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GRUMELLO CREMONESE (CR)<br />

VILLA AFFAITATI, TRIVULZIO, BARBIANO DI BELGIOIOSO,<br />

OGGI VIALLI<br />

PITTURE MURALI<br />

PROGETTO CONSERVATIVO<br />

RELAZIONE TECNICA DI FINE LAVORI (SALA N.9)<br />

GIUGNO 2011<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

1


Avvertenze e ringraziamenti<br />

Il testo che segue è un estrato parzialmente rielaborato della Tesi di Laurea di Francesca Zorz,<br />

“NON SOLO RESTAURO” Studio dell’intervento conservativo di una superficie pittorica<br />

cinquecentesca: dalla sua nascita, dalla sua storia, dalla sua evoluzione, presentata presso<br />

l’<strong>Accademia</strong> <strong>Santa</strong><strong>Giulia</strong> di Brescia, nell’Anno Accademico 2010-2011. Relatore: Maria Cristina<br />

Regini.<br />

La Tesi originale è corredata da un elevato numero di Tavole grafiche che in questo estratto non è<br />

stato possibile inserire.<br />

Ringraziamenti<br />

Si ringraziano per la collaborazione al restauro dei dipinti murali di Villa Affaitati l’autrice della<br />

Tesi, Francesca Zorz e gli altri studenti che hanno partecipato al cantiere, Antonella Zuccolo e<br />

Nurys Mini. Si ringrazia inoltre per la collaborazione al restauro il restauratore Giordano Cavagnini.<br />

Un p<strong>arti</strong>colare ringraziamento all’<strong>Accademia</strong> <strong>Santa</strong> <strong>Giulia</strong> di Brescia per la disponibilità e la<br />

collaborazione alla realizzazione del “cantiere scuola” di Villa Affaitati”<br />

Il cantiere è stato organizzato e diretto da Maria Cristina Regini<br />

:<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

via Lugo,13 /I-26100 Cremona - tel./fax +39 0372 35845 -<br />

cremonarestauri @yahoo.it - C.F. RGN MCR 67B53 H501S - P.I. 01391010194<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

2


INDICE<br />

Scheda tecnica e riepilogativa dell’intervento p. 3<br />

Abstract delle caratteristiche architettoniche e delle vicende conservative<br />

dell’edificio<br />

Abstract dell’intervento di restauro eseguito p. 5<br />

Inquadramento territoriale dell’immobile p. 6<br />

Note storiche p. 8<br />

Villa Affaitati p. 8<br />

Francesco e Giuseppe Dattaro p. 15<br />

La sala 9: studio materico e formale p.19<br />

Tecniche esecutive p.19<br />

La decorazione pittorica p.24<br />

Relazione Tecnica. Stato di conservazione e analisi del degrado p.33<br />

Contesto Ambientale p.34<br />

La morfologia delle superfici p.34<br />

Analisi delle forme di degrado p.36<br />

Proposta d’intervento p.45<br />

Relazione tecnica del restauro eseguito. La fase preliminare. Le prove tecniche. p.48<br />

Le operazioni di restauro eseguite. p.56<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

p. 4<br />

3


SCHEDA TECNICA RIEPILOGATIVA DELL’INTERVENTO<br />

DENOMINAZIONE DELL’IMMOBILE: Villa Affaitati, Trivulzio, Barbiano di Belgioioso 1 , oggi<br />

Vialli<br />

EPOCA DI COSTRUZIONE DELL’IMMOBILE o quella afferente allo stile prevalente: fine XVI<br />

secolo<br />

COMUNE: Grumello Cremonese ed Uniti (Cremona)<br />

PROPRIETA’ ATTUALE: privata, Famiglia Vialli<br />

OGGETTO: intervento conservativo dell’apparato decorativo, classificabile come pittura murale,<br />

sulla volta del locale numero 9, collocato al piano terra dell’immobile<br />

DIMENSIONI: vedi Tav.VI-scat-09/1<br />

MATERIALI: intonaco<br />

TECNICA DI ESECUZIONE: dipinti murali parzialmente eseguiti a fresco e ritoccati a secco<br />

VINCOLI: si; a cura della Sovrintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di<br />

Brescia, Cremona e Mantova<br />

CARLO PEROGALLI, MARIA GRAZIA SANDRI, LUCIANO RONCAI, Ville delle provincie di<br />

Cremona e Mantova, Lombardia 5, Milano, Rusconi, 1981. pp. 11-36<br />

4<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


ABSTRACT DELLE CARATTERISTICHE ARCHITETTONICHE E DELLE<br />

VICENDE CONSERVATIVE DELL’EDIFICIO<br />

L’edifico ha subito interventi manutentivi nel corso dei secoli: si ricordano gli interventi di<br />

consolidamento e ristrutturazione negli anni trenta del Novecento e un intervento nella seconda<br />

metà del Novecento di rifacimento degli intonaci esterni del primo cortile, con criteri, metodi e<br />

materiali contemporanei. Altri interventi di sistemazione e restauro sono stati eseguiti fra il 1997 e<br />

il 1998 nei locali nella parte nord dell’edificio 2 . L’attuale intervento di restauro, circoscritto alle<br />

volte dei tre locali, è stato preceduto da altri lavori di restauro strutturali e di rintonacatura,<br />

completati negli anni scorsi. Il soffitto del locale numero 9 è costituito da una struttura<br />

architettonica con tre nicchie ogivali per lato e un impianto decorativo basato su una volontà<br />

illusionistica con finti stucchi policromi che culminano con una fuga prospettica centrale. Nelle<br />

nicchie sono raffigurati motivi floreali e in quelle al centro dei quattro lati, figure umane a mezzo<br />

busto impreziosite dall’uso di lamine metalliche oro 3 . Le vicende conservative della volta della<br />

stanza n.9 non sono documentate, ma attraverso l’osservazione e la ricognizione diagnostica della<br />

superficie architettonica si è potuto accertare almeno un intervento di ridipintura, realizzato con un<br />

intento di riproduzione mimetica dell’originale, localizzato soprattutto sulla parete nord dove è<br />

collocato il camino 4 . Quest’ultimo è stato presumibilmente la causa del degrado e delle alterazioni<br />

cromatiche che hanno portato al restauro delle superfici circostanti (pareti nord e parzialmente est<br />

ed ovest). I dipinti murali sono stati eseguiti tra la fine del secolo XVI e e l’inizio del secolo XVII,<br />

in una prima fase con la tecnica ad affresco, riscontrabile dalle incisioni dirette sulla superficie e, in<br />

una seconda fase, in cui è stato riconfigurato l’apparato decorativo, con pittura a calce stesa a secco.<br />

Gli autori sono ignoti.<br />

2 Relazione storica del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011<br />

3 Progetto conservativo delle pitture murali di Maria Cristina Regini, Settembre 2010<br />

4 Ibidem<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

5


ABSTRACT DELL’INTERVENTO DI RESTAURO ESEGUITO<br />

La superficie architettonica è in un discreto stato di conservazione, con un degrado localizzato di<br />

tipo differenziale sulla parete est. Tutta la superficie ha subito una alterazione cromatica causata dal<br />

deposito superficiale e aggravata dalla fuliggine del camino. Sono presenti numerose fessurazione e<br />

fratturazioni, con il conseguente distacco dell’intonaco, causate dai movimenti di assestamento<br />

della muratura. La frattura più rilevante si trova nella nicchia di destra della parete ovest. Si<br />

catalogano anche stuccature composte con malta cementizia, che sbordano grossolanamente sulle<br />

decorazioni. La pellicola pittorica è interessata da numerose lacune di diversa entità, in p<strong>arti</strong>colar<br />

modo sulle decorazioni originali. Si riscontrano anche lacune della foglia d’oro (corrispondenti alle<br />

lumeggiature) utilizzata per impreziosire le figure a mezzo busto. L’intervento di restauro è<br />

finalizzato a risanare la superficie rispettando il valore storico-<strong>arti</strong>stico e le caratteristiche materiche<br />

del dipinto murale, che costituiscono la sua autenticità. Sono previste indagini preliminari,<br />

operazioni di messa in sicurezza dei distacchi e, successivamente una pulitura prima a secco e<br />

successivamente ad umido della pellicola pittorica. A seguito della pulitura, si procederà al<br />

consolidamento in profondità e al riempimento di mancanze dovute alla rimozione delle malte non<br />

idonee. Il restauro sarà completato con la reintegrazione pittorica ad abbassamento di tono delle<br />

lacune e con la stesura di velature per intonare cromaticamente le p<strong>arti</strong> di rifacimento con quelle<br />

originali.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

6


INQUADRAMENTO TERRITORIALE DELL’IMMOBILE<br />

Figura 1 Estratto di mappa catastale di Grumello Cremonese. Foglio n° 18, mappali 4, 5, 6, 7, 8, 9,<br />

10, 11,12 – scala 1:2.000 5 .<br />

Sul rialzo più alto del comune di Grumello Cremonese ed Uniti, ai margini settentrionali del paese,<br />

è ubicata Villa Affaitati, Trivulzio, Barbiano di Belgioioso, oggi Vialli .<br />

5 Relazione storica all’interno del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

7


Figura 2, 3, 4, 5 Riprese fotografiche di alcune p<strong>arti</strong> più significative della Villa Affaitati.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

8


NOTE STORICHE<br />

Nel corso del secolo XVI il feudo di Romanengo e Grumello fu affidato da Carlo V ai conti<br />

Affaitati 6 , riconosciuti poi marchesi nel 1589 7 . Nella seconda metà del Seicento, il feudo passò ai<br />

Barbiano di Belgioioso; le sue vicende poi si confondono con quelle di Cremona sino alla nascita<br />

dello stato unitario 8 .<br />

VILLA AFFAITATI<br />

Villa Affaitati è il complesso architettonico di maggior prestigio a Grumello Cremonese ed Uniti. È<br />

composta di residenza e rustici <strong>arti</strong>colati su tre corti (vedi Fig.7): il primo corpo di fabbrica<br />

costruito su due livelli, si sviluppa principalmente attorno a due corti: una quadrata e di dimensione<br />

inferiore rispetto all’altra più grande e di forma rettangolare. Dalla corte più piccola prende origine<br />

un altro corpo di fabbrica con la stessa altezza e sviluppo linearmente, mentre la terza corte,<br />

l’attuale giardino con piscina, è costituita da un edificio a forma di ‘L’ appoggiato sui due lati della<br />

corte interna 9 .<br />

Figura 7 Pianta del piano terreno della Villa Affaitati, Trivulzio, Barbiano di Belgioioso, oggi<br />

Vialli. C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., p. 406<br />

6 Illustrazione, cit., pp. 10 -13<br />

7 C. B. SPOTTI, L. RONCAI, Castelli e difese della provincia di Cremona, Cremona, Edizioni dei Soncino<br />

8 P. GHIDOTTI, Grumello Cremonese, cit., p. 18<br />

9 ALBERTO FALIVA, Francesco e Giuseppe Dattaro, la palazzina del Bosco e altre opere, Cremona, Linograf S.N.C.,<br />

2003, p. 160<br />

9<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


Lo storico Lancetti descrive la Famiglia Affaitati una delle famiglie più illustre e splendide di<br />

Cremona. Non si conoscono bene le origini per mancanza di documenti e memorie determinanti,<br />

ma stando al Campi, uno dei pittori – architetti più illustri di Cremona del Cinquecento, si hanno<br />

informazioni fin dal XV secolo ascrivibile a Pietro M<strong>arti</strong>re Affaitati, che a quei tempi era il<br />

principal capo della nobiltà Guelfa di Cremona. Questa famiglia per lungo tempo appartenne alla<br />

classe dei mercanti di spezie dalla quale non si distaccò mai. Non tutti però appartenevano al<br />

commercio, alcuni dei quali si distinsero come banchieri e solo nel XVI secolo, i due rami della<br />

famiglia, si ricongiunsero per via di un matrimonio portando la casata ad una estrema ricchezza 10 .<br />

Ricchezza che aumentò anche grazie a Gian Carlo Affaitati che fece conoscere in tutta Europa e non<br />

solo, il commercio di spezie della famiglia accrescendo di molto la gloria e il fasto del loro<br />

vendita 11 . La loro ricchezza e nobiltà si concretizzava attraverso costruzioni rappresentative, in<br />

grado di esprimere la magnificenza del casato e la loro perpetuità temporale. Questo grazie anche al<br />

vivace rinascimento cremonese con il forte incremento delle attività edilizie con le quali i privati<br />

mettono in atto le nuove istanze culturali e figurative del secolo, introducendo nelle loro abitazioni<br />

quelle <strong>belle</strong>zze e quelle comodità che andavano diffondendosi nelle maggiori città italiane con<br />

l’attenzione dell’aspetto esterno e il confort dell’ambiente interno. Gli Affaitati saranno tra i<br />

maggiori costruttori, costruendo non solo in territorio cremonese, ma anche in altre aree geografiche<br />

frequentanti per ragioni commerciali lasciando in questi luoghi dei nuovi modelli figurativi 12 . Villa<br />

Affiatati app<strong>arti</strong>ene senz’alto a questi nuovi modelli architettonici riscontrabili nel repertorio<br />

classico e manierista. L’epoca di costruzione è fatta risalire alla seconda metà del XVI secolo su<br />

commissione di Gian Carlo Affiatati, vissuto per l’appunto in questi anni, ed i caratteri<br />

architettonici - stilistici del complesso concordano abbastanza bene, tranne per gli elementi di<br />

dettaglio, con questa datazione 13 . L’attribuzione del committente è assegnata, sulla base di<br />

documenti d’archivio, dallo storico Lancetti, attribuzione che viene rivisitata dall’architetto Alberto<br />

Faliva, studioso dell’architettura cremonese cinquecentesca, conferendola a Giovanni Battista<br />

Affaitati, figlio di Luigi Affaitati, denominato anche Ludovico I, con il conseguente passaggio<br />

diretto di proprietà ad Ottavio Affaitati, verso la fine del XVI secolo 14 . Faliva prende le distanze da<br />

questa ipotetica attribuzione per fonti d’archivio ben documentate dove sottolineano che nel 1525 il<br />

feudo di Grumello fu assegnato dagli Sforza a Luigi Affaitati con il successivo affidamento<br />

conferito da Carlo V al figlio, Giovanni Battista Affaitati, in occasione delle nozze con la figlia<br />

dell’imperatore spagnolo, Isabella De Luna. Il riconoscimento della committenza del palazzo<br />

grumellese potrebbe essere stata attribuita dal Lancetti a Gian Carlo Affaititi, nonché cugino di<br />

Ludovico I, perché avrebbe pensato alla costruzione del palazzo di famiglia a Cremona nel quale si<br />

ritrovano dei caratteri presenti a Grumello, prendendo analoga decisione anche per la residenza di<br />

campagna dello stesso casato 15 . Il figlio di Giovanni Battista e Isabella, Ludovico II, sposò <strong>Giulia</strong><br />

Visconti e da queste nozze nacque la sola Costanza che sposò Ottavio Affaiatati che divenne<br />

10 VINCENZO LANCETTI, Biografia Cremonese, Volume I, Milano, 1989, pp. 43-95<br />

11 Ibidem<br />

12 GIORGIO POLITI, Storia di Cremona, L’età degli Asburgo di Spagna, Banca Cremonese, pp. 106-123<br />

13 C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., p. 407<br />

14 A. FALIVA, Francesco e Giuseppe Dattaro, cit., p. 159<br />

15 A. FALIVA, Francesco e Giuseppe Dattaro, cit., p. 161<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

10


successore diretto del feudo grumellese e della suddetta villa. Le ricchezze dei discendenti di<br />

Ottavio andarono alla nobilissima famiglia milanese, quando l’ultima erede degli Affaitati 16 , <strong>Giulia</strong>,<br />

nel 1604 sposò Alberigo Barbiano di Beglioiso confermando nel 1660 il feudo a favore del figlio<br />

Pietro Francesco Barbiano e ai suoi nipoti. Successivamente il matrimonio di <strong>Giulia</strong> Barbiano con il<br />

principe Gian Giacomo Trivulzio conferisce a questi il possesso della residenza 17 . Nel corso<br />

dell’Ottocento, con l’arrivo in Italia di Napoleone, l’edificio perde definitivamente ogni funzione<br />

residenziale e di rappresentanza: viene infatti re<strong>qui</strong>sito e adibito a caserma militare con tutte le<br />

conseguenze che ne seguono. Trascorse perciò oltre un secolo di abbandono e degrado, anche<br />

perché la famiglia Trivulzio Belgioioso risiedeva stabilmente a Milano e di conseguenza non<br />

riusciva ad interessarsi più, se non marginalmente, delle sorti della villa, la quale risulta abitata e<br />

sorvegliata soltanto da un custode e da un guardiacaccia 18 . Solo nel 1938 il castello è ceduto ai<br />

Vialli 19 . L’origine della Villa Affaitati, rimane tuttavia, una zona oscura riguardo all’incertezza o<br />

meno sulla presenza di un castello dall’analogo impianto. Questa affermazione, pur se suggestiva,<br />

non è suffragata da indizi concreti ma solo da un’analisi comparativa stabilita dal fatto che non<br />

abbiamo documenti sull’origine dei proprietari e sulle generalità costruttive; per la verità l’unico<br />

documento visibile è una lapide murata nel passaggio che conduce al cortile principale (vedi Fig.8),<br />

in <strong>qui</strong> si legge dell’ultimazione dei restauri ed ampliamenti eseguiti nel 1597 su un edificio<br />

castellano. 20 L’origine della Villa Affaitati, rimane tuttavia, una zona oscura riguardo all’incertezza<br />

o meno sulla presenza di un castello dall’analogo impianto. Questa affermazione, pur se suggestiva,<br />

non è suffragata da indizi concreti ma solo da un’analisi comparativa stabilita dal fatto che non<br />

abbiamo documenti sull’origine dei proprietari e sulle generalità costruttive; per la verità l’unico<br />

documento visibile è una lapide murata nel passaggio che conduce al cortile principale (vedi Fig.8),<br />

in <strong>qui</strong> si legge dell’ultimazione dei restauri ed ampliamenti eseguiti nel 1597 su un edificio<br />

castellano. 21<br />

16 V. LANCETTI, Biografia Cremonese, cit., pp. 43-95<br />

17 C. B. SPOTTI, L. RONCAI, Castelli, cit.<br />

18 Relazione storica all’interno del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011.<br />

19 P. GHIDOTTI, Grumello Cremonese, cit., p. 19<br />

20 C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., p. 407<br />

21 C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., p. 407<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

11


«OCTSVIUS ET COSTANTIA AFFAITATI<br />

CONIUGES MARCH. GRUMELI ET COM.<br />

ROMANENGI ET C. AVITAS AEDES<br />

RUINOSAS EXTRUXTA IAM TURRI A<br />

COM. LUDOVICO SOCERO ET PATRE<br />

RESTITUI HISQUE AREAM UTRANQUE<br />

AEDIFICIIS SEPTAM ELEGANT QUAE<br />

CERNITUR FORMA ADIUNGI CUR. AN.<br />

SAL. HUM M.D.XC.VII PHILIPPO<br />

AUSTRIACO. II REGE MA°» Mark .<br />

Figura 8 Lapide murata, individuata nel passaggio che conduce al “Cortil Grande”.<br />

Il legittimo dubbio nel considerare il complesso architettonico un edificio castellano è dato dalla<br />

presenza di elementi visibili come la posizione del paese sull’orlo di un terrazzamento dell’Adda,<br />

nonché la conformazione del contorno sud occidentale del complesso, delimitato da una scarpata e<br />

da una roggia, e la presenza, sull’angolo di mezzogiorno, di una torre isolata posta in<br />

corrispondenza dell’unico ingresso che dal paese introduce al primo cortile esterno della villa e che<br />

funge da torre di guardia. Questa torre è contraddistinta da un arco di ingresso ogivale, sormontato<br />

dagli alloggiamenti dei bolzoni di uno scomparso ponte levatoio e fiancheggiato da una pusterla, al<br />

di sopra della quale si trova la corrispondenza impronta della farcella per sostegno e manovra della<br />

corrispondente porticella levatoia (vedi Fig.2 a pag.13). Un significativo richiamo a forme<br />

castellane viene fornito anche dalle due torrette, forse innalzate sulla base di analoghe preesistenze,<br />

che concludono verso occidente le due ali della villa delimitanti il secondo cortile (vedi Fig.9) 22 .<br />

22 F. CONTI, V. HYBSCH, A. VINCETTI, I castelli della lombardia, Novara, 1992, Volume III, pp. 55-56<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

12


Figura 9 Lato occidentale della Villa Affaitati con le due torrette di guardia.<br />

Lo stesso Faliva, osservando la planimetria dell’attuale edifico, afferma che una personalità digiuna<br />

di studi architettonici potrebbe ipotizzare una possibile presenza fortificata: sono troppe le pareti<br />

perimetrali inclinate, che ricordo quelle di difesa dei castelli, rispetto alle regolarità dell’impianto<br />

distributivo interno costruito successivamente durante la risistemazione citata sull’epigrafe.<br />

Sostiene anche, però, l’ipotesi che la Villa sia stata costruita prendendo elementi in prestito<br />

dall’incastellamento medievale, riproponendoli con proprie reinterpretazioni dagli architetti del<br />

Cinquecento 23 . II Crescenzio nel suo De Agricoltura, nel 1564, consiglia ancora, al padrone isolato<br />

in un fondo, di munirsi almeno di una torre nella quale "si possa ritirare con i lavoratori"<br />

riproponendo <strong>qui</strong>ndi nelle campagne l'esempio collaudato nel coevo palazzo-fortezza cittadino 24 .<br />

Questo tipo di architettura fortificata, denominata così per i dispositivi militari posizionati<br />

attorno alla villa come recinzioni, fossati e ponti levatoi, riguarda principalmente il territorio<br />

mantovano e cremonese per la tipologia del territorio: l’assenza di rilievi naturali da sfruttare<br />

allo scopo di presidi difensivi e la grande frammentazione politica del territorio, poteva originare<br />

ancora dei pericoli e di conseguenza questo tipo di elementi costruttivi, poteva essere stato<br />

utilizzato per un sistema difensivo privato 25 . Probabili autori dei lavori di trasformazione<br />

dall’antica vocazione militare, se mai effettiva, in residenza, furono Francesco Dattaro prima e del<br />

figlio Giuseppe poi. Si suppone che il padre abbia ideato il progetto generale e la storiografia ha<br />

tradizionalmente assegnato gli interventi del “Cortil Nobile” (vedi Fig.5 a pag.13) che rivelano uno<br />

stile più semplice e meno fiorito dei lavori eseguiti dal figlio, Giuseppe Dattaro, che risultano più<br />

autonomi con richiamo all’architettura manierista e prebarocca di Giulio Romano e visibili nel<br />

“Cortil Grande” (vedi Fig.4 a pag. 13) e nei portali d’ingresso (vedi Fig.10 e 11) 26 .<br />

23 A. FALIVA, Francesco e Giuseppe Dattaro, cit., p. 160<br />

24 Relazione storica all’interno del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011.<br />

25 L’informazione è stata tratta dal sito internet: Sciaurate Maniere. Link risorsa: <br />

26 C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., p. 407<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

13


Figura 10 Portale d‟ingresso attribuito a<br />

Giuseppe Dattaro che accede al “Cortil<br />

Grande”<br />

Figura 11 Portale d‟ingresso attribuito a<br />

Giuseppe Dattaro che accede al “Cortil Nobile”<br />

Stando alla targa murata nell’atrio, l’anno 1597, segna il termine dei lavori: se dobbiamo accettare<br />

l’invenzione di Francesco Dattaro del grande progetto di rifacimento edilizio, sarà necessario far<br />

risalire la data di inizio dei lavori, anteriormente al 1576, anno della sua morte 27 . Faliva colloca la<br />

partecipazione di Francesco Dattaro al progetto dell’edifico e in seguito ai lavori, dal 1530 per i<br />

seguenti motivi: egli presuppone che dalla data dell’ultima documentazione della risistemazione<br />

dell’edificio verso la fine del XVI secolo, precede un’originaria edificazione da parte di Giuseppe<br />

Dattaro, alla quale a fatto seguito una pre-esistente risistemazione del padre. Questo dato è<br />

supportato dalle fonti d’archivio che citano che dal 1564, tale Francesco Laurenzi, diventa socio di<br />

Francesco Dattaro che lavorerà poi nel 1597 nella residenza di campagna sotto la proprietà di<br />

Ottavio e Costanza Affaitati escludendo pertanto una sua partecipazione dall’ideazione dell’edifico<br />

giustificata dalla presenza di disegni autografi di Giuseppe con la collaborazione del padre,<br />

antecedenti alla data degli anni sessanta, in quanto non presentano nessuna notifica di altri autori.<br />

Un’altra ipotesi è avvalorata dal fatto che una volta affidato il feudo di Grumello agli Affaiatati, i<br />

committenti abbiano ricorso subito alla ricerca di un architetto cremonese. Dalle fonti bibliografiche<br />

si potrebbe ipotizzare che abbiano conosciuto la famiglia Dattaro già dal 1526 quando Luigi<br />

Affaitati venne chiamato a mantenere economicamente l’esercito stazionato in città e tale compito<br />

27 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., pp.64-65<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

14


gli venne affidato da Bernardino Reganzola e i senatori cremonesi, di cui un certo Giovan Giacomo<br />

fu elettore a Massarolo dei Dattoro, ipotizzando così, una conoscenza indiretta tra un membro della<br />

famiglia Affaitati e i Dattaro 28 . Il castello è raffigurato in due stampe del XVIII secolo incise da<br />

Marc’Antonio Del Re sotto la proprietà dei conti Barbiano di Belgioioso (vedi Fig. 12). Nonostante<br />

gli avvicendamenti sviluppatesi nei secoli la struttura ha mantenuto una fisionomia accettabile; dei<br />

tre cortili, quello d’ingresso è oggi mancante dei corpi di fabbrica che lo delinearono, il giardino si è<br />

ridotto ed è scomparsa la torre principale 29 .<br />

Figura 12 Vista a volo d’uccello del XVIII secolo del castello di Grumello, realizzata<br />

da Marc’Antonio Dal Re (1697-1766).<br />

Relazione storica all’interno del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011.<br />

28 A. FALIVA, Francesco e Giuseppe Dattaro, cit., pp. 160-161<br />

29 Relazione storica all’interno del progetto dell’architetto Marco Vialli, Aprile 2011.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

15


FRANCESCO E GIUSEPPE DATTARO<br />

Francesco Dattaro viene descritto dal Bresciani, storico cremonese, come «huomo insigne nell’arte<br />

dell’architettura, perciochè si valse nelle sue attioni delle regole di Vitruvio ed altri autori,<br />

operando sempre con giuditio nelle sue attioni di maniera che ne riporto sempre molta lode, si<br />

come da quale/che hoggidì si vedano ancora si può far giudizio che operava con insigno nell’arte<br />

[…]» 30 . Di Giuseppe dice che «volse in gioventù/sua inimitare le virtuose attioni di Francesco, suo<br />

padre, […] studiando le regole di Vitruvio, del Serlio et altri che tratiano di simil arte, con le quale<br />

divenne poi huomo di molto credito nel arte, che perciò hebbe puoi da operare mentre visse con<br />

molto sua gloria […]» 31 .<br />

Per poter esercitare la professione di architetto, era obbligo essere ammessi ai Collegi. Essi<br />

nacquero nella seconda metà del Cinquecento, pertanto solo Giuseppe può aver partecipato per<br />

ac<strong>qui</strong>sire il titolo professionale, mentre Francesco rientrando nel vecchio ordinamento<br />

rinascimentale, potrebbe aver ricevuto la nomina perché reclutato fra i maggiori architetti di valore.<br />

Ai Collegi non era ammesso chi non era nato a Cremona o nel ducato, doveva essere persona<br />

onorata, di buon padre e timorata di Dio e per essere ammessi agli esami era necessario militare<br />

almeno per quattro anni consecutivi presso uno degli architetti – ingegneri pubblici, cioè<br />

riconosciuti dal Col<strong>leggi</strong>o della città. L’esame d’ammissione riguardava la conoscenza<br />

dell’aritmetica e della geometria pratica e sulla loro applicazione nelle misurazioni 32 . Entrambi<br />

furono soprannominati “Pizzafuoco” e iniziano la loro attività <strong>arti</strong>stica nell'ambito del cantiere della<br />

Cattedrale di Cremona, affiancati da pittori, dai membri della famiglia di ebanisti Sacca e dall'ingegner<br />

Antonio Melone. Tra i membri esordienti di questa famiglia di architetti si annovera un Giovanni<br />

Dattaro che appare dapprima come semplice Massarolo (cioè muratore) della Cattedrale di Cremona<br />

e, solo successivamente, viene eletto all'importante carica di Massaro (intorno al 1525), assieme a<br />

Paolo Sacca detto “Bramante”. Le loro frequentazioni del poeta ed architetto cremonese Benedetto<br />

Ala, così come quelle del letterato cremonese Marco Gerolamo Vida, e quelle dei loro committenti<br />

comprendenti i membri della famiglia Sfondrati, probabilmente, li portano a conoscere da vicino i<br />

disegni inediti di Sebastiano Serlio residente a Parigi. La loro profonda conoscenza di opere inedite<br />

di Sebastiano Serlio, così come la loro ironia nell'utilizzo degli ordini architettonici dello stesso, e le<br />

molteplici citazioni di elementi dell'architettura francese del primo Rinascimento, permettono di<br />

pensare ad un ipotetico soggiorno francese degli stessi architetti cremonesi. Del resto, i compagni<br />

d'esordio in Cattedrale dei Dattaro, cioè il Melone ed il Sacca, sono documentati archivisticamente,<br />

in terra di Francia, proprio verso la metà del secolo; essi possono avere costituito un altro tramite<br />

verso l'esperienza francese di Serlio 33 . Sebastiano Serlio, architetto e storico dell’architettura, è stato<br />

un vero rivoluzionista del linguaggio all’antica degli ordini architettonici e sull’architettura stessa,<br />

considerato al punto di essere il trattatista dell’arte manierista 34 . La conoscenza dei suoi trattati, che<br />

si differenziarono dagli altri per l’utilizzo dell’immagine e non della parola, come mezzo di<br />

30 GIUSEPPE BRESCIANI, La virtù ravivata dè cremonesi insigni, Banca Popolare di Cremona, p. 37<br />

31 G. BRESCIANI, La virtù, cit., p. 39-40<br />

32 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., p. 12<br />

33 L’informazione è stata tratta dal sito internet: Sciaurate Maniere. Link risorsa: <br />

34 G. POLITI, Storia di Cremona, cit., pp. 106-123<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

16


trasmissione della cultura del costruire 35 , permettevano di suggerire idee <strong>arti</strong>stiche, che hanno<br />

rappresentato il principale riferimento per tutti coloro che si accingevano “a ristorar cose vecchie” o<br />

a costruirne delle nuove 36 . L’utilizzo dei testi scritti era importante per gli architetti del tempo, come<br />

lo è adesso, per analizzare al meglio il rapporto tra un astratto modello proposto dalla trattatistica e<br />

la p<strong>arti</strong>colarità dei singoli casi, dato sottolineato dalla volontà di valorizzare formalmente lo stile di<br />

una determinata epoca e della costruzione in se. Il XVI secolo è l’epoca del manierismo, dove la<br />

divulgazione delle nuove forme antiche considerate contemporanee del Serlio, rappresentano al<br />

meglio lo stile delle grandi costruzioni delle dimore private cremonesi. Abbiamo un’unione di stili<br />

attraverso la fusione di elementi fra loro eterogenei basandosi sempre nell’e<strong>qui</strong>librio dei rapporti<br />

formali collegando sobrietà e decorazione ricca. I Dattaro riprendono dai trattati del Serlio la<br />

creatività interpretativa della complessità del linguaggio all’antica, sintetizzandolo in codici<br />

schematici chiari e trasmissibili, ma nello stesso tempo la licenza di emanciparsi da essi, attraverso<br />

eccezioni tipiche manieriste. In p<strong>arti</strong>colar modo Francesco Dattaro, nel “Cortil Nobile” recupera il<br />

p<strong>arti</strong>colare tipo di trifora detta a serlina con aperture laterali trabeate e la centrale ad arco. Un<br />

confronto diretto della facciata della piccola corte lo abbiamo con la facciata del ‘progetto XV per<br />

la campagna’ del Sesto Libro di Serlio 37 (vedi Fig. 13 e 14). Questo tipo di elemento architettonico,<br />

insieme ad altri, non ha più sostegno e la fuga prospettica non si conclude in un punto focale, come<br />

nell’architettura Barocca, ma termina nel nulla.<br />

Figura 13 e 14 Confronto tra la facciata del “progetto XV per la campagna” del Sesto Libro di<br />

Serlio e la facciata della piccola corte nel palazzo campagnolo di Giovanni Battista Affaitati, a<br />

Grumello Cremonese. A. FALIVA, Envangelismo nell’arte della Cremona del Cinquecento, Boll.<br />

Ing. n. 8-9, del 25-11-2005, p. 8<br />

“Il Cortil Grande”, invece, evidenzia riferimenti a Giulio Romano, uno dei testimoni<br />

dell’architettura manierista per le sue illusioni spaziali, possibili per il soggiorno avvenuto da<br />

Giuseppe Dattaro nel territorio mantovano voluto dal Duca Vincenzo I Gonzaga per l’incarico di<br />

prefetto delle nuove costruzioni edilizie extraurbane gonzaghesche, alcune delle quali scomparse<br />

nel tempo.<br />

35 L’informazione è stata tratta dal sito: Editrice Dedalo On-line. Link risorsa: <br />

36 G. POLITI, Storia di Cremona,cit., pp. 106-123<br />

37 A. FALIVA, Envangelismo nell’arte della Cremona del Cinquecento, Boll. Ing. n. 8-9, del 25-11-2005,<br />

p. 8<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

17


L’architettura mantovana determinò una svolta nell’architettura lombarda perché è riuscita a<br />

disciplinare al meglio la mescolanza di stili attraverso atteggiamenti conservatori dei moduli<br />

costruttivi del codice classico unendoli all’esubernte ricchezza ornamentale tipica manierista,<br />

producendo uno stile grandioso ma severo 38 . Il tentativo di rimarcare i concetti propri<br />

dell’architettura classica era dovuto al fatto di voler segnalare la carica innovativa degli interventi<br />

stessi attraverso una prestata attenzione all’uniformità della facciata, rispettando sempre i canoni<br />

simmetrici. L’innovazione di Giulio Romano nel Palazzo del Te, rilanciata poi da Giuseppe nella<br />

villa grumellese, si basava sulla concezione che il fabbricato “sentiva” la campagna circostante,<br />

introducendo così nell’arte manierista il concetto di natura e <strong>arti</strong>ficio. Essa è stata compiuta<br />

attraverso le modifiche dell’altezza dei corpi di fabbrica, consentendo il superamento del cortile<br />

inteso essenzialmente quale pozzo di luce per istaurare la sistemazione di un giardino all’italiana,<br />

basato sulle forme geometriche e sulla perfetta simmetria, rappresentandolo come poteva essere in<br />

uno spazio aperto in modo da suggerire una continuità fra spazio aperto e lo spazio del cortile che<br />

compenetra con l’architettura. Questa disposizione del giardino all’italiana ed i suoi rapporti con il<br />

costruito e la campagna circostante, esemplificano in modo assai chiaro il significato generale del<br />

complesso: un’architettura aulica, che media il rapporto con l’ambiente naturale attraverso una<br />

modifica intellettuale di quest’ultimo e mediante finti portici di ricordo classico, ma non ancora<br />

ridotti a pura scenografia, come si vedrà nel Barocco 39 . L’uso di realizzare finti portici si basava<br />

sulla volontà di <strong>arti</strong>colare meglio lo spazio del giardino con la restante struttura architettonica, senza<br />

però denunciare la conformità interna delle stanze sulla parete esterna, come era consuetudine fare<br />

nell’architettura rinascimentale (vedi Fig.15 e 16). Oltre a questi due elementi che si confrontano<br />

sulla base di altre opere dello stesso periodo storico, ci sono altri indizi ricorrenti nel lessico<br />

manierista visibili nella Villa Affaitati: essi sono i capitelli dorici – tuscanici e il bugnato rustico. Il<br />

Bugnato rustico, identificato nei portali (vedi Fig. 10 e 11 a pag. 22), crea nuovi ritmi spaziali e<br />

pittorici di duplice effetto creati dalle bugne, ovvero pietre sporgenti, appena abbozzate e scolpite in<br />

modo grossolano. Questi effetti sono dati dal gioco della luce sulla superficie non liscia e di<br />

animazione plastica esaltando così la solidità dell’impianto strutturale. Il capitello dorico –<br />

tuscanico, visibile nei portali, nel “Cortil Nobile” e nel “Cortil Grande” (vedi Fig. 17 e 18), è uno<br />

dei maggiori elementi tipici dell’architettura del Cinquecento e un esempio normativo per l’ordine<br />

dorico e per la sua diffusione in questo secolo è il tempietto in San Pietro in Montorio, a Roma, di<br />

Bramante 40 .<br />

38 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., p. 13<br />

39 C. PEROGALLI, M.G. SANDRI, L. RONCAI, Ville, cit., pp. 21-23<br />

40 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., pp. 11-14<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

18


Figura 17 Esempio di capitello dorico –<br />

tuscanico, localizzato nel “Cortil<br />

Nobile”.<br />

Figura 18 Esempio di capitello dorico –<br />

tuscanico, localizzato nel “Cortil<br />

Grande”.<br />

Riassumendo, i Dattaro, nella risistemazione dell’edificio, hanno seguito una propria via sulle basi<br />

di esempi architettonici divenuti famosi nel secolo del loro operato. Questa loro via è da considerare<br />

un po’a latere della vera architettura manierista della città, perché accolsero di questa quasi<br />

solamente la morfologia architettonico – decorativa, ma mai assimilandone lo spirito innovativo<br />

manierista. I manieristi infrangevano i codici classici, producendo spazi di forte ambiguità perché<br />

sono insiemi di esperimenti linguistici sul patrimonio umanistico e rinascimentale. Rifiutano<br />

dall’arte classica l’armonia e l’e<strong>qui</strong>librio, proponendo una sperimentazione formale interessata<br />

all’<strong>arti</strong>ficialità, in cui la Legge e le funzioni vengono svuotate di significato, così che pilastri,<br />

puntelli, colonne non sostengono nulla trasformandosi in pure forme. Quest’ultimo elemento<br />

evidenzia come i Dattaro presero parte della cultura manierista ma senza mai distaccarsi<br />

dall’e<strong>qui</strong>librio, in p<strong>arti</strong>colar modo Francesco, conservando uno stile classico severo 41 . Questo<br />

rifiuto dell’ordine classico è legato all’insoddisfazione verso l’accademismo divagante e la<br />

composizione eseguita come un compito di scuola. L’insoddisfazione è legata ai problemi<br />

dell’esistenza di in<strong>qui</strong>etudine umana di una civiltà in crisi per il fatto che in questi secoli<br />

vivevano all’interno dello stesso territorio nazionale elementi economici e politici di segno<br />

diverso 42 .<br />

41 Manierismo, in «Enciclopedie dell’architettura», Periodico Milano, Garzantini, Ristampa 2008, pp. 498-500<br />

42 ALBERTO MERTINI, Il rinascimento e il manierismo, in «Capolavori nei secoli, enciclopedie di tutte le <strong>arti</strong>, di tutti<br />

i popoli, di tutti i tempi», Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1963, pp.20-30<br />

19<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


LA SALA 9: STUDIO MATERICO E FORMALE<br />

Il locale ha una forma quadrata e sulla parete nord c’è un camino, utilizzato sia per funzione<br />

decorativa, sia per il riscaldamento degli ambienti. Nel Cinquecento il camino è il monumento<br />

d’arredo di maggiore interesse per gli architetti, spesso di grandi dimensioni e con varietà di<br />

decorazioni nella cappa con elementi in stucco 43 . Il camino localizzato nel locale ha gli stipiti<br />

scolpiti in marmo ed ha una dimensione contenuta rispetto agli altri camini presenti nella Villa.<br />

L’opera decorativa ricopre tutta la superficie del soffitto ed è caratterizzata da uno specifico<br />

impianto decorativo, riconducibile alla pittura illusionistica, ovvero quella pittura utilizzata dagli<br />

<strong>arti</strong>sti sia per rappresentare la realtà, sia per ampliare, o diminuire o prolungare lo spazio reale, vale<br />

a dire modificarlo al fine di raggiungere determinate finalità espressive. Lo spazio reale, in ambienti<br />

definiti, viene realizzato attraverso sistemi prospettici, utilizzati nel corso del Rinascimento con<br />

finalità <strong>arti</strong>stiche diverse in base ai significati assunti dalla rappresentazione dello spazio presso le<br />

varie culture e i diversi <strong>arti</strong>sti. La rappresentazione del dipinto murale in oggetto, è un’architettura<br />

dell’inganno, definita anche con il termine quadraturismo: un genere pittorico che dipinge la finta<br />

architettura sulla pareti. La prospettiva utilizzata è centrale, in modo da creare composizioni<br />

ordinate, simmetriche e di conseguenza e<strong>qui</strong>librate, unendo con il passaggio della pittura, sfondi<br />

decorativi con elementi architettonici strutturali del locale stesso; raccordando così lo spazio<br />

illusivo con quello reale 44 . Lo spazio reale è formato da una struttura architettonica costituita da<br />

nicchie ogivali, a sesto acuto. Sono tre per lato e decorate da motivi floreali per le nicchie laterali,<br />

mentre quelle al centro dei quattro lati sono raffigurate figure umane a mezzo busto. Sopra tale<br />

struttura vi è la realizzazione di un quadraturismo base, senza complessi esiti spaziali visibili nel<br />

periodo Barocco, dove la pittura illusionistica conosce il suo massimo manifesto. La struttura<br />

architettonica della superficie fa anche da cornice all’opera. Ogni dipinto ha bisogno di un supporto<br />

e in questo caso, l’opera è unita al muro e di conseguenza all’architettura.<br />

LE TECNICHE ESECUTIVE<br />

Abitualmente si indicano con il termine “affresco” tutti i dipinti su supporto murario, ma il termine<br />

più appropriato è invece “dipinto murale” perché è riassuntivo di tutti i vari tipi di tecniche<br />

esecutive su muro. Le tecniche di esecuzione della pittura murale sono molteplici e solo<br />

approssimativamente possono essere suddivise in categorie: buon fresco, mezzo fresco, pittura a<br />

bianco di calce, pittura a secco, ecc. In realtà la casistica è molto più complessa e diversificata: la<br />

maggior parte delle volte ci troviamo di fronte a tecniche miste le cui variabili – materiali, tempi e<br />

modi di esecuzione – possono essere dettate da esigenze espressive, di tempo o più semplicemente<br />

da ragioni economiche 45 . Per quanto concerne la tecnica esecutiva è possibile affermare che, molto<br />

probabilmente, l’opera è stata eseguita in un primo momento ad affresco, con successivi ritocchi a<br />

calce. I ritocchi a calce corrispondono alle varie fasi di reimpostazione del dipinto murale,<br />

riscontrabili attraverso un’ispezione visiva dei vari interventi di restauro passati.<br />

43 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., p. 15<br />

44 L’informazione è stata tratta dal sito: Quadraturismo. Link risorsa: <br />

45 GUIDO E SILVIA BOTTICELLI, Lezioni di restauro, le pitture murali, Firenze, Centro Di, 2008,<br />

p. 13<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

20


Una pittura a fresco dovrebbe essere eseguita su intonaco che non si è ancora asciugato, non<br />

dovrebbe far ricorso a leganti, ma a soli colori di terre disciolte in acqua, portando alla<br />

carbonatazione 46 del colore e di conseguenza, dovrebbe avere il segno delle giornate, cioè delle<br />

porzioni di intonaco stese di volta in volta per permettere l’esecuzione. Non esiste un dipinto<br />

murale eseguito osservando queste norme, si faceva invece ricorso a stesure a calce; i pittori hanno<br />

poi fatto sempre ricorso a ritocchi e vere e proprie campiture eseguite a secco, con colori a tempera,<br />

sull’intonaco una volta asciugato. La pittura interamente eseguita ad affresco ha valore di semplice<br />

referente letterario, ma fa capire il carattere specificamente murale che assume questa pittura 47 .<br />

Alessandro Conti, sottolinea che nel corso dell’evoluzione della tecnica ad affresco non si trova un<br />

modello che esemplifica al meglio le norme che la caratterizzano. Nel nostro caso, l’utilizzo della<br />

tecnica ad affresco è stata ipotizzata sull’utilizzo dei procedimenti preparatori tipici di questa<br />

tecnica come le incisioni dirette. Il loro compito è quello di creare una visione generale dell’opera<br />

da realizzare e di fungere come guida all’<strong>arti</strong>sta durante la realizzazione pittorica della decorazione.<br />

Le incisioni dirette sono una procedura poco usata nella storia dell’affresco e nella maggior parte<br />

dei casi vengono utilizzate, nelle decorazioni di finte architetture. In casi specifici, come il dipinto<br />

murale in esame, l’<strong>arti</strong>sta tracciava sull’intonaco ancora umido le linee del disegno, utilizzando una<br />

punta metallica e senza servirsi del cartone 48 . Attraverso un’analisi diretta su tutta la superficie a<br />

luce radente, si sono individuate molte incisioni dirette non solo come linee guida per la<br />

realizzazione di finte architetture, ma anche come contorni delle figure all’interno delle nicchie<br />

centrali. In corrispondenza del rifacimento storico più esteso sulla superficie, localizzato nella parte<br />

nord, non si sono individuate incisioni dirette ne sulle vele, ne sul cornicione che sorregge l’oculo<br />

centrale. Questo significa che il rifacimento ha nascosto le varie incisioni dirette. È da notare<br />

inoltre, che all’interno di ogni nicchia di tutte e quattro i lati, c’è al centro un foro che potrebbe<br />

corrispondere all’utilizzo di un compasso manuale per tracciare le incisioni semicircolari, le quali<br />

sono in relazione ai festoni e alle decorazioni intono ad essi, che racchiudono all’interno le figure a<br />

mezzo busto e le decorazioni floreali. Questo segno è chiaramente distinguibile da quello del<br />

ricalco, chiamato incisione indiretta e utilizzata per ripassare i contorni del cartone o disegno<br />

preparatorio, perché produce un solco maggiore. Con il termine cartone si intende un foglio di carta<br />

di grandi dimensioni, che riporta, a grandezza naturale, il disegno preparatorio dell’affresco 49 .<br />

Spesso l’utilizzo del cartone è accompagnato dalle giornate, in modo tale da portarvi<br />

sull’intonachino fresco solo la parte interessata, ritagliata preventivamente dal cartone. Quando si<br />

lavora ad affresco, ovvero su intonaco ancora bagnato, bisogna procedere velocemente perché una<br />

volta avviato il processo di carbonatazione, l’intonaco asciuga nell’arco di 6/8 ore e una volta<br />

superata questa soglia, i pigmenti stemperati solo con acqua per sfruttare il legante del muro, non<br />

46 Nella tecnica della pittura murale è la relazione chimica che crea un legame fra l’intonaco e il colore che vi si applica<br />

sopra; l’idrossido di calcio, contenuto nella malta, a contatto con l’anidride carbonica dell’aria, reagisce formando<br />

carbonato di calcio che ingloba saldamente in un velo i pigmenti formando una placca resistente. CRISTINA<br />

GIANNINI, ROBERTA ROANI, Dizionario del restauro e della diagnostica, Firenze, Nardini Editore, Seconda<br />

Edizione, 2003, p.43<br />

47 Dizionario, a cura di ROBERTO CASSANELLI, ALESSANDRO CONTI, MICHAEL ANN HOLLY, ADALGISA<br />

LUGLI, Milano, Jaca Book, 1993, pp. 7-16<br />

48 L’informazione è stata tratta dal sito: Alipes, Arte e cultura nella pubblicità di <strong>Giulia</strong> Grassi. Link risorsa: <br />

49 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 26<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

21


hanno più possibilità di aggrappo e di conseguenza hanno bisogno di un altro legante. Sulla<br />

superficie non si sono individuate sovrapposizioni di intonaco riconducibili nelle giornate, perciò<br />

l’utilizzo dell’affresco si pensa che sia stata utilizzato solo per abbozzare il disegno, definito in<br />

seguito dai pigmenti stemperati con latte di calce. La pittura a calce è di origine bizantina e consiste<br />

nel dipingere con pigmenti stemperati nell’acqua di calce sull’intonaco. Non va confusa né con la<br />

tecnica a secco, stemperata con altri leganti, né con l’affresco propriamente definito. Un altro<br />

elemento per distinguere tale tecnica è l’effetto estetico: la pittura a calce risulta più opaca e perde<br />

completamente la trasparenza dell’affresco anche se garantisce, rispetto ad altre tecniche a secco,<br />

una maggiore conservazione del timbro cromatico. Spesso, tuttavia, alcuni tendono ugualmente a<br />

confonderla con l’affresco perché porta alla formazione dello stesso medium, il carbonato di calcio,<br />

che si forma dalla carbonatazione della calce e nella quale i pigmenti vengono inglobati 50 . Il latte di<br />

calce non è da confondere con il bianco di calce che nel corso del Cinquecento e, più nello<br />

specifico, nel Seicento, è una delle tecniche più utilizzate. Nella pittura a bianco di calce la resa<br />

pittorica è assai simile a quella dell’affresco, ma a differenza di quest’ultima le pennellate spiccano<br />

in rilievo e fanno vibrare gli impasti 51 . Il bianco di calce oltre ad essere utilizzato come legante, è<br />

anche un pigmento ed è formato dall’idrossido di calce, come il latte di calce, con l’unica differenza<br />

che quest’ultimo è il risultato della sospensione della calce in acqua e di conseguenza la consistenza<br />

tra i due leganti si differenzia dalla corposità, maggiore nel bianco di calce. Per ricavare l’idrossido<br />

di calce o calce idrata, una polvere bianca, bisogna idratare l’ossido di calce, denominato anche<br />

calce viva. Questo composto, di origine inorganica si forma ad alte temperature dalla cottura di<br />

calcari per l’arricchimento di carbonato di calcio. La temperatura del forno è di 900-950°C,<br />

temperatura necessaria per ottenere la dissociazione del carbonato, con formazione di ossido di<br />

carbonio e l’eliminazione delle sostanze volatili. La calce viva o denominata anche caustica tende a<br />

combinarsi spontaneamente con l’acqua, e in questo modo, perde la capacità di combinarsi<br />

ulteriormente con l’acqua per trasformarsi in legante. Perciò, prima di utilizzarla, bisogna idratarla a<br />

secco attraverso un procedimento di spegnimento controllato, effettuato in speciali apparecchi, dai<br />

quali si ottiene la calce idrata sottoforma di finissima polvere secca 52 . La pittura a calce consiste<br />

nell’applicare i pigmenti mescolati a latte di calce su intonaco già secco, che viene preventivamente<br />

bagnato prima di iniziare a dipingere. Questo procedimento, detto ‘fresco secco’, ha una variante<br />

tecnica che prende il nome di ‘pittura a scialbo’ e prevede la stesura sul muro di una o più mani di<br />

latte di calce, prima di applicare i pigmenti stemperati con idrossido di calce e acqua. La variante<br />

viene citata dall’Armerini 53 come un espediente per imitare l’affresco senza intercorrere nelle sue<br />

difficoltà esecutive 54 . In alcuni casi la stesura a scialbo viene applicata ancora su intonaco umido,<br />

come accorgimento per rallentare l’asciugatura durante l’esecuzione pittorica; in altri casi, come<br />

una sorta di preparazione 55 e un esempio potrebbe essere proprio il dipinto murale oggetto di questo<br />

50 C. GIANNINI, Materiali cit., p. 87<br />

51 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 45<br />

52 ANNA BROCCOLO, Malte, intonaci e paste nelle costruzioni e nel recupero, Roma, Carricci Editore, 2000 pp.<br />

25-27<br />

53 G. B. ARMERINI, De’ veri precetti della pittura, 1586<br />

54 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 46<br />

55 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 47<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

22


studio, perché tutta la superficie sembra ricoperta da un velo di pigmento biancastro come per<br />

ovviare alla grigia tonalità della composizione della malta. Utilizzando questa tipologia di legante, è<br />

evidente che la carbonatazione, avvenendo all’interno della pennellata e <strong>qui</strong>ndi della materia<br />

cromatica, risulta più superficiale rispetto all’affresco tradizionale, con la conseguenza di minor<br />

coesione fra la stesura pittorica e l’intonaco di supporto. Per questo motivo, onde favorire un<br />

miglior appiglio del colore sul supporto, bisogna che l’intonaco non sia perfettamente liscio, ma<br />

anzi ruvido e scabroso, in modo da costituire una sorta di ‘arriccio’ per favorire maggiore aderenza<br />

ai pigmenti 56 . Questa affermazione differisce dalla superficie del locale numero 9, che si presenta<br />

liscia perché pressata in modo da togliere eventuali vuoti d’aria e da richiamare in superficie la<br />

parte grassa della malta costituita da idrato di calcio 57 . Pressare e lisciare l’intonaco era tipico fino a<br />

quasi tutto il Quattrocento. Nel Cinquecento, si pensa che alcuni <strong>arti</strong>sti riprendevano questo<br />

procedimento perché si desiderava imitare gli effetti tipici delle pittura ad olio. Ciò è dovuto dal<br />

fatto che l’affresco entra in crisi e lascia posto alle tecniche miste capaci di ottenere effetti di grande<br />

raffinatezza analoghi alle opere su tela. Forse nel nostro caso l’<strong>arti</strong>sta non voleva ricreare<br />

un’imitazione della tecnica dei quadri, ma ha solo partecipato, insieme a tanti altri <strong>arti</strong>sti<br />

contemporanei, all’evoluzione della tecnica ad affresco per anticipare lo stile dinamico, sintetico ed<br />

illusionista caratteristico della successiva pittura barocca. Le riprese pittoriche a calce sono state<br />

eseguite in tre fasi e ognuna di queste è considerata parte integrante dell’opera perché catalogata<br />

come intervento storico. La prima fase potrebbe essere rappresentata dalla decorazione<br />

architettonica visibile ancora oggi e oggetto del nostro intervento conservativo, che ricopre il 100%<br />

della superficie. Questa riconfigurazione può essere stata realizzata per finalità di recupero della<br />

completa <strong>leggi</strong>bilità dell’opera ad affresco, sia stilisticamente che cromaticamente e visibile soltanto<br />

in un tassello di pulitura localizzato sulla vela sinistra, parete ovest, che ci fa immaginare come<br />

poteva essere la configurazione originale del dipinto murale (vedi Fig.19). Ciò avveniva perché in<br />

passato non esisteva un’esigenza conservativa, ma solo il ripristino del suo valore estetico<br />

influenzato anche da un nuovo gusto dell’<strong>arti</strong>sta o dalla committenza<br />

ANALISI DELLA STRATIFICAZIONE DELLE FINITURE PITTORICHE<br />

Forse nel nostro caso l‟<strong>arti</strong>sta non voleva ricreare un‟imitazione della tecnica dei quadri, ma ha<br />

solo partecipato, insieme a tanti altri <strong>arti</strong>sti contemporanei, all‟evoluzione della tecnica ad affresco<br />

per anticipare lo stile dinamico, sintetico ed illusionista caratteristico della successiva pittura<br />

barocca. Le riprese pittoriche a calce sono state eseguite in tre fasi e ognuna di queste è considerata<br />

parte integrante dell‟opera perché catalogata come intervento storico. La prima fase potrebbe essere<br />

rappresentata dalla decorazione architettonica visibile ancora oggi e oggetto del nostro intervento<br />

conservativo, che ricopre il 100% della superficie.<br />

Questa riconfigurazione può essere stata realizzata per finalità di recupero della completa <strong>leggi</strong>bilità<br />

dell‟opera ad affresco, sia stilisticamente che cromaticamente e visibile soltanto in un tassello di<br />

pulitura localizzato sulla vela sinistra, parete ovest, che ci fa immaginare come poteva essere la<br />

configurazione originale del dipinto murale (vedi Fig.19). Ciò avveniva perché in passato non<br />

esisteva un‟esigenza conservativa, ma solo il ripristino del suo valore estetico influenzato anche da<br />

56 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 44<br />

57 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 15<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

23


un nuovo gusto dell‟<strong>arti</strong>sta o dalla committenza. Il tassello eseguito in data non precisata sul lato<br />

sud della volta può esser il risultato di una prova di pulitura troppo aggressiva o errata, oppure lo<br />

scopo del restauratore era proprio quello di discialbare la pellicola pittorica per individuare gli strati<br />

successivi di colore. Esso presenta una forma allungata che appoggia su un’incisione diretta. È di<br />

colore rosso arancio e questa forma corrisponde alle forme della finta architettura in stucco<br />

realizzata in un secondo momento.<br />

Figura 19 Tassello di pulitura che<br />

evidenzia come poteva essere la<br />

configurazione originale del dipinto<br />

murare ad affresco.<br />

Le seconda e la terza fase sono visibili solo in aree localizzate e si individuano in rifacimenti<br />

pittorici, ovvero imitazioni dell’impianto decorativo sottostante. Il primo rifacimento copre il 40%<br />

della superficie e corrisponde alla ridipintura pittorica della parte nord per il degrado causato dalla<br />

fuliggine del camino, mentre il secondo rifacimento corrisponde a piccole ridipinture realizzate<br />

senza cura e al rifacimento dell’oculo centrale che corrisponde al cielo. La consistenza materica è<br />

molto più compatta in quest’ultima fase e potrebbe essere dovuta dall’utilizzo di un altro legante<br />

come la tempera, oppure dall’utilizzo di poca calce nell’impasto con i pigmenti. Un riconoscimento<br />

esatto del tipo di legante, può avvenire solo diagnosticamente, ma un aiuto può esserci dato<br />

dall’opacità maggiore nella tempera 58 . Spesso la tempera viene individuata attraverso una prova di<br />

pulitura con acqua, perché con questo tipo di solvente rigonfia molto facilmente. In questo caso,<br />

però, non può essere accettata come giustificazione perché anche le superfici pittoriche con poca<br />

calce rigonfiano con questo solvente. La nostra ipotesi rimane solo una supposizione. La tempera<br />

ebbe una notevole applicazione nella pittura murale sia per le finiture e i ritocchi, sia come<br />

procedimento pittorico: era impiegata per interventi sui pentimenti e per le varianti in corso d’opera,<br />

cioè quando era necessario ottenere riadesioni superficiali non troppo visibili. La tempera per<br />

antonomasia sui dipinti murali è quella a uovo, mescolato all’acqua sia intero, e <strong>qui</strong>ndi come tuorlo<br />

e albume, sia separando le due fasi. È da notare che le proprietà dell’albume sono inferiori del<br />

tuorlo, in quanto la componente grassa contribuisce a produrre un film coesivo, adesivo, flessibile e<br />

con ottime proprietà meccaniche che si mantengono nel tempo 59 . Il possibile utilizzo di più tecniche<br />

58 C. GIANNINI, Materiali cit., p. 90<br />

59 C. GIANNINI, Materiali cit., pp. 107-108<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

24


esecutive possono affermare che la tipologia di esecuzione è tipica cinquecentesca contrassegnata<br />

ancora dall’uso dell’affresco, utilizzato prevalentemente come base per dimostrare la sua abilità<br />

suprema e garanzia di conservazione.<br />

LA DECORAZIONE PITTORICA<br />

Le decorazioni sfruttano gli effetti sensoriali e percettivi dell’osservatore con abili elaborazioni per<br />

affascinarlo. “Affascinare o impressionare” era appunto lo scopo che si voleva raggiungere nel<br />

locale numero 9. L’abbellimento di pareti interne ed esterne è stato progettato dal Quattroccento in<br />

poi, quando si concretizzava sempre più il concetto di residenza privata, pronta ad accogliere i<br />

visitatori che provenivano da ogni parte del mondo per affari economici, politici ecc. Aperta rimane<br />

l’attribuzione delle decorazioni di questo locale, si può solo supporre che l’<strong>arti</strong>sta dell’apparato<br />

decorativo sia stato Giuseppe Dattaro che collaborò con il padre e ne continuò l’opera con un<br />

intervento, forse più autonomo, nella ricca p<strong>arti</strong>tura decorativa già compiutamente manierista e<br />

prebarocca 60 . Questa ipotesi nasce dal fatto che molti architetti posti alla direzione dei lavori, non<br />

precisavano se oltre ad essere gli autori del progetto architettonico, erano anche gli artefici del<br />

progetto pittorico insieme a collaboratori esperti in questo settore. Una mancata fonte documetaria e<br />

un’idagine specifica può lasciare nell’ombra possibili collaboratori di Giuseppe perché rintracciarli<br />

può essere cosa ardua per reticenza delle fonti 61 . La struttura architettonica, del locale in esame, si<br />

apre verso una nuova concezione di spazio in chiave prospettica, caratterizzato da un rigore<br />

geometrico con il quale lo spazio è strutturato in rapporto ad un determinato punto di vista. Lo<br />

spazio geometrico è formato da una volta ribassata a padiglione ma l’abile <strong>arti</strong>colarsi degli elementi<br />

dipinti simulano una volta più profonda, quasi sferica. La volta è una superficie curva che copre uno<br />

spazio e ha origine dall’arco. L’arco determina il tipo di curvatura e da esso derivano i vari tipi di<br />

volta: a tutto sesto, ogivale, ribassata ecc. 62 . La volta a padiglione, è considerata una volta composta<br />

perché generata dall’intersezione di più volte a botte che hanno i lati d’imposta sui muri che<br />

delimitano l’ambiente (vedi Fig. 21). Ne risultano tanti fusi cilidrici (denominati vele) che si<br />

appoggiano in modo continuo alla base e che si reggono con mutuo costrasto lungo spigoli di<br />

intersezione. Gli specchi che si vengono a creare per l’intersezione, sono detti falde o fusi. Questo<br />

tipo di copertura ha avuto un ampio successo nei palazzi nobiliari ed importanti edifici nel XVI<br />

secolo, grazie anche all’aspetto estetico piacevole dato dall’innesto di lunette che nascono<br />

dall’esigenza di inserire porte o finestre alte per illuminare l’ambiente, oltre che per scaricare il<br />

peso della volta (vedi Fig.22) 63 .<br />

60 Progetto conservativo delle pitture murali di Maria Cristina Regini, Settembre 2010<br />

61 L. AZZOLINI, Palazzi, cit., p. 12<br />

62 ELENA TORNAGHI, Le stanze dell’arte, Torino, Loescher Editore, Sesta Edizione,2009, p. 37<br />

63 E. TORNAGHI, Le stanze, cit., pp. 37-38<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

25


Figura 22 Un esempio di volta a padiglione con lenutte.<br />

<br />

All’interno, del locale numero 9, ogni fuso ha tre lunette con vela, ovvero superficie murale a forma<br />

di triangolo sferico. L’insieme della lunetta e vela forma la nicchia, una cavità ottenuta nello<br />

spessore del muro. Ha una forma ogivale e viene denominata in questo modo o a sesto acuto, perché<br />

è il profilo di due archi di cerchio intersecati tipici delle strutture verticali dell’architettura gotica,<br />

che si “slaciano verso Dio”.Tutte le nicchie dei quattro lati appoggiano su una cornice (vedi Fig.<br />

23), elemento decorativo aggettante e lineare utilizzato per raccordare la parete con il dipinto<br />

murale e per sottolineare gli spigoli e i punti di connessione. Esso è un elemento indispensabile<br />

della struttura architettonica classica, quel p<strong>arti</strong>colare elemento di raccordo o di conclusione che<br />

rende armoniosi i passaggi tra i vari piani e le varie forme 64 . La sagoma di questa cornice è a La<br />

sagoma di questa cornice è a ovulo corrispondente a un quarto di cerchio convesso (vedi Fig.24).<br />

Nell’ovulo sono intagliati dei globi a forma di uovo, chiamati ovoli, avvolti da una fascetta. Tra due<br />

fascette consecutive si innesta una lancetta con la punta rivolta verso il basso (vedi Fig. 25).<br />

64 S. GHIGINO, La realtà,cit., p. 82<br />

Figura 23 Cornice che raccorda la<br />

parte con il dipinto murale.<br />

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26


Figura 24 Sagoma di un quarto di cerchio<br />

convesso che descrive un ovulo.<br />

S. GHIGINO, La realtà, cit., p.83<br />

Figura 24 Sagoma di un quarto di cerchio<br />

convesso che descrive un ovulo.<br />

S. GHIGINO, La realtà, cit., p.83<br />

Questo tipo di decorazione è una modanatura, lo sviluppo lineare di un determinata<br />

ornamentazione. La modanatura è stata concepita come vera e propria occasione di espressione<br />

<strong>arti</strong>stica che ha offerto nei vari secoli spazio per invenzioni e variazioni sul tema. L’ornamentazione<br />

del locale oggetto di studio, riprende le tipiche modanature a gola dritte e rovesce degli ordini<br />

classici che sono decorate con motivi fitomorfi, foglia d’acanto o palmette con viticci e boccioli 65 .<br />

Questa tipologia la ritroviamo anche come contorno alla finta architettura in stucco delle vele che si<br />

individuano tra una nicchia e l’altra e nelle lunette (vedi Fig. 26).<br />

65 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 82-85<br />

Figura 26 Modatura ad ovulo ripresa nella vela come contorno<br />

alla finta architettura in stucco e nelle lunette.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

27


Le nicchie sorreggono a loro volta, un cornicione formato da una cornice e una trabeazione.<br />

Nell’architettura classica è frequente trovare cornicioni composti da trabeazioni con modanature<br />

molto <strong>arti</strong>colate e la loro funzione è quella di rimarcare la presenza di un tetto o di un p<strong>arti</strong>colare<br />

elemento. Pittoricamente è rappresentato sporgente perché la cornice è arricchita da mensole in<br />

aggetto (vedi Fig.27). La presenza di mensole in aggetto risale all’epoca romana repubblicana con<br />

lo scopo di sorregge carichi per la sporgenza di un elemento orizzonatale rispetto a una superficie<br />

verticale. Grande successo lo si trova nel periodo rinascimentale, perché la mensola diventa<br />

anch’essa un elemento ornamentale decorata con volute. La cornice con mensole aggettanti è stata<br />

realizzata anche da Francesco Dattaro nel “Cortil Nobile” e si potrebbe ipotizzare che il decoratore<br />

abbia voluto creare un collegamento dell’apparato decorativo con l’impianto architettonico esterno,<br />

dando origine ad un vero “unicum” iscindibile tra il locale e la Villa (vedi Fig. 28).<br />

.<br />

Figura 27 P<strong>arti</strong>colare della cornice con<br />

mensole aggettanti, che insieme alla<br />

trabeazione formano il cornicione.<br />

Ogni elemento architettonico, finto e non, confluisce in un oculo centrale dove l’arstista finge un<br />

cielo azzurro solcato da nubi vaporose rappresentando un esempio di finta architettura con<br />

sfondamento illusionistico. Questa tipologia decorativa è fiorita nel tardo antico riscontrabile nella<br />

pittura egizia, cretese ed etrusca dove il pittore eseguiva finti aggetti e rientranze. Venne poi<br />

successivamente ripresa e sviluppata a p<strong>arti</strong>re dal XV secolo, ma lo sviluppo maggiore avvenne tra<br />

il XVI secolo e il XVII secolo, periodo nel quale si fece pressante l’esigenza, propria del<br />

manierismo e del Barocco, di decorare le vaste superfici murarie all’interno degli edifici,<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

28


ealizzando scorci prospettici che illustravano architetture illusorie e a volte fantastiche 66 . Tutto<br />

l’impianto architettonico è valorizzato da ornati riscontrabili in festoni, nastri, rosoni, mascheroni e<br />

in conchiglie. Il festone è un elemento ornamentale composto da foglie, frutti o fiori che viene<br />

inserito nell’apparato decorativo o in stucco, o dipinto come nel nostro caso. Il nome deriva da<br />

“festa” essendo una ghirlanda da usare come ornamento per festività religiose o laiche 67 . Nel locale<br />

numero 9 il festone è inserito all’interno delle nicchie caratterizzando la composizione raffigurata<br />

che si distingue in figure umane a mezzo busto e cesti di frutta e fiori avvolti in nastri svolazzanti<br />

(vedi Fig.29). Il nastro è considerato un elemento di legatura al festone e per la sua forma<br />

p<strong>arti</strong>colarmente incline a svolazzi e contorsioni, viene utilizzato per sollecitare l’idea dell’ariosità<br />

della composizione. Da un punto di vista decorativo i nastri sono sempre rappresentati in pose<br />

serpentine rimarcate pittoricamente da tanti piccoli tratti che aiutano a creare l’effetto delle anse a<br />

frusta fluttuanti (vedi Fig.29) 68 .<br />

Figura 28 Cornicione localizzato nel “Cortil<br />

Nobile” realizzato da Francesco Dattaro.<br />

Figura 29 Esempio di lunetta con il festone e i<br />

nastri che svolazzano vinino al cesto di frutta.<br />

Il rosone, localizzato al centro delle mensole aggettanti, è di forma piccola e a rosetta; ricorda l’idea<br />

di una rosa vista dall’alto (vedi Fig.30). In architettura si identifica come apertura a forma circolare<br />

interessata da motivi radiali che compongono forme floreali 69 . Infine, i mascheroni e le conchiglie<br />

sono inseriti nel cornicione e rispettivamente le conchiglie hanno la funzione di valorizzare i<br />

mascheroni per la loro forma plastica significativa (vedi Fig. 31). Il mascherone è un elemento<br />

decorativo a forma di maschera che prende spunto dal viso umano o dalla testa di un animale<br />

solitamente stilizzata o deformata mettendo in evidenzia p<strong>arti</strong>colari caratteriali o fisionomici. Esso<br />

66 L’informazione è stata tratta dal sito: Quadraturismo. Link risorsa: <br />

67 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 116-117<br />

68 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 108-109<br />

69 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 111-113<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

29


deriva dalle maschere tragiche del teatro greco, anche se non sono da dimenticare ascendenze<br />

egizie, medio-orientali, orientali e indiane, dove spesso il mascherone è inteso come oggetto mistico<br />

capace di spaventare e <strong>qui</strong>ndi tenere lontani spiriti maligni del male. Esso è inserito nel fulcro della<br />

composizionie che adorna il timpano e viene ripetuto a intervalli ritmici in quanto la decorazione<br />

architettonica è simmetrica. La conghiglia ha una forma affascinante e ha sempre esercitato un<br />

grande interesse nell’uomo. Il suo fascino maggiore sta nella perfezione naturale delle spirali. Nel<br />

locale numero 9, la conchiglia, è stata oggetto di metamorfosi plastica tipica del gusto degli <strong>arti</strong>sti<br />

tardo manieristi e poi barocchi, dove la sua forma è stata stilizzata fino a creare quelle p<strong>arti</strong>colari<br />

forme fluttuanti nello spazio (vedi Fig. 31) 70 .<br />

Figura 30 Esempio di rosone che ricorda l‟idea<br />

di una rosa vista dall‟altro.<br />

Figura 31 Esempio di mascherone valorizzato<br />

dalla forma stilizzata della conchiglia che crea<br />

una forma fluttuante nello spazio decorativo.<br />

Ogni elemento dell’apparato decorativo è rappresentato tridimesionalmente grazie all’effetto del<br />

chiaro-scuro che è capace di materializzare quello che non c’è in modo da far percepire un suo<br />

volume all’osservatore. Il chiaro-scuro modella forme e crea un’immagine illusoria perché capace<br />

di ingannare e far credere che l’immagine percepita sia realmente dotata di profondità, anche se<br />

rappresentata su una superficie piana 71 . Essendo un dipinto murale in un locale interno, la fonte di<br />

luce può derivare da finestre o lampade, ma in questo caso specifico, la fonte di luce è illusoria e<br />

deriva dal cielo dipinto nell’oculo centrale che determina anche la direzione della luce sui vari<br />

oggetti d’ornato. Questa fonte immaginaria è diffusa e da la possibilità di raccordare, tramite le<br />

ombre, la consistenza materica, lo spessore e il movimento delle forme e dei modellati raffigurati.<br />

Le ombre sono sfumate da una tonalità più intensa, in corrispondenza dei punti di incastro dei vari<br />

piani, a gradazione più chiara verso la loro periferia. Le ombre più significative sono quelle portanti<br />

riconosciute in tutte le lunette che hanno la funzione sia di risaltare il modellato che, di suggerirci<br />

un’idea di nicchia nella nicchia, dove il profilo della seconda cavità inesistente è il festone che<br />

evidenzia una mezza calotta sferica, ospitando al suo interno immagini di mezzi busti e cesti di<br />

frutta e fiori.<br />

70 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 98-109<br />

71 S. GHIGINO, La realtà,cit., pp. 50-54<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

30


Iconograficamente i mezzi busti potrebbero rappresentare statue di bronzo perché dipinti con colori<br />

monocromi sulle tonalità del marrone scuro con l’unione di gradazione arancio e verde, tipica per<br />

rappresentare questo metallo (vedi Fig. 32, 33, 34, 35). Si suppone che tali figure potrebbero ritrarre<br />

uomini illustri forse legati al casato a cui apparteneva il palazzo. Il busto del lato sud è laureato<br />

(vedi Fig. 33), perché al capo porta la corona d’alloro: ornamento a forma circolare che veniva<br />

posto sul capo a persone colte o vittoriose durante cerimonie. Esso è vestito con una toga, come la<br />

figura corrispondete sul lato nord (vedi Fig. 32). La toga è un abito usato dai romani come mantello<br />

sopra la tunica, ed era riservato esclusivamente a cittadini romani maschi. Si indossava creando un<br />

mazzo di pieghe che dovevano essere appoggiate su una spalla ed essendo ampia e pesante, dava un<br />

aspetto imponente a chi la portava. Si potrebbe perciò supporre che le due figure a mezzo busto<br />

siano rispettivamente rappresentanti della cultura e della politica civile. Sul lato est e ovest, le due<br />

figure indossano invece armature, <strong>qui</strong>ndi possibili soldati collegabili alla rappresentanza militare. Il<br />

mezzo busto del lato est (vedi Fig. 34), oltre all’armatura, ha una gorgiera, ovvero un colletto<br />

pieghettato che iniziò a far parte dell’abbigliamento aristocratico maschile e femminile dal XVI al<br />

XVII secolo e in Italia comparì, nella sua forma più semplice, attorno al 1530, quando la penisola<br />

cadde sotto il dominio spagnolo di Carlo V. La fisionomia del personaggio ricorda molto il figlio di<br />

Carlo V, Filippo II, e questa somiglianza fisionomica, potrebbe essere data dal fatto che l’<strong>arti</strong>sta, su<br />

commissione della famiglia, abbia rappresentato uno dei personaggi della dinastia spagnola per<br />

renderle omaggio, in quanto il feudo grumellese venne affidato ai mercanti Affaiati proprio dal Re<br />

Carlo V (vedi Fig. 36). La figura relativa al lato ovest (vedi Fig. 35), invece, potrebbe ritrarre<br />

Giovanni Battista Affaitati, nonché committente dei lavori di ristrutturazione della residenza.<br />

L’ipotesi è giustificata dal fatto che appena terminò gli studi, si occupò delle armi, inserendosi nella<br />

compagnia militare cremonese raggruppata da Carlo V. Tutte queste possibili connessioni sono solo<br />

una giustificazione delle rappresentazioni, ma senz’altro esaltano il merito raggiunto dalla famiglia<br />

Affaitati. La struttura architettonica, gli ornati, le figure a mezzo busto sono collegate tra loro dalla<br />

finta architettura in stucco che riproduce finti rilievi tipici di questa tecnica con la caratteristica di<br />

abbellire tutto l’apparato. Un abbellimento maggiore è stato dato dalla foglia d’oro per creare<br />

lumeggiature più accentuate sugli elementi decorativi conferendo preziosità e dinamismo ottico al<br />

dipinto murale. L’origine della tecnica di doratura è antichissima e la caratteristica del suo colore,<br />

che varia dal marrone-rosso al giallo chiaro, è determinata dall’origine dell’oro e dalla qualità dei<br />

metalli con cui viene fuso. L’uso di questo materiale era frequente nella pittura su tavola come<br />

confermano trattati e fonti scritte, perché già nel medioevo l’<strong>arti</strong>sta aveva elaborato una varietà di<br />

procedimenti e materiali adatti a rispondere alle diverse esigenze pittoriche della tecnica su tavola.<br />

Diversa invece, è la situazione dei dipinti murarli perché gli è stata dedicata una modesta attenzione<br />

dato che le caratteristiche del substrato non permettevano di levigare la superficie. Solo in un<br />

secondo momento, l’<strong>arti</strong>sta risolvese il problema mettendo a punto nuove tecnologie più appropriate<br />

per realizzare anche su questi supporti le decorazioni con foglia d’oro. Le principali difficoltà<br />

consistono non tanto nell’adesione del metallo alla superficie, quanto piuttosto nel poter estendere a<br />

superfici non levigate tutte quelle ulteriori operazioni proprie della tecnica della doratura con le<br />

quali si rendeva lucida e preziosa attraverso motivi decorativi eseguiti a punzoni o bulini. La foglia<br />

d’oro avendo uno spessore sottilissimo, non si appresta bene a queste manipolazioni laddove il<br />

substrato che le faceva da supporto non era sufficientemente levigato e plastico. Perciò gli <strong>arti</strong>giani<br />

antichi, decisero di ricreare un materiale metallico malleabile ma di maggiore spessore e di costo<br />

più contenuto, considerata l’impraticabilità di ricorrere semplicemente ad una foglia d’oro più<br />

spessa. Per tali esigenze p<strong>arti</strong>colari, è stato necessario introdurre foglie composite, ovvero l’unione<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

31


di due strati di foglia metallica per creare una lamina sufficientemente spessa, formata della foglia<br />

di stagno, quale supporto per l’applicazione della successiva foglia d’oro. Per una sua adesione si<br />

utilizzavano le procedere e i materiali medesimi adottati per la pittura su tavola: dalla stesura di<br />

bolo, argilla di origine minerale; alla preparazione dell’adesione della foglia metallica con cariche<br />

di adesivi blandi di natura acquosa (colle animali, gomme vegetali, uovo ecc.) 72 . Tale tecnica,<br />

comunemente conosciuta “doratura a guazzo”, si distingueva dalla “doratura a missione” che<br />

utilizza le foglie d’oro finte e adesivi a base oleosa pechè quelli a base d’acqua, ossidavano la<br />

foglia. Sulla superficie decorata del locale numero 9, non si è riscontrato il principio puro della<br />

doratura a guazzo in quanto non vi sono tracce di bolo, tipico di questa tecnica. Si è però ipotizzato<br />

ugualmente l’utilizzo di questa procedura, ma con un’applicazione della foglia direttamente sulla<br />

decorazione pittorica mediante adesivi a base acquosa. Questa ipotesi può essere certificata dal<br />

fatto che la perdita completa di alcune lumeggiature a oro, ha asportato parte della pellicola<br />

pittorica lasciando un segno netto e preciso sulla superficie (vedi Fig. 37).<br />

Figura 32 Rappresentante della politica<br />

civile.<br />

Figura 34 Rappresentante militare.<br />

Figura 33 Rappresentante della cultura.<br />

Figura 35 Rappresentante militare.<br />

72 MAURO MATTEINI, ARCANGELO MOLES, Le tecniche di doratura nella pittura murale, in Le Pitture Murali,<br />

tecniche, problemi, conservazione, a cura di Cristina Danti, Mauro Matteini, Arcangelo Moles, Firenze, Centro Di,<br />

1990, pp. 121-125<br />

32<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


Figura 36 Ipotetico tributo alla dinastia<br />

spagnola per la somiglianza fisionomica.<br />

G. POLITI, Storia di Cremona, cit, p. 50<br />

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33


RELAZIONE TECNICA<br />

LO STATO DI CONSERVAZIONE E L’ANALISI DEL DEGRADO<br />

Prima di procedere a qualsiasi forma di intervento conservativo o di restauro, bisogna valutare,<br />

descrivere ed analizzare lo stato patologico 73 del manufatto. L’osservazione consiste<br />

nell’individuare e raccogliere tutti gli elementi utili per valutare lo stato di fatto del manufatto<br />

edilizio e nell’individuare le cause e i processi che possono averlo portato al suo stato attuale. Per<br />

stilare in modo corretto lo stato di conservazione, bisogna considerare il bene culturale in un aspetto<br />

diverso rispetto a quello che aveva al momento della sua realizzazione, in quanto le sue qualità<br />

superficiali iniziali sono state modificate dai fenomeni di degrado e dall’invecchiamento<br />

fisiologico 74 . Bloccare la trasformazione naturale è impossibile, perché ogni costruzione dal<br />

momento che viene terminata, inizia subito il processo di deterioramento causato dal tempo e dai<br />

fattori esterni. È possibile però rallentare o quanto meno ridurre le conseguenze con piani di<br />

manutenzione che tengono monitorato il degrado. Perciò la conoscenza delle cause di degrado è la<br />

base per controlli futuri e per riuscire a prevedere anomalie e situazioni di precarietà, in modo da<br />

garantire una sufficiente conservazione 75 . Le trasformazioni dei materiali avvengono perché una<br />

volta posti in opera creano un rapporto diretto con l’ambiente circostante e il loro grado di<br />

irreversibilità è tanto maggiore quanto più grandi sono gli s<strong>qui</strong>libri che hanno provocato la<br />

trasformazione e quanto più rapidamente il degrado si manifestata 76 . In modo sintetico possiamo<br />

affermare che la velocità e le modalità dei processi di trasformazione che colpiscono la materia<br />

dipendono dal contesto ambientale e dalla morfologia delle superfici. Trovandoci in un ambiente<br />

interno, i degradi più frequenti sono causati dalla temperatura (trasferimenti di calore del sistema<br />

all’ambiente e viceversa); umidità (sia in fase li<strong>qui</strong>da o di vapore) e atmosfera in<strong>qui</strong>nante. I primi<br />

indizi di degrado, si manifestano con il processo di deterioramento del rivestimento: l’intonaco.<br />

Esso diventa così non solo importante esteticamente, ovvero capace di trasmettere contenuti figurali<br />

degli oggetti, ma una spia attraverso il quale valutare lo stato di conservazione. Lo strumento<br />

principale che utilizzeremo per indagare e conoscere il materiale, è l’analisi diretta sensoriale e i<br />

sensi maggiormente coinvolti sono la vista, il tatto e l’udito. Tale procedura è ritenuta sufficiente<br />

per scoprire, conoscere, valutare ed apprezzare le caratteristiche fondamentali per raggiungere un<br />

quadro informativo preliminare abbastanza completo; da definire con successive prove tecniche,<br />

saggi stratigrafici o attraverso analisi indirette e prove in laboratorio 77<br />

73 C. GIANNINI, R. ROANI, Dizionario del restauro e della diagnostica, Seconda Edizione, Firenze, Nardini Editore,<br />

2003, p. 181. Gli autori di questo libro, definiscono lo stato patologico l’insieme delle alterazioni e delle forme di<br />

degrado a cui un’opera è soggetta.<br />

74 CARLA ARCOLAO, La diagnosi nel restauro architettonico, tecniche, procedure, protocolli, Venezia, Marsilio<br />

Editore, 2008, pp. 15-46.<br />

75 LUIGI RELLA, LUCIA SACCANI, Schede tecniche per il restauratore, di dipinti murali, su tela e su tavola,<br />

Milano, Hoepli Editore, 2009, p. 9.<br />

76 C. ARCOLAO, La diagnosi, cit., pp. 15-46.<br />

77 C. ARCOLAO, La diagnosi, cit., pp. 15-46.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

34


IL CONTESTO AMBIENTALE<br />

L’in<strong>qui</strong>namento atmosferico è la causa principale del degrado chimico perché sfruttando acqua e<br />

aria veicola, penetra e si diffonde all’interno della muratura attaccando sia la struttura che<br />

l’intonaco, dando luogo a reazioni, le quali, a loro volta, producono fenomeni di alterazione.<br />

L’acqua, viene considerata il responsabile primario per la nascita del degrado perché reagisce con le<br />

sostanze in<strong>qui</strong>nanti originando acidi, ovvero piogge acide o nebbie acide che corrodono il materiale.<br />

L’acqua, sia pura che meteorica, è anche la causa di un’azione fisica sul materiale attraverso la<br />

solubilizzazione, la cristallizzazione delle sostanze presenti sul manufatto. Anche il p<strong>arti</strong>colato può<br />

generare sostanze acide dannose per il bene culturale provocando un annerimento della superficie<br />

attraverso la formazione di sedimento di natura secca o umida.<br />

Nel periodo precedente all’intervento per avere un’idea del contesto ambientale è stato consultato il<br />

sito internet dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della lombardia. Link risorsa:<br />

<br />

LA MORFOLOGIA DELLE SUPERFICI<br />

Lo studio del contesto ambientale non basta per una diagnosi completa o per risalire a possibili<br />

cause; è necessario analizzare anche le caratteristiche dei materiali costitutivi, in quanto anche le<br />

sostanze presenti nella muratura creano reazioni sia singolarmente con la presenza di acqua, sia<br />

addizionate ai fattori ambientali. La tipologia di muratura del locale numero 9, risale alle<br />

costruzioni degli edifici storici, per intendersi tutti quegli edifici realizzati prima dell’Ottocento,<br />

ovvero prima dell’avvento del cemento Portland 78 . La classificazione morfologica che verrà fatta in<br />

questa sezione è solo una supposizione in quanto non certificata da indagini diagnostiche in<br />

laboratorio per una verifica sulla vera natura del materiale. Il recupero dei materiali per la<br />

costruzione architettonica privilegia i materiali lapidei reperibili localmente. Grumello Cremonese<br />

ed Uniti, trovandosi geograficamente nella pianura padana, è lontano della zona Alpina dove si<br />

trovano rocce metamorfiche e magmatiche, dalla zona Prealpina e Appenninica dove si trovano le<br />

rocce sedimentarie, perciò privilegia l’utilizzo di materiali sciolti, come ghiaie, sabbie e argille<br />

locali dando sempre più importanza all’impiego dei laterizi 79 , ottenuti per cottura di argilla<br />

precedentemente sagomata ed essiccata. Questo materiale è presente in Villa Affaitati, ed è stato<br />

riscontrato attraverso l’osservazione visiva di alcune lacune dell’intonaco. A causa della presenza di<br />

determinati minerali, i mattoni possono contenere alcuni sali facilmente solubili in acqua che<br />

durante l’azione bagnante di acqua piovana sulla muratura si trascinano e depositano sulla<br />

superficie. Essendo che il mattone non è a vista ma è rivestito di intonaco, i sali depositati sulla<br />

superficie vengono in realtà a trovarsi sull’interfaccia mattone - malta. In questi casi può verificarsi<br />

78 MARIO COLLEPARDI, Classificazione delle possibili tipologie delle murature degli edifici storici in base all’uso<br />

dei materiali originali, pdf trovato in internet, consultando il motore di ricerca google, digitando ‘tipologie di<br />

murature’.<br />

79 La sintesi del recupero dei materiali costitutivi, è tratta dal sito internet: Lezioni di petrografia applicata 2008 R.<br />

Bugini - L. Folli. Link risorsa: <br />

35<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


per effetto fisico – meccanico il distacco della malta 80 . I mattoni per poter realizzare una muratura,<br />

devono essere legati con malta di allettamento che si differenzia dalla malta per intonaci perché<br />

utilizzata come rivestimento dello scheletro architettonico per isolarlo dagli agenti atmosferici.<br />

Qualsiasi rivestimento della muratura ha tre stati di intonaco: i primi st<strong>arti</strong> devono essere ruvidi e<br />

costituiti da inerti con granulometria grossa, utilizzando anche pezzi di pietra o mattoni in modo da<br />

creare spessore, mentre gli st<strong>arti</strong> più esterni devono essere più sottili grazie l’utilizzo di polveri di<br />

marmo o comunque di una pietra bianca macinata finissima. La granulometria è la componente che<br />

crea la differenza sostanziale tra i due tipi di malta, perché la loro composizione è pressoché<br />

identica: entrambe sono costituite da legante, inerte e acqua miscelati in proporzioni variabili in<br />

funzione delle prestazioni richieste 81 . Le malte con calce e sabbia sono tra i materiali più antichi e<br />

durevoli utilizzati dall’uomo nelle costruzioni. La fonte più antica, ricca di ricette e indicazioni<br />

tecniche sulle malte è il De architectura di Vitruvio. Questo testo divenne, insieme alla Naturalis<br />

Historia di Plinio e al De agricoltura di Catone, fonte di preziosi consigli per gli autori che, dal<br />

XVI al XIX secolo, si cimentarono nella trasmissione teorica delle pratiche del costruire. I trattatisti<br />

rinascimentali, con poche variazioni, riprendono le indicazioni delle malte di epoche romane e i<br />

principali leganti utilizzati per la costruzione degli edifici storici, quali: gesso e calce. Il gesso è un<br />

legante aereo perché indurisce solo all’aria. Esso veniva e viene usato in forma di pasta (cioè<br />

mescolato solo con acqua) per stucchi o decorazioni, o in forma di malta per intonaci, per lo più<br />

interni, per la sua dilavabilità dalle acque piovane. Ha una scarsa resistenza meccanica ma è stato<br />

ugualmente impiegato nella costruzione di edifici storici, anche dopo l’avvento della calce<br />

considerato legante tecnicamente superiore. La calce, più esattamente la calce idrata, è anch’essa un<br />

legante aereo e si hanno sue testimonianze dagli egizi, ma il suo massimo utilizzo è stato ottenuto<br />

dai greci e soprattutto romani. La calce idrata non fu solo impiegata come malta aerea, ovvero<br />

mescolata con acqua e sabbia normale, ma successivamente si scoprì che sostituendo la sabbia<br />

normale con sabbia di origine vulcanica, la malta diventava idraulica, ed era in grado, cioè, di<br />

indurire anche sott’acqua. Questo tipo di sabbia è la pozzolana e la sua presenza è fondamentale<br />

perché contiene silice ed allumina che sono reattive alla calce idrata strasformandola in idraulica.<br />

Molto spesso si ottiene lo stesso effetto sostituendo la sabbia normale con argilla cotta macinata o<br />

con coccio pesto (mattoni o tegole finemente macinati). Sia la sabbia di origine vulcanica<br />

(pozzolana naturale) che il coccio pesto (pozzolana <strong>arti</strong>ficiale) non hanno però la stessa reazione se<br />

unite al legante in gesso, perciò in questo caso è indifferente l’uso della sabbia. La calce idrata con<br />

pozzolana è stata adottata per molte costruzioni in epoca romana perché ne compresero il suo<br />

impiego strategico nel campo dell’architettura. Dopo la caduta dell’impero romano, l’uso della<br />

pozzolana andò perduto e rintrodotto solo nel tardo rinascimento. Se il gesso era preferibilmente<br />

utilizzato per malte di rifinitura per interni, la calce, invece, era utilizzata per la sua resistenza<br />

meccanica e agli ambienti umidi sia per strati finali che di sottofondo, come le malte di<br />

allettamento. Dovettero passare molti secoli prima che si scoprisse una calce idraulica che di per sé,<br />

cioè indipendente dalla presenza di pozzolana, avesse la capacità di resistere all’azione dilavante<br />

delle acque. Nel 1570 il Palladio, riferisce di una calce straordinaria ottenuta per cottura di una<br />

pietra calcarea presso Padova con caratteristiche idrauliche. Oggi noi sappiamo che l’idraulicità<br />

80 M. COLLEPARDI, Classificazione delle possibili tipologie delle murature degli edifici storici in base all’uso dei<br />

materiali originali, pdf trovato in internet, consultando il motore di ricerca google, digitando ‘tipologie di murature’.<br />

81 A. BROCCOLO, Malte, cit., p. 15.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

36


della calce descritta da Palladio consisteva nell’impurezza del calcare di partenza, per la presenza di<br />

argilla. In presenza di argilla si formano per cottura accanto alla calce il silicato bicalcico e<br />

l’alluminato monocalcico, composti capaci di indurire anche sott’acqua. Si era arrivati, anche se<br />

inconsapevolmente, a produrre i primi rudimentali cementi moderni. Occorrerà tuttavia, ancora del<br />

tempo per arrivare ad una produzione razionale e scientifica delle calci idrauliche ed inseguito dal<br />

cemento Portland: occorrerà l’avvento della rivoluzione industriale e soprattutto l’inizio della<br />

chimica moderna con Lavoisier verso la metà del XVIII secolo 82 . Sulla base degli studi svolti sulle<br />

caratteristiche dei materiali lapidei e sull’osservazione visiva, si potrebbe ipotizzare che il legante<br />

utilizzato dai Dattaro per la ristrutturazione della Villa Affaitati, sia stata la calce aerea con<br />

l’aggiunta di pozzolana naturale o <strong>arti</strong>ficiale per le malte della muratura e l’utilizzo di impasti con<br />

calce e gesso per la malte degli intonaci. Dato che le malte con materiali a componimento<br />

pozzolanico sono state largamente utilizzate fino ai primi secoli dell’era moderna, comprendiamo<br />

così l’anno di costruzione della Villa e che il tipo di pozzolana presa in considerazione era quella<br />

naturale, più che quella <strong>arti</strong>ficiale perché alcune fonti indicano l’utilizzo di malte con coccio pesto<br />

principalmente per pavimenti. Comunque sia, non si dovrebbe esclude un suo utilizzo anche per le<br />

malte per intonaci, perché Cennino Cennini consigliava questo tipo di impasto adatto per rimediare<br />

all’umidità delle pereti destinate a ricevere pitture murali 83 . Si preferisce però pensare all’ipotesi<br />

che per la malta degli intonaci, sia stato usato un impasto di polvere fini con gesso e calce o<br />

solamente con gesso perché insieme altri leganti possono creare manufatti durevoli nel tempo con<br />

caratteristiche di splendore e lucentezza per risaltare possibili decorazioni 84 .<br />

ANALISI DELLE FORME DI DEGRADO<br />

Difficilmente una superficie architettonica presenta un solo fenomeno di degrado e con altrettanta<br />

difficoltà esso di manifesta singolarmente. Generalmente, le alterazioni di una superficie si<br />

manifestano con effetti ascrivibili a più fenomeni e sono frutto di combinazioni di cause. Le varie<br />

combinazioni nascono dalla scarsa manutenzione non effettuata nel corso degli anni, dai vari<br />

precedenti interventi di restauro visibili sulla superficie, dall’umidità molto elevata nel territorio e<br />

dalle polveri in sospensione nell’atmosfera. Si è ipotizzato che il tipo di umidità presente nella<br />

muratura sia di condensa e meteorica. I tipi di umidità citati sono legati ad eventi stagionali o<br />

straordinari causati dal clima locale per la posizione geografica sfavorevole di Grumello Cremonese<br />

ed Uniti. L’umidità meteorica è dovuta all’acqua piovana che bagnando la parete esterna penetra<br />

nella muratura anche per tutto il suo spessore, invece l’umidità da condensa si forma per la<br />

differenza di temperatura tra l’ambiente esterno e la parete interna, per effetto della diversa<br />

conducibilità termica e porosità dei materiali 85 . La porosità è una caratteristica propria dei materiali<br />

lapidei, sia che essi siano naturali o <strong>arti</strong>ficiali. L’umidità, perciò, crea una porosità indotta perché<br />

l’acqua penetrando all’interno delle murature, esercita un’azione meccanica variando così la<br />

82 M. COLLEPARDI, Classificazione delle possibili tipologie delle murature degli edifici storici in base all’uso dei<br />

materiali originali, pdf trovato in internet, consultando il motore di ricerca google, digitando ‘tipologie di murature’.<br />

83 C. ARCOLAO, Le ricette del restauro, malte, intonaci, stucchi dal XV secolo al XIX secolo, Venezia, Marsilio<br />

Editori, 1998, p. 33.<br />

84 C. ARCOLAO, Le ricette, cit., p. 46.<br />

85 La sintesi sull’umidità di condensa e meteorica è tratta dal sito internet: Architetto Di Leo Leonardo. Link risorsa:<br />

<br />

37<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


struttura del materiale e di conseguenza più soggetto all’azione di degrado. La presenza del camino<br />

sul lato nord della sala, non è da tralasciare in questa fase di studio perché considearto anch’esso<br />

fonte di degrado rilasciando polveri sottili, di natura organica e inorganica. La parte inorganica è<br />

composta principalmente da sali minerali e la parte organica è generata da una combustione del<br />

legno incompleta, contribuendo così alle emissioni di p<strong>arti</strong>colato in<strong>qui</strong>nante già presente<br />

nell’atmosfera. Vediamo infatti come l’intero dipinto murale è interessato da depositi superficiali<br />

che non compromettono eccessivamente la lettura dell’opera, ma creano uno strato sottile<br />

polverulento provocando così una variazione di luminosità, saturazione e tonalità della cromia<br />

originale (vedi Fig.38). Nel nostro caso il deposito superficiale è formato sia da materiali organici<br />

(polvere depositata dal tempo), che inorganici come il p<strong>arti</strong>cellato atmosferico, senza però la<br />

formazioni di incrostazioni di varia durezza superficiali che contribuirebbero ad un peggioramento<br />

delle caratteristiche del manufatto stesso.<br />

Figura 38 Esempio di deposito superficiale sulla decorazione pittorica che altera la saturazione e la<br />

tonalità del colore originale.<br />

Attraverso un’indagine tattile, si è riscontrato che l’intonaco è leggermente ruvido risultando<br />

favorevole all’aggrappo di polveri e di un loro rapido deposito, creando così disomogeneità sulla<br />

superficie (vedi Fig. 39 e 40). Ciò è dovuto alle varie abrasioni presenti in tutte le nicchie e sulla<br />

volta che corrispondono a mancanze superficiali provocate da un’azione meccanica naturale o<br />

causata dall’uomo. L’azione meccanica naturale può essere dovuta dall’usura dell’intonaco e dagli<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

38


strati preparatori sia per l’invecchiamento, che per cause chimico-fisiche, attraverso la reazione<br />

dell’ossigeno e le sostanze grasse presenti nel deposito superficiale, provocando un’essicazione del<br />

p<strong>arti</strong>colato con successivo indurimento e sfaldamento dell’intonaco. L’azione dell’uomo, invece,<br />

può essere provocata sia da interventi di restauro con puliture troppo energiche, che dall’utilizzo di<br />

sostanze abrasive.<br />

Figura 19 Esempio di abrasioni nella<br />

nicchia centrale lato ovest.<br />

Figura 40 P<strong>arti</strong>colare dell’abrasione<br />

La rimozione delle polveri a secco, con previo controllo delle condizioni conservative della<br />

superficie, ci aiuterà a distinguere bene le due forme di alterazione cromatica: la prima corrisponde<br />

al rifacimento pittorico che si estende circa al 40% , prevalentemente sulla parete nord; la seconda,<br />

corrispondente al rimanente della superficie, coincidendo con la parte originale della decorazione<br />

pittorica, nonché fase numero due . Il rifacimento è stato eseguito a corpo con l’intento di riprodurre<br />

in modo mimetico la decorazione sottostante, con lo scopo di camuffare, modificare e nascondere<br />

forme di degrado, per migliorare la qualità del dipinto. Esso è stato eseguito con tonalità più scure e<br />

si pensa non solo per una metodologia d’intervento scorretta, ma per volontà dell’<strong>arti</strong>sta di creare<br />

atmosfere cupe all’interno dell’ambiente, tipico dei primi anni del Novecento: possibile<br />

collocazione giustificata dal fatto che quando il feudo passò alla Famiglia Vialli nel 1936, tale<br />

intervento, era già presente sull’apparato decorativo. È da notare, che per rendere più realistici i<br />

rifacimenti con il resto della decorazione pittorica murale, sono stati eseguiti dei graffi sovrapposti<br />

uno sull’altro per creare punti di luce di p<strong>arti</strong>colare intensità e contrasto simili ai punti di luce<br />

presenti sulle figure o sugli elementi ornamentali (vedi Fig. 41 e 42).<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

39


Figura 41 e 42 Esempio di punti di luce realizzati con la foglia d’oro sulle figure localizzate nelle<br />

nicchie centrali.<br />

Perciò non possono essere considerati un degrado, perché non sono casuali, ma provocati<br />

intenzionalmente (vedi Fig. 45 e 46). I punti di luce originali, realizzati con la foglia d’oro, risultano<br />

ben conservati perché solo in alcuni punti c’è una sua perdita completa della foglia, individuata<br />

attraverso un’analisi dettagliata a la luce radente (vedi Fig. 43 e 44).<br />

Figura 43 e 44 Esempio di lumeggiature con lacune di foglia d’oro localizzate rispettivamente nel<br />

lato est e sud.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

40


Figura 45 e 46 Esempio di finte lumeggiature sulle ridipinture per creare continuità con il resto<br />

della decorazione originale.<br />

Le abrasioni si differenziano dalle lacune per estensione e profondità e quest’ultime sulla superficie<br />

si presentano numerose e di piccole dimensioni, interessando principalmente la pellicola pittorica<br />

originale, lasciando a vista l’intonaco sottostante modificando così, la morfologia del manufatto.<br />

L’attenta osservazione di questo tipo di degrado ha permesso di affermare con maggior certezza che<br />

il dipinto murale eseguito è in parte ad affresco e in parte a secco. Le lacune della pittura a secco<br />

hanno i bordi che mettono in evidenzia il fatto che la pellicola pittorica, caratterizzata da una stesura<br />

liscia, è un vero e proprio strato adagiato alla parete, non inglobato all’interno di essa come<br />

normalmente accade per un affresco (vedi Fig. 47 e 48).<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

41


Figura 47 e 48 P<strong>arti</strong>colari di lacuna della pellicola pittorica stesa a secco.<br />

Altre lacune lasciano intravedere, invece, un livello di pellicola pittorica sottostante di diverse<br />

cromie (vedi Fig. 49). Si riscontrano principalmente nella parte sud- est, in corrispondenza delle<br />

vele con i finti stucchi.<br />

Figura 49 P<strong>arti</strong>colare di lacuna che lascia intravedere una seconda pellicola pittorica sottostante.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

42


Si catalogano anche lacune dell’intonaco, in p<strong>arti</strong>colarmodo alla base delle varie nicchie dei quattro<br />

lati (vedi Fig. 50). Esse non lasciano intravedere la struttura muraria in mattoni, ma solo il rinzaffo<br />

o l’arriccio a seconda dell’estensione della perdita. Le cause che possono aver provocato la lacuna,<br />

come nel caso dell’abrasione, possono essere di natura chimico – fisica; la presenza di umidità può<br />

creare la solubilizzazione dei sali presenti nella muratura portando ad una corrosione dell’intonaco<br />

o a una decoesione della pellicola pittorica. Possono essere anche generate da lesioni strutturali<br />

come fratturazioni, fessurazioni e crettature dell’intonaco. Di fratture, fessure e crettature<br />

dell’intonaco, se ne identificano numerose e di diverse gravità e non sempre rappresentano un<br />

problema strutturale, ovvero dovuto ai movimenti di assestamento della muratura. Le screpolature<br />

possono essere causate dal ritiro rapido dello strato sottostante, conseguenza più frequente per gli<br />

intonaci a legante idraulico, che hanno la caratteristica di produrre, durante l’indurimento,<br />

manifestazioni di ritiro. Si localizzano prevalentemente nelle nicchie, interessando nello specifico la<br />

parte più esterna (vedi Fig. 51).<br />

Figura 50 P a r t i c o l a r e d i l a c u n a<br />

dell‟intonaco che lascia intravedere il<br />

rinzaffo o l‟arriccio a seconda dei casi.<br />

Figura 51 Esempio di crettature<br />

dell‟intonaco presente sulla superficie<br />

d‟intervento.<br />

Le fessure sono individuate in quantità minime rispetto alle screpolature e presenti in maniera<br />

disomogenea: sono piccole spaccature di varia forma che interessando essenzialmente lo strato di<br />

intonachino (vedi Fig. 52 e 53). Con l’analisi dell’udito, attraverso la percussione con le nocchie<br />

delle dita, si è potuto costatare che in prossimità di tali fessure si presentavano distacchi sottostanti.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

43


Figura 52 e 53 Esempio di fessure presenti sulla superficie d’intervento.<br />

Dei veri e propri spostamenti reciproci delle p<strong>arti</strong> d’intonaco, si riscontrano nelle fratture presenti<br />

nel lato sud, nella nicchia di destra che si sono originate lungo l’asse di congiunzione della volta tra<br />

la parete sud e la parte ovest. Altre fratture si trovano localizzate sul perimetro delle lunette del lato<br />

ovest e nord e rappresentano veri e proprie assestamenti di congiunzione (vedi Fig. 54). La frattura<br />

più ecclatante, si trova nella nicchia di sinistra del lato est dando origine al distacco fisico<br />

dell’intonaco (vedi Fig. 55).<br />

Figura 54 Esempio di frattura<br />

localizzata sul perimetro della<br />

lunetta di destra, lato sud.<br />

Figura 55 Frattura, localizzato sul<br />

lato est, che ha generato il distacco<br />

dell‟intonaco attraverso un suo<br />

rigonfiamento.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

44


Il degrado del distacco è stato preannunciato da un’accentuata fratturazione. Una possibile causa<br />

potrebbe risalire a una cattiva esecuzione dei tre strati che rivestono la muratura, alterando così le<br />

caratteristiche e le proprietà fisiche di ognuno di loro. Il danno è maggiore se i prodotti utilizzati<br />

sono scadenti e ciò si verifica in termini di adesione tra i diversi strati, e tra l’intonaco stesso e il<br />

sostegno; quest’ultimo è il caso più frequente. Si pensa però, che l’origine di tale degrado, sia legato<br />

anche all’umidità e <strong>qui</strong>ndi all’acqua nelle sue diverse forme. La pioggia, penetrando nella porosità<br />

della malta può causare distruzione, perché congelando (situazione che si verifica nel periodo<br />

invernale), subisce un aumento di volume originando delle tensioni interne talvolta superiori alla<br />

resistenza alla trazione del materiale. Ma il danno maggiore potrebbe essere provocato dall’umidità<br />

di risalita in quanto, in<strong>qui</strong>nata da sali solubili, sale per capillarità lungo i muri andando ad evaporare<br />

sulla superficie dell’edificio, provocandone una loro cristallizzazione con conseguente distacco. Il<br />

solfato, uno dei principali sali solubili presenti nella muratura, a contatto con la calce e gesso può<br />

creare ettringite, provocando oltre il distacco anche un rigonfiamento. Esso avviene perché i sali si<br />

cristallizzano in fibre molto corte e male accresciute, capaci di assorbire sempre più acqua e<br />

successivamente rompersi espandendosi. L’insieme delle fessure, screpolature e fratture con<br />

conseguente distacco, hanno creato riduzione della resistenza meccanica della muratura ma senza<br />

compromettere eccessivamente la sua conservazione. Sono presenti anche stuccature differenziate e<br />

<strong>qui</strong>ndi probabilmente risalenti a periodi di realizzazione diversi. La stuccatura più evidente, è<br />

localizzata nella nicchia centrale del lato est e viene catalogata come non idonea perché danneggia<br />

visivamente l’esteticità dell’opera e ha composizione diversa rispetto alla malta originale perché<br />

eseguita con materiali incongrui (vedi Fig. 56). Si classificano come malte non idonee, quelle malte<br />

fessurate, distaccate dal supporto, che impediscono l’accesso di materiale consolidante e di<br />

consistenza diversa rispetto a quella originale: tipo le malte cementizie o le malte usate in un<br />

precedente restauro che favoriscono la nascita di nuovi degradi. Altre stuccature presenti sulla<br />

superficie sono individuate nei punti di fratturazione e ridipinte per omogenizzarsi con il dipinto<br />

circostante (vedi Fig. 57). Alcune di esse hanno una ridipintura mimetica dell’originale, altre, sono<br />

state eseguite con colori più scuri e grossolanamente. Verranno conservate, pertando, solo quelle<br />

stuccature che non comprometteranno l’integrità del bene in oggetto, anche se di composizione<br />

diversa, perché sono comunque interventi storici da tutelare.<br />

Figura 56 Esempio di<br />

stuccatura non idonea.<br />

Figura 57 Esempio di<br />

frattura stuccata con<br />

ridipintura.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

45


LA PROPOSTA D’INTERVENTO<br />

PREMESSA METODOLOGICA<br />

Partendo dal presupposto: «piuttosto consolidare che riparare, piuttosto riparare che<br />

restaurare» (Camillo Boito), il nostro approccio all’intervento di restauro è di orientamento<br />

conservativo. In altri termini è quello di mantenere, nel limite delle possibilità tecniche ed<br />

economiche, la presenza dei dati materiali, accettandone le frequenti contraddittorietà dovute ai<br />

diversi usi, contenuti simbolici, sovrapposizioni e degradi che possono derivare da pregiudizi di<br />

natura estetica o storiografica 86 . Per comprendere l’odierna definizione di conservazione/restauro, è<br />

necessario analizzare brevemente l’evoluzione del concetto nel corso dei secoli. In passato le opere<br />

avevano principalmente, forse esclusivamente, una funzione estetica o devozionale e con il passare<br />

degli anni, il naturale processo di invecchiamento, il degrado e il mutare del gusto estetico nella<br />

società, imponevano modifiche, ammodernamenti o addirittura totali rifacimenti di queste opere.<br />

Non esisteva un’esigenza conservativa – intesa come recupero strutturale e materico – del<br />

monumento o dell’oggetto <strong>arti</strong>stico; importante era il suo valore estetico e <strong>qui</strong>ndi il ripristino della<br />

sua completezza e godibilità. Allo scopo erano incaricati i migliori <strong>arti</strong>sti del momento, poiché si<br />

riteneva che chi fosse in grado di creare opere d’arte fosse anche la persona più idonea a riparare e a<br />

mimetizzare i danni. Fino al XVII secolo il restauro fu <strong>qui</strong>ndi una pratica <strong>arti</strong>stica, appresa e<br />

tramandata soprattutto nelle botteghe <strong>arti</strong>giane. Nel XVIII secolo, grazie anche al diffondersi del<br />

collezionismo antiquario, le opere d’arte, apprezzate in quanto testimonianze del passato,<br />

ac<strong>qui</strong>starono valenza storica, culturale e commerciale. Immediata conseguenza di questa nuova<br />

percezione dell’arte fu la necessità di salvaguardia e di mantenimento dello loro integrità storica. Si<br />

era però lontani dai moderni criteri conservativi: il restauro rimase un intervento finalizzato al<br />

recupero della completa <strong>leggi</strong>bilità dell’opera e del suo aspetto estetico originale ricorrendo a<br />

rifacimenti, ridipinture ed eccessive puliture. Molto spesso si trattava però di interpretazioni<br />

personali, fantasiose e non sempre corrispondenti al vero. Dal XIX secolo si iniziò a considerare il<br />

manufatto <strong>arti</strong>stico con caratteristiche di univocità e di irripetibilità. Fu in questo periodo storico<br />

che si delineò la figura del restauratore: un operatore specializzato, con una propria identità<br />

professionale, ben distinta da quella del pittore e dall’<strong>arti</strong>sta in genere. Furono pubblicati anche i<br />

primi manuali tecnici ricchi di suggerimenti, consigli, ma anche di espedienti. Nel Novecento alle<br />

tradizioni imitative si sostituirono metodologie rispettose dell’opera d’arte, considerata anche nella<br />

sua complessità e precarietà. Il massimo promotore dei nuovi ideali fu Cesare Brandi e a lui si deve<br />

il merito di aver istaurato e codificato i principi e le norme generali del restauro, che sono tuttora la<br />

base dei criteri dell’intervento conservativo. In p<strong>arti</strong>colarmodo ricordiamo i seguenti concetti<br />

basilari:<br />

• La salvaguardia delle opere nel rispetto della loro istanza estetica, ma soprattutto storica;<br />

• La proibizione di eseguire false ricostruzioni, reintegrazioni non riconoscibili e irreversibili;<br />

• L’inopportunità di drastiche puliture;<br />

• La necessità di un indirizzo metodologico comune.<br />

86 PAOLO GASPAROLI, La conservazione dei dipinti murali, affreschi, dipinti a secco, graffiti, Firenze, Alinea<br />

Editore, 1999, pp. 9-17<br />

46<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


Venne <strong>qui</strong>ndi superata l’idea di <strong>arti</strong>giano/pittore dotato di p<strong>arti</strong>colare abilità manuale, con<br />

esperienza ac<strong>qui</strong>stata nelle botteghe, che privilegia la fase operativa degli interventi mediante<br />

virtuosismi tecnici, quasi miracolosi. Al restauratore non fu più richiesta creatività, ma soprattutto<br />

preparazione, conoscenza e sensibilità. Il rispetto dell’opera inizia con un approccio conoscitivo<br />

della materia, seguito da un intervento il più possibile prudente per non snaturare il manufatto,<br />

usando metodi riconoscibili, che non possono in alcun modo confondersi con l’originale 87 .<br />

Questi metodi riconoscibili si attuano attraverso regole che vengono così sintetizzate:<br />

• del “minimo intervento”, limitandosi all’essenzialità dell’intervento, anche nell’eventualità<br />

dell’integrazione, onde non compromettere il “testo” nella sua valenza documentaria: sono<br />

escluse <strong>qui</strong>ndi operazioni invasive di rimozione e reintegrazione;<br />

• della “reversibilità dell’intervento”, ossia della possibilità di rimuovere, le eventuali<br />

aggiunte e integrazioni introdotte con l’intervento di restauro;<br />

• della “compatibilità fisico-chimica” con gli antichi materiali e i prodotti che la tecnologia<br />

attuale offre;<br />

• della “distinguibilità” delle eventuali integrazioni, differenziandone i materiali rispetto ai<br />

manufatti originali;<br />

• della “salvaguardia dell’autenticità storicamente determinata in tutte le sua stratificazioni”.<br />

Conservare, perciò, non presuppone la volontà di conservare tutto ma, semmai, di porre<br />

procedimenti volti a prolungare la vita materiale degli oggetti in quanto per se stessi testimoni di<br />

eventi storici e <strong>arti</strong>stici, come di cultura materiale, e, <strong>qui</strong>ndi, documenti a cui è possibile trarre<br />

insegnamenti. Conservare, <strong>qui</strong>ndi, è anche selezionare quando ragioni vitali lo impongono, quando<br />

l’impossibilità fisica od economica lo renda inevitabile, e poiché non può sussistere alcuna<br />

operazione di restauro o conservazione al di fuori delle possibilità materiali, rispetto alle condizioni<br />

reali entro cui tali operazioni si possono esercitare, sarà necessario, nell’operatore, rapportarsi alle<br />

circostanze, accettandone i relativi condizionamenti, ma rifiutandosi sempre di rifacimenti in quanto<br />

parziali ed infedeli ricostruzioni di quando perduto 88 . Prima di procedere all’intervento di restauro<br />

vero e proprio, è opportuno predisporre un piano di operazioni preliminari che verrà sottoposto<br />

successivamente alla direzione dei lavori e controllato dall’Ente di Tutela. L’insieme di tutte queste<br />

operazioni preliminari, viene chiamato fase decisionale perché si distingue da una fase esecutiva<br />

dove al suo interno si troverà descritto “come si fanno le cose” una volta che il progetto decisionale<br />

abbia già in precedenza definito il “cosa” fare. Non è facile distinguere il confine tra decisione<br />

progettuale ed attività operativa ma si verifica sempre più, nell’esperienza, uno scambio circolare di<br />

informazioni e decisioni tra chi sceglie e chi esegue, pur nel rispetto e distinzione dei ruoli. È parte<br />

dell’esperienza di ogni progettista, funzionario di Sovrintendenza o restauratore considerare quante<br />

e quali siano le varianti del progetto che si rendono indispensabili nel corso dei lavori in ragione di<br />

87 LUIGI RELLA, LUCIA SACCANI, Schede tecniche per il resturatore di dipinti murali, su tela e su tavola, Milano,<br />

Hoepli Editore, Seconda Ristampa, 2011, capitolo 1<br />

88 P. GASPAROLI, La conservazion,cit., pp. 9-17<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

47


imprevisti generati dal fatto che la realtà dell’opera non è quasi mai totalmente conoscibile a<br />

priori 89 .<br />

Le principali operazioni previste sono le seguenti 90 :<br />

1. Realizzazione di prove tecniche preliminari mediante tecnica a secco ed a umido;<br />

2. Messa in sicurezza mediante preconsolidamento dell’intonaco nei punti di fratturazione e<br />

distacco;<br />

3. Pulitura a secco della pellicola pittorica con spugne Wishab;<br />

4. Pulitura a umido con soluzione detergente e acqua demineralizzata. L’operazione verrà<br />

condotta in modo selettivo nelle zone con difetti di coesione del pigmento o con depositi<br />

superficiali più compatti interponendo la carta giapponese;<br />

5. Asportazione delle ridipinture;<br />

6. Consolidamento in profondità con inserimento di materiale riempitivo adesivo quale<br />

carbonato di calcio precipitato con resina acrilica o con premiscelati a base di calce idraulica<br />

e inerti micronizzati;<br />

7. Rimozione a secco delle stuccature non idonee tramite l’utilizzo di martello e scalpello;<br />

8. Rifacimento degli intonaci e ricostruzione dei modellati, negli strati di riempimento e di<br />

finitura, con malte composte da grassello e inerti selezionati per composizione e coloritura<br />

simili all’originale delle zone circostanti, con conseguente rimozione degli eccessi di<br />

materiale e pulitura dei bordi;<br />

9. Reintegrazione pittorica ad abbassamento di tono delle lacune ed abrasioni della pellicola<br />

pittorica originale;<br />

10. Rifacimento ad imitazione della decorazione nelle lacune e stuccature di piccole e medie<br />

dimensioni;<br />

11. Applicazione di velature di adeguamento per raccordare cromaticamente le p<strong>arti</strong> di<br />

rifacimento all’originale.<br />

89 Ibidem<br />

90 Proposta d’intervento all’interno del progetto conservativo delle pitture murali di Maria Cristina Regini, Settembre<br />

2010<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

48


RELAZIONE TECNICA DEL RESTAURO ESEGUITO<br />

Tutte le operazioni che verranno eseguite durante l’intervento sui dipinti murali del locale numero<br />

9, saranno essenzialmente finalizzate alla loro manutenzione. Ogni fase seguirà precise norme di<br />

procedimento e metodi di azione conservativi. Oggi, come in passato, le procedure delle attività<br />

conservative sulle superfici dipinte, si confrontano con i documenti del passato, in p<strong>arti</strong>colare i<br />

ricettari e i libri dell’arte, se non altro per comprendere i metodi di lavoro in modo da consentire<br />

interventi più consapevoli. Sufficiente è riutilizzare le vecchie regole dell’arte per riappropriarsi dei<br />

saperi che le fondavano e, da questi, far discendere le nuove capacità di agire. La comunicazione<br />

del sapere, in passato, veniva trasmessa prevalentemente per via orale attraverso l’insegnamento e<br />

la prova con l’esperienza. Tale comunicazione rimaneva vincolata per salvaguardare la sua valenza<br />

‘esoterica’ e bisognava confidare nella credibilità di chi forniva il messaggio. La successiva<br />

evoluzione del processo di conoscenza di tipo tecnico e scientifico tenderà mano mano, attraverso la<br />

spiegazione scientifica dei fenomeni empirici, ad emarginare le esperienze individuali rendendo<br />

così sempre più necessario il trasferimento delle conoscenze in forma scritta. La forma scritta è<br />

importante perché conferma, ancora oggi nei nostri manuali, che il ‘saper fare’ – operatività e<br />

gestualità, fase esecutive e manipolazione dei materiali – richiede il confronto con casi e circostanze<br />

sempre diverse in quanto ogni caso è unico e irripetibile 91 .<br />

LA FASE PRELIMINARE<br />

LE PROVE TECNICHE<br />

L’esecuzione delle prove tecniche di pulitura su superfici dipinte determina la tecnica di pulitura più<br />

appropriata da adottare sulle superfici in oggetto e dei più idonei materiali d’impiego. Attraverso le<br />

prove in situ, si adotterà il sistema di pulitura in relazione alle caratteristiche ed all’estensione del<br />

dipinto; al tipo di sporco; alla natura di eventuali patinature e precedenti interventi di restauro; ai<br />

materiali e ai solventi da utilizzare; alla loro diluizione, concentrazione e i tempi di contatto ritenuti<br />

idonei al fine di ottenere puliture controllabili e in grado di rispettare l’integrità delle superfici<br />

dipinte, la conservazione degli strati pittorici, delle patine naturali e delle velature intenzionali.<br />

Ispezionato il supporto e verificato il suo stato di conservazione, si definirà l’area sulla quale<br />

programmare le campionature. Esse saranno localizzate su zone periferiche del dipinto e<br />

contraddistinte da campionature omogenee così da ottenere una chiara resa visiva degli esiti della<br />

pulitura. Si eviterà di eseguire le campionature su oggetti figurativi o zone di p<strong>arti</strong>colare rilevanza.<br />

Le prove di pulitura avranno dimensione media orientativa di cm 10 x 10 e saranno perimetrate con<br />

segno a gesso. Predisposto il piano di lavoro, si eseguiranno le prove preliminari monitorando ogni<br />

azione con osservazione visiva del tipo di sostanze da eliminare, la stabilità della tecnica pittorica<br />

al solvente ed eventuali reazioni chimiche 92 . Sulla superficie del locale numero 9, le campionature<br />

sono state eseguite sia sul rifacimento storico che sulla decorazione pittorica originale, adottando la<br />

tecnica a secco e ad umido. Le prove tecniche di pulitura a secco sono state eseguite su tutta la<br />

superficie per un totale di sei campioni, dei quali due sul lato ovest (vedi Fig. 58 e 59), tre sul lato<br />

sud (vedi Fig.60 e 61) e una sul lato est (vedi Fig.62). Esse sono state effettuate su superfici ben<br />

coese, perfettamente asciutte e in buono stato conservativo, ovvero con pigmenti ben aderenti al<br />

91 P. GASPAROLI, La conservazion,cit., pp. 9-17<br />

92 P. GASPAROLI, Esecuzione prova di pulitura, in “La conservazione dei dipinti murali, affreschi, dipinti a secco,<br />

graffiti, Firenze, Alinea Editore srl, pp. 1-4<br />

49<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


supporto 93 . Questa prerogativa ha escluso campionature a secco sulle superfici ridipinture perché si<br />

è costatato che un’azione di sfregamento avrebbe asportato la pellicola pittorica, in quanto povera di<br />

legante e non perfettamente adesa al precedente strato di colore. Si è provveduto alla spolveratura<br />

generale dell’area di prova con pennelli a setola morbida di dimensioni compatibili con la<br />

campionatura e, successivamente, si è utilizzata la gomma Wishab esercitando una delicata azione<br />

meccanica, come di sgommatura, verificando sempre che non vi sia asportazione di pigmento o<br />

pellicola pittorica. Le spugne Wishab sono spugne p<strong>arti</strong>colari costituite da due p<strong>arti</strong>: una massa di<br />

consistenza più o meno morbida e spugnosa, di colore giallo, supportata da una base rigida di colore<br />

blu. L’utilizzo di queste spugne consente l’asportazione, oltre ai normali depositi di polvere, anche<br />

il nero fumo causato da candele, camini o da incensi, mentre non sarà p<strong>arti</strong>colarmente adatta per<br />

rimuovere un tipo di sporco persistente e a sostanze penetrate troppo in profondità. L’antenato della<br />

Wishab era la mollica di pane e diverse fonti documentano il suo utilizzo. Nel 1627, il restauratore<br />

Fabio Chigi, conferma questo tipo di pulitura nella ‘Sala Regia’ del Vaticano con l’utilizzo di<br />

«pagnotte da contadini alquanto umide dentro, ovvero, ove occorrea, calde, si frega la pittura e si<br />

leva tutta la polvere e contrattione del fumo, dell’ariae del tempo» 94 .<br />

93 Ibidem<br />

Figura 58 e 59 Campioni di pulitura a secco, eseguiti sul lato ovest.<br />

94 Dispense del Corso di Teoria e Storia del Restauro presso l’ <strong>Accademia</strong> di Belle Arti <strong>Santa</strong><strong>Giulia</strong><br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

50


Figura 60 e 61 Campioni di pulitura a secco, eseguiti sul lato sud.<br />

Figura 62 Campione di pulitura a secco, eseguito sul lato est.<br />

Le prove tecniche ad umido, invece, sono state effettuate interponendo un foglio di carta giapponese<br />

di grammatura 11 e di dimensione adeguata alla campionatura in corso facendola aderire alla<br />

superficie tamponando il retro del foglio con acqua deionizzata e il solvente campione. La carta<br />

giapponese è un materiale di fibra cellulosica in fogli con la consistenza della carta velina e come<br />

questa è sottile, morbida e assorbente. È insolubile nei principali reagenti ed è usata sia come strato<br />

di separazione fra la superficie pittorica e il supportante utilizzato per la pulitura, che come strato<br />

supportante. Per supportante intendiamo l’applicazione di un materiale sulla superficie che limita<br />

l’azione meccanica di pulitura, distribuisce in maniera omogena il solvente che rigonfia<br />

uniformemente lo sporco e prolunga i tempi di contatto sulla superficie. Tra tutti i supportanti in<br />

commercio, la carta giapponese è il supportante più blando ma ha i re<strong>qui</strong>siti necessari per limitare al<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

51


massimo l’imbibizione della superficie, trattenendo l’umidità e cedendola molto lentamente 95 .<br />

Osservando la regola che il prodotto da utilizzare dovrà essere il più solvente e il più blando, si è<br />

deciso di procedere con due differenti prove in base al prodotto solvente scelto: la prima con Acqua<br />

Deionizzata in diluizione al 3% di Benzalconio cloruro e la seconda con acqua satura di Carbonato<br />

d’Ammonio. Le campionature con Benzalconio Cloruro eseguite sul dipinto murale sono state<br />

quattro con un tempo di contatto di dieci minuti, considerato il tempo d’azione minimo per il<br />

rigonfiamento del p<strong>arti</strong>colato. Esse sono localizzate due sul lato est (vedi Fig.63 e 64), due sul lato<br />

nord (vedi Fig.65 e 66) e una sull’oculo (vedi Fig.67). In questo caso, non si è campionata solo la<br />

parte originale del bene in oggetto, ma si sono estese le prove preliminari anche sul rifacimento<br />

perchè la carta giapponese, oltre ad essere un supportante, ha funzione di preconsolidamento e di<br />

conseguenza la capacità di riadagiare le scaglie di colore polverulento tamponando direttamente<br />

sulla carta.<br />

Figura 63 e 64 Campioni di pulitura ad umido, eseguiti sul lato est.<br />

95 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., pp. 101-105<br />

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52


Figura 65 e 66 Campioni di pulitura ad umido, ese<strong>qui</strong>ti sul lato nord.<br />

Figura 67 Campione di pulitura ad umido, eseguito sull’oculo centrale.<br />

Il Benzalconio cloruro, un sale d’ammonio quaternario, è definito chimicamente come monoalchildimetil-benzil-ammonio<br />

cloruro perché un atomo di idrogeno dello ione ammonio è sostituito da un<br />

radicale benzilico, altri due atomi di idrogeno da un radicale metilico, mentre l’ultimo idrogeno da<br />

un gruppo alchilico a lunga catena che comprende una miscela di composti omologhi. Si tratta di un<br />

agente tensioattivo cationico, dal momento che il suo elemento funzionale è dotato di carica<br />

positiva, caratterizzato da un bilancio strutturale tra la parte idrofoba, rappresentata dalla lunga<br />

catena alchilica R, e la rimanente parte idrofila. Esso, alla buona azione disinfettante, unisce utili<br />

azione detergenti ed emulsionanti. È inoltre un composto stabile, attivo sia in ambiente acido che<br />

alcalino, con preferenza in quest’ultimo. Viene utilizzato esclusivamente in soluzione acquose in<br />

concentrazioni variabili dal 0,3% al 0,6% e può essere addizionato ad altri tensioattivi per avere una<br />

detersione maggiore sulla superficie 96 .<br />

Di prove tecniche con Carbonato d’Ammonio si è seguito solo un campione a confronto con la<br />

prova di pulitura a benzalconio cloruro, localizzata sulla parete est. Il Carbonato d’Ammonio è uno<br />

dei prodotti più utilizzati e ampiamente sperimentati. Costituito da una base di media forza e da un<br />

96 L’informazione è stata tratta dal sito: Schede tecniche per il restauro. Link risorsa: <br />

53<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


acido debole, questo sale, solubilizzato in acqua, ha un potere leggermente alcalino sufficiente a<br />

reagire con i prodotti organici che costituiscono lo strato di materiale da rimuovere. Esso ne<br />

provoca un ammordinamento e un rigonfiamento che ne permettono la differenziazione rispetto alla<br />

superficie dipinta: parte dello sporco viene assorbito dal supportante, il resto viene asportato con<br />

batuffoli di cotone o spugna. Il carbonato d’ammonio ha inoltre il pregio di essere una sostanza<br />

gradualmente componibile in elementi gassosi e volatili. In questo modo evita il pericolo di una sua<br />

permanenza all’interno della pellicola pittorica in residui attivi, possibili fautori di reazioni dannose<br />

e non controllabili nel tempo 97 . L’utilizzo del Carbonato d’Ammonio è stato programmato sul<br />

raffronto visivo della superficie p<strong>arti</strong>colarmente annerita. Il confronto fra i due tipo di solventi, una<br />

volta terminata la campionatura, ha dato gli stessi risultati di asportazione del deposito superficiale<br />

incoerente e pertanto, si è deciso di procedere con il solvente più blando, ovvero il Benzalconio<br />

Cloruro (vedi Fig pag.69). Si è deciso di procedere anche con un confronto tra la prova di pulitura a<br />

secco e la prova di pulitura a Benzalconio Cloruro per verificare la necessità di una prima pulitura<br />

meccanica o se bastava procedere su tutta la superficie direttamente con una pulitura ad umido. Il<br />

risultato ha ribadito l’esigenza di una prima fase di pulitura a Wishab per asportare ogni residuo di<br />

p<strong>arti</strong>cellato atmosferico e per preparare il supporto ad una buona pulitura con la soluzione<br />

detergente (vedi Fig.70).<br />

Figura 69 Prova di pulitura con diversi prodotti<br />

solventi ma con gli stessi tempi di contatto per<br />

un loro confronto.<br />

97 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., pp.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

Figura 70 Campione di pulitura per<br />

confrontare la tecnica a secco (1), con la<br />

tecnica ad umido (2).<br />

54


LE OPERAZIONI DI RESTAURO ESEGUITE<br />

IL PRECONSOLIDAMENTO<br />

Durante l’analisi dello stato conservativo si è notata subito la fase di distacco dell’intonaco<br />

localizzo sul lato est, della prima nicchia di sinistra. Ad osservazione visiva si è accertata la<br />

necessità di preconsolidare tale degrado con applicazione di prodotto consolidante con uso di<br />

velinature di carta giapponese. La caratteristica base del prodotto preconsolidante è quella di non<br />

fissare i materiali estranei depositati sulla superficie pittorica, così da non rendere difficoltose<br />

successive puliture, né da limitare la possibilità di penetrazione del prodotto da utilizzare nel<br />

successivo consolidamento definitivo 98 . Una volta verificata la consistenza del degrado, si è<br />

proceduto con un’operazione preliminare di rimozione a bisturi e tramite pennello asciutto dei<br />

depositi polverulenti presenti sulla superficie. Il prodotto consolidante scelto è il Paraloid B72 per la<br />

possibilità di soluzione a solvente durante la fase di rimozione a consolidamento eseguito. Esso<br />

viene applicato a pennello direttamente sulla carta giapponese con lo scopo di proteggere l’intonaco<br />

pericolante garantendone una resistenza meccanica e materica maggiore per le operazioni<br />

successive consolidanti (vedi Fig.71). La carta giapponese non ha ricoperto tutte le fessure, ma è<br />

stata applicata ad isole in modo da lasciare libere le vie di accesso delle fessure e fratturazioni per<br />

un loro utilizzo nella successiva applicazione del materiale riempitivo (vedi Fig.72 ). Il Paraloid è<br />

una resina sintetica della classe acrilica e viene utilizzato come fissativo e consolidante nel restauro<br />

dei dipinti murali. È un prodotto insolubile in acqua, alcool e petrolio, mentre è solubile in solventi<br />

chetonici, esteri ed idrocarburi aromatici. Ha un’ottima stabilità alla luce e alle radiazioni<br />

ultravialetti. Oggi è in commercio in soluzione in solventi o in perle da solubilizzare 99 . La<br />

concentrazione di Paraloid al 30% è stata scelta per dare resistenza alla velinatura e<br />

contemporaneamente per avere minor potere di penetrazione all'interno dei livelli di supporto<br />

(pellicola pittorica, intonaco e intonachino). La messa in sicurezza dell'intonaco, in corrispondenza<br />

del grave spanciamento, viene eseguita con applicazione di due strati di carta giapponese con<br />

grammatura 18, scelta per la sua p<strong>arti</strong>colare pesantezza e resistenza.<br />

98 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p.42<br />

99 C. GIANNINI, R. ROANI, Dizionario,cit., p.128<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

55


Figura 71 Preconsolidamento<br />

del distacco localizzato nella<br />

nicchia del lato est, con<br />

Paraloid B72 e Carta<br />

Giapponese.<br />

Figura 72 P<strong>arti</strong>colare del<br />

preconsolidamento che<br />

evidenzia l‟applicazione della<br />

Carta Giapponese a isole.<br />

LA PULITURA<br />

Già nell’Ottocento Secco Suardo, uno studioso dell’arte del restauro, affermava che l’intervento di<br />

pulitura è da «considerarsi tra le fasi più importanti del restauro perché dal modo come questa<br />

operazione viene effettuata può dipendere la conservazione o il deterioramento dei dipinti» 100 . Le<br />

difficoltà nascono dal fatto che questa operazione costituisce un intervento irreversibile e definitivo,<br />

che richiede un’interpretazione critica, ma pur sempre soggettiva. Nessun’altra operazione è così<br />

vincolata all’arbitrio e alla sensibilità del restauratore o così influenzata nei risultati finali dai<br />

preconcetti culturali e dalle tendenze <strong>arti</strong>stiche del momento. Le questioni principali riguardano la<br />

salvaguardia della patina, ossia la possibilità di individuare oggettivamente il confine che separa le<br />

alterazioni spontanee della materia da quelle dovute ai fattori di degrado o alle sostanze esterne<br />

sovrapposte all’opera. Spesso si suppone che ‘patina’ sia sinonimo di sporco. Senza entrare troppo<br />

nel merito del dibattito sul significato del termine, è chiaro ormai che in pittura con il concetto di<br />

patina si intende convenzionalmente il risultato dei naturali processi di invecchiamento dei materiali<br />

di un manufatto, il ‘passaggio del tempo’, che aggiunge un ulteriore valore all’opera d’arte, sia da<br />

un punto di vista storico che estetico. Perciò non si tratta di ‘sporco’, ma di una vera e propria<br />

modificazione o assestamento della materia che ne determina il tempo vita. Lasciare uno strato di<br />

sporco in funzione di patina indica un travisamento del significato del termine trascurando il<br />

riconoscimento della patina stessa e il raggiungimento del corretto e<strong>qui</strong>librio tra colori e materiali<br />

pittorici, che nel tempo possono avere un invecchiamento e un degrado differenziato e <strong>qui</strong>ndi, non<br />

omogeneo. Questo e<strong>qui</strong>librio si ottiene non attraverso patinature <strong>arti</strong>ficiali, ma piuttosto con una<br />

100 G. Secco Suardo, 1866, cap. 1, p. 317<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

56


pulitura graduale e differenziata, che ripristini i corretti rapporti tra i colori 101 . Sulla superficie del<br />

locale numero 9, si è deciso di procedere con due fasi di pulitura, una il seguito dell’altra, composte<br />

da una prima pulitura a secco con spugna Wishab e una conseguente pulitura ad umido con<br />

l’applicazione del tensioattivo Benzalconio Cloruro. La pulitura a secco è stata applicata solo sulle<br />

superfici dipinti originali in quanto presentano un buono stato di conservazione dal colore. Essa è<br />

stata effettuata con leggero sfregamento al fine di rimuovere solo i depositi superficiali di sporco,<br />

procedendo dall’altro verso il basso, partendo dalle aree più chiare, passando successivamente a<br />

quelle più scure, seguendo e completando, volta dopo volta, i profili della campitura cromatica. La<br />

pressione della spugne è stata costante e sempre nella stessa direzione seguendo i contorni della<br />

campitura da pulire. L’utilizzo di due spugne, una per le campiture chiare e una per le campiture<br />

scure, ha evitato involontari trasferimenti di pigmenti delle une alle altre veicolati dalle gomme<br />

sporche. Spesso si è proceduto anche in modo differenziato sui lumi e sulle ombre, in modo da<br />

ridurre i rischi di appiattimento dei contrasti cromatici del dipinto 102 (vedi Fig. 71).<br />

Figura 71 Lunetta dopo la pulitura a secco<br />

con 1⁄4 di superficie ancora da pulire, lasciata<br />

per documentare fotograficamente il prima e il<br />

dopo della pulitura.<br />

Una volta terminata la pulitura a secco, si è successivamente proseguito con la pulitura a umido su<br />

tutta la superficie. È stata effettuata una pulitura con acqua demineralizzata e l’aggiunta di una<br />

piccola percentuale di tensioattivo con proprietà disinfettanti, quale Benzalconio cloruro al 3%.<br />

Essa è stata eseguita in tre fasi distinte in collegamento tra loro per portare a compimento<br />

l’operazione. In un primo momento è stata applicata la carta giapponese sul supporto mediante<br />

soluzione stesa a pennello (vedi Fig.72). Durante i 10 minuti prefissati per il tempo di contatto, si è<br />

bagnata la superficie con il nebulizzatore contenente la soluzione prefissata per mantenere l’area<br />

inumidita (vedi Fig.73). Passati i tempi di contatto, è stata rimossa la carta giapponese con<br />

successivo risciacquo della superficie tramite acqua demineralizzata applicata a tampone con<br />

spugna naturale, per la perfetta rimozione di ogni residuo (vedi Fig.74). In seguito alla prima<br />

attuazione della pulitura, si è costatato che sul dipinto originale si poteva procedere con la pulitura<br />

della superficie attraverso l’eliminazione della carta giapponese procedendo pertanto, solo con<br />

l’azione a tampone della spugna naturale e il conseguente risciacquo con acqua demineralizzata.<br />

101 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., pp.97-99<br />

102 P. GASPAROLI, La conservazione, cit., p.66<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

57


L’azione pulente è stata ottenuta sfregando leggermente sulla superficie la spugna con movimenti<br />

rotatori e ripetendo l’operazione più volte in modo da rispettare sempre il tempo di contatto del<br />

prodotto sul supporto per 10 minuti. In entrambi i procedimenti di pulitura, la stabilità del colore<br />

risulta generalmente buona ma in modo disomogeneo a casa di un processo di degrado/<br />

invecchiamento diverso dei pigmenti, anche per quanto riguarda la stessa campitura di colore. Il<br />

colore più polverulento si è riscontrato nel nero presente nei riquadri interni della finta decorazione<br />

a stucco e nelle rappresentazione delle nicchie. Si è ritenuto impensabile realizzare un<br />

preconsodlidamente localizzato che, inglobando lo sporco presente sulla superficie, avrebbe<br />

determinato una disomogeneità troppo forte rispetto alle zone circostanti sottoposte a pulitura. Si<br />

procederà <strong>qui</strong>ndi con cautela tentando di raggiungere un livello di pulitura omogeneo, senza<br />

esercitare un’eccessiva azione meccanica in corrispondenza dei punti in cui il colore risultava meno<br />

stabile. In un secondo momento si è effettuata una revisione della pulitura in quelle zone interessate<br />

da un deposito più consistente, eseguendo così una pulitura più mirata con l’obbiettivo di rigonfiare<br />

meglio lo sporco localizzato nelle abrasioni, attraverso previa applicazione di carta giapponese su<br />

tutta la superficie.<br />

L’intervento di pulitura è risultato soddisfacente e congruente con le campiture e prove eseguite<br />

(vedi Fig. 75). Sono emersi anche alcuni p<strong>arti</strong>colari decorativi nascosti o poco visibili in<br />

precedenza, rifinendo così le linee di contorno della pittura.<br />

Figura 72, 73 e 74 Pulitura ad<br />

umido sviluppata in tre<br />

passaggi, rispettivamente in:<br />

applicazione carta giapponese,<br />

spruzzo della soluzione<br />

detergente con nebulizzatore e<br />

risciacquo con spugna.<br />

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58


Figura 75 P<strong>arti</strong>colare lunetta centrale del lato nord, prima e dopo la pulitura con Wishab e<br />

soluzione detergente.<br />

LA RIMOZIONE DELLE RIDIPINTURE<br />

Le prove tecniche di pulitura localizzate sui rifacimenti, hanno evidenziato la presenza di due tipi di<br />

pellicola pittorica sottostante; la prima, localizzata nella ridipintura catalogata come fase quattro, è<br />

ben adesa al supporto; diversa, invece, la situazione della seconda pellicola pittorica, riscontrabile<br />

nella ridipintura della fase tre, perché si presenta abrasa. Per tale motivo, si è deciso di non<br />

asportare la ridipintura della fase tre perché comporterebbe solo a danneggiare maggiormente il<br />

supporto e di dover poi riprodurre nuove ridipinture perché oltre all’abrasione, la superficie si<br />

presenta raschiata, operazione che è solita eseguire per far aderire maggiormente una seconda<br />

pellicola pittorica. Si asporterà, perciò, solo la ridipintura eseguita nell’oculo centrale perché è stato<br />

individuato dalla prova tecnica un impianto decorativo e cromatico diverso rispetto al rifacimento<br />

eseguito, catalogato come fase due (vedi Fig. 76 e 77).<br />

Figura 76 Asportazione ridipintura<br />

dell‟oculo centrale per riproporre<br />

l‟impianto decorativo sottostante.<br />

Figura 77 P<strong>arti</strong>colare asportazione<br />

ridipintura.<br />

L’asportazione del riquadro centrale e di tutte quelle ridipinture localizzate sulla superficie in<br />

corrispondenza di stuccature e velinature non idonee, è avvenuta con Acqua Demineralizzata<br />

mediante una pulitura a tampone con spugne naturali perché la superficie originale, presentando una<br />

59<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini


uona coesione ed adesione al supporto d'intonaco, permetteva il contatto diretto della spugna.<br />

Alcune porzioni di ridipintura dell’oculo centrale, in p<strong>arti</strong>colare il blu della preparazione, si<br />

presentavano adese e compatte alla superficie pittorica, comportando così, un’operazione più<br />

graduale per non compromettere lo stato conservativo dell’oggetto d’intervento. Per creare<br />

un’azione di continuità con il cornicione, si è deciso di verificare lo stato di fatto della pellicola<br />

sottostante delle zone adiacenti. Presentandosi in un buono stato conservativo, si è deciso di<br />

procede con altre rimozioni circoscritte a settori, in modo da lavorare solo dov’era possibile e<br />

necessario, rispettando sempre l'andamento della decorazione. Una volta terminata l’asportazione si<br />

è eseguita una pulitura con Acqua Demineralizzata, Benzalconio Cloruro e spugna naturale per<br />

rimuovere ogni residuo di ridipintura e deposito superficiale. In alcuni punti localizzati, però,<br />

l’operazione di rimozione non è risultata così semplice per la presenza di formazione carbonatiche<br />

che inglobavano il tannino, ovvero il nero fumo provocato dal camino, rendendo più difficoltosa<br />

una successiva pulitura. La rimozione, perciò, ha richiesto un’azione solvente maggiore che rispetti<br />

sempre i tempi di contatto limitati e per evitare ulteriore migrazione dello stesso. Sono state<br />

eseguite verifiche sull’utilizzo di Carbonato d'Ammonio e E.D.T.A., direttamente in questa fase, e<br />

hanno evidenziato l'efficacia dell'azione selettiva di quest'ultimo. L’utilizzo dell’E.D.T.A. è stato<br />

impiegato solo in zone circoscritte e con uso sempre limitato (30-40% in lt d'acqua<br />

demineralizzata), perché penetra facilmente all’interno dei pori dell’intonaco, intaccando il<br />

supporto pittorico e indebolendo con il tempo tutta la materia 103 . Una volta terminata l’operazione,<br />

si è immediantamente risciacquata la superficie per rimuovere ogni residuo di prodotto.<br />

IL CONSOLIDAMENTO<br />

Una volta individuate tutte le fessure e fratture con distacco sottostante, determinato attraverso la<br />

risposta sonora sorda delle percussioni con le nocche delle mani sul supporto, si è procededuto al<br />

consolidamento in profondità con materiali riempitivi. Prima di avanzare con l’iniezione di apposite<br />

siringhe contenenti materiale compatibile all’intonaco murario, si è verificato se in corrispondenza<br />

delle zone fessurate vi erano piccole lacune o fori attraverso i quali iniettare la maltina consolidante,<br />

in modo da non asportare parte del materiale originario. In caso contrario, si sono stabiliti i punti<br />

opportuni, evitando p<strong>arti</strong> significative del dipinto. Una volta individuati i punti di carica, per mezzo<br />

di una pompetta ad aria manuale, si è provveduto a pulire il foro, per quanto possibile, con la cura<br />

di eliminare polveri e tutto ciò che poteva ostacolare l’immissione e la percolazione del prodotto<br />

riempitivo. Il materiale scelto è il Salva Intonaco, un premiscelato formato da Carbonato di Calcio<br />

Precipitato, ovvero inerte micronizzato ridotto a granuli di piccolissime dimensioni, Calce Idraulica<br />

e ritardanti del ritiro. Per far si che tale miscela penetri più a fondo, si è introdotta in precedenza una<br />

soluzione di Acqua Deionizzata e Alcool in proporzione 1:1 con la funzione di tensioattivo per<br />

veicolare il riempitivo in maniera uniforme in tutto lo spazio distaccato dell’intonaco. Tale<br />

procedura è stata eseguita in diversi punti localizzati e nella nicchia del lato est dove si è<br />

individuato il rigonfiamento dell’intonaco; in quest’ultimo caso, per la maggiore estensione e<br />

dimensione del distacco, abbiamo provveduto a due operazioni preliminari. La prima fase è stata<br />

quella di mettere in sicurezza l’intonaco mediante punti di fermatura e salvabordi, eseguiti con<br />

malta di Grassello di Calce e Sabbia Vagliata in rapporto 1:3, applicata sulle zone pericolanti per<br />

garantire stabilità, e in punti strategici per evitare l’eventuale percolamento del prodotto iniettato<br />

103 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., pp. 112-113<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

60


(vedi Fig.78). La seconda, invece, è stata quella di iniettare l’Alluminato di calcio, un prodotto<br />

riempitivo con la funzione di espandersi nelle p<strong>arti</strong> più profonde, senza appesantire la muratura,<br />

perché asciugandosi diventa poroso, e <strong>qui</strong>ndi molto leggero (vedi Fig.79). L’alluminato di calcio è<br />

una miscela di calce e inerti inorganici addizionati di piccolissime percentuali di alluminio in<br />

polvere, il quale, reagendo con il Grassello di Calce, forma al momento Alluminato di Calcio e<br />

idrogeno. La piccola quantità di idrogeno che si forma insieme al prodotto di reazione, ha la<br />

caratteristica di far espandere il materiale senza dar luogo a sedimentazioni. Essendo chimicamente<br />

simile al carbonato di calcio, non altera l’aspetto cromatico del film pittorico e consente nuovi<br />

interventi di restauro 104 . Man mano che ci si avvicinava alla frattura e al sollevamento, si è<br />

continuata l’operazione con il Salva Intonaco per riempire tutte quelle p<strong>arti</strong> dove l’Alluminato non<br />

è riuscito ad arrivare, iniettandolo fino a rifiuto. Nelle zone limitrofe alla frattura, si è sostituito il<br />

Salva Intonaco con un consolidante riempitivo adesivo formato da Acrill 33 per dare una maggiore<br />

adesione e resistenza meccanica all’intonaco in conseguenza delle fasi d’intervento successive. Si è<br />

effettuato anche un consolidamento pittorico circoscritto nell’oculo centrale, perché dopo la<br />

rimozione della ridipintura con successiva pulitura per asportare ogni residuo di sporco, si sono<br />

riscontrate esfoliazione della pellicola pittorica che necessitavano un rafforzamento superficiale.<br />

Esso è stato effettuato attraverso una seconda pulitura con previa applicazione di carta giapponese<br />

perché mediante tamponamento superficiale, le scaglie di colore venivano riadagiate al supporto.<br />

Figura 78 P<strong>arti</strong>colare della nicchia<br />

con rigonfiamento che evidenzia i<br />

punti di fermatura.<br />

104 G. E S. BOTTICELLI, Lezioni di restauro,cit., p. 140<br />

Figura 79 P<strong>arti</strong>colare della nicchia<br />

con rigonfiamento che evidenzia<br />

l‟iniezione di maltina riempitiva con<br />

siringa, utilizzando discontinuità già<br />

presenti sul supporto.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

61


LA RIMOZIONE DELLE MALTE NON IDONEE<br />

Come successiva fase operativa si sono individuate sulla superficie di lavoro, le varie zone<br />

corrispondenti a malte non idonee da rimuovere. Si è proceduto meccanicamente utilizzando<br />

martello e scalpello (vedi Fig.80 e 81). Lo scalpello deve essere molto appuntito e affilato, perché il<br />

nostro intervento deve essere il più possibile mirato senza andare a intaccare materiale originale.<br />

L’operazione è risultata semplice grazie alla tenera consistenza della malta, che si sgretolava senza<br />

problemi alla sollecitazione meccanica. La rimozione delle porzioni di stuccatura debordanti non<br />

hanno determinato alcuna disomogeneità a livello cromatico rispetto alla pellicola pittorica<br />

circostante.<br />

Figura 80 P<strong>arti</strong>colare di malta non idonea, individuata sul lato est, nella lunetta centrale, prima e<br />

dopo la rimozione meccanica.<br />

Figura 81 P<strong>arti</strong>colare di malta non idonea, individuata sul lato nord, nella lunetta centrale, prima e<br />

dopo la rimozione meccanica.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

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LA STUCCATURA<br />

Una volta terminata la fase di consolidamento, abbiamo proceduto alla stuccatura delle fessurazioni<br />

e alle lacune di piccola e media profondità (vedi Fig. 82). La stuccatura ha il compito di livellare le<br />

superfici per creare soluzioni di continuità tra le lesioni o le p<strong>arti</strong> mancanti dell’intonaco con un<br />

impasto appositamente formulato e costituito da Grassello di Calce, sabbie o altri aggreganti<br />

minerali, avente granulometria, tessitura superficiale e colorazione simile a quelle degli intonaci<br />

esistenti. Il riempitivo delle lacune più profonde è stato eseguito tramite stuccature realizzate a<br />

spatola metallica con malta di arriccio composta in rapporto 1:3, seguendo la logica di lavorare per<br />

spessori non troppo elevati, arrivando sempre a risparmiare 3-4 mm, necessari per la stesura della<br />

successiva stuccatura con malta fine. Essa verrà applicata sull’arriccio una volta raschiato per<br />

garantirne un suo aggrappo maggiore. Terminata la ricostruzione dei modellati, si è provveduto a<br />

lisciare e tamponare la superficie con l’ausilio di una spugna naturale inumidita in acqua con lo<br />

scopo di eliminare ogni residuo di malta sull’intonaco originale circostante. Si è fatta attenzione a<br />

ripulire la pellicola pittorica limitrofa alla stuccature, per evitare la formazione di sbiancamenti<br />

dovuti al trascinamento della calce durante l’operazione di stuccatura; a tale scopo si è impiegata<br />

una spugnetta sciacquata in acqua perfettamente putita. Per la stuccatura della nicchia<br />

p<strong>arti</strong>colarmente degradata per il distacco, si è deciso di interporre una retina per un ancoraggio<br />

maggiore alla malta di arriccio, operazione che si è eseguita successivamente alla rimozione del<br />

preconsolidamento con Acetone puro.<br />

Figura 83 P<strong>arti</strong>colare di stuccatura<br />

con malta idonea.<br />

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LA REINTEGRAZIONE PITTORICA<br />

Prima della fase finale, si è resa necessaria una pulitura con Acqua Demineralizzata e spugna<br />

naturale per rimuovere ogni residuo di consolidamento o stuccatura in preparazione alla successiva<br />

fase di restauro pittorico. L’integrazione pittorica è stata eseguita con intervento differenziato in<br />

relazione alle diverse varietà di lacune. In generale è stato utilizzato il seguente criterio:<br />

- Nelle zone caratterizzate da cadute di colore o abrasioni dello strato pittorico originale, si è<br />

avanzato con abbassamento di tono cromatico (sotto tono) per attenuare otticamente e<br />

uniformare le mancanze di pellicola (vedi Fig.84);<br />

- Nelle zone caratterizzate da stuccature conservate di un precedente restauro, si è eseguito un<br />

rifacimento ad imitazione con colori a calce mediante pennellate corpose, ottenute<br />

dall’unione di pigmenti minerali al Grassello di Calce per ottenere il tono desiderato. Per le<br />

stuccature eseguite in questo intervento, si è deciso di procedere con il metodo di “selezione<br />

cromatica” che consiste nel collegamento cromatico e formale del tessuto decorativo<br />

interrotto, con colori puri selezionando il colore che si voleva reintegrare;<br />

- Nelle zone di congiunzione tra il rifacimento e la decorazione originale si è riscontrata la<br />

necessità di applicare come fase finale, delle velature con tinte a base di calce mediante<br />

pennellate stese in diverse direzioni per non creare tinte piatte e per uniformare otticamente<br />

l’unione delle due fasi storiche documentate.<br />

-<br />

Figura 84 Esempio di lunetta con figura a mezzo busto, prima e dopo, la reintregrazione cromatica<br />

con colori ad acquarello.<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

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DOPO L’INTERVENTO DI RESTAURO<br />

CREMONA RESTAURI di Maria Cristina Regini<br />

via Lugo,13 /I-26100 Cremona - tel./fax +39 0372 35845 -<br />

cremonarestauri @yahoo.it - C.F. RGN MCR 67B53 H501S - P.I. 01391010194<br />

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