Emigrazione italiana in Olanda - COMITES-Olanda

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Emigrazione italiana in Olanda - COMITES-Olanda

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA

FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN ANTROPOLOGIA CULTURALE ED ETNOLOGIA

Quelli che rimangono:

la vicenda migratoria dei gastarbeiders italiani nella città di Utrecht

Tesi di Laurea di

Elena Dinubila

Anno Accademico 2009 - 2010


INDICE

INTRODUZIONE 4

CAPITOLO 1. Emigrazione italiana in Olanda 13

1.1 Una storia lunga: l’emigrazione italiana dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra 13

1.1.1 Caratteristiche principali dell’emigrazione di massa 13

1.1.2 Politiche migratorie degli Stati-nazione 18

1.1.3 La ripresa post-bellica e gli effetti dell’industrializzazione sul fenomeno migratorio 21

1.2 Storia dei Paesi Bassi 29

1.2.1 Dalle divisioni interne alla costruzione di una forte identità nazionale 29

1.2.2 Un Paese multi-etnico 38

1.3 Il caso degli italiani in Olanda 42

1.3.1 Una comunità eterogenea 42

1.3.2 Alcune riflessioni sull’emigrazione di ritorno 45

CAPITOLO 2. Utrecht, gli italiani in fabbrica 49

2.1 Origini del fenomeno migratorio dei gastarbeiders italiani verso l’Olanda nord-occidentale 49

2.1.1 Un caso di studio: gli italiani nella città di Utrecht 49

2.1.2 Le politiche selettive e la paura del comunismo 50

2.1.3 L’emigrazione come scelta individuale e collettiva 54

2.2 Racconti di fabbrica 58

2.2.1 Il sistema fordista e la cultura del lavoro 58

2.2.2 De Demka staalfabrieken 64

2.2.3 L’identità dei lavoratori e l’ esperienza sindacale 68

2.3 Ascesa economica e riscatto sociale 72

2.3.1 L’importanza dei mestieri nella scalata professionale 72

2.3.2 Riscatto sociale e confronto generazionale 76

2.3.3 L’emigrazione come diffusione di un “patrimonio” 78

CAPITOLO 3. Tra l’integrazione e la non-assimilazione 81

3.1 Gli albori dell’esperienza migratoria 81

3.1.1 Assimilazionismo e multiculturalismo 81

3.1.2 I pregiudizi come termini di paragone 83

3.1.3 Il primo impatto con il paese di arrivo e l’organizzazione del dopolavoro 87

3.2. Percorsi biografici: dall’italianità all’identità olandese 93

3.2.1 La seconda fase dell’esperienza migratoria 93

3.2.2 La ricostruzione dell’identità 97

3.3. Le relazioni domestiche e il ruolo delle donne olandesi nel processo di integrazione degli italiani in Olanda

101

3.3.1 Relazioni di genere ed emancipazione femminile 101

3.3.2 L’organizzazione familiare e la gestione dei figli italo-olandesi 105

CAPITOLO 4. Quelli che rimangono: cosa c’è degli italiani ad Utrecht 112

4.1 Il recupero di una identità attraverso la costruzione di uno spazio proprio 112

4.1.1 Il paese di origine nella memoria degli immigrati 112

4.1.2 L’attività agricola e la sua funzione simbolica 117

4.2 I nuovi immigrati e le loro associazioni 121

4.2.1 Gli italiani di seconda generazione 121

4.2.2 Il ruolo dell’associazionismo cattolico nella trasmissione della cultura italiana 125

2


Conclusioni 129

BIBLIOGRAFIA 133

3


INTRODUZIONE

Obiettivo di questa tesi è osservare alcuni aspetti dell’emigrazione italiana in Olanda avvenuta

negli anni ’60 e i fattori che hanno favorito il processo di integrazione di questi migranti nella

società olandese. L’oggetto di studio è costituito dalle storie di vita di alcuni immigrati italiani

che, arrivati inizialmente come forza lavoro temporanea, hanno poi cambiato la loro posizione da

temporanea a permanente. Da qui il titolo: Quelli che rimangono, dove con il verbo “rimanere”

s’intende sia la presenza fisica di questi immigrati nel territorio olandese, sia la loro identità

legata alla cultura d’origine: nonostante la loro integrazione strutturale nella società ospitante, gli

immigrati rimangono italiani sotto il profilo culturale. Analizzando i percorsi individuali di

questi italiani si è voluto riflettere sui mutamenti avvenuti dall’incontro fra la cultura di origine e

la cultura della società ospitante, e sul significato della persistenza di alcuni elementi della

cultura tradizionale (la cultura della realtà rurale di origine) nelle pratiche quotidiane degli

immigrati. L’utilizzo delle fonti orali è risultato particolarmente importante per la ricostruzione

di eventi storici e contesti sociali 1 e per colmare i vuoti di informazione presenti nelle fonti

scritte relative all’emigrazione italiana in Olanda, perché le fonti orali, come spiega Alessandro

Portelli, non comunicano semplicemente l’accaduto ma si calano nella vita e nell’esperienza di

chi lo narra 2 . Sottoponendo questi immigranti ad un’intervista semi-strutturata 3 sono state

individuate la storia personale degli informatori dalla decisione di emigrare in Olanda ai rapporti

con gli altri gruppi, e ai problemi specifici di inserimento e di adattamento. Sono state

evidenziate le vicende più significative della loro vita fino ad oggi: matrimoni, scolarità, storie

professionali, scelte residenziali, abitudini di vita, comportamenti linguistici e via dicendo,

tenendo come asse portante la centralità della condizione migratoria che li accomuna.

Delimitando il periodo storico coperto dalla memoria degli intervistati si è cercato di avere un

lasso di tempo che arriva fino al presente: gli immigrati oggi hanno circa 70 anni, i figli lavorano

e i nipoti sono in età scolastica. La preoccupazione è stata anche quella di osservare le tre

generazioni di origine italiana disegnandone, per quanto è stato possibile, i profili di famiglia. In

1

Per questa ricerca sono state fondamentali le testimonianze di alcuni italiani arrivati ad Utrecht negli anni ‘60-‘70 e

ancora residenti in questa città. Per l’interpretazione delle fonti orali è stata presa in considerazione l’elaborazione

metodologica illustrata in: Giovanni Contini, Alfredo Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia

contemporanea, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.

2

Cfr. Alessandro Portelli, Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830-1985, Einaudi, Torino 1985.

3

Si è utilizzato il metodo dell’intervista discorsiva, la quale consiste principalmente nell’ascoltare le dichiarazioni

degli attori sociali dando ampio spazio all’intervistato che viene a sua volta invitato ad esprimersi con parole proprie

e articolare il discorso secondo i suoi schemi, metafore e metonime. Questa tipologia di inchiesta si oppone

all’intervista campionaria (survy) che si propone di interrogare un soggetto avvalendosi di un questionario. In

questo secondo caso l’intervistato sceglie fra le risposte standardizzate messe a sua disposizione dal questionario

stesso. Per un quadro completo delle varie metodologie utilizzate nelle pratiche di ricerca antropologiche, cfr.

Giampietro Gobo, Descrivere il Mondo. Teoria e pratica del metodo etnografico in sociologia, Carocci, Roma 2001.

4


questa ricerca è stato scelto come “campione” il gruppo di italiani ancora presente ad Utrecht,

una delle città dell’Olanda nord-orientale che si sono gonfiate maggiormente negli anni del

reclutamento operaio. Utrecht è una città di dimensioni medie che attualmente conta circa 300

mila abitanti. Ha l’aspetto di una città multietnica e per le strade è facile imbattersi in ristoranti

italiani, gelaterie che conservano un nome italiano pur se gestite per la maggior parte da

olandesi, negozi di abbigliamento che garantiscono il “made in Italy”, e pizzerie, un tempo

anch’esse italiane, ora molte sotto la direzione di turchi e marocchini. Questi ultimi due gruppi

sono il numero di immigrati più consistente residente attualmente in Olanda, tant’è che nella sola

città di Utrecht vi è un intero quartiere, Lombok, a ridosso del lato ovest della città abitato quasi

interamente da questi immigrati. La relativa prosperità economica dei Paesi Bassi ha

rappresentato un forte elemento di attrazione per diversi flussi migratori, soprattutto nelle città

industrializzate come Utrecht. A determinare la ricchezza del Paese fu soprattutto il successo

delle ambizioni imperialiste dell’Olanda che, nel corso del XVII secolo, fondò importanti

colonie in Indonesia, America e Sudafrica. Con la decolonizzazione i Paesi Bassi diventarono la

meta di molti flussi migratori provenienti dalle sue ex-colonie. Soprattutto a partire dal 1961 il

Paese si trovò di fronte ad un surplus di immigrati che costituivano quasi la metà della

popolazione in crescita. Le tre principali fonti di immigrazioni furono i “lavoratori ospiti”

reclutati negli anni Sessanta, molti dei quali divennero permanenti e vennero raggiunti dalle

proprie famiglie (attualmente si stimano circa 300.000 turchi e 250.000 marocchini nati in

Olanda); gli immigrati provenienti dalle ex-colonie olandesi con i maggiori gruppi provenienti

dal Suriname (300.000) e dalla Antille olandesi (100.000); e gli immigrati in cerca di asilo, il cui

numero è di circa 25.000 all’anno. Ci sono altri gruppi di immigrati (circa 200.000 provenienti

da altri paesi europei) 4 . All’interno del nuovo mercato del lavoro che si configurò nel secondo

dopoguerra, i Paesi Bassi, come altri paesi europei (specialmente Svizzera e Germania), avevano

bisogno di ricorrere alla manodopera straniera, e l’Italia come paese di emigrazione era in una

situazione privilegiata perché l’Italia era l’unico paese con un’eccedenza significativa di

manodopera all’interno dell’appena costituita Comunità Economica Europea 5 . L’emigrazione

degli italiani in Olanda ovviamente non va vista come un caso isolato, l’Italia ha una lunga

tradizione di emigrazione iniziata molto prima degli anni ‘60. Il gruppo di italiani arrivato in

Olanda nel secondo dopoguerra è stato a sua volta parte di una migrazione molto più ampia,

orientata soprattutto verso i paesi europei occidentali come Svizzera, Germania, Belgio e

4

Cfr. R. B. Andeweg, G. A. Irwin, Governance and politics of the Netherlans, Palgrave Macmillan, Basingstoke

2005, p. 38.

5

La Cee entrò in vigore nel 1958 con i sei stati fondatori: Italia, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi

Bassi.

5


Francia. Solitamente gli studi sull’emigrazione italiana si concentrano su questi paesi di

destinazione che sull’Olanda dove il numero di italiani a confronto è irrisorio, lo dimostra la

numerosa letteratura e le rappresentazioni cinematografiche a proposito delle migrazioni verso

Germania, Svizzera, Francia, Belgio in relazione allo scarsissimo materiale sulle migrazioni nei

Paesi Bassi. Le fonti quantitative utilizzate per questa tesi sono state prese soprattutto dagli studi

condotti sull’emigrazione italiana da Donna Gabaccia e Gianfausto Rosoli, in particolare sono

stati rielaborati i dati relativi all’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra verso i Paesi del

nord Europa. Fino agli anni Sessanta inoltrati il governo italiano agì come ufficio di

collocamento per indirizzare i migranti italiani verso i luoghi di lavoro all’estero 6 . Negli anni

successivi alla seconda guerra mondiale più di sette milioni di italiani lasciarono l’Italia per

trasferirsi altrove, il 68 per cento di loro si stabilì in Paesi Europei. Idea diffusa fra gli italiani

che sceglievano la via migratoria era che dopo alcuni anni di lavoro all’estero sarebbero

ritornati al paese d’origine. Questa logica del ritorno e il fatto che gran parte delle loro famiglie

viveva ancora nel luogo di origine, ha fatto sì che gli italiani mantenessero un contatto costante

con il luogo di nascita. Il desiderio di tornare al paese di origine pare sia stato un sentimento

comune agli italiani emigrati in epoche diverse. L’idea della temporaneità dell’emigrazione era

forse ancora più diffusa fra gli emigrati del secolo XIX. A fine Ottocento il 50 per cento degli

emigrati italiani effettivamente tornò in Italia per comprare un lotto di terreno. Tuttavia non

sempre il rimpatrio portò ad un’ascesa economica e sociale degli emigrati. Pochi tra coloro che

tornarono divennero ricchi proprietari terrieri e per molti possedere un appezzamento di terra in

Italia rappresentò sempre un sogno 7 . Altra caratteristica delle migrazioni di fine Ottocento era la

formazione di piccole comunità italiane, che invece è più difficile trovare con le migrazioni

successive alla seconda guerra mondiale. In America le grandi concentrazioni di italiani crearono

delle vere e proprie "Little Italy” dove gli italiani parlavano la propria lingua, acquistavano

prodotti italiani, e successivamente istituirono organismi di mutua assistenza 8 . Gli emigrati su

cui si focalizza questa tesi ebbero invece un percorso diverso rispetto a quello degli italo-

americani. In Olanda non si crearono dei quartieri meramente italiani. Solitamente i lavoratori

temporanei erano sistemati nelle gezellenhuizen, pensioni olandesi dove gli italiani potevano

prendere in affitto un posto letto in stanze doppie o triple da condividere con altri lavoratori

italiani o emigrati da altre nazioni. Poiché l’emigrazione italiana verso l’Olanda è strettamente

6

Cfr. Donna Gabaccia, Emigranti: le diaspore degli italiani dal Medioevo ad oggi, Giulio Einaudi, Torino 2003.

7

D. Gabaccia, Emigranti: le diaspore degli italiani dal Medioevo ad oggi, Giulio Einaudi, Torino 2003, pp. 129-

130.

8

Un interessante contributo etnografico sulla formazione di una “piccola Italia” da parte di un gruppo di emigranti

italiani in America è quello di Carla Bianco, Emigrazione: una ricerca antropologica di Carla Bianco sui processi

di acculturazione relativi all’emigrazione italiana negli Stati Uniti, in Canada e in Italia, Dedalo, Bari 1980.

6


legata alla storia economica e sociale di questo paese, si è cercato anche di delineare un breve

quadro della storia dei Paesi Bassi. Negli anni immediatamente successivi al primo dopoguerra

l’Olanda si trovò nella necessità di affrontare la ricostruzione del Paese. Per sostenere tale

programma poteva disporre di un’importante fonte di risorse: le miniere di carbone nel

Limburgo, il cui sfruttamento intensivo era essenziale per la produzione di energia e per mettere

in moto il sistema produttivo 9 . Tuttavia il Paese si trovò di fronte ad una mancanza di

manodopera, fu così che vennero reclutati i primi lavoratori in Italia. Più tardi gli italiani

approdarono anche nell’industria metallurgica e tessile. Dopo la depressione causata dalla

seconda guerra mondiale l’economia cominciò nuovamente a crescere, ma molti olandesi erano

emigrati negli anni precedenti verso paesi come il Canada e l’Australia. Per prima cosa le

fabbriche nascenti cercarono manodopera nella zona di Groningen e della Frisia, ma anche lì non

ci fu sufficiente forza lavoro disponibile. Negli anni cinquanta arrivarono i primi italiani a

lavorare nei cantieri navali e nelle nuove fabbriche ubicate soprattutto nelle grandi città a nord-

ovest del Paese e nella zona di Enschede al confine con la Germania. A questi si aggiunsero gli

italiani che, arrivati in Olanda negli anni precedenti la guerra, dopo la chiusura delle miniere nel

Limburgo si spostarono verso le aree più industrializzate del Paese. Nelle intenzioni delle

autorità olandesi doveva trattarsi di un’emigrazione temporanea. Gli stessi italiani dopo qualche

anno di lavoro in Olanda puntavano al ritorno in patria 10 . Tuttavia per molti di loro fu

un’illusione che durò fino agli anni Sessanta quando decisero di sistemarsi in loco e sposarono

donne olandesi. La prima generazione di immigranti, quella definita dei gastarbeiders, era

composta da giovani uomini celibi, spesso di istruzione scolastica elementare che nel proprio

paese di origine lavoravano generalmente come agricoltori. Erano provenienti soprattutto dalle

regioni dell’Italia meridionale, dove occupavano una posizione economica e sociale precaria e

subalterna. In Olanda il salario non era molto alto, chi voleva guadagnare molto e velocemente

preferiva andare a lavorare in Germania o in Belgio dove i salari erano più alti. Gli italiani

svolgevano lavori che gli olandesi non volevano più svolgere ma che per questi emigrati

rappresentavano comunque un passo avanti se visti in relazione alle loro condizioni di partenza.

Questa tesi si focalizza sull’integrazione degli immigrati italiani nella società olandese a partire

dal loro inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia c’è da dire che gli italiani emigrati in Olanda

non erano solo in cerca di soldi ma anche di avventura e in alcuni casi proprio di un futuro

all’estero. Per capire meglio le scelte e i percorsi effettuati dai gastarbeiders italiani è stato

9

Serge Langeweg, Leen Roels, Foreign labour in the coalmines of Liège and Dutch Limburg in the twentieth

century: a comparison, Lisbona 2008.

10

Hans Van Amersfoort, Immigration and the formation of minority groups: The Dutch experience 1945-1975,

Cambridge U.P., Cambridge 1892, pp. 197-198.

7


necessario guardare anche alle strutture delle società ospitante e a cosa questa società offriva agli

immigrati. La società olandese negli anni del boom economico del secondo dopoguerra era

strutturata secondo un sistema di verzuiling 11 , ovvero di suddivisione verticale, che

probabilmente facilitò l’integrazione degli italiani nella comunità olandese offrendo a questi

immigrati la possibilità di inserirsi in uno o più gruppi di appartenenza già costituiti. Il sistema

delle zuilen consisteva in una suddivisione della società olandese in base all’appartenenza

religiosa e alla classe sociale. Questi gruppi sociali verticali (o anche sottoculture) erano quattro

e coincidevano rispettivamente con il blocco cattolico, il blocco calvinista, e il blocco così detto

“secolare” (ovvero laico, non ecclesiastico), diviso a sua volta in due sottogruppi: liberale e

socialista. Il sistema delle zuilen (colonne) garantiva un’appartenenza identitaria all’interno di

spazi circoscritti. Ogni gruppo aveva i suoi organismi per supportare i suoi membri in ogni

aspetto della vita quotidiana dalla culla alla tomba: chiese, partiti politici, sindacati, associazioni

dei datori di lavoro, casse di risparmio, ospedali, scuole, università, giornali, radio e televisioni,

associazioni culturali, musicali e sportive 12 . Per comprendere questo tipo di divisione sociale

bisogna pensare che la differenza su cui si basava non era solo di tipo orizzontale, come la

descrive Alberto Cirese, dominante sopra e dominato sotto 13 , ma era anche verticale (tra persone

della stessa posizione socio-economica ma appartenenti a religioni diverse). Le scelte

matrimoniali degli immigrati italiani ad Utrecht sembravano esaurirsi all’interno di una “classe”

leggermente superiore alla propria, ma all’interno del gruppo religioso al quale essi si sentivano

più vicini, cioè quello cattolico. In realtà gli italiani arrivarono quando questo sistema strutturale

era già al tramonto. Con il processo di secolarizzazione il sistema delle zuilen si sfaldò

gradualmente, determinando un cambiamento del panorama sociale e culturale olandese. Gli

immigrati italiani si inserirono con le rispettive mogli olandesi in questo nuovo scenario sociale

all’insegna di un processo di emancipazione generale. In questa tesi sono presenti delle

riflessioni sui mutamenti dell’identità degli immigrati italiani nella città di Utrecht, e sul ruolo

determinante che hanno avuto le relazioni matrimoniali nel loro processo di integrazione 14 .

L’integrazione è dimostrata dalla riuscita economica di questi italiani dopo i primi anni in

fabbrica e dalla padronanza della lingua olandese, contro la scarsa conoscenza della lingua

11

Non esiste un termine italiano corrispondente al termine olandese verzuiling. Letteralmente la traduzione sarebbe

“compartimentazione”, tuttavia non è propriamente corretta se si vuole indicare un sistema di suddivisione sociale

basato su raggruppamenti verticali. Nella letteratura inglese il termine è stato tradotto con quello di “pilarization”

che indica una divisione in “pilastri” o “colonne”.

12

Paul Arblaster, A history of the Low Countries, Palgrave Macmillan , Basingstoke 2006.

13

Cfr. Alberto Mario Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne: rassegna di studi sul mondo popolare

tradizionale, Palumbo, Palermo 1998.

14

Per integrazione si intende un processo attraverso il quale si realizza un adattamento reciproco di sistemi culturali

differenti che entrano in contatto fra loro. Per una definizione tecnica del termine si rimanda a Ugo Fabietti,

Francesco Remotti, Dizionario di antropologia, Zanichelli editore S.p.A., Bologna 1997.

8


italiana da parte delle donne olandesi. Almeno durante i primi anni di soggiorno all’estero si è

trattato però di un’integrazione forzata poiché gli italiani non potevano rompere il contratto

stipulato per i primi anni di lavoro in fabbrica, pena la recessione di tutti i privilegi salariali e

della possibilità di ritornare nuovamente in Olanda come forza-lavoro. Questa ricerca si sofferma

anche sul caso particolare della fabbrica Demka, un’acciaieria ubicata nella periferia di Utrecht

che negli anni Sessanta reclutò circa cinquecento italiani. L’analisi dei rapporti di fabbrica è

risultata imprescindibile dalle considerazioni sull’integrazione degli operai italiani nella società

olandese. Le relazioni di fabbrica riproducevano e determinavano i rapporti che avvenivano

all’esterno fra gli italiani e la comunità olandese. Attraverso il lavoro in fabbrica questi italiani

raggiunsero una sorta di emancipazione sociale se valutata in relazione alle condizioni

economico-sociali da cui erano partiti. Ciò venne favorito dalla particolare situazione storica che

stava attraversando l’Olanda. Gli emigrati italiani arrivati negli anni ‘60-‘70 si inserirono in un

processo di emancipazione, di rivoluzione educativa e di protezione del “debole” che in Olanda

stava avendo luogo proprio in quegli anni. Gli operai seguirono corsi di professionalizzazione e

di lingua olandese. Successivamente questi immigranti riuscirono a cambiare mestiere perché

spinti dalle opportunità di miglioramento e di mobilità sociale offerte da un mercato del lavoro in

continua espansione. Dai loro racconti sembra che essi siano tutto sommato soddisfatti della

posizione raggiunta e della loro vita in Olanda. Qualcuno racconta degli aneddoti che risalgono

ai tempi in cui gli italiani erano molto apprezzati dalle ragazze olandesi perché risultavano più

galanti dei loro coetanei olandesi. Il sig. G. ricorda che “se sapevano che eri italiano le donne

venivano come al miele, tutti eravamo ben visti perché andavamo a ballare vestiti per bene,

praticamente loro qua vanno col jeans una maglietta, già allora c’era una differenza 15 ” e questo

per alcuni olandesi diventò un motivo di preoccupazione. I ricordi positivi sono ovviamente

mediati dalla posizione attuale raggiunta dagli immigrati italiani, questo non vuol dire che

nessuna forma di ostilità e nessun pregiudizio fosse presente nei loro confronti. Gli olandesi

spesso chiamavano gli italiani “spaghettivreters”, termine dispregiativo che stava per “divoratori

di spaghetti”. Molti italiani dopo alcuni anni di lavoro in fabbrica fecero ritorno in Italia, altri

invece, nonostante le difficoltà incontrate nel nuovo Paese, sposarono ragazze olandesi e

iniziarono ad integrarsi nella società ospitante. Nel mezzogiorno, da cui proveniva la maggior

parte degli emigrati, i nuovi posti di lavoro creati nelle attività industriali nel dopoguerra furono

in numero insignificante in relazione alle forze di lavoro disponibili. Per questa ragione molti

italiani, nonostante la crisi generale degli anni Settanta e la chiusura delle fabbriche olandesi,

preferirono restare in Olanda piuttosto che tornare in patria dove il sistema economico non li

15 Intervista a G., Utrecht 22 giugno 2009.

9


avrebbe comunque assorbiti. Nonostante il processo di integrazione gli immigrati italiani

cercarono sempre di conservare certe pratiche e abitudini del paese di origine, ad esempio

tentavano di cucinare cibo italiano, compito non facile considerato lo scarso assortimento dei

supermercati olandesi in quegli anni. Come ha scritto Daniela Tasca:“Avevano scelto l’Olanda

ma si trovavano in un edificio anonimo costruito su una distesa di sabbia. Restavano italiani e

tutto ciò che gli mancava dell’Italia, finiva nel ricordo del cibo italiano 16 ”. Gli italiani furono il

primo grande gruppo di stranieri provenienti dal sud Europa arrivati in Olanda nel secondo

dopoguerra (nel 1960 con più di 5.000 unità, gli italiani in Olanda costituivano un numero

inferiore soltanto ai gruppi provenienti dalla Germania e dal vicino Belgio). Tuttavia anche in

Olanda come in Italia sono pochi gli studi fatti sulla comunità italiana nei Paesi Bassi arrivata nel

periodo postbellico. Spesso si fa riferimento agli italiani negli studi focalizzati sulle migrazioni

dell’Europa meridionale e dei paesi stranieri occidentali, o sui lavoratori ospiti in generale, ma

non è facile trovare studi mirati su di essi 17 . In Olanda la storia dei cosìddetti gastarbeiders

(lavoratori ospiti) provenienti dall’Italia non è mai stata presa in considerazione come quella dei

ben più numerosi immigrati che a fine anni Settanta arrivarono da Turchia e Marocco. A partire

dal quel momento l’italiano venne considerato sempre più “assimilato” dalla società olandese in

quanto l’elemento della diversità si spostò su questi nuovi gruppi. Gli stessi italiani spesso non

sapevano come comportarsi con questi nuovi immigrati. Da una parte questa considerazione

comportò un vantaggio per gli italiani che non erano più trattati come stranieri ma come cittadini

olandesi, dall’altra parte però portò gli italiani in una posizione di svantaggio poiché nessuna

politica di integrazione da parte dello Stato olandese era ritenuta necessaria nei loro confronti in

quanto già assimilati. Per questa ragione è legittimo chiedersi perché mai fare uno studio su

questo gruppo, soprattutto se si guarda all’attuale immigrazione in Olanda costituita da gruppi

più consistenti e problematici di quello costituito dagli italiani di un tempo. Rispetto alla

presenza turca e marocchina in Olanda è rimasto un gruppo molto più ristretto di italiani. Nel

picco del 1980 risiedevano in Olanda 21.000 italiani, ossia gli italiani con un passaporto italiano

che erano nati in Italia. A confronto, nel 1980 risiedevano in Olanda 120.000 turchi registrati in

base agli stessi criteri 18 . È soprattutto per un fattore numerico che la maggior parte degli studi

sull’emigrazione condotti in Olanda si focalizzano su turchi e marocchini. Questi gruppi sono

16 Articolo di Daniela Tasca, programmatrice televisiva in Olanda, sul reclutamento di italiani nei cantieri navali

dell’ ADM, Amsterdamse Droogdok Maatschappij e su un quartiere periferico di Zaandam dove durante gli anni

sessanta era nata una specie di “Little Italy nel polder”, pubblicato il 7 maggio 2009 da “de Verdieping Trouw”.

17 Studi specifici sugli italiani in Olanda sono stati fatti da Frank Bovenkerk (1983) sui gelatai italiani, e da Will

Tinnemas (1991) sulla comunità italiana nei Paesi Bassi. Altri studi in cui compaiono gli italiani sono parte di

ricerche più ampie fatte sulle migrazioni temporanee dei paesi dell’Europa meridionale.

18 Fonte: Centraal Bureau voor de Statistiek (Ufficio Centrale di Statistica) http://statline.cbs.nl.

10


considerati minoranze etniche e la loro integrazione nella società olandese è relativamente lenta,

come testimoniano il più alto tasso di disoccupazione e di criminalità. L’attenzione verso questi

gruppi nasce anche da una questione religiosa: essi rappresentano la crescita dell’Islam che, con

circa 700.000 musulmani, oggi è la quarta denominazione religiosa più grande del paese 19 . Ma

c’è almeno un’altra ragione per la quale nella letteratura olandese risultano piuttosto scarsi gli

studi sui gastarbeiders italiani. Questa ragione rimanda all’uso che in Olanda è stato fatto delle

fonti orali in ambito accademico e scientifico. Nei Paesi Bassi il metodo dell’intervista era

utilizzato già negli anni Trenta dagli storici per una ricostruzione “fattuale” del passato, ma in

queste ricostruzioni non è mai stata prestata grande attenzione alle classi subalterne, ai contadini,

agli operai, alle sub-culture. Dal secondo dopoguerra l’esperienza soggettiva divenne sempre più

importante per raccontare gli effetti disastrosi della guerra, insieme ad altri aspetti legati a questa

vicenda come le violenze subite dalle donne durante la Resistenza, o la fame sofferta da milioni

di persone durante l’inverno della carestia (1944-45). Lo sterminio delle comunità ebraiche ha

rappresentato un altro importante campo di studio per gli storici orali. Un ultimo campo

d’applicazione per la storia orale è costituito dalle conseguenze sui singoli individui del

verzuiling, la segmentazione della società olandese su base religiosa o politica manifestatasi in

ogni aspetto della vita quotidiana degli olandesi 20 . Se attualmente non esistono molti studi sui

lavoratori italiani arrivati in Olanda nel dopoguerra, come nemmeno su altri gruppi di immigrati,

è perché gli studiosi olandesi hanno sempre preferito occuparsi di altre tematiche. Quando negli

anni ‘80 la “minoranza etnica” iniziò a rappresentare un problema sociale con l’arrivo di turchi e

marocchini, gli studi basati sull’uso delle fonti orali vennero indirizzati su questa nuova tematica.

Ma gli italiani erano numericamente già scomparsi dalla scena sociale olandese, e quelli rimasti

erano considerati già tutti assimilati. È proprio a causa di questa “invisibilità” nella società

olandese che le storie di vita degli immigrati italiani vengono qui considerate un interessante

oggetto di analisi antropologica. L’invisibilità degli italiani non sta necessariamente per

assimilazione, per cui è necessaria un’osservazione più ravvicinata delle loro storie di vita. Nelle

pratiche e nei modi di pensare degli italiani ad Utrecht sono emerse delle discontinuità con la

società olandese che smentiscono l’ipotesi assimilazionista. D’altra parte però i racconti degli

italiani hanno dimostrano che l’integrazione è avvenuta almeno a livello strutturale. Negli anni

‘60 non risulta ci fosse alcun tipo di pressione sugli italiani perché si integrassero, era loro

consentito conservare la propria identità. Tuttavia il radicamento nella società olandese è

19

Cfr. R. B. Andeweg, G. A. Irwin, Governance and politics of the Netherlans, Palgrave Macmillan, Basingstoke

2005, p. 38.

20

Cfr. G. Contini, A. Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, La Nuova Italia

Scientifica, Roma 1993, pp. 105-107.

11


avvenuto secondo modalità di adattamento tipicamente italiane; ad esempio nelle scelte

residenziali c’è l’abitudine fra gli immigrati di avvicinarsi alle abitazioni dei propri figli. Questo

atteggiamento può essere visto come un tentativo di conservare un modello familiare peculiare

dell’ambiente di origine. Altro elemento di continuità con la realtà originaria è ad esempio

costituito dalla coltivazione dell’orto. Il rapporto con la tradizione, rielaborata e reinventata, ha

rafforzato il sentimento di appartenenza etnica; tutte queste pratiche e abitudini come frequentare

i propri connazionali e il centro cattolico italiano, seguire la radio e la televisione italiana,

coltivare l’orto, mangiare cibo italiano ecc. possono essere lette come un tentativo di

conservazione dell’identità originaria. Nell’ultima parte della tesi viene evidenziata l’importanza

che il centro cattolico ha tuttora per gli italiani ad Utrecht. Questo centro per gli immigrati ha

sempre rappresentato uno spazio in cui potersi riconoscere in base all’appartenenza etnica; negli

anni Sessanta era anche un luogo attorno a cui ruotava la vita sociale del dopo-lavoro,

affiancandosi ad altri spazi ricreativi come il bar o la sala da ballo. Il centro cattolico è stato

anche il primo luogo di riferimento dove è stato possibile incontrare e rintracciare gli italiani

rimasti ad Utrecht su cui si è concentrata questa ricerca. In realtà oggi è difficile definire chi

appartiene a questa organizzazione, poiché non è facile determinare chi è e chi non è tra i

migranti se si pensa alla generazione di mezzo o alla terza generazione di origine italiana. Alla

fine di questa ricerca sorge infatti l’interrogativo: cosa è rimasto oggi e cosa resterà della cultura

italiana ad Utrecht? Per rispondere a questa domanda è stato necessario guardare agli italiani di

seconda generazione, cioè ai nati in Olanda da matrimoni misti, ma nessuna previsione certa è

possibile per il futuro, almeno finché è ancora presente ad Utrecht una minoranza costituita da

immigrati italiani di prima generazione.

12


CAPITOLO 1. EMIGRAZIONE ITALIANA IN OLANDA

1.1 Una storia lunga: l’emigrazione italiana dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra

1.1.1 Caratteristiche principali dell’emigrazione di massa

L’oggetto di studio di questa tesi è costituito dalle storie di vita di alcuni immigrati italiani nella

città di Utrecht (situata a nord-ovest dell’Olanda) che, arrivati negli anni Sessanta come

gastarbeiders temporanei, si sono poi stabiliti definitivamente in Olanda. Tuttavia, prima di

affrontare le tematiche relative all’emigrazione italiana nei Paesi Bassi è opportuno presentare un

quadro generale dell’emigrazione italiana. Questo perché l’emigrazione dei “lavoratori ospiti”

negli anni Sessanta non è un fenomeno isolato nella storia dell’emigrazione italiana, ma fa parte

di una tradizione culturale più ampia che prevede la mobilità delle forze di lavoro come risposta

ad una condizione socio-economica precaria e subalterna. Si rende così necessaria una premessa

su una serie di informazioni quantitative per una possibile analisi di un caso particolare di

emigrazione italiana. Per avere un bilancio sull’emigrazione da cui partire sono stati rielaborati i

dati relativi all’emigrazione italiana presenti negli studi condotti da Donna Gabaccia e

Gianfausto Rosoli. In Italia il fenomeno dell’emigrazione è iniziato prima ancora dell’unità del

Paese. Gli emigrati italiani si sono dispersi in tutto il mondo, anche se le destinazioni più

importanti sono sempre state le altre parti dell’Europa (si veda la tabella 1.1).

Tabella 1.1 Aree di destinazione degli emigrati dall’Italia, 1876-1975 (%)

1876-1915 1916-1945 1946-1975

Asia - - -

Africa - 3 1

Europa 44 52 68

Nordamerica 31 25 13

Sudamerica 24 19 13

Australia - 1 5

Valori assoluti 14 037 531 4 482 347 7 335 081

Fonte: Donna R. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi,

Einaudi,Torino 2003

Dopo la formazione dello Stato italiano (1861), il numero degli italiani emigrati fu

particolarmente rilevante. Per spiegare la massiccia emigrazione italiana in epoca postunitaria

bisogna prendere in considerazione sia la situazione economica mondiale sia quella della nuova

nazione italiana. In Italia le risorse a disposizione degli strati poveri della popolazione furono per

lungo tempo insufficienti, senza però che ciò innescasse un’emigrazione di massa. Quest’ultima

si verificò quando l’aumento dell’offerta di lavoro all’estero spinse molti italiani ad abbandonare

i loro paesi d’origine. Le ragioni economiche che portarono alla rapida crescita dell’emigrazione

13


italiana verso altri paesi sono strettamente legate alle ambizioni imperialistiche di alcune nazioni

europee che crearono un’economia eurocentrica in cui però l’Italia ebbe un ruolo da

colonizzata 21 . Nel 1861 l’Italia, dopo essere stata per secoli sotto il controllo degli imperi

spagnolo, francese e austriaco, conquistò l’indipendenza. Tuttavia l’indipendenza non la riscattò

dalla sua marginale posizione mondiale. Viene qui presentata la tesi di Donna Gabaccia sulle

cause che dal 1901 al 1915 trasformarono l’esodo dall’Italia in una vera e propria emigrazione di

massa. Tra le trasformazioni che diedero vita alle emigrazioni di massa dall’Italia ebbe un ruolo

determinante il movimento di capitali industriali che creò in diversi paesi milioni di posti di

lavoro per manodopera non specializzata 22 . La mobilità dei capitali generò la mobilità della forza

lavoro. L’insicurezza economica delle aree di origine portò molti italiani a lasciare il proprio

paese e dirigersi verso i paesi in cui la domanda di lavoro era più forte. Considerando il numero

irrisorio delle donne emigrate rispetto a quello degli uomini, si può affermare che le migrazioni

dall’Italia erano prevalentemente a carattere maschile (si veda la tabella 1.2).

Tabella 1.2 Donne tra gli emigrati dall’Italia, 1876-1975 (%)

Donne Numero totale degli emigrati

1876-1915 19 14 037 531

1916-1945 33 4 482 347

1946-1975 29 7 335 081

Fonte: Donna R. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi,

Einaudi,Torino 2003

I maschi hanno rappresentato i ¾ dell’intero flusso di espatrio dall’Italia, ovvero il 75,5% del

totale degli emigrati. L’80 per cento degli espatriati era in età lavorativa 23 , la maggior parte di

loro era rappresentata da lavoratori con competenze lavorative tradizionali, quindi non

qualificate. Prima del 1896 i contadini costituivano la metà di tutti gli emigrati. Dopo quella data

la presenza dei braccianti, ovvero dei lavoratori salariati che non possedevano terra, aumentò in

maniera significativa, e crebbe leggermente la percentuale degli artigiani e degli operai delle

21 L’Italia fece il suo ingresso come potenza coloniale nella scena politica imperialista soltanto nel 1871,

partecipando alla cosiddetta «zuffa per l’Africa». Con l’aiuto degli inglesi l’Italia ottenne un protettorato sulla

Somalia, nel 1899 si espanse in Eritrea. Nel 1896 gli italiani vennero sbaragliati dagli Etiopi nella battaglia di Adua,

ma si riscattarono nel 1912 con l’occupazione della Libia. Tuttavia, rispetto ad altre potenze coloniali, l’Italia ebbe

sempre un ruolo temporaneo e marginale nella spartizione territoriale, cfr. Wolfgang Reinhard, Storia del

colonialismo, Einaudi, Torino 2002.

22 Oltre che dal trasferimento di capitale industriale, l’emigrazione di massa fu incentivata anche dall’emancipazione

degli schiavi di origine africana nelle Americhe e dalla creazione di nuovi stati nazionali. Infatti, con l’eliminazione

della schiavitù gli imperi coloniali iniziarono a reclutare lavoratori europei per la raccolta dei prodotti delle

piantagioni e per l’estrazione delle materie prime dalle miniere delle colonie. Inoltre, le rivoluzioni anticolonialiste

scoppiate nelle Americhe portarono alla formazioni di nuovi stati nazionali. I dirigenti dei nuovi stati cercarono di

popolarli soprattutto con coloni e cittadini europei. Donna R. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal

Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p.70.

23 Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Centro Studi Emigrazione, Roma 1978, p. 16.

14


industrie. Nel complesso, i lavoratori manuali costituivano oltre il 90 per cento degli emigrati

italiani. La parte restante dei migranti consisteva in prevalenza di piccoli commercianti che

sovente possedevano anche competenze e abilità artigianali 24 . Prima dell’unità del paese il

movimento migratorio verso l’estero aveva interessato soprattutto le regioni dell’Italia

settentrionale per i contatti con i vicini Paesi europei. A partire dal 1887 numerosi meridionali,

soprattutto contadini, spinti dalla crisi agraria che seguì alla rottura del trattato commerciale con

la Francia, cominciarono ad emigrare in numero sempre più rilevante fino a dare luogo ad un

vero e proprio fenomeno di massa 25 . A differenza delle regioni settentrionali, che conobbero

miglioramenti nelle pratiche culturali e nell’avvicendamento delle rotazioni, il resto della

penisola continuò a produrre in condizioni arretrate 26 . Quasi 2/5 degli emigrati italiani partirono

dal Mezzogiorno. Dopo il 1890 i tassi di emigrazione dalle regioni meridionali aumentarono

costantemente fino a superare quelli relativi al resto del paese (si veda la tabella 1.3). Nelle

regioni meridionali, caratterizzate da un’elevata frammentazione della proprietà terriera e da una

produzione agricola di sussistenza, furono registrati tassi di emigrazione più elevati rispetto alle

aree centro-settentrionali, le quali si convertirono prima ad un’economia di mercato basata sulla

monetizzazione e su attività proto industriali. Tra il 1916 e il 1945 più di 7 milioni di persone se

ne andarono dall’Italia, e 9 milioni negli stessi anni si spostarono dal sud al nord del paese.

Tabella 1.3 Origine degli emigrati dall’Italia, 1876-1975 (%)

1876-1915 1916-1945 1946-1975

Nord 45 49 28

Centro 20 19 19

Sud 35 32 52

Valori assoluti 14 037 531 4 482 347 7 335 081

Fonte: Donna R. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi,

Einaudi,Torino 2003

Lo scarso sentimento di identificazione nazionale e la frammentazione dell’Italia in molte

regioni contribuirono ad incentivare gli italiani a sparpagliarsi in tutto il mondo più di altri

emigrati europei. Dal 1876 al 1976 furono gli Stati Uniti ad accogliere il gruppo più numeroso di

emigrati italiani, con oltre 5 milioni di unità (si veda la tabella 1.4). Tuttavia, considerando le

principali destinazioni dei flussi migratori nel corso di questi cento anni, osserviamo che poco

più della metà di essi è stata assorbita dai Paesi Europei che hanno accolto quasi 13 milioni e

24

D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 74.

25

G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Centro Studi Emigrazione, Roma 1978, p. 99.

26

Sui limiti dell’agricoltura meridionale si veda l’analisi di Valerio Castronovo, La storia economica, in “Storia

d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975, p. 140.

15


mezzo di espatriati dall’Italia 27 . Soprattutto dopo il 1914 gli emigrati che partirono dall’Italia

mostrarono una propensione maggiore a cercare lavoro in Europa. All’interno dell’Europa il

56% del flusso di espatrio è stato assorbito dai Paesi comunitari con più di 7 milioni e mezzo di

unità. Tra i paesi CEE con maggior numero di immigrati italiani abbiamo la Francia e la

Germania, seguiti dal Benelux e dalla Gran Bretagna. Nel periodo tra le due guerre la Francia

sostituì gli Stati Uniti come paese di destinazione più importante per gli emigrati italiani. Fuori

dalla comunità europea la Svizzera da sola ha ricevuto il 29,5% degli emigrati italiani diretti in

Europa 28 .

Tabella 1.4 Paesi che hanno accolto il maggior numero di espatri dall’Italia dal 1876 al 1976

Paese di accoglienza Numero di emigrati italiani

USA 5 691 305

Francia 4 317 394

Svizzera 3 989 813

Argentina 2 968 084

Germania 2 452 585

Brasile 1 456 914

Canada 637 123

Benelux 535 031

Venezuela 285 059

Gran Bretagna 263 598

Fonte: Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi

emigrazione, Roma 1978

La maggior parte di coloro che se ne andarono dall’Italia, lo fece per migliorare la propria sorte e

non a causa di persecuzioni politiche o religiose. Gli emigrati italiani partivano con il desiderio

di ritornare in patria, ovvero nel piccolo paese di origine. Come afferma Donna Gabaccia: «Per

essi la patria, cioè il paese, era un luogo, non un popolo, una nazione o un gruppo dello stesso

lignaggio» 29 . Molti uomini erano emigrati dall’Italia con la speranza di poter innalzare la

posizione sociale della propria famiglia all’interno della gerarchia di classe del paese: diventare

agricoltori proprietari della terra, redditieri, oppure piccoli artigiani e mettere su bottega.

Tuttavia, gli studi effettuati da Donna Gabaccia sulla mobilità ascendente tra gli emigrati

rimpatriati hanno registrato un’ascesa occupazionale limitata. Pochi tra coloro che tornarono,

diventarono davvero ricchi proprietari terrieri. Il desiderio di possedere un appezzamento di terra

rimase forte tra i contadini italiani e, dopo la Prima guerra mondiale, provocò un’ondata di

27 G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi emigrazione, Roma 1978, p. 12.

28 I dati riportati, estratti dagli studi sull’emigrazione italiana di Gianfausto Rosoli, fanno riferimento ai Paesi che

hanno “accolto” e non “assorbito” i flussi di espatrio, le frequenze non indicano infatti se la natura del fenomeno è

temporanea o permanente.

29 D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. XXI.

16


occupazioni delle terre e di conflitti sociali. Nelle regioni dell’Italia centro-meridionale e nelle

isole, i contadini nullatenenti protestarono contro i vecchi contratti agrari, la scarsità delle

giornate di lavoro e l’aumento dei prezzi, attraverso l’occupazione diretta delle terre 30 .

La maggior parte dei migranti italiani conservava un senso di fedeltà alla famiglia, al luogo o alla

regione d’origine. Questi legami univano i migranti in reti d’emigrazione o «catene» di mutuo

soccorso. Per avere le informazioni necessarie su dove andare, ma anche per avere consigli e

assistenza nei paesi di destinazione, la maggior parte si rivolgeva a dei conoscenti 31 . Soprattutto

per chi non aveva alcuna specializzazione, la principale fonte d’informazione era formata da ex

emigrati rientrati in patria. Essi fornivano gli stessi servizi dei reclutatori di manodopera e

diventarono i più importanti promotori delle successive migrazioni di lavoratori non qualificati.

Per chi era specializzato in qualche mestiere invece le informazioni sul lavoro all’estero

circolavano attraverso altri canali. Uno di questi canali era formato dalle reti di categoria che si

erano sviluppate nel corso dei secoli. Chi partiva e seguiva questo canale di informazioni seguiva

il richiamo di amici e parenti, e si avvaleva di specifiche capacità di mestiere artigianali acquisite

in patria, le quali nel paese di destinazione sarebbero diventate una professione 32 . Con il sistema

dell’«emigrazione a catena» un individuo seguiva un amico o un parente, spesso avvalendosi di

un biglietto prepagato, senza dipendere da alcun mediatore o padrone. Questo sistema

d’emigrazione sostituì quello sotto padrone, e fu predominante fino agli inizi del Novecento.

Molti paesi, già all’epoca del reclutamento sotto padrone, diventarono il centro di una rete

sociale simile ad una diaspora, con il paese natio come patria e il luogo di lavoro considerato un

satellite all’estero, generalmente chiamato “colonia” 33 . Con il passar degli anni le catene

migratorie mutarono il carattere dei rapporti tra il paese d’origine e i suoi satelliti, agevolando le

permanenze all’estero di lungo periodo, molte delle quali si trasformarono in trasferimenti

definitivi 34 .

30

Tra il 1919 e il 1920 le agitazioni nelle campagne raggiunsero un’estensione senza precedenti, si veda V.

Castronovo, La storia economica, in “Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975, p. 234.

31

Le reti di richiamo per paese di provenienza hanno interessato anche i processi di emigrazione interna. Sui sistemi

relazionali attivati nelle circostanze migratorie è di un certo interesse il testo di Simonetta Grilli, Gente del posto,

toscani d’altrove: tre studi di caso su famiglia, reticoli migratori e matrimonio, Il segnalibro, Torino 2007.

32

Cfr. Patrizia Audenino, Un mestiere per partire. Tradizione migratoria, lavoro e comunità in una vallata alpina,

Franco Angeli, Milano 1992.

33

Un esempio di “little Italy” è offerto dagli studi di Carla Bianco sul fenomeno di acculturazione che ha interessato

gli abitanti di Roseto, paese fondato in Pennsylvania da migranti originari del villaggio omonimo, Roseto Valforte,

in provincia di Foggia, cfr. Carla Bianco, Roseto Pennsylvania, 19 giugno 1966: una giornata di inchiesta nella

comunità italiana proveniente da Roseto Valfortore (Foggia), Edizioni del Gallo, Milano 1967.

34

D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, pp. 75-85.

17


1.1.2 Politiche migratorie degli Stati-nazione

Gli italiani emigrati costituirono una componente sempre più rilevante della classe lavoratrice

europea, ma nei paesi di destinazione dovettero affrontare diversi ostacoli. In Europa erano

spesso gli operai locali a svolgere lavori ad alta specializzazione, bloccando così l’ascesa

professionale dei migranti. La forza d’attrazione esercitata dal paese d’origine e le difficoltà

incontrate dagli emigrati italiani per trovare un lavoro stabile e permanente favorirono in molte

zone la persistenza di alti tassi di rientro e ripetute emigrazioni. Non è possibile ricostruire il

numero esatto degli italiani ritornati in patria, né con quale frequenza rientrarono o emigrarono,

poiché le cifre ufficiali dei rimpatri si hanno per i Paesi oltreoceano dal 1905, e per i Paesi

europei dal 1921. Dal 1905 ad oggi globalmente sono rimpatriati più di 8 milioni e mezzo di

emigrati, il 56% proveniente da Paesi europei. Un quarto di questo movimento di rientro è

avvenuto tra il 1905 e il 1920; circa la metà tra il 1905 e l’avvento della seconda guerra

mondiale; e quasi un terzo nel decennio 1965-1976 35 . Gli ostacoli maggiori per la mobilità

migratoria si presentarono nel corso del Novecento, quando vennero adottate nuove politiche

migratorie dagli stati nazionalisti. Sia i paesi di partenza, che quelli di destinazione cercarono di

regolamentare sempre di più i flussi migratori, mettendo in discussione la premessa liberale

secondo cui i lavoratori, al pari del capitale, potevano spostarsi a loro piacimento. Gli stati

applicarono un maggior controllo sugli immigrati e sui lavoratori stranieri, giustificandolo come

essenziale per la sicurezza nazionale. In alcuni casi le misure restrittive sui flussi migratori

seguirono delle vere e proprie logiche razziste. Un esempio è dato dagli Stati Uniti dove nel 1917

sulla scia degli “americanizzatori” vennero esclusi gli analfabeti, ritenuti gli immigrati meno

assimilabili. Il capitalismo di stampo protestante fu determinante per la costruzione della società

americana che ormai si riconosceva in una specifica identità nazionale. La povertà e l’ignoranza

degli emigrati costituivano un potenziale di eversività o comunque di pericolosità nel nuovo

equilibrio socio-economico che andava difeso con ogni mezzo 36 . Il Canada fece lo stesso nel

1919. L’obiettivo era quello di ridurre l’immigrazione complessiva per timore della

disomogeneità culturale e popolare prodotta dall’immigrazione stessa. Sempre negli Stati Uniti,

il Quota Act del 1921 e del 1924 ridusse drasticamente le possibilità di ingresso negli USA,

stabilendo quote discriminatorie soprattutto per chi emigrava dall’Europa del sud. Il sistema che

regolava le quote degli immigrati in base alla nazionalità di origine introdotto dagli USA

consentì l’ingresso annuale di soli 3.600 nuovi immigrati provenienti dall’Italia 37 . Ma il timore di

35 G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi emigrazione, Roma 1978, p.12.

36 Cfr. Carla Bianco, Emanuela Angiuli, Emigrazione: una ricerca antropologica di Carla Bianco sui processi di

acculturazione relativi all’emigrazione italiana negli Stati Uniti, in Canada e in Italia, Dedalo libri, Bari 1980.

37 Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna 2002, p. 17.

18


un eccessivo numero di stranieri, con le conseguenti politiche che si opponevano ad

un’immigrazione continuata, crebbero anche in Europa. In Svizzera furono limitate le possibilità

di lavoro o di sistemazione permanente offerte agli stranieri. In altri paesi europei, come la

Germania, l’Austria e la Francia, la regolamentazione dei flussi migratori crebbe quando si

fecero consistenti i costi di realizzazione dello stato sociale che garantiva un minimo di

benessere economico e sociale ai loro cittadini ma anche ai lavoratori stranieri. Nel primo

periodo post-bellico la crescita del deficit delle bilance dei pagamenti aveva dato luogo a un

vasto movimento inflazionistico in tutta Europa; a questo si aggiunse l’aggravato squilibrio tra

popolazione e risorse. Dopo il 1930, quando gli stati nazione tentarono di salvare le industrie in

difficoltà e di frenare la disoccupazione, le restrizioni all’immigrazione e il protezionismo

economico divennero ovunque le principali risposte alla crisi economica mondiale 38 . Il numero

di emigrati che partivano dall’Italia diminuì notevolmente, tanto da azzerarsi dopo lo scoppio

della seconda guerra mondiale (si veda la tabella 1.5).

Tabella 1.5 Emigrazioni dall’Italia, 1913-1945

Anno Numero di emigrati Anno Numero di emigrati

1913 872 598 1930 326 438

1914 479 152 1931 165 860

1915 146 019 1932 83 348

1916 142 364 1933 83 064

1917 46 496 1934 68 461

1918 28 311 1935 57 408

1919 253 224 1936 41 710

1920 614 611 1937 59 945

1921 201 291 1938 62 548

1922 281 270 1939 29 489

1923 389 957 1940 51 817

1924 364 614 1941 8 809

1925 280 081 1942 8 246

1926 262 396 1943 0

1927 218 934 1944 0

1928 140 851 1945 0

1929 174 802

Fonte: Donna R. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi,

Einaudi,Torino 2003

38 Sulle cause e le conseguenze delle crisi economica del 1929 si veda V. Castronovo, La storia economica, in

“Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975, pp. 284-285.

19


Grafico 1.5 Emigrazioni dall’Italia, 1913-1945

Il periodo tra le due guerre fu caratterizzato da una diminuzione dei flussi di espatrio per le

restrizioni a livello mondiale, ma anche a causa delle misure politiche adottate dal governo

fascista. Come spiega Alessandro Migliazza, la politica nazionalista del fascismo cercò di

politicizzare i nuclei italiani all’estero, ma non favorì in alcun modo l’emigrazione, anzi cercò di

favorire con mezzi politici, amministrativi e propagandistici il ritorno in Italia degli emigrati. A

livello legislativo lo stato fascista intervenne con la soppressione del Commissariato per

l’Emigrazione, e affidò le sue funzioni alla Direzione generale degli italiani all’estero, facente

parte del Ministero degli affari esteri, il cui scopo non era quello di tutelare i migranti, ma quello

di politicizzare i gruppi di italiani all’estero, di combattere i nuclei antifascisti degli emigrati, e di

spingere o forzare gli emigrati al rientro. Nel 1927 oltre al Commissariato vennero soppressi

anche il Consiglio superiore dell’emigrazione e il fondo monetario per l’emigrazione 39 . In breve,

i provvedimenti fascisti tendevano a scoraggiare l’emigrazione poiché rendevano più complesso

il rilascio del passaporto, prevedevano sanzioni penali per l’emigrazione clandestina, e

consideravano reati taluni comportamenti degli emigrati all’estero 40 . Vennero invece potenziati i

consolati italiani: l’azione politica era svolta da consoli fascisti che avevano il compito di

controllare gli emigrati e sorvegliare le rappresentanze diplomatiche all’estero. Mussolini cercò

inoltre di indirizzare l’emigrazione italiana verso le aree rurali del paese o le colonie italiane in

Africa, ma anche verso quelle nazioni che, in cambio della forza lavoro dei migranti, offrivano

dei vantaggi all’Italia. Lo stato fascista cercò di sostenere gli italiani che vivevano all’estero

39 Cfr. Alessandro Migliazza, Il problema dell’emigrazione e la legislazione italiana sino alla seconda guerra

mondiale, in “Gli italiani fuori d’Italia”, Franco Angeli, Milano 1983, pp. 253-254.

40 Ibid. pp.255-256.

20


affinché essi si sentissero parte della “stirpe” italiana, poiché l’obiettivo era appunto quello di

trasformare i luoghi di destinazione dei migranti in colonie demografiche dell’Impero fascista 41 .

1.1.3 La ripresa post-bellica e gli effetti dell’industrializzazione sul fenomeno migratorio

Terminata la guerra, in Italia decaddero i provvedimenti del governo fascista che ostacolavano

gli espatri e venne istituita una politica favorevole all’emigrazione, nel tentativo di porre rimedio

al dilagare della disoccupazione. Il governo italiano si impegnò nella creazione di uno Stato

sociale che garantisse un minimo di sicurezza economica ai cittadini italiani residenti in altri

paesi, e fino agli anni sessanta agì come ufficio di collocamento per indirizzare i suoi migranti

verso i luoghi di lavoro all’estero. Nell’arco di trent’anni si registrarono più di 7 milioni di

emigrati, ma poi il flusso diminuì fino a toccare livelli inferiori a quelli dell’inizio del Novecento

(si veda la tabella 1.6). Si trattò principalmente di un’emigrazione stagionale o temporanea verso

gli stati europei. Da questo punto in poi, questa tesi abbandona l’emigrazione transoceanica e si

concentra solo su quella europea, dove appunto va ad inserirsi il caso particolare dei

gastarbeiders italiani in Olanda su cui si sofferma questa ricerca.

Tabella 1.6 Emigrazioni dall’Italia, 1945-1976

Anno Numero di emigrati Anno Numero di emigrati

1945 0 1961 387.123

1946 110.286 1962 365.611

1947 254.144 1963 277.611

1948 308.515 1964 258.482

1949 254.469 1965 282.643

1950 200.306 1966 296.494

1951 293.057 1967 229.264

1952 277.535 1968 215.713

1953 224.671 1969 182.199

1954 250.925 1970 151.854

1955 296.826 1971 167.721

1956 344.802 1972 141.852

1957 341.733 1973 123.802

1958 255.459 1974 112.020

1959 268.490 1975 92.666

1960 383.908 1976 97.247

Fonte: Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi

emigrazione, Roma 1978

41

Dopo la prima guerra mondiale le colonie tedesche vennero spartite come bottino fra i vincitori, tuttavia l’Italia si

sentì defraudata poiché venne esclusa dalla spartizione. Mussolini sfruttò il risentimento degli italiani ai fini di una

politica imperialistica e, pacificata nel 1932 la resistenza della Libia, nel 1935-36 occupò l’Etiopia. Tuttavia,

l’occupazione durò solo pochi anni, cfr. W. Reinhard, Storia del colonialismo, Einaudi, Torino 2002, pp. 268-269.

21


Grafico 1.6 Emigrazioni dall’Italia, 1945-1976

Diminuì l’espatrio nei paesi transoceanici poiché rispetto al primo ventennio del secolo, vi era

maggiore convenienza ad emigrare in Europa. Infatti, in alcuni paesi europei erano migliorate le

assicurazioni sociali per gli operai, e le quotazioni di alcune monete erano elevate rispetto alla

lira italiana. Negli anni immediatamente successivi alla guerra, sul territorio italiano, una parte

significativa della popolazione non aveva una casa e soffriva per la mancanza dei generi di prima

necessità. I tassi di disoccupazione e di mortalità infantile erano ancora elevati e il 42,2 per cento

della popolazione attiva (il 56,9 per cento al sud) si guadagnava ancora da vivere con

l’agricoltura 42 . Sostenuta dagli aiuti americani del piano Marshall l’industria nel nord Italia si

riprese dalle devastazioni della guerra. Non si riprese, invece, l’agricoltura meridionale 43 . La

riforma agraria, avviata negli anni ’50, avanzò lentamente e soltanto in alcune aree. La

distribuzione di terre non fu sufficiente per superare i limiti di un’agricoltura praticata su scala

ridotta e su terreni marginali 44 . Per queste ragioni, l’alternativa alla fame e alla miseria per le

42

Cfr. Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino 1989, p.

283.

43

Gli stanziamenti di cui beneficiò l’Italia nel dopoguerra ammontarono all’11% del totale Erp (European Recovery

Program), ma non tutti gli aiuti destinati a rimettere in sesto l’industria e a finanziare investimenti agricoli e opere

pubbliche vennero impiegati a questo scopo. La cattiva gestione degli aiuti americani da parte del governo italiano

contribuì allo squilibrio della ripresa economica italiana degli anni cinquanta. In tale situazione, la politica di

emigrazione venne considerata, ancora una volta, una leva importante per una graduale evoluzione economica,

cfr.V. Castronovo, La storia economica, in “Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975,

pp. 383-385.

44

Per Valerio Castronovo il problema fondamentale nasceva dal fatto che alla base della riforma agraria non vi fu

un’impostazione politico-economica di lungo periodo, ma un obiettivo immediato volto ad abbassare il tasso di

disoccupazione appellandosi ad un’economia agricola di sussistenza, cfr. V. Castronovo, La storia economica, in

“Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975, p. 394.

22


famiglie più povere continuava ad essere l’emigrazione maschile verso il nord del Paese o

all’estero. Il nuovo governo italiano cercò di dirigere e tutelare i cittadini che volevano emigrare,

attraverso degli accordi bilaterali che affiancavano l’esportazione e la tutela della forza lavoro

eccedente a trattati commerciali di importazione e di esportazione vantaggiosi per lo Stato

italiano. Un esempio è dato dall’accordo stipulato nel 1946 con il Belgio, il quale accettò di

vendere all’Italia 200 kg di carbone al giorno a basso prezzo per ogni italiano che fosse andato a

lavorare nelle miniere belghe 45 . Tra il 1946 e il 1948 l’Italia firmò trattati analoghi con la

Francia, la Svezia, i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. In alcuni casi il paese d’accoglienza, oppure

l’Italia, pagava il viaggio agli emigrati; i quali nella maggior parte dei casi venivano selezionati

dal governo italiano 46 . I trattati bilaterali degli anni ’50 partivano dal presupposto che i lavoratori

italiani sarebbero rimpatriati. La maggior parte degli emigrati temporanei vennero reclutati nel

sud Italia. In passato i settentrionali generalmente trovavano lavoro negli altri paesi europei,

soprattutto quelli al confine con l’Italia, e i meridionali in quelli oltreoceano. Nel secondo

dopoguerra i meridionali predominavano in entrambi i flussi. Cambiarono anche i principali

canali di informazione attraverso cui si alimentava la catena migratoria. Non si emigrava più

soltanto seguendo le indicazioni di amici e parenti, per andare verso destinazioni dove si

sarebbero trovati altri compaesani giunti lì prima. Lo Stato si aggiunse alle altre reti, e divenne il

nodo centrale attraverso il quale passavano le informazioni sulle possibilità di lavoro e sui salari

all’estero. Si può affermare che l’emigrazione italiana del secondo dopoguerra fu incentivata da

una scelta statuale. Tuttavia lo Stato non incoraggiava l’insediamento delle famiglie all’estero.

Negli anni sessanta le migrazioni a carattere temporaneo dirette in Europa e il miracolo

economico in patria segnarono la fine della formazione di “altre Italia ”e un numero sempre

minore di famiglie trasferì la propria base all’estero. Nel 1955 il governo italiano firmò degli

accordi con la Germania e l’Austria per le emigrazioni dei gastarbeiters (lavoratori ospiti). Tali

migrazioni si diffusero ampiamente in Europa negli anni Sessanta. Tra il 1955 e il 1965 i livelli

di mobilità degli italiani salirono rapidamente. La punta massima di espatri verso destinazioni

europee si verificò nel 1961 con un ammontare assoluto di 387.123 unità (si veda la tabella 1.6).

45 La presenza degli italiani in Belgio subito dopo la prima guerra mondiale fu soprattutto il risultato di campagne di

reclutamento da parte della Fédéchar (Fédération des Charbonnages de Belgique) che firmò il primo accordo con le

autorità italiane nel 1922. Il 20 giugno del 1946 la Fédéchar raggiunse un altro accordo con le autorità italiane per

favorire una migrazione di massa dei lavoratori italiani, in cambio del rifornimento di carbone belga necessario per

la ripresa economica dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Un grave incidente nella miniera di Ougrée-

Marihaye (a sud della città di Liége) nel 1953 portò ad una temporanea sospensione della migrazione di forza lavoro

italiana verso le miniere Belghe. Dopo il disastro minerario di Bois-du-Cazier a Marcinelle (vicino Charleroi) nel

1956, il quale causò 263 vittime tra cui 136 italiani, il governo italiano fermò ufficialmente l’emigrazione verso le

miniere belghe, cfr. Serge Langeweg , Leen Roels , Foreign labour in the coalmines of Liège and Dutch Limburg in

the twentieth century: a comparison, Lisbona 2008, pp. 16-17.

46 D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 232.

23


Si trattava principalmente di manodopera non specializzata che emigrava temporaneamente. Ad

emigrare erano per lo più uomini, poiché l’espansione industriale aveva interessato industrie

tradizionalmente maschili come la siderurgia, la chimica e le costruzioni. Ma le emigrazioni del

dopoguerra furono determinate anche dal cambiamento economico avvenuto in Italia. Già a metà

degli anni ’50 si videro i primi segni del “miracolo economico” con l’espansione dell’industria

automobilistica, petrolchimica e della gomma. I fattori propulsivi di questa crescita economica

possono sintetizzarsi nella graduale trasformazione del paese, prevalentemente agricolo, in un

paese caratterizzato da una crescente presenza dell’industria, nella progressiva liberalizzazione

dai dazi protettivi, nel profondo inserimento del paese nell’economia mondiale, e nel

miglioramento del tenore di vita della popolazione 47 . L’espansione dell’industria manifatturiera

diede luogo ad una notevole riduzione delle eccedenze di forza lavoro dal settore agricolo, ma le

nuove iniziative non coinvolsero le regioni meridionali, le quali risultavano caratterizzate anche

da una forte pressione demografica e da una notevole eccedenza di manodopera scarsamente

qualificata 48 . Questo è spiegabile con il fatto che l’insediamento industriale che si è avuto nel

Mezzogiorno richiese una notevole presenza di forza-lavoro per la costruzione degli impianti e di

determinate infrastrutture, creando però un numero molto limitato di lavori stabili. In questo

modo l’insediamento di industrie di base nel sud accentuò la situazione di precarietà

dell’occupazione meridionale, poiché ingenerò una domanda temporanea di forza-lavoro, e

quindi precaria. Infatti, cessata la costruzione degli impianti, ampi contingenti di lavoratori si

trovarono di fronte alla scelta tra un ritorno al lavoro agricolo o all’emigrazione. Ecco perché

l’industrializzazione avviata nel Meridione anziché eliminare o contenere la spinta migratoria,

contribuì al contrario ad accentuarla 49 . Il boom economico nelle province settentrionali dell’Italia

generò un flusso di spostamenti interni che dal 1968 in poi fu superiore a quello delle

emigrazioni internazionali (si veda la tabella 1.7). Le aree del «triangolo industriale» (Genova,

Milano, Torino) hanno assorbito la più grande quantità di immigrati per il lavoro industriale. La

maggior parte degli emigrati che si trasferirono dal sud al centro e al nord del Paese era costituita

da contadini 50 .

47

Cfr. V. Castronovo, La storia economica, in “Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino

1975.

48

G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi emigrazione, Roma 1978, p.105.

49

Ibid., p. 147.

50

Tra il 1951 e il 1991, anni del censimento generale della popolazione italiana, risulta che hanno lasciato la terra

oltre 6.500.000 lavoratori agricoli, cfr. Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne,

il Mulino, Bologna 2002, p. 41.

24


Tabella 1.7 Le migrazioni interne dal Sud al Centro-Nord, 1955-1974

Anno Numero di emigrati Anno Numero di emigrati

1955 88.716 1965 146.266

1956 101.576 1966 145.969

1957 109.288 1967 191.352

1958 117.446 1968 223.534

1959 136.142 1969 225.202

1960 170.850 1970 228.161

1961 278.197 1971 212.188

1962 291.409 1972 198.468

1963 274.626 1973 192.475

1964 212.534 1974 163.993

Fonte: Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino,

Bologna 2002

Nonostante la ripresa economica del settentrione, nel 1968 il governo italiano realizzò un'altra

serie di accordi bilaterali con i quali si assicurava che i propri cittadini avrebbero potuto

continuare a trasferirsi temporaneamente in altri paesi europei. Tuttavia, dopo il 1968 il numero

di migranti che lasciavano il paese iniziò a decrescere (si veda la tabella 1.6). All’inizio degli

anni Settanta, quando l’economia dell’Europa settentrionale entrò in crisi, i tassi di rientro

salirono rapidamente (si veda la tabella 1.8), e nel 1975 in Italia il numero dei rimpatriati superò

quello degli espatriati 51 . Tra il 1971 e il 1973 nei paesi Europei più industrializzati si arrestò il

processo d’espansione economica e si indebolì la domanda di lavoro. Di conseguenza i paesi

colpiti dalla crisi sospesero le nuove assunzioni e posero fine alle pratiche di reclutamento

all’estero, pensando che ciò avrebbe liberato i rispettivi paesi dai lavoratori stranieri. Le

caratteristiche della crisi che seguì la depressione iniziata nel 1971 sono sintetizzabili

nell’aumento dei costi delle materie prime e del prezzo del petrolio, l’inasprimento della

concorrenza, l’aumento della domanda di prodotti alimentari e l’insufficiente produzione

agricola; le svalutazioni monetarie che influirono negativamente sul potere d’acquisto dei

salari 52 . Ciò causò la riduzione della produzione e la sospensione dell’assunzione di nuovi operai

in molte industrie europee. Furono ridotti gli orari di lavoro, fu imposto il pensionamento

anticipato e crebbero i licenziamenti per il fallimento delle imprese. Il numero di italiani

51

La maggior parte di coloro che rientravano in Italia erano lavoratori temporanei dopo alcuni anni di soggiorno in

Europa, molti dei quali avevano perso il lavoro all’estero. Un secondo gruppo di rimpatriati arrivava dall’Africa. Gli

italiani che durante il fascismo si erano trasferiti in Libia, tornarono in Italia quando incominciò il miracolo

economico. A questi si aggiungevano i circa 100.000 figli di emigrati nati e cresciuti in Argentina e Brasile. Essi

ritornarono per chiedere la cittadinanza italiana negli anni settanta e ottanta, al tempo delle “guerre sporche” e delle

crisi economiche in America Latina, cfr. D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi,

Einaudi,Torino 2003.

52

Per un riepilogo delle caratteristiche della recessione economica degli anni settanta si veda V. Castronovo, La

storia economica, in “Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi, Torino 1975, pp. 478-489.

25


esidenti all’estero diminuì tra l’inizio degli anni settanta e il 1981, ma non tanto quanto si

aspettavano i paesi d’accoglienza.

Tabella 1.8 Rimpatri verso l’Italia, 1945-1976

Anno Numero di emigrati Anno Numero di emigrati

1945 0 1961 210.196

1946 4.558 1962 229.088

1947 65.529 1963 221.150

1948 119.261 1964 190.168

1949 118.626 1965 196.376

1950 72.034 1966 206.486

1951 91.904 1967 169.328

1952 96.900 1968 150.027

1953 103.038 1969 153.298

1954 107.200 1970 142.503

1955 118.583 1971 128.572

1956 155.293 1972 138.246

1957 163.277 1973 125.168

1958 139.038 1974 116.708

1959 156.121 1975 122.774

1960 192.235 1976 115.997

Fonte: Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Centro Studi

Emigrazione, Roma 1978

Negli anni Settanta molti “ospiti temporanei” si stabilirono ormai nei paesi d’accoglienza,

avendo una moglie, un posto di lavoro stabile e figli nati ed educati nella nuova patria. Molti

lavoratori ospiti divennero cittadini di seconda classe, stranieri residenti nei paesi dove

lavoravano che conservavano la loro cittadinanza d’origine pur vivendo stabilmente all’estero 53 .

Come spiega Donna Gabaccia, gli emigrati italiani sovente venivano disprezzati non solo negli

altri paesi europei ma anche nel loro stesso paese; i meridionali trasferitisi nelle città dell’Italia

settentrionale diventarono “immigrati” per la gente del luogo. Valerio Castronovo analizza le

cause della recessione, precisando però che il movimento degli espatri non coincise esattamente

col ciclo economico; infatti la riduzione dell’emigrazione iniziò nel 1967, mentre l’inversione

del ciclo si ebbe nel 1970. Secondo la sua tesi, la divergenza tra numero di espatri e ribasso

economico va attribuita ad una serie di squilibri dello sviluppo economico che causarono un

rallentamento della crescita ma non una depressione 54 . Anche se non si era ancora in una fase di

53

D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 250.

54

Con la fine della seconda guerra mondiale l’economia dei paesi occidentali entrò in una fase di sviluppo

economico accelerato. Tuttavia, l’economia dell’epoca, fu accompagnata da elementi negativi, primo fra tutti

l’inflazione, dovuta all’offerta sempre inferiore alle domanda, la quale lievitava per l’aumento della popolazione e

per il soddisfacimento di nuovi bisogni, che causò degli squilibri nel mercato del lavoro. Tali squilibri furono

registrati già nel periodo di espansione economica, nel 1971 presero il sopravvento e il ciclo entrò nella fase di

26


depressione economica, ciò bastò per causare la riduzione degli espatri. Infatti, le imprese estere

in difficoltà, per far fronte alla crisi, come primo provvedimento respinsero la manodopera

straniera. Infatti, dagli studi di Gianfausto Rosoli emerge che nel biennio 1966-67 in Germania,

Belgio e Olanda, si ebbe un rallentamento degli investimenti; un moderato sviluppo della

produzione, dei consumi privati e dei redditi delle famiglie; un aumento della disoccupazione.

Nel biennio 1968-69, le rivendicazioni salariali dei lavoratori di molti paesi europei accelerarono

la spirale inflazionistica salari-prezzi; in campo monetario, si ridusse la liquidità internazionale

per la svalutazione della lira, della sterlina e del franco francese e per la rivalutazione del marco

tedesco. Nel biennio 1970-71, crebbe la disoccupazione in Francia, Stati Uniti ed Inghilterra e fu

sospesa la convertibilità del dollaro 55 . Le cause della diminuzione dell’emigrazione dal 1967 al

1971, quando l’economia mondiale non ancora era in crisi, possono quindi attribuirsi agli

squilibri congiunturali sopra menzionati. Oltre alla sfavorevole congiuntura economica

attraversata dai paesi europei meta dell’immigrazione di manodopera italiana, la riduzione degli

espatri dal 1967 in poi va attribuita alla tendenza sempre crescente, in Europa, a sostituire la

manodopera italiana con forze di lavoro provenienti da altri paesi del Mediterraneo come

Turchia, Grecia, Spagna, Algeria e Marocco. La ragione principale fu che la manodopera

proveniente da paesi esterni alla Comunità Economica Europea si accontentava di bassi salari,

mentre agli italiani, nei paesi della CEE, era stata riconosciuta la parità di trattamento con i

lavoratori locali. Con l’entrata di Spagna, Portogallo e Grecia in seno alla Comunità Economica

Europea, la concorrenza dei lavoratori provenienti da questi paesi diventò ancora più intensa con

effetti dannosi per l’emigrazione italiana 56 . I rimpatri aumentarono gradualmente fino al 1971,

raggiungendo nel 1962 la punta massima di 229.088 unità (si veda la tabella 1.7). Il fenomeno

migratorio si trasformò in un’emigrazione di ritorno. Paradossalmente, nonostante il numero

degli espatri stava diminuendo, tra il 1967 e il 1961 in Italia si registrò una crescita delle rimesse.

Ciò va attribuito agli alti salari pagati nei paesi europei, specie dopo le richieste sindacali del

1968, e alla solidità delle monete dei paesi europei nei confronti della lira italiana. Anche la

libera circolazione dei lavoratori nell’ambito dei paesi della CEE, stabilita nel 1968, contribuì ad

aumentare le rimesse 57 . Negli anni settanta tutti i paesi sviluppati entrarono in un nuovo contesto

economico di de-industrializzazione e terziarizzazione che determinò un ulteriore declino

dell’emigrazione italiana all’estero. Anche le regioni industrializzate dell’Italia settentrionale

conobbero questa trasformazione economica, il modello di sviluppo trainato dalla grande

depressione, cfr. V. Castronovo, La storia economica, in “Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi”, volume IV, Einaudi,

Torino 1975, p. 479.

55 G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi emigrazione, Roma 1978, p. 90.

56 Ibid., p. 115.

57 Ibid., p. 90.

27


industria entrò in crisi determinando la perdita di molti posti di lavoro nel corso degli anni

Ottanta. L’occupazione industriale si ridusse alla piccola impresa, mentre aumentò la domanda

di lavoro nel settore dei servizi. All’interno di questo nuovo quadro economico l’Italia cominciò

a conoscere il fenomeno dell’immigrazione di lavoratori stranieri provenienti soprattutto dai

paesi dell’Est, dall’Africa e dall’Asia 58 . Dall’avvento di questo fenomeno l’attenzione

dell’opinione pubblica italiana si è concentrata principalmente sulla questione

dell’immigrazione, lasciando sullo sfondo la questione dell’emigrazione. In questa tesi si vuole

recuperare quest’ultima tematica poiché la presenza degli italiani all’estero è una realtà tuttora

significativa. Secondo le stime del Ministero degli Esteri del 2000, il numero degli italiani

all’estero sarebbe di 3 milioni e 874 mila unità, una cifra che supera ancora di molto il numero

degli stranieri presenti in Italia (si veda la tabella 1.9). I dati raccolti dal Servizio migranti della

Cei segnalano inoltre che al primo gennaio 1996 vi erano 58 milioni e 509 mila oriundi italiani in

tutto il mondo 59 . Analizzando in questa tesi il caso particolare degli italiani residenti in una

cittadina olandese, la ricerca invita a riflettere sulla questione più ampia della presenza degli

italiani all’estero e dei loro discendenti, e ad affrontare i temi della cittadinanza e

dell’appartenenza. Confrontando le varie situazioni migratorie è evidente che la scelta del paese

di destinazione non è mai casuale, ma strettamente legata alle dinamiche politico-economiche del

paese di origine e del paese di accoglienza. Per focalizzare la ricerca su un gruppo di italiani

immigrati in Olanda, è necessario quindi presentare prima un quadro storico generale del paese

di destinazione.

Tabella 1.9 Italiani all’estero e stranieri in Italia, 2000

Residenza/Provenienza Italiani all’estero

(cittadini)

Italiani all’estero

(oriundi)

Stranieri

soggiornanti

legalmente in Italia

Europa 2.180 1.964 530

Africa 70 56 390

America Nord 360 16.980 50

America Centro-Sud 1.116 39.840 111

Asia 26 5 257

Oceania 122 546 2

Totale 3.874 58.509 1.340

Fonte: Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino,

Bologna 2002.

58

L’Italia entrò nel novero dei paesi d’immigrazione proprio nel momento in cui si fecero più restrittive le politiche

sull’immigrazione. L’aumento delle difficoltà di ingresso nei paesi di più tradizionale immigrazione sovente spinse i

flussi migratori verso l’Italia, cfr. Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il

Mulino, Bologna 2002.

59

Per maggiori dettagli sulle cifre relative agli italiani e agli oriundi distribuiti nei vari paesi si veda Matteo

Sanfilippo, Tipologie dell’emigrazione di massa, in “Storia dell’emigrazione italiana”, Donzelli, Roma 2001, p. 77.

28


1.2 Storia dei Paesi Bassi

1.2.1 Dalle divisioni interne alla costruzione di una forte identità nazionale

La storia dei Paesi Bassi è strettamente legata alla sua storia d’immigrazione. La prosperità e il

benessere del Paese, soprattutto nel periodo dell’industrializzazione, sono stati una forte

attrattiva per diversi flussi migratori. A determinare la ricchezza del paese fu il successo delle

ambizioni imperialiste. Nel corso del XVII secolo la supremazia olandese sui mari orientali

cancellò la supremazia portoghese. Nel 1602 venne fondata una compagnia monopolistica

olandese, la Verenigde Oost-Indische Compagnie (Voc), alla quale gli stati generali conferirono

il monopolio del commercio a oriente del Capo di Buona Speranza fino allo stretto di Magellano.

Nell’Amboina, l’isola indonesiana dei chiodi di garofano, nel corso del XVII secolo si riuscì a

convertire gli abitanti al calvinismo, il che con il tempo fece di loro dei partner particolarmente

affidabili degli olandesi e dopo la decolonizzazione li portò a rifugiarsi in Olanda come

«Molucchesi del Sud». Anche in Nord America gli olandesi fondarono una colonia sulle rive del

fiume Hudson. Nel 1614-15 si assicurarono il monopolio del commercio delle pelli in quel

territorio che venne chiamato «Nuova Olanda». Per l’approvvigionamento delle proprie navi

nella base allestita nel 1652 al Capo di Buona Speranza, la Compagnia delle Indie Orientali

olandese aveva promosso l’insediamento dei «Boeri» (contadini) olandesi 60 . Nel 1830 gli

olandesi introdussero nelle colonie indonesiane un provvedimento detto «sistema culturale»

(cultuurstelsel) 61 . Questo sistema salvò l’economia dell’Olanda, che nel 1830, era stata

indebolita dalla separazione del più forte e industrializzato Belgio. Il passato coloniale ebbe delle

conseguenze sul processo di immigrazione che dopo la decolonizzazione ha interessato l’Olanda

in maniera sempre più preminente. Con la decolonizzazione, in particolare dopo l’indipendenza

dell’Indonesia del 1949 62 , l’Olanda diventò la meta di molti flussi migratori provenienti dalle sue

ex-colonie. Questo non vuol dire che l’Olanda sia stata soltanto un paese di immigrazione, anche

gli olandesi conobbero l’esperienza migratoria. Occorre tornare in dietro al 1880 quando

l’Europa fu colpita da una grave crisi agricola causata dall’importazione del grano a basso costo

dal Nord America. Per molti lavoratori olandesi l’alternativa per salvarsi dalla depressione fu

spostarsi nei posti in cui l’espansione economica aveva causato la loro crisi. Dunque ci fu un

volontario spostamento di olandesi soprattutto verso gli USA, il Canada, l’Argentina e

l’Australia. In Olanda venne istituito un comitato nazionale che incentivava e facilitava

60 W. Reinhard, Storia del colonialismo, Einaudi, Torino 2002.

61 In pratica, secondo questo sistema i giavanesi che non disponevano di liquidi, potevano scegliere in luogo

dell’imposta sui due quinti del reddito, di impiegare un quinto del suo fondo e del proprio lavoro per colture da

esportazione come la canna da zucchero, l’indaco, il tabacco, il caffè e il tè a beneficio del governo olandese, Ibid.,

p. 203.

62 Nel 1949 l’Indonesia venne proclamata Repubblica federale indipendente, Ibid., p. 318.

29


l’emigrazione verso le repubbliche boere, con le quali c’era una sorta di “vincolo razziale”. Dopo

la guerra anglo-boera del 1899-1902, il governo olandese si impegnò per mantenere i legami

culturali con la parte degli olandesi presenti in Sud Africa, sovvenzionando ad esempio libri

olandesi e fornendo loro borse di studio nelle università olandesi. Tuttavia, rispetto a molti paesi

Europei, l’Olanda si riprese presto dalla depressione agricola attraverso l’uso di nuove tecniche.

Inoltre, la scoperta di nuovi giacimenti di carbone nel Belgio e nel Limburgo olandese favorì lo

sviluppo economico. Nel periodo 1890-1930, dalla salita al trono della regina Wilhelmina fino

alla Grande Depressione, si parlò di una “seconda età dell’oro”. Dopo la crisi del 1929 che colpì

i Paesi Bassi come tanti altri paesi, il governo olandese affrontò la recessione economica e la

massiccia disoccupazione con un ridimensionamento fiscale che portò l’abbassamento dei salari,

e con progetti per i lavori pubblici. Già nel 1920 le miniere di carbone reclutavano lavoratori in

Polonia. Negli anni successivi iniziarono ad essere reclutati operai prima in Italia, Portogallo e

Spagna, dopo in Turchia e Marocco 63 . Gli anni immediatamente dopo la guerra furono

caratterizzati da uno spirito patriottico attraverso il quale il governo olandese sperava di portare a

compimento la ricostruzione del paese e superare le divisioni interne alla società olandese.

L’organizzazione sociale dei Paesi Bassi nel diciannovesimo e ventesimo secolo era infatti

contrassegnata da un fenomeno conosciuto come “verzuiling” (da “zuil” che sta per pilastro o

colonna). Il sistema delle zuilen consisteva in una suddivisione verticale della società olandese in

base all’appartenenza religiosa e alla classe sociale. Questi gruppi sociali verticali (o anche

sottoculture) erano tre e coincidevano rispettivamente con il blocco cattolico, il blocco calvinista,

e il blocco così detto “secolare” (ovvero laico, non ecclesiastico). Nel blocco secolare il confine

di classe era particolarmente importante per l’assenza di una coesione fornita da una comune

prospettiva religiosa. Per questa ragione spesso si è preferito parlare di due separati blocchi

secolari: un blocco Liberale, consistente nelle classi medio e medio-alta, e il blocco Socialista

consistente nelle classi basse e medio-basse. Per cui l’Olanda, fino agli anni sessanta del

ventesimo secolo era divisa in quattro gruppi di appartenenza: Cattolici, Calvinisti, Socialisti, e

Liberali. Ogni gruppo aveva la sua tradizionale roccaforte geografica: i cattolici a sud, i calvinisti

a sud-ovest e al centro, e il blocco secolare ad ovest e al nord del paese 64 . Questo non significa

che ognuno di questi gruppi fosse geograficamente isolato dagli altri, tuttavia ancora oggi tra le

diverse province olandesi si percepiscono delle distinzioni culturali derivate da questa scissione

in sottoculture. Ad esempio, la festa di carnevale celebrata nelle città tradizionalmente cattoliche

a sud del delta del Reno, ancora oggi richiama un senso di estraneità nelle città del nord più

63 Cfr. Paul Arblaster, A History of the Low Countries, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2006

64 Cfr. Arend Lijphart, The politics of accommodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley

1968.

30


puritane. Altra discriminante religiosa rappresentativa del divario culturale era il divieto delle

processioni religiose a nord del paese: le processioni erano permesse nel sud cattolico ma non nel

nord principalmente protestante. Per descrivere le distanze culturali tra nord e sud all’interno

della società olandese si può prendere in prestito la teoria dei “dislivelli culturali” che Mario

Alberto Cirese utilizza per parlare delle distinzioni socio-culturali nelle cosiddette società

“superiori” 65 . Questi dislivelli interni si sono formati principalmente a causa delle difficoltà

materiali di comunicazione per un certo isolamento geografico delle popolazioni del sud rispetto

alle province settentrionali comunemente conosciute con il termine Holland 66 , ma anche a causa

di una certa resistenza delle popolazioni del sud alla cultura laica e “civilizzatrice” del nord del

paese. Il risultato di questa resistenza è che, ancora oggi, nel Brabant e nel Limgurgo vengono

celebrati dei riti e delle festività cattolici, nonostante la religione abbia perso la sua funzione

strutturante all’interno della società olandese. In termini ciresiani si può dire che la

differenziazione strutturale delle zuil nasce come differenziazione culturale e, allo sfaldarsi delle

strutture, sopravvive come tratto culturale e come folklore. Oltre alla religione, un altro elemento

di scissione che attraversava i quattro blocchi era costituito dalla classe sociale. Un sondaggio

condotto dall’UNESCO nel 1948 in nove differenti paesi, dimostrò l’esistenza di confini di

classe più marcati nei Paesi Bassi che in altri paesi (si veda la tabella 1.10).

Tabella 1.10 Sentimento di classe e spirito nazionalista (in percentuale)

Paese Appartenenza di classe Sentimento nazionalista

Australia 67 78

Gran Bretagna 58 67

Francia 48 63

Germania 30 64

Italia 41 50

Messico 40 56

Paesi Bassi 61 56

Norvegia 41 64

Stati Uniti 42 77

Fonte: Arend Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the

Netherlands, Berkeley 1968, p. 22

65

Alberto Mario Cirese, Dislivelli di cultura e altri discorsi inattuali, Meltemi, Roma 1997.

66

Le divisioni geo-culturali tra nord e sud si svilupparono per la presenza di confini strutturali o naturali, ovvero

quelli determinati dalla posizione geografica e dalla morfologia del territorio (ad esempio il fiume Reno che

attraversa il paese ha costituito un confine linguistico, religioso e politico per gli olandesi, mentre l’assenza di

montagne tra l’Olanda e i paesi confinanti ha avvicinato la popolazione del sud a quella dei paesi vicini), e per la

presenza di confini storici (i Romani costruirono una strada da Colonia a Bavay nel nord della Francia, passando per

l’Olanda. Questa strada diventò il confine tra le lingue germaniche e quelle romanze), cfr. Rudolf Bastiaan

Andeweg, Galen Arnold Irwin, Governance and politics of the Netherlans, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2005,

pp.5-6.

31


Dall’indagine si vede come i sentimenti di classe fossero più pronunciati nei Paesi Bassi che in

altri paesi occidentali. La percentuale degli olandesi che si sentivano fedeli ad una classe

specifica era più alta della percentuale degli olandesi che sentivano di avere qualcosa in comune

con altre classi nel proprio paese. In tutti i paesi la percentuale della fedeltà nazionale era

maggiore rispetto a quella del sentimento di classe eccetto in Olanda. In breve, in Olanda, alla

vigilia degli anni ‘50 ci si sentiva più appartenenti ad una classe che ad una nazione; perfino in

Italia, dove l’unità nazionale venne raggiunta solo nel 1861, il sentimento di appartenenza

nazionale superava del 9% quello di appartenenza di classe. I problemi di classe riguardavano sia

le relazioni fra i diversi blocchi che le ripartizioni dentro i blocchi stessi. Infatti, i gruppi

socialista e liberale si erano divisi all’interno del cosiddetto blocco secolare per una differenza di

classe, ma i blocchi cattolico e calvinista avevano una composizione di classe eterogenea.

Dunque, soprattutto negli ultimi due casi, i problemi di classe dovevano essere risolti entro i

blocchi religiosi. La quadrupla divisione della società olandese si manifestava nelle rispettive

organizzazioni politiche e sociali. Ogni blocco aveva il suo proprio partito politico. I cattolici

romani crearono il partito popolare cattolico, il blocco socialista aveva il partito dei lavoratori, il

blocco liberale si riconosceva in un partito liberale (il partito popolare di libertà e democrazia), e

il blocco calvinista era rappresentato da due partiti protestanti: il partito anti-rivoluzionario e

l’unione storica cristiana 67 . Il partito popolare riceveva il supporto più forte da coloro che

appartenevano alle classi più basse. D’altra parte il partito liberale era il più rappresentato fra

l’alta borghesia. Lo status socio-economico è tuttavia solo un’approssimazione della classe

sociale piuttosto che il suo equivalente. I tre partiti religiosi non erano sostanzialmente basati

sulle differenze di classe, mentre i due partiti secolari avevano una classe di base. Altra

approssimazione della classe sociale è l’occupazione. In membri dei tre partiti religiosi

risultavano essere distribuiti in maniera abbastanza uniforme fra le diverse occupazioni. Il partito

dei lavoratori riceveva invece un forte supporto soprattutto dagli operai, ed era scarsamente

rappresentato dagli altri gruppi. I liberali ricevevano meno supporto dai colletti-blu rispetto ad

ogni altro partito, ed erano popolari soprattutto fra gli imprenditori e i lavoratori colletti

bianchi 68 . Anche l’adesione sindacale era strettamente legata all’appartenenza ad uno dei blocchi

religioso-ideologici. Il maggior sindacato era il sindacato socialista (N.V.V.). Il secondo

sindacato era quello cattolico (N.K.V.); e a seguire c’era il sindacato protestante (C.N.V.). In

aggiunta a queste tre maggiori federazioni sindacali c’era la piccola associazione sindacale

67 La differenza originaria fra questi due partiti protestanti era principalmente confessionale, ma evocava anche una

dimensione di classe. La più alta classe dei cristiani si staccò dal partito più ortodosso degli anti-rivoluzionari del

“popolo basso”, A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley

1968, p. 24.

68 Ibid., p. 30.

32


olandese (N.V.C.), ideologicamente orientata verso i liberali, che aveva molte iscrizioni soltanto

fra le più alte cariche dei dipendenti pubblici e i colletti bianchi. L’adesione sindacale era anche

strettamente legata alla preferenza di partito 69 . I membri del sindacato socialista supportavano il

partito dei lavoratori, mentre i membri del sindacato cattolico davano quasi esclusivamente

supporto al partito cattolico, così come i membri del sindacato protestante sostenevano il partito

anti-rivoluzionario e l’unione storica cristiana. Tuttavia emergeva un’eccezione, ovvero un

moderato sostegno per il partito dei lavoratori fra i membri di entrambi i sindacati, cattolico e

protestante. Il sostegno per il partito laburista da parte degli italiani intervistati per questa ricerca

dimostra questa eccezione: pur essendo cattolici e iscritti al sindacato cattolico, gli ex-operai

italiani hanno sostenuto di aver sempre votato per il partito dei lavoratori. Questo gesto dimostra

che gli italiani, tradizionalmente cattolici, avevano maturato un sentimento di classe che andava

al di là dell’identità religiosa. E’ possibile che il loro ingresso nella società olandese agli inizi

degli anni Sessanta sia stato favorito dai retaggi di questa scissione verticale. Gli italiani emigrati

in Olanda furono accolti da una società internamente divisa che offriva loro una possibile

collocazione sulla base della loro religione cattolica e dell’appartenenza di classe per via della

condizione operaia. Probabilmente fu più semplice per gli italiani inserirsi nel nuovo contesto

rispetto ad esempio ai primi emigrati di religione musulmana arrivati alcuni anni dopo, per i

quali non vi era una subcultura corrispondente nella già strutturata società olandese 70 . A

confermare questa ipotesi è il fatto che nell’Olanda divisa per colonne soprattutto le istituzioni

cattoliche si presero cura degli immigrati dei paesi dell’Europa mediterranea, tra cui gli italiani,

di tradizione cattolica. Preti e assistenti sociali pagati dalla chiesa e dalle istituzioni di

beneficenza furono i primi ad occuparsi dei lavoratori emigrati dal sud Europa. Sempre queste

istituzioni furono le prime a prendere iniziative utili per aprire delle case di ritrovo per gli italiani

e gli spagnoli arrivati in Olanda negli anni Sessanta 71 .

Ogni blocco aveva il suo proprio giornale, ma anche altri mezzi di comunicazione come la radio

e la televisione rispecchiavano le rispettive sub-culture. Il sistema delle zuilen caratterizzava

69 Come nel caso della preferenza di partito, anche la selezione di un sindacato non era una scelta completamente

libera dall’ interferenza della chiesa. Per fare un esempio, nel 1920 il sinodo della chiesa riformata dichiarò che un

membro della chiesa riformata non doveva appartenere ad un’organizzazione basata sul principio di lotta di classe,

dunque al sindacato socialista. Questa proibizione fu riaffermata dal sinodo editto agli inizi del 1950. Il partito antirivoluzionario

prese una posizione simile. Tutti gli anti-rivoluzionari avrebbero dovuto appartenere alle

organizzazioni sociali calviniste. Nel 1954 una lettera pastorale dei vescovi cattolico-romani criticava l’adesione dei

cattolici ai sindacati non cattolici e specificatamente proibiva l’affiliazione con il sindacato socialista, una

proibizione legittimata dal rifiuto da parte della corrente socialista dei santi sacramenti, Ibid., pp. 36-38.

70 L’integrazione degli immigrati musulmani nella società olandese quando il sistema di verzuiling era ancora

determinante, si dimostrò altamente problematica in quanto risultava confessionalmente “neutrale”, questo

significava che tradizionalmente i musulmani si opponevano ad ogni palese religiosità espressa dalle zuilen, P.

Arblaster, A History of the Low Countries, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2006, p. 238

71 Hans Vermeulen, Rinus Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p.131.

33


anche l’intera gamma di associazioni volontarie, culturali, ricreative, sportive, giovanili, e

caritatevoli. Con poche eccezioni, le separazioni sulla base religiosa e di classe apparivano in

tutti gli aspetti di vita organizzata. Nell’ambito dell’istruzione, nel 1957 solo il 28% degli

olandesi frequentava le scuole pubbliche mentre il 72% era nelle scuole private che

rispecchiavano i diversi blocchi. Questa divisione non si limitava alle scuole primarie 72 . A livello

universitario le scuole pubbliche erano predominanti, ma perfino nelle università pubbliche la

vita extrascolastica (ad esempio la maggior parte delle associazioni studentesche) era organizzata

separatamente sulla base di un blocco specifico. L’istruzione era di vitale importanza per la

perpetuazione del modello delle zuilen nella vita olandese. La divisione fin dalle scuole

elementari non solo separava fisicamente i bambini appartenenti a differenti blocchi, ma

inculcava loro anche differenti valori in base alle differenti credenze religiose. Le norme

enfatizzate nelle scuole elementari erano quelle della separata sub-cultura del blocco di

appartenenza piuttosto che di una cultura nazionale integrata. La storia nazionale insegnata nelle

scuole elementari era fino agli anni sessanta semplicemente il passato del paese interpretato dal

punto di vista di ogni blocco piuttosto che una vera storia nazionale sentita come un background

comunemente condiviso 73 . Questo modello sociale avrà poi delle conseguenze negative sulla

formazione di un’identità nazionale olandese. Quando la necessità di creare un’identità nazionale

forte si fece urgente, la società olandese fece pressione proprio sull’istruzione. Non è un caso che

oggi tutte le università olandesi prevedono un corso di “cultura olandese”. Altro indicatore della

forza dei confini tra i diversi blocchi sono i legami matrimoniali. Gli olandesi preferivano

contrarre matrimonio all’interno del blocco di appartenenza. Il censimento del 1960 mostra che il

94.7 % di tutti i cattolici sposati aveva un coniuge cattolico. Le percentuali per gli altri gruppi

sono solo leggermente più basse. L’ “apartheid” sociale probabilmente era più alta tra i cattolici

poiché quasi la metà di essi viveva nelle due province del sud, dove la presenza dei non-cattolici

era rara. Vi era perfino un proverbio olandese che diceva: “due fedi su un cuscino, tra loro dorme

il diavolo” 74 . Pare che questo comportamento relativo alle scelte matrimoniali abbia influenzato

anche gli immigrati italiani che si stabilirono in Olanda negli anni sessanta, la maggior parte di

loro infatti scelse una moglie di famiglia cattolica e iscrisse i propri figli ad una scuola cattolica.

72

Tra le università private c’erano due università cattoliche a Nijmegen e Tilburg, e un’università protestante ad

Amsterdam. Non c’erano università socialiste o liberali, a meno che non si consideri l’università municipale di

Amsterdam amministrata dal governo municipale di Amsterdam guidato dalla sinistra. Le università statali erano ad

Utrecht, Leyden e Groningen, cfr. R. B. Andeweg, G. A. Irwin, Governance and politics of the Netherlans, Palgrave

Macmillan, Basingstoke 2005, p. 22.

73

A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley 1968, pp. 40-

53.

74

R. B. Andeweg, G. A. Irwin, Governance and politics of the Netherlans, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2005,

p. 23.

34


In pratica, i modelli comportamentali conformi al sistema delle zuilen non erano privi di

pregiudizi o discriminazioni 75 . Quello delle zuilen da un lato si presentava come un sistema

inglobante poiché ogni blocco rappresentava un fattore identitario per quelli che ne faceva parte,

dall’altro lato era escludente, poiché i confini tra i vari blocchi non favorivano l’interazione tra

chi stava dentro e chi stava fuori. Secondo il politologo olandese Arend Lijphart questa

discriminazione era spesso involontaria e perfino inconscia; essa poteva essere semplicemente il

riflesso di un modo di vivere, muoversi, e comunicare nel mondo della propria sub-cultura

strettamente delimitato. Secondo una interpretazione marxista il verzuiling fu una strategia

adottata dall’elitè per rafforzare la propria posizione. La suddivisione della società in colonne

consentiva quindi una forma di controllo sociale da parte delle classi dirigenti per scongiurare

l’emergere di un movimento della classe operaia. In supporto a questa tesi c’è il fatto che molte

organizzazioni religiose si formarono soltanto dopo il decollo dell’industrializzazione. Nel caso

delle unioni sindacali è evidente che le organizzazioni religiose venivano formate principalmente

per contrastare i sindacati socialisti 76 . Interessante sarebbe stato vedere dove si sarebbero inseriti

gli immigrati che arrivarono successivamente in Olanda, se questo sistema strutturale fosse

durato più a lungo. Quando negli anni Sessanta arrivarono gli immigrati italiani il sistema delle

zuilen era già in crisi per via del processo di secolarizzazione determinato dalla crescita

economica del Paese. Infatti, dopo il 1950 l’Olanda condivise la notevole crescita e prosperità

economica dell’Europa occidentale che spinse gli olandesi ad avere una maggiore fiducia nella

nazione. Questo diffuso ottimismo portò ad un notevole declino dell’interesse per l’emigrazione

da parte dei cittadini olandesi. Nel 1948 un terzo della popolazione olandese voleva lasciare

l’Olanda per costruirsi un nuovo futuro all’estero; nel 1962 solo il 12% esprimeva un simile

interesse 77 . Dalla metà del ventesimo secolo iniziarono a decrescere le ineguaglianze

economiche tra le diverse classi sociali. Ogni gruppo religioso iniziò contenere un sostanziale

numero di lavoratori operai e di appartenenti alla classe media. Negli anni Cinquanta il partito

dei lavoratori e il partito cattolico erano i maggiori antagonisti. Nel 1956 i vescovi della chiesa

cattolica romana emanarono un’ingiunzione rivolta a tutti i cattolici, contro le adesioni al

sindacato socialista, la lettura di giornali e l’ascolto di programmi radio socialisti, e la

partecipazione ad incontri organizzati da socialisti. Nel 1965, undici anni più tardi, la proibizione

venne rimossa. La decisione fu come una risposta alla crescente moderazione socialista, ma

75 Particolare è stata la posizione sociale del blocco cattolico-romano. Per secoli i cattolici furono soggetti ad una

sistematica discriminazione, e, in particolare, erano esclusi da tutti i posti di lavoro governativi. Sotto la repubblica

(1581-1795) essi non potevano praticare pubblicamente la loro religione, e le due province a predominanza

cattolica, Brabant e Limburg, erano controllate da un governo centrale come territori conquistati. cfr. Ibid., p. 18.

76 Cfr. Ibid., p. 32.

77 A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley 1968, p. 95.

35


appresentò anche la maggiore liberalizzazione da parte dei cattolici; il movimento socialista

postbellico era stato solo religiosamente neutrale e mai deliberatamente anticlericale. La

scissione divenne meno netta non solo fra le forze religiose e quelle socialiste e liberali, ma

anche fra cattolici e calvinisti. Secondo un sondaggio tenuto nel 1964, l’opinione pubblica

preferiva l’istituzione di un singolo partito protestante unificato o di una unione democratico-

cristiana che includesse entrambi, cattolici e protestanti. La crescita dell’urbanizzazione fu

inoltre accompagnata da una crescita dei contatti e della comunicazione all’interno dei blocchi;

infatti il sondaggio registrò una diffusione dei matrimoni fra membri dello stesso blocco ma

appartenenti a classi sociali diverse 78 . Negli anni Sessanta si ebbe un radicale cambiamento della

società olandese a causa della stretta relazione tra la perdita della fede religiosa e

l’individualismo affermatosi per le migliori condizioni di vita raggiunte. Dalla fine del 1940 alla

metà del 1970 una serie di provvedimenti determinarono una situazione economica di prosperità

e benessere e favorirono l’emancipazione sociale. Per l’Olanda, dal 1965 l’industria e il settore

dei servizi diventarono la più importante fonte di occupazione e di entrata, mentre declinò il

settore agricolo. I sindacati raggiunsero il vertice del loro potere, ottenendo una serie di benefici

per i loro membri. La crescita dei salari e un reddito minimo garantito portarono ad un consumo

di massa di beni durevoli come frigoriferi, automobili, televisioni ecc 79 . Gli italiani emigrati in

Olanda negli anni Sessanta si inserirono con le rispettive mogli olandesi in questo nuovo

panorama sociale e culturale, godendo dei privilegi apportati dal processo di secolarizzazione

alle classi meno abbienti. La modernizzazione in Olanda ebbe i suoi effetti sulla vita quotidiana

delle persone, e portò ad uno stravolgimento della sfera pubblica e privata. In questa fase di

“miracolo economico”, generalmente datato tra il 1948 e il 1973, l’emancipazione individuale fu

affiancata da un maggiore controllo tecnologico e da una maggiore partecipazione ai livelli di

istruzione superiore. La società divenne più individualista e meno subordinata alle norme e ai

valori collettivi. Ci fu un graduale distacco degli olandesi dalla loro patria, conosciuto come

processo di “de-territorializzazione” o di mobilità sociale, fisica e culturale. Il consumo di massa

di beni di lunga durata, come macchine e televisori, contribuì a questa mobilità sociale. Cambiò

la vita familiare, come anche le attività del tempo libero 80 . La prosperità economica e

l’individualismo furono strettamente correlati. Ciò non significa che la prosperità in sé abbia

portato ad una maggiore indipendenza delle persone, essa non istigò direttamente la gente a

rifiutare la religione, ma le maggiori disponibilità economiche portarono la gente ad essere più

78

Ibid., pp. 183-191.

79

Cfr. P. Arblaster, A History of the Low Countries, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2006, pp. 236-238.

80

Cfr. Cornelis J. M. Schuyt, Eduard Robert Marie Taverne, 1950: prosperity and welfare. Dutch culture in a

European perspective, Royal Van Gorcum, Assen 2004, pp. 48-50.

36


critica e suscettibile nel prendere le proprie decisioni. Per cui, attraverso la prosperità,

indirettamente, gran parte degli olandesi, soprattutto la classe operaia, divenne più consapevole

della propria posizione e di conseguenza più capace di emanciparsi. L’emancipazione si verificò

a livello collettivo, ma la prosperità e la crescita dei consumi determinarono un’esistenza vissuta

in maniera più individualista. L’attuale società olandese fortemente individualista è infatti il

risultato di un riuscito processo di emancipazione collettiva. Dopo queste trasformazioni i gruppi

legati al sistema delle zuilen iniziarono a sfaldarsi. 81 Tuttavia non si arrivò mai ad una ribellione

o lotta di classe, il cambiamento socio-economico olandese si realizzò sotto le direttive di un

governo fortemente centralizzato. Dopo il 1945 la stretta cooperazione tra governo, sindacati e

datori di lavoro portò ad una continua crescita economica del paese e ad un basso livello di

conflitto socio-economico. Questo può essere dimostrato dalle statistiche sull’intensità degli

scioperi che registrano un livello molto basso per Olanda. 82 . In questo nuovo scenario

economico-sociale venne posto in primo piano l’elemento del consenso. Per la società olandese è

stato sempre importante preservare il sistema esistente. Già al tempo del verzuiling ogni blocco

cercava di difendere e promuovere il proprio interesse, ma solo dentro i confini di un sistema

totale e senza la minaccia di separazione o guerra civile. Il più importante fattore di consenso era

il nazionalismo olandese. Dagli anni Sessanta in poi la politica olandese si è impegnata per

raggiungere un obiettivo: la costruzione di un sentimento di appartenenza ad una nazione

superiore a quello di appartenenza al blocco religioso. Per il governo olandese, l’antecedenza

storica comprova la possibilità di rafforzare lo spirito patriottico. Il sentimento nazionalista può

esser fatto risalire alla lotta per l’indipendenza contro la corona spagnola, alla fine del

sedicesimo secolo. Anche i cattolici, i calvinisti e le sub-culture del blocco secolare iniziarono ad

organizzarsi in questo periodo, ma i blocchi divennero accuratamente strutturati solo nel

diciannovesimo secolo. Dunque, il nazionalismo e lo stato-nazione hanno preceduto di quasi tre

secoli l’enfatizzazione della differenziazione organizzativa attraverso le varie sub-culture. Il

patriottismo è stato rafforzato da simboli nazionali. Il più importante simbolo di unità nazionale è

la monarchia, o meglio la casa d’Orange. I poteri politici della monarchia sono diventati

strettamente circoscritti, oggi il loro ruolo principale è un ruolo simbolico. Confini linguistici fra

gli olandesi e i frisoni del Nord dimostrano che esistono ancora delle diversità interne. Tuttavia i

Paesi Bassi hanno realizzato sempre di più quella che Arend Lijphart ha definito “the politics of

accomodation”, ovvero una politica del compromesso, attenta a risolvere i problemi e le divisioni

interne attraverso soluzioni pragmatiche volte ad accrescere il consenso. Questo tipo di politica è

81 Ibid., pp. 245-246.

82 Cfr. J. Luiten van Zanden, The economic history of the Netherlands, 1914-1995: a small open economy in the

‘long’ twentieth, Routledge, London 1998, p.14.

37


effettivamente realizzabile perché anche se il sentimento nazionale olandese non è molto forte, è

sostenuto da un atteggiamento ampiamente diffuso volto a mantenere il sistema esistente ed

evitare che possa disintegrarsi 83 . Essendo oggi una società multiculturale, l’Olanda

probabilmente sente ancora di più il bisogno di creare un’identità nazionale forte che tenga unito

il paese. Questo può essere spiegato col fatto che generalmente gli immigrati provenienti da

molteplici realtà portano con sé proprie abitudini, stili di vita e tradizioni che costituiscono una

ricchezza per il paese che li ospita; ma che, al tempo stesso, possono rappresentare una minaccia

per l’identità nazionale originale. Di fronte alla crescente multietnicità è probabile che l’Olanda

abbia avvertito la necessità di difendersi. Questa esigenza è sentita soprattutto dal momento in

cui non vi è più una religione specifica che leghi il paese con la sua posizione di monopolio 84 . La

nazione sente dunque il bisogno di qualcosa che la unisca, e l’elemento che soddisfa meglio

questa necessità è, ancora una volta, la corona. Ogni anno gli olandesi celebrano il compleanno

della regina madre, Juliana d’Orange, il 30 aprile. Per la nazione questo evento rappresenta la

celebrazione degli olandesi come popolo libero dopo la guerra degli ottant’anni (1568-1648). E’

una festa nazionale che coinvolge tutto il paese, e in cui il costituzionalismo e l’identità

nazionale sono inseparabilmente legati.

1.2.2 Un Paese multi-etnico

Ci sono immagini e opinioni varie sulla storia dei Paesi Bassi come paese di immigrazione.

L’idea più diffusa è che la nazione olandese tradizionalmente è sempre stata un’isola di rispetto e

tolleranza culturale. D’altra parte però sembra che l’Olanda stia affrontando sempre più il

fenomeno dell’immigrazione come un problema, questo perché dal secondo dopoguerra il paese

si è trovato di fronte a flussi di immigrazione che non hanno precedenti storici. Abbiamo quindi

due immagini, di una tradizione di tolleranza e dell’unicità della grande immigrazione post-

bellica. Queste immagini, nonostante siano ormai stilizzate, contengono in sé dei fondamenti di

verità storica. Gli elementi su cui si basa la politica della tolleranza si trovano già nella

costituzione della seconda metà dell’Ottocento. Il padre della riforma costituzionale del 1848,

Johan Rudolph Thorbecke, apportò cambiamenti significativi, opponendo ad una nazione basata

su divisioni sociali un progetto di decentralizzazione e democrazia rappresentativa. L’articolo

83

Cfr. A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley 1968,

p.103.

84

Secondo alcune inchieste, nell’Olanda di oggi il 43% dei cittadini non si identifica in nessuna religione.

Solamente il 40% dice di partecipare alle funzioni religiose una volta al mese, mentre il 30% degli olandesi dichiara

di non crede in Dio, cfr. Jan W. Sap, The Netherlands Constitution 1848-1998. Historical Reflections, Lemma,

Utrecht 2000, p. 123.

38


165 della costituzione del 1848 garantiva rispettabilità a tutte le denominazioni religiose 85 .

Similmente, il fatto di presentare il flusso dell’immigrazione post-bellica come unico nella sua

ampiezza, è vero se questa immigrazione è confrontata con quella degli anni precedenti che

vanno dal 1850 al 1950 86 . L’opinione diffusa sulla tolleranza degli olandesi nei confronti delle

minoranze, ha fatto sì che i Paesi Bassi diventassero una meta privilegiata per i flussi migratori

di ogni epoca. Durante la prima guerra mondiale l’Olanda accolse sfollati soprattutto dall’Europa

dell’Est, molti orfani austro-ungarici, e un piccolo numero di rifugiati russi. Nel 1920 il continuo

anti-semitismo nell’Est-Europa portò in Olanda circa diecimila rifugiati ebrei. A causa

dell’occupazione tedesca del Belgio anche un ampio numero di belgi fuggì nei Paesi Bassi. In

più c’erano gli intellettuali e gli artisti perseguitati, e i rifugiati politici, soprattutto socialisti e

comunisti, ma anche i cattolici oppositori del regime nazista 87 . Oltre che per la sua relativa

tolleranza religiosa e politica, l’Olanda è stata per molti secoli una terra attraente anche a causa

della sua relativa ricchezza economica. Dal diciassettesimo alla fine del diciannovesimo secolo

fu interessata da migrazioni di tipo stagionale. Circa ventimila lavoratori ogni anno viaggiavano

avanti e indietro fra le aree povere dell’interno e le ricche regioni della costa. Le aree più

attrattive per i lavoratori stagionali erano le province di Zeeland, Holland, la parte occidentale

della regione di Utrecht, e le aree ricche di argilla e di torba delle province settentrionali. Dopo il

1870 la nascita delle industrie nei dintorni delle tradizionali aree di attrazione per i lavoratori

migranti offrì loro sempre più l’opportunità di un lavoro permanente piuttosto che stagionale.

Intorno al 1900 si verificò la grande transizione da una migrazione stagionale, impiegata

principalmente nell’agricoltura e nei lavori infrastrutturali, ad una migrazione permanente, di

lavoratori occupati nelle fabbriche. Nei primi del ‘900 lo sviluppo dell’industria mineraria nel

sud dell’Olanda, precisamente nell’area del Limburgo, aumentò rapidamente. Tuttavia le

compagnie minerarie non riuscirono a trovare sufficiente forza-lavoro locale qualificata, spesso a

causa della cattiva immagine diffusa sul lavoro sotterraneo in quanto sporco e pericoloso.

Inizialmente vennero reclutati lavoratori dal vicino Belgio e dalla Germania, successivamente

furono assunti migliaia di minatori italiani, polacchi e sloveni. Nel corso degli anni 30 la crisi

economica mondiale colpì anche l’industria mineraria, la quale rispose con la meccanizzazione e

85 Già l’articolo 13 dell’Unione di Utrecht (1579) recitava: “ogni persona deve essere libera di professare la sua

religione, nessuna persona può arrestare o investigare un’altra sulla base della sua religione”. Oggi l’articolo 1 della

costituzione olandese stabilisce che: “tutte le persone in Olanda devono essere trattate ugualmente in uguali

circostanze. Non è ammessa la discriminazione sulle basi della religione, credenza, opinione politica, razza, sesso o

su ogni altra base di qualsiasi tipo”, J. Sap, The Netherlands Constitution 1848-1998. Historical Reflections,

Lemma, Utrecht 2000, pp. 19-34.

86 Cfr. J. Lucassen, R. Penninx, Newcomers: immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997

87 Ibid., pp. 36-38.

39


la razionalizzazione, riducendo il numero dei lavoratori. I primi ad essere colpiti dall’ondata dei

licenziamenti furono proprio i lavoratori stranieri. I costi di assunzione per i lavoratori stranieri

furono resi superiori a quelli necessari per i lavoratori locali. Le compagnie minerarie

prevedevano dei corsi di formazione per i lavoratori stranieri che non avevano mai avuto

esperienza in miniera, i quali richiedevano ulteriori costi di traduzione nella lingua nativa dei

migranti. Altro svantaggio era costituito dai tempi di assunzione piuttosto lunghi, infatti, dalla

domanda di assunzione all’arrivo dei lavoratori stranieri potevano passare anche due mesi. Per

queste ragioni, soltanto quando l’offerta di manodopera locale era insufficiente, le compagnie

minerarie ricorrevano alla manodopera straniera. Solo dopo la seconda guerra mondiale il

fenomeno della migrazione della forza lavoro interessò di nuovo le miniere del Limburgo, le

quali dal 1949 cominciarono a reclutare nuovamente lavoratori italiani. Dopo la crisi del carbone

del 1958, molti olandesi del Limburgo persero fiducia nelle opportunità di impiego future

garantite dalle miniere. Soprattutto i giovani minatori preferirono essere impiegati in altri settori.

Molti di loro si trasferirono in Germania dove i salari erano del 35 per cento superiori a quelli

olandesi. La qualità dei lavoratori nelle miniere diminuì a causa della partenza dei più giovani e

dell’invecchiamento della forza lavoro rimasta disponibile. Di fronte a questi problemi le

compagnie minerarie olandesi reclutarono un notevole numero di stranieri tra il 1961 e il 1965.

A dicembre del 1965 il governo olandese annunciò la graduale chiusura delle miniere, che si

concluse nove anni dopo, nel 1974 quando venne spianata l’ultima miniera di carbone 88 .

Soprattutto durante il periodo della ricostruzione nel secondo dopoguerra l’Olanda diventò uno

dei paesi più ricchi dell’Europa occidentale. Si è già visto nel precedente paragrafo che dalla

liberalizzazione degli anni ‘50 fino alla crisi petrolifera del 1973 l’Olanda attraversò un periodo

di stabile crescita economica. Durante gli anni sessanta l’economia olandese fu quasi

costantemente in uno stato di “sovraoccupazione” con un eccesso di offerta di lavoro. La crescita

delle esportazioni dovuta ai bassi salari, e l’aumento degli investimenti sia pubblici che privati

sulle industrie, portarono ad una espansione economica che fece parlare di un secondo

“eldorado”, dopo quello del XVII secolo 89 . Gli immigrati che arrivarono in questo periodo erano

designati con diversi termini: rimpatriati per quelli che non potevano o non volevano restare

nella nuova Indonesia indipendente; la maggior parte di loro, tuttavia, non era mai stata in

“patria” prima, o in ogni caso non era nata lì. Gli immigrati dal Suriname e dalle Antille olandesi

(Indie occidentali) erano chiamati “rijksgenoten” (“concittadini” delle parti d’oltremare del

88

cfr. S. Langeweg , L. Roels , Foreign labour in the coalmines of Liège and Dutch Limburg in the twentieth

century: a comparison, Lisbona 2008.

89

Cfr. J. L. van Zanden, The economic history of the Netherlands, 1914-1995: a small open economy in the ‘long’

twentieth, Routledge, London 1998, pp. 134-135.

40


egno d’Olanda), e venivano considerati un fatto di migrazione interna. Gli altri, tra cui gli

italiani, erano contrassegnati dal termine gastarbeiders (lavoratori ospiti), adottato dal tedesco

gastarbeiter, che stava a sottolineare il fatto che erano lì solamente per un breve periodo. Si

trattava di manodopera temporanea giovanile maschile che arrivava principalmente dai paesi

mediterranei 90 . Il cambiamento politico realizzato con l’unificazione dell’Europa 91 fu un fatto

significativo per questo tipo di emigrazione. Dal 1968 venne garantito il libero spostamento non

solo di capitale e di beni, ma anche di forza-lavoro all’interno della Comunità Economica

Europea, venendosi a creare così un’ampia area geografica entro la quale i cittadini CEE, tra cui

gli italiani, potevano migrare e lavorare senza restrizioni di legge 92 . Altro tipo di emigrazione è

stata quella dei rifugiati politici (inglesi, americani, canadesi, polacchi) arrivati in Olanda

durante la seconda guerra mondiale, a causa degli sconvolgimenti politici del proprio paese. Per

ragioni simili, si aggiunsero diverse centinaia di ungheresi, cechi, baltici e russi. Nel 1972-1973

circa trecento rifugiati ugandesi di origine asiatica arrivarono in Olanda. Fra il 1973 e il 1979

vennero inoltre ospitati più di mille rifugiati cileni. Rilevante fu anche la presenza di sudditi

portoghesi fuggiti alle guerre coloniali all’inizio del 1960, e dei cittadini fuggiti dalle dittature

europee, quella dei colonnelli in Grecia e quelle di Franco e Salazar nella penisola iberica 93 .

Molti di loro entravano in Olanda non come rifugiati ma come “lavoratori ospiti”, dal momento

che, ottenuto un permesso di lavoro potevano avere un permesso di soggiorno. Dopo il 1974

questa possibilità venne bloccata da una politica di ammissione più restrittiva. Le nuove misure

restrittive furono una risposta alla crisi economica degli anni Settanta e alla crescita continua del

numero di immigrati. L’inflazione e la disoccupazione aggravarono i problemi dovuti al declino

delle industrie di lunga tradizione. Infine, si registrò un altro cambiamento nella migrazione della

forza lavoro dai paesi del Mediterraneo 94 . Dall’emigrazione di uomini soli in cerca di

90 Cfr. J. Lucassen, R. Penninx, Newcomers: immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p. 11.

91 La Comunità economica europea (CEE) nacque nel 1958; i sei paesi fondatori furono: Italia, Francia, Germania,

Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi.

92 Già nel corso del diciannovesimo secolo, con il rafforzarsi dell’ideale dello stato-nazione, era prevista una chiara

distinzione tra cittadini e stranieri. In seguito alla costruzione di confini geografici nazionali, ogni individuo è

considerato essere cittadino di un singolo stato in cui egli gode di pieni diritti; ma fuori da quel paese egli è

considerato uno straniero, per il quale è previsto un altro sistema di leggi. La tradizionale distinzione fra cittadini e

stranieri è stata ulteriormente complicata dall’unificazione economica e politica della Comunità Europea. I cittadini

dei paesi dell’attuale Unione Europea hanno acquistato sempre più diritti, come il diritto di cercare lavoro in altri

stati-membri UE. Di conseguenza, nella divisione originale fra cittadini e stranieri è stata inserita una nuova

categoria consistente di cittadini di altri stati membri dell’UE. Ne è derivata una gerarchia con tre categorie di

cittadini in relazione a diritti, doveri, e possibilità di accesso: cittadini del proprio paese, cittadini EU, e “cittadini di

paesi terzi” (non UE), cfr. Benedict Anderson, Comunità immaginate: origini e diffusione dei nazionalismi,

Manifestolibri, Roma 1996.

93 Cfr. J. Lucassen, R. Penninx, Newcomers: immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p. 46.

94 Cfr. P. Arblaster, A History of the Low Countries, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2006, p. 239.

41


un’occupazione temporanea si passò al trasferimento permanente di interi nuclei familiari che

raggiunsero un picco nel 1980. Il numero dei rimpatri tra gli stranieri giunti in Olanda dimin

drasticamente, soprattutto tra i lavoratori emigrati da Turchia e Marocco. Con la cessazione del

reclutamento industriale dopo la crisi petrolifera del 1973, questi emigrati diventarono molto più

visibili. Molto presto i turchi e i marocchini superarono come numero gli altri gruppi di

lavoratori migranti. Per comprendere questa evoluzione bisognerebbe guardare ai differenti

sviluppi economici dei paesi d’origine: mentre il livello di prosperità stava crescendo in Italia,

Spagna, Grecia e Portogallo, e questi stessi paesi stavano diventando paesi di immigrazione,

l’arretratezza economica e la pressione demografica in Turchia e nei paesi del Nord Africa

continuarono a farsi sentire ancora per un lungo periodo 95 (si veda la tabella 1.11).

Tabella 1.11 Immigrati nei Paesi Passi per paese di provenienza, 1900-2008*

1900 1910 1920 1930 1940 1950 1960 1970 1980 1990 2000 2007 2008

Anno

Nazionalità

America . 0.5 . . . . 4.2 7.4 10.7 10.5 14.1 14.6 14.5

Belgio 14.9 18.3 . . . . 20.2 20.2 23.0 23.3 25.4 26.0 26.2

Gran

Bretagna

1.3 2.1 . . . . 5.7 9.8 35.4 37.5 39.5 40.3 40.2

Germania 31.9 37.5 . . . . 25.4 31.3 42.7 41.8 54.3 60.2 62.4

Italia 0.2 0.4 . . . . 5.2 16.3 20.9 16.7 17.9 18.6 19.0

Marocco . . . . . . 0.1 17.4 71.8 148.0 119.7 80.5 74.9

Spagna . . . . . . 0.3 22.6 23.5 17.4 16.9 16.5 16.5

Turchia . 0.1 . . . . 0.1 23.6 119.6 191.5 100.7 96.8 93.7

Ex-

Yugoslavia

. . . . . . 0.9 4.3 13.7 12.8 15.6 10.0 9.6

Altri Paesi 4.7 11.1 . . . . 44.9 59.2 112.1 142.4 247.4 318.4 331.4

Totale

stranieri

53.0 70.0 . . . . 107.0 212.1 473.4 641.9 651.5 681.9 688.4

Fonte: Centraal Bureau voor de Statistiek (Ufficio Centrale di Statistica) http://statline.cbs.nl

* (Il valore assoluto è dato dalla cifra riportata moltiplicata per 1,000)

1.3 Il caso degli italiani in Olanda

1.3.1 Una comunità eterogenea

Diversamente dall’Italia, l’Olanda è tradizionalmente un paese di “immigrazione” più che di

emigrazione. Si è già visto nei paragrafi precedenti come nella seconda metà del ventesimo

secolo il Paese è stato interessato da concentrazioni altamente visibili di “lavoratori ospiti” dai

paesi del Mediterraneo. Gli italiani furono il primo ampio gruppo di guestarbeiders arrivati in

Olanda nel secondo dopoguerra. Ma l’emigrazione italiana verso i Paesi Bassi iniziò molto

95 J. L. van Zanden, The economic history of the Netherlands, 1914-1995: a small open economy in the ‘long’

twentieth, Routledge, London 1998, pp. 58-61.

42


prima. Già dalla fine dell’Ottocento, spazzacamini, stuccatori, terrazzieri, commercianti e gelatai

provenienti dal centro e dal nord Italia si erano stanziati in Olanda (si veda la tabella 1.13).

Grazie alla loro attività in piccole imprese familiari, molti di questi primi immigrati italiani,

nell’arco di due o tre generazioni raggiunsero un certo livello di prosperità. Queste piccole

imprese italiane a conduzione familiare generarono delle vere e proprie catene migratorie,

reclutando giovani lavoratori da paesi del nord Italia per lavorare come garzoni, venditori

ambulanti o assistenti nell’impresa di un familiare o di un compaesano in Olanda. Prima della

grande guerra diversi gruppi di italiani entrarono in contatto fra loro per ragioni lavorative. I figli

dei terrazzieri a volte lavoravano nelle imprese dei gelatai, per questo poi finivano per fare i

gelatai. Tuttavia non esisteva una comunità omogenea costituita sulla base della nazionalità

perché i motivi economici che generarono l’emigrazione non li portò a lavorare nello stesso

luogo o nello stesso settore; questa situazione non favorì i contatti tra i vari gruppi professionali

provenienti dallo stesso Paese di emigrazione 96 . Ad esempio, nella provincia meridionale del

Limburgo, negli anni venti erano rari i contatti fra i terrazzieri italiani e gli italiani che

lavoravano nelle miniere. I primi “lavoratori ospiti” italiani arrivati nel Limburgo per lavorare

nelle miniere di carbone vivevano in diverse zone situate nella parte meridionale della

provincia 97 . Alla fine del 1930 nelle miniere olandesi vennero registrati 216 lavoratori italiani.

Dopo la crisi degli anni trenta e dopo la guerra, molti italiani tornarono nel paese di origine (si

veda la tabella 1.14). Nel secondo dopoguerra l’Olanda si trovò nuovamente di fronte ad una

notevole scarsità di manodopera giovane e valida, falcidiata dalla guerra. Il Paese fu quindi

costretto ad importare lavoratori stranieri per sopperire alla carenza di manodopera interna. Fu

così che negli anni cinquanta furono reclutati in Italia lavoratori destinati principalmente

all’edilizia e al lavoro in miniera, e più tardi all’industria metallurgica e tessile. Dopo la seconda

guerra mondiale circa settecento giovani italiani provenienti dalla regione alpina arrivarono in

Limburgo sotto un accordo di reclutamento speciale stipulato per l’industria mineraria. Nel 1956

circa altri duemila lavoratori italiani arrivarono in Olanda, soprattutto dalla Sardegna. Nel 1958

gli italiani divennero il gruppo di lavoratori stranieri più numeroso nelle miniere olandesi (con

1.245 unità costituivano il 35,2% di tutti i minatori stranieri) 98 . Tuttavia, il turnover fra questi

italiani era molto elevato, motivo principale per cui il loro numero è decresciuto molto negli anni

sessanta. Altra ragione per cui diminuì l’emigrazione italiana verso il Limburgo olandese fu la

crescente consapevolezza dei rischi e dei danni provocati dal lavoro in miniera. La tragedia di

96 Non si emigrava soltanto per una ragione economica, c’era anche chi si trasferiva in Olanda non perché era in

cerca di lavoro ma perché aveva stretto una relazione con una donna olandese conosciuta in Italia.

97 Cfr. H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p.126.

98 S. Langeweg , L. Roels , Foreign labour in the coalmines of Liège and Dutch Limburg in the twentieth century: a

comparison, Lisbona 2008, p. 14.

43


Marcinelle, la miniera di carbone dove un’esplosione di gas grisou causò la morte di 136 italiani

nel 1956, segnò la fine dell'emigrazione italiana verso le zone minerarie 99 . L’abbandono delle

destinazioni minerarie in seguito a quell’episodio rimanda però a motivi più generali. Dalla

seconda metà degli anni Cinquanta, nuove possibilità di impiego vennero offerte ai lavoratori

italiani in altre zone rispetto a quelle tradizionali. La tragedia di Marcinelle avvenne proprio

quando per gli immigrati italiani si aprirono nuove possibilità di occupazione nei servizi,

nell’edilizia e nell’industria. Nell’Olanda settentrionale il mercato del lavoro in quegli anni

offriva nuove e più articolate possibilità di lavoro. La chiusura delle miniere provocò quindi la

diaspora degli Italiani, che si stabilirono soprattutto nel Nord e nell’Est del Paese per lavorare

nella cantieristica navale, nell’industria tessile o metalmeccanica, e nell’edilizia. All’interno del

nuovo mercato del lavoro, i Paesi Bassi, come altri paesi europei (specialmente Svizzera e

Germania), avevano bisogno di ricorrere alla manodopera straniera, e l’Italia come paese di

emigrazione era in una situazione privilegiata essendo l’unico paese con un’eccedenza

significativa di manodopera all’interno della Comunità Economica Europea 100 . Nel 1960 il

governo olandese firmò un accordo di lavoro con l’Italia e agì come mediatore nel reclutamento.

L’accordo prevedeva una selezione dei lavoratori italiani, da parte una commissione olandese

sulla base di alcuni parametri quali lo stato di salute, la fedina penale, lo stato civile, e

l’orientamento politico. Nel capitolo successivo verrà spiegato quali logiche sottendevano questi

criteri selettivi. L’affermarsi di un modello di sviluppo di tipo fordista-taylorista permise

l’utilizzazione su vasta scala di operai senza nessuna forma di socializzazione industriale

precedente e senza grandi esperienze di lavoro industriale. Intenzione dei governanti olandesi era

quella di utilizzare questo personale per il tempo che si fosse rivelato necessario alla

ristabilizzazione del sistema socio-economico del Paese. Questo stato di “provvisorietà” era tra

l’altro, l’obiettivo degli stessi lavoratori italiani i quali, dopo alcuni anni di lavoro sarebbero

voluti tornare in Italia. Per molti di loro questa “illusione” si protrasse per tutti gli anni 60, finché

non si sistemarono in loco dopo aver contratto matrimoni misti con donne olandesi. Le catene

migratorie ebbero un ruolo molto marginale in questo nuovo flusso di emigrazione. Gli

imprenditori italiani emigrati prima della guerra e rimasti in Olanda sovente servirono alle

autorità olandesi come interpreti nei tribunali o nelle stazioni di polizia. Tuttavia gli italiani

arrivati prima della guerra non entrarono mai in stretto contatto con i lavoratori ospiti del periodo

post-bellico, soprattutto a causa delle differenti regioni di provenienza, ma anche delle diverse

99 Antonio Golini e Flavia Amato, Uno sguardo a un secolo e mezzo di emigrazione italiana in “Storia

dell’emigrazione italiana”, Donzelli, Roma 2001, p. 54.

100 La Cee entrò in vigore nel 1958 con i sei stati fondatori: Italia, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi

Bassi.

44


zone di reclutamento sul territorio olandese. La maggior parte degli italiani emigrati negli anni

Sessanta proveniva dal sud e dalle isole, accomunati da un basso livello di istruzione e di

qualificazione professionale: scuola elementare e impieghi con mansioni non qualificate o poco

specializzate, prevalentemente nel settore agricolo. Invece, la minoranza proveniente dal nord

Italia possedeva un livello d’istruzione più alto 101 . In genere le città hanno attirato più migranti

rispetto alle aree rurali. In particolare le grandi città dell’Olanda occidentale sono state forti

magneti in confronto al resto del paese, soprattutto negli anni 50 e 60, per le maggiori possibilità

di lavoro offerte nel settore metalmeccanico da grandi compagnie industriali come la

Nederlandse Kabelfabriek (NKF) di Delft, la Hoogovens e la Droogdok Maatschappij

(compagnia navale) di Amsterdam, o l’acciaieria Demka di Utrecht. Dopo la crisi petrolifera,

nel 1974, il governo olandese annunciò la decurtazione della migrazione dei lavoratori e

introdusse un “bonus per il rimpatrio”. Molti italiani tornarono in Italia, tranne quelli che

avevano sposato donne olandesi, che si stabilirono in Olanda. E’ su quest’ultimo gruppo di

immigrati che si sofferma questa ricerca. Gran parte degli italiani, arrivati come gastarbeiders e

poi stabilitisi definitivamente in Olanda, cambiarono lavoro per via della crisi delle industrie

post-fordiste negli anni Settanta. Si vedrà come l’attività lavorativa sia stata il canale

fondamentale attraverso cui realizzare un percorso di ascesa sociale (che sovente fu il risultato

dell’imprenditorialità) e di integrazione nel territorio olandese.

1.3.2 Alcune riflessioni sull’emigrazione di ritorno

Come è stato già detto nel paragrafo precedente, l’emigrazione italiana in Olanda negli anni

Sessanta fu prevalentemente maschile e a carattere temporaneo. Il fatto che molti emigrati

italiani fossero rientrati in patria potrebbe far pensare all’esistenza di un profondo attaccamento

ai modelli tradizionali e rispetto per i valori familiari. In realtà lo stereotipo “familista” viene

smontato dal fatto che il sud Italia, da cui proveniva la maggior parte di loro, non avrebbe offerto

agli emigrati rientrati alcuna possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. L’emigrazione di

ritorno ha quindi interessato soltanto coloro che in Italia disponevano di qualche risorsa su cui

poter ripiegare. L’ idea che gli italiani fossero legati alla famiglia d’origine più di altri emigrati

viene meno anche se si confronta il numero degli italiani rimpatriati con quello degli emigrati

rientrati in altri paesi del sud Europa. Nella seconda metà degli anni Sessanta, le fabbriche

olandesi cominciarono a reclutare anche greci, spagnoli, ungheresi, polacchi, portoghesi e

yugoslavi. Dopo la crisi industriale e petrolifera la maggior parte degli emigrati del sud Europa

tornò nel proprio paese di origine. Da alcuni studi condotti da Hans Vermeulen e Rinus Penninx

101 H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, pp. 127-131.

45


sui lavoratori emigrati, risulta che gli italiani più degli altri si stabilirono nel territorio olandese

perché sposarono donne olandesi. Secondo le stime relative alla fine degli anni Sessanta circa la

metà degli italiani arrivati in Olanda aveva una moglie olandese. Da indagini più recenti risulta

che l’ottanta per cento degli italiani di prima generazione presenti sul territorio olandese ha una

moglie olandese. I matrimoni misti si verificarono anche fra gli altri gruppi di sud europei, ma in

misura minore. Tra il venti e il trenta per cento dei Greci, yugoslavi, e spagnoli risulta avere una

moglie olandese. Mentre i lavoratori migranti portoghesi sembrano poco inclini a sposare donne

olandesi 102 . I matrimoni misti quindi determinarono l’esito delle migrazioni di ritorno,

influenzando le scelte di molti emigrati, soprattutto italiani, che si stabilirono definitivamente in

Olanda. Le ragioni di questo diverso atteggiamento da parte dei diversi gruppi di migranti in

parte risalgono alle condizioni socio-economiche del paese di origine. Dagli anni cinquanta

anche i paesi del sud Europa si avviarono verso un processo di ammodernamento che favorì il

ritorno degli emigrati. In Italia però ciò non fu sufficiente a cancellare il divario fra nord e sud

del Paese. Il processo di modernizzazione e di ascesa economica arrivò in ritardo nel meridione,

zona da cui proveniva la maggior parte degli italiani emigrati in Olanda. Probabilmente questa fu

la ragione principale per la quale molti italiani preferirono restare in Olanda, nonostante la crisi

industriale, anziché tornare al paese di origine dove comunque non avrebbero avuto la certezza

di un impiego lavorativo. Minore sarebbe stata l’incidenza della “mentalità” degli emigrati sui

flussi di rientro, come invece potrebbe risultare da una interpretazione superficiale e poco

contestuale dei fatti. L’Olanda garantiva agli italiani un tenore di vita di gran lunga maggiore

rispetto al loro mezzogiorno, motivo sufficiente per cui loro preferirono affrontare il trauma

dello sradicamento piuttosto che l’incertezza lavorativa del luogo di origine. Per di più il governo

italiano non avviò alcun efficiente progetto e creò scarse strutture per incentivare il rimpatrio dei

cittadini italiani, mentre in Olanda un efficiente progetto di welfare state copriva le fasce più

deboli della popolazione inclusi gli immigrati. Enrico Pugliese ha parlato di «mito del ritorno

produttivo» che lo stato italiano sviluppò durante gli anni della migrazione intraeuropea; ovvero

la convinzione che l’esperienza migratoria avrebbe dovuto concludersi con un ritorno

caratterizzato dal successo e dalla possibilità di investire in loco i guadagni ottenuti e la

formazione professionale acquisita. Questo tipo di convinzione però sottovalutava il fatto che il

tipo di formazione acquistata all’estero lavorando nella grande fabbrica con moderna

organizzazione del lavoro dava scarsa professionalità spendibile in loco, e che il contesto nel

quale si ritornava non aveva una sufficiente dinamicità, tale da permettere investimenti

produttivi. Infatti, le rimesse e i risparmi degli emigrati avevano come destinazione l’edilizia

102 H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p. 134.

46


oppure rimanevano inutilizzate o spese in beni di consumo 103 . Rispetto ad altri gruppi di sud-

europei, il numero di italiani ritornati in Patria fu minore. Dagli studi sulle migrazioni di ritorno

di Vermeulen e Penninx sembra che la nostalgia per il paese d’origine abbia giocato un ruolo

significativo soprattutto fra i greci, i quali avevano stabilito minori contatti con gli olandesi

rispetto agli italiani. Ancora maggiore fu il numero dei rimpatriati spagnoli. I cambiamenti

politici dopo la morte di Franco, che ebbero luogo in Spagna dalla seconda metà degli anni

Settanta, motivarono molti spagnoli a tornare nel paese d’origine. L’orientamento politico degli

spagnoli in Olanda e la democratizzazione della Spagna possono quindi spiegare il fatto che gli

spagnoli tornarono in Spagna più di quanto fecero gli altri gruppi con i rispettivi paesi

d’origine 104 . Tuttavia, le differenze fra i vari gruppi riguardo l’emigrazione di ritorno furono

causate da diversi fattori che non sarebbe corretto ridurre agli sviluppi politici ed economici dei

paesi di origine. Le valutazioni delle possibilità economiche sicuramente influenzarono le scelte

individuali, ma non sempre furono decisive. Il modo in cui sarebbero stati accolti dai parenti o

dalla comunità locale probabilmente giocò un ruolo altrettanto importante. Per comprendere

meglio le cause dell’emigrazione di ritorno dall’Olanda occorre quindi considerare anche

l’aspetto sociale di queste scelte, e non sottovalutare l’ambito delle reti parentali.

103 E. Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna 2002, p. 60.

104 H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p. 138.

47


Tabella 1.13 Emigrati italiani in Benelux, 1876-1976

Anno 1876 1877 1878 1879 1880 1881 1882 1883 1884 1885

Espatr. 236 134 197 179 203 157 271 543 218 1.386

Anno 1886 1887 1888 1889 1890 1891 1892 1893 1894 1895

Espatr. 134 470 188 243 150 206 110 262 93 197

Anno 1896 1897 1898 1899 1900 1901 1902 1903 1904 1905

Espatr. 282 509 208 431 331 881 859 631 1.776 2.313

Anno 1906 1907 1908 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915

Espatr. 2.497 2.961 2.107 1.953 2.554 2.472 3.570 3.369 1.961 247

Anno 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925

Espatr. 10 6 4 2.152 2.497 4.292 28.254 14.575 10.789 4.629

Anno 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935

Espatr. 4.396 5.902 5.271 10.908 10.771 4.170 1.303 1.635 1.117 651

Anno 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945

Espatr. 516 901 751 291 48 6 3 0 0 0

Anno 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955

Espatr. 24.653 29.881 47.023 5.931 4.445 34.765 22.899 10.081 4.324 23.013

Anno 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965

Espatr. 18.905 21.846 10.445 9.738 11.412 12.066 10.083 6.053 7.115 8.996

Anno 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975

Espatr. 7.724 6.811 6.253 5.665 5.141 5.555 4.560 3.985 4.645 3.613

Anno 1976

Espatr. 4.066

Fonte: Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi

emigrazione, Roma 1978

Tabella 1.14 Rimpatri degli italiani dal Benelux, 1921-1976

Anno 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930

Rimp. 303 9.753 6.207 4.929 4.780 3.759 1.723 1.208 2.146 2.412

Anno 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940

Rimp. 1.784 1.099 827 752 522 368 347 718 623 1.990

Anno 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950

Rimp. 3.609 1.608 0 0 0 3.329 6.134 16.067 10.502 4.042

Anno 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960

Rimp. 9.441 3.297 593 96 6.904 7.820 9.665 5.881 5.892 5.751

Anno 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970

Rimp. 6.344 6.815 5.463 4.971 6.089 6.589 6.134 5.805 5.264 5.007

Anno 1971 1972 1973 1974 1975 1976

Rimp. 4.503 4.684 3.953 4.287 3.993 3.983

Fonte: Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi

emigrazione, Roma 1978

48


CAPITOLO 2. UTRECHT, GLI ITALIANI IN FABBRICA

2.1 Origini del fenomeno migratorio dei gastarbeiders italiani verso l’Olanda nordoccidentale

2.1.1 Un caso di studio: gli italiani nella città di Utrecht

Questa ricerca prende in considerazione il caso particolare degli italiani emigrati negli anni

Sessanta ad Utrecht, una delle città olandesi a vocazione industriale che si sono gonfiate

maggiormente negli anni del reclutamento dei lavoratori ospiti. Utrecht è una città situata

nell’omonima provincia posta nella parte nord-occidentale dei Paesi Bassi che, dalla seconda

metà del diciannovesimo secolo, è stata interessata da una costante ripresa economica e da un

certo incremento demografico a causa di una continua immigrazione. Agli inizi degli anni venti,

ad Utrecht come in altre città olandesi, si configurarono nuove relazioni sociali e di lavoro con

l’arrivo di grandi imprese industriali. Mentre nelle piccole aziende tradizionali i datori di lavoro

e gli operai lavoravano fianco a fianco, nelle nuove industrie, come nel caso della Demka

acciaierie o dei torrefattori del caffè Douwe Egberts, la distanza tra i due soggetti sociali diventò

più marcata. Spesso la concorrenza fra le diverse imprese veniva giocata sui bassi salari e sulle

cattive condizioni di lavoro. Questo aspetto emerge chiaramente nelle testimonianze di alcuni

italiani che verranno presentate nel paragrafo focalizzato sulla Demka acciaierie. Le voci dei

protagonisti sono state indispensabili per l’interpretazione del fenomeno migratorio, tuttavia è

stato necessario delimitare il campo d’indagine agli italiani ancora residenti nella città e periferia

di Utrecht. Insieme alle fabbriche vennero istituite ad Utrecht anche imprese nel settore dei

servizi come le Ferrovie dello Stato che avevano in questa città la loro sede centrale. Sempre più

persone si spostarono dal centro della città alle zone limitrofe, come nel quartiere di Zuilen,

vicino alla fabbrica Demka. Il risultato fu che alcuni gruppi sociali vivevano lontano e in disparte

rispetto agli altri cittadini residenti al centro della città. In precedenza i più poveri vivevano a

poche porte di distanza dai loro vicini economicamente più agiati; con l’avvento delle grandi

fabbriche invece questi due gruppi sociali si trovarono a vivere in isolamento. L’elite di Utrecht

possedeva confortevoli abitazioni vicino al Wilhelmina park o in Biltstraat, mentre gli operai

vivevano nelle aree più degradate lungo Amsterdamsestraatweg o Vleutenseweg 105 .

Diversamente da altri paesi di emigrazione dove il fenomeno migratorio generò la formazione di

“little Italy”, come nel caso dell’America (si veda il primo capitolo), nella città di Utrecht non si

formò un quartiere di soli italiani, nonostante questi fossero il primo gruppo di stranieri reclutati

nelle fabbriche olandesi. Gli emigrati italiani, ad Utrecht come in altre città olandesi, costituirono

105 Renger de Bruin, Tarquinius Hoeskstra, Arend Pietersma, The city of Utrecht through twenty centuries. a brief

history, Spou, Utrecht 2008, p. 85.

49


una comunità piuttosto dispersa sotto il profilo abitativo. La ragione principale di questa

frammentazione risale alla politica migratoria adottata a quel tempo dal governo olandese che

poneva molta enfasi sulla distinta e temporanea posizione degli immigrati. I regolamenti in

vigore negli anni Sessanta esprimevano questa posizione: questi includevano una politica degli

alloggi che metteva i “lavoratori ospiti” in varie pensioni in modo da rendere loro impossibile

dare vita alle proprie famiglie; in più furono avanzate proposte che tendevano a confermare la

natura temporanea del loro soggiorno e incoraggiavano il loro ritorno, come ad esempio la regola

dei contratti rinnovabili annualmente e i premi di ritorno 106 . Dopo la prima guerra mondiale, la

società olandese divisa in gruppi culturalmente definiti (si veda il paragrafo 1.2 del primo

capitolo), iniziò ad organizzarsi in ogni aspetto della vita quotidiana, secondo il sistema noto

come “verzuiling”. Dopo un lungo periodo sotto il comando dei liberali, e di discriminazioni nei

confronti dei cattolici considerati cittadini di seconda classe, nella provincia di Utrecht i partiti

cristiani guadagnarono sempre più voti ed ebbero una posizione guida fino al 1960. La vittoria

dei partiti cristiani fu fondamentale nella lotta per l’emancipazione sociale che cattolici e

protestanti ortodossi avevano avviato negli anni precedenti contrastando i borghesi liberali 107 . Si

è già detto che gli italiani, e gli immigrati sud-europei in generale presenti in Olanda furono

supportati principalmente dalle associazioni cattoliche. Nel capitolo successivo verrà spiegato in

che modo questi immigrati erano legati alla religione e che tipo di sostegno ricevevano da queste

associazioni. Sicuramente la situazione politico-religiosa in cui si trovava Utrecht quando

arrivarono gli italiani agevolò il loro inserimento nella società olandese. Tuttavia, la crisi

economica degli anni settanta spinse molti italiani a tornare in Italia. L’industria metallurgica,

molto importante per la città di Utrecht, dove era impiegata gran parte della manodopera italiana

presente nella città, subì una recessione. Nonostante ciò molti italiani decisero di restare e

riuscirono a cambiare mestiere. Nel paragrafo successivo si vedrà come quei migranti che

restarono furono di fatto il risultato di un complesso processo di selezione iniziato ben prima del

loro arrivo effettivo.

2.1.2 Le politiche selettive e la paura del comunismo

Il processo di selezione è avvenuto sia nel paese di partenza che in quello di destinazione. Nel

fenomeno migratorio qui esaminato le catene di richiamo per paese di provenienza, come le reti

106

J. Lucassen and R. Penninx, Newcomers. Immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p. 166.

107

R. de Bruin, T. Hoeskstra, A. Pietersma, The city of Utrecht through twenty centuries. a brief history, Spou,

Utrecht 2008, p. 87.

50


elazionali di conoscenza e di parentela 108 non hanno giocato un ruolo primario. Nel capitolo

precedente si è visto che nel caso di altre destinazioni, soprattutto l’America, coloro che

rimpatriavano definitivamente o temporaneamente creavano e animavano un flusso

d’informazioni tra il paese d’origine e quello di destinazione. La mobilità verso l’Olanda ha

seguito invece altri canali guidati da processi selettivi da parte del paese ospitante, con la

cooperazione attiva dello Stato italiano (si è già fatto cenno ai patti bilaterali che promuovevano

l’emigrazione del secondo dopoguerra). Come ha affermato Donna Gabaccia, lo stato “padrone”

si occupava dei migranti temporanei di sesso maschile come i vecchi “padroni”. Lo stato italiano

provvedeva a molti servizi forniti un tempo dai “padroni”, cercando però di sostituire i legami

diretti, tipici del patronato delle comunità di paese, con i vincoli burocratici tra i singoli

lavoratori e le agenzie statali 109 . Gli ex uffici di collocamento divennero il luogo principale in cui

era possibile trovare le informazioni sulle possibilità di lavoro e sui salari all’estero, mentre la

domanda di lavoro veniva direttamente dalle imprese industriali. I datori di lavoro olandesi

reclutavano manodopera direttamente in Italia con contratti a termine annuali. Tuttavia i migranti

temporanei prima di essere reclutati dovevano affrontare una quantità di ostacoli. Il centro

selettivo per gli italiani che volevano emigrare in Olanda era situato a Milano. È sorprendente

come alcuni italiani ricordino perfettamente la data e i dettagli della loro partenza, come a

rievocare un evento significativo che rappresentò il passaggio ad una nuova fase della loro vita.

Tenendo a mente il modello di “indagine etnosociologica” di Daniel Bertaux 110 , vengono qui

riportate alcune parti significative ritagliate dai racconti di vita di quattro italiani emigrati ad

Utrecht negli anni Sessanta:

«Sono arrivato nel ’61, noi siamo partiti dalla Sicilia il due di agosto dall’ufficio di collocamento di

Enna, ci hanno dato il passaporto e quello che serviva, ci hanno dato il biglietto perché era tutto

pagato e siamo arrivati a Milano in piazza sant’Ambrogio al centro di immigrazione. Là c’era la

commissione olandese, dottori, specialisti. Siamo stati quasi una settimana là, sette giorni perché il

nove di agosto abbiamo già lavorato qua. Il nove d’agosto, il primo giorno di lavoro. Siamo stati là

perché dovevamo passare la visita, dovevamo fare il controllo sanitario, perché se eri malato non

entravi […]» 111 .

108

Cfr. S. Grilli, Gente del posto, toscani d’altrove: tre studi di caso su famiglia, reticoli migratori e matrimonio, Il

segnalibro, Torino 2007.

109

D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 234.

110

Attraverso la dimensione diacronica l’indagine etnosociologica permette la comprensione delle logiche di azioni

nel loro sviluppo biografico e le configurazioni dei rapporti sociali nel loro sviluppo storico, cfr., Daniel Bertaux,

Racconti di vita. La prospettiva etnosociologica, Franco Angeli, Milano 1999.

111

Intervista a F., Utrecht, 1 aprile 2009.

51


«Io sono arrivato il diciassette febbraio 1961. Abbiamo fatto la domanda, e sono venuto qui. Allora

dovevi essere giovane e nemmeno fidanzato. Quando io andai ad Avellino e ho fatto la domanda,

loro dice: “sei sposato?” Faccio: “no”, [loro]: “è fidanzato?” Eh, allora quella volta gli ho detto

pura la bugia, faccio io: “no”. E poi dopo ci siamo lasciati [con la fidanzata italiana] e così sono

venuto in Olanda. Però prima siamo venuti a Milano come ha detto lui [si riferisce al sig. F.] a

Sant’Ambrogio, però lui è stato fortunato di stare nove giorni a Milano, invece noi siamo partiti di

fretta perché la sera incominciava lo sciopero dei treni, e così noi immediatamente siamo partiti, il

giorno dopo siamo venuti qui, siamo partiti il giovedì, il venerdì qui, e il sabato mattina andiamo

subito a lavorare» 112 .

I requisiti richiesti agli italiani, e successivamente anche agli gruppi di immigrati provenienti da

altri paesi mediterranei, per superare la selezione erano l’essere uomini giovani e scapoli. Negli

anni post-bellici furono fissati limiti di età fra i diciotto e i trentacinque anni per i lavoratori non

qualificati, e fra i diciotto e i quarantacinque per quelli qualificati 113 ; vi erano poi i controlli

medici e quelli della fedina penale.

«C’era una selezione abbastanza severa, chiedevano gente non sposata per non avere naturalmente

il fatto della famiglia, il ricongiungimento familiare, magari dicevano questi ragazzi noi li

vogliamo per poco poi se ne vanno e gli olandesi li sperimentavano […]» 114 .

«Siamo stati un paio di giorni là a Milano ci hanno passato la visita perché una volta così era, se

avevi le carte pulite e tutte ‘ste cose qua, se non eri sposato perché l’olandese cercava che non

costava soldi, cercava gente scapola se no doveva pagare gli assegni, hai capito? se erano sposati

non li prendevano. Quali film ti piacevano ti domandavano tutte ‘ste cose qua, era il consolato

olandese che ci passava la visita» 115 .

Fra le condizioni di reclutamento c’era infine un altro elemento determinante: l’orientamento

politico. Per rilevare questo elemento la commissione olandese poteva indagare esplicitamente

sul partito per il quale i lavoratori italiani votavano o su eventuali appartenenze al sindacato, ma

generalmente la domanda era implicita, come ad esempio quella ricordata da F. su quali film

preferivano. Per capire le ragioni di questo tipo di accorgimento occorre tener presente la

situazione politica che caratterizzava l’Italia in quegli anni. In Italia la prima guerra mondiale fu

seguita dal cosiddetto “biennio rosso” (1919-1920), un’ondata di scioperi e occupazioni delle

112 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

113 Cfr. J.Lucassen, R. Penninx, Newcomers: immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p. 70.

114 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

115 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

52


fabbriche che partirono dal triangolo industriale per diffondersi in tutta l’Italia centro-

settentrionale. Le forme di protesta operaie ripresero negli anni Cinquanta e si estesero per tutti

gli anni Sessanta quando la produzione in serie aggravò le condizioni di lavoro. Queste vicende

accrebbero le paure non solo in Olanda, ma in tutti i paesi di immigrazione, nei confronti degli

immigrati radicali. Più in generale, le selezioni nei confronti dei migranti italiani sulla base delle

preferenze politiche, derivavano da un timore diffuso dell’espansione del comunismo. L’Italia in

quegli anni era strategicamente importante per la Russia: negli anni Cinquanta il Pci era infatti

caratterizzato da una spiccata adulazione per Stalin. Nell’immediato dopoguerra Togliatti, leader

del Partito Comunista Italiano e vice-segretario del Comintern, divenne una figura politica

sempre più importante, che trasformò il Partito comunista da un piccolo gruppo di avanguardia

in un partito di massa radicato nella società italiana 116 . All’estero gli italiani erano visti come

ideologicamente forti e potenzialmente pericolosi nelle fabbriche, poiché nel contesto

internazionale il loro comunismo veniva associato allo stalinismo. Per questa ragione molti

italiani emigrati in Olanda nascosero la loro preferenza ideologica se questa era spiccatamente di

sinistra. Gli olandesi non erano ben disposti nei confronti del comunismo (spesso associato al

bolscevismo), dal momento che il capitalismo era considerato la via principale attraverso cui

accrescere l’economia del proprio paese. Non a caso il partito socialista olandese fu fra i primi

partiti in Europa a spostarsi da una corrente rivoluzionaria ad una riformista 117 . Il processo di

selezione degli immigrati italiani continuò anche dopo l’ingresso nel nuovo paese. I rimpatri

degli italiani dall’Olanda durante la crisi industriale e petrolifera degli anni settanta mostrano il

punto. I dati riportati nel capitolo precedente sull’emigrazione di ritorno mostrano che negli anni

1972 e 1975 il numero dei rimpatri degli italiani dall’Olanda superò il numero degli espatri verso

questo paese. Si è già detto che la crisi fu immediatamente seguita dall’introduzione di un

rigoroso processo di selezione che portò al licenziamento e al ritorno in patria di molti lavoratori

stranieri, tra cui anche italiani. Questa non fu però una riduzione casuale: restarono soprattutto

quegli italiani che si adattarono facilmente alle abitudini olandesi, quelli sposati con donne

olandesi e che parlavano la lingua olandese per il fatto di essere stati lì più a lungo; ma anche

quelli che lavoravano duramente e occupavano posizioni che erano più faticose e difficili da

riempire con gli abitanti locali, e quelli che non costituivano un pericolo per la stabilità politica

del Paese (vale a dire socialisti o comunisti). La recessione tuttavia vide una crescita del tasso di

ritorno anche senza intervento del governo. Quelli che nel paese di origine lasciarono più risorse

116 Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino 1989.

117 P. Arblaster, A history of the Low Countries, Palgrave Macmillan , Basingstoke 2006, p. 192.

53


su cui ripiegare probabilmente furono i primi a ritornare, mentre quelli che non avevano nulla in

Italia furono i più propensi a restare in Olanda.

2.1.3 L’emigrazione come scelta individuale e collettiva

Le caratteristiche dell’emigrazione di massa descritte nel primo capitolo rispecchiano in molti

aspetti quelle dei gastarbeiders italiani in Olanda. Già sono state ampiamente argomentate le

ragioni economiche e sociali dell’emigrazione italiana nel periodo post-bellico nonostante la

ripresa economica degli anni Cinquanta. Il desiderio di riscattarsi socialmente ed

economicamente da una condizione di subalternità non era però l’unica ragione che spingeva gli

italiani ad emigrare. La voglia di fare un’esperienza avventurosa e la curiosità di vedere altri

Paesi erano motivazioni altrettanto forti. Tuttavia è importante ribadire il fatto che la maggior

parte dei migranti proveniva da realtà rurali dove i processi di ammodernamento non erano

sufficienti per assorbire tutta la manodopera disponibile nel mercato del lavoro. In queste realtà

dell’Italia meridionale l’emigrazione era la norma un po’ ovunque nella vita quotidiana dei ceti

subalterni poiché lo sradicamento che essa comportava era meno grave della tragicità della

condizione che contadini e operai affrontavano quotidianamente. È bene precisare che per realtà

contadina si intende una realtà rurale dove il lavoro agricolo costituiva l’attività prevalente ma

non esclusiva della popolazione. Accanto ai contadini altre figure di lavoratori come i muratori, i

fabbri, i commercianti, i sarti ecc. costituivano ceti sociali subalterni. Dunque, il termine

“contadini” viene qui utilizzato per designare non necessariamente la condizione lavorativa di

questi migranti quanto più l’insieme delle disposizioni culturali che li caratterizzava. Nelle realtà

rurali l’emigrazione era in molti casi l’unica soluzione possibile ad una esistenza precaria. Essa

rappresentava una risposta a livello individuale, e legittimata da espedienti collettivi, al processo

di espulsione dalla campagne di braccianti, contadini e altre categorie di lavoratori meridionali

per i quali non c’era possibilità di sostentamento sufficiente 118 . Nelle storie di vita analizzate si

leggono motivi comuni e aspirazioni condivise che hanno ripercussioni sulle aspettative

individuali e familiari:

«Io in Italia lavoravo con mio padre. Mio padre era agricoltore, e negli anni ’60 non andava bene,

avevamo delle terre che non erano nostre, pagavamo un affitto, e poi hanno cominciato a fare

rimboscamenti, le terre ce le hanno tolte, e mio padre c’aveva un po’ di terreni ma non bastava

perché mio padre aveva una famiglia grande, eravamo otto figli, cinque sorelle e tre fratelli» 119 .

118 Cfr. G. Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,centro studi emigrazione, Roma 1978, p. 122.

119 Intervista a F., Utrecht, 1 aprile 2009.

54


«Lavoravo un po’ come commerciante, un po’ in campagna, mio padre era contadino … c’avevo

un amico della camera quella che ti da lavoro, l’ufficio di collocamento, c’era uno là che la sera si

camminava sempre assieme, allora lui dice “sai c’ho delle domande per andare in Olanda”. Qua la

vita è molto comoda, una volta le campagne si lavoravano tutte a mano, ora le campagne si fanno

tutte coi macchinari, una volta le cose erano strette là, ora si sono allargate così tanto che è tutto

abbandonato, le terre … s’è dato agio a chi è rimasto, perché andando noi via, io ho lasciato la terra

tutta a mio fratello perciò lui è diventato grosso, io me ne sono scappato e pure io sto bene, così

come sono io tanti altri» 120 .

«Il paese è cambiato e chi è rimasto in paese ha fatto negozio si dice, perché allora siamo partiti in

molti dal paese, molti hanno mandato soldi e si sono fatti fare una bella casa lì al paese …» 121 .

È evidente che le scelte migratorie furono mosse da strategie economiche messe in atto nelle

relazioni parentali delle famiglie numerose e di origine contadina o comunque rurale. In queste

scelte entra in gioco ciò che Pier Giorgio Solinas ha definito “invisibile parentale”, ovvero “uno

spazio genealogico implicito e spesso oscurato nelle pratiche dell’esistenza sociale” 122 . Oltre alle

ragioni economiche come si è già detto anche lo spirito di avventura faceva da motore trainante

nelle scelte migratorie; il desiderio di vedere l’Europa, ostacolato dalla mancanza di mezzi

economici è un motivo ricorrente nei racconti degli immigrati. Come in tutti i fenomeni

migratori, anche nel caso degli italiani in Olanda qui esaminato bisogna considerare la scelta

migratoria né esclusivamente come l’esito di decisioni individuali, né, d’altra parte, come la

semplice conseguenza di parametri economici e politici; si tratta piuttosto di un prodotto sociale

complesso, derivato dall’incrocio e dalla interazione di fattori di diversa natura (emotivi,

economici, relazionali) 123 . Il fatto poi di aver scelto l’Olanda come paese di destinazione non è

affatto casuale. L’opinione diffusa sulla tolleranza degli olandesi nei confronti delle minoranze

etniche, e la relativa prosperità dei Paesi Bassi furono le principali attrattive per gli italiani

emigrati. Altro fattore decisivo nella scelta del Paese di destinazione è stata l’immagine diffusa

dei Paesi Bassi come luogo favoloso e bucolico. L’Olanda, fra i possibili paesi di destinazione,

sembrava essere quello che più si avvicinava alla dimensione della piccola realtà di paese da cui

proveniva la maggior parte degli italiani. Probabilmente chi emigrava pensava che la

somiglianza territoriale del paese di destinazione con la realtà rurale d’origine avrebbe facilitato

il loro processo di adattamento nel nuovo Paese e reso meno traumatico il distacco dalla propria

terra. Ecco come viene motivata la scelta di partire per l’Olanda da due italiani emigrati

120 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

121 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

122 S. Grilli, Gente del posto, toscani d’altrove: tre studi di caso su famiglia, reticoli migratori e matrimonio, Il

segnalibro, Torino 2007, p. 15.

123 Ibid., p. 21.

55


ispettivamente da Montefredane, in provincia di Avellino, e Melissa, un piccolo paesino in

provincia di Crotone:

«Qui allora c’è stata una commissione, venne un mio amico e dice: “vuoi venire in Olanda?” Vieni,

perché non vieni in Olanda quando quello che guadagni qui dentro un mese in Olanda lo guadagni

dentro un giorno. E quello era insomma tutto un sogno, non era la verità. Poi feci la richiesta per

mezzo dell’ufficio del lavoro, e allora a noi quella volta ci fecero vedere anche dei film, io siccome

ero affezionato ai fiori, ho visto l’Olanda con tutti quei bei fiori, ti facevano vedere quei latticini,

quasi quasi sembrava di venire in paradiso. Che specialmente come io abitavo in una frazione poco

distante da Avellino, andavamo a piedi, e così ho deciso di emigrare in Olanda e sono venuto

qui» 124 .

«Io vengo dal sud, a sentire quello che ci dicevano ai meridionali al nord allora dico: è meglio esser

maltrattati fuori che nella propria nazione. Io potevo anche andare a lavorare in Germania dove si

guadagnava di più ma l’Olanda mi è sempre piaciuta per il fatto che era molto tranquilla allora.

Quel cartellone che ho visto all’ufficio del lavoro c’erano le vacche, c’erano i mulini, lo sapevo che

non era l’America, ma sapevo che era una nazione tranquilla, avevo letto qualcosa» 125 .

Ecco emergere l’elemento che sembra aver influito in maniera significativa sulle scelte

migratorie: il fattore della discriminazione. Nel precedente capitolo si è visto che l’Italia, fra gli

anni ’50 e ’70, oltre che dalle migrazioni dei “lavoratori ospiti” verso gli altri paesi Europei fu

caratterizzata anche da forti migrazioni interne. I migranti provenienti dall’Italia meridionale

erano spesso considerati “immigrati” dai loro connazionali settentrionali. La nazionalità comune

non eliminava le tensioni tra i migranti del sud e la gente autoctona che li discriminava in quanto

“terroni” 126 . I migranti meridionali che si dirigevano nel resto d’Europa, spesso trovavano un

ambiente umano meno ostile di quello che numerosi pregiudizi creavano nel nord Italia. Questo

non significa che chi emigrava all’estero trovava sempre un ambiente per loro favorevole.

Soprattutto nei paesi in cui il numero degli italiani era maggiore (si veda la tabella 1.4 riportata

nel primo capitolo) furono questi ultimi ad essere più soggetti a discriminazioni sul lavoro e

bersaglio di pregiudizi da parte della società ospitante. Molti degli italiani emigrati in Olanda,

nonostante la giovane età, avevano già vissuto l’esperienza migratoria di altri paesi come

Germania e Svizzera. A proposito si portano due esempi:

124

Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

125

Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

126

Basti pensare alla condizione di isolamento che caratterizzava gli operai meridionali nelle fabbriche di Mirafiori

negli anni ‘70. In quel caso si trattava di un tipo di un “isolamento collettivo” rispetto all’ambiente sociale esterno

alla fabbrica, che portò gli operai meridionali a sviluppare una coscienza di classe all’interno della fabbrica perché

privi di un riconoscimento esterno. Cfr. Andrea Sangiovanni, Tute blu. La parabola operaia nell’Italia

Repubblicana, Donzelli, Roma 2006, pp. 238-239.

56


«Io ho lavorato anche in Germania in una fabbrica di macchine topografiche, c’avevo ventidue

anni. In Germania non era più come era prima, in Germania dovunque andavi vedevano che eri

italiano, eri un gastarbeiter. Nel lavoro qui in Olanda era meglio perché sono più “sociali”, più

tolleranti, praticamente se tu facevi il tuo dovere ognuno era contento, gli olandesi rispetto ai

tedeschi sono molto più tolleranti, molto più gioviali» 127 .

«Io sono arrivato qui a novembre. Io prima sono andato in Svizzera, poi sono andato in Germania e

poi sono venuto qui. Io c’ho avuto un’esperienza molto negativa in Svizzera di discriminazione

enorme, nella Germania lo stesso, quando sono arrivato qui era tutta un’altra cosa, ero ben accettato

dagli olandesi. Per la Germania ho fatto la stessa cosa perché prima sono stato in Svizzera, e in

Svizzera la discriminazione pure era enorme, un lavoro in cucina, brutto, sempre a lavorare dalla

mattina alla sera, sempre chiuso, abituato a lavorare in campagna, e perciò non mi sentivo a mio

agio […]» 128 .

Per concludere il discorso sulle motivazioni principali dei migranti e sui soggetti coinvolti nella

scelta migratoria, occorre fare un’ultima osservazione sulle piccole comunità da cui si emigrava.

La scelta migratoria di questi italiani è infatti un motivo per ripensare all’intera comunità di

partenza, nonché un modo per rivedere criticamente quei fattori culturali enfatizzati da Edward

Banfield come “basi morali di una società arretrata”. L’emigrazione dei “lavoratori ospiti”

rappresentati da giovani provenienti da piccole realtà rurali dell’Italia meridionale, smentisce la

teoria di Banfield che spiega l’arretratezza e la miseria di certe comunità meridionali con

l’incapacità di agire per il bene comune, o per qualsiasi fine che trascenda l’interesse materiale

immediato della famiglia nucleare 129 . Questa incapacità per Banfield deriva da un ethos che lui

definisce «familismo amorale» 130 . Si è appena visto che l’emigrazione si presentava come una

127

Intervista a P., Utrecht, 6 novembre 2008.

128

Intervista a G., Delft, 27 novembre 2008.

129

Le maggiori critiche degli studiosi sociali alla teoria di Banfield puntano sulla scarsa familiarità con la cultura

meridionale nel suo complesso e soprattutto con i suoi precedenti storici come con la “tradizione feudale”. Ad

esempio, per Carlo Tullio Altan la “sindrome dell’arretratezza socio-culturale” si estende a tutta la società italiana, e

le sue cause vanno ricercate in certe disposizioni risalenti al XIV e al XV secolo, C. Tullio Altan, La nostra Italia:

Arretratezza socioculturale, clientelismo,trasformismo e ribellismo dall’Unità ad oggi, Feltrinelli, Milano 1986.

Un’interpretazione più storicizzante rispetto a quella di Banfield è anche quella di Vermeulen e Boissevain. I due

studiosi olandesi ritengono che la causa dell’arretratezza di alcuni paesi del mediterraneo, come l’Italia, siano

riconducibili al diseguale sviluppo economico e sociale tra le varie regioni che ha impedito la formazione di uno

stato moderno. Secondo questa tesi, l’insufficienza burocratica dello stato è il risultato di radicate strutture e di

valori politico-sociali tradizionali, ai quali lo stato è ancora strettamente legato. Di conseguenza, i cittadini piuttosto

che dalle istituzioni formali dello stato, dipendono da relazioni di tipo clientelare, attraverso una catena di patronato

che garantisce loro benefici sociali, protezione legale ed economica, e perfino lavori. Questo sistema sembra essersi

affermato soprattutto nelle aree del sud Europa economicamente più povere e svantaggiate, come appunto nell’Italia

meridionale, Hans Vermeulen, Jeremy Boissevain, Ethnic challenge: the politics of ethnicity in Europe, Herodot,

Gottingen 1984, p.132-135.

130

La teoria del «familismo amorale» viene elaborata da Banfield dopo una ricerca sociologica da lui condotta nel

1955 su Chiaromonte, un piccolo paese dell’Italia meridionale in provincia di Potenza. Ma, come lui stesso afferma,

57


scelta che mirava a soddisfare non solo il benessere personale e del ristretto nucleo familiare di

appartenenza, ma anche le esigenze della comunità di partenza e più in generale dello Stato

italiano, che incentivò il fenomeno attraverso i patti bilaterali con i paesi d’immigrazione. Con la

loro partenza i migranti lasciavano a disposizione di chi restava più terra da coltivare. Quindi, da

una parte coloro che sono rimasti hanno potuto mettere insieme vari appezzamenti di terra,

migliorando così l’efficienza del loro lavoro agricolo e il livello dei redditi, dall’altra parte la

mobilità geografica ha permesso ai contadini emigrati di porre rimedio alla povertà che li

caratterizzava in passato. Ma l’emigrazione è stato un fenomeno utile anche per ridurre il tasso di

disoccupazione e alleggerire la pressione sociale sull’economia nazionale. L’oggetto del

«familismo amorale» di Banfield va dunque rivisto, poiché si è appena dimostrato come la

gratificazione materiale rivolta ai bisogni personali e del ristretto nucleo familiare fosse

compatibile con l’agire per il bene collettivo. Inoltre, secondo la teoria del «familismo amorale»

l’interesse perseguito dalle società rurali non solo si esauriva all’interno della famiglia nucleare,

ma era anche un interesse immediato e senza possibilità di rientrare in un progetto a lungo

termine. Altro punto criticabile se si pensa alla rimesse o ai risparmi dei migranti. Riassumendo

si può dire che i successi individuali di chi è partito hanno aiutato in due modi coloro che sono

rimasti: innanzi tutto gli emigrati hanno mandato rimesse finanziarie ai loro paesi di provenienza

risolvendo il problema della stagnazione economica; in secondo luogo, la loro assenza ha ridotto

il numero dei concorrenti per l’accaparramento delle limitate risorse disponibili. Questo per

ribadire ancora una volta che l’emigrazione è stata una scelta individuale entro un contesto

collettivo.

2.2 Racconti di fabbrica

2.2.1 Il sistema fordista e la cultura del lavoro

A trainare il tipo d’emigrazione qui trattata, cioè a carattere temporaneo, è stato lo sviluppo

industriale del secondo dopoguerra, in particolare, la grande industria destinata alla produzione

di massa che si affermò in maniera sempre più significativa nei settori edile, tessile e

metallurgico. All’interno di questa, il processo lavorativo si caratterizzava prevalentemente in

senso taylorista, con una parcellizzazione unita ad una semplificazione delle mansioni. Questo

aspetto organizzativo è piuttosto importante per capire quale era la condizione dei lavoratori

italiani emigrati in Olanda. A livello tecnologico e di organizzazione della produzione, la

la sua teoria è estendibile a tutti i comuni del sud Italia di dimensioni simili. Cfr. Edward C. Banfield, Le fasi morali

di una società arretrata, Il Mulino, Bologna 1976, p. 19.

58


semplificazione di questo processo lavorativo era rappresentata dalla catena di montaggio,

simbolo della modalità taylorista di organizzazione del lavoro. Il paradigma taylorista-fordista,

adottato nelle grandi industrie fino a tutti gli anni ottanta, prevedeva una forte centralizzazione

delle decisioni, dovuta alla separazione tra lavoro intellettuale e manuale 131 . La struttura di

fabbrica costruita su questo modello consisteva in una suddivisione gerarchica dei lavoratori a

seconda delle mansioni da svolgere, mentre le unità operative erano rappresentate dalle squadre

operaie, formate sulla base di lavorazioni omogenee di singoli pezzi disarticolati, e quindi su una

strutturazione capillare delle mansioni. Le squadre operaie svolgevano operazioni standardizzate

e dipendevano totalmente dalla linea gerarchica e dai servizi esterni 132 . Date queste

caratteristiche dell’organizzazione produttiva è comprensibile come sia stato facile per le

imprese olandesi accogliere i nuovi arrivati provenienti dai paesi dell’Europa meridionale e

dall’Italia in primo luogo, senza precedenti lavorativi nel settore industriale. Per i reclutatori

olandesi, i lavoratori italiani, caratterizzati da un basso grado d’istruzione e nessuna esperienza

di lavoro industriale, erano le persone giuste per assimilare il modello di lavoro in fabbrica senza

troppe difficoltà, cioè senza i condizionamenti che una “cultura” forte, come quella industriale,

poteva far nascere nei lavoratori che avevano già avuto una precedente esperienza di fabbrica.

L’elasticità e l’affidabilità richieste dalla fabbrica erano garantite proprio dal fatto che gli operai

italiani non avevano precedenti esperienze industriali e sindacali. Come si evince dai loro

racconti, in Olanda gli immigrati italiani lavoravano a livelli salariali inferiori rispetto ai loro

connazionali emigrati in Germania. Ma, oltre alla maggiore tolleranza degli olandesi rispetto ai

tedeschi nei confronti degli stranieri, vi erano altre ragioni che spingevano gli italiani ad

accettare paghe più basse di quelle ottenibili sul mercato internazionale: la possibilità di avere un

lavoro sicuro, ma probabilmente anche qualche forma di paternalismo posta in atto nei confronti

degli operai, come si legge ad esempio nel racconto di P.:

«La responsabilità era di ognuno, c’era il direttore o il vicedirettore, se la roba non era buona venivi

richiamato tu. È stata sempre una ditta come fosse che eravamo familiari perché differenze fra

padrone e garzone non ce ne sono mai state, perché io ho iniziato lì, prima c’era il direttore, poi il

direttore è fatto anziano, se n’ è andato in pensione e ha preso il figlio. Quando io sono andato a

lavorare là il figlio c’aveva quattordici anni, e poi dopo era direttore, praticamente con quel ragazzo

131

A. Ferigo, Dal fordismo-taylorismo al nuovo modello di organizzazione della produzione, in “Oltre Melfi. La

fabbrica integrata, bilancio e comparazioni”, Rubbettino, 1999, p. 47.

132

Si trattava di una struttura standard che si ripeteva in tutte le fabbriche costruite sul modello taylorista-fordista, a

proposito si veda V. Castronovo, Fiat 1899-1999: un secolo di storia italiana, Rizzoli, Milano 1999, p. 1660.

59


lì noi non abbiamo mai avuto un rapporto di direttore, quel problema per esempio di sottomissione

non c’è mai stato» 133 .

L’accrescimento del senso di responsabilità richiesto agli operai poteva funzionare da

“neutralizzatore” delle possibili tensioni interne e rappresentare la risoluzione di ogni ipotetica

situazione antagonista tra dirigenti e operai. L’integrazione dei lavoratori ospiti nella società

olandese veniva calcolata anche in relazione all’assenza di conflittualità all’interno della

fabbrica. L’adattabilità ai nuovi ritmi di lavoro e la disponibilità al mutamento sembrano

profilarsi nelle loro storie di vita come le caratteristiche principali delle giovani forze di lavoro

immigrate:

«Io ho quasi sempre lavorato in orari strani, io non ho mai lavorato dalle otto alle quattro e mezza

del pomeriggio. Molte volte iniziavo alle sei fino alle due e mezza. Un altro periodo dalle dieci

della mattina fino alle sette della sera perché c’era lavoro e io ero il più fidato. Lui [il direttore della

fabbrica] a un certo momento è venuto e mi ha detto: “vuoi lavorare la notte?” Iniziavo verso le sei

e mezza, le sette la sera fino alle quattro, quattro e mezza della mattina» 134 .

«Facevamo i turni, così quando facevamo la notte nella fabbrica poi il giorno dopo dormivamo

quattro o cinque ore e dopo si facevano i lavori extra» 135 .

«Quando sono arrivato guadagnavo a quei tempi 98 fiorini al mese, però qua si parla del ’65 e

quando diventato macchinista sono andato a 112 mi sembra, loro sono rimasti contenti e dopo un

paio di mesi quando andai a riscuotere la paga mi hanno aumentato ancora di dieci fiorini e sono

arrivato a 160 fiorini al mese che gli altri non guadagnavano; perché se mi dicevano qualcosa:

“senta abbiamo bisogno di te, ce la fai a fare altre quattro o cinque ore di più di straordinario?” io

non dicevo mai di no, perché a parte il fatto che a me interessava perché ero giovane e se

guadagnavo qualcosa di più era tutto di guadagnato, e sicché loro mi volevano un bene immenso

appunto perché io prendevo anche 160 fiorini però mi facevo un mazzo così» 136 .

Riportare i racconti dei soggetti analizzati è importante perché le fonti orali permettono di

ricostruire non solo l’esperienza di fabbrica ma anche il significato che i lavoratori davano al

proprio lavoro. Questo significato è prodotto in funzione del cambiamento della società e del suo

modo di valutare il lavoro in generale, ma anche delle esperienze che i lavoratori avevano alle

spalle, prima dell’entrata in fabbrica. Questo spiega perché le stesse mansioni che erano vissute

come qualificanti e nobilitanti negli anni ‘60, appaiono oggi del tutto dequalificate. Almeno

133

Intervista a P., Utrecht, 6 novembre 2008.

134

Ibid.

135

Intervista a F., Utrecht, 1 aprile 2009.

136

Intervista a M., Utrecht, 6 maggio 2009.

60


durante i primi anni dopo il loro arrivo, gli italiani erano concentrati nei settori in cui non era

richiesta alcuna specializzazione. Tuttavia, ogni lavoro viene raccontato sottolineando gli

elementi qualificanti, dimenticando quelli ripetitivi. Nei racconti degli ex-operai sono

sottolineate soprattutto la pericolosità del lavoro di fabbrica e le abilità richieste da certe

mansioni. L’autopercezione del proprio lavoro da parte degli immigrati italiani in Olanda

rispecchia una particolare ideologia del lavoro segnati dall’alto valore morale attribuito al lavoro

nella loro cultura d’origine. Per questa ragione, lavori che definiremmo dequalificati come quelli

svolti dagli operai semplici, possono essere ribaltati grazie a questa ideologia del lavoro, ed

essere ricordati come lavori di alta qualificazione. Per gli ex contadini che restarono a lungo

nelle industrie olandesi e che conobbero i lavori meno qualificati, il retroterra d’origine non ebbe

solo un ruolo determinante nel governare il passaggio dai campi all’industria, ma incise anche

sull’elaborazione delle loro identità di lavoratori. Da un lato i persistenti legami con l’ambiente

contadino agevolarono la conservazione di schemi mentali ancorati a valori e codici adatti al tipo

di relazioni pre-industriali, che poi trovarono conferma nell’ ambiente di fabbrica; dall’altro, la

società contadina da cui provenivano rappresentò il luogo dove trovare elementi per la

costruzione di una propria identità operaia. I lavoratori anche se dequalificati trovarono nel

riconoscimento atteso da parte della propria famiglia e della comunità d’origine i maggiori

motivi di orgoglio e di identificazione con il loro nuovo stato. Fu quindi il mondo contadino che

agì da principale referente e da sfondo per una nuova percezione della propria posizione sociale.

La maggior parte degli immigrati italiani proveniva da una cultura rurale dove il livello di

istruzione era scarso ed era considerato di poco valore per conseguire il miglioramento della

propria posizione sociale. Gli estratti dei due racconti autobiografici qui riportati confermano il

punto:

«Io ho fatto fino alla quinta elementare in Abruzzo perché a quei tempi lì [negli anni ‘50] per

frequentare la scuola media dovevi fare prima l’esame di ammissione, poi se tuo papà e tua

mamma erano contadini anche se c’avevi 10 venivi scartato. Quando sono andato a Sanremo all’età

di 17 anni la quinta elementare mi bastava per certe cose e c’era gratis un doposcuola la sera,

scuole serali, e l’ho fatto quasi un anno, poi ho imparato quello che dovevo imparare e ho detto

basta» 137 .

«Eravamo quasi tutti semi-analfabeti là, la quinta elementare era la più che si poteva fare in un

paese così piccolo, era il massimo del paese. Fuori il paese la città più vicina era Crotone, ma mio

padre non aveva i mezzi di mandare i figli allo studio. Mio padre lavorava ai lavori edili sulle

strade, faceva il caposquadra quando c’era il lavoro, parlo del dopoguerra. Io da giovane dopo la

137 Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

61


scuola ho fatto l’apprendista calzolaio, ma poi ce n’eravamo così tanti al paese e per questo ho

cambiato lavoro. Sono andato a fare il lavoro dove lavorava mio padre, lavori edili ma erano lavori

pesanti, non c’erano le macchine, si facevano lavori di strade» 138 .

La povertà, lo sfruttamento e lo stato di subalternità caratterizzavano la condizione originaria dei

migranti italiani. Nelle comunità di origine di questi migranti veniva data enfasi al duro lavoro e

scarsa considerazione all’istruzione 139 . I migranti lavoratori in fabbrica recuperarono un mondo

di valori e di disposizioni che caratterizzavano il vissuto di ceti sociali accomunati dalla

subalternità. Gli italiani in fabbrica recuperarono quell’etica del duro lavoro che è propria delle

realtà contadine da cui provenivano. Premettendo che il termine “contadini” non deve essere

inteso non necessariamente come una condizione ma come un orizzonte culturale, in questo caso

si può dire che la cultura contadina giocò un ruolo importante, e generalmente positivo, nel

processo di adattamento alle condizioni lavorative del paese di arrivo. La parziale continuità con

il mondo rurale portò questi emigrati italiani con alle spalle esperienze di lavoro non industriale a

dimostrarsi affidabili e rispettose dell’ordine gerarchico. La loro sperimentazione del sistema di

fabbrica avvenne senza resistenze e tensioni personali, come dimostrazione del fatto che alcuni

di loro successivamente furono premiati con qualche ascesa di grado all’interno della fabbrica o

riconosciuti come “operai modello”. La mentalità contadina divenne quindi un tramite efficace

per incanalare eventuali conflitti all’interno del nuovo ambiente operaio, alla quale si aggiunsero

rapporti sindacali particolarmente deboli. Tuttavia il comportamento mansueto dei lavoratori

italiani di estrazione contadina non è di per sé sintomo di un impatto del tutto positivo e privo di

ostacoli. I loro racconti sulla pericolosità del lavoro di fabbrica e sulla condizione di solitudine in

cui vivevano durante il lavoro dimostrano delle difficoltà incontrate sul lavoro in fabbrica;

sofferenze e tensioni però non sfociarono mai in manifestazioni di resistenza o di ostilità perché

furono depotenziate e normalizzate da un sistema di valori che traduceva le relazioni sociali di

fabbrica negli archetipi dei rapporti familistici e paternalistici (si veda il racconto di Pio. M.

sopra riportato). L’ideologia del duro lavoro permetteva loro di resistere in un contesto di

fabbrica dove vigeva un sistema di turnazione piuttosto rigido e dove i cosiddetti “straordinari”

erano frequenti. Per effetto di questa ideologia, il lavoro extra che gli italiani svolgevano fuori

dagli orari normalmente previsti, veniva visto dagli stessi italiani non come una forma di

sfruttamento ma come una possibilità di maggiore guadagno. La logica che sottende certe

giustificazioni è la stessa che viene adottata nel cosiddetto lavoro di “straforo”: il lavoro

138 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

139 Cfr. H. Vermeulen, J. Perlmann, Immigrants, schoolong and social mobility: does culture make a difference?,

Macmillan, Basingstoke 2000, pp. 125-126.

62


“straordinario” a differenza del lavoro di “straforo” non sottrae tempo alla fabbrica, in quanto

durante lo “straordinario” si continua a produrre per l’azienda e non per sé, ma può essere

ugualmente visto come una forma di tattica che gli immigrati italiani adottavano per ricavarne

dei vantaggi personali (un guadagno maggiore, o la simpatia dei capi). Per tattica s’intende ciò

che Michel de Certeau definisce “un calcolo che non può contare su una base propria” 140 , nel

senso che non presuppone uno spazio proprio (in questo caso la fabbrica), ma può giocare sulla

dimensione temporale. Il lavoro straordinario si presentava come un comportamento tattico

ricorrente fra gli operai immigrati italiani perché questi esercitavano una certa razionalità nella

gestione del loro tempo di vita, ma era anche una forma di riappropriazione di significati e senso

condivisi relazionati all’etica del lavoro. L’amore per il lavoro, inteso sia come abilità sia come

assiduità e resistenza alla fatica, rappresenta tuttora la caratteristica in cui più fieramente si

riconoscono gli immigrati italiani. Alcuni rivendicano alla loro fatica il carattere di “mestiere”,

che rappresenta la sintesi di conoscenze pratico-sperimentali perfezionate nel corso della vita

lavorativa. Nei due estratti di intervista sotto riportati il fatto di diventare manovali abili

all’interno della fabbrica viene presentato come la condizione necessaria per raggiungere qualche

forma di “potere” o per lo meno una possibilità di ascesa:

«Il datore di lavoro mi ha portato sempre sul palmo della mano, ero sempre assiduo, dovevo

produrre, io sono sempre stato una persona che quando lavoravo per gli altri lavoravo per produrre

cioè dimostrandolo e quando lavoro per me stesso cerco di dare il meglio di me stesso per me

stesso» 141 .

«L’unica cosa che mi ricordo è che facevo progresso perché ero il primo operaio dopo che ero

arrivato da quattro mesi ero il primo operaio [nel senso che era un operaio modello] e con me

lavoravano anche altri due sicché ero già prescelto nel reparto. Facevamo il foglio d’alluminio per

gli aerei, erano fogli d’alluminio che erano sei sette metri lunghi e lì c’era una certa responsabilità.

Io ho imparato in fabbrica, all’inizio quando sono arrivato perché non sapevo parlare c’era un altro,

eravamo in due, dall’altra parte della macchina che dovevamo servire questo foglio d’alluminio al

macchinista allora lì ho imparato come si doveva fare […]. Da lì ho imparato tanto, guardando ho

imparato e dopo sono diventato il primo macchinista, il più specializzato» 142 .

L’abilità viene enfatizzata come un dominio pratico-simbolico, ma non è l’unica caratteristica

ad essere esaltata quando si parla del proprio lavoro; insieme alla sopportazione dello sforzo

fisico vengono accentuati anche lo spirito di iniziativa, l’intraprendenza e l’autonomia. Nei

140 Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Lavoro, Roma 2001, pp. 15-16.

141 Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

142 Intervista a M., Utrecht, 6 maggio 2009.

63


paragrafi successivi si vedrà che la capacità di adattamento alle nuove circostanze sul lavoro

ha permesso l’ascesa sociale degli immigrati italiani in Olanda. In alcuni casi si è trattato di

piccole capacità imprenditoriali in cui l’etica del lavoro e il sacrificio hanno giocato un ruolo

fondamentale.

2.2.2 De Demka staalfabrieken

A partire dagli inizi del ventesimo secolo la città di Utrecht occupò una posizione centrale

nell’industria olandese per l’ubicazione di importanti aziende come la Werkspoor, famosa per la

produzione di macchinari e materiale ferroviario, i laboratori di costruzione Jaffa e Drakenburgh,

e la Douwe Egberts nota per la torrefazione del caffè. Nel 1915 entrò in funzione la fonderia di

acciaio Demka che nel secondo dopoguerra assorbì numerosi lavoratori stranieri ospitati nella

città di Utrecht 143 . In questo paragrafo viene data particolare attenzione allo stabilimento Demka

che durante il periodo del reclutamento dei lavoratori ospiti impiegò circa cinquecento italiani.

La fabbrica prese il nome dal suo proprietario Muinck Keizer (De M-uinck K-eizer). Nel 1917

contava 230 dipendenti, formati da olandesi provenienti principalmente dall’area di Groningen e

belgi fuggiti in Olanda durante la prima guerra mondiale. Dopo la seconda mondiale fu più

difficile trovare lavoratori locali disposti a svolgere quel lavoro sporco e pesante. Negli anni

cinquanta la Demka, come altre fabbriche olandesi, iniziò a reclutare lavoratori stranieri 144 . La

federazione dei datori di lavoro nell’industria di metallo (Federatie van

Werkgeversvakverenigingen in de Metaalindustrie) (FME) decise di reclutare lavoratori in Italia

nel 1955. Nel marzo del 1961 all’acciaieria Demka lavoravano circa 70 italiani. Le ditte

olandesi dovettero però affrontare la concorrenza soprattutto delle ditte tedesche e svedesi che

offrivano un salario più alto ai lavoratori italiani. Infatti nel periodo post-bellico il governo

olandese pensò di poter scongiurare la disoccupazione con un programma di rapida

industrializzazione. Trovare nuovi sbocchi per le esportazioni e mantenere un bilancio di

pagamenti positivo fu particolarmente difficile per la perdita delle Indie Orientali olandesi e la

fondazione della Repubblica dell’Indonesia nel 1949. Fu necessario ridurre i salari e produrre a

costi più bassi dei paesi vicini, tant’è che nella Comunità Economica Europea i politici olandesi

vennero accusati di “dumping sociale” 145 . Agli inizi degli anni Sessanta i salari olandesi erano

143

Fonte: www.iisg.nl/archives/en/files/d/10771136.php

144

Fonte: www.hetutrechtsarchief.nl/werkstukken/onderwerpen/fabrieken

145

Per “dumping sociale” si intende la massimizzazione dei profitti perseguita violando alcuni diritti dei lavoratori

(ad esempio utilizzando il lavoro minorile, dando bassi salari, fornendo condizioni di lavoro precarie in materia di

salute e sicurezza ecc.), cfr. Dario Salerni, Il sistema di relazioni industriali in Italia. Fenomeni e leggi di un caso

atipico, Il Mulino, Bologna 1981.

64


del 20-25 per cento inferiori a quelli di Belgio e Germania 146 . Per rispondere alla competizione

sul mercato internazionale del lavoro la Demka garantì ai lavoratori ospiti un contratto annuale

rinnovabile e migliori condizioni sociali. Gli italiani che già vivevano in Olanda erano invitati

dai datori di lavoro olandesi a diffondere tramite le lettere inviate in Italia, delle considerazioni

positive sull’Olanda, ad informare i loro connazionali sulle opportunità offerte nel tempo libero e

sull’assistenza spirituale garantiti ai lavoratori 147 . Un esempio è dato dall’esperienza del sig. A.:

«[…] dopo tre anni io stavo tornando. Il contratto si ripeteva annualmente. La cosa è questa: io il

primo anno ho finito il contratto però era il 1963, fu un anno freddissimo in Olanda, le pensioni

dove abitavo si stava proprio male, allora per via dell’interprete ho fatto capire al capo personale

che volevo tornare, dissi: “io ci tornerei in Olanda però vorrei abitare un po’ meglio” perché ci

faceva freddo, e per questo io sono tornato per tre o quattro mesi in Italia il primo anno nel ’62-’63.

Alla fine di marzo sono ritornato di nuovo [in Olanda] perché mi arriva una lettera che c’erano altri

italiani in fabbrica, c’era un paesano: “se torni puoi andare ad abitare lì, lì si sta meglio” e sono

tornato e poi non sono mai ritornato in Italia» 148 .

Arrivati in fabbrica gli italiani rimasero delusi soprattutto dai bassi salari, ma durante i primi

anni di permanenza in Olanda per loro non fu facile cambiare lavoro, innanzitutto perché erano

vincolati da un contratto da cui non potevano recedere, inoltre il basso livello di istruzione, la

scarsa esperienza lavorativa e la mancata conoscenza della lingua olandese creavano una

condizione che non permetteva loro di agire e aspirare a ruoli più qualificati e retribuiti con un

salario più alto. Anche se la mancanza di competenze e abilità tecniche adeguate costringeva

questi migranti ad accettare con rassegnazione lavori pesanti e scarsamente retribuiti, ciò non

vuol dire che gli italiani accettassero passivamente la loro condizione. Attraverso il concetto di

agency (agentività) 149 che indica un insieme di pratiche dell’agire, si può descrivere il ruolo

attivo di questi soggetti nel relazionarsi criticamente ai processi di costruzione culturale che li

costringevano ad accettare una condizione subalterna. Vengono qui riportate le narrazioni

sull’esperienza di fabbrica di due immigrati italiani ex-operai Demka. Il primo è U., arrivato in

Olanda nel 1960, all’età di ventidue anni. Ha lavorato alla Demka per sei anni. Il suo racconto

146 Jelle Visser, Anton Hemerijck, A dutch miracle: job growth, welfare reform and corporatism in the Netherlans,

Amsterdam Univ. Press, Amsterdam 1997, pp. 92-93.

147 Schrover Maria Louise Josephina Carolina, Broeke Judith ten, Rommes Ronald Nicolaas Johannes, Migranten

bij de Demka-staalfabrieken in Utrecht (1915-1983), Matrijs, Utrecht 2008, pp. 62-69.

148 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

149 Barbara Kirshenblatt-Gimblett, Destination Culture: tourism, museums and heritage, University of California

press, Berkeley 1998.

65


mette in luce la questione salariale, ma introduce anche un’altra problematica, quella della

mancata sicurezza sul lavoro:

«Il fatto era che ho scelto la metallurgica perché era una paga che si prendeva di più, come salario

era di più, però non era specificato se era lordo o netto, si prendeva di più perché lì alla

metallurgica si facevano dei turni e quindi facendo dei turni si prendeva quel supplemento che era

di più. Poi l’annuncio che c’era sul giornale che c’era scritto quanti fiorini noi potevamo

guadagnare nemmeno era specificato lordo o netto, allora noi facendo l’addizione all’italiana

abbiamo pensato la paga è buona, ma poi andando a Milano lì abbiamo visto che la paga era bassa.

Un amico che stava vicino a me lo stesso un salernitano ha detto: “ma tanto andiamo a vedere se

non ci va torniamo in Italia”, e noi per non fare una brutta figura di tornare indietro abbiamo detto

andiamo a vedere, per un anno non si muore e siamo venuti diretti alla metallurgica. Il lavoro era

pesante, brutto, e pericoloso perché c’era molto calore e polvere, ma noi non potevamo cambiare

lavoro perché noi avevamo firmato per un anno quel contratto. Noi quell’anno eravamo obbligati a

lavorare lì, altrimenti perdevamo tutti i diritti che c’erano nel contratto […] Io nel 1966 me ne sono

andato di là. Succedevano degli incidenti perché io per tre sere li avevo visti sopra [gli incidenti],

dovevo avere gli occhi sempre così aperti sotto perché era pericoloso. Io prendevo un blocco di

ferro di spessore così perché erano quattro o cinque tonnellate, mettendola qua si spezzava la

catena e andava giù, ne ammazzava quattro o cinque. Un altro italiano ha avuto un blocco di ferro

su una gamba, da allora invalido, fortuna che se l’è cavata che vive ancora» 150 .

Rispetto all’esperienza tutto sommato positiva degli italiani nelle piccole fabbriche situate

nell’area di Utrecht, il lavoro alla Demka viene invece ricordato come particolarmente duro e

pericoloso. Il secondo racconto significativo è quello di C., arrivato ad Utrecht nel 1961, operaio

Demka per sei anni. C. descrive quali erano i rapporti con gli altri operai olandesi e introduce il

termine “razzismo” per spiegare la discriminazione sul lavoro da parte degli operai olandesi nei

confronti dei “lavoratori ospiti”. C’è da dire però che in Olanda, eccetto che in rari casi, sembra

non ci siano state particolari discriminazioni nei confronti degli italiani tali da impedire la loro

ascesa sociale. Come deducibile dagli stessi racconti degli immigrati, si può affermare che

l’emigrazione in Olanda sia stato meno traumatica che in Germania o in Svizzera. Con ciò però

non si può dire che gli italiani godettero subito della simpatia degli operai olandesi. La

testimonianza di Carmine dimostra che nella fabbrica Demka comunque le cariche più alte, come

quella del voorman erano ricoperte dagli olandesi, mentre gli italiani erano relegati nei livelli più

bassi.

150 Intervista ad U., Maassluis, 1 maggio 2009.

66


«Io ho lavorato sei anni alla Demka, ho lavorato lì poi alla Demka ho incominciato ad avere

problemi, anche lì c’era la differenza di … chiamiamola razzismo. Allora siccome noi eravamo

sposati si poteva rimanere a lavorare però ad una condizione: lui [un operaio olandese] passava al

mio lavoro e io dovevo andare al suo […]. Soltanto, dando il mio ruolo a lui, lui prendeva sette

centesimi all’ora in più e io li prendevo in meno. Dico: “no, io qua non ci sto”. Allora io ho detto di

no, allora mi ha detto il capoccio, lo chef: “se non firmi qui te ne vai”. Allora ho dovuto firmare

perché a quei tempi io ero sposato, c’avevo due figli in Olanda […] Dove ero io c’erano quasi tutti

olandesi e noi eravamo cinque italiani e due o tre spagnoli, e poi il resto erano tutti olandesi. Il

capoccio era olandese, poi il voorman, sarebbe il capo operaio, era olandese» 151 .

Anche C. parla della pericolosità del lavoro e dei frequenti incidenti in fabbrica. Tuttavia i

vincoli contrattuali, e le scarse competenze professionali rendevano difficile per gli immigrati

italiani cambiare lavoro, almeno durante i primi anni di soggiorno in Olanda. Per queste ragioni

molti italiani cambiarono lavoro soltanto quando le fabbriche iniziarono a ridurre il numero di

manodopera impiegata privilegiando le assunzioni di turchi e marocchini, o, come nel caso della

Demka, perché furono chiuse in una situazione di generale crisi economica.

«[…] quel ferro lì era pericoloso, saltava in aria. E figurati che una volta io camminavo, lì dovevi

essere a sangue freddo, quando quel ferro andava fuori quello era come se vedi le bisce, noi

diciamo le serpi al paese mio, che girano così, e io mi sono fermato in mezzo così, ho aspettato che

quello è finito di girare e poi sono andato avanti […] Molte volte io andavo a caricare anche i forni

… E pure lì una volta io c’avevo rimesso quasi la vita […] capitò che il giorno prima avevo fatto

po’ storie con la mia fidanzata e allora un po’ ci stavo pensando e il mio piede è sfilato e sono

andato a finire sopra a tutti quei blocchi, fortuna che s’è trovato un amico mio che m’ha tirato

subito fuori, mi sono bruciato soltanto un pochettino qui [indica il polpaccio]. Lì il lavoro era

pericoloso, molti incidenti. Dove stavo io sono morti un olandese, però me lo hanno detto perche là

non te lo facevano vedere, lo facevano scomparire subito, e un polacco. E allora io ho lavorato lì,

poi sono ritornato al mio posto di lavoro, e dopo un tempo la fabbrica ha incominciato ad avere

difficoltà di lavoro e c’erano dei licenziamenti […]» 152 .

Nel 1964 l’azienda Demka venne inglobata dalla Hoogovens. Negli anni Settanta la fabbrica

dovette affrontare una crisi produttiva aggravata dall’utilizzo di vecchi impianti di produzione.

Contemporaneamente la Comunità Europea impose alle industrie siderurgiche di ridurre le

151 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

152 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

67


produzioni complessive 153 . Sempre negli anni Settanta l’Istituto Tecnologico per la Salute (TNO)

registrò un elevato inquinamento atmosferico dei Paesi Bassi, a causa di un eccesso di diossido

di azoto (NO2) e di particolato (PM10) nell’aria, soprattutto attorno alle zone industriali, che non

soddisfacevano le norme UE. Nel 1983 l’acciaieria Demka venne chiusa con la motivazione

principale che fosse altamente inquinante 154 . Al momento della chiusura, la fabbrica Demka

impiegava già per la maggior parte manodopera turca e marocchina, mentre gli operai italiani

rimasti ad Utrecht nel frattempo avevano cambiato lavoro e si erano inseriti in un processo di

ascesa sociale.

2.2.3 L’identità dei lavoratori e l’ esperienza sindacale

Nonostante la questione salariale e altri problemi come quelli presentati nel caso Demka, gli

operai italiani accettavano dure condizioni lavorative, bassi salari e una gerarchia di fabbrica, per

la mancanza di possibilità alternative. Nei racconti degli italiani si ha una rappresentazione

duplice e bidimensionale dell’esperienza di fabbrica. Da una parte, il lavoro in fabbrica viene

ricordato come un lavoro “brutto e pericoloso”, che erano costretti ad accettare per la mancanza

di possibilità di ascesa sociale, e per il timore di rimanere disoccupati. Dall’altra parte la fabbrica

è stata per gli immigrati italiani l’occasione per emanciparsi, per sentirsi attivi ed entrare in una

comunità produttiva, anche se l’identificazione con la fabbrica pare che sia avvenuta più a livello

individuale che collettivo. La fabbrica generalmente unisce e determina la formazione di identità

di gruppo legate alla fabbrica e al lavoro operaio 155 . Nel caso degli operai italiani nelle fabbriche

olandesi questo non è accaduto perché la componente migratoria è stata un fattore discriminante,

nel senso che ha impedito loro di solidarizzare con gli operai olandesi e di includersi in un

gruppo operaio forte. Il timore diffuso fra gli operai locali che gli italiani togliessero lavoro agli

olandesi influì sulla scarsa socializzazione degli italiani. In fabbrica l’appartenenza etnica

caratterizzava gli italiani più dell’appartenenza di classe. Infatti nei loro racconti gli immigrati

italiani dimostrano avere una percezione collettiva dell’esperienza migratoria, e più individuale

dell’esperienza di fabbrica. Le testimonianze hanno tutte una particolarità di linguaggio:

soprattutto quando si parla dell’arrivo in Olanda e delle difficoltà iniziali c’è un diffuso ricorso

alla prima persona plurale e alla terza singolare. Si parla in prima persona invece, quando il

racconto si fa più soggettivo e si passa a raccontare di sé; ma anche quando si racconta di un

episodio accaduto a chi parla, questo viene collocato nel contesto più generale del gruppo etnico

153

Fonte: www.hetutrechtsarchief.nl/werkstukken/onderwerpen/fabrieken

154

Fonte: www.xs4all.nl

155

G. Contini, A. Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, La Nuova Italia

Scientifica, Roma 1993.

68


di appartenenza. Nel complesso però quando si parla dell’esperienza in fabbrica solo una parte

minoritaria del racconto è descritta in prima persona plurale. Si può dunque affermare che

l’esperienza migratoria come esperienza collettiva ha avuto un valore identificativo più forte di

quello rappresentato dell’esperienza di fabbrica. Inoltre, l’identità operaia dei lavoratori è stata

frammentata dal sistema organizzativo della fabbrica che isolava gli operai nella propria cerchia

di riferimento. Questo aspetto si manifesta nel tipo di rapporti sociali stabiliti all’interno della

fabbrica e descritti dagli ex-operai italiani:

«In fabbrica eravamo moltissimi, un paio di centinaio senz’altro c’erano. Il rapporto [con gli altri

operai] era che durante la pausa del caffè io scendevo giù fra italiani, olandesi, ma lì c’erano anche

altri gruppi, c’erano dei polacchi, c’erano ungheresi, un misto di tutto, però loro lavoravano giù,

soltanto quando si doveva fare colazione io scendevo giù a bere il caffè e avevo il contatto, poi

finito questo tornavo sempre alla gru e per la maggior parte restavo sempre sulla gru perché quello

era il mio lavoro e restavo lì» 156 .

«Sai i compagni di lavoro, qui tipico dell’Olanda è che come forestiero bisogna che ti adatti, se sei

troppo sveglio non ti vogliono tanto bene, se poi non sei abbastanza bravo neanche, dunque devi

cercare la via di mezzo» 157 .

Un consistente turnover, una scarsa professionalità, bassi livelli di sindacalizzazione, un

maggiore isolamento, sono tutti fattori che hanno inciso negativamente sul consolidamento di

un’identità collettiva che unisse gli operai in un’interpretazione comune dell’esperienza di

fabbrica. Ma c’è anche un altro aspetto degno di nota: gli operai italiani conservavano

sostanzialmente l’identità del gruppo rurale di appartenenza, sulla quale poi si sono innestati

elementi differenziati, acquisiti dall’esperienza industriale. Gli italiani pare non siano stati capaci

di sviluppare forme di aggregazione e di solidarietà differenti dai reticoli di tipo familiare,

parentale e amicale, nemmeno parecchi anni dopo il loro arrivo, quando saranno considerati

completamente integrati dalla società olandese. Questa sorta di attaccamento a forme di socialità

pre-industriali ha rappresentato un ostacolo nell’assumere pienamente da parte degli italiani e

collettivamente un’identità operaia. Quando abbandonarono la terra e si inserirono nel contesto

operaio questi migranti entrarono nel mondo della merce segnato dalla disponibilità monetaria

che permise l’accesso al mercato e al consumo per divertimento, ma questo non cancellò

l’insieme dei significati maturati durante l’esperienza contadina. L’esperienza operaia è stata

acquisita lontano dal luogo e dalla cultura di origine, ma ciò non ha determinato una frattura

156 Intervista ad U., Maassluis, 1 maggio 2009.

157 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

69


netta tra l’esperienza operaia e il passato contadino 158 . Si è invece coagulato un sistema di valori

comuni costruito intorno a fattori presenti sia nella condizione rurale originaria, che in quella

operaia, come ad esempio nell’etica del lavoro, di cui si accennava nel precedente paragrafo. Le

dure prescrizioni dettate dal lavoro contadino come da quello industriale, non consentivano

svaghi, perdite di tempo, sprechi, distrazioni, ma esigevano impegno, sacrificio e ubbidienza.

L’etica del lavoro rappresentava quindi un generico senso di appartenenza al luogo o all’azienda

presso cui si lavorava, anche se non si consolidava in un’identità di fabbrica fortemente coesa in

cui i diversi lavoratori si riconoscevano. La condivisione di certi valori legati al mondo del

lavoro non ha portato alla formazione di un’identità operaia, ma ha azzerato potenziali elementi

di conflitto e sicuramente favorito il processo di integrazione successiva degli italiani nella

società olandese (si veda il paragrafo 2.2.1). Il fatto che non si sia formata una identità collettiva

all’interno della fabbrica è dipeso però anche da altri fattori legati alla storia

dell’industrializzazione olandese e alla politica del consenso. In Olanda il processo di

industrializzazione e la nascita di una classe operaia industriale si sono verificati ad un ritmo

piuttosto veloce ma in ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Un grande proletariato industriale

non si sviluppò fino alla fine del diciannovesimo secolo, molto tempo dopo l’istituzione dei

movimenti socialisti in tutta l’Europa 159 . I sindacati comparvero tardi in Olanda, e le unioni dei

lavoratori fino al 1870 erano illegali. Scioperi su piccola scala e blocchi erano comuni, ma il

numero degli scontri fra i grandi sindacati e lo stato era molto limitato, tant’è che la parola

inglese “strike”(sciopero) non venne tradotta nel linguaggio olandese col termine “staking” fino

al 1870. Nonostante fino al 1872 vigesse una legge che vietava gli scioperi, il governo olandese

non mise mai in discussione la libertà di associazione e d’assemblea stabilita dalla costituzione

del 1848. D’altra parte i principali sindacati sono sempre stati tendenzialmente moderati nelle

loro richieste e nelle loro azioni nei confronti della controparte rappresentata dal governo

olandese 160 . L’atteggiamento dei lavoratori olandesi è stato sempre ossequioso nei rapporti con i

datori di lavoro, e gli elementi della lotta di classe sono sempre stati scarsamente presenti nelle

loro mobilitazioni. Data questa situazione, fu ancora più difficile per gli immigrati italiani

acquisire una cultura sindacale e di “classe” nelle fabbriche olandesi, non avendo essi avuto

alcuna esperienza industriale e sindacale precedente a cui potersi appellare. Coloro che si

rivolgevano al sindacato, generalmente quello cattolico o socialista, lo facevano solo per

riceverne supporto per le questioni burocratiche (come ad esempio per compilare il modello della

158 Un esempio di sovrapposizione tra identità contadina e industriale è dato da Francesco Piva, Contadini in

fabbrica. Il caso Marghera: 1920-1945, Lavoro, Roma 1991.

159 A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley 1968, p. 97.

160 Ibid., p. 108.

70


dichiarazione dei redditi oppure per ottenere tutela per la recessione del contratto di lavoro), che

non sarebbero stati in grado di risolvere da soli perché non conoscevano la lingua olandese. Al di

là di questo però, per gli operai italiani in Olanda il sindacato non è stato un luogo di

aggregazione, né un punto di partenza per ampliare le proprie relazioni sociali e partecipare più

attivamente all’esperienza di fabbrica. Non mancano le eccezioni. Viene qui riportato il caso

particolare di G. che, emigrato in Olanda nel 1963, ha lavorato 14 anni in una fabbrica

metallurgica di Delft, è stato rappresentante sindacale e tesserato del partito laburista, e pare sia

stato l’unico italiano in Olanda a ricoprire una carica amministrativa come consigliere comunale:

«I primi anni ero scapolo, ero sempre in giro, non pensavo né al sindacato né a niente, a un certo

punto mi sono iscritto sia al partito laburista olandese e sia al sindacato olandese. Il sindacato c’è

ancora: FNV, io ero nei metallurgici. Io quando mi sono iscritto al sindacato subito quelli del

consiglio di fabbrica mi hanno chiesto se volevo entrare a far parte del consiglio di fabbrica

sindacale, ero l’unico straniero. Poi sono stato eletto nel consiglio distrettuale del sindacato, e dopo

un paio di anni mi hanno chiesto se volevo andare nel consiglio nazionale del sindacato, al

parlamento del sindacato. Però continuavo a lavorare. Nel ’73 mi sono iscritto sia al sindacato e sia

a questo partito laburista e ho cominciato ad essere attivo nella vita olandese sia sindacale che

politica. Il partito laburista è il PVDA, è il partito laburista olandese, in questo momento è il

secondo partito che si trova al potere. Io sono passato come primo straniero nei sindacati olandesi,

nel campo nazionale nel parlamento col sindacato dei metallurgici, e per gli olandesi era una cosa

strana perché non avevano visto mai uno che non era olandese ed era lì al consiglio nazionale,

perciò mi sono dovuto abituare io e si sono dovuti abituare pure gli olandesi al fatto che c’era uno

straniero che ci diceva che le cose non le facevano come si dovevano fare nei riguardi degli

stranieri. Poi nell’86 abbiamo avuto diritto al voto per le comunali, e il partito laburista olandese mi

ha chiesto se volevo io candidarmi per il consiglio comunale. […] Io non facevo mai il portavoce

sulla questione degli immigrati. Io m’ero messo d’accordo con loro [con i membri olandesi] perché

l’emigrazione non è un problema soltanto mio, era un problema di tutta la comunità, perciò quando

si trattava di parlare ci mettevamo d’accordo, io ci dicevo agli altri le cose che dovevamo dire ma

erano gli olandesi che portavano a questo parlamento la problematica degli immigrati […]. E’ stato

un modo per emanciparsi, non soltanto per me ma anche per gli altri, per far vedere agli altri che

basta che lavori abbastanza sodo ed è possibile pure entrare a far parte della cosa più alta del

sindacato. […] Qui turchi, marocchini, spagnoli, tutti gli stranieri mi conoscevano, dal primo

momento gli ho detto: “io non sono il rappresentante degli stranieri, io sono il rappresentante della

classe più debole a Delft”, e nella classe più debole ci sono gli stranieri ma ci sono anche gli

olandesi, e ho scelto pure che quando c’era da dire qualcosa sull’emigrazione non ero io a dirla ma

71


erano i colleghi miei del mio partito, altri consiglieri comunali. Anche qui mi hanno accettato, e

anche qui sono stato il primo straniero ad essere eletto in consiglio comunale» 161 .

Salvo qualche eccezione come nel caso appena citato, generalmente gli italiani si

autorappresentano come ex-lavoratori sottomessi e fedeli. L’immagine di sé che essi desiderano

trasmettere è quella di un ex-operaio cheto, che non attaccava briga, che pensava solo al proprio

lavoro, e che accettava con rassegnazione anche condizioni poco piacevoli. L’autorappresentarsi

come ex-operai mansueti e dediti al dovere probabilmente serve anche a nascondere il loro

schieramento politico. Lo stereotipo usato è quello di persone che hanno sempre pensato solo al

loro lavoro, che non hanno mai fatto del male a nessuno e che perciò si sono tenute lontane dai

contrasti politico-sindacali. Con l’eccezione di G. che esplicitamente dichiara i suoi sentimenti

politici, tutti gli altri si guardano bene dallo svelare le loro simpatie e sottolineano la loro

estraneità alla politica, rappresentandola come una questione di “opportunismo” e qualcosa di

incomprensibile.

2.3 Ascesa economica e riscatto sociale

2.3.1 L’importanza dei mestieri nella scalata professionale

La struttura occupazionale dei migranti italiani in Olanda si modificò nel corso del tempo mentre

l’occupazione industriale perdeva sempre più rilevanza. Negli anni Sessanta la più grande

destinazione occupazionale degli immigrati italiani era il settore industriale dove,

l’organizzazione del lavoro permetteva di utilizzare forza lavoro con scarsa qualificazione

professionale. Questo però non vuol dire che gli immigrati italiani non avessero alle loro spalle

una tradizione lavorativa, si pensi alla vasta area di mestieri artigianali che molti di essi

svolgevano nei piccoli comuni del sud Italia, tuttavia si trattava sempre di mestieri lontani dal

lavoro di fabbrica. Le cose cambiarono nei paesi di arrivo dopo il 1973 che è solitamente

indicato come lo spartiacque tra il periodo di sviluppo industriale fordista, basato sulla grande

impresa e la produzione di massa, e la fase post-fordista delle società industriali 162 . La domanda

di lavoro si modificò anche in Olanda dove l’occupazione industriale si ridusse, e necessitò di

manodopera sempre più qualificata. Man mano i lavoratori locali, e successivamente anche i

lavoratori italiani della prima ondata migratoria nel periodo post-bellico, salirono nella scala

occupazionale, mentre i posti di lavoro meno qualificati da essi lasciati liberi vennero occupati

dagli immigrati delle ondate successive, soprattutto turchi e marocchini. Nell’ascesa

161 Intervista a G., Delft, 27 novembre 2008.

162 Cfr. E. Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna 2002, p. 74.

72


occupazionale di questi italiani sembra aver influito la tradizione d’origine e il senso di

appartenenza ad un mondo lontano che essi hanno tentato di ricreare nel nuovo contesto. Per

chiarire questo punto occorre ribadire che il mondo rurale da cui proveniva la maggior parte

degli immigrati italiani, non deve essere immaginato come uniformemente agricolo e popolato

da gente dedita esclusivamente al lavoro dei campi. Se è vero che il lavoro dei campi costituiva

l’attività prevalente della popolazione rurale, esso non esauriva tutte le forme di attività

produttiva. I contadini stessi spesso erano in grado di svolgere disparati lavori nelle stagioni

morte del calendario agricolo, sapevano infatti trasformarsi in muratori, tessitori, fabbricanti di

attrezzi da lavoro ecc. Inoltre, accanto ad essi si muovevano molteplici figure di lavoratori

addetti ai più disparati mestieri extra-agricoli: ceramisti, fabbri, falegnami, sarti, calzolai,

commercianti ecc 163 . I mestieri artigiani tradizionali hanno svolto un ruolo importante nel

determinare gli esiti della vicenda migratoria. Ereditando dalla cultura d’origine una certa

flessibilità sul lavoro, gli italiani emigrati in Olanda dimostrarono di avere le risorse necessarie

per affermarsi nel nuovo scenario socio-economico che si era configurato dopo la crisi

industriale, spesso trasformando l’antico mestiere dei padri (mestiere artigiano, pre-industriale)

in una competenza tecnica utilizzabile nel mercato del lavoro olandese. Più che il livello di

scolarizzazione è stato quindi indispensabile possedere una abilità tecnica trasformata in

specializzazione professionale spendibile nel mercato del lavoro 164 . Nei racconti qui riportati gli

immigrati italiani mettono in evidenza il processo di autodeterminazione economica e le capacità

di adattamento e autonomia che hanno permesso la loro l’ascesa occupazionale:

«[…] allora io ho chiesto al mio capo se potevo fare il macchinista sopra la gru, e lui ha detto:

“però bisogna fare prima un test”, e io ho detto: “si facciamo il test”, il test è risultato buono e sono

andato a fare il macchinista stesso in questa fabbrica, sopra, e quindi io mi trovavo più comodo,

nessuno mi comandava, io il lavoro che si doveva fare già lo sapevo, la lingua non era tanto

importante perché tramite i segnali, coi gesti col personale che era sotto noi avevamo la

comunicazione, tutto con le mani, io mi trovavo comodissimo lì. Poi c’era un posto libero in un

laboratorio nell’ospedale dove mio suocero lavorava e dice: “lì perché non fai domanda

all’ospedale che hanno bisogno di uno che sterilizza i macchinari, i materiali”. E così ho preso il

licenziamento e me ne sono andato a lavorare al laboratorio batteriologico. E lì è tutta un’altra vita,

vestito pulito, mi piaceva stare all’ospedale però in quella materia non ero tanto specializzato ma io

163

Per una descrizione dettagliata della società rurale del mezzogiorno si veda Pietro Bevilacqua, Società rurale e

emigrazione, in Storia dell’emigrazione italiana, Donzelli, Roma 2001.

164

Un caso esemplare in cui si è verificato il passaggio dal mestiere alla professione, e un percorso di ascesa sociale

è quello dei muratori e degli scalpellini di valle del Cervo nel Biellese trattato da Patrizia Audenino, Un mestiere per

partire p. 54-55.

73


ho avuto l’opportunità di imparare a fare quella specializzazione sul laboratorio […] io ebbi tutto il

tempo di imparare e poi c’avevo un altro libro in tasca che me lo portavo per riserva e lo scrivevo

anche in italiano, c’erano le ricette in olandese però io c’avevo anche un libro in italiano […]. In tal

modo io ho lavorato per trenta anni all’ospedale» 165 .

«Io ho prima ho lavorato a den Haag in un atelier poi lì non c’era tanto lavoro e sono venuto qua ad

Utrecht perché mia moglie viene da Vleuten, un paesetto vicino ad Utrecht e lavoravo in un

laboratorio che facevano soltanto divise per la polizia dopo sono andato via e sono andato a

lavorare in fabbrica, roba di confezioni, ho lavorato 7 anni là. Poi la fabbrica è andata in fallimento

e sono andato a lavorare in un paese qua vicino ad Utrecht che facevano poltrone, dove si cucivano

tutti i pezzi, si facevano quelle cose lì, c’ho lavorato un anno poi mi sono stufato e sono andato a

lavorare in un magazzino di libri e lì c’ho lavorato 23 anni […] Ho imparato tutto da solo» 166 .

Alcuni studi di Vermeulen e Penninx hanno dimostrato che tra gli immigrati in Olanda i greci e

gli italiani erano i più inclini a diventare imprenditori. Gli immigrati che arrivarono dopo la

guerra raramente emigravano con lo scopo consapevole di stabilire un’impresa, ma la mancanza

di opportunità di aumentare il proprio salario probabilmente rappresentò per loro un forte

incentivo per iniziare un’attività propria 167 . Frank Bovenkerk ha introdotto anche un altro

elemento che influenzò le scelte imprenditoriali: la discriminazione nei confronti degli immigrati

nell’accesso al mercato del lavoro. Per Bovenkerk, in Olanda la svantaggiata posizione degli

immigrati nel mercato del lavoro può essere riconducibile ad alcuni fattori: innanzitutto il basso

livello d’istruzione e le scarse esperienze lavorative; altro ruolo importante è giocato dalle

differenze culturali, specialmente la lingua; in fine vi sono particolari forme di discriminazione

diretta o indiretta. La discriminazione indiretta consiste in norme o pratiche che non sono

esplicitamente discriminatorie ma che hanno delle conseguenze svantaggiose per gli immigrati.

Ad esempio, il reclutamento per i lavori di bassa qualificazione avviene soprattutto in modo

informale. I datori di lavoro frequentemente cercano il personale nella propria azienda o fra i

propri parenti e conoscenti. Questi in genere conoscono solo i nativi e non gli immigrati, per cui

gli immigrati sono svantaggiati da questo reclutamento per via informale. Il pregiudizio verso gli

immigrati, gli stereotipi negativi, possono invece risultare come discriminazioni dirette. Per

Bovenkerk le discriminazioni dirette costituiscono la ragione principale dell’alto tasso di

disoccupazione tra gli immigrati 168 . Gli immigrati italiani in Olanda sembrano aver sofferto

165 Intervista ad U., Maassluis, 01 maggio 2009.

166 Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

167 H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p. 140.

168 Cfr. Frank Bovenkerk, Discrimination against migrant workers and ethnic minorities in access to employment in

the Netherlands, Ginevra 1995.

74


meno di queste forme di discriminazione rispetto ad esempio agli immigrati turchi e marocchini

arrivati negli anni successivi, probabilmente perché il fatto di aver sposato una donna olandese

ha permesso loro di inserirsi più rapidamente anche nel mercato del lavoro, nonostante la crisi

degli anni settanta. Tuttavia, come verrà spiegato meglio nel capitolo successivo, durante i loro

primi anni di permanenza in Olanda anche gli italiani furono soggetti a pregiudizi: si pensava

fossero poco disciplinati e inaffidabili. L’arrivo successivo di altri gruppi migratori più numerosi

rispetto a quello degli italiani fece spostare l’attenzione sui nuovi immigrati. Soprattutto a causa

della loro minoranza numerica, e per il fatto di essere impegnati in matrimoni misti con donne

olandesi, gli italiani furono sempre più considerati degli “assimilati”, e questo permise loro di

migliorare la propria posizione lavorativa e sociale. Come confermano i loro stessi racconti,

alcuni, riuscirono a salire nella gerarchia professionale all’interno della fabbrica grazie

all’apprendimento di abilità più complesse e della lingua olandese. Altri trovarono impiego nel

settore dei servizi pubblici, e quelli più intraprendenti riuscirono a convertire le proprie abilità

manovali in capacità imprenditoriali, come G. che ha aperto un ristorante italiano e F. che ha

convertito il negozio del suocero in un negozio di cappelli italiani.

«A quei tempi ho cominciato a lavorare in una fabbrica che faceva le coperture delle macchine. Poi

cerchi di incrementare il tuo salario, vai a mangiare in ristoranti italiani e chiedi: “c’è lavoro per

caso?” e così piano piano mi sono intrufolato nel campo, qua mi è piaciuto e ho cercato di

sviluppare la situazione. Sono 20 anni che ho aperto il ristorante, dal 1988. Quando mi sono

sposato lavoravo ancora in fabbrica […] poi da lì piano piano ho cominciato a parlare meglio, sono

riuscito ad andare in altri posti, ho trovato un altro lavoro nel frattempo, lì [in fabbrica] lavoravo in

alcuni turni, ho trovato un altro lavoro che mi dava di più e ho cambiato lavoro. Poi una volta che

incominci a parlare la lingua ti viene più facile» 169 .

«Ho lavorato in una fabbrica dove fanno costruzioni di cemento, facevano pali di cemento, ma

siamo stati pochi là, nemmeno sei mesi siamo stati, poi quasi tutti gli italiani siamo stati alla

fabbrica di ferro qua ad Utrecht, la DEMKA. Dopo sono andato in una ditta di montaggio, sono

stato là un paio d’anni e poi sono entrato in ferrovia, ero ferroviere, ho fatto 26 anni in ferrovia. Io

di giorno c’avevo i turni, la maggior parte si lavorava di notte e poi di giorno lavoravo un po’ nel

negozio. Adesso non si può fare più, una volta eravamo io e mia moglie, c’era mia suocera, mio

suocero che si assistevano il negozio. […] Il negozio non l’ho aperto io, era di mio suocero, il

negozio è 86 anni che c’è. Dopo le ferrovie sono entrato qua, cioè sono entrato prima. Torno in

169 Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

75


Italia ogni anno due o tre volte, la maggior parte due volte perché noi facciamo affari in Italia,

adesso vado io e mio figlio, una volta andavo io e mia moglie» 170 .

2.3.2 Riscatto sociale e confronto generazionale

Nei racconti degli immigrati italiani un fattore ricorrente è il grado di soddisfazione maturato nel

corso degli anni per la scelta fatta. Decisivi sono stati l’originalità e la capacità di adattamento

degli italiani al processo trasformativo in corso negli anni settanta. I racconti sono fortemente

influenzati dalla conclusione positiva del loro viaggio verso l’Olanda, che viene raccontato con

gli occhi del presente, e le loro storie sono costruite sul contrasto tra la dura vita passata, prima

contadina e poi di fabbrica, e la soddisfazione raggiunta con l’attuale status sociale. Il successo

raggiunto viene generalmente misurato in termini economici, in base al reddito e al tipo di lavoro

svolto; frequenti sono i riferimenti all’acquisto della propria casa o del negozio per sottolineare il

fatto di possedere una disponibilità economica che un tempo non avevano. I migranti spesso

sembrano non lamentarsi di aver sopportato dure condizioni di lavoro, come un rigido sistema di

turnazione e un basso salario, perché queste sono valutate in relazione alla loro situazione di

lavoro e alle loro condizioni di vita prima dell’arrivo in Olanda. Essi potevano considerare una

situazione povera come una situazione relativamente buona, almeno durante i primi anni del loro

soggiorno in Olanda. Il racconto autobiografico si traduce in un bilancio positivo perché,

attraverso i cambiamenti della propria attività lavorativa, si avverte di aver conquistato oltre che

una migliore condizione economica, anche una nuova visibilità sociale, in confronto allo stato di

subalternità sofferto in precedenza nel mondo contadino. Il valore e la percezione della propria

esperienza lavorativa sono cambiati nel corso della loro vita, al momento dell’intervista è

sicuramente condizionato dall’attuale posizione socio-economica, in cui viene fatta una

valutazione complessiva e dato un giudizio globale della propria esperienza migratoria. Per

questo l’ascesa sociale ed economica dei migranti lavoratori non può essere vista esclusivamente

nella loro posizione di “classe” presente, essa può essere compresa solo in un confronto

generazionale. È necessario includere nell’analisi la loro condizione socio-economica precedente

la migrazione, e quella dei propri genitori. Il processo di integrazione nella nuova realtà

economica ha anche comportato una stratificazione sociale in progressivo mutamento che ha

inciso sulla trasformazione delle identità degli italiani. Lo stato economico degli italiani che, nel

corso della vita, hanno cambiato lavoro, e la particolare mobilità sociale li ha resi maggiormente

autonomi e in grado di assumere una certa identità individuale. Poiché la trasformazione delle

loro identità è stata determinata dall’esperienza migratoria, nei loro racconti viene dato molto

170 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

76


peso agli eventi legati a quell’esperienza, come il licenziamento dalla fabbrica e l’inizio di una

nuova attività, o il matrimonio, attraverso cui si sono manifestate le modificazioni di condizione

e di status. La vita in Olanda affrancò gli emigrati dall’arroganza dell’élite con cui si

confrontavano in sud Italia, imponendo al contempo trasformazioni fondamentali nei rapporti

sociali, in particolare in quelli tra le diverse “classi”. Come risultato si è avuto un cambiamento

della mentalità degli italiani, mentre il loro giudizio sulle relazioni clientelari che dominano al

sud Italia si è fatto particolarmente critico:

«Come strutture sociali e governative noi stiamo molto indietro agli olandesi su molti punti. Per

esempio se tu vai qua all’ufficio comunale c’è l’impiegato dietro lo sportello, anche se ci sono

problemi mai che ti offende, nel senso che ti dice “sto cafone non capisci un cavolo”, anche se tu

sbagli lui si comporta come il codice vuole perché tu sei un cliente di quello lì e lui ti deve trattare

come un cliente, ti deve rispettare. Per esempio in Italia la domenica quando passi davanti

“buongiorno dottore”, e va bene buongiorno perché ti incontro, ma se tu non ci vai dal dottore il

dottore non c’ha da fare niente, quello è disoccupato. Questa è la mentalità olandese che malgrado

uno fosse presidente non è importante quello che tu fai, perché io faccio questo e io sono buono nel

mestiere che faccio io, tu sei giornalista e sei buona nel mestiere di giornalista, lei è casalinga ed è

buona nel mestiere di casalinga. Io non mi posso sentire meglio di questo e meglio di te. Noi siamo

tutti quanti uguali. Dici sono piccolezze, però quelle sono cose gravi, per esempio un poliziotto in

Italia, quello si sente superiore a un re. Qua un poliziotto se ti incontra per strada dice lui

buongiorno a te. Quelle sono le cose che devono cambiare in Italia, non perché si lamentano dei

soldi, ci sono cose più importanti dei soldi. Noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Nessuno è

superiore ad un altro» 171 .

«Io quando vado a Penne (Pescara) conosco il sindaco di Penne molto bene, io conosco parecchi

dottori quando vado al bar lì che è in centro, ma quando passa un amico mio che fa lo spazzino che

va a pulire gli faccio: “vieni qua sopra, beviamo un bicchiere insieme”. Quello lì sta pulendo quello

che noi buttiamo per terra, se no noi ce l’abbiamo fin sopra i capelli; gli offro un bicchiere, quello

se lo merita. Io rispetto sia uno che fa lo spazzino sia uno che è un dottore o un avvocato, per me è

una persona, carne ossa e sangue lui anche, soltanto lui c’ha una Ferrari e quel povero diavolo c’ha

un’Ape. La persona io la rispetto non per quello che fa ma per che tipo di persona è. Io qui in

Olanda non mi trovo mai in difficoltà» 172 .

«[…] La differenza qui [in Olanda] tra l’avvocato e l’operaio che fa il muratore non c’è, sono quasi

tutti uguali, non c’è distinzione sociale qui. Io penso che è stato già da anni e anni perché loro

171 Intervista a P. Utrecht, 6 novembre 2008.

172 Intervista a M. Utrecht, 14 maggio 2009.

77


pensano: perché uno deve essere superiore agli altri? perché è la mentalità che è già ingranata da

anni, loro dicono: “qui siamo tutti uguali”» 173 .

2.3.3 L’emigrazione come diffusione di un “patrimonio”

Durante le migrazioni di massa dei primi anni del ‘900, gli emigrati italiani trovarono lavoro

all’estero soprattutto attraverso le reti amicali e parentali (si rimanda al primo capitolo), creando

delle nicchie occupazionali peculiarmente “italiane” all’interno del mercato mondiale del lavoro.

Il lavoro che gli emigrati italiani svolgevano all’estero differiva da quello degli altri gruppi

nazionali di emigrati, perciò si è spesso parlato di “nicchie economiche italiane” all’interno del

mercato mondiale 174 . Gli italiani arrivati in Olanda negli anni Sessanta seguirono altri canali

attivati dal reclutamento in fabbrica, ma dopo la crisi industriale molti di loro ricrearono delle

nicchie occupazionali giocando sul fattore etnico. L’economia di enclave etnica, basata sulla

produzione e distribuzione di particolari tipi di oggetti, è una chiave di misura del “successo”

raggiunto dagli immigrati italiani che non possedendo capitale economico si sono affidati

all’unico capitale al quale avevano accesso o che potevano perfino inventare: il capitale

culturale 175 . Tra gli italiani intervistati per questa ricerca c’è chi, dopo l’esperienza di fabbrica,

ha avviato una piccola attività giocando sulla tipicità del “prodotto italiano”, come nel caso di G.

che ha aperto un ristorante italiano, dove anche i dipendenti sono italiani, o nel caso di F. che ha

convertito il negozio del suocero in un negozio di cappelli regolarmente scelti e commissionati in

Italia. Un altro caso esemplare è quello di M. che ha portato avanti l’attività di gelataio del

suocero, anche lui italiano, emigrato in Olanda negli anni Trenta, quando appunto le nicchie

economiche furono il principale campo di inserimento degli italiani emigrati all’estero. Una

certa abilità tecnica, un sapere pratico cumulativo trasmissibile, e particolari rapporti di fiducia,

sono state la base per la formazione di economie di enclavi etniche. Le posizioni all’interno di

queste enclavi si affidano a competenze artigianali o commerciali che non richiedono istruzioni

formali oltre all’apprendistato perché la qualità dei prodotti italiani è garantita da una consolidata

tradizione artistica e artigianale. Nel racconto di M. si leggono quei meccanismi che legano il

fattore dell’etnicità ad un prodotto rendendolo tipicamente italiano.

«Ho cambiato lavoro perché nel frattempo mi ero sposato. Nel ’68 mi sono sposato, mia moglie è

figlia di un italiano, mio suocero è venuto qui mi sembra nel 1930. Mia moglie l’ho conosciuta

173

Intervista ad U., Primo maggio 2009.

174

Cfr. D. Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 94.

175

Per Pierre Bourdieu il capitale culturale può essere una condizione di accesso al capitale economico secondo il

postulato della convertibilità dei diversi tipi di capitale, ovvero la possibilità, sempre presente, di convertire un tipo

di capitale in un altro, cfr. Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 1983.

78


nella gelateria dove lavorava. A quella gelateria purtroppo abbiamo dovuto smettere per questione

di salute mia […]. Sicché uno strappo muscolare m’è costato tanto. L’attività l’abbiamo chiusa

perché se la gelateria come si lavorava noi la dai a un altro e ti rende di meno, o la produzione del

gelato non te la fanno più come la dovrebbero fare, sessantasette anni che noi abbiamo avuto la

gelateria li butti così al vento, anche il nome, allora abbiamo deciso: chiudiamo e basta. Ci teniamo

la ricetta del gelato per conto nostro, se qualcuno dei parenti voleva andare avanti avrebbe potuto

farlo però estranei no» 176 .

Nei casi come quello appena citato sembra esserci un’idea di autenticità che appare strettamente

legata ad un territorio e a procedure inscritte nel patrimonio culturale di specifici individui. Nei

settori in cui si produce un particolare prodotto connotato dall’elemento etnico (il gelato, o il

cibo italiano in generale) si preferiscono collaboratori italiani, spesso scelti solo all’interno del

proprio nucleo familiare, appunto perché le abilità richieste rappresentano un sapere tecnico

trasmissibile di generazione in generazione, ma solo all’interno della propria enclave etnica. La

posizione economica e sociale degli immigrati italiani è stata determinata dal proprio bagaglio

culturale, ma anche dal valore attribuitogli dalla società ospitante. Attorno a questi oggetti, o

prodotti, si crea un’idea socialmente condivisa che li riconosce in quanto autentici. Per Regina

Bendix l’autenticità è un valore aggiunto, un plus valore attribuito agli oggetti culturali non dai

loro attori ma da uno sguardo esterno 177 . Secondo la Bendix l’autenticità come plus valore

aggiunto a determinati fatti culturali ha almeno due effetti: aumenta il valore di quella cosa che è

considerata autentica (nel caso citato aumenta il valore del cibo italiano prodotto con metodo

italiano e con ingredienti italiani), e investe di un ruolo maggiore coloro che riescono a trovare e

individuare questa autenticità (ad esempio i consumatori che apprezzano la pizza italiana e sanno

distinguerla da quella prodotta nei doner-kebab turchi o negli shoarma marocchini).

L’attribuzione di autenticità aumenta quindi il valore di quell’oggetto e proietta lo stesso valore

al soggetto che lo riconosce in quanto tale. In alcuni studi fatti sugli immigrati in Olanda e sui

loro discendenti, Jan Lucassen ha analizzato il modo in cui l’atteggiamento della società

ospitante nei confronti delle economie di nicchia create da alcuni gruppi di immigrati è cambiato

nel corso del tempo. I primi italiani venditori di gelato arrivati in Olanda erano difficilmente ben

accolti dagli olandesi, che temevano che i propri guadagni o il loro reddito sarebbero stati

danneggiati dalla forte e omogenea unità occupazionale rappresentata dal gruppo degli italiani.

Durante il boom economico degli anni Cinquanta gli immigrati incontrarono una maggiore

176 Intervista a M., 6 maggio 2009.

177 Cfr. Regina Bendix, In search of authenticity: the formation of folklore studies, The University of Wisconsin

press, London-Madison 1997.

79


apertura da parte del mercato estero, e in questo contesto gli olandesi iniziarono a considerare il

gelato italiano o i loro menù come un trattamento prediletto e abituale 178 . C’è un altro elemento

da considerare: dal miracolo economico fino agli anni Ottanta le imprese medio-piccole del

nord-est e del centro Italia trovarono molti sbocchi sui mercati esteri esportando soprattutto capi

d’abbigliamento, mobili, elettrodomestici e scarpe. Gli esportatori di successo crearono un

“look” nel quale i consumatori stranieri identificarono immediatamente lo stile italiano. Questo

processo ebbe delle conseguenze positive sulle migrazioni italiane all’estero perché i paesi

ospitanti iniziarono a dare un valore positivo alla cultura italiana e a riconoscere in alcune

produzioni elaborate da questi immigrati delle caratteristiche peculiarmente italiane. Questi

complessi processi permisero agli immigrati italiani di sopravvivere ed espandersi negli affari in

una terra straniera, senza alcuna esperienza a priori (i pizzaioli o i cuochi italiani in Olanda

raramente svolgevano già quelle attività in Italia). Dunque, le culture dei piccoli “imprenditori”

che oggi vendono prodotti italiani in Olanda sono delle tradizioni che essi hanno inventato, e che

hanno poi creato il “prodotto tipico”, frutto di un processo di “patrimonializzazione” e di una

costruzione sociale. Come sostiene Veronica Redini in una sua ricerca sulla delocalizzazione

delle merci italiane: «Quando si parla di un prodotto “made in Italy” il riferimento all’Italia non

è tanto geografico ma connesso a una serie di elementi ritenuti stabilire legami naturali tra il

passato, il presente e lo spazio» 179 .

178

J.Lucassen, R. Penninx, Newcomers: immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p.180.

179

Veronica Redini, Frontiere del “made in Italy”. Delocalizzazione produttiva e identità delle merci, Ombre Corte,

Verona 2008, p. 105.

80


CAPITOLO 3. TRA L’INTEGRAZIONE E LA NON-ASSIMILAZIONE

3.1 Gli albori dell’esperienza migratoria

3.1.1 Assimilazionismo e multiculturalismo

Come si è visto nel capitolo precedente, per gli immigrati italiani l’assenza di una tradizione

sindacale e di lotte e conflitti di classe sicuramente facilitò il loro ingresso nelle fabbriche

olandesi e più in generale nella società ospitante. Il carattere “docile” e incline al duro lavoro che

li caratterizzava neutralizzò l’idea di pericolosità che poteva affiancare l’immagine degli

emigrati italiani, trasformandoli in un gruppo di immigrati facilmente assimilabili. Oggi

l’immagine più diffusa degli immigrati italiani in Olanda è quella di persone completamente

assorbite dalla società olandese. Come spiegano Vermeulen e Penninx occorre però fare una

distinzione tra assimilazione e integrazione. In Olanda, come in altri paesi di immigrazione, le

politiche migratorie per un lungo periodo cercarono di raggiungere un alto grado di unità

culturale e annullare le diseguaglianze tra le minoranze etniche e la maggioranza della

popolazione soprattutto attraverso l’imposizione della lingua nazionale. Alla fine degli anni

Sessanta queste politiche definite “assimilazioniste” vennero messe in discussione da una

concezione più pluralista dello stato. Soprattutto dopo la crisi petrolifera del 1973, con la

transizione dalle società industriali a quelle post-industriali e la fine dell’epoca dei nazionalismi,

fece la sua comparsa il termine “multiculturalismo” come per designare la politica degli stati nei

confronti degli immigrati e delle minoranze etniche. Le nuove politiche migratorie

multiculturaliste, introdotte in Olanda agli inizi degli anni Settanta, intendevano promuovere la

tolleranza e il rispetto per le differenze culturali. In questo periodo venne introdotto anche il

concetto di “integrazione”. L’integrazione a differenza dell’assimilazione non indica un

appiattimento culturale, al contrario descrive una condizione nella quale i diversi gruppi etnici

mantengono i propri caratteri culturali e l’unicità di gruppo, per cui nelle politiche migratorie

multiculturaliste si preferisce il primo termine al secondo 180 . Quando oggi si parla degli italiani

in Olanda si usa spesso il termine “assimilazione” come per indicare un processo di

normalizzazione che gradualmente ha reso invisibili gli italiani come gruppo di stranieri

all’interno della società olandese. Partendo dalla distinzione tra “assimilati” e “integrati” messa a

fuoco da Vermeulen e Penninx, sarebbe però più opportuno parlare di “integrazione” poiché,

sebbene gli italiani emigrati in Olanda come lavoratori ospiti abbiano successivamente raggiunto

posizioni sociali pari a quelle della classe media olandese, certi valori tradizionali e le differenze

culturali che li caratterizzavano non sono scomparsi, anzi, spesso essi sono stati accentuati.

180 Cfr. H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000.

81


L’integrazione degli italiani emigrati in Olanda negli anni Sessanta viene misurata soprattutto

con il grado di adattamento normativo e con il numero di matrimoni misti con le donne olandesi.

Tuttavia, Andrea Mantione, presidente dell’associazione A.C.L.I. nei Paesi Bassi, lamenta il

fatto che lo stato olandese a suo tempo non si occupò dell’integrazione degli italiani,

principalmente perché nelle intenzioni iniziali di entrambe le parti si trattava di un’ospitalità

provvisoria:

«Gli italiani sono stati assorbiti dalla società olandese ma non sono integrati. Sia la politica

olandese che i datori di lavoro davano dei centri pagati dai comuni che organizzavano gite, il

pranzo natalizio e cose simili per tenerli calmi. Pochissimi italiani hanno assunto cariche importanti

nei settori pubblici o attività commerciali» 181 .

L’etica del duro lavoro rendeva i lavoratori italiani particolarmente docili e inclini a sottostare

alle regole e alla gerarchia di fabbrica, ma la sensazione di disagio generata dalla mancanza di

socialità all’esterno della fabbrica rappresentava una minaccia per la stabilità dei contratti di

lavoro. Il presidente delle A.C.L.I. afferma che i datori di lavoro prendevano diverse misure per

“tenerli calmi”, cioè per evitare che gli italiani recedessero dai contratti, atteggiamento che

avrebbe comportato un maggiore ricambio di manodopera e avrebbe significato maggiori costi di

assunzione per l’azienda. Questa duplice condizione generava negli immigrati italiani due

sentimenti contrapposti: da una parte essi aspiravano a raggiungere attraverso il duro lavoro una

posizione sociale ed economica pari a quella dei ceti medi olandesi, e quindi a mimetizzarsi nella

società ospitante; dall’altra parte la difficoltà di adattarsi al clima sociale olandese spingeva gli

italiani a voler tornare in Italia, e quindi a rifiutare l’integrazione. La mancanza di interesse per

le questioni pubbliche o per la politica olandese da parte degli immigrati italiani è probabilmente

una conseguenza del fatto che le autorità olandesi non si preoccuparono di creare delle strutture

per l’integrazione dei lavoratori italiani. Inizialmente non ci fu alcun processo di alfabetizzazione

nella lingua locale, né furono prese iniziative di carattere sociale per facilitare la loro

integrazione. Solo negli anni Settanta, quando la presenza sempre più massiccia di altri gruppi

etnici costrinse le autorità olandesi a prendere maggiormente in considerazione la questione degli

immigrati, anche per gli italiani vennero favoriti e sovvenzionati corsi di lingua olandese,

vennero sostenute associazioni locali e venne data loro la possibilità di guardare programmi

televisivi del Paese di origine. Ancora oggi la scarsa attenzione per l’ integrazione degli italiani è

dimostrata dal fatto che a livello politico e nella maggior parte degli studi sui gruppi di immigrati

181 Intervista ad Andrea Mantione, Utrecht, novembre 2008.

82


presenti in Olanda, essi vengono trattati come appartenenti al gruppo generico dei sud-europei,

anche se gli immigrati che rientrano in questa categoria non sono uniti da una comune identità

etnica e nazionale. Diverso è stato l’atteggiamento nei confronti dei gruppi turchi e marocchini,

arrivati nei primi anni Settanta quando le politiche migratorie olandesi furono convertite al

multiculturalismo. Le condizioni che portarono le autorità olandesi a prestare maggiore

attenzione per questi due gruppi di immigrati dipesero innanzitutto da un fattore numerico e dalla

loro visibilità. Un numero piuttosto ampio di immigrati turchi e marocchini arrivati in Olanda in

un periodo di tempo piuttosto breve (si veda la tabella 1.11 del primo cap.) sembra aver generato

un certo risentimento da parte della società olandese nonostante ci sia stata una forte domanda

della loro forza lavoro. Rispetto ai turchi e ai marocchini gli italiani hanno sempre costituito un

piccolo gruppo di immigrati, e per questa ragione hanno avuto maggiori opportunità di rendersi

più o meno socialmente invisibili e di non suscitare una resistenza massiccia da parte degli

autoctoni. Questo però non significa che non ci sia stata alcuna opposizione alla loro presenza.

Nonostante le narrazioni autobiografiche riportino un giudizio tutto sommato positivo

sull’esperienza migratoria, non mancano degli aneddoti che fanno pensare che anche gli italiani

subirono pregiudizi e una certa ostilità da parte dei cittadini olandesi, soprattutto durante i primi

anni del loro soggiorno in Olanda. E’ opportuno a questo punto aprire una parentesi sugli

stereotipi più diffusi in Olanda sui migranti italiani, e capire come certi pregiudizi siano

improvvisamente scomparsi.

3.1.2 I pregiudizi come termini di paragone

A dispetto dell’immagine comunemente diffusa dei Pesi Bassi come di un Paese che si è sempre

contraddistinto per la relativa tolleranza verso le minoranze etniche, negli anni Sessanta

l’olandese comune mal tollerava quelli che riteneva i privilegi accordati agli emigrati italiani, ad

esempio le sovvenzioni per i viaggi e la sistemazione, ma anche i premi riconosciuti all’interno

della fabbrica agli operai più laboriosi. La diffidenza verso gli italiani derivava anche dalla

reputazione che questi emigrati avevano quali “latin lovers”, infatti lo stereotipo che li

rappresentava meglio era quello di uomini preoccupati del bell’aspetto ma non abituati a lavorare

con regolarità. Dalle interviste fatte ad alcuni italiani sono state selezionate alcune parti che

dimostrano che l’aggettivo “italiano” negli anni Sessanta in Olanda non aveva la stessa valenza

positiva che ha oggi (costruita soprattutto attraverso la buona cucina e l’alta moda), esso

piuttosto designava una nazione povera, fatta di gente ignorante e poco laboriosa.

«[…] a noi ci chiamavano “arm” significa “poveracci”; e io una volta mi sono attaccato pure in

fabbrica perché io sono bravo su delle cose ma delle volte sono pure risentito [interviene il sig. F.:

83


me lo dicevano: “voi non c’avete lavoro, non c’avete niente”, non ci davo retta io, e quando non ci

dai spazio, dopo ti rispettavano ancora di meno]. Anzi adesso uno mi ha ringraziato perché lui

adesso è malato ed è stato alla casa dei vecchi, e sono andato a trovarlo tre o quattro volte perché

abbiamo lavorato assieme, e lui pure delle volte mi chiamava “morto di fame”. [F.: loro avevano la

paura che ci toglievamo il posto di lavoro e le ragazze. Dicevano: “voi ci venite a prendere i nostri

figli, le nostre sorelle”]. Un giorno è avvenuto che io davo la mano al cardinale, allora tutti il

giorno dopo sul luogo di lavoro: “prima ha preso le ragazze, fa questo fa quell’altro e adesso va a

dare la mano al cardinale”» 182 .

«Le persone si sono accorte che la cosa non era come pensavano loro, prima pensavano che questi

operai facevano qualche anno qui e andavano via; gli olandesi, ma penso tutta l’Europa, si sono

accorti tanto con ritardo per facilitarci a inserirci. Ma io non mi sono mai sentito al di sotto di loro,

ho avuto poco rogna diciamo, per niente quasi. Capita pure, c’era un ragazzo siciliano tanto caro

amico mio che adesso non c’è più, pure lui è morto, c’ha avuto la famiglia anche qui, e uno gli

disse: “tornatene in Italia”, io gli dico: “stai calmo, questi che lavorano con noi non sono gente che

sono stati in Italia, sono gente peggio di noi, sono più ignoranti di noi”, perché poi in fondo

all’operaio olandese interessava quello che facevi. Poi in quella fabbrica dove lavoravamo noi era

qualcuno ignorante che faceva queste domande […]» 183 .

Gli studi sull’integrazione degli immigrati in Olanda di Vermeulen e Penninx rivelano che nei

primi anni Sessanta i dipendenti olandesi e i loro capi giudicavano negativamente i loro colleghi

o dipendenti italiani, soprattutto se paragonati agli spagnoli. Per esempio, nei rapporti aziendali

dell’acciaieria Hoogovens si scriveva che gli italiani rimanevano a casa per piccole ferite poco

rilevanti e malattie non gravi, ed erano paragonati a dei “bambini viziati” e “poco disciplinati”

rispetto agli spagnoli. La serietà, la fedeltà e la parsimonia degli spagnoli si contrapponeva

all’immaturità, la leggerezza e la vanità degli italiani. A fine anni Sessanta, inizio anni Settanta,

ancora esistevano pregiudizi di questo tipo, tuttavia, dopo l’arrivo sempre più massiccio di

marocchini, gli olandesi sembrarono meno ostili con gli italiani che con questi ultimi emigrati,

anche se l’opinione costruita sugli italiani era ancora molto negativa rispetto ad esempio a quella

sugli ex-coloni surinamesi 184 . La presenza di questi stereotipi negativi rese sicuramente più

difficile l’inserimento nella società ospitante, ma non scoraggiò molti italiani a stabilirsi

ugualmente in Olanda. A metà degli anni Settanta, in alcuni studi fatti sugli immigrati sud-

europei gli italiani comparivano già come gruppo abbastanza integrato nella società olandese.

Attualmente sembra che gli italiani siano lontani da certe etichettature, e i pregiudizi nei loro

182 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

183 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

184 Cfr. H. Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, p. 132.

84


iguardi sembrano essere scomparsi. Questo cambiamento può essere spiegato con la tesi

sostenuta da Vermeulen, secondo il quale gli stereotipi sugli stranieri nascono in genere da una

comparazione fra diversi gruppi di immigrati; e l’attenzione della società ospitante si sposta sui

gruppi che sembrano divergere maggiormente dalla cultura nativa, in questo caso quella

olandese. L’arrivo di numerosi gruppi di turchi e marocchini probabilmente distolse l’attenzione

dagli italiani e dai sud-europei in generale. Sostenendo la teoria di Vermeulen si può dire che

l’immagine positiva dei sud-europei diffusa oggi in Olanda è stata determinata dalla rapida

crescita di comunità di immigrati le cui culture apparivano “devianti” rispetto alla cultura

olandese. È probabile che in confronto ai turchi e ai marocchini i lavoratori migranti italiani, e

sud-europei in generale, siano sembrati più familiari agli olandesi. Ma questa familiarità non è

stata soltanto il risultato dell’arrivo di gruppi visti come maggiormente differenti, la scomparsa

di pregiudizi e stigmi è stata anche il risultato di ciò che gli italiani di prima generazione

riuscirono a compiere in termini di integrazione. Probabilmente la capacità degli immigrati

italiani di formare e riqualificare se stessi in Olanda ha dato all’ intero gruppo una buona

reputazione, e ha fatto sì che la seconda generazione non trovasse grosse difficoltà per potersi

realizzare ad esempio nell’ambito professionale. La prima generazione di sud-europei sembra

infatti aver migliorato la propria posizione in termini lavorativi e sociali; soprattutto fra i greci e

gli italiani molti hanno intrapreso un’attività imprenditoriale. Simili miglioramenti sociali non

sono percepibili invece fra la prima generazione di turchi e marocchini 185 . Per queste ragioni gli

italiani che negli anni Sessanta erano percepiti come migranti pigri e provenienti da un paese

sottosviluppato oggi non sono più classificati in questo modo, e lo stereotipo che li caratterizza si

è convertito in un’immagine abbastanza positiva. Come si è già detto, è una tendenza diffusa

quella di trascurare la loro presenza nelle discussioni sull’emigrazione, e quando si fa riferimento

a loro vengono visti come sud-europei con un bagaglio culturale cristiano condiviso dai cittadini

olandesi, al contrario di quanto accade con i turchi e i marocchini. Gli italiani oggi non sono più

visti come una presenza problematica e la loro visibilità nei media è nulla, mentre la loro identità

di “lavoratori ospiti” o “migranti” ha lasciato emergere quella di “cittadini olandesi” nonostante

molti di loro mantengano tuttora la cittadinanza italiana. Nelle interviste fatte per questa ricerca

risulta addirittura che alcuni italiani, man mano seguiti da altri gruppi, iniziarono a guardare

questi immigrati con lo stesso disprezzo con cui un tempo venivano guardati loro dagli olandesi.

«Il rapporto con gli altri lavoratori andava bene, finché non sono arrivati gli africani, quando sono

arrivati i nord africani. Dopo di noi sono arrivati gli spagnoli, i greci, avevamo un buon rapporto

185 Ibid., pp. 144 - 146.

85


ancora, anzi ho imparato un po’ di greco e anche spagnolo. Quando sono arrivati i nord africani

sono arrivati anche i turchi però i turchi sono lavoratori, sono delle persone rustiche e sono

musulmani, però se gli dici di fare questo te lo fanno, mentre i nord africani quelli sono pigri, non ti

sanno fare niente e non vogliono fare niente. Vogliono i soldi sì. Tutto al contrario con le donne

nord africane perché si vede, qua le donne vanno a scuola, si diplomano, mentre gli uomini

lasciano la scuola prima di prendere il diploma» 186 .

«Io solo coi marocchini non andavo d’accordo, quelle sono persone per conto loro, non lavoravano

ma non solo questo, non sono persone socievoli. Io non ho mai avuto fastidi con nessuno» 187 .

«A quei tempi c’erano gli internazionali perché in osteria poi sono arrivati i turchi i marocchini e

allora tutto è cambiato; non perché tutti i turchi e marocchini sono cattivi, attenzione, però hanno

più problemi ad adattarsi, non è gente europea; e poi in Olanda c’è tutto il mondo adesso, una volta

c’era la determinazione, c’erano le frontiere chiuse quindi non tutti entravano, adesso è aperto, c’è

tutto il mondo, sia per gli evasori , per quelli che non tengono il permesso per andare in giro, questi

africani» 188 .

Queste affermazioni fanno pensare che gli italiani abbiano incorporato gli stereotipi creati sui

turchi e i marocchini dalla società olandese, e che quindi siano perfettamente integrati. Per certi

aspetti è vero, tuttavia le stesse narrazioni autobiografiche dimostrano che la prima generazione

di immigrati italiani non ha rinunciato alla propria identità regionale o nazionale. L’identità è in

realtà un fatto convenzionale, è qualcosa che viene di volta in volta “costruito” o “inventato”;

come afferma Francesco Remotti: «L’identità non inerisce all’essenza di un oggetto; dipende

invece dalle nostre decisioni» 189 . Nel caso qui esaminato è evidente come la costruzione

dell’identità degli immigrati effettuata dai cittadini olandesi non corrisponda alla loro realtà

essenziale. Gli italiani hanno sempre mantenuto una certa continuità con le tradizioni e i valori

del paese di origine, eppure oggi in Olanda sembra che solo i turchi e i marocchini siano i “veri

emigrati”. Questo modo di guardare ai diversi gruppi di immigrati colloca gli italiani in una

posizione privilegiata rispetto ai turchi e ai marocchini, poiché gli italiani sono considerati e

trattati al pari dei cittadini olandesi, ma contiene un errore di giudizio perché nel considerarli

“assimilati” la società ospitante non presta attenzione ai loro aspetti culturali italiani. Francesco

Remotti parla di un altro elemento importante: la tensione tra identità e alterità; egli sostiene che:

«L’identità si costruisce a discapito dell’alterità riducendo drasticamente le potenzialità

186 Intervista a F., Utrecht, 1 aprile 2009.

187 Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

188 Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

189 Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, Roma 1996, p. 5.

86


alternative» 190 . La tesi che Remotti vuole sostenere è che questo gesto di allontanamento, ma

anche di rifiuto e di negazione dell’alterità non giunge mai a un suo totale compimento; l’identità

respinge ma l’alterità riaffiora. L’alterità degli italiani in Olanda nonostante venga

continuamente ignorata dalla società olandese attraverso un giudizio riduttivo e assimilazionista,

è sempre presente nelle pratiche e nei modi di pensare degli immigrati italiani. Il suggerimento di

Remotti per superare questa tensione è quello di andare “oltre” l’identità, cioè imparare a

riconoscere che l’alterità non si può totalmente sopprimere, ammettere non solo l’esistenza

dell’alterità, ma anche la sua inevitabilità 191 . La mancanza di un riconoscimento per le differenze

culturali che contraddistinguono gli italiani in Olanda può essere spiegata anche con la tesi di

Vermeulen e Boissevan che fanno distinzione tra due livelli culturali interconnessi: il primo

livello comprende gli elementi superficiali della cultura (il linguaggio, l’abito, le usanze ecc.); il

secondo livello invece è la cultura in un senso più profondo e nascosto, ovvero un insieme di

significati e categorie cognitive condivisi 192 . La “cultura italiana” probabilmente è stata visibile

soltanto nel suo primo livello, ragione per la quale gli italiani sono ormai considerati degli

assimilati dalla società ospitante. Nei paragrafi successivi saranno messi in evidenza gli aspetti

culturali che Vermeulen e Boissevan inseriscono nel secondo livello, i codici incorporati dagli

italiani attraverso i quali continuano ad ordinare la propria vita quotidiana, un insieme di

significati condivisi che permette loro di mantenere una certa socialità e di riconoscersi ancora

come italiani.

3.1.3 Il primo impatto con il paese di arrivo e l’organizzazione del dopolavoro

I migranti italiani inizialmente rimasero estranei alla lingua locale, che a sua volta produsse una

certa estraneità alla realtà olandese, a causa di diversi fattori come il limitato livello di istruzione

che rendeva ancora più difficile l’apprendimento di una nuova lingua, la scarsità del tempo libero

che avevano a disposizione lavorando in fabbrica, ma anche la convinzione di vivere

un’esperienza temporanea che teneva legati questi migranti più al paese di origine che a quello di

arrivo. D’altra parte la temporaneità della manodopera fu anche una delle ragioni per cui le

autorità olandesi non assicurarono ai lavoratori italiani dei servizi finalizzati alla loro

integrazione. Generalmente si agì in modo che gli italiani si sentissero a proprio agio nella

società ospitante almeno per il tempo in cui lo Stato olandese necessitava della loro manodopera,

ma nessun progetto rientrava in una vera politica per l’integrazione. Un esempio è fornito dal

racconto di F.:

190 Ibid., p. 61.

191 Ibid., p. 62.

192 H. Vermeulen, J. Boissevan, Ethnic challenge: the politics of ethnicity in Europe, Herodot, Gottingen 1984, p.

136.

87


«Quando siamo arrivati qua nessuno voleva stare qua, tutti che volevano subito ritornare, ma una

volta che avevi fatto il contratto non ti lasciavano andare, hanno fatto del tanto per farci rimanere.

Nessuno di noi voleva rimanere qua, per farci contenti domandavano a te: “che mangiate in Italia?”

allora spaghetti così ... allora hanno fatto del tutto per importare spaghetti dall’Italia e tutte ‘ste

cose qua […] Tanti anni fa loro cercavano operai, io sono stato tanto tempo là, me ne volevo

tornare, non te ne facevano andare via e loro hanno fatto del tutto, prendevano uno che erano tanti

anni che stava qua, dicevano prendi sto ragazzo, stasera portalo in discoteca, fallo divertire, così

dimentica un po’ la famiglia, sono furbi gli olandesi. E così è successo, io volevo tornare, pensavo

a mamma, sorelle e cose al paese. Dopo mi ricordo che un romano ci ha portati in discoteca dove

ballavi, là ti divertivi e c’era la luce bassa, la luce alta, avevo la signorina in mano; c’era il paesano

mio mi faceva: “non torniamo più al paese”[…]» 193 .

L’idea di un soggiorno temporaneo creava negli italiani stessi un senso di estraneità nei confronti

dell’ambiente ospitante, e il fatto che tutti gli intervistati durante i primi anni di lavoro in Olanda

mantenessero un contatto costante con la famiglia in Italia dimostra che una volta lasciato il

luogo di lavoro si sentivano socialmente isolati in seno alla società d’accoglienza, anche se non è

stata menzionata nessuna forma di discriminazione accentuata nei loro confronti. Le difficoltà

oggettive che gli italiani dovettero affrontare al loro arrivo derivavano dalla diversità della lingua

e delle abitudini alimentari olandesi, da un clima piuttosto rigido a cui non erano abituati, ma

soprattutto gli immigrati sentivano la mancanza dei propri familiari. Capitava anche che qualche

olandese intraprendesse delle iniziative per mettere a proprio agio i migranti italiani, come

compare anche nel racconto sopra riportato. Negli estratti di interviste sotto riportati vengono

invece descritti in due esempi diversi due situazioni irriducibili: il tentativo invano di una donna

olandese di cucinare cibo italiano per i migranti ospitati nella sua pensione, e la risposta degli

italiani di fronte alla mancata familiarità con il cibo olandese.

«Per il cibo sono passati mesi, io i primi quindici giorni quasi non ho mangiato, ero 85 kili, sono

diventato 55 kili, poi ho incontrato un italiano, un pugliese, ha detto: “vuoi venire a mangiare gli

spaghetti?” Qui c’era un ristorante cinese, questo lavorava lì dentro, e io ci andavo due volte alla

settimana lì a mangiare gli spaghetti. Ed è passato molto tempo, e il burro ancora adesso non mi

piace, adesso sono 48 anni che sto qui e il burro ancora adesso non lo mangio, l’olio mi piace, io

c’ho l’orto e c’ho sempre l’olio […]» 194 .

«La prima sera la signora [che li ospitava nella pensione] per accontentarci ci ha fatto la pasta, i

maccheroni, che sarebbero la pasta piccola, corta, ma era proprio una placca grassa. Eravamo lì in

cinque, eravamo quattro paesani in un casa, c’era il posto però, erano tre stanze in cinque, c’era uno

193 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

194 Intervista a C., Utrecht, 1aprile 2009.

88


di Catanzaro pure calabrese, allora ci guardavamo io ho detto: “ragazzi chiudete gli occhi e

mangiate”. Poverina ha fatto del suo meglio però non le è riuscito» 195 .

Nessuno degli intervistati invece pare abbia vissuto l’appartenenza religiosa come un fatto

discriminatorio o problematico, al contrario, la religione cattolica fu inizialmente l’unico

elemento a cui si legarono gli italiani per trarne una forma di socialità. La maggior parte di loro

si rivolse alla chiesa cattolica che come istituzione familiare garantiva un senso di sicurezza e di

appartenenza, ma molti trovarono un senso di appartenenza anche nel “nazionalismo” creato

dalla comune esperienza migratoria e nelle frequentazioni con gli immigrati provenienti dal loro

stesso paese o da altre parti d’Italia. La compresenza di lavoratori ospiti provenienti da diverse

regioni del sud Italia favorì l’evoluzione di una identità comune data dal fattore migratorio e,

benché nessuno degli emigrati italiani sembrava aver tematizzato l’appartenenza nazionale

quando erano in Italia, sicuramente molti di loro la svilupparono durante la permanenza e il

lavoro in Olanda. L’accentuazione dell’identità italiana si verificò quindi a partire dalla

percezione della propria alterità rispetto alla cultura olandese. Dalle narrazioni autobiografiche

pare che soprattutto nella fase iniziale della loro esperienza migratoria gli italiani consolidarono i

rapporti con gli altri connazionali e cercarono di mantenere il più possibile i contatti con la

famiglia rimasta in Italia. La necessità di sentirsi parte di una comunità in cui potersi riconoscere

ebbe come risposta la costruzione ideale di una comune appartenenza nazionale, nonostante le

differenze regionali e i diversi dialetti parlati all’arrivo nel nuovo Paese. Il racconto di F. è una

sintesi dello stato d’animo dei migranti italiani durante il primo periodo di soggiorno in Olanda,

e mettono in rilievo l’esigenza comune di colmare il vuoto affettivo lasciato dal distacco dalle

rispettive famiglie:

«In principio quando non si sapeva parlare non si voleva stare qua, poi si è cominciato...una volta

eravamo uniti, c’avevamo il prete, la chiesa, eravamo una famiglia, come una famiglia, appunto

siamo rimasti qua. La maggior parte che ci siamo sposati qua sai perché? perché ognuno si sentiva

spiantato, allora specie noi della bassa Italia quando trovavi una ragazza ti affezionavi, non è come

il nord Italia che magari si lasciano e se ne vanno, e siamo rimasti qua perché ognuno cercava un

po’ di calore, perché eravamo soli. Poi quasi ogni domenica c’era festa qua al municipio giù nel

sotterraneo, c’era Don Roberto, Don Giovanni, ne son passati tanti» 196 .

I contatti tra i connazionali italiani furono favoriti dalle abitazioni nelle pensioni olandesi.

Coloro che venivano reclutati in Italia secondo le procedure statuali previste dai patti bilaterali

195 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

196 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

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arrivavano in Olanda con un contratto di lavoro ed era loro già assicurato vitto e alloggio

all’interno di una pensione. Sovente le pensioni erano abitate anche da altri sud-europei, come

spagnoli e greci, ma essendo gli italiani il primo gruppo di lavoratori ospiti reclutati in Olanda

nel secondo-dopoguerra, era facile che all’interno di una stessa pensione si trovassero a vivere

anche fino a dieci italiani contemporaneamente. Ogni camera ospitava due o tre lavoratori,

mentre una percentuale dell’affitto veniva pagata dalla fabbrica presso cui si lavorava. La

distribuzione dei migranti nelle pensioni evitò comunque la formazione di quartieri abitati

prevalentemente da italiani, così gli emigrati trovarono altri spazi in cui potersi incontrare nel

dopo-lavoro. Nella città di Utrecht il bar e la sala da ballo erano i posti più frequentati dagli

italiani il sabato sera, ma il loro punto di ritrovo più importante fu la cosiddetta “casa militare”,

legata al centro cattolico, dove il momento di svago dal lavoro si univa al bisogno di far circolare

problemi di stati d’animo legati ad un problema oggettivo (la povertà sofferta prima della

partenza, la difficoltà nel socializzare con i cittadini olandesi ecc.) e riconoscersi in certi valori

condivisi (gli italiani erano legati ai valori comuni della tradizione cattolica quali la solidarietà,

l’obbedienza, la dedizione al duro lavoro ecc.). Con l’emigrazione e il lavoro in fabbrica i

giovani italiani acquistarono una certa autonomia, ma nel paese che li ospitava cercarono le

stesse aspettative di fedeltà e di mutuo soccorso che nel paese di origine trovavano all’interno

della famiglia e dei gruppi parentali. Per gli italiani presenti ad Utrecht la famiglia come luogo di

mutua assistenza venne sostituita dal centro cattolico. La chiesa più del sindacato dava agli

operai italiani un senso di cittadinanza e di difesa dei diritti nel nuovo Paese. Ancora oggi gli

immigrati italiani presenti ad Utrecht ritrovano la tradizione del mutuo soccorso nel patronato

cattolico che sovente offre assistenza economica e supporto morale agli anziani, soprattutto a

quelli rimasti soli. Tutti gli intervistati ricordano perfettamente chi era Don Roberto e il suo

ruolo paterno e benevolo nei confronti degli italiani ad Utrecht:

«c’era una casa italiana qui al centro sotto il comune e tutti i weekend o tutte le sere quando avevo

voglia andavo lì, e lì praticamente non si parlava mai olandese perché si parlava siciliano, si

parlava italiano ma non olandese. Tutte le domeniche c’era la messa dove c’era la casa degli

italiani, c’era un prete che parlava italiano e tutte le domeniche si andava lì a messa» 197 .

«Dov’è il mercato, in cerchio, si parlava di questo si parlava di quello, si parlava di casa, mio

fratello, mia sorella, queste cose qua, che allora non era come ora, allora eravamo più attaccati alla

famiglia, mi ricordo quando sono partito da lì il pianto come i ragazzini» 198 .

197 Intervista a M., Utrecht, 6 maggio2009.

198 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

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«Noi c’avevamo molti amici, c’era il ritrovo italiani in una casa militare, cattolica, che si trovava

sotto al comune di Utrecht. Noi ce ne andavamo là, ci incontravamo, e poi giustamente eravamo

giovani, andavamo in cerca di ragazze. Era diretto prima da un prete che si chiamava Don

Giovanni, poi se ne andò in Brasile, e poi è venuto un altro prete che si chiamava Don Roberto

[…]» 199 .

«C’era un centro cattolico, appena arrivato c’era qua, la chiamavano la casa militare qui in Utrecht,

e li ci potevamo andare perché ci avevano aperto le porte lì e si incontravano anche i militari e

c’erano marito e moglie che stavano lì dietro al bar. Avevamo un prete che parlava italiano, prima

Don Giovanni e poi Don Roberto; Don Roberto è stato a lungo, anzi ha battezzato uno dei miei

figli pure. Erano olandesi ma parlavano bene l’italiano, erano stati a Roma erano stati in Italia» 200 .

«Pensi che specialmente i primi cinque, sei, sette anni essendo che noi non conoscevamo la lingua

olandese ci sentivamo sempre un po’ estranei, allora la domenica andavamo tutti a messa […]. E

poi abbiamo avuto la fortuna che il nostro sacerdote è stato diciassette anni a Roma alla

congregazione francese e lui parlava “perfettissimo” italiano. La domenica la chiesa era piena e

dopo finita la messa c’era la possibilità di bere un caffè lì, all’interno della chiesa c’era una sala, e

di parlare, di stare mezz’ora, tre quarti d’ora. E lui ci ha dato una forte spinta, questo sacerdote, lui

parlava italiano, lui ha sposato quaranta, cinquanta forse di più, quasi tutti gli italiani di Utrecht li

ha sposati lui. I battesimi li ha fatti lui assieme al cardinale, le comunioni le faceva lui, quindi lui ha

aiutato pure a molti italiani perché quando uno ha un’altra lingua si trova sempre nelle difficoltà.

Poi ci sono molte strade da fare qui per arrivare al punto giusto e chi non conosce tutte le strade è

difficile, e lui a parte che parlava bene italiano conosceva tutti i direttori delle fabbriche, conosceva

tutti. Una domenica mattina lui ha dato un pacco di caffè a tutti, questo è Don Roberto. E una

domenica ci ha dato un pacco di caffè a tutti gli italiani, e a Pasqua, a Natale lui dava sempre i

regalini ai bambini» 201 .

La “casa militare” era anche lo spazio dove gli italiani si ritrovavano per celebrare le feste come

il Natale, il Capodanno e l’Epifania, durante le quali venivano enfatizzati i valori tradizionali

legati alla religione cattolica. Il centro cattolico era soprattutto un luogo dove si riusciva ad

attutire la nostalgia del proprio paese e a ricostruire artificialmente la propria dimensione

familiare. Soprattutto durante i primi anni di soggiorno all’estero gli italiani sentivano l’esigenza

di coltivare le relazioni con i propri connazionali e mantenere certe pratiche e valori tradizioni.

Di fronte a questa esigenza la fede cattolica rappresentava un forte elemento di coesione che

garantiva una certa continuità con i valori familiari a cui erano stati educati prima di partire.

Dopo alcuni anni dall’arrivo in Olanda, gli italiani, soprattutto attraverso i matrimoni contratti

199 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

200 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

201 Intervista ad U., Maass1uis, 1 maggio 2009.

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con le donne olandesi, furono interessati da un processo di mimetizzazione con la società

olandese, che spesso li portò a vivere in maniera diversa il rapporto con la fede cattolica. Il

“meticciato culturale” portò gli italiani ad allontanarsi anche da certe pratiche e abitudini legate

al paese di origine, o a reinterpretarle secondo i nuovi elementi della cultura olandese. Un

esempio è dato dalla festa di Carnevale: nel luogo di spaesamento ci si riconosceva anche

attraverso l’affermazione di culture tradizionali, come appunto quella del carnevale, che

avvicinava gli italiani i quali però celebravano questo evento in maniera diversa rispetto ai

cittadini cattolici olandesi. Negli anni Sessanta, quando arrivarono i lavoratori italiani, quasi la

metà di tutti i cattolici olandesi viveva nelle due province del sud del North Bramant e del

Limburg 202 , uniche zone dei Paesi Bassi in cui viene celebrato il Carnevale. Gli italiani

raccontano che da giovani ogni anno andavano a Maastricht (capoluogo del Limburgo) per

l’occasione, nel tentativo di preservare una tradizione che rispecchiava certe esigenze del mondo

rurale dal quale loro provenivano: nelle culture contadine durante il carnevale si dava sfogo alla

socialità che normalmente era limitata e si prendeva una sorta di rivincita su una vitalità che era

stata repressa. Nei racconti degli italiani sulla celebrazione della festa compare però un elemento

interessante che nasce dal confronto tra il carnevale olandese e il carnevale italiano.

«Qui il carnevale è differente che da noi, perché se lei sa da noi ci facciamo delle mascherate e poi

si fanno , specialmente come Potenza, non so se voi le chiamate le sèze, quelle che vanno in giro e

fanno la cosa di Carnevale. Quando ero giovane l’ho fatto anch’io, io ho fatto la parte che doveva

sparare a Carnevale, lo volevo sparare e il fucile non partiva e in un tale momento l’ho fatto con la

bocca. Qui non è come da noi» 203 .

«Al paese allora da giovani organizzavamo anche delle recite a carnevale. Qui è solo confusione il

tipo di festa,è solo per bere» 204 .

Il carnevale olandese si manifesta in forme particolari e differenti da quelle che caratterizzano il

carnevale italiano. Ad esempio in quello olandese vengono utilizzate maschere meno elaborate e

si fa un uso maggiore di alcolici. Questo probabilmente generò una sorta di “spaesamento” negli

emigrati italiani che si spostavano a Maastricht per festeggiare il carnevale e ritrovarvi una

tradizione, e invece si trovavano in un contesto diverso da quello a cui erano abituati. Tuttavia

gli italiani escogitarono delle forme di adattamento all’interno della tradizione stessa. La libertà

di azione della cultura popolare messa a fuoco da Hermann Bausinger, permette di gestire una

202 Cfr. A. Lijphart, The politics of accomodation. Pluralism and Democracy in the Netherlands, Berkeley 1968,

p.18.

203 Intervista a C., Utrecht, 1 aprile 2009.

204 Intervista a A., Vleuten, 23 giugno 2009.

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tradizione e riprodurla in uno spazio non proprio. Grazie all’ampio spazio della negoziazione dei

fatti tradizionali, la tradizione del Carnevale poteva essere mantenuta attraverso gli strumenti che

gli italiani trovano disponibili e non attraverso quelli che ritenevano necessari 205 . Per Bausinger

la libertà di azione della cultura popolare consiste nel fatto che si può sempre sostituire un

vecchio modello (ad esempio uno strumento) con un modello nuovo (fatto ad esempio di

materiale diverso). L’assenza dell’obbligo di fedeltà nella cultura popolare spiega perché gli

italiani in Olanda riuscirono a coltivare la tradizione del Carnevale con degli strumenti diversi da

quelli normalmente utilizzati per l’occasione. Con il passare degli anni però sembra che gli

italiani abbiano completamente perso questa tradizione. In alcuni racconti pare che la festa venga

perfino biasimata, infatti l’opinione diffusa oggi sul carnevale di Maastricht, sia fra gli olandesi

delle province del nord, sia fra gli stessi italiani che un tempo lo celebravano, è che la festa sia

solo un pretesto per bere ed ubriacarsi. Come il Carnevale, anche altre feste tradizionali, ad

esempio il Natale o l’Epifania, subiranno delle modifiche o non saranno più praticate dopo il

contatto con la cultura olandese. In particolare, l’Epifania è una tradizione che verrà abbandonata

dagli italiani per diversi anni, e che essi recupereranno in età della pensione: soltanto negli ultimi

anni gli italiani hanno nuovamente preso l’abitudine di festeggiare l’Epifania al centro cattolico

italiano di Utrecht. Mentre il Natale, pur essendo segnato come giorno di festa sul calendario

olandese, non scompare dalle tradizioni coltivate dagli immigrati italiani, ma perde tutta l’enfasi

di cui veniva caricato quando era celebrato in Italia. Gli italiani in Olanda acquisiscono però una

nuova tradizione, quella di Sinterklaas (o Santa Claus), che ricorre il 5 dicembre e che, per gli

olandesi, è la festa tradizionale più importante.

3.2. Percorsi biografici: dall’italianità all’identità olandese

3.2.1 La seconda fase dell’esperienza migratoria

Nell’esperienza di vita dei soggetti intervistati c’è una scissione tra il periodo iniziale e quello

successivo alla decisione di restare in Olanda. La scissione è rappresentata dal cambiamento

delle abitudini che ha a che fare con il processo di naturalizzazione verificatosi nel corso degli

anni. Nelle storie di vita analizzate si possono individuare idealmente tre fasi: la prima fase è

quella trattata nel precedente paragrafo, ovvero quella caratterizzata dalla logica del ritorno nel

paese di origine. Durante questa prima fase gli italiani si sentono ancora molto legati all’Italia, in

205

Bausinger legge le trasformazioni all’interno di una cultura popolare nei termini di libertà di proposta, che

consiste in una particolare dialettica tra cambiamento, trasformazione e staticità. Secondo questa tesi la cultura

popolare non è sempre statica, essa si rinnova secondo forme che mutano, cioè subisce un cambiamento entro forme

che rimangono costanti. Cfr. Hermann Bausinger, Cultura popolare e mondo tecnologico, Guida, Napoli 2005.

93


particolare alle rispettive famiglie, ma anche alla cucina e alle tradizioni che cercano di

conservare intatte (un esempio riportato nel paragrafo precedente è quello della festa di

carnevale). Durante i primi anni in Olanda gli emigrati italiani frequentavano il centro italiano e

gli altri connazionali senza preoccuparsi molto di una possibile integrazione all’interno della

società olandese, finché molti di loro non si sposarono con donne olandesi. I matrimoni misti,

combinati con il miglioramento della condizione economica conseguito nel nuovo paese, furono

il motivo principale che portò questi emigrati a restare in Olanda. Da qui in poi la loro esperienza

di vita entrò in una seconda fase: gli italiani cercarono di rendersi il più possibile invisibili

all’interno della società olandese, e questo favorì il processo di naturalizzazione che li portò

gradualmente ad essere considerati degli assimilati. La terza fase invece è quella che coincide

con l’età pensionistica e con una sorta di recupero di alcune pratiche e abitudini legate al paese di

origine da cui gli italiani si erano allontanati durante la seconda fase. Ma di questo si parlerà

nell’ultimo capitolo, prima è bene capire in che misura gli italiani si inserirono nella società

olandese. Dai racconti dei soggetti intervistati pare non ci sia stata alcuna pressione sugli italiani

perché si integrassero e che sia sempre stato loro consentito mantenere la propria cultura; questo

atteggiamento “permissivo” da parte delle autorità olandesi era coerente con la logica della

temporaneità del loro soggiorno, mentre la rinuncia a certi usi e i costumi del paese di origine per

uniformarsi alla cultura olandese fu una scelta prettamente individuale. Gli anziani italiani sono

tuttora pieni di elogi per il paese che li ha ospitati (gli olandesi sono descritti come persone civili,

ospitali e tolleranti), spesso pare che abbiano perfino dimenticato i momenti di difficoltà iniziali.

In questo contesto si inserisce il problema dell’intervista e della storia orale come fonte

storiografica, cioè la distanza tra il tempo in cui gli avvenimenti sono accaduti e il tempo nel

quale vengono ricordati 206 . Ciò che viene raccontato dipende dal punto di vista che il testimone

esprime oggi, al termine di un processo le cui tappe sono costituite proprio dagli avvenimenti dei

quali parla. Si tratta di un’interpretazione del suo passato compiuta da un soggetto che nel

frattempo è diventato un altro, e che si volta indietro giudicando gli eventi passati che lo hanno

visto protagonista secondo la logica del suo presente. Quello che diventa importante non è tanto

il rischio di una falsificazione dei fatti accaduti nel passato, quanto l’effetto concreto del passato

sul testimone, perché il suo percorso di vita lo ha costruito per come è oggi, ma al contempo gli

impedisce di ricordare e comunicare precisamente quali erano i significati che attribuiva alle sue

esperienze nel preciso momento in cui queste accadevano. Chi parla, infatti, è costruito dalle sue

esperienze più recenti e, proprio per questo, difficilmente riesce a comunicare il senso del suo

206 G. Contini, A. Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, La Nuova Italia

Scientifica, Roma 1993, p. 29.

94


vissuto precedente: questo spiega perché alcune parti del passato siano state cancellate, mentre

altre siano state trasformate nel processo di crescita dell’individuo. La distanza fra l’evento

accaduto e l’evento raccontato ha fatto sì che molte difficoltà iniziali incontrate dagli italiani

emigrati in Olanda, nel frattempo venissero metabolizzate. Queste difficoltà oggi non emergono

dai racconti degli immigrati perché nel frattempo essi sono cambiati, hanno imparato a

comunicare nella lingua olandese e si sono integrati nella società ospitante. Una parte del

processo di naturalizzazione si verificò principalmente attraverso l’apprendimento della lingua

olandese e la frequentazione di corsi di professionalizzazione spesso finanziati dalla stessa

fabbrica o ditta presso cui gli italiani lavoravano, ma anche attraverso l’acquisizione di abitudini

alimentari e pratiche quotidiane tipiche della società ospitante. Qualcuno frequentò la scuola

serale nel dopolavoro, ma la maggior parte degli italiani apprese la lingua olandese grazie al

supporto delle mogli olandesi e successivamente dei figli nati e cresciuti in Olanda. Nella

gestione dei rapporti familiari e sociali in generale pare che gli italiani abbiano avuto un ruolo

subordinato rispetto a quello più decisivo delle rispettive mogli olandesi, e l’accettazione di

questo ruolo li portò a considerare giusti e ad acquisire certi modi di fare e di pensare

tipicamente olandesi. Durante questa seconda fase dell’esperienza migratoria molti immigrati

italiani persero gran parte dei contatti con i propri connazionali e trascurarono sempre di più i

legami con la famiglia rimasta in Italia, mentre consolidarono i rapporti con gli olandesi e con la

famiglia della moglie. Nelle città olandesi come Utrecht l’autosegregazione degli italiani fu

piuttosto evidente perché in queste città essi costituivano un gruppo relativamente piccolo,

quindi potevano facilmente isolarsi dagli altri immigrati italiani. L’invisibilità fu una condizione

necessaria per raggiungere una rapida integrazione e questo concetto è esplicito

nell’affermazione di U. : «Io mi trovo fra gli olandesi e ho fatto tutto il possibile finta che non

sono italiano perché mi associo a loro […]» 207 . Gli italiani cercarono di nascondere alcuni

caratteri tipicamente italiani che li rappresentava in senso negativo. Ad esempio, nel consumo

del passato si cercavano di nascondere le ragioni economiche che determinarono l’emigrazione e

che spesso portavano gli olandesi a designare gli italiani con l’aggettivo arm (poveracci). Nella

continuità dei modelli culturali tradizionali si è verificata un’opera di selezione: si conservava

solo ciò che piaceva e che era compatibile con il modello culturale olandese; ciò che era ritenuto

un ostacolo per l’ascesa sociale e l’assimilazione nella società ospitante veniva scartato, ad

esempio modi di pensare maschilisti e poco “moderni”. La povertà del paese di origine poteva

essere un elemento di discriminazione per questo si cercava di nasconderla in vari modi, come ad

207 Intervista ad U., Maass1uis, 1 maggio 2009.

95


esempio attraverso un modo di vestire elegante, soprattutto il sabato sera quando gli italiani

frequentavano la sala da ballo. G. ricorda questo particolare con una punta di orgoglio:

«Quando noi eravamo venuti qua all’età di 23 anni, avevamo più o meno tutti quanti la stessa età

quindi si andava a ballare, si andava fuori, si andava in discoteca, questa era la vita. Se sapevano

che eri italiano le donne venivano come al miele, tutti eravamo ben visti perché andavamo a ballare

vestiti per bene, praticamente loro qua vanno col jeans e una maglietta, già allora c’era una

differenza» 208 .

Stili di vita e prospettive conformi alla comunità rurale di partenza furono interiorizzate dagli

emigrati italiani; perciò tali caratteristiche interiorizzate potevano diventare aspetti osservabili a

livello individuale e di comportamento. La provenienza e l’identità dei migranti era riconoscibile

da come parlavano, da quello che indossavano o mangiavano, e da come lo facevano; soprattutto

il linguaggio del cibo era inconfondibile e spesso poteva funzionare come elemento

discriminante. Le pratiche alimentari rivelavano immediatamente la provenienza degli emigrati

tanto da generare lo stereotipo degli “spaghettivreters”, ovvero i “divoratori di spaghetti”. Pierre

Bourdieu mette appunto a fuoco la funzione “distintiva” di oggetti, saperi e comportamenti che,

insieme alla categoria di habitus 209 , può essere proposta per descrivere la differenza culturale che

contraddistingueva gli immigrati italiani in Olanda. L’habitus di Bourdieu è un sistema di

disposizioni durature e trasmissibili che vengono incorporate dagli individui, grazie alle quali

essi parlano, mangiano, vestono e agiscono in un certo modo anziché in un altro. Per Bourdieu le

pratiche sono implicate da una gerarchia sociale e ci dicono dove sono collocati gli individui. Per

capire dove si inserivano i lavoratori ospiti italiani occorre dunque indagare su come veniva

gestito lo spazio sociale, come esso si auto-produceva (attraverso l’alimentazione, la lingua,

l’abbigliamento ecc.), e come veniva gestito il loro quotidiano, ambito privilegiato in cui si

manifestano le pratiche “distintive”. Un esempio è fornito dall’atto del mangiare: il termine

“Spaghettivreters” indicava l’atto del mangiare con voracità gli spaghetti, e connotava

negativamente gli italiani in Olanda. Si tratta dunque di un termine che esprimeva un giudizio.

Per gli olandesi l’italiano era povero e questa sua condizione si rifletteva in alcune sue pratiche:

nel mangiare voracemente gli italiani non nascondevano la necessità dell’atto, e la necessità è

secondo la teoria di Bourdieu un elemento che distingue le classi sociali. La negazione della

necessità è per Bourdieu ciò che contraddistingue le classi alte e le differenzia dalle classi basse

208

Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

209

L’habitus è un insieme di disposizioni che indirizzano la conoscenza, ovvero un sistema di strutture strutturate

predisposte a funzionare come strutture strutturanti. Cfr. Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il

Mulino, Bologna 1983.

96


che invece non nascondono i bisogni materiali dell’esistenza (come la fame, la sete, il denaro).

Un altro elemento di “distinzione” lo si coglie nell’abbigliamento: gli italiani indossavano abiti

formali che inseguivano l’idea di eleganza, perché il loro obiettivo era farsi riconoscere ed

apprezzare dalle donne olandesi. Era forse anche un modo per nascondere la povertà che

caratterizzava la loro condizione economica di origine. Così facendo però marcavano ancora di

più la differenza: si distinguevano dagli olandesi perché questi vestivano in maniera semplice. La

sobrietà e la semplicità nell’abbigliamento erano tratti distintivi della classe medio borghese

olandese, mentre l’ostentazione e la mancata moderazione (sia nel modo di vestire che nel modo

di mangiare) diventavano comportamenti tipici degli italiani provenienti da una realtà rurale.

3.2.2 La ricostruzione dell’identità

Nelle storie analizzate l’esperienza migratoria compare come un punto di riferimento

cronologico e una chiave interpretativa dell’intera vita di chi è emigrato. Nei loro racconti

autobiografici l’allontanamento dal paese d’origine e il raffronto tra le “due vite” costituiscono

un elemento centrale, l’emigrazione è rappresentata come uno spartiacque non solo esistenziale

ma anche narrativo. Gli eventi legati all’esperienza nei paesi di origine e l’arrivo e la vita in

Olanda sono collocati in due ambiti separati ma collegati fra loro. In alcuni casi l’arrivo in

Olanda è narrato senza soluzione di continuità tra un prima e un dopo, questo succede ad

esempio quando la partenza viene collegata alle ragioni economiche maturate nel paese di

origine, e quindi viene presentata come la conseguenza di qualcosa che c’era prima. In altre

occasioni le due esperienze vengono rivissute come due esistenze separate, e questo accade

soprattutto quando si parla dell’ascesa economico-sociale che si è verificata in Olanda; la

scissione tra un prima e un dopo è quindi spiegata con l’alto grado di mobilità dei migranti

italiani e con il fatto che non c’è stata continuità professionale e sociale con il passato. Nei

racconti le due esperienze sembrano contrapporsi anche quando viene fatto un confronto tra la

mentalità olandese e quella italiana. Il graduale inserimento nella società olandese ha significato

un adattamento al nuovo contesto ma anche un cambiamento della mentalità degli emigrati, una

trasformazione del proprio sé e della propria coscienza. Gli italiani si allontanarono dalla cultura

clientelista dominante nella realtà meridionale del paese di origine, e incorporarono un modo di

pensare e di agire più consono alle aspettative della società ospitante. Iniziarono a diventare

consumatori di moderni beni di consumo disponibili nelle città industriali olandesi, e iniziarono a

vivere in un modo nuovo anche i rapporti sociali, abbandonando e criticando le antiche

espressioni simboliche di deferenza che nel paese di origine venivano in genere usate verso le

élite locali. Il cambiamento di mentalità portò gli italiani ad avere uno scollamento dalla politica

97


italiana e una sfiducia nella sua burocrazia e nelle sue strutture. Questo cambiamento è

particolarmente evidente in una dichiarazione di G. :

«Questi sedici anni che ero presidente della FILEF (Federazione Italiana dei Lavoratori Emigrati e

Famiglie) venivo ogni anno convocato per la componente in Italia, la componente della FILEF sia

della regione Lazio che della regione siciliana che avevano organizzato una conferenza

sull’emigrazione, e venivo sempre invitato lì, e mi sono accorto che il mio modo di pensare, di fare

politica era tutto diverso, era più olandese che italiano. Una volta un giornalista mi ha chiesto qual

è la differenza fra un politico italiano e un politico olandese, e gli detto: il politico olandese è al

servizio del popolo, quello italiano è il popolo al servizio del politico. Perché se non sei amico con

un politico o con la chiesa non fai carriera, invece qui è tutto diverso. E io me ne accorgevo in

queste conferenze che c’erano in Italia che non erano per me» 210 .

L’esperienza migratoria è stata un fatto che, cambiando la vita dei soggetti analizzati, ha

cambiato anche la loro identità. I racconti autobiografici fanno riferimento al facile accesso a

nuove opportunità di lavoro disponibili nel nuovo Paese; da qui è iniziata la loro ridefinizione

identitaria. Con la scalata professionale gli immigrati italiani provenienti principalmente da una

realtà rurale si riscattarono da una condizione subalterna e iniziarono ad identificarsi con la

classe media olandese. Le loro storie sono ricche di particolari sulla condizione sociale della

famiglia costruita in Olanda, sul secondo lavoro descritto come un lavoro “meno sporco” e di

maggiore guadagno, sulle responsabilità del secondo lavoro, e sui percorsi scolastici e

professionali dei propri figli. Insieme, queste informazioni rimandano ad un complesso di eventi

collocati all’interno di un percorso che si presenta come evolutivo. Il risultato di questo percorso

è che gli immigrati italiani oggi dimostrano avere una identità italiana ma fortemente influenzata

dalla cultura olandese. Spesso l’identità regionale predomina sull’ identità nazionale, ci si sente

più calabresi, siciliani o di qualsiasi altra regione, piuttosto che italiani. Questo succede perché,

come si è già detto, fino alla loro partenza gli italiani non avevano sviluppato alcun sentimento

per la propria nazione, un’identità nazionalista maturò soltanto durante il loro soggiorno in

Olanda, il quale favorì il contatto tra gli immigrati provenienti dalle diverse regioni d’Italia.

Inoltre, la percezione di un’Italia cambiata rispetto a com’era quando l’avevano lasciata ha per

certi aspetti allontanato gli emigrati da un sentimento collettivo di tipo nazionalista e li ha

avvicinati ad una mentalità più individualista e meno conservatrice che meglio rispecchiava la

società olandese. Come sostiene Hans Vermeulen, molti gruppi etnici restano gli stessi attraverso

il tempo, mentre la loro cultura cambia, per cui è impossibile definire un gruppo etnico attraverso

210 Intervista a G., Delft, 27 novembre 2008.

98


il suo “oggettivo” contenuto culturale. L’identità etnica può meglio essere definita come un

sentimento di appartenenza che dà l’illusione di una continuità nel tempo, essa è il risultato di un

atto di auto-ascrizione, e/o attribuzione da parte degli altri, ad un gruppo di persone che

reclamano una ascendenza e una tradizione culturale comune 211 . Data questa “immutabilità” la

prima generazione di immigrati frequentemente sviluppa un’ immagine idealizzata del proprio

paese o regione di origine, e tende ad attaccarsi a questa immagine, perfino se essa non

corrisponde più alla realtà di vita che loro conoscevano quando ci vivevano 212 . La spiegazione di

Vermeulen si presta bene all’analisi del gruppo degli italiani in Olanda, i quali tuttora si

appellano ai valori tradizionali che resistono all’interno di una cultura italiana cambiata. Per

questa ragione la cultura migratoria può essere costretta a rimanere più tradizionale della cultura

della regione di origine. Spesso i nuovi valori e le moderne pratiche che si sono sviluppati nel

paese di origine sono rigettati dagli immigrati di prima generazione, i quali non si riconoscono

più nella nuova cultura nazionale. Il cambiamento del paese di origine è spesso descritto in

termini negativi dagli italiani che sono ancora residenti in Olanda e che per una o due volte

all’anno tornano in Italia solo per trascorrere le vacanze. Nei loro ricordi l’Italia era un paese

tranquillo e verso il quale, nonostante la povertà, provavano molta nostalgia soprattutto perché

erano molto legati alla famiglia e alla socialità costruita nella piccola realtà di paese da cui erano

partiti. L’integrazione degli italiani nella società olandese è andata di pari passo con il loro

graduale allontanamento dai parenti rimasti in Italia, o almeno con una parte di essi che esclude i

parenti più prossimi; a questo si aggiunge il fatto che gli italiani emigrati circa cinquanta anni fa

si sentano sempre più estranei al paese natale per la perdita, non solo simbolica (in termini di

frequentazione) ma anche fisica (perché tanti sono morti), di amici e parenti. La negatività di

questi eventi sembra essersi trasferita nelle opinioni che gli italiani emigrati hanno oggi sul paese

di origine. L’Italia oggi viene vista come un paese caotico, dove l’illegalità domina sull’ordine

istituzionale; un luogo dove sarebbe impossibile immaginare un futuro roseo per i propri figli e

dove poter trascorrere una vita tranquilla. Per queste ragioni gli italiani emigrati dicono di aver

rinunciato al desiderio di tornare definitivamente in Italia una volta raggiunta l’età della pensione

per poterci trascorrere gli ultimi anni della propria vita. Tuttavia resta qualcosa che li lega

inevitabilmente all’Italia, cioè la sfera degli affetti, e più specificatamente il modo in cui questi

vengono coltivati e manifestati. Vengono qui riportati alcuni esempi tratti dai racconti

autobiografici in cui è evidente come l’identità italiana sia chiaramente legata alla dimensione

familiare, ma anche al territorio in cui sono nati. Gli emigrati italiani dichiarano di sentirsi metà

211 H. Vermeulen, C. Govers, The anthropology of ethnicity beyond “ethnic groups and boundaries”, Het Sinhuis,

Amsterdam 1994, p. 84.

212 Ibid., p. 99.

99


italiani e metà olandesi, ma per la maggior parte hanno deciso di conservare la cittadinanza

italiana nonostante avessero la possibilità di cambiarla, e questo dimostra che il legame con il

paese di origine è più forte del legame che hanno con il paese che li ha accolti, probabilmente

perché il modo in cui vengono manifestati i sentimenti e gestite le relazioni affettive per loro è

più importante del modo in cui vengono gestiti gli affari e risolte le questioni burocratiche. In

breve si può dire che il mescolamento culturale ha determinato una ricostruzione dell’identità

degli emigrati, i quali però restano principalmente italiani.

«[…] metà e metà, mi sento italiano perché sono nato lì, sono cresciuto lì, l’infanzia l’ho passata lì,

però adesso sono più di 47 anni che sono in Olanda quindi io conosco l’ambiente olandese, […]

però se sono fra gli italiani parlo italiano, se c’è un italiano in mezzo parlo pure un po’ italiano.

Che poi il passaporto mio è italiano, dopo cinque anni potevi prendere la nazionalità olandese […]

Là però che vuoi noi siamo più caldi di cuore, qui sono un po’ più frenati quasi su tutte le cose. Io

quando sto in Italia mi sento italiano no al cento per cento ma al duecento per cento perché il tenere

che c’ho dentro è italiano.» 213 .

«C’è una differenza molto grande, qua ci tengono ai figli ma non è come da noi che la mamma

cerca i figli sempre per avvicinarsi, qua sono più freddi, la differenza è forte. [Si sente italiano o

olandese?] italiano, ma che olandese! mai, tutti gli italiani che stanno qua. C’è qualcuno, quello

dove è stata lei, da M., lui c’ha la nazionalità olandese. Tanti si sono cambiati, avevano paura che li

mandavano via e si sono cambiati la nazionalità, hanno fatto la nazionalità olandese ma io no.

Avevano paura che li mandavano via se succedeva una cosa, una volta era tutto diverso qua, ma io

non ho voluto mai cambiare, mai pensato di fare la nazionalità olandese perché se sei nato in Italia

fai quello che vuoi ma sei sempre italiano. Facciamo che c’è una guerra, ti danno un fucile in mano

mica ti metti a sparare contro i paesani tuoi, è una cosa assurda capito? Per dire, che sono cose che

non succedono […]» 214 .

«In Italia torno però tutte le cose che vedo là che non funzionano. Io mi sento sempre italiano, ho

rifiutato la nazionalità olandese più di una volta, sai perché l’ho rifiutata? Perché ho detto qua si

pagano le tasse, ti fregano. Io dovevo pagare il dieci per cento del mio salario per farmi la

nazionalità olandese, adesso di meno perché siamo nella comunità europea. Poi ho pensato, magari

la faccio però se tu sei un italiano c’hai un pezzo di carta olandese ma rimani sempre un

italiano» 215 .

«Non serve, solo per dire che sono olandese, c’ho la carta, ma quando parlo sento che sono uno

straniero, chi me lo fa fare, non è importante, poi se vado in Italia sono uno straniero a casa mia. I

miei figli possono avere due nazionalità, io gli ho detto, tu scegli o quella olandese o quella

213 Intervista ad U., Maassluis, 1 maggio 2009.

214 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

215 Intervista a F., Utrecht, 1 aprile 2009.

100


italiana, e hanno scelto quella olandese. Io quando sono in mezzo agli olandesi mi sento olandese

però per conto mio sono ancora italiano da sopra la testa fin sotto ai piedi. Io sono italiano,

basta» 216 .

3.3. Le relazioni domestiche e il ruolo delle donne olandesi nel processo di integrazione

degli italiani in Olanda

3.3.1 Relazioni di genere ed emancipazione femminile

La costituzione di una famiglia sembra essere stato un punto di svolta per gli emigrati intervistati

per questa tesi: si è già visto nel precedente paragrafo che, dopo il matrimonio, le frequentazioni

con gli altri italiani si fecero sempre più rare, come anche i contatti con i familiari rimasti in

Italia; d’altro canto però i matrimoni misti influirono sicuramente sull’integrazione degli italiani

nella società ospitante. Dagli stessi racconti degli italiani emerge che i contatti con la

popolazione e le autorità olandesi si istituzionalizzarono e intensificarono quando si sposarono

con le donne olandesi, le quali ebbero un ruolo intermediario nel processo di integrazione.

Secondo gli studi di Vermeulen e Penninx di cui si è già parlato, pare che gli italiani più degli

altri sud-europei abbiano contratto matrimoni misti, e per questa ragione, rispetto ad altri gruppi

di immigrati, gli italiani svilupparono maggiori contatti e trascorsero buona parte del loro tempo

libero con gli olandesi 217 . L’ambito privilegiato delle scelte matrimoniali degli intervistati era la

classe media olandese. Spesso le donne olandesi appartenevano ad un ceto sociale leggermente

superiore rispetto a quello di appartenenza degli italiani emigrati. Insieme si inserirono in un

processo di modernizzazione che oltre a favorire l’ascesa sociale dei migranti italiani, portò

all’emancipazione femminile e ad un ripensamento dei ruoli di genere e dell’organizzazione

familiare 218 . Partendo dagli studi di storia economica dei Paesi Bassi effettuati da van Zanden,

sembra che negli anni Sessanta, quando vennero contratti i matrimoni misti, la donna olandese,

al pari di quella italiana, ancora non aveva raggiunto un’emancipazione sociale che le

216

Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

217

Cfr. H.Vermeulen, R. Penninx, Immigrant integration: the Dutch case, Het Spinhuis, Amsterdam 2000, pp. 134-

135.

218

La specificità dell’esperienza femminile è rimasta estranea a questa tesi per la mancanza di una verifica

etnografica. Obiettivo di questa ricerca è stato quello di mette a fuoco la vicenda migratoria dei gastarbeiders

italiani nella città di Utrecht, di cui sono stati registrati e analizzati i racconti autobiografici. Non sono state invece

intervistate le rispettive mogli olandesi, né sono state prese in considerazione le esperienze delle donne italiane

emigrate in Olanda a partire dagli anni Settanta. Il campo di indagine è stato circoscritto agli italiani emigrati come

forza lavoro temporanea in seguito agli accordi bilaterali fra Italia e Olanda, cioè ad un tipo di emigrazione a

carattere esclusivamente maschile. La presenza femminile nell’emigrazione italiana verso i Paesi Bassi è stata

visibile solo dopo la crisi petrolifera del 1973. Questa componente femminile è costituita da donne con un livello di

istruzione mediamente superiore a quello degli uomini italiani emigrati negli anni precedenti, e fa parte di in un tipo

di emigrazione diversa da quella presa in esame in questa tesi, sia per le caratteristiche di chi è emigrato, sia per i

settori di impiego dei/delle migranti nel paese di arrivo.

101


permettesse di lavorare fuori dall’ambito domestico. Probabilmente, come nelle culture

mediterranee, anche nella cultura olandese il lavoro veniva sessualizzato assumendo caratteri

distintamente maschili o femminili. Secondo i canoni più tradizionali, la sensibilità e la calma

erano caratteristiche attribuite emblematicamente al genere femminile, ciò era sufficiente per

giustificare la diversa attribuzione di mansioni all’interno dell’ambito domestico e lavorativo

extra-domestico. La donna doveva occuparsi della riproduzione e di tutta la sfera domestica

mentre l’uomo della produzione e del lavoro extra-domestico 219 . La famiglia stessa da cui gli

emigrati provenivano educava a interiorizzare il lavoro innanzitutto come un dettato morale,

imposto dalla natura dell’identità maschile. Nelle realtà rurali del sud Italia era infatti dovere

degli uomini lavorare e garantire il fabbisogno della propria famiglia. Questo paradigma trovava

conferma e continuità nella cultura della comunità ospitante, gli studi di van Zanden infatti

rivelano che negli anni Sessanta l’Olanda aveva ancora il tasso di partecipazione femminile

come forza lavoro più basso tra i Paesi della comunità europea. Con il 29.2 per cento, di cui solo

il 7 per cento era costituito da donne sposate, il tasso era più basso perfino dell’Irlanda, Grecia,

Spagna e Italia (paesi dove era più radicata la dottrina cristiana insieme ad un’etica del lavoro

fondata sulla famiglia e sulla divisione dei ruoli). Questa “somiglianza” culturale fra il mondo

olandese e quello italiano nel considerare la condizione di genere, vista come determinante la

suddivisione di ruoli specifici all’interno del nucleo familiare, ebbe due conseguenze: da una

parte evitò lo scontro culturale e favorì il mantenimento di un certo equilibrio nella divisione dei

ruoli all’interno delle famiglie italo-olandesi, d’altra parte, poiché il padre italiano era impegnato

in fabbrica per gran parte della giornata, fu prevalentemente compito della madre olandese

occuparsi dell’educazione dei figli, e questo portò alla quasi scomparsa della cultura italiana a

vantaggio di quella olandese nella seconda generazione. Fin dal 1850 furono apportate delle

riforme costituzionali contro il lavoro salariale femminile con la giustificazione che avrebbe

minato e indebolito la vita familiare, queste riforme favorirono i salari unici per gli uomini

capofamiglia e crearono la tendenza per le donne a ritirarsi alle attività domestiche. In molti altri

paesi le due guerre mondiali incoraggiarono la partecipazione femminile nelle attività lavorative,

ma ciò non successe nei Paesi Bassi 220 . Negli anni sessanta la maggior parte delle famiglie

olandesi consisteva ancora di un uomo come capofamiglia e di una casalinga a tempo pieno. Le

donne stesse vedevano il proprio lavoro non come una produzione economica ma come un

dovere morale di cui la società prevedeva si facessero carico. Dal 1924 un Decreto Regio

219 Un contributo significativo allo studio della costruzione di una identità di genere che, sulla base di una

rappresentazione dei corpi “maschile” e “femminile” giustifica la divisione delle sfere lavorative, è quello di Pierre

Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998.

220 J. L. van Zanden, The economic history of the Netherlands, 1914-1995: a small open economy in the ‘long’

twentieth, Routledge, London 1998, p. 12.

102


stabiliva che le donne dipendenti che si sposavano venissero licenziate. Nel 1937, il ministro

degli affari esteri propose un’altra legge proibitiva per le donne sposate. Dopo la guerra, nel

1946 venne proposta un’altra legge che permetteva alle donne dipendenti e alle insegnanti di

mantenere il posto di lavoro, a meno che i posti vacanti non potessero essere riempiti dagli

uomini o da donne non sposate. Queste misure proibitive rispecchiavano sia l’ideologia cristiana

che quella protestante, fortemente prevenute nei confronti del lavoro femminile extra-

domestico 221 . Ancora negli anni sessanta nei servizi e nel settore pubblico i contratti di lavoro

della donne terminavano il giorno del loro matrimonio. La legge che impediva ai datori di lavoro

di licenziare le donne per ragioni di matrimonio o di gravidanza venne introdotta soltanto nel

1973. Inoltre, le tasse che disincentivavano il lavoro femminile in Olanda erano notevoli poiché

nel sistema di tassazione i guadagni della moglie venivano sommati a quelli del marito; nel 1973

questa pratica divenne facoltativa, ma l’idea che i salari delle donne fossero solo supplementari a

quelli degli uomini venne completamente rimossa soltanto nel 1990 con l’introduzione del

trattamento fiscale individuale 222 . Dopo il processo di modernizzazione degli anni sessanta

presero piede nuove forme di auto-realizzazione e nuove possibilità nella definizione dei propri

progetti di vita che inclusero anche le donne. Negli anni Settanta si profilò un orientamento di

emancipazione femminile, le donne olandesi iniziarono ad entrare nel mondo del lavoro extra-

domestico e si creò la cosiddetta “doppia presenza”, cioè la compresenza dei ruoli moglie\madre-

lavoratrice. Nel 1973, il tasso di partecipazione della forza lavoro femminile aumentò dal 29 al

60 per cento. A questa crescita contribuirono i più alti livelli d’istruzione delle donne e il

processo di emancipazione 223 . L’uguaglianza dei diritti fra i sessi fu uno delle richieste più

significative che furono espresse nel corso degli anni settanta; nei Paesi Bassi divenne attiva

un’associazione chiamata “Dolle Mina” (Pazza Mina), dal soprannome della suffragetta olandese

Wilhelmina Drucker 224 . I costumi e le pratiche femminili stavano cambiando nei Paesi Bassi

come in altri paesi d’Europa, attraverso la denaturalizzazione della sfera domestica e la critica

alla quotidianità in cui si concretizzavano i lavori domestici, la cura dei figli, la relazione con il

genere maschile e la riproposizione di stereotipi che rafforzavano la subordinazione femminile.

Nell’estratto di intervista qui sotto riportato è particolarmente evidente come questi cambiamenti

abbiano ristrutturato le famiglie e influito sul cambiamento della mentalità degli italiani che

accettarono le nuove relazioni domestiche.

221

C. J. M. Schuyt, E. R. M. Taverne, 1950: prosperity and welfare. Dutch culture in a European perspective,

Royal Van Gorcum, Assen 2004, p. 258.

222

J. Visser, A. Hemerijck, A dutch miracle: job growth, welfare reform and corporatism in the Netherlans,

Amsterdam Univ. Press, Amsterdam 1997, p. 33.

223

Ibid.

224

P. Arblaster, A history of the Low Countries, Palgrave Macmillan , Basingstoke 2006, p. 237.

103


«Quando siamo in Italia mia sorella ogni volta dice “guarda ‘sti ragazzi”, i ragazzi miei quando

stanno con noi che stiamo in Italia, quando mangiamo a casa di mia sorella si mettono lì ad

apparecchiare la tavola. [Interviene la moglie Marianna: perché sua sorella ha due figlie e un figlio,

allora il figlio mai fa qualcosa, non è mica cosa normale. Tu devi aiutare, lavare i piatti. Questo è il

problema che io ho già detto, che questa famiglia vive ancora come tanti anni fa in Italia, allora

mammina fa tutto, papà lavora e i figli non fanno niente. E con gli olandesi mammina ogni tanto

lavora pure, allora quando viene a sera deve fare ancora tutta la casa, e allora i bambini devono

aiutare, questo per gli olandesi è una cosa normale che quando tu vieni a casa a sera fanno qualcosa

da mangiare, i bambini fanno la tavola, mangiano tutti quanti sulla tavola, ma i bambini aiutano].

Pio: […] quando [il figlio di sua sorella] sta a casa di sua madre se cade la forchetta a terra non è

che lui si deve prendere la pazienza di alzarla, no, la fa stare, la fa prendere a un altro. Quella è la

mentalità. Però i ragazzi nostri quando siamo lì si mettono e fanno questo, fanno quello, e mia

sorella: “vedi questi qua assomigliano a delle femminucce”. Non dire che sono femminucce, a casa

nostra lo devono fare lo stesso» 225 .

Nel racconto di P. e di sua moglie viene messa in luce la trasversalità dell’esistenza femminile,

l’intreccio di più universi, produttivi e riproduttivi, che porta ad una riflessione sui tempi delle

donne. Viene fuori l’identità femminile che tra impegni professionali e responsabilità familiari si

manifesta nella doppia presenza, in un doppio ruolo e con una doppia fatica 226 . Nel racconto

appena citato c’è una critica alla società italiana che viene descritta ancora secondo il modello

tradizionale in cui il lavoro familiare si presenta come un lavoro erogato nella e per la famiglia in

maniera gratuita esclusivamente dalle donne. Quando furono contratti la maggior parte dei

matrimoni tra gastarbeiders italiani e donne olandesi, anche la società olandese seguiva quel

modello tradizionale, infatti le donne olandesi oltre alle attività domestiche dovevano occuparsi

dell’assistenza, dell’attività educativa e di socializzazione; attività che nelle famiglie italo-

olandesi richiedevano un impegno ancora maggiore poiché gli uomini italiani inizialmente non

parlavano olandese o comunque si esprimevano male. Il lavoro delle donne olandesi è stato

anche quello di insegnare ai propri mariti la lingua olandese per facilitarne l’integrazione, quindi

oltre alle funzioni plurime di supporto ai componenti del nucleo familiare, è stato compito loro

quello di mettere in relazione i bisogni familiari con le risorse esterne. Ciò che a questo punto

diventa importante è il fatto che la polivalenza del ruolo delle madri olandesi avrà delle

225 Intervista a P., Utrecht, 6 novembre 2008.

226 Un’ interessante riflessione sul tempo della vita quotidiana come dimensione sessuata e sulle trasformazioni

sociali che hanno portato all’affermazione di nuove immagini femminili nelle famiglie e nelle società occidentali

contemporanee è l’analisi storico-sociologica di Chiara Saraceno, Pluralità e mutamento: riflessioni sull’identità

femminile, Franco Angeli, Milano 1988.

104


conseguenza significative sulla formazione dei figli, ma anche sul comportamento dei padri

italiani che in famiglia occuperanno un ruolo subordinato. A far prevalere la figura femminile

nelle relazioni domestiche contribuiranno poi una pluralità di fattori: il lavoro degli immigrati

italiani che li teneva impegnati per diverse ore e lontano dai figli, la loro scarsa dimestichezza

con la lingua olandese ma anche con l’italiano (dato il loro basso livello di istruzione), il compito

di badare ai figli non delegato agli uomini nella cultura di origine ecc.

3.3.2 L’organizzazione familiare e la gestione dei figli italo-olandesi

Quando negli anni Settanta venne superata la contrapposizione tra lavoro domestico ed extra-

domestico ci fu il passaggio da una società maschilista ad una più paritaria. L’emancipazione

femminile faceva parte di un processo di sviluppo generale e di modernizzazione culturale che

affrancò gli emigrati italiani dallo stato di subalternità, e impose al contempo trasformazioni

fondamentali nei rapporti familiari, in particolare in quelli fra i sessi e le generazioni. Le vecchie

basi delle famiglie degli emigrati furono messe in discussione a vantaggio di una suddivisione

paritaria delle mansioni domestiche e un rapporto con i figli meno autoritario. A volte gli

intervistati lamentano l’eccessiva libertà che in Olanda viene concessa ai figli, soprattutto se

confrontata con la rigida educazione su cui si basava la struttura delle famiglie rurali in cui loro

erano cresciuti. Tuttavia non viene mai messa in discussione la funzione educatrice assolta dalle

madri olandesi, di cui si giustifica il metodo anche quando risulta loro troppo permissivo.

Uniformandosi al sistema sociale olandese, gli italiani hanno iniziato a riconoscere l’importanza

della figura femminile nella gestione della vita familiare. Nella struttura delle famiglie composte

da padre italiano e madre olandese, le madri hanno ricoperto un importante ruolo intermediario

tra i bambini e il capo famiglia, il quale solitamente trascorreva gran parte della giornata fuori

casa per lavoro. La configurazione della società olandese era di tipo matriarcale, secondo le

abitudini locali, dopo la cena, che aveva luogo tra le 17 e le 18, i bambini andavano a dormire,

per cui il padre, rientrando da lavoro aveva appena il tempo di vedere i propri figli e, nel caso più

frequente li trovava già a letto. Un esempio della ristrettezza dei tempi a cui erano costretti i

lavoratori italiani è dato dal racconto di C.:

«Poi io lavoravo di sera perché i figli non è che li portavi dalla suocera, li dovevi tenere in casa, e

mia moglie doveva accudire i figli, e allora io ho trovato un lavoro con un’impresa di pulizie,

facevo la notte, al mattino mi aspettava l’altro impresario con la macchina e andavamo a lavorare

105


fino a mezzogiorno da questa impresa, e poi tornavo a casa, andavamo a dormire quelle tre, quattro

ore e poi la sera si andava a dormire, attaccavo alle undici fino alle sette di mattina» 227 .

Poiché il contatto degli immigrati italiani con i propri figli spesso è stato minimo, non c’è da

stupirsi se questi ultimi si sentissero fortemente orientati verso la società olandese. La divisione

fra lavori domestici ed extradomestici all’interno delle famiglie italo-olandesi portò le madri

olandesi ad essere più vicine ai propri figli e più coinvolte rispetto ai padri italiani nelle loro

difficoltà e nelle loro scelte di vita. Ma il ruolo guida dei genitori immigrati italiani è stato

limitato, oltre che dalla struttura familiare, anche dalle loro scarse conoscenze della società e

della vita in Olanda. La conoscenza della società olandese da parte delle madri è stata

fondamentale per l’inserimento dei loro figli nella società, per questa ragione essi hanno

incorporato più facilmente le disposizioni basilari che strutturavano la società olandese. Nella

seconda generazione è possibile percepire delle inflessioni patrilaterali, come ad esempio nella

trasmissione dei nomi italiani, all’interno però di un sistema di discendenza 228 evidentemente

matrilineare e matrilocale. Sembra che molti italo-olandesi nati da matrimoni misti abbiano

ricevuto oltre al cognome del padre anche un nome italiano, anche se generalmente si tratta di

nomi diffusi sia in Italia che in Olanda, c’è da dire poi che la scelta del nome italiano è spesso

avvenuta più per una specie di “attrazione per l’esotico” da parte della madre olandese che ad

una effettiva tendenza per la patrilinearità. Giuridicamente la società olandese è basata su una

discendenza bilaterale, ma nei casi dei matrimoni misti come quelli fra uomini italiani e donne

olandesi si legge una chiara preferenza per la linea materna a partire dal fatto che una volta

raggiunta la maggiore età, i figli italo-olandesi preferiscono la cittadinanza olandese a quella

italiana. È probabile che la figura materna oltre ad essere dominante nelle relazioni familiari, sia

stata capace di estendere il suo potere decisionale anche nella sfera pubblica soprattutto da

quando nei Paesi Bassi le donne olandesi non hanno più dovuto affrontare restrizioni relative allo

svolgimento di attività extra-domestiche. Si può ipotizzare che, lavorando anche fuori casa, le

madri olandesi abbiano sviluppato contatti con il resto della società, compito tradizionalmente

riservato agli uomini 229 , relegando in un certo senso gli uomini italiani ad una condizione di

subordinazione. Il ruolo subordinato degli immigrati italiani si fa evidente nel loro adattamento

alle abitudini e alle strutture che ordinano la società olandese, ed è giustificato nei racconti degli

227

Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

228

Per discendenza si intende l’insieme delle regole che definiscono l’identità sociale del bambino relativamente ai

suoi antenati, in questo caso relativamente alla madre e al gruppo di parentela a questa legato, cfr. Claude Rivière,

Introduzione all’antropologia, il Mulino, Bologna 1998, p. 64.

229

Secondo le descrizioni di Bourdieu, data la divisione sessuale dei ruoli tra pubblico e domestico, nelle società

maschiliste, come in quella cabila, è compito degli uomini occuparsi delle relazioni con la società esterna, cfr. P.

Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998.

106


stessi immigrati dal loro essere “ospiti” in un paese che li ha accolti e ha dato la possibilità di

innalzare il loro stato socio-economico:

«Quando sono qua, anche a casa mi comporto come devo comportarmi, come si comportano la

maggior parte degli olandesi, c’è un po’ di italiano in mezzo però non faccio come quelli: “sta sera

devo farmi gli spaghetti”, ancora continuare a fare l’italiano, perché se sei con una moglie italiana

va benissimo ma con una moglie olandese certe cose purtroppo devi lasciarle da parte. Io ho capito

una cosa, adesso il 4 di luglio facciamo 40 anni di matrimonio e se sono arrivato fino a questo

punto è perché la mentalità italiana me le tengo per me, però in famiglia rimango olandese perché

in fondo mettere due mentalità insieme non va bene specialmente per i figli; mia moglie è olandese,

nel paese suo, a casa sua io devo cambiare, la mentalità italiana non funziona […] L’italiano che si

sposa con una donna olandese deve capire che: io sono fuori di casa e sono in casa di mia moglie,

quindi la mentalità posso usare un po’ quella italiana, ma la mentalità deve essere quella che è

perché anche per i figli un domani … perché i marocchini qua non sono tanto ben visti? Perché

questi qua a casa loro li abituano come se fossero in Marocco, questo ragazzo quando va fuori c’ha

due situazioni: quello che gli viene insegnato a casa che non ha niente a che vedere con quello

olandese e quando si trova fuori con gli amici non sa come comportarsi quindi c’è conflitto […].

Qui la maggior parte, Umberto è anche sposato con una olandese, Mario anche è sposato con una

olandese, Pio anche con una olandese, e loro hanno imparato una cosa, che se vuoi andare

d’accordo, mettere su una famiglia devi cambiare, e la mentalità italiana la devi lasciare a casa in

Italia, anche portandotela un po’ dietro perché no» 230 .

Il ruolo intermediario delle madri olandesi oltre a favorire il progresso socio-economico della

seconda generazione, ha anche favorito l’integrazione strutturale del genitore italiano, aiutandolo

ad esempio a progredire nell’attività lavorativa, attraverso l’insegnamento della lingua olandese,

ma anche in modo più diretto come nel caso di F. che ha ereditato l’attività commerciale del

suocero. Importanti sono stati anche i contatti informali che gli italiani sono riusciti a stabilire

con la società ospitante tramite le rispettive mogli olandesi, e la loro situazione abitativa non

segregata. Quanto alla scelta residenziale delle famiglie italo-olandesi, essa risulta interessante

soprattutto per due aspetti: da un lato ha favorito l’inserimento nella società olandese degli

italiani che, dopo il matrimonio, si sono residenzialmente dispersi, di più rispetto ad altri

immigrati come ad esempio turchi e marocchini (nella città di Utrecht queste due minoranze si

concentrano principalmente nel quartiere di Lombok e in Amsterdamsestraatweg); dall’altro

hanno evidenziato un ritorno alla struttura familiare tradizionale del paese di origine attraverso la

tendenza ad avvicinarsi alle abitazioni dei propri figli ormai adulti. Quest’ultimo aspetto fa parte

230 Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

107


della terza fase della vita dei soggetti intervistati che verrà trattata nell’ultimo capitolo. Tuttavia,

la moglie olandese raramente ha costituito un traino per il pieno inserimento del coniuge italiano

nelle strutture politico-sociali, soprattutto perché lo stato olandese non adottò nessuna politica

per la loro integrazione. Infatti, a parte il caso del sig. G. (si veda il paragrafo 2.2.3 del cap. 2)

pare che non ci siano stati immigrati italiani che abbiano svolto importanti ruoli

nell’amministrazione pubblica olandese, anche soltanto a livello locale, o nelle organizzazioni

dei lavoratori.

3.3.3. Trasformazioni sociali: Acculturazione e meticciato culturale

Si è appena visto che gli immigrati italiani a contatto con la società olandese a lungo andare

cambiarono le abitudini e i modi di pensare ereditati dalla cultura di origine, ma il processo di

trasformazione non fu unidirezionale; anche la società ospitante a sua volta venne modificata

dalla presenza degli italiani e di altri gruppi di immigrati. Questo “scambio culturale” sembra un

processo ovvio se le culture prese in considerazione vengono pensate come delle culture ibride e

non come delle entità statiche, omogenee e dai confini ben definiti trasmissibili di generazione in

generazione, come ad esempio succedeva all’epoca dei nazionalismi 231 . Come spiega Ulf

Hannerz, oggi risulta sempre più difficile vedere il mondo come un mosaico culturale fatto di

pezzi separati dai confini ben definiti; le interconnessioni culturali attraversano in misura

crescente il mondo, mentre le entità che abitualmente chiamiamo culture stanno sempre più

diventando delle subculture entro questa entità più vasta che egli chiama “ecumene globale” 232 .

Il fenomeno migratorio considerato favorì in diverse occasioni l’incontro tra diversità culturali:

durante la fase iniziale della loro esperienza migratoria i gastarbeiders italiani furono

protagonisti di un rapporto interscambiabile tra cultura industriale della società ospitante e

cultura contadina del paese di origine (si veda il cap. 2). Questo nesso può essere tradotto nel

rapporto egemonico-subalterno messo a fuoco da Mario Alberto Cirese: nel caso esaminato, si è

avuto infatti un processo di acculturazione che ha portato all’appropriazione di una cultura

industriale egemonica da parte dei lavoratori italiani provenienti da una cultura rurale e

subalterna 233 . Nonostante il modello industriale si fosse affermato come cultura dominante nella

società olandese, dai racconti dei migranti pare però che ci sia stato un continuo ritorno a forme

culturali pre-industriali. Il carattere transnazionale del percorso migratorio ha di fatto sospeso i

231

cfr. H. Vermeulen, J. Perlmann, Immigrants, schoolong and social mobility: does culture make a difference?,

Macmillan, Basingstoke 2000.

232

Cfr. Ulf Hannerz, La diversità culturale, il Mulino, Bologna 2001.

233

Con il termine acculturazione si intende un processo di trasmissione nel tempo di fatti culturali con passaggi da

un gruppo socio-culturale ad un altro diverso dal primo, il fenomeno prevede quindi uno spostamento nella

dimensione sociale, cfr. Alberto Mario Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne: rassegna di studi sul mondo

popolare tradizionale, Palumbo, Palermo 1998, pp. 103-104.

108


migranti tra due culture: soprattutto nella fasi iniziale e più critica del processo di integrazione

nella società olandese furono accentuati i riferimenti alla propria appartenenza etnica. Si è infatti

assistito a comportamenti alterni, prodotti dai riferimenti alla propria cultura d’origine e alla

cultura d’arrivo, nel tentativo di trovare una sintesi. Questo è una dimostrazione del fatto che con

il processo migratorio le culture si fondono, si mescolano dando origine a qualcosa di diverso,

per cui non è possibile identificare i migranti in una cultura determinata ed esclusiva, essi fanno

parte di culture ibride o creole, nate da questo incontro e mescolamento fra cultura d’origine e

cultura ospitante 234 . Nelle storie dei migranti qui analizzate questo meticciato culturale sembra

aver prodotto differenti modi di vivere sia gli aspetti tradizionali sia gli aspetti innovativi della

cultura acquisita, lo si è visto a proposito della festa di Carnevale, o delle relazioni di fabbrica,

ma lo si vedrà in maniera forse ancora più accentuata nel recupero dell’attività agricola durante

l’ultima fase della loro esperienza migratoria. Il fenomeno migratorio ridefinì l’identità degli

immigrati che assimilarono caratteri culturali del nuovo contesto sociale soprattutto attraverso le

relazioni matrimoniali che questi strinsero con le donne olandesi. Inizialmente nelle famiglie

miste, la distanza culturale tra gli uomini italiani e le donne olandesi era molto evidente, tanto da

renderne difficile la comunicazione, non solo per un problema di lingua ma anche di abitudini

quotidiane. Un simpatico aneddoto che ironizza sulla differenza culturale è raccontato da U.:

«Loro qui mangiano molto la verdura quindi mi sono abituato perché nei primi periodi ho avuto

molte difficoltà nel mangiare a casa. Si immagina il primo giorno dov’ero in pensione ha fatto la

scarola, il secondo giorno ha fatto le carote rosse, il terzo giorno ha fatto gli spinaci, io non ho

mangiato perché non mi piaceva e non ho mangiato [...]. È stata tutta la settimana così. Alla signora

dispiaceva. Ora se vuoi fare gli spaghetti ogni negozio ha gli spaghetti, ma prima dovevi andare

con la lanterna per trovare gli spaghetti, e poi la signora non li sapeva fare. Successe questo: io un

po’ avevo vergogna, un po’ che ero nuovo qua e non dicevo “io voglio gli spaghetti” che li avrei

fatti pure perché sapevo cucinare, allora ho limitato, ma il venerdì sera ho detto alla signora: “io

domani vado alla farmacia”, però io non sapevo come si diceva la farmacia allora ho detto:

“domani vado in farmaceutica”, pensando che aveva capito. “A che ora?” Ha fatto lei. Ho preso

l’orologio: “alle ore nove”. Il sabato mattina lei ha bussato sulla mia stanza dove dormivo, dice:

“vieni giù che i vermicelli sono pronti”. Quella al posto di farmaceutica ha capito i vermicelli. Alle

nove di mattina il sabato m’ha preparato i vermicelli, vedi come accade, come è difficile. A casa

m’è successo. Ma pure a C. c’è capitato, forse non l’ha detto C. Lui stava alla fabbrica a lavorare e

l’inverno qui c’hanno il fuoco ed è caldissimo […] allora c’avevano un braciere così coi carboni

pesanti, coi carboni fossili, il carbone che usavano nelle locomotive prima, ma il carbone in

234 Cfr. U. Hannerz, La diversità culturale, il Mulino, Bologna 2001.

109


olandese si chiama kolen, allora ha detto vicino a C.: “vai a prendere kolen là”. “E dove sta?” A

fatto C. “Là, sta dietro lì, vai da là, e prenditi la carriola” ha fatto l’olandese. Lui ha capito al posto

del carbone si pensava la coca-cola. “Che ci faccio con la carriola? la porto in mano” fece C. È

brutto perché uno ne soffre pure specialmente i primi tempi. Perché stando qua poi c’eravamo

fidanzati, andavo da mia moglie, quando faceva il compleanno venivano tutti gli amici, i parenti, la

casa è piena, uno diceva una barzelletta e ridevano, ridevano, ridevano, ma io non capivo il

discorso e quando non si capisce il discorso uno ne soffre, allora mi sono impegnato ad imparare

l’olandese […]» 235 .

La differenza culturale tra i coniugi non sempre però ha avuto risvolti positivi, Andrea Mantione,

presidente dell’associazione A.C.L.I. di Utrecht, ha evidenziato il problema di circa 1.400

anziani di provenienza italiana che vivono in uno stato di emarginazione in seguito al fallimento

di molti matrimoni misti. Pare che la condizione del divorzio in Olanda preveda la tutela delle

sole donne, e che gli italiani rimasti soli si rifiutino di andare nelle case di ricovero dove nessuno

parla italiano e dove c’è il timore di essere separati dagli altri connazionali. Le storie analizzate

in questa tesi riguardano invece casi più fortunati, di italiani che, nonostante abbiano contratto

matrimoni con donne olandesi dopo soli pochi anni dal loro arrivo, riuscirono a superare i

problemi derivati dalla differenza culturale e a gestire bene i rapporti familiari. La convivenza tra

migranti italiani e donne olandesi ha reso osservabile anche un altro punto: gli individui non

sono solo prodotti di una determinata cultura, ma anche produttori di cultura. Lo dimostra il fatto

che le donne olandesi man mano hanno imparato a cucinare anche piatti italiani. Inizialmente gli

emigrati conobbero notevoli difficoltà di adattamento e forti disagi alimentari; successivamente,

venuti a contatto con nuove disponibilità e modelli alimentari, subirono una trasformazione dei

consumi e delle abitudini alimentari originarie, ma affermarono anche il loro stile e la loro

cucina facendoli conoscere alla società ospitante. Gli emigrati italiani tentarono di trapiantare o

importare in Olanda prodotti e combinazioni della cucina del paese di origine, non sono soltanto

della propria tradizione locale e regionale, ma anche quelli di una cucina più genericamente

italiana. L’orgoglio degli emigrati per la loro tradizione alimentare ha dato un apporto decisivo

all’affermarsi in Olanda dell’immagine e del mito della “cucina italiana”, ovvero di una cucina

nazionale che nella cultura dei migranti non esisteva prima dell’esperienza migratoria. La cucina

italiana come affermazione d’identità e costruzione di etnicità si è di fatto costruita nell’incontro

con l’altro: al momento della partenza gli italiani non erano legati da alcun sentimento

nazionalista come non erano accomunati da una tradizione culinaria nazionale; i ristoranti

235 Intervista ad U., Maassluis, 1 maggio 2009.

110


italiani, aperti negli anni successivi in concomitanza alla scalata professionale di tanti italiani,

hanno poi contribuito a diffondere le cucine regionali presentandole come cucina nazionale

italiana. Tuttavia, come afferma Vito Teti: «conservare in un ambiente diverso da quello di

origine, a contatto con nuove disponibilità e abitudini, comporta di fatto innovare e creare» 236 . La

continuità e la conservazione di certe pratiche e abitudini alimentari hanno comportato una

costante opera di trasformazione, elaborazione ed invenzione, che, in questo caso, si verificano

ad esempio ogni volta che si utilizzano ingredienti olandesi per preparare cibi italiani. Il processo

di “italianizzazione” delle cucine regionali è stato affiancato dal processo di “olandesizzazione”

delle abitudini alimentari di migranti italiani che hanno adottato piatti, cibi, e abitudini del luogo

di arrivo. Questo “sincretismo alimentare” 237 riflette uno stato di ibridazione culturale messa in

atto dagli italiani e dalla società olandese, ma anche un senso di distacco, nostalgia e mutamento

della cultura d’origine.

236

Vito Teti, Emigrazione, alimentazione, culture popolari, in “Storia dell’emigrazione italiana”, Donzelli, Roma

2001, p. 594.

237

Per sincretismo o fatto sincretistico si intende un qualsiasi prodotto culturale nel quale coesistono componenti

culturali che inizialmente erano contrastanti o inconciliabili, cfr. A. M. Cirese, Cultura egemonica e culture

subalterne: rassegna di studi sul mondo popolare tradizionale, Palumbo, Palermo 1998, p. 104.

111


CAPITOLO 4. QUELLI CHE RIMANGONO: COSA C’È DEGLI ITALIANI AD UTRECHT

4.1 Il recupero di una identità attraverso la costruzione di uno spazio proprio

4.1.1. Il paese di origine nella memoria degli immigrati

La posizione socio-economica che gli immigrati italiani occupano oggi nella società di

accoglienza è un importante indicatore del grado di integrazione raggiunto, che può considerarsi

positivo almeno a livello strutturale 238 . Tale posizione è il risultato di un percorso di ascesa

sociale all’interno della società olandese che è ancora più evidente se si guarda alla seconda

generazione (i figli nati da padre italiano e madre olandese), ma ha sicuramente indebolito le

relazioni degli immigrati italiani con i propri connazionali e con il paese di origine. Tuttavia,

nonostante l’adattamento alle norme e l’apprendimento della lingua olandese, l’emigrazione pare

non abbia reciso i legami con i parenti più stretti residenti in Italia e soprattutto l’attaccamento ai

valori familiari della tradizione d’origine e alla famiglia come valore in sé, come istituzione,

come non ha determinato la scomparsa di certe abitudini acquisite in Italia. Per questa ragione

essi sono designabili come “quelli che rimangono”, dove la doppia valenza del verbo “rimanere”

sta ad indicare sia la presenza fisica di questi immigrati nel territorio olandese, trasformando la

loro posizione da temporanea a permanente, sia la loro identità ancora profondamente legata alla

cultura d’origine. Il primo importante elemento di continuità con la cultura italiana è costituito

dall’attaccamento alla famiglia. Questo sentimento si manifesta ad esempio nelle scelte abitative

di alcuni immigrati italiani in pensione, come il sig. Umberto A. che si è trasferito dalla città di

Utrecht ad un piccolo paese in provincia di Rotterdam per abitare più vicino alla figlia e ai

nipoti. Dai racconti analizzati risulta molto forte l’affetto che i nonni italiani nutrono verso i

nipoti olandesi, quasi come se questi immigrati volessero recuperare con i propri nipoti il tempo

che essi non riuscirono a dedicare ai propri figli quando erano ancora bambini, dal momento che

gran parte del loro tempo quotidiano veniva assorbito dal lavoro di fabbrica. Raggiunta l’età

della pensione, quella che viene qui riconosciuta come la terza fase della loro esperienza

migratoria, i soggetti intervistati recuperano anche i rapporti con gli altri connazionali residenti

in Olanda. Date queste frequentazioni la cultura italiana continua a manifestarsi nei legami

locali, nella possibilità di parlare il dialetto, ma anche nei piaceri quotidiani: il cibo, la famiglia,

la casa ecc.

238

Per livello strutturale s’intende la struttura generale dei rapporti sociali, la quale è data dalla stratificazione

professionale in ceti o classi, dall’ordinamento giuridico dello Stato e da tutte le istituzioni, pubbliche o private,

della società ospitante, cfr. Francesco Alberoni, Guido Baglioni, L’integrazione dell’immigrato nella società

industriale, Il Mulino, Bologna 1965, p. 21. In questo senso l’integrazione degli italiani può considerarsi riuscita

rispetto alla “struttura sociale” olandese.

112


«Da quando don Roberto (adesso sono più di dieci anni) non c’è più, noi siamo quattro cinque

italiani: io, C. e altri due italiani, e così ogni tre mesi ci incontriamo, siamo quattro italiani e quattro

olandesi [le rispettive mogli]. Una volta vengono a casa mia e stiamo tutta la giornata qua al paese,

si cena la sera; dopo tre mesi andiamo da C., e così si fa il giro. Ogni tre mesi ci abbiamo questo

contatto, le donne discutono fra di loro, perché adesso noi, quasi tutti che c’abbiamo un po’ l’età,

c’abbiamo dei nipotini, ognuno parla dei nipotini, delle vacanze ecc. e quindi loro hanno molto da

dire, e noi parliamo lo stesso. Poi C. come sa lei viene dalla Campania, e parlano lo stesso il

napoletano, ma C. quando parla il napoletano io lo conosco bene perché lì in casa si parla sempre il

napoletano, ci comprendiamo» 239 .

Secondo Alberoni e Baglioni ciò che in genere provoca negli immigrati un profondo senso di

insicurezza e di precarietà è il fatto che la società moderno-urbana nella quale essi si

trasferiscono è caratterizzata da una relativa indeterminatezza della posizione sociale dei suoi

membri. Secondo questa tesi, in una società urbana non esiste una posizione sociale

fondamentale che caratterizzi un uomo per tutta la sua vita, e questo provoca nell’immigrato,

proveniente da una realtà rurale, una certa difficoltà a riconoscersi come individuo permanente

nel tempo e identico a se stesso. A questo senso di “spersonalizzazione” l’immigrato può reagire

in diversi modi: uno di questi è il tentativo di trovare, mediante il successo nel lavoro e nella

professione, un’affermazione che permetta di raggiungere una posizione sociale dominante che

dia agli immigrati un senso di stabilità e sicurezza 240 . È forse la via più seguita dagli italiani nella

città di Utrecht, soprattutto quelli che hanno fatto “carriera”, che sono riusciti ad avere un

impiego pubblico o ad aprire un’attività propria 241 . Secondo i due autori, un altro modo per

scongiurare l’insicurezza generata dalla vita urbana e dall’esperienza migratoria è inserirsi in

un’organizzazione in cui le posizioni sociali e i rispettivi ruoli siano ben definiti. Ma, a parte il

caso di G. (si veda il paragrafo 2.2.3 cap. 2) che ha ricoperto importanti cariche sia nel partito

laburista sia nel sindacato olandese, pare che gli italiani in Olanda non abbiano ricoperto ruoli

particolari all’interno delle organizzazioni. Più frequentemente invece essi hanno cercato di

ricostruire un proprio mondo stabile in gruppi sociali più ristretti, come la famiglia e gli amici,

soprattutto durante l’ultima fase della loro esperienza migratoria quando non avevano più la

possibilità di affermarsi professionalmente perché erano ormai in pensione e perché, considerate

239

Intervista ad U., Maassluis, 01 maggio 2009.

240

Cfr. F. Alberoni, G. Baglioni, L’integrazione dell’immigrato nella società industriale, Il Mulino, Bologna 1965,

p. 42.

241

Questo lavoro si concentra soltanto sugli immigrati italiani che si possono definire “realizzati”, cioè quelli che

sono riusciti a riscattarsi da una condizione di subalternità e che hanno messo su famiglia; ma non tiene conto delle

esperienze diverse, ad esempio degli italiani che non sono riusciti nella scalata professionale, o di cui il matrimonio

con le donne olandesi si è rivelato un fallimento.

113


le loro capacità, non potevano andare oltre la posizione socio-economica che avevano già

raggiunto. Alberoni e Baglioni mettono in evidenza anche un altro aspetto del fenomeno

migratorio italiano che può essere rilevato anche nel caso qui studiato: la società moderno-

urbana essendo in continua trasformazione dà importanza ai rapporti sociali di tipo secondario,

cioè che si svolgono non fra uomini come individui, ma fra occupanti posizioni sociali. Le

società stazionarie (cioè contadine o comunque non urbane) invece tendono a stabilire rapporti di

tipo primario in cui è più profonda la partecipazione e la mutualità 242 . Questa teoria potrebbe

spiegare perché gli immigrati italiani, provenienti da una società più stazionaria che di tipo

moderno-urbana, trovano estranei o freddi alcuni rapporti sociali della società olandese, e

soddisfano i loro bisogni di partecipazione e solidarietà attraverso la ricostruzione dei rapporti

amicali con i propri connazionali. Gli italiani nella città di Utrecht raggiunta l’età della pensione

riscoprono anche l’importanza del centro cattolico come luogo di incontro dove poter parlare la

propria lingua, giocare a carte, guardare la televisione italiana ecc. Dopo un periodo di

allontanamento dal centro a causa sia della loro integrazione nella società olandese, sia di

inconvenienti burocratici che videro l’unificazione del centro italiano con quello greco, negli

ultimi anni pare che i pensionati italiani abbiano ripreso l’abitudine di frequentare l’associazione.

Il piccolo contributo economico che gli italiani come C. danno alla chiesa è una ricompensa

simbolica per il sostegno morale ricevuto durante tutta la loro esperienza migratoria.

«Io sono cattolico ci vado tutte le domeniche in chiesa, anzi, risparmio tutta quella carta vecchia

siccome qui le chiese sono in difficoltà dato che ci va poca gente in chiesa delle volte dico: come

fanno a vivere questi con una ventina di persone in una chiesa così, giustamente ci sarà il

contributo che diamo noi, per esempio all’anno ti mandano quella carta e gli mandi quei venti

trenta euro, quello che sia, cinquanta» 243 .

Il distacco dal paese e dalla società di origine probabilmente viene avvertito maggiormente dagli

immigrati italiani durante l’età della pensione rispetto a quando erano in età lavorativa poiché in

questa ultima fase, data la maggiore disponibilità di tempo libero, diventa per loro più urgente il

bisogno di socialità. C’è un altro elemento nella condizione di pensionamento che può

determinare negli immigrati italiani un senso di vuoto, ed è direttamente legato all’assenza di

lavoro. Lo scrittore algerino Abdelmalek Sayad sostiene che: «immigrazione e lavoro sono due

stati legati consustanzialmente a tal punto che non si può metterne in discussione uno senza al

242 Ibid.

243 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

114


tempo stesso mettere in discussione l’altro e senza mettere in discussione se stessi» 244 . Per

Sayad, poiché l’immigrato non ha senso ai propri occhi e agli occhi della società se non in

relazione al proprio lavoro (essendo l’immigrazione prodotto e fonte del lavoro), condizioni

come la malattia, la pensione, il prepensionamento o la disoccupazione, ma soprattutto la

sensazione di vuoto che esse comportano, possono essere vissute come la negazione

dell’immigrato. La pensione però, a differenza della malattia, può essere giustificata prendendo

come pretesto il fatto che rappresenta l’ultima fase di una lunga storia di provvisorietà che segna

tutta la vita dell’immigrato 245 . È probabile che la condizione di pensionamento abbia determinato

negli immigrati italiani residenti ad Utrecht una sensazione di vuoto, con effetti però meno

drastici di quelli generati dallo stato di malattia descritti da Sayad. Sicuramente il lavoro dà

senso all’esistenza degli emigrati (in quanto lavoratori emigrati) e la sua assenza genera una

sensazione di “vuoto”, la quale potrebbe essere aggirata con il ritorno al paese di origine e quindi

ponendo fine alla condizione di emigrati. Tuttavia per gli immigrati presi qui in considerazione,

non c’è possibilità di ritorno al paese di origine, soprattutto poiché i vincoli familiari li legano

irreversibilmente al paese che li ospita. Per questo essi cercano di impegnarsi in forme di lavoro

alternative, e a volte continuano ad alimentare l’illusione del carattere temporaneo

dell’emigrazione. Il lavoro si presenta come un atto che riabilitando e riportando l’individuo alla

sua condizione di immigrato e alla sua funzione di lavoratore, scongiura il rischio della perdita di

senso della sua esistenza. Per questa ragione molti italiani ad Utrecht coltivano un orto o si

dedicano ad altre attività che vengono a sostituire il lavoro salariato, come il sig. M. che lavora

con un contratto a zero-ore (il cosiddetto contratto di solidarietà) in un centro sportivo. Il senso

di “vuoto” viene però creato anche dalla separazione dal paese di origine e dalla consapevolezza

che non vi faranno più ritorno, se non occasionalmente. Per supplire a questa perdita essi

conservano un legame non tanto fisico quanto spirituale con la realtà che hanno lasciato e

tendono almeno in parte a ricostruirla frequentando i connazionali, mantenendo contatti con i

parenti rimasti in Italia, portando nella casa in Olanda oggetti che testimoniano il passato o che

ricordano il paese di origine, riproducendo nel nuovo ambiente alcune forme della vita sociale

passata; lo dimostra C. quando afferma:

244 Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello

Cortina Editore, Milano 2002, p. 233.

245 Ibid., p. 242.

115


«Io lo dico sempre: la carta è olandese ma il cuore è italiano; anzi se venite a casa mia pure le cose

che uso per lavarmi, la leocrema, sapone per la barba italiano, il caffè è italiano, sempre il Kimbo, e

il vino lo faccio io […]» 246 .

La nostalgia del passato può innescare negli immigrati un processo psicologico nel quale il loro

paese d’origine, il paese dove questi hanno trascorso la loro infanzia e parte della gioventù, viene

idealizzato nella loro memoria 247 . Questo dimostra che gli immigrati italiani partiti per necessità

economica, nonostante in Olanda abbiano raggiunto un certo livello di integrazione, restano

sempre legati al posto che hanno lasciato. Tale legame significa che il loro paese e la loro terra ai

loro occhi hanno per certi aspetti un valore superiore rispetto alla società ospitante. Il sentimento

nostalgico viene fuori nei loro racconti soprattutto quando si parla delle forme di socialità che

caratterizzano e distinguono la società italiana da quella olandese: l’Italia viene sempre ricordata

come un paese caldo, sia per il tempo atmosferico, sia per il modo in cui vengono coltivati gli

affetti, al quale viene contrapposta la freddezza dell’Olanda e degli olandesi. A parte per lo stato

di povertà che li costrinse ad emigrare, gli immigrati italiani sembrano conservare un’immagine

positiva, pur se non più reale, dell’Italia che lasciarono; tant’è che nel paese ospitante essi

cercano di ricostruire la propria “patria” attraverso il vicinato, gli altri italiani residenti nella

stessa città, la famiglia ecc. Significativa è la motivazione di A. della decisione di trasferirsi in

un piccolo comune vicino Utrecht: «[…] là abitavo in città, proprio nel centro di Utrecht a

Kanaalstraat, e tre anni fa ho cambiato e sono venuto ad abitare qui perché lì era troppo affollato,

non mi piaceva più abitare lì […]» 248 . Nelle decisione di A. di spostarsi dalla città al paese c’è

probabilmente oltre al desiderio di tranquillità anche la volontà di ritrovare la dimensione

familiare e la solidarietà che caratterizzavano il paesino siciliano da cui è emigrato, e che

appunto possono essere ritrovati solo in una piccola realtà di paese dove tutti si conoscono. Un

altro elemento importante per gli immigrati italiani ad Utrecht è il possesso della casa, che era

anche un desiderio relativamente comune in patria tra i contadini, non solo quelli poveri ma

anche quelli più agiati. Dai racconti sotto riportati si osserva la pratica diffusa fra gli immigrati di

investire il denaro guadagnato in Olanda nella costruzione della casa in Italia. Questo

atteggiamento dimostra che gli immigrati, pur non essendo di fatto in condizioni di farlo,

coltivano sempre in se stessi la speranza di ritorno al paese d’origine. La stessa scelta di molti

italiani di conservare la nazionalità italiana, nonostante la possibilità di avere la duplice

cittadinanza, rispecchia il profondo legame che questi conservano con il paese d’origine, ma è

246 Intervista a C., Utrecht, 01aprile 2009.

247 E. Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna 2002, p.73.

248 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

116


anche coerente con il desiderio di ritornare in Italia che non è mai stata abbandonato nonostante

essi abbiano da tempo cambiato la propria posizione di immigrati da temporanea a permanente.

La presenza della moglie e dei figli (e quindi di una famiglia costruita in Olanda) giustifica il

loro insediamento definitivo nel paese di immigrazione e fa svanire le resistenze di ordine

psicologico, dettate dal sentimento nostalgico che nasce dalla volontà di ritorno.

«L’Italia cinquant’anni fa sembrava molto distante dall’Olanda, sembrava un altro mondo, sia nel

viaggiare, sia la lingua, sia le maniere di fare; invece adesso è come se si fosse incorporata, l’Italia

e l’Olanda è come se si fossero incorporate, è più facile. Ma noi c’avevamo sempre la nostalgia

perché l’Italia è l’Italia, l’Italia è un paese caldo, la nostalgia non sparisce mai, sia sul lavoro

parlavi italiano soltanto quando era nel momento di ricreazione che mangiavi il pane, e la domenica

quando andavamo alla Chiesa; però la nostalgia ce n’era moltissima e poi l’inverno qui da noi è

stato lungo e ancora io l’inverno qui lo trovo troppo lungo perché incomincia ad ottobre, e così

pensando: io sto tre quattro anni qui e me ne vado in Italia. Poi sono nati i bambini e i bambini

devono andare a scuola, i bambini devono studiare, poi i bambini si sono sposati e abbiamo sempre

trasportato, allora ho pensato: io quando vado in pensione me ne torno definitivamente in Italia, la

mia intenzione: quando vado in pensione dritto in Italia, poi vengo qua in vacanza, tre settimane

all’anno vengo qua soltanto in vacanza; ma nemmeno può succedere questo perché adesso un’altra

figlia che abita a due chilometri da qua, un altro paesetto, c’ha due bambini, e questi due nipotini

sono carissimi che quando ci vedono a noi fanno sempre festa, specialmente il maschietto quando

vede a me fa festa. Ce l’ho sempre un po’ di nostalgia perché io ho una casa lì e quando vado lì non

vado a disturbare nessuno, me la sono costruito un po’ alla volta […]» 249 .

«[…] si, tant’è che mi sono fatto la casa là, volevo tornare perché quando i ragazzini erano piccoli

con tutti gli amici che avevano là al paese, poi là facevano radio del paese, non volevano tornare

più in Olanda, ma erano ancora piccolini, poi per lavoro qua è più facile di là giù» 250 .

4.1.2 L’attività agricola e la sua funzione simbolica

Nel recupero del passato da parte degli immigrati italiani nella città di Utrecht ciò che forse più

di ogni altra cosa da un’ idea di continuità con il paese di origine è il recupero dell’attività

agricola. Questo recupero del passato implica però delle scelte: si recupera qualcosa di cui ci si

era consapevolmente privati, in questo caso un’attività che al paese d’origine non garantiva loro

uno stato di benessere e sicurezza economica. Ciò significa che non tutto ciò che era nel passato

passa nel presente, come spiega Fabio Mugnaini: “la tradizione è il filtro che opera la selezione,

riconoscendo e selezionando ciò che merita di essere riprodotto, portatore quindi di un

249 Intervista ad U., Maasluis, 01 maggio 2009.

250 Intervista a F., Utrecht, 23 giugno 2009.

117


messaggio culturalmente significativo, attraverso determinate modalità di trasmissione” 251 . Il

passato che filtra è quindi una scelta del presente, e ciò che viene riconosciuto come tradizionale

è il recupero di alcuni aspetti del passato che hanno delle funzionalità precise. La

riappropriazione di alcuni oggetti e pratiche del passato da parte degli immigrati italiani è una

scelta legata ad un senso di identità originaria che deve però far fronte ai limiti ambientali posti

dal nuovo territorio.

«[…] l’orto adesso ce l’ho da quasi 35 anni. Mio figlio s’è comprato anche una botte di cento litri,

e quello poi l’ha fatto e l’ha messo lì dentro, perché io unisco il mio e il suo perché c’ho l’orto e

c’ho quasi quelle venti piante di uva, non matura come deve maturare, che il tempo qui

specialmente l’anno scorso faceva freddo, quasi l’estate non s’è proprio vista. Io c’ho due qualità,

chiamata una fragola ed è dolce, e poi c’ho quell’altra: aglianico» 252 .

L’ostacolo principale a cui gli intervistati dicono di dover far fronte per ottenere un buon

raccolto è il clima rigido dell’Olanda. Nonostante ciò, il recupero di un sapere tecnico (ad

esempio fare il vino in un certo modo e con certi strumenti) in uso nel processo produttivo è

sufficiente a impegnarsi per superare i limiti del tempo atmosferico e del terreno in cui si coltiva.

Attraverso specifiche modalità di coltura gli immigrati riescono a produrre nel nuovo territorio

gli stessi beni che producevano in passato, in questo modo si sentono a casa e annullano la

sensazione di sradicamento iniziata cinquant’anni prima. Con il ritorno ad attività che

permettono di produrre beni su cui un tempo si reggeva l’economia di sussistenza essi cercano di

recuperare l’identità di origine, un senso di appartenenza, ma anche di assecondare un’etica del

lavoro (si veda il paragrafo 2.2.1 del cap. 2). Nelle realtà rurali dell’Italia meridionale il tempo

quotidiano era assorbito interamente dalla produzione: per le famiglie contadine da cui

provengono gli immigrati ciò che era morale era fare sempre qualcosa, per cui anche le attività di

natura esterna alla produzione agricola (come tessere, riparare attrezzi ecc.) venivano assorbite

dal tempo di lavoro. Nella terza fase delle storie di vita raccontate dagli italiani ad Utrecht è

possibile leggere un recupero di questa dimensione temporale circolare (che si differenzia ad

esempio dal tempo lineare sperimentato con il lavoro di fabbrica). L’attività agricola cambia

però significato poiché migliori condizioni di vita consentono agli immigrati di comprare ciò che

prima producevano nei campi. Mentre nelle comunità rurali di provenienza l’autoconsumo era

una condizione di necessità, nella società di accoglienza diviene occasione di piacere. Il

251 Pietro Clemente, Fabio Mugnaini, Oltre il folklore: tradizioni popolari e antropologia nella società

contemporanea, Carocci, Roma 2001, p. 36.

252 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

118


passaggio dallo stato di povertà originaria ad uno stato benessere ha trasformato la pratica della

coltivazione da un mestiere ad un passatempo, perciò gli italiani ad Utrecht tornano a fare gli

agricoltori per piacere e non più per necessità. L’attività agricola recuperata da questi immigrati

si avvicina a ciò che Corrado Barberis ha definito una “agricoltura di gioia”: gioia di chi coltiva

perché in tal modo occupa il proprio ozio; gioia di chi riceve un prodotto che apparirà favoloso

perché qualitativamente più pregiato rispetto a quello del supermercato 253 . Il recupero di questa

attività ha anche un’altra funzione: oltre ad occupare il tempo libero degli immigrati in pensione

permette di riacquisire il controllo dei beni prodotti e garantirne la genuinità. Da quando

abbandonarono l’autoproduzione e si inserirono nel sistema economico moderno e capitalista,

questi immigrati per recuperare i beni di sussistenza hanno dovuto affidarsi alla distribuzione

commerciale. Con l’avvento dell’industria anche gli oggetti come frutta e verdura, vengono

presentati al supermercato già confezionati. Il recupero e l’utilizzo della merce autoprodotta dà a

questi ex-contadini l’idea di recuperare quel rapporto con la natura che il fenomeno

dell’emigrazione e il sistema di produzione industriale avevano interrotto. C’è un altro aspetto

che emerge nell’ultima fase delle storie di vita analizzate: non più vincolati dal calendario

dell’attività industriale i rientri degli immigrati al paese d’origine diventano più regolari e

frequenti, e non coincidono più solo con il periodo delle vacanze. Il ritorno in Italia per gli

emigrati e i loro gruppi familiari è anche un modo per riunirsi in comunità e celebrare le feste

locali.

«Qui non c’è, non esiste la festa patronale, san Giovanni qui non viene festeggiato, sant’ Antonio.

La maggior parte delle volte quando vado in ferie vado sempre prima che c’è la festa» 254 .

«Il 24 giugno è s. Giovanni e al mio paese è il santo patrono del paese, quindi lì fanno una grande

festa la vado a vedere. Tre mesi all’anno vado in Italia. Tutto ho in Italia, ho quattro sorelle due

fratelli e un fratello già è morto; una famiglia numerosa poi c’ho non so quanti nipotini» 255 .

La visita ai familiari rimasti in Italia diventa un’occasione per reintegrarsi nella propria comunità

e per ripristinare la propria condizione d’origine. Questo reinserimento spesso avviene attraverso

l’aiuto occasionale che gli emigrati danno ai rispettivi familiari nello svolgere certe attività

agricole perché attraverso la condivisione del lavoro si rafforzano i rapporti sociali all’interno del

gruppo di appartenenza dell’emigrato. Viene qui riportato l’esempio di C. che ogni anno torna in

Italia per aiutare il fratello nella vendemmia.

253 Cfr. Corrado Barberis, Gli operai contadini, Il Mulino, Bologna 1970, p. 106.

254 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

255 Intervista ad U., Maassluis, 01 maggio 2009.

119


«[…] e prima c’avevo si, per me era sempre l’Italia, e ce l’ho ancora. Ancora adesso io due o tre

volte all’anno ci devo andare, ad esempio come arriva adesso Pasqua ci devo andare, poi ho messo

come per abitudine, dicendo così, vado ad aiutare mio fratello alla vendemmia lì e vado ad ottobre.

Poi se c’è qualche cosa esco ancora un’altra volta così tra agosto e settembre ci vado» 256 .

Con questa “abitudine” C. riprende tra i suoi familiari rimasti in Italia quel posto che era suo

come se non l’avesse mai abbandonato, come se attraverso questo rituale volesse cancellare ogni

traccia dell’esperienza migratoria. Nonostante i cambiamenti socio-economici dovuti alla loro

scalata professionale, gli emigrati italiani non rinnegano la loro condizione di ex-contadini, ed è

in quanto contadini che essi ritornano alla loro attività e alla loro vita di un tempo. Ritornando al

loro paese, essi diventano oggetto di un processo di “reintegrazione” nella comunità di origine.

Ma questa ricostruzione di un’appartenenza ideale non avviene soltanto quando gli emigrati

tornano in Italia, anche nel Paese che li ospita attraverso la coltivazione dei cosiddetti orti del

popolo si cerca di creare un proprio spazio, una cerchia di riconoscimento che delimiti

un’appartenenza sociale e territoriale, un’appartenenza idealizzata che nel frattempo si è evoluta.

«Io qua in Olanda c’avevo degli amici che avevano un pezzetto di terreno, coltivavano fiori, frutta,

i figli sono andati in Canada, lui l’ha abbandonato poco tempo fa, mi sono fatto un orto là, mi sono

aggiustato, l’ho fatto quasi per venti anni. Poi questo qua ha venduto la campagna e tutto, sono

andato via, adesso un orto l’ho preso, questo si chiama l’orto del popolo, devi essere iscritto e

pagare i contributi e devi attenerti alle leggi che ci sono. Dove sono io c’è anche Andrea Mantione,

e siamo 7 italiani là, tutti un po’ sparpagliati» 257 .

Gli orti costituiscono uno spazio in cui gli italiani possono coltivare prodotti come facevano nei

rispettivi paesi, ma rappresentano anche il loro luogo di incontro serale. Pare che nel recupero

dell’attività agricola da parte degli immigrati italiani in pensione non ci sia il desiderio di un

ritorno vero alla campagna, è più il desiderio di recuperare la socialità costruita attorno a

quell’attività che li attira. Il diventare operai e la successiva scalata professionale sono stati

descritti come parti di un percorso di emancipazione dall’economia contadina. L’abbandono

della campagna ha significato la conquista di una posizione sociale di maggiore prestigio rispetto

a quella occupata presso la comunità d’origine. Tuttavia nell’ultima fase delle storie di vita

analizzate c’è un ritorno all’attività contadina nel tentativo di recuperare modi di fare e una

socialità che ricordano il paese di origine. Si può quindi concludere che l’attrazione per gli

256 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

257 Intervista a M., Utrecht, 14 maggio 2009.

120


immigrati italiani non è rappresentata dalla condizione contadina in sé, dalla quale si sono

volutamente sottratti proprio per emanciparsi, ma dall’idea di poter gestire un pezzo di terra, uno

spazio proprio in cui poter ricostruire le relazioni sociali che furono indebolite dal processo di

integrazione nella società ospitante, e recuperare un’identità originaria.

4.2 I nuovi immigrati e le loro associazioni

4.2.1 Gli italiani di seconda generazione

Per capire cosa è rimasto della cultura italiana nella città di Utrecht occorre guardare agli italiani

di seconda generazione, cioè ai figli dei primi emigrati, nati in Olanda in seno ai matrimoni

misti. Essendo stati educati principalmente dalle madri olandesi e avendo frequentato le scuole

locali, i figli degli immigrati italiani sono cresciuti in un contesto e in una cultura interamente

olandesi, con influenze italiane molto marginali. Le relazioni tra i padri italiani e i figli italo-

olandesi si limitavano a poche ore al giorno, la lingua italiana non era parlata in famiglia, e la

necessità di “mimetizzarsi” nel tessuto sociale olandese dei padri italiani spinse la seconda

generazione a non coltivare la cultura italiana. Pare che per i discendenti degli immigrati italiani

in Olanda il processo di naturalizzazione sia stato un fatto piuttosto scontato. La diversità

culturale dei rispettivi padri sembra non aver influito sui loro percorsi di vita, soprattutto perché

vivendo da sempre in Olanda essi soddisfano i più importanti requisiti dell’essere olandese come

ad esempio parlare bene la lingua. Questo discorso vale non solo per gli italo-olandesi nati da

matrimoni misti, ma anche per i nati in Olanda da entrambi i genitori italiani. I due studiosi

olandesi Lucassen e Pennix hanno confrontato i risultati scolastici dei bambini nati in Olanda dal

primo gruppo di immigrati (italiani, spagnoli, cinesi e surinamesi) con quelli dei bambini

olandesi nati dagli autoctoni, da cui è emerso che non vi sono differenze sostanziali

sull’istruzione fra i due gruppi analizzati. Non si ottiene lo stesso risultato se invece si

confrontano i discendenti di una migrazione più recente, quale quella dei turchi e dei marocchini,

e i discendenti degli olandesi 258 . Questa ricerca dimostra che i primi gruppi di immigrati arrivati

in Olanda nel secondo dopoguerra, tra cui gli italiani, sono considerati e spesso si considerano

degli assimilati, di conseguenza per i loro discendenti è stato piuttosto facile diventare olandesi e

raggiungere una certa posizione sociale. Per quanto riguarda gli immigrati italiani si può

supporre però anche l’inverso, cioè che la loro integrazione sia stata favorita da questo pieno

inserimento dei loro figli all’interno della società olandese. Il processo di “olandesizzazione”

258 J. Lucassen and R. Penninx, Newcomers. Immigrants and their descendants in the Netherlands 1550-1995, Het

Spinhuis, Amsterdam 1997, p. 165.

121


della seconda generazione divenne ancora più semplice con l’entrata in vigore nel 1985 di una

nuova normativa legislativa che dava ai figli minorenni di coppie miste la possibilità della

cittadinanza olandese su richiesta del coniuge olandese, con la facoltà di scegliere

definitivamente al raggiungimento della maggiore età 259 . L’effetto forse negativo di questo

processo di naturalizzazione è stato un certo distacco da parte dei giovani olandesi dal padre

italiano, sia per la mancanza di rapporti col padre di cui si è detto prima, a cui si aggiunge

l’abitudine diffusa in Olanda di lasciare la casa dei genitori all’età di 18 anni, sia perché per

lungo tempo questi italo-olandesi non hanno sentito alcuna necessità di recuperare la cultura

italiana, non essendo questa considerata importante per la realizzazione della propria vita in

Olanda. Pare che al raggiungimento della maggiore età la maggior parte dei nati in Olanda da

padre italiano e madre olandese non abbia optato per l’una o per l’altra nazionalità,

mantenendole entrambe. 260 Tuttavia, presso la seconda generazione di immigrati è rimasto ben

poco dell’identità italiana. Un’attenzione particolare va data al fattore linguistico che si presenta

come una chiave di accesso alla cultura italiana. La maggior parte dei figli degli immigrati presi

qui in esame dicono di capire abbastanza bene ma di parlare poco o per niente l’italiano,

manifestando una certa estraneità alla cultura italiana. Nonostante molti di loro abbiano

frequentato un corso di lingua italiana quando erano bambini pare che la loro conoscenza della

lingua si sia fermata ad un livello piuttosto basso. La causa di questo scollamento dalla cultura

italiana a partire dal fattore linguistico va ricercata anche nelle condizioni di partenza dei loro

padri, provenienti dalle realtà rurali dell’Italia meridionale caratterizzate da un basso livello di

scolarizzazione e una scarsa conoscenza della lingua nazionale. Nella maggior parte dei casi

prima di emigrare questi italiani parlavano quasi esclusivamente il dialetto locale e possedevano

scarse capacità verbali e scritte della lingua italiana 261 . Nel paese di arrivo questi immigrati si

trovarono proiettati in un ambiente sociolinguistico completamente diverso, per cui la loro

conoscenza della lingua nazionale si fermò ad un livello basso. Tali condizioni di partenza resero

ancora più difficile la trasmissione della lingua italiana alla seconda generazione. Inoltre, da una

ricerca effettuata nei primi anni Ottanta sull’erosione e la perdita della lingua presso gli italiani

in Belgio e Olanda, è emerso che la perdita della lingua italiana si è verificata anche presso la

prima generazione di emigrati italiani. Partendo dal presupposto che tutti i lavoratori emigrati al

momento della partenza non avevano una padronanza perfetta della propria lingua, i risultati di

questa ricerca hanno comunque registrato una perdita linguistica maggiore degli italiani in

Olanda rispetto a quella degli italo-belgi. Questa differenza va attribuita all’influsso del francese,

259 Ibid. p. 189.

260 www.cgie.it/archivio.asp

261 Leonardo Zanier (a cura di), La lingua degli emigrati, Guaraldi, Firenze 1977.

122


sempre presente nel contesto belga, che spesso convergendo con la lingua italiana ha bloccato

l’interferenza dell’olandese. Ma c’è almeno un altro fattore che spiegherebbe la differenza tra i

due gruppi di italiani esaminati, ed è costituito dai contatti con i connazionali: quando venne

effettuata questa ricerca, in Belgio gli italiani erano molto numerosi, in Olanda invece gli italiani

vivevano maggiormente isolati ed erano già quasi tutti sposati con donne olandesi 262 . Questo

fattore sicuramente è intervenuto nella maggiore o minore conservazione della madrelingua. C’è

da dire però che negli ultimi anni la seconda generazione sembra aver riscoperto un certo

interesse per l’Italia e la cultura italiana in generale. Un caso ancora raro, ma rappresentativo di

questo cambiamento in corso è offerto dal racconto di C.:

«[…] si, si, il primo [figlio] va tutti gli anni, due volte all’anno in Italia. Va sempre in Italia e al

figlio che c’ha gli sta insegnando a parlare italiano, perché andando in Italia non trova difficoltà.

Poi c’ho un’altra figlia, l’ultima, che da lezione di italiano agli olandesi che vogliono, poi c’ho il

terzo, quello è un pochettino insomma [...]. Sono tutti andati alla scuola cattolica però in chiesa ci

vanno poco […] F. è diplomato, A. lo stesso, il primo adesso anche lui ha finito le scuole e adesso

lavora con una fabbrica di computer. A. è andata in Italia per migliorare la pratica, è andata a

Bologna, ed è stata pure a Napoli, è stata anche lì per migliorare la pronuncia. […] Sono tutti

battezzati, quei due si sono sposati normalmente in chiesa, anzi si sono sposati in Italia nella chiesa

dove s’è sposata mia madre, ad Avellino, al comune di Monteforte, lì s’era sposata mia madre e lì

si sono sposati loro anche, tutti e due» 263 .

Superata la fase della mimetizzazione e dell’integrazione dei primi immigrati italiani, pare che

l’italianità stia diventando uno strumento di orgoglio e un motivo di arricchimento culturale

anche presso la seconda generazione. Tuttavia sarebbe un errore pensare che queste persone

possano in futuro garantire la continuità e la trasmissione della cultura italiana in Olanda. La loro

identità è molto diversa rispetto a quella dei padri italiani, e sebbene molti di loro abbiano

conservato la doppia nazionalità, essi non condividono nessun sentimento nazionalista o di

appartenenza regionale con i loro padri. Oltre alla diversa appartenenza nazionale un intero

sistema di disposizioni impedisce di considerare italiani i discendenti degli immigrati italiani in

Olanda, come afferma G. :

«[…] non sono gli italiani che sono qua, adesso sono i figli degli italiani che stanno qua perché

sono cresciuti qua e quindi praticamente hanno una mentalità diversa dalla nostra, un modo diverso

262 Serge Vanvolsem, Koen Jaspaert, Sjaak Kroon, Erosione e perdita di lingua presso emigrati italiani in Belgio e

Olanda: primi risultati, in “Lingua e letteratura italiana nel mondo oggi”, Olschki, Firenze 1991, pp. 677-685.

263 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

123


di crescere, di vivere, di conoscere anche se provi ad inculcargli la nostra mentalità non ci riesci, è

diversa la mentalità dalla nostra, è tutto differente» 264 .

I discendenti degli emigrati hanno sviluppato una loro peculiare idea dell’Italia che è

sicuramente diversa dall’Italia che ricordano i loro padri. La loro italianità, laddove è

sopravvissuta, è molto più internazionale. Ad influenzare questa costruzione probabilmente sono

state le continue trasformazioni della società italiana che hanno avuto luogo a partire dal secondo

dopoguerra.

Con i cambiamenti socio-economici si sono registrati dei cambiamenti anche nella composizione

dell’emigrazione italiana. Come si è già detto, dopo gli anni ’70, alla tradizionale emigrazione

contadina si è sostituita un’emigrazione caratterizzata da un più elevato livello di scolarizzazione

che è stata impiegata in settori completamente diversi. Con il cosiddetto fenomeno della

“terziarizzazione” si è assistito ad uno spostamento crescente dell’occupazione dall’industria e

dal settore pubblico all’area dei servizi (si veda il paragrafo 2.3.1 del cap. 2) : nella stessa città di

Utrecht è evidente come la ristorazione assorba un elevato numero di italiani emigrati. Emerge

poi in maniera sempre più significativa il fenomeno del brain-drain, ovvero l’emigrazione di

laureati e in generale di persone fornite di elevati livelli di istruzione 265 . Probabilmente il

contatto con questa nuova presenza italiana in Olanda 266 ha favorito il risveglio dell’interesse nei

confronti della cultura italiana da parte della seconda generazione. L’integrazione dei nuovi

immigrati italiani non può essere vista nelle forme tradizionali, essi sono lontani dal concetto di

“assimilazione”, tanto diffuso per descrivere invece la posizione degli immigrati di prima

generazione. Si tratta generalmente di persone che hanno scelto volontariamente di vivere

un’esperienza all’estero e che vivono temporaneamente in Olanda. Per questa ragione i nuovi

immigrati non sentono l’esigenza di recidere i legami con la madrepatria, né di imparare la

lingua olandese, trovandosi spesso a lavorare in contesti internazionali. La terza generazione

invece, cioè i nipoti degli immigrati italiani, è costituita da bambini olandesi, nati da entrambi i

genitori olandesi. Questi bambini non parlano italiano, ma dai racconti dei soggetti intervistati ad

Utrecht sembra che il legame fra i nonni italiani e i nipoti olandesi sia più forte del legame che

gli stessi italiani instaurarono con i loro figli olandesi. Questo perché la condizione del

pensionamento ha messo a disposizione degli immigrati più tempo libero in cui potersi dedicare

264 Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

265 E. Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, il Mulino, Bologna 2002, p. 70.

266 Nel 2008 l’Ufficio Centrale di Statistica olandese (CBS) ha registrato un aumento del numero di italiani trasferiti

in Olanda di circa 1.000 unità rispetto agli anni precedenti, per un totale di 2.972 unità. Fonte: www.cbs.nl/en-

GB/menu/themas/bevolking/cijfers/extra/mappingworld-1.htm

124


alle relazioni familiari rispetto a quando erano in età lavorativa. Spesso questi bambini olandesi

vengono obbligati a seguire i corsi di italiano organizzati dal consolato italiano ad Utrecht, ma lo

scopo pare sia solo quello di agevolarli nelle eventuali vacanze in Italia e non quello di una reale

trasmissione della cultura italiana. Come già per la seconda generazione, anche per questa terza

generazione non è più lecito parlare di presenza italiana in Olanda. Probabilmente con la

scomparsa della prima generazione di immigrati non ci sarà più possibilità di trasmettere pratiche

e valori legati alla cultura italiana tradizionale.

4.2.2 Il ruolo dell’associazionismo cattolico nella trasmissione della cultura italiana

L’interesse politico e l’intervento legislativo da parte del governo nazionale riguardo alle

vicende migratorie si sviluppò in Italia solo a partire dalla fine degli anni settanta, quindi soltanto

dopo più di un secolo di emigrazione italiana. Nel 1965 il governo italiano creò un comitato che

rappresentava gli italiani all’estero. Il comitato era costituito prevalentemente da italiani che

lavoravano negli organismi non governativi e statali, i cosiddetti patronati, che si occupavano di

emigrazione 267 . La prima conferenza nazionale dell’emigrazione si tenne a Roma nel 1975, e nel

1988 venne indetta una seconda conferenza nazionale dell’emigrazione volta a salvaguardare i

diritti degli emigrati in tema di lavoro, di abitazione, di sicurezza sociale, e i loro diritti

politici 268 . Neppure da parte delle autorità olandesi era prevista una politica migratoria che

aiutasse gli italiani ad organizzarsi o ad inserirsi in organizzazioni già esistenti (ad esempio i

sindacati), essendo la loro presenza in Olanda considerata solo temporanea. Dal secondo

dopoguerra il governo italiano attraverso gli accordi bilaterali si limitò ad incoraggiare i flussi

migratori ma, con la sola eccezione delle organizzazioni religiose, fu praticamente inesistente

qualsiasi forma di struttura istituzionale volta all’assistenza degli emigrati. Solo nel corso degli

anni settanta i sindacati e i vari partiti iniziarono a mobilitarsi per favorire le organizzazioni degli

emigrati all’estero. Le prime organizzazioni italiane presenti in Olanda furono il Comitato degli

Italiani all’Estero (COMITES) e la Federazione Italiana dei Lavoratori Emigrati e Famiglie

(FILEF). Nella città di Utrecht la Chiesa cattolica è stata la prima organizzazione a prendersi

cura degli immigrati italiani. Per attrarre gli immigrati la Chiesa di Utrecht chiamava presso la

propria diocesi sacerdoti che parlavano italiano. La sua funzione principale era quella di aiutare

gli italiani nel processo di adeguamento alla società olandese e di facilitare il passaggio dalla

società di origine a quella ospitante. In vista di questo scopo la Chiesa cattolica si impegnava in

varie attività, organizzava feste e aiutava gli immigrati italiani a risolvere problemi sul lavoro o

267 D.Gabaccia, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Einaudi,Torino 2003, p. 245.

268 A. Golini, F. Amato, Uno sguardo a un secolo e mezzo di emigrazione italiana, in «Storia dell’emigrazione

italiana, Donzelli», Roma 2001, p. 58.

125


di qualsiasi altro tipo, legati soprattutto alla loro scarsa comprensione della lingua olandese. Per

combattere la solitudine e la sensazione di sradicamento di cui i migranti soffrivano soprattutto i

primi anni, venne istituita dalla Chiesa cattolica di Utrecht la cosiddetta “Casa militare” (si

rimanda al paragrafo 3.1.3 del cap. 3), una sorta di “salotto” dove gli italiani potevano

incontrarsi, raccontare della propria famiglia in Italia, guardare la televisione italiana, giocare a

carte, leggere giornali e ascoltare musica italiana. Come si è già visto, il centro cattolico fu

particolarmente importante per l’integrazione degli italiani ad Utrecht e, soprattutto durante la

prima fase della loro esperienza migratoria, contribuì alla formazione di una identità collettiva

basata sulla nazionalità comune. Durante la seconda fase, quella in cui gli italiani cambiarono la

loro posizione da temporanea a permanente, gli italiani cercarono di inserirsi il più possibile

all’interno della società olandese e sentirono sempre meno l’esigenza di frequentare il centro

cattolico. In questa seconda fase molti misero in discussione il ruolo della chiesa in quanto

istituzione, ma mai rinnegarono la propria cultura cattolica. L’allontanamento

dall’organizzazione italiana andò di pari passo con il processo di mimetizzazione che gli

immigrati stavano mettendo in atto per migliorare la propria posizione socio-economica. Questo

allontanamento viene spesso giustificato dai migranti con altre motivazioni, la più ricorrente è

che con il tempo sono cambiati i frequentatori del centro, ma forse la vera ragione è che per gli

italiani strutturalmente integrati il centro perse la sua funzione originaria.

«Io penso che siamo qui in Utrecht due tipi di italiani, c’era un gruppo che voleva usare il centro

come sala da gioco […]. E c’era il gruppo che voleva che il centro italiano fosse un centro più che

altro culturale, con la biblioteca, per organizzare cose interessanti, e non il dopo-lavoro alla

pizzeria, venirsi a giocare quei quattro soldi guadagnati. C’era un gruppo una volta simile e ci

siamo sempre un po’ scontrati con questo. Non scontrati frontali, però si è tenuta una certa cosa

tanto per non litigare, perché c’era uno che adesso non c’è più: T., è morto pure poverino, adesso

c’è il figlio, e faceva il barista e lo tenevano lì fino alla sera tardi e giocavano pure a soldi. Per

questo piano piano mi sono distaccato, come me si sono distaccati molti […]» 269 .

«Avevamo un centro, c’era il centro italiano e si andava lì e si giocava a carte, si guardava la

televisione, si discuteva un po’ di tutto, c’era una squadra di calcio, si era organizzata, abbiamo

fatto per anni la competizione olandese. Il centro italiano si chiamava, che poi sarebbe il COI, una

volta era chiamato la casa italiana. Non siamo più noi, ci sono i nostri figli, poi chi è morto, chi

ormai è vecchio non esce più; io parlo del ‘71 quando sono arrivato, quindi sto parlando di 40 anni

fa» 270 .

269 Intervista ad A., Vleuten, 23 giugno 2009.

270 Intervista a G., Utrecht, 22 giugno 2009.

126


Con il raggiungimento dell’età della pensione è come se gli italiani si sentissero nuovamente soli

e avvertissero di nuovo, come nei primi tempi, l’esigenza di riunirsi con i propri connazionali.

Per gli italiani ad Utrecht il patronato cattolico ACLI torna ad essere un punto di riferimento che

soddisfa il loro bisogno di appartenere ad una comunità italiana che, se mai è esistita, oggi

rischia sempre più di scomparire con l’avvento della seconda generazione. All’interno del centro

vengono ancora svolte numerose attività, ma l’obiettivo principale dell’associazione è quello di

favorire l’incontro fra gli anziani. Tuttavia la diminuzione delle sovvenzioni ricevute dall’Italia

ha avuto degli effetti negativi sul centro che per diversi anni è stato unito all’associazione dei

greci, e questo ha significato una notevole diminuzione del numero dei suo membri. Da due anni

il centro C.O.I. - A.C.L.I. di Utrecht è di nuovo indipendente, ma chi ne fa parte si lamenta

ancora della scarsità dei finanziamenti ricevuti:

«l’ACLI si è organizzata, poi s’è fatto anche un centro italiano che una volta era grandissimo,

avevamo più disponibilità dal comune anche finanziario, ora siccome siamo ritornati qui giù l’anno

scorso, ringraziando sempre l’ACLI che ha preso in affitto il primo piano tutto, infatti qui s’è

sistemata l’ACLI e noi italiani siamo là […]. L’epifania si, il carnevale una volta l’ho organizzato

per i bambini italiani e ne sono venuti parecchi, ora volevo organizzarlo di nuovo però i fondi non

si trovano. Noi non siamo finanziati da nessuno, il comune olandese ci da i soldi per il ponte, ci da

mi sembra due mila, due mila e cinque all’anno per le attività, questa è l’unica beneficenza che

abbiamo dal comune fino adesso. Per mandare a scuola i bambini o donne e uomini che hanno una

certa età e vogliono imparare l’italiano, come qui sta sera, allora questo viene tutto pagato

dall’Italia» 271 .

È plausibile che si sia verificato un cambiamento dell’ organizzazione da quando alla prima

generazione di immigrati si è affiancata la seconda, il mutamento sarebbe stato perciò

determinato dal cambiamento degli aspetti culturali dei suoi membri. Il centro cattolico

attualmente cerca di promuovere gli interessi dei discendenti degli immigrati, ad esempio

attraverso l’organizzazione di corsi di lingua italiana, ma è probabile che quando questa seconda

generazione andrà a sostituirsi completamente alla prima la funzione del centro italiano cambierà

radicalmente, con il rischio che non verranno più organizzate feste di carnevale e di epifania, e

non ci sarà più nessuna manifestazione della cultura italiana. Con la scomparsa della prima

generazione, e quindi dei cultori della tradizione, a livello istituzionale si avrà una condizione

per cui la tradizione potrà scomparire oppure diventare patrimonio. A giudicare da quello che si

271 Intervista a M., Utrecht, 6 maggio 2009.

127


è appena detto sulla seconda generazione di immigrati, nella città di Utrecht è più probabile che

le tradizioni legate alla cultura italiana tenderanno a scomparire. La narrazione di C. qui sotto

riportata, dimostra che raccontare e trasmettere ai propri nipoti certe pratiche tradizionali ha per

gli italiani di prima generazione una funzione di continuità con il passato, mentre per gli italiani

di seconda generazione la stessa tradizione è più un peso di cui ci si vuole liberare.

«Però noi facciamo anche la Befana a questo bambinello di mio nipote, e ci facciamo un regalo

della Befana. Mi ha detto una volta: “nonno cos’è la Befana?” Faccio io: “è una vecchia che va

sulla scopa, quella entra dalla finestra e ti porta il regalo, il cinque gennaio apri la finestra che

quella entra di là”. E mio figlio dice: “non dirgliele queste cose che poi devi farlo sul serio» 272 .

Al centro italiano di Utrecht giovani e anziani comunicano fra loro ancora in lingua italiana, ma

probabilmente senza la prima generazione di immigrati si perderebbe anche l’uso della lingua. È

un fatto già sorprendente che molti figli di immigrati frequentino il centro italiano, essendo

questa seconda generazione costituita da olandesi molto più legati al paese in cui sono cresciuti

che a quello in cui trascorrono soltanto le vacanze. Tuttavia, anche in questi casi cambia

l’approccio che questa seconda generazione ha nei confronti dell’Italia: la loro attenzione si

concentra sicuramente più sul paese di residenza che sul paese di origine, a loro interessa poco

ascoltare la televisione e la musica italiana, o frequentare gli altri immigrati di seconda

generazione. La percezione della seconda generazione è molto più quella di un olandese che

conserva nel proprio bagaglio culturale qualche elemento di cultura italiana, che di un italiano in

Olanda. Sicuramente per gli immigrati le organizzazioni hanno un ruolo fondamentale nella

trasmissione dei caratteri culturali del paese di origine, per quanto riguarda la città di Utrecht si

può affermare che il centro cattolico per molti anni ha assolto questa funzione. Ma è vero anche

che con il mutare dei caratteri degli immigrati sono mutate anche l’organizzazione e le forme

culturali da questa trasmesse. Data questa premessa, è probabile che con la terza generazione la

funzione del centro italiano cambierà ulteriormente o peggio, verrà perso qualsiasi tipo di legame

con l’Italia.

272 Intervista a C., Utrecht, 01 aprile 2009.

128


CONCLUSIONI

Attraverso un’analisi etnografica delle storie di vita di alcuni immigrati italiani nella città di

Utrecht si è cercato di comprendere gli effetti della vicenda migratoria sulla conservazione della

cultura di origine da parte degli stessi immigrati. L’indagine ha sostanzialmente confermato

l’ipotesi di fondo secondo la quale gli immigrati, oltre agli elementi superficiali della cultura

italiana (la lingua, il cibo, l’abito ecc), hanno conservato un insieme di significati e categorie

condivisi, e gli assunti sull’integrazione considerati al momento dell’impostazione della ricerca.

L’analisi delle storie di vita dei soggetti studiati induce a pensare che gli italiani insediati nella

città di Utrecht abbiano raggiunto una integrazione strutturale facilitata dai matrimoni misti

contratti con donne olandesi. L’incontro tra le due culture ha delineato una figura nuova e

determinato un cambiamento della mentalità degli immigrati, ma ha anche accentuato quei

caratteri culturali che legano inevitabilmente questi immigrati al paese di origine: la tradizione

familiare cattolica e l’etica del duro lavoro restano elementi importanti nella costruzione

dell’identità degli italiani. Soprattutto durante la fase iniziale della loro esperienza migratoria,

elementi come il dialetto e una specifica percezione dei rapporti sociali legati alla cultura di

origine tendono a riprodursi e a perpetuarsi sul nuovo territorio, determinando una certa

resistenza al processo di integrazione e all’assunzione dei caratteri culturali del nuovo contesto

territoriale e sociale in cui vengono a trovarsi i lavoratori italiani. Quando gli italiani diventano

consapevoli che il loro soggiorno in Olanda sarebbe divenuto permanente avviano un processo di

mimetizzazione con la società olandese. Le tradizioni regionali tenute in vita durante i primi anni

in Olanda sono state gradualmente perse o modificate in relazione alla posizione che gli italiani

vengono ad assumere all’interno della società ospitante. Oggi gli italiani sono degli “assimilati”

agli occhi della società olandese e, a differenza di altri gruppi di immigrati come i turchi e i

marocchini, non costituiscono alcuna minaccia per la stabilità del paese che li ospita. Dagli

sviluppi politici più recenti, pare che la società olandese incominci a percepire la presenza di

certi gruppi di immigrati, soprattutto turchi e marocchini, come una minaccia per la propria

cultura. Per fare un esempio, il partito xenofobo di estrema destra Pvv (Partij voor de Vrijheid -

Il partito per la libertà) guidato da Geert Wilders, ha ottenuto un ottimo risultato nelle elezioni

amministrative del 3 marzo 2010 affermandosi come primo partito nella città di Almere (vicino

129


Amsterdam) e come seconda forza politica a Den Haag 273 . Gli oppositori politici temono che la

sua popolarità possa crescere, considerando il fatto che già alle elezioni europee del 2009 il

partito Pvv è risultato il secondo partito olandese più votato. Il partito populista di Wilders si

propone di chiudere le frontiere e di ridurre il numero di immigrati non occidentali. Il problema

rappresentato da questi gruppi probabilmente nasce da un fattore numerico, ma anche dalla loro

religione. Geert Wilders ha dichiarato che: «la violenza che trasuda dai testi islamici non la si

trova in nessun'altra religione: né cattolica, né ebraica, né buddhista» 274 . Questo potrebbe

spiegare perché il governo, e la società olandese, prestino molta più attenzione agli immigrati di

religione musulmana che agli immigrati italiani cattolici. Gli italiani presenti non solo nella città

di Utrecht ma in tutto il territorio dei Paesi Bassi, non sono mai stati così visibili come i turchi e i

marocchini, e la loro religione cattolica sembra non aver mai costituito un problema per gli

olandesi, come invece è successo con quella musulmana. Gli stessi italiani si autorappresentano

come degli immigrati laboriosi e mansueti, caratteristiche che avrebbero favorito la loro scalata

professionale e il loro inserimento nella società ospitante.

Decisivi sono stati i racconti orali per documentare l’ampio territorio della quotidianità degli

immigrati presi in considerazione: dai loro racconti è possibile capire quali sono stati i ruoli

femminili e maschili, il ruolo del padre e della madre e il rapporto fra generazioni all’interno

della famiglia, l’educazione dei bambini, le forme di socialità sperimentate, i rapporti con gli

altri italiani ecc. All’interno di questi spazi è sempre possibile trovare elementi che rimandano

alla cultura di origine degli immigrati italiani, per questa ragione le considerazioni fatte in questa

tesi in parte divergono dalla comune rappresentazione che viene fatta degli immigrati italiani ad

Utrecht, secondo la quale essi sarebbero totalmente assimilati alla società olandese. Sarebbe più

corretto affermare che gli italiani sono riusciti ad adeguarsi al nuovo contesto sociale e

lavorativo avendo “incorporato” alcuni modelli e valori tipici della realtà contadina da cui

provengono. La volontà di riscattarsi dalla condizione di subalternità che li ha caratterizzati nel

paese di origine è la ragione principale per cui gli immigrati italiani sono disposti ad affrontare

qualsiasi tipo di difficoltà incontrata nel paese che li ospita. L’emigrazione viene oggi illustrata

dagli immigrati come una soluzione ad un’esistenza precaria, una causa di miglioramento

economico e sociale e un’esperienza tutto sommato positiva, ed è attorno a questa specie di

consolazione che viene formulata l’interpretazione del passato da parte degli italiani rimasti ad

Utrecht. Tutto viene in qualche modo riportato alla condizione attuale degli immigrati, attraverso

273 http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8549155.stm

274 www.storialibera.it/attualita/islam_ed_europa/oriana_fallaci/articolo.php?id=2057

130


le loro testimonianze però è possibile ricostruire un passato diverso, non sempre caratterizzato da

eventi positivi. Gli immigrati dicono di non soffrire troppo per il distacco dalla propria terra e

dalla famiglia di origine, né sembrano propensi a tornare definitivamente in Italia, ma coltivano

sempre l’illusione della possibilità di ritorno. La nostalgia per il paese di origine si manifesta

soprattutto nell’ultima fase delle loro storie di vita quando recuperano oggetti, pratiche e forme

di socialità tipiche della realtà rurale di partenza. Pur non avendo mai costituito una comunità in

senso stretto, dato il loro piccolo numero rispetto a quello rappresentato da altri gruppi di

immigrati presenti nella città Utrecht, in quest’ultima fase gli italiani manifestano il bisogno di

recuperare i contatti con i propri connazionali e di costruire un gruppo di appartenenza sulla base

etnica. Il centro cattolico rappresenta uno spazio comune in cui poter ricostruire i valori e i

modelli culturali lasciati alla partenza e poterli tramandare alle generazioni successive, anche se,

essendo la seconda generazione piuttosto distaccata da quei valori, è più probabile che la cultura

italiana sia destinata a scomparire con la scomparsa progressiva della prima generazione di

immigrati. Guardando alla seconda generazione di immigrati si può dire che c’è un processo

patrimonializzazione della cultura italiana. Il recupero nostalgico di un vissuto quotidiano

attraverso la coltivazione dell’orto, la vendemmia, l’uso di oggetti e cibo italiani, la celebrazione

del carnevale o dell’epifania ecc., ha per gli immigrati italiani una particolare funzione

simbolica: recuperare l’identità culturale d’origine. Ma il recupero di certe pratiche tradizionali

non assolve più questa funzione per i figli degli italiani, nati e cresciuti in Olanda, per i quali non

solo la cultura di origine dei rispettivi padri non ha alcuna importanza per la realizzazione dei

propri progetti di vita, ma spesso rappresenta anche un peso di cui ci si vuole liberare.

Nonostante abbiano raggiunto una migliore posizione sociale ed economica, gli immigrati

italiani ad Utrecht ricordano il distacco dal paese natale sempre come un evento negativo.

L’analisi della vicenda migratoria di questi italiani porta quindi a concludere che l’emigrazione

si presenta sempre come un fatto traumatico. Con le parole di Maurizio Gribaudi si può

affermare che: «L’emigrazione è un movimento tra due punti nello spazio che si accompagna

allo sradicamento degli attori sociali rispetto allo spazio culturale e relazionale di origine» 275 . È

bene affiancare al concetto di movimento quello di sradicamento anche lì dove l’integrazione

degli emigrati sembra essere riuscita senza troppe difficoltà; questo spiega perché, per quanto il

paese di destinazione si fosse mostrato tollerante e accogliente, gli immigrati italiani ad Utrecht

provano tuttora nostalgia per un passato spesso mitizzato. Nel recupero del passato c’è una scelta

degli elementi recuperati e uno scarto di quelli che purtroppo non è possibile esportare. Per un

275

Maurizio Gribaudi, Movimenti migratori e mobilità sociale, in “Disuguaglianze: stratificazione e mobilità sociale

nelle popolazioni italiane”, CLUEB, Bologna 1997, p. 171.

131


certo periodo della propria vita gli italiani hanno nascosto la condizione di povertà originaria

allontanandosi dall’attività agricola (prima con il lavoro in fabbrica, poi svolgendo altre

professioni) vista come la causa di quella condizione. Durante la terza fase delle loro storie di

vita, quando sono ormai fuori dal ciclo produttivo, gli italiani recuperano l’attività agricola che

non rappresenta più il fattore discriminante della povertà e che, al contrario, ricorda un passato

romanticizzato. L’impossibilità di ritornare definitivamente in Italia determina però un

cambiamento dei giudizi espressi dagli immigrati sul paese di origine, che da positivi diventano

negativi. L’Italia di oggi è cambiata rispetto dall’Italia che gli immigrati hanno lasciato

cinquant’anni fa, e i cambiamenti vengono descritti soprattutto in termini negativi. Gli immigrati

italiani si riconoscono in valori e modelli di un passato che non esiste più, mentre la diversità con

cui si presenta oggi il paese di origine costituisce per loro un motivo per non tornare. La socialità

costruita nel paese di origine è una condizione essenziale per un eventuale ritorno degli

immigrati italiani. Per questo la perdita di amici e parenti rappresenta per loro un evento

negativo a tal punto che essi sentono il bisogno di appellarsi a qualcos’altro su cui poter riversare

questa negatività: è così che l’Italia, e un eventuale ritorno in Italia, diventano negativi per altre

ragioni, perché lì non c’è lavoro, la politica e le istituzioni non funzionano ecc. L’idea di un

passato diverso, in cui poter realizzare la propria vita nel paese da cui si è partiti viene subito

contraddetta dal fatto che l’Italia ormai è cambiata e che se fossero rimasti lì comunque non

sarebbero stati felici. È così che il trauma dell’emigrazione viene superato e ci si illude di non

aver perso nulla; al contrario ci si convince di essere riusciti a portare con sé tutte le cose

positive del paese di origine, non solo le cose materiali ma anche le loro funzioni simboliche.

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