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i t a l i a n t e x t Editoriale

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Questo numero speciale di Itineraries è dedicato ad una

terra speciale, l’arcipelago de La Maddalena. Attraverso

le parole degli studenti dell’Istituto “Dionigi Panedda”

di Olbia, emergerà la natura e la storia di un prezioso frammento

d’Italia, testimone di una bellezza ineffabile, quella intatta bellezza

della Natura che da sempre ispira i più aristocratici fra gli

artisti ed i poeti.

Eccoli subito, animati dall’orgoglio di chi ama la sua terra e dalla

pari certezza di non millantare promesse immaginarie, rivolgersi

al viaggiatore, introducendolo alle fantasmagorie che le isole maddalenine

rappresentano da tempi immemorabili: “Pagina dopo

pagina, immagine dopo immagine, il viaggiatore che sfoglierà

questo libro sarà guidato in un percorso diretto alla scoperta di

un’ isola unica e antichissima. Circondata da acque trasparenti

nelle quali è possibile scorgere le mille sfumature che la

natura ancora intatta offre, La Maddalena, la maggiore delle

sette isole che compongono l’arcipelago omonimo, si presenta

in tutto il suo fascino.

Oltre che dalle immense spiagge bianchissime e dal mare cristallino

il visitatore sarà attratto da una dimensione del tempo

che ha il sapore di antico: le barche dei pescatori ancorate al

porto di Cala Gavetta, le costruzioni del lungomare che nei colori

ricordano la magia di Portofino, i resti di antichi monumenti

e oggetti che testimoniano il passaggio di grandi uomini,

il chiacchierio delle donne di ritorno dal mercato.

Tutto in questa isola assume una dimensione temporale dilatata,

tutto trascorre lentamente e sembra che il frenetico ritmo

della vita odierna non vi sia mai arrivato.

Solo il vento di Ponente si alza forte, forse per scuotere la gente

dell’isola da quell’antico torpore o forse per ricordare quel

giorno in cui la statua della Maddalena approdò alle coste dell’isola,

quel vento di Ponente che sarà il compagno di crociera

del nostro viaggiatore”.

I Caraibi del Mediterraneo: così, senza retorica, può essere definito

l’arcipelago. La luce, i colori, i suoni, gli odori, i lineamenti delle

isole sono straordinariamente ornati da colossi di granito che, come

guardiani di un titanico mondo primordiale, sembrano memori

degli albori dell’umanità.

Forse qui, più che altrove, si può percepire l’anima pensante della

Madre Terra e, se dal mare di smeraldo emergesse Venere dalle belle

chiome, col capo cinto di mirto, la sua apparizione inaspettata non

stupirebbe, mentre le acque trasparenti, frangendosi calme o spumeggianti

sulle rocce rosate, cicalano incessantemente dei loro misteriosi

segreti.

Qualcuno sostiene che l’isola sarda sia stata la mitica Atlantide; è

una ipotesi discussa. Tuttavia non svanisce il racconto di cataclismi

immani, diluvi, inondazioni, onde anomale che, come un ben

assestato manrovescio marino, inabissarono continenti, popoli e

razze. Scomparvero civiltà di cui la storia non ha trasmesso il ricordo,

effettivo black-out della memoria, anche se l’uomo di tanto

in tanto ne scopre, perplesso, le tracce. E’ sempre un bene guardarsi

indietro: presunzione ed arroganza dovrebbero arretrare di

fronte all’eredità del passato e ai tanti arcani che, non ancora svelati,

aleggiano sul capo tronfio dell’homo sapiens. L’arcipelago è

terra antichissima e le sue acque, come le acque che si chiusero

sull’Atlantide, dovrebbero sapere qualcosa e dircela.

D’altra parte, non è prudente tenere in dispregio i miti antichi: non

appariva forse quello di Icaro un sogno irrealizzabile? E l’intero

corpus mitologico non poteva, forse, costituire la forma pensata e

voluta da antiche generazioni per trasmettere il loro sapere e le loro

conoscenze?

Nel prossimo 2009 La Maddalena ospiterà i Grandi del Pianeta: il

G8 potrà essere un eccellente trampolino di lancio per la sua definitiva

trasformazione da base militare a meta esclusivamente turistica.

Rivolgiamo i più sinceri auguri a La Maddalena, pur

confidando che non sia costretta a pagare un prezzo troppo alto

causato dalla eventualità di un’indiscriminata cementificazione,

un’eccessiva urbanizzazione e un “consumo” irresponsabile.

Siamo fiduciosi che la natura incontaminata e la bellezza innocente

di La Maddalena e delle sue sorelle sapranno intenerire il

cuore dei Capi di Stato delle maggiori potenze mondiali affinché,

concordemente, scelgano per il bene degli uomini e delle terre da

loro abitate.

Patrizia Calenda

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i t a l i a n t e x t La Maddalena

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La variazione del nome da Busonara in La Maddalena è legata

ad antiche leggende, fra le quali due di tradizione orale,

della terza si sono trovate testimonianze scritte. Secondo la

prima, più recente, Maria Maddalena approdò con una fragile barchetta

nel luogo, anticamente detto Busonara, trascinata dal forte

vento di Ponente. La seconda, tramandata di generazione in generazione,

racconta del ritrovamento di una statua di legno che la raffigurava.

Gli isolani decisero di portare la scultura all’interno

dell’isola verso le capanne dove vivevano ma, durante la notte, la

statua come per incanto tornava alla marina nonostante i reiterati

tentativi di riportarla al villaggio. Così decisero di lasciarla ove la

Maddalena desiderava restare e, proprio in quel luogo, fu costruita

una cappella per ricordare l’evento. La terza è documentata sia dal

canonico Giovanni Spano sia da Jacopo da Varagine, autore della

“Leggenda Aurea”, che descrive il viaggio per mare della Santa. Entrambi

narrano che Maria Maddalena, nel suo lungo peregrinare

per il mar Mediterraneo, e abbandonata dai suoi familiari, dopo la

morte del Cristo, trovò riparo e ristoro proprio nell’isola che da lei

successivamente prese il nome. E a La Maddalena il 22 Luglio si celebra

la festa della patrona dell’isola: la sua statua lascia la chiesa

parrocchiale e, posta su un’imbarcazione addobbata, viene condotta

in una suggestiva processione a mare. La festa, che dura tre giorni,

è arricchita da sfilate in costume, gare sportive e canore, e variopinti

giochi pirotecnici.

La cittadina della Maddalena, sulla costa meridionale dell’isola, è il

nucleo dell’omonimo arcipelago posto a settentrione della Sardegna,

frutto dell’espansione, a partire dal 1770, di un antico villaggio

di pescatori, proprio nei pressi di Cala Gavetta. Il piccolo borgo

nel corso del tempo ha risvegliato le mire di numerose potenze straniere

per la sua strategica posizione fra Sardegna e continente italiano.

In particolare Inghilterra e Francia: Napoleone Bonaparte nel

1793 tentò inutilmente di sbarcare sull’isola, mentre l’ammiraglio

Nelson, vi stazionò con la flotta inglese nel 1804 prima della battaglia

di Trafalgar. Queste le sue considerazioni, inviate al governo inglese:

“… il più bel porto al mondo: La Maddalena è a 24 ore di

vela da Tolone; copre l’Italia e la sua posizione è tale che il vento favorevole

ai Francesi per navigare verso est è egualmente propizio a

noi per seguirli; se dirigono verso Oriente vengono diritti a passarci

accanto; in breve essa copre l’Egitto, l’Italia e la Turchia... Se io perdo

la Sardegna perdo la flotta francese”.

L’isola è raggiungibile percorrendo un breve tratto di mare a bordo

dei traghetti che partono regolarmente da Palau. Così descrive il suo

arrivo nell’arcipelago Elio Vittorini: “…dopo una gran curva, ecco

che si apre uno straordinario panorama su uno dei posti più belli in

assoluto: il mare e la costa della Gallura e, poco distante, l’arcipelago

di La Maddalena”.

La soleggiata cittadina, che conserva il suo aspetto di porto di mare,

è sovrastata dal forte di Guardia Vecchia a baluardo e protezione del-

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l’isola, mentre a sinistra, si erge isolata, immersa nel verde e protetta

dal vento, Villa Webber che ospitò Mussolini durante la sua prigionia.

La Villa fu edificata nel 1857 da un Inglese che aveva trovato riparo

nell’isola a seguito di una terribile tempesta. Secondo le

testimonianze era riccamente arredata con quadri d’autore, mobili

di valore e una grande biblioteca fornita di moltissimi volumi, gran

parte dei quali antichi e preziosi ma, con la requisizione della villa

per esigenze militari nell’aprile del 1943, i libri e gli oggetti di pregio

andarono perduti.

Nel 1967 Mario Soldati rese omaggio al popolo dei Maddalenini:

“Entro nei negozi, chiacchiero un po’ con tutti. E mi studio di capire

il motivo del fascino di quest’isola. Bisogna essere sinceri. Non

è nella bellezza naturale... Il segreto del suo incanto è un’altro. E’

tutto umano, forse è tutto dei Maddalenini, e in ogni modo di coloro

che risiedono alla Maddalena. In nessun luogo, non soltanto d’Italia,

ho trovato gente così prontamente cortese e così naturalmente affettuosa”.

Forse per la loro multiculturalità ed il loro carattere

democratico, quando il Comune di La Maddalena decise di rendere

un omaggio a Giuseppe Garibaldi per il suo centenario, i Maddalenini

abbracciarono così incondizionatamente l’iniziativa che molti

prestarono gratuitamente la loro opera per la sua realizzazione.

Un’elegante colonna di granito fu innalzata in piazza XXIII Febbraio

nel 1907 e, ad incominciare dal progettista, sebbene non Maddalenino,

Valfredo Vizzotto che ne diresse disinteressatamente

l’esecuzione, fino alla fornitura gratuita dei blocchi di granito dalla

Cava Francese e all’elargizione spontanea di contributi da parte di

molti cittadini ed associazioni locali, l’intera comunità partecipò

entusiasticamente al progetto.

La Piazza inoltre rievoca l’eroica difesa dei Maddalenini dagli attacchi

napoleonici. Fu Domenico Millelire, nocchiere della Real

Marina Sarda, il 23 Febbraio 1793 a sconfiggere la flotta francese,

che minacciava di occupare l’isola; nonostante la manifesta inferiorità

di uomini e mezzi, egli dopo una serie di azioni belliche ardite

e valorose, s’imbarcò su di una scialuppa cannoniera e, trasformandosi

da attaccato in attaccante, inseguì la flotta francese fin

quasi in Corsica.

La chiesa della SS Trinità, la più antica dell’arcipelago, situata su

un’ampia e fertile piana denominata Collo Piano, quasi al centro

dell’isola, di forma rettangolare, è la tipica chiesetta di campagna

costruita con conci a vista di granito. La sua costruzione risale al

1768 poco dopo l’occupazione militare sabauda allorché le poche

decine di abitanti originari della vicina Corsica, oltre a fare atto di

sottomissione e richiesta di mezzi di sostentamento, chiesero che

venisse edificata una chiesetta alla quale avrebbero provveduto essi

stessi, se le truppe di Sua Maestà Carlo Emanuele avessero fornito

loro il materiale. La chiesa fu dedicata a Santa Maria Maddalena

patrona dell’Isola. Con lo sviluppo del porticciolo di Cala Gavetta e

del nuovo nucleo abitato fu poi costruita una nuova chiesa; di fatti

la popolazione dopo il 1780 si era trasferita gradualmente verso

Cala Gavetta. E così, nel I793, la chiesa “al mare” divenne la nuova

sede della parrocchia di Santa Maria Maddalena. Essa conserva due

candelabri d’argento e il crocefisso donati da Horazio Nelson al parroco

nel 1804, accompagnati da una lettera autografa di ringraziamento

per l’ospitalità e l’assistenza ricevute e la statua in legno della

Santa.

Per molti anni il parroco, la domenica, celebrava la Messa prima

nella nuova chiesa e poi, a piedi, si recava alla Trinità dove lo attendeva

la sempre più anziana e meno numerosa popolazione di

origine corsa dell’isola.

Gli anziani dell’arcipelago narravano di un tesoro nascosto. Alcuni

sostenevano che fosse davvero consistente, altri misero e di pochi

pezzi. Ma, come per tutte le leggende, anche in questa vi era un fondo

di verità: il tesoro esiste e consiste negli oggetti d’oro, d’argento e di

corallo donati dai Maddalenini alla Maddalena per le grazie ricevute

ed è esposto nel Museo diocesano. La provenienza dei preziosi

manufatti è varia: accanto ad oggetti di probabile lavorazione locale,

ce ne sono alcuni di lavorazione sardo-gallurese ed altri che

sembrano provenire dalla penisola.

La cittadina chiamata graziosamente dai più anziani “Piccola Parigi”,

nel dopoguerra divenne il centro della bella vita: famosi erano

i balli al circolo dei Sottufficiali, come anche il lusso e l’eleganza

delle giovani Maddalenine che intrecciavano teneri amori con i militari

stanziati nell’isola. Molti scrittori, colpiti dalle donne dell’isola,

hanno voluto tracciarne il profilo: “Le donne sono gracili e

delicate, di finissimi lineamenti, d’una grazia e d’una gentilezza

che attrae e incanta” (F. De Rosa, 1899), e “ Perfette e timide nel rigido

costume sgargiante con le teste vestite di nero! Rigide come

principesse di Velazquez!” (D.H. Lawrence, 1921).

Nella cittadina il ritmo semplice della vita di una volta si può ancora

respirare percorrendo a piedi il lungomare e ascoltando lo sciabordio

delle onde che si infrangono sulle barche dei pescatori, sugli antichi

gozzi e sulle imbarcazioni dei diportisti. L’architettura delle

case ottocentesche affacciate sul mare è semplice, tipica dei paesi di

pescatori.

L’isola gemella di Caprera si tocca quasi con le mani, dal quartiere

Moneta, sviluppatosi intorno al perimetro dell’Arsenale, attraverso

l’omonimo ponte-diga panoramico, il Passo della Moneta, vi si

giunge in poco.

Negli ultimi decenni i Maddalenini sono stati protagonisti di numerose

battaglie per rivendicare i loro diritti: la nascita del Parco, e

l’addio definitivo alla base americana. Attualmente sono protagonisti

di un grande evento: l’organizzazione del G8 che nel 2009 ospiterà

i Grandi del Pianeta.

Ma la vera grande risorsa della Maddalena è comunque nel suo mare

e nelle sue spiagge, nei paesaggi a volte dolci e aspri in cui si respira

una profonda ed ineguagliabile atmosfera mediterranea.

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ii tt aa ll ii aa n n tt ee xx tt

Le Isole intermedie:

l’Arcipelago de

La Maddalena

124

Il Parco Nazionale dell’Arcipelago de La Maddalena è il primo

istituito in Sardegna e racchiude le isole e gli isolotti, circa 60,

appartenenti al territorio del Comune di La Maddalena, nelle

acque dello stretto di Bonifacio. Si estende su una superficie di 18.000

ettari, dei quali 5.134 di superficie terrestre e 13.000 di superficie

marina, con 180 chilometri di coste. La Maddalena, Caprera, Spargi,

Budelli, Santo Stefano, Razzoli, Santa Maria, sono le isole sorelle

che hanno portato nel tempo nomi diversi e che furono abitate da

popoli antichissimi; isole dall’ossatura di granito che vento e mare,

con grande perizia, quella propria dei più consumati artisti, hanno

congiuntamente modellato e rimodellato, plasmando un paesaggio

maternamente primordiale, come il metamorfico universo di Gea.

D’altra parte il granito, questa roccia vulcanica cristallina, evoca

350 milioni di anni di storia geologica della terra, anni in cui ha

subito l’azione degli elementi, assumendo mano a mano quelle

forme che ci lasciano così stupiti. L’arcipelago è la parte emersa di

un antichissimo ponte terrestre che univa la Corsica alla Sardegna.

Sembra che le due isole, nel Miocene, dopo una migrazione causata

dal fenomeno della deriva da un’unica placca, distaccata dall’attuale

costa della Francia del Sud, cominciarono a separarsi lungo lo

stretto delle Bocche di Bonifacio ove irruppe il mare, sommergendo

le valli della costa sarda e lasciando emergere solo le zone più ele-

vate delle catene granitiche. La configurazione dell’arcipelago si

modificò poi per le oscillazioni del livello marino che, in fasi successive,

collegarono e separarono le due isole maggiori. Ma furono

comunque le glaciazioni del Quaternario a dare all’arcipelago il suo

attuale aspetto.

Le isole maddalenine sono state popolate in tempi relativamente

recenti, da poco più di 230 anni; furono i pastori corsi che, verso la

metà del Seicento, si trasferirono nell’arcipelago e, soprattutto, nell’isola

madre, dando inizio alle successive comunità. Ma, ciò nonostante,

sia l’archeologia (ritrovamenti neolitici a Santo Stefano) sia

la mitologia (Odisseo che incontra i Lestrigoni) indicano che le isole

erano conosciute nell’antichità. Già Tolomeo, delineando le coste

sarde più vicine alla Corsica, descriveva una moltitudine d’isolette e

di scogli situati presso il Capo d’Orso, il plantigrado di granito che

dalla costa sembra vigilare sull’arcipelago, e che fu sicuramente un

importante punto di riferimento per gli antichi naviganti. Plinio le

chiamava “Insule Cuniculariae”, per i numerosi e sottili canali esistenti

fra di esse, ed erano al tempo dei Romani un punto strategico

per la navigazione tirrenica.

Se si esclude l’isola madre dove sorge il principale centro abitato

dall’omonimo nome, antico borgo di pescatori, l’arcipelago maddalenino

ha conservato il suo aspetto originario: il mare che lo cir-

conda è incontaminato, ricco di flora e fauna ittica, con praterie di

posidonia oceanica in buono stato di conservazione; è inoltre l’unico

sistema insulare del Mediterraneo caratterizzato da acque cristalline,

estremamente limpide, originate sia dall’alto idrodinamismo

dovuto alla loro ubicazione all’interno delle Bocche di

Bonifacio, con le sue furiose tempeste, sia dai bassi fondali dei canali

marini che separano le isole, nonchè dalla bassissima escursione

delle maree. Le sue coste si frantumano in miriadi di

insenature con altrettanti approdi naturali e le spiagge, anch’esse

di granito polverizzato, dalla diversa granulometria, alcune candide,

altre rosa, sono fra le più belle del Mediterraneo e per lo più ridossate

rispetto al Ponente, che è il vento dominante dell’arcipelago.

Alcune di esse sono veri monumenti naturali, un incanto di armonie

ed equilibri naturali, come la spiaggia rosa di Budelli, dalla quale

Michelangelo Antonioni fu affascinato, ove al color corallo dell’arena

si uniscono le trasparenze turchesi delle acque e la diversa cromia

dei graniti che emergono prepotenti dalla macchia

mediterranea.

Da qualunque isola le altre sono visibili, più o meno vicine, ognuna

con una sua fisionomia particolare e fra di esse, nella combinazione

di acque, colori e paesaggi, come in un interstizio smeraldino, compare

l’immagine senza uguali delle acque cristalline del Porto della

Cala Spalmatore


Madonna, una sorta di laguna marina compresa tra le tre isole di

Budelli, Razzoli e Santa Maria ove si ha la sensazione che esistano

pochi posti di mare al mondo più belli.

E le meraviglie proseguono sotto la superficie delle acque, ove si è invitati

al vernissage del mondo sottomarino: gli scogli di granito sono

acquerellati da alghe rosse e violacee, da spirografe dai lunghi flabelli,

da anemoni di mare, da patelle, da ricci pungenti e da spugne

azzurro indaco o violacee, mentre le splendide colonie di gorgonie

gialle, bianche e rosse ondeggiano elegantemente.

Le terre, con rilievi granitici di tipo Inselberg e superfici cariate e

tafonate di grande estensione, sono coperte da grandi ciuffi di macchia

mediterranea. Come in Gallura, ma in maniera più marginale,

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il granito maddalenino assume forme stupefacenti tra cui le più singolari

sono i “tafoni”, massi di roccia tondeggianti, scavati internamente,

nei quali, cioè, l’erosione ha percorso la via opposta alla

consueta che procede dall’alto verso il basso.

Non è stato semplice spiegarsi le ragioni del fenomeno: la più evidente

constatazione che gli agenti atmosferici l’avessero scavati è

fuori luogo perchè il granito, di cui è nota la durezza e la consistenza,

non può avere punti deboli che il vento o le piogge possano

erodere. Si è studiato come il processo di sgretolamento della roccia

avvenisse dall’interno verso l’esterno: sembra cioè che la disgregazione

del granito sia causata dall’umidità risalente dal terreno che,

per capillarità, si infiltra nella roccia cristallina; a ciò si aggiungono

Spargi: Cala Granara

i fattori atmosferici che possono facilitare il distacco delle piccole

scaglie. I tafoni furono i ripari dei più antichi abitatori preistorici e

lo sono tuttora, murati ed utilizzati come ricoveri per attrezzi e bestiame.

L’ottima qualità del granito maddalenino, color rosa-bianco, grana

fine, compatto, omogeneo e privo di parti argillose, secondo nel

mondo solo a quello scozzese, ha fatto sì che l’attività estrattiva di

Cava Francese e di Santo Stefano divenisse il fulcro dell’economia

maddalenina, occupando fino a settecento operai, con la realizzazione

ad altissima professionalità di manufatti esportati in tutto il

mondo. Tra le numerose opere in granito maddalenino la colossale

statua di un potente gerarca fascista, Costanzo Ciano, incompiuta

per il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, e ancora oggi

visibile a Santo Stefano, con la berretta tipica dei marinai sulla testa;

il monumento dedicato alla “Difesa del Canale di Suez” portato a

termine in cinque anni e il bacino di carenaggio della marina militare

di Malta. Oggi la cava di Cala Francese è un museo di archeologia

industriale con i vecchi macchinari e i massi grezzi lasciati

inutilizzati nel tempo.

“La Maddalena è, per così dire, un microcosmo autosufficiente, staccato

con il suo arcipelago dalla Sardegna, emerso con le sue rocce

tra Sardegna e Corsica; frammento estremo e frastagliato d’Italia,

che riflette in sé l’intera penisola e, in un certo senso, il mondo intero”.

Così definiva l’arcipelago Mario Soldati.

127


i t a l i a n t e x t Le Fortificazioni

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L’arcipelago della Maddalena ha uno dei più imponenti sistemi

di fortificazioni a livello nazionale, costituito da una

rete di postazioni rispondenti ad un unitario disegno di difesa.

L’omonima isola, per la sua collocazione nel Mediterraneo, è

stata deputata ad essere un obiettivo militare: anche nel passato

hanno navigato nelle sue acque condottieri quali il giovane luogotenente

d’artiglieria Napoleone Bonaparte, l’ammiraglio Horazio

Nelson, Domenico e Agostino Millelire, il barone Giorgio Andrea Des

Geneys, ammiraglio comandante della Marina sardo-piemontese e

il “Maggior Leggero” Giovan Battista Culiolo, luogotenente del generale

Giuseppe Garibaldi.

Il 14 ottobre 1767 i Sardo-Piemontesi sbarcavano a La Maddalena

per assicurare definitivamente al Re di Sardegna il possesso delle

“Isole Intermedie”, contese da Bonifacio e quindi da Genova.

Immediatamente dopo lo sbarco si cominciarono i lavori per la realizzazione

di costruzioni difensive in previsione di una possibile

azione di riconquista da parte dei Genovesi, ma le mura di cinta,

costituite da conci di granito a secco ed inframmezzate da massi

granitici, si presentavano precarie.

Le opere per la difesa conservarono questo aspetto fino al 1771

quando furono avviati i lavori per la torre di S. Stefano, terminata

nel 1773, e videro negli anni seguenti molte altre fortificazioni edificate

nell’isola di La Maddalena, ove le opere si conclusero nei primi

decenni dell’Ottocento.

Il sistema difensivo, negli ultimi anni del XVIII secolo e i primi del

XIX, era dunque costituito dalla Casamatta di S. Stefano, a guardia

della cala di Villa Marina, frequentata dai velieri di passaggio nelle

Bocche di Bonifacio, per la presenza di una fonte e per il riparo dai

venti; dal forte S. Vittorio, soprannominato della “Guardia Vecchia”,

eretto sul punto più elevato dell’isola, a 146 metri sul livello del

mare, in difesa di batterie e forti e a protezione da eventuali invasioni;

dalla batteria Balbiano che prese il suo nome dal Vicerè di Sardegna

in carica dal 1790 al 1794, il Balio Vincenzo Balbiano,

collocata all’ingresso del porto della cittadina; dalla batteria S. Agostino,

oggi scomparsa, situata in posizione strategica sulla riva del

mare ad est dell’abitato; dal forte S. Andrea costruito in posizione

dominante, alle spalle dell’abitato e a fianco della Caserma dei Cannonieri,

probabilmente tra il 1787 ed il 1790, periodo durante il

quale fu Vicerè di Sardegna Thaon di S. Andrea, a difesa del canale

prospiciente La Maddalena e l’isola di S. Stefano; dal forte S. Teresa,

detto anche Sant’Elmo o Tegge, che aveva il compito di difendere il

canale e la rada di Mezzo Schifo; dal forte Carlo Felice o Camicia, da

Carlo Felice, Duca di Genova, il quale, per mandato di Carlo Emanuele

IV e Vittorio Emanuele I, resse il governo della Sardegna dal

1800 al 1806. Il suo compito era quello di difendere la rada di porto

Camicia, il passaggio della Moneta e battere tutta la zona di nordest,

dove si pensava potessero più facilmente avvenire sbarchi nemici.

In questa ultima costruzione vi è un portale d’ingresso, in stile

Batteria di Punta Tegge

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neoclassico, simile a quello del Palazzo del Governo o “Castello” di

Carloforte; dal forte S. Giorgio, progettato e costruito dopo che fu ultimato

quello di Carlo Felice. Concorreva con il forte di S. Teresa a

battere il mare fra la costa della Sardegna e le isole di S. Stefano e

La Maddalena, a proteggere le comunicazioni con l’isola madre e a

rinforzare, insieme alla Torre, l’occupazione stabile dell’isola di S.

Stefano.

Le fortificazioni avevano quindi lo scopo di consolidare il possesso

dell’arcipelago facendone accettare il principio, anche dal punto di

vista formale, a tutte le nazioni. A tale proposito si pretendeva, anche

con la forza, il saluto della bandiera sabauda da parte delle navi di

passaggio nel canale di S. Stefano. Inoltre erano necessarie per presidiare

la giovane base militare ormai costituita, anche in appoggio

alle navi della Regia Marina Sarda, che potevano così incrociare con

maggiore sicurezza nelle acque del Nord Sardegna i contrabbandieri,

i Barbareschi e meglio proteggersi dalla sempre paventata riscossa

francese.

Ma sia per l’ubicazione (troppo isolati i forti S. Vittorio, S. Teresa e

Carlo Felice, costituenti il triangolo esterno intorno all’abitato e se-

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parati addirittura da un braccio di mare i due forti di S. Stefano), sia

per la struttura delle murature solo apparentemente stabili perchè

costituite da conci parallelepipedi di granito, semplicemente legati

con argilla, il sistema difensivo dell’arcipelago non avrebbe potuto

reggere ad un attacco di una flotta di navi da guerra, debitamente

equipaggiate.

Le fortificazioni sarebbero perciò divenute oggetto di attenzione dal

punto di vista militare ed economico. In pochi anni, dal 1887, l’arcipelago

divenne una terribile piazzaforte rispondente alle più moderne

concezioni europee in tema di difesa costiera. L’individuazione

di questa zona come base marittima fortificata, l’articolarsi degli

interventi, l’ubicazione delle strutture, la scelta degli armamenti dipesero

da diversi fattori. E questi furono: la raggiunta unità d’Italia,

che poneva in modo nuovo il problema della difesa dello Stato e

della nuova capitale; il progresso registrato nelle concezioni difensive,

sia nelle strutture murarie sia nella trasformazione delle armi;

la situazione internazionale degli ultimi decenni del secolo con la

contrapposizione dei due blocchi di alleanze in Europa.

Il primo atto legislativo in ordine alla costruzione delle opere del-

Batteria di Punta Tegge

l’arcipelago de La Maddalena fu il Regio Decreto del 3 Novembre

1886, n. 4163 serie III, che dichiarava le opere da eseguirsi per la

difesa e la sistemazione dei servizi militari marittimi dell’arcipelago

di pubblica utilità.

Il 18 Agosto 1887, con regio Decreto n. 4912 si istituiva una Direzione

Straordinaria del Genio Militare per l’esecuzione dei lavori. La piazza

così istituita doveva soddisfare alcune condizioni: permettere alla

flotta di uscire, a seconda delle opportunità, attraverso una delle due

imboccature e dominare il passaggio delle Bocche di Bonifacio. Inoltre

mettere al sicuro le navi e impedire che il nemico, in assenza

della flotta, potesse prendere possesso del bacino interno e stabilirvisi.

Infine rendere minima l’efficacia di un bombardamento sistematico

che si sarebbe potuto tentare dall’esterno dell’arcipelago

contro le navi e il materiale raccolto all’interno della rada.

Nell’isola di Caprera, sui terreni espropriati agli eredi del generale

Garibaldi, furono costruite opere che si fiancheggiavano reciprocamente

ed un ridotto, a Stagnali, che fungeva da caserma per le milizie

mobili di soccorso al litorale. Inoltre l’Opera di Arbuticci, a nord,

era destinata a battere il mare davanti al canale della Moneta, in-

crociando i tiri con la batteria di punta Villa, mentre le Opere di Poggio

Rasu inferiore e superiore erano destinate l’una al ricovero delle

truppe per la difesa mobile nella parte alta di Caprera e a battere lo

specchio d’acqua davanti allo sbarramento di levante, l’altra invece

il mare largo.

Altre batterie di sbarramento costruite sulla prospiciente costa sarda

per difendere l’accesso alla piazza, per via di terra, erano armate di

bocche da fuoco da 120 mm di calibro a tiro rapido, per battere le

zone d’acqua sbarrate e proteggere le immediate vicinanze dei forti

da possibili attacchi nemici.

A tal fine furono occupate le posizioni di Monte Altura perché il nemico,

sbarcato in Sardegna, avrebbe potuto svolgere un’azione offensiva

al coperto della Batteria di Capo d’Orso e prendere di rovescio

tanto questa che quella di Punta Sardegna Bassa, posta a difesa della

testata dello sbarramento di Ponente. Inoltre Baraggie o Baragge,

al centro dello sviluppo del litorale sardo e nel suo punto più elevato

e dominante, fu scelta per costruirvi una forte opera chiusa la

quale, oltre a soddisfare lo scopo di proteggere la vicina opera di

Capo d’Orso e coadiuvarla nella difesa contro attacchi provenienti

dall’interno, formava il caposaldo della difesa di tutto il litorale. Ed

ancora Capo d’Orso per battere la bocca di Levante, l’ancoraggio di

S. Stefano, la Cala delle saline, il golfo d’Arzachena ed i versanti attigui

l’isola di Caprera e la costa Sarda. Infine Montiggia, presso

Palau per il ricovero delle milizie mobili.

L’organizzazione generale della difesa era poi completata da un sistema

di fotoelettriche per garantirsi dalle sorprese di torpediniere e

piccole imbarcazioni nemiche, nonché da un sistema di difesa mobile

affidato alle torpediniere maggiori, ad imbarcazioni rapide a

vapore e a piccole torpediniere per il servizio di perlustrazione e di

ronda.

Tra la prima e la Seconda Guerra Mondiale, nacquero le batterie più

periferiche, collocate verso i quadranti occidentale e nordoccidentale,

edificate in calcestruzzo e ricoperte da massi di granito disposti

in modo tale da nasconderle tra la macchia mediterranea. Anche

i baraccamenti furono addossati a formazioni rocciose o ricoperti

da scaglie accostate di pietra, per simulare le sembianze del territorio

sardo. Alcune di queste furono realizzate nell’isola di Spargi a

Zanotto, Ajaccio e Cala Corsara.

Inoltre nell’isola di Caprera a Candeo, Messa del Cervo, Poggio

Baccà, Punta Coda, isola del Porco; nell’isola di La Maddalena a

Spalmatore, Guardia del Turco, Carlotto, Puntiglione; nell’isola di S.

Stefano a Punta dello Zucchero e sulla costa sarda a Punta Falcone,

Monte Telamone e Cappellini.

Le fortificazioni dell’arcipelago, attualmente allo stato di rudere,

sono state oggetto di uno studio, commissionato dall’Ente Parco dell’arcipelago

di La Maddalena, al fine di un loro riutilizzo con funzioni

che assolvano ai bisogni stessi dell’Ente Parco e conservino i

caratteri architettonici della loro destinazione originale.

131


i t a l i a n t e x t I Ritratti

132

Horazio Nelson: un inglese illustre a La Maddalena.

L’obbiettivo fondamentale di Nelson era tenere sotto controllo

la principale flotta francese, stanziata a Tolone e impedire

così a Napoleone di sbarcare una seconda volta in Egitto. Per

realizzare i suoi piani l’Ammiraglio riteneva che La Maddalena fosse

proprio la base ideale per la sua posizione strategica, per le sue insenature

ed i ripari naturali.

Egli vi era approdato la prima volta nel 1793 per osservarne i punti

di forza sotto il profilo militare, e ne aveva informato il suo Governo

affinché si potesse arrivare ad un accordo di vendita tra la Corte Sabauda

e l’Inghilterra. Fu proposta la cifra di 500.000 sterline, ma la

Corte rifiutò, pur accettando di ospitare la flotta inglese; infatti Nelson

e la sua flotta, formata da 13 navi al seguito dell’Ammiraglia Victory,

rimasero nell’isola dal 1803 a tutto il 1804, anche se solo per i

rifornimenti di acqua e di viveri.

Durante la sua permanenza egli donò al Parroco Don Andrea Biancareddu

un crocefisso e due candelabri, oggi esposti nella Chiesa di

Santa Maria Maddalena, accompagnati da una lettera di ringraziamento

per l’ospitalità offerta dal popolo maddalenino. Inoltre, una

storia tramandata oralmente, di cui si fa menzione in alcuni testi,

racconta della relazione amorosa tra Nelson e una certa Emma

Liona della Maddalena. In realtà la donna amata da Nelson era

Emma Hamilton, moglie di sir William Hamilton e l’equivoco nasce

dal fatto che fu italianizzato il cognome da nubile della Hamilton

che era appunto Lyon, in Liona, molto diffuso nell’isola.

La flotta inglese lasciò La Maddalena il 19 gennaio 1804, quando i

Francesi salparono dal porto di Tolone per dirigersi verso sud. Nelson

inseguì la flotta di Napoleone per sette mesi ininterrottamente,

per poi giungere il 21 ottobre 1805 a Capo Trafalgar, dove fu

combattuta la più grande battaglia navale del secolo, nella quale

vinse la flotta inglese, ma perse la vita il grande ammiraglio Horazio

Nelson.

Giovanni Brandi: la sofferenza dell’esilio.

Con la caduta del Regno di Corsica nella seconda metà del

1700, chi si era schierato con gli Inglesi fu esiliato. Fra

questi vi fu Giovanni Brandi, avvocato di Bonifacio, appartenente

ad una ricca famiglia borghese. Brandi fu uno dei personaggi più significativi

nella storia della Maddalena durante il periodo delle

guerre napoleoniche. Si affacciò alla vita politica dopo il 1803, anno

in cui l’Ammiraglio inglese Horatio Nelson arrivò con la sua flotta

nel Mediterraneo e l’Inghilterra e la Francia ripresero il conflitto a

un anno dalla pace di Amiens. Tale avvenimento scatenò le scorribande

dei corsari, fonte di disordini e preoccupazioni per la Sardegna

che, dichiaratasi neutrale nella guerra tra Francia ed

Inghilterra, istituì severe norme per far fronte alla difficile situazione.

La Maddalena si trovò al centro delle vicende, essendo il porto

più vicino, sicuro e soprattutto buona fonte di informazioni provenienti

dagli altri porti del Mediterraneo, pur essendo obbligata a rispettare

le norme di neutralità. La qual cosa rendeva effettivamente

problematica e difficoltosa l’opera dei garanti della sicurezza che

dovevano scontrarsi non solo con i corsari, ma anche con chi patteggiava

con loro e ne permetteva i traffici illegali. Giovanni Brandi,

vice console britannico, fu ben visto e apprezzato dalla Corona Inglese;

egli poteva raccogliere tutte le informazioni necessarie, ma

anche fornire gli approvvigionamenti alla flotta inglese stanziata a

La Maddalena al comando di Nelson, raggirando le norme di neutralità.

Tuttavia era controllato dal comandante dell’arcipelago della

Maddalena, Agostino Millelire, fermamente neutrale nei rapporti

con Inghilterra e Francia, tanto che i due rischiarono più di una

volta di arrivare ad uno scontro aperto, per il poco rispetto mostrato

da Brandi circa le norme di neutralità.

Ma, d’altra parte, i bisogni delle derrate alimentari era davvero

grande, e Brandi era ingegnosamente riuscito ad istituire una rete efficiente

di contrabbando per garantire gli approvvigionamenti necessari

agli Inglesi: gli scambi avvenivano di notte o in acque lontane

dall’arcipelago. Nell’agosto del 1812, però, in seguito allo sbarco di

merci che superavano del 600% la quantità consentita, furono ordinati

i suoi arresti.

In seguito ad avvenimenti convulsi, lo stesso Re di Sardegna chiese

l’allontanamento di Brandi dall’isola perchè la sua presenza poteva

compromettere i rapporti con la Francia. Tuttavia non ne fu disposto

l’allontanamento per paura della reazione inglese, ma fu intimata

alle autorità maddalenine l’osservanza rigida delle norme di

neutralità. Il suo ruolo di spia è confermato dalle 12 lettere scritte a

Nelson e risalenti al 1804, conservate nella British Library. Dalle lettere

emergono i suoi sentimenti di nostalgia per la Corsica, il dolore

per l’esilio e la sete di vendetta contro Napoleone; la sua visione politica

infatti condannava gli eccessi repubblicani e proponeva l’Inghilterra

come modello da seguire. Non si hanno notizie su come

Nelson accogliesse le lettere di Brandi, ma testimonianza del loro

stretto rapporto è una lettera compilata dal segretario di Nelson,

Alexander Scott, nella quale egli chiedeva a Millelire di “avere la

bontà di dire per me mille cose amichevoli a Brandi”.

Dopo la caduta di Napoleone a Lipsia e la fine del regime, Brandi fece

ritorno in Corsica, dove cospirò per scacciare i Francesi e dare la possibilità

agli Inglesi di insediarsi nell’isola, ma Bonifacio dichiarò

piena fedeltà alla Monarchia francese. Con il Congresso di Vienna

poi, che negava ormai ogni possibile ripresa, sfumarono tutti i sogni

di vedere la sua terra in mano inglese.

Nella riorganizzazione generale in seguito alla Restaurazione,

Brandi perse importanza e potere in Sardegna. Concessogli il ritorno

definitivo alla sua città natale, il 27 settembre 1820 all’età di 64

anni, morì, lasciando la moglie in attesa del terzo figlio.

Mussolini a La Maddalena.

Dal 7 al 27 agosto del 1943 Benito Mussolini fu tenuto

prigioniero a Villa Webber; di certo sappiamo che era

già stato sull’isola, nonché a Caprera per rendere omaggio all’ultima

dimora di Garibaldi, ma questa volta vi era stato condotto segretamente

come un qualsiasi oscuro detenuto.

Il Duce trascorreva il tempo passeggiando sulla terrazza, ma spesso

doveva ritirarsi per evitare la curiosità dei passanti; talvolta andava

in giardino e si fermava a parlare con gli ufficiali: chiedeva notizie

sugli avvenimenti del giorno ma era, ovviamente, tenuto all’oscuro

dei reali avvenimenti politici e del mondo esterno. Durante la pri-

gionia la fastidiosa afa di agosto e le zanzare aggravarono i suoi dolori

provocati dall’ulcera duodenale che gli impediva di riposare.

Nel frattempo i Tedeschi avevano scoperto ove fosse tenuto prigioniero

e si organizzarono per liberarlo: il capitano Skorzeny elaborò

un piano contando sulla collaborazione dei marinai tedeschi presenti

sull’isola e delle SS della Corsica. Ma il piano fallì. Il 28 agosto

del 1943 Mussolini fu svegliato e condotto verso il mare dove lo

attendeva un idrovolante della croce rossa ormeggiato in una rada

poco distante da Villa Webber, che lo condusse prima sul lago di

Bracciano e poi al Gran Sasso e Campo Imperatore.

Durante la sua prigionia Mussolini scrisse un diario dove appuntava

ogni avvenimento della sua detenzione a La Maddalena, in particolare

nell’ultimo paragrafo ricordava e ringraziava chi lo aveva

assistito, rendendo meno pesante la sua prigionia. Grato fu soprattutto

a dott. Chirico che lo aveva curato dall’ulcera, lenendo i suoi

dolori. Grazie a questo medico si hanno oggi dettagliate notizie sui

suoi giorni trascorsi a La Maddalena; notizie racchiuse in un libro

intitolato “Mussolini prigioniero a La Maddalena”, in cui si legge:

«… ebbe a disposizione due squallide e disadorne camerette, precisamente

quelle d’angolo di levante. Il mobilio era modestissimo,

nella prima un lettino di ferro in un angolo, una poltroncina, due

sedie, un tavolinetto; nella seconda: quattro sedie ed un tavolino al

centro. Nessun quadro alle pareti, né il crocefisso ».

Argenti di Nelson: base di candelabro con stemma di Nelson “Duca di Bronte

per volontà di Ferdinando IV di Borbone e di Maria Carolina”

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Nino Lamboglia

i t a l i a n t e x t Il Museo

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Il museo archeologico navale Lamboglia ha particolari caratteristiche;

fu realizzato nei primi anni Ottanta dall’architetto

Vico Mossa e dedicato ad un celebre relitto romano e al suo

carico, recuperato nelle acque dell’Arcipelago.

La nave, partita da un porto peninsulare, naufragò presso l’isola di

Spargi verso il 120 a.C. in un difficile punto delle Bocche di Bonifacio

; trasportava un carico di molte centinaia di anfore vinarie e vasi

da mensa di produzione campana. I reperti forniscono interessanti

dati sull’organizzazione del commercio navale romano, mentre il relitto

costituisce un caposaldo per la collocazione cronologica della

produzione ed esportazione di molti oggetti.

Elemento centrale dell’allestimento è la ricostruzione in scala naturale

dello spaccato dello scafo della nave, con 202 anfore, che esemplifica

il sistema di stivaggio dei contenitori in terracotta, quasi a

prefigurare i moderni containers.

La visita museale consente di verificare come, tra il IV secolo a.C. ed

il III secolo d.C., le Bocche di Bonifacio fossero un punto di transito

privilegiato delle rotte mercantili dell’intero Mediterraneo.

Fu l’archeologo Lamboglia che nel 1958 con il Centro Sperimentale

di Archeologia sottomarina di Albenga condusse le prime indagini

archeologiche sulla nave di Spargi individuata un anno prima su

una secca di circa 18 metri di profondità.

Quel cantiere fu una pietra miliare per lo sviluppo della tecnica e

delle metodologie dello scavo subacqueo: per la prima volta venne

realizzata la copertura planimetrica di un relitto applicando le tecniche

di rilievo a quadrettatura e a fotomosaico.

Dopo la morte di Lamboglia, la ricerca subì una lunga interruzione

durante la quale il giacimento fu gravemente danneggiato dai clandestini;

fu poi ripresa e proseguita fino all’inizio degli anni ‘80 da

Francisca Pallarés che partecipò anche all’allestimento del Museo.

I rilievi di Lamboglia accertarono che lo scafo era lungo circa 35

metri e largo 8-10; furono messi in luce parti delle costolature e del

fasciame con frammenti del rivestimento in lamina di piombo fissata

da chiodini di rame.

Le anfore vinarie, di cui alcune bollate sulla spalla e sull’orlo, conservavano

ancora tutti gli elementi che garantivano la chiusura delle

stesse: il tappo in sughero, sigillato con pozzolana sulla quale era impresso

il bollo e il piccolo coperchio in terracotta di forma conica.

Come merce di accompagnamento al carico principale si trovò,

impilato fra le anfore, vasellame fine da mensa a vernice nera, numerosa

ceramica comune, alcuni unguentari in vetro, lucerne, ceramiche

fini di importazione orientale, coppe megaresi, e una

macina. A bordo vi erano un piccolo altare, un bacile portatile di

marmo e una piccola colonna scanalata; si ritiene che questi oggetti

fossero destinati alle cerimonie religiose di bordo.

Fra gli altri ritrovamenti significativi, una corazza di bronzo e un

elmo con resti di un cranio umano (conservato nel Museo Sanna di

Sassari), hanno fatto ritenere che il proprietario fosse morto indos-

sandolo. Sulla base di queste osservazioni si è cominciato ad ipotizzare

la presenza a bordo delle onerarie di armati per difesa contro la

pirateria.

Il Museo è articolato in due sale: una accoglie la ricostruzione di

una sezione trasversale dello scafo allestita con oltre 200 anfore, gli

oggetti della dotazione di bordo e le ceramiche destinate al com-

mercio; nella seconda sono esposti, insieme ad altri elementi del relitto

di Spargi, alcuni reperti recuperati nelle acque dell’arcipelago

maddalenino. Il Museo, situato su un poggio dal quale si può godere

una suggestiva vista del tratto di mare che separa l’isola dalla vicina

Caprera, merita certamente una visita anche per lo splendido

contesto naturale in cui è immerso.

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i t a l i a n t e x t La Caprera di Garibaldi

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Fortunatus et ille deos qui novit agrestis

Panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores.

Virgilio

Alla fine del ‘700, con l’esaurirsi della pirateria, alcune isole

minori dell’arcipelago di La Maddalena iniziarono a popolarsi.

La più abitabile era Caprera perchè divisa dall’isola

maggiore solo dallo stretto Passo della Moneta, e quindi navigabile

senza eccessivi rischi, poiché il traffico marittimo dell’arcipelago

non era sempre sicuro, specie in inverno quando, per l’inclemenza

delle acque delle Bocche di Bonifacio, le tempeste potevano scatenarsi

all’improvviso. Quando Garibaldi decise di acquistare Caprera

vi abitavano solo poche famiglie, l’isola era quasi deserta, incolta e

pressappoco sconosciuta. Discordanti però le notizie sull’acquisto:

c’è chi dice che vi sbarcò per la prima volta nel 1849 dopo l’insuccesso

della Repubblica Romana e la morte della moglie Anita.

Garibaldi all’epoca si era messo in salvo a Chiavari, ma già all’indomani

del suo arrivo, il governatore della città lo faceva arrestare

per ingresso illegale nel paese. S’imbarcò allora sul vapore Tripoli

che faceva rotta per la Tunisia, ma qui il Bey gli rifiutò l’asilo politico.

A questo punto il comandante della nave, il maddalenino Millelire,

diresse verso la Sardegna: prima a Cagliari, dove il governatore

non li lasciò sbarcare, poi a La Maddalena. Il Generale si recò a Caprera

che dovette piacergli in modo particolare, ma non poté fermarvisi

a lungo, ad un mese esatto dall’arrivo fu infatti rispedito in

esilio. Comunque l’isola gli era rimasta nel cuore e sembrava l’ideale

per concretizzare il suo sogno di un lembo di terra da coltivare

e di una casa per la sua famiglia. Alla fine del 1855 vi tornò, dopo

la morte del fratello Felice da cui aveva avuto un lascito, grazie al

quale ne acquistò circa una metà. Il resto poté comprarlo grazie ad

una sottoscrizione aperta dal londinese Times per donare la rimanente

parte di Caprera all’uomo che l’Inghilterra stimava forse ancor

più che l’Italia. Garibaldi fece di un ovile la sua prima casa, restaurandolo

con l’aiuto di pochi amici, il fedele segretario Giovanni

Basso e il figlio Menotti, poi costruì una casetta di legno con legname

acquistato a Nizza e, lo stesso anno iniziò la costruzione della “Casa

Bianca”, ultimandola l’anno successivo. Nel 1861 la casa venne ampliata,

e nel 1880 per iniziativa della terza moglie Francesca Amorosino,

fu approntato un salone di rappresentanza: in questa stanza

Garibaldi visse le sue ultime ore di vita e vi morì il 2 giugno 1882.

A tutto ciò si aggiungeva una insolita casa in ferro importata dall’Inghilterra.

Fu dopo il naufragio del cutter Emma col quale svolgeva il lavoro di

capitano mercantile che decise di abbandonare la vita da marinaio

e di trasferirsi a Caprera. Qui si dedicò all’agricoltura, i suoi campi

di Marte divennero campi di Cerere e la sua spada aratro; trasse

fuori dal granito i terreni per le coltivazioni, piantò alberi, la pineta

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dell’isola fu una sua iniziativa, si dedicò ai vigneti che diedero vino di eccellente qualità, agli olivi, al grano, alla pastorizia, all’apicoltura. Alcuni appezzamenti

come quello di Fontanaccia e Tola furono ridotti a coltivazioni stabili e i campi floridi, i mandorli, i peschi, i meli, gli aranci, il boschetto

di acacie cancellarono l’aspetto roccioso dell’isola.

Si dice sembrasse un ragazzo in vacanza, girando tutta l’isola, mettendo in libertà i suoi cavalli Marsala e Calatafimi, chiamando gli asini con i nomi

dei suoi nemici e dedicandosi alla costruzione della casa bianca. Era per lui una sfida, Caprera sarà il mio parco, diceva, e per coltivare Caprera occorreva,

come scrisse il Canevazzi nel 1866, non solo migliorarla, ma conquistare, trasformare, ricreare. Sembrava inoltre felice pensando che con la

vendita del granito di Caprera avrebbe potuto fare la fortuna dei suoi figli.

L’isola non era certo così prima del suo arrivo e divenne meta di migliaia di persone, che il Generale ospitava amichevolmente, donne di cultura, che

per lui erano le più perfette fra le creature, indipendentisti di tutto il mondo: russi, greci, ungheresi, polacchi, spagnoli. Bakunin in una lettera descrive

il suo incontro col Generale avvenuto nel gennaio 1864. Egli ricorda che Garibaldi aveva trasformato l’isola in una vera repubblica democratica

e sociale ove non si conosceva la proprietà, tutto apparteneva a tutti, si lavorava fraternamente, si parlava di politica, delle passate e future imprese,

e si cantava. Tra loro Garibaldi, grandioso, calmo, appena sorridente, forte come un leone, l’unico lavato, infinitamente buono. Il suo dolore era

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quello di un uomo ormai anziano che aveva dedicato tutta la vita

alla liberazione e all’umanizzazione dell’umanità. Ma dopo le ferite

dell’Aspromonte subì un cambiamento: i contadini di Caprera non

avrebbero più ammirato il suo passo rapido e fermo nel salire le

montagne dell’isola, i pastori della Gallura non l’avrebbero più accompagnato

con fucile in spalla per le foreste della vicina Sardegna,

ove era conosciuto ed apprezzato in ogni casa signorile e in ogni

umile capanna, dalla Maddalena a Cagliari. Da Caprera partiva

spesso per le sue numerose imprese politiche e rivoluzionarie; nel

1867 avendo progettato un’insurrezione per rivendicare Roma al

Papato e per fare l’Italia unita, fu nuovamente arrestato e indotto

dagli amici a tornare a Caprera “libero e senza condizioni”. In pratica

il Generale si trovava agli arresti nella sua stessa isola. Nascose

un piccolo battello, il Beccaccino, per ogni occorrenza: scese quindi

al porto di Stagnarello, ove una volta era stato ormeggiato il suo

yacht “Olga”, dono degli Inglesi, ma che aveva dovuto vendere, per

ristrettezze economiche, al Ministero delle Finanze italiano, lanciò

il Beccaccino, non si ravvolse nel poncho che sempre indossava, ma

lo stese in barca per essere più libero di gettarsi a nuoto, e con una

spatola foderata spinse lo scafo per lo stretto che conduce a La Maddalena.

Guizzò fra le imbarcazioni nemiche e giunse a Capo della

Moneta in casa della Collins, l’Inglese che era stata fra i suoi primi

amici a Caprera. E da lì in viaggio verso Roma; ma alla valorosa

battaglia seguì la sconfitta dei Garibaldini a Mentana e l’ulteriore arresto

del Generale.

Il Governo intraprese allora trattative perché Garibaldi promettesse

di non allontanarsi più da Caprera o, in alternativa, viaggiasse per

un anno a bordo di un vapore da guerra dello Stato o visitasse le Piramidi.

“Che Piramidi d’Egitto”, rispose “io intendo tornare a Caprera

libero come un deputato ed un generale dell’esercito italiano,

come è il diritto di chi non ha mai violate le leggi dello Stato”.

Il 27 Ottobre 1867 Garibaldi rientrava nella sua Caprera dove rimase

fino al giorno in cui partì per offrire il suo aiuto alla Francia Repubblicana.

Rientrato a Caprera continuava a seguire le vicende italiane,

e quelle di paesi stranieri; quando il 10 marzo 1872 apprese

della morte di Mazzini telegrafò: “Sulla tomba del Grande Italiano

sventoli la bandiera dei Mille”.

La sua salute, soffriva di artrite deformante, peggiorava sempre di

più; la famiglia ed i medici cercavano invano di persuaderlo ad abbandonare

l’isola, per una località dal clima più mite; egli preferiva

però la solitudine della sua Caprera, turbata solo dal mormorio

del mare. Passava i suoi giorni leggendo, raccontando le sue imprese

al figlio Manlio e divertendosi a vederlo disegnare con la matita

quanto gli andava raccontando.

Sembrava impossibile a tutti che egli potesse ancora muoversi da

Caprera. L’inverno del 1882 fu così mite che volle girare nella carrozzella

per l’isola; arrivato alla spiaggia per vedere Manlio pescare,

cadde sui sassi e, incapace di un solo movimento, si ferì la testa e le

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mani, perdendo per qualche momento conoscenza. Il piccolo Manlio

atterrito piangeva e Garibaldi, rientrato in sé, con la abituale serenità

olimpica disse: “E come? vuoi diventare un buon soldato, e

piangi nel vedere due gocce di sangue?”. Le ferite erano lievi, ma il

colpo fu duro; Menotti, che voleva sempre vicino quando peggiorava,

lo convinse a lasciare l’isola ed egli scelse Napoli non potendo,

diceva, vivere lontano dal mare. La viva ed affettuosa insistenza, poi,

del comandante dell’ “Esploratore”, ancorato presso la Maddalena,

che si servisse della sua nave lo risolse a decidersi. E fu così che

giunse a Posillipo nel golfo partenopeo dove, prima dell’alba, accorsero

più di duecentomila persone e il sindaco, come rappresentante

del Popolo italiano. Poche le parole rivolte ai Napoletani, che

per l’ultima volta vedevano il loro liberatore. “Amor d’Amor si paga”,

fu la risposta del Generale al commovente affetto dimostratogli.

Sembrò inammissibile agli amici la sua decisione di ripartire per

assistere al centenario dei Vespri a Palermo. Di nuovo a Caprera riprese

la sua vita normale e semplice, sembrava anzi che quella solitudine,

quel silenzio migliorassero la sua salute. Ogni mattina

usciva di buon’ora se il tempo lo consentiva, e ritornava per la colazione:

una pizza alla napoletana o un pezzo di carne arrostito. Di

pomeriggio passeggiava ancora per l’isola, fermandosi a parlare con

i contadini e, in casa, leggeva i giornali e dettava qualche lettera. Il

29 Maggio 1882 scrisse l’ultima al Direttore dell’Osservatorio di Palermo:

“Illustre Cacciatore - Volete darmi la posizione della nuova

Cometa e il giorno della maggior grandezza?”. Aveva infatti costruito

vicino alla casa bianca un piccolo capanno munito di telescopio.

Aveva anche predisposto tutto per la sua morte sin dal 1877 incaricando

la moglie di eseguire le sue volontà e all’amico Prandina

aveva scritto: “Caprera, 26 settembre 1877 - Mio Carissimo Prandina,

Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere;

ve ne sono grato. Sulla strada che da questa casa conduce verso

tramontana alla marina, alla distanza di 300 passi a sinistra vi è

una depressione di terreno limitata da un muro. Su quel canto si

formerà una catasta di legno di due metri, con legno d’acacia, lentisco,

mirto ed altra legna aromatica. Sulla catasta si poserà un lettino

di ferro, e su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi

adorni della camicia rossa. Un pugno di cenere sarà conservato in

un’urna qualunque, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto che

conserva le ceneri delle mie bambine, Rosa e Anita. Sempre vostro,

G. Garibaldi ”.

Ma la pira omerica gli fu negata.

Dicono che poche ore prima di morire, il due giugno del 1882 alle

18.20 come indicano il calendario e l’orologio ancora appesi a una

parete, il “Leone di Caprera” chiese di vedere per l’ultima volta il

mare della sua isola, ove é rimasta la sua casa, le sue barche, i suoi

oggetti diventati cimeli di un museo fra i più conosciuti e visitati del

mondo.

Paolo Luise

Pineta di Caprera

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