Come smaltire e recuperare i rifiuti urbani senza creare ... - Amsa
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<strong>Come</strong> <strong>smaltire</strong> e <strong>recuperare</strong> i <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> <strong>senza</strong> <strong>creare</strong> problemi all’ambiente<br />
e favorendo l’industria del recupero e del riciclaggio?<br />
È la sfida che la città di Milano sta fronteggiando in questi anni.<br />
<strong>Amsa</strong>, la Società di servizi ambientali del Comune ha raccolto questa sfida e ha<br />
lanciato nel dicembre 1995 “Il Modello Milano”per le raccolte differenziate, una<br />
sorta di patto tra <strong>Amsa</strong> e i milanesi.<br />
Oggi possiamo dire che la città ce l’ha fatta: Milano si è collocata fra le prime<br />
metropoli europee impegnate nella raccolta differenziata. Protagonisti di questo<br />
primo successo sono stati i cittadini e in particolare le cittadine, che hanno subito<br />
preso confidenza con questo tipo di raccolta.Mantenere questo primato e anzi,<br />
migliorarlo, è l’impegno di <strong>Amsa</strong> nei prossimi mesi.<br />
Per questo, in collaborazione con il Provveditorato agli Studi e con il Comune di<br />
Milano partiranno nel prossimo anno scolastico numerose nuove iniziative che<br />
punteranno sul “pianeta scuola”. E’ nella scuola che si formano i cittadini di domani,<br />
il luogo dove si insegna ai ragazzi a pensare con la propria testa e si forniscono gli<br />
strumenti per comprendere la realtà che ci circonda.<br />
Da <strong>rifiuti</strong> a cultura. Perché un tema come quello dei <strong>rifiuti</strong> deve trovare spazio tra le<br />
materie d’insegnamento? Perché lo studio è comprensione della realtà sociale,<br />
è capacità di discernere e di comunicare, di acquisire capacità e abitudini formative.<br />
Il tema dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> si presenta perciò come un argomento straordinariamente<br />
interdisciplinare, avvicina lo studio ai problemi della vita quotidiana,<br />
è considerato stimolante dagli insegnanti ed è particolarmente sentito dai ragazzi<br />
e dalle loro famiglie.<br />
Nelle pagine che seguono proponiamo un percorso didattico nuovo, che attraversa<br />
discipline diverse. Metodo e contenuti nascono da una lunga pratica<br />
di collaborazione tra docenti ed <strong>Amsa</strong>. Non vuol essere un manuale per sapere “tutto”<br />
dei <strong>rifiuti</strong>.Vuole essere qualcosa di diverso.<br />
Sessanta pagine illustrate, con foto e disegni, per entrare nella società dei consumi,<br />
e viaggiare. Dal supermercato alla fonderia come una lattina di alluminio;<br />
dall’edicola alla cartiera come un foglio di giornale. Oppure, viaggiare con la<br />
fantasia: ideare una città <strong>senza</strong> <strong>rifiuti</strong>; diventare per un giorno cronisti dell’ambiente<br />
o detective in un ipermercato, a caccia di imballaggi inutili. Insomma, un manualelaboratorio<br />
rivolto agli insegnanti di tutte le materie della scuola dell’obbligo.<br />
Infine, una rassicurazione.Non si tratta di una aggiunta ai già notevoli carichi<br />
ministeriali, ma di un esempio positivo e perfino divertente di educazione<br />
ambientale, che ben si può inserire nel lavoro dei docenti e diventare una splendida<br />
occasione di aggiornamento culturale.<br />
Da parte sua <strong>Amsa</strong> s’impegna sin d’ora a fornire tutto l’aiuto possibile e la piena<br />
disponibilità delle proprie strutture.<br />
Buon lavoro!<br />
Prof. Andrea Gilardoni<br />
Presidente <strong>Amsa</strong>
5<br />
I n t roduzione al<br />
p roblema <strong>rifiuti</strong><br />
I m p a r a re a vedere<br />
P e rchè i <strong>rifiuti</strong>?<br />
Cosa sono gli RU<br />
Ma quanti sono i <strong>rifiuti</strong>?<br />
Cosa dice la legge?<br />
1<br />
1La storia<br />
I <strong>rifiuti</strong> nella storia<br />
Storie del nostro<br />
t e m p o<br />
La situazione oggi<br />
17<br />
Le forme di<br />
s m a l t i m e n t o<br />
o g g i<br />
La discarica contro l l a t a<br />
Gli impianti di<br />
t e rm o u t i l i z z a z i o n e<br />
Impianti di riciclaggio<br />
della frazione umida<br />
La situazione attuale<br />
23 37<br />
La raccolta<br />
d i ff e re n z i a t a<br />
I cicli naturali<br />
La città come<br />
ecosistema art i f i c i a l e<br />
Alcune osserv a z i o n i<br />
sulla raccolta<br />
d i ff e re n z i a t a<br />
La cart a<br />
Il vetro<br />
La plastica<br />
La frazione org a n i c a<br />
Gli altri...<br />
Il problema degli<br />
i m b a l l a g g i<br />
53<br />
La didattica<br />
a m b i e n t a l e<br />
Elementi di didattica<br />
a m b i e n t a l e<br />
O rg a n i z z a z i o n e<br />
f o rmale e pro c e d u re di<br />
i n c e n t i v a z i o n e<br />
L ' o rganizzazione di<br />
base a scuola<br />
Le fasi del pro g e t t o :<br />
obiettivi, metodi e<br />
c o n t e n u t i<br />
Esempio di<br />
q u e s t i o n a r i o<br />
I n t e r p retazione del<br />
q u e s t i o n a r i o<br />
Gli studenti e la ricerc a<br />
sul campo:<br />
il superm e rc a t o<br />
La ricerca sul campo:<br />
l ' i n c h i e s t a<br />
Valutiamo insieme i<br />
r i s u l t a t i<br />
Bibliografia scelta<br />
Glossario minimo<br />
A m s a<br />
Azienda milanese<br />
s e rvizi ambientali<br />
Elenco di enti,<br />
associazioni e consorz i
<strong>Amsa</strong> 1997<br />
A cura della Direzione Marketing e Pianificazione<br />
Testi: Enrico Guazzoni<br />
Progetto grafico: AchilliGhizzardiAssociati<br />
Stampa: MTM srl
Imparare a vedere<br />
“Vedere. Si potrebbe dire che, in questa<br />
parola, è racchiusa tutta la vita, nella sua<br />
es<strong>senza</strong> almeno, se non nella sua finalità”.<br />
P. Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano<br />
Quale scopo più alto potrebbe avere la<br />
Scuola se non l’insegnare a vedere?<br />
A conoscere, capire ed interpretare la Realtà<br />
che ci circonda. In una società<br />
post-industriale dove le tecniche che gli<br />
studenti utilizzeranno durante la loro futura<br />
vita professionale, oggi non sono ancora<br />
state inventate, l’imparare a imparare è<br />
essenziale. A qualsiasi età! Per questo la<br />
Società chiede alla Scuola l’acquisizione di<br />
capacità che vanno al di là di ciò che un<br />
tempo era sintetizzato nella formula<br />
“leggere, scrivere e far di conto”.<br />
Era quello il riflesso di uno schema didattico<br />
limitativo, una sorta di sapere rinchiuso in<br />
una torre d’avorio isolata. Oggi sollecitazioni<br />
socio-culturali sempre più forti impongono<br />
alla scuola una maggiore opera di<br />
“supplenza” sociale ed in essa confluiscono<br />
emergenze tra le più disparate: la droga,<br />
l’AIDS, la educazione stradale, ecc.. Dalla<br />
6<br />
scuola si pretende sempre di più, ma<br />
soprattutto le si chiede di affrontare la<br />
complessità crescente della vita sociale:<br />
imparare ad essere cittadini, tecnicamente<br />
preparati e coscienti dei propri diritti e<br />
doveri. Questo impone ai docenti compiti<br />
nuovi ed in parte diversi dalla didattica<br />
tradizionale: insegnare a pensare in forma<br />
critica, fornire gli strumenti per capire la<br />
realtà che ci circonda, filtrare i messaggi dei<br />
media, scremando il buono dal cattivo. Lo<br />
studio diventa allora non la mera<br />
acquisizione di questo o<br />
quell’atteggiamento corretto (“Fai questo e<br />
non quello!”), ma produrre cultura,<br />
esperienza, capacità di discernere e di<br />
comunicare. Non si tratta allora di<br />
aggiungere nuovi argomenti per seguire la<br />
moda del giorno, ma di inserire questo o<br />
quel problema sociale nel programma di<br />
lavoro. Bisogna usare gli stimoli del<br />
quotidiano per mettere in pratica quello che<br />
si era già pensato di fare, unendo la<br />
conoscenza teorica con il problema concreto.<br />
Ed in questa strada il “problema <strong>rifiuti</strong>” può<br />
diventare un tema centrale o almeno un<br />
utile stimolo. Recenti accordi<br />
interministeriali hanno stabilito che<br />
l’Educazione Ambientale dovrà diventare<br />
presto materia di studio, al pari dell’Italiano<br />
o della Storia. L’attenzione verso i temi<br />
dell’ambiente viene così ad essere uno degli<br />
argomenti maggiormente sentiti sia dalla<br />
Perchè i <strong>rifiuti</strong>?<br />
Tra tutti i problemi ambientali, quello<br />
relativo allo smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> è<br />
indubbiamente il più intimamente sentito,<br />
dai ragazzi come dai loro genitori. I <strong>rifiuti</strong> li<br />
vediamo e li produciamo individualmente e<br />
quotidianamente. E per l’insegnante il tema<br />
dei <strong>rifiuti</strong>, al di là di una superficiale<br />
sgradevolezza olfattiva ed estetica, presenta<br />
moltissime valenze positive e notevoli<br />
agganci interdisciplinari, tali da stimolare il<br />
trattarne diffusamente in classe. Innanzi<br />
tutto è un tema percepito dai ragazzi, è<br />
d’attualità, riguarda democraticamente tutti,<br />
nessuna classe sociale, gruppo o settore ne è<br />
escluso. Soprattutto appare come un felice<br />
compendio di interessi che permettono un<br />
lavoro interdisciplinare; permette una<br />
collaborazione effettiva tra docenti di<br />
materie diverse, che possono affrontarlo da<br />
angolature differenti, con gli strumenti<br />
culturali e didattici tra i più svariati. E se la<br />
pedagogia ci insegna che la conoscenza è<br />
data dall’intreccio contemporaneo di tre<br />
dimensioni dell’allievo: informazioni,<br />
strategie cognitive e comportamenti, questo<br />
vuol dire che per far proprio un tema lo<br />
studente deve interiorizzarlo e rielaborarlo<br />
individualmente, fino a padroneggiarlo a tal<br />
punto da sviluppare nuove idee e<br />
comportamenti personalizzati. Orbene il<br />
tema <strong>rifiuti</strong> risponde a tutti questi requisiti<br />
didattici in maniera esemplare per<br />
contenuto, metodi di lavoro didattico e per<br />
comportamenti conseguenti.<br />
La tematica dei <strong>rifiuti</strong> allora riguarda la<br />
scuola proprio in quanto soggetto culturale,<br />
anche se è ben vero che non è suo compito<br />
risolvere questo problema, almeno dal punto<br />
di vista tecnico: vi sono a ciò delle strutture<br />
preposte (nel caso milanese l’<strong>Amsa</strong>). Non<br />
necessariamente la classe deve organizzare<br />
7<br />
gente comune che dagli specialisti.<br />
Mentre altri temi sociali, sono talora soggetti<br />
a fluttuazioni d’interesse, l’ambiente ed i<br />
suoi problemi non “passano mai di moda”,<br />
nel senso che l’attrazione che determinano è<br />
reale, sentita e chiede delle risposte non<br />
banali o superficiali.<br />
in proprio la raccolta dei <strong>rifiuti</strong> scolastici o di<br />
una loro parte. Certo lo può fare e sarà<br />
un’esperienza preziosa, che può attivarsi<br />
attraverso i Green Point, ma la scuola deve<br />
innanzi tutto porre delle domande<br />
intelligenti all’allievo, invitandolo a riflettere<br />
su quali implicazioni, dirette ed indirette,<br />
siano coinvolte con questo argomento<br />
apparentemente poco affascinante. Inoltre i<br />
<strong>rifiuti</strong> sono un modello quasi da manuale di<br />
un sistema complesso, dove una<br />
modificazione di una parte si ripercuote sul<br />
tutto e dove il tutto è legato ad ogni<br />
particolare. La nostra scuola deve abituare<br />
alla comprensione della complessità, a<br />
ragionare sulle conseguenze, siano esse<br />
prossime o remote, quasi una sorta di<br />
grande partita a scacchi, di cui siamo le<br />
involontarie pedine. Il parlare allora di <strong>rifiuti</strong><br />
a scuola non è un debordare dal<br />
programma, un aggiungere argomenti a<br />
nozioni già definite, bensì può essere<br />
l’occasione di proporre le idee di sempre in<br />
modo nuovo, di far comprendere i problemi<br />
scientifici, partendo da un caso concreto e<br />
non dalla teoria. In Storia si può leggere<br />
l’immagine della società del passato ed in<br />
Scienze ragionare sulla catena trofica, in<br />
Disegno si cerca di comunicare visivamente<br />
quanto elaborato, in Lingua Straniera si vede<br />
cosa fanno gli altri popoli e così via. Se poi in<br />
questo lavoro si può contare sull’appoggio<br />
dell’<strong>Amsa</strong>, che si pone al vostro servizio,<br />
proponendo visite, itinerari culturali e<br />
pratiche quotidiane, aiuti e materiali,<br />
persone a vostra disposizione, impianti da<br />
visitare e quant’altro, cosa si può volere di<br />
più? Va chiarito ovviamente che la<br />
“direzione” dei lavori la terrà sempre il<br />
docente, sarà lui, o il Consiglio di Classe, che<br />
decideranno cosa fare e quando, fino a
quanto spingere gli approfondimenti, ecc.<br />
Lui e solo lui parlerà con i ragazzi, valuterà<br />
le conoscenze acquisite e lavorerà sulle<br />
lacune. In questo modo il tema “<strong>rifiuti</strong>” non<br />
è un qualcosa di avulso dal programma,<br />
Cosa sono gli RU<br />
Cominciamo a conoscere i RU, i Rifiuti<br />
Urbani, ossia quella parte dell’universo <strong>rifiuti</strong><br />
di cui ci occuperemo. I <strong>rifiuti</strong> infatti vengono<br />
divisi dalla legge in varie tipologie a seconda<br />
della loro origine o dei problemi che il loro<br />
smaltimento può porre. L’articolo 6 della<br />
legge quadro sul tema, il D.L. 5/2/97 n.22<br />
recita così: “Si chiama rifiuto qualsiasi<br />
sostanza od oggetto che rientra nelle<br />
categorie riportate nell’allegato A e di cui il<br />
detentore si disfi o abbia deciso o abbia<br />
l’obbligo di disfarsi”.<br />
E già qui cominciamo a vedere che il<br />
concetto di rifiuto ha subito nel corso del<br />
tempo un’evoluzione, soprattutto<br />
concettuale, prima che tecnica.<br />
Oggi il rifiuto non è più una sostanza<br />
destinata all’abbandono, anzi lo vediamo<br />
quasi come una risorsa da sfruttare, perché<br />
sempre la citata legge ci dice all’art. 5: “I<br />
<strong>rifiuti</strong> da avviare allo smaltimento finale<br />
devono essere il più possibile ridotti,<br />
potenziando la prevenzione e le attività di<br />
riutilizzo, di riciclaggio e di recupero”.<br />
Non sembri una questione solo accademica:<br />
oggi presso le Camere di Commercio esiste la<br />
Borsa del Rifiuto e quello che non serve ad<br />
uno può essere prezioso per altri, mentre<br />
l’antica logica che portava i <strong>rifiuti</strong> solo alla<br />
discarica dovrà scomparire.<br />
Non solo: il concetto stesso di materiale<br />
destinato a non essere abbandonato deve<br />
modificarne la natura in funzione dello<br />
smaltimento o del recupero finali. Al fine<br />
dell’attuazione del decreto, si è pensato di<br />
classificare le tipologie secondo l’origine e di<br />
analizzarne ogni parte separatamente.<br />
Abbiamo così in funzione dell’origine e della<br />
composizione chimico-fisica:<br />
1) I <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong><br />
Sono i <strong>rifiuti</strong> domestici, anche ingombranti,<br />
provenienti da locali e da luoghi adibiti a<br />
8<br />
un’aggiunta a quanto già fissato, ma un<br />
capitolo all’interno del lavoro ministeriale,<br />
una esemplificazione concreta degli usuali<br />
concetti generali: insomma un aiuto in più e<br />
non un lavoro aggiunto.<br />
uso di civile abitazione; i <strong>rifiuti</strong> non<br />
pericolosi provenienti da locali e luoghi<br />
adibiti a usi diversi, assimilati agli <strong>urbani</strong> per<br />
qualità e quantità; i <strong>rifiuti</strong> provenienti dallo<br />
spazzamento delle strade, i <strong>rifiuti</strong> di<br />
qualunque natura o provenienza, giacenti<br />
nelle strade e nelle aree pubbliche, o private<br />
ma soggette ad uso pubblico; i <strong>rifiuti</strong><br />
vegetali provenienti da aree verdi.<br />
La responsabilità della loro raccolta e<br />
smaltimento è dei Comuni.<br />
2) I <strong>rifiuti</strong> speciali<br />
Sono tutti gli altri <strong>rifiuti</strong> provenienti da<br />
attività agricole e agro-alimentari, dalle<br />
attività di demolizione e costruzione, da<br />
attività commerciali e di servizio, di<br />
lavorazione industriale ed artigianale, da<br />
attività di recupero e smaltimento <strong>rifiuti</strong>, da<br />
trattamento di depurazione, da attività<br />
sanitarie, le carcasse degli autoveicoli ed i<br />
macchinari obsoleti.<br />
3) I <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />
Sono i <strong>rifiuti</strong> non domestici, infiammabili,<br />
tossici, corrosivi, irritanti, cancerogeni o<br />
comunque nocivi, precisati in un apposito<br />
elenco. Non vengono considerate in questa<br />
direttiva alcune categorie di materiali, come<br />
i <strong>rifiuti</strong> radioattivi, quelli di origine<br />
mineraria, le carogne e i materiali destinati a<br />
produrre letame e in generale tutte le acque<br />
di scarico, in quanto già disciplinate da<br />
apposite leggi. Ovviamente in base a questa<br />
classificazione nascono importanti riflessi<br />
sulla raccolta e la gestione dei <strong>rifiuti</strong>, sia<br />
sotto forma di caratteristiche tecniche degli<br />
impianti di trattamento, sia per le procedure<br />
di controllo e di recupero, nonché per la<br />
determinazione delle tariffe per la gestione<br />
dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>. Esse cesseranno<br />
progressivamente di essere delle tasse<br />
indifferenziate per diventare delle tariffe<br />
per un servizio di raccolta, premiando in tal<br />
modo la raccolta differenziata. Per quanto ci<br />
Ma quanti sono i <strong>rifiuti</strong> ?<br />
Sembra strano ma capire quanti siano i <strong>rifiuti</strong><br />
in Italia o anche solo in Lombardia è<br />
estremamente complesso e difficile e spesso i<br />
risultati sono difficilmente comparabili tra<br />
loro. Fino alla fine degli anni ‘70<br />
esistevano di fatto solo delle stime generali,<br />
anche perché all’epoca era ancora molto<br />
diffusa la pratica del conferimento in<br />
discarica, spesso non controllata, e inoltre<br />
non esistevano norme precise che<br />
imponessero dei censimenti. Poi piano piano<br />
le cose sono andate migliorando e i dati si<br />
sono venuti precisando, soprattutto per<br />
quanto riguarda i <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>. Questo ci<br />
aiuta a capire come mai i RU, su scala<br />
nazionale, siano cresciuti in maniera così<br />
clamorosa a partire dai primi rilevamenti: ciò<br />
è dipeso sostanzialmente solo dal fatto che si<br />
è passati da valori presunti (e in realtà<br />
sottostimati) a rilevazioni sempre più precise<br />
e puntuali. Di queste ultime esistono<br />
ovviamente diverse fonti, come il Ministero<br />
dell’Ambiente, Federambiente o i Consorzi<br />
Locali. Secondo il Ministero nel 1994 in Italia<br />
si sono prodotti circa 23 milioni di tonnellate<br />
di <strong>rifiuti</strong> solidi <strong>urbani</strong> (RSU), 4 milioni di<br />
tonnellate di assimilabili agli <strong>urbani</strong> (RSA)<br />
poco meno di 20 milioni di <strong>rifiuti</strong> industriali<br />
(RS), 2,7 milioni di tossici e nocivi (RTN) ed<br />
infine circa 14 milioni di tonnellate di inerti,<br />
come riassunto nella tabella qui a fianco.<br />
<strong>Come</strong> osservazione generale si può dire che<br />
mentre i RU sono venuti crescendo negli<br />
ultimi anni, anche per le ragioni che<br />
vedremo, i <strong>rifiuti</strong> industriali si sono<br />
sostanzialmente fermati, vuoi per effetto di<br />
maggiori controlli ambientali e quindi con<br />
Cosa dice la Legge?<br />
Questo argomento può essere lo spunto per<br />
spiegare come funzionano le leggi, chi le fa<br />
e come esse non nascano all’improvviso, ma<br />
9<br />
riguarda noi ci occuperemo qui solo dei<br />
<strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> (d’ora in poi indicati come RU).<br />
Rifiuti prodotti in Italia nel corso del 1994.<br />
RSU RSA RS inerti RTN<br />
Piemonte 1775 689 1480 1760 320<br />
Valle D’Aosta 56 3 209 93 12<br />
Lombardia 3800 319 2850 in rs nd<br />
P. A. Bolzano 141 24 60 300 7<br />
P. A. Trento 194 64 222 341 6<br />
Veneto 1756 196 1900 1300 300<br />
Friuli Venezia Giulia 425 733 946 1278 46<br />
Liguria 800 115 867 2033 109<br />
Emilia Romagna 1550 250 1716 980 130<br />
Toscana 1500 250 780 1500 150<br />
Umbria 380 60 600 600 43<br />
Marche 430 400 150 100 150<br />
Lazio 2299 264 60 296 345<br />
Abruzzo 350 91 179 10 84<br />
Molise 119 13 128 19 8<br />
Campania 2050 450 1477 737 164<br />
Puglia 1640 in rsu 3840 1100 425<br />
Basilicata 231 23 89 187 4<br />
Calabria 684 220 68 7 56<br />
Sicilia 1825 15 145 1100 98<br />
Sardegna 675 54 1700 570 250<br />
Italia 22679 4232 19464 14311 2709<br />
Fonte: Ministero dell’ambiente 1995<br />
l’incentivazione all’introduzione di<br />
tecnologie atte a ridurne le quantità<br />
o il recupero, vuoi anche per una certa<br />
contrazione della produzione<br />
industriale in sé.<br />
Rimangono in ogni caso una quantità<br />
spaventosa e l’insegnante può darne una<br />
visibilità fisica, cercando in classe paragoni<br />
atti a far capire quanto sia grande un<br />
milione di tonnellate di <strong>rifiuti</strong>.<br />
siano un tentativo di risolvere i problemi<br />
sociali, man mano che questi si sviluppano,<br />
ad opera di persone ed enti preposti alla
gestione della cosa pubblica. Le leggi, come<br />
tutte le cose umane, si evolvono, seguendo<br />
la società e i suoi progressi.<br />
Per questo motivo potrebbe sembrare<br />
incredibile che il nostro Paese, in questo<br />
campo, negli ultimi decenni si sia trovato<br />
sguarnito dal punto di vista legislativo.<br />
Non che nel passato non vi fossero state<br />
leggi e disposizioni in merito, anzi, come<br />
vedremo tra poco, esse esistevano da secoli e<br />
molto dettagliate. Solo che queste erano<br />
state emanate per far fronte alle richieste di<br />
società profondamente diverse dall’attuale,<br />
di piccole dimensioni e con scarse<br />
produzioni, mentre la società italiana della<br />
seconda metà del nostro secolo era<br />
diventata a tutti gli effetti una collettività<br />
post-industriale. Diciamo che il testo di legge<br />
più recente risaliva al 1941 ed era la L.366,<br />
nata quando l’Italia era uno stato<br />
sostanzialmente agricolo e per giunta in<br />
guerra: in essa comunque si imponeva la<br />
raccolta comunale dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> e<br />
potenzialmente si lasciava intravedere un<br />
cenno al recupero dei materiali. Essa però<br />
non venne mai completamente applicata e<br />
per quasi mezzo secolo il nostro Paese si<br />
sviluppò, in questo campo, in maniera<br />
caotica, con discariche incontrollate un poco<br />
dappertutto e conseguente scempio del<br />
territorio. Nel frattempo però la CEE si era<br />
venuta dotando di normative sempre più<br />
precise, che la Lombardia prima e l’Italia poi<br />
fecero proprie. La prima legge quadro che<br />
definì la questione in modo moderno e<br />
dettagliato fu il DPR 915 del 10/9/1982: in<br />
esso non solo si vengono definendo le<br />
categorie dei <strong>rifiuti</strong>, ma si impongono una<br />
volta per tutte la discarica controllata, le<br />
competenze territoriali di raccolta e<br />
smaltimento, mentre si comincia a parlare di<br />
raccolta differenziata e di recupero. Si affida<br />
inoltre allo Stato il compito di cercare di<br />
limitare la produzione dei <strong>rifiuti</strong> alla fonte.<br />
Un deciso passo in avanti fu la L.441/87 che<br />
attribuiva alle Regioni il compito di favorire<br />
la raccolta differenziata, il riciclaggio ed il<br />
recupero energetico. I Comuni a loro volta<br />
avrebbero pensato alla raccolta e allo<br />
smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> pericolosi, in attesa di<br />
un piano nazionale di smaltimento. Questo<br />
in parte arrivò nel 1988 con la L.475/88 che<br />
sanciva un primo piano triennale, parlava del<br />
10<br />
trattamento dei <strong>rifiuti</strong> tossici e nocivi,<br />
favoriva il recupero dei materiali e<br />
dell’energia, ma soprattutto introduceva il<br />
concetto operativo di raccolta differenziata<br />
da parte dei comuni, mentre istituiva i<br />
consorzi obbligatori per il riciclaggio del<br />
vetro, dei metalli, dei contenitori di liquidi<br />
in plastica e delle batterie esauste. Queste<br />
attività furono poi regolamentate nel 1991<br />
con nuove circolari e, in Lombardia,<br />
soprattutto con la L.R. 1 luglio 1993 n.21, che<br />
ha dato un grosso contributo alla raccolta<br />
differenziata, attribuendone la realizzazione<br />
alle provincie e ai comuni, con la<br />
determinazione di percentuali concrete da<br />
realizzare da lì a pochi anni. Quella<br />
lombarda è stata una normativa<br />
all’avanguardia e ha avuto la funzione di<br />
modello per le altre regioni. Queste idee<br />
sono oggi riprese in sede nazionale dal<br />
nuovo decreto unificato che il Consiglio dei<br />
Ministri ha varato alla fine del 1996,<br />
destinato a rivedere tutta la normativa<br />
nazionale, adeguandola a quella<br />
comunitaria in chiave di competenze,<br />
attribuendo maggiori compiti agli enti locali.<br />
In particolare il decreto recepisce dalla<br />
normativa comunitaria i due principi<br />
fondamentali della “responsabilità<br />
condivisa” e “dell’obbligo di assumersi<br />
l’onere dello smaltimento da parte di chi<br />
inquina”; inoltre il decreto indica come<br />
prioritarie le iniziative volte a prevenire e a<br />
ridurre la produzione di <strong>rifiuti</strong>.<br />
Recepisce la Direttiva Comunitaria 62/94, che<br />
fissa le norme per la gestione degli<br />
imballaggi e dei <strong>rifiuti</strong> da imballaggi,<br />
riordinando l’assetto dei Consorzi; introduce<br />
l’obbligo di passare da un regime di<br />
tassazione ad uno di tariffazione,<br />
prevedendo agevolazioni tali da favorire la<br />
raccolta differenziata, in conclusione il<br />
decreto si pone l’obiettivo di “mettere<br />
ordine” in una materia sin qui caratterizzata<br />
da molteplici incertezze.<br />
Questa breve storia può essere la traccia da<br />
sviluppare in classe per ricerche più<br />
approfondite ed analisi mirate, costruite su<br />
testi o articoli di giornale, sul come nasce<br />
e funziona una legge.
I <strong>rifiuti</strong> nella storia<br />
Il tema può essere affascinante: rileggere la<br />
storia in chiave “rifiutologica”, ossia andare<br />
a vedere cosa è stato fatto in passato per<br />
raccogliere e <strong>smaltire</strong> la spazzatura, chi se ne<br />
è occupato e come, con quali problemi e<br />
risultati, cosa rimane oggi degli antichi sforzi<br />
di pulire le città. In fondo lo studio della<br />
Storia da anni non consiste più in una<br />
elencazione di guerre e di re, più<br />
interessante è stata la scoperta della vita di<br />
ogni giorno e cosa c’è di più quotidiano che<br />
lo spazzare? Del resto cosa sapremmo noi<br />
oggi ad esempio delle culture preistoriche se<br />
non vi fossero i loro <strong>rifiuti</strong>?<br />
Per quanto la cosa possa sembrarci<br />
paradossale dobbiamo dire che larga parte<br />
delle conoscenze che oggi possediamo circa i<br />
popoli delle età della pietra ci deriva dai<br />
resti, più o meno fossili, dei loro <strong>rifiuti</strong>. Lo<br />
studio di queste popolazioni, soprattutto le<br />
più antiche, ci è possibile solo attraverso<br />
l’esame in dettaglio dei loro insediamenti,<br />
dei resti di cibo, di materiali litici, finalizzati<br />
al cibo o degli scarti di lavorazione delle<br />
pelli. Noi conosciamo le loro abitudini<br />
alimentari attraverso i chiocciolatoi, i resti di<br />
cibo bruciato, le ossa spolpate e quant’altro<br />
rappresentava la loro pattumiera.<br />
Può essere simpatico in classe cercare di<br />
ricostruire le abitudini di un uomo della<br />
preistoria attraverso i suoi resti. Cosa ci è<br />
arrivato di lui? Cosa avrebbe potuto<br />
lasciarci? Proviamo a considerare i reperti<br />
litici o fittili (la ceramica o i suoi frammenti,<br />
le giare, ecc.): null’altro che cocci e <strong>rifiuti</strong>.<br />
Lo stesso possiamo dire delle culture storiche<br />
più antiche, se ne diamo una lettura in<br />
questo senso; ovviamente cambia la<br />
composizione dei <strong>rifiuti</strong>, questi erano<br />
quantitativamente pochi e per lo più<br />
costituiti da resti organici, cenere ed<br />
escrementi. Tutti materiali ampiamente<br />
riciclati: il cibo andava agli animali,<br />
soprattutto maiali, le ceneri venivano<br />
utilizzate per lavare i tessuti, per via del<br />
contenuto in soda e gli escrementi venivano<br />
trasformati in letame. Di stoffe ovviamente<br />
ce n’erano poche e queste venivano<br />
12<br />
utilizzate fino in ultimo. I metalli erano così<br />
rari che sarebbe stato follia buttarli, il vetro<br />
era oggetto di manufatti così rari che spesso<br />
sono arrivati, magari in cocci, fino a noi.<br />
L’età classica<br />
La pulizia delle città fu invece un problema<br />
che nacque con i greci: furono loro infatti a<br />
sentire per primi il bisogno di un servizio<br />
pubblico di pulizia urbana. Nella<br />
“Costituzione degli ateniesi” Aristotele, ad<br />
esempio, fissa i doveri di dieci sorveglianti<br />
della città incaricati di verificare il lavoro<br />
degli spazzini, per impedire loro di gettare le<br />
immondizie entro dieci stadi dalla città.<br />
Questi netturbini erano probabilmente<br />
schiavi e si incaricavano di tutte le opere di<br />
manutenzione di una città, che al suo<br />
fulgore contava ben 250.000 abitanti. Invece<br />
i Romani dell’età classica ci hanno lasciato<br />
una massa sterminata di documenti inerenti<br />
le grandi opere pubbliche, ma pochissimo in<br />
merito alle attività quotidiane, che pure<br />
dovevano essere enormi, se si ricorda che la<br />
Roma imperiale contava oltre un milione di<br />
abitanti. Gran parte dei <strong>rifiuti</strong> che non<br />
venivano direttamente riutilizzati, erano<br />
scaricati nella Cloaca Massima, il sistema di<br />
fognature che serviva la città. Per quanto<br />
riguarda gli scarichi più propriamente<br />
domestici si ricorda che questi venivano<br />
buttati semplicemente nelle strade, <strong>senza</strong><br />
badare a chi potevano finire in testa, come<br />
ricorda il poeta Giovenale cui capitò un<br />
“inconveniente” del genere.<br />
In città mancò sempre un sistema di raccolta<br />
pubblica ed il servizio era affidato a privati,<br />
per esempio ai proprietari delle case che<br />
dovevano pensare a pulire anche il<br />
circondario, per non incorrere nelle sanzioni<br />
degli edili, i funzionari che erano stati<br />
preposti alla cura della città.<br />
Giulio Cesare, nell’editto di Eraclea,<br />
addirittura arrivava a bandire una gara<br />
d’appalto pubblico per la pulizia delle<br />
strade, con partizione delle spese a metà tra<br />
amministrazione pubblica e padroni di casa.<br />
In epoca imperiale vi erano quattro<br />
“curatores viarum”, con funzioni di rango<br />
inferiore agli edili e incaricati di<br />
manutenzione e pulizia, due si occupavano<br />
della città interna e due della periferia. Nel<br />
“Digesto”, la raccolta di leggi che resse il<br />
mondo romano, era scritto anche che<br />
“...nulla dovesse tenersi esposto dinanzi alle<br />
officine e finalmente non si permettesse che<br />
fossero gettate nelle strade sterco, cadaveri<br />
o pelli d’animali”. Divieto questo che sarà<br />
ripreso negli statuti medioevali e che la dice<br />
lunga sulla qualità della pulizia delle strade<br />
e della città. Curioso è un episodio<br />
raccontato da Svetonio in cui il giovane<br />
Vespasiano (notoriamente benemerito in<br />
seguito per le sue attenzioni ai servizi<br />
igienici) viene fatto imbrattare<br />
dall’imperatore Caligola con il fango<br />
raccolto nelle vie da lui non adeguatamente<br />
curate. In ogni caso i romani furono i primi<br />
creatori dei servizi pubblici di raccolta e<br />
smaltimento dei <strong>rifiuti</strong>, il loro modello<br />
urbano fu esportato in tutto l’impero e come<br />
tale funzionò fintanto che durò l’impero<br />
stesso.<br />
Il Medioevo<br />
Con la calata dei barbari, e per almeno un<br />
millennio, la situazione in tutta Europa fu<br />
assolutamente disastrosa, mancando<br />
qualsiasi interesse verso la pulizia o anche<br />
solo per l’igiene urbana.<br />
Con quali costi sociali lo si può desumere<br />
dalla frequenza delle pestilenze e delle<br />
epidemie, soprattutto di tifo (i liquami<br />
finivano ad inquinare i pozzi per acqua) o di<br />
peste, veicolata dai topi. Nelle descrizioni dei<br />
lavori socialmente utili, quello assimilabile<br />
agli spazzini era allora ritenuto “infamante”<br />
o talora solo “umile” e solo i più miseri nella<br />
società vi erano preposti; lo svolgimento di<br />
uno di questi mestieri costituiva ragione per<br />
non poter essere ammesso a diventare<br />
chierico o a rivestire cariche pubbliche.<br />
Le condizioni igieniche erano disastrose in<br />
Italia e ancora peggiori, se possibile, nel<br />
resto d’Europa con una coabitazione tra<br />
animali ed umani assolutamente deleteria.<br />
Solo verso la fine del Medioevo si cominciò a<br />
far strada l’idea che una certa igiene poteva<br />
essere utile e necessaria per ridurre gli effetti<br />
delle epidemie di peste e colera che allora<br />
spopolavano intere nazioni.<br />
D’altra parte le città cominciavano a crescere<br />
in misura tale da non permettere convivenze<br />
13<br />
così a rischio ed era necessario mettere<br />
ordine o almeno emettere dei regolamenti<br />
per un regolare servizio di pulizia.<br />
A Milano, ad esempio, intorno alla metà del<br />
sec. XIII°, gli Statuti Comunali vietavano<br />
espressamente l’orinare e “ogni altra cosa<br />
disdicevole” nei pressi del Palazzo del<br />
Comune e nello stesso periodo si dava il via<br />
alla edificazione di pubbliche latrine. L’idea<br />
di non fare i propri bisogni dove capitava<br />
cominciò a diffondersi nelle case solo<br />
all’inizio del Rinascimento, in città però del<br />
tutto prive di fognature e di acquedotti.<br />
Queste pescavano l’acqua da pozzi inquinati<br />
e potevano contare per lo smaltimento dei<br />
liquami solo sulle letamaie che servivano i<br />
diffusi orti <strong>urbani</strong>: una sorta di compost che<br />
raccoglieva gli avanzi alimentari, mescolati al<br />
letame umano ed animale. Solo col<br />
Rinascimento rinacque anche una struttura<br />
urbana di pulizia e smaltimento dei <strong>rifiuti</strong>.<br />
Dal Rinascimento ai giorni nostri<br />
A Milano venne istituito l’Ufficio di Sanità e<br />
dopo il 1534 venne creato il Magistrato di<br />
Sanità e l’omonimo Tribunale, che rimase in<br />
vigore sino al 1787. E non furono, queste,<br />
cariche di poco conto, anzi il Magistrato<br />
aveva amplissimi poteri e disponeva di una<br />
propria milizia, come ricordano i vari Statuti<br />
o raccolte di leggi che documentano tutti i<br />
passaggi verso una più moderna idea di<br />
igiene pubblica. Si prese così a mettere<br />
ordine non solo nella manutenzione delle<br />
strade, ma anche nella loro sistematica<br />
pulizia e riparazione.<br />
Si cominciò allora a proibire l’abbandono di<br />
letame lungo le pubbliche vie, la pulizia<br />
delle pelli o il salasso dei cavalli, nonché lo<br />
svuotamento dei pozzi neri durante l’estate.<br />
Anzi, per impedire che le cloache e pozzi<br />
neri appestassero l’aria, essi venivano<br />
periodicamente puliti con l’immissione delle<br />
acque dei torrenti Seveso e Nirone.<br />
Era fatto divieto di gettare immondizia per<br />
le vie ed il giudice delle Strade e delle<br />
Acque, coadiuvato dagli Ufficiali delle<br />
strade, poteva comminare pene pecuniarie,<br />
che dovevano essere pagate al Vicario di<br />
Provvisione, ovvero pene corporali.<br />
Ognuno cominciò allora a scopare e pulire<br />
almeno davanti alla propria casa e la città,<br />
pur continuando a puzzare, era meno
sgradevole. Fu all’inizio del ‘500 che<br />
nacquero i “navazzari” che potremmo<br />
considerare come gli antenati dei moderni<br />
operatori ecologici (alias netturbini). Erano<br />
questi i conduttori delle “navazze”, i carri<br />
con cui si raccoglievano il letame ed i liquami<br />
dei pozzi neri delle abitazioni private (o<br />
almeno da quelle poche che ne erano<br />
forniti) e con i quali li si trasportavano fuori<br />
città, per usarli nei campi. Era lavoro non da<br />
poco se si considera che solo intorno alla fine<br />
dell’Ottocento Milano si dotò di un primo<br />
sistema fognario e il primo impianto di<br />
acqua potabile risale al 1888. I navazzari<br />
avevano in realtà compiti più ampi e<br />
pulivano anche le strade, raccoglievano la<br />
spazzatura dalle case e trasportavano il tutto<br />
fuori città. Il concetto di pulizia urbana<br />
comincia ad affermarsi e, anche se ancor<br />
oggi è possibile vedere sulle mura di vecchi<br />
palazzi proibizioni di deposito della<br />
“immondezza” risalenti ai secoli scorsi, le<br />
condizioni igieniche migliorarono, per<br />
quanto il puzzo generale fosse ancora<br />
ammorbante. Pare curioso ma l’aria a Milano<br />
era decisamente peggiore un tempo che non<br />
ora con macchine, riscaldamento domestico,<br />
industrie.<br />
Storie del nostro tempo<br />
La storia dei <strong>rifiuti</strong> nel nostro secolo mostra<br />
come sia profondamente cambiata la società<br />
e con essa la sua immagine in negativo, i<br />
<strong>rifiuti</strong> appunto. Un richiamo in classe a<br />
questi aspetti concreti della Storia serve<br />
anche per rendere tangibili i mutamenti<br />
sociali, quasi antropologici, che stiamo<br />
vivendo in questi decenni. Ovviamente i<br />
parametri di misura sono molti, qui<br />
adotteremo lo studio della variazione della<br />
composizione media dei <strong>rifiuti</strong> milanesi<br />
nell’arco di un secolo. Dunque, alla fine del<br />
secolo scorso Milano si affacciava alla<br />
nascente industrializzazione con una società<br />
assolutamente parca, almeno agli occhi di un<br />
consumatore contemporaneo. La quantità<br />
media di <strong>rifiuti</strong> che una famiglia produceva<br />
in una settimana non superava i due o tre<br />
chilogrammi ed era per lo più costituita da<br />
ceneri: il riscaldamento domestico infatti era<br />
14<br />
Il servizio di pulizia è un misto di pubblico e<br />
di privato e questa commistione continuerà<br />
a Milano sino al 1930, quando il servizio<br />
diverrà a tutti gli effetti solo pubblico. Fino<br />
ad allora il protagonista della pulizia<br />
cittadina era il “ruée”, che portava in spalla<br />
una gerla, la “ruéra” appunto e con scopa e<br />
pala puliva le strade. L’origine della parola<br />
era probabilmente il longobardo Hruf,<br />
termine rimasto nel milanese attuale per<br />
indicare appunto la spazzatura. I “ruée”<br />
erano brianzoli e provenivano in genere dal<br />
paese di Missaglia. Erano organizzatissimi e<br />
giravano prima dell’alba a raccogliere, vuoi<br />
col carretto, vuoi con la gerla, la roba che<br />
provvedevano poi a portare fuori città.<br />
Nel 1910 il Comune concentrò lo scarico in<br />
località Rottole, dove nel 1929 fu installato<br />
un centro di prima cernita rimasto in<br />
funzione fino al 1964. In questo villaggio<br />
degli spazzini arrivarono a vivere fino a<br />
cinquecento famiglie, che operavano, a<br />
mano, una sorta di differenziazione dei<br />
materiali ed un recupero di ben 37 tipologie<br />
merceologiche diverse riutilizzabili. In quella<br />
località sorge oggi l’attuale <strong>Amsa</strong>, erede<br />
spirituale, se non materiale, dei vecchi<br />
“ruée”.<br />
a legna o a carbone, con la differenza che la<br />
cenere di legna, ricca in soda, veniva<br />
utilizzata per lavare i panni, mentre la<br />
cenere di carbone, non essendo idonea allo<br />
scopo, doveva essere gettata. Gli avanzi di<br />
cibo erano molto pochi e quei pochi<br />
venivano raccolti per essere riutilizzati, dai<br />
“rueé” come alimento per i maiali. I metalli<br />
erano pressoché inesistenti, nei <strong>rifiuti</strong>: non<br />
c’erano ancora le lattine per le bibite,<br />
mentre le pentole rotte o gli altri oggetti<br />
domestici in metallo venivano vendute al<br />
“rottamatt”, curiosa figura di recuperatore<br />
di metalli ante litteram, ancor oggi non del<br />
tutto scomparsa, che faceva la propria ed<br />
altrui fortuna appunto comperando a peso i<br />
rottami metallici. Il vetro era pressoché<br />
assente e così pure i tessuti, che venivano<br />
riutilizzati direttamente in vari modi, non<br />
ultimo facendone dei pannolini per bambini<br />
o delle fasce per calzari. Le famose “ciocie”<br />
degli abitanti del Lazio meridionale ad<br />
esempio, altro non erano che lenzuoli fatti a<br />
strisce e legati intorno ai piedi, così come le<br />
fasce dei nostri soldati durante la prima<br />
guerra mondiale. I tessuti, fino ad almeno la<br />
seconda rivoluzione industriale, erano un<br />
bene prezioso: una famiglia prima di<br />
affrontare la spesa di un nuovo vestito ci<br />
pensava su parecchie volte e se lo faceva,<br />
vi erano comunque infinite resistenze ed<br />
attenzioni. Il vecchio detto “un vestito<br />
indosso ed uno in fosso” era da intendere<br />
in senso letterale e quanto mai concreto.<br />
La poca carta o il legno venivano bruciati e<br />
ovviamente non esisteva la plastica.<br />
Oggi la situazione è del tutto cambiata:<br />
siamo passati da una società frugale, semiagricola<br />
ad una post-industriale e<br />
consumista, che fa “dell’usa e getta” il<br />
proprio modello: nessuno pensa a riparare le<br />
cose, che del resto sono fatte per durare<br />
poco ed essere rimpiazzate da altri modelli e<br />
questo in tutti i settori. Il risultato è stata<br />
una crescita smodata dei <strong>rifiuti</strong>, che sono<br />
diventati quasi il simbolo in negativo della<br />
ricchezza e del benessere; nell’arco di un<br />
secolo dai pochi etti si è così passati, a<br />
Milano, agli attuali 1,2 chilogrammi al<br />
giorno per abitante, ossia 1.700<br />
tonnellate/giorno o 600.000 tonnellate<br />
all’anno, solo di RU. Sono cambiate anche le<br />
tipologie: scomparsa quasi del tutto la<br />
cenere, sono comparsi massicciamente la<br />
La situazione oggi<br />
La situazione lombarda e più limitatamente<br />
quella milanese, è oggi in una fase di vivace<br />
evoluzione: solo da poco tempo la nostra<br />
società ha cominciato ad affrontare in modo<br />
concettualmente nuovo il problema <strong>rifiuti</strong>,<br />
affrontando quesiti non sempre facili da<br />
risolvere. Va tenuto presente che la nostra<br />
regione è una delle più industrializzate<br />
d’Europa, ha una popolazione di quasi nove<br />
milioni di persone, distribuite in circa 25.000<br />
kmq, di cui un terzo montuosi. Per varie<br />
ragioni fino ad oggi il sistema di<br />
smaltimento, di fatto preferenziale, è stato<br />
la messa in discarica, soluzione che, come<br />
15<br />
plastica, la carta, il vetro e gli avanzi di cibo.<br />
Purtroppo durante la crescita si è perso<br />
per strada il gusto del riciclaggio,<br />
del recupero, del riutilizzo.<br />
Persa la fantasia e la voglia di non buttare<br />
via nulla, assediati da una quantità crescente<br />
di beni, tanto belli quanto effimeri, i <strong>rifiuti</strong><br />
sono diventati progressivamente un<br />
problema che investe tutta la società.<br />
Può essere utile introdurre in classe delle<br />
riflessioni sulle mutazioni antropologiche<br />
e sociali che si sono prodotte<br />
nel corso del tempo nella vita quotidiana<br />
degli uomini e lo studio dei <strong>rifiuti</strong><br />
può dare interessanti suggerimenti.<br />
Provate a leggere in classe qualche testo che<br />
descriva la vita dei ceti popolari lombardi e<br />
analizzatelo in questa luce.<br />
vedremo, presenta alcuni problemi, non<br />
ultimo quello di essere mal vista dalle<br />
popolazioni finitime, che non hanno<br />
mancato di farlo sapere. I forni per la<br />
termoutilizzazione sono pochi e vanno<br />
adeguati alle più moderne visioni in termini<br />
di cogenerazione; in ogni caso sono<br />
insufficienti rispetto alle crescenti necessità.<br />
Qualunque sia la fonte di produzione,<br />
famiglia, industria, piccolo artigiano,<br />
l’aumento di <strong>rifiuti</strong> è stato costante in<br />
particolare per il settore degli imballi, che<br />
hanno determinato un sempre maggiore<br />
ingombro e molti problemi.
<strong>Come</strong> è variata<br />
la composizione<br />
percentuale in<br />
peso di RU in<br />
un secolo<br />
Fonte: Open<br />
University 1988<br />
1 8 7 9<br />
vegetale/putrescibile<br />
tessile<br />
carta e cartone<br />
varie<br />
metallo<br />
vetro<br />
polvere e cenere<br />
plastica<br />
La L.R. 21/93 ha introdotto il principio,<br />
ribadito nella recente legge-quadro emessa<br />
dal Consiglio dei Ministri, che ogni provincia<br />
deve <strong>smaltire</strong> i propri <strong>rifiuti</strong> entro i confini<br />
del proprio territorio. Per quanto riguarda<br />
Milano, non avendo affrontato per tempo la<br />
problematicità degli smaltimenti attraverso<br />
una adeguata struttura impiantistica, ci si è<br />
trovati già nel 1994 in una situazione di crisi,<br />
che aveva indotto il Presidente del Consiglio<br />
a dichiarare, nel novembre di quell’anno, lo<br />
stato di emergenza nominando nel<br />
contempo un Commissario Straordinario, il<br />
quale indicava chiaramente nella raccolta<br />
differenziata la priorità assoluta. A seguito<br />
di ciò, il Sindaco di Milano emanava<br />
un’ordinanza (19 febbraio 1995) con la quale<br />
si rendeva di fatto obbligatoria la<br />
differenziazione per tutti i cittadini milanesi,<br />
e <strong>Amsa</strong> varava nella primavera del 1995 il<br />
Modello Milano, primo piano globale di<br />
raccolta differenziata che tendeva a<br />
superare la raccolta stradale, con le<br />
tradizionali “campane”, per orientarsi verso<br />
una raccolta porta a porta.<br />
Nell’autunno del 1995 lo stato di emergenza<br />
precipitava ulteriormente, a seguito della<br />
chiusura della discarica di Cerro Maggiore,<br />
imposta dalle popolazioni locali,<br />
costringendo la città di Milano ad una<br />
ulteriore accelerazione nei programmi di<br />
raccolta differenziata, attuata con una<br />
ordinanza del Sindaco-Commissario del 18<br />
dicembre 1995. Con questa accelerazione e<br />
con il varo contestuale del “piano di<br />
autosufficienza”, Milano gettava le basi per<br />
1 9 2 5 - 2 6 1 9 6 5 19 7 7 - 7 8 198 1<br />
0 8 0 % 0 60% 0 30% 0 40% 0 40%<br />
16<br />
un rapidissimo affrancamento dalla discarica,<br />
innanzitutto in virtù dei brillanti risultati<br />
ottenuti con la raccolta differenziata che ha<br />
già raggiunto nel 1996 l’incidenza del 31% e<br />
che dovrebbe toccare, nel 1997 quota 40%.<br />
Sarà possibile raggiungere questo obiettivo<br />
anche grazie all’impianto temporaneo di<br />
selezione e trattamento di <strong>rifiuti</strong> di via<br />
Rubattino (già entrato in funzione e<br />
destinato ad operare per non più di 4 anni),<br />
dell’impianto di compostaggio di qualità di<br />
Muggiano e dell’avvio del nuovo impianto di<br />
selezione e termovalorizzazione con<br />
recupero di energia (Silla 2, pronto a<br />
funzionare alla fine del 1999). Il “Modello<br />
Milano” per la raccolta differenziata si pone<br />
alcuni obiettivi, che sono: ridurre le quantità<br />
da avviare agli impianti, privilegiare la<br />
raccolta di qualità, per una migliore<br />
valorizzazione dei materiali selezionati,<br />
fornire un elevato standard di servizi ai<br />
cittadini, con la raccolta porta a porta. Con il<br />
1996 un nuovo corso si è aperto nella<br />
gestione dei <strong>rifiuti</strong> a Milano, anche se i<br />
problemi sono ancora molti: 600.000<br />
tonnellate/anno, solo di RU, uno sviluppo<br />
complessivo di oltre 1500 km di strade da<br />
pulire e una popolazione servita di circa due<br />
milioni di persone tra residenti e pendolari.<br />
Molte le cose che restano da fare per ridurre<br />
i materiali alla fonte, modificarne la<br />
composizione merceologica in funzione di<br />
un successivo recupero, e naturalmente<br />
organizzare sempre meglio la raccolta<br />
differenziata ed il suo relativo mercato.<br />
Ma questo è un altro capitolo...
Situazione dello<br />
smaltimento<br />
in Lombardia<br />
Fonte: Ecowaste<br />
1992<br />
La discarica controllata<br />
Negli ultimi decenni la maggior parte dei<br />
<strong>rifiuti</strong> prodotti dalla città di Milano, siano<br />
essi civili o industriali, innocui o tossici, sono<br />
finiti in discarica. Era una via d’uscita<br />
comoda ed in fondo quasi obbligata. Intorno<br />
a Milano e soprattutto verso nord, nei primi<br />
anni del dopoguerra si sono aperte<br />
moltissime cave di ghiaia e sabbia, che<br />
avrebbero dovuto fornire il materiale per la<br />
ricostruzione post bellica. Cessata la<br />
coltivazione, la cava costituiva una forma di<br />
degrado, inutile e pericolosa e così, fin<br />
troppo spesso, la si è riempita con i <strong>rifiuti</strong>.<br />
Il risultato, in as<strong>senza</strong> di leggi e di controlli, è<br />
stato un proliferare di piccole discariche<br />
selvagge, di cui si è perso persino il ricordo,<br />
ma che rappresentano oggi uno dei<br />
problemi più gravi dell’ambiente lombardo.<br />
In as<strong>senza</strong> di controlli infatti, in queste cave<br />
è finito ogni tipo di rifiuto, <strong>senza</strong> distinzione<br />
tra sostanze pericolose o meno. Oggi una<br />
loro bonifica, a volte indispensabile, risulta<br />
onerosissima, in quanto gli interventi non<br />
riguardano solo il terreno, ma anche la falda<br />
freatica, magari per centinaia e centinaia di<br />
metri intorno. In ogni caso il paesaggio a<br />
discariche selvagge, con i <strong>rifiuti</strong> abbandonati<br />
agli angoli delle strade, che era una costante<br />
fino agli anni ‘80, oggi , sta scomparendo,<br />
anche se non ancora del tutto. A<br />
determinare il cambiamento è stato il DPR<br />
915/82 che ha istituito anche in Italia le<br />
discariche controllate. I criteri di<br />
localizzazione sono definiti rigidamente:<br />
innanzi tutto il sito dell’impianto non viene<br />
discarica 77%<br />
incenerimento 11%<br />
esportati 12%<br />
18<br />
più scelto a caso, ma dopo accurata<br />
valutazione dei potenziali rischi, dell’impatto<br />
ambientale e di precise caratteristiche<br />
geologiche, ecologiche, sociali, economiche,<br />
ecc.. La zona deve rispondere ad una griglia<br />
di criteri fisici ed antropici: lontana dai centri<br />
abitati, ma in ogni caso ben servita da<br />
strade, con una falda coperta da strati<br />
impermeabili, ovviamente non franosa,<br />
alluvionabile, esposta a rischio sismico o<br />
vulcanico e così via. Una volta che il terreno<br />
è stato scelto e la relativa decisione accettata<br />
dalle popolazioni, si passa alla<br />
impermeabilizzazione del fondo della<br />
discarica con geotessili, si costruisce un<br />
impianto di raccolta delle acque ed uno per<br />
il biogas, che è una miscela di metano e<br />
anidride carbonica che si forma nel corpo del<br />
deposito per fermentazione anaerobica dei<br />
materiali biologici. Il terreno viene recintato<br />
e da allora in poi il materiale in ingresso<br />
viene pesato, esaminato, in maniera che le<br />
tipologie siano definite (niente materiale<br />
industriale nei RU!) e messo a dimora.<br />
Ogni giorno, per evitare la dispersione eolica<br />
e visite di animali indesiderati il tutto viene<br />
pressato e coperto di terreno. La nostra<br />
discarica assomiglia così ad un wafer: uno<br />
strato di terra ed uno di spazzatura. Uno per<br />
giorno fino alla chiusura dell’impianto,<br />
quando esso verrà coperto con terreno<br />
agricolo, piantumato e lasciato riposare per i<br />
decenni a venire fino a che tutto il<br />
contenuto non si sarà mineralizzato<br />
completamente. Il materiale sepolto infatti si<br />
degrada lentamente, con un processo di<br />
demolizione chimica e biologica, in parte<br />
aerobico ed in parte anaerobico, tanto più<br />
veloce e completo quanto meglio è stato<br />
fatto l’impianto; in ogni caso per almeno<br />
vent’anni la zona non sarà agibile, mentre<br />
dovrà continuare il controllo del biogas e del<br />
percolato. Quindi la perdita di valore del<br />
terreno circostante dal punto di vista<br />
agricolo, turistico, abitativo o anche solo<br />
paesaggistico, l’emissione di odori molesti,<br />
gli animali (soprattutto quelli nocivi, come<br />
ratti, insetti, cani randagi, mosche, ecc.),<br />
l’inquinamento della falda, ecc., sono<br />
destinati inesorabilmente a durare per<br />
decenni provocando un danno destinato a<br />
protrarsi nel tempo, mentre i materiali<br />
depositati sono perduti per sempre, utili o<br />
dannosi che fossero. L’unico beneficio<br />
possibile è un certo recupero di aree<br />
altrimenti destinate all’abbandono e al<br />
19<br />
degrado, che costituirebbero un pericolo.<br />
Questi fatti spiegano perché sia comunque<br />
opportuno ridurre le discariche al minor<br />
numero possibile e sia necessario trovare<br />
altre soluzioni.<br />
Gli impianti di termoutilizzazione<br />
Un sistema di eliminazione dei <strong>rifiuti</strong>, antico<br />
quanto il mondo, consiste nel bruciarli:<br />
metodo a prima vista elementare,<br />
ma efficace. Nel corso del tempo la<br />
tecnologia moderna ha apportato a questo<br />
sistema molte migliorie, in particolare nella<br />
cura per la depurazione dei fumi e nel<br />
recupero ed utilizzo del calore prodotto.<br />
Questo tipo di scelta è oggi largamente<br />
utilizzata in altri Paesi europei e i motivi<br />
sono la pulizia, la sicurezza e l’economicità<br />
del trattamento. Sostanzialmente questi<br />
impianti sono costituiti da un forno che<br />
riceve dall’alto il materiale, portatovi da una<br />
benna che lo pesca in un annesso centro<br />
di stoccaggio. In questo impianto si attua<br />
inoltre la preselezione del rifiuto<br />
indifferenziato, recuperandone alcune<br />
componenti, mentre vi debbono<br />
obbligatoriamente confluire altri prodotti,<br />
come ad esempio i <strong>rifiuti</strong> ospedalieri.<br />
La combustione, una volta avviata,<br />
si automantiene, utilizzando come<br />
combustibile la frazione di RU secca<br />
preselezionata che brucia a circa 1.000 °C. A<br />
questa temperatura non si ha sintesi tra la<br />
lignina ed il cloro, spesso presente nelle<br />
plastiche, con possibile formazione di<br />
diossine. Fu infatti la pre<strong>senza</strong> di diossine nei<br />
fumi di emissione che bloccò parecchio<br />
tempo fa e per circa dieci anni i forni<br />
inceneritori italiani e che costrinse ad un<br />
profondo rinnovamento dell’intero parco<br />
esistente. Oggi per prevenire questo ed altri<br />
inconvenienti legati alle emissioni si è<br />
introdotta la cosiddetta camera di postcombustione,<br />
che è diventata una delle parti<br />
più importanti e delicate dell’intero<br />
impianto. In uno spazio immediatamente a<br />
ridosso del forno, si utilizza il calore<br />
prodotto dalla fiamma diretta per abbattere<br />
i materiali incombusti, garantendo così la<br />
completezza del ciclo chiuso ed una<br />
fuoriuscita praticamente nulla degli<br />
inquinanti. Un sistema di filtri, sia<br />
elettrostatici sia chimici, provvedono a far sì<br />
Progetto del<br />
nuovo impianto<br />
<strong>Amsa</strong> di Figino
che dalla ciminiera dell’impianto esca<br />
pressoché solo vapore e anidride carbonica.<br />
Il calore prodotto viene invece inviato ad un<br />
impianto a ciclo chiuso che, a sua volta,<br />
produce energia elettrica attraverso un<br />
comune sistema termoelettrico.<br />
Questo impianto può poi essere accoppiato<br />
ad un sistema di teleriscaldamento, come da<br />
decenni avviene a Brescia ed è in progetto a<br />
Milano, in maniera da permettere un<br />
ulteriore recupero del calore, destinato al<br />
riscaldamento domestico nelle aree<br />
circostanti. Questo processo di smaltimento<br />
consente di convertire il calore prodotto<br />
dalla distruzione degli RU in elettricità e<br />
riscaldamento, ottenendo tre risultati<br />
positivi con un solo impianto.<br />
Gli aspetti positivi insomma vi sono e<br />
spiegano il successo di questa tecnologia.<br />
Impianti di riciclaggio<br />
della frazione umida<br />
Con il termine “frazione umida” s'intende<br />
quella parte di RU costituita<br />
prevalentemente da materiali organici<br />
facilmente putrescibili. Questi se lasciati a sé<br />
rappresentano la maggiore fonte di odori e<br />
di inconvenienti biologici legati ai <strong>rifiuti</strong> ma,<br />
se opportunamente trattati, consentono il<br />
recupero a fini ambientali di una parte dei<br />
<strong>rifiuti</strong> e possono diventare un prodotto<br />
merceologicamente interessante. E poiché<br />
costituiscono un quarto circa dei RU<br />
milanesi, si è deciso di separarli e di farne<br />
oggetto di lavorazione specifica. Il luogo<br />
scelto è a Muggiano, alla periferia Sud-<br />
Ovest, dove è stato allestito un impianto che<br />
tratta 140 tonnellate al giorno di <strong>rifiuti</strong><br />
organici (ossia 43.000 tonnellate all’anno),<br />
per produrre del buon concime.<br />
Qui confluisce direttamente un materiale di<br />
qualità, che ha subito una prima selezione<br />
alla fonte: per circa metà esso viene<br />
dall’Ortomercato, dai mercati comunali, da<br />
mense o da caserme, da sfalci e potature del<br />
verde pubblico, mentre l’altra metà è di<br />
provenienza domestica selezionata.<br />
Il materiale organico così ottenuto, dopo<br />
un'ulteriore deferrizzazione, viene separato<br />
20<br />
Naturalmente l’impianto produce cenere in<br />
misura del 20-30 % del peso e del 10 % del<br />
volume iniziale che viene trattata e smaltita<br />
in sicurezza. La termovalorizzazione quindi<br />
dovrà trovare spazio non solo nei casi resi<br />
obbligatori, come nella distruzione dei <strong>rifiuti</strong><br />
ospedalieri dove la legge impone che la<br />
fiamma svolga la sua azione purificatrice, ma<br />
rimarrà una tecnologia sicura ed interessante<br />
economicamente, destinata ad un sempre<br />
maggiore sviluppo.<br />
Concettualmente un impianto di<br />
termovalorizzazione si presta a<br />
considerazioni utili ad illustrare le leggi di<br />
conservazione della materia e dell’energia e<br />
in particolare quelle della termodinamica,<br />
con i relativi flussi di energia e la<br />
conversione del calore in elettricità.<br />
in una frazione lignea (cassette, pallets, ecc.)<br />
e in una frazione organica fermentescibile.<br />
Dalle fosse di ricevimento i materiali sono<br />
avviati al trattamento biologico aerobico,<br />
mentre i materiali metallici e la restante<br />
frazione secca, eventualmente ancora<br />
presente, vengono trattati a parte.<br />
Il processo consiste in una serie di reazioni di<br />
bio-ossidazione controllata, articolate in tre<br />
fasi: compostaggio accelerato, maturazione<br />
e raffinazione. Nella prima, della durata di<br />
30 giorni, il materiale è sottoposto ad una<br />
reazione ossidativa accelerata in maniera da<br />
perdere la sua putrescibilità.<br />
Nei successivi due mesi si passa da una<br />
intensa attività biologica allo stato di<br />
maturazione, attraverso una bio-ossidazione<br />
spinta, ottenuta con dei grandi digestori<br />
dove la massa viene quotidianamente<br />
rivoltata automaticamente ed aerata<br />
forzatamente con aria calda, per favorire<br />
l’opera dei batteri demolitori.<br />
Alla fine della lavorazione il prodotto viene<br />
ulteriormente raffinato ed il compost finale<br />
viene impacchettato e preparato per essere<br />
immesso sul mercato. Il risultato così<br />
ottenuto è una sorta di torba che viene<br />
utilizzata come ammendante agricolo di<br />
qualità, attestato dal relativo marchio<br />
rilasciato dal Consorzio Italiano<br />
Compostatori. Un impianto per la<br />
separazione del secco dall’umido, con minori<br />
pretese di realizzare un compost di qualità,<br />
perché tratta il rifiuto tal quale, è in<br />
La situazione attuale<br />
In Lombardia la situazione è in una fase di<br />
positiva evoluzione: nel 1995 sono state<br />
prodotte 3.700.000 tonnellate di RU, con un<br />
decremento del 3,2 % rispetto all’anno<br />
prima ed i dati posteriori confermano il<br />
fenomeno. Il picco di produzione è stato<br />
toccato nel 1991 e da allora essa è venuta<br />
complessivamente diminuendo del 15 %<br />
circa, con una stabile tendenza alla<br />
riduzione. I motivi possono essere molteplici:<br />
da una parte la crisi economica ha ridotto i<br />
consumi e quindi di riflesso gli scarti<br />
prodotti, ma soprattutto una maggiore<br />
sensibilità dei cittadini-consumatori ha<br />
spinto i produttori a ridurre alla fonte gli<br />
imballi e contemporaneamente ha permesso<br />
un forte incremento della raccolta<br />
differenziata con punte superiori al 50%. I<br />
risultati sono stati migliori nei centri piccoli e<br />
medi, che hanno rapidamente raggiunto e<br />
superato le quote fissate dalla L.R. 21/93;<br />
mentre lo smaltimento in discarica del rifiuto<br />
indifferenziato è diminuito globalmente. La<br />
situazione non è ancora ottimale, se si pensa<br />
che ancor oggi una larga parte degli RU<br />
lombardi va in discarica o in impianti di<br />
termoutilizzazione, mentre solo una<br />
percentuale ridotta viene conferita agli<br />
impianti di selezione e ritrattamento. Tutte<br />
le provincie (tranne per ora Mantova e<br />
Varese) si sono dotate di un piano per<br />
l’organizzazione dei servizi di smaltimento,<br />
puntando ad una progressiva<br />
autosufficienza incentrata sull’incremento<br />
del recupero e della raccolta differenziata.<br />
La provincia di Milano che incideva per il<br />
43% sul totale regionale, a fronte del 41,9%<br />
della popolazione ha dato ottimi risultati,<br />
grazie anche alla gestione dell’emergenza<br />
apertasi nel tardo autunno del 1995 con la<br />
crisi della discarica di Cerro Maggiore.<br />
21<br />
funzione nei capannoni ristrutturati della ex<br />
Maserati in via Rubattino a Lambrate.<br />
Il suo prodotto sarà impiegato per la<br />
sistemazione a verde d'aree degradate o<br />
come materiale di riempimento di cave<br />
abbandonate.<br />
Le linee guida sono state:<br />
• Intensificazione della raccolta differenziata<br />
ed introduzione del sistema secco/umido.<br />
• Selezione meccanica del rimanente e<br />
minimizzazione della frazione da inviare in<br />
discarica o in incenerimento.<br />
• Recupero energetico della frazione secca in<br />
impianti di termovalorizzazione.<br />
• Stabilizzazione biologica della frazione<br />
umida e recupero del compost risultante.<br />
In questo modo il Comune di Milano ha<br />
superato la soglia del 30% di raccolta<br />
differenziata, allineandosi alle percentuali<br />
delle città europee più avanzate,<br />
introducendo la raccolta<br />
secco/umido, intensificando<br />
i servizi di raccolta<br />
differenziata “porta a<br />
porta” e avviando a<br />
completamento la<br />
realizzazione degli impianti di<br />
selezione, compostaggio e<br />
stabilizzazione di via Rubattino e di<br />
compostaggio di Muggiano. <strong>Amsa</strong> sta<br />
costruendo un nuovo impianto di<br />
termovalorizzazione in via Silla, con il fine di<br />
migliorare il recupero di calore, attraverso il<br />
teleriscaldamento, incrementando in<br />
parallelo la cogenerazione di elettricità.<br />
Il Modello Milano per la raccolta<br />
differenziata va allora in questa direzione e<br />
punta ad una raccolta sempre più<br />
personalizzata dei materiali. Si tratta di un<br />
approccio molto gradito dall’utenza, che ha<br />
sempre trovato delle difficoltà nell’utilizzo<br />
delle campane di raccolta, per vari motivi<br />
che vanno dalla scomodità del trasporto<br />
manuale, alla difficoltà fisica di molti utenti<br />
anziani, fino ad una certa pigrizia mentale<br />
nell’accettare i cambiamenti. Ma proprio<br />
perché le giovani generazioni sono più<br />
Un mondo di <strong>rifiuti</strong><br />
Italia = 0,95<br />
Francia = 0,98<br />
G e rmania = 0,96<br />
Tunisia = 0,65<br />
Giappone = 1,75<br />
Stati Uniti = 2,03<br />
Produzione media<br />
giornaliera<br />
di RU per<br />
abitante, in Kg.<br />
Fonte: OCSE,<br />
Eurostat 1995
La mappa<br />
delle risorse:<br />
gli impianti<br />
per la<br />
valorizzazione<br />
dei <strong>rifiuti</strong><br />
a Milano<br />
Silla<br />
Muggiano<br />
aperte alle novità e meno restie a cambiare,<br />
la scuola ha una forte importanza<br />
nell’adozione di queste pratiche sociali, che<br />
dagli allievi verranno direttamente veicolate<br />
alle loro famiglie. Il costo iniziale per<br />
l’avviamento di questi processi è elevato, ma<br />
viene ritenuto più accettabile, da un punto<br />
di vista economico ed ambientale, di quello<br />
dello smaltimento in discarica o in<br />
inceneritore. Se risparmi possono essere<br />
fatti, questi verranno da una migliore<br />
omogeneizzazione dei servizi.<br />
Questo vuol dire che siamo sulla buona<br />
strada, anche se una larga parte del lavoro<br />
resta da fare ed essa riguarda il problema<br />
della riduzione dei <strong>rifiuti</strong> alla fonte, di un<br />
loro ripensamento merceologico complessivo<br />
18<br />
Impianti di valorizzazione<br />
e trattamento<br />
19<br />
Impianto di termoutilizzazione<br />
con recupero di energia<br />
Impianto di compostaggio<br />
20<br />
17<br />
Impianto di selezione (secco/umido)<br />
con compostaggio della frazione<br />
umida (Consorzio Milano Pulita)<br />
Riciclerie<br />
8<br />
16<br />
7<br />
6<br />
Pedroni<br />
5<br />
9<br />
1<br />
22<br />
e una migliore azione di recupero dei<br />
materiali. In altre parole: bisogna chiudere il<br />
ciclo biologico dei <strong>rifiuti</strong>. Questo richiede<br />
però non solo degli interventi tecnici ma<br />
soprattutto un modo diverso e più<br />
globalizzante di vedere le cose e su questo<br />
punto la scuola ha molto da dire e da<br />
insegnare. Ma potremmo dire che quella di<br />
educare alla socializzazione è la sua<br />
funzione sociale ottimale e questo con ovvio<br />
beneficio e degli studenti e degli insegnanti,<br />
che in questo modo assolvono alle loro più<br />
alte funzioni culturali.<br />
2<br />
15<br />
3<br />
Milizie<br />
10<br />
4<br />
11<br />
14<br />
12<br />
13<br />
Olgettina<br />
Rubattino<br />
Corelli<br />
Zama
In natura:<br />
la catena<br />
alimentare<br />
I cicli naturali<br />
In Natura i <strong>rifiuti</strong> non esistono!<br />
Questa fondamentale verità deve essere il<br />
pilastro di ogni e qualsiasi didattica dei<br />
<strong>rifiuti</strong>. Un vecchio padre dell’ecologia,<br />
l’americano Barry Commoner, scriveva nel<br />
suo bellissimo “Il cerchio da chiudere” che<br />
solo la Natura sa il fatto suo e del resto essa<br />
ha avuto miliardi di anni per fare i suoi<br />
tentativi, per sperimentare soluzioni e per<br />
scegliere il meglio. A questo punto si<br />
potrebbe anzi aprire uno spazio in classe per<br />
insegnare come funziona la Natura, quali<br />
siano i suoi cicli fondamentali e come essi<br />
sono nati, per rispondere a quali necessità.<br />
Senza aderire necessariamente al modello<br />
proposto da J. Lovelock e alla sua “Ipotesi<br />
Gaia”, che vede la Natura come un sistema<br />
che si autoconserva e corregge in maniera di<br />
potersi mantenere nel tempo, l’esame dei<br />
cicli naturali ci pone di fronte all’idea della<br />
circolarità dei flussi di materia e di energia.<br />
Una versione popolare delle leggi di<br />
conservazione della materia e dell’energia<br />
dice sostanzialmente “Nulla si crea e nulla si<br />
distrugge, tutto si trasforma”. La materia<br />
biologica nasce, cresce e muore, ma la sua<br />
morte non significa la sua scomparsa o la<br />
necessità di una distruzione: diventa invece<br />
la sorgente per altra vita. Le immagini si<br />
24<br />
sprecano: l’Araba Fenice che rinasce dalle<br />
proprie ceneri, la danza cosmica di Shiva, il<br />
Dio della creazione e della distruzione o<br />
l’alchemico serpente Oroborus che si mangia<br />
la coda. I miti dell’eterno ritorno e della<br />
reincarnazione sorgono infatti dall’antica<br />
osservazione che in natura i cicli si ripetono<br />
periodicamente, come le stagioni. Il<br />
materiale che muore in autunno serve per la<br />
nuova vita in primavera, il corpo morto si<br />
disgrega e dà nutrimento agli altri. Il nostro<br />
pianeta è un sistema chiuso, la materia per<br />
quanto abbondante non è infinita e quindi<br />
da sempre la circolarità dei flussi di materia è<br />
stata la regola. La catena trofica<br />
o alimentare ne è l’esempio più chiaro.<br />
Alcuni organismi, detti produttori, sono in<br />
grado di prendere dall’ambiente acqua ed<br />
anidride carbonica e con un complesso<br />
procedimento, detto fotosintesi clorofilliana,<br />
trasformano questi gas in carboidrati, i<br />
mattoni fondamentali da cui prende poi il<br />
via l’energia biologica. Questi carboidrati<br />
unendosi tra loro danno luogo alla cellulosa<br />
e all’amido, la materia di cui sono costituite<br />
le piante, che in questa catena svolgono la<br />
funzione di produttori di biomassa. Questa<br />
biomassa viene mangiata dai consumatori,<br />
gli animali, che usano i carboidrati per<br />
ottenere energia. Smontando con l’aiuto<br />
dell’ossigeno la materia dei produttori, i<br />
consumatori trasformano l’energia chimica<br />
di legame che forma il glucosio in energia<br />
termica, che viene immagazzinata in<br />
molecole specializzate ed usata nel corso del<br />
tempo per la vita dell’organismo, attraverso<br />
il processo di respirazione cellulare. Ma se i<br />
consumatori mangiassero i produttori <strong>senza</strong><br />
mai restituire la materia utilizzata, questa<br />
nel corso del tempo, per quanto abbondante<br />
potesse essere all’inizio su tutto il pianeta, si<br />
sarebbe esaurita e la vita non potrebbe più<br />
continuare. In natura non si può prendere,<br />
usare e distruggere, bruciare, seppellire.<br />
Bisogna riutilizzare, <strong>recuperare</strong>, rimontare.<br />
Questo lavoro viene svolto dal terzo grande<br />
gruppo della catena, quello dei demolitori,<br />
Probabilmente molti ecologi puri<br />
inorridiranno di fronte alla proposta di<br />
considerare la città come un ecosistema al<br />
pari di uno stagno o di un bosco; al massimo,<br />
se hanno una preparazione sociologica, lo<br />
considereranno come lo studio delle<br />
interrelazioni tra persone ed ambiente<br />
all’interno dell’agglomerato cittadino, dove<br />
però non vale quell’intreccio di rapporti tra<br />
organismi (flussi di energia e di materia,<br />
predazione, competizione, parassitismo,<br />
commensalismo, ecc.) che rendono quasi<br />
equilibrato un sistema naturale.<br />
Ogni ecosistema infatti tende a raggiungere<br />
e a mantenere un suo equilibrio (climax) e al<br />
suo interno ogni componente ha un suo<br />
posto (habitat) e svolge una funzione<br />
(nicchia ecologica). “Ogni cosa è connessa<br />
con qualsiasi altra” per riprendere una<br />
massima di Commoner. Gli ecologi <strong>urbani</strong><br />
classici hanno visto la città come un<br />
“fenomeno naturale” e vi hanno trasferito<br />
pari pari i canoni biologici, allo stesso modo<br />
dei darwinisti sociali, della fine del secolo<br />
scorso, che spiegavano la lotta di classe o<br />
addirittura lo sterminio di massa in termini<br />
di selezione naturale del più idoneo. Noi qui<br />
ci accontenteremo di considerare la città<br />
come un sistema eterotrofo, dipendente da<br />
ampie risorse limitrofe per l’energia, l’acqua,<br />
25<br />
prevalentemente funghi e batteri. Quando<br />
una pianta od un animale muoiono, loro li<br />
demoliscono, ne smontano le molecole<br />
complesse in altre più semplici e le<br />
restituiscono al terreno, pronte per un<br />
nuovo uso. I produttori avranno così sempre<br />
a disposizione del materiale per riavviare il<br />
ciclo della vita, fintanto almeno che ci sarà la<br />
luce del sole, che rappresenta la sorgente<br />
fondamentale della energia che circola nei<br />
viventi. Questo è il ciclo fondamentale della<br />
natura ed in questo modo funzionano i<br />
paralleli cicli ecologici degli elementi: tutto<br />
fluisce e torna poi alla partenza. Tanto esce e<br />
tanto rientra e non potrebbe essere<br />
altrimenti: se il ciclo si interrompesse la vita<br />
finirebbe. Noi non dobbiamo che imparare<br />
ed imitare la natura: riciclare tutto.<br />
La città come ecosistema artificiale<br />
il cibo ed altri materiali. In altre parole nella<br />
città entrano energia (sotto forma<br />
prevalente di combustibili fossili), materiali<br />
(per le industrie ed i servizi), cibo ed acqua.<br />
La città “metabolizza” il tutto e produce<br />
<strong>rifiuti</strong>. Ma i <strong>rifiuti</strong> di un ecosistema<br />
“naturale” sono la base materiale della<br />
perpetuazione dell’ecosistema stesso: ciò che<br />
muore, viene smontato e rinasce. Invece ciò<br />
che muore in città deve venire eliminato o<br />
meglio nascosto. Il che è contrario a quel<br />
principio base dell’ecologia che dice che<br />
“Ogni cosa deve finire da qualche parte”. I<br />
<strong>rifiuti</strong> sono l’azione diretta della città<br />
sull’ambiente. Non a caso Milano ha<br />
esportato sino ad ora i suoi <strong>rifiuti</strong> sempre<br />
più lontano. Purtroppo non si può più<br />
continuare così, non solo per ragioni etiche,<br />
ma soprattutto pratiche (i nostri vicini non<br />
vogliono più!). <strong>Come</strong> esistono degli<br />
indicatori ambientali che ci dicono quando<br />
un ecosistema presenta dei problemi, così<br />
esistono degli indicatori di sostenibilità per<br />
l’ecosistema urbano (qualità dell’aria e<br />
dell’acqua, qualità dei servizi, qualità<br />
abitativa, verde pubblico, ecc.) che ci danno<br />
tutti il segnale di pericolo.<br />
Si deve cambiare; l’ecosistema città non può<br />
più continuare a divorare energia e materie<br />
prime e a scaricare <strong>rifiuti</strong> perché rischia la
L’ecosistema<br />
urbano<br />
paralisi. Occorre chiudere il ciclo naturale<br />
della materia e dell’energia ed i <strong>rifiuti</strong><br />
devono tornare ad essere la materia prima<br />
per la nuova vita, non solo nel bosco, ma<br />
Alcune osservazioni<br />
sulla raccolta differenziata<br />
Prima di esaminare la pratica concreta della<br />
raccolta differenziata vale la pena di fissare<br />
alcuni termini:<br />
RIUSO Il rifiuto viene riutilizzato tale e<br />
quale (es. una bottiglia che viene riutilizzata<br />
per contenere altri liquidi o un sacchetto di<br />
plastica prima impiegato per la spesa e poi<br />
per contenere oggetti o <strong>rifiuti</strong> ).<br />
RECUPERO Il rifiuto viene valorizzato<br />
economicamente, diventando “materia<br />
seconda” (di largo impiego nell’industria<br />
dove ciò che viene scartato da uno serve<br />
come materia prima per un altro, sia come<br />
scarto che come sottoprodotto, per il quale<br />
esiste un apposito mercato).<br />
RICICLAGGIO Il rifiuto viene trattato<br />
mediante un processo di lavorazione da cui<br />
si ottiene un prodotto similare (è il settore<br />
più noto al grosso pubblico ed è quello che<br />
noi considereremo maggiormente).<br />
L’attività di riciclaggio in particolare non può<br />
26<br />
soprattutto a Milano. La raccolta<br />
differenziata, il recupero ed il riuso non sono<br />
una mania di ambientalisti fanatici, ma una<br />
scelta sociale necessaria per sopravvivere.<br />
essere improvvisata e sempre più<br />
chiaramente questa deve essere pensata già<br />
in fase di progettazione del prodotto (vale la<br />
pena di produrlo? e proprio così?), nella sua<br />
produzione (quali materiali utilizzare e quali<br />
no), nella scelta delle risorse e quindi la loro<br />
valutazione merceologica, sociale,<br />
economica. Di fronte ad una disponibilità<br />
finita di materie prime occorre fare delle<br />
scelte in termini di innovazione tecnologica<br />
e di riduzione degli sprechi. La riciclabilità di<br />
un rifiuto nasce molto prima del suo<br />
diventare rifiuto e mette in discussione tutto<br />
il modello di produzione, di controllo<br />
dell’inquinamento, di impiego delle risorse,<br />
ecc. Un corretto smaltimento o un riciclo<br />
rappresenta solo il punto finale di un lungo<br />
lavoro ed è su questi concetti che occorre far<br />
riflettere gli allievi: non si tratta di una scelta<br />
meramente tecnica da operare a valle, ma<br />
occorre meditare su ciò che sta a monte.<br />
Se per raccolta differenziata intendiamo la<br />
disaggregazione del flusso dei <strong>rifiuti</strong><br />
attraverso un conferimento mirato delle<br />
varie frazioni componenti, separate alla<br />
fonte, possiamo vedere in questa operazione<br />
degli obiettivi generali da perseguire:<br />
- riciclaggio e riutilizzo di alcune frazioni<br />
merceologicamente interessanti (carta,<br />
vetro, plastica, alluminio, ecc.);<br />
- raccolta dei materiali pericolosi, da <strong>smaltire</strong><br />
separatamente;<br />
- raccolta dei materiali domestici<br />
ingombranti, per impedire il loro<br />
smaltimento abusivo;<br />
- recupero della frazione organica per la<br />
produzione di compost;<br />
- recupero energetico dei materiali non<br />
altrimenti riciclabili.<br />
Perché la raccolta abbia successo è necessario<br />
un coinvolgimento del cittadino, che diventa<br />
il protagonista diretto della separazione e<br />
del conferimento. Questo richiede però<br />
organizzazione del servizio, informazione<br />
chiara e dettagliata e costruzione di un<br />
mercato recettivo dei materiali raccolti.<br />
La raccolta differenziata ha inizialmente dei<br />
costi di esercizio maggiori di quella<br />
tradizionale, ma risulta più conveniente nel<br />
tempo in quanto evita i costi ambientali ed<br />
economici dello smaltimento tradizionale.<br />
La carta<br />
Cominceremo il nostro viaggio nella raccolta<br />
differenziata dalla carta perché essa è stata<br />
storicamente una delle prime voci del riciclo<br />
e perché da sempre le scuole ne hanno<br />
curato la raccolta. E poi la carta è ancor oggi<br />
il mezzo della nostra memoria, il veicolo sul<br />
quale il nostro pensiero si trasmette, almeno<br />
da qualche secolo a questa parte. Il merito di<br />
aver inventato la carta risale ai cinesi, (a tale<br />
Ts’ai Lun, dice la leggenda) che la ottenne,<br />
nel lontano 105 d.C., mescolando in un<br />
calderone vecchi stracci, reti da pesca e<br />
scorze d’albero. Il caldo sciolse i materiali,<br />
sino a formare una poltiglia omogenea e le<br />
fibre vegetali si unirono alla cellulosa fino a<br />
formare una pasta che venne poi stesa<br />
traendone un foglio sottile. Dalla Cina la<br />
carta si diffuse prima in Giappone (VI sec.<br />
27<br />
Con questi principi in mente, possiamo ora<br />
passare in esame brevemente le principali<br />
voci della raccolta differenziata, avendo<br />
presente un punto di vista didattico e non<br />
operativo. Non è la scuola che deve<br />
organizzare tale raccolta; suo compito è<br />
illustrarne le modalità e farne capire la<br />
validità pratica, culturale e civile in modo da<br />
ancorare la didattica della scuola alla vita<br />
quotidiana e determinare una cultura ed<br />
uno stile di vita socialmente ed<br />
ecologicamente accettabili.<br />
recupero energetico 20%<br />
stabilizzazione 26%<br />
residuo secco a giacimento 26%<br />
riciclaggio 19%<br />
compostaggio 9%<br />
d.C.), dove veniva fatta con la corteccia del<br />
gelso e utilizzata per esercizi di calligrafia e<br />
poi in Arabia. Dagli arabi la carta passò poi<br />
in Spagna ed in Italia intorno all’anno Mille<br />
e qui pian piano soppiantò l’uso del papiro e<br />
della pergamena, più resistenti ma molto più<br />
cari. Sorsero così le prime cartiere e tra<br />
queste la più famosa fu quella di Fabriano di<br />
cui si ha notizie fin dal 1283. Il prodotto si<br />
venne perfezionando via via, con<br />
l’introduzione per esempio della filigrana e<br />
un miglioramento nella preparazione della<br />
pasta. Qui purtroppo ci si scontrava con la<br />
difficoltà di reperire la materia prima, ossia<br />
gli stracci, che erano diventati preziosi, tanto<br />
da farne vietare l’esportazione e diventando<br />
oggetto di recupero molto ambito. La prima<br />
raccolta differenziata...<br />
Modalità<br />
e recupero<br />
smaltimento<br />
<strong>rifiuti</strong> Provincia<br />
di Milano<br />
Fonte: <strong>Amsa</strong><br />
1997
Il processo di<br />
riutilizzo della<br />
carta (il cumulo<br />
grezzo, il pulper,<br />
l’essicatoio,<br />
pronta per l’uso)<br />
Fu solo nel 1884 che Friederick Keller riuscì<br />
ad ottenere la carta mescolando insieme agli<br />
stracci della segatura; da allora gli stracci<br />
rapidamente scomparvero e la carta fu fatta<br />
industrialmente solo con pasta di cellulosa.<br />
La disponibilità era molto maggiore ed il<br />
prodotto si diffuse,<br />
anche se la carta così<br />
ottenuta era molto<br />
meno pregiata e<br />
resistente nel<br />
tempo. Questo ci<br />
spiega perché i libri<br />
antichi durano di più<br />
di quelli attuali, che<br />
sono destinati nel<br />
breve arco di pochi<br />
decenni a sfarinarsi.<br />
In ogni caso<br />
comunque, per gli<br />
usi quotidiani, non<br />
serve una resistenza<br />
notevole e la<br />
cellulosa va<br />
benissimo. Le fibre<br />
della pasta di legno<br />
sono costituite da un<br />
intreccio di piccoli<br />
uncini che si<br />
uniscono a formare<br />
una maglia solida e<br />
resistente. Certo ad<br />
ogni riuso gli uncini<br />
perdono forza e la<br />
carta non può essere<br />
riciclata all’infinito,<br />
ma “solo” sei o sette<br />
volte al massimo.<br />
In ogni caso<br />
va detto che se<br />
apparentemente gli<br />
italiani non leggono,<br />
il consumo di carta<br />
da noi è enorme<br />
(oltre 80 chili<br />
procapite) e la<br />
cellulosa, di cui<br />
dobbiamo importare il 90 % dei nostri<br />
fabbisogni, rappresenta una delle prime voci<br />
del nostro passivo commerciale con l’estero.<br />
Ogni risparmio e recupero sono ovviamente i<br />
benvenuti, sia per risparmiare le foreste che<br />
ci danno la materia prima e che sono un<br />
28<br />
bene naturale che andrebbe meglio<br />
utilizzato, per noi e per gli animali che vi<br />
vivono, sia, più prosaicamente, per<br />
risparmiare molti miliardi.<br />
In classe si può osservare al microscopio la<br />
carta e comparare tra loro i vari tipi.<br />
Reimpastandola si può imparare a far<br />
oggetti in carta pressata, tipo pupazzi o<br />
maschere; si può rifare la carta,<br />
sciogliendone i pezzi sminuzzati con un<br />
frullatore, dopo averla preventivamente<br />
ammollata ed avervi aggiunto del collante.<br />
Dopo averla filtrata, la si depone su un<br />
panno ruvido, in maniera che lasci colare<br />
l’acqua e si tende il tutto con uno staccio.<br />
Infine dopo aver compresso moderatamente<br />
l’impasto, lo si lascia essiccare per un paio di<br />
giorni e si ottiene un foglio riciclato.<br />
Addirittura la si può sbiancare utilizzando<br />
qualche cucchiaino di detersivo per lavatrice,<br />
<strong>senza</strong> fosfati, e facendo bollire l’impasto per<br />
circa mezz’ora, prima di filtrare.<br />
Se si vuole colorare invece la carta, bisogna<br />
aggiungere all’impasto del colorante, come<br />
tempera o inchiostro. Queste tecniche<br />
possono essere riviste in classe dopo una<br />
visita ad una cartiera, dove si vede in grande<br />
quello che in piccolo si fa in classe. C’è il<br />
deposito della carta da riciclare, c’è il<br />
“pulper” ossia il rimescolatore dove viene<br />
sciolto il materiale e i grandi sistemi di<br />
stesura dell’impasto, dove su enormi teli il<br />
tutto viene filtrato, compresso ed essiccato.<br />
Tra le varie classi si può anche organizzare<br />
una gara di raccolta della carta, premiando<br />
quella che non solo ne ha raccolta di più, ma<br />
soprattutto ha portato i materiali migliori,<br />
evitando quelli “sbagliati”, come la carta<br />
plastificata, i poliaccoppiati del tetrapak, la<br />
carta carbone, quella stagnola, paraffinata,<br />
vetrata od oleata, quella sporca od unta. Per<br />
dar concretezza al lavoro si può anche<br />
calcolare e rappresentare graficamente<br />
quanti alberi sono stati salvati, tenendo<br />
presente che mediamente 70 kg di carta<br />
corrispondono ad un albero ad alto fusto.<br />
Il vetro<br />
Insieme alla carta rappresenta il prodotto<br />
intorno al quale è nata in Italia la raccolta<br />
differenziata. Dell’opportunità della sua<br />
raccolta sappiamo ormai tutto. Il vetro si può<br />
riciclare praticamente all’infinito e permette<br />
un buon risparmio energetico. Val la pena di<br />
ricordare la sua storia. Raccontano le<br />
leggende che esso venne scoperto per caso<br />
da alcuni mercanti fenici che avevano acceso<br />
un fuoco su una spiaggia sabbiosa,<br />
accostandovi incautamente qualche<br />
materiale contenente soda che stavano<br />
trasportando. Il risultato di questa<br />
mescolanza fusasi insieme, fu un vetro<br />
impuro ma lavorabile. La storia è bella ma<br />
forse non veritiera, in quanto già da oltre un<br />
millennio gli egiziani lo conoscevano e lo<br />
lavoravano. Quello che è certo è che l’arte<br />
vetraria nacque comunque in Medio Oriente,<br />
dove si applicò anche la tecnica della<br />
soffiatura a caldo. L’utilizzo del vetro per<br />
secoli fu di fatto limitato alla produzione di<br />
vasi e bottiglie, anche se già i romani lo<br />
avevano impiegato talvolta per chiudere le<br />
finestre. Nel Medioevo fu adoperato anche<br />
per le vetrate delle cattedrali gotiche,<br />
mentre il suo uso domestico era riservato,<br />
fino ad almeno il 1600, alle sole case dei<br />
ricchi. In ogni caso fin dal 1100 in Italia<br />
troviamo le prime vetrerie per usi civili e<br />
quasi subito Venezia si distinse per l’arte del<br />
vetro lavorato, anche se le fabbriche furono<br />
presto esportate fuori città, a Murano, che<br />
divenne la capitale dell’arte vetraria.<br />
<strong>Come</strong> si è detto il vetro è il risultato della<br />
fusione di materiale siliceo (non da spiaggia<br />
ma proveniente da cava), carbonato di calcio<br />
e soda, cui si aggiungono alcuni prodotti per<br />
colorarlo o conferirvi particolari proprietà.<br />
La materia prima del vetro è quindi povera,<br />
essendo la silice abbondante; ma<br />
recuperando e riciclando il vetro si riduce il<br />
consumo delle materie prime necessarie, di<br />
energia utilizzata nella fusione e si riducono<br />
notevolmente i quantitativi di <strong>rifiuti</strong> da<br />
<strong>smaltire</strong>. Inoltre con l’impiego del rottame si<br />
limitano i problemi di inquinamento<br />
atmosferico, abbattendo le emissioni di<br />
ossidi di azoto, di anidride carbonica e le<br />
polveri. Il vantaggio determinante della<br />
29<br />
raccolta differenziata è dato dal risparmio<br />
energetico: il processo di produzione del<br />
vetro primario richiede una quantità<br />
mediamente doppia di energia per<br />
chilogrammo, rispetto al rottame. Nelle<br />
vetrerie 1 Kg di prodotto nuovo richiede 500<br />
gr di petrolio contro i 350 del riciclato, con<br />
minori scorie e fumi: dalla materia prima<br />
originaria si ottiene un risparmio globale<br />
nell’energia impiegata di circa il 3%.<br />
Utilizzando solo rottame di vetro si può<br />
risparmiare fino al 30% di energia per fare<br />
nuove bottiglie. Inoltre il processo di<br />
lavorazione è semplice: il materiale viene<br />
frantumato finemente e depurato da<br />
eventuali metalli, carta, legno, sughero ed<br />
altro; dopodiché viene fuso e ritorna<br />
bottiglia. Ricordiamo infine che a Milano,<br />
nel 1996, sono state raccolte 40.000<br />
tonnellate di vetro con un risparmio, per il<br />
mancato conferimento in discarica, di circa 5<br />
miliardi.<br />
In classe si possono raccogliere vari tipi di<br />
contenitori di materiali diversi. Per ognuno<br />
se ne valuta la bontà, l’economicità<br />
complessiva e la sua possibile riconversione<br />
in vetro. Ad esempio si può mettere a<br />
confronto un contenitore “moderno” in<br />
poliaccoppiato per il latte con la vecchia<br />
bottiglia della latteria. Si può quindi<br />
ragionare sul perché è avvenuta tale<br />
sostituzione. Quali sono le ragioni<br />
economiche, di trasporto o di conservazione<br />
dei prodotti che ne hanno determinato la<br />
sostituzione e a quali costi oggi<br />
sarebbe possibile od opportuno un<br />
ritorno al passato. In classe si possono<br />
prendere vetri di colori diversi e fare<br />
piccoli mosaici oppure in<br />
scuole con particolari<br />
attrezzature si potrebbe<br />
anche provare a far<br />
fondere il vetro e a<br />
trarne dei piccoli<br />
oggetti.
La plastica<br />
La plastica è uno dei materiali più<br />
caratteristici e diffusi della nostra società;<br />
sostanzialmente sarebbe oggi impensabile<br />
vivere <strong>senza</strong> di essa o meglio di esse, perché<br />
di plastiche ne esistono molti tipi che hanno<br />
in comune solo la plasticità, ossia la capacità<br />
di essere modellate dall’azione del calore e<br />
della pressione, oltreché leggerezza e facile<br />
lavorabilità. Le stesse materie prime<br />
impiegate nella produzione sono diverse: si<br />
va dalle resine naturali alle sostanze<br />
proteiche, anche se la maggior parte delle<br />
plastiche derivano dalla cellulosa e dalle<br />
resine sintetiche, ricavate dal petrolio e dal<br />
metano, cui vengono aggiunti materiali<br />
ausiliari per permettere particolari funzioni:<br />
rinforzanti, coloranti, solventi e indurenti.<br />
La prima resina venne scoperta quasi per<br />
caso nel 1868 ad opera di due americani:<br />
John e Jaiah Hyatt. Tutte le plastiche sono<br />
macromolecole, ossia<br />
unione a catene lunghe e<br />
complesse (polimeri)<br />
costruite con molecole più<br />
semplici (monomeri),<br />
30<br />
ottenute partendo da composti abbastanza<br />
semplici attraverso reazioni di<br />
condensazione o di polimerizzazione.<br />
Il basso costo di produzione, l’alta resistenza<br />
e la versatilità ne hanno determinato<br />
l’enorme successo e diffusione, cui fa da<br />
riscontro una certa difficoltà di smaltimento.<br />
Nelle discariche le plastiche rappresentano<br />
circa il 9% dei materiali deposti e, non<br />
esistendo batteri in grado di metabolizzarle,<br />
sono praticamente indistruttibili nei secoli.<br />
Né una soluzione sono le cosiddette<br />
plastiche “biodegradabili” perché la loro<br />
dissolubilità reale é tutt’altro che dimostrata:<br />
il trattamento permette infatti una<br />
dissoluzione, ad opera dei raggi solari, ma le<br />
sostanze costituenti rimangono intatte.<br />
Il processo di riciclaggio può realizzarsi<br />
seguendo tre filoni: il riciclaggio meccanico,<br />
il riciclaggio chimico e il recupero energetico<br />
per incenerimento o pirolisi.<br />
Un sistema ottimizzato di recupero e riciclo<br />
degli imballi, in materia plastica, ovviamente<br />
si basa su un’integrazione delle opzioni di<br />
recupero e riciclaggio, in un’ottica di<br />
attenzione alle economicità del sistema. Il<br />
riciclaggio meccanico consiste nella<br />
rilavorazione delle materie plastiche<br />
postconsumo per la produzione di altri<br />
manufatti: p.e. riciclando film d’imballaggio<br />
in PE è possibile ricavare teli per uso<br />
agricolo, riciclando flaconi in PE è possibile<br />
produrre altri flaconi e manufatti per<br />
l’edilizia, riciclando PET è possibile produrre<br />
componenti per auto e fibre sintetiche per<br />
indumenti, tipo “Pile”, riciclando PVC è<br />
possibile produrre raccorderie, tubazioni e<br />
cavi per l’edilizia. Il riciclo chimico<br />
consistente invece nella riconversione dei<br />
polimeri nei monomeri d’origine, che<br />
possono essere reimmessi a loro volta nella<br />
produzione di una nuova plastica.<br />
Il recupero energetico consiste nello<br />
sfruttamento dell’alto potere calorifico delle<br />
materie plastiche, essendo le stesse derivate<br />
direttamente dal petrolio e dal metano.<br />
Questa opzione sembra al momento una<br />
delle vie più facilmente percorribili nella<br />
gestione integrata dei RU, anche in<br />
considerazione della continua innovazione<br />
tecnologica tesa a ridurre gli impatti<br />
ambientali, favorita anche da una<br />
legislazione europea e nazionale<br />
particolarmente attenta al problema dei<br />
microinquinanti che limita di fatto a livelli<br />
minimali le emissioni considerate nocive per<br />
l’uomo e l’ambiente.<br />
I vari tipi più comuni di plastica e il loro potere calorifico (in MJ/Kg)<br />
POLIETILENE (PE) 46<br />
E' il più diffuso, economico e versatile. Si usa<br />
per i sacchetti di plastica, teli, bottiglie di<br />
latte, fusti, taniche,tappi, ecc.<br />
CLORURO DI POLIVINILE (PVC) 20<br />
Usato per le pellicole alimentari, bottiglie<br />
non gasate, flaconi di shampoo e cosmetici,<br />
sacchetti, alveoli per uova, cioccolattini e<br />
fiale.<br />
POLIETILENTEREFTALATO (PET) 33<br />
Usato per la sua grande resistenza agli urti<br />
per produrre bottiglie per bevande gasate; é<br />
il più diffuso dei poliesteri insaturi.<br />
POLIPROPILENE (PP) 46<br />
Buone capacità di inerzia chimica e di<br />
La frazione organica<br />
Tra il materiale che noi scartiamo, una parte<br />
rilevante, valutabile in quasi un terzo del<br />
totale, è rappresentato dal materiale<br />
organico di origine alimentare. I torsoli di<br />
mela, le bucce di patata o di banana, le<br />
bustine del thè, gli avanzi della verdura o<br />
della bistecca rappresentano un bene che un<br />
tempo i “ruée” raccoglievano con scrupolo e<br />
riutilizzavano per gli animali in campagna.<br />
Oggi in tempo di “vacche pazze”<br />
probabilmente sarebbe utile <strong>recuperare</strong><br />
queste forme di alimentazione naturale, ma<br />
in attesa di questo “ritorno al passato”, le<br />
nostre città rigurgitano di questo materiale,<br />
che oltre al resto è il primo a deteriorarsi<br />
biologicamente, con tutti i problemi igienici<br />
ed olfattivi del caso. Ma proprio per la sua<br />
31<br />
Scolasticamente le plastiche permettono<br />
alcune interessanti attività didattiche. Può<br />
essere utile abituare le classi ad una<br />
separazione merceologica dei vari polimeri,<br />
raccogliendo le varie categorie in gruppi e<br />
proponendo l’elaborazione di forme di<br />
riciclaggio diretto dei materiali, con la<br />
realizzazione di nuovi manufatti.<br />
rigidità, resistente alle trazioni, viene per<br />
questo usato per stoviglie, confezioni di<br />
gelati e yogurt, siringhe monouso, secchi.<br />
POLISTIROLO (PS) 41<br />
Dotato di bassa resistenza agli urti, viene<br />
usato per bicchieri e posate, coppette di<br />
gelato e yogurt, chiusure e cappucci spray.<br />
Nella sua forma espansa per imballaggi di<br />
oggetti.<br />
POLIURETANO (PUR) 18/25<br />
Viene impiegato nell'industria<br />
automobilistica per i paraurti o<br />
nell'arredamento come gommapiuma<br />
POLIAMMIDI (PA) 19/37<br />
Il prodotto più noto é il nylon utilizzato per<br />
la sua resistenza alla trazione meccanica<br />
natura biologica, questa frazione è anche<br />
quella più direttamente indicata per un<br />
riciclaggio che si avvicini maggiormente ai<br />
cicli naturali. Infatti a contatto con l’ossigeno<br />
dell’aria e in pre<strong>senza</strong> di batteri, disponibili<br />
naturalmente o da immettere<br />
artificialmente, questa massa tende<br />
spontaneamente a mineralizzarsi<br />
(fermentazione aerobica), ossia a smontare<br />
le macromolecole che la costituiscono e a<br />
ridursi in una sorta di torba o di terriccio<br />
asciutto inodore, che noi chiamiamo<br />
compost. Questa pratica è vecchissima e da<br />
sempre i contadini hanno usato la frazione<br />
organica dei loro <strong>rifiuti</strong> (un tempo scarsa per<br />
la verità, ma ciò era dovuto solo al fatto che<br />
l’appetito era maggiore e lo scarto di<br />
“Da rifiuto<br />
a energia”<br />
Fonte: Replastic<br />
1996
Schema del<br />
processo di<br />
compostaggio<br />
conseguenza minore). Il compost può essere<br />
un ottimo ammendante agricolo, cioè un<br />
integratore della concimazione<br />
(assolutamente non un sostituto!),<br />
un qualcosa che rende in parte ai terreni le<br />
sostanze perse nella coltivazione, facilitando<br />
il drenaggio, incrementando la formazione<br />
di humus oppure una torba da utilizzare per<br />
ricoprire aree degradate, come cave<br />
abbandonate o discariche esaurite.<br />
L’impiego del compost può ridurre l’impiego<br />
dei fertilizzanti veri e propri, con vantaggi<br />
economici ed ecologici, con minori quantità<br />
di fosfati e di nitrati nei corsi d’acqua.<br />
Si tratta di offrire al mercato un prodotto di<br />
qualità, <strong>senza</strong> metalli o inquinanti: solo<br />
materiale organico di buona qualità. Questo<br />
richiede una scelta accurata della materia di<br />
selezione compostaggio<br />
ventilatori<br />
base e quindi una buona selezione che il<br />
cittadino stesso deve imparare a fare: tanto<br />
più accurata essa sarà, tanto migliore sarà il<br />
prodotto finale. Ovviamente per una città<br />
come Milano gli impianti di trattamento<br />
della frazione umida e di preparazione del<br />
compost non potranno essere di piccole<br />
dimensioni e infatti è stata messa ora in<br />
funzione una struttura industriale idonea<br />
con tutte le garanzie ambientali del caso.<br />
Didatticamente l’operazione può essere<br />
organizzata anche in una scuola, purché si<br />
abbia a disposizione un’area verde dove<br />
raccogliere il materiale. Questo può<br />
provenire o dai resti della mensa scolastica,<br />
32<br />
ove essa vi sia, oppure può essere portato<br />
ogni giorno da casa, scegliendo<br />
accuratamente materiale vegetale (come<br />
scarti alimentari o sfalci d’erba e potature),<br />
<strong>senza</strong> resti animali (avanzi di carne, ecc.),<br />
non tanto perché questi non siano<br />
degradabili, ma perché la loro<br />
decomposizione può ingenerare odori<br />
sgradevoli o attirare animali, mentre la sola<br />
frazione vegetale, se adeguatamente curata<br />
e periodicamente arieggiata è di fatto<br />
inodore. A voler essere raffinati si può<br />
distinguere la frazione umido-azotata (scarti<br />
di cucina, sfalci d’erba o fiori secchi) da<br />
quella secco-carboniosa (pezzi di legno e<br />
ramaglie): i primi non devono essere<br />
pressati, mentre i secondi vanno frantumati<br />
e inumiditi. Il tutto viene accumulato,<br />
sistema di<br />
controllo<br />
mercato<br />
compost<br />
secco<br />
magari a strati alternati, in un contenitore<br />
aerato, che può essere un “composter”<br />
professionale o un più semplice ed<br />
economico bidone bucherellato o una rete<br />
plastificata, per far circolare l’aria. Di tanto<br />
in tanto il materiale va rivoltato per<br />
garantire la demolizione aerobica e va<br />
controllato il pH con una cartina di reagente:<br />
il valore finale dovrà essere compreso tra 7<br />
ed 8,5. Dopo alcuni mesi (al massimo cinque)<br />
il materiale mineralizza e può essere<br />
utilizzato per il prato della scuola o da<br />
portare a casa per i vasi del terrazzo.<br />
L’insegnante di Scienze potrà, se ha a<br />
disposizione un microscopio, far osservare la<br />
fauna microbica e gli insetti che si sono<br />
insediati nel materiale in trasformazione.<br />
Si può in questa fase fare la verifica della<br />
fitotossicità, utilizzando dei semi di<br />
crescione, messi a germogliare in una<br />
vaschetta con il compost prodotto:<br />
se le piante germoglieranno regolarmente,<br />
il compost sarà maturo per un<br />
contatto diretto con le radici<br />
delle piante. Se non si riesce<br />
a terminare entro l’anno<br />
scolastico il compostaggio, si<br />
può chiedere al personale in<br />
servizio di bagnare il cumulo<br />
2 o 3 volte durante il<br />
periodo estivo.<br />
Gli altri...<br />
Vi è infine una frazione di RU,<br />
quantitativamente minoritaria, che presenta<br />
interessanti risultati nel loro recupero, o che<br />
deve, per ragioni sanitarie ed ambientali,<br />
essere raccolta a parte. Cominciamo ad<br />
esaminare questi ultimi casi.<br />
I DANNOSI<br />
Le medicine inutilizzate o scadute<br />
Tutti i prodotti farmaceutici hanno delle<br />
precise date di scadenza, oltre le quali<br />
la qualità del prodotto non viene più<br />
garantita o esso ha subito delle<br />
modificazioni bio-chimiche, tali da risultare<br />
potenzialmente nocivo. Questi materiali non<br />
devono finire dispersi nella toilette o in un<br />
bidone, perché possono contenere dei<br />
principi attivi pericolosi per<br />
l’ambiente. Pensate soltanto<br />
all’azione degli antibiotici nei<br />
confronti dei batteri demolitori<br />
di una discarica.<br />
Per questo tali materiali<br />
vanno raccolti a parte,<br />
presso i contenitori<br />
appositi posti nei<br />
pressi delle<br />
farmacie<br />
e smaltiti in<br />
33<br />
impianti di termodistruzione.<br />
Prodotti tossici e nocivi<br />
Sono quei prodotti per la casa che<br />
contengono sostanze pericolose o tossiche o<br />
infiammabili. Per esempio i detersivi per<br />
forno sono altamente corrosivi, e così pure<br />
prodotti come quelli per sgorgare i lavandini<br />
(soda caustica) o sciogliere il calcare (acido<br />
muriatico o nitrico); la benzina usata per<br />
smacchiare è altamente infiammabile e lo<br />
stesso alcuni prodotti spray. Tutti questi<br />
materiali sono siglati con un teschio, una<br />
fiamma, o le scritte T e F, stilizzati sul<br />
contenitore. Sono materiali pericolosi, da<br />
tenere lontano dai bambini e da non<br />
<strong>smaltire</strong> assolutamente nel WC o in bidone.<br />
Purtroppo per ora la loro raccolta<br />
differenziata stenta a partire, anche perché<br />
il loro accumulo crea grossi problemi di<br />
smaltimento, richiedendo delle discariche<br />
particolari o trattamenti industriali<br />
complessi.<br />
Le pile<br />
Le pile a torcia sono uno strumento ormai<br />
normale nella vita di ogni adolescente: dal<br />
walkman ai videogiochi portatili, dalle radio<br />
alle macchine fotografiche, tutto va a pila.<br />
Ma queste pile funzionano in base ad una
Dal rottame<br />
alle fonderie<br />
reazione chimica tra elementi spesso<br />
pericolosi e la fuoriuscita dei reagenti, in<br />
particolare gli acidi ed il mercurio, possono<br />
provocare grossi pericoli. Quindi anche loro<br />
non devono essere disperse nell’ambiente.<br />
Devono essere raccolte negli appositi<br />
contenitori, installati per le strade, spesso<br />
vicino alle scuole (non a caso!) o nei negozi<br />
di articoli elettrici. Da lì andranno o in<br />
discariche speciali o in impianti sperimentali<br />
di ritrattamento. In mancanza di meglio si<br />
può suggerire l’uso di pile meno inquinanti<br />
(quelle cosiddette verdi) o di quelle<br />
ricaricabili.<br />
Gli altri<br />
Vi sono delle categorie di materiali speciali,<br />
come le batterie per auto, gli oli e i grassi da<br />
frittura, le lampade fluorescenti, le cartucce<br />
dei toner delle fotocopiatrici, i tubi catodici<br />
ed i materiali inerti da demolizione, che<br />
hanno delle loro destinazioni specifiche se<br />
provenienti dai grossisti; possono invece<br />
essere portati dai singoli utenti nelle varie<br />
“riciclerie” sparse per la città, negli orari di<br />
conferimento. In nessuno caso possono<br />
essere abbandonati in giro.<br />
GLI UTILI<br />
I metalli<br />
L’Italia è un paese poverissimo di metalli, le<br />
nostre miniere sono praticamente inesistenti<br />
e tutto il metallo che utilizziamo lo<br />
importiamo dall’estero a caro prezzo, magari<br />
34<br />
come rottame da <strong>recuperare</strong>. Quindi ogni<br />
risparmio ed ogni recupero va senz’altro<br />
incoraggiato. Qua e là esistono ancora dei<br />
negozietti che comperano i metalli più<br />
pregiati, come il rame delle dinamo e così<br />
via, ma è tutto in versione amatoriale ed<br />
affidato alla buona volontà del singolo. Per<br />
le strutture più ingombranti, come<br />
frigoriferi, lavatrici e simili lo smaltimento<br />
avviene nelle cosiddette “riciclerie”, dei<br />
centri di raccolta cui si può far conferire i<br />
<strong>rifiuti</strong> voluminosi o farli ritirare a domicilio,<br />
gratuitamente, previa prenotazione.<br />
Risparmiare i metalli però dovrebbe essere<br />
un impegno delle stesse industrie che<br />
devono pensare il prodotto in vista del suo<br />
smaltimento finale. Per le automobili si è già<br />
cominciato, per altri prodotti non ancora.<br />
Una riflessione in classe su questi temi può<br />
comunque essere interessante e divertente:<br />
come pensereste voi una lavatrice o un’auto<br />
in funzione della sua demolizione e<br />
recupero?<br />
Tra tutti i metalli però ce ne sono alcuni di<br />
particolare interesse nella loro raccolta:<br />
La banda stagnata<br />
I cibi per animali, la carne in scatola, le<br />
zuppe o i pomodori sono spesso contenuti in<br />
barattoli costituiti nella quasi totalità<br />
d’acciaio, con una lieve percentuale di<br />
stagno per prevenire la ruggine. Il loro<br />
riciclaggio fa risparmiare circa il 74 %<br />
dell’energia usata per produrli da materie<br />
prime e si può <strong>recuperare</strong> almeno il 75 %<br />
dello stagno impiegato. Talvolta è difficile<br />
dire se il barattolo sia in acciaio, in alluminio,<br />
oppure bi-metallico; il modo più semplice<br />
per distinguerli è di cercare il marchio AL che<br />
contraddistingue i contenitori realizzati solo<br />
in alluminio.<br />
L’alluminio<br />
L’alluminio è un metallo che si ottiene per<br />
elettrolisi partendo dalla bauxite, sua<br />
materia prima. <strong>Come</strong> processo industriale è<br />
di tipo energivoro e conseguentemente la<br />
sua produzione costosa, mentre gli impieghi<br />
sono sempre più diffusi in tutti i campi. La<br />
sua leggerezza, la sua inossidabilità e la sua<br />
resistenza permettono cospicui risparmi<br />
energetici, dell’ordine addirittura del 95% di<br />
quello iniziale, mentre il prodotto di<br />
rifusione possiede le stesse proprietà di<br />
quello primario. Il rottame industriale viene<br />
largamente recuperato e dal 1986 si è<br />
cominciato a <strong>recuperare</strong> anche quello delle<br />
lattine per bevande. Nel frattempo il peso<br />
dell’alluminio impiegato nelle lattine si è<br />
venuto abbattendo a parità di resistenza.<br />
Ricordiamo che l’Italia è diventata il secondo<br />
paese europeo produttore di alluminio<br />
riciclato (dopo la Germania). Oggi la raccolta<br />
delle lattine può essere fatta direttamente<br />
nelle campane per la raccolta del vetro o nei<br />
cassonetti condominiali comuni, con<br />
separazione a posteriori. In ogni caso la<br />
scuola può essere un grosso centro di<br />
raccolta delle lattine, essendone i ragazzi dei<br />
consumatori accaniti.<br />
35<br />
Il sughero<br />
Il sughero nasce dalla corteccia di una<br />
quercia che vive lungo le sponde del<br />
Mediterraneo: questo albero ha una pesante<br />
scorza che periodicamente viene rimossa e<br />
utilizzata per vari usi, tra i quali quello per<br />
noi più consueto è il tappo delle bottiglie.<br />
Però si tratta di un uso povero, mentre il<br />
sughero, tritato e trasformato in pannelli<br />
larghi e sottili, è un isolante domestico<br />
ideale: è ignifugo, termoisolante, non fa<br />
passare l’umidità e i rumori.<br />
Di qui l’opportunità della raccolta dei tappi<br />
da cui si può facilmente passare ai pannelli.<br />
Si tratta per ora di una raccolta modesta, ma<br />
interessante e molti ristoranti e osterie<br />
milanesi hanno aderito all’iniziativa, che ora<br />
si sta diffondendo anche nelle scuole.<br />
Se ogni studente porta un tappo alla<br />
settimana, in breve tempo si possono<br />
raccogliere grosse quantità di materiale. E<br />
soprattutto si introduce un modo di pensare<br />
al recupero dei prodotti che è altamente<br />
didattico.<br />
Vestiti smessi<br />
Tutti noi abbiamo in casa dei vestiti che non<br />
mettiamo più, vuoi perché non ci piacciono o<br />
perché ci sono diventati stretti, ben<br />
raramente perché sono diventati troppo lisi.<br />
Non buttiamoli: possono diventare degli<br />
ottimi stracci per casa o meglio ancora essere<br />
riutilizzati da qualcun altro. In città vi sono<br />
molti centri, religiosi o laici, che li raccolgono<br />
magari porta a porta. Diamoglieli, se non<br />
potranno essere riutilizzati altrimenti,<br />
diventeranno buona carta.
Il problema degli imballaggi<br />
Il problema degli imballaggi è un po' il<br />
riassunto ed il compendio del tema <strong>rifiuti</strong>,<br />
anche perché comprende tutte le voci che<br />
abbiamo sinora visto. Tra il 1980 ed il 1990<br />
gli imballaggi sono complessivamente<br />
cresciuti in peso, con un tasso di crescita<br />
annua del 5%; oggi tale tendenza si è<br />
venuta riducendo progressivamente. Nelle<br />
discariche essi occupano grandi quantità in<br />
peso e volume e costituiscono un grosso<br />
problema. Gli imballaggi primari (quelli che<br />
servono direttamente a contenere i<br />
materiali), quelli secondari (che servono a<br />
presentare adeguatamente il prodotto) e<br />
quelli terziari (imballaggi da trasporto) sono<br />
stati valutati complessivamente in 9,1 milioni<br />
di tonnellate nel 1995, di cui circa il 15%<br />
sono in plastica. In tutta Europa si è<br />
compreso come il problema degli imballaggi<br />
sia oggi il cuore del problema <strong>rifiuti</strong> e la<br />
tendenza nell’Unione e dell’Italia in<br />
particolare è la riduzione massiccia degli<br />
imballaggi di rifiuto, e a tale scopo è stato<br />
varato un programma confermato anche dal<br />
recente D.L. 22/97.<br />
Il problema è complesso in quanto si tratta<br />
del settore che risente maggiormente delle<br />
storture della distribuzione e dei meccanismi<br />
pubblicitari. Quindi si può agevolmente<br />
pensare che sarà anche uno dei settori che<br />
risentirà maggiormente delle modificazioni<br />
indotte dall’utenza, quando essa sarà in<br />
grado di farsi sentire su questo tema<br />
specifico. La Germania ha visto cadere<br />
verticalmente le quantità prodotte, perché la<br />
legge Topfler impone gli oneri dello<br />
smaltimento ai produttori e quindi, nel caso<br />
degli imballi, alle industrie dei beni di<br />
consumo. Essa ha anche permesso ai<br />
consumatori di rendere direttamente alla<br />
rete di distribuzione i vuoti a perdere, il che<br />
per le catene di supermercati, come per i<br />
piccoli negozianti è diventato un costo<br />
insostenibile in termini di spazi commerciali.<br />
I distributori perciò hanno fatto pressione sui<br />
produttori di merci e oggi essi hanno ridotto<br />
drasticamente gli imballi e curato la loro<br />
distruzione tramite recupero energetico.<br />
Va detto, a difesa degli attuali imballaggi,<br />
che essi permettono una conservazione dei<br />
36<br />
prodotti e una loro distribuzione capillare<br />
prima impensabili. Nelle società agricole più<br />
arretrate quasi un terzo delle derrate<br />
alimentari raccolte, viene perduto per colpa<br />
di parassiti, funghi, animali o putrefazione.<br />
Da noi questa percentuale è di fatto<br />
trascurabile e ci permette di mandare nel<br />
giro di pochi giorni prodotti freschi in ogni<br />
angolo del Paese. La contropartita di ciò è<br />
una massa sempre più crescente di scatole.<br />
Le vie per risolvere la questione possono<br />
essere una razionalizzazione della<br />
distribuzione e la riformulazione dei<br />
prodotti, riducendo tutta quella parte di<br />
imballo non strettamente necessaria. L’idea<br />
tedesca del recupero a carico del produttore<br />
non è malvagia e potrebbe essere adottata<br />
anche da noi, magari istituendo nel<br />
contempo delle tariffe come cauzione per<br />
incentivare il riuso, abolendo di fatto il<br />
perverso “vuoto a perdere”. Questa<br />
iniziativa potrebbe avere nel breve periodo<br />
un impatto notevole, sia riducendo di un<br />
quarto i RU, sia risparmiando materia prima<br />
pregiata.<br />
Dal punto di vista scolastico il tema<br />
imballaggi si presta a ricerche sul campo e a<br />
casa, sia sui materiali impiegati, non sempre<br />
strettamente necessari, che su una analisi<br />
della comunicazione pubblicitaria nella<br />
presentazione dei prodotti.<br />
Offre inoltre l’occasione per considerazioni<br />
sulla società dei consumi molto stimolanti. In<br />
fondo l’educazione ambientale non deve<br />
essere finalizzata alla mera comprensione<br />
tecnica dei fatti, ma deve innescare un<br />
nuovo modo di pensare le cose, più<br />
globalizzante, capace di vedere non solo le<br />
cose immediate, ma anche ciò che sta loro<br />
dietro.
Elementi di didattica ambientale<br />
Abbiamo detto all’inizio che questo non vuol<br />
essere l’ennesimo manuale sui <strong>rifiuti</strong> e la loro<br />
gestione, semmai vuol essere un testo di<br />
didattica ambientale che prende i <strong>rifiuti</strong> ad<br />
esempio. Il fine in altre parole è la didattica<br />
dell’ambiente, sviluppata a partire dal tema<br />
<strong>rifiuti</strong> e dalle sue implicazioni. La cosa in sé<br />
non è semplicissima, perché si tratta di un<br />
territorio in larga parte inesplorato. La<br />
didattica delle lingue o delle scienze ha una<br />
sua storia consolidata, esistono criteri<br />
operativi che generazioni di insegnanti<br />
hanno sperimentato e messo a punto.<br />
Si sa cosa si vuole, da dove partire e dove<br />
andare: esistono obbiettivi, metodi e<br />
contenuti. Qui invece la faccenda è più<br />
complessa, non esiste una pedagogia già<br />
pronta, predigerita, semplicemente da<br />
seguire e l’oggetto stesso è vago. Cos’è<br />
l’ambiente ? quali sono i suoi confini<br />
didattici, cosa debbo insegnare? cos’è la<br />
Natura? Ogni periodo della storia umana ha<br />
avuto una sua interpretazione della natura:<br />
da quella magica dei primitivi a quella<br />
perfetta e matematicamente conoscibile dei<br />
fisici deterministi del XVIII° secolo. Purtroppo<br />
ai nostri tempi il mito della Natura educante<br />
è caduto: dopo Darwin sappiamo che la<br />
natura in quanto tale non educa, semmai<br />
seleziona e piuttosto brutalmente. Una volta<br />
non ci si poneva particolari problemi: la<br />
natura era l’elenco alfabetico degli animali e<br />
delle piante. Oggi non solo ci si è accorti che<br />
l’ambiente è un qualcosa di estremamente<br />
complesso e caotico, ma che l’educazione<br />
ambientale deve essere una attenzione<br />
aperta, che attraversa tutte le discipline.<br />
Quindi fare educazione ambientale non<br />
significa semplicemente impartire delle<br />
nozioni naturalistiche (questo è il campo<br />
delle Scienze Naturali), ma anche<br />
promuovere atteggiamenti e comportamenti<br />
positivi verso l’ambiente, inteso nella sua<br />
globalità umana, biotica ed abiotica. Quindi<br />
non solo conoscenza della realtà, ma<br />
costruzione di una consapevolezza tesa a<br />
trasformarla, proteggerla e salvaguardarla.<br />
Non basta più sapere passivamente come<br />
vanno le cose, ma occorre cambiarle<br />
attivamente. Questa scelta non è in appalto<br />
38<br />
ad una singola materia, ma proprio perché<br />
abbiamo a che fare con un oggetto<br />
complesso, per definizione interdisciplinare,<br />
tutte le materie devono afferire a questo<br />
approccio sistemico con un proprio specifico<br />
apporto. Le decisioni ambientali sono<br />
sempre caratterizzate dalla incertezza e la<br />
scuola deve insegnare ad agire in queste<br />
condizioni, <strong>senza</strong> propagare l’idea<br />
semplicistica per cui basterebbero delle<br />
decisioni buone per risolvere i problemi e<br />
che se ciò non avviene è dovuto alla cattiva<br />
volontà (o alla stupidità) dei soggetti. Vanno<br />
così definite una strategia e delle azioni<br />
conseguenti, in maniera di partecipare<br />
coscientemente al cambiamento in atto.<br />
La scuola non è un’isola di sapere in un mare<br />
grigio ed ignoto; è una parte integrante<br />
della società e vi partecipa in prima persona.<br />
La scuola deve essere una comunità che<br />
interagisce con la società che la circonda e di<br />
cui fa parte, per elaborare e trasmettere<br />
cultura, per dare ai propri allievi gli<br />
strumenti dottrinali e sociali per partecipare<br />
all’azione comune. Nel nostro caso concreto:<br />
non solo io imparo a conoscere un problema<br />
rilevante della società di cui faccio parte (i<br />
<strong>rifiuti</strong>), ma promuovo tutti quegli<br />
atteggiamenti e strumenti culturali per<br />
concorrere a modificare la situazione, sia<br />
come singolo, che come comunità. Compito<br />
specifico della scuola resta quello del sapere,<br />
cioè della trasmissione di un bagaglio di<br />
nozioni che servono per conoscere la realtà e<br />
i modi per trasformarla, in base a valori etici<br />
e sociali e per compiere scelte consapevoli e<br />
responsabili. Noi non dobbiamo fare della<br />
“conservazione della Natura”, ma una<br />
gestione dell’Ambiente, qui inteso nella sua<br />
accezione più allargata e complessa.<br />
Dobbiamo ragionare sui ruoli che l’uomo<br />
svolge sul pianeta, capire i suoi errori e quale<br />
sia il suo posto nel complesso della biosfera.<br />
Di qui l’utilità di un approccio sistemico, cioè<br />
la capacità di vedere insieme tutte le<br />
connessioni che un fatto implica, di capire<br />
come tutte le cose siano legate tra di loro e<br />
che modificandone una si modificano anche<br />
le altre. <strong>Come</strong> dice il famoso paradosso della<br />
farfalla del meteorologo americano<br />
Ed Lorentz: “Se una farfalla batte le ali in<br />
Amazzonia, a New York si scatena un<br />
temporale”. L’Ecologia è una delle discipline<br />
dove i sistemi caotici, ossia non deterministici,<br />
predominano. Io non potrò mai sapere a<br />
priori se i risultati delle mie azioni saranno<br />
Organizzazione formale e procedure<br />
di incentivazione<br />
Abbiamo detto che l’educazione ambientale<br />
non è in appalto ad alcuna materia specifica:<br />
tutte le discipline, dalla musica alle lingue<br />
straniere, concorrono con pari diritto.<br />
Devono però imparare a lavorare insieme,<br />
finalizzandosi ad un comune obiettivo, che<br />
nel nostro caso è il tema <strong>rifiuti</strong>.<br />
In questa azione gli insegnanti di ogni<br />
ordine e grado sono aiutati da un accordo di<br />
programma che il Ministero della Pubblica<br />
Istruzione ha stipulato con quello<br />
dell’Ambiente il 6 febbraio 1996 per una<br />
ricerca e un’azione comune e l’introduzione<br />
della Educazione Ambientale nelle materie<br />
curriculari. A questo scopo i singoli<br />
Provveditorati agli Studi hanno costituito<br />
localmente delle Consulte Scolastiche<br />
Ambientali, formate da docenti designati<br />
dalle singole scuole. Queste Consulte hanno<br />
l’obiettivo di far circolare le esperienze,<br />
avanzare proposte per l’istituzione e la<br />
realizzazione di corsi di<br />
formazione/informazione, in collaborazione<br />
con le Università, le associazioni<br />
ambientalistiche e le strutture produttive.<br />
Queste proposte andranno inserite nei piani<br />
provinciali di aggiornamento, per<br />
organizzare le strutture locali e centrali,<br />
tenere i contatti con l’Ufficio Studi e<br />
Programmazione, promuovere e facilitare<br />
l’interazione tra la scuola e l’ambiente<br />
esterno, in particolare con le<br />
amministrazioni locali, provinciali e<br />
regionali.<br />
Il Ministro da parte sua cerca, attraverso le<br />
Direzioni Generali, di integrare tra di loro le<br />
varie iniziative e si impegna a rendere<br />
pienamente operativi e a disposizione delle<br />
singole scuole l’archivio ANDREA sulla ricerca<br />
39<br />
buoni o cattivi. Vale allora il “Principio<br />
Responsabilità” di H. Jonas: nel dubbio è<br />
sempre meglio assumere l’ipotesi peggiore e<br />
comportarsi di conseguenza, avendo<br />
l’Umanità la responsabilità dei deboli e degli<br />
indifesi, umani, piante o animali che siano.<br />
e la documentazione ambientale,<br />
l’osservatorio ORMEA sulla ricerca e le<br />
metodologie e la rete telematica nazionale<br />
di laboratori territoriali LABNET,<br />
potenziandone nel contempo i vari centri. Il<br />
Ministero verifica e valuta i vari progetti e ne<br />
sostiene la realizzazione, cura e aggiorna i<br />
vari accordi con enti nazionali, come la<br />
Confindustria o l’ENEA, si incarica di<br />
raccogliere e di far circolare nelle scuole i<br />
materiali di formazione e di informazione:<br />
testi, circolari, ricerche pedagogiche, ecc. A<br />
livello internazionale, attraverso i progetti<br />
SOCRATES e LEONARDO, rinforza gli scambi<br />
tra le reti europee.<br />
In altre parole gli insegnanti che vogliono<br />
lavorare con progetti ed idee in questo<br />
campo non possono che trovare porte aperte<br />
e larga disponibilità, anche economica.<br />
Queste iniziative possano facilmente trovare<br />
spazio nei corsi di aggiornamento che i<br />
singoli docenti debbono seguire per<br />
ottenere l’avanzamento nei gradoni di<br />
stipendio o ricorrendo ai cosiddetti compensi<br />
incentivanti. Nella scuola di domani sempre<br />
meno gli aumenti retributivi saranno<br />
concessi in base alla mera anzianità, ma<br />
sempre più chiaramente sulla base di<br />
progetti di lavoro e di ricerca e il tema<br />
ambiente è indubbiamente tra i meglio<br />
piazzati e tra i più richiesti dal mercato<br />
scolastico e sociale. Gli insegnanti che vi<br />
lavoreranno non avranno pertanto da<br />
pentirsene...<br />
L’<strong>Amsa</strong> darà ogni aiuto possibile per<br />
sviluppare le raccolte differenziate e tramite<br />
il Comune di Milano, anche un incentivo<br />
economico, sotto forma di congrua<br />
riduzione della tassa <strong>rifiuti</strong>.
L'organizzazione di base a scuola<br />
Una volta che uno o più insegnanti di base<br />
hanno deciso di “adottare” il tema <strong>rifiuti</strong><br />
come lavoro di ricerca in classe cosa possono<br />
fare? Le idee sono varie: innanzi tutto<br />
possono cercare complici tra i colleghi dello<br />
stesso istituto o in altri affini, parlandone<br />
durante collegi o incontri di formazione.<br />
Un’occasione ottima saranno quegli incontri<br />
non incentrati solo sulle metodologie, ma<br />
soprattutto su un nuovo stile<br />
d’insegnamento, basato sulla ricerca e<br />
l’azione insieme, piuttosto che la semplice<br />
trasmissione di un sapere precostituito.<br />
A questo punto si possono cercare dei<br />
contributi culturali specifici, dentro o fuori<br />
dalla scuola, limitandosi a scegliere tra le<br />
proposte già sulla piazza o cercando presso<br />
storia<br />
cause e fonti<br />
esame leggi<br />
scienze<br />
studio <strong>rifiuti</strong><br />
Educazione<br />
artistica<br />
cartellone<br />
i <strong>rifiuti</strong><br />
<strong>urbani</strong><br />
italiano<br />
inchiesta<br />
intervista<br />
analisi articoli<br />
40<br />
associazioni ambientaliste o approfittando<br />
del Piano Scuola dell’<strong>Amsa</strong> e di tutte le<br />
strutture che mettono a disposizione<br />
materiali, persone ed impianti. Quindi si<br />
comincia ad agire a livello d’istituto.<br />
Innanzi tutto bisogna utilizzare gli strumenti<br />
messi a disposizione dalla Carta dei Servizi,<br />
come il progetto educativo e la<br />
programmazione educativa e didattica.<br />
Occorre organizzare con tutti i crismi<br />
dell’ufficialità il lavoro per <strong>creare</strong> degli spazi<br />
per attività di classe o di interclasse,<br />
attraverso la flessibilità dell’orario<br />
settimanale e la ripartizione dei ruoli,<br />
modificando al limite anche il calendario e<br />
programmando in contenuti e modalità<br />
eventuali gite scolastiche di istruzione a<br />
matematica<br />
tabulazione<br />
dati<br />
Educazione<br />
tecnica<br />
depurazione<br />
raccolta differenziata<br />
riciclaggio<br />
inceneritore<br />
impianti ritenuti interessanti.<br />
Occorre mettere a punto le potenzialità<br />
sviluppabili con modeste modifiche delle<br />
strutture già esistenti, come l’area di<br />
progetto o quella modulare, gli IRRSAE o<br />
utilizzare i DOA e il semi-esonero. Una volta<br />
che l’intero corpo docente locale è stato<br />
mobilitato, vanno individuate le possibilità<br />
di coinvolgimento di partner esterni, come<br />
amministratori, tecnici dell’ambiente, esperti<br />
del mondo professionale ed industriale,<br />
ambientalisti, l’<strong>Amsa</strong> stessa, in maniera da<br />
coinvolgere nella scuola tutta una serie di<br />
figure non istituzionali, ma finalizzate a<br />
trasferirvi il loro sapere. Queste persone, non<br />
abituate ai modi e alle strutture della scuola,<br />
avranno delle difficoltà ad operare<br />
isolatamente e perciò debbono essere<br />
sempre affiancate dai docenti, che saranno<br />
comunque i padroni della situazione,<br />
dosando, loro e solo loro, le cose da fare o<br />
da non fare, il grado di approfondimento e<br />
di comprensione degli allievi. I docenti che<br />
praticano l’educazione ambientale si stanno<br />
formando sul campo e non discendono<br />
necessariamente dalle discipline scientifiche,<br />
ma possono provenire dai più differenti<br />
angoli dell’umano sapere; l’importante è che<br />
vogliano “imparare ad imparare”, ossia<br />
reimparare qualcosa di più efficace, una<br />
conoscenza che sia in grado di ingenerare,<br />
per retroazione positiva, nuove conoscenze<br />
Le fasi del progetto:<br />
obiettivi, metodi e contenuti<br />
Il progetto di un percorso educativo non va<br />
pensato e suddiviso in schemi rigidamente<br />
separati: da una parte la ricerca o il lavoro<br />
sul campo e dall’altra la preparazione<br />
teorica, l’approfondimento culturale. Le due<br />
parti sono due facce della stessa medaglia e<br />
naturalmente si impara facendo.<br />
Ovviamente in ogni fase vi sono degli<br />
obiettivi generali che l’insegnante deve<br />
avere chiari nella sua mente. Possono essere,<br />
a seconda delle discipline insegnate, i cicli<br />
biologici o un’indagine storica, lo studio<br />
della società o l’educazione civica.<br />
In funzione di questi temi generali si passa<br />
41<br />
operative, attraverso lo scambio di idee, la<br />
documentazione, il confronto culturale e<br />
didattico, magari tra colleghi di materie e di<br />
scuole diverse. Si tratta di piccole ma<br />
concrete e visibili azioni di rinnovamento<br />
della scuola e mostrano la loro capacità di<br />
rispondere al grave disagio che la attraversa<br />
e alla crisi di motivazioni etiche e culturali in<br />
cui sta sprofondando. Adottando l’ambiente<br />
ed i suoi problemi la scuola assume<br />
direttamente non solo la capacità di<br />
“costruire cultura”, ma si lega al territorio e<br />
alla società di cui è parte integrante.<br />
Abituando i ragazzi a osservare intorno per<br />
risolvere i problemi ambientali, che come<br />
abbiamo detto non hanno mai una risposta<br />
univoca, li si educa ad agire da protagonisti<br />
attivi e non da comparse passive, a studiare i<br />
problemi reali e a cercare le soluzioni<br />
possibili. Abituandoli a guardarsi intorno per<br />
trovare i dati, impareranno a cercare, magari<br />
non solo sui libri, ma anche sulle riviste e sui<br />
giornali (che impareranno a leggere),<br />
facendo inchieste e ricerche o, perché no,<br />
anche utilizzando le reti telematiche,<br />
insieme e meglio dei loro insegnanti;<br />
soprattutto impareranno a non fidarsi delle<br />
risposte precostituite e vorranno discuterle.<br />
Domani saranno dei cittadini che non si<br />
limiteranno a brontolare se le cose non<br />
funzionano, ma si rimboccheranno le<br />
maniche perché queste cambino.<br />
poi agli obiettivi specifici, che l’insegnante<br />
sceglie in base alle sue motivazioni. Questa<br />
scelta è aperta: l’importante è però che le<br />
motivazioni generali e particolari del o degli<br />
insegnanti passino agli studenti e che questi<br />
siano sempre in grado di comprendere le<br />
motivazioni dei loro allievi. Uno degli aspetti<br />
qualificanti di un percorso di educazione<br />
ambientale è quello di arrivare a costruire<br />
nuovi atteggiamenti rispetto all’ambiente e<br />
alla sua gestione, nel senso più ampio<br />
possibile. Occorre quindi non solo<br />
trasmettere dei valori (la tutela<br />
dell’ambiente, il non spreco, la solidarietà,
ecc.) ma arrivare a riconoscere i<br />
comportamenti coerenti con tali valori e<br />
quelli che non lo sono e farli penetrare nella<br />
vita di tutti i giorni, agendo e facendo agire<br />
coerentemente. Per prima cosa occorre<br />
allora comprendere le loro rappresentazioni<br />
mentali, gli eventuali errori o i<br />
comportamenti scorretti. Per loro in genere i<br />
<strong>rifiuti</strong> non sono un tema direttamente<br />
sentito e il primo passo consiste nel mettere<br />
a fuoco, <strong>senza</strong> catastrofismi o pedanteria, i<br />
termini del problema. Occorre innanzitutto<br />
fare un’analisi dell’immaginario individuale,<br />
capire cosa passa nelle loro teste e quali<br />
preconcetti erronei vi alberghino, quali<br />
nozioni possiedano, cosa si dice in casa.<br />
Il modo migliore per saperlo è fare un<br />
questionario-inchiesta per analizzare con<br />
loro la situazione. Più avanti ne diamo un<br />
modello che ovviamente sarà solo d’esempio<br />
e può essere adattato alle differenti<br />
situazioni in base alle scelte dei docenti.<br />
Una seconda fase consiste nell’affrontare<br />
direttamente il problema <strong>rifiuti</strong> nella sua<br />
dimensione cognitiva mettendone in<br />
evidenza tutti gli aspetti, storico, economico,<br />
tecnico, sociale, scientifico, linguistico, ecc..<br />
Qui sta l’abilità del docente di trasmettere le<br />
sue motivazioni ed i suoi valori ai ragazzi e<br />
farle divenire loro motivazioni. Non ci si può<br />
limitare ad un’analisi dei singoli cicli, occorre<br />
far capire le interconnessioni esistenti, “tutto<br />
è legato con tutte le altre parti”.<br />
Del resto il rapporto consumo-<strong>rifiuti</strong><br />
evidenzia le distorsioni della nostra società<br />
opulenta e le sue mode di acquisto<br />
disperato. Non è solo un problema tecnico<br />
(raccolta, smaltimento, ecc.) ma il tutto ha<br />
un suo senso se si parla di riuso, di risparmio<br />
delle risorse, di riciclo, di equilibri Nord-Sud,<br />
di società eco-compatibile ed eco-sostenibile,<br />
Esempio di questionario<br />
Una delle prime cose da fare per meglio<br />
valutare e tarare obiettivi e metodi consiste<br />
nel soppesare le conoscenze pregresse degli<br />
allievi, conoscere insomma le idee, giuste o<br />
sbagliate che siano, che essi hanno acquisito<br />
intorno ad un certo problema. Imparare a<br />
conoscere prevede innanzitutto la<br />
42<br />
ecc. La terza fase, quella della ricerca<br />
operativa, diventerà una scoperta, una<br />
verifica ed una necessità. E’ nella fase del<br />
laboratorio che si agisce per cambiare le<br />
situazioni. Gli allievi diventano essi stessi<br />
attori e protagonisti, sotto la guida del<br />
docente, del loro percorso di scoperta<br />
educativa, costruendo così il proprio sapere<br />
ed i propri valori. Siccome il tema è<br />
concretizzabile facilmente, occorre scegliere<br />
un lavoro sul campo da fare insieme, che<br />
può essere una ricerca, su testi, enciclopedie<br />
o altro, ma soprattutto deve essere<br />
l’osservazione critica di ciò che li circonda.<br />
Qui si inseriscono le visite guidate, gli<br />
incontri con i tecnici, la discussione e gli<br />
esperimenti in classe, le ricerche e i<br />
questionari sul quartiere, la scuola e<br />
soprattutto la famiglia. E’ in questa fase<br />
operativa che emergono le idee-guida, qui il<br />
viaggio tra i <strong>rifiuti</strong> diventa scoperta e<br />
acquisizione di valori e di nuova mentalità.<br />
A conclusione di tutto il lavoro seguirà la<br />
quarta fase, quella della comunicazione.<br />
Bisogna trovare un mezzo per far conoscere<br />
anche agli “altri” i risultati del prodotto, le<br />
conoscenze acquisite, la consapevolezza<br />
raggiunta. Le opinioni fatte proprie per<br />
esempio devono essere comunicate alle<br />
famiglie ed esse diverranno il primo punto di<br />
applicazione concreta delle scoperte.<br />
Non si può pensare in maniera corretta ai<br />
<strong>rifiuti</strong> e continuare in casa a non dividere i<br />
materiali, a non riciclare, a non riusare o a<br />
non risparmiare. Parallelamente si potrà<br />
anche, se ci sono i mezzi e le possibilità,<br />
pensare a forme di comunicazione più<br />
tradizionali: mostre, disegni, feste<br />
ecologiche, coinvolgimento dell’intera<br />
scuola. Le forme per attuare questa fase<br />
sono le più aperte alla fantasia di tutti.<br />
correzione delle idee sbagliate e i ragazzi<br />
oggi sono sovraffollati di informazioni<br />
sciolte che essi però non sanno gestire,<br />
comprendere e valutare. Dei temi ambientali<br />
si tratta continuamente, non parliamo poi<br />
dei <strong>rifiuti</strong>, ma da qui ad avere delle nozioni<br />
chiare in testa, ce ne corre. Il questionario<br />
tipo che qui di seguito proponiamo non vuol<br />
essere che una modesta proposta operativa<br />
per imparare a conoscere i propri ragazzi.<br />
Deve essere semplice e comprensibile, avere<br />
delle risposte aperte, che a loro volta lascino<br />
capire al docente eventuali errori<br />
o pregiudizi. Le domande non debbono<br />
43<br />
essere troppe, una dozzina al massimo.<br />
Saranno i docenti che lo costruiranno a<br />
secondo delle classi con cui hanno a che fare,<br />
dei lavori già svolti e così via.<br />
Qui vi proponiamo alcune domande che<br />
potrete utilizzare nel costruire i vostri<br />
questionari:<br />
1. Cos'é per te un rifiuto ? Un oggetto inutile Un oggetto pericoloso<br />
L'immondizia Scarti di fabbrica<br />
Detriti di rocce Altro..........<br />
2. Secondo te in un bosco esistono dei <strong>rifiuti</strong> ? Si. Quali ? NO. Perché ?<br />
......................... .........................<br />
......................... .........................<br />
3. Tu produci <strong>rifiuti</strong> ? Si NO Non lo so<br />
4. Costruisci un elenco di <strong>rifiuti</strong> di tua conoscenza ................................................................................................<br />
5. Quali di questi secondo te sono pericolosi ? ......................................................................................................<br />
6. Secondo te Milano era più pulita all'inizio del secolo o adesso ?.....................................................................<br />
7. Ritieni che inquinassero di più i tuoi nonni o tu stesso?.......................... Perché?............................................<br />
8. Le industrie hanno contribuito a migliorare o a peggiorare la nostra società?<br />
9. Secondo te chi produce più <strong>rifiuti</strong> ? Gli artigiani I commercianti<br />
Gli operai Gli impiegati<br />
I disoccupati Altro.................<br />
E chi meno ? ...................... ......................<br />
10. Sapresti citare tre prodotti diversi che utilizzano la bottiglia in vetro ?.........................................................<br />
11. Hai mai portato pile o farmaci al punto di raccolta ?........................................................................................<br />
12. Hai mai portato carta o vetro alle campane di raccolta ?..................................................................................<br />
13. Vale la pena di separare i <strong>rifiuti</strong> domestici ? Si. Quali ? No. Perché ? Non lo so<br />
......................... .........................<br />
......................... .........................<br />
14. Chi deve raccogliere i <strong>rifiuti</strong> in città ? Lo Stato<br />
Il Comune o una sua impresa<br />
I privati<br />
Ognuno raccoglie ed elimina i suoi<br />
La scuola<br />
altro..............................<br />
15. A scuola si deve parlare dei <strong>rifiuti</strong> ? Si No Non lo so<br />
Perché ? ...................................................................................<br />
16. Negli anni precedenti hai già trattato il problema scuola ? Si No<br />
17. Avete fatto delle attività concrete ? Si No<br />
Quali ?.....................................................................................<br />
18. Disegna un territorio che ritieni inquinato.<br />
19. Ed ora disegna lo stesso paesaggio non inquinato.<br />
Interpretazione del questionario<br />
Un questionario serve non tanto per le<br />
risposte che potrebbe dare, ma<br />
paradossalmente per le risposte che non dà.<br />
A noi certe cose sembrano ovvie, tanto ne
abbiamo sentito parlare. Ma per dei ragazzi<br />
non è sempre semplice mettere a fuoco delle<br />
nozioni, capire delle differenze, valutare<br />
delle scelte. Proprio perché sono sommersi<br />
da una massa immane di informazioni e di<br />
sollecitazioni, per loro (ma non solo...!) è<br />
difficile capire i termini reali dei problemi,<br />
oppure hanno delle false conoscenze, delle<br />
idee confuse per cui ad esempio non esiste<br />
differenza tra inquinamento e sporcizia.<br />
Abituati da false immagini pubblicitarie sono<br />
portati a costruire un passato idilliaco<br />
(al tempo dei nonni i cibi erano genuini,<br />
l’aria tersa, ecc.) o una visione bucolica e<br />
irreale della vita campestre.<br />
Nel loro immaginario gli animali non<br />
inquinano, non tanto perché i loro<br />
escrementi vengono metabolizzati dai<br />
demolitori biologici, ma perché, nella<br />
maggior parte dei casi, non pensano a<br />
soggetti reali, bensì a quelli disegnati dai<br />
cartoni animati o dai film. L’insegnante<br />
allora dovrà evidenziare questi “errori”,<br />
questi pre-concetti e lavorare per eliminarli,<br />
per dare una giusta proporzione alle cose,<br />
per chiarire le competenze, ecc..<br />
Ma vediamo nel dettaglio i gruppi di<br />
domande, tenendo presente che gli<br />
insegnanti potranno utilizzarle tutte o solo<br />
una parte, a loro scelta, discuterne i risultati<br />
globalmente con gli allievi o trattare caso<br />
per caso e non è detto che le cose si<br />
escludano tra loro. La prima e la seconda<br />
domanda tendono a mettere in evidenza<br />
cosa possa essere un rifiuto e la sua<br />
“naturalità”: chiarire di cosa si parla è la<br />
base per un discorso che abbia un senso.<br />
A questo punto (domande 3, 4 e 5) vale la<br />
pena di capire se il soggetto ritiene di essere<br />
Notoriamente la conoscenza nasce dalla<br />
ricerca fatta, dalla lettura diretta delle cose e<br />
non (solo) da un racconto fatto dagli<br />
insegnanti: se nell’insegnamento per<br />
esempio della storia la ricerca può essere<br />
difficile e il racconto dei fatti, soprattutto se<br />
lontani nel tempo prevale sulla verifica<br />
44<br />
un protagonista o solo un osservatore, che i<br />
<strong>rifiuti</strong> siano un qualcosa di esterno al suo<br />
mondo, una cosa che riguarda “altri”. Le<br />
domande 6 e 7 mirano invece a controllare<br />
quale dimensione della realtà il ragazzo<br />
possiede e quali immagini idilliache abbia in<br />
testa in merito ad un passato non poi così<br />
remoto. Le domande 8 e 9 indagano sui<br />
concetti di responsabilità nelle dimensioni<br />
del problema ed in generale a controllare se<br />
vi siano preconcetti nei confronti delle<br />
industrie in genere. Il gruppo di domande<br />
10,11,12 e 13 verificano la conoscenza e la<br />
pratica individuale della raccolta<br />
differenziata. La domanda 14 è una delle più<br />
difficili per i ragazzi che di norma non<br />
pensano mai a delle competenze specifiche.<br />
Le domande 15 e 16 sono più prettamente<br />
scolastiche per sapere se e in che misura si è<br />
già trattato del tema in oggetto.<br />
Ovviamente la bontà delle risposte<br />
precedenti risentirà di eventuali trattazioni<br />
pregresse e potrà costituire una valutazione<br />
del lavoro già fatto. Le ultime domande<br />
sono legate ad un lavoro più pratico come<br />
un disegno. Inutile ricordare che il disegno<br />
mette in luce facilmente idee e concetti in<br />
maniera spesso più chiara che non la parola.<br />
Qui nello specifico l’esperienza mostra che i<br />
ragazzi tendono a confondere i concetti di<br />
inquinamento e di sporco: per loro sono la<br />
stessa cosa. Spesso un paesaggio con<br />
cartacce è inquinato, mentre lo stesso <strong>senza</strong><br />
le cartacce è non inquinato. Spiegare loro<br />
che un’acqua può sembrare limpida e pulita<br />
ed essere tossica, mentre la cartaccia per<br />
terra non è pericolosa, non è impresa facile.<br />
Ma, visto l’argomento, la chiarezza è<br />
necessaria.<br />
Gli studenti e la ricerca sul campo:<br />
il supermercato<br />
diretta, nell’educazione ambientale la<br />
pratica è elemento integrante e<br />
fondamentale. Non bisogna imparare solo<br />
delle nozioni nuove, ma soprattutto a<br />
“leggere” in maniera diversa quelle normali.<br />
Le attività che proporremo qui di seguito<br />
hanno lo scopo di legare l’allievo al proprio<br />
territorio, di sollecitarlo a guardarsi intorno<br />
con occhi nuovi. Non serve andare lontano<br />
per scoprire cose importanti, bisogna anzi<br />
cominciare dai luoghi familiari, quotidiani,<br />
che lui vede distrattamente, <strong>senza</strong> far<br />
attenzione a certi particolari, che proprio<br />
perché usuali sono i più difficili da percepire.<br />
Il lavoro in classe lo ha informato del<br />
problema <strong>rifiuti</strong>, lui stesso sa che esistono, ha<br />
percepito la loro mole, forse ha svolto anche<br />
delle piccole pratiche scolastiche di<br />
riciclaggio. Adesso però è opportuno che<br />
prenda coscienza di come il suo quartiere ed<br />
il suo ambiente di vita considera i <strong>rifiuti</strong>.<br />
Una ricerca possibile può nascere<br />
dall’osservazione dell’organizzazione di<br />
raccolta: cosa e quando viene raccolto? Quali<br />
sistemi vengono usati: cassonetti<br />
condominiali, sacchetti a vari colori, un<br />
sistema indifferenziato?<br />
Una pratica molto interessante<br />
didatticamente è la visita ad un<br />
supermercato, cui può essere abbinata anche<br />
una inchiesta tra i consumatori. Tale visita<br />
ovviamente è mirata allo studio degli<br />
imballaggi che contengono e confezionano i<br />
prodotti. Quanta parte degli imballi è<br />
realmente necessaria e quanta è finalizzata<br />
solo ad invogliare il compratore? Quanto si<br />
potrebbe risparmiare e come. Se il nostro<br />
fine è la riduzione dei <strong>rifiuti</strong> e il loro<br />
smaltimento, come possiamo leggere il<br />
supermercato? L’analisi allora consideri tutto<br />
il ciclo della distribuzione, il tipo di<br />
contenitori e le scelte in merito, del tipo: la<br />
bottiglia in PVC è stata scelta perché più<br />
comoda per il consumatore, meno costosa<br />
per il produttore, più facilmente riciclabile?<br />
Gli esempi si possono allargare a tutti i<br />
comparti. La frutta per esempio: come è<br />
cambiata la sua distribuzione in questi ultimi<br />
anni? Quanti sono i negozi dove il materiale<br />
è contenuto in vaschette di polistirolo e dove<br />
è possibile servirsi da sé magari con guanti. E<br />
se si facesse come in Germania, dove la legge<br />
permette di lasciare in loco gli imballi<br />
ingombranti? Si può chiedere ai ragazzi di<br />
descrivere o di disegnare i prodotti <strong>senza</strong><br />
inutili confezioni, di far valutare a loro<br />
quanto gli effetti speciali del contenitore<br />
pesano nelle scelte d’acquisto e cosa si<br />
potrebbe fare di diverso, cosa è essenziale<br />
per la distribuzione e cosa è di troppo.<br />
45<br />
Qui la discussione in classe è poi d’obbligo,<br />
per una corretta analisi dell’immaginario<br />
adolescenziale. Fenomeni come il<br />
consumismo, la pubblicità, i miti del<br />
benessere e della felicità attraverso i beni<br />
materiali, sono difficilmente riconducibili ai<br />
<strong>rifiuti</strong>. L’imballo, un attimo fa così bello e<br />
lucente e adesso buttato via, viene ad essere<br />
quasi “naturale” perché i ragazzi non<br />
percepiscono il nesso tra questi<br />
comportamenti quotidiani e l’emergenza<br />
ambientale e si sa che a produrre i <strong>rifiuti</strong><br />
sono sempre gli “altri”. Se il rifiuto fosse<br />
qualcosa di negativo (e si spiega che non lo è<br />
necessariamente), come mai io che amo la<br />
Natura ne produco tanti?<br />
raccolta differenziata 31% La raccolta<br />
Farmaci, pile e<br />
accumulatori esausti 0,21%<br />
Multimateriale<br />
secco riciclabile 18%<br />
Legno e<br />
verde 2,35%<br />
Rifiuti organici<br />
compostabili 34%<br />
Rifiuti voluminosi<br />
e pneumatici 2,64%<br />
differenziata.<br />
Dati 1996<br />
a Milano.<br />
Fonte: <strong>Amsa</strong><br />
La raccolta<br />
differenziata per<br />
tipologia<br />
di materiale<br />
a Milano.<br />
Fonte: <strong>Amsa</strong> 1996<br />
Carta 19%<br />
Ferro<br />
e alluminio<br />
0,41%<br />
Vetro 21%<br />
Bottiglie e flaconi<br />
in plastica 2,39%
La ricerca sul campo: l'inchiesta<br />
Un’attività di particolare interesse è<br />
l’inchiesta, che può anche essere indirizzata<br />
alla famiglia, al condominio, alla scuola o<br />
può essere anche abbinata alla visita critica<br />
al supermercato. Si tratta di andare a cercare<br />
dei pareri che non siano quelli degli studenti<br />
direttamente coinvolti nel lavoro, di scoprire<br />
cosa ne pensano le persone “esterne”, la<br />
gente “di tutti i giorni”. Il questionario da<br />
utilizzare può essere costruito insieme, con<br />
poche e precise regole che debbono essere<br />
chiare a tutti. Innanzi tutto va specificato<br />
l’obiettivo che si vuol raggiungere:<br />
informare le persone del problema <strong>rifiuti</strong>?<br />
Verificare le conoscenze in merito?<br />
Sensibilizzare le autorità o i consumatori?<br />
Per raggiungere questi obiettivi le domande<br />
non possono essere generiche, del tipo<br />
“Cosa ne pensa?”. Occorre porre domande<br />
precise su temi chiari e precisi, magari con<br />
risposte standard già pronte. Del tipo:<br />
“Lei cosa sceglie ? a, b, c o d”.<br />
In questo modo sarà possibile un confronto<br />
tra di esse. In ogni caso è meglio che le<br />
risposte non siano troppe, perché ciò<br />
renderebbe più complessa la lettura dei<br />
risultati. Il campione poi deve essere scelto<br />
accuratamente. Non si deve prendere la<br />
Lei fa la raccolta<br />
differenziata?<br />
Sempre<br />
Qualche volta<br />
Mai<br />
46<br />
gente a caso, perché le risposte non<br />
sarebbero significative, ma ad esempio, su<br />
100 persone, 55 devono essere donne e 45<br />
maschi. Non debbono essere tutti operai o<br />
casalinghe, ma si deve cercare di coprire<br />
tutte le categorie sociali. Lo stesso vale per le<br />
età. In caso contrario il risultato sarà la<br />
conoscenza non di quello che pensa la<br />
gente, ma le casalinghe di 30 anni o gli<br />
operai di 40. La scelta dei temi da trattare è<br />
a discrezione degli intervistatori: si affronti<br />
un problema generale o uno particolare.<br />
Tenete presente che non potranno essere<br />
troppe, altrimenti la gente si secca e non<br />
collabora. Perdere qualche minuto va bene,<br />
mezz’ora no. E’ appena il caso di ricordare<br />
che un’inchiesta mira a conoscere i pareri<br />
delle altre persone, non a verificare se esse<br />
sono o meno d’accordo con noi. Quindi<br />
niente domande del tipo: “vero che Lei<br />
pensa che...”, “certamente Lei sarà d’accordo<br />
per...”. Ovviamente il questionario va<br />
battuto a macchina, magari dall’insegnante<br />
e poi fotocopiato in almeno qualche<br />
centinaio di copie. Una volta raccolti i<br />
risultati, questi vanno “letti” ossia<br />
interpretati per giungere a delle conclusioni.<br />
Innanzi tutto le risposte vanno ripartite<br />
entro i casi previsti e il risultato<br />
parziale va diviso tra le voci<br />
considerate: a) 10%, b) 35 %,<br />
c) 13 % d) 42 %. Sarà una<br />
buona occasione per lo<br />
studio delle percentuali e la<br />
loro rappresentazione<br />
grafica, diagramma a torta, o<br />
istogrammi che siano.<br />
Si potrebbe analizzare le<br />
schede in base ad un<br />
punteggio prefissato (del tipo:<br />
fa sempre la raccolta differenziata<br />
10, talvolta 6, quasi mai 3, mai 0). La<br />
cosa va preparata bene e non è semplice non<br />
sovrapporre le proprie idee a quelle degli<br />
altri. Volendo approfondire l’elaborazione si<br />
possono considerare anche la media (si<br />
calcola il voto complessivo e lo si distribuisce<br />
per il numero dei voti: “la scelta delle<br />
bottiglie in vetro ha meritato 4”), la moda (è<br />
il valore che rappresenta la massima<br />
frequenza, ossia “il 45 % ha risposto...”), la<br />
deviazione standard, che fornisce la misura<br />
di quanto i valori ottenuti si discostino dalla<br />
media dei valori stessi. Tutti questi conti<br />
andrebbero fatti a mano, ma se proprio si<br />
vuole, si usi pure una calcolatrice tascabile.<br />
Una variante dell’inchiesta prevede anche la<br />
registrazione audio o video degli intervistati<br />
o almeno la loro fotografia (sempre che essi<br />
Valutiamo insieme i risultati<br />
In un lavoro educativo i risultati si vedono, se<br />
ci sono, dopo anni. Gli insegnanti gettano il<br />
buon seme del sapere e, se esso incontra la<br />
terra fertile, germoglierà; essi però<br />
difficilmente lo sapranno.<br />
Questo vale ovviamente in generale; noi qui<br />
ci limiteremo ad una valutazione immediata<br />
di alcuni risultati. Le idee sbagliate sono<br />
state corrette? Una ripetizione del<br />
questionario d’ingresso potrà verificarlo.<br />
Il “lavaggio del cervello” ha indotto i ragazzi<br />
ad una raccolta differenziata spinta? In casa<br />
non si può più vivere perché la “creatura”<br />
passa il tempo a far prediche a dritta e a<br />
manca? Le lamentazioni dei genitori o il loro<br />
parere (sfavorevole) vi renderanno noti i<br />
fatti. Una valutazione più prettamente<br />
scolastica, quella per la pagella, per<br />
intenderci, dipenderà dai singoli docenti e<br />
prenderà in considerazione non solo le<br />
informazioni acquisite, ma anche le capacità<br />
e le tecniche apprese, il grado di<br />
collaborazione con il docente o con i<br />
compagni, gli apporti personali, la capacità<br />
di esposizione e di comprensione critica,<br />
secondo gli schemi docimologici più classici<br />
in uso. Noi qui ci limiteremo a proporre<br />
alcune iniziative finali. Della mostra<br />
scolastica già si è detto: è un momento di<br />
comunicazione classico ma sempre efficace.<br />
Richiede la collaborazione di tutti gli<br />
insegnanti e ogni studente deve avere il suo<br />
compito: chi curerà i testi e chi i disegni, chi<br />
le interviste e chi le attività pratiche da<br />
esporre, chi coordinerà e chi procurerà<br />
materiali e documentazione. In genere viene<br />
preparata per la fine dell’anno e ne<br />
rappresenta il coronamento. Altre iniziative<br />
possono essere sviluppate durante l’anno<br />
47<br />
siano d’accordo e ciò va chiesto prima a<br />
scanso di equivoci o spiacevoli situazioni di<br />
imbarazzo). Le foto possono poi visualizzare<br />
particolari situazioni come le fasi<br />
dell’inchiesta stessa o il comportamento<br />
della gente davanti ai cassonetti, e potranno<br />
essere utilizzate per mostre ed altre forme di<br />
comunicazione alla fine dei lavori.<br />
stesso e possono avere una loro dimensione<br />
didattica parimenti forte; una tra queste è il<br />
gioco di ruolo. Esso può diventare<br />
il momento di verifica e di realizzazione<br />
di tutta la ricerca. Si tratta di una pratica<br />
normalmente utilizzata nelle strutture<br />
aziendali, per l’addestramento del<br />
personale, ma anche di un tipo di gioco<br />
particolarmente apprezzato dai ragazzi che,<br />
nelle versioni sia letterarie sia<br />
computerizzate, vi si applicano con passione.<br />
Giochi del tipo “Dungeons and Dragons” e<br />
simili sono l’incarnazione stessa del genere<br />
letterario detto “Fantasy” e i più avanzati<br />
videogiochi altro non sono che questo:<br />
l’immedesimarsi del giocatore-protagonista<br />
in una parte e in una situazione (reale o<br />
meno), in cui i ruoli diversi vengono di volta<br />
in volta assunti dai soggetti che vi operano.<br />
Si costruisce e ci si immedesima in una<br />
situazione conflittuale, che è tanto più<br />
coinvolgente quanto più è partecipata e<br />
sentita. Una volta centrato il problema, che<br />
nel nostro caso potrebbe essere come<br />
organizzare a Milano la raccolta<br />
differenziata, si definiscono i ruoli da<br />
sostenere, che possono essere estratti a sorte<br />
o scelti liberamente tra i ragazzi (uno o più<br />
per ruolo). Ogni ruolo poi concorda al suo<br />
interno le cose da fare o da sostenere, le<br />
strategie da seguire in vista di un obiettivo<br />
comune. Ci sarà chi “fa” il sindaco e chi<br />
l’assessore ai servizi ambientali, chi il<br />
presidente della municipalizzata addetta alla<br />
raccolta, chi l’operatore ecologico, chi il<br />
presidente del consiglio di zona, chi<br />
l’industriale del settore, ecc., considerando<br />
che tanto maggiori sono i ruoli tanto<br />
maggiore sarà la discussione e gli interessi
in gioco. A turno vengono presentate le<br />
rispettive posizioni e si apre poi la libera<br />
discussione, dove ognuno dei gruppi si<br />
confronta con gli altri, cercando<br />
dialetticamente di far prevalere i propri<br />
interessi o ragioni. Al termine si potrà<br />
eventualmente proporre una valutazione<br />
collettiva o una riflessione guidata sulla<br />
capacità di capire i problemi dell’altro,<br />
di formulare ipotesi e strategie serie e<br />
operative, di esprimere giudizi e imparare a<br />
vedere oltre che i propri punti di forza anche<br />
i difetti delle proprie proposte. Si impara a<br />
capire come le reciproche idee possano<br />
Bibliografia scelta<br />
I temi trattati in queste pagine hanno una<br />
bibliografia semplicemente sterminata e<br />
ovviamente non si potrebbe essere<br />
esaurienti, se non citando centinaia di titoli<br />
tutti di eguale valore ed interesse. Pertanto<br />
ci limiteremo qui ad alcuni titoli scelti<br />
arbitrariamente tra quelli ritenuti tra i più<br />
utili e significativi, scusandoci a priori per le<br />
ovvie omissioni.<br />
Prima parte: I <strong>rifiuti</strong><br />
Citiamo qui dei titoli di libri che possono<br />
aiutare il docente nella sua opera di<br />
documentazione. Si tratta di lavori non<br />
specialistici, non scritti per gli operatori del<br />
settore, ma di studi generali che possono<br />
essere letti con interesse ed utilizzati nelle<br />
scuole. Vengono consigliati anche dei testi<br />
stranieri per quei docenti di lingue che<br />
vogliano esaminare situazioni diverse dalla<br />
nostra. Intenzionalmente si è evitato di<br />
citare articoli da giornali e riviste perché<br />
difficilmente reperibili; parimenti non si<br />
sono date indicazioni di atti di convegni od<br />
opuscoli di gruppi ambientalisti, per la stessa<br />
ragione.<br />
• G. Nebbia-Risorse Merci Ambiente<br />
Satyagraha editrice<br />
• W. Helm,G. Roeles-Der Schatz in der<br />
Mulltonne-Koelner Volksblatt Verlag<br />
• Société Suisse pour la protection de<br />
l’environment-La gestion des dechets<br />
48<br />
entrare in conflitto tra di loro, come le cose<br />
siano complesse e non sempre sia facile dare<br />
delle indicazioni univocamente e sempre<br />
buone per tutti, che in fondo la nostra è una<br />
società complessa dove interessi contrapposti<br />
devono convivere tra di loro e che i conflitti<br />
tra economia, lavoro, ambiente e società<br />
non sono facili da dirimere.<br />
Se la scuola riuscisse a far capire tutte queste<br />
cose e insegnasse anche a risolverle, avrebbe<br />
raggiunto la sua ragion d’essere e realizzato<br />
il suo scopo fondamentale: formare dei<br />
cittadini colti, competenti, coscienti, onesti e<br />
di buona volontà. Scusate s’è poco...!<br />
George Editeur<br />
• C. De Silguy -La saga des ordures<br />
Ed. de l’Instant<br />
• G. Bertolini -Homo plasticus<br />
Sang de la Terre<br />
• L. Blumber,R. Gottlieb-War on waste<br />
Island Press<br />
• M. Sanna-Normativa e tecnica dello<br />
smaltimento dei <strong>rifiuti</strong><br />
Edizioni delle Autonomie<br />
• L. Gallà,C. Riberti-La raccolta differenziata<br />
dei <strong>rifiuti</strong> solidi <strong>urbani</strong>-Maggioli<br />
• G. Rasario-Riciclare la plastica<br />
Fondazione-Lombarda per l’Ambiente<br />
• S. Carboni-Riciclare il vetro<br />
Fondazione Lombarda per l’Ambiente<br />
• Ministero dell’Ambiente-Relazione sullo<br />
stato dell’ambiente<br />
Istituto Poligrafico e Zecca della Stato<br />
• G. Nebbia-La società dei <strong>rifiuti</strong>-Edipuglia<br />
• G. Viale-Un mondo usa e getta-Feltrinelli<br />
• E. Guazzoni ( a cura di )<br />
L’ecosistema <strong>rifiuti</strong>-Hoepli<br />
• G. Amendola-In nome del popolo<br />
inquinato-Franco Angeli<br />
• R. Butta-Lo smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> solidi e<br />
dei fanghi-Franco Muzzio<br />
• M. Di Fidio-Rifiuti-Pirola<br />
•Legambiente-Ambiente Italia 1996<br />
Edizioni Ambiente<br />
• Legambiente-Ecomafia-Editori Riuniti<br />
• B. Valley-101 modi per salvare il pianeta<br />
Franco Muzzio<br />
• K. Linch-Deperire-Rifiuti e spreco-CUEN<br />
• S. Gervasoni-Discariche controllate-Hoepli<br />
• AA.VV.-Conoscere la carta<br />
Ente Nazionale per la cellulosa e per la carta<br />
• J. Von Berger-Plastica - che fare ?<br />
Tipolitotecnica<br />
• J. Seymour,H. Girardet-Vita verde<br />
Mondadori<br />
• N. Hartmann-Ecologia domestica<br />
Franco Muzzio<br />
• G. Baroni,G. Berti-Spazio alla vita<br />
Edizioni della Right Answer<br />
• AA.VV.-Riciclo Riciclo<br />
Editoriale Verde Ambiente<br />
• S. Ascari,T.Di Marzio,A.Massarutto<br />
L’igiene urbana-Franco Angeli<br />
• A.Curzio,L.Prosperetti,R.Zoboli-I <strong>rifiuti</strong><br />
solidi <strong>urbani</strong>-Il Mulino<br />
• E. Deaglio-Il rebus dei <strong>rifiuti</strong>-Pirola<br />
Parte seconda: Elementi di ecologia<br />
Anche qua non vogliamo dare che delle<br />
sommarie indicazioni di approfondimenti in<br />
merito allo studio dell’ecologia, che come<br />
sappiamo è si una scienza, ma anche un<br />
modello di pensiero, con una sua filosofia,<br />
da cui discende la presente trattazione del<br />
problema <strong>rifiuti</strong>.<br />
• B. Commoner-Il cerchio da chiudere<br />
Garzanti<br />
• B. Commoner-Far pace col pianeta<br />
Garzanti<br />
• E. P. Odum-Principi di ecologia-Piccin<br />
• V. Bettini-Elementi di ecologia urbana<br />
Einaudi<br />
• M. Tringale,P. Calò-Piccolo manuale di<br />
ecologia quotidiana-Red<br />
• Negri et alii-Natura,Natura-CIERRE<br />
• E. Morin-Il pensiero ecologico<br />
Hopefulmonster<br />
• E. Morin-Il metodo-Feltrinelli<br />
• M. Pallante-Dal dominio all'armonia<br />
Scholè Futuro<br />
• F. Hirsch-I limiti sociali allo sviluppo<br />
Bompiani<br />
• H. Jonas-Il principio responsabilità-Einaudi<br />
• A. Naess-Ecosofia-Red<br />
• L. Ferry-Il nuovo ordine ecologico<br />
Costa & Nolan<br />
• A. De Marchi-Ecologia funzionale-Garzanti<br />
• E. Ferrario-L'idea di natura nella storia<br />
della letteratura Vol I e II-Unicopli<br />
49<br />
• R. Cenerini (a cura di)-Ecologia e sviluppo<br />
Un equilibrio possibile-Il Sole-24 ore<br />
• R.Kerry Turner,D.W.Pearce,I.Bateman<br />
Economia ambientale-Il Mulino<br />
• M. Burgess-Dolcemosca e la bambina<br />
Mondadori<br />
• P.Ridley-Dakota dalle bianche dimore<br />
Salani<br />
• T. Hughes-La donna di ferro<br />
Mondadori<br />
• P. Bierce-Tiro incrociato-Mondadori<br />
Parte terza : Educazione ambientale<br />
Si tratta di un settore particolare<br />
dell’educazione, in grossa espansione.<br />
Purtroppo a causa della sua<br />
fase ancora allo stato nascente e di larga<br />
sperimentazione, la maggior parte dei<br />
materiali è spesso dispersa su atti di<br />
convegni, appunti sparsi, articoli da giornali<br />
e riviste o produzioni a circolazione limitata,<br />
interessantissima ma di non facile<br />
reperimento. Quindi ci siamo limitati ai libri.<br />
• V. Cogliati Dezza-Un mondo tutto<br />
attaccato-Franco Angeli<br />
• R. Ammassari,M.T. Pallaschi-Educazione<br />
ambientale-Franco Angeli<br />
• F. Frabboni-Ambiente ed educazione<br />
Laterza<br />
• R. Massa-Educare o istruire-Unicopli<br />
• E. Morin-Introduzione al pensiero<br />
complesso-Sperling & Kupfer<br />
• M. Bertacci-Fare ecologia nella scuola<br />
elementare-Giunti<br />
• J. Cornell Scopriamo la natura assieme ai<br />
bambini Red<br />
• N. Albery,V.Yule-Antologia delle invenzioni<br />
sociali-Red<br />
• F. Caru s o-Educazione ambientale<br />
Z a n i c h e l l i<br />
• P. Giolitto-Educazione ecologica-Armando<br />
• P. Angela-Raccontare la scienza-Pratiche<br />
• A. Manzoni ( a cura di )-Ambiente cultura<br />
scuola-Franco Angeli<br />
• M. Bresso et alii-Scuolambientesviluppo<br />
FNISM Scholé<br />
• P.R. Krauss,P.Castagna-Educare alla difesa<br />
dell'ambiente-Gruppo Abele<br />
• Ecolandia-Opera Multimedia (su CD Rom)<br />
• Gruppo Ambiente FNISM-I <strong>rifiuti</strong>: un<br />
problema di tutti-Gruppo Abele
• M. Arcà,P.Guidoni-Insegnare scienze con i<br />
nuovi programmi della scuola elementare<br />
Fabbri ed.<br />
• A. Degli Esposti,D.Magagnoli<br />
Glossario minimo<br />
AEROBICO<br />
Processo biologico che avviene in pre<strong>senza</strong> di<br />
ossigeno<br />
ANAEROBICO<br />
Processo biologico che avviene in as<strong>senza</strong><br />
d'ossigeno<br />
AMMENDANTE<br />
Materiale in grado di migliorare le<br />
caratteristiche bio-chimiche dei terreni,<br />
compensandone eventuali difetti o<br />
migliorandone la porosità ed il drenaggio<br />
BILANCIO AMBIENTALE<br />
Insieme di studi e ricerche atte a valutare<br />
pregi e difetti di strutture produttive<br />
o grossi insediamenti; può anche contenere<br />
l'insieme delle proposte di miglioramento<br />
o di riduzione dell'impatto sull'ambiente<br />
BIODEGRADABILITÀ<br />
Cambiamento delle caratteristiche<br />
fisico-chimiche dovute a reazioni biologiche<br />
operate da organismi demolitori<br />
( in genere funghi e batteri)<br />
BIOGAS<br />
Gas in prevalenza metano prodotto dalla<br />
fermentazione anaerobia di materiali<br />
biologici<br />
BONIFICA<br />
Insieme di interventi atti a rimuovere<br />
o a contenere fonti di inquinamento<br />
CATASTO O OSSERVATORIO DEI RIFIUTI<br />
Struttura atta a raccogliere tutti i dati<br />
relativi a produttori e smaltitori di <strong>rifiuti</strong>,<br />
siano essi <strong>urbani</strong>, industriali o altro.<br />
CERNITA<br />
Operazione di selezione dei materiali<br />
omogenei ai fini del riciclaggio o del riuso<br />
50<br />
L'insegnamento delle scienze nella scuola<br />
elementare-La Scuola<br />
• F. Blezza-L'insegnamento delle scienze-SEI<br />
COGENERAZIONE<br />
Processo di produzione di calore<br />
e contemporaneo recupero al fine<br />
di produrre elettricità<br />
COMPOST<br />
Materiale torboso, con consistenza simile al<br />
terriccio, derivante dalle fermentazione<br />
aerobia della frazione organica umida spinta<br />
fino alla mineralizzazione ad opera di<br />
microrganismi<br />
CONFERIMENTO<br />
Modalità di consegna al servizio di raccolta<br />
da parte dei produttori<br />
CONSORZI NAZIONALI OBBLIGATORI<br />
PER IL RICICLAGGIO<br />
Enti <strong>senza</strong> scopo di lucro che hanno il<br />
compito di riciclare vetro, carta, plastica, oli<br />
esausti, ecc.cui partecipano<br />
obbligatoriamente i produttori<br />
CONTAMINAZIONE<br />
Degradazione di acqua, aria o terreno per<br />
pre<strong>senza</strong> di sostanze nocive<br />
DEGRADAZIONE<br />
Insieme di processi chimico fisici di<br />
decomposizione delle molecole<br />
DISCARICA<br />
Impianto di stoccaggio definitivo o<br />
temporaneo di materiali in condizioni di<br />
sicurezza; qualora queste condizioni non<br />
siano rispettate si parla di discarica non<br />
autorizzata<br />
DRENAGGIO<br />
Sistema di raccolta delle acque<br />
FANGHI<br />
Frazione solido umida o liquida prodotta da<br />
processi di depurazione o lavorazione di cicli<br />
industriali.Vanno stabilizzati, ossia resi<br />
inoffensivi e non putrescibili<br />
FRAZIONE SECCA<br />
Materiali secchi o scarsamente umidi<br />
riciclabili o recuperabili<br />
FRAZIONE UMIDA<br />
Materiali putrescibili ad alto tasso di umidità<br />
GASSIFICAZIONE<br />
Trattamento ad alta temperatura ed in<br />
difetto d'aria dei <strong>rifiuti</strong> per ottenere gas<br />
GESTIONE<br />
L'insieme delle operazione di raccolta,<br />
controllo e smaltimento dei <strong>rifiuti</strong><br />
HUMUS<br />
Frazione superficiale del suolo agrario ricca<br />
di materia organica, derivante dalla<br />
decomposizione ad opera di microrganismi<br />
dei residui vegetali e animali<br />
IMBALLAGGIO<br />
Contenitore atto a contenere, proteggere o<br />
maneggiare un bene. Si distinguono imballi<br />
primari o per la vendita, secondari o multipli<br />
e terziari per il trasporto<br />
IMPATTO AMBIENTALE<br />
Insieme degli effetti sull'ambiente<br />
di un’ opera umana<br />
ISOLA ECOLOGICA<br />
Piazzola attrezzata per la raccolta<br />
differenziata, organizzata dal comune<br />
LITOSINTESI<br />
Trasformazione dei fanghi inorganici in<br />
rocce sintetiche inerti<br />
PERCOLATO O ELUATO<br />
Liquido contenente materiale in soluzione o<br />
in sospensione proveniente da <strong>rifiuti</strong><br />
PIROLISI<br />
Rottura di molecole complesse operata dal<br />
calore in reattori chiusi ed in as<strong>senza</strong> d'aria<br />
PRESELEZIONE<br />
Operazione atta a separare in frazioni<br />
51<br />
omogenee i materiali in vista di un loro<br />
recupero<br />
RACCOLTA<br />
Insieme delle operazioni di raccolta fisica,<br />
cernita e raggruppamento dei materiali in<br />
vista del loro destino finale<br />
RACCOLTA DIFFERENZIATA<br />
Raccolta e conferimento separati già<br />
all'origine di frazioni di <strong>rifiuti</strong>, divisi per<br />
gruppi merceologici omogenei<br />
RECUPERO<br />
Ogni azione che porti al reimpiego, al<br />
riciclaggio o al riuso dei <strong>rifiuti</strong>, sia come<br />
materie prime che come energia<br />
RDF ( Combustibile Derivato da Rifiuti )<br />
Può intendersi il rifiuto usato come<br />
combustibile o più correttamente il risultato<br />
di trattamenti di materiali selezionati da cui<br />
si ottiene combustibile<br />
REIMPIEGO<br />
Azione che mira all'utilizzo del materiale<br />
separato nella stessa funzione originaria<br />
RESIDUO<br />
Materiale derivante da un processo di<br />
produzione o di consumo suscettibile di<br />
reimpiego<br />
RICICLAGGIO<br />
Ogni azione intesa a produrre un nuovo<br />
materiale a partire dallo stesso rifiuto<br />
separato e sottoposto a uno stesso tipo di<br />
lavorazione<br />
RIFIUTO<br />
Qualsiasi sostanza od oggetto di cui il<br />
detentore si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi.<br />
Si distinguono in <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>, <strong>rifiuti</strong> speciali<br />
e <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />
RU<br />
Rifiuti <strong>urbani</strong>. Provengono da utenze ed<br />
insediamenti domestici, civili, collettivi, da<br />
attività produttive commerciali e servizi,<br />
comprendono anche i materiali derivanti<br />
dalla pulizia delle strade ed altre aree<br />
soggette ad uso pubblico
RIFIUTI OSPEDALIERI<br />
Rifiuti provenienti da strutture sanitarie,<br />
pubbliche o private; sono destinati<br />
all’incenerimento<br />
RIFIUTI PERICOLOSI<br />
Rifiuti che contengono o sono contaminati<br />
da una serie di sostanze ritenute presenti in<br />
quantità o concentrazioni pericolose per la<br />
salute o l’ambiente e contenute in apposite<br />
tabelle merceologiche<br />
RIMANEGGIAMENTO<br />
Ogni rimozione incontrollata di <strong>rifiuti</strong><br />
RIUTILIZZO<br />
Ogni azione intesa a produrre beni partendo<br />
da materie prime ottenute da materiali<br />
separati dai <strong>rifiuti</strong><br />
SMALTIMENTO<br />
Tutti i sistemi di raccolta, trattamento,<br />
eliminazione o recupero di <strong>rifiuti</strong>, tale da<br />
non provocare danni all’ecosistema<br />
SPAZZAMENTO<br />
Insieme di operazioni di rimozione e raccolta<br />
dei <strong>rifiuti</strong> giacenti sulle strade o in aree<br />
pubbliche<br />
STAZIONE ECOLOGICA, RICICLERIA<br />
Centro assistito di raccolta basato sul<br />
principio della raccolta differenziata<br />
STOCCAGGIO<br />
Deposito o ammasso temporaneo<br />
precedente il trasporto, il trattamento<br />
o il riutilizzo<br />
SVILUPPO SOSTENIBILE<br />
Sviluppo umano, sociale ed economico che<br />
soddisfi le attuali necessità <strong>senza</strong> sacrificare<br />
il benessere delle generazioni future<br />
TERMOVALORIZZATORE<br />
Impianto di termodistruzione con recupero<br />
di calore e/o di energia<br />
TORBA<br />
Materiale carbonioso di formazione<br />
relativamente recente, derivante dalla<br />
trasformazione anaerobica di residui<br />
vegetali<br />
52<br />
TRATTAMENTO FINALE<br />
Il deposito, la discarica ad interramento<br />
controllato o la termodistruzione<br />
VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE<br />
Stima anche quantitativa degli effetti<br />
dell’inserimento e delle conseguenze che<br />
possono derivare al territorio da grandi<br />
opere pubbliche o private
Il Piano di Autosufficienza del Comune<br />
di Milano<br />
Il Comune di Milano e <strong>Amsa</strong>, a fronte<br />
dell’emergenza <strong>rifiuti</strong> creatasi in Lombardia<br />
nel 1995, hanno elaborato il “Piano di<br />
autosufficienza per la gestione dei <strong>rifiuti</strong>”.<br />
Questo “Piano” punta a raggiungere in<br />
tempi brevi la totale autonomia di<br />
smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> milanesi all’interno<br />
del territorio comunale, abbandonando la<br />
modalità obsoleta dell’interramento in<br />
discarica. I <strong>rifiuti</strong> così raccolti verranno<br />
trattati attraverso un sistema industriale di<br />
gestione basato sul riciclaggio e sul recupero<br />
energetico, utilizzando tecnologie<br />
d’avanguardia del tutto compatibili con<br />
la filosofia dello sviluppo sostenibile.<br />
Il primo fondamentale pilastro del piano è la<br />
raccolta differenziata “spinta” attraverso<br />
54<br />
servizi a domicilio con contenitori<br />
condominiali e sacchi di diversi colori per<br />
facilitare il compito dei cittadini e<br />
aumentare volumi e qualità dei materiali<br />
riciclabili. Con questa trasformazione dei<br />
servizi si richiede ai cittadini e quindi alla<br />
scuola una fattiva collaborazione,<br />
soprattutto nelle fasi iniziali, caratterizzate<br />
da una forte situazione sperimentale: deve<br />
progressivamente scomparire la raccolta<br />
indifferenziata ed in prospettiva anche l’uso<br />
dei sacchi. Nel giro di pochi anni le vecchie e<br />
consolidate abitudini dovranno cambiare.<br />
In compenso i cittadini più attenti saranno<br />
premiati.<br />
Il Sistema Milano.<br />
Raccolta, valorizzazione e smaltimento<br />
dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong><br />
C’è un modo per trasformare i <strong>rifiuti</strong> in<br />
risorse: si chiama Sistema Milano ed è già<br />
operativo per la soluzione dei problemi<br />
ambientali della grande metropoli. Messo<br />
a punto da <strong>Amsa</strong>, il Sistema Milano consiste<br />
in una rete integrata di infrastrutture<br />
industriali e logistiche finalizzate<br />
al riciclaggio e al recupero energetico dei<br />
<strong>rifiuti</strong>, che utilizzano tecnologie<br />
d’avanguardia coerenti con la filosofia dello<br />
sviluppo sostenibile. Raccolta differenziata a<br />
domicilio per 1.340.000 milanesi, 5 Riciclerie,<br />
2 Termoutilizzatori, 2 Officine Ambientali,<br />
consentono di gestire in completa<br />
autonomia 2.000 tonellate al giorno<br />
di <strong>rifiuti</strong>, di cui il 30% viene già raccolto<br />
in maniera differenziata.<br />
La mappa delle risorse<br />
<strong>Amsa</strong> gestisce il servizio di smaltimento dei<br />
RU raccolti in Milano, attraverso modalità<br />
operative tese a limitare l’utilizzo delle<br />
discariche, rispondendo nel contempo ai<br />
seguenti requisiti fondamentali:<br />
• recupero delle frazioni riciclabili, con<br />
servizio di raccolta differenziata,<br />
• recupero dei <strong>rifiuti</strong> pericolosi e loro<br />
trattamento in impianti idonei,<br />
• recupero di energia e materiali in impianti<br />
a tecnologia complessa,<br />
• minimo impatto ambientale,<br />
• elevata affidabilità per garantire la<br />
continuità del servizio.<br />
Il percorso delle risorse<br />
Ogni tipologia merceologica ha così un suo<br />
percorso, che la porta a passare da rifiuto a<br />
nuova risorsa, attraverso un recupero<br />
industriale dei materiali riciclabili.<br />
Le varie “voci” vengono inviate alle filiere di<br />
trattamento e diventano nuove risorse: carta<br />
e cartone, passando per le cartiere, ritornano<br />
nuova carta. Il vetro usato torna vetro<br />
attraverso la vetreria o le bottiglie in plastica<br />
nuova plastica, dopo una selezione e una<br />
rivalutazione industriale. La frazione<br />
Da rifiuto… …attraverso l’industria… …a nuove risorse.<br />
Carta e cartone<br />
Vetro<br />
Bottiglia di plastica<br />
Alluminio e metalli<br />
Legno<br />
Rifiuti organici<br />
Rifiuti indifferenziati<br />
non riciclabili<br />
Rifiuti <strong>urbani</strong> pericolosi<br />
organica diventa terra fertile, dopo<br />
il compostaggio e la stessa frazione<br />
indifferenziata viene utilizzata dagli<br />
impianti di termovalorizzazione che<br />
cartiere<br />
vetrerie<br />
impianti di selezione<br />
e industria plastica<br />
industrie metallurgiche<br />
impianti di triturazione e riciclaggio<br />
impianti<br />
di selezione<br />
impianti di compostaggio<br />
trattamento<br />
frazione secca<br />
trattamento<br />
frazione umida<br />
impianti di termoutilizzazione<br />
con recupero di energia<br />
impianti di smaltimento speciali<br />
producono energia elettrica per la città.<br />
Ogni tipologia potrà essere rivalorizzata<br />
e recuperata, con guadagno per l’ambiente<br />
e risparmio per l’economia.<br />
Il Modello Milano per le raccolte<br />
d i f f e r e n z i a t e<br />
Sin dal suo avvio i fattori di successo di<br />
questo programma sono stati la<br />
mobilitazione di tutta la cittadinanza e la<br />
rapidità d’azione. La raccolta verrà<br />
effettuata “porta a porta”, con frequenza<br />
variabile a seconda delle tipologie.<br />
Il “Modello Milano 1998” a regime prevede<br />
la seguente dotazione per ogni condominio:<br />
-1 o più cassonetti a doppio scomparto per la<br />
raccolta della carta e del vetro<br />
55<br />
-1 o più cassonetti per la raccolta del rifiuto<br />
organico compostabile<br />
-1 o più trespoli per il sacco giallo per la<br />
raccolta delle bottiglie e flaconi in plastica<br />
-1 o più trespoli per il sacco nero per la<br />
raccolta del rifiuto indifferenziato<br />
(da sostituire nel 1998 con il cassonetto)<br />
e per ogni famiglia:<br />
-1 secchiello di dimensioni contenute per la<br />
raccolta del rifiuto organico compostabile.<br />
nuova carta<br />
nuovo vetro<br />
nuovo materiale<br />
di plastica<br />
nuovo metallo<br />
nuovo materiale<br />
legnoso<br />
nuova terra fertile<br />
combustibile<br />
terriccio per<br />
bonifiche ambientali<br />
energia elettrica<br />
riscaldamento per le case<br />
tutela dell’ambiente<br />
Il percorso<br />
delle risorse
Elenco di Enti, Associazioni e Consorzi<br />
AMSA<br />
Azienda Milanese Servizi Ambientali<br />
Via Olgettina 25, 20132 Milano<br />
Servizio clienti: tel. 02/ 27.20.09.01<br />
COMUNE DI MILANO<br />
Settore Ambiente<br />
Piazza Duomo 21, 20121 Milano<br />
Ufficio Comunicazioni Ambientali<br />
Tel. 02/87.58.57-86463215-62083134<br />
COMUNE DI MILANO<br />
Settore Parchi e Giardini<br />
Piazza Duomo 21, 20121 Milano<br />
Guardie Ecologiche<br />
Tel. 02/860279-860447<br />
PROVINCIA DI MILANO<br />
Settore Ambiente<br />
C.so di Porta Vittoria 27, 20122 Milano<br />
Girambiente<br />
Tel. 02/77403724<br />
REGIONE LOMBARDIA<br />
Settore Ambiente<br />
Via Fabio Filzi 22, 20124 Milano<br />
Ufficio Relazioni Esterne<br />
Tel. 02/6765.5154-4443<br />
FEDERAMBIENTE<br />
Via Cavour 179/A, 00184 Roma<br />
Tel. 06/ 47.86.53.00<br />
ANRED (Agence national pour la<br />
récupération et l’elimination des déchets)<br />
2 Place de Lafayette, 49004 Angers France<br />
Tel. 0033-41-87.29.24<br />
PROVVEDITORATO AGLI STUDI<br />
Via Ripamonti 42, 20141 Milano<br />
Tel. 02/ 58.30.73.04<br />
REPLASTIC<br />
Consorzio nazionale obbligatorio per<br />
il riciclaggio dei contenitori in plastica<br />
per liquidi<br />
Via del Vecchio Politecnico 3, 20121 Milano<br />
Tel. 02/ 76020502<br />
56<br />
COMIECO<br />
Consorzio Volontario Nazionale Recupero<br />
e Riciclo Carta e Cartone<br />
Via F. Casati 35, 20124 Milano<br />
Tel. 02/ 66987531-6696502<br />
CONSORZIO RICICLO VETRO<br />
Consorzio obbligatorio per il riciclaggio dei<br />
contenitori in vetro per liquidi<br />
Via Sardegna 32, 20146 Milano<br />
Tel. 02/ 48012961<br />
CO.AL.A.<br />
Consorzio Nazionale Alluminio e Ambiente<br />
RAIL<br />
Consorzio Produttori Alluminio<br />
Via Vittorio Veneto 106, 20091 Bresso (Mi)<br />
Tel. 02/ 61454.1<br />
COBAT<br />
Consorzio obbligatorio batterie al piombo<br />
esauste e <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />
Via Toscana 1, 00187 Roma<br />
Tel. 1678-69120 (numero verde)<br />
CONSORZIO OBBLIGATORIO OLI USATI<br />
Via del Giorgione 59, 00147 Roma<br />
Tel. 06/ 47.40.842 o al numero verde<br />
1678-63048<br />
ECOFER PACKAGING<br />
Agenzia per il recupero, valorizzazione e<br />
riciclo dei <strong>rifiuti</strong> ferrosi<br />
Via Pirelli 27, 20124 Milano<br />
Tel. 02/ 66.98.18.77<br />
<strong>Amsa</strong> conta sulla<br />
collaborazione dei cittadini e<br />
mette a loro disposizione<br />
oltre al Centralino (27.29.81)<br />
anche un Servizio Clienti:<br />
27.20.09.01<br />
(Lun.-Ven. 8-18; sabato 8-14)<br />
per le richieste di<br />
informazioni, le segnalazioni<br />
di infrazioni, i reclami, le<br />
prenotazioni per il ritiro a<br />
domicilio dei <strong>rifiuti</strong><br />
ingombranti.<br />
Funziona parimenti un<br />
Numero Verde:<br />
167-33.22.99<br />
(Lun-Ven. 8-18; Sabato 8-14)<br />
per la raccolta differenziata,<br />
i suoi problemi o dubbi.<br />
Infine è possibile dialogare<br />
con <strong>Amsa</strong> attraverso il<br />
sistema della Rete Civica<br />
Milanese.