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Come smaltire e recuperare i rifiuti urbani senza creare ... - Amsa

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<strong>Come</strong> <strong>smaltire</strong> e <strong>recuperare</strong> i <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> <strong>senza</strong> <strong>creare</strong> problemi all’ambiente<br />

e favorendo l’industria del recupero e del riciclaggio?<br />

È la sfida che la città di Milano sta fronteggiando in questi anni.<br />

<strong>Amsa</strong>, la Società di servizi ambientali del Comune ha raccolto questa sfida e ha<br />

lanciato nel dicembre 1995 “Il Modello Milano”per le raccolte differenziate, una<br />

sorta di patto tra <strong>Amsa</strong> e i milanesi.<br />

Oggi possiamo dire che la città ce l’ha fatta: Milano si è collocata fra le prime<br />

metropoli europee impegnate nella raccolta differenziata. Protagonisti di questo<br />

primo successo sono stati i cittadini e in particolare le cittadine, che hanno subito<br />

preso confidenza con questo tipo di raccolta.Mantenere questo primato e anzi,<br />

migliorarlo, è l’impegno di <strong>Amsa</strong> nei prossimi mesi.<br />

Per questo, in collaborazione con il Provveditorato agli Studi e con il Comune di<br />

Milano partiranno nel prossimo anno scolastico numerose nuove iniziative che<br />

punteranno sul “pianeta scuola”. E’ nella scuola che si formano i cittadini di domani,<br />

il luogo dove si insegna ai ragazzi a pensare con la propria testa e si forniscono gli<br />

strumenti per comprendere la realtà che ci circonda.<br />

Da <strong>rifiuti</strong> a cultura. Perché un tema come quello dei <strong>rifiuti</strong> deve trovare spazio tra le<br />

materie d’insegnamento? Perché lo studio è comprensione della realtà sociale,<br />

è capacità di discernere e di comunicare, di acquisire capacità e abitudini formative.<br />

Il tema dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> si presenta perciò come un argomento straordinariamente<br />

interdisciplinare, avvicina lo studio ai problemi della vita quotidiana,<br />

è considerato stimolante dagli insegnanti ed è particolarmente sentito dai ragazzi<br />

e dalle loro famiglie.<br />

Nelle pagine che seguono proponiamo un percorso didattico nuovo, che attraversa<br />

discipline diverse. Metodo e contenuti nascono da una lunga pratica<br />

di collaborazione tra docenti ed <strong>Amsa</strong>. Non vuol essere un manuale per sapere “tutto”<br />

dei <strong>rifiuti</strong>.Vuole essere qualcosa di diverso.<br />

Sessanta pagine illustrate, con foto e disegni, per entrare nella società dei consumi,<br />

e viaggiare. Dal supermercato alla fonderia come una lattina di alluminio;<br />

dall’edicola alla cartiera come un foglio di giornale. Oppure, viaggiare con la<br />

fantasia: ideare una città <strong>senza</strong> <strong>rifiuti</strong>; diventare per un giorno cronisti dell’ambiente<br />

o detective in un ipermercato, a caccia di imballaggi inutili. Insomma, un manualelaboratorio<br />

rivolto agli insegnanti di tutte le materie della scuola dell’obbligo.<br />

Infine, una rassicurazione.Non si tratta di una aggiunta ai già notevoli carichi<br />

ministeriali, ma di un esempio positivo e perfino divertente di educazione<br />

ambientale, che ben si può inserire nel lavoro dei docenti e diventare una splendida<br />

occasione di aggiornamento culturale.<br />

Da parte sua <strong>Amsa</strong> s’impegna sin d’ora a fornire tutto l’aiuto possibile e la piena<br />

disponibilità delle proprie strutture.<br />

Buon lavoro!<br />

Prof. Andrea Gilardoni<br />

Presidente <strong>Amsa</strong>


5<br />

I n t roduzione al<br />

p roblema <strong>rifiuti</strong><br />

I m p a r a re a vedere<br />

P e rchè i <strong>rifiuti</strong>?<br />

Cosa sono gli RU<br />

Ma quanti sono i <strong>rifiuti</strong>?<br />

Cosa dice la legge?<br />

1<br />

1La storia<br />

I <strong>rifiuti</strong> nella storia<br />

Storie del nostro<br />

t e m p o<br />

La situazione oggi<br />

17<br />

Le forme di<br />

s m a l t i m e n t o<br />

o g g i<br />

La discarica contro l l a t a<br />

Gli impianti di<br />

t e rm o u t i l i z z a z i o n e<br />

Impianti di riciclaggio<br />

della frazione umida<br />

La situazione attuale<br />

23 37<br />

La raccolta<br />

d i ff e re n z i a t a<br />

I cicli naturali<br />

La città come<br />

ecosistema art i f i c i a l e<br />

Alcune osserv a z i o n i<br />

sulla raccolta<br />

d i ff e re n z i a t a<br />

La cart a<br />

Il vetro<br />

La plastica<br />

La frazione org a n i c a<br />

Gli altri...<br />

Il problema degli<br />

i m b a l l a g g i<br />

53<br />

La didattica<br />

a m b i e n t a l e<br />

Elementi di didattica<br />

a m b i e n t a l e<br />

O rg a n i z z a z i o n e<br />

f o rmale e pro c e d u re di<br />

i n c e n t i v a z i o n e<br />

L ' o rganizzazione di<br />

base a scuola<br />

Le fasi del pro g e t t o :<br />

obiettivi, metodi e<br />

c o n t e n u t i<br />

Esempio di<br />

q u e s t i o n a r i o<br />

I n t e r p retazione del<br />

q u e s t i o n a r i o<br />

Gli studenti e la ricerc a<br />

sul campo:<br />

il superm e rc a t o<br />

La ricerca sul campo:<br />

l ' i n c h i e s t a<br />

Valutiamo insieme i<br />

r i s u l t a t i<br />

Bibliografia scelta<br />

Glossario minimo<br />

A m s a<br />

Azienda milanese<br />

s e rvizi ambientali<br />

Elenco di enti,<br />

associazioni e consorz i


<strong>Amsa</strong> 1997<br />

A cura della Direzione Marketing e Pianificazione<br />

Testi: Enrico Guazzoni<br />

Progetto grafico: AchilliGhizzardiAssociati<br />

Stampa: MTM srl


Imparare a vedere<br />

“Vedere. Si potrebbe dire che, in questa<br />

parola, è racchiusa tutta la vita, nella sua<br />

es<strong>senza</strong> almeno, se non nella sua finalità”.<br />

P. Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano<br />

Quale scopo più alto potrebbe avere la<br />

Scuola se non l’insegnare a vedere?<br />

A conoscere, capire ed interpretare la Realtà<br />

che ci circonda. In una società<br />

post-industriale dove le tecniche che gli<br />

studenti utilizzeranno durante la loro futura<br />

vita professionale, oggi non sono ancora<br />

state inventate, l’imparare a imparare è<br />

essenziale. A qualsiasi età! Per questo la<br />

Società chiede alla Scuola l’acquisizione di<br />

capacità che vanno al di là di ciò che un<br />

tempo era sintetizzato nella formula<br />

“leggere, scrivere e far di conto”.<br />

Era quello il riflesso di uno schema didattico<br />

limitativo, una sorta di sapere rinchiuso in<br />

una torre d’avorio isolata. Oggi sollecitazioni<br />

socio-culturali sempre più forti impongono<br />

alla scuola una maggiore opera di<br />

“supplenza” sociale ed in essa confluiscono<br />

emergenze tra le più disparate: la droga,<br />

l’AIDS, la educazione stradale, ecc.. Dalla<br />

6<br />

scuola si pretende sempre di più, ma<br />

soprattutto le si chiede di affrontare la<br />

complessità crescente della vita sociale:<br />

imparare ad essere cittadini, tecnicamente<br />

preparati e coscienti dei propri diritti e<br />

doveri. Questo impone ai docenti compiti<br />

nuovi ed in parte diversi dalla didattica<br />

tradizionale: insegnare a pensare in forma<br />

critica, fornire gli strumenti per capire la<br />

realtà che ci circonda, filtrare i messaggi dei<br />

media, scremando il buono dal cattivo. Lo<br />

studio diventa allora non la mera<br />

acquisizione di questo o<br />

quell’atteggiamento corretto (“Fai questo e<br />

non quello!”), ma produrre cultura,<br />

esperienza, capacità di discernere e di<br />

comunicare. Non si tratta allora di<br />

aggiungere nuovi argomenti per seguire la<br />

moda del giorno, ma di inserire questo o<br />

quel problema sociale nel programma di<br />

lavoro. Bisogna usare gli stimoli del<br />

quotidiano per mettere in pratica quello che<br />

si era già pensato di fare, unendo la<br />

conoscenza teorica con il problema concreto.<br />

Ed in questa strada il “problema <strong>rifiuti</strong>” può<br />

diventare un tema centrale o almeno un<br />

utile stimolo. Recenti accordi<br />

interministeriali hanno stabilito che<br />

l’Educazione Ambientale dovrà diventare<br />

presto materia di studio, al pari dell’Italiano<br />

o della Storia. L’attenzione verso i temi<br />

dell’ambiente viene così ad essere uno degli<br />

argomenti maggiormente sentiti sia dalla<br />

Perchè i <strong>rifiuti</strong>?<br />

Tra tutti i problemi ambientali, quello<br />

relativo allo smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> è<br />

indubbiamente il più intimamente sentito,<br />

dai ragazzi come dai loro genitori. I <strong>rifiuti</strong> li<br />

vediamo e li produciamo individualmente e<br />

quotidianamente. E per l’insegnante il tema<br />

dei <strong>rifiuti</strong>, al di là di una superficiale<br />

sgradevolezza olfattiva ed estetica, presenta<br />

moltissime valenze positive e notevoli<br />

agganci interdisciplinari, tali da stimolare il<br />

trattarne diffusamente in classe. Innanzi<br />

tutto è un tema percepito dai ragazzi, è<br />

d’attualità, riguarda democraticamente tutti,<br />

nessuna classe sociale, gruppo o settore ne è<br />

escluso. Soprattutto appare come un felice<br />

compendio di interessi che permettono un<br />

lavoro interdisciplinare; permette una<br />

collaborazione effettiva tra docenti di<br />

materie diverse, che possono affrontarlo da<br />

angolature differenti, con gli strumenti<br />

culturali e didattici tra i più svariati. E se la<br />

pedagogia ci insegna che la conoscenza è<br />

data dall’intreccio contemporaneo di tre<br />

dimensioni dell’allievo: informazioni,<br />

strategie cognitive e comportamenti, questo<br />

vuol dire che per far proprio un tema lo<br />

studente deve interiorizzarlo e rielaborarlo<br />

individualmente, fino a padroneggiarlo a tal<br />

punto da sviluppare nuove idee e<br />

comportamenti personalizzati. Orbene il<br />

tema <strong>rifiuti</strong> risponde a tutti questi requisiti<br />

didattici in maniera esemplare per<br />

contenuto, metodi di lavoro didattico e per<br />

comportamenti conseguenti.<br />

La tematica dei <strong>rifiuti</strong> allora riguarda la<br />

scuola proprio in quanto soggetto culturale,<br />

anche se è ben vero che non è suo compito<br />

risolvere questo problema, almeno dal punto<br />

di vista tecnico: vi sono a ciò delle strutture<br />

preposte (nel caso milanese l’<strong>Amsa</strong>). Non<br />

necessariamente la classe deve organizzare<br />

7<br />

gente comune che dagli specialisti.<br />

Mentre altri temi sociali, sono talora soggetti<br />

a fluttuazioni d’interesse, l’ambiente ed i<br />

suoi problemi non “passano mai di moda”,<br />

nel senso che l’attrazione che determinano è<br />

reale, sentita e chiede delle risposte non<br />

banali o superficiali.<br />

in proprio la raccolta dei <strong>rifiuti</strong> scolastici o di<br />

una loro parte. Certo lo può fare e sarà<br />

un’esperienza preziosa, che può attivarsi<br />

attraverso i Green Point, ma la scuola deve<br />

innanzi tutto porre delle domande<br />

intelligenti all’allievo, invitandolo a riflettere<br />

su quali implicazioni, dirette ed indirette,<br />

siano coinvolte con questo argomento<br />

apparentemente poco affascinante. Inoltre i<br />

<strong>rifiuti</strong> sono un modello quasi da manuale di<br />

un sistema complesso, dove una<br />

modificazione di una parte si ripercuote sul<br />

tutto e dove il tutto è legato ad ogni<br />

particolare. La nostra scuola deve abituare<br />

alla comprensione della complessità, a<br />

ragionare sulle conseguenze, siano esse<br />

prossime o remote, quasi una sorta di<br />

grande partita a scacchi, di cui siamo le<br />

involontarie pedine. Il parlare allora di <strong>rifiuti</strong><br />

a scuola non è un debordare dal<br />

programma, un aggiungere argomenti a<br />

nozioni già definite, bensì può essere<br />

l’occasione di proporre le idee di sempre in<br />

modo nuovo, di far comprendere i problemi<br />

scientifici, partendo da un caso concreto e<br />

non dalla teoria. In Storia si può leggere<br />

l’immagine della società del passato ed in<br />

Scienze ragionare sulla catena trofica, in<br />

Disegno si cerca di comunicare visivamente<br />

quanto elaborato, in Lingua Straniera si vede<br />

cosa fanno gli altri popoli e così via. Se poi in<br />

questo lavoro si può contare sull’appoggio<br />

dell’<strong>Amsa</strong>, che si pone al vostro servizio,<br />

proponendo visite, itinerari culturali e<br />

pratiche quotidiane, aiuti e materiali,<br />

persone a vostra disposizione, impianti da<br />

visitare e quant’altro, cosa si può volere di<br />

più? Va chiarito ovviamente che la<br />

“direzione” dei lavori la terrà sempre il<br />

docente, sarà lui, o il Consiglio di Classe, che<br />

decideranno cosa fare e quando, fino a


quanto spingere gli approfondimenti, ecc.<br />

Lui e solo lui parlerà con i ragazzi, valuterà<br />

le conoscenze acquisite e lavorerà sulle<br />

lacune. In questo modo il tema “<strong>rifiuti</strong>” non<br />

è un qualcosa di avulso dal programma,<br />

Cosa sono gli RU<br />

Cominciamo a conoscere i RU, i Rifiuti<br />

Urbani, ossia quella parte dell’universo <strong>rifiuti</strong><br />

di cui ci occuperemo. I <strong>rifiuti</strong> infatti vengono<br />

divisi dalla legge in varie tipologie a seconda<br />

della loro origine o dei problemi che il loro<br />

smaltimento può porre. L’articolo 6 della<br />

legge quadro sul tema, il D.L. 5/2/97 n.22<br />

recita così: “Si chiama rifiuto qualsiasi<br />

sostanza od oggetto che rientra nelle<br />

categorie riportate nell’allegato A e di cui il<br />

detentore si disfi o abbia deciso o abbia<br />

l’obbligo di disfarsi”.<br />

E già qui cominciamo a vedere che il<br />

concetto di rifiuto ha subito nel corso del<br />

tempo un’evoluzione, soprattutto<br />

concettuale, prima che tecnica.<br />

Oggi il rifiuto non è più una sostanza<br />

destinata all’abbandono, anzi lo vediamo<br />

quasi come una risorsa da sfruttare, perché<br />

sempre la citata legge ci dice all’art. 5: “I<br />

<strong>rifiuti</strong> da avviare allo smaltimento finale<br />

devono essere il più possibile ridotti,<br />

potenziando la prevenzione e le attività di<br />

riutilizzo, di riciclaggio e di recupero”.<br />

Non sembri una questione solo accademica:<br />

oggi presso le Camere di Commercio esiste la<br />

Borsa del Rifiuto e quello che non serve ad<br />

uno può essere prezioso per altri, mentre<br />

l’antica logica che portava i <strong>rifiuti</strong> solo alla<br />

discarica dovrà scomparire.<br />

Non solo: il concetto stesso di materiale<br />

destinato a non essere abbandonato deve<br />

modificarne la natura in funzione dello<br />

smaltimento o del recupero finali. Al fine<br />

dell’attuazione del decreto, si è pensato di<br />

classificare le tipologie secondo l’origine e di<br />

analizzarne ogni parte separatamente.<br />

Abbiamo così in funzione dell’origine e della<br />

composizione chimico-fisica:<br />

1) I <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong><br />

Sono i <strong>rifiuti</strong> domestici, anche ingombranti,<br />

provenienti da locali e da luoghi adibiti a<br />

8<br />

un’aggiunta a quanto già fissato, ma un<br />

capitolo all’interno del lavoro ministeriale,<br />

una esemplificazione concreta degli usuali<br />

concetti generali: insomma un aiuto in più e<br />

non un lavoro aggiunto.<br />

uso di civile abitazione; i <strong>rifiuti</strong> non<br />

pericolosi provenienti da locali e luoghi<br />

adibiti a usi diversi, assimilati agli <strong>urbani</strong> per<br />

qualità e quantità; i <strong>rifiuti</strong> provenienti dallo<br />

spazzamento delle strade, i <strong>rifiuti</strong> di<br />

qualunque natura o provenienza, giacenti<br />

nelle strade e nelle aree pubbliche, o private<br />

ma soggette ad uso pubblico; i <strong>rifiuti</strong><br />

vegetali provenienti da aree verdi.<br />

La responsabilità della loro raccolta e<br />

smaltimento è dei Comuni.<br />

2) I <strong>rifiuti</strong> speciali<br />

Sono tutti gli altri <strong>rifiuti</strong> provenienti da<br />

attività agricole e agro-alimentari, dalle<br />

attività di demolizione e costruzione, da<br />

attività commerciali e di servizio, di<br />

lavorazione industriale ed artigianale, da<br />

attività di recupero e smaltimento <strong>rifiuti</strong>, da<br />

trattamento di depurazione, da attività<br />

sanitarie, le carcasse degli autoveicoli ed i<br />

macchinari obsoleti.<br />

3) I <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />

Sono i <strong>rifiuti</strong> non domestici, infiammabili,<br />

tossici, corrosivi, irritanti, cancerogeni o<br />

comunque nocivi, precisati in un apposito<br />

elenco. Non vengono considerate in questa<br />

direttiva alcune categorie di materiali, come<br />

i <strong>rifiuti</strong> radioattivi, quelli di origine<br />

mineraria, le carogne e i materiali destinati a<br />

produrre letame e in generale tutte le acque<br />

di scarico, in quanto già disciplinate da<br />

apposite leggi. Ovviamente in base a questa<br />

classificazione nascono importanti riflessi<br />

sulla raccolta e la gestione dei <strong>rifiuti</strong>, sia<br />

sotto forma di caratteristiche tecniche degli<br />

impianti di trattamento, sia per le procedure<br />

di controllo e di recupero, nonché per la<br />

determinazione delle tariffe per la gestione<br />

dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>. Esse cesseranno<br />

progressivamente di essere delle tasse<br />

indifferenziate per diventare delle tariffe<br />

per un servizio di raccolta, premiando in tal<br />

modo la raccolta differenziata. Per quanto ci<br />

Ma quanti sono i <strong>rifiuti</strong> ?<br />

Sembra strano ma capire quanti siano i <strong>rifiuti</strong><br />

in Italia o anche solo in Lombardia è<br />

estremamente complesso e difficile e spesso i<br />

risultati sono difficilmente comparabili tra<br />

loro. Fino alla fine degli anni ‘70<br />

esistevano di fatto solo delle stime generali,<br />

anche perché all’epoca era ancora molto<br />

diffusa la pratica del conferimento in<br />

discarica, spesso non controllata, e inoltre<br />

non esistevano norme precise che<br />

imponessero dei censimenti. Poi piano piano<br />

le cose sono andate migliorando e i dati si<br />

sono venuti precisando, soprattutto per<br />

quanto riguarda i <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>. Questo ci<br />

aiuta a capire come mai i RU, su scala<br />

nazionale, siano cresciuti in maniera così<br />

clamorosa a partire dai primi rilevamenti: ciò<br />

è dipeso sostanzialmente solo dal fatto che si<br />

è passati da valori presunti (e in realtà<br />

sottostimati) a rilevazioni sempre più precise<br />

e puntuali. Di queste ultime esistono<br />

ovviamente diverse fonti, come il Ministero<br />

dell’Ambiente, Federambiente o i Consorzi<br />

Locali. Secondo il Ministero nel 1994 in Italia<br />

si sono prodotti circa 23 milioni di tonnellate<br />

di <strong>rifiuti</strong> solidi <strong>urbani</strong> (RSU), 4 milioni di<br />

tonnellate di assimilabili agli <strong>urbani</strong> (RSA)<br />

poco meno di 20 milioni di <strong>rifiuti</strong> industriali<br />

(RS), 2,7 milioni di tossici e nocivi (RTN) ed<br />

infine circa 14 milioni di tonnellate di inerti,<br />

come riassunto nella tabella qui a fianco.<br />

<strong>Come</strong> osservazione generale si può dire che<br />

mentre i RU sono venuti crescendo negli<br />

ultimi anni, anche per le ragioni che<br />

vedremo, i <strong>rifiuti</strong> industriali si sono<br />

sostanzialmente fermati, vuoi per effetto di<br />

maggiori controlli ambientali e quindi con<br />

Cosa dice la Legge?<br />

Questo argomento può essere lo spunto per<br />

spiegare come funzionano le leggi, chi le fa<br />

e come esse non nascano all’improvviso, ma<br />

9<br />

riguarda noi ci occuperemo qui solo dei<br />

<strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> (d’ora in poi indicati come RU).<br />

Rifiuti prodotti in Italia nel corso del 1994.<br />

RSU RSA RS inerti RTN<br />

Piemonte 1775 689 1480 1760 320<br />

Valle D’Aosta 56 3 209 93 12<br />

Lombardia 3800 319 2850 in rs nd<br />

P. A. Bolzano 141 24 60 300 7<br />

P. A. Trento 194 64 222 341 6<br />

Veneto 1756 196 1900 1300 300<br />

Friuli Venezia Giulia 425 733 946 1278 46<br />

Liguria 800 115 867 2033 109<br />

Emilia Romagna 1550 250 1716 980 130<br />

Toscana 1500 250 780 1500 150<br />

Umbria 380 60 600 600 43<br />

Marche 430 400 150 100 150<br />

Lazio 2299 264 60 296 345<br />

Abruzzo 350 91 179 10 84<br />

Molise 119 13 128 19 8<br />

Campania 2050 450 1477 737 164<br />

Puglia 1640 in rsu 3840 1100 425<br />

Basilicata 231 23 89 187 4<br />

Calabria 684 220 68 7 56<br />

Sicilia 1825 15 145 1100 98<br />

Sardegna 675 54 1700 570 250<br />

Italia 22679 4232 19464 14311 2709<br />

Fonte: Ministero dell’ambiente 1995<br />

l’incentivazione all’introduzione di<br />

tecnologie atte a ridurne le quantità<br />

o il recupero, vuoi anche per una certa<br />

contrazione della produzione<br />

industriale in sé.<br />

Rimangono in ogni caso una quantità<br />

spaventosa e l’insegnante può darne una<br />

visibilità fisica, cercando in classe paragoni<br />

atti a far capire quanto sia grande un<br />

milione di tonnellate di <strong>rifiuti</strong>.<br />

siano un tentativo di risolvere i problemi<br />

sociali, man mano che questi si sviluppano,<br />

ad opera di persone ed enti preposti alla


gestione della cosa pubblica. Le leggi, come<br />

tutte le cose umane, si evolvono, seguendo<br />

la società e i suoi progressi.<br />

Per questo motivo potrebbe sembrare<br />

incredibile che il nostro Paese, in questo<br />

campo, negli ultimi decenni si sia trovato<br />

sguarnito dal punto di vista legislativo.<br />

Non che nel passato non vi fossero state<br />

leggi e disposizioni in merito, anzi, come<br />

vedremo tra poco, esse esistevano da secoli e<br />

molto dettagliate. Solo che queste erano<br />

state emanate per far fronte alle richieste di<br />

società profondamente diverse dall’attuale,<br />

di piccole dimensioni e con scarse<br />

produzioni, mentre la società italiana della<br />

seconda metà del nostro secolo era<br />

diventata a tutti gli effetti una collettività<br />

post-industriale. Diciamo che il testo di legge<br />

più recente risaliva al 1941 ed era la L.366,<br />

nata quando l’Italia era uno stato<br />

sostanzialmente agricolo e per giunta in<br />

guerra: in essa comunque si imponeva la<br />

raccolta comunale dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong> e<br />

potenzialmente si lasciava intravedere un<br />

cenno al recupero dei materiali. Essa però<br />

non venne mai completamente applicata e<br />

per quasi mezzo secolo il nostro Paese si<br />

sviluppò, in questo campo, in maniera<br />

caotica, con discariche incontrollate un poco<br />

dappertutto e conseguente scempio del<br />

territorio. Nel frattempo però la CEE si era<br />

venuta dotando di normative sempre più<br />

precise, che la Lombardia prima e l’Italia poi<br />

fecero proprie. La prima legge quadro che<br />

definì la questione in modo moderno e<br />

dettagliato fu il DPR 915 del 10/9/1982: in<br />

esso non solo si vengono definendo le<br />

categorie dei <strong>rifiuti</strong>, ma si impongono una<br />

volta per tutte la discarica controllata, le<br />

competenze territoriali di raccolta e<br />

smaltimento, mentre si comincia a parlare di<br />

raccolta differenziata e di recupero. Si affida<br />

inoltre allo Stato il compito di cercare di<br />

limitare la produzione dei <strong>rifiuti</strong> alla fonte.<br />

Un deciso passo in avanti fu la L.441/87 che<br />

attribuiva alle Regioni il compito di favorire<br />

la raccolta differenziata, il riciclaggio ed il<br />

recupero energetico. I Comuni a loro volta<br />

avrebbero pensato alla raccolta e allo<br />

smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> pericolosi, in attesa di<br />

un piano nazionale di smaltimento. Questo<br />

in parte arrivò nel 1988 con la L.475/88 che<br />

sanciva un primo piano triennale, parlava del<br />

10<br />

trattamento dei <strong>rifiuti</strong> tossici e nocivi,<br />

favoriva il recupero dei materiali e<br />

dell’energia, ma soprattutto introduceva il<br />

concetto operativo di raccolta differenziata<br />

da parte dei comuni, mentre istituiva i<br />

consorzi obbligatori per il riciclaggio del<br />

vetro, dei metalli, dei contenitori di liquidi<br />

in plastica e delle batterie esauste. Queste<br />

attività furono poi regolamentate nel 1991<br />

con nuove circolari e, in Lombardia,<br />

soprattutto con la L.R. 1 luglio 1993 n.21, che<br />

ha dato un grosso contributo alla raccolta<br />

differenziata, attribuendone la realizzazione<br />

alle provincie e ai comuni, con la<br />

determinazione di percentuali concrete da<br />

realizzare da lì a pochi anni. Quella<br />

lombarda è stata una normativa<br />

all’avanguardia e ha avuto la funzione di<br />

modello per le altre regioni. Queste idee<br />

sono oggi riprese in sede nazionale dal<br />

nuovo decreto unificato che il Consiglio dei<br />

Ministri ha varato alla fine del 1996,<br />

destinato a rivedere tutta la normativa<br />

nazionale, adeguandola a quella<br />

comunitaria in chiave di competenze,<br />

attribuendo maggiori compiti agli enti locali.<br />

In particolare il decreto recepisce dalla<br />

normativa comunitaria i due principi<br />

fondamentali della “responsabilità<br />

condivisa” e “dell’obbligo di assumersi<br />

l’onere dello smaltimento da parte di chi<br />

inquina”; inoltre il decreto indica come<br />

prioritarie le iniziative volte a prevenire e a<br />

ridurre la produzione di <strong>rifiuti</strong>.<br />

Recepisce la Direttiva Comunitaria 62/94, che<br />

fissa le norme per la gestione degli<br />

imballaggi e dei <strong>rifiuti</strong> da imballaggi,<br />

riordinando l’assetto dei Consorzi; introduce<br />

l’obbligo di passare da un regime di<br />

tassazione ad uno di tariffazione,<br />

prevedendo agevolazioni tali da favorire la<br />

raccolta differenziata, in conclusione il<br />

decreto si pone l’obiettivo di “mettere<br />

ordine” in una materia sin qui caratterizzata<br />

da molteplici incertezze.<br />

Questa breve storia può essere la traccia da<br />

sviluppare in classe per ricerche più<br />

approfondite ed analisi mirate, costruite su<br />

testi o articoli di giornale, sul come nasce<br />

e funziona una legge.


I <strong>rifiuti</strong> nella storia<br />

Il tema può essere affascinante: rileggere la<br />

storia in chiave “rifiutologica”, ossia andare<br />

a vedere cosa è stato fatto in passato per<br />

raccogliere e <strong>smaltire</strong> la spazzatura, chi se ne<br />

è occupato e come, con quali problemi e<br />

risultati, cosa rimane oggi degli antichi sforzi<br />

di pulire le città. In fondo lo studio della<br />

Storia da anni non consiste più in una<br />

elencazione di guerre e di re, più<br />

interessante è stata la scoperta della vita di<br />

ogni giorno e cosa c’è di più quotidiano che<br />

lo spazzare? Del resto cosa sapremmo noi<br />

oggi ad esempio delle culture preistoriche se<br />

non vi fossero i loro <strong>rifiuti</strong>?<br />

Per quanto la cosa possa sembrarci<br />

paradossale dobbiamo dire che larga parte<br />

delle conoscenze che oggi possediamo circa i<br />

popoli delle età della pietra ci deriva dai<br />

resti, più o meno fossili, dei loro <strong>rifiuti</strong>. Lo<br />

studio di queste popolazioni, soprattutto le<br />

più antiche, ci è possibile solo attraverso<br />

l’esame in dettaglio dei loro insediamenti,<br />

dei resti di cibo, di materiali litici, finalizzati<br />

al cibo o degli scarti di lavorazione delle<br />

pelli. Noi conosciamo le loro abitudini<br />

alimentari attraverso i chiocciolatoi, i resti di<br />

cibo bruciato, le ossa spolpate e quant’altro<br />

rappresentava la loro pattumiera.<br />

Può essere simpatico in classe cercare di<br />

ricostruire le abitudini di un uomo della<br />

preistoria attraverso i suoi resti. Cosa ci è<br />

arrivato di lui? Cosa avrebbe potuto<br />

lasciarci? Proviamo a considerare i reperti<br />

litici o fittili (la ceramica o i suoi frammenti,<br />

le giare, ecc.): null’altro che cocci e <strong>rifiuti</strong>.<br />

Lo stesso possiamo dire delle culture storiche<br />

più antiche, se ne diamo una lettura in<br />

questo senso; ovviamente cambia la<br />

composizione dei <strong>rifiuti</strong>, questi erano<br />

quantitativamente pochi e per lo più<br />

costituiti da resti organici, cenere ed<br />

escrementi. Tutti materiali ampiamente<br />

riciclati: il cibo andava agli animali,<br />

soprattutto maiali, le ceneri venivano<br />

utilizzate per lavare i tessuti, per via del<br />

contenuto in soda e gli escrementi venivano<br />

trasformati in letame. Di stoffe ovviamente<br />

ce n’erano poche e queste venivano<br />

12<br />

utilizzate fino in ultimo. I metalli erano così<br />

rari che sarebbe stato follia buttarli, il vetro<br />

era oggetto di manufatti così rari che spesso<br />

sono arrivati, magari in cocci, fino a noi.<br />

L’età classica<br />

La pulizia delle città fu invece un problema<br />

che nacque con i greci: furono loro infatti a<br />

sentire per primi il bisogno di un servizio<br />

pubblico di pulizia urbana. Nella<br />

“Costituzione degli ateniesi” Aristotele, ad<br />

esempio, fissa i doveri di dieci sorveglianti<br />

della città incaricati di verificare il lavoro<br />

degli spazzini, per impedire loro di gettare le<br />

immondizie entro dieci stadi dalla città.<br />

Questi netturbini erano probabilmente<br />

schiavi e si incaricavano di tutte le opere di<br />

manutenzione di una città, che al suo<br />

fulgore contava ben 250.000 abitanti. Invece<br />

i Romani dell’età classica ci hanno lasciato<br />

una massa sterminata di documenti inerenti<br />

le grandi opere pubbliche, ma pochissimo in<br />

merito alle attività quotidiane, che pure<br />

dovevano essere enormi, se si ricorda che la<br />

Roma imperiale contava oltre un milione di<br />

abitanti. Gran parte dei <strong>rifiuti</strong> che non<br />

venivano direttamente riutilizzati, erano<br />

scaricati nella Cloaca Massima, il sistema di<br />

fognature che serviva la città. Per quanto<br />

riguarda gli scarichi più propriamente<br />

domestici si ricorda che questi venivano<br />

buttati semplicemente nelle strade, <strong>senza</strong><br />

badare a chi potevano finire in testa, come<br />

ricorda il poeta Giovenale cui capitò un<br />

“inconveniente” del genere.<br />

In città mancò sempre un sistema di raccolta<br />

pubblica ed il servizio era affidato a privati,<br />

per esempio ai proprietari delle case che<br />

dovevano pensare a pulire anche il<br />

circondario, per non incorrere nelle sanzioni<br />

degli edili, i funzionari che erano stati<br />

preposti alla cura della città.<br />

Giulio Cesare, nell’editto di Eraclea,<br />

addirittura arrivava a bandire una gara<br />

d’appalto pubblico per la pulizia delle<br />

strade, con partizione delle spese a metà tra<br />

amministrazione pubblica e padroni di casa.<br />

In epoca imperiale vi erano quattro<br />

“curatores viarum”, con funzioni di rango<br />

inferiore agli edili e incaricati di<br />

manutenzione e pulizia, due si occupavano<br />

della città interna e due della periferia. Nel<br />

“Digesto”, la raccolta di leggi che resse il<br />

mondo romano, era scritto anche che<br />

“...nulla dovesse tenersi esposto dinanzi alle<br />

officine e finalmente non si permettesse che<br />

fossero gettate nelle strade sterco, cadaveri<br />

o pelli d’animali”. Divieto questo che sarà<br />

ripreso negli statuti medioevali e che la dice<br />

lunga sulla qualità della pulizia delle strade<br />

e della città. Curioso è un episodio<br />

raccontato da Svetonio in cui il giovane<br />

Vespasiano (notoriamente benemerito in<br />

seguito per le sue attenzioni ai servizi<br />

igienici) viene fatto imbrattare<br />

dall’imperatore Caligola con il fango<br />

raccolto nelle vie da lui non adeguatamente<br />

curate. In ogni caso i romani furono i primi<br />

creatori dei servizi pubblici di raccolta e<br />

smaltimento dei <strong>rifiuti</strong>, il loro modello<br />

urbano fu esportato in tutto l’impero e come<br />

tale funzionò fintanto che durò l’impero<br />

stesso.<br />

Il Medioevo<br />

Con la calata dei barbari, e per almeno un<br />

millennio, la situazione in tutta Europa fu<br />

assolutamente disastrosa, mancando<br />

qualsiasi interesse verso la pulizia o anche<br />

solo per l’igiene urbana.<br />

Con quali costi sociali lo si può desumere<br />

dalla frequenza delle pestilenze e delle<br />

epidemie, soprattutto di tifo (i liquami<br />

finivano ad inquinare i pozzi per acqua) o di<br />

peste, veicolata dai topi. Nelle descrizioni dei<br />

lavori socialmente utili, quello assimilabile<br />

agli spazzini era allora ritenuto “infamante”<br />

o talora solo “umile” e solo i più miseri nella<br />

società vi erano preposti; lo svolgimento di<br />

uno di questi mestieri costituiva ragione per<br />

non poter essere ammesso a diventare<br />

chierico o a rivestire cariche pubbliche.<br />

Le condizioni igieniche erano disastrose in<br />

Italia e ancora peggiori, se possibile, nel<br />

resto d’Europa con una coabitazione tra<br />

animali ed umani assolutamente deleteria.<br />

Solo verso la fine del Medioevo si cominciò a<br />

far strada l’idea che una certa igiene poteva<br />

essere utile e necessaria per ridurre gli effetti<br />

delle epidemie di peste e colera che allora<br />

spopolavano intere nazioni.<br />

D’altra parte le città cominciavano a crescere<br />

in misura tale da non permettere convivenze<br />

13<br />

così a rischio ed era necessario mettere<br />

ordine o almeno emettere dei regolamenti<br />

per un regolare servizio di pulizia.<br />

A Milano, ad esempio, intorno alla metà del<br />

sec. XIII°, gli Statuti Comunali vietavano<br />

espressamente l’orinare e “ogni altra cosa<br />

disdicevole” nei pressi del Palazzo del<br />

Comune e nello stesso periodo si dava il via<br />

alla edificazione di pubbliche latrine. L’idea<br />

di non fare i propri bisogni dove capitava<br />

cominciò a diffondersi nelle case solo<br />

all’inizio del Rinascimento, in città però del<br />

tutto prive di fognature e di acquedotti.<br />

Queste pescavano l’acqua da pozzi inquinati<br />

e potevano contare per lo smaltimento dei<br />

liquami solo sulle letamaie che servivano i<br />

diffusi orti <strong>urbani</strong>: una sorta di compost che<br />

raccoglieva gli avanzi alimentari, mescolati al<br />

letame umano ed animale. Solo col<br />

Rinascimento rinacque anche una struttura<br />

urbana di pulizia e smaltimento dei <strong>rifiuti</strong>.<br />

Dal Rinascimento ai giorni nostri<br />

A Milano venne istituito l’Ufficio di Sanità e<br />

dopo il 1534 venne creato il Magistrato di<br />

Sanità e l’omonimo Tribunale, che rimase in<br />

vigore sino al 1787. E non furono, queste,<br />

cariche di poco conto, anzi il Magistrato<br />

aveva amplissimi poteri e disponeva di una<br />

propria milizia, come ricordano i vari Statuti<br />

o raccolte di leggi che documentano tutti i<br />

passaggi verso una più moderna idea di<br />

igiene pubblica. Si prese così a mettere<br />

ordine non solo nella manutenzione delle<br />

strade, ma anche nella loro sistematica<br />

pulizia e riparazione.<br />

Si cominciò allora a proibire l’abbandono di<br />

letame lungo le pubbliche vie, la pulizia<br />

delle pelli o il salasso dei cavalli, nonché lo<br />

svuotamento dei pozzi neri durante l’estate.<br />

Anzi, per impedire che le cloache e pozzi<br />

neri appestassero l’aria, essi venivano<br />

periodicamente puliti con l’immissione delle<br />

acque dei torrenti Seveso e Nirone.<br />

Era fatto divieto di gettare immondizia per<br />

le vie ed il giudice delle Strade e delle<br />

Acque, coadiuvato dagli Ufficiali delle<br />

strade, poteva comminare pene pecuniarie,<br />

che dovevano essere pagate al Vicario di<br />

Provvisione, ovvero pene corporali.<br />

Ognuno cominciò allora a scopare e pulire<br />

almeno davanti alla propria casa e la città,<br />

pur continuando a puzzare, era meno


sgradevole. Fu all’inizio del ‘500 che<br />

nacquero i “navazzari” che potremmo<br />

considerare come gli antenati dei moderni<br />

operatori ecologici (alias netturbini). Erano<br />

questi i conduttori delle “navazze”, i carri<br />

con cui si raccoglievano il letame ed i liquami<br />

dei pozzi neri delle abitazioni private (o<br />

almeno da quelle poche che ne erano<br />

forniti) e con i quali li si trasportavano fuori<br />

città, per usarli nei campi. Era lavoro non da<br />

poco se si considera che solo intorno alla fine<br />

dell’Ottocento Milano si dotò di un primo<br />

sistema fognario e il primo impianto di<br />

acqua potabile risale al 1888. I navazzari<br />

avevano in realtà compiti più ampi e<br />

pulivano anche le strade, raccoglievano la<br />

spazzatura dalle case e trasportavano il tutto<br />

fuori città. Il concetto di pulizia urbana<br />

comincia ad affermarsi e, anche se ancor<br />

oggi è possibile vedere sulle mura di vecchi<br />

palazzi proibizioni di deposito della<br />

“immondezza” risalenti ai secoli scorsi, le<br />

condizioni igieniche migliorarono, per<br />

quanto il puzzo generale fosse ancora<br />

ammorbante. Pare curioso ma l’aria a Milano<br />

era decisamente peggiore un tempo che non<br />

ora con macchine, riscaldamento domestico,<br />

industrie.<br />

Storie del nostro tempo<br />

La storia dei <strong>rifiuti</strong> nel nostro secolo mostra<br />

come sia profondamente cambiata la società<br />

e con essa la sua immagine in negativo, i<br />

<strong>rifiuti</strong> appunto. Un richiamo in classe a<br />

questi aspetti concreti della Storia serve<br />

anche per rendere tangibili i mutamenti<br />

sociali, quasi antropologici, che stiamo<br />

vivendo in questi decenni. Ovviamente i<br />

parametri di misura sono molti, qui<br />

adotteremo lo studio della variazione della<br />

composizione media dei <strong>rifiuti</strong> milanesi<br />

nell’arco di un secolo. Dunque, alla fine del<br />

secolo scorso Milano si affacciava alla<br />

nascente industrializzazione con una società<br />

assolutamente parca, almeno agli occhi di un<br />

consumatore contemporaneo. La quantità<br />

media di <strong>rifiuti</strong> che una famiglia produceva<br />

in una settimana non superava i due o tre<br />

chilogrammi ed era per lo più costituita da<br />

ceneri: il riscaldamento domestico infatti era<br />

14<br />

Il servizio di pulizia è un misto di pubblico e<br />

di privato e questa commistione continuerà<br />

a Milano sino al 1930, quando il servizio<br />

diverrà a tutti gli effetti solo pubblico. Fino<br />

ad allora il protagonista della pulizia<br />

cittadina era il “ruée”, che portava in spalla<br />

una gerla, la “ruéra” appunto e con scopa e<br />

pala puliva le strade. L’origine della parola<br />

era probabilmente il longobardo Hruf,<br />

termine rimasto nel milanese attuale per<br />

indicare appunto la spazzatura. I “ruée”<br />

erano brianzoli e provenivano in genere dal<br />

paese di Missaglia. Erano organizzatissimi e<br />

giravano prima dell’alba a raccogliere, vuoi<br />

col carretto, vuoi con la gerla, la roba che<br />

provvedevano poi a portare fuori città.<br />

Nel 1910 il Comune concentrò lo scarico in<br />

località Rottole, dove nel 1929 fu installato<br />

un centro di prima cernita rimasto in<br />

funzione fino al 1964. In questo villaggio<br />

degli spazzini arrivarono a vivere fino a<br />

cinquecento famiglie, che operavano, a<br />

mano, una sorta di differenziazione dei<br />

materiali ed un recupero di ben 37 tipologie<br />

merceologiche diverse riutilizzabili. In quella<br />

località sorge oggi l’attuale <strong>Amsa</strong>, erede<br />

spirituale, se non materiale, dei vecchi<br />

“ruée”.<br />

a legna o a carbone, con la differenza che la<br />

cenere di legna, ricca in soda, veniva<br />

utilizzata per lavare i panni, mentre la<br />

cenere di carbone, non essendo idonea allo<br />

scopo, doveva essere gettata. Gli avanzi di<br />

cibo erano molto pochi e quei pochi<br />

venivano raccolti per essere riutilizzati, dai<br />

“rueé” come alimento per i maiali. I metalli<br />

erano pressoché inesistenti, nei <strong>rifiuti</strong>: non<br />

c’erano ancora le lattine per le bibite,<br />

mentre le pentole rotte o gli altri oggetti<br />

domestici in metallo venivano vendute al<br />

“rottamatt”, curiosa figura di recuperatore<br />

di metalli ante litteram, ancor oggi non del<br />

tutto scomparsa, che faceva la propria ed<br />

altrui fortuna appunto comperando a peso i<br />

rottami metallici. Il vetro era pressoché<br />

assente e così pure i tessuti, che venivano<br />

riutilizzati direttamente in vari modi, non<br />

ultimo facendone dei pannolini per bambini<br />

o delle fasce per calzari. Le famose “ciocie”<br />

degli abitanti del Lazio meridionale ad<br />

esempio, altro non erano che lenzuoli fatti a<br />

strisce e legati intorno ai piedi, così come le<br />

fasce dei nostri soldati durante la prima<br />

guerra mondiale. I tessuti, fino ad almeno la<br />

seconda rivoluzione industriale, erano un<br />

bene prezioso: una famiglia prima di<br />

affrontare la spesa di un nuovo vestito ci<br />

pensava su parecchie volte e se lo faceva,<br />

vi erano comunque infinite resistenze ed<br />

attenzioni. Il vecchio detto “un vestito<br />

indosso ed uno in fosso” era da intendere<br />

in senso letterale e quanto mai concreto.<br />

La poca carta o il legno venivano bruciati e<br />

ovviamente non esisteva la plastica.<br />

Oggi la situazione è del tutto cambiata:<br />

siamo passati da una società frugale, semiagricola<br />

ad una post-industriale e<br />

consumista, che fa “dell’usa e getta” il<br />

proprio modello: nessuno pensa a riparare le<br />

cose, che del resto sono fatte per durare<br />

poco ed essere rimpiazzate da altri modelli e<br />

questo in tutti i settori. Il risultato è stata<br />

una crescita smodata dei <strong>rifiuti</strong>, che sono<br />

diventati quasi il simbolo in negativo della<br />

ricchezza e del benessere; nell’arco di un<br />

secolo dai pochi etti si è così passati, a<br />

Milano, agli attuali 1,2 chilogrammi al<br />

giorno per abitante, ossia 1.700<br />

tonnellate/giorno o 600.000 tonnellate<br />

all’anno, solo di RU. Sono cambiate anche le<br />

tipologie: scomparsa quasi del tutto la<br />

cenere, sono comparsi massicciamente la<br />

La situazione oggi<br />

La situazione lombarda e più limitatamente<br />

quella milanese, è oggi in una fase di vivace<br />

evoluzione: solo da poco tempo la nostra<br />

società ha cominciato ad affrontare in modo<br />

concettualmente nuovo il problema <strong>rifiuti</strong>,<br />

affrontando quesiti non sempre facili da<br />

risolvere. Va tenuto presente che la nostra<br />

regione è una delle più industrializzate<br />

d’Europa, ha una popolazione di quasi nove<br />

milioni di persone, distribuite in circa 25.000<br />

kmq, di cui un terzo montuosi. Per varie<br />

ragioni fino ad oggi il sistema di<br />

smaltimento, di fatto preferenziale, è stato<br />

la messa in discarica, soluzione che, come<br />

15<br />

plastica, la carta, il vetro e gli avanzi di cibo.<br />

Purtroppo durante la crescita si è perso<br />

per strada il gusto del riciclaggio,<br />

del recupero, del riutilizzo.<br />

Persa la fantasia e la voglia di non buttare<br />

via nulla, assediati da una quantità crescente<br />

di beni, tanto belli quanto effimeri, i <strong>rifiuti</strong><br />

sono diventati progressivamente un<br />

problema che investe tutta la società.<br />

Può essere utile introdurre in classe delle<br />

riflessioni sulle mutazioni antropologiche<br />

e sociali che si sono prodotte<br />

nel corso del tempo nella vita quotidiana<br />

degli uomini e lo studio dei <strong>rifiuti</strong><br />

può dare interessanti suggerimenti.<br />

Provate a leggere in classe qualche testo che<br />

descriva la vita dei ceti popolari lombardi e<br />

analizzatelo in questa luce.<br />

vedremo, presenta alcuni problemi, non<br />

ultimo quello di essere mal vista dalle<br />

popolazioni finitime, che non hanno<br />

mancato di farlo sapere. I forni per la<br />

termoutilizzazione sono pochi e vanno<br />

adeguati alle più moderne visioni in termini<br />

di cogenerazione; in ogni caso sono<br />

insufficienti rispetto alle crescenti necessità.<br />

Qualunque sia la fonte di produzione,<br />

famiglia, industria, piccolo artigiano,<br />

l’aumento di <strong>rifiuti</strong> è stato costante in<br />

particolare per il settore degli imballi, che<br />

hanno determinato un sempre maggiore<br />

ingombro e molti problemi.


<strong>Come</strong> è variata<br />

la composizione<br />

percentuale in<br />

peso di RU in<br />

un secolo<br />

Fonte: Open<br />

University 1988<br />

1 8 7 9<br />

vegetale/putrescibile<br />

tessile<br />

carta e cartone<br />

varie<br />

metallo<br />

vetro<br />

polvere e cenere<br />

plastica<br />

La L.R. 21/93 ha introdotto il principio,<br />

ribadito nella recente legge-quadro emessa<br />

dal Consiglio dei Ministri, che ogni provincia<br />

deve <strong>smaltire</strong> i propri <strong>rifiuti</strong> entro i confini<br />

del proprio territorio. Per quanto riguarda<br />

Milano, non avendo affrontato per tempo la<br />

problematicità degli smaltimenti attraverso<br />

una adeguata struttura impiantistica, ci si è<br />

trovati già nel 1994 in una situazione di crisi,<br />

che aveva indotto il Presidente del Consiglio<br />

a dichiarare, nel novembre di quell’anno, lo<br />

stato di emergenza nominando nel<br />

contempo un Commissario Straordinario, il<br />

quale indicava chiaramente nella raccolta<br />

differenziata la priorità assoluta. A seguito<br />

di ciò, il Sindaco di Milano emanava<br />

un’ordinanza (19 febbraio 1995) con la quale<br />

si rendeva di fatto obbligatoria la<br />

differenziazione per tutti i cittadini milanesi,<br />

e <strong>Amsa</strong> varava nella primavera del 1995 il<br />

Modello Milano, primo piano globale di<br />

raccolta differenziata che tendeva a<br />

superare la raccolta stradale, con le<br />

tradizionali “campane”, per orientarsi verso<br />

una raccolta porta a porta.<br />

Nell’autunno del 1995 lo stato di emergenza<br />

precipitava ulteriormente, a seguito della<br />

chiusura della discarica di Cerro Maggiore,<br />

imposta dalle popolazioni locali,<br />

costringendo la città di Milano ad una<br />

ulteriore accelerazione nei programmi di<br />

raccolta differenziata, attuata con una<br />

ordinanza del Sindaco-Commissario del 18<br />

dicembre 1995. Con questa accelerazione e<br />

con il varo contestuale del “piano di<br />

autosufficienza”, Milano gettava le basi per<br />

1 9 2 5 - 2 6 1 9 6 5 19 7 7 - 7 8 198 1<br />

0 8 0 % 0 60% 0 30% 0 40% 0 40%<br />

16<br />

un rapidissimo affrancamento dalla discarica,<br />

innanzitutto in virtù dei brillanti risultati<br />

ottenuti con la raccolta differenziata che ha<br />

già raggiunto nel 1996 l’incidenza del 31% e<br />

che dovrebbe toccare, nel 1997 quota 40%.<br />

Sarà possibile raggiungere questo obiettivo<br />

anche grazie all’impianto temporaneo di<br />

selezione e trattamento di <strong>rifiuti</strong> di via<br />

Rubattino (già entrato in funzione e<br />

destinato ad operare per non più di 4 anni),<br />

dell’impianto di compostaggio di qualità di<br />

Muggiano e dell’avvio del nuovo impianto di<br />

selezione e termovalorizzazione con<br />

recupero di energia (Silla 2, pronto a<br />

funzionare alla fine del 1999). Il “Modello<br />

Milano” per la raccolta differenziata si pone<br />

alcuni obiettivi, che sono: ridurre le quantità<br />

da avviare agli impianti, privilegiare la<br />

raccolta di qualità, per una migliore<br />

valorizzazione dei materiali selezionati,<br />

fornire un elevato standard di servizi ai<br />

cittadini, con la raccolta porta a porta. Con il<br />

1996 un nuovo corso si è aperto nella<br />

gestione dei <strong>rifiuti</strong> a Milano, anche se i<br />

problemi sono ancora molti: 600.000<br />

tonnellate/anno, solo di RU, uno sviluppo<br />

complessivo di oltre 1500 km di strade da<br />

pulire e una popolazione servita di circa due<br />

milioni di persone tra residenti e pendolari.<br />

Molte le cose che restano da fare per ridurre<br />

i materiali alla fonte, modificarne la<br />

composizione merceologica in funzione di<br />

un successivo recupero, e naturalmente<br />

organizzare sempre meglio la raccolta<br />

differenziata ed il suo relativo mercato.<br />

Ma questo è un altro capitolo...


Situazione dello<br />

smaltimento<br />

in Lombardia<br />

Fonte: Ecowaste<br />

1992<br />

La discarica controllata<br />

Negli ultimi decenni la maggior parte dei<br />

<strong>rifiuti</strong> prodotti dalla città di Milano, siano<br />

essi civili o industriali, innocui o tossici, sono<br />

finiti in discarica. Era una via d’uscita<br />

comoda ed in fondo quasi obbligata. Intorno<br />

a Milano e soprattutto verso nord, nei primi<br />

anni del dopoguerra si sono aperte<br />

moltissime cave di ghiaia e sabbia, che<br />

avrebbero dovuto fornire il materiale per la<br />

ricostruzione post bellica. Cessata la<br />

coltivazione, la cava costituiva una forma di<br />

degrado, inutile e pericolosa e così, fin<br />

troppo spesso, la si è riempita con i <strong>rifiuti</strong>.<br />

Il risultato, in as<strong>senza</strong> di leggi e di controlli, è<br />

stato un proliferare di piccole discariche<br />

selvagge, di cui si è perso persino il ricordo,<br />

ma che rappresentano oggi uno dei<br />

problemi più gravi dell’ambiente lombardo.<br />

In as<strong>senza</strong> di controlli infatti, in queste cave<br />

è finito ogni tipo di rifiuto, <strong>senza</strong> distinzione<br />

tra sostanze pericolose o meno. Oggi una<br />

loro bonifica, a volte indispensabile, risulta<br />

onerosissima, in quanto gli interventi non<br />

riguardano solo il terreno, ma anche la falda<br />

freatica, magari per centinaia e centinaia di<br />

metri intorno. In ogni caso il paesaggio a<br />

discariche selvagge, con i <strong>rifiuti</strong> abbandonati<br />

agli angoli delle strade, che era una costante<br />

fino agli anni ‘80, oggi , sta scomparendo,<br />

anche se non ancora del tutto. A<br />

determinare il cambiamento è stato il DPR<br />

915/82 che ha istituito anche in Italia le<br />

discariche controllate. I criteri di<br />

localizzazione sono definiti rigidamente:<br />

innanzi tutto il sito dell’impianto non viene<br />

discarica 77%<br />

incenerimento 11%<br />

esportati 12%<br />

18<br />

più scelto a caso, ma dopo accurata<br />

valutazione dei potenziali rischi, dell’impatto<br />

ambientale e di precise caratteristiche<br />

geologiche, ecologiche, sociali, economiche,<br />

ecc.. La zona deve rispondere ad una griglia<br />

di criteri fisici ed antropici: lontana dai centri<br />

abitati, ma in ogni caso ben servita da<br />

strade, con una falda coperta da strati<br />

impermeabili, ovviamente non franosa,<br />

alluvionabile, esposta a rischio sismico o<br />

vulcanico e così via. Una volta che il terreno<br />

è stato scelto e la relativa decisione accettata<br />

dalle popolazioni, si passa alla<br />

impermeabilizzazione del fondo della<br />

discarica con geotessili, si costruisce un<br />

impianto di raccolta delle acque ed uno per<br />

il biogas, che è una miscela di metano e<br />

anidride carbonica che si forma nel corpo del<br />

deposito per fermentazione anaerobica dei<br />

materiali biologici. Il terreno viene recintato<br />

e da allora in poi il materiale in ingresso<br />

viene pesato, esaminato, in maniera che le<br />

tipologie siano definite (niente materiale<br />

industriale nei RU!) e messo a dimora.<br />

Ogni giorno, per evitare la dispersione eolica<br />

e visite di animali indesiderati il tutto viene<br />

pressato e coperto di terreno. La nostra<br />

discarica assomiglia così ad un wafer: uno<br />

strato di terra ed uno di spazzatura. Uno per<br />

giorno fino alla chiusura dell’impianto,<br />

quando esso verrà coperto con terreno<br />

agricolo, piantumato e lasciato riposare per i<br />

decenni a venire fino a che tutto il<br />

contenuto non si sarà mineralizzato<br />

completamente. Il materiale sepolto infatti si<br />

degrada lentamente, con un processo di<br />

demolizione chimica e biologica, in parte<br />

aerobico ed in parte anaerobico, tanto più<br />

veloce e completo quanto meglio è stato<br />

fatto l’impianto; in ogni caso per almeno<br />

vent’anni la zona non sarà agibile, mentre<br />

dovrà continuare il controllo del biogas e del<br />

percolato. Quindi la perdita di valore del<br />

terreno circostante dal punto di vista<br />

agricolo, turistico, abitativo o anche solo<br />

paesaggistico, l’emissione di odori molesti,<br />

gli animali (soprattutto quelli nocivi, come<br />

ratti, insetti, cani randagi, mosche, ecc.),<br />

l’inquinamento della falda, ecc., sono<br />

destinati inesorabilmente a durare per<br />

decenni provocando un danno destinato a<br />

protrarsi nel tempo, mentre i materiali<br />

depositati sono perduti per sempre, utili o<br />

dannosi che fossero. L’unico beneficio<br />

possibile è un certo recupero di aree<br />

altrimenti destinate all’abbandono e al<br />

19<br />

degrado, che costituirebbero un pericolo.<br />

Questi fatti spiegano perché sia comunque<br />

opportuno ridurre le discariche al minor<br />

numero possibile e sia necessario trovare<br />

altre soluzioni.<br />

Gli impianti di termoutilizzazione<br />

Un sistema di eliminazione dei <strong>rifiuti</strong>, antico<br />

quanto il mondo, consiste nel bruciarli:<br />

metodo a prima vista elementare,<br />

ma efficace. Nel corso del tempo la<br />

tecnologia moderna ha apportato a questo<br />

sistema molte migliorie, in particolare nella<br />

cura per la depurazione dei fumi e nel<br />

recupero ed utilizzo del calore prodotto.<br />

Questo tipo di scelta è oggi largamente<br />

utilizzata in altri Paesi europei e i motivi<br />

sono la pulizia, la sicurezza e l’economicità<br />

del trattamento. Sostanzialmente questi<br />

impianti sono costituiti da un forno che<br />

riceve dall’alto il materiale, portatovi da una<br />

benna che lo pesca in un annesso centro<br />

di stoccaggio. In questo impianto si attua<br />

inoltre la preselezione del rifiuto<br />

indifferenziato, recuperandone alcune<br />

componenti, mentre vi debbono<br />

obbligatoriamente confluire altri prodotti,<br />

come ad esempio i <strong>rifiuti</strong> ospedalieri.<br />

La combustione, una volta avviata,<br />

si automantiene, utilizzando come<br />

combustibile la frazione di RU secca<br />

preselezionata che brucia a circa 1.000 °C. A<br />

questa temperatura non si ha sintesi tra la<br />

lignina ed il cloro, spesso presente nelle<br />

plastiche, con possibile formazione di<br />

diossine. Fu infatti la pre<strong>senza</strong> di diossine nei<br />

fumi di emissione che bloccò parecchio<br />

tempo fa e per circa dieci anni i forni<br />

inceneritori italiani e che costrinse ad un<br />

profondo rinnovamento dell’intero parco<br />

esistente. Oggi per prevenire questo ed altri<br />

inconvenienti legati alle emissioni si è<br />

introdotta la cosiddetta camera di postcombustione,<br />

che è diventata una delle parti<br />

più importanti e delicate dell’intero<br />

impianto. In uno spazio immediatamente a<br />

ridosso del forno, si utilizza il calore<br />

prodotto dalla fiamma diretta per abbattere<br />

i materiali incombusti, garantendo così la<br />

completezza del ciclo chiuso ed una<br />

fuoriuscita praticamente nulla degli<br />

inquinanti. Un sistema di filtri, sia<br />

elettrostatici sia chimici, provvedono a far sì<br />

Progetto del<br />

nuovo impianto<br />

<strong>Amsa</strong> di Figino


che dalla ciminiera dell’impianto esca<br />

pressoché solo vapore e anidride carbonica.<br />

Il calore prodotto viene invece inviato ad un<br />

impianto a ciclo chiuso che, a sua volta,<br />

produce energia elettrica attraverso un<br />

comune sistema termoelettrico.<br />

Questo impianto può poi essere accoppiato<br />

ad un sistema di teleriscaldamento, come da<br />

decenni avviene a Brescia ed è in progetto a<br />

Milano, in maniera da permettere un<br />

ulteriore recupero del calore, destinato al<br />

riscaldamento domestico nelle aree<br />

circostanti. Questo processo di smaltimento<br />

consente di convertire il calore prodotto<br />

dalla distruzione degli RU in elettricità e<br />

riscaldamento, ottenendo tre risultati<br />

positivi con un solo impianto.<br />

Gli aspetti positivi insomma vi sono e<br />

spiegano il successo di questa tecnologia.<br />

Impianti di riciclaggio<br />

della frazione umida<br />

Con il termine “frazione umida” s'intende<br />

quella parte di RU costituita<br />

prevalentemente da materiali organici<br />

facilmente putrescibili. Questi se lasciati a sé<br />

rappresentano la maggiore fonte di odori e<br />

di inconvenienti biologici legati ai <strong>rifiuti</strong> ma,<br />

se opportunamente trattati, consentono il<br />

recupero a fini ambientali di una parte dei<br />

<strong>rifiuti</strong> e possono diventare un prodotto<br />

merceologicamente interessante. E poiché<br />

costituiscono un quarto circa dei RU<br />

milanesi, si è deciso di separarli e di farne<br />

oggetto di lavorazione specifica. Il luogo<br />

scelto è a Muggiano, alla periferia Sud-<br />

Ovest, dove è stato allestito un impianto che<br />

tratta 140 tonnellate al giorno di <strong>rifiuti</strong><br />

organici (ossia 43.000 tonnellate all’anno),<br />

per produrre del buon concime.<br />

Qui confluisce direttamente un materiale di<br />

qualità, che ha subito una prima selezione<br />

alla fonte: per circa metà esso viene<br />

dall’Ortomercato, dai mercati comunali, da<br />

mense o da caserme, da sfalci e potature del<br />

verde pubblico, mentre l’altra metà è di<br />

provenienza domestica selezionata.<br />

Il materiale organico così ottenuto, dopo<br />

un'ulteriore deferrizzazione, viene separato<br />

20<br />

Naturalmente l’impianto produce cenere in<br />

misura del 20-30 % del peso e del 10 % del<br />

volume iniziale che viene trattata e smaltita<br />

in sicurezza. La termovalorizzazione quindi<br />

dovrà trovare spazio non solo nei casi resi<br />

obbligatori, come nella distruzione dei <strong>rifiuti</strong><br />

ospedalieri dove la legge impone che la<br />

fiamma svolga la sua azione purificatrice, ma<br />

rimarrà una tecnologia sicura ed interessante<br />

economicamente, destinata ad un sempre<br />

maggiore sviluppo.<br />

Concettualmente un impianto di<br />

termovalorizzazione si presta a<br />

considerazioni utili ad illustrare le leggi di<br />

conservazione della materia e dell’energia e<br />

in particolare quelle della termodinamica,<br />

con i relativi flussi di energia e la<br />

conversione del calore in elettricità.<br />

in una frazione lignea (cassette, pallets, ecc.)<br />

e in una frazione organica fermentescibile.<br />

Dalle fosse di ricevimento i materiali sono<br />

avviati al trattamento biologico aerobico,<br />

mentre i materiali metallici e la restante<br />

frazione secca, eventualmente ancora<br />

presente, vengono trattati a parte.<br />

Il processo consiste in una serie di reazioni di<br />

bio-ossidazione controllata, articolate in tre<br />

fasi: compostaggio accelerato, maturazione<br />

e raffinazione. Nella prima, della durata di<br />

30 giorni, il materiale è sottoposto ad una<br />

reazione ossidativa accelerata in maniera da<br />

perdere la sua putrescibilità.<br />

Nei successivi due mesi si passa da una<br />

intensa attività biologica allo stato di<br />

maturazione, attraverso una bio-ossidazione<br />

spinta, ottenuta con dei grandi digestori<br />

dove la massa viene quotidianamente<br />

rivoltata automaticamente ed aerata<br />

forzatamente con aria calda, per favorire<br />

l’opera dei batteri demolitori.<br />

Alla fine della lavorazione il prodotto viene<br />

ulteriormente raffinato ed il compost finale<br />

viene impacchettato e preparato per essere<br />

immesso sul mercato. Il risultato così<br />

ottenuto è una sorta di torba che viene<br />

utilizzata come ammendante agricolo di<br />

qualità, attestato dal relativo marchio<br />

rilasciato dal Consorzio Italiano<br />

Compostatori. Un impianto per la<br />

separazione del secco dall’umido, con minori<br />

pretese di realizzare un compost di qualità,<br />

perché tratta il rifiuto tal quale, è in<br />

La situazione attuale<br />

In Lombardia la situazione è in una fase di<br />

positiva evoluzione: nel 1995 sono state<br />

prodotte 3.700.000 tonnellate di RU, con un<br />

decremento del 3,2 % rispetto all’anno<br />

prima ed i dati posteriori confermano il<br />

fenomeno. Il picco di produzione è stato<br />

toccato nel 1991 e da allora essa è venuta<br />

complessivamente diminuendo del 15 %<br />

circa, con una stabile tendenza alla<br />

riduzione. I motivi possono essere molteplici:<br />

da una parte la crisi economica ha ridotto i<br />

consumi e quindi di riflesso gli scarti<br />

prodotti, ma soprattutto una maggiore<br />

sensibilità dei cittadini-consumatori ha<br />

spinto i produttori a ridurre alla fonte gli<br />

imballi e contemporaneamente ha permesso<br />

un forte incremento della raccolta<br />

differenziata con punte superiori al 50%. I<br />

risultati sono stati migliori nei centri piccoli e<br />

medi, che hanno rapidamente raggiunto e<br />

superato le quote fissate dalla L.R. 21/93;<br />

mentre lo smaltimento in discarica del rifiuto<br />

indifferenziato è diminuito globalmente. La<br />

situazione non è ancora ottimale, se si pensa<br />

che ancor oggi una larga parte degli RU<br />

lombardi va in discarica o in impianti di<br />

termoutilizzazione, mentre solo una<br />

percentuale ridotta viene conferita agli<br />

impianti di selezione e ritrattamento. Tutte<br />

le provincie (tranne per ora Mantova e<br />

Varese) si sono dotate di un piano per<br />

l’organizzazione dei servizi di smaltimento,<br />

puntando ad una progressiva<br />

autosufficienza incentrata sull’incremento<br />

del recupero e della raccolta differenziata.<br />

La provincia di Milano che incideva per il<br />

43% sul totale regionale, a fronte del 41,9%<br />

della popolazione ha dato ottimi risultati,<br />

grazie anche alla gestione dell’emergenza<br />

apertasi nel tardo autunno del 1995 con la<br />

crisi della discarica di Cerro Maggiore.<br />

21<br />

funzione nei capannoni ristrutturati della ex<br />

Maserati in via Rubattino a Lambrate.<br />

Il suo prodotto sarà impiegato per la<br />

sistemazione a verde d'aree degradate o<br />

come materiale di riempimento di cave<br />

abbandonate.<br />

Le linee guida sono state:<br />

• Intensificazione della raccolta differenziata<br />

ed introduzione del sistema secco/umido.<br />

• Selezione meccanica del rimanente e<br />

minimizzazione della frazione da inviare in<br />

discarica o in incenerimento.<br />

• Recupero energetico della frazione secca in<br />

impianti di termovalorizzazione.<br />

• Stabilizzazione biologica della frazione<br />

umida e recupero del compost risultante.<br />

In questo modo il Comune di Milano ha<br />

superato la soglia del 30% di raccolta<br />

differenziata, allineandosi alle percentuali<br />

delle città europee più avanzate,<br />

introducendo la raccolta<br />

secco/umido, intensificando<br />

i servizi di raccolta<br />

differenziata “porta a<br />

porta” e avviando a<br />

completamento la<br />

realizzazione degli impianti di<br />

selezione, compostaggio e<br />

stabilizzazione di via Rubattino e di<br />

compostaggio di Muggiano. <strong>Amsa</strong> sta<br />

costruendo un nuovo impianto di<br />

termovalorizzazione in via Silla, con il fine di<br />

migliorare il recupero di calore, attraverso il<br />

teleriscaldamento, incrementando in<br />

parallelo la cogenerazione di elettricità.<br />

Il Modello Milano per la raccolta<br />

differenziata va allora in questa direzione e<br />

punta ad una raccolta sempre più<br />

personalizzata dei materiali. Si tratta di un<br />

approccio molto gradito dall’utenza, che ha<br />

sempre trovato delle difficoltà nell’utilizzo<br />

delle campane di raccolta, per vari motivi<br />

che vanno dalla scomodità del trasporto<br />

manuale, alla difficoltà fisica di molti utenti<br />

anziani, fino ad una certa pigrizia mentale<br />

nell’accettare i cambiamenti. Ma proprio<br />

perché le giovani generazioni sono più<br />

Un mondo di <strong>rifiuti</strong><br />

Italia = 0,95<br />

Francia = 0,98<br />

G e rmania = 0,96<br />

Tunisia = 0,65<br />

Giappone = 1,75<br />

Stati Uniti = 2,03<br />

Produzione media<br />

giornaliera<br />

di RU per<br />

abitante, in Kg.<br />

Fonte: OCSE,<br />

Eurostat 1995


La mappa<br />

delle risorse:<br />

gli impianti<br />

per la<br />

valorizzazione<br />

dei <strong>rifiuti</strong><br />

a Milano<br />

Silla<br />

Muggiano<br />

aperte alle novità e meno restie a cambiare,<br />

la scuola ha una forte importanza<br />

nell’adozione di queste pratiche sociali, che<br />

dagli allievi verranno direttamente veicolate<br />

alle loro famiglie. Il costo iniziale per<br />

l’avviamento di questi processi è elevato, ma<br />

viene ritenuto più accettabile, da un punto<br />

di vista economico ed ambientale, di quello<br />

dello smaltimento in discarica o in<br />

inceneritore. Se risparmi possono essere<br />

fatti, questi verranno da una migliore<br />

omogeneizzazione dei servizi.<br />

Questo vuol dire che siamo sulla buona<br />

strada, anche se una larga parte del lavoro<br />

resta da fare ed essa riguarda il problema<br />

della riduzione dei <strong>rifiuti</strong> alla fonte, di un<br />

loro ripensamento merceologico complessivo<br />

18<br />

Impianti di valorizzazione<br />

e trattamento<br />

19<br />

Impianto di termoutilizzazione<br />

con recupero di energia<br />

Impianto di compostaggio<br />

20<br />

17<br />

Impianto di selezione (secco/umido)<br />

con compostaggio della frazione<br />

umida (Consorzio Milano Pulita)<br />

Riciclerie<br />

8<br />

16<br />

7<br />

6<br />

Pedroni<br />

5<br />

9<br />

1<br />

22<br />

e una migliore azione di recupero dei<br />

materiali. In altre parole: bisogna chiudere il<br />

ciclo biologico dei <strong>rifiuti</strong>. Questo richiede<br />

però non solo degli interventi tecnici ma<br />

soprattutto un modo diverso e più<br />

globalizzante di vedere le cose e su questo<br />

punto la scuola ha molto da dire e da<br />

insegnare. Ma potremmo dire che quella di<br />

educare alla socializzazione è la sua<br />

funzione sociale ottimale e questo con ovvio<br />

beneficio e degli studenti e degli insegnanti,<br />

che in questo modo assolvono alle loro più<br />

alte funzioni culturali.<br />

2<br />

15<br />

3<br />

Milizie<br />

10<br />

4<br />

11<br />

14<br />

12<br />

13<br />

Olgettina<br />

Rubattino<br />

Corelli<br />

Zama


In natura:<br />

la catena<br />

alimentare<br />

I cicli naturali<br />

In Natura i <strong>rifiuti</strong> non esistono!<br />

Questa fondamentale verità deve essere il<br />

pilastro di ogni e qualsiasi didattica dei<br />

<strong>rifiuti</strong>. Un vecchio padre dell’ecologia,<br />

l’americano Barry Commoner, scriveva nel<br />

suo bellissimo “Il cerchio da chiudere” che<br />

solo la Natura sa il fatto suo e del resto essa<br />

ha avuto miliardi di anni per fare i suoi<br />

tentativi, per sperimentare soluzioni e per<br />

scegliere il meglio. A questo punto si<br />

potrebbe anzi aprire uno spazio in classe per<br />

insegnare come funziona la Natura, quali<br />

siano i suoi cicli fondamentali e come essi<br />

sono nati, per rispondere a quali necessità.<br />

Senza aderire necessariamente al modello<br />

proposto da J. Lovelock e alla sua “Ipotesi<br />

Gaia”, che vede la Natura come un sistema<br />

che si autoconserva e corregge in maniera di<br />

potersi mantenere nel tempo, l’esame dei<br />

cicli naturali ci pone di fronte all’idea della<br />

circolarità dei flussi di materia e di energia.<br />

Una versione popolare delle leggi di<br />

conservazione della materia e dell’energia<br />

dice sostanzialmente “Nulla si crea e nulla si<br />

distrugge, tutto si trasforma”. La materia<br />

biologica nasce, cresce e muore, ma la sua<br />

morte non significa la sua scomparsa o la<br />

necessità di una distruzione: diventa invece<br />

la sorgente per altra vita. Le immagini si<br />

24<br />

sprecano: l’Araba Fenice che rinasce dalle<br />

proprie ceneri, la danza cosmica di Shiva, il<br />

Dio della creazione e della distruzione o<br />

l’alchemico serpente Oroborus che si mangia<br />

la coda. I miti dell’eterno ritorno e della<br />

reincarnazione sorgono infatti dall’antica<br />

osservazione che in natura i cicli si ripetono<br />

periodicamente, come le stagioni. Il<br />

materiale che muore in autunno serve per la<br />

nuova vita in primavera, il corpo morto si<br />

disgrega e dà nutrimento agli altri. Il nostro<br />

pianeta è un sistema chiuso, la materia per<br />

quanto abbondante non è infinita e quindi<br />

da sempre la circolarità dei flussi di materia è<br />

stata la regola. La catena trofica<br />

o alimentare ne è l’esempio più chiaro.<br />

Alcuni organismi, detti produttori, sono in<br />

grado di prendere dall’ambiente acqua ed<br />

anidride carbonica e con un complesso<br />

procedimento, detto fotosintesi clorofilliana,<br />

trasformano questi gas in carboidrati, i<br />

mattoni fondamentali da cui prende poi il<br />

via l’energia biologica. Questi carboidrati<br />

unendosi tra loro danno luogo alla cellulosa<br />

e all’amido, la materia di cui sono costituite<br />

le piante, che in questa catena svolgono la<br />

funzione di produttori di biomassa. Questa<br />

biomassa viene mangiata dai consumatori,<br />

gli animali, che usano i carboidrati per<br />

ottenere energia. Smontando con l’aiuto<br />

dell’ossigeno la materia dei produttori, i<br />

consumatori trasformano l’energia chimica<br />

di legame che forma il glucosio in energia<br />

termica, che viene immagazzinata in<br />

molecole specializzate ed usata nel corso del<br />

tempo per la vita dell’organismo, attraverso<br />

il processo di respirazione cellulare. Ma se i<br />

consumatori mangiassero i produttori <strong>senza</strong><br />

mai restituire la materia utilizzata, questa<br />

nel corso del tempo, per quanto abbondante<br />

potesse essere all’inizio su tutto il pianeta, si<br />

sarebbe esaurita e la vita non potrebbe più<br />

continuare. In natura non si può prendere,<br />

usare e distruggere, bruciare, seppellire.<br />

Bisogna riutilizzare, <strong>recuperare</strong>, rimontare.<br />

Questo lavoro viene svolto dal terzo grande<br />

gruppo della catena, quello dei demolitori,<br />

Probabilmente molti ecologi puri<br />

inorridiranno di fronte alla proposta di<br />

considerare la città come un ecosistema al<br />

pari di uno stagno o di un bosco; al massimo,<br />

se hanno una preparazione sociologica, lo<br />

considereranno come lo studio delle<br />

interrelazioni tra persone ed ambiente<br />

all’interno dell’agglomerato cittadino, dove<br />

però non vale quell’intreccio di rapporti tra<br />

organismi (flussi di energia e di materia,<br />

predazione, competizione, parassitismo,<br />

commensalismo, ecc.) che rendono quasi<br />

equilibrato un sistema naturale.<br />

Ogni ecosistema infatti tende a raggiungere<br />

e a mantenere un suo equilibrio (climax) e al<br />

suo interno ogni componente ha un suo<br />

posto (habitat) e svolge una funzione<br />

(nicchia ecologica). “Ogni cosa è connessa<br />

con qualsiasi altra” per riprendere una<br />

massima di Commoner. Gli ecologi <strong>urbani</strong><br />

classici hanno visto la città come un<br />

“fenomeno naturale” e vi hanno trasferito<br />

pari pari i canoni biologici, allo stesso modo<br />

dei darwinisti sociali, della fine del secolo<br />

scorso, che spiegavano la lotta di classe o<br />

addirittura lo sterminio di massa in termini<br />

di selezione naturale del più idoneo. Noi qui<br />

ci accontenteremo di considerare la città<br />

come un sistema eterotrofo, dipendente da<br />

ampie risorse limitrofe per l’energia, l’acqua,<br />

25<br />

prevalentemente funghi e batteri. Quando<br />

una pianta od un animale muoiono, loro li<br />

demoliscono, ne smontano le molecole<br />

complesse in altre più semplici e le<br />

restituiscono al terreno, pronte per un<br />

nuovo uso. I produttori avranno così sempre<br />

a disposizione del materiale per riavviare il<br />

ciclo della vita, fintanto almeno che ci sarà la<br />

luce del sole, che rappresenta la sorgente<br />

fondamentale della energia che circola nei<br />

viventi. Questo è il ciclo fondamentale della<br />

natura ed in questo modo funzionano i<br />

paralleli cicli ecologici degli elementi: tutto<br />

fluisce e torna poi alla partenza. Tanto esce e<br />

tanto rientra e non potrebbe essere<br />

altrimenti: se il ciclo si interrompesse la vita<br />

finirebbe. Noi non dobbiamo che imparare<br />

ed imitare la natura: riciclare tutto.<br />

La città come ecosistema artificiale<br />

il cibo ed altri materiali. In altre parole nella<br />

città entrano energia (sotto forma<br />

prevalente di combustibili fossili), materiali<br />

(per le industrie ed i servizi), cibo ed acqua.<br />

La città “metabolizza” il tutto e produce<br />

<strong>rifiuti</strong>. Ma i <strong>rifiuti</strong> di un ecosistema<br />

“naturale” sono la base materiale della<br />

perpetuazione dell’ecosistema stesso: ciò che<br />

muore, viene smontato e rinasce. Invece ciò<br />

che muore in città deve venire eliminato o<br />

meglio nascosto. Il che è contrario a quel<br />

principio base dell’ecologia che dice che<br />

“Ogni cosa deve finire da qualche parte”. I<br />

<strong>rifiuti</strong> sono l’azione diretta della città<br />

sull’ambiente. Non a caso Milano ha<br />

esportato sino ad ora i suoi <strong>rifiuti</strong> sempre<br />

più lontano. Purtroppo non si può più<br />

continuare così, non solo per ragioni etiche,<br />

ma soprattutto pratiche (i nostri vicini non<br />

vogliono più!). <strong>Come</strong> esistono degli<br />

indicatori ambientali che ci dicono quando<br />

un ecosistema presenta dei problemi, così<br />

esistono degli indicatori di sostenibilità per<br />

l’ecosistema urbano (qualità dell’aria e<br />

dell’acqua, qualità dei servizi, qualità<br />

abitativa, verde pubblico, ecc.) che ci danno<br />

tutti il segnale di pericolo.<br />

Si deve cambiare; l’ecosistema città non può<br />

più continuare a divorare energia e materie<br />

prime e a scaricare <strong>rifiuti</strong> perché rischia la


L’ecosistema<br />

urbano<br />

paralisi. Occorre chiudere il ciclo naturale<br />

della materia e dell’energia ed i <strong>rifiuti</strong><br />

devono tornare ad essere la materia prima<br />

per la nuova vita, non solo nel bosco, ma<br />

Alcune osservazioni<br />

sulla raccolta differenziata<br />

Prima di esaminare la pratica concreta della<br />

raccolta differenziata vale la pena di fissare<br />

alcuni termini:<br />

RIUSO Il rifiuto viene riutilizzato tale e<br />

quale (es. una bottiglia che viene riutilizzata<br />

per contenere altri liquidi o un sacchetto di<br />

plastica prima impiegato per la spesa e poi<br />

per contenere oggetti o <strong>rifiuti</strong> ).<br />

RECUPERO Il rifiuto viene valorizzato<br />

economicamente, diventando “materia<br />

seconda” (di largo impiego nell’industria<br />

dove ciò che viene scartato da uno serve<br />

come materia prima per un altro, sia come<br />

scarto che come sottoprodotto, per il quale<br />

esiste un apposito mercato).<br />

RICICLAGGIO Il rifiuto viene trattato<br />

mediante un processo di lavorazione da cui<br />

si ottiene un prodotto similare (è il settore<br />

più noto al grosso pubblico ed è quello che<br />

noi considereremo maggiormente).<br />

L’attività di riciclaggio in particolare non può<br />

26<br />

soprattutto a Milano. La raccolta<br />

differenziata, il recupero ed il riuso non sono<br />

una mania di ambientalisti fanatici, ma una<br />

scelta sociale necessaria per sopravvivere.<br />

essere improvvisata e sempre più<br />

chiaramente questa deve essere pensata già<br />

in fase di progettazione del prodotto (vale la<br />

pena di produrlo? e proprio così?), nella sua<br />

produzione (quali materiali utilizzare e quali<br />

no), nella scelta delle risorse e quindi la loro<br />

valutazione merceologica, sociale,<br />

economica. Di fronte ad una disponibilità<br />

finita di materie prime occorre fare delle<br />

scelte in termini di innovazione tecnologica<br />

e di riduzione degli sprechi. La riciclabilità di<br />

un rifiuto nasce molto prima del suo<br />

diventare rifiuto e mette in discussione tutto<br />

il modello di produzione, di controllo<br />

dell’inquinamento, di impiego delle risorse,<br />

ecc. Un corretto smaltimento o un riciclo<br />

rappresenta solo il punto finale di un lungo<br />

lavoro ed è su questi concetti che occorre far<br />

riflettere gli allievi: non si tratta di una scelta<br />

meramente tecnica da operare a valle, ma<br />

occorre meditare su ciò che sta a monte.<br />

Se per raccolta differenziata intendiamo la<br />

disaggregazione del flusso dei <strong>rifiuti</strong><br />

attraverso un conferimento mirato delle<br />

varie frazioni componenti, separate alla<br />

fonte, possiamo vedere in questa operazione<br />

degli obiettivi generali da perseguire:<br />

- riciclaggio e riutilizzo di alcune frazioni<br />

merceologicamente interessanti (carta,<br />

vetro, plastica, alluminio, ecc.);<br />

- raccolta dei materiali pericolosi, da <strong>smaltire</strong><br />

separatamente;<br />

- raccolta dei materiali domestici<br />

ingombranti, per impedire il loro<br />

smaltimento abusivo;<br />

- recupero della frazione organica per la<br />

produzione di compost;<br />

- recupero energetico dei materiali non<br />

altrimenti riciclabili.<br />

Perché la raccolta abbia successo è necessario<br />

un coinvolgimento del cittadino, che diventa<br />

il protagonista diretto della separazione e<br />

del conferimento. Questo richiede però<br />

organizzazione del servizio, informazione<br />

chiara e dettagliata e costruzione di un<br />

mercato recettivo dei materiali raccolti.<br />

La raccolta differenziata ha inizialmente dei<br />

costi di esercizio maggiori di quella<br />

tradizionale, ma risulta più conveniente nel<br />

tempo in quanto evita i costi ambientali ed<br />

economici dello smaltimento tradizionale.<br />

La carta<br />

Cominceremo il nostro viaggio nella raccolta<br />

differenziata dalla carta perché essa è stata<br />

storicamente una delle prime voci del riciclo<br />

e perché da sempre le scuole ne hanno<br />

curato la raccolta. E poi la carta è ancor oggi<br />

il mezzo della nostra memoria, il veicolo sul<br />

quale il nostro pensiero si trasmette, almeno<br />

da qualche secolo a questa parte. Il merito di<br />

aver inventato la carta risale ai cinesi, (a tale<br />

Ts’ai Lun, dice la leggenda) che la ottenne,<br />

nel lontano 105 d.C., mescolando in un<br />

calderone vecchi stracci, reti da pesca e<br />

scorze d’albero. Il caldo sciolse i materiali,<br />

sino a formare una poltiglia omogenea e le<br />

fibre vegetali si unirono alla cellulosa fino a<br />

formare una pasta che venne poi stesa<br />

traendone un foglio sottile. Dalla Cina la<br />

carta si diffuse prima in Giappone (VI sec.<br />

27<br />

Con questi principi in mente, possiamo ora<br />

passare in esame brevemente le principali<br />

voci della raccolta differenziata, avendo<br />

presente un punto di vista didattico e non<br />

operativo. Non è la scuola che deve<br />

organizzare tale raccolta; suo compito è<br />

illustrarne le modalità e farne capire la<br />

validità pratica, culturale e civile in modo da<br />

ancorare la didattica della scuola alla vita<br />

quotidiana e determinare una cultura ed<br />

uno stile di vita socialmente ed<br />

ecologicamente accettabili.<br />

recupero energetico 20%<br />

stabilizzazione 26%<br />

residuo secco a giacimento 26%<br />

riciclaggio 19%<br />

compostaggio 9%<br />

d.C.), dove veniva fatta con la corteccia del<br />

gelso e utilizzata per esercizi di calligrafia e<br />

poi in Arabia. Dagli arabi la carta passò poi<br />

in Spagna ed in Italia intorno all’anno Mille<br />

e qui pian piano soppiantò l’uso del papiro e<br />

della pergamena, più resistenti ma molto più<br />

cari. Sorsero così le prime cartiere e tra<br />

queste la più famosa fu quella di Fabriano di<br />

cui si ha notizie fin dal 1283. Il prodotto si<br />

venne perfezionando via via, con<br />

l’introduzione per esempio della filigrana e<br />

un miglioramento nella preparazione della<br />

pasta. Qui purtroppo ci si scontrava con la<br />

difficoltà di reperire la materia prima, ossia<br />

gli stracci, che erano diventati preziosi, tanto<br />

da farne vietare l’esportazione e diventando<br />

oggetto di recupero molto ambito. La prima<br />

raccolta differenziata...<br />

Modalità<br />

e recupero<br />

smaltimento<br />

<strong>rifiuti</strong> Provincia<br />

di Milano<br />

Fonte: <strong>Amsa</strong><br />

1997


Il processo di<br />

riutilizzo della<br />

carta (il cumulo<br />

grezzo, il pulper,<br />

l’essicatoio,<br />

pronta per l’uso)<br />

Fu solo nel 1884 che Friederick Keller riuscì<br />

ad ottenere la carta mescolando insieme agli<br />

stracci della segatura; da allora gli stracci<br />

rapidamente scomparvero e la carta fu fatta<br />

industrialmente solo con pasta di cellulosa.<br />

La disponibilità era molto maggiore ed il<br />

prodotto si diffuse,<br />

anche se la carta così<br />

ottenuta era molto<br />

meno pregiata e<br />

resistente nel<br />

tempo. Questo ci<br />

spiega perché i libri<br />

antichi durano di più<br />

di quelli attuali, che<br />

sono destinati nel<br />

breve arco di pochi<br />

decenni a sfarinarsi.<br />

In ogni caso<br />

comunque, per gli<br />

usi quotidiani, non<br />

serve una resistenza<br />

notevole e la<br />

cellulosa va<br />

benissimo. Le fibre<br />

della pasta di legno<br />

sono costituite da un<br />

intreccio di piccoli<br />

uncini che si<br />

uniscono a formare<br />

una maglia solida e<br />

resistente. Certo ad<br />

ogni riuso gli uncini<br />

perdono forza e la<br />

carta non può essere<br />

riciclata all’infinito,<br />

ma “solo” sei o sette<br />

volte al massimo.<br />

In ogni caso<br />

va detto che se<br />

apparentemente gli<br />

italiani non leggono,<br />

il consumo di carta<br />

da noi è enorme<br />

(oltre 80 chili<br />

procapite) e la<br />

cellulosa, di cui<br />

dobbiamo importare il 90 % dei nostri<br />

fabbisogni, rappresenta una delle prime voci<br />

del nostro passivo commerciale con l’estero.<br />

Ogni risparmio e recupero sono ovviamente i<br />

benvenuti, sia per risparmiare le foreste che<br />

ci danno la materia prima e che sono un<br />

28<br />

bene naturale che andrebbe meglio<br />

utilizzato, per noi e per gli animali che vi<br />

vivono, sia, più prosaicamente, per<br />

risparmiare molti miliardi.<br />

In classe si può osservare al microscopio la<br />

carta e comparare tra loro i vari tipi.<br />

Reimpastandola si può imparare a far<br />

oggetti in carta pressata, tipo pupazzi o<br />

maschere; si può rifare la carta,<br />

sciogliendone i pezzi sminuzzati con un<br />

frullatore, dopo averla preventivamente<br />

ammollata ed avervi aggiunto del collante.<br />

Dopo averla filtrata, la si depone su un<br />

panno ruvido, in maniera che lasci colare<br />

l’acqua e si tende il tutto con uno staccio.<br />

Infine dopo aver compresso moderatamente<br />

l’impasto, lo si lascia essiccare per un paio di<br />

giorni e si ottiene un foglio riciclato.<br />

Addirittura la si può sbiancare utilizzando<br />

qualche cucchiaino di detersivo per lavatrice,<br />

<strong>senza</strong> fosfati, e facendo bollire l’impasto per<br />

circa mezz’ora, prima di filtrare.<br />

Se si vuole colorare invece la carta, bisogna<br />

aggiungere all’impasto del colorante, come<br />

tempera o inchiostro. Queste tecniche<br />

possono essere riviste in classe dopo una<br />

visita ad una cartiera, dove si vede in grande<br />

quello che in piccolo si fa in classe. C’è il<br />

deposito della carta da riciclare, c’è il<br />

“pulper” ossia il rimescolatore dove viene<br />

sciolto il materiale e i grandi sistemi di<br />

stesura dell’impasto, dove su enormi teli il<br />

tutto viene filtrato, compresso ed essiccato.<br />

Tra le varie classi si può anche organizzare<br />

una gara di raccolta della carta, premiando<br />

quella che non solo ne ha raccolta di più, ma<br />

soprattutto ha portato i materiali migliori,<br />

evitando quelli “sbagliati”, come la carta<br />

plastificata, i poliaccoppiati del tetrapak, la<br />

carta carbone, quella stagnola, paraffinata,<br />

vetrata od oleata, quella sporca od unta. Per<br />

dar concretezza al lavoro si può anche<br />

calcolare e rappresentare graficamente<br />

quanti alberi sono stati salvati, tenendo<br />

presente che mediamente 70 kg di carta<br />

corrispondono ad un albero ad alto fusto.<br />

Il vetro<br />

Insieme alla carta rappresenta il prodotto<br />

intorno al quale è nata in Italia la raccolta<br />

differenziata. Dell’opportunità della sua<br />

raccolta sappiamo ormai tutto. Il vetro si può<br />

riciclare praticamente all’infinito e permette<br />

un buon risparmio energetico. Val la pena di<br />

ricordare la sua storia. Raccontano le<br />

leggende che esso venne scoperto per caso<br />

da alcuni mercanti fenici che avevano acceso<br />

un fuoco su una spiaggia sabbiosa,<br />

accostandovi incautamente qualche<br />

materiale contenente soda che stavano<br />

trasportando. Il risultato di questa<br />

mescolanza fusasi insieme, fu un vetro<br />

impuro ma lavorabile. La storia è bella ma<br />

forse non veritiera, in quanto già da oltre un<br />

millennio gli egiziani lo conoscevano e lo<br />

lavoravano. Quello che è certo è che l’arte<br />

vetraria nacque comunque in Medio Oriente,<br />

dove si applicò anche la tecnica della<br />

soffiatura a caldo. L’utilizzo del vetro per<br />

secoli fu di fatto limitato alla produzione di<br />

vasi e bottiglie, anche se già i romani lo<br />

avevano impiegato talvolta per chiudere le<br />

finestre. Nel Medioevo fu adoperato anche<br />

per le vetrate delle cattedrali gotiche,<br />

mentre il suo uso domestico era riservato,<br />

fino ad almeno il 1600, alle sole case dei<br />

ricchi. In ogni caso fin dal 1100 in Italia<br />

troviamo le prime vetrerie per usi civili e<br />

quasi subito Venezia si distinse per l’arte del<br />

vetro lavorato, anche se le fabbriche furono<br />

presto esportate fuori città, a Murano, che<br />

divenne la capitale dell’arte vetraria.<br />

<strong>Come</strong> si è detto il vetro è il risultato della<br />

fusione di materiale siliceo (non da spiaggia<br />

ma proveniente da cava), carbonato di calcio<br />

e soda, cui si aggiungono alcuni prodotti per<br />

colorarlo o conferirvi particolari proprietà.<br />

La materia prima del vetro è quindi povera,<br />

essendo la silice abbondante; ma<br />

recuperando e riciclando il vetro si riduce il<br />

consumo delle materie prime necessarie, di<br />

energia utilizzata nella fusione e si riducono<br />

notevolmente i quantitativi di <strong>rifiuti</strong> da<br />

<strong>smaltire</strong>. Inoltre con l’impiego del rottame si<br />

limitano i problemi di inquinamento<br />

atmosferico, abbattendo le emissioni di<br />

ossidi di azoto, di anidride carbonica e le<br />

polveri. Il vantaggio determinante della<br />

29<br />

raccolta differenziata è dato dal risparmio<br />

energetico: il processo di produzione del<br />

vetro primario richiede una quantità<br />

mediamente doppia di energia per<br />

chilogrammo, rispetto al rottame. Nelle<br />

vetrerie 1 Kg di prodotto nuovo richiede 500<br />

gr di petrolio contro i 350 del riciclato, con<br />

minori scorie e fumi: dalla materia prima<br />

originaria si ottiene un risparmio globale<br />

nell’energia impiegata di circa il 3%.<br />

Utilizzando solo rottame di vetro si può<br />

risparmiare fino al 30% di energia per fare<br />

nuove bottiglie. Inoltre il processo di<br />

lavorazione è semplice: il materiale viene<br />

frantumato finemente e depurato da<br />

eventuali metalli, carta, legno, sughero ed<br />

altro; dopodiché viene fuso e ritorna<br />

bottiglia. Ricordiamo infine che a Milano,<br />

nel 1996, sono state raccolte 40.000<br />

tonnellate di vetro con un risparmio, per il<br />

mancato conferimento in discarica, di circa 5<br />

miliardi.<br />

In classe si possono raccogliere vari tipi di<br />

contenitori di materiali diversi. Per ognuno<br />

se ne valuta la bontà, l’economicità<br />

complessiva e la sua possibile riconversione<br />

in vetro. Ad esempio si può mettere a<br />

confronto un contenitore “moderno” in<br />

poliaccoppiato per il latte con la vecchia<br />

bottiglia della latteria. Si può quindi<br />

ragionare sul perché è avvenuta tale<br />

sostituzione. Quali sono le ragioni<br />

economiche, di trasporto o di conservazione<br />

dei prodotti che ne hanno determinato la<br />

sostituzione e a quali costi oggi<br />

sarebbe possibile od opportuno un<br />

ritorno al passato. In classe si possono<br />

prendere vetri di colori diversi e fare<br />

piccoli mosaici oppure in<br />

scuole con particolari<br />

attrezzature si potrebbe<br />

anche provare a far<br />

fondere il vetro e a<br />

trarne dei piccoli<br />

oggetti.


La plastica<br />

La plastica è uno dei materiali più<br />

caratteristici e diffusi della nostra società;<br />

sostanzialmente sarebbe oggi impensabile<br />

vivere <strong>senza</strong> di essa o meglio di esse, perché<br />

di plastiche ne esistono molti tipi che hanno<br />

in comune solo la plasticità, ossia la capacità<br />

di essere modellate dall’azione del calore e<br />

della pressione, oltreché leggerezza e facile<br />

lavorabilità. Le stesse materie prime<br />

impiegate nella produzione sono diverse: si<br />

va dalle resine naturali alle sostanze<br />

proteiche, anche se la maggior parte delle<br />

plastiche derivano dalla cellulosa e dalle<br />

resine sintetiche, ricavate dal petrolio e dal<br />

metano, cui vengono aggiunti materiali<br />

ausiliari per permettere particolari funzioni:<br />

rinforzanti, coloranti, solventi e indurenti.<br />

La prima resina venne scoperta quasi per<br />

caso nel 1868 ad opera di due americani:<br />

John e Jaiah Hyatt. Tutte le plastiche sono<br />

macromolecole, ossia<br />

unione a catene lunghe e<br />

complesse (polimeri)<br />

costruite con molecole più<br />

semplici (monomeri),<br />

30<br />

ottenute partendo da composti abbastanza<br />

semplici attraverso reazioni di<br />

condensazione o di polimerizzazione.<br />

Il basso costo di produzione, l’alta resistenza<br />

e la versatilità ne hanno determinato<br />

l’enorme successo e diffusione, cui fa da<br />

riscontro una certa difficoltà di smaltimento.<br />

Nelle discariche le plastiche rappresentano<br />

circa il 9% dei materiali deposti e, non<br />

esistendo batteri in grado di metabolizzarle,<br />

sono praticamente indistruttibili nei secoli.<br />

Né una soluzione sono le cosiddette<br />

plastiche “biodegradabili” perché la loro<br />

dissolubilità reale é tutt’altro che dimostrata:<br />

il trattamento permette infatti una<br />

dissoluzione, ad opera dei raggi solari, ma le<br />

sostanze costituenti rimangono intatte.<br />

Il processo di riciclaggio può realizzarsi<br />

seguendo tre filoni: il riciclaggio meccanico,<br />

il riciclaggio chimico e il recupero energetico<br />

per incenerimento o pirolisi.<br />

Un sistema ottimizzato di recupero e riciclo<br />

degli imballi, in materia plastica, ovviamente<br />

si basa su un’integrazione delle opzioni di<br />

recupero e riciclaggio, in un’ottica di<br />

attenzione alle economicità del sistema. Il<br />

riciclaggio meccanico consiste nella<br />

rilavorazione delle materie plastiche<br />

postconsumo per la produzione di altri<br />

manufatti: p.e. riciclando film d’imballaggio<br />

in PE è possibile ricavare teli per uso<br />

agricolo, riciclando flaconi in PE è possibile<br />

produrre altri flaconi e manufatti per<br />

l’edilizia, riciclando PET è possibile produrre<br />

componenti per auto e fibre sintetiche per<br />

indumenti, tipo “Pile”, riciclando PVC è<br />

possibile produrre raccorderie, tubazioni e<br />

cavi per l’edilizia. Il riciclo chimico<br />

consistente invece nella riconversione dei<br />

polimeri nei monomeri d’origine, che<br />

possono essere reimmessi a loro volta nella<br />

produzione di una nuova plastica.<br />

Il recupero energetico consiste nello<br />

sfruttamento dell’alto potere calorifico delle<br />

materie plastiche, essendo le stesse derivate<br />

direttamente dal petrolio e dal metano.<br />

Questa opzione sembra al momento una<br />

delle vie più facilmente percorribili nella<br />

gestione integrata dei RU, anche in<br />

considerazione della continua innovazione<br />

tecnologica tesa a ridurre gli impatti<br />

ambientali, favorita anche da una<br />

legislazione europea e nazionale<br />

particolarmente attenta al problema dei<br />

microinquinanti che limita di fatto a livelli<br />

minimali le emissioni considerate nocive per<br />

l’uomo e l’ambiente.<br />

I vari tipi più comuni di plastica e il loro potere calorifico (in MJ/Kg)<br />

POLIETILENE (PE) 46<br />

E' il più diffuso, economico e versatile. Si usa<br />

per i sacchetti di plastica, teli, bottiglie di<br />

latte, fusti, taniche,tappi, ecc.<br />

CLORURO DI POLIVINILE (PVC) 20<br />

Usato per le pellicole alimentari, bottiglie<br />

non gasate, flaconi di shampoo e cosmetici,<br />

sacchetti, alveoli per uova, cioccolattini e<br />

fiale.<br />

POLIETILENTEREFTALATO (PET) 33<br />

Usato per la sua grande resistenza agli urti<br />

per produrre bottiglie per bevande gasate; é<br />

il più diffuso dei poliesteri insaturi.<br />

POLIPROPILENE (PP) 46<br />

Buone capacità di inerzia chimica e di<br />

La frazione organica<br />

Tra il materiale che noi scartiamo, una parte<br />

rilevante, valutabile in quasi un terzo del<br />

totale, è rappresentato dal materiale<br />

organico di origine alimentare. I torsoli di<br />

mela, le bucce di patata o di banana, le<br />

bustine del thè, gli avanzi della verdura o<br />

della bistecca rappresentano un bene che un<br />

tempo i “ruée” raccoglievano con scrupolo e<br />

riutilizzavano per gli animali in campagna.<br />

Oggi in tempo di “vacche pazze”<br />

probabilmente sarebbe utile <strong>recuperare</strong><br />

queste forme di alimentazione naturale, ma<br />

in attesa di questo “ritorno al passato”, le<br />

nostre città rigurgitano di questo materiale,<br />

che oltre al resto è il primo a deteriorarsi<br />

biologicamente, con tutti i problemi igienici<br />

ed olfattivi del caso. Ma proprio per la sua<br />

31<br />

Scolasticamente le plastiche permettono<br />

alcune interessanti attività didattiche. Può<br />

essere utile abituare le classi ad una<br />

separazione merceologica dei vari polimeri,<br />

raccogliendo le varie categorie in gruppi e<br />

proponendo l’elaborazione di forme di<br />

riciclaggio diretto dei materiali, con la<br />

realizzazione di nuovi manufatti.<br />

rigidità, resistente alle trazioni, viene per<br />

questo usato per stoviglie, confezioni di<br />

gelati e yogurt, siringhe monouso, secchi.<br />

POLISTIROLO (PS) 41<br />

Dotato di bassa resistenza agli urti, viene<br />

usato per bicchieri e posate, coppette di<br />

gelato e yogurt, chiusure e cappucci spray.<br />

Nella sua forma espansa per imballaggi di<br />

oggetti.<br />

POLIURETANO (PUR) 18/25<br />

Viene impiegato nell'industria<br />

automobilistica per i paraurti o<br />

nell'arredamento come gommapiuma<br />

POLIAMMIDI (PA) 19/37<br />

Il prodotto più noto é il nylon utilizzato per<br />

la sua resistenza alla trazione meccanica<br />

natura biologica, questa frazione è anche<br />

quella più direttamente indicata per un<br />

riciclaggio che si avvicini maggiormente ai<br />

cicli naturali. Infatti a contatto con l’ossigeno<br />

dell’aria e in pre<strong>senza</strong> di batteri, disponibili<br />

naturalmente o da immettere<br />

artificialmente, questa massa tende<br />

spontaneamente a mineralizzarsi<br />

(fermentazione aerobica), ossia a smontare<br />

le macromolecole che la costituiscono e a<br />

ridursi in una sorta di torba o di terriccio<br />

asciutto inodore, che noi chiamiamo<br />

compost. Questa pratica è vecchissima e da<br />

sempre i contadini hanno usato la frazione<br />

organica dei loro <strong>rifiuti</strong> (un tempo scarsa per<br />

la verità, ma ciò era dovuto solo al fatto che<br />

l’appetito era maggiore e lo scarto di<br />

“Da rifiuto<br />

a energia”<br />

Fonte: Replastic<br />

1996


Schema del<br />

processo di<br />

compostaggio<br />

conseguenza minore). Il compost può essere<br />

un ottimo ammendante agricolo, cioè un<br />

integratore della concimazione<br />

(assolutamente non un sostituto!),<br />

un qualcosa che rende in parte ai terreni le<br />

sostanze perse nella coltivazione, facilitando<br />

il drenaggio, incrementando la formazione<br />

di humus oppure una torba da utilizzare per<br />

ricoprire aree degradate, come cave<br />

abbandonate o discariche esaurite.<br />

L’impiego del compost può ridurre l’impiego<br />

dei fertilizzanti veri e propri, con vantaggi<br />

economici ed ecologici, con minori quantità<br />

di fosfati e di nitrati nei corsi d’acqua.<br />

Si tratta di offrire al mercato un prodotto di<br />

qualità, <strong>senza</strong> metalli o inquinanti: solo<br />

materiale organico di buona qualità. Questo<br />

richiede una scelta accurata della materia di<br />

selezione compostaggio<br />

ventilatori<br />

base e quindi una buona selezione che il<br />

cittadino stesso deve imparare a fare: tanto<br />

più accurata essa sarà, tanto migliore sarà il<br />

prodotto finale. Ovviamente per una città<br />

come Milano gli impianti di trattamento<br />

della frazione umida e di preparazione del<br />

compost non potranno essere di piccole<br />

dimensioni e infatti è stata messa ora in<br />

funzione una struttura industriale idonea<br />

con tutte le garanzie ambientali del caso.<br />

Didatticamente l’operazione può essere<br />

organizzata anche in una scuola, purché si<br />

abbia a disposizione un’area verde dove<br />

raccogliere il materiale. Questo può<br />

provenire o dai resti della mensa scolastica,<br />

32<br />

ove essa vi sia, oppure può essere portato<br />

ogni giorno da casa, scegliendo<br />

accuratamente materiale vegetale (come<br />

scarti alimentari o sfalci d’erba e potature),<br />

<strong>senza</strong> resti animali (avanzi di carne, ecc.),<br />

non tanto perché questi non siano<br />

degradabili, ma perché la loro<br />

decomposizione può ingenerare odori<br />

sgradevoli o attirare animali, mentre la sola<br />

frazione vegetale, se adeguatamente curata<br />

e periodicamente arieggiata è di fatto<br />

inodore. A voler essere raffinati si può<br />

distinguere la frazione umido-azotata (scarti<br />

di cucina, sfalci d’erba o fiori secchi) da<br />

quella secco-carboniosa (pezzi di legno e<br />

ramaglie): i primi non devono essere<br />

pressati, mentre i secondi vanno frantumati<br />

e inumiditi. Il tutto viene accumulato,<br />

sistema di<br />

controllo<br />

mercato<br />

compost<br />

secco<br />

magari a strati alternati, in un contenitore<br />

aerato, che può essere un “composter”<br />

professionale o un più semplice ed<br />

economico bidone bucherellato o una rete<br />

plastificata, per far circolare l’aria. Di tanto<br />

in tanto il materiale va rivoltato per<br />

garantire la demolizione aerobica e va<br />

controllato il pH con una cartina di reagente:<br />

il valore finale dovrà essere compreso tra 7<br />

ed 8,5. Dopo alcuni mesi (al massimo cinque)<br />

il materiale mineralizza e può essere<br />

utilizzato per il prato della scuola o da<br />

portare a casa per i vasi del terrazzo.<br />

L’insegnante di Scienze potrà, se ha a<br />

disposizione un microscopio, far osservare la<br />

fauna microbica e gli insetti che si sono<br />

insediati nel materiale in trasformazione.<br />

Si può in questa fase fare la verifica della<br />

fitotossicità, utilizzando dei semi di<br />

crescione, messi a germogliare in una<br />

vaschetta con il compost prodotto:<br />

se le piante germoglieranno regolarmente,<br />

il compost sarà maturo per un<br />

contatto diretto con le radici<br />

delle piante. Se non si riesce<br />

a terminare entro l’anno<br />

scolastico il compostaggio, si<br />

può chiedere al personale in<br />

servizio di bagnare il cumulo<br />

2 o 3 volte durante il<br />

periodo estivo.<br />

Gli altri...<br />

Vi è infine una frazione di RU,<br />

quantitativamente minoritaria, che presenta<br />

interessanti risultati nel loro recupero, o che<br />

deve, per ragioni sanitarie ed ambientali,<br />

essere raccolta a parte. Cominciamo ad<br />

esaminare questi ultimi casi.<br />

I DANNOSI<br />

Le medicine inutilizzate o scadute<br />

Tutti i prodotti farmaceutici hanno delle<br />

precise date di scadenza, oltre le quali<br />

la qualità del prodotto non viene più<br />

garantita o esso ha subito delle<br />

modificazioni bio-chimiche, tali da risultare<br />

potenzialmente nocivo. Questi materiali non<br />

devono finire dispersi nella toilette o in un<br />

bidone, perché possono contenere dei<br />

principi attivi pericolosi per<br />

l’ambiente. Pensate soltanto<br />

all’azione degli antibiotici nei<br />

confronti dei batteri demolitori<br />

di una discarica.<br />

Per questo tali materiali<br />

vanno raccolti a parte,<br />

presso i contenitori<br />

appositi posti nei<br />

pressi delle<br />

farmacie<br />

e smaltiti in<br />

33<br />

impianti di termodistruzione.<br />

Prodotti tossici e nocivi<br />

Sono quei prodotti per la casa che<br />

contengono sostanze pericolose o tossiche o<br />

infiammabili. Per esempio i detersivi per<br />

forno sono altamente corrosivi, e così pure<br />

prodotti come quelli per sgorgare i lavandini<br />

(soda caustica) o sciogliere il calcare (acido<br />

muriatico o nitrico); la benzina usata per<br />

smacchiare è altamente infiammabile e lo<br />

stesso alcuni prodotti spray. Tutti questi<br />

materiali sono siglati con un teschio, una<br />

fiamma, o le scritte T e F, stilizzati sul<br />

contenitore. Sono materiali pericolosi, da<br />

tenere lontano dai bambini e da non<br />

<strong>smaltire</strong> assolutamente nel WC o in bidone.<br />

Purtroppo per ora la loro raccolta<br />

differenziata stenta a partire, anche perché<br />

il loro accumulo crea grossi problemi di<br />

smaltimento, richiedendo delle discariche<br />

particolari o trattamenti industriali<br />

complessi.<br />

Le pile<br />

Le pile a torcia sono uno strumento ormai<br />

normale nella vita di ogni adolescente: dal<br />

walkman ai videogiochi portatili, dalle radio<br />

alle macchine fotografiche, tutto va a pila.<br />

Ma queste pile funzionano in base ad una


Dal rottame<br />

alle fonderie<br />

reazione chimica tra elementi spesso<br />

pericolosi e la fuoriuscita dei reagenti, in<br />

particolare gli acidi ed il mercurio, possono<br />

provocare grossi pericoli. Quindi anche loro<br />

non devono essere disperse nell’ambiente.<br />

Devono essere raccolte negli appositi<br />

contenitori, installati per le strade, spesso<br />

vicino alle scuole (non a caso!) o nei negozi<br />

di articoli elettrici. Da lì andranno o in<br />

discariche speciali o in impianti sperimentali<br />

di ritrattamento. In mancanza di meglio si<br />

può suggerire l’uso di pile meno inquinanti<br />

(quelle cosiddette verdi) o di quelle<br />

ricaricabili.<br />

Gli altri<br />

Vi sono delle categorie di materiali speciali,<br />

come le batterie per auto, gli oli e i grassi da<br />

frittura, le lampade fluorescenti, le cartucce<br />

dei toner delle fotocopiatrici, i tubi catodici<br />

ed i materiali inerti da demolizione, che<br />

hanno delle loro destinazioni specifiche se<br />

provenienti dai grossisti; possono invece<br />

essere portati dai singoli utenti nelle varie<br />

“riciclerie” sparse per la città, negli orari di<br />

conferimento. In nessuno caso possono<br />

essere abbandonati in giro.<br />

GLI UTILI<br />

I metalli<br />

L’Italia è un paese poverissimo di metalli, le<br />

nostre miniere sono praticamente inesistenti<br />

e tutto il metallo che utilizziamo lo<br />

importiamo dall’estero a caro prezzo, magari<br />

34<br />

come rottame da <strong>recuperare</strong>. Quindi ogni<br />

risparmio ed ogni recupero va senz’altro<br />

incoraggiato. Qua e là esistono ancora dei<br />

negozietti che comperano i metalli più<br />

pregiati, come il rame delle dinamo e così<br />

via, ma è tutto in versione amatoriale ed<br />

affidato alla buona volontà del singolo. Per<br />

le strutture più ingombranti, come<br />

frigoriferi, lavatrici e simili lo smaltimento<br />

avviene nelle cosiddette “riciclerie”, dei<br />

centri di raccolta cui si può far conferire i<br />

<strong>rifiuti</strong> voluminosi o farli ritirare a domicilio,<br />

gratuitamente, previa prenotazione.<br />

Risparmiare i metalli però dovrebbe essere<br />

un impegno delle stesse industrie che<br />

devono pensare il prodotto in vista del suo<br />

smaltimento finale. Per le automobili si è già<br />

cominciato, per altri prodotti non ancora.<br />

Una riflessione in classe su questi temi può<br />

comunque essere interessante e divertente:<br />

come pensereste voi una lavatrice o un’auto<br />

in funzione della sua demolizione e<br />

recupero?<br />

Tra tutti i metalli però ce ne sono alcuni di<br />

particolare interesse nella loro raccolta:<br />

La banda stagnata<br />

I cibi per animali, la carne in scatola, le<br />

zuppe o i pomodori sono spesso contenuti in<br />

barattoli costituiti nella quasi totalità<br />

d’acciaio, con una lieve percentuale di<br />

stagno per prevenire la ruggine. Il loro<br />

riciclaggio fa risparmiare circa il 74 %<br />

dell’energia usata per produrli da materie<br />

prime e si può <strong>recuperare</strong> almeno il 75 %<br />

dello stagno impiegato. Talvolta è difficile<br />

dire se il barattolo sia in acciaio, in alluminio,<br />

oppure bi-metallico; il modo più semplice<br />

per distinguerli è di cercare il marchio AL che<br />

contraddistingue i contenitori realizzati solo<br />

in alluminio.<br />

L’alluminio<br />

L’alluminio è un metallo che si ottiene per<br />

elettrolisi partendo dalla bauxite, sua<br />

materia prima. <strong>Come</strong> processo industriale è<br />

di tipo energivoro e conseguentemente la<br />

sua produzione costosa, mentre gli impieghi<br />

sono sempre più diffusi in tutti i campi. La<br />

sua leggerezza, la sua inossidabilità e la sua<br />

resistenza permettono cospicui risparmi<br />

energetici, dell’ordine addirittura del 95% di<br />

quello iniziale, mentre il prodotto di<br />

rifusione possiede le stesse proprietà di<br />

quello primario. Il rottame industriale viene<br />

largamente recuperato e dal 1986 si è<br />

cominciato a <strong>recuperare</strong> anche quello delle<br />

lattine per bevande. Nel frattempo il peso<br />

dell’alluminio impiegato nelle lattine si è<br />

venuto abbattendo a parità di resistenza.<br />

Ricordiamo che l’Italia è diventata il secondo<br />

paese europeo produttore di alluminio<br />

riciclato (dopo la Germania). Oggi la raccolta<br />

delle lattine può essere fatta direttamente<br />

nelle campane per la raccolta del vetro o nei<br />

cassonetti condominiali comuni, con<br />

separazione a posteriori. In ogni caso la<br />

scuola può essere un grosso centro di<br />

raccolta delle lattine, essendone i ragazzi dei<br />

consumatori accaniti.<br />

35<br />

Il sughero<br />

Il sughero nasce dalla corteccia di una<br />

quercia che vive lungo le sponde del<br />

Mediterraneo: questo albero ha una pesante<br />

scorza che periodicamente viene rimossa e<br />

utilizzata per vari usi, tra i quali quello per<br />

noi più consueto è il tappo delle bottiglie.<br />

Però si tratta di un uso povero, mentre il<br />

sughero, tritato e trasformato in pannelli<br />

larghi e sottili, è un isolante domestico<br />

ideale: è ignifugo, termoisolante, non fa<br />

passare l’umidità e i rumori.<br />

Di qui l’opportunità della raccolta dei tappi<br />

da cui si può facilmente passare ai pannelli.<br />

Si tratta per ora di una raccolta modesta, ma<br />

interessante e molti ristoranti e osterie<br />

milanesi hanno aderito all’iniziativa, che ora<br />

si sta diffondendo anche nelle scuole.<br />

Se ogni studente porta un tappo alla<br />

settimana, in breve tempo si possono<br />

raccogliere grosse quantità di materiale. E<br />

soprattutto si introduce un modo di pensare<br />

al recupero dei prodotti che è altamente<br />

didattico.<br />

Vestiti smessi<br />

Tutti noi abbiamo in casa dei vestiti che non<br />

mettiamo più, vuoi perché non ci piacciono o<br />

perché ci sono diventati stretti, ben<br />

raramente perché sono diventati troppo lisi.<br />

Non buttiamoli: possono diventare degli<br />

ottimi stracci per casa o meglio ancora essere<br />

riutilizzati da qualcun altro. In città vi sono<br />

molti centri, religiosi o laici, che li raccolgono<br />

magari porta a porta. Diamoglieli, se non<br />

potranno essere riutilizzati altrimenti,<br />

diventeranno buona carta.


Il problema degli imballaggi<br />

Il problema degli imballaggi è un po' il<br />

riassunto ed il compendio del tema <strong>rifiuti</strong>,<br />

anche perché comprende tutte le voci che<br />

abbiamo sinora visto. Tra il 1980 ed il 1990<br />

gli imballaggi sono complessivamente<br />

cresciuti in peso, con un tasso di crescita<br />

annua del 5%; oggi tale tendenza si è<br />

venuta riducendo progressivamente. Nelle<br />

discariche essi occupano grandi quantità in<br />

peso e volume e costituiscono un grosso<br />

problema. Gli imballaggi primari (quelli che<br />

servono direttamente a contenere i<br />

materiali), quelli secondari (che servono a<br />

presentare adeguatamente il prodotto) e<br />

quelli terziari (imballaggi da trasporto) sono<br />

stati valutati complessivamente in 9,1 milioni<br />

di tonnellate nel 1995, di cui circa il 15%<br />

sono in plastica. In tutta Europa si è<br />

compreso come il problema degli imballaggi<br />

sia oggi il cuore del problema <strong>rifiuti</strong> e la<br />

tendenza nell’Unione e dell’Italia in<br />

particolare è la riduzione massiccia degli<br />

imballaggi di rifiuto, e a tale scopo è stato<br />

varato un programma confermato anche dal<br />

recente D.L. 22/97.<br />

Il problema è complesso in quanto si tratta<br />

del settore che risente maggiormente delle<br />

storture della distribuzione e dei meccanismi<br />

pubblicitari. Quindi si può agevolmente<br />

pensare che sarà anche uno dei settori che<br />

risentirà maggiormente delle modificazioni<br />

indotte dall’utenza, quando essa sarà in<br />

grado di farsi sentire su questo tema<br />

specifico. La Germania ha visto cadere<br />

verticalmente le quantità prodotte, perché la<br />

legge Topfler impone gli oneri dello<br />

smaltimento ai produttori e quindi, nel caso<br />

degli imballi, alle industrie dei beni di<br />

consumo. Essa ha anche permesso ai<br />

consumatori di rendere direttamente alla<br />

rete di distribuzione i vuoti a perdere, il che<br />

per le catene di supermercati, come per i<br />

piccoli negozianti è diventato un costo<br />

insostenibile in termini di spazi commerciali.<br />

I distributori perciò hanno fatto pressione sui<br />

produttori di merci e oggi essi hanno ridotto<br />

drasticamente gli imballi e curato la loro<br />

distruzione tramite recupero energetico.<br />

Va detto, a difesa degli attuali imballaggi,<br />

che essi permettono una conservazione dei<br />

36<br />

prodotti e una loro distribuzione capillare<br />

prima impensabili. Nelle società agricole più<br />

arretrate quasi un terzo delle derrate<br />

alimentari raccolte, viene perduto per colpa<br />

di parassiti, funghi, animali o putrefazione.<br />

Da noi questa percentuale è di fatto<br />

trascurabile e ci permette di mandare nel<br />

giro di pochi giorni prodotti freschi in ogni<br />

angolo del Paese. La contropartita di ciò è<br />

una massa sempre più crescente di scatole.<br />

Le vie per risolvere la questione possono<br />

essere una razionalizzazione della<br />

distribuzione e la riformulazione dei<br />

prodotti, riducendo tutta quella parte di<br />

imballo non strettamente necessaria. L’idea<br />

tedesca del recupero a carico del produttore<br />

non è malvagia e potrebbe essere adottata<br />

anche da noi, magari istituendo nel<br />

contempo delle tariffe come cauzione per<br />

incentivare il riuso, abolendo di fatto il<br />

perverso “vuoto a perdere”. Questa<br />

iniziativa potrebbe avere nel breve periodo<br />

un impatto notevole, sia riducendo di un<br />

quarto i RU, sia risparmiando materia prima<br />

pregiata.<br />

Dal punto di vista scolastico il tema<br />

imballaggi si presta a ricerche sul campo e a<br />

casa, sia sui materiali impiegati, non sempre<br />

strettamente necessari, che su una analisi<br />

della comunicazione pubblicitaria nella<br />

presentazione dei prodotti.<br />

Offre inoltre l’occasione per considerazioni<br />

sulla società dei consumi molto stimolanti. In<br />

fondo l’educazione ambientale non deve<br />

essere finalizzata alla mera comprensione<br />

tecnica dei fatti, ma deve innescare un<br />

nuovo modo di pensare le cose, più<br />

globalizzante, capace di vedere non solo le<br />

cose immediate, ma anche ciò che sta loro<br />

dietro.


Elementi di didattica ambientale<br />

Abbiamo detto all’inizio che questo non vuol<br />

essere l’ennesimo manuale sui <strong>rifiuti</strong> e la loro<br />

gestione, semmai vuol essere un testo di<br />

didattica ambientale che prende i <strong>rifiuti</strong> ad<br />

esempio. Il fine in altre parole è la didattica<br />

dell’ambiente, sviluppata a partire dal tema<br />

<strong>rifiuti</strong> e dalle sue implicazioni. La cosa in sé<br />

non è semplicissima, perché si tratta di un<br />

territorio in larga parte inesplorato. La<br />

didattica delle lingue o delle scienze ha una<br />

sua storia consolidata, esistono criteri<br />

operativi che generazioni di insegnanti<br />

hanno sperimentato e messo a punto.<br />

Si sa cosa si vuole, da dove partire e dove<br />

andare: esistono obbiettivi, metodi e<br />

contenuti. Qui invece la faccenda è più<br />

complessa, non esiste una pedagogia già<br />

pronta, predigerita, semplicemente da<br />

seguire e l’oggetto stesso è vago. Cos’è<br />

l’ambiente ? quali sono i suoi confini<br />

didattici, cosa debbo insegnare? cos’è la<br />

Natura? Ogni periodo della storia umana ha<br />

avuto una sua interpretazione della natura:<br />

da quella magica dei primitivi a quella<br />

perfetta e matematicamente conoscibile dei<br />

fisici deterministi del XVIII° secolo. Purtroppo<br />

ai nostri tempi il mito della Natura educante<br />

è caduto: dopo Darwin sappiamo che la<br />

natura in quanto tale non educa, semmai<br />

seleziona e piuttosto brutalmente. Una volta<br />

non ci si poneva particolari problemi: la<br />

natura era l’elenco alfabetico degli animali e<br />

delle piante. Oggi non solo ci si è accorti che<br />

l’ambiente è un qualcosa di estremamente<br />

complesso e caotico, ma che l’educazione<br />

ambientale deve essere una attenzione<br />

aperta, che attraversa tutte le discipline.<br />

Quindi fare educazione ambientale non<br />

significa semplicemente impartire delle<br />

nozioni naturalistiche (questo è il campo<br />

delle Scienze Naturali), ma anche<br />

promuovere atteggiamenti e comportamenti<br />

positivi verso l’ambiente, inteso nella sua<br />

globalità umana, biotica ed abiotica. Quindi<br />

non solo conoscenza della realtà, ma<br />

costruzione di una consapevolezza tesa a<br />

trasformarla, proteggerla e salvaguardarla.<br />

Non basta più sapere passivamente come<br />

vanno le cose, ma occorre cambiarle<br />

attivamente. Questa scelta non è in appalto<br />

38<br />

ad una singola materia, ma proprio perché<br />

abbiamo a che fare con un oggetto<br />

complesso, per definizione interdisciplinare,<br />

tutte le materie devono afferire a questo<br />

approccio sistemico con un proprio specifico<br />

apporto. Le decisioni ambientali sono<br />

sempre caratterizzate dalla incertezza e la<br />

scuola deve insegnare ad agire in queste<br />

condizioni, <strong>senza</strong> propagare l’idea<br />

semplicistica per cui basterebbero delle<br />

decisioni buone per risolvere i problemi e<br />

che se ciò non avviene è dovuto alla cattiva<br />

volontà (o alla stupidità) dei soggetti. Vanno<br />

così definite una strategia e delle azioni<br />

conseguenti, in maniera di partecipare<br />

coscientemente al cambiamento in atto.<br />

La scuola non è un’isola di sapere in un mare<br />

grigio ed ignoto; è una parte integrante<br />

della società e vi partecipa in prima persona.<br />

La scuola deve essere una comunità che<br />

interagisce con la società che la circonda e di<br />

cui fa parte, per elaborare e trasmettere<br />

cultura, per dare ai propri allievi gli<br />

strumenti dottrinali e sociali per partecipare<br />

all’azione comune. Nel nostro caso concreto:<br />

non solo io imparo a conoscere un problema<br />

rilevante della società di cui faccio parte (i<br />

<strong>rifiuti</strong>), ma promuovo tutti quegli<br />

atteggiamenti e strumenti culturali per<br />

concorrere a modificare la situazione, sia<br />

come singolo, che come comunità. Compito<br />

specifico della scuola resta quello del sapere,<br />

cioè della trasmissione di un bagaglio di<br />

nozioni che servono per conoscere la realtà e<br />

i modi per trasformarla, in base a valori etici<br />

e sociali e per compiere scelte consapevoli e<br />

responsabili. Noi non dobbiamo fare della<br />

“conservazione della Natura”, ma una<br />

gestione dell’Ambiente, qui inteso nella sua<br />

accezione più allargata e complessa.<br />

Dobbiamo ragionare sui ruoli che l’uomo<br />

svolge sul pianeta, capire i suoi errori e quale<br />

sia il suo posto nel complesso della biosfera.<br />

Di qui l’utilità di un approccio sistemico, cioè<br />

la capacità di vedere insieme tutte le<br />

connessioni che un fatto implica, di capire<br />

come tutte le cose siano legate tra di loro e<br />

che modificandone una si modificano anche<br />

le altre. <strong>Come</strong> dice il famoso paradosso della<br />

farfalla del meteorologo americano<br />

Ed Lorentz: “Se una farfalla batte le ali in<br />

Amazzonia, a New York si scatena un<br />

temporale”. L’Ecologia è una delle discipline<br />

dove i sistemi caotici, ossia non deterministici,<br />

predominano. Io non potrò mai sapere a<br />

priori se i risultati delle mie azioni saranno<br />

Organizzazione formale e procedure<br />

di incentivazione<br />

Abbiamo detto che l’educazione ambientale<br />

non è in appalto ad alcuna materia specifica:<br />

tutte le discipline, dalla musica alle lingue<br />

straniere, concorrono con pari diritto.<br />

Devono però imparare a lavorare insieme,<br />

finalizzandosi ad un comune obiettivo, che<br />

nel nostro caso è il tema <strong>rifiuti</strong>.<br />

In questa azione gli insegnanti di ogni<br />

ordine e grado sono aiutati da un accordo di<br />

programma che il Ministero della Pubblica<br />

Istruzione ha stipulato con quello<br />

dell’Ambiente il 6 febbraio 1996 per una<br />

ricerca e un’azione comune e l’introduzione<br />

della Educazione Ambientale nelle materie<br />

curriculari. A questo scopo i singoli<br />

Provveditorati agli Studi hanno costituito<br />

localmente delle Consulte Scolastiche<br />

Ambientali, formate da docenti designati<br />

dalle singole scuole. Queste Consulte hanno<br />

l’obiettivo di far circolare le esperienze,<br />

avanzare proposte per l’istituzione e la<br />

realizzazione di corsi di<br />

formazione/informazione, in collaborazione<br />

con le Università, le associazioni<br />

ambientalistiche e le strutture produttive.<br />

Queste proposte andranno inserite nei piani<br />

provinciali di aggiornamento, per<br />

organizzare le strutture locali e centrali,<br />

tenere i contatti con l’Ufficio Studi e<br />

Programmazione, promuovere e facilitare<br />

l’interazione tra la scuola e l’ambiente<br />

esterno, in particolare con le<br />

amministrazioni locali, provinciali e<br />

regionali.<br />

Il Ministro da parte sua cerca, attraverso le<br />

Direzioni Generali, di integrare tra di loro le<br />

varie iniziative e si impegna a rendere<br />

pienamente operativi e a disposizione delle<br />

singole scuole l’archivio ANDREA sulla ricerca<br />

39<br />

buoni o cattivi. Vale allora il “Principio<br />

Responsabilità” di H. Jonas: nel dubbio è<br />

sempre meglio assumere l’ipotesi peggiore e<br />

comportarsi di conseguenza, avendo<br />

l’Umanità la responsabilità dei deboli e degli<br />

indifesi, umani, piante o animali che siano.<br />

e la documentazione ambientale,<br />

l’osservatorio ORMEA sulla ricerca e le<br />

metodologie e la rete telematica nazionale<br />

di laboratori territoriali LABNET,<br />

potenziandone nel contempo i vari centri. Il<br />

Ministero verifica e valuta i vari progetti e ne<br />

sostiene la realizzazione, cura e aggiorna i<br />

vari accordi con enti nazionali, come la<br />

Confindustria o l’ENEA, si incarica di<br />

raccogliere e di far circolare nelle scuole i<br />

materiali di formazione e di informazione:<br />

testi, circolari, ricerche pedagogiche, ecc. A<br />

livello internazionale, attraverso i progetti<br />

SOCRATES e LEONARDO, rinforza gli scambi<br />

tra le reti europee.<br />

In altre parole gli insegnanti che vogliono<br />

lavorare con progetti ed idee in questo<br />

campo non possono che trovare porte aperte<br />

e larga disponibilità, anche economica.<br />

Queste iniziative possano facilmente trovare<br />

spazio nei corsi di aggiornamento che i<br />

singoli docenti debbono seguire per<br />

ottenere l’avanzamento nei gradoni di<br />

stipendio o ricorrendo ai cosiddetti compensi<br />

incentivanti. Nella scuola di domani sempre<br />

meno gli aumenti retributivi saranno<br />

concessi in base alla mera anzianità, ma<br />

sempre più chiaramente sulla base di<br />

progetti di lavoro e di ricerca e il tema<br />

ambiente è indubbiamente tra i meglio<br />

piazzati e tra i più richiesti dal mercato<br />

scolastico e sociale. Gli insegnanti che vi<br />

lavoreranno non avranno pertanto da<br />

pentirsene...<br />

L’<strong>Amsa</strong> darà ogni aiuto possibile per<br />

sviluppare le raccolte differenziate e tramite<br />

il Comune di Milano, anche un incentivo<br />

economico, sotto forma di congrua<br />

riduzione della tassa <strong>rifiuti</strong>.


L'organizzazione di base a scuola<br />

Una volta che uno o più insegnanti di base<br />

hanno deciso di “adottare” il tema <strong>rifiuti</strong><br />

come lavoro di ricerca in classe cosa possono<br />

fare? Le idee sono varie: innanzi tutto<br />

possono cercare complici tra i colleghi dello<br />

stesso istituto o in altri affini, parlandone<br />

durante collegi o incontri di formazione.<br />

Un’occasione ottima saranno quegli incontri<br />

non incentrati solo sulle metodologie, ma<br />

soprattutto su un nuovo stile<br />

d’insegnamento, basato sulla ricerca e<br />

l’azione insieme, piuttosto che la semplice<br />

trasmissione di un sapere precostituito.<br />

A questo punto si possono cercare dei<br />

contributi culturali specifici, dentro o fuori<br />

dalla scuola, limitandosi a scegliere tra le<br />

proposte già sulla piazza o cercando presso<br />

storia<br />

cause e fonti<br />

esame leggi<br />

scienze<br />

studio <strong>rifiuti</strong><br />

Educazione<br />

artistica<br />

cartellone<br />

i <strong>rifiuti</strong><br />

<strong>urbani</strong><br />

italiano<br />

inchiesta<br />

intervista<br />

analisi articoli<br />

40<br />

associazioni ambientaliste o approfittando<br />

del Piano Scuola dell’<strong>Amsa</strong> e di tutte le<br />

strutture che mettono a disposizione<br />

materiali, persone ed impianti. Quindi si<br />

comincia ad agire a livello d’istituto.<br />

Innanzi tutto bisogna utilizzare gli strumenti<br />

messi a disposizione dalla Carta dei Servizi,<br />

come il progetto educativo e la<br />

programmazione educativa e didattica.<br />

Occorre organizzare con tutti i crismi<br />

dell’ufficialità il lavoro per <strong>creare</strong> degli spazi<br />

per attività di classe o di interclasse,<br />

attraverso la flessibilità dell’orario<br />

settimanale e la ripartizione dei ruoli,<br />

modificando al limite anche il calendario e<br />

programmando in contenuti e modalità<br />

eventuali gite scolastiche di istruzione a<br />

matematica<br />

tabulazione<br />

dati<br />

Educazione<br />

tecnica<br />

depurazione<br />

raccolta differenziata<br />

riciclaggio<br />

inceneritore<br />

impianti ritenuti interessanti.<br />

Occorre mettere a punto le potenzialità<br />

sviluppabili con modeste modifiche delle<br />

strutture già esistenti, come l’area di<br />

progetto o quella modulare, gli IRRSAE o<br />

utilizzare i DOA e il semi-esonero. Una volta<br />

che l’intero corpo docente locale è stato<br />

mobilitato, vanno individuate le possibilità<br />

di coinvolgimento di partner esterni, come<br />

amministratori, tecnici dell’ambiente, esperti<br />

del mondo professionale ed industriale,<br />

ambientalisti, l’<strong>Amsa</strong> stessa, in maniera da<br />

coinvolgere nella scuola tutta una serie di<br />

figure non istituzionali, ma finalizzate a<br />

trasferirvi il loro sapere. Queste persone, non<br />

abituate ai modi e alle strutture della scuola,<br />

avranno delle difficoltà ad operare<br />

isolatamente e perciò debbono essere<br />

sempre affiancate dai docenti, che saranno<br />

comunque i padroni della situazione,<br />

dosando, loro e solo loro, le cose da fare o<br />

da non fare, il grado di approfondimento e<br />

di comprensione degli allievi. I docenti che<br />

praticano l’educazione ambientale si stanno<br />

formando sul campo e non discendono<br />

necessariamente dalle discipline scientifiche,<br />

ma possono provenire dai più differenti<br />

angoli dell’umano sapere; l’importante è che<br />

vogliano “imparare ad imparare”, ossia<br />

reimparare qualcosa di più efficace, una<br />

conoscenza che sia in grado di ingenerare,<br />

per retroazione positiva, nuove conoscenze<br />

Le fasi del progetto:<br />

obiettivi, metodi e contenuti<br />

Il progetto di un percorso educativo non va<br />

pensato e suddiviso in schemi rigidamente<br />

separati: da una parte la ricerca o il lavoro<br />

sul campo e dall’altra la preparazione<br />

teorica, l’approfondimento culturale. Le due<br />

parti sono due facce della stessa medaglia e<br />

naturalmente si impara facendo.<br />

Ovviamente in ogni fase vi sono degli<br />

obiettivi generali che l’insegnante deve<br />

avere chiari nella sua mente. Possono essere,<br />

a seconda delle discipline insegnate, i cicli<br />

biologici o un’indagine storica, lo studio<br />

della società o l’educazione civica.<br />

In funzione di questi temi generali si passa<br />

41<br />

operative, attraverso lo scambio di idee, la<br />

documentazione, il confronto culturale e<br />

didattico, magari tra colleghi di materie e di<br />

scuole diverse. Si tratta di piccole ma<br />

concrete e visibili azioni di rinnovamento<br />

della scuola e mostrano la loro capacità di<br />

rispondere al grave disagio che la attraversa<br />

e alla crisi di motivazioni etiche e culturali in<br />

cui sta sprofondando. Adottando l’ambiente<br />

ed i suoi problemi la scuola assume<br />

direttamente non solo la capacità di<br />

“costruire cultura”, ma si lega al territorio e<br />

alla società di cui è parte integrante.<br />

Abituando i ragazzi a osservare intorno per<br />

risolvere i problemi ambientali, che come<br />

abbiamo detto non hanno mai una risposta<br />

univoca, li si educa ad agire da protagonisti<br />

attivi e non da comparse passive, a studiare i<br />

problemi reali e a cercare le soluzioni<br />

possibili. Abituandoli a guardarsi intorno per<br />

trovare i dati, impareranno a cercare, magari<br />

non solo sui libri, ma anche sulle riviste e sui<br />

giornali (che impareranno a leggere),<br />

facendo inchieste e ricerche o, perché no,<br />

anche utilizzando le reti telematiche,<br />

insieme e meglio dei loro insegnanti;<br />

soprattutto impareranno a non fidarsi delle<br />

risposte precostituite e vorranno discuterle.<br />

Domani saranno dei cittadini che non si<br />

limiteranno a brontolare se le cose non<br />

funzionano, ma si rimboccheranno le<br />

maniche perché queste cambino.<br />

poi agli obiettivi specifici, che l’insegnante<br />

sceglie in base alle sue motivazioni. Questa<br />

scelta è aperta: l’importante è però che le<br />

motivazioni generali e particolari del o degli<br />

insegnanti passino agli studenti e che questi<br />

siano sempre in grado di comprendere le<br />

motivazioni dei loro allievi. Uno degli aspetti<br />

qualificanti di un percorso di educazione<br />

ambientale è quello di arrivare a costruire<br />

nuovi atteggiamenti rispetto all’ambiente e<br />

alla sua gestione, nel senso più ampio<br />

possibile. Occorre quindi non solo<br />

trasmettere dei valori (la tutela<br />

dell’ambiente, il non spreco, la solidarietà,


ecc.) ma arrivare a riconoscere i<br />

comportamenti coerenti con tali valori e<br />

quelli che non lo sono e farli penetrare nella<br />

vita di tutti i giorni, agendo e facendo agire<br />

coerentemente. Per prima cosa occorre<br />

allora comprendere le loro rappresentazioni<br />

mentali, gli eventuali errori o i<br />

comportamenti scorretti. Per loro in genere i<br />

<strong>rifiuti</strong> non sono un tema direttamente<br />

sentito e il primo passo consiste nel mettere<br />

a fuoco, <strong>senza</strong> catastrofismi o pedanteria, i<br />

termini del problema. Occorre innanzitutto<br />

fare un’analisi dell’immaginario individuale,<br />

capire cosa passa nelle loro teste e quali<br />

preconcetti erronei vi alberghino, quali<br />

nozioni possiedano, cosa si dice in casa.<br />

Il modo migliore per saperlo è fare un<br />

questionario-inchiesta per analizzare con<br />

loro la situazione. Più avanti ne diamo un<br />

modello che ovviamente sarà solo d’esempio<br />

e può essere adattato alle differenti<br />

situazioni in base alle scelte dei docenti.<br />

Una seconda fase consiste nell’affrontare<br />

direttamente il problema <strong>rifiuti</strong> nella sua<br />

dimensione cognitiva mettendone in<br />

evidenza tutti gli aspetti, storico, economico,<br />

tecnico, sociale, scientifico, linguistico, ecc..<br />

Qui sta l’abilità del docente di trasmettere le<br />

sue motivazioni ed i suoi valori ai ragazzi e<br />

farle divenire loro motivazioni. Non ci si può<br />

limitare ad un’analisi dei singoli cicli, occorre<br />

far capire le interconnessioni esistenti, “tutto<br />

è legato con tutte le altre parti”.<br />

Del resto il rapporto consumo-<strong>rifiuti</strong><br />

evidenzia le distorsioni della nostra società<br />

opulenta e le sue mode di acquisto<br />

disperato. Non è solo un problema tecnico<br />

(raccolta, smaltimento, ecc.) ma il tutto ha<br />

un suo senso se si parla di riuso, di risparmio<br />

delle risorse, di riciclo, di equilibri Nord-Sud,<br />

di società eco-compatibile ed eco-sostenibile,<br />

Esempio di questionario<br />

Una delle prime cose da fare per meglio<br />

valutare e tarare obiettivi e metodi consiste<br />

nel soppesare le conoscenze pregresse degli<br />

allievi, conoscere insomma le idee, giuste o<br />

sbagliate che siano, che essi hanno acquisito<br />

intorno ad un certo problema. Imparare a<br />

conoscere prevede innanzitutto la<br />

42<br />

ecc. La terza fase, quella della ricerca<br />

operativa, diventerà una scoperta, una<br />

verifica ed una necessità. E’ nella fase del<br />

laboratorio che si agisce per cambiare le<br />

situazioni. Gli allievi diventano essi stessi<br />

attori e protagonisti, sotto la guida del<br />

docente, del loro percorso di scoperta<br />

educativa, costruendo così il proprio sapere<br />

ed i propri valori. Siccome il tema è<br />

concretizzabile facilmente, occorre scegliere<br />

un lavoro sul campo da fare insieme, che<br />

può essere una ricerca, su testi, enciclopedie<br />

o altro, ma soprattutto deve essere<br />

l’osservazione critica di ciò che li circonda.<br />

Qui si inseriscono le visite guidate, gli<br />

incontri con i tecnici, la discussione e gli<br />

esperimenti in classe, le ricerche e i<br />

questionari sul quartiere, la scuola e<br />

soprattutto la famiglia. E’ in questa fase<br />

operativa che emergono le idee-guida, qui il<br />

viaggio tra i <strong>rifiuti</strong> diventa scoperta e<br />

acquisizione di valori e di nuova mentalità.<br />

A conclusione di tutto il lavoro seguirà la<br />

quarta fase, quella della comunicazione.<br />

Bisogna trovare un mezzo per far conoscere<br />

anche agli “altri” i risultati del prodotto, le<br />

conoscenze acquisite, la consapevolezza<br />

raggiunta. Le opinioni fatte proprie per<br />

esempio devono essere comunicate alle<br />

famiglie ed esse diverranno il primo punto di<br />

applicazione concreta delle scoperte.<br />

Non si può pensare in maniera corretta ai<br />

<strong>rifiuti</strong> e continuare in casa a non dividere i<br />

materiali, a non riciclare, a non riusare o a<br />

non risparmiare. Parallelamente si potrà<br />

anche, se ci sono i mezzi e le possibilità,<br />

pensare a forme di comunicazione più<br />

tradizionali: mostre, disegni, feste<br />

ecologiche, coinvolgimento dell’intera<br />

scuola. Le forme per attuare questa fase<br />

sono le più aperte alla fantasia di tutti.<br />

correzione delle idee sbagliate e i ragazzi<br />

oggi sono sovraffollati di informazioni<br />

sciolte che essi però non sanno gestire,<br />

comprendere e valutare. Dei temi ambientali<br />

si tratta continuamente, non parliamo poi<br />

dei <strong>rifiuti</strong>, ma da qui ad avere delle nozioni<br />

chiare in testa, ce ne corre. Il questionario<br />

tipo che qui di seguito proponiamo non vuol<br />

essere che una modesta proposta operativa<br />

per imparare a conoscere i propri ragazzi.<br />

Deve essere semplice e comprensibile, avere<br />

delle risposte aperte, che a loro volta lascino<br />

capire al docente eventuali errori<br />

o pregiudizi. Le domande non debbono<br />

43<br />

essere troppe, una dozzina al massimo.<br />

Saranno i docenti che lo costruiranno a<br />

secondo delle classi con cui hanno a che fare,<br />

dei lavori già svolti e così via.<br />

Qui vi proponiamo alcune domande che<br />

potrete utilizzare nel costruire i vostri<br />

questionari:<br />

1. Cos'é per te un rifiuto ? Un oggetto inutile Un oggetto pericoloso<br />

L'immondizia Scarti di fabbrica<br />

Detriti di rocce Altro..........<br />

2. Secondo te in un bosco esistono dei <strong>rifiuti</strong> ? Si. Quali ? NO. Perché ?<br />

......................... .........................<br />

......................... .........................<br />

3. Tu produci <strong>rifiuti</strong> ? Si NO Non lo so<br />

4. Costruisci un elenco di <strong>rifiuti</strong> di tua conoscenza ................................................................................................<br />

5. Quali di questi secondo te sono pericolosi ? ......................................................................................................<br />

6. Secondo te Milano era più pulita all'inizio del secolo o adesso ?.....................................................................<br />

7. Ritieni che inquinassero di più i tuoi nonni o tu stesso?.......................... Perché?............................................<br />

8. Le industrie hanno contribuito a migliorare o a peggiorare la nostra società?<br />

9. Secondo te chi produce più <strong>rifiuti</strong> ? Gli artigiani I commercianti<br />

Gli operai Gli impiegati<br />

I disoccupati Altro.................<br />

E chi meno ? ...................... ......................<br />

10. Sapresti citare tre prodotti diversi che utilizzano la bottiglia in vetro ?.........................................................<br />

11. Hai mai portato pile o farmaci al punto di raccolta ?........................................................................................<br />

12. Hai mai portato carta o vetro alle campane di raccolta ?..................................................................................<br />

13. Vale la pena di separare i <strong>rifiuti</strong> domestici ? Si. Quali ? No. Perché ? Non lo so<br />

......................... .........................<br />

......................... .........................<br />

14. Chi deve raccogliere i <strong>rifiuti</strong> in città ? Lo Stato<br />

Il Comune o una sua impresa<br />

I privati<br />

Ognuno raccoglie ed elimina i suoi<br />

La scuola<br />

altro..............................<br />

15. A scuola si deve parlare dei <strong>rifiuti</strong> ? Si No Non lo so<br />

Perché ? ...................................................................................<br />

16. Negli anni precedenti hai già trattato il problema scuola ? Si No<br />

17. Avete fatto delle attività concrete ? Si No<br />

Quali ?.....................................................................................<br />

18. Disegna un territorio che ritieni inquinato.<br />

19. Ed ora disegna lo stesso paesaggio non inquinato.<br />

Interpretazione del questionario<br />

Un questionario serve non tanto per le<br />

risposte che potrebbe dare, ma<br />

paradossalmente per le risposte che non dà.<br />

A noi certe cose sembrano ovvie, tanto ne


abbiamo sentito parlare. Ma per dei ragazzi<br />

non è sempre semplice mettere a fuoco delle<br />

nozioni, capire delle differenze, valutare<br />

delle scelte. Proprio perché sono sommersi<br />

da una massa immane di informazioni e di<br />

sollecitazioni, per loro (ma non solo...!) è<br />

difficile capire i termini reali dei problemi,<br />

oppure hanno delle false conoscenze, delle<br />

idee confuse per cui ad esempio non esiste<br />

differenza tra inquinamento e sporcizia.<br />

Abituati da false immagini pubblicitarie sono<br />

portati a costruire un passato idilliaco<br />

(al tempo dei nonni i cibi erano genuini,<br />

l’aria tersa, ecc.) o una visione bucolica e<br />

irreale della vita campestre.<br />

Nel loro immaginario gli animali non<br />

inquinano, non tanto perché i loro<br />

escrementi vengono metabolizzati dai<br />

demolitori biologici, ma perché, nella<br />

maggior parte dei casi, non pensano a<br />

soggetti reali, bensì a quelli disegnati dai<br />

cartoni animati o dai film. L’insegnante<br />

allora dovrà evidenziare questi “errori”,<br />

questi pre-concetti e lavorare per eliminarli,<br />

per dare una giusta proporzione alle cose,<br />

per chiarire le competenze, ecc..<br />

Ma vediamo nel dettaglio i gruppi di<br />

domande, tenendo presente che gli<br />

insegnanti potranno utilizzarle tutte o solo<br />

una parte, a loro scelta, discuterne i risultati<br />

globalmente con gli allievi o trattare caso<br />

per caso e non è detto che le cose si<br />

escludano tra loro. La prima e la seconda<br />

domanda tendono a mettere in evidenza<br />

cosa possa essere un rifiuto e la sua<br />

“naturalità”: chiarire di cosa si parla è la<br />

base per un discorso che abbia un senso.<br />

A questo punto (domande 3, 4 e 5) vale la<br />

pena di capire se il soggetto ritiene di essere<br />

Notoriamente la conoscenza nasce dalla<br />

ricerca fatta, dalla lettura diretta delle cose e<br />

non (solo) da un racconto fatto dagli<br />

insegnanti: se nell’insegnamento per<br />

esempio della storia la ricerca può essere<br />

difficile e il racconto dei fatti, soprattutto se<br />

lontani nel tempo prevale sulla verifica<br />

44<br />

un protagonista o solo un osservatore, che i<br />

<strong>rifiuti</strong> siano un qualcosa di esterno al suo<br />

mondo, una cosa che riguarda “altri”. Le<br />

domande 6 e 7 mirano invece a controllare<br />

quale dimensione della realtà il ragazzo<br />

possiede e quali immagini idilliache abbia in<br />

testa in merito ad un passato non poi così<br />

remoto. Le domande 8 e 9 indagano sui<br />

concetti di responsabilità nelle dimensioni<br />

del problema ed in generale a controllare se<br />

vi siano preconcetti nei confronti delle<br />

industrie in genere. Il gruppo di domande<br />

10,11,12 e 13 verificano la conoscenza e la<br />

pratica individuale della raccolta<br />

differenziata. La domanda 14 è una delle più<br />

difficili per i ragazzi che di norma non<br />

pensano mai a delle competenze specifiche.<br />

Le domande 15 e 16 sono più prettamente<br />

scolastiche per sapere se e in che misura si è<br />

già trattato del tema in oggetto.<br />

Ovviamente la bontà delle risposte<br />

precedenti risentirà di eventuali trattazioni<br />

pregresse e potrà costituire una valutazione<br />

del lavoro già fatto. Le ultime domande<br />

sono legate ad un lavoro più pratico come<br />

un disegno. Inutile ricordare che il disegno<br />

mette in luce facilmente idee e concetti in<br />

maniera spesso più chiara che non la parola.<br />

Qui nello specifico l’esperienza mostra che i<br />

ragazzi tendono a confondere i concetti di<br />

inquinamento e di sporco: per loro sono la<br />

stessa cosa. Spesso un paesaggio con<br />

cartacce è inquinato, mentre lo stesso <strong>senza</strong><br />

le cartacce è non inquinato. Spiegare loro<br />

che un’acqua può sembrare limpida e pulita<br />

ed essere tossica, mentre la cartaccia per<br />

terra non è pericolosa, non è impresa facile.<br />

Ma, visto l’argomento, la chiarezza è<br />

necessaria.<br />

Gli studenti e la ricerca sul campo:<br />

il supermercato<br />

diretta, nell’educazione ambientale la<br />

pratica è elemento integrante e<br />

fondamentale. Non bisogna imparare solo<br />

delle nozioni nuove, ma soprattutto a<br />

“leggere” in maniera diversa quelle normali.<br />

Le attività che proporremo qui di seguito<br />

hanno lo scopo di legare l’allievo al proprio<br />

territorio, di sollecitarlo a guardarsi intorno<br />

con occhi nuovi. Non serve andare lontano<br />

per scoprire cose importanti, bisogna anzi<br />

cominciare dai luoghi familiari, quotidiani,<br />

che lui vede distrattamente, <strong>senza</strong> far<br />

attenzione a certi particolari, che proprio<br />

perché usuali sono i più difficili da percepire.<br />

Il lavoro in classe lo ha informato del<br />

problema <strong>rifiuti</strong>, lui stesso sa che esistono, ha<br />

percepito la loro mole, forse ha svolto anche<br />

delle piccole pratiche scolastiche di<br />

riciclaggio. Adesso però è opportuno che<br />

prenda coscienza di come il suo quartiere ed<br />

il suo ambiente di vita considera i <strong>rifiuti</strong>.<br />

Una ricerca possibile può nascere<br />

dall’osservazione dell’organizzazione di<br />

raccolta: cosa e quando viene raccolto? Quali<br />

sistemi vengono usati: cassonetti<br />

condominiali, sacchetti a vari colori, un<br />

sistema indifferenziato?<br />

Una pratica molto interessante<br />

didatticamente è la visita ad un<br />

supermercato, cui può essere abbinata anche<br />

una inchiesta tra i consumatori. Tale visita<br />

ovviamente è mirata allo studio degli<br />

imballaggi che contengono e confezionano i<br />

prodotti. Quanta parte degli imballi è<br />

realmente necessaria e quanta è finalizzata<br />

solo ad invogliare il compratore? Quanto si<br />

potrebbe risparmiare e come. Se il nostro<br />

fine è la riduzione dei <strong>rifiuti</strong> e il loro<br />

smaltimento, come possiamo leggere il<br />

supermercato? L’analisi allora consideri tutto<br />

il ciclo della distribuzione, il tipo di<br />

contenitori e le scelte in merito, del tipo: la<br />

bottiglia in PVC è stata scelta perché più<br />

comoda per il consumatore, meno costosa<br />

per il produttore, più facilmente riciclabile?<br />

Gli esempi si possono allargare a tutti i<br />

comparti. La frutta per esempio: come è<br />

cambiata la sua distribuzione in questi ultimi<br />

anni? Quanti sono i negozi dove il materiale<br />

è contenuto in vaschette di polistirolo e dove<br />

è possibile servirsi da sé magari con guanti. E<br />

se si facesse come in Germania, dove la legge<br />

permette di lasciare in loco gli imballi<br />

ingombranti? Si può chiedere ai ragazzi di<br />

descrivere o di disegnare i prodotti <strong>senza</strong><br />

inutili confezioni, di far valutare a loro<br />

quanto gli effetti speciali del contenitore<br />

pesano nelle scelte d’acquisto e cosa si<br />

potrebbe fare di diverso, cosa è essenziale<br />

per la distribuzione e cosa è di troppo.<br />

45<br />

Qui la discussione in classe è poi d’obbligo,<br />

per una corretta analisi dell’immaginario<br />

adolescenziale. Fenomeni come il<br />

consumismo, la pubblicità, i miti del<br />

benessere e della felicità attraverso i beni<br />

materiali, sono difficilmente riconducibili ai<br />

<strong>rifiuti</strong>. L’imballo, un attimo fa così bello e<br />

lucente e adesso buttato via, viene ad essere<br />

quasi “naturale” perché i ragazzi non<br />

percepiscono il nesso tra questi<br />

comportamenti quotidiani e l’emergenza<br />

ambientale e si sa che a produrre i <strong>rifiuti</strong><br />

sono sempre gli “altri”. Se il rifiuto fosse<br />

qualcosa di negativo (e si spiega che non lo è<br />

necessariamente), come mai io che amo la<br />

Natura ne produco tanti?<br />

raccolta differenziata 31% La raccolta<br />

Farmaci, pile e<br />

accumulatori esausti 0,21%<br />

Multimateriale<br />

secco riciclabile 18%<br />

Legno e<br />

verde 2,35%<br />

Rifiuti organici<br />

compostabili 34%<br />

Rifiuti voluminosi<br />

e pneumatici 2,64%<br />

differenziata.<br />

Dati 1996<br />

a Milano.<br />

Fonte: <strong>Amsa</strong><br />

La raccolta<br />

differenziata per<br />

tipologia<br />

di materiale<br />

a Milano.<br />

Fonte: <strong>Amsa</strong> 1996<br />

Carta 19%<br />

Ferro<br />

e alluminio<br />

0,41%<br />

Vetro 21%<br />

Bottiglie e flaconi<br />

in plastica 2,39%


La ricerca sul campo: l'inchiesta<br />

Un’attività di particolare interesse è<br />

l’inchiesta, che può anche essere indirizzata<br />

alla famiglia, al condominio, alla scuola o<br />

può essere anche abbinata alla visita critica<br />

al supermercato. Si tratta di andare a cercare<br />

dei pareri che non siano quelli degli studenti<br />

direttamente coinvolti nel lavoro, di scoprire<br />

cosa ne pensano le persone “esterne”, la<br />

gente “di tutti i giorni”. Il questionario da<br />

utilizzare può essere costruito insieme, con<br />

poche e precise regole che debbono essere<br />

chiare a tutti. Innanzi tutto va specificato<br />

l’obiettivo che si vuol raggiungere:<br />

informare le persone del problema <strong>rifiuti</strong>?<br />

Verificare le conoscenze in merito?<br />

Sensibilizzare le autorità o i consumatori?<br />

Per raggiungere questi obiettivi le domande<br />

non possono essere generiche, del tipo<br />

“Cosa ne pensa?”. Occorre porre domande<br />

precise su temi chiari e precisi, magari con<br />

risposte standard già pronte. Del tipo:<br />

“Lei cosa sceglie ? a, b, c o d”.<br />

In questo modo sarà possibile un confronto<br />

tra di esse. In ogni caso è meglio che le<br />

risposte non siano troppe, perché ciò<br />

renderebbe più complessa la lettura dei<br />

risultati. Il campione poi deve essere scelto<br />

accuratamente. Non si deve prendere la<br />

Lei fa la raccolta<br />

differenziata?<br />

Sempre<br />

Qualche volta<br />

Mai<br />

46<br />

gente a caso, perché le risposte non<br />

sarebbero significative, ma ad esempio, su<br />

100 persone, 55 devono essere donne e 45<br />

maschi. Non debbono essere tutti operai o<br />

casalinghe, ma si deve cercare di coprire<br />

tutte le categorie sociali. Lo stesso vale per le<br />

età. In caso contrario il risultato sarà la<br />

conoscenza non di quello che pensa la<br />

gente, ma le casalinghe di 30 anni o gli<br />

operai di 40. La scelta dei temi da trattare è<br />

a discrezione degli intervistatori: si affronti<br />

un problema generale o uno particolare.<br />

Tenete presente che non potranno essere<br />

troppe, altrimenti la gente si secca e non<br />

collabora. Perdere qualche minuto va bene,<br />

mezz’ora no. E’ appena il caso di ricordare<br />

che un’inchiesta mira a conoscere i pareri<br />

delle altre persone, non a verificare se esse<br />

sono o meno d’accordo con noi. Quindi<br />

niente domande del tipo: “vero che Lei<br />

pensa che...”, “certamente Lei sarà d’accordo<br />

per...”. Ovviamente il questionario va<br />

battuto a macchina, magari dall’insegnante<br />

e poi fotocopiato in almeno qualche<br />

centinaio di copie. Una volta raccolti i<br />

risultati, questi vanno “letti” ossia<br />

interpretati per giungere a delle conclusioni.<br />

Innanzi tutto le risposte vanno ripartite<br />

entro i casi previsti e il risultato<br />

parziale va diviso tra le voci<br />

considerate: a) 10%, b) 35 %,<br />

c) 13 % d) 42 %. Sarà una<br />

buona occasione per lo<br />

studio delle percentuali e la<br />

loro rappresentazione<br />

grafica, diagramma a torta, o<br />

istogrammi che siano.<br />

Si potrebbe analizzare le<br />

schede in base ad un<br />

punteggio prefissato (del tipo:<br />

fa sempre la raccolta differenziata<br />

10, talvolta 6, quasi mai 3, mai 0). La<br />

cosa va preparata bene e non è semplice non<br />

sovrapporre le proprie idee a quelle degli<br />

altri. Volendo approfondire l’elaborazione si<br />

possono considerare anche la media (si<br />

calcola il voto complessivo e lo si distribuisce<br />

per il numero dei voti: “la scelta delle<br />

bottiglie in vetro ha meritato 4”), la moda (è<br />

il valore che rappresenta la massima<br />

frequenza, ossia “il 45 % ha risposto...”), la<br />

deviazione standard, che fornisce la misura<br />

di quanto i valori ottenuti si discostino dalla<br />

media dei valori stessi. Tutti questi conti<br />

andrebbero fatti a mano, ma se proprio si<br />

vuole, si usi pure una calcolatrice tascabile.<br />

Una variante dell’inchiesta prevede anche la<br />

registrazione audio o video degli intervistati<br />

o almeno la loro fotografia (sempre che essi<br />

Valutiamo insieme i risultati<br />

In un lavoro educativo i risultati si vedono, se<br />

ci sono, dopo anni. Gli insegnanti gettano il<br />

buon seme del sapere e, se esso incontra la<br />

terra fertile, germoglierà; essi però<br />

difficilmente lo sapranno.<br />

Questo vale ovviamente in generale; noi qui<br />

ci limiteremo ad una valutazione immediata<br />

di alcuni risultati. Le idee sbagliate sono<br />

state corrette? Una ripetizione del<br />

questionario d’ingresso potrà verificarlo.<br />

Il “lavaggio del cervello” ha indotto i ragazzi<br />

ad una raccolta differenziata spinta? In casa<br />

non si può più vivere perché la “creatura”<br />

passa il tempo a far prediche a dritta e a<br />

manca? Le lamentazioni dei genitori o il loro<br />

parere (sfavorevole) vi renderanno noti i<br />

fatti. Una valutazione più prettamente<br />

scolastica, quella per la pagella, per<br />

intenderci, dipenderà dai singoli docenti e<br />

prenderà in considerazione non solo le<br />

informazioni acquisite, ma anche le capacità<br />

e le tecniche apprese, il grado di<br />

collaborazione con il docente o con i<br />

compagni, gli apporti personali, la capacità<br />

di esposizione e di comprensione critica,<br />

secondo gli schemi docimologici più classici<br />

in uso. Noi qui ci limiteremo a proporre<br />

alcune iniziative finali. Della mostra<br />

scolastica già si è detto: è un momento di<br />

comunicazione classico ma sempre efficace.<br />

Richiede la collaborazione di tutti gli<br />

insegnanti e ogni studente deve avere il suo<br />

compito: chi curerà i testi e chi i disegni, chi<br />

le interviste e chi le attività pratiche da<br />

esporre, chi coordinerà e chi procurerà<br />

materiali e documentazione. In genere viene<br />

preparata per la fine dell’anno e ne<br />

rappresenta il coronamento. Altre iniziative<br />

possono essere sviluppate durante l’anno<br />

47<br />

siano d’accordo e ciò va chiesto prima a<br />

scanso di equivoci o spiacevoli situazioni di<br />

imbarazzo). Le foto possono poi visualizzare<br />

particolari situazioni come le fasi<br />

dell’inchiesta stessa o il comportamento<br />

della gente davanti ai cassonetti, e potranno<br />

essere utilizzate per mostre ed altre forme di<br />

comunicazione alla fine dei lavori.<br />

stesso e possono avere una loro dimensione<br />

didattica parimenti forte; una tra queste è il<br />

gioco di ruolo. Esso può diventare<br />

il momento di verifica e di realizzazione<br />

di tutta la ricerca. Si tratta di una pratica<br />

normalmente utilizzata nelle strutture<br />

aziendali, per l’addestramento del<br />

personale, ma anche di un tipo di gioco<br />

particolarmente apprezzato dai ragazzi che,<br />

nelle versioni sia letterarie sia<br />

computerizzate, vi si applicano con passione.<br />

Giochi del tipo “Dungeons and Dragons” e<br />

simili sono l’incarnazione stessa del genere<br />

letterario detto “Fantasy” e i più avanzati<br />

videogiochi altro non sono che questo:<br />

l’immedesimarsi del giocatore-protagonista<br />

in una parte e in una situazione (reale o<br />

meno), in cui i ruoli diversi vengono di volta<br />

in volta assunti dai soggetti che vi operano.<br />

Si costruisce e ci si immedesima in una<br />

situazione conflittuale, che è tanto più<br />

coinvolgente quanto più è partecipata e<br />

sentita. Una volta centrato il problema, che<br />

nel nostro caso potrebbe essere come<br />

organizzare a Milano la raccolta<br />

differenziata, si definiscono i ruoli da<br />

sostenere, che possono essere estratti a sorte<br />

o scelti liberamente tra i ragazzi (uno o più<br />

per ruolo). Ogni ruolo poi concorda al suo<br />

interno le cose da fare o da sostenere, le<br />

strategie da seguire in vista di un obiettivo<br />

comune. Ci sarà chi “fa” il sindaco e chi<br />

l’assessore ai servizi ambientali, chi il<br />

presidente della municipalizzata addetta alla<br />

raccolta, chi l’operatore ecologico, chi il<br />

presidente del consiglio di zona, chi<br />

l’industriale del settore, ecc., considerando<br />

che tanto maggiori sono i ruoli tanto<br />

maggiore sarà la discussione e gli interessi


in gioco. A turno vengono presentate le<br />

rispettive posizioni e si apre poi la libera<br />

discussione, dove ognuno dei gruppi si<br />

confronta con gli altri, cercando<br />

dialetticamente di far prevalere i propri<br />

interessi o ragioni. Al termine si potrà<br />

eventualmente proporre una valutazione<br />

collettiva o una riflessione guidata sulla<br />

capacità di capire i problemi dell’altro,<br />

di formulare ipotesi e strategie serie e<br />

operative, di esprimere giudizi e imparare a<br />

vedere oltre che i propri punti di forza anche<br />

i difetti delle proprie proposte. Si impara a<br />

capire come le reciproche idee possano<br />

Bibliografia scelta<br />

I temi trattati in queste pagine hanno una<br />

bibliografia semplicemente sterminata e<br />

ovviamente non si potrebbe essere<br />

esaurienti, se non citando centinaia di titoli<br />

tutti di eguale valore ed interesse. Pertanto<br />

ci limiteremo qui ad alcuni titoli scelti<br />

arbitrariamente tra quelli ritenuti tra i più<br />

utili e significativi, scusandoci a priori per le<br />

ovvie omissioni.<br />

Prima parte: I <strong>rifiuti</strong><br />

Citiamo qui dei titoli di libri che possono<br />

aiutare il docente nella sua opera di<br />

documentazione. Si tratta di lavori non<br />

specialistici, non scritti per gli operatori del<br />

settore, ma di studi generali che possono<br />

essere letti con interesse ed utilizzati nelle<br />

scuole. Vengono consigliati anche dei testi<br />

stranieri per quei docenti di lingue che<br />

vogliano esaminare situazioni diverse dalla<br />

nostra. Intenzionalmente si è evitato di<br />

citare articoli da giornali e riviste perché<br />

difficilmente reperibili; parimenti non si<br />

sono date indicazioni di atti di convegni od<br />

opuscoli di gruppi ambientalisti, per la stessa<br />

ragione.<br />

• G. Nebbia-Risorse Merci Ambiente<br />

Satyagraha editrice<br />

• W. Helm,G. Roeles-Der Schatz in der<br />

Mulltonne-Koelner Volksblatt Verlag<br />

• Société Suisse pour la protection de<br />

l’environment-La gestion des dechets<br />

48<br />

entrare in conflitto tra di loro, come le cose<br />

siano complesse e non sempre sia facile dare<br />

delle indicazioni univocamente e sempre<br />

buone per tutti, che in fondo la nostra è una<br />

società complessa dove interessi contrapposti<br />

devono convivere tra di loro e che i conflitti<br />

tra economia, lavoro, ambiente e società<br />

non sono facili da dirimere.<br />

Se la scuola riuscisse a far capire tutte queste<br />

cose e insegnasse anche a risolverle, avrebbe<br />

raggiunto la sua ragion d’essere e realizzato<br />

il suo scopo fondamentale: formare dei<br />

cittadini colti, competenti, coscienti, onesti e<br />

di buona volontà. Scusate s’è poco...!<br />

George Editeur<br />

• C. De Silguy -La saga des ordures<br />

Ed. de l’Instant<br />

• G. Bertolini -Homo plasticus<br />

Sang de la Terre<br />

• L. Blumber,R. Gottlieb-War on waste<br />

Island Press<br />

• M. Sanna-Normativa e tecnica dello<br />

smaltimento dei <strong>rifiuti</strong><br />

Edizioni delle Autonomie<br />

• L. Gallà,C. Riberti-La raccolta differenziata<br />

dei <strong>rifiuti</strong> solidi <strong>urbani</strong>-Maggioli<br />

• G. Rasario-Riciclare la plastica<br />

Fondazione-Lombarda per l’Ambiente<br />

• S. Carboni-Riciclare il vetro<br />

Fondazione Lombarda per l’Ambiente<br />

• Ministero dell’Ambiente-Relazione sullo<br />

stato dell’ambiente<br />

Istituto Poligrafico e Zecca della Stato<br />

• G. Nebbia-La società dei <strong>rifiuti</strong>-Edipuglia<br />

• G. Viale-Un mondo usa e getta-Feltrinelli<br />

• E. Guazzoni ( a cura di )<br />

L’ecosistema <strong>rifiuti</strong>-Hoepli<br />

• G. Amendola-In nome del popolo<br />

inquinato-Franco Angeli<br />

• R. Butta-Lo smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> solidi e<br />

dei fanghi-Franco Muzzio<br />

• M. Di Fidio-Rifiuti-Pirola<br />

•Legambiente-Ambiente Italia 1996<br />

Edizioni Ambiente<br />

• Legambiente-Ecomafia-Editori Riuniti<br />

• B. Valley-101 modi per salvare il pianeta<br />

Franco Muzzio<br />

• K. Linch-Deperire-Rifiuti e spreco-CUEN<br />

• S. Gervasoni-Discariche controllate-Hoepli<br />

• AA.VV.-Conoscere la carta<br />

Ente Nazionale per la cellulosa e per la carta<br />

• J. Von Berger-Plastica - che fare ?<br />

Tipolitotecnica<br />

• J. Seymour,H. Girardet-Vita verde<br />

Mondadori<br />

• N. Hartmann-Ecologia domestica<br />

Franco Muzzio<br />

• G. Baroni,G. Berti-Spazio alla vita<br />

Edizioni della Right Answer<br />

• AA.VV.-Riciclo Riciclo<br />

Editoriale Verde Ambiente<br />

• S. Ascari,T.Di Marzio,A.Massarutto<br />

L’igiene urbana-Franco Angeli<br />

• A.Curzio,L.Prosperetti,R.Zoboli-I <strong>rifiuti</strong><br />

solidi <strong>urbani</strong>-Il Mulino<br />

• E. Deaglio-Il rebus dei <strong>rifiuti</strong>-Pirola<br />

Parte seconda: Elementi di ecologia<br />

Anche qua non vogliamo dare che delle<br />

sommarie indicazioni di approfondimenti in<br />

merito allo studio dell’ecologia, che come<br />

sappiamo è si una scienza, ma anche un<br />

modello di pensiero, con una sua filosofia,<br />

da cui discende la presente trattazione del<br />

problema <strong>rifiuti</strong>.<br />

• B. Commoner-Il cerchio da chiudere<br />

Garzanti<br />

• B. Commoner-Far pace col pianeta<br />

Garzanti<br />

• E. P. Odum-Principi di ecologia-Piccin<br />

• V. Bettini-Elementi di ecologia urbana<br />

Einaudi<br />

• M. Tringale,P. Calò-Piccolo manuale di<br />

ecologia quotidiana-Red<br />

• Negri et alii-Natura,Natura-CIERRE<br />

• E. Morin-Il pensiero ecologico<br />

Hopefulmonster<br />

• E. Morin-Il metodo-Feltrinelli<br />

• M. Pallante-Dal dominio all'armonia<br />

Scholè Futuro<br />

• F. Hirsch-I limiti sociali allo sviluppo<br />

Bompiani<br />

• H. Jonas-Il principio responsabilità-Einaudi<br />

• A. Naess-Ecosofia-Red<br />

• L. Ferry-Il nuovo ordine ecologico<br />

Costa & Nolan<br />

• A. De Marchi-Ecologia funzionale-Garzanti<br />

• E. Ferrario-L'idea di natura nella storia<br />

della letteratura Vol I e II-Unicopli<br />

49<br />

• R. Cenerini (a cura di)-Ecologia e sviluppo<br />

Un equilibrio possibile-Il Sole-24 ore<br />

• R.Kerry Turner,D.W.Pearce,I.Bateman<br />

Economia ambientale-Il Mulino<br />

• M. Burgess-Dolcemosca e la bambina<br />

Mondadori<br />

• P.Ridley-Dakota dalle bianche dimore<br />

Salani<br />

• T. Hughes-La donna di ferro<br />

Mondadori<br />

• P. Bierce-Tiro incrociato-Mondadori<br />

Parte terza : Educazione ambientale<br />

Si tratta di un settore particolare<br />

dell’educazione, in grossa espansione.<br />

Purtroppo a causa della sua<br />

fase ancora allo stato nascente e di larga<br />

sperimentazione, la maggior parte dei<br />

materiali è spesso dispersa su atti di<br />

convegni, appunti sparsi, articoli da giornali<br />

e riviste o produzioni a circolazione limitata,<br />

interessantissima ma di non facile<br />

reperimento. Quindi ci siamo limitati ai libri.<br />

• V. Cogliati Dezza-Un mondo tutto<br />

attaccato-Franco Angeli<br />

• R. Ammassari,M.T. Pallaschi-Educazione<br />

ambientale-Franco Angeli<br />

• F. Frabboni-Ambiente ed educazione<br />

Laterza<br />

• R. Massa-Educare o istruire-Unicopli<br />

• E. Morin-Introduzione al pensiero<br />

complesso-Sperling & Kupfer<br />

• M. Bertacci-Fare ecologia nella scuola<br />

elementare-Giunti<br />

• J. Cornell Scopriamo la natura assieme ai<br />

bambini Red<br />

• N. Albery,V.Yule-Antologia delle invenzioni<br />

sociali-Red<br />

• F. Caru s o-Educazione ambientale<br />

Z a n i c h e l l i<br />

• P. Giolitto-Educazione ecologica-Armando<br />

• P. Angela-Raccontare la scienza-Pratiche<br />

• A. Manzoni ( a cura di )-Ambiente cultura<br />

scuola-Franco Angeli<br />

• M. Bresso et alii-Scuolambientesviluppo<br />

FNISM Scholé<br />

• P.R. Krauss,P.Castagna-Educare alla difesa<br />

dell'ambiente-Gruppo Abele<br />

• Ecolandia-Opera Multimedia (su CD Rom)<br />

• Gruppo Ambiente FNISM-I <strong>rifiuti</strong>: un<br />

problema di tutti-Gruppo Abele


• M. Arcà,P.Guidoni-Insegnare scienze con i<br />

nuovi programmi della scuola elementare<br />

Fabbri ed.<br />

• A. Degli Esposti,D.Magagnoli<br />

Glossario minimo<br />

AEROBICO<br />

Processo biologico che avviene in pre<strong>senza</strong> di<br />

ossigeno<br />

ANAEROBICO<br />

Processo biologico che avviene in as<strong>senza</strong><br />

d'ossigeno<br />

AMMENDANTE<br />

Materiale in grado di migliorare le<br />

caratteristiche bio-chimiche dei terreni,<br />

compensandone eventuali difetti o<br />

migliorandone la porosità ed il drenaggio<br />

BILANCIO AMBIENTALE<br />

Insieme di studi e ricerche atte a valutare<br />

pregi e difetti di strutture produttive<br />

o grossi insediamenti; può anche contenere<br />

l'insieme delle proposte di miglioramento<br />

o di riduzione dell'impatto sull'ambiente<br />

BIODEGRADABILITÀ<br />

Cambiamento delle caratteristiche<br />

fisico-chimiche dovute a reazioni biologiche<br />

operate da organismi demolitori<br />

( in genere funghi e batteri)<br />

BIOGAS<br />

Gas in prevalenza metano prodotto dalla<br />

fermentazione anaerobia di materiali<br />

biologici<br />

BONIFICA<br />

Insieme di interventi atti a rimuovere<br />

o a contenere fonti di inquinamento<br />

CATASTO O OSSERVATORIO DEI RIFIUTI<br />

Struttura atta a raccogliere tutti i dati<br />

relativi a produttori e smaltitori di <strong>rifiuti</strong>,<br />

siano essi <strong>urbani</strong>, industriali o altro.<br />

CERNITA<br />

Operazione di selezione dei materiali<br />

omogenei ai fini del riciclaggio o del riuso<br />

50<br />

L'insegnamento delle scienze nella scuola<br />

elementare-La Scuola<br />

• F. Blezza-L'insegnamento delle scienze-SEI<br />

COGENERAZIONE<br />

Processo di produzione di calore<br />

e contemporaneo recupero al fine<br />

di produrre elettricità<br />

COMPOST<br />

Materiale torboso, con consistenza simile al<br />

terriccio, derivante dalle fermentazione<br />

aerobia della frazione organica umida spinta<br />

fino alla mineralizzazione ad opera di<br />

microrganismi<br />

CONFERIMENTO<br />

Modalità di consegna al servizio di raccolta<br />

da parte dei produttori<br />

CONSORZI NAZIONALI OBBLIGATORI<br />

PER IL RICICLAGGIO<br />

Enti <strong>senza</strong> scopo di lucro che hanno il<br />

compito di riciclare vetro, carta, plastica, oli<br />

esausti, ecc.cui partecipano<br />

obbligatoriamente i produttori<br />

CONTAMINAZIONE<br />

Degradazione di acqua, aria o terreno per<br />

pre<strong>senza</strong> di sostanze nocive<br />

DEGRADAZIONE<br />

Insieme di processi chimico fisici di<br />

decomposizione delle molecole<br />

DISCARICA<br />

Impianto di stoccaggio definitivo o<br />

temporaneo di materiali in condizioni di<br />

sicurezza; qualora queste condizioni non<br />

siano rispettate si parla di discarica non<br />

autorizzata<br />

DRENAGGIO<br />

Sistema di raccolta delle acque<br />

FANGHI<br />

Frazione solido umida o liquida prodotta da<br />

processi di depurazione o lavorazione di cicli<br />

industriali.Vanno stabilizzati, ossia resi<br />

inoffensivi e non putrescibili<br />

FRAZIONE SECCA<br />

Materiali secchi o scarsamente umidi<br />

riciclabili o recuperabili<br />

FRAZIONE UMIDA<br />

Materiali putrescibili ad alto tasso di umidità<br />

GASSIFICAZIONE<br />

Trattamento ad alta temperatura ed in<br />

difetto d'aria dei <strong>rifiuti</strong> per ottenere gas<br />

GESTIONE<br />

L'insieme delle operazione di raccolta,<br />

controllo e smaltimento dei <strong>rifiuti</strong><br />

HUMUS<br />

Frazione superficiale del suolo agrario ricca<br />

di materia organica, derivante dalla<br />

decomposizione ad opera di microrganismi<br />

dei residui vegetali e animali<br />

IMBALLAGGIO<br />

Contenitore atto a contenere, proteggere o<br />

maneggiare un bene. Si distinguono imballi<br />

primari o per la vendita, secondari o multipli<br />

e terziari per il trasporto<br />

IMPATTO AMBIENTALE<br />

Insieme degli effetti sull'ambiente<br />

di un’ opera umana<br />

ISOLA ECOLOGICA<br />

Piazzola attrezzata per la raccolta<br />

differenziata, organizzata dal comune<br />

LITOSINTESI<br />

Trasformazione dei fanghi inorganici in<br />

rocce sintetiche inerti<br />

PERCOLATO O ELUATO<br />

Liquido contenente materiale in soluzione o<br />

in sospensione proveniente da <strong>rifiuti</strong><br />

PIROLISI<br />

Rottura di molecole complesse operata dal<br />

calore in reattori chiusi ed in as<strong>senza</strong> d'aria<br />

PRESELEZIONE<br />

Operazione atta a separare in frazioni<br />

51<br />

omogenee i materiali in vista di un loro<br />

recupero<br />

RACCOLTA<br />

Insieme delle operazioni di raccolta fisica,<br />

cernita e raggruppamento dei materiali in<br />

vista del loro destino finale<br />

RACCOLTA DIFFERENZIATA<br />

Raccolta e conferimento separati già<br />

all'origine di frazioni di <strong>rifiuti</strong>, divisi per<br />

gruppi merceologici omogenei<br />

RECUPERO<br />

Ogni azione che porti al reimpiego, al<br />

riciclaggio o al riuso dei <strong>rifiuti</strong>, sia come<br />

materie prime che come energia<br />

RDF ( Combustibile Derivato da Rifiuti )<br />

Può intendersi il rifiuto usato come<br />

combustibile o più correttamente il risultato<br />

di trattamenti di materiali selezionati da cui<br />

si ottiene combustibile<br />

REIMPIEGO<br />

Azione che mira all'utilizzo del materiale<br />

separato nella stessa funzione originaria<br />

RESIDUO<br />

Materiale derivante da un processo di<br />

produzione o di consumo suscettibile di<br />

reimpiego<br />

RICICLAGGIO<br />

Ogni azione intesa a produrre un nuovo<br />

materiale a partire dallo stesso rifiuto<br />

separato e sottoposto a uno stesso tipo di<br />

lavorazione<br />

RIFIUTO<br />

Qualsiasi sostanza od oggetto di cui il<br />

detentore si disfi o abbia l’obbligo di disfarsi.<br />

Si distinguono in <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong>, <strong>rifiuti</strong> speciali<br />

e <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />

RU<br />

Rifiuti <strong>urbani</strong>. Provengono da utenze ed<br />

insediamenti domestici, civili, collettivi, da<br />

attività produttive commerciali e servizi,<br />

comprendono anche i materiali derivanti<br />

dalla pulizia delle strade ed altre aree<br />

soggette ad uso pubblico


RIFIUTI OSPEDALIERI<br />

Rifiuti provenienti da strutture sanitarie,<br />

pubbliche o private; sono destinati<br />

all’incenerimento<br />

RIFIUTI PERICOLOSI<br />

Rifiuti che contengono o sono contaminati<br />

da una serie di sostanze ritenute presenti in<br />

quantità o concentrazioni pericolose per la<br />

salute o l’ambiente e contenute in apposite<br />

tabelle merceologiche<br />

RIMANEGGIAMENTO<br />

Ogni rimozione incontrollata di <strong>rifiuti</strong><br />

RIUTILIZZO<br />

Ogni azione intesa a produrre beni partendo<br />

da materie prime ottenute da materiali<br />

separati dai <strong>rifiuti</strong><br />

SMALTIMENTO<br />

Tutti i sistemi di raccolta, trattamento,<br />

eliminazione o recupero di <strong>rifiuti</strong>, tale da<br />

non provocare danni all’ecosistema<br />

SPAZZAMENTO<br />

Insieme di operazioni di rimozione e raccolta<br />

dei <strong>rifiuti</strong> giacenti sulle strade o in aree<br />

pubbliche<br />

STAZIONE ECOLOGICA, RICICLERIA<br />

Centro assistito di raccolta basato sul<br />

principio della raccolta differenziata<br />

STOCCAGGIO<br />

Deposito o ammasso temporaneo<br />

precedente il trasporto, il trattamento<br />

o il riutilizzo<br />

SVILUPPO SOSTENIBILE<br />

Sviluppo umano, sociale ed economico che<br />

soddisfi le attuali necessità <strong>senza</strong> sacrificare<br />

il benessere delle generazioni future<br />

TERMOVALORIZZATORE<br />

Impianto di termodistruzione con recupero<br />

di calore e/o di energia<br />

TORBA<br />

Materiale carbonioso di formazione<br />

relativamente recente, derivante dalla<br />

trasformazione anaerobica di residui<br />

vegetali<br />

52<br />

TRATTAMENTO FINALE<br />

Il deposito, la discarica ad interramento<br />

controllato o la termodistruzione<br />

VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE<br />

Stima anche quantitativa degli effetti<br />

dell’inserimento e delle conseguenze che<br />

possono derivare al territorio da grandi<br />

opere pubbliche o private


Il Piano di Autosufficienza del Comune<br />

di Milano<br />

Il Comune di Milano e <strong>Amsa</strong>, a fronte<br />

dell’emergenza <strong>rifiuti</strong> creatasi in Lombardia<br />

nel 1995, hanno elaborato il “Piano di<br />

autosufficienza per la gestione dei <strong>rifiuti</strong>”.<br />

Questo “Piano” punta a raggiungere in<br />

tempi brevi la totale autonomia di<br />

smaltimento dei <strong>rifiuti</strong> milanesi all’interno<br />

del territorio comunale, abbandonando la<br />

modalità obsoleta dell’interramento in<br />

discarica. I <strong>rifiuti</strong> così raccolti verranno<br />

trattati attraverso un sistema industriale di<br />

gestione basato sul riciclaggio e sul recupero<br />

energetico, utilizzando tecnologie<br />

d’avanguardia del tutto compatibili con<br />

la filosofia dello sviluppo sostenibile.<br />

Il primo fondamentale pilastro del piano è la<br />

raccolta differenziata “spinta” attraverso<br />

54<br />

servizi a domicilio con contenitori<br />

condominiali e sacchi di diversi colori per<br />

facilitare il compito dei cittadini e<br />

aumentare volumi e qualità dei materiali<br />

riciclabili. Con questa trasformazione dei<br />

servizi si richiede ai cittadini e quindi alla<br />

scuola una fattiva collaborazione,<br />

soprattutto nelle fasi iniziali, caratterizzate<br />

da una forte situazione sperimentale: deve<br />

progressivamente scomparire la raccolta<br />

indifferenziata ed in prospettiva anche l’uso<br />

dei sacchi. Nel giro di pochi anni le vecchie e<br />

consolidate abitudini dovranno cambiare.<br />

In compenso i cittadini più attenti saranno<br />

premiati.<br />

Il Sistema Milano.<br />

Raccolta, valorizzazione e smaltimento<br />

dei <strong>rifiuti</strong> <strong>urbani</strong><br />

C’è un modo per trasformare i <strong>rifiuti</strong> in<br />

risorse: si chiama Sistema Milano ed è già<br />

operativo per la soluzione dei problemi<br />

ambientali della grande metropoli. Messo<br />

a punto da <strong>Amsa</strong>, il Sistema Milano consiste<br />

in una rete integrata di infrastrutture<br />

industriali e logistiche finalizzate<br />

al riciclaggio e al recupero energetico dei<br />

<strong>rifiuti</strong>, che utilizzano tecnologie<br />

d’avanguardia coerenti con la filosofia dello<br />

sviluppo sostenibile. Raccolta differenziata a<br />

domicilio per 1.340.000 milanesi, 5 Riciclerie,<br />

2 Termoutilizzatori, 2 Officine Ambientali,<br />

consentono di gestire in completa<br />

autonomia 2.000 tonellate al giorno<br />

di <strong>rifiuti</strong>, di cui il 30% viene già raccolto<br />

in maniera differenziata.<br />

La mappa delle risorse<br />

<strong>Amsa</strong> gestisce il servizio di smaltimento dei<br />

RU raccolti in Milano, attraverso modalità<br />

operative tese a limitare l’utilizzo delle<br />

discariche, rispondendo nel contempo ai<br />

seguenti requisiti fondamentali:<br />

• recupero delle frazioni riciclabili, con<br />

servizio di raccolta differenziata,<br />

• recupero dei <strong>rifiuti</strong> pericolosi e loro<br />

trattamento in impianti idonei,<br />

• recupero di energia e materiali in impianti<br />

a tecnologia complessa,<br />

• minimo impatto ambientale,<br />

• elevata affidabilità per garantire la<br />

continuità del servizio.<br />

Il percorso delle risorse<br />

Ogni tipologia merceologica ha così un suo<br />

percorso, che la porta a passare da rifiuto a<br />

nuova risorsa, attraverso un recupero<br />

industriale dei materiali riciclabili.<br />

Le varie “voci” vengono inviate alle filiere di<br />

trattamento e diventano nuove risorse: carta<br />

e cartone, passando per le cartiere, ritornano<br />

nuova carta. Il vetro usato torna vetro<br />

attraverso la vetreria o le bottiglie in plastica<br />

nuova plastica, dopo una selezione e una<br />

rivalutazione industriale. La frazione<br />

Da rifiuto… …attraverso l’industria… …a nuove risorse.<br />

Carta e cartone<br />

Vetro<br />

Bottiglia di plastica<br />

Alluminio e metalli<br />

Legno<br />

Rifiuti organici<br />

Rifiuti indifferenziati<br />

non riciclabili<br />

Rifiuti <strong>urbani</strong> pericolosi<br />

organica diventa terra fertile, dopo<br />

il compostaggio e la stessa frazione<br />

indifferenziata viene utilizzata dagli<br />

impianti di termovalorizzazione che<br />

cartiere<br />

vetrerie<br />

impianti di selezione<br />

e industria plastica<br />

industrie metallurgiche<br />

impianti di triturazione e riciclaggio<br />

impianti<br />

di selezione<br />

impianti di compostaggio<br />

trattamento<br />

frazione secca<br />

trattamento<br />

frazione umida<br />

impianti di termoutilizzazione<br />

con recupero di energia<br />

impianti di smaltimento speciali<br />

producono energia elettrica per la città.<br />

Ogni tipologia potrà essere rivalorizzata<br />

e recuperata, con guadagno per l’ambiente<br />

e risparmio per l’economia.<br />

Il Modello Milano per le raccolte<br />

d i f f e r e n z i a t e<br />

Sin dal suo avvio i fattori di successo di<br />

questo programma sono stati la<br />

mobilitazione di tutta la cittadinanza e la<br />

rapidità d’azione. La raccolta verrà<br />

effettuata “porta a porta”, con frequenza<br />

variabile a seconda delle tipologie.<br />

Il “Modello Milano 1998” a regime prevede<br />

la seguente dotazione per ogni condominio:<br />

-1 o più cassonetti a doppio scomparto per la<br />

raccolta della carta e del vetro<br />

55<br />

-1 o più cassonetti per la raccolta del rifiuto<br />

organico compostabile<br />

-1 o più trespoli per il sacco giallo per la<br />

raccolta delle bottiglie e flaconi in plastica<br />

-1 o più trespoli per il sacco nero per la<br />

raccolta del rifiuto indifferenziato<br />

(da sostituire nel 1998 con il cassonetto)<br />

e per ogni famiglia:<br />

-1 secchiello di dimensioni contenute per la<br />

raccolta del rifiuto organico compostabile.<br />

nuova carta<br />

nuovo vetro<br />

nuovo materiale<br />

di plastica<br />

nuovo metallo<br />

nuovo materiale<br />

legnoso<br />

nuova terra fertile<br />

combustibile<br />

terriccio per<br />

bonifiche ambientali<br />

energia elettrica<br />

riscaldamento per le case<br />

tutela dell’ambiente<br />

Il percorso<br />

delle risorse


Elenco di Enti, Associazioni e Consorzi<br />

AMSA<br />

Azienda Milanese Servizi Ambientali<br />

Via Olgettina 25, 20132 Milano<br />

Servizio clienti: tel. 02/ 27.20.09.01<br />

COMUNE DI MILANO<br />

Settore Ambiente<br />

Piazza Duomo 21, 20121 Milano<br />

Ufficio Comunicazioni Ambientali<br />

Tel. 02/87.58.57-86463215-62083134<br />

COMUNE DI MILANO<br />

Settore Parchi e Giardini<br />

Piazza Duomo 21, 20121 Milano<br />

Guardie Ecologiche<br />

Tel. 02/860279-860447<br />

PROVINCIA DI MILANO<br />

Settore Ambiente<br />

C.so di Porta Vittoria 27, 20122 Milano<br />

Girambiente<br />

Tel. 02/77403724<br />

REGIONE LOMBARDIA<br />

Settore Ambiente<br />

Via Fabio Filzi 22, 20124 Milano<br />

Ufficio Relazioni Esterne<br />

Tel. 02/6765.5154-4443<br />

FEDERAMBIENTE<br />

Via Cavour 179/A, 00184 Roma<br />

Tel. 06/ 47.86.53.00<br />

ANRED (Agence national pour la<br />

récupération et l’elimination des déchets)<br />

2 Place de Lafayette, 49004 Angers France<br />

Tel. 0033-41-87.29.24<br />

PROVVEDITORATO AGLI STUDI<br />

Via Ripamonti 42, 20141 Milano<br />

Tel. 02/ 58.30.73.04<br />

REPLASTIC<br />

Consorzio nazionale obbligatorio per<br />

il riciclaggio dei contenitori in plastica<br />

per liquidi<br />

Via del Vecchio Politecnico 3, 20121 Milano<br />

Tel. 02/ 76020502<br />

56<br />

COMIECO<br />

Consorzio Volontario Nazionale Recupero<br />

e Riciclo Carta e Cartone<br />

Via F. Casati 35, 20124 Milano<br />

Tel. 02/ 66987531-6696502<br />

CONSORZIO RICICLO VETRO<br />

Consorzio obbligatorio per il riciclaggio dei<br />

contenitori in vetro per liquidi<br />

Via Sardegna 32, 20146 Milano<br />

Tel. 02/ 48012961<br />

CO.AL.A.<br />

Consorzio Nazionale Alluminio e Ambiente<br />

RAIL<br />

Consorzio Produttori Alluminio<br />

Via Vittorio Veneto 106, 20091 Bresso (Mi)<br />

Tel. 02/ 61454.1<br />

COBAT<br />

Consorzio obbligatorio batterie al piombo<br />

esauste e <strong>rifiuti</strong> pericolosi<br />

Via Toscana 1, 00187 Roma<br />

Tel. 1678-69120 (numero verde)<br />

CONSORZIO OBBLIGATORIO OLI USATI<br />

Via del Giorgione 59, 00147 Roma<br />

Tel. 06/ 47.40.842 o al numero verde<br />

1678-63048<br />

ECOFER PACKAGING<br />

Agenzia per il recupero, valorizzazione e<br />

riciclo dei <strong>rifiuti</strong> ferrosi<br />

Via Pirelli 27, 20124 Milano<br />

Tel. 02/ 66.98.18.77<br />

<strong>Amsa</strong> conta sulla<br />

collaborazione dei cittadini e<br />

mette a loro disposizione<br />

oltre al Centralino (27.29.81)<br />

anche un Servizio Clienti:<br />

27.20.09.01<br />

(Lun.-Ven. 8-18; sabato 8-14)<br />

per le richieste di<br />

informazioni, le segnalazioni<br />

di infrazioni, i reclami, le<br />

prenotazioni per il ritiro a<br />

domicilio dei <strong>rifiuti</strong><br />

ingombranti.<br />

Funziona parimenti un<br />

Numero Verde:<br />

167-33.22.99<br />

(Lun-Ven. 8-18; Sabato 8-14)<br />

per la raccolta differenziata,<br />

i suoi problemi o dubbi.<br />

Infine è possibile dialogare<br />

con <strong>Amsa</strong> attraverso il<br />

sistema della Rete Civica<br />

Milanese.

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