanto l’ho

vvennute stammatina.

“sentite, o la pijjate o la lassate, faremo un

scudo perché ssète voi. Bbè, ppss, vvenite

cqua, ccosa me date?

“Un quartino! è un po ppoco, bbella mia.

Nun ze cambia moneta: sta ppiù a nnoi …

Abbasta, nun ve vojjo mannà vvia.

Anche il cinema si è interessato a Campo

de’ Fiori, dove, nell’ormai lontano 1943, il

regista Mario Bonnard gira il suo secondo

film con Aldo Fabrizi, che, nell’occasione,

impersona un pescivendolo romano semplice

e genuino con chiosco nella piazza,

un personaggio di chiara estrazione popolare

che, pur innamorato della bella fruttivendola

Anna Magnani, anch’essa proprietaria

di un chiosco, viene attratto da un’affascinante

e facoltosa signora della buona

società, sua cliente abituale.

Il titolo “Andiamo per Campo de’ Fiori” mi

è sembrato particolarmente adatto per un

pezzo su questo caratteristico angolo di

Roma, ma anche un atto dovuto nei confronti

di Sandro Anselmi stimato fondatore

di questa ormai affermata rivista il quale,

scegliendo questo nome, avrà di certo

avuto i suoi buoni motivi sui quali, com’è

del tutto ovvio, non vogliamo indagare.


10

Campo de’ fiori

Ragazza d’oggi, Strumento di ieri!

Francesca Desiato “salta” sulle corde del Salterio.

Avete mai incontrato un ...

“SALTERISTA” ?

Sgombriamo subito il … campo dagli equivoci:

non si tratta di un tifoso diviso tra l’amore

calcistico per la Salernitana e quello

per la più titolata Inter! No, no! Il mio

incontro interessa un campo diverso, quello

della musica e il termine “salterista”, sta

ad indicare il suonatore del “SALTERIO”,

un antichissimo strumento a corde …

potremmo dire senz’altro uno strumento

“a.C.”… “ante Christum” … considerando

che notizie e raffigurazioni dei “suoi antenati”

si repertano ben prima della nascita

di Cristo!

Io, ho incontrato una “SALTERISTA”,

Francesca Desiato, Romana, poco più

che ventenne, simpatica e dalla spiccata

sensibilità, disponibilissima a parlarci del

“SALTERIO”, uno strumento, come si diceva,

a corde, caratterizzato da un suono

cristallino e particolarmente risonante che,

avviato sulle note di una composizione,

quasi ti fa perdere il contatto da terra per

l’incanto delle sue “emissioni”; il suo nome

deriva dal sostantivo Greco “psalterion”

che origina dal verbo “psallo” traducibile

nel significato di “cantare al suono della

cetra” … da “psallo” deriva il sostantivo

“salmo”, composizione religiosa destinata

al canto … e dunque, “alla fine della giostra”,

il “SALTERIO”, vista la levità del suo

suono …, si ritrova, per gran parte delle

sue giornate della sua passata esistenza, a

sostenere canti di preghiera! Francesca,

che, con grande passione, da oltre un

decennio, si dedica a suonarlo, l’ho incon-

trata per la prima volta il giorno di San

Valentino nel 2007 e … mi sono innamorato

dei suoi coinvolgenti racconti intorno al

Salterio: Beh, allora parliamone!

Carlo: Inizierei questo incontro con il

chiederti come ti sei avvicinata alla musica,

a quale età, spinta da cosa, quando è

avvenuto l’incontro con il “salterio”?

Francesca: si parte da molto lontano:

all’età di 8 anni iniziai ad avvertire le prime

“pulsioni” … senza dubbio posso ricondurre

i primi sentori di un interesse verso la

musica all’epoca della mia adesione al

movimento scout: lì girava molta ... musica!

Qualche anno più tardi, avevo circa 12

anni, durante una visita agli ambienti del

monastero di Santa Scolastica, sito nei

dintorni di Civitella San Paolo, ad un certo

punto venni letteralmente “rapita” da una

progressione di suoni che non esitai a

valutare AFFASCINANTI!!! Fu un colpo di

fulmine! Ecco, così avvenne l’incontro con

il SALTERIO e lo stupore verso quel generatore

di suoni fu tale che “piantai il chiodo”

a mia madre per farmene comprare

uno di lì a poco: dimenticavo di dirti che in

quel periodo soffrivo di una forte ipoacusia

per la quale mi ero dovuta sottoporre

a delle terapie chirurgiche … mi vengono

ancora oggi i brividi pensando di aver

corso il rischio di restare sorda … pensandoci

bene, quel giorno al monastero, quella

musica prodotta dal Salterio la udìì,

soprattutto, con … il cuore, perché ci sentivo,

davvero, poco o niente!

Carlo: per l’interesse mio e dei lettori,

dacci delle notizie su questo strumento, il

Salterio, che, ho appreso proprio da te

quando ci incontrammo per la prima

volta, essere suonato da pochissime centinaia

di persone in Italia.

Francesca: si, in Italia si contano circa

600 suonatori di salterio … da questo

puoi capire anche come sia difficile reperire

lo strumento: nel nostro Paese lo realizzano

pochissimi mastri liutai … il mio liutaio,

ad esempio, è Milanese, tal Luca

Panetti (www.ilmondodellacetra.it/pagine/panetti.htm)

… riguardo allo strumento

posso dirti che mi riferisco al “salterio

ad accordi” o “cetra ad accordi”, uno

strumento musicale che è stato messo a

punto da un gruppo di liutai nel 1885 in

quel di Markeneukirchen, cittadella del sud

della Germania. La sua caratteristica sta in

una serie di accordi “pronti per essere

suonati”, che servono ad accompagnare le

“corde melodiche”. La parola “cetra” raggruppa,

nella nostra lingua, una variegata

famiglia di strumenti a corde tese su una

cassa di risonanza senza manico. Si tratta

di strumenti che possiamo trovare sotto

differenti forme in diversi paesi, provenienti

da culture molto diverse tra loro e

che si distinguono sempre dal “nostro

strumento” per l’assenza di accordi. In

definitiva, la “cetra ad accordi” è l’ultima

nata di una dinastia di cetre che si sono

succedute e trasformate nel corso dei

secoli. All’origine ci sono due strumenti: il

“Kanun” e il “Monocordo”; il “Kanun

Turco”, portato dai crociati nel XII sec. è

diventato in Europa il “Salterio medioevale”

… entrambi hanno soltanto delle

“corde melodiche”. Ma più probabilmente,

l’antenato delle cetre Europee è il

“Monocordo”, strumento su cui si ottiene

la melodia facendo variare la lunghezza di

una sola corda. Dalla fine del Medioevo

troviamo in tutta l’Europa una serie di

strumenti chiamati “Cetre a bordone”,

evoluzione del “Monocordo”. Le poche

corde melodiche di queste cetre sono tese

su di un tasto simile ad un manico di chitarra

con le sbarrette di divisione e sono

accompagnate da un unico accordo, spesso

senza terza, il “bordone”. Questi strumenti

sono utilizzati nel folklore e sono

ancora in uso ai nostri giorni: la “spinetta

dei Vosgi” ne è un esempio. Durante

il periodo classico, di cui ti dirò più avanti,

le corde di accompagnamento si sono

moltiplicate, soprattutto negli strumenti in

uso in Baviera e Austria. Verso il 1830 la

“cetra a bordone” Austriaca riceve perfezionamenti

importanti e diventa “cetra da

concerto”: qui la melodia è suonata su

cinque corde tese come in precedenza su

un manico-tastiera, l’accompagnamento si

fa con accordi diversi ottenuti suonando

fra le corde, da 25 a 40, disposte di quinta

in quinta, scegliendo quelle che vanno

bene. La mano sinistra muovendosi sul

manico-tastiera, modifica la lunghezza

delle corde melodiche; il pollice destro le

percuote con un plettro, mentre l’indice, il

medio e l’anulare fanno l’accompagnamento

... non ti nascondo che l’esecuzione

richiede, quindi, un certo grado di abilità,

di virtuosismo! Il “salterio o cetra da

concerto” è oggi abbastanza diffusa nel

mondo … si badi, sempre in relazione ai

“pochi” che si dedicano a questi particolari

strumenti, è utilizzata sia per la musica

folk che per il repertorio classico. Nello

scorso secolo, ha avuto il suo momento di

gloria per essere stata utilizzata nella

colonna sonora di un famoso film diretto

nel 1949 dal regista Carol Reed, il “Il

terzo uomo”, un film del genere “spy

story” ( nda:con Orson Wells che inter-


preta il personaggio “fulcro” del film, l’introvabile

Harry Lime, che vede la presenza

anche di Alida Valli e Joseph Cotton,

girato in bianco e nero, premiato con la

“Palma d’Oro” al Festival di Cannes 1949

e con l’Oscar “per la miglior fotografia”

nel 1950). Tuttavia, per rimediare al “virtuosismo”

richiesto per suonare la “cetra

da concerto”, un gruppo di liutai Tedeschi

ha pensato di semplificarne l’utilizzo, rendendo

più popolare l’approccio allo strumento,

ampliandone gli usi nelle bande

folcloristiche e nelle compagini musicali

dedite al repertorio di stile “Austriaco-

Bavarese” ... inventandosi, quindi, un’edizione

riveduta e semplificata della “cetra

da concerto”, dove NON si deve modificare

la lunghezza delle corde melodiche e ci

sono degli accordi … “pronti per essere

suonati”. Il successo popolare, soprattutto

in Germania-Svizzera ed est della Francia,

è stato favorito dal fatto che i brani da

suonare erano trascritti su diagrammi da

mettere sotto le corde e non richiedeva

quindi … nessuna conoscenza musicale!

Carlo: direi che è incredibile tutta questa

applicazione intorno al “salterio” o “cetra”

e tutti i suoi derivati… Francesca: ma

non è finita qui. Nella metà del 1800, la

“cetra ad accordi” entra, per puro caso,

nel “mondo monastico” Francese … i

monaci, che ignoravano la musica folk,

cercano di ritrovare l’antico uso “spirituale”

dello strumento. La “cetra ad accordi

ha prodotto sotto le loro dita una musica

molto diversa … più spirituale … che costituisce

il “repertorio classico” della cetra, in

antitesi al repertorio “folk”, anche se sviluppatosi

dopo.

Carlo: abituato a 6 o al massimo 12 corde

di una chitarra … quasi mi… mi “lego” con

i tuoi racconti tra corde, bordoni, terze,

quinte, monaci e liutai … ma quanti

modelli ci sono?

Francesca: caro Carlo, mi hai voluto “pizzicare”

sull’argomento e adesso … “salti”

pure tu … per quasi un secolo, dal 1885 al

1975, sono esistiti soltanto cinque modelli

tradizionali di “salterio o cetra da concerto”,

fabbricati in Germania e utilizzati prevalentemente

nell’ambito “folk”, poi, come

si diceva prima, sono arrivati i monaci.

Attualmente, i modelli sono diversi, te ne

cito alcuni: si parte dalla “cetra diatonica”

anche utilizzata dai bambini, con 15 corde

a destra e 3 accordi (do-sol-fa) di 4 corde

e si sale, per molteplicità di corde e combinazione

di accordi … che ne definiscono

anche le possibilità di utilizzo nei settori

folk e/o classico ... quindi abbiamo il

“salterio/cetra semi cromatica”, il ”salte-

Campo de’ fiori 11

rio/cetra cromatica 6/4” o

quella “6/7”. Tieni presente

che l’evoluzione e la dedizione

degli studi da parte

dei liutai, anche in tempi

più recenti, ha consentito

di introdurre ulteriori innovazioni

che “allargano” le

possibilità di utilizzo e la

funzionalità/praticità del

salterio.

Carlo: qual’ è la posizione

che deve assumere il musicista

per suonare il salterio?

Francesca: il salterio si

suona, normalmente, da seduti. Lo strumento

può essere sistemato in diverse

maniere: su un apposito cavalletto, su di

un tavolino, una cassa di risonanza o una

consolle preferibilmente in legno.

Carlo: Ok, ora, siamo, idealmente, seduti

con lo strumento davanti a noi … e nelle

tue mani … allora: “salt…eriamo”

Francesca: Le braccia si tengono lungo il

busto, gli avambracci sono orizzontali e si

muovono lateralmente; i polsi si trovano,

così, al di sopra dell’asticella … i movimenti

che devono fare le dita sono di tipo

laterale … ti fa male? Si … certo, sono

movimenti non usuali e ai principianti

determinano non pochi fastidi … che si

risolvono procedendo con l’esercizio. Ora,

per ottenere un suono e un timbro di qualità,

non suoneremo né con il plettro né

con le unghie … ma con il polpastrello. E’

con esso che si ottiene la più bella sonorità,

specialmente quando, dopo le prime

vesciche, si è formato un callo. Il punto

ottimale di percussione della corda è a

circa un quarto della sua lunghezza… di

fatto, solo raramente, è possibile suonare

le corde a questo “livello ottimale” di risonanza,

ciò a causa dell’impiego delle

diverse dita … e le dita inattive, cioè, che

non suonano? Quelle devono essere sin

dall’inizio oggetto di una attenzione particolare:

innanzitutto, saremo accorti nel

tenerle aperte, morbide e distese, al di

sopra delle corde, per non affaticare la

mano, possono anche posarsi sulle corde,

purché non interrompano le risonanze in

corso e non facciano ostacolo al suono e,

soprattutto, avremo un reale bisogno di

appoggiarci su alcune dita, per due motivi:

per acquistare velocità … e mi spiego:

suonare rapidissimamente do-re-do con il

pollice prima provando senza appoggiare

l’indice, poi ponendolo un po’ più a destra

… ci si accorge facilmente di quanto sia di

aiuto il punto di appoggio per acquistare

di Carlo Cattani

fermezza, sicurezza; per memorizzare gli

intervalli, cosa che permetterà, progressivamente,

di suonare senza guardare.

Questa memorizzazione è possibile solo se

certe dita sono “ancorate” a un punto

fisso. E’, dunque, fin dai primi esercizi che

conviene utilizzare i punti di appoggio,

perché diventino naturali come il suonare

stesso! Al punto in cui siamo ci saremo già

accorti che, se si mettono le dita sulle

corde e poi si tolgono, il semplice fatto di

ritirarle produce dei suoni …. di fatto, a

volte durante l’esecuzione di un brano si

sentono dei “suoni non voluti”, ai quali

bisogna fare attenzione! Dobbiamo, dunque,

assolutamente evitarli controllando

l’uso delle mani. Come? Facendo scivolare

leggermente le dita sulle corde prima di

ritirarle. Un piccolo esercizio sarà necessario

perché questo leggero scivolare diventi

sistematico. Per produrre il suono esistono

due tecniche: suonare “in appoggiato”

e “in pizzicato”. “Tocco appoggiato”: si

mette il dito sulla corda, la si batte con un

colpo secco e ci si va ad appoggiare sulla

corda successiva … “tocco pizzicato”: far

scivolare il dito sotto la corda e tirarla

verso l’alto. Alcuni specialisti della cetra

hanno effettuato un paragone tra “l’appoggiato”

e “il pizzicato” riguardo alla

velocità e alla intensità del suono: c’è una

equivalenza assoluta tra i due modi. Ma

“l’appoggiato” offre considerevoli vantaggi:

permette di restare in contatto permanente

con le corde, di suonare gli intervalli

ravvicinati senza necessariamente guardare

le dita, e anche, a mano a mano che

il tempo passa, di sviluppare una certa

memoria muscolare degli intervalli più

grandi.

(www.myspace.com/francescadesiato e

www.youtube.com/watch?v=uBbyP8E0BdE)

...continua sul prossimo numero


12

Mugnano in

Teverina

Torre Orsini

Spostandoci di soli 4 Km da Bomarzo, troviamo

Mugnano in Teverina, una piccola

frazione posta su di un’altura, in prossimità

del fiume Tevere e della sua valle, a 133

metri sul livello del mare, che conta circa

200 abitanti.

STORIA Come gli altri centri della

Teverina, l’originario insediamento etrusco

si sviluppò sul pianoro di uno sperone

tufaceo, facilmente difendibile e reso

ancor inaccessibile da un profondo fossato,

che, ancora oggi, divide il pianoro in

due parti distinte, di cui la più esterna

popolata solo in tempi più recenti. Venne

abbandonato in epoca romana, poiché i

suoi abitanti preferirono trasferirsi nelle

ville rustiche costruite nella sottostante

valle del Tevere. Il sito tornò ad essere

occupato dopo la caduta dell’Impero

Romano, in concomitanza con le invasioni

barbariche, tra la fine del IX e gli inizi del

X secolo, sviluppandosi soprattutto attorno

al convento benedettino dei Santi Liberato

e Bartolomeo, soppresso nel XV secolo,

quando divenuto di proprietà degli Orsini,

venne ristrutturato e adibito a nuova residenza.

Nel 1194 Raniero di Bonifazio, signore del

castrum, giurò fedeltà e obbedienza a

Viterbo, ottenendo in cambio protezione

ed aiuto. Qualche anno dopo, venne conquistato

dalle truppe di Ottone IV, in lotta

con Papa Innocenzo III, che aveva scelto

Viterbo come dimora pontificia. Attorno al

1267 entrò a far parte dei beni della famiglia

Orsini, assumendo la funzione di

avamposto per il controllo dei traffici lungo

il Tevere e per la difesa dell’entroterra.

Probabilmente a questo periodo risale la

costruzione dell’alta torre cilindrica, voluta

Campo de’ fiori

Le guide di Campo de’ fiori

dagli Orsini. Feritoie per il tiro di fiancheggiamento,

originali finestre trilobate

per l’avvistamento e un coronamento di

beccatelli per il tiro che corre lungo tutta la

circonferenza, sono i suoi elementi caratteristici.

Questa torre comandava tutta la

linea di difesa e poteva interrompere la

continuità del camminamento attraverso

due porte facilmente richiudibili. Essa

rispondeva non solo ad esigenze difensive,

ma rappresentava uno dei punti chiave

dell’intero sistema offensivo-difensivo

degli Orsini: tra il castello di Mugnano e

quello di Soriano, di proprietà della medesima

famiglia dal 1278 e distante dal primo

circa 10 km, infatti, una serie di torri intermedie,

collegate ad ulteriori punti di avvistamento

(Chia, Colle Casale, S. Maria di

Luco, Sassoquadro, Casale delle Rocchette

e probabilmente anche Bassano in

Teverina), avevano non solo funzione di

controllo, ma anche di rimando di segnalazione

e in alcuni casi persino di dogana per

la raccolta della gabelle, che segnavano le

vie di passaggio e di accesso al Tevere.

Fino alla prima metà del 1300 il castrum

rimase alleato del Comune di Viterbo,

restando coinvolto negli scontri feudali che

si svolgevano nella Teverina. Un cambiamento

politico sostanziale si ebbe nel

1417, con l’elezione al soglio pontificio di

Papa Martino V, membro della famiglia

Colonna, nemica degli Orsini, tanto che nel

1427, Mugnano venne concessa ad

Antonio Colonna, il quale, in seguito alla

morte di Martino V, nel 1431, fu dichiarato

ribelle ed espropriato di tutti i suoi feudi.

Nello stesso anno Papa Eugenio IV, dopo

aver concesso il perdono ai Colonna, assegnava

alla reverenda Camera Apostolica il

castello, che, tuttavia, dopo breve tempo,

tornò nelle mani della famiglia Orsini. Al

tempo dei Colonna anche il palazzo-rocca

degli Orsini, posto a difesa dell’ingresso

del paese, venne trasformato, inglobando

la strada di accesso. Agli inizi del 1500 la

facciata verso il Tevere fu ampliata ed

ingentilita con

un loggiato,

disegnato forse

dal Peruzzi,

mentre la facciata

rivolta al

paese venne

ridefinita con

l’aggiunta di

elementi architettonicirinascimentali,

quali le

finestre e la

cornice marcapiano

e con la

collocazione

simmetrica del

di Ermelinda Benedetti

foto di Mauro Topini

portale d’ingresso su cui compare la scritta

“Carolus Ursinus”. A questo periodo

risale anche la realizzazione del sottopasso,

controllato dagli affacci interni del

palazzo, che regolava l’entrata e l’uscita

del borgo attraverso due porte d’accesso

ben conservate. Attorno al 1580, non

essendovi più eredi legittimi del ramo degli

Orsini di Tuscia, il castello, con i suoi beni,

passò a Virginio, del ramo dei Duchi di

Bracciano. Papa Sisto V approfittò dei violenti

contrasti insorti tra i due rami della

famiglia e concesse il possesso di

Mugnano alla Reverenda Camera

Apostolica, almeno sino alla risoluzione dei

contrasti. Nel 1622 il castello venne affittato

per nove anni alla famiglia Savelli,

mentre nuovi bandi d’affitto si ebbero nel

1632, nel 1649 e nel 1660. All’inizio del

1700, infine, la Reverenda Camera

Apostolica restituì Mugnano agli Orsini.

ITINERARIO TURISTICO Mugnano è

tutto da vedere. Piccolissimo ma di grande

interesse e valore storico, architettonico e

culturale.

TRADIZIONI E FESTE Mugnano in

Teverina, essendo frazione di Bomarzo,

partecipa delle sue feste tradizionali.

CURIOSITA’: Ma lo sapevate che…

I più grandi monumenti dell’antica Roma,

come il Pantheon, il Colosseo, le Terme di

Caracalla e di Diocleziano, Villa Adriana a

Tivoli sono stati eretti con mattoni fabbricati

in due fornaci attive dal I al IV-V secolo

d. C., di proprietà della famiglia Domitii,

grandi produttori di laterizi dell’antichità,

che si trovano in prossimità di Mugnano in

Teverina. Ambiente ideale per la produzione

di mattoni, grazie alla presenza di argilla,

acqua, boschi per il legname, nonché la

vicinanza del Tevere, per il trasporto dei

prodotti. I mattoni e le tegole di quegli

edifici, infatti, riportano i medesimi marchi

di fabbrica dei laterizi rinvenuti a

Mugnano.

Palazzo - Rocca Orsini


14

Campo de’ fiori

Arrivederci Mons. Divo,

Benvenuto Mons. Romano

Mons. Divo Zadi saluta i suoi fedeli

Sabato 16 Febbraio si è insediato nella nostra Diocesi di Civita Castellana, il

Neoeletto Vescovo, Mons. Romano Rossi. Sua Eccellenza Divo Zadi Gli ha consegnato

il Pastorale e, con esso, tutta la comunità cristiana.

Durante la celebrazione della Sua prima Messa Solenne in Cattedrale, ha ricevuto

il calore dei Suoi fedeli ed il commosso saluto dei Suoi parrocchiani. La città festosa

ha accolto con giubilo il Nuovo Pastore, ed anche noi Gli porgiamo il nostro

ossequioso benvenuto, con l’augurio di un lungo e sereno apostolato.

Il Direttore e la Redazione

foto servizio M. Topini

Mons. Divo Zadi saluta le autorità Alessandro Mazzoli,

Presidente della Provincia e Massimo Giampieri, Sindaco

di Civita Castellana

Sabato 9 Febbraio, presso la Cattedrale Santa Maria Maggiore

di Civita Castellana, il Vescovo, Sua Eccellenza Monsignor Divo

Zadi, ha salutato fraternamente i Suoi fedeli, che ha guidato

con amore e dedizione per quasi vent’anni.

Una folla numerosa ha testimoniato, con la sua presenza, la

stima e l’affetto a Chi, in questi anni, Le ha donato indimenticabili

momenti di rara umanità e profonda fede.

Nella speranza che la Sua parola possa confortare, per tanto

tempo ancora, la mia povera anima, porgo anch’io, da queste

pagine, il mio più riverente arrivederci.

Sandro Anselmi

foto al lato: Mons. Divo Zadi e

Mons. Romano Rossi salutano i

sindaci della Diocesi

foto in basso: da six Mons. Divo

Zadi, il sindaco di Civita

Castellana Massimo Giampieri,

Mons. Romano Rossi


Campo de’ fiori 15

il diario dei

Giras li

Giras li

questa pagina è dei ragazzi speciali

da sinistra: Platinette alias Severina Iannoni, Angelo Libri (direttore

artistico dell’accademia) e Antonella Clerici alias Fabrizio Moscioni FESTA DI

Foto di gruppo

CARNEVALE

ACCADEMIA ARTE NEL CUORE

TEATRO SCUOLA “MAFALDA” DI ROMA

Sono una associata Anffas e mamma di una meravigliosa ragazza disabile, che all’età di 24 anni è

stata chiamata a vivere in un mondo migliore del nostro.

Poiché ritengo che ognuno di noi abbia il dovere di dare agli altri quello che può, magari soltanto la

propria esperienza, ho scritto un libro dal titolo “La farfalla dalle ali spezzate”.

Dalla lettura del libro si evince, tra l’altro, la lotta continua per far riconoscere ai disabili il ruolo di

persone umane degne di rispetto e di pari opportunità come le persone cosiddette “normali”.

Il riscontro positivo, ricevuto da parte di chi lo ha letto, mi spinge a diffonderlo in modo più ampio,

in particolare per il messaggio che il libro stesso contiene.

Esso, oltre alla presentazione letteraria-umanistica del Prof. Arturo Messina, riporta le autorevoli introduzioni

medico-scientifiche del Prof. Glenn Doman e del Dr. Douglas Doman degli Istituti per il

Raggiungimento del Potenziale Umano di Philadelphia.

Un cordiale saluto a tutti gli associati e resto a disposizione di chiunque volesse contattarmi.

Vittoria De Marco Veneziano


16




continua dal numero 46......

Non è stato facile per Crocetta, il talent

scuot di Mia, convincerla a ricominciare,

viste le delusioni del passato, nonostante

la sua nuova personalità. Il primo passo fu

una serie di esibizioni al Piper 2000, locale

alla moda di Viareggio, nato sulla falsa

riga del ben più noto Piper Club romano.

Mia si esibisce con un gruppo denominato

I Posteri, che diventeranno, successivamente,

La Macchina, interpretando brani

che spaziano nella musica rock internazionale,

non avendo più un repertorio personale,

dai Beatles con We can work it out e

Peperback writer, ai Doors di Light my fire,

da Brian Auger e Julie Driscoll di Save me,

a Cast Stevens, Jethro Tull, Deep Purple

ed altri. Crocetta procura a Mia e al suo

gruppo un provino negli studi della RCA,

dove vengono registrati quattro brani e firmato

il contratto. Inizia, così, un grosso

lavoro di ricerca per la realizzazione di un

album. Mia cerca autori giovani per il

materiale da proporre nel suo disco ed è

qui che conosce il giovane e talentuoso

artista romano Claudio Baglioni. Il ragazzo

le propone Amore, amore un corno ed altri

brani in fase di realizzazione. Viene scelta,

poi, Padre davvero, composta da un altro

musicista romano, Antonello De Sanctis,

con la collaborazione di Piero Pintucci. Con

questi due brani Mia partecipa alla

Rassegna di Musica d’Avanguardia e

Nuove Tendenze, nella Pineta di Lago

Mare, a Viareggio, una sorta di emulazione

dei raduni americani, come il famoso

Woodstock o il concerto dell’isola di Wight.

Mia Martini e La Macchina vengono premiati

insieme agli Osanna e alla Premiata

Forneria Marconi, in gara con numerosi

altri gruppi rock del momento: i Delirium,

i Formula tre, i Trip, i Rovescio della medaglia,

gli Alluminogeni, per un totale di ventiquattro

gruppi. Mia si presenta sul palco

avvolta da un lungo scialle e con una bombetta

in testa, che le copre quasi completamente

il viso. Il brano Padre davvero

conquista subito il pubblico, malgrado che

Campo de’ fiori

Mia Martini

(Mimì Bertè)

a cantare in un contesto rock sia una

donna. Il successo riscosso spinge Ezio

Radaelli a inserire la cantante tra i partecipanti

del Cantagiro ’71, facendole riproporre

i due brani. Ma il testo di Padre davvero,

con parole definite “forti” per quel

tempo, rivolte da una ragazza al padre,

viene censurato. Nello stesso anno, la RCA

stampa l’album Oltre la collina, con dodici

splendide canzoni, valorizzate dalla voce di

Mia. Oltre alla cover di The lion sleeps

tonight dei Tonkees e I wanna hear it anymore

di Melanine Safka, divenuta

Prigioniero, altri tre pezzi di Baglioni: Gesù

è mio fratello, e Lacrime di marzo, che

escono poco prima nel supporto 45 giri, e

la struggente poesia, Oltre la collina, che

dà il titolo all’album, tradotta dalla versio-

di Sandro Anselmi

ne originale, intitolata Tous la amants sent

de marins, dallo stesso Baglioni.

Mia rompe con la RCA e con Crocetta e

passa subito ad un’altra grande casa

discografica italiana, la Ricordi, e, nel giro

di pochi mesi, incide Piccolo uomo di

Bruno Lauzi, che vince il Festivalbar del

’72. Nel frattempo la RCA decide di stampare

lo stesso, seppur a bassa tiratura, un

altro 45 giri, Credo, di Claudio Mattone,

con testo di Franco Migliacci, probabilmente

rimasto fuori dall’album e accoppiato ad

Ossessioni, versione italiana di Taking off

di Nina Hart, in questo caso già in Oltre la

collina. Mia entra a far parte, così, del

nutrito gruppo delle migliori cantanti italiane,

fino alla sua tragica e prematura fine.


Campo de’ fiori 17

Servizi di assistenza per gli occhiali da vista

Il programma GECO prevede i seguenti servizi specifici per gli occhiali da vista e da vista-sole, con lenti colorate o fotocromatiche.

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Validità: 60 giorni dalla data di emissione. I Suoi occhiali sono stati collaudati dai nostri tecnici di laboratorio: ne garantiamo,

pertanto, la qualità e funzionalità. Qualora la loro efficienza non rispondesse alle sue aspettative o necessità, provvederemo,

se necessario, alla sostituzione delle lenti oftalmiche e/o della montatura fino a Sua completa soddisfazione.

Servizio 2. Garanzia Globale (lenti + montatura)

Validità: 12 mesi dalla data di emissione. In caso di rottura accidentale e irreparabile degli occhiali, lenti da vista e/o montatura,

o danneggiamento che ne alterino la funzionalità, saranno forniti gratuitamente lenti identiche alle precedenti e/o

montatura uguale od equivalente. Le componenti danneggiate saranno ritirate. Questo servizio sarà erogato una sola volta

entro il periodo di validità.

Servizio 3. Smarrimento e Furto

Validità: 12 mesi dalla data di emissione. In caso di smarrimento o furto degli occhiali da vista è applicata una riduzione

del 50% sui prezzi di listino per l’acquisto di un nuovo paio di occhiali, con caratteristiche uguali od equivalenti.

Servizio 4. Under 18

Validità: 12 mesi dalla data di emissione. La nostra esperienza dimostra che fino all’età di 18 anni, l’efficienza visiva varia

più rapidamente che negli anni successivi. Per assicurare una costante ed ottimale efficienza visiva, questo servizio offre

la sostituzione delle lenti da vista, con nuove di potere aggiornato, con una riduzione del 50% sui prezzi di listino.

Servizio 5. Servizio Cortesia

Validità: 12 mesi dalla data di emissione. Gli occhiali, per mantenere inalterata nel tempo la loro funzionalità, necessitano

di controlli periodici. I nostri tecnici sono a Sua disposizione per eseguire i controlli di riassetto necessari ed effettuare

una completa pulizia ad ultrasioni.

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18

di

M. Cristina Caponi

Questa volta vogliamo ricordare la figura

di Alessandro Blasetti, acclamato regista

durante l’epoca d’oro di Cinecittà.

Alessandro Blasetti (Roma, 1900- ivi,

1987), all’inizio della sua carriera, fu un

brillante critico cinematografico per quotidiani

e riviste; ma ben presto non esitò a

mettersi dietro la macchina da presa, divenendo

così uno dei più valenti registi italiani

durante il ventennio.

A tal fine, fondò la casa di produzione

Augustus e realizzò la sua prima opera:

Sole, allusivamente ispirata ai capolavori di

Sergej Ejsenstejn.

Da qui in poi nella sua filmografia troveremo

i più fantasiosi e disparati esempi di

cinema: commedie brillanti, kolossal, una

trilogia in costume, documentari, film di

matrice letteraria, ecc. A soli trenta anni,

egli venne chiamato da Bragaglia a costituire

la cosiddetta “Scuola nazionale di

cinematografia”, dove ebbe altresì la possibilità

di insegnare alcune materie di

base.

E’ doveroso, pertanto, riconoscere in lui il

padre del nostro cinema italiano

Nel 1938, dopo aver diretto Contessa di

Parma, il regista iniziò le riprese del suo

primo film in costume, ovvero Ettore

Fieramosca.

Il soggetto del lungometraggio è libera-

Alessandro Blasetti

Campo de’ fiori

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mente ispirato al

romanzo storicopatriottico

“La disfida

di Barletta”, scritto

nel 1833 da

Massimo D’Azeglio e

portato precedentemente

sul grande

schermo da Ettore

Pasquali nel 1909 e

nel 1915 da

Umberto Paradisi e

Domenico Gaido.

La pellicola fu prodotta

dalla società

privata Nembo Film,

istituita peraltro

dallo stesso Blasetti,

e ricevette l’anticipazione statale pari ad

un terzo circa del suo costo preventivo.

Nonostante le benevole previsioni che

davano il film come un ovvio successo, l’opera

non piacque alla maggioranza dei

recensori.

Inoltre, Ettore Fieramosca fu tartassato

anche dal Centro Cattolico

Cinematografico, poiché tale prescrizione

è dovuta al fatto che in una scena iniziale

del film, appaiono procaci nudi femminili,

all’interno dei bagni termali di Pau. A

difendere tale testo e il suo autore dai

detrattori, intervenne su «Cinema» perfino

Vittorio Mussolini, direttore della rivista.

Tuttavia, il film pur essendo figurativamente

forte esibiva una struttura narrativamente

debole, tanto che Blasetti vi operò

numerosi rimaneggiamenti e tagli.

Difatti, dagli originali 3125 metri il regista

giunse agli attuali 2496 metri di pellicola e,

in aggiunta, v’incorporò numerose didascalie

di stampo retorico.

Il lungometraggio, ambientato nel 1500,

narra un momento storico in cui la penisola

italica è percorsa da orde straniere. In

questo dato scenario, eccelle positivamente

la figura del soldato mercenario Ettore

Fieramosca, che si pone al soldo della verginale

Giovanna, signora di Morreale e

promessa sposa di Graiano D’Asti.

Questo ultimo è un uomo perfido, che

appena convolato a nozze con Giovanna,

non esita a tradire la sua compagna e la

sua patria per vendersi agli altezzosi fran-

cesi, comandati dal tronfio e altero Guy de

la Motte. A nulla valgono gli sforzi attuati

da Fieramosca e il suo tentativo di opporsi

alle truppe nemiche si rivela, alla fin

fine, del tutto inutile. Sconfitto, viene condotto

di nascosto nel campo spagnolo,

dove riceve cure medicamentose dalla

stessa castellana. Ma, ben presto, la sorte

avversa si ripercuote sul medesimo reggimento

francese: Guy De la Motte e alcuni

dei suoi vengono imprigionati.

Seppur catturati, costoro non esitano a

farsi beffe del popolo italico. Fieramosca,

oltraggiato, li sfida a duello proponendo

uno scontro cavalleresco fra tredici cavalieri

italiani e altrettanti francesi.

Ettore e i suoi compagni hanno la meglio.

In tal modo, il vincitore può raggiungere

Morreale e unirsi in matrimonio con

Giovanna, vedova del suo indegno marito.

Oggigiorno, la critica tende a reputare tale

testo filmico come uno spartiacque o una

cerniera tra la precedente produzione blasettiana

e la trilogia in costume.

Tuttavia, non tutti gli studiosi sono perfettamente

d’accordo con la tesi comunemente

accreditata e vi è chi individua nell’opera

vari punti di contatto con gli altri

lungometraggi girati da Blasetti.

In particolare, i critici rintracciano in Ettore

Fieramosca delle analogie con 1860, diretto

dal regista nel 1934.

continua sul prossimo numero...


di Riccardo Consoli

Potrebbe apparire superflua la trascrizione

di alcune notizie storiche riguardanti la

città di New Orleans e si potrebbe erroneamente

pensare che poco queste abbiano

a che vedere con la Storia del Jazz, ma

poiché è proprio qui che nasce questa

straordinaria musica, mi sembra opportuno

farne un rapido cenno.

La città, posta alla foce del Mississippi, il

più grande fiume dell’America del Nord

scoperto agli inizi del XVI secolo dallo spagnolo

Fernando De Soto, venne fondata

nell’anno 1718 da Jean Baptiste Le Moyne

de Bienville e fu battezzata Nouvelle

Orleans in omaggio a Filippo d’Orleans

reggente il trono di Francia nell’epoca successiva

alla morte di Luigi XIV; New

Orleans, come venne chiamata dagli americani

nel XIX secolo, fu sempre esempio di

una realtà a se stante, senza alcun possibile

termine di paragone.

Nell’anno 1762, avendo la Francia deciso

di cedere la Luisiana alla Spagna, risultò

del tutto evidente che il modo di vivere

che si era instaurato nella città del Delta

non potesse essere gradito ai nuovi bigotti

governanti spagnoli; il libertinaggio e i

divertimenti più disinibiti non erano concepibili

per la cattolicissima Spagna, tanto

che venne inviato a New Orleans un

Governatore dal pugno d’acciaio, l’irlandese

Alexander O’ Reilly, che adottò l’unico

metodo che, a suo modo di vedere, avrebbe

potuto risolvere la questione, invitò a

palazzo tutti i maggiorenti della città, dopo

di che ne ordinò la fucilazione in blocco

riducendo la città a quelle regole che il

nuovo Governo spagnolo intendeva doves-

sero essere rispettate.

Nel 1800 Napoleone, grazie alle sue vittorie

in tutta Europa ed all’occupazione della

Spagna, riprende possesso dello Stato sul

Mississippi per rivenderlo, soltanto dopo

tre anni, agli Stati Uniti grazie anche all’iniziativa

promossa dal Presidente Thomas

Jefferson che a Parigi era stato ambasciatore

ma, per tornare alla città che più da

vicino ci interessa, appare del tutto evidente

che le caratteristiche di New Orleans

non potevano che essere estremamente

composite, sia dal punto di vista razziale,

che da quello religioso; francesi, creoli,

spagnoli e anglosassoni rappresentavano

la metà degli abitanti della città, mentre gli

afro americani ne costituivano l’altra parte.

La città ha ormai subito una espansione da

quello che era l’originario quartiere francese,

fino a collegarsi con i nuovi quartieri

spagnolo, irlandese e cinese, nonché con

quello creolo e con il c.d. Back o’ town,

ossia con quel miserabile agglomerato

costituito soprattutto da baracche nelle

quali si ammassavano i neri e, nel cuore

del quale, per l’esattezza in James Alley, il

4 luglio dell’anno 1900 sarebbe nato Louis

Armstrong.

Analogamente a Marsiglia, Amburgo e

Rotterdam, New Orleans era un porto

internazionale, quì facevano scalo le navi

più grandi per caricare le merci provenienti

dall’interno, oltre che dal traffico fluviale

del Mississippi e, come tutte le città portuali,

era in grado di offrire divertimenti e

svaghi di ogni genere alle migliaia di marinai

che si avvicendavano a terra e, prima

di ogni altra cosa, un notevole numero di

case di piacere.

Moltissimi erano gli immigrati e, tra questi,

italiani, tedeschi, slavi, irlandesi,

anglosassoni, ma era

comunque maggioritaria la

presenza di neri provenienti

dal Senegal, Niger, Congo e

dall’Africa in genere, si può

ben immaginare, pertanto,

come fosse composito il

patrimonio musicale.

Tedeschi e inglesi avevano

introdotto le loro famose

bande musicali con cornette,

trombe, tromboni, clarinetti e

vari tipi di corni, oltre che con

strumenti a percussione

come i voluminosi tamburi; i

francesi le loro orchestre da ballo con clarinetti,

flauti, fagotti ed oboe, ma soprattutto

con il saxofono, dall’Italia arrivò l’opera

lirica e i suoi più famosi cantanti che

si esibirono alla Opera House della Royal

Street, dalla Spagna arrivò il flamenco.

Nella città del Delta arrivò anche la musica

per banda europea, quella francese

innanzitutto, imperniata su trascrizioni di

alcune arie di opere che mettevano in

risalto i migliori cornettisti e trombettisti,

erano questi gli anni successivi al trionfo di

Jean Baptiste Arban, grande virtuoso parigino

della cornetta.

Anche gli italiani occupano un posto di

rilievo in questo composito panorama, al

punto da costituire un quartiere analogo

alla Little Italy di New York, con loro arrivò

la musica per fiati dalle tante Regioni

italiane da poco unificate e molti musicisti

che avevano militato nelle bande militari,

finite le guerre risorgimentali, attraversarono

l’oceano, famoso il caso dell’unico

sopravvissuto alla distruzione del 7°

Cavalleggeri a Little Horn, il trombettiere,

un ex garibaldino.

New Orleans era un vero crogiolo di culture

spesso assai diverse, la presenza di

spagnoli e francesi era foltissima a causa

delle alterne vicende della Louisiana, questi

ex padroni della Regione avevano spesso

figli con schiave di origine africana che

trattavano con molto rispetto fornendo

loro una educazione di livello europeo.

continua sul prossimo numero...


25

Campo de’ fiori

“Il Fumetto”

LETTERATURA PER IMMAGINI CHE EMOZIONA

Il cimitero dei bambini addormentati DI LUCA BELLONI E SAMANTA LEONE

di

Daniele Vessella

Ho comprato questo

fumetto perché tutti

ne parlavano bene,

esaltandone le qualità

stilistiche e narrative,

ma a me non è

piaciuto molto.

Nel volume 1 sono

impazzito per le

prime tavole... poi,

le emozioni si sono

fermate per la “pochezza” degli avvenimenti

che si susseguono all’interno della

trama. In altre parole, secondo me, succedono

troppe poche cose: un incubo iniziale,

un personaggio rischia la morte,

Neve sente le voci dei bambini morti...

stop, tutto lì.

In 27 tavole si poteva benissimo sceneggiare

con un ritmo più serrato e più avvincente,

si poteva interagire sui tre protagonisti

che, a mio avviso, risultano piuttosto

piatti, sono personaggi che non hanno

carattere. Apprendiamo le loro peculiarità

da delle schede a fine volume. Assurdo!

Solo Neve è ben caratterizzata, ha un

certo spessore, ma gli altri due... esprimono

la loro personalità solamente nel volume

2, dove la trama è più ricca e più solida.

Questo, secondo me, è un errore, perché

il lettore si deve innamorare dei personaggi

e delle loro vicende a prima

vista... come se fosse un colpo di fulmine.

Luca mi ha detto che non aveva spazio per

caratterizzare i personaggi e ha preferito

concentrarsi sull’atmosfera, rendendola

cupa e angosciante (per forza, i tre protagonisti

stanno dentro un cimitero di

notte… come potrebbe essere l’atmosfera?

Mah…). Ma il problema dello spazio è una

scusa: Fausto Vitaliano, nel suo Speed

Loop (vedi Campo de’ Fiori di Luglio 2007),

ha dimostrato che in sole 5 tavole si possono

caratterizzare i personaggi e anche lì

i protagonisti, che Fausto ha reso palpabili

nelle prime 5 tavole, erano tre.

E poi, se si creano personaggi solidi, con

una trama che li avvolge, l’atmosfera viene

da sé. D’altra parte, noi raccontiamo la loro

storia e le vicende che si susseguono

appartengono a loro… non a chi le scrive.

E “Il Cimitero dei Bambini Addormentati”

sembra essere di proprietà più degli autori

che dei personaggi. Cioè, manca quell’appeal…

quel feeling che deve esserci tra lettore

e personaggi.

Il numero 2 è tutto incentrato sul flashback

e scopriamo il motivo per cui i tre bambini

si recano al cimitero. Tutto parte da una

motivazione, secondo me, debole e banale:

una prova di coraggio. Poi, nella seconda

parte, quando entra in scena Neve la

struttura diventa più brillante e più avvincente.

Altro punto a sfavore di questo

fumetto è la punteggiatura nei dialoghi,

totalmente sballata o completamente

assente là dove servirebbe.

Anche lo stile di Samanta, che tutti decantano

per la sua bellezza, non mi è piaciuto

granché. Innanzitutto, disegna malissimo

le mani e l’ho vista anche molto incerta

sull’inchiostrazione. Mi hanno fatto storcere

il naso anche le bocche e, quindi, le

espressioni dei personaggi. Fantastici,

invece, gli sfondi e gli ambienti, che danno

quel tocco gotico adatto alla storia narrata.

Altro punto piacevole sono le copertine,

davvero accattivanti, con quel titolo

che sembra inciso da un taglierino intriso

di sangue su una lavagna. Peccato che

questo non basta per costruire un buon

fumetto…


28

Campo de’ fiori

Bttpdjb{jpof!Bsujtujdb!Jwob

Bsujtuj!ej!Wjhobofmmp-!Wbmmfsbop-!Dpsdijbop-

Djwjub!Dbtufmmbob!dpoejwjepop!m’bsuf

a cura della Prof.ssa

M.Cristina Bigarelli

LE MANI RINNOVATRICI DI MARIA RITA INNOCENTI

L’arte che permette di minimizzare l’impatto visivo delle alterazioni dovute al tempo, intenta a mantenere al massimo la sostanza del

decoro originario. Non rinnova completamente, ma restaura rispettando il vissuto, la storia e perfino le imperfezioni causate dal tempo!

Fin dalle elementari,

Maria Rita rivela la

sua passione per disegnare,

modellare,

dipingere, stimolata

anche dal suo maestro,

che era, a sua

volta, pittore.

Maria Rita Innocenti

Sperimenta ed alimenta

sempre più il

piacere dell’arte.

Incoraggiata dal suo professore, da adolescente

fa la prima mostra a Soriano nel

Cimino. Cambia tanti supporti sui quali

dipingere: tavola, materiali ruvidi, lisci e in

ceramica, pannelli murali in gesso e per

pavimentazioni in materiale più duro,

intarsiati, scavati e riempiti con un impasto

colorato, lisciati, spianati e lucidati. Si specializza,

man mano, in restauro e in lavori

in terracotta, decorati sia con la foglia

d’oro che con le terre. La tenacia, la curiosità,

la costanza le danno l’opportunità di

migliorarsi e di impadronirsi dell’uso di

varie tecniche, iniziando con gli affreschi,

poi con le terre e le tempere, fino ad arrivare

a sperimentare ed approfondire l’olio

e l’acquarello. La doratura con la foglia

d’oro risulta molto coinvolgente ed affascinante

nel restauro di cornici, console,

specchiere e mobili d’antiquariato. La

conoscenza e l’abilità nelle diversificazioni

delle tecniche è richiesta a Maria Rita

anche dalle molteplici esigenze di intervento.

A volte, infatti, le capitano mobili

veneziani, sui quali c’è lo stucco e la tempera,

che fanno sì che l’intervento tecnico

sia completo. Nel caso ci sia da rifare il

disegno, sulla tipologia della foglia d’acanto,

risulterà un marcato rilievo che dà

movimento e armonia. Il pennello scorre

dando un effetto liscio al centro e, lateralmente,

dove c’è più densità di materiale,

sarà a rilievo. In altri motivi di arredo

come lampadari, orologi in ottone, antiche

macchine per cucire, la restauratrice

Innocenti sa riprendere la vivacità dei

colori, mantenendo un po’ di patina, perché

nel restauro lo scopo è quello di rivivacizzare

e conservare l’elemento che

mantiene il legame con il vissuto delle

“cose antiche”. Le mani hanno il privilegio

di riportare luce e vita agli oggetti del passato:

quando tutto sembra perduto e finito,

lasciato lì, come morto, la perizia, la

cura e la passione di riportare a “respirare”

cose ormai rovinate dal tempo e dalla

incuria dell’uomo hanno

il sopravvento. La sensibilità

e l’amore per

ritornare alla vita.

Attraverso le mani delicate

e rigeneratrici di

Maria Rita Innocenti,

siamo invitati a godere

dell’arte del decoro e del

restauro.

Varietà di tecniche, di

materiali, di strumenti,

con un’unica passione,

che guida verso una

sorta di rinascimento

delle “cose andate”.

Restauro e decorazione:

binomio in nome dell’arte

di Maria Rita

Innocenti.

Lei stessa ci rivela che le

tecniche hanno pari

valore e ognuna ha il

suo fascino: sceglierne

una soltanto sarebbe

come tradire qualcosa di

veramente caro. Maria

Rita si sente pienamente

parte dell’opera, non

si considera semplicemente

portatrice esterna

di rinnovamento, ma

è come se si unisse spiritualmente

ad essa. L’atteggiamento psicologico

di Maria Rita le permette di vivere

l’atto del restauro e della decorazione

come espressione intimistica dell’arte.

Numerose risultano le tecniche che sviluppa

con abilità, senso di sacralità e consapevolezza

che quell’oggetto, nelle sue

mani, è stato pensato, modellato, impostato,

usato, gli è stata data una identità

ed, in fondo, ha un anima storica, ha un

valore di testimonianza, perché esso ha

abbellito e aggraziato il vivere umano, ha

partecipato a rendere lo scorrere del quotidiano

più piacevole, è testimone di bisogni,

di vanità, di stimoli di cui l’essere è

costituito e per i quali attiva il suo ingegno.

E’ per questo che per Maria Rita tutte le

tecniche hanno un filo comune, atte a sublimare

l’arte nello sviluppo della intelligenza

sensibile, emotiva, che non cessa mai di

istruirci e stimolarci nell’apprendere, nell’incoraggiarci

ad intraprendere un’attività

così importante dello spirito nella ricerca

del sapere !


30

Dietro l’aria pacata si nasconde una grande

creatività, “un’anima in continua ricerca,

come un vulcano semispento, che sta

in fase eruttiva creativa…un’antenna che

Campo de’ fiori

Scopri l’Arte

di Ermelinda Benedetti

“Scena di vita 1” - tecnica mista su tela

“Chiocciola” - serigrafia colorata a mano

riesce a percepire il

passato, il presente e il

futuro, tre cose che

non sono mai andate

distrutte o perdute…”,

così lo definisce

Antonio Di Martino,

storico e critico dell’arte.

Pietro Sarandrea nasce

a Roma il 17 luglio

1954, dove rimane fino

al 1984.

Ha trascorso vari periodi

fuori dall’Italia,

facendo esperienza in

Inghilterra, in America

e in Svizzera.

Successivamente si

stabilisce a Bracciano

e, qualche tempo

dopo, a Capranica, suo

attuale luogo di residenza

e di lavoro.

Artista autodidatta, ha

sperimentato le più

varie tendenze del

figurativo e dell’informale,

utilizzando differenti

linguaggi ed adoperando

tecniche e

materiali diversi: olio,

acquerello, acrilico, china, su tela, stoffa,

vetro, cartoncino. Ama ricercare nuovi

materiali da stendere sulle tele, mescolando

i colori e creando forme astratte, nelle

quali si può

ritrovare il suo

l’inconscio.

La quantità di

materiale usato

è così abbondante

da formare

dei veri e propri

solchi, quasi

a voler far uscire

la materia dal

quadro, per propagarla

e farla

giungere direttamenteall’osservatore.

Tra i vari stili,

questo è sicuramente

quello

che predilige e

nel quale più si

rispecchia e

Pietro

Sarandrea

“Prigione coscienziale” - tecnica mista su cartoncino

immedesima, riproponendo, come segno

distintivo, il tema della spirale, che racchiude

la sua concezione della vita e del

mondo.

Una invenzione molto originale è il dipingere

cravatte, da lui stesso griffate, esclusive

ed inimitabili, ottime per un regalo

personalizzato e singolare.

Sarà presente all’asta Fin arte, in Via

Margutta n. 52, a Roma, il 24 marzo p.v.,

con il quadro “Gli opposti”.

“Gli opposti”

olio su tela


32

Vi è mai capitato di chiedervi come vengano

scelte le madri dei figli “speciali”?

Il Signore dà istruzione ai suoi Angeli:

“Giovanni e Francesca, un figlio. santo

protettore Matteo”.

“Carlo e Laura, una figlia. Santa Protettrice

Cecilia”.

Poi, passando un nome all’Angelo, sorridendo

dice:

“A questa doniamo un figlio handicappato!”.

L’Angelo un po’ titubante controbbatte:

“Perchè proprio a questa, mio Dio? E’ così

felice!”

“Appunto! – risponde Dio sorridendo –

Potrei mai dare un figlio handicappato ad

una donna che non conosce l’allegria?

Sarebbe una cosa crudele!”

“Ma ha pazienza?”, s’informa l’Angelo.

“Non vogliamo che abbia troppa pazienza,

altrimenti affogherà in un mare di autocommiserazione

e di pena...

Una volta superato lo shock e il risentimento,

di sicuro ce la farà”.

“Ma..., Signore... io penso che quella

donna non creda nemmeno in Te...”

Dio sorride: “Non importa posso provvedere.

Quella donna è perfetta: è dotata del

giusto egoismo!”.

L’Angelo resta senza fiato: “Egoismo? Ma è

una virtù?”

Dio annuisce.

“Se non sarà capace di separarsi ogni

tanto dal figlio, non sopravviverà mai.

Si, ecco la donna a cui darò la benedizione

di un figlio meno che perfetto.

Ancora non se ne rende conto ma sarà da

Campo de’ fiori

invidiare.

Non darà mai per certa una parola, non

considererà mai che un passo sia un fatto

comune e quando il bambino di

“mamma” per la prima volta, lei sarà testimone

di un miracolo e ne sarà consapevole.

A lei consentirò di vedere chiaramente le

cose che vedo Io: ignoranza, crudeltà,

egoismo e le concederò di elevarsi al di

sopra di esse.

Non sarà mai sola, io sarò al suo fianco

CENTRO DI CONSULENZA

Neuropsichiatrica, Psicologica, Logopedica,

Psicopedagogica

Via T. Tasso 6/A - Civita Castellana (VT)

Tel. 0761.517522 Cell. 335.6984281-284

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Alle madri (e ai padri) di figli “speciali”

L’angolo Misterioso

Nella foto accanto è riportata una via di Civita Castellana. Sapresti dirci il nome della Via?

I primi tre che, telefonando in redazione, daranno la risposta esatta, riceveranno un simpatico

omaggio offerto da: Civita Bevande.

ogni giorno della sua vita, poichè starà

facendo il mio lavoro infallibilmente, come

se fosse al mio fianco”.

“E per il Santo Protettore?”, chiede

l’Angelo.

Dio sorride ancora: “Le basterà uno specchio!”.

Tratto dal libro “Vorrei scappare in un

deserto e gridare...” di R. D’Errico – E.

Aiello


Campo de’ fiori 33

L’angolo dell’avvocato

a cura dell’Avvocato

Ilaria Becchetti

Difendiamoci

se possibile

Tempo fa mi sono accorta che, sulla bolletta telefonica,

era stato addebitato un servizio da me mai richiesto.

Così ho chiamato la compagnia telefonica al fine di capire

cosa fosse successo. Ho dovuto reiterare più volte le

mie richieste di risoluzione del problema prima di sentirmi

dire che, in effetti, era stato commesso un errore

senza, tuttavia, che si provvedesse al risarcimento delle

somme ingiustamente pagate. Vorrei capire se ci sono

gli estremi per agire in via legale, anche per il disagio

che questa vicenda mi ha provocato.

Gentile signora,

si può ragionevolmente ritenere che lei abbia diritto,

oltre alla corresponsione delle somme indebitamente

pagate, anche al risarcimento del cosiddetto danno non

patrimoniale.

Quest’ultimo comprende ogni ipotesi in cui si verifichi

una ingiusta lesione di un valore inerente alla persona

umana, costituzionalmente garantito e protetto.

Il disagio prodotto e lo stress accumulato per risolvere

l’ingiusta vicenda occorsale, certamente rientrano nella

categoria suddetta. La compagnia telefonica, infatti, è

venuta mento agli obblighi di trasparenza, buona fede

e correttezza nella esecuzione del contratto, come sanzionati

dagli artt. 1366 e 1375 del Codice Civile, producendo

così un disagio che deve essere ristorato. Troppo

spesso le compagnie telefoniche, per colpa o con dolo,

approfittano della distrazione degli utenti che, ad una

lettura poco attenta della bolletta, non si accorgono dell’addebito

“extra” non richiesto e si trovano, poi, a

dover combattere con l’inerzia e la leggerezza di queste

compagnie, per ottenere la risoluzione di un problema

di cui nemmeno sono stati gli artefici.

Non esistono grandi precedenti giurisprudenziali in

materia, ma si vuole sottolineare una recente pronuncia

del Giudice di Pace di Catanzaro, che ha accolto un

ricorso molto simile al suo, e riconosciuto all’istante il

risarcimento del danno non patrimoniale per lo stress,

causato dal comportamento scorretto di una compagnia

telefonica che aveva addebitato in bolletta voci relative

a servizi non richiesti.

Il consiglio è, dunque, quello di ricorrere all’autorità giudiziaria.

Sembrano, infatti esserci tutti i presupposti perché

venga liquidato un giusto risarcimento. Auguri!

Studio Legale Prof. Avv. Enrico De Santis

00195 Roma - Viale Mazzini 140

Tel. 06/372.06.39 - 64561.829 Fax. 06/370.11.05

e-mail: Info@studiodesantis.com

sito web: www.studiodesantis.com

L’antiracket e l’antiusura

realtà che operano su tutto il

territorio nazionale

La redazione è felice di presentare l’Associazione A.N.A.A.R.P., una onlus

che opera, dal 2001, nell’ambito della lotta e della prevenzione dei fenomeni

di usura e racket.

Lo scopo dell’associazione è quello di tutelare, assistere e difendere tutti

coloro che hanno subito protesti, disguidi bancari e finanziari, fallimenti,

vittime dell’usura e del racket in genere.

La struttura organizzativa si snoda in modo capillare su tutto il territorio

nazionale, dove sono state costituite numerose delegazioni provinciali e

regionali.

L’associazione dispone di uno staff (ben 1014 esperti!) che può fornire

all’associato, attraverso un rapporto diretto, un servizio di assistenza specifica

in settori di varia natura: giuridica e contrattuale, bancaria, finanziaria

e fiscale, socio psicologica e morale.

L’A.N.A.A.R.P., inoltre, fornisce supporto professionale per la predisposizione

e l’inoltro delle pratiche di riabilitazione dei protesti.

Assiste nella verifica dei conti correnti e del cosiddetto “anatocismo bancario”,

vale a dire nel calcolo degli “interessi sugli interessi” applicati dalle

banche e dalle società finanziarie private in spregio delle norme di legge

vigenti.

Fornisce consulenza professionale per le contestazioni di mutui e prestiti

che applicano tassi e condizioni non conformi alla legge antiusura

(108/96), occupandosi anche dei contatti con gli istituti finanziari che

hanno intrapreso azioni giudiziarie contro i clienti insolventi.

Verifica le legittimità e la regolarità delle azioni esecutive intraprese dagli

istituti creditizi e, se nel caso, propone iniziative di opposizione per

sospenderne gli effetti devastanti sul patrimonio del debitore esecutato e

della sua famiglia.

L’A.N.A.A.R.P., insomma, assiste chiunque patisca a causa dei disagi

finanziari procurati da un sistema bancario e finanziario iniquo e, troppo

spesso, vessatorio nei confronti del debitore.

Presto verrà attivato un numero verde che sarà possibile contattare per

avere informazioni e chiedere consigli.

Il Prof. Nello Boni e l’A.N.A.A.R.P. Nazionale, ha sede in Roma Via Uffici

del Vicario n. 49, e ci ha onorato di presenziare, molto presto, una tavola

rotonda organizzata dalla redazione sul tema “LA VESSAZIONE BAN-

CARIA, GLI INTERESSI NON DOVUTI, DIFESA DEL CITTADINO E RIME-

DI DI FRONTE AL COMMISSARIO SPECIALE PER GLI AIUTI ALLE VITTI-

ME DEL RACKET E RICHIESTA DEI FINANZIAMENTI ITALIANI ED EURO-

PEI A RISTORO DEI DANNI SUBITI”.


34

Campo de’ fiori

Inchiesta di Campo de’ fiori e del C.I.S.P.R.A. Centro Italiano Pranoterapeuti

UOMINI E SPIRITUALITA’

Una ricerca tra verità e leggenda – sacralità millenaria di Gaetano Grasso

pranoterapeuta – parapsicologo

Ci accingiamo ad intraprendere un viaggio,

certo non facile, sia per le difficoltà intrinseche

degli argomenti che andiamo a trattare,

sia per lo scempio che ne hanno fatto

i sedicenti “operatori”, i pubblicitari, i

cosiddetti “cultori” ed i mezzi di informazione.

Comportamenti indegni che, persone disoneste

o semplicemente ignoranti (messe

in risalto dalla spettacolarizzazione e dal

linciaggio morale dei mass-media) hanno

gettato il discredito su tutta la categoria,

distorcendo così la verità. Tra gli operatori

del paranormale (maghi, veggenti, cartomanti,

astrologi, guaritori, sensitivi, pranoterapeuti),

come in ogni altra categoria,

arte, professione o casta (avvocati, medici,

commercialisti, psicologi, politici, giornalisti,

commercianti ecc.), esistono pro-

fessionisti capaci e onesti e persone disoneste

che infangano il buon nome e la credibilità

della professione stessa. Questi

“personaggi” millantano capacità e titoli di

cui hanno solo sentito parlare, mettendo

così in essere comportamenti disonesti.

Ma la verità è un’altra…….

Esistono maestri, operatori e cultori di

conoscenze che vanno ben al di là della

normale comprensione, i quali sono attendibili

e di assoluta onestà, ed è con questa

consapevolezza che cercheremo di mettere

in luce il vero e il falso di questo

“mondo” così diffamato (il mondo del

paranormale, appunto).

Una precisazione: Magia, etimologicamente,

viene dalla radice caldea Magh, e significa

saggezza, illuminazione, sapienza.

Magia è il contenitore che contiene tutti i

contenitori, la via attraverso la quale si

comprendono tutte le cose con l’aiuto

della Illuminazione – Geggenza o

Intuizione – Conoscitiva. L’alchimista ha

dato il via all’attuale chimico-metallurgicofisico…

l’astrologo ha generato l’attuale

astronomo-fisico.

Un tempo, anche non troppo lontano, i

maghi comperavano i cadaveri per studiarli,

conducevano studi profondi sulle piante,

ponendo così le basi dell’attuale medicina

e farmacologia. Moltissimi grandi scienziati

del passato, ma anche del presente,

erano e sono cultori di questa “disciplina”.

Uno per tutti Newton o Leonardo. Troppo

spesso la magia è identificata con fenomeni

di poltergeist, predizioni, levitazioni,

contatti con i morti ed altre stranezze. Ma

esse non sono la magia.

Previsioni astrologiche generali per il mese di Marzo 2008

ARIETE (21.03/20.04) La prima decade ancora positiva, poi arriva un periodo di confusione e stanchezza, non allarmatevi, passerà presto. Occhio

ai rapporti con il partner, avete causato disagi, cercate di riparare!

TORO (21.04/20.05) Dopo un’iniziale confusione, finalmente chiarezza. Prenderete decisioni, sia in amore che in affari. Sono previste entrate

straordinarie e spese per la casa. Occhio ai punti deboli della salute: torcicollo, emicranie ecc. Prevale l’intuito.

GEMELLI (21.05/21.06) Il lavoro presenta fortunate occasioni da non perdere. Non potete risolvere tutti i problemi in un solo colpo, rispettate i

tempi necessari. Le complicazioni amorose vi rendono nervosi, lasciate uscire dalla vostra vita ciò che vi rende insoddisfatti.

CANCRO (22.06/22.07) Vi sentite molto carichi e pensate di poter risolvere ogni problema, non è ancora il tempo. Ci saranno nuove occasioni di

lavoro, ed è importante risolvere vecchie questioni legali. Nella terza decade un po’ di stanchezza è naturale. Nuove prese di coscienza.

LEONE (23.07/23.08) Ci sono tanti periodi di stress e di stanchezza, ma adesso va meglio, soprattutto dopo Pasqua. Mettete da parte l’orgoglio

e cercate il dialogo, soprattutto con chi vi è ostile. Considerate l’idea di una vacanza distensiva e riconciliatrice con il partner.

VERGINE (24.08/22.09) Qualche problema, ma non tanto da oscurare le vostre giornate; inviti ed incontri amichevoli siano ben accetti, un nuovo

amore è alle porte. Tra i coniugi c’è un periodo di eccitazione e le discussioni sono un po’ troppo accese, smussate gli angoli. A metà mese, qualche

debole rapporto potrà chiudersi.

BILANCIA (23.09/22.10) A livello professionale siete sotto tiro, non abbandonatevi alle turbe mentali e non assillate gli altri con giudizi e sentenze,

abbiate rispetto della libertà altrui. L’amore non è male ma occhio alla salute. Dimostrate quanto valete.

SCORPIONE (23.10/22.11) E’ il mese che getta le basi per grossi cambiamenti, soprattutto nella seconda metà. Il lavoro presenterà sbocchi ed

opportunità inattese. L’amore si rafforza o incomincia, abbandonatevi ad esse. Vi liberate di una grande zavorra e avrete nuove prese di coscienza.

SAGITTARIO (23.11/21.12) Un disagio, per altro previsto, arriva puntualmente come pure notizie ottime riguardanti lavoro e carriera, non fate

guerra ai superiori. Un vacanza ristoratrice vi gioverà sia con gli amici che con il partner. Gli influssi negativi sono passati.

CAPRICORNO (22.12/20.01) In affari, come nel lavoro, va rivisto qualcosa. Riflettete bene prima di agire, ma tenete in forte considerazione l’intuito.

I doveri famigliari vi rendono agitati, armatevi di pazienza. Vi saranno incontri intriganti e galanti. Regalate le vostre emozioni a chi vi è teneramente

vicino. Amore in crescita.

ACQUARIO (21.01/19.02) Concentratevi di più su voi stessi, e riversate la vostra attenzione sul lavoro, nuovi ottimi progetti in vista. Ci sarà l’occasione

per iniziare un amore importante, mentre vi riappacificherete con la famiglia. L’intuito farà da guida, calmate le vostre ansie, mettete in

moto la volontà.

PESCI (20.02/20.03) Le energie e le idee bloccate dentro di voi, finalmente prenderanno la via della realizzazione. L’amore trarrà giovamento da

questo nuovo impeto, così pure le libere professioni, le critiche negative non devono toccarvi. La serenità e la lucidità devono avere il sopravvento.


Campo de’ fiori 35

Rifiuti: più conveniente produrli o smaltirli?

di Giovanni Francola

Ecologia e Ambiente

Nelle tante attività dell’uomo, la cosa più

naturale è quella di produrre rifiuti di varie

tipologie.

Tuttavia, mentre i rifiuti di animali al

pascolo sono solo fertilizzanti per il terreno,

i rifiuti prodotti dall’uomo possono soffocare

complete aree del pianeta.

Continuare, da parte di industrie, ad utilizzare

materiali non reinseribili nel ciclo biologico,

comporta un aumento complessivo

dello smaltimento.

Per troppi anni la corsa allo sviluppo e alla

crescita economica, al fine di un “bene

comune”, ha prodotto indesiderati rifiuti,

senza porsi minimamente il problema di

come e dove smaltirli.

La cultura “usa e getta” si è sempre, pre-

potentemente, diffusa nel tessuto sociale,

colpa anche dei continui spot pubblicitari

che hanno fatto di questo l’unico e conveniente

stile di vita da seguire.

Solo in questi ultimi anni si intravedono

iniziative per promuovere comportamenti

di riutilizzo nel riciclaggio e, infine, nel

recupero di certi materiali.

La ricerca per una via alternativa a questi

problemi, porta, inevitabilmente, a scelte

più sobrie.

Può sembrare un concetto difficile

da acquisire e attuare,

ma pensiamo a quante cose

acquistiamo ogni giorno per

poi rivelarsi superflue e inutilizzabili

nel tempo.

Iniziamo a pensare con un

pizzico di buon senso in più e

con meno bramosia di acquistare

tutto e subito.

Le discariche, i termovalorizzatori,

o meglio di dissociatori

molecolari, possono essere

sicuramente soluzioni per

mettere fine a continue emergenze,

ma se chi detiene il

potere decisionale non si dissocerà

prima da logiche perverse,

basate soltanto su

grandi profitti, tutto questo si

rivelerà insufficiente e inutile

nel tempo.

Info Pubb. 0761.513117

Desidero ringraziare tutti quelli che hanno

acquistato il mio libro “Sunny un pieno di

Sole” edito da Ennepilibri. Se la vostra libreria

di fiducia ne è sprovvista, il libro può essere

acquistato direttamente dalla casa editrice

consultando il catalogo www.ennepilibri.it

senza nessuna spesa di spedizione, o in tante

librerie online. Recentemente è stato inserito

anche sul sito bazar di Legambiente


36

Qualche numero fa abbiamo parlato di

imbottigliamento e travaso.

Ma qual è il periodo giusto per imbottigliare

il nostro vino? La tradizione vuole che il

momento migliore sia indiscutibilmente il

mese di Marzo, e questo per una serie di

motivi. Qualsiasi vino, giovane o invecchiato

che sia, durante l’inverno deposita

sul fondo del recipiente in cui esso è contenuto,

la maggior parte delle sostanze

tenute in sospensione, per cui, finito questo

ciclo (alla fine dell’inverno), è maturo

per passare in bottiglia: quindi la regola

dell’imbottigliamento marzolino non vale

soltanto per il vino nuovo, ma anche per i

vini di vendemmie precedenti destinati a

passare dalla botte alla bottiglia.

Bisogna considerare che in Primavera, la

temperatura è ancora sufficientemente

fresca, per cui non c’è il pericolo che le

sostanze depositate sul fondo ritornino a

“galleggiare”. Non mi stancherò mai di

ripetere, che il vino è una sostanza viva,

che si muove secondo cicli particolari.

In particolare, nel mese di Marzo, è facile

imbattersi in belle giornate decisamente

primaverili, tiepide, luminose, serene e

senza vento… sono queste le giornate

indicate per l’imbottigliamento.

La cosa di maggior rilievo, è però, la tipologia

di vino da imbottigliare.

I Vini Bianchi: Specie la tipologia Bianchi

Secchi, non sopporta l’invecchiamento

prolungato, perché, come ormai sappiamo

la caratteristica principale è la freschezza,

va quindi imbottigliato, proprio nel mese di

Marzo successivo alla vendemmia, a meno

Campo de’ fiori

L’angolo ... cin cin di Letizia Chilelli

Quando e come imbottigliare?

che non si tratti di vini bianchi di particolare

pregio e struttura, che resteranno in

botte per un anno di affinamento in più.

I Vini Bianchi Dolci o Amabili: Qui,

bisogna prestare attenzione, perché la

presenza di zuccheri in abbondanza costituisce

motivo di scarsa stabilità, infatti lo

zucchero può fermentare ed il vino sarà

soggetto ad intorbidamento. Se si verificasse

ciò, occorre effettuare una o più filtrazioni

( operazione da effettuare a cura

del produttore, il “cantiniere” deve solo

controllare che il vino dolce sia pronto per

l’imbottigliamento).

I Vini Rossi: Come detto più volte i Vini

Rossi Secchi, hanno bisogno di un lungo

invecchiamento in botte prima di passare

in bottiglia : generalmente questo periodo

non è mai inferiore ai due anni e va fino ai

quattro, cinque anni. In questo periodo il

vino acquista grazie a complessi fenomeni

chimici, fisici e biologici, caratteristiche che

non acquisterebbe se fosse messo in bottiglia

in anticipo. Quindi non ha senso

acquistare un grande Chianti o un Barolo

pochi mesi dopo la vendemmia per portarselo

a casa da invecchiare, il Vino Rosso

invecchiato va imbottigliato al momento

giusto, ed inoltre, va mantenuto nella bottiglia

almeno sei mesi, perché grazie a

questa permanenza affina maggiormente i

caratteri acquisiti nella botte.

Dai sei mesi in poi, il vino è pronto per

essere consumato. Per i Vini Dolci o

Amabili, il discorso è lo stesso fatto per i

vini Bianchi: devono essere portati a casa

maturi per l’imbottigliamento, evitando in

IL PERSONAGGIO

MISTERIOSO

Di lato è riportata la foto di

un personaggio famoso.

Sapresti dire di chi si tratta?

I primi cinque che,

telefonando in redazione,

daranno la risposta esatta riceveranno

un simpatico omaggio

offerto dalla profumeria Paolo

e Concetta

questo modo intorbidamenti o altri difetti.

Le bottiglie, che lasciamo destinate a rimanere

lungo tempo in cantina, debbono

contenere, sempre, vini di gran corpo e di

elevata gradazione alcolica, devono avere

tappature perfette ed eseguite subito.

Dopo aver scelto il vino e il periodo possiamo

passare all’operazione di imbottigliamento.

Abbiamo già accennato le

avvertenze che bisogna osservare durante

il lavaggio delle bottiglie, quando poi

saranno asciutte, devono essere controllate

una per una per constatarne la loro

“buona salute” ed evitare che vi siano presenti

residui di natura fecciosa, di sughero,

o frammenti di vetro. Meglio usare, quindi,

bottiglie nuove, che al massimo sono

impolverate, ma che si lavano facilmente.

Se però utilizziamo bottiglie usate, facciamo

ben attenzione che il collo non sia

sbeccato o che non ci siano incrinature del

vetro. Il riempimento della bottiglia va

fatto in modo che a tappatura ultimata

non rimangano più di due centimetri di

vuoto dal livello superiore del vino al livello

inferiore del tappo. È un brutto errore

riempire la bottiglia fino all’orlo, perché al

momento della tappatura una parte del

contenuto inevitabilmente trabocca, si

sciupa così del vino e per di più si sporca

il pavimento! Ma c’è anche un fatto molto

più importante : dentro la bottiglia occorre

una giusta quantità di aria che ci cautelerà

contro i fenomeni di natura ossidoriduttiva,

dannosissimi al vino nel periodo

che può essere considerato “di riposo”.

continua sul prossimo numero....

Protegge i tuoi valori

Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25

01033 Civita Castellana (VT)

Tel.0761.599444 Fax 0761.599369

silviamalatesta@libero.it


Nonostante i provvedimenti

preventivi

presi con la legge 626

sulla tutela dei lavoratori,

il 75% di essi soffre

di “mal di schiena”.

La meravigliosa struttura

discriminata è

proprio la colonna

vertebrale costituita

da 33-34 unità, le vertebre,

tenuta insieme

da una solida rete di

legamenti, piccoli e

grandi muscoli, dotata di un eccezionale

sistema ammortizzante, costituito da una

specie di “cuscinetti” posti tra una vertebra

e l’altra che si adattano ad ogni piccolo

spostamento, attenuando ogni sollecitazione

esterna.

La colonna è suddivisa in 4 tratti: cervicale,

dorsale, lombare e sacrale, alternando

rispettivamente una curva lordotica ed una

cifotica, che entro un certo margine di

gradi sono definite fisiologiche o normali.

I dolori più frequenti sono quelli del tratto

cervicale (cervicalgia) e lombare (lombalgia).

Nell’80-90% dei casi si tratta di dolori

comuni non correlati a cause specifiche; le

più significative, tra i lavoratori, sono le

posture scorrette mantenute a lungo

(soprattutto quella seduta diventata sempre

più frequente tanto da far parlare di

involuzione dell’homo erectus verso l’homo

sedens: impiegati, camionisti, sarte,

studenti), o il sollevamento di carichi o

troppo pesanti oppure in posizioni svantaggiose

(muratori, liberi professionisti).

Queste manifestazioni dolorose, in particolar

modo la lombalgia, rappresentano un

grosso danno per tutti, in quanto hanno

un costo sociale e sanitario enorme per

spese mediche e per giornate di lavoro

perse. Pertanto è necessario conoscere i

mezzi a nostra disposizione per prevenire

o poter curare tali patologie.

Innanzitutto è necessario effettuare una

diagnosi precisa con una visita ortopedica

o, a seconda del tipo di danno, anche neurologica

e, laddove siano richiesti, avvalendosi

anche di RX, Risonanza Magnetica

e TAC.

Una volta individuata la causa, che può

Campo de’ fiori 37

LA LOMBALGIA: UN PROBLEMA SOCIALE – COME COMBATTERLA

a cura del

Dott. Luca Capaldi

Fisioterapista

INFORMAZIONE MEDICA a cura dello

essere un’anomalia strutturale della colonna,

artrosi, un’ infiammazione muscololegamentosa

o radicolare, un trauma o

una frattura vertebrale, un danneggiamento

del disco intervertebrale (ernie o protusioni)

si deciderà il da farsi.

Il primo intervento consigliato è il riposo

(non troppo prolungato) e l’uso di farmaci

anti infiammatori dei quali è importante

non abusare, perché tolgono il dolore ma

non risolvono il problema.

A questo punto entra in gioco la fisioterapia

che può rappresentare un alleato formidabile

nella cura e nella prevenzione

delle ricadute del dolore alla colonna.

Molti afflitti da questa sintomatologia si

chiedono se è possibile anche il solo

miglioramento, poiché il dolore, in molti

casi, può diventare talmente insopportabile

e invalidante che chi ne è colpito si avvilisce

e si deprime.

La fisioterapia agisce tramite tecniche

manuali e strumentali rispettando il corpo,

guidandolo verso una naturale guarigione.

Per tecniche manuali si intende per esempio

il massaggio, di cui esistono vari tipi,

come il decontratturante, il rilassante,

energizzante, di svuotamento, connettivale,

tra i quali il fisioterapista sceglierà il più

idoneo alla problematica.

I pompages, che consistono in trazioni

muscolo-tendinee che ripristinano gli spazi

tra le vertebre e liberano le possibili strut-

ture nervose o muscolari intrappolate dal

ravvicinamento della vertebra superiore

con quella inferiore a causa del peso o di

forti sollecitazioni esterne.

Sempre per la riduzione del dolore vengono

utilizzati i mezzi fisici strumentali come

la LASERTERAPIA, l’ ULTRASUONOTERA-

PIA, la TENS, le CORRENTI DIADINAMI-

CHE, l’IPERTERMIA, la TECARTERAPIA che

agiscono come anti infiammatori o creando

l’effetto di un massaggio tramite l’alternanza

di stimoli elettrici.

L’intervento fisioterapico non si limita solo

alla risoluzione del dolore, ma offre inoltre

la possibilità di evitare di ricadere negli

errori quotidiani che fanno tornare la sintomatologia

dolorosa.

Costituisce una prevenzione nonché una

cura la ginnastica posturale singola o di

gruppo.

Il fisioterapista, attraverso il mantenimento

di posture prolungate, associate alla

respirazione, agisce sulla rigidità delle

strutture articolari e muscolari restituendo

l’elasticità perduta eliminando il dolore.

Anche se il ritmo frenetico della società

odierna ci impone scorciatoie spesso dannose,

il buon esito del trattamento e la

durata degli effetti positivi nel tempo

dipende, chiaramente, anche dall’impegno

nel cambiare atteggiamenti di vita quotidiana

e lavorativa scorretti che possono

contribuire al ritorno del dolore.


38

Campo de’ fiori

RUBRICA MEDICA

Ho compiuto da poco 55 anni e, risolti

alcuni problemi legati alla menopausa,

mi sento veramente in forma.

Ma il mio medico insiste affinché,

oltre ai periodici controlli senologici

ed al pap test, mi sottoponga anche

agli esami per la prevenzione del

cancro del colon e del retto.

Ora mi chiedo: è proprio utile questa

prevenzione? A quale età conviene

iniziarla? E con quali esami?

Premetto di essere in piena sintonia con il

Suo medico. E se, nel consigliarLa, “insiste”,

può considerarlo veramente “di fiducia”.

● Lei vuole sapere se la prevenzione

del cancro colo-rettale sia utile.

Una spiegazione esaustiva richiederebbe

molte pagine ed alcuni passaggi noiosi.

Cercherò di essere chiaro e, al contempo,

convincente, nello spazio limitato di cui

dispongo. Il cancro del colon-retto

(che in seguito abbrevierò “CCR”) è molto

diffuso in tutti i paesi industrializzati.

La sua frequenza, bassa fino ai 40

anni, aumenta progressivamente da

tale età per raggiungere le percentuali

più elevate intorno ai 70 anni.

Si prevede che ogni anno, in una

popolazione di 100.000 abitanti,

insorgano oltre 50 nuovi casi di CCR.

In Italia il CCR rappresenta la seconda

causa di morte per tumore, sia tra

le donne (dopo quello mammario)

che tra gli uomini (dopo quello polmonare).

Citare questi dati, seppur veritieri,

in una rivista non destinata agli

“addetti ai lavori” ma ad un ampio pubblico,

potrebbe essere giudicato un comportamento

inutilmente allarmistico. Così non

è. Innanzitutto, solo attraverso la comprensione

della reale portata di un problema

si può stimolare nei cittadini il desiderio

di sottoporsi spontaneamente ad esami

preventivi oppure ottenerne ampia adesione

ad eventuali programmi regionali di

screening.

In secondo luogo, quanto più si è in grado

di porre, su un piatto di un’ipotetica bilancia,

armi in grado di ridurre fortemente

l’incidenza e la mortalità del CCR, tanto più

è colpevole nascondere all’opinione pubblica

la diffusione e la pericolosità di quanto

è contenuto nell’altro piatto della bilancia.

Recenti studi sul DNA delle cellule

neoplastiche del colon hanno confermato

le tappe della progressione

dalla mucosa normale al CCR:

epitelio normale - iperplasia - polipo

con displasia lieve - (polipo con

displasia moderata) - polipo con

displasia severa - cancro in situ - cancro

infiltrante - cancro metastatico.

E’ solo un elenco di termini di scarso significato?

No! Siamo letteralmente entrati in

possesso dei piani di battaglia del nemico.

Ma solo attaccando per primi lo sconfiggeremo.

Sappiamo che da un’area di iperplasia

nascerà un piccolo polipo. Questo dovrà

crescere, percorrere 2 o 3 gradini di

displasia, iniziare a degenerare in un’area

ristretta della sua superficie e, prima di

essere quasi imbattibile, divenire infiltrante.

Tanti passi, da percorrere più o meno

lentamente. Ed allo scoperto.

Allo scoperto perché con i nostri moderni

e sofisticati strumenti elettronici, i videocolonscopi,

siamo in grado di ispezionare

agevolmente tutto il colon, spruzzarne le

zone sospette di coloranti vitali per discriminare

tra iperplasia, adenoma (polipo) e

carcinoma (cancro), infine ingrandire le

immagini della superficie mucosa fino ad

ottenere quasi un esame istologico “in

vivo”.

Ma possiamo fare di più. Con l’ausilio di

anse metalliche e di un elettrobisturi possiamo

asportare sia aree piane di mucosa

sospetta che polipi displastici o già cancerizzati.

Se l’esame istologico del materiale asportato

non oltrepasserà lo stadio del “carcinoma

in situ” il nostro intervento endoscopico

sarà stato curativo ed il cancro

sconfitto definitivamente nel corso di un

esame preventivo!

Nel caso, invece, di un referto di “carcinoma

infiltrante”, la diagnosi sarà stata

comunque posta in uno stadio del CCR più

precoce rispetto a quello che sarebbe

stato diagnosticato in un esame endoscopico

eseguito per la comparsa dei sintomi

specifici, quali dolore, anemia, emorragia

o ostruzione. Un intervento chirurgico

tempestivo avrà quindi maggiori probabilità

di essere curativo e la prognosi, espressa

come percentuali di sopravvivenza, sarà

migliore.

● Alla Sua domanda sugli esami da

utilizzare per la prevenzione del CCR

posso rispondere in poche righe.

Innanzitutto non quali, ma quale. L’unico

esame d’eccellenza, tanto da essere utilizzato

da anni negli U.S.A. quale esame di

screening di massa, è la colonscopia.

Sensibilità diagnostica superiore al 95%,

specificità assoluta, capacità di essere al

contempo diagnostica ed operativa, costo

ragionevole, ampia diffusione dei centri

endoscopici e, grazie ai sedativi di recente

introduzione, risoluzione del problema del

discomfort” dei pazienti, sono i punti di

forza della colonscopia.

Altri esami quali la ricerca del sangue

occulto fecale, il clisma opaco, la colonscopia

virtuale e la sigmoidoscopia, per

varie motivazioni, non possono raggiungere

risultati analoghi.

● Circa l’età in cui iniziare la prevenzione

del CCR questa varia, tra un

individuo e l’altro, in base alla classe

di rischio alla quale si appartiene.

I soggetti apparentemente sani che non

abbiano avuto casi di neoplasia digestiva

tra i familiari di 1° grado sono considerati

a “rischio generico” per CCR. In questo

gruppo, che è di gran lunga più numeroso

degli altri, si svilupperà il 75% dei casi di

CCR. Verranno inseriti in un protocollo di

“screening” che prevede l’esecuzione

della prima colonscopia al compimento del

50° anno. Successivamente, fino agli 80

anni, saranno sottoposti ad una colonscopia

ogni 10 anni.

Nella categoria dei soggetti a “rischio

moderato”, che svilupperanno il 15-20%

del totale dei CCR, rientrano coloro che

hanno avuto casi di CCR tra i familiari di

grado.

Non solo il rischio di ammalarsi, rispetto

alla popolazione generale, aumenta di 2-3

volte in base al numero dei familiari colpiti,

ma anche l’età di insorgenza del CCR è

più precoce. La “sorveglianza” inizia perciò

a 40 anni, o 10 anni prima dell’età più

bassa in cui è stata posta diagnosi di CCR

in un familiare, e prevede l’esecuzione di

una colonscopia ogni 5 anni.

Il rimanente 5-10% dei casi di CCR colpisce

i soggetti “ a rischio elevato”. In

particolare gli appartenenti a famiglie con

alterazioni genetiche che favoriscono lo

sviluppo di diversi tipi di cancro in più

membri della stessa famiglia. L’età di inserimento

nei protocolli di”sorveglianza

intensiva” e la frequenza dei controllo

cambia in base al tipo di sindrome ereditaria.

Il mio consiglio, se si sono oltrepassati i 50

anni o se nella propria famiglia si sono presentati

uno o più casi di neoplasia, è quello

di rivolgersi al proprio medico, oppure ai

sanitari di un centro di Endoscopia

Digestiva, per la valutazione del livello individuale

di rischio e l’inserimento in un protocollo

di screening o di sorveglianza più o

meno stretta.

Dott. Gino G. Giuri

Direttore della Struttura di Endoscopia

Digestiva Ospedale di Civita Castellana

INDIRIZZATE LE VOSTRE DOMANDE AI MEDICI SPECIALISTI CHE COLLABORANO A QUESTA RUBRICA DIRETTAMEN-

TE PRESSO LA NOSTRA REDAZIONE, Piazza della Liberazione n. 2 - 01033 Civita Castellana (VT) - Tel/Fax:

0761.513117 o per e-mail: info@campodefiori.biz


di

Alessandro Soli

In questi quattro

anni di Campo de’

fiori non ho mai toccato

l’argomento calcio,

mia grande passione,

oltre naturalmente

alla poesia;

voglio iniziare a farlo

da questo numero,

consapevole che

susciterò l’attenzione

di molti, ma nello stesso tempo l’indifferenza

di chi vede il calcio con occhi diversi.

Naturalmente rispetterò la prospettiva

del Come eravamo, narrando fatti e ricordi

tanto cari ai miei coetanei: proporrò

foto storiche, e perchè no, le mie poesie

sull’argomento, Insomma cercherò di spiegare,

perché questo, non a caso, viene

definito “il gioco più bello del mondo”, malgrado

tutto. Quando nei miei primi articoli

descrivevo i giochi dell’infanzia, feci un

breve accenno alle sudate durante le interminabili

partite a pallone fatte nel quartiere,

quando si giocava dal primo pomeriggio

fino a sera, correndo tutti dietro a

quella palla di cuoio duro, con la chiusura

formata dalla stringa passata tra i fori, che

contenevano la camera d’aria in gomma, e

che, se colpita di testa in quel punto, faceva

maledettamente male (specialmente

quando pioveva). Ecco allora il perché del

fazzoletto legato sulla fronte, sinonimo di

sudore-dolore, che ci riportava agli albori

di questo sport, quasi ad emulare i primi

praticanti, veri e propri eroi, come quelli

che vedete nelle foto a fianco. E’ grazie a

loro se il calcio si è diffuso nel nostro

paese. Personalmente posso testimoniare,

pur rimanendo nel microcosmo del mio

paese, Civita Castellana, che giocando a

pallone, si sono formate tante generazioni,

tanti giovani che, oltre a divertirsi e divertire,

rincorrevano non solo la palla, ma

anche un futuro migliore. Sono passati

tantissimi decenni e quelli che vedete nelle

foto, purtroppo, sono scomparsi da tempo.

Uno solo è rimasto e precisamente Oscar

Ammannato, che proprio l’ 8 Febbraio u.s.

ha compiuto novant’anni, e al quale mi

lega oltre all’amicizia, anche una parente-

Campo de’ fiori 39

Come eravamo

Calcio, piccolo grande amore

Civita Castellana anni ‘20 squadra “Veliti del Littorio”. In piedi da sx Arnolfo Costantini, arbitro, Roberto

Tognoli, Gino Santi, Alvaro Bernardi, Osvaldo Coletta, Vicario Federici, Olindo Percossi. In seconda fila da

sx: Alfonso Francocci, Corigio Fantera, Quirini (Napoletano). In basso da sx: Romeo Fantera, Raffaele

Coletta, Nazareno Mazzalupi

Civita Castellana anni ‘30. In piedi da sx: Eteocle Carabelli, Luigi Piergentili, Paolo Montini, Luigi

Millozzi, Omero Ammannato, Lorenzo Gai, Oscar Ammannato (citato nell’articolo), Pierino Peri.

Seconda fila da sx: Rodolfo Quirini, Gennaro, Fernando Nobili.

In basso da sx: Mario Biagiola, Arnaldo Carloni, Carlo Arrigoni.

la acquisita (suocero di mia sorella).

Quando mi diede appunto quella foto, vidi

nei suoi occhi un bagliore strano, e mentre

mi dettava i nomi dei componenti della sua

squadra, descrivendomi il ruolo e le caratteristiche

di ognuno, notai quanto orgoglio

e quanta fierezza traspariva dalle sue

parole. Capii subito che il giocare a pallo-

ne, ai suoi tempi, era qualcosa di mitico,

qualcosa che li avvicinava agli antichi atleti

di Olimpia. I campi di gioco, come tali,

non esistevano, si andava in campagna,

dove c’era una spianata, era lì che si piazzavano

le porte, era lì che iniziava il combattimento,

era lì che il calcio sarebbe

divenuto “ Il gioco più bello del mondo”.


40

continua dal n. 46......

Un altro episodio della

sua vita (del quale sono

venuto a conoscenza ma

ne esistono tanti!) che

voglio raccontare è il

seguente: qui siamo nel

1944, più precisamente

nel periodo dei bombar-

damenti aerei alleati sull’Italia; come è

noto, Civita Castellana non fu risparmiata.

Il professore si trovava in sala operatoria

quando iniziarono a cadere le bombe su

Civita che avevano come obiettivo le scuole

elementari, dove alloggiavano gran

parte delle truppe tedesche, di occupazione

del nostro comune; come è noto, le

bombe di allora erano meno intelligenti

(come si suol dire) di quelle attuali.

Infatti alcune vennero a cadere nei pressi

dell’ingresso dell’ospedale Andosilla e tutta

la struttura ospedaliera tremò in modo

pauroso; vi fu un fuggi fuggi generale, l’istinto

era quello di scappare; il Professore

incurante dell’evento, continuò ad operare

imperterrito.

Egli si posizionò con rapida mossa, sopra

il paziente che era sotto i ferri, per proteggerlo

da vari calcinacci che stavano cadendo

dal soffitto, con le braccia appoggiate

sul lettino per non toccare il corpo.

L’equipe della sala operatoria era composta

da un altro medico, una suora, e due

paramedici; vi fu un rapidissimo scambio

di sguardi fra Ferretti e tutti gli altri ed

anche se l’istinto era quello di scappare,

nessuno si mosse!

L’intervento continuò, ma appena finito,

iniziarono ad arrivare i vari feriti, la maggior

parte gravi; vi furono anche alcuni

morti.

Il prof. Ferretti operò in modo continuo per

alcuni giorni, senza mai riposarsi e crollò

dal sonno solo dopo che la situazione era

tornata sotto controllo. Un altro episodio,

che ritengo valido da raccontare è quello

relativo all’incidente automobilistico dove

vennero coinvolti tre ufficiali della milizia.

Siamo nel 1938, esattamente due giorni

dopo della visita di Hitler a Roma; come è

storicamente noto, durante la visita vi fu

un grande raduno politico che coinvolse

gran parte delle strutture facenti parte del

potere di allora.

Dopo questo raduno, alcuni ufficiali della

milizia fascista provenienti da Perugia,

ritornavano a casa, percorrendo con la

propria automobile la via Flaminia verso

Terni. All’altezza della curva da noi chia-

Campo de’ fiori

Per ricordare il Professore

Vincenzo Ferretti (1873 - 1955)

di Arnaldo

Ricci

Civita Castellana 1953 Conferimento della cittadinanza onoraria al prof. Vincenzo Ferretti

mata curva esse la loro Lancia andò fuori

strada capottando; a bordo vi erano un

colonnello, un maggiore ed un capitano; il

colonnello rimase seriamente ferito, mentre

gli altri due se la cavarono con lievi

escoriazioni.

Vennero tutti portati all’ospedale Andosilla

dove Il Professore, dopo una breve visita

decise un intervento chirurgico d’urgenza

per il ferito grave; erano le una di notte

ma Ferretti era sempre disponibile, perché

come detto sopra, alloggiava a dieci metri

dalla camera operatoria!

Esattamente due giorni dopo l’intervento

sul colonnello, verso le ore 13.30, si presentarono

all’interno dell’ospedale due

ufficiali superiori della milizia fascista, in

uniforme, probabilmente anche loro di

Perugia, per fare visita al loro collega che

non era rientrato. Appena varcata la soglia

della porta a vetri (ancora è la stessa)

dopo aver salito le scalette esterne, iniziarono

a percorrere il corridoio del primo

piano, con passo cadenzato e sicuro, di

quella sicurezza derivata dall’appartenenza

della milizia che come è noto, era il braccio

armato del potere politico di allora.

In quel preciso istante Il prof. Ferretti usciva

dal padiglione di degenza del reparto

medicina e si trovò di fronte questi due

militi; quello con grado più elevato disse

rivolto al Professore “…Buongiorno…..stiamo

cercando il nostro collega qui ricoverato…….ci

sa dire dove si trova?.....” Il professore

fissò per alcuni interminabili

secondi i loro occhi poi esclamò a gran

voce “ Fuoriiiii…..andate fuoriiii……..questa

non è l’ora di visita ai malatiiiii!!!!!! “ I due

ufficiali rimasero impietriti e con un gesto

di scusa fecero dietro front, uscendo frettolosamente

dalla porta a vetri, rimanendo

in piedi fuori sotto il sole, fino all’ora della

visita parenti.

Evidentemente la sensazione di autorità

che aveva trasmesso loro il Professore, fu

considerata in quel momento, superiore a

quella che loro stessi rappresentavano.

Subito dopo, Il Professore convocò l’ad


detto alla sicurezza (a quei tempi veniva

chiamato il sorvegliante) che dovette giustificarsi,

perché aveva fatto entrare quei

due! Il poveretto balbettando disse “ incutevano

soggezione……non ho avuto il

coraggio di fermarli…” Il Professore rispose

“ …che non succeda più….. vada..”.

Poi, il colonnello ferito, venne dimesso

dopo circa un mese ed uscì camminando

sulle sue gambe, ringraziando con estrema

riconoscenza, Il Prof. Ferretti e tutti i

suoi collaboratori per le efficaci cure ricevute.

Un altro episodio di abnegazione professionale,

si verificò nel settembre 1943;

quando vi fu lo scontro frontale di due

treni della Roma Nord, esattamente all’altezza

della curva che si trova sotto il cimitero

di Rignano Flaminio.

Considerato, ancora attualmente, dagli

esperti di trasporto ferroviario, il più grave

incidente delle ferrovie italiane, con oltre

cento morti e circa duecento feriti più o

meno gravi.

Nonostante gli immediati soccorsi, con il

determinante aiuto delle truppe tedesche

che si trovavano casualmente a transitare

sulla via Flaminia con decine di camion, il

bilancio finale fu disastroso!

Ovviamente, l’ospedale più vicino all’incidente

era l’Andosilla e la maggior parte dei

feriti venne portato con i camion a Civita.

Chi si trovò li al momento dell’arrivo dei

feriti vide l’inferno dantesco!

Campo de’ fiori 41

Ebbene il Professore rimase calmo ed iniziò

a lavorare giorno e notte come era nel

suo stile, nonostante fosse vicino ai settanta

anni.

Tutti si meravigliarono della sua resistenza

fisica nei giorni che seguirono. Come ultimo

episodio, voglio scrivere quello accaduto

ad una mia zia materna (sorella di

mia madre). Siamo negli anni immediatamente

successivi alla guerra e mia zia era

stata ricoverata all’ospedale per delle complicazioni

ad una gamba derivanti da una

mala caduta.

Alla visita che decise il ricovero, Il professore

andò su tutte le furie perché a suo

avviso, era trascorso troppo tempo dalla

caduta; era già in corso una seria infezione

e si rischiava l’amputazione della

gamba! Il professore parlò con mio zio (il

marito) e gli comunicò in forma chiara il

rischio che si correva; per salvare la

gamba, sarebbe stata necessaria la penicillina

che gli americani usarono con soddisfacenti

risultati verso la fine della guerra.

In Italia ancora non era diffusa; anche se

si fosse trovato il modo di farla arrivare

dagli Stati Uniti, secondo Il Professore,

non si sarebbe fatto in tempo. Constatata

questa situazione, egli decise di tentare

immeditamente un intervento chirurgico

come ultima spiaggia e disse a mio zio: “

se entro due giorni dall’intervento non si

hanno buoni risultati…..devo comunque

procedere all’amputazione “.

Il giorno dopo mia zia si svegliò il mattino

con temperatura quasi normale, senza più

atroci dolori alla gamba e con voglia di

chiacchierare: era evidente che l’intervento

era andato a buon fine! Verso le nove Il

professore iniziò la visita in corsia come di

consueto; quando fu ai piedi del letto

disse: “ come va signora” prontamente

mia zia (che era di una incrollabile e profondissima

fede cattolica) rispose: “credo

di stare molto meglio…grazie a Dio….”con

tono sensibilmente alterato Ferretti replicò

“ lei può ringraziare Dio tutte le volte che

lo ritiene opportuno…..ma questa volta

deve ringraziare il sottoscritto…..” mia zia

rimase ammutolita. Nei decenni, successivi,

la zia, mi raccontò molte volte questo

episodio, arricchendolo ogni volta di particolari;

l’ultima volta che ne parlò ( fine

anni 70) aggiunse: “ si è vero…….oltre

trent’anni fa, la gamba me la salvò Ferretti

ma senza il volere di Dio anche Lui che è

stato un grande….nulla avrebbe potuto.”

Ella morì poi nel 1980 di morte naturale.

Vi sono poi altri episodi, dei quali sono

venuto per varie ragioni a conoscenza ma

credo che quanto detto, sia abbastanza

per ricordare, come diciamo noi a Civita,

“Ferretti”. Le spoglie del Professor

Ferretti riposano nel cimitero di Petrella

Salto (RI), suo paese natio.

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42

Campo de’ fiori

CIVITONICI ILLUSTRI

Il capo d’arte

Alfio De Angelis

Con Regio Decreto n.544 del 3 Maggio

1914, a firma di Vittorio Emanuele III,

viene istituita a Civita Castellana la Regia

Scuola Professionale per la Ceramica,

l’attuale Istituto d’Arte, “……… allo scopo

di contribuire all’incremento e perfezionamento

dell’industria figulina locale, fornendo

insegnamenti tecnici ed artistici applicati

all’arte ceramica”.

I primi corsi attivati erano della durata di

tre anni con un quarto anno di perfezionamento

autorizzato dallo stesso regio

decreto. Accanto alle materie di laboratorio

ceramico, come decorazione e formatura-foggiatura,

gli insegnamenti attivati

riguardavano i fondamenti del disegno dal

vero, del disegno geometrico e di materie

più tradizionali come scienze, matematica

e italiano. Nel 1926, direttore il Professore

Virgilio Carotti, la scuola partecipa

all’Esposizione Nazionale dell’Industria e

Artigianato di Firenze ottenendo la medaglia

d’argento che consacra definitivamente

il ruolo di alta professionalità e la

qualità stessa della produzione didattica e

formativa della scuola civitonica. E’ in questo

ambiente scolastico di eccezionale

levatura artistica e produttiva che si forma

il Professore Alvio, “Alfio”, De

Angelis, nato a Civita Castellana il 7

Settembre 1916, valente ceramista e designer,

uno dei primi allievi della scuola e

successivamente docente o capo d’arte

secondo la terminologia ministeriale del

tempo. Gli anni ’30 sono intensi e proficui

per l’istituto cittadino: i locali stessi risultano

migliorati e vengono ampliati i locali

adibiti a laboratorio di decorazione e sala

forni. La partecipazione a mostre esterne

e’ costante e significativa come quella

indetta nel 1937 dall’Ente Provinciale per il

Turismo di Viterbo e nel ’38 la partecipazione

alla Triennale di Arti Decorative di

Milano. Nel 1940 entra nella scuola come

docente di decorazione ceramica il

Professore Alfredo Crestoni, successivamente

direttore e il 1 Ottobre 1942

come docente di formatura e foggiatura lo

stesso Alfio De Angelis, dopo un intenso

periodo di apprendistato in alcune manifatture

ceramiche locali come la stessa

“F.A.C.I.” di Adolfo Brunelli in via Ferretti,

nota per l’elevata qualità artistica, tecnica

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ed estetica delle sue opere in ceramica.

In quel periodo gli insegnanti d’arte applicata

venivano reclutati non attraverso il

ricorso ai concorsi ordinari come nella

prassi attuale, ma per meriti artistici e tecnici.

Nel 1943, in pieno conflitto bellico, il

Professore De Angelis viene chiamato alle

armi e destinato al fronte greco-albanese,

dove viene gravemente ferito, successivamente

fatto prigioniero e confinato in un

campo di prigionia germanico.

Ritornato a Civita Castellana, riprende la

sua attività di docente nella scuola d’arte,

dove nel 1945 viene nominato direttore il

Preside Alfredo Crestoni che procede ad

una profonda e incisiva riorganizzazione

didattica della scuola che era stata distrutta

dagli eventi bellici della Seconda Guerra

Mondiale. Una totale riorganizzazione che

investe e coinvolge gli stessi laboratori

ceramici: vengono creati nuovi spazi ed

ambienti, i forni a legna sono sostituiti da

quelli elettrici e realizzate nuove aule.

Una riorganizzazione profonda e incisiva

della stessa didattica delle materie di laboratorio

come decorazione ceramica e formatura/foggiatura

che vengono dirette e

gestite rispettivamente dai tre capi d’Arte

Olindo Percossi, Alfio De Angelis e

Fernando Piergentili, i quali assicurano

una notevole stabilità didattica e formativa,

considerato che per più di trent’anni

gestiscono il laboratorio ceramico della

scuola formando e istruendo una folta

schiera di studenti.

Il laboratorio ceramico è praticamente un

di Enea Cisbani

Alfio De Angelis al lavoro con i suoi alunni

unico e vasto ambiente dove l’allievo assiste

e partecipa all’intero processo produttivo

ceramico dalla formazione dell’impasto,

alle varie tecniche di formatura dei

modelli e stampi in gesso e foggiatura tramite

i torni a pedale o attraverso la tecnica

del colaggio di argilla liquida in appositi

stampi.

Dunque l’intero processo produttivo ceramico

in un’unica aula e non in ambienti

separati e distanti tra loro.

Una profonda e incisiva innovazione didattica

e formativa che ha reso e rende la

scuola civitonica un centro vitale di produzione

ceramica artistica e industriale.

Ripercorrere la storia umana e professionale

del Professore Alfio De Angelis significa

ripercorrere quarant’anni di storia della

scuola e della ceramica artistica locale in

generale considerato che lo stesso

Professore prima di diventare docente e’

stato allievo, poi esperto ceramista e successivamente

docente per le sue innate

qualità tecniche e rilevanti conoscenze

ceramiche conseguite sul campo attraverso

la sperimentazione continua e diretta.

Professore severo e rigoroso, Alfio De

Angelis è ricordato dai suoi allievi per le

sue profonde conoscenze tecniche e per

l’elevata qualità formale ed estetica dei

prodotti realizzati in più di trent’anni di

attività di insegnamento.

Il 1 Ottobre 1975 lascia l’insegnamento

attivo.

Scompare a Civita Castellana il 19 Marzo

2001.

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Appena fuori il centro

storico, in una via che

porta in campagna, c’è

il convento delle Suore

del Divino Amore.

Questa via è denominata

Via dell’ Asilo, perché

nel convento c’è,

da tempo, appunto l’asilo

infantile.

Tornerò a fare la storia

del convento e, fin dove sarà possibile,

quella delle suore più popolari che l’hanno

abitato, ma ora voglio abbandonarmi ai

ricordi della mia infanzia, quando anch’io

frequentavo “l’asilo de’ moniche”.

Fu quello il primo vero distacco dalla famiglia

e, per questo, non lo dimenticherò

mai.

Mia madre, forse perché troppo apprensiva

o iperprotettiva (considerato che mi

aveva allattato al seno fino a diciotto mesi,

per la paura che morissi di fame), mi doveva

accompagnare tutte le mattine, e si fermava

poi dietro la porta per sentire se

piangevo.

Scendevamo di buon ora giù per la disce-

Campo de’ fiori 43

Una “Fabrica” di ricordi

di

Sandro Anselmi

Personaggi, storie e immagini di Fabrica di Roma

“L’asilo de’ moniche”

sa di San Rocco e l’ultimo tratto di strada,

che era quello delle scalette, era il più

penoso per entrambi, perché ci avvicinavamo

al grande portone della scuola, dove

lei mi avrebbe lasciato.

Io vi sarei restato fino al pomeriggio,

quando mio padre, poi, veniva a prendermi.

Ero un bambino timidissimo e questa timidezza,

che mi ha accompagnato, poi, per

tutta la giovinezza, mi ha sempre fatto

tanto soffrire.

All’asilo, infatti, nonostante la benevolenza

delle suore, non riuscivo a stare al

passo con i miei coetanei, senz’altro più

svegli e, fors’anche, un po’ troppo vivaci,

ed allora mi intimorivano perfino i giochi di

gruppo per la paura di fare brutta figura.

Una suora dolcissima e di una certa età si

era accorta del mio disagio, ed allora mi

portava con sè a stampare le ostie per

l’Eucarestia.

Convento delle Suore Del Divino Amore

Suor Vincenza si chiamava, e quando mi

regalava i ritagli che uscivano a mo’ di

corolla dallo stampino, io non ero capace

di mangiarli perché pensavo fosse sacrilegio,

ed allora due di quelli più scalmanati,

puntualmente me li rubavano per dividerseli

fra loro.

La cosa che, forse, vedevo più bella di

tutte era il giardino.

Grande, assolato, ben curato e con delle

alte palme, mai viste prima, che io guardavo

con il naso all’insù….

continua sul prossimo numero ...


foto Mauro Topini


foto M.Topini


52

Campo de’ fiori

Album d

Maggio 1950. Gruppo di civitonici in pellegrinaggio a piedi a Roma per l’Anno Santo, insieme al Vescovo Mons. Roberto Massimiliani.

Foto del Sig. Rinaldo Cavalieri.

Anni ‘50

ragazzi di Fabrica di Roma

in Piazza Duomo.

Foto della Signora

Verena Baldassi

Anno 1939

Nazzareno Mancini

in Piazza Matteotti a Civita

Castellana

Se vi riconoscete in queste foto, venite in redazione e riceverete un simpatico omaggio. Se desiderate vedere


Campo de’ fiori 53

ei ricordi

Fabrica di Roma - II° elementare, anno scolastico 1960/61 - Foto del Sig. Franco Sciarrini

In alto da sx: Roberto Bedini, Massimo Capitoni, Doriano Pedica, Postiglione, Rodolfo Ercoli, Giuseppe Mascagna, Roberto Navalisi,

Giorgio Malatesta, Antonio Cerquetani, Franco Sciarrini, Eugenio Antonio Silvagni, Pierluigi Grandi, Piergiovanni Pelliccia.

In basso da sx: Franco Stefanucci, Maurizio Ponti, Renzo Monfeli, Giuseppe Cruciani, Giuseppe Testa, Achille Politi, Piero De Angelis, Cesare

Alessi, Giorgio Giorgi, Sergio Mastrantoni, Stefano Calabresi. Maestra: Laura Ricci Bartolocci.

1961 - Lezione di Canto Corale - Convitto Internazionale Santa Cecilia - Foto del Prof. Angelo Giovagnoli.

Da sx: Nello Pecoraro, Angelo Giovagnoli, Lucio Perugini, Romano Pucci, Annibale Rebaudengo, Maestra Renata Cortiglioni.

pubblicate le vostre foto, portatele presso la redazione di Campo de’ fiori, esse vi verranno subito restituite.


54

Auguri a Raniero Corazza e

Tamara Baglioni che hanno

festeggiato il loro compleanno,

dalla mamma, le

sorelle Paola e Stefania, i

cognati Stefano e Piero e i

nipotini Beatrice e

Giordano.

Tantissimi

auguri di buon

compleanno da

parte di

mamma e papà

al piccolo Chri

che il 5

Febbraio ha

compiuto 1

anno.

Auguri amore !

Campo de’ fiori

Tanti auguri di Buon

Compleanno a Luca De

Placidi che il 17 Marzo

compie 18 anni, da mamma,

Bizio e Lella.

Sorpresa!!

Tantissimi

auguri

amore mio

per i nostri

due anni

insieme!

Spero che

la nostra

favola sia

infinita,

come infinito è l’amore che provo per te!!

Ti amo più di ogni altra cosa …

Un bacio, tua per sempre Elisotta.

Tanti auguri a

Giuliano Natili che

il 29 Gennaio ha

festeggiato 18

anni, da Flavia,

nonna Sandra e

nonno Mario.

Tantissimi auguri

a Michela

Calamanti che il

9 Marzo compie

5 anni, dai nonni

Giovanni e Elsa,

nonna Rosa e gli

zii Paolo, Lucia,

Franco, Paola,

Daniele e

Stefano.

A Martina che il 13 Marzo

spenge la prima candelina,

tantissimi auguri da papà,

mamma, i nonni e il fratellino

Matteo.

Tanti auguri a Irene

per i suoi fantastici 18

anni che ha compiuto il

27 Febbraio, dalle sue

amiche Sara, Serena,

Sara, Mentu e Francy.

I migliori auguri a

nonna Righetta

(Enrica Testa) che ha

compiuto 88 anni il

14 Febbraio, dai nipoti

e pronipoti.


Tanti auguri a Andrea e Elisa che

il 12 e l’ 11 Marzo festeggiano il

compleanno. Auguri da tutta la famiglia.

Tanti auguri a Daniele Manini

di Fabrica di Roma che ha

compiuto 21 anni il 20

Febbraio, da mamma, papà,

Deborah e la fidanzata

Campo de’ fiori 55

Tantissimi auguri di Buon

Compleanno a Stefano Mazzilli che il

26 Dicembre ha compiuto 19 anni,

dai genitori, i nonni, gli zii, le zie,

dai cuginetti Massimo e Federico e

con un bacio da Kimberly.

Tanti auguri a Benedetta

Panunzi che il 28 Febbraio ha

compiuto il suo 1° anno e a

Federica Panunzi che l’11

Marzo compie il suo 13° anno.

Con tanto amore,

mamma e papà.

Tanti auguri a Federica Zamparini che il 9 Marzo compie 10

anni, dal papà, la mamma, i nonni, gli zii e da tutte le sue

amichette.

Tanti

auguri a

Zoe

Consorti

che il 13

Febbraio

ha compiuto

la

bella età di 91 anni, dai suoi figli

gli auguri più affettuosi.

Alla nostra principessa Asia

Bongarzone che l’11 Marzo

compie 2 anni, auguri da

mamma Federica e papà

Daniele, i nonni e gli zii.


56

Tanti auguri a

Deborah Manini di

Fabrica di Roma che

ha compiuto 18 anni il

24 Febbraio, da

mamma, papà, Daniele,

Valeria e Silvano.

Campo de’ fiori

Dolce Giada, candita bambina dall’aria

sbarazzina. C’è dipinto sul tuo bel viso un bellissimo sorriso,

hai lo sguardo delizioso e un animo gioioso, ridendo

spensierata hai riempito i nostri cuori da quando sei nata.

Tanti auguri per aver festeggiato il tuo 1° compleanno il 26

Gennaio dai tuoi genitori, dai nonni, gli zii, i cuginetti e da

chi ti ama.

Tanti auguri a Viviana

di Corchiano per il suo

24° compleanno, da

mamma, papà, nonna,

Gigio, lellone

e lellona.

Tantissimi auguri a

Christian Manoni che il 27

Febbraio ha compiuto il

suo 1° anno. Al bimbo più

speciale del mondo:

Christian sei la nostra

gioia!Ti vogliamo bene, con

amore, mamma Veronica e

papà Andrea.

A Pina e

Domenico, un

Augurio

speciale per

il Vostro

Anniversario

da Fabio,

Daniela e

Andrea.

Tanti auguri a Silvano di Corchiano

che ha compiuto 18 anni il 25

Febbraio dalla fidanzata Deborah.

Il 17 Febbraio

ha festeggiato

il compleanno

di Colomba

Crescenzi,

detta Alida.

Auguroni per i

suoi 90 anni

dalla figlia

Anna Maria e

dai nipoti.

Nonna, cento

di questi

giorni.

Tanti auguri al piccolo

Filippo di Terni che ha

compiuto 1 anno il 29

Gennaio, dal fratellino

Leonardo, le cuginette

Francesca e Federica, i

genitori, i nonni e gli zii.

Un bacio dagli amici di

Civita Castellana e dalla

piccola Giada.


Napoli?!?

No, siamo a Civita Castellana in Via San

Giovanni, angolo Via U. La Malfa, dove da

qualche giorno vengono abbandonati dei

sacchetti dell’immondizia nel basamento

della cabina elettrica. Rivolgiamo un

appello all’anonimo “signore”, perchè non

dia inizio, con il suo gesto, ad una abitudine

che ridurrebbe la nostra cittadina

come Napoli.

Campo de’ fiori 57

Buche d’autore! Abbiamo

segnalato più volte queste due buche di

Via G. La Pira a Civita Castellana che il

tempo ha pensato bene di ingrandire.

Possiamo immaginare che abbiano un

valore artistico a noi sconosciuto, visto

l’impegno al loro eccellente mantenimento.

Vorremmo consigliare la posa di un

albero in quella più profonda, data la giusta

stagione. Così facendo si potrebbe

evitare qualche grosso incidente e arricchire

l’aspetto paesagistico.

Bidoni Pedoni!

Abbiamo più volte segnalato l’anomalo

posizionamento dei cassonetti dell’immondizia

nella nostra cittadina.

Questi nella foto hanno conquistato il primato

dell’indecenza. Sono sul marciapiede

di Via della Repubblica che porta verso

Piazza dei Catamellesi a Civita Castellana,

zona ad alta intensità demografica e con

presenza di moltissime attività commerciali

e professionali e, perciò, soggetta ad

un consistente traffico pedonale.


58

Campo de’ fiori

TEATRO AMATORIALE

Il 15 febbraio u.s., nella sala consiliare del comune di Fabrica di Roma, è stata presentata alla stampa la 2° edizione della rassegna

nazionale di teatro amatoriale “ Premio Anchise Marcelli”. Il direttore artistico Carlo Ciaffardini ha illustrato alla presenza del sindaco

Giuseppe Palmeggiani, dell’Ass.re alla cultura Augusto Vigi, della Pres. Pro Loco Stefania Stefanucci, la fase organizzativa della manifestazione,

che annovera quale presidente di giuria l’illustre Magdi Allam vice direttore del Corriere della Sera, ormai cittadino fabrichese.

L’augurio auspicato dagli organizzatori e dall’Amm.ne comunale è quello che si ripeta il successo della scorsa edizione, quando il Palarte

vide il tutto esaurito nei suoi 450 posti per ogni rappresentazione. E’ stato scelto un cartellone variegato, che sicuramente accontenterà

anche i “palati” più esigenti, si va infatti dai classici di Eduardo, ad Oscar Wilde, all’ironia anglosassone di Kay Cooney, al musical;

insomma per sette domeniche alle ore 17,30, si può godere al Palarte di Fabbrica di Roma qualcosa in più del semplice e ripetitivo divertimento

festivo.

Alessandro Soli

Quo Vadis? Come perdersi a Civita Castellana

1 2 3

4 5

Civita Castellana

1-Ponte Clementino

2- Via XII Settembre

3- Piazza Matteotti

4- Via Ferretti

5- Corso Bruno Buozzi

Se dopo aver percorso il Ponte Clementino (1), dovete dirigervi verso l’autostrada, o la Flaminia, o la Via Nepesina, vi accorgerete

che non vi è nessun segnale che ve lo indichi e, questo, neanche in Piazza Matteotti (2) (3).

Lo stesso, per chi proviene da Via Ferretti (4). Molto difficile è pure interpretare i due segnali post bellici che vede (ma non legge) chi

proviene da Corso Bruno Buozzi (5).


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Campo de’ fiori 59

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02 Marzo - Farmacia Filizzola C.so Bruno Buozzi

09 Marzo - Farmacia Municipalizzata Via Ferretti

16 Marzo - Farmacia Municipalizzata Via Santa Felicissima

23 Marzo - Farmacia Filizzola C.so Bruno Buozzi - Farmacia Versace di Sassacci

24-30 Marzo - Farmacia Municipalizzata Via Ferretti

Farmacie Corchiano e Fabrica aperte nei giorni festivi di Marzo 2008

09 Marzo - Farmacia Liberati di Fabrica di Roma / 23 Marzo - Farmacia Sangiorgi di Corchiano

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02 Marzo - Esso Via Flaminia, Tamoil Via Falisca

09 Marzo - Tamoil Via Flaminia, IP variante Nepesina, Agip Via Terni

16 Marzo - Api Borghetto, Enerpetroli S.P.311 Nepesina, Erg Via Nepesina, Q8 Via Terni

23 Marzo - Api Borghetto, Enerpetroli S.P. 311 Nepesina, Agip Via Terni

24 Marzo - Tamoil Via Flaminia, IP Variante Nepesina, Total Via Terni

30 Marzo - Schell Via Flaminia, Total Via Terni

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