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anno IV

numero 38

giugno 2007

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Anno IV Numero 38

giugno 2007

Iscritto al registro della stampa

del tribunale di Lecce il

15.01.2004 al n.844

Direttore responsabile

Osvaldo Piliego

Collettivo redazionale

Dario Goffredo, Pierpaolo Lala,

C. Michele Pierri, Cesare Liaci,

Antonietta Rosato

Hanno collaborato a questo

numero: Stefania Ricchiuto,

Diego Brancasi, Giovanni

Ottini, Emanuele Flandoli,

Dino Amenduni, Livio Polini,

Giancarlo Bruno, Giuseppe

Muci, Elvis Nicolas Ceglie,

Gennaro Azzollini, Flavia

Serravezza, Nicola Pace,

Camillo Fasulo, Alessandra

Pomarico, Rossano Astremo,

Silvestro Ferrara, Valentina

Cataldo, Ludovico Fontana,

Willy de Giorgi, Sabrina Manna,

Antonella Gaeta, Roberto

Cesano

Ringraziamo le redazioni

di Musicaround.net,

Blackmailmag.com,

Primavera Radio di Taranto

e Lecce, Controradio di

Bari, Mondoradio di Tricase

(Le), Ciccio Riccio di Brindisi,

L’impaziente di Lecce,

QuiSalento, Pugliadinotte.net,

Rete Otto e SuperTele.

Progetto grafico

dario

Impaginazione

Danilo Scalera

Stampa

Martano Editrice - Lecce

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varia dai 10 ai 100 euro. Per

informazioni 3394313397.

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Il festival era il sogno di una generazione. Per un momento tutto coincideva. Migliaia di ragazzi uniti dall’amore per

la musica mettevano da parte ogni cosa per un giorno o più. Ragazzi e ragazze che diventarono movimento, forza

politica, contestazione. Potenza della musica, arma bianca capace di scuotere, ferire. Era il 1969, era Woodstock. Di lì

a poco molto sarebbe cambiato; molti di quegli ideali di pace sono stati sepolti insieme a Jim Morrison e Jimi Hendrix;

molto è cambiato dell’idea di festival, di raduno collettivo. Oggi il mondo pullula di appuntamenti, di maratone musicali

e non solo. Un super mercato culturale che a volte dimentica il messaggio inseguendo i numeri. Ci sono poi, e non

sono pochi, momenti in cui il pensiero, il pensare precede l’agire e la performance. Se l’anno scorso eravamo Figli dei

festival (Coolclub.it n 26), quest’anno abbiamo deciso di Pensare i festival. Come l’anno scorso abbiamo tracciato una

mappa dei festival estivi, secondo noi, più interessanti. Un piccola guida agli eventi, un vademecum per chi sceglie di

prendersi una vacanza nel Salento ma anche una vacanza dal Salento. Avremo l’onore di ospitare, nei prossimi giorni,

la musica: Philip Glass. Ha scelto la nostra terra e il festival Sound Res per finire un’opera inedita ed esibirsi. E poi tutta

una serie di eventi. La sorprendente nuova direzione artistica (rock?) della Notte della Taranta a cura di Mauro Pagani,

una panoramica sui festival teatrali all’aria aperta, l’intervista ad Alberto Campo, giornalista musicale e anima del

Traffic di Torino, tra i più interessanti festival europei. Abbiamo parlato con Glenn Johnson, leader dei Piano Magic, del

loro nuovo ed emozionante Part Monster, con Giorgio Canali di Tutti contro tutti disco intriso di rabbia sociale. Abbiamo

raccontato la strana storia di un panificio di Altamura che ha costretto alla chiusura un Mc Donald’s e che è diventata

un film diretto da un “mito” del cinema pugliese: Nico Cirasola. Tra piccole e grandi rivoluzioni quella editoriale di

Sensibili alle foglie. Il resto è nelle prossime pagine.

Buona lettura.

Osvaldo Piliego

4 Alberto

Campo

9 Keep Cool

17 Piano

Magic

19 Sound Res

20 Philip Glass

23 Coolibrì

29 Be Cool

35

Appuntamenti

38 Fumetto

3

}


CoolClub.it 4

Alberto Campo è giornalista musicale,

scrittore, una delle menti del Traffic, tra i

festival più interessanti dell’estate italiana e

non solo che si svolgerà a Torino dall’11 al

14 luglio. Spettatore, ascoltatore, studioso e

promotore di musica: tutto in una persona.

Ci è sembrato naturale ragionare con lui di

musica e festival.

Dai movimenti giovanili del 69 alla

cosiddetta generazione X, la musica e i

grandi raduni musicali cambiano, cambia il

loro senso e il loro impatto, come secondo

te?

Cambia anzitutto il mastice che tiene

insieme le persone: se nei tardi anni

Sessanta erano le comuni convinzioni

prerivoluzionarie (dal maggio parigino a

Jim Morrison che strepita We want the

world and we want it now), dopo la caduta

dell’utopia hippie direi che avviene una

scomposizione in termini di categorie di

consumo a cui corrispondono tribù spesso

non comunicanti – se non addirittura in

conflitto - fra loro: freaks, metallari, mods,

punks… Vale tutt’al più l’esperienza

condivisa, di cui il festival rock diviene

una sorta di prototipo, così come d’altra

parte – nelle generazioni di fine Novecento

– il fenomeno dei raves. Al peggio, raduni

che idolatrano liturgicamente rockstar

prevedibili; al meglio “situazioni” affini

a ciò che Hakim Bey chiama “zone

temporaneamente autonome”

Questi grandi riti collettivi sono occasioni

per mettere il singolo in contatto con il

circostante, con il tempo che vive, farlo

sentire parte di un tutto. Secondo te è

ancora così?

Direi che è più vero che mai ai giorni nostri,

quando l’esperienza della “seconda vita”

in rete assorbe parti sempre più ingenti della

vita di ciascuno. I festival sono occasione

di socialità, prima ancora che luoghi di

consumo culturale: esperienze in cui la

musica funziona da codice di reciproco

riconoscimento. Anche se poi il “tutto” a cui

alludi è inevitabilmente transitorio e fatica

a depositarsi come coscienza collettiva.

Si sa (lo scriveva anni fa Simon Frith nella

Sociologia del rock a proposito del collasso

dell’utopia hippie): la musica è elemento

che da solo non basta a cementare una

comunità.

I grandi festival europei hanno un peso,

un significato oggi, o sono solo dei grandi

supermarket culturali?

Dipende dai casi. Alcuni sono davvero

nient’altro che ipermercati in cui le merci

musicali vengono esposte l’una accanto

all’altra in modo indifferenziato. Penso a

cose tipo l’Heineken Jammin Festival in

Italia o il Carling Weekend oltremanica.

Altri, viceversa, grazie a temi conduttori

riconoscibili o all’aderenza a specifici

aspetti della scena musicale, pensiamo

al Sonar di Barcellona o all’All Tomorrow’s

Parties britannico, hanno fondamento

culturale prima che mercantile.

Vivi la musica in modi diversi. Come

giornalista, scrittore, dj e anche come

direttore artistico di uno dei festival europei

più importanti. Come nasce l’idea del

Traffic? Come convivono questi tuoi diversi

approcci alla musica?

L’idea di Traffic è nata appunto

dall’intenzione di creare a Torino un vero

festival, che non fosse cioè una semplice

rassegna di concerti. Qualcosa che avesse

al centro la musica e intorno le forme di

espressione – cinema, letteratura, arte

contemporanea – con cui la musica stessa

dialoga spontaneamente. Un vero festival

nel senso di un’esperienza di vita nella

quale uno si immerge completamente per

tre giorni. Quanto a me, potremmo anche

dire che faccio molte cose e nessuna poi

così bene…

Il cast di questa edizione (dall’11 al 14

luglio) è incredibile, ce ne parli? Qual è il

senso di questa edizione?

Se sia incredibile o no, lo diranno i fatti. Sulla

carta, sì: sembra l’edizione più compatta

e culturalmente articolata. Ci piace

soprattutto l’idea che rappresenti epoche

e luoghi diversi: la Berlino vista da Lou Reed

nel 1973. O, per rimanere a figure storiche,

la musica pop italiana in quintessenza

simboleggiata da Franco Battiato, che

apre a Torino il suo tour italiano con un

evento speciale in cui ha voluto accanto

a sé Antony & The Johnsons e altri illustri

ospiti a sorpresa. C’è poi l’attualità rock

britannica espressa da Arctic Monkeys,

Coral e Art Brut. E la sensazione da rave che

procura l’accoppiata fra Daft Punk e LCD

Soundsystem. Un ventaglio di suggestioni

che crediamo sia in grado di stuzzicare la

curiosità di molti. Perché poi, mantenendo

C


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alto il punto di qualità, il festival deve

comunque fare numeri: 200mila presenze

lo scorso anno, un risultato difficile da

ripetere.

Il Traffic non è solo musica ma un

evento multi-disciplinare, quali le attività

correlate?

Prendendo spunto dalla Berlino di Lou

Reed, ospitiamo altri sguardi sulla capitale

tedesca che si diramano verso il cinema,

l’arte contemporanea e il nightclubbing. E

c’è poi la sezione letteraria Word Jockeys,

quest’anno consacrata monograficamente

a Napoli, con Roberto Saviano, Valeria

Parrella e Paolo Sorrentino impegnati

a raccontare la magia e il degrado di

quella città. Ecco, lo strano asse Berlino/

Napoli definisce a suo modo un percorso

immaginario dentro la quarta edizione di

Traffic.

Il Traffic è gratuito, credi che rendere

accessibile la musica a tutti sia un mezzo

di divulgazione, di educazione all’ascolto,

un modo per uscire dalla nicchia e

raggiungere le persone?

La gratuità è uno dei precetti fondanti del

festival. Per alcune buone ragioni. Anzitutto

perché offrire gratuitamente musica di

qualità è una forma di alfabetizzazione

culturale, e trattandosi di un festival che

vive anche grazie alle sovvenzioni degli

enti locali riteniamo che quello sia un buon

modo di spendere il denaro pubblico. E poi

perché Torino e il Piemonte scommettono

per il futuro sulla capacità di essere attrattivi

proprio sul terreno del turismo culturale,

oltre che sull’idea di fare polo per la

comunità giovanile e studentesca: Traffic

rappresenta in quel senso una piccola

calamita(www.trafficfestival.com).

A cosa stai lavorando in questo periodo?

Libri in cantiere?

Idee che girano per la testa, quelle sì.

Aspetto che una prevalga sulle altre e

affiori in superficie, reclamando il tempo

necessario per scrivere un libro.

Domanda di rito...quali dischi girano nel tuo

lettore, quali consigli ai lettori di Coolclub.it?

Macino musica quotidianamente per

lavoro e ogni tanto finisco per esserne

travolto. Premesso questo, le cose che

ultimamente più ascolto per e con piacere

sono Live at the Massey Hall di Neil Young

(roba registrata nel 1971!) e la ristampa di

Colossal Youth degli Young Marble Giants

(ritorno di fiamma per un vecchio amore

giovanile). Quanto all’attualità, direi

Mapmaker dei newyorkesi Parts & Labor,

Asa Breed di Matthew Dear, Part Monster

dei Piano Magic e il persistente Sound of

Silver degli LCD Soundsystem (difficile esca

quest’anno un disco migliore).

Osvaldo Piliego

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CoolClub.it

dal 17 al 22 luglio

Italia Wave - Firenze

Dopo venti anni di glorioso servizio Arezzo Wave cambia

città e cambia nome. La prima edizione del nuovo Italia

Wave (la ventunesima in totale) guarda all’Europa con

ospiti italiani e internazionali di primo piano: Scissor Sisters,

Mika, The Good the Bad and the Queen, Kaiser Chiefs, !!!

(chk chk chk), Mando Diao, Nitin Sawhney, Tinariwen, Chico

Cesar, Clap Your Hands and Say Yeah, CSS, Gocoo, Cassius,

Jimi Tenor, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Avion

Travel, Orchestra di Piazza Vittorio, Casino Royale. Presenze

importanti e significative come Bob Geldof e lo spettacolo

dell’Associazione Axè dal Brasile realizzato con i “meninos

de rua”, i ragazzi di strada.

Italia Wave Love Festival è tutto questo e anche di più. Tutto il mondo è rappresentato

nei palchi del festival, dal Mali alla Svezia, dal Perù alla Russia. Il cuore della rassegna

sarà in un’area di svariati ettari nel comune di Sesto Fiorentino a pochi km dal centro

di Firenze all’interno del quale si svolgeranno gli eventi musicali e non.

Italia Wave resta un festival gratuito per tutti quelli che accederanno all’area festival

prima delle 21 confermandosi l’unico festival in Europa del circuito Yourope (Roskilde

Benicassim, Italia Wave, BAM, Gurtenfestival e altri) che dà questa possibilità al proprio

pubblico. Dopo le 21 ci sarà un biglietto a soli 10 euro.

www.italiawave.com

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C


oolClub.it

C’è un teatro diffuso che apre ai primi caldi, quando il teatro

recluso nei luoghi ordinari dello spettacolo rimanda il cartellone alla

stagione che verrà. È un teatro che esce fuori, che incontra la gente

in movimento, che supera il concetto di pubblico intenditore ed

affezionato, e sperimenta l’accoglienza all’aria aperta, la proposta

di una creatività più coraggiosa, l’occupazione alternativa di

territori urbani e non. È il teatro dei festival estivi, manifestazioni

che ormai costellano le notti della stagione calda, suggerendo

però cultura più d’avanguardia e concretamente sperimentale,

e che spesso sono lontane dall’identità commerciale dei grandi

contesti musicali, grazie a direzioni artistiche intelligenti, capaci di

gestire senza sovrapposizioni il rapporto tra sponsor e progetto.

Storico evento Volterra Teatro, che si svolge nell’omonima e

suggestiva cittadina del pisanese e in altri comuni limitrofi, a cura di

Armando Punzo e il centro Teatro e Carcere “Carte Blanche”. Da

più di vent’anni anima la Toscana con la “possibilità di incontrare

e conoscere il teatro, senza ridursi a semplicistica vetrina di

spettacoli”, e oltre ad allestire performance di notevole qualità,

con ospiti anche internazionali, costruisce attorno allo spettatore

un’offerta considerevole di laboratori, workshop, incontri, anche

per chi è estraneo all’attività teatrale. L’edizione 2007 si terrà dal 16

al 29 luglio, ma il programma non è ancora definito. Avvenimento

sicuro, però, il debutto di Buffoni ovvero la scuola del disimpegno,

nuovo lavoro della Compagnia La Fortezza, nata all’interno del

carcere di Volterra e diretta dallo stesso Punzo. Inoltre, il 28 il

talento di Giovanni Allevi allieterà Piazza dei Priori, mentre il 29 il

gran finale della manifestazione è affidato a Paolo Rossi, con Qui

si sta come si sta. Serata beat (info www.volterrateatro.it)

Consultazione telematica d’obbligo anche per un’altra manifestazione

dal programma ancora da fissare, e cioè Santarcangelo

dei Teatri (www.santarcangelofestival.com), che dal 5 al 15 luglio

trasformerà l’omonimo paesello collinare, in provincia di Rimini, in

un laboratorio permanente di ricerca rinnovata e tradizione custodita.

Da sottolineare, al di là degli spettacoli di sicuro richiamo,

l’incontro il 10 luglio con la regista siciliana Emma Dante per la

presentazione del suo libro La favola del pesce cambiato. Attorno

a questi due resistenti punti di riferimento si manifesta, di grazia, un

pullulare di contenitori meno noti ma tenaci, ideati e realizzati da

piccole realtà. Si comincia, ad estate non ancora celebrata, con

il veneto FilòFest, (dal 26 maggio al 10 giugno). Si continua con

Solstizio d’Estate, che dall’8 al 30 giugno invaderà la Piana Rotaliana

del Trentino Alto Adige, permettendo al pubblico di abitare i

luoghi caratteristici - non visitabili in altri periodi dell’anno - dei comuni

coinvolti, e “urbanizzando” le proposte teatrali, chiamando

cioè gli attori ad esibirsi in siti non usuali. Spiccano nel programma

Marco Paolini con I miserabili. Io e Margaret Thatcher e Ascanio

Celestini con La pecora nera- Elogio funebre del manicomio elettrico.

Nello stesso periodo ecco il Festival Opera Prima, a cura del

Teatro del Lemming, realtà conosciuta per la costruzione di spettacoli

dedicati ad uno, due, trenta spettatori, dall’intenso “coinvolgimento

sensoriale”. A Rovigo, dal 14 al 17 giugno, proprio il

Lemming proporrà un cartellone di eventi che si fondano “sull’autonomia

del linguaggio scenico dal testo teatrale, sulla ridefinizio-

7

ne dello spazio, sulla

riformulazione della

presenza dello spettatore”.Quest’ultimo,

infatti, è alla ricerca

di una cittadinanza

smarrita, ma è

posto dal Lemming,

e dagli altri gruppi

teatrali impegnati

in ricerche affini, al

centro del contesto

drammaturgico in

forma partecipata

e condivisa, e non

più solo passivamente

subìta. Teatro ad

immagine di una

politica che non

c’è, insomma, e che

come questo teatro

dovrebbe essere. Il

Teatro delle Briciole

di Marco Baliani promuove

invece, in quel di Parma, Il giardino racconta, rassegna

multiculturale che reinventa il Giardino Ducale gremendolo di

amache, animazioni ed esplorazioni, ripensando così “un intreccio

nuovo tra natura, architettura e spettacolo”. Il 5 luglio, data

d’inizio, irrompe- in uno spazio elegante, segnato dal fascino della

storia - la gioiosità del teatro di strada di ispirazione orientale, con

cantastorie bizzarri e folli trampolieri che disegneranno una narrazione

inaspettata e coinvolgente, con protagoniste le figure dei

contadini e dei tiranni della storia. Il viaggio insolito nel giardino

dei Farnese e dei Borbone si protrarrà sino al 25, tra atelier di strumenti

di bambù “alla scoperta delle sonorità naturali teatralizzate”,

e tende che raccontano il deserto marocchino e le sue storie

di sabbia. Ad agosto il Cadadie di Cagliari si trasferirà nella parte

centro-orientale della Sardegna per l’OgliastraTeatro, che quest’anno

vedrà la partecipazione, dal 5 al 9, di Danio Manfredini,

con un laboratorio sul lavoro d’attore e “sulla faticosa dialettica

tra le necessità del politico e dell’artista”. Sempre ad agosto, dal

21 al 26, il Prototipo Priamar di Savona dimorerà presso la fortezza

cittadina realizzando una magnifica convivenza tra la Compagnia

di Pippo Delbono, Fanny&Alexander, Teatrino Clandestino,

Teatro del Lemming e Valdoca. La poetessa e drammaturga Mariangela

Gualtieri curerà un laboratorio intensivo di scrittura per il

teatro, che avrà come filo conduttore la capacità evocativa dei

luoghi “altri”, che divengono per caso spazi scenici, e per quanto

improvvisati spesso risultano di ambientazione più forte e robusta

rispetto a quelli usuali. Chiude questa carrellata, purtroppo non

esaustiva, il Bella Ciao ideato e diretto da Ascanio Celestini, che

si terrà a settembre.

Stefania Ricchiuto- Il Passo del Cammello


Keep Cool Pop,

Jeff Buckley

So real: songs from Jeff Buckley

Sony

rock / *****

C’è sempre una buona occasione per

parlare di lui, un buon motivo per mettere

su la sua musica e pensare a cosa

avrebbe potuto fare, oggi, Jeff Buckley.

A dieci anni dalla sua morte (misteriosa

la scomparsa nelle acque del Mississipi) a

pochi giorni dall’uscita di un bellissimo dvd

sul padre, il grandissimo Tim, esce un disco,

una raccolta. Perché un solo album non

bastava. A conti fatti Grace (1994) è l’unico

vero disco concepito, registrato, prodotto

come tale. Ma c’è altro. Non passa anno

che non esca qualche perla live rubata e

tenuta nascosta da qualche fan.

Ci sono poi due altri album. L’intensissimo

Live at Sin, solo quattro brani, due cover,

chitarra e voce. Quella voce capace di

arrampicarsi alle nuvole, di commuovere,

angelica, sofferta. E poi il discusso

Sketches uscito postumo, abbozzo di

Alternative, Metal, Elettronica, Lounge,Italiana, Indie

quello che sarebbe stato My Sweetheart

the drunk. Questo So Real: Songs from

Jeff Buckely è un’antologia, non un

best off (difficile sarebbe scegliere) per

spiegare, raccontare le tante sfumature di

un’artista che aveva in sé il rock, il folk, il

blues, il gospel. Un accenno di un mondo

bellissimo che tutti meritano di scoprire.

Ed è con questo spirito che operazioni

come questa, al di là delle critiche sulla

speculazione, vanno prese. Come una

scusa per parlare di un uomo che ha

sofferto e ce l’ha raccontato in modo

unico, che riusciva a trasmettere con la sua

musica lo splendore e il terrore della realtà.

Tra le tracce in scaletta anche la bellissima

Forget Her grande esclusa di Grace che

è tra le sue canzoni più pulsanti e sentite,

una versione alternativa di Dream Brothers,

una bellissima So Real acustica, ripresa

la musica secondo coolcub

dal vivo in Giappone. Riascoltare oggi

questo artista fa un effetto strano, in bilico

tra i ricordi e la nostalgia. Il finale con una

bellissima versione di I Konw it’s over degli

Smiths sembra un presagio, un saluto (a un

certo punto recita testualmente “vedi il

mare mi vuole prendere”). Solitamente non

sono mai favorevole a tributi, compilation,

il meglio di... riassunti della carriera di

un’artista. Ma quando passa una cometa,

bella come Jeff Buckley, anche vederne la

scia merita. Per chi è già innamorato di lui

questa ennesima uscita poco cambia, per

chi non lo ha mai ascoltato So real: Songs

from Jeff Buckley sarà un colpo di fulmine,

l’inizio di un amore da coronare in Grace.

Più che disco del mese, disco del

decennio.

Osvaldo Piliego


10

Björk

Volta

Polydor

elettronica / ****

Urla e grida dalle profondità della terra, le sue viscere più intime e delicate. Etnia

vulcanica scava fino alla nuda carne del mondo. Björk rinnova la sua ricerca sonora,

confermando alcune collaborazioni (Mark Bell, Mike “Spike” Stent) e varandone di

nuove (Timbaland alla produzione, Antony, Damian Taylor, Toumani Diabate, Konono

n° 1); torna ad usare la sua voce come un arpa, adagiandola su raffinate stratificazioni

di elettronica e strumentazioni come partiture d’orchestra. Björk è passionale: ora

calma, ora agguerrita, nel parlare d’amore, l’eterna fiamma (The Dull Flame of

Destre Commovente!, I See Who You Are), dei disastri ambientali (Earth Intruders), o

di patriottismo (Declare Independence), salpando su una barca condotta grazie al

soffiare di venti nordici che naviga spaccando ghiacci con rumori ancestrali all’origine

di nostra Madre Terra. Volta è energia, vibrazione profonda; tocca nel vivo, infondo,

fino alla colonna vertebrale!

Diego “Dieghost” Brancasi

Valérie Leulliot

Caldeira

Village Vert

pop / ***

Ci si aspetta molto e niente da dischi come

questi. Valérie Leulliot è la cantante degli

Autour de Lucie, band francese a cui

sono particolarmente affezionato. L’uscita

del suo primo album solista ha sortito in

me la stessa curiosità del debutto senza

Portishead di Beth Gibbons. E le aspettative

non sono state affatto tradite. La musica

viene sbucciata come fosse un frutto,

liberata da strati che lasciano affiorare

polpa. E poi ancora più giù fino al cuore,

al nocciolo della questione. La voce di

Valérie è pienamente in sintonia con

l’afflato francese, popolo innamorato delle

chanteuse. La mano di Miossec, re mida

della musica francese, si sente e fa bene,

a un disco che pur muovendosi nei canoni

del new folk francese, devia verso altri lidi

per scelta di soluzioni, arrangiamenti e

strumenti. E si resta appesi, affascinati dalla

sua voce, attaccati a brani che riscaldano,

entrano e implodono, proprio come la

Calderia titolo del disco e fenomeno

naturale di implosione sotterranea in un

KeepCool

vulcano. E forse la musica di Valérie è un

po’ così: un movimento interno caldo e

silenzioso.

(O.P.)

Jinka’ percussion orchestra

Da Groove

Life gate music

ritmo / ***

Se pensiamo al ritmo pensiamo all’Africa, al

Brasile, al funk e al soul. Da groove ha in sé

tutte queste anime e le miscela in un gioco

di citazioni ed esplorazioni in cui il ritmo è

l’asse fortunato. Esce dalla scuderia di Life

gate, questo progetto italiano che esplora

il “beat”, il battito partendo dal tribale per

arrivare al drum and bass. World music,

etnica, poco importano le definizioni, quello

che salta subito all’orecchio è la qualità dei

musicisti coinvolti, la misura e la ricchezza,

allo stesso tempo, degli arrangiamenti, gli

ospiti di tutto rispetto coinvolti (Daniele

Sepe, Amaury Cambuzat degli Ulan

Bator). Un’orchestra di 12 elementi divisa

tra strumenti elettrici e percussioni unisce

spirito tribale e modernità. Quello che

traspare dalle tracce è la passione per

tutto ciò che è black. Tradizioni ritmiche

diverse si intrecciano dimostrando la loro

affinità di base, il loro perdersi per poi

ritrovarsi. Alcuni “groove” sono trascinanti,

manca ogni tanto il guizzo, la sorpresa ma

il complesso dell’operazione finisce per

convincere e divertire.

(O.P.)

120 Days

120 Days

Smalltownsupersound

sinth pop / ****

C’è aria di Germania

in Norvegia.

Ci sono le

ritmiche matematiche

un po’

Kraut in questa

band Nord europea.

Ma c’è anche

il suono dei Primal

Scream,

dei New Order,

c’è l’Inghilterra.

I Depeche mode, gli anni 80, i 90, il presente

e un accenno di futuro. primi in classifica

nel loro paese e sembra un miracolo o

forse solo la conferma che da quelle parti

masticano solo musica buona. 120 Days

non può mancare in una buona discoteca

rock o in un dancefloor alternativo che si

rispetti. In sintonia con i trend, interessante,

acerbo quanto basta, potente quanto


KeepCool 11

vorresti da un disco così. Cassa dritta,

sinth come se piovesse, il rock nelle vene,

i Cure nel cuore. Tutto compresso e saturo

(la storia narra che il disco sia nato in una

roulotte) ruggente come la giovane età

dei ragazzi. Un gran disco.

(O.P.)

Battles

Mirrored

Warp

post-rock / ****

Ad un anno dai

primi EP, esce il

loro sorprendente

e atteso album

d’esordio. Nella

loro stanza degli

specchi, in un

fantastico gioco

di luci variabili,

oggi si riflette tutto

e il contrario di

tutto. La rigidità strutturale del math-rock

più angoloso, e la forte componente

ritmica dell’elettronica (anche se la cosa

più elettronica è il marchio Warp sul

retro del cd), incrocia l’istinto free-jazz e

l’avanguardia rumorista. Sparse qua e là

schegge di follia pattoniana (Tij), insieme ai

Devo agitati come biglie in un barattolo di

latta (Ddiamondd). I Pink Floyd interstellari,

rinchiusi in cantina a pane e anfetamine,

che riguadagnano la luce solo dopo i 6’ e

15” di Rainbow. A differenza del passato,

c’è materia organica che pulsa sotto le

fredde formule algebriche, c’è il calore

umano della voce, anche se spesso è

passata in tritacarne elettronici (Atlas e

Leyendeker). Mirrored è uno straordinario

esempio di musica obliqua che merita più

ascolti prima di insinuarsi pericolosamente

nei processi chimici del vostro cervello.

Musica totale, che muove ambedue gli

emisferi.

Giovanni Ottini

Comma Mc

Peccato & Redenzione

Autoproduzione

hip-hop / ***

Forte dell’esperienza pluriennale nella

crew barese dei Mujahedin Senza Frontiere,

Comma Mc si presenta per la prima

volta in veste solista, coadiuvato dalla produzione

di Dj Danko.

La combinazione funziona bene, il flow

dell’Mc è movimentato e non annoia,

mentre le basi riescono a supportarlo

efficacemente senza essere invadenti. La

formula solista inoltre permette a Comma

di affrontare tematiche intimiste e riflessive,

anche se i risultati non sono sempre

omogenei: a rime coinvolgenti e versi al

limite del poetico si alternano passaggi più

banali. All’interno del disco spiccano l’inno

Bari Rock On (presente anche il video di

questo pezzo nel CD), tipico hardcore

anthem forte di un ottimo beat funk, e

soprattutto Ti piace questa giustizia?, in cui

il rapper si cala nei panni di un condannato

a morte, regalando un testo di qualità, reso

ancora più valido da un flow serrato e ricco

di intrecci ritmici. Peccato & Redenzione è

un’autoproduzione di livello, che dimostra

ancora una volta come l’underground

Cesare Dell’Anna

My Miles

11/8 Records

Nu Jazz/****

Ci sono temperamenti musicali indomabili,

personalità mai paghe che cercano

sempre, si innamorano in continuazione.

Cesare Dell’Anna è a tutti gli effetti uno

dei nostri musicisti più eclettici e curiosi. Un

talento capace di spaziare, di attingere

al passato e guardare al futuro. Tra i suoi

tanti progetti esce in questi giorni My Miles,

omaggio a un genio assoluto della tromba,

il pioneristico Miles Davis, mente e fiato alla

scoperta delle mille strade del jazz. Vicino al

maestro per approccio alla musica Cesare

Dell’Anna dipinge un tributo assolutamente

spiazzante, intriso di elettronica, funk, trip

hop, digitale e analogico, pur mantenendo

l’essenza del jazz. L’effetto è straniante, a

tratti strabiliante. Cesare riesce a inerpicarsi

dove solo lui sa, in viaggi assolutamente free, per poi ritrovare la traccia e seguirla,

domarla. insieme a lui compagni di viaggio d’eccezione (Adam Holzman, già

tastierista di Davis, Mirko Signorile, Mauro Tre, Stefano Valenzano, Raffaele Casarano,

Monodeluxe). Un’altra operazione coraggiosa, non semplice al primo ascolto, ma la

gente capirà.

(O.P.)

hip-hop italiano stia vivendo una fase di

crescita qualitativa generale.

Emanuele Flandoli

Colle der Fomento

Anima e ghiaccio

Rome Zoo (Autoproduzione)

hip hop / ****

Ci hanno fatto attendere ben otto anni,

fra Ep ed anticipazioni live, ma finalmente

i Colle der Fomento sono tornati, alla loro

maniera: e cioè con un disco hardcore,

lontano dai trend del momento, e

soprattutto autoprodotto nonostante

l’interessamento delle major. Dopo l’uscita

dal gruppo di Ice One, Danno e Masito si

affidano alle produzioni di diversi beatmaker,

fra cui Squarta, Mr.Phil, Mace e Dj Stile,

ottenendo così un suono decisamente

più eterogeneo rispetto al passato. Anche

l’attitudine dei due Mc appare mutata: i

testi sono oscuri, paranoici, e riflettono una

rabbia ed una frustrazione covate a lungo.

La scena hip-hop a cui appartenevano si

è dispersa o peggio è mutata in qualcosa

di falso ed inconsistente, mentre la Roma

celebrata in Scienza Doppia H è mutata

in una metropoli nevrotica e ostile. I Colle

der Fomento dipingono un mondo a tinte

fosche, in cui l’unica possibilità sembra

restare fedeli a sé stessi, contro tutto e

chiunque, col rap come unica luce in

tempi cupi: “Se l’hip-hop è morto, rapperò

al suo funerale”.

Emanuele Flandoli

Club Dogo

Vile Denaro

Virgin/EMI

hip-hop, r’n’b / ***½

Ecco a voi il primo cd gangsta italiano. Ce

n’era davvero bisogno? Di sicuro l’attesa

per questo Vile Denaro era tanta e una

ridda di voci di corridoio non hanno fatto

altro che ingolosire fan addetti ai lavori. E

come tutto ciò che è molto atteso, da un

lato ti esalti, dall’altro ti chiedi se davvero

tutto quel clamore era sensato. Di ottimo

c’è la produzione: non mi sorprenderei se

Club Dogo riuscisse a diventare prodotto

da esportazione. Ancora, la dissertazione

sociologica finissima: Milano è raccontata

in tutte le sue dis(funzioni) (Moratti, comprati

il cd!).

La voglia di strafare però compromette

la credibilità dell’album e qualsiasi MC

senza credibilità rende merce la sua arte:

la Crew sembra essere protagonista del

clichè che viene denunciato e irriso per

tutto un album. Alcune

rime sono facilotte,

la cocaina è citata

in ogni canzone e il

quadro sociologico,

pur finissimo, vedrà

noi meridionali un

po’ straniati. Non

aspettatevi una pietra

miliare, ma l’attesa

è stata in qualche

modo ripagata. Da

Vile Denaro il rap in

Italia non tornerà

indietro. E forse

nemmeno Dogo, vista

la bomba contenuta

in quest’album, quella

Spaghetti Western

che può ambire al titolo di denuncia

sociale perfetta. Ieri de Andrè, oggi Dogo.

Blasfemia?

Dino Amenduni


12

Shannon Wright

Let In The Light

Vicious Circle / Wide

pop, songwriting / ***½

Qualcuno sa dirmi cos’è successo di

recente nella vita di Shannon Wright?

Alcuni parlano di maturità, altri di

maternità. Se pensiamo all’ultimo disco

solista, Over The Sun (2004), al suo suono

rabbioso di una chitarra elettrica e ad

una batteria, ci ritroviamo indubbiamente

spiazzati. Indizi su un certo mutamento si

erano potuti percepire attraverso l’album

del 2005 in coppia con Yann Tiersen, ma

per stessa ammissione di Shannon, l’ultimo

disco, quello che fra breve andremo ad

analizzare, è la naturale prosecuzione di un

cammino artistico e non ci sono particolari

influenze. Ok, se lo dice lei…. Con Let In

The Light la rabbia si smarrisce per ritrovare

un po’ di serenità, il pianoforte, spesso

presente, accompagna una splendida

ed emozionante voce. La leggerezza dei

suoni e la malinconia del vivere espressi

in undici perle cantautoriali tra il classico

ed il pop. Ascoltando You Baffle Me non si

può che restare ammaliati, mentre Don’t

You Doubt Me ci ricorda ancora un po’ il

passato. Meraviglia e piacere.

Livio Polini

Electrelane

No Shouts, No Calls

Beggars Banquet/ Too Pure

indierock / ***½ Quarto disco per

la band indie

di Brighton. Le

Electrelane sono

quattro ragazze

capaci di suonare

nei modi più

diversi, ne sono

testimonianza i

loro album, tutti

in qualche modo

differenti. Il passaggio attraverso i generi

ed i repentini cambi di direzione le hanno

portate a passare nel tempo dal garage

all’indiepop, dal kraut al post-rock, senza

però perdere mai e in nessun modo la

propria identità. Registrato quest’estate a

Berlino, No Shouts, No Calls sembra voler

esprimere un indierock, a tratti pop, dai

risvolti malinconici, perfetta armonia dei

suoni ed un equilibrio a volte spiazzante,

molto lontano dalle improvvisazioni in presa

diretta del precedente Axes (2005). La

magnifica To The East sembra la canzone

perfetta, con tanto di cori e ritornello

accattivante, in Between The Wolf And

The Dog, invece, troviamo più spazio per

la sperimentazione con passaggi vicini alla

Il teatro degli orrori

Dell’ impero delle Tenebre

La Tempesta

noise d’autore / *****

psichedelia. Un songwriting più maturo

ed uno spirito più pacato (ma comunque

folle) in un disco affascinante.

Livio Polini

Cinematic Orchestra

Ma fleur

downtempo / jazz ***

Il quarto album dell’orchestracomposta

da un uomo solo

(Jason Swinscoe)

conferma la classe

del compositore

laptop inglese.

Le sue capacità

visionarie, il suo

tocco, in grado di

far viaggiare le menti, rimane inalterato,

se non migliorato. Se avete bisogno di una

colonna sonora della vostra vita (meglio, di

un vostro viaggio in auto), questo è un gran

bel cd. Eppure, lascia l’amaro in bocca. Lo

fa perché le tracce cantate (solo 5 su 13)

appaiono le migliori, quelle che scuotono,

KeepCool

Punta....mira....fuoco! Dall’Impero delle Tenebre i folli attori del Teatro degli Orrori

mettono in scena il delirio, l’oscenità, la rabbia, l’insoddisfazione delle nostre vite. Nato

nel 2005, il gruppo prende il nome dal Teatro delle Crudeltà di Artaudiana memoria

e vede vecchi e nuovi One dimensional man (Giulio Favero in passato chitarrista

dell’uomo a una dimensione su capolavori del calibro di 1000 doses of love e You Kill

Me, qui nelle vesti di bassista e produttore, Pierpaolo Capovilla che in questa occasione

abbandona il basso per dedicarsi solo alla voce e ai testi ed il nuovo ingresso alla

batteria Francesco Valente) accompagnati dallo splendido lavoro alle chitarre di

Gionata Mirai, già chitarrista e cantante nei Super elastic bubble plastic, formazione di

punta del nuovo rock indipendente italiano. Melvins, Jesus Lizard, Scratch Acid, Shellac,

Birthday party sono le coordinate su cui si muove la musica del combo, sostenuta da

una sezione ritmica impeccabile e devastante, dalla chitarra melodicamente noise di

Mirai e dall’interpretazione ironica, isterica e dissacrante di Pierpaolo. I testi in italiano

sono il valore aggiunto del disco, carichi di cinismo (E lei venne!), amore (il tango-noise

de Il turbamento della gelosia), speranza ( la splendida Compagna Teresa), disillusione

(Scende la notte, La canzone di Tom, toccante dedica ad un amico scomparso),

denuncia sociale (L’impero delle tenebre con citazione degli Area di Maledetti) e

politica (Carrarmatorock!). Dell’impero delle tenebre si impone come esempio forse

non unico ma sicuramente raro di quello che dovrebbe essere il rock del nostro Bel

Paese. Per radere al suolo i castelli di carta del re.

Rosario

fino a commuovere. In particolare

l’apertura (To Build a Home, cantata da un

bravissimo carneade, Patrick Watson) e la

chiusura (Time and Space, con Lou Rhodes,

ex Lamb, angelica). Il resto dell’album è

un ottimo prodotto che però non scuote

le coscienze, al massimo le coccola. E

per questo potrebbe rischiare di essere

dimenticato nel tritacarne delle produzioni

musicali e nella riproduzione isterica di

sonorità simili a quelle di Swinscoe; a un

ascolto ingenuo, la Cinematic Orchestra

potrebbe essere un ottimo gruppo da

Buddha Bar. Speriamo bene, dai.

Dino Amenduni

The Clientele

God Save The Clientele

Merge

Indiepop / ***½

Recita il titolo di questo album “Dio salvi i

Clientele”, mai frase fu più giusta. Il dream

pop strizza l’occhio agli anni sessanta, così

può capitare di perdersi all’improvviso,

ritrovarsi scaraventati in paesaggi lontani,


KeepCool 13

prati soffici su cui correre e poi scivolare,

senza farsi male, sentirsi rassicurati, tutto

deve ancora succedere, l’attesa è dolce e

malinconica in egual modo. Tornare in pace

con noi stessi, per alcune decine di minuti,

durante l’ascolto di questo album, potrai

intuire che ne vale la pena, indubbiamente.

Un pop adulto ed elegante, di grande

stile, più immediato rispetto al passato,

attraverso strutture più leggere. Ancora

una volta capaci di stupirci i Clientele, con

un disco che sa di autunno e allo stesso

tempo di primavera, attraverso riflessioni

e meditazione, speranze e dolci risvegli.

Capaci di rinnovarsi senza rinunciare al loro

credo, allo stile che li contraddistingue da

quasi dieci anni. Ogni loro disco un piccolo

capolavoro, un gioiello da custodire.

Livio Polini

Bobby Soul

Draghi Rossi & Buchi Neri

mo-beat Records

nu-groove / ***

Primo lavoro di Bobby Soul, al secolo

Alberto De Benedetti, anima e voce

dei Blindosbarra. Accantonato

temporaneamente il progetto genovese di

matrice funk torna sul mercato con Draghi

rossi & buchi neri, un album con molteplici

sfaccettature, molti generi, al limite anche

troppi; di fondo c’è un tappeto costante

di groove, acustico e sfacciato in brani

come Maschio N.1 o Sull’onda buona,

più sincopato, minimale ed elettronico

in Real Black con Sharon Jackson e Nio

Siddartha che sembra rimandare alla

migliore tradizione del contemporaneo

nu-soul statunitense di D’Angelo, Common

o Erykah Badu.

Un album composto da brani originali

(tranne per una interessante rivisitazione

di Un uomo che ti ama di Battisti) che

trasmette grinta, tensione e sudore.

Zanca

Mus

La vida

Greenufos rec.

Folk-slowcore ****

Quando ho letto che

questo duo (la cantante

Mónica Vacas e il

compositore Fran Gayo)

venivano dalle Asturie,

devo dire di aver storto un

po’ il naso. Cosa mai ci si

può aspettare da quei

“ricottari” degli spagnoli.

Ed invece eccomi come

un deficiente ad ascoltare

ammaliato questo La vida

che, con 12 splendidi

brani, mi ha costretto

forzatamente a fare un

bel passo indietro sui miei

pregiudizi. A onor del

vero devo dire che qui

lo spagnolo viene messo

da parte a favore di uno

squisito asturiano antico.

Il fatto poi che in Spagna

ci hanno suonato solo tre

volte, mentre per anni

hanno girato in tutto il

mondo (pure in Russia e

Taiwan…), la dice lunga sul loro volersi porre al di là della scena musicale nazionale.

Il risultato è davvero emozionante. Una musica dolcissima, orchestrazioni delicate,

dominate da quell’esotico strumento che è l’autoharp, e canti eterei che evocano

paesaggi incantati. Un’abilità compositiva strabiliante e una voce penetrante fanno di

questo album uno dei vertici dello slow-core di sempre, degno di un posto d’onore nel

catalogo 4AD. Questi due sanno fare magie con una eleganza davvero rara.

Gennaro Azzollini

Plasticines

LP1

Virgin

indie pop / ***

Sono quattro ragazze,

arrivano da Parigi

e nessuna di loro

ha ancora compiuto

vent’anni, ma

dalla loro hanno

una lunga trafila

di esibizioni live e

un disco d’esordio

registrato in meno

di due settimane, nonché un produttore

che risponde al nome di Maxim Schmitt

(il nome Kraftwerk vi dice niente?). LP1 è il

titolo di questo primo album delle Plasticines,

13 brani freschi e veloci, solo in un paio

di episodi le tracce superano i due minuti

di durata, leggeri e ammiccanti quanto

basta per ritagliarsi uno spazio nelle playlist

vacanziere. Testi a metà tra francese e

inglese, chitarre sempre in primo piano e

coretti sbarazzini, le quattro parigine fondono

il sound e la “stilosità” degli Strokes,

l’impeto e la carica sonora dei Libertines e

la semplicità dei Ramones: il risultato è un

disco molto easy, sicuramente non originalissimo,

che unisce momenti più rock (Lost

In Translation, Alchimie) a frangenti “poporiented”

(il singolo Loser, Byciclette). Piacevole,

ma resta un dubbio: non si tratterà

dell’ennesimo fuoco di paglia?

Giuseppe Muci

Groove Armada

Soundboy Rock

Columbia

dance & co / ****

A cinque anni

dall’ultimo lavoro “in

studio” il duo inglese

torna sul mercato

con un disco molto

particolare. Se già

Lovebox (2002) ci

aveva colpiti per la

capacità di coniugare

in unica tracklist sonorità a prima vista

incompatibili tra loro, spaziando dal rock

alla dancefloor, questa volta i Groove

Armada la rischiano grossa, e sfornano

un lavoro che definire disomogeneo è

poco, ribadendo la verve compilatoria

mostrata negli episodi a loro nome delle

serie Back to Mine e Late Night Tales

(quest’ultimo di pregevolissima fattura).

Non una traccia che si accomodi allo stile

della precedente, un volo pindarico che

comprende Acid-House made in uk (Drop

that thing), dance grooves alla Basement

Jaxx (The things that we could share), Dub

(Soundboy Rock) raffinatissima Ambient

(From the Rooftops), Pop dal gusto retrò

(come nella dolcissima Paris)…e l’elenco

sarebbe ancora lungo. E ciò che davvero

ci sorprende, la polimorfia di Soundboy

Rock non infierisce sulla qualità del disco,

nobilitandolo tutt’al più. Da non perdere. E

da riascoltare tre volte.

Elvis Nicolas Ceglie


14

Mark Ronson

Version

Columbia

cover / ****

Da diversi anni a

questa parte è la

figura del produttore

a determinare il

successo di un’artista,

più delle qualità

dell’artista stesso.

Sospendendo ogni

giudizio a riguardo,

ecco a voi Mark

Ronson.

Nato a NY, vive da anni in Inghilterra;

il suo tocco ha permesso la definitiva

consacrazione di Amy Winehouse, ma

soprattutto ha permesso a Lily Allen di

emergere dal nulla. E in questo album,

come spesso succede negli album dei

produttori che si mettono in proprio, tutti i

“protetti” ritornano al capezzale. Ronson

in questa Version rivisita 12 piccoli classici

(molti dei quali recentissimi) con sonorità

tra il pop e il funky. Delirante la versione di

Toxic di Britney, con la voce di ODB; Stop

Me, il singolo (degli Smiths l’originale), già in

testa alle classifiche in UK, sta conoscendo

un buon successo radiofonico anche da

noi. Lily Allen canta i Kaiser Chiefs (Oh

my God), Amy Winehouse i The Zutons

(Valerie), Robbie Williams (un’altra punta

della scuderia Ronson) rivisita i Charlatans.

Un ottimo album, che però non convince

appieno a causa dell’esasperazione

della stessa soluzione ritmica, sicuramente

d’appeal, ma probabilmente non così

tanto da poter essere reiterata per 50

minuti. Più che altro, una grandissima

collezione di singoli.

Dino Amenduni

Low

Drums and Guns,

Sub Pop

slo-core / ***

Tredici anni dopo

lo straordinario

I Could Live in

Hope, disco

d’esordio che

portò il trio di

Duluth alla ribalta

internazionale,

Drums and Guns

è un lavoro che

si presenta in

punta di piedi; la

band sembrava

pronta a partorire il cosiddetto disco di

transizione, sganciatisi dallo slo-core degli

esordi verso non precisati lidi; ma è qui

che subentra la creatività di un progetto

ormai maturo, capace di trovare vie

d’espressione anche lontano da casa.

Passano gli anni e cambiano gli stilemi,

ciò che resta è la sensazione di disagio, di

tensione emotiva, veicolata da atmosfere

rarefatte e fumose, e dalla voci imploranti

di Alan Sparhawk e Mimi Parker. Hatchet,

Belarus e Dust On The Window gli episodi più

significativi, ed in linea di massima colpisce

la perseveranza nell’uso di drum machine

e loop, esasperanti a volte, specie nella

parte centrale del disco. Siamo ben pronti

a vedere il frutto di queste sperimentazioni

in futuro, e chissà, invertite le responsabilità

della Parker e di Sparhawk. Ma Drums And

Guns non può essere considerato più che

un (riuscitissimo) disco di passaggio.

Elvis Nicolas Ceglie

Alla Bua

Saratambula

Autoproduzione

musica tradizionale / ****

Nel Salento sono una specie di istituzione.

Gli Alla Bua, tradotto dal griko “altra cura”,

in questa terra sono nati e cresciuti. Come

nella più autentica tradizione della pizzica,

la loro musica parte e si fa in mezzo alla

gente. Così è stato per Stella Lucente

(1999), Alla Bua (2002) e Limamo (2004).

A distanza di tre anni dall’ultimo album, la

band torna con 13 brani di pizzica incisiva

e vibrante. Al centro del nuovo disco

intricati scioglilingua e antichi giochi. E a

Saratambula – si salta a mo’ di cavallina

sulle schiene piegate dei partecipanti in

fila - ci giocavano i ragazzi di una volta,

sull’antico basolato salentino, di notte.

Così come bastavano cinque sassolini

per giocare a Paddhi. Non mancano i

tradizionali testi in griko dell’intensa Kalinitta

e di Aremu rondineddamu. Storie sudate

di fatica si leggono nella pizzica di Senza

Camisa, Nu Tuzzare e Taccaru e nel minivalzer

di Tristu Furese. Intriganti melodie

liberatorie e in ogni caso festose ritmano

invece i testi rinnovati di Ninella e Cesarina.

Dolce e poi intenso l’intreccio tra flauto e

oboe in Balla cu me. Mentre un frizzante

brano-fotografia dell’atmosfera delle fiere

del Salento, Purginu, conclude un disco

tutto da leggere attraverso.

Flavia Serravezza

KeepCool

Benji Jumping

Charme & Shake

Irma Records

lounge & shake / ****

Avere questo promo in mano

mi riempie di orgoglio…il titolo

è Charme & Shake ed è il primo

lavoro a firma Bengi Jumping,

(Daniele Bengi Benati, anima, voce

e frontman dei Ridillo); l’album vero

e proprio uscirà dopo l’estate, ci

sono ancora da arricciare gli ultimi

fiocchetti e da spruzzare le ultime

gocce di profumo ad un regalo che

la Irma Records sembra voler fare

a tutti i lounge victim orfani di Sam

Paglia e Montefiori Cocktail. Il pezzo

di apertura (già uscito come singolo)

Ice Cream Pusher è uno shake da

brivido che poteva essere interrotto

solo da Italian Kisses, un leggero

ma passionale omaggio ai maestri

Morricone e Piccioni, una melodia

fischiata e l’ombra di Alberto Sordi

che sorride in lontananza. Non

manca nulla a quest’album, ci sono

paparazzi con vespe anni ’60 a caccia di vip, ci sono sax scatenati (Kikko Montefiori

compare in Paparazzi appunto), ci sono cha cha cha e le trombe di Claudio Zanoni in

Trumpet Cha Cha, c’è un goffo sosia di Elvis che impomatato canta Tutti Frutti Bali…c’è

un assoluto buon gusto nella veste grafica e in quella sonora.

Zanca

Takeshi Nishimoto

Monologue

Büro / Wide

contemporanea / **½

Non molto tempo

fa si era parlato

di lui anche in Italia

per il progetto

post-rock a quattro

mani con John

Tejada I’m not a

gun.

Ora si ripresenta

con un lunghissimo

album di pezzi di sola chitarra classica

registrato in una chiesa di Berlino, e con uno

stile puramente europeo. Ora, al di là di tutte

le masturbazioni mentali che si potrebbero

perseguire nel cercare di tradurre in parole

la magnificenza tecnica (priva però per

fortuna di virtuosismi e barocchismi) del

nostro, bisogna ammettere che dischi così

sono duri da reggere fino in fondo, anche

per chi è ben predisposto verso le sonorità

più introspettive. Il problema tuttavia non

è solo nel genere (dischi di strumenti solisti

sono sempre un po’ tostarelli…) ma proprio

nel particolare atteggiamento che il

giapponese assume in questo disco, un non

so che che te lo rende proprio antipatico,

sebbene di certo non brutto. Infatti il suono è

malaccio: deciso ma silenzioso, scarno ma

profondo, complesso ma non spocchioso.

Eppure rimane qualcosa di nascosto che

sottilmente ma inesorabilmente produce

tensione e fastidio nell’ascoltatore. È come

se effettivamente il musicista parli, parli,

ma senza volerti dire effettivamente mai

niente, senza arrivare mai a nessun luogo,

riservando a sé stesso e solo a sé stesso il

significato di tutto questo, il che rende il

disco inevitabilmente piatto (solo verso

la fine si apre un po’ con la piacevole


KeepCool

Coming Home). D’altronde, di monologo

si tratta.

Gennaro Azzollini

Ridillo

Soul Assai Brillante

Halidon

lounge-pop / **** Siamo al quinto

album dei Ridillo.

Soul Assai Brillante

è il titolo ed è strettamente

legato

al musical – con

la regia di Michele

Ferrari – che la

band della bassa

padana sta portando

in giro per il

nord Italia.

I tredici brani sono canzoni americane

maneggiate con grande rispetto da una

parte e con la voglia di reinterpretarle

in italiano con sensibilità ed esperienza

dall’altra. L’ombra di Mina è sempre

presente, Celentano viene tirato in ballo

con il medley Bisogna far Qualcosa/Il

Beat Cos’è (le intramontabili These Boots

are Made for Walkin/The Beat Goes

On). Avete mai ascoltato Don’t let me

be misunderstood in chiave swing? è il

risultato di Vai pure via. Il non aver inserito

brani originali (pur avendone già registrati

alcuni molto radiofonici) è stata una scelta

mirata per non distogliere l’attenzione

dalla coerenza dell’album, un omaggio

innamorato e imbevuto nella nostra scena

musicale dei ’60 e dei ’70, degli Stevie

Wonder e degli Otis Redding all’italiana.

Zanca

Tied + Tickled trio

Aelita

Morr

ambient / ****

Album realizzato sulla base di brani eseguiti

per un festival della Hausmusik (etichetta

indie tedesca che ha prodotto negli anni

del post-rock pregevoli cosette). Forse

anche per questo il sound si distacca da

quelle che sono state le loro direzioni dei

tempi passati. Ancora down tempo, si, ma

privo di ogni frivolezza jazzistica e lounge.

Ciò che rimane è un malinconico dub

misto a un minimal-elettronica glaciale

fatta di glitchs, tastiere kraute, xilofono,

glockenspiel, soundtracks. Più che un

passo in avanti sembra che abbiamo

voluto gettare uno sguardo all’indietro,

ai Tangerine Dream, al trip-hop dei primi

Unkle, e all’ambient scandinava anni

’90 (mi viene da pensare a Biosphere).

L’atmosfera è sostanzialmente molto triste

e a tratti inquietante, ma anche rilassante,

se ti ci lasci andare, se smetti di resistergli e

ti abbandoni al flusso: è questo d’altronde

l’unica via per ascoltare certe cose. Era

da tempo che non mi dedicavo più a certi

ascolti. Un piacevole dejà-vu.

Gennaro Azzolini

Dolorian

Voidwards

Wounded Love/Masterpiece

avanguardia / ***½ Terzo capitolo discografico

per la

band finlandese

dei Dolorian, anzi

oserei dire terzo biglietto

per una dimensione

onirica

e surreale.

I Dolorian sono autori,

in Voidwards,

di musica innegabilmente

avanguardistica, in cui il doom

attinge al nero pece tipico del black, ma

successivamente si dirada e si diluisce in

contesti ambient e melodici, dove, infine,

un flebile sentimento di speranza sembra

celarsi.

Le dieci composizioni sono tappe

obbligatorie per un viaggio sperimentale

in cui suoni ed effetti ricercati, voci dalle

multiformi espressività, materializzano

partiture lente ed ossessive, nelle quali

patterns irregolari ed asfittici, danno luce ad

un tipo di scrittura affine al frazionamento

puntillistico. Unico neo (o pregio) è la

scarsa prosodicità dei brani, difficilmente

metabolizzabili ed ascoltabili. Tuttavia, la

sensazione madre che se ne ricava, se

ascoltate le tracce con totale dedizione, è

pieno distacco da tutto ciò che è terreno

e quotidiano, fino a percepire un livello di

catarsi, che oserei dire, per l’uomo di oggi,

essere pienamente curativo.

Nicola Pace

My Dying Bride

A Line of Deathless Kings

Peaceville Records/Audioglobe

doom-metal / **** I My Dyng Bride,

sono i precettori indiscussi

della scena

death-doom inglese

dei primi anni

Novanta, genere

a cui sono rimasti

coerenti, ma dal

quale si sono astenuti

per momentanee

divagazioni

sperimentali (vedi 34,788%...Complete).

A Line of Deathless Kings, loro nona opera

in studio, si pone decisamente un gradino

sotto il predecessore. Abbandonate, ora,

le asprezze black e death, i M.D.B si sono

concentrati sull’indole gotica del proprio

15

suono, citando soluzioni adoperate

nel recente passato. Quello che trovo

eccezionale nella loro proposta, è

essenzialmente una modalità elaborativa

che appare esprimersi e risolversi in

orizzontale, come se arrangiamenti

contrappuntistici non siano nella cifra

stilistica dei nostri, lo si vede nei numerosi

incisi strumentali, in cui, mai, se non

per leggere sfumature, gli strumenti si

sovrappongono. A Line of… sembra essere

l’opera che riassume il verbo artistico del

quintetto di Birmingham, dal momento

che, la summa delle loro peculiarità

convergono qui, e si caricano di quel

romanticismo cupo e raffinato che solo il

combo inglese riesce a forgiare.

Nicola Pace

Noekk

The Grimalkin

Prophecy Productions/Audioglobe

dark-progressive rock / ****

Se il precedente

lavoro The Water

Sprite, era all’insegna

di un doomrock,

che molto

aveva dei seventies,

in The Grimalkin

le carte in

tavola sono state

mescolate, ed in

parte cambiate.

I nuovi brani si sono a dire poco dilatati,

eliminando, in se, qualsiasi traccia di

forma canzone. Tre sono le lunghissime

composizioni (rispettivamente di venti,

undici e dieci minuti) in cui influenze

folk, ambient, doom-rock ed escursioni

barocche, si incastrano come tessere di

un mosaico. Fin qui tutto sembra perfetto,

in realtà, i pezzi non sempre permangono

compatti e coerenti, ma i continui cambi

di registro, di tempo e di interpretazione

vocale, non rendono la proposta di facile

accessibilità; penso, in particolare, ai

momenti nei quali esecuzioni furiose ed

angoscianti lasciano il passo a tempi medi,

nei quali litanici orientalismi e divagazioni

barocche, fungono da bridge per ulteriori e

consequenziali sviluppi. In conclusione, The

Grimalkin risulterà ostico, se ci si accosterà

frettolosamente, ma si farà appetibile una

volta abbandonati nelle sue, oscure e

seducenti, trame.

Nicola Pace

Unsane

Visqueen

Ipecac

noise-rock / ****

Insieme ai vari Helmet, Jesus Lizard e ad

etichette come l’Amphetamine Reptile, gli

Unsane hanno contribuito a definire l’estetica

del suono di quei rumorosi anni ’90. A

due anni da Blood

Run e a quattro dalla

bellissima raccolta

Lambhouse, che sapeva

già di commiato,

il trio newyorkese

si ripresenta con un

nuovo disco e col

consueto carico di

violenza efferata,


16

sangue e morti ammazzati in copertina.

L’ossessivo drumming schiacciasassi di

Vinnie Signorelli è sempre accompagnato

dal truce basso distorto, percosso da Dave

Curran con la solita grazia di un muratore a

cottimo. Su tutto Chris Spencer che squarcia

l’aria coi suoi riff abrasivi e le linee stridenti

di chitarra, e che sputa rabbia e ferocia,

con quella voce invasata, a chiunque gli si

trovi di fronte. Un urlo primordiale dal buio

profondo della città delle città. Una band

che con furia e rancore fa ancora tremare

la terra sotto i piedi. E 10 anni fa, Corigliano

è stata per una sera, l’epicentro di questo

devastante terremoto.

Giovanni Ottini

Kaotica

Timeless

Autoproduzione

prog metal / ****

Esiste un dualismo nelle strutture sonore dei

Kaotica: da una parte il rincorrersi vocale

di luci ed ombre e dall’altra un dialogo

continuo tra gli strumenti. È come se la

voce melodica di Elena Shiva Tarighinejad

giochi a nascondino con le complesse

parti strumentali, quasi ai confini del prog

metal, create da Amir Simone Tarighinejad

e Giuseppe Argentiero (chitarre), da

Luca Varrazza (basso), da Cristiano Trevisi

(tastiere) e da Mauro Lorenzo (batteria).

L’effetto finale è quello di un incrociarsi

continuo di forza e fragilità che disegnano

paesaggi davvero variegati, spesso

filtrati da suoni che non esiterei a definire

anche esotici. Potrebbero tranquillamente

competere con i grossi nomi del genere

più conosciuti all’estero i salentini Kaotica.

Il loro suono possiede un pregevole tasso

di originalità che, senza mai indugiare in

sfoggio di tecnica fine a se stessa, li rende

amabilmente unici. Non sono semplici

e, soprattutto, non sono mai banali le

loro composizioni. Vanno ascoltate con

attenzione e lasciate crescere. È facile che

a questo punto scopriate di avere a che

fare con una band speciale.

Camillo “RADI@zioni” Fasulo

Il nostro viaggio alla scoperta

delle piccole etichette passa

dalla neo nata Muertepop.

Ne abbiamo parlato con

Federico Baglivi.

Cos’è e qual è l’idea che

c’è dietro una label di

questo tipo.

Muertepop è una netlabel

italiana che da gennaio

2007 produce musica con

l’intento di promuovere artisti

della scena musicale indie,

elettronica, e sperimentale.

Le release di Muertepop

sono quindi finalizzate esclusivamente alla

distribuzione e alla promozione musicale,

azzerando qualsiasi intento di tipo

finanziario; consistono in un semplice free

download dal sito www.muertepop.com

di tracce mp3 e immagini jpg, necessarie

all’auto-costruzione di un piccolo booklet.

Si tratta in definitiva dell’estremizzazione

del concetto di DIY, in cui ognuno scarica

la musica che gli interessa e masterizza il

suo cd, stampa la sua cover e si costruisce

il suo booklet. Nonostante questo, il lavoro

dietro una netlabel come Muertepop c’è

ed è anche tanto, dato che dopo ogni

singola release ci occupiamo anche della

fase di promozione sul web.

Tutto questo è possibile grazie ad una

particolare forma di licenza che copre le

produzioni Muertepop. Cosa sono queste

forme di licenza e perché questa scelta?

Tutta la musica scaricabile da Muertepop,

come per tutte le netlabel, è soggetta alle

licenze creative commons; queste licenze

fanno sì che ciascuna release sia scaricabile

gratuitamente. Inoltre l’artista continua a

detenere dei diritti sulle sue tracce musicali.

Difatti coloro che rilasciano la loro musica

come formato mp3 sul sito Muertepop

sono completamente liberi e padroni delle

loro tracce; tuttavia qualora lo volessero

possono essere rimossi dal free download

in qualsiasi momento; inoltre devono

essere citati come autori nel momento

in cui la stessa viene utilizzata da terzi. La

scelta di una netlabel come Muertepop e

delle licenze creative commons è arrivata

per due motivi ben precisi: prima di tutto

per evitare che ci fosse un ostacolo di tipo

economico tra la musica e i ragazzi che

l’ascoltano, autorizzando di fatto un free

download che potenzialmente rende una

release estremamente divulgabile via web;

KeepCool

inoltre per evitare che lo

stesso ostacolo monetario

ci proibisca di “produrre”

artisti che a nostro

parere meritano ma che,

nell’organizzazione attuale

delle cose nel campo

musicale, difficilmente

avrebbero una possibilità

per farsi conoscere.

Quali sono gli artisti e i

generi che si possono

trovare su Muertepop?

I generi delle produzioni

Muertepop sono

abbastanza vari ma tutti ruotano intorno

ad una determinata idea di elettronica.

In effetti in tutte le release, dalla prima

compilation sino a queste ultime, è sempre

presente una qualsiasi sonorità elettronica.

Tuttavia si spazia molto dall’indiepop

elettronico di All about Max e Parade

Me all’elettronica più sperimentale

di Manfredini. Fondamentalmente è

necessario che l’artista “ci piaccia”,

indipendentemente dal sottogenere

elettronico a cui appartiene.

Quali sono i progetti attuali e futuri di

Muertepop?

Al momento stiamo curando la

promozione di Nothing to say e di All

about Max, ultima release uscita il 14 di

Maggio in coproduzione con la Peteran

records, label e netlabel di Roma.

Release di cui siamo orgogliosi, infatti

Max ci è piaciuto sin da subito, è molto

bravo nell’amalgamare perfettamente

glitches elettronici e sonorità acustiche, e

nonostante questo è rimasto sempre nella

sua stanzetta. Doveva necessariamente

essere ascoltato da qualcuno. Per giugno

siamo in preparazione di Where Do All

Those Spiders Hide?, release di Parade

Me, un ragazzo di Berlino, che mostra

di aver imparato molto bene la lezione

Morr music, regalandoci un download

di sette bellissime tracce vicine allo stile

Styrofoam. E’in programma poi, per dopo

l’estate, una nuova compilation con artisti

della scena indie elettronica italiana ed

europea marchiata Muertepop. Vi ricordo

che per ascoltare la prossima release di

Parade Me, prevista per l’11 di Giugno,

e in generale tutta la musica prodotta

da Muertepop, è sufficiente visitare il sito

www.muertepop.com e scaricare. Legale

e gratis.


I Piano Magic di Glenn Johnson ci regalano

un nuovo disco. Dopo una lunga carriera e

i vari cambi di formazione la band non ha

perso il suo smalto e il nuovo Part Monster

è bellissimo, intenso, a tratti cupo, intimo e

riflessivo. Ne abbiamo parlato con Glenn.

Il precedente Disaffected era animato da

fantasmi, presenze del passato, questo

nuovo album si intitola Part-Monster. Da

quali personaggi è animato?

È sopratutto autobiografico, il personaggio

strano è presente un po’ qui e un po’ lì,

come il patriota fuorviante di Soldier Song

e England’s Always Better, la popstar che

ha perso la sua strada in The King Cannot

Be Found, ma in generale sono gli angoli

bui racchiusi in me e in te, il “mostro” che

è in tutti noi.

Come è nato musicalmente?

In modo organico. Sopratutto dalle prove.

Ci sono state anche delle registrazioni individuali

avvenute in casa. Non c’è stata

una decisione consapevole di andare in

una direzione precisa, ma eravamo d’accordo

fin dall’inizio di registrare in diretta il

più possibile, con poche elaborazioni per

non perdere l’effetto naturale. Volevamo

registrare delle canzoni che potevamo

suonare dal vivo. Ironicamente, ci siamo

riusciti solo a metà.

La vostra musica sembra sospesa nel

tempo. Ci sono tante influenze, atmosfere

decadenti, rock, wave. Piano Magic è

cambiato molto in questi anni, forse grazie

all’avvicendarsi di culture musicali diverse?

Credi che questo abbia influito sul vostro

sound molto particolare?

Ho sempre pensato che abbiamo seguito

un percorso istintivo; la nostra musica

è il risultato dell’alchimia tra i singoli

musicisti, più che il prodotto di quello che

accadeva in qualsiasi scena musicale.

C’è stato un momento sul finire degli anni

novanta, quando eravamo ancora alla

ricerca della nostra strada, che senza

cognizione di causa, ci siamo avventurati

un po’ troppo vicino all’estetica “post

rock” di quel periodo, ma quando ce ne

siamo accorti, siamo scappati via il più

velocemente possibile. Oggi qualsiasi cosa

anche lontanamente vicina a Spiderland

degli Slint mi annoia fino alle lacrime.

Ogni tanto si riconosce nelle tue canzoni

l’impronta degli anni 80, come hai vissuto

quel periodo? Cosa ti ha lasciato?

Durante gli anni ottanta ho vissuto in una

piccola casa di campagna, in un villaggio

costruito intorno ad una ex miniera.

Nonostante ciò non ero completamente

tagliato fuori dalla civiltà. Ho sempre

guardato tutte le puntate di qualsiasi

show di musica pop televisivo in onda

in quegli anni, – Top Of The Pops, The

Tube, The Old Grey Whistle Test, SNUB TV

– e contemporaneamente creavo la mia

musica, utilizzando solo un’ economica

chitarra Casio a due corde e solo in un

secondo momento una semidecente a

sei corde. Quegli anni erano eccitanti per

la musica. Agli inizi degli anni Ottanta ero

ossessionato dagli Specials, subito dopo

dai Soft Cell, The Human League, Depeche

Mode e in generale da tutta la musica 1finger

synthpop. Ma sono stati gli Smiths che

mi hanno ancorato ad un romanticismo

riconoscibile nei Piano Magic di oggi.

Dopo tanti anni di attività, più di dieci

credo, com’è cambiata la musica intorno

a te e il modo di percepirla?

Oh, c’è sempre qualcosa di decente

intorno se ascolti con attenzione ma è

nascosta sotto un mucchio di robaccia.

Mi rattristano i gruppi che cercano di

assomigliare ad altri. Mi rattristano i gruppi

che sono più famosi per quello che fanno

fuori dal palco che per quello che fanno

sul palco. Mi rattristano le persone che

seguono questo genere di gruppi. Mi

rattristano quelli che non hanno mai sentito

i Velvet Underground. Infatti sono rattristato

per tutti quelli che non hanno avuto modo

di conoscere gli Smiths. Sono stanco di

tutti quei gruppi che hanno a disposizione

tutti gli strumenti ma non capiscono che

gli manca il cuore e l’anima. Sono stanco

degli egoisti. Sono stanco di tutti quei

gruppi che suonano solo per i soldi e la

fama. Odio quei gruppi che suonano solo

nelle capitali delle varie nazioni, senza il

coraggio di andare a visitare i piccoli paesi,

dove è più importante andare. Non so se

qualcosa è cambiato. So solo che posso

contare i gruppi che stimo sulle dita di una

mano. Il 95% della collezione di dischi di

qualsiasi persona è inutile.

Per una nutrita e sempre maggiore schiera

di pubblico state diventando una band di

culto, come vivi questa sensazione?

Stiamo diventando grandi? È difficile

da dire. In Inghilterra la gente è ancora

completamente indifferente alla nostra

musica e la nostra popolarità in Europa và

e viene. Le nostre vendite sono costanti e

buone, ma ancora non siamo apparsi sulla

copertina di una rivista. Mi sto lamentando?

No. Meglio essere un gruppo “Cult” che

lamentarsi per quello che non si ha.

I Piano Magic non appartengono a

una scena particolare, ma se proprio

dovessifare uno sforzo, a quali band ti

senti più vicino? O per lo meno, quali ti

piacciono?

Non ci mettiamo in “relazione” con

nessuno! Certamente non apparteniamo

a nessuna scena. Ma personalmente mi

piacciono vari artisti giorno dopo giorno,

in base al mio umore: i nuovi dischi di LCD

Soundsystem, Giardini Di Mirò, Dinosaur Jr,

Low, The Sea & Cake, ma sempre Kraftwerk,

The Smiths, Joy Division, New Order, The

Durutti Column, Felt. Sono un ragazzo a

cui piace l’indie. Forse dovrei scusarmi per

questo, ma sono fatto così.

Osvaldo Piliego


18

Dagli anni 80 a oggi Giorgio Canali ha rappresentato e rappresenta

un elemento chiave del rock Italiano. Prima dietro in comandi

di gente come i Litfiba (quelli buoni), poi ancora nei CCCP e nei

Csi. Una carriera come produttore di band come i Marlene Kuntz,

il Santo Niente e ancora l’esperienza solista che lo vede affiancato

dai Rossofuoco. Esce in questi giorni Tutti contro tutti.

La sincerità, quella sbattuta in faccia senza mezzi termini sembra

restare caratteristica portante dei tuoi testi. Cosa ti fa arrabbiare?

Cosa ti indigna?

La rassegnazione mi fa incazzare, chi si accorge che ci stanno

fregando e fa finta di nulla perché tanto “che ci vuoi fare”…

Questo mi fa imbufalire ancora di più di quelli che, accorgendosi

che ci stanno fregando, fanno finta di nulla perché gli conviene o

perché sperano di finire, in qualche maniera, nel numero ristretto

degli “eletti” che fregano gli altri… poi ci sono gli idioti: quelli che

non si accorgono che ce lo stanno mettendo in quel posto e, se

cerchi di avvisarli, prendono te per un idiota… Last but not least…

(e qui arriviamo nel mio piccolo mondo autistico) ecco le teste di

cazzo, ovvero coloro che, automaticamente, nel momento in cui

in una canzone si affronta un argomento che sfiora il sociale, non

importa in che maniera e in che ottica, ti dà del retorico e del

populista… Questo per ciò che riguarda il “cosa mi fa arrabbiare”,

in risposta alla seconda parte della domanda posso solo dire

che l’indignazione è un sentimento che non mi appartiene

perché, fondamentalmente, la ritengo una forma mentale del

qualunquismo…

Qual è il filo conduttore di questo Tutti contro tutti?

Banalmente ti rispondo: “la rabbia”. Se non ci si vuole fermare

alla prima definizione, posso dire che molte delle parole cadute a

pioggia sulle atmosfere musicali di Rossofuoco nell’ultimo lavoro,

sono legate alla dedica sul retro di copertina del cd: “A Federico

Aldrovandi, 1987-2005”, dedica che si estende anche a Patrizia,

madre ostinata e tutt’altro che rassegnata, e all’associazione

Verità per Aldo. Federico era un ragazzo appena diciottenne che,

una notte, tornando a casa, ha scelto la strada sbagliata, questo è

l’indirizzo su internet per saperne di più: http://federicoaldrovandi.

blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/

Sembra che l’imbastitura musicale dell’album sottolinei, o

comunque sia parte integrante del messaggio, diretta, essenziale

sincera. L’importante è l’obiettivo?

C’è, tra coloro che fanno musica, chi prova smisurato piacere

nel concepire ed eseguire intrecci ricercati, invidio quelli che

riescono a trasmettere emozioni profonde in questa maniera, ma

sono pochissimi… dal canto mio penso che quattro accordi di

merda e un migliaio di parole

ancora peggio, comunichino

meglio il mio/nostro stato

d’animo e, se permetti, per

noi è molto più facile divertirci

suonando dal vivo cose che

anche un bambino riesce

ad eseguire… quello che

cerchiamo, è creare ambienti

sonori che, in qualche modo,

emozionino chi ascolta come

emozionano noi… Comunque

sia le tessiture armoniche di

Rossofuoco non sono poi così

elementari… prova a scriverle sul pentagramma…

Nei panni di musicista e di produttore hai visto tanto. Qual è il tuo

parere oggi? Dopo il miracolo indie degli anni 90 di cui sei stato un

protagonista. Cosa è rimasto?

Quello che resta, merita di esserci. Comunque sia, è tutta la vita che

sento esprimere nostalgia per la musica del decennio precedente

e, di decenni precedenti da rimpiangere, in cinquant’anni di vita,

ne ho visti almeno quattro.

Per te oggi la musica è terapeutica? C’è speranza alla fine o solo

rabbia?

Ho ricominciato a scrivere canzoni per me, dopo qualche anno

di pausa dalle mie avventure precedenti, durante il periodo dei

C.S.I. di Linea Gotica, consideravo lo scrivere una specie di terapia

preventiva contro il cancro… sputare fuori ciò che ti tormenta

aiuta a fare sentire meglio la tua testa e il tuo corpo. Toccando

ferro (per essere educati), sembra che funzioni… la mia vita non

è un modello di salutismo quindi, o è solo fortuna, o è la terapia

giusta… Speranza? Roba da preti… e quanto mi fanno incazzare

i preti…

Questo numero del giornale è dedicato ai festival estivi. Che

rapporto hai con queste maratone musicali?

Quelli che mi invitano sono una figata, gli altri fanno cacare… A

parte le battute idiote, i festival, dal più piccolo al più grande,

sono la maniera giusta per ricreare una voglia di vivere la musica

assieme agli altri e un ambiente fertile per i movimenti creativi a

venire… ci sono troppe cose che fanno concorrenza alla musica

dal vivo e che distraggono le nuove generazioni, per questo

penso che ogni manifestazione di questo tipo sia una benedizione

per questo mondo e non sto parlando solo di quello musicale.

Fedele al verbo del rock, ma c’è qualcosa che musicalmente

devia da quello che suoni e che ti piace ascoltare una volta a

casa?

La musica “classica” mi fa furiosamente incazzare, la musica

“contemporanea” mi innervosisce e dopo picchio i bambini che

non ho, il jazz mi fa venire i brufoli, l’etno e il folk scatenano in me

ondate di razzismo fanatico che Borghezio mi fa ridere, la musica

leggera mi diverte una volta su un milione… Quando metto un

disco nel lettore, è sempre un disco che puzza di elettricità, è più

forte di me.

Osvaldo Piliego


Sound Res 2007

8/30 giugno - Salento

www.soundres.org

Il concetto di residenza artistica è approdato da

poco nel Salento. Da alcuni anni Alessandra Pomarico

e Luigi Negro, responsabili dell’associazione Loop

House, lavorano, non solo in Italia, in questa direzione.

Nel 2004 dall’incontro tra Loop House e Coolclub, sotto

la direzione artistica del percussionista David Cossin

(premio Oscar per la colonna sonora del film La tigre e

il dragone e collaboratore di grandi nomi della musica

internazionale), è nata l’idea della residenza di musica

contemporanea Sound Res che, giunta quest’anno alla

sua quarta edizione, non deluderà le aspettative dei

tanti che attendono l’appuntamento estivo nel Salento

come uno dei più creativi e produttivi nella mappa dei

festival italiani.

Sound Res infatti non è un festival come gli altri:

l’articolato programma, che si svilupperà dall’8 al

30 giugno, prevede una serie di concerti ed eventi,

workshop, lezioni magistrali, masterclass e laboratori

per ragazzi, frutto del lavoro di musicisti riconosciuti

internazionalmente invitati a risiedere e lavorare nel

Salento e a collaborare con artisti e musicisti locali,

in un’esperienza di full immersion. La formula della

residenza, oltre ai momenti di lavoro e di confronto, ha

il merito infatti di far vivere un territorio ai suoi ospiti (dal

mare alla cucina, dal “mercato” alle passeggiate nel

centro storico).

Dalla presenza di Philip Glass, ospite d’onore che si

esibirà giovedì 28 giugno nell’atrio di Palazzo dei Celestini

a Lecce, e dalle trasformazioni che ha generato il

momento musicale generalmente conosciuto come

minimalismo David Cossin è partito per selezionare gli

ospiti e delineare le idee di massima del lavoro che

verranno sviluppate durante la residenza e arricchite

dagli spunti d’ogni partecipante.

“Sono molte le novità di questa edizione”, sottolineano

soddisfatti Alessandra Pomarico e David Cossin.

“Innanzitutto la residenza è suddivisa in fasi diverse,

ognuna delle quali si sovrappone alla precedente

generando collaborazioni tra gli ospiti. Inoltre saranno

presenti compositori all’interno del progetto come Philip

Glass, pietra miliare della musica contemporanea, e

Paola Prestini, giovane compositrice, voce di nuova

generazione. Entrambi i compositori considerano la

musica un mezzo per creare una riflessione socio-politicofilosofica.

La residenza coinvolgerà performer della

scena del teatro musicale e multimediale, artisti visivi

e concettuali che lavoreranno insieme ai musicisti alla

creazione di opere sonore, un sociologo e il giornalista

statunitense Ira Glass”.

Nelle precedenti edizioni Sound Res ha ospitato

il contrabbassita latin/jazz/classico Gregg Agoust, il

chitarrista Brice Dessner, il sound designer e compositore

David Sheppard, il cantante sperimentale Theo

Blekmann, il cantante tradizionale Madan Gopal Sing,

il violinista Padma Newsome, The National e numerosi

musicisti salentini.

Sound Res, che rientra nell’articolato programma di

Salento Negroamaro, rassegna delle culture migranti

della Provincia di Lecce, è realizzato in collaborazione

con l’Università del Salento, il settore Patrimonio Culturale:

Conoscenza e Valorizzazione della Scuola Superiore

ISUFI, l’Azienda di Promozione Turistica di Lecce, la

condotta leccese di Slow Food, la Fondazione Semeraro

e la Coop. Solidarietà Salento, Conservatorio di Lecce

con il patrocinio del Comune di Lecce e della Camera

di Commercio di Lecce e grazie al sostegno di Azienda

Vitivinicola Leone De Castris, Alba Service S.p.A., Kubico,

Cantine Santi Dimitri, Quarta Caffé, Gruppo Italgest.


20 Sound Res - 8/30 giugno

Cominciamo col parlare dell’opera che

sta completando in questo momento, The

Civil Wars

È un’opera basata sull’evento di

Appomattox la resa delle truppe del

generale Lee battute da quelle del

generale Grant. Questo è avvenuto nel

1865, si chiama Appomattox perchè quello

è il luogo in cui è iniziata la battaglia. Il tema

dell’opera allude al fatto che la Guerra

Civile negli Stati Uniti non si è mai conclusa.

C’è stato un trattato, è stata firmata la fine

della Guerra, ma il processo di evoluzione

sociale è avvenuto molto lentamente ed è

ancora in atto. La questione della razza e

dei diritti civili che erano i problemi aperti

dell’epoca, continuano tutt’ora a sussistere.

Nell’opera siamo partiti dal momento della

resa per suggerire che la Guerra non si è

mai conclusa. Mi interessava trasferire gli

eventi del 1865 cento anni dopo, nel 1965,

durante il periodo delle lotte civili negli

Stati Uniti. Sono vecchio abbastanza da

aver vissuto quel periodo, sono cresciuto

in una città del Sud in cui esisteva la

segregazione, sono andato in una scuola

in cui si viveva la segregazione, la società

era segregata… durante la mia vita ho

assistito a delle trasformazioni, ma tante

cose non sono mai cambiate. Il lavoro è

anche una sorta di riflessione personale

su quello cui ho assistito nel mio Paese. E

non solo. Se si allarga il quadro si arriva a

capire che la guerra sembra essere una

costante della nostra comunità umana,

e che le ragioni della Guerra sono spesso

legate al razzismo e alla religione. Ci sono

talmente tanti conflitti aperti in nome di

una o dell’altra questione. Così tante

guerre in cui si invoca l’autorità divina per

ammazzare, è assurdo che nel nome di Dio

si compiano atti orribili.

Come si spiega il razzismo, secondo lei?

La ragione del razzismo è nella paura degli

altri. Nella paura dello straniero. La paura

di tutto quello che non è familiare… la

proviamo tutti. Comprendere che siamo

parte di un’unica famiglia umana che

include ogni singolo essere sul pianeta,

è estremamente difficile. Non siamo

incoraggiati a pensare in questo modo

dalle nostre famiglie, non siamo educati

a pensare in questo modo dalle nostre

comunità, i paesi nei quali viviamo non

ci consentono di crescere in un’ottica

di inclusione. E dobbiamo lottare

individualmente per acquisire un certo

equilibrio ed una prospettiva più ampia,

è molto difficile e spesso non ne siamo

capaci…succede a tutti, non si tratta degli

europei, degli americani o degli asiatici…

siamo tutti tentati di cedere al razzismo.

L’impegno socio-politico che sembra

caratterizzare il suo lavoro, in particolare

quello operistico, fa pensare che ritenga

che gli artisti svolgano un ruolo nella nostra

società...

Mettiamola così: penso che gli artisti abbiano

una rara opportunità perchè hanno un

pubblico. Hanno una voce pubblica, hanno

la possibilità di essere ascoltati. L’artista

che lavora in teatro poi ha un’opportunità

ancora più speciale perchè nel teatro e

nell’opera, come dicevi, il tema di uno

sviluppo sociale può essere ampiamente

esplorato e rimanere nell’immaginario del

pubblico, e questo è nella storia stessa del

genere fin dalle sue origini. Era così per Verdi

ed è ancora oggi così.

Può darmi la sua definizione di “musica”…

Per me la musica è il linguaggio umano più

eloquente, il più espressivo e il più universale.

Universale nel senso che anche senza una

particolare conoscenza della linguistica o

della meccanica del linguaggio, possiamo

apprezzare la musica proveniente da altri

luoghi e da altri tempi, creata da persone

diverse e da noi lontane.

Ha collaborato con così tanti scrittori e

registi. Può spiegare come procede il suo

lavoro di compositore in questi casi?

Per me lavorare in collaborazione con un

pittore, un danzatore, uno scrittore o un

regista significa avere degli stimoli in più,

si tratta di incontri che mi permettono

di avere nuove idee e nuovi modi di

procedere. Senza queste collaborazioni

il mio lavoro sarebbe rimasto statico.

www.soundres.org

L’elemento del teatro e del cinema è

l’immagine, il movimento, la musica e la

tecnologia. Sono I quattro elementi di base

che bisogna tenere in considerazione.

Grazie alla cooperazione con diversi

scrittori e registi ho potuto trovare delle

nuance e sviluppare il mio linguaggio in un

modo che altrimenti non mi sarebbe stato

possibile scoprire.

La sua opera è così vasta e include

collaborazioni con così tanti artisti… C’è

ancora qualcosa che non ha compiuto e

che le interessa realizzare?

Oh, sicuramente! Ci sono registi e scrittori

con cui mi piacerebbe lavorare e ci

sono libri che mi piacerebbe adattare

per l’opera. In particolare ce n’è uno di

Daris Lessing, The Memoirs of a Survivor,

che mi piacerebbe adattare. La storia

si svolge in quella che si può credere sia

Londra, qualche tempo dopo una grande

guerra, la città è a brandelli, la società

disfatta. È la storia di due donne, una

più giovane, l’altra più matura, in una

città semidistrutta, che cerca ancora di

funzionare, in cui riemergono gli istinti

sociali e umani di base. Alcuni sono molto

positivi, altri sono scatenati dalla paura

e dall’ansietà. La storia è ovviamente un

esempio estremo di comportamenti in una

situazione emblematica, ma le stesse cose

avvengono nella vita di tutti I giorni.

La sua biografia è così affascinante

incoraggia a perseverare nelle proprie

scelte. Quale consiglio darebbe a

giovani musicisti e compositori colmi di

aspirazioni?


Sound Res - 8/30 giugno

C’è solo un unico messaggio: trovare la

motivazione per andare avanti e realizzare

quello che per sè è la cosa più importante.

Deve essere qualcosa che parte

dall’amore e dall’impegno, qualcosa che

in fondo non lascia scelta. Se devi decidere

se sei un pittore o no, allora non sei un

pittore. Se devi decidere se sei o meno

uno scrittore, allora non sei uno scrittore. Se

devi ancora decidere se sei uno scrittore o

un compositore, allora non sei né l’uno né

l’altro. Quelli che diventano pittori, scrittori o

compositori sono quelli che non hanno altra

scelta, non potrebbero essere null’altro.

Fanno l’unica cosa che possono fare. Una

volta che si ha questo tipo di realizzazione,

allora tutto il resto diventa relativo…se si

riesce ad avere una grande carriera, una

carriera media o se non si riesce a fare

carriera per niente, non importa … se si

riesce a guadagnare o meno…diventano

questioni di poca importanza perchè, in

un certo senso, si deve compiere il lavoro

per cui si è nati. Un’altra cosa importante

da tenere presente è che gli artisti hanno

il privilegio immenso di fare qualcosa di

positivo per la comunità in cui vivono. Lo

stesso si può dire degli educatori e di chi

lavora nella sanità. Gli artisti svolgono un

ruolo che va a beneficio della società. A

qualcuno può non piacere un’opera, ma

non ne subirà gravi conseguenze, si può

passare una brutta serata al cinema, ma un

brutto film non uccide nessuno…tra l’altro

io sono convinto che anche dalle cattive

esperienze si possa trarre un beneficio.

Questo è quello che penso. Ho un figlio di

trent’anni che scrive canzoni, una volta gli

chiesi come andava il suo lavoro e lui mi

rispose che non importava come andava,

dato che era la sola cosa che poteva

fare. Ed è vero: puoi far soldi, come puoi

non fare soldi, puoi riuscire a vivere di

quello che fai, come può succedere che

tu debba fare anche altro per continuare

a fare quello che hai bisogno di fare…e

se questo ti è chiaro, allora secondo

me hai successo. Alle volte la gente mi

chiede quando ho cominciato ad avere

successo… rispondo sempre che ho avuto

successo fin da quando ero giovane,

perchè suonavo di fronte ad un pubblico.

Perché facevo quello che volevo fare. Io

misuro il successo in questo modo. Quando

ho cominciato a guadagnare? Questa è

un’altra domanda e posso rispondere che

non è avvenuto prima della quarantina.

Ma considero di essere stato un uomo di

successo a vent’anni.

Cosa risponde a chi classifica il suo lavoro

come “minimalismo”?

Il minimalismo è stato un periodo, tra il

1965 e il 1975, in cui un gruppo di giovani

compositori tra cui il sottoscritto ha

elaborato un nuovo linguaggio musicale.

Eravamo interessati essenzialmente a

rassicurare e riconquistare un pubblico

per la nostra musica, un pubblico che nel

frattempo era stato allontanato da un tipo

di musica che, come posso dire, seppur

molto bella e potente, era diventata

troppo astratta, scritta in un modo

difficilmente comprensibile e dunque

non largamente apprezzata. La mia

www.soundres.org

21

generazione era determinata ad ampliare

il pubblico, cominciammo a cercare una

scrittura che potesse stabilire un contatto

col mondo in cui vivevamo. Volevamo

rompere l’isolamento della musica colta

e interrompere quella sorta di fatto elitario

e privato, estendere l’esperienza della

musica ad un più largo pubblico. La cosa

interessante è che avemmo un successo

immediato, avvenne tutto così in fretta,

con una così grande partecipazione e

una risposta trascinante che posso solo

pensare che I tempi erano giusti, o che

addirittura fossimo in ritardo per qualcosa

che doveva avvenire inevitabilmente. In

ogni caso, fu la generazione di compositori

a cui appartengo che in quei dieci anni

trasformò il mondo della musica, che

d’allora non fu più lo stesso…

Una rivoluzione…

Una rivoluzione senza spargimento di

sangue. Ovviamente facemmo arrabbiare

un po’ di gente. Ma posso dire che la

musica di oggi, quella composta dai

giovani compositori, proviene dalla nostra

esperienza, almeno nel senso che la nostra

musica diede il permesso di sviluppare ed

esplorare nuovi linguaggi, di usare nuovi

mezzi e nuovi idiomi, penso che la mia

generazione abbia aperto una porta e

che stiamo ancora assistendo agli effetti

che questo ha generato.

Bene, chiudiamo con una domanda

leggera: è stato citato in un episodio del

cartone animato South Park che, a mio

avviso, dà la misura della sua immense

popolarità…che effetto le ha fatto?

Oh, penso esattamente quello che hai

detto tu. Credo che questo misuri la mia

popolarità (ride). Mi hanno riproposto

in versione cartone animato, mi hanno

inserito nelle domande di quiz televisivi…

certo questo non significa che chi

conosce il mio nome conosca anche la

mia musica…, ma sanno chi sono e certo,

per un compositore di oggi, cresciuto

nel mondo della musica da concerto

e nella cerchia ristretta della musica

d’arte, essere acclamato e addirittura

riconosciuto è sorprendente! Devo dire

che ne sono onorato. In un certo senso, è

espressione di come si articoli l’evoluzione

della musica: se si considera che ero un

giovane compositore che sperimentava

con le proprie idée e non avevo un

pubblico, ed ora esiste un pubblico che

è cresciuto intorno a quella musica….sai,

esistono barzellette sulla musica minimale,

ma va bene così, la gente si prende gioco

di qualcosa che conosce e che ama.

Non me la prendo mai, anzi essere parte

di questo tipo di espressione può essere

molto gratificante!

È stato un vero piacere parlare con lei, e

ovviamente avrei tante altre domande da

farle. Ma so che sta per cominciare una

prova e la lascio al suo lavoro. Grazie mille

Philip, la aspettiamo a Lecce!

Sono molto felice di poter tornare a

Lecce e di prendere parte alla residenza.

Con Sound Res state facendo un lavoro

importante. A presto!

Alessandra Pomarico.

Trascrizione di David Cossin.

Traduzione di Alessandra Pomarico


22

sabato 16 giugno – dalle 21.30

Convento dei Domenicani -

Cavallino (Le)

Vision Into Art

Il programma dei concerti di Sound Res

si apre con Body Maps in Progress del

collettivo multimediale newyorkese Vision

into Art (in residenza dall’8 al 29 giugno)

diretto dalla compositrice Paola Prestini

(nella foto), e che ospita il violoncellista

Jeff Zeigler (Kronos Quartet), la cantante

iraniana Haleh Abghari, la videoartista artista

messicana Erika Harrsh e il sound designer

Brian Mohr (Kronos Quartet, John Adams).

In programma anche altre composizioni

contemporanee di Micheal Gordon,

Mark Grey e Philip Glass in un concerto

Multimediale, in collaborazione con il video

maker Davide Faggiano (Lecce) e Irene

Scardia Vocal Ensemble (Lecce). Ingresso

gratuito.

martedì 19 giugno – dalle 21.30

Manifatture Knos - Lecce

Sound Res Band

Un nuovo spazio a Lecce per musica e arte,

incontri e socializzazione. Le Manifatture

Knos, di proprietà della Provincia di Lecce

e da poco in “gestione” all’associazione

culturale Sud Est, ospitano il concerto della

Sound Res Band. Sul palco il chitarrista

e multistrumentista, inventore di bizzarri

strumenti, Mark Stewart, il violoncellista

classico e contemporaneo Felix Fan,

il percussionista Roberto Pellegrini, il

bassista/artista Steve Piccolo (nella foto),

la cantante e improvvisatrice Silvie Gensen,

il clarinettista classico e contemporaneo

Bohdan Hilash, David Cossin in doppia veste

di curatore e percussionista presenteranno

le musiche composte e provate nel corso

della residenza.

sabato 23 / domenica 24 giugno

Mediterraneo - Litoranea San

Cataldo/San Foca (Le)

In C – concerto all’alba sul

mare

La Sound Res Band paga tributo al primo

brano minimalista della storia della musica.

Nella notte tra sabato 23 e domenica 24

Sound Res - 8/30 giugno - programma

giugno presso il Mediterraneo (litoranea San

Cataldo -San Foca) i musicisti di Sound Res

e i loro colleghi locali accompagneranno

il sorgere del sole interpretando all’alba

IN C, il brano di Terry Riley (nella foto)

composto nel 1964 un’opera “aperta”,

essendo caratterizzata da una particolare

forma di partitura eseguibile da qualsiasi

combinazione strumentale. La serata sarà

aperta dalla Jam Session dei gruppi ospiti del

Festival dei Musicisti di Strada, organizzato

dall’associazione Altreforme, che il 22 e 23

giugno sarà ospitato dalle vie del centro

Storico di Lecce.

venerdì 28 giugno - dalle 21.30

Palazzo dei Celestini - Lecce

Philip Glass

Sound Res 07 si chiude con l’insigne presenza

in residenza di Philip Glass, compositore tra

i più prolifici e riconosciuti del nostro tempo,

il cui vasto repertorio include opere, musica

per orchestra, per ensemble da camera

e per solisti, numerose e famose colonne

sonore, collaborazioni con i maggiori

scrittori, artisti, danzatori, registi e uomini di

teatro. L’opera di Glass ha segnato una

svolta nella storia della musica classica

e ha condizionato gli sviluppi di quella

popolare: la sua sintassi non tradizionale,

il suo approccio sperimentale e minimale,

l’ambiguità delle sue tonalità hanno a

lungo sfidato le definizioni critiche e le analisi

compositive, segnando indelebilmente un

punto di svolta nel panorama musicale.

Glass utilizzerà il periodo di residenza nel

Salento dal 25 al 30 giugno per completare

l’opera ‘The Civil Wars’ commissionata

dalla San Francisco Opera House e scritta in

collaborazione con il famoso scrittore inglese

Christopher Hampton (autore tra l’altro della

sceneggiatura di Les Liaisons Dangereuses).

Venerdì 28 giugno alle 21.30 nell’atrio di

Palazzo dei Celestini a Lecce si esibirà in un

concerto insieme alla violoncellista Wendy

Sutter e al percussionista/curatore David

Cossin.

Sound Art

Dal 18 al 24 un gruppo di artisti visivi

e concettuali si unisce ai musicisti per

sperimentare sul suono e creare testi,

installazioni e sculture sonore da attivare

durante i concerti o in altri momenti

della residenza. Questa sezione è a cura

dell’artista Luigi Negro e si arricchisce

della presenza di Cesare Pietroiusti, Emilio

Fantin, Giancarlo Norese, noti nel mondo

dell’arte contemporanea per le loro opere

relazionali, insegnanti presso Università ed

accademie, e del musicista e video-artista

salentino Davide Faggiano. Si affianca a

questa sezione quella curata da Chierin

www.soundres.org

ArteContemporanea che ospita gli artisti

pugliesi Antonia Giuse Sanasi, Sara De Carlo,

Giuseppe Scarciglia, Sandro Marasco,

Angela Beccarisi, Remo Spada, Lucia Leuci,

Lorenzo Buffo, Giuseppe Teofilo in residenza

e in mostra presso l’Ospedale di Santo Spirito

di Lecce.

Sound res Summer School

Nel corso della residenza, inoltre, si tengono

alcune lezioni magistrali presso il Convento

dei Domenicani di Cavallino, sede del

“Settore Patrimonio Culturale: Conoscenza

e Valorizzazione” della Scuola Superiore

Isufi dell’Università del Salento. Tra gli ospiti

Undo.Net (nelle persone fisiche di Vincenzo

Chiarandà e Anna Stuart Tovini artisti e

direttori del più importante network per

l’arte contemporanea in Italia), Philip Glass

e Cesare Pietroiusti. Gli altri ospiti della

residenza terranno inoltre dei workshop

(ingresso gratuito) aperti a musicisti e

curiosi. Inoltre grazie alla collaborazione

con la Cooperativa Solidarietà Salento di

San Cesario di Lecce gli artisti coinvolgono

in un percorso laboratoriale e formativo i

ragazzi ospiti del centro, per condurli alla

produzione di musica e performance.

lunedì 11 giugno (ore 11.00) / Conservatorio

“Tito Schipa” di Lecce

Jeffrey Zeigler (violoncello)

mercoledì 13 giugno (ore 11.00) /

Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce

Mark Stewart (chitarra)

giovedì 14 giugno (ore 11.00) / Università

del Salento

Alessandra Pomarico e VisionIntoArt (Multiculturalism

and creation)

sabato 16 giugno (ore 11.00) / Scuola

Superiore ISUFI di Cavallino

Gordon Knox e Bob Sain

lunedì 18 giugno (ore 15.00) / Scuola

Superiore ISUFI di Cavallino

Undo.net (Vincenzo Chiarandà e Anna

Stuart Tovini)

mercoledì 20 giugno (ore 11.00) /

Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce

Bohdan Hilash (Sound Painting)

mercoledì 20 giugno (ore 17.00) / Sala

prove Sound Res - Masseria Ospitale

Silvie Jensen e Haleh Abghari (voce)

venerdì 22 giugno (ore 15.00) / Sala prove

Sound Res - Masseria Ospitale

Workshop/prova di IN C of_Terry Riley

martedì 26 giugno (ore 22) / Sala prove

Sound Res - Masseria Ospitale

Brian Mohr (Electronic music and

recording)

mercoledì 27 giugno (ore 15) / Scuola

Superiore ISUFI di Cavallino

Cesare Pietroiusti

giovedì 28 giugno (ore 11.00) / Scuola

Superiore ISUFI di Cavallino

Philip Glass

venerdì 29 (ore 15) / Scuola Superiore ISUFI

di Cavallino

Ira Glass


Coolibrì

Un’estate al mare

Giuseppe Culicchia

Garzanti

Non sarà un capolavoro ma descrive

in maniera impietosa e onesta, ironica

e angosciante alcuni tic degli italiani.

Giuseppe Culicchia, dopo i successi in

“giovane” età (Tutti giù per terra e Paso

Doble su tutti) e l’annus horribilis 1977

raccontato in maniera sublime nel Paese

delle meraviglie, torna in libreria con

un romanzo ambientato nell’Italia che,

nonostante le nefandezze di Moggiopoli

e Calciopoli, conquista i Campionati del

mondo di calcio. Al centro della storia

c’è un ritorno, quello del protagonista

quarantenne (come l’autore) Luca e della

sua novella sposa – di una decina d’anni

più giovane – Benedetta. I due tornano,

in viaggio di nozze, nei luoghi dell’infanzia

dell’uomo. Marsala, la Sicilia, il mare, la

granita con la brioche, la morte misteriosa

del padre (tra le righe si capisce che è

Narrativa, Noir, Giallo, Italiana, Sperimentale

la letteratura secondo coolcub

legata ad una delle pagine più nere della

cronaca “stragista” italiana), la madre

assillante – che chiama ogni cinque minuti

sul cellulare, roba del tipo “no, non mi

disturba affatto” - , un vecchio generale/

colonnello in pensione. Nel caldo di fine

giugno e inizi luglio accade di tutto: Luca

incontra, dopo venti anni, la sua vecchia

fiamma tedesca e la sua giovane e

impertinente figlia diciassettenne, Qui

la situazione si complica e la storia si

ingarbuglia sentimentalmente in modi

alquanto morbosi e ombrosi: ma tutto

regge, è plausibile. E se gli stratagemmi

di Luca per evitare la fine precoce (e

quanto precoce) del matrimonio sono da

manuale del perfetto traditore, Benedetta

è assolutamente immersa nel suo pensiero

di maternità, nella sua voglia di avere un

figlio a tutti i costi, nel suo “odiare” la sua

migliore amica che è rimasta incinta al

primo colpo, nel controllare in maniera

ossessiva l’apparecchietto che le dice

quando è in ovulazione. La storia d’amore

travagliata, ed è questo il bello del

romanzo, è condita dalle piccole manie

della vita di tutti i giorni (Luca ad esempio

è un patito dei giornali) e da un modo di

parlare dei protagonisti che ne connota

anche il carattere e le attitudini. Un bel

romanzo, agevole, scorrevole da far fuori

in poche ore. Proprio come piacciono a

me. Perciò Culicchia fa sempre, o quasi,

centro.

Pierpaolo Lala


24

Reduce

Giovanni Lindo Ferretti

Mondadori

Nasciamo da un incontro, da

un’energia migrante che porta un

corpo a cercare un corpo altro, da

un respiro unito che svela un respiro

rinnovato. Esistiamo per partire, per

urlare lontananza dai luoghi assenti, e

segnare le distanze da una dimensione

avvertita straniera. Moriamo per tornare

a casa, per risvegliare le radici sopite,

per seminare su di un passato che una

volta sentivamo sterile. “Generazione

su generazione”, cominciamo a

muovere carne e spirito, e disegnamo

su mappe d’aria e terra e acqua la

geografia della nostra persona, che

dallo spazio della venuta al mondo va

sulle tracce del senso del nostro esserci,

e spesso lo trova e fissa nei momenti

molesti del vagabondare, il più delle

volte lo smarrisce e dimentica quando

quel vagabondare si arresta. Nelle

fermate obbligate dell’inquietudine,

si alleva qui il cambiamento. Repentino baratto di direzione, ordina l’infame. I piedi

eseguono, e il cammino conosce la sua svolta. L’anima se ne fa convincimento, e il

cammino si espande. Questo andare controverso ed irritante ci narra Ferretti nella sua

prima opera: controverso perché la rotta mutata spesso reca con sé un presagio di

inganno; irritante perché scatta infido il timore che anche chi legge possa ritrattare la

propria identità, e scoprirsi peccatore di incoerenza, e ritrovarsi nudo di appartenenza.

Si levano temibili i dubbi sull’onestà del pensiero costante, sulla legittimità del pensiero

variato. Ma il viaggio continua e si consuma tra atti d’amore, mai genuflessi - l’autore

è padrone - verso le terre e le storie, intime come comuni, che hanno chiamato e

accolto Giovanni: la Jugoslavia, il Salento, il deserto, la Siberia, Gerusalemme, Mosca,

le montagne di famiglia, la nonna - che anche i nonni sono terre. Per tutte un vento

ed un’analisi, tra liriche temerarie e prose prudenti, che alternano lo scritto ragionato

ad un cantare audace e insieme sofferente, ma mai si fanno predica, e tanto meno

supplica. Piuttosto opinione, e in quanto tale opinabile. Testo scomodo, che urta,

vietato agli orfani di mito, precluso ai fedeli alla linea. Ma se la linea non c’è più, fedeli

a cosa? Ferretti registra la fine di un tempo, anche il loro. E intanto coltiva benedizioni

per la Storia.

Stefania Ricchiuto - Il Passo del Cammello

Amnesie di un viaggiatore

involontario

David Madsen

Meridiano Zero

David Madsen è

lo pseudonimo di

un professore universitario

inglese

che attualmente

vive ed insegna

a Copenaghen.

Roma, città in cui

ha soggiornato per

diverso tempo, ha

influenzato in particolare

i suoi studi,

orientandolo verso

l’approfondimento

della tradizione esoterica cristiana e la

ricerca sui grandi eretici gnostici. Londra,

città natale, ne ha ispirato la scrittura e la

scelta di pubblicare in forma rigorosamente

anonima. Dopo Memorie di un nano gnostico

- stravagante romanzo sugli inquisitori

capitolini del cinquecento - e Confessioni

di un cuoco eretico - bizzarra opera sull’ossessione

creativa di un gastronomo per la

carne cotta e cruda - Madsen ritorna con

una storia surreale e ricca di humour, che

ci permette di scavare nella dimensione

onirica della dimenticanza con l’appiglio

robusto di uno e più sorrisi. Hendryk viaggia

solo su di un treno. Un black-out improvviso

causa l’arresto del convoglio, e al ritorno

della corrente il passeggero si ritrova smemorato,

senza pantaloni, e in compagnia

di due folli personaggi: il dottor Sigmund

Freud, psichiatra ed omonimo del ben

più celebre psicoanalista, e il capotreno

Malkowitz, uomo rozzo e sgradevole che

minaccia anni di lavori forzati per i viaggiatori

sprovvisti di biglietto. Inizia con l’incontro

dei tre un viaggio impossibile sulla necessità

di “ricordare”, sull’urgenza feroce e

razionale di essere pienamente presenti a

se stessi. Tra adattamenti strampalati alla

realtà apparente, e tentativi traballanti di

ricondursi al comprensibile, l’autore dirige

le sue creature sino ad un castello, in cui

si organizzano senza sosta banchetti succulenti,

battute di caccia alla mucca e

conferenze sull’arte dello yodel, costruendo

un’insolita commedia dei sogni dentro

i sogni. La sola riappropriazione dell’identità

perduta può svelare la trappola che

costringe i tre malcapitati, conducendoli

però, anche, alla fine della loro esistenza.

E allora, che fare? Destarsi dalle imprese

assurde e senza misura, o continuare a

Coolibrì

dormire un sonno brioso e privo di cognizione?

“Nei sogni, amico mio, gli elefanti

volano sulla Luna”. E Madsen, autore dallo

stile pulito e dai contenuti resistenti, fa librare

giocosamente nell’aria le inquietudini e

le angosce del pensare umano. Perché le

paure si sciolgono solo se si parte alla ricerca

della smarrita eccentricità, e i desideri

si realizzano se ci si incammina con incoscienza

verso l’eccesso proibito.

Stefania Ricchiuto - Il Passo del Cammello

Cronache di un

disinfestatore

Giuseppe Furno

Atì editore

Dalla celebrazione

di un funerale, rito

ultimo dell’esistenza

che fu, spesso

hanno inizio irruzioni

violente e dissacranti

nella immensa

memoria familiare.

Accade proprio

questo all’entomologo

Omero

Cagidiaco, protagonista

del lavoro

d’esordio dell’autore

radio-televisivo romano Giuseppe

Furno: alla morte del padre, infatti, lo attendono

i tempi infiniti della rielaborazione

del lutto, che lo conducono a spasso

nei ricordi più lontani, riconsegnandogli gli

intrecci complicati di una parentela difficile.

L’eredità conseguente al triste evento,

quindi, si rivela un patrimonio carico

insieme di benevolenze ed ostilità, che lo

porta a rivedere e reinterpretare i modi e

le dinamiche del suo stare al mondo. A

cinquant’anni passati si indirizza così verso

un ritorno alle origini, ritrovandosi bambino

vivace e curioso in giocoso conflitto con

la sorella Sandra, fine pensatrice in erba e

futura docente di filosofia. Cresciuto tra la

casa familiare e l’impresa di disinfestazione

creata da suo padre, Omero si appassiona

prestissimo alle formule chimiche e biologiche

che regolano la vita degli uomini, ed

all’osservazione del mondo minuscolo e

perfetto di quegli insetti che l’attività paterna

studia per poi sterminare. Si laurea

così in chimica, per poter sostenere con la

precisione dell’indagine quanto il padre gli

ha trasmesso con l’esperienza delle cose,

avviandosi verso una brillante carriera nel

campo dell’entomologia. Ma l’atteggiamento

speculativo su cui la sua professione

si fonda arriva ad inficiare anche l’intimo e

il privato, e Omero si ritrova, senza accorgimento,

a boicottare le emozioni e a relegarle

nel freddo spazio degli avvenimenti

previsti e prevedibili, perché - come tutto

- anche queste seguono “le leggi immutabili

dei processi biochimici del cervello”.

Romanzo curatissimo, dalla scrittura voluttuosa,

quest’opera prima di Furno diletta il

lettore combinando tra loro il libero arbitrio

e la fissità della scienza, in un simpatico

duello all’ultima percezione, in una disfida

aperta e senza vincitori.

Stefania Ricchiuto - Il Passo del Cammello


Coolibrì

Memorie di un artista della

delusione

Jonathan Lethem

Minimum Fax

Attenzione! Il libro che avete tra le mani

può tirarvi un brutto scherzo. Chi ama la

saggistica e corre in libreria ad acquistare

l’ultima fatica di Jonathan Lethem, Memorie

di un artista della delusione, edito da

minimum fax, a lettura terminata potrebbe

inveire contro l’editore e chiedere al libraio

di fiducia la restituzione degli euro sborsati

per portarsi il libro a casa, o quantomeno

scambiare il libro dell’autore di La fortezza

della solitudine con un saggio che rispetti

tutti i crismi del genere. Preambolo

necessario, perché il libro in questione, pur

raccogliendo interventi critici scritti nelle

occasioni più disparate, in realtà è un

intenso ripensamento retrospettivo degli

anni di formazione di Lethem, una sorta di

autobiografia geneticamente modificata,

dove gli episodi della fanciullezza e

dell’adolescenza si trasformano in

correlativi oggettivi composti da film, libri,

fumetti e musica. L’autore sembra volerci

comunicare “sono Jonathan Lethem

perché ho divorato i fumetti della Marvel,

perché ho amato Philip Dick alla follia,

nonostante il fatto che lo stesso abbia

sfornato libri maledettamente illeggibili,

perché una ragazza che mi piaceva mi ha

portato una sera, in un cinema, a vedere

un film di Cassavetes, sono Jonathan

Lethem perché ho avuto un padre pittore

(Ho imparato a pensare guardando mio

padre che dipingeva) e una madre colta

ed eccessiva, con il dono della scrittura,

stroncata troppo presto da un male

incurabile”. Al di là di tutti i titoli citati, di

tutta la cultura enciclopedica, affastellata,

confusa, onnivora, mostrata da Lethem

in questo libro, rimangono, a lettura

compiuta, le pagine dedicate al rapporto

conflittuale con il padre e a quello troppo

presto interrotto, ma tuttora viscerale,

totale, ineliminabile con Judith Lethem, la

madre: “Dato che i Pink Floyd erano fioriti

all’indomani della perdita di Barrett, io non

dovevo necessariamente crollare in mille

pezzi per dimostrare quanto mi era costata

la scomparsa di una figura immensa

come quella di Judith Lethem. Essere

sopravvissuto alla sua morte non significava

affatto averla disonorata. Le dovevo

soltanto una magnifica canzone”. Ecco,

tutto il senso del libro mi pare racchiuso in

queste poche righe, e perché no, tutto il

senso del suo essere scrittore è racchiuso in

questa tentativo continuo di non crollare

in mille pezzi, di evitare lo sbriciolamento

emotivo attraverso la costruzione di lucenti

mondi narrativi.

Rossano Astremo

Il collezionista di tempo

Marino Magliani

Sironi

Marino Magliani,

scrittore ligure

che vive da molti

anni in Olanda,

ha da poco pubblicato

per Sironi

il romanzo Il collezionista

di tempo.

La prima cosa che

ho pensato, una

volta terminata la

lettura del libro, è

stata: “Questo libro

mi ricorda Gli

esordi di Antonio Moresco”. Stilisticamente

siamo lontani anni luce. Moresco forza la

prosa, la lacera dall’interno, la fa esplodere.

Magliani ama un linguaggio misurato,

composto, fatto di parole antiche, compite,

mai eccessive. Eppure in entrambi i romanzi

si racconta la storia di un uomo che

passa attraverso tre stadi: quello dell’adolescenza,

della giovinezza e della maturità.

Ed altri sarebbero gli elementi comuni rintracciabili

nella trama, piccoli rimandi che,

comunque, nulla tolgono all’originalità del

lavoro di Magliani. Il protagonista della storia

è Gregorio. Il lettore può seguire l’evolversi

della sua vita scandita in tre momenti.

Nel primo momento Gregorio è ragazzino

in collegio, nel secondo un giovane appena

congedato dalla leva militare, con

l’idea quantomeno bizzarra di trasferirsi in

Spagna per dedicarsi allo spaccio della

droga, nella terza è ormai adulto, esiliato

dalla Liguria in Olanda, dove vie grazie

ad un sussidio statale, trascorrendo le sue

giornate scrivendo romanzi mai pubblicati.

A ritmare la narrazione la presenza di

alcune voci che assillano Gregorio sin da

bambino. Una volta giunto in Olanda, una

di queste voce, quella di un certo Lukas,

gli si manifesterà attraverso l’invio di alcune

email provenienti dal futuro: dal 2065.

Sarà proprio questa fitta corrispondenza

a determinare alcuni cambiamenti nella

vita di Gregorio, il cui destino è drammaticamente

legato a quello di Lukas. Quello

di Magliani è un romanzo che racconta la

storia di un uomo, costruita attraverso l’utilizzo

di una scrittura essenziale, a tratti lirica,

sempre efficace.

Rossano Astremo

Cento poesie d’amore a

Ladyhawke

Michele Mari

Einaudi

Da un narratore sopraffine come Michele

Mari c’era da aspettarselo: esordire con

un libro di versi, Cento poesie d’amore a

23

25

Ladyhawke, edito

recentemente da

Einaudi, e lasciare

il segno. Parla

d’amore Michele

Mari, s’addentra

in uno dei temi più

usati e abusati della

letteratura, ma

riesce a farlo con

intelligenza e grazia,

ironia e struggimento,

usando

un numero spropositato di citazioni messe

tutte al servizio della propria autobiografia.

Mari racconta di un amore nato tra i banchi

di scuola, durato per più di trent’anni,

custodito segretamente, poi esternato,

tacitamente vissuto, mai consumato, poi

svanito. Come i grandi libri di poesia, quelli

che attraversano indenni il passare dei lustri,

il libro di Mari si legge, ma soprattutto

si rilegge, si assapora lentamente, come

boccone delicato che dalla lingua sprigiona

il suo gusto unico, toccando il cervello

e rendendolo schiavo. I ricordi del passato

annegano la memoria del poeta. Ricordi

dai quali non riesce a liberarsi. Ricordi che

hanno ricadute inevitabili sul suo presente.

La realtà è più dura d’ogni dorata immaginazione,

perché la donna amata dal

poeta è sposata. Lei, però, dopo i primi

tentennamenti, non cede, cerca di preservare

la stabilità della sua vita, cerca di non

farsi travolgere da questa nuova possibile

passione. Tutto si avvia verso il più negativo

degli epiloghi. Restano solo i condizionali

ad alimentare artificiose costruzioni di una

vita non vissuta. La separazione è avvenuta,

ma con quali danni: “Fedeli al duro

accordo / non ci cerchiamo più // Così i

bambini giocano / a non ridere per primi

/ guardandosi negli occhi / e alcuni sono

così bravi / che diventano tristi per la vita

intera”. Inutile aggiungere che ho trovato il

libro stupendo. L’ho letto, l’ho riletto e ancora

aleggia nello spazio della mia stanza

riservato alle letture future.

Rossano Astremo

Merda e luce

Antonio Moresco

Effigie

Ecco il teatro di

Antonio Moresco:

un uomo e una

donna nudi, sotto

un cielo stellato,

in una notte

estiva, con uno

spaccaossa a fare

da leitmotiv ai loro

discorsi sul senso

del loro amore;

Maria Callas, nel

fulgore della sua

forza vocale,

alle prese con la progressiva prepotenza

scenica della sua tenia; un siparista, in

un monologo iroso e folle sul senso e sul

valore del teatro, interrotto solo dalle

incursioni sceniche di un motociclista e

dal rigonfiamento improvviso di un cazzo;

una partoriente che dialogo con la voce

del proprio feto; sullo sfondo il sole, la

luna e una meteora, sulla scena un unico

attore che incarna, di volta in volta, famosi


26

personaggi del passato, da Primo Levi

ad Alessandro Magno, da Adolf Hitler

allo stesso Antonio Moresco. Questi, in

sintesi, i contenuti dei cinque testi teatrali

che compongono Merda e luce, il nuovo

libro dello scrittore mantovano, appena

edito da Effigie. Nel suo teatro, come

già dimostrato in La santa, i protagonisti

abbandonano il proprio corpo per divenire

tutt’uno con lo spazio e il tempo, in una

sorta di totale fusione materica, all’interno

della quale la parola teatrale riacquista

tutta la sua radicalità e violenza, la sua

fragilità e poesia.

Rossano Astremo

Mal di pietre

Milena Agus

Nottetempo

Dopo Mentre dorme il pescecane, Mal di

pietre. Titolo strano l’uno, strano l’altro. In

comune tra i due romanzi, oltre alla stranezza

del titolo, un modo particolare di scrivere,

quasi una trasposizione del parlato,

Come diventai monaca

Cesar Aira

Feltrinelli

una storia di tutti i

giorni raccontata

con un non so che

di magico, una

ricerca “pazza”

dell’amore, che

quando c’è fa

male ma quando

non c’è fa ancor

più male. I capelli

neri corvino raccolti

in delle crocchie,

i calcoli renali,

il sangue dappertutto, i dolori strazianti,

la presunta pazzia, la Sardegna bigotta,

la guerra racchiudono la vita di questa

donna speciale, raccontata dalle parole

della nipote, voce narrante del romanzo.

Un romanzo da leggere in un’ora di fila,

quattro ristampe in un mese in una Francia

entusiasta, le poesie e i versi citati accanto

al duro dialetto sardo, le strade di Milano,

Genova, Cagliari, Gavoi. Al centro una

donna che è figlia mamma nonna, moglie

amante puttana, artista, sognatrice, bellis-

Dimenticate subito suore e conventi, perché

questa è la storia di un tenero bambino di sei

anni e del suo gelato alla fragola. Niente conflitti

di coscienza, niente conversioni dunque,

nell’universo assurdo di Aira basta molto meno

per stravolgere una vita. Forse non l’avreste

mai immaginato, ma un semplice cono gelato,

nonostante il suo aspetto innocente, è in grado

di disgregare una famiglia mandando un

padre in carcere, un figlio in coma e lasciando

una madre inconsolabilmente sola; ed in

questo romanzo le cose andranno proprio così.

Ovviamente non finisce qui, anzi, siamo soltanto all’inizio. Preparatevi allora a svolte

imprevedibili, perché pagina dopo pagina la situazione si complica, il reale quotidiano

si dilata e si distorce, al punto che non capirete più nemmeno se il protagonista sia in

realtà un piccolo lui o una piccola lei; anzi, l’incredibile finale, pur spiazzandovi alla

grandissima, non darà ancora una risposta all’enigma. A questo punto, dopo aver

consumato inutilmente le meningi, non potrete far altro che accettare la sconfitta

e rimettervi al buon cuore della traduttrice, che in una nota finale vi indirizzerà verso

la soluzione. Doverosa avvertenza: arrivare a riconoscere, contro ogni razionale

aspettativa, che possa esistere una logica dietro la monacazione di un bambino di

sei anni non è certo cosa facile; seguire l’autore nelle sue folli evoluzioni narrative

richiede pazienza e applicazione, ed alcuni di voi potrebbero trovare tutto ciò assai

fastidioso, se non addirittura irritante. In questo caso - ma solo in questo - il mio consiglio

è di lasciar perdere, altrimenti portate questo libro sotto l’ombrellone e preparatevi a

cento pagine di pura goduria.

Silvestro Ferrara

Coolibrì

sima. Combatte con su mali de is perdas

(il male delle pietre), con l’incomprensione

della gente, con i sogni e i ricordi. Per chi

ha i calcoli, per chi non viene capito, per

chi sogna, per chi ricorda.

Valentina Cataldo

Magia del cinema, le visioni

dell’invisibile

Giuliano Capani

Aracne

Il cinema è una macchina strana, complessa

eppure semplicissima nella sua immediatezza.

A suo modo persino magica.

È questo che racconta nel suo libro, intitolato

per l’appunto Magia del Cinema

(Aracne editrice) Giuliano Capani, docente

del Laboratorio Audiovisivo dello STAMS

di Lecce e figura di spicco del panorama

culturale salentino. Il libro cerca di svelare

gli ingredienti alla base di quella pozione

che è il cinema, analizzando provocatoriamente

passato, presente e futuro di un

mezzo troppo spesso sottovalutato eppure

di straordinaria potenza. A tratti tecnico, di

sicuro sempre appassionato, il racconto di

Capani è corredato da una serie di tavole

ed immagini che ne rendono più facile la

comprensione e più piacevole lettura anche

per i non addetti ai lavori. Al centro

delle analisi sempre un approccio scientifico

che è per l’autore una maniera valida

di confrontarsi con una forma artistica, ma

pur sempre regolata da rigidi meccanismi.

Interdisciplinare e variegato, questo libro

rappresenta non solo un valido strumento

per gli appassionati, ma anche un’ottima

occasione per chi semplicemente voglia

saperne di più.

C. Michele Pierri

La casta

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

Rizzoli

In Italia ci sono oltre cinquecentomila auto

blu. Lo stipendio dei parlamentari è di oltre

15mila euro al mese, senza contare una serie

di privilegi come viaggi gratis in auto e

treno e 4mila euro al mese per i collaboratori

(spesso pagati in nero) e per i “rapporti

con gli elettori”. I parlamentari europei italiani

sono retribuiti con circa 150mila euro

all’anno, più del doppio rispetto ai colleghi

francesi, spagnoli, svedesi e olandesi. Bastano

questi numeri per capire che i costi

della politica sono altissimi. Sono questi alcuni

dei dati contenuti ne La casta – Come


Coolibrì i politici italiani

sono diventati intoccabili,libro-inchiesta

scritto da

due giornalisti del

Corriere della Sera,

Gian Antonio Stella

e Sergio Rizzo. In 18

capitoli sono raccolti

tutti gli sprechi

della politica italiana,

dalle spese folli

dei consigli comunali

alle migliaia di

cariche distribuite

nelle società pubbliche ai politici “trombati”

alle ultime elezioni. L’inchiesta di Stella

e Rizzo parte dalla Puglia, dalla pianeggiante

Comunità montana della Murgia

tarantina. “È unica al mondo – scrivono

gli autori -: non ha salite, non ha discese e

svetta a 39 (trentanove) metri sul mare”. E

ha pochissime funzioni. In compenso ha un

bilancio di circa 400mila euro all’anno, che

viene quasi tutto impiegato per le spese di

personale e per lo stipendio del presidente,

dei sei assessori e dei 26 consiglieri. Che noi

paghiamo.

Ludovico Fontana

D’amore e di altre sevizie

Stefano Zuccalà

Zona

Ventisette anni di Galatone, studente di

Lettere Moderne all’Università del Salento,

Stefano Zuccalà pubblica, con Editrice

Zona, D’Amore e di altre sevizie che esce

dopo Quaderno in la minore (2001) e Nadir

(2004. Piccoli racconti in versi, che parlano

soprattutto d’amore spesso tinteggiato in

maniera poco romantica, molto concreta.

Nella prefazione lo scrittore Livio Romano

sottolinea tutti i pregi del volume. “Stefano

Zuccalà è un poeta che non prende sul serio

il ruolo della poesia, o che della poesia è

talmente innamorato, talmente cosciente,

da accostarvisi con referenzialità ironica,

con la consapevolezza di chi riconosce

all’arte del versificare una tale dignità da

non poter fare altro che arricciare le dita

per non accarezzarla bollando senza

troppe perifrasi come delirante il sublime.

Venerdì 29 e sabato 30 giugno il Castello

Aragonese di Otranto ospita Il Vicino

Oriente convegno internazionale sul Medio

Oriente organizzato dalla redazione

dell’omonima trasmissione radiofonica di

RadioRadicale, sito internet multimediale

(www.ilvicinoriente.it) e prossimamente

giornale periodico free-press. Il Convegno,

patrocinato dalla Presidenza del Consiglio

dei Ministri, dalla Regione Puglia, dall’Azienda

di Promozione Turistica di Lecce

e da Il Corriere del Mezzogiorno, rientra

nell’articolato programma di Salento Negroamaro,

rassegna delle culture migranti

della Provincia di Lecce in questa settima

edizione dedicata al rapporto tra la civiltà

occidentale e quella arabo-islamica.

Il Medio Oriente rappresenta con la sua

storia, la sua cultura (laica e religiosa), le

sue tradizioni e i suoi costumi, il luogo, in

cui i percorsi delle donne e degli uomini

di oriente ed occidente, interagiscono: si

incontrano, si scontrano, si miscelano, si

distruggono, si confrontano, si annientano.

Il Medio Oriente ci emoziona, ci affascina,

ci incuriosisce. La sua storia, dalla più antica

alla più recente, racchiude tutti gli elementi

e i particolari, tipici delle “grandi storie”.

L’emozione, la passione, il desiderio, il

cambiamento, la morte…. Questo è presente

nei protagonisti delle vicende mediorientali

ed è forse quello che più ci colpisce,

che ci spinge alla ricerca di qualcosa

che sentiamo

particolarmente

nostra. Quella

mediorientale

è ancora una

dimensione vicina

ai sogni, alle

angosce, ai desideri

e alla vita

della gente.

Il Vicino Oriente

proporrà due

giorni di dibattiti,

testimonianze

ed impressioni

su di un’area

27

che oggi attira le

maggiori attenzioni

della comunità

internazionale e

che vive nei sogni,

nei progetti, nei

desideri di una società

civile a cui ci

sentiamo indissolubilmente

vicini. La

scelta del nome, il

vicino oriente, non

ha evidentemente una motivazione solo

geografica. Rappresenta il tentativo di

guardare al Medio Oriente convinti che le

tante lacerazioni tra le nostre civiltà nascano

prima di tutto da un enorme deficit conoscitivo

delle nostre culture millenarie.

Si parte venerdì 29 giugno (dalle ore 18.00)

con “Islam e Occidente. La grande sfida

del nuovo secolo”. Vittorio Emanuele Parsi

converserà con: Khaled Fouad Allam, Nicola

Bux, Renzo Guolo, David M. Jaeger,

Giovanni Pellegrino. Introdurrà Mohammhdjavad

Faridzadeh (ambasciatore

iraniano presso la Santa Sede). Dalle ore

20.00 il sociologo Franco Chiarello modererà

“La Persia attraverso la macchina da

presa. Incontro con il cinema iraniano”.

Parteciperanno Antonia Shoraka, Khosrow

Sinai, Fereshteh Taerpour, Hossein Taheri,

Edoardo Winspeare.

Sabato 30 giugno dalle ore 18.30 si discuterà

di “Oriente e Occidente. La difficoltà

del conoscersi” con Maddalena Tulanti,

Francesco Boccia, Toni Capuozzo e Joumana

Haddad (nelle foto), Firouzeh Khosrovani,

Monica Maggioni, Michelle Nouri,

Farian Sabahi, Yasemin Taskin. Ultimo appuntamento

alle 21.00 il direttore di Radio

Radicale Massimo Bordin introdurrà e modererà

l’incontro “Medio Oriente in fiamme.

Quanto è lontana una pacificazione

dell’area?”. Parteciperanno Akl Awit,

Gianluca Ansalone, Giuseppe Caldarola,

Duilio Giammaria, Vittorio Emanuele Parsi,

Antonio Polito, Stefano Polli, Robert Springborg.


28

Coolibrì

Chiamo Nicola Valentino un sabato pomeriggio. Lo trovo, come

al solito, molto disponibile a raccontare - più che a rispondere a

delle domande - i vissuti pesanti verso cui la casa editrice Sensibili

alle Foglie ha orientato le sue pubblicazioni.

Sensibili alle Foglie è un nome suggestivo. Suggerisce un’identità,

un modo di porsi quasi poetico verso i vari contesti di ricerca. In

realtà, la vostra produzione riguarda tematiche tutt’altro che lievi.

Come nasce, allora, questa denominazione?

Devo premettere che tra le attività di cui ci occupiamo vi è anche la

raccolta di manoscritti, disegni, dipinti di persone istituzionalizzate.

Per creare un contenitore che custodisse tutti i documenti, è

stato istituito un “Archivio di Scritture, Scrizioni e Arte Irritata”, da

me diretto. Tra questi materiali ci sono anche i quaderni di una

donna di Torino, che furono spediti in carcere a Renato Curcio nel

corso di una corrispondenza. Questa donna aveva conosciuto sia

l’istituzione psichiatrica che quella carceraria, ed in uno di questi

quaderni aveva scritto “Chi è sensibile si può rovinare, chi può

morire. Io sono sensibile alle foglie, al povero, al patire”. Da questa

frase il nome della nostra realtà.

Tu sei il co-fondatore della casa editrice, insieme a Renato

Curcio. Cosa vi ha spinti a creare una situazione autonoma di

produzione?

La nostra storia nasce in carcere alla fine degli anni ‘80. Io, Renato

e Stefano Petrelli - che eravamo in carcere da circa un decennio

- decidiamo ad un certo punto di affrontare un lavoro sul tipo

di esperienza umana che fanno le persone recluse. In modo

particolare, indaghiamo su come le persone detenute riescono

a tenersi in vita, come fanno a non morire, come rispondono ai

meccanismi mortificanti dell’istituzionalizzazione. La motivazione

principale era comprendere la nostra esperienza. Nasce una

ricerca. Pensiamo così alla pubblicazione di questo lavoro,

verificando però che gli editori che contattiamo hanno difficoltà

a diffondere queste tematiche. Con alcuni operatori esterni

al carcere, allora, avviamo la possibilità di pubblicare in forma

autonoma questa analisi. Editiamo così il primo titolo di Sensibili

alle Foglie: Nel bosco di Bistorco.

Quindi siete stati mossi soprattutto dalla necessità di testimoniare

e sfogare un vissuto personale, necessità che si è tradotta dopo in

un’urgenza di denuncia più diffusa.

Tutti e due i filoni della nostra ricerca, e cioè la critica delle istituzioni

totali e l’esperienza della lotta armata degli anni ‘70, sono analisi

relative alla nostra vita.

Poca accoglienza nei confronti delle vostre narrazioni, all’epoca.

E ora, nel vasto panorama della piccola editoria indipendente,

rintracciate delle realtà a voi affini?

Ci sono sicuramente editori che fanno un ottimo lavoro, con

produzioni editoriali di qualità e di un certo respiro sociale. Abbiamo

avuto modo di incontrarne alcuni alle ultime fiere di Napoli e di

Torino. Come affinità possiamo individuare un problema comune,

che è la ricerca di uno spazio reale nelle librerie. Spazio che

dovrebbe spettarci di diritto, visto l’ampliamento degli interlocutori

sociali in seguito alle molte direzioni delle nostre ricerche: mondo

del lavoro, istituzioni sanitarie, case di cura per anziani. Inoltre,

un’accoglienza particolare sta riscontrando il Progetto Memoria

sull’esperienza armata degli anni’70. Stiamo puntando molto ,

quindi, sul nostro sito - nei giorni scorsi rinnovato - per rispondere a

questo spazio sociale mancante.

Qual è il nesso tra la critica verso le istituzioni, totali e non, e

l’attenzione verso un tema come quello degli stati modificati di

coscienza?

Domanda importante. Cominciammo, per Il bosco di Bistorco,

ad occuparci delle risorse a cui attingono le persone recluse

per mantenersi in vita. Scoprimmo che molte di queste risorse

appartenevano al territorio della dissociazione identitaria

volontaria.

L’autore pubblicato al quale siete più legati?

Difficilissimo rispondere. In questi giorni stiamo ristrutturando il

nostro sito. Un settore è dedicato ai nostri autori. Elencandoli, ci

siamo resi conto di aver pubblicato autori provenienti da tutte

le parti del mondo, e che hanno affrontato le più diverse ed

estreme esperienze di vita. Autori legati anche alla ricerca a livello

nazionale, e al mondo accademico. Tutti insieme hanno costruito

una ricchezza umana sociale, preziosa per il nostro lavoro.

Sensibili alle Foglie non è solo una casa editrice, ma anche una

cooperativa che rintraccia il suo fondamento nell’analisi sociale.

Quali le vostre altre attività?

Noi siamo principalmente un laboratorio di ricerca. Questa

ricerca si articola in varie modalità, editoriale, principalmente,

ma anche seminariale. Inoltre, creiamo in tutta Italia cantieri di

socioanalisi narrativa, attraverso gruppi di lavoratori che operano

all’interno delle istituzioni. Queste dinamiche ci consentono di

esplorare le strutture dal loro interno. Proprio attraverso i cantieri è

nato il mio ultimo lavoro Pannoloni verdi, sui dispositivi mortificanti

e le risposte di sopravvivenza che si consumano all’interno delle

case di riposo per anziani. Sottolineo, poi, le mostre itineranti che

curiamo, frutto della raccolta di manoscritti, scarabocchi e dipinti

conseguenti al malessere dell’inclusione e dell’esclusione sociale.

Ne curiamo davvero molte, destano tutte interesse e riscuotono

molto successo.

Ultima domanda. Il numero di giugno di Coolclub sarà dedicato

ai festival estivi, soprattutto musicali ma non solo. Cosa pensi delle

fiere letterarie che ormai pullulano sull’intero territorio durante

l’anno, e che animano anche l’estate italiana ?

(ride ndr) Alcune le seguo e le trovo anche interessanti, quel che

vedo però è che il nostro lavoro è diverso.

Stefania Ricchiuto - Il passo del cammello


Be Cool il cinema secondo coolcub

Notturno Bus

Davide Marengo

01 Distribution

Tutto in due giorni: è quello che accade

in Notturno Bus. Parafrasare il cult movie

di John Landis è istintivo, forse un po’

esagerato per le vicende raccontate,

decisamente più italiane e meno intense,

o forse solo un po’ più dilatate, rispetto alla

nottataccia di Jeff Goldblum e Michelle

Pfeiffer. Le vicende, e la vita, sono quelle di

Franz, “cuor di leone”, autista di autobus,

giovanotto capitolino “normalmente

vile”, e quella di …Leila, o Angela, o…

ancora Alessandra, giovane donna,

eccezionalmente bella e ladra. Un incontro

casuale il loro, in autobus; tra loro due

un’immediata empatia, ma anche due

poliziotti (Francesco Pannofino e Roberto

Citran) uno divertente e crudele, l’altro

gelido, entrambi estremamente decisi

e cattivi; un agente segreto in gamba,

buono e romantico (Ennio Fantastichini),

un microchip di vitale importanza per un

pezzo grosso dello Stato, un nerboruto

“ras” di quartiere che cerca di recuperare

un piccolo credito di gioco, una valigetta

stracolma di bigliettoni di grosso taglio.

Tanti quanto bastano per cambiare una

vita; anzi due.

Questi gli ingredienti della piacevole

commedia, miscelati con assoluto

senso della misura, e furbizia, da Davide

Marengo. È un’opera prima per il regista

che, prima di questo italianissimo “noir”,

aveva già mostrato il suo talento in Craj,

uno spettacolo teatro-musicale con

Teresa De Sio, Lindo Ferretti e un bel po’ di

personaggi e musicanti salentini. Qualche

importante videoclip e, adesso, Notturno

Bus, film che se riesce a strappare applausi

in sala (… è quello che è successo a

Lecce), qualcosa significherà pure.

In effetti gli ingredienti per una piacevole

serata al cinema ci sono tutti “a bordo”

del Notturno Bus guidato da Marengo.

C’è la storia, assolutamente normale

ma ben raccontata e coinvolgente

(liberamente tratta dall’omonimo romanzo

di Gianpiero Rigosi), c’è la suspense giusta,

una opportuna dose di azione, ben

costruita (funziona bene, per esempio,

l’inseguimento a bordo di autobus), c’è

un finale intenso, in grado perfino di far

tribolare e parteggiare; ci sono titoli di

coda divertenti e “scanzonati”. Ci sono gli

interpreti. Bravi. C’è Valerio Mastandrea

alle prese con l’interpretazione di “se

stesso”. Un ruolo, quello di un autista di

autobus, romano, intelligente e furbo, per

quanto normalmente vile, che sembra

cucito su di lui. Un ruolo solito, per lui,

ma che funziona alla grande, come

sempre. C’è poi Giovanna Mezzogiorno,

protagonista bella e brava, ladruncola di

passaporti, dall’infanzia negata, immersa

in un presente torbido, ma con un futuro

ambizioso. Ci sono tutti gli altri personaggi,

co-protagonisti, e funziona tutto, non c’è

che dire. È efficace il mix di elementi che

rendono Notturno Bus un film assolutamente

godibile. Un po’ di commedia, un pizzico

di noir, una manciata di azione, una

spruzzatina di giallo. Tutto in due giorni, e in

un paio di ore di film.

da.qua.


30

La vie en rose (La môme)

Olivier Dahan

Una donna di spalle che, mani tese, canta su un palco. È il 1959 ed è New York. Un

attimo dopo, siamo catapultati nel 1918 per le vie di Belleville, XX arrondissement de

Paris dove un’altra donna canta per strada, e una bambina dagli enormi occhi blu

impauriti piange. Si apre così, senza troppe presentazioni, solo il titolo in bianco, Le

vie en rose. Olivier Dahan, alla regia, ha deciso di non seguire un filo cronologico

per raccontare la vita della piccola potente Môme, ha scelto una stupefacente

Marion Cotillard ad interpretarla, sei ore giornaliere di trucco per dare credibilità al

personaggio, ha riempito le scene di persone, dettagli, cenni. Musica.

L’infanzia nel bordello, l’infezione agli occhi e le preghiere intense a Sainte Thérèse

de Lisieux; Titine, la prostituta affezionata come mamma; il rossetto rosso messo per

gioco. Il padre contorsionista, la madre assente, il circo. La Marseillaise. Poi, le canzoni

per strada, l’amica del cuore Momone, le prime audizioni, Leplée e Raymond Asso.

Il cabaret e il teatro. Mon légionnaire. Le amicizie sbagliate, l’alcool, gli abbandoni.

Ma una intensa voglia di ricominciare sempre, daccapo, ripartire da zero. Impara a

recitare, a “vivere la canzone”, diventa attrice. L’America, prima ostile poi riconoscente,

-“io sono troppo triste, loro sono troppo coglioni” dice Edith riferendosi agli americani

-, l’incontro con Marlène Dietrich, l’amore travolgente per il pugile Marcel Cedran,

la violenza dei pugni e le carezze della sua voce, la tragedia infinita quando Marcel

muore in cielo. L’Hymne à 1’amour. Il dolore, la morfina, la dipendenza. Le iniezioni, le

date annullate e le tournèe che sono un trionfo. La vie en rose. Un accenno alla figlia

morta di meningite, agli incidenti stradali, all’Olympia, al matrimonio. Tutta una vita

per cenni e richiami, per canzoni, un film lungo veloce mai noioso che ha commosso a

febbraio la platea berlinese e commuove ora quella mondiale. Al centro una donna

di fragile costituzione, determinata, capricciosa, goffa, innamorata, curva, sorridente,

malata, che a quarantasette anni ne dimostra settanta o più. Ma gli enormi occhi blu

impauriti, nei dispiaceri e nella felicità, rimangono quelli di sempre. Edith ci insegna a

non rimpiangere mai, nella vita, niente di niente. Non je ne regriette rien.

“Signora Piaf, che consiglio darebbe a una donna? Ama. A una ragazza? Ama. A un

bambino? Ama”.

Valentina Cataldo

Buenos Aires 1977 - Cronaca

Di Una Fuga

Adrián Caetano

20th Century Fox - Fandango

Nel 1978 a Buenos Aires la nazionale

argentina divenne per la prima volta

campione del mondo di calcio: il dittatore

Videla consegnò nelle mani di Daniel

Passerella la Coppa del mondo. Negli stessi

anni in Argentina a qualcuno è capitato

di passare dallo spogliatoio di un campo

di calcio di serie B ad una prigione per

terroristi. A qualcuno è capitato di vedere

la madre e la sorella umiliate nella propria

casa perché si rifiutavano di svelare il tuo

nascondiglio. “Chi non è con me è contro

di me”, il leit motiv di tutte le dittature, e

quella dei generali

argentini non fece

eccezione. Il film

di Israel Adriano

Caetano tratto

da un romanzo

autobiografico di

Claudio Tamburini

parla di questo: del

regime e del suo

potere sulle persone.

La trama di per sé

non è la parte più

interessante del film, che passa da una

parte claustrofobica che ricorda Garage

Olimpo e La notte delle matite spezzate

ad un finale travolgente con il racconto

della fuga, tipo Midnight Express. La parte

più interessante del film è lo sguardo

della camera che si fonde con quello dei

prigionieri: derisi, seviziati, mortificati, privati

persino della loro personalità: in nome di

cosa? Ecco, forse vale la pena cercare

questo film e andarlo a vedere anche solo

per porsi questa domanda.

Willy De Giorgi

Breakfast on Pluto

Neil Jordan

Fandango

Be Cool

Neil Jordan continua a misurarsi con il

vasto universo della identità sessuale, lo

aveva fatto quindici anni fa con il noto La

moglie del soldato, lo rifà oggi con una

nuova trasposizione cinematografica.

Trova ispirazione nelle pagine di Patrick

McCabe, nella sua Irlanda occupata dagli

inglesi e rivendicata dall’Ira, in una storia

a cavallo tra confini identitari e geografici

che si spezzano. Breakfast on Pluto è la

storia di Patrick Brady (Cillian Murphy), sin

da subito, “gattina”. La cesta sulla porta

di una chiesa, poi il rossetto allo specchio,

i tacchi. Gli insulti, la valigia colorata, la

fuga alla ricerca della madre vera, lady

fantasma, che è scappata via nella cit

che non dorme mai, un selvaggio oceano

che tutto inghiotte. Gattina per le strade

di Londra e per quelle della sua piccola

Tyreelin, dove ritorna, porta scompiglio,

fa scalpore. L’autostop, il frontman di una

band indiana e il mago che si innamorano

di lei, dei suoi movimenti eccentrici, dei

suoi occhi blu, da uomo o donna, sempre

gli stessi. Una vita non facile scandita per

capitoli e supportata da una colonna

sonora sparata a palla. Il lento sulle spalle

del marine e Bobby Goldsboro che canta

Honey, la sua preferita. Nell’intero film, sono

l’ironia e la fantasia a salvare gattina, che

credeva fosse possibile fare colazione…

dove? Su Plutone.

Valentina Cataldo

Zodiac

David Fincher

Warner Bros.

Direttamente dal sessantesimo festival di

Cannes la vera storia di Zodiac, il serial killer

che nel 1969 terrorizzò San Francisco con

ben tredici omicidi rimasti irrisolti. Sempre

abile nel rappresentare la tensione questa

volta il cinema di David Fincher, autore di

pellicole come Seven o Fight club, si sgretola

davanti ad un intreccio reale quindi


già scritto e poco

negoziabile. Zodiac,

che ha

in una sceneggiatura

lenta e

prevedibile il suo

peggior nemico,

non riesce mai

ad entusiasmare

lasciando con la

brutta sensazione

di un’opera

incompiuta e raffazzonata.

Il gioco

che accompagna autori e spettatori in

film come questi, quello di scovare l’assassino,

è reso impossibile dal reale svolgimento

della vicenda che non ha mai dato un

volto al colpevole. Il film punta sui numerosi

personaggi che compongono lo scenario

in cui si muove l’assassino e in cui spicca

un sempre più maturo Jake Gyllenhaal

(Brokeback mountain) nei panni di un appassionato

giornalista. Al centro del film

anche il disagio di essere impotenti davanti

allo scorrere degli eventi, di sapere che

in fondo la vita è piena di sorrisi, ma anche

di ingiustizie. Poca roba per un autore che

aveva senza dubbio il dovere di stupire e

scarse note positive per un lavoro che non

vale davvero la pena di vedere.

Michele C. Pierri

Grindhouse - Death Proof

Quentin Tarantino

Medusa

Grindhouse – Death Proof è stato presentato

in concorso al sessantesimo Festival di Cannes.

L’ultimo film di Quentin Tarantino è uscito nelle

sale americane, in verità, con scarsi risultati al

botteghino, in coppia con Planet Terror (che

probabilmente vedremo al Festival di Venezia

a Settembre) diretto dall’amico, suo alter ego,

Robert Rodriguez, intermezzati da falsi trailer

cinematografici. Arriva nei cinema italiani, in

una versione gonfiata, lunga 85 minuti.

Dopo essersi ispirato agli “spaghetti western”

e agli “yakuza”, con quest’ultima pellicola, il

regista di culto del doppio Kill Bill e Pulp Fiction,

omaggia proprio i film dei cinema “grindhouse”,

dei postacci, poco raccomandabili, in cui venivano proiettati a rotazione durante tutta

la notte i b-movies degli anni 60 e 70, privi di ambizioni artistiche, che offrivano delle

miscele esplosive di sesso, violenza, donne e auto veloci. Protagonista della storia è uno

stuntman, un Kurt Russell in versione basettoni e ciuffo impomatato, un personaggio

singolare che si diverte ad andare a caccia di giovani donne che prima seduce, poi

tortura e infine investe con la propria Chevrolet d’epoca. L’uomo deve però vedersela

con otto ragazze, delle “hot chicks”, tra cui ricordiamo le attrici Rosario Dawson e

Tamia Poitier, che non ci stanno ad essere le vittime di turno e gli daranno del filo

da torcere. Quentin Tarantino, che anche qui si ritaglia un piccolo ruolo da attore,

confeziona un film che, seppur lontano dalla quasi perfezione stilistica dei suoi ultimi

lavori, diverte per le sue innumerevoli e sempre precise citazioni (e autocitazioni!) da

cinefilo incallito, per i suoi lunghi e contorti dialoghi, sempre in puro stile “tarantiniano”

e per le grandiose inquadrature. Il regista sceglie, questa volta, di essere anche il

direttore della fotografia, ottenendo ottimi risultati. Si diverte a “graffiare” e a sottrarre

volutamente alcuni fotogrammi, proprio per ricordare l’atmosfera tipica dei filmacci

dei cinema grindhouse.

Sabrina “Zero Project” Manna


32

Come leggono gli americani: focaccia? Non è facile ma, a

operazione completata, prende un senso di sazietà. Focaccia è

termine onomatopeico di quelli che, pronunciati al suo cospetto,

potrebbero far venire una punta d’ulcera al signor McDonald.

Ma questo adesso. Riavvolgendo il nastro, è ancora il 2001. Nella

Murgia digradante, terra di lentisco e falchi grillai, pulo e funghi

cardoncelli, la colonizzazione americana sta per abbattersi.

All’ombra della M gigante, gli altamurani si avvicinano all’Impero.

Filet-o-fish, McRoyal, McToast, McSnack, McChicken. Tavolini

sagomati intorno al corpo, commessi cappellino in testa e mezzo

sorriso in faccia, clown gigante con parrucca un po’ IT un po’

Crusty. Tutti i ticket sono in regola per entrare nel tunnel della

globalizzazione. Gli altamurani all’inizio ci stanno. Il Mc Donald’s

si adagia su 550 metri quadri, luccica,

attira, fa sentire meno periferici. Ma alla

M si accosta la D, non di Davide contro

Golia (realtà biblica che pur si da) ma di

Digesù, panificio proditoriamente aperto

proprio a fianco del fast food. A consigliare

la manovra è stato Onofrio Pepe, paladino

del mangiare secondo tradizione nonché

presidente della locale associazione a tutela

del fungo cardoncello. La concorrenza è

sulla carta leale, sulla pasta sleale. Effluvi

di focaccia contro effluvi di patate fritte;

tranci di pizza ripiena da mangiare subito

contro hamburger fast food. Il big mac

perde colpi, l’ufficio marketing corre ai

ripari ma i ragazzi hanno cominciato a

consumare il patrio alimento persino sui

tavolini esterni del Mc. Alla fine, il colosso

s’inginocchia e dichiara un fallimento che,

attraverso il New York Times e Liberation, fa

il giro del mondo.

Materiale su misura per Nico Cirasola,

regista nato poco più in là, a Gravina, e

certamente sensibile, oltre che alle storie

bizzarre, al buon cibo. Accadimenti che,

alla stessa maniera, conquistano i produttori

Gianluca Arcopinto e Alessandro Contessa

con la loro Pablo Bunker Lab. E le riprese

del docufilm Tu vò fa’ l’ammericano

cominciano. Una prima tranche è già

stata realizzata a New York, nel cuore

della grande mela e dei McDonald, tra

Manhattan e Greenwich Village. Anche

della finzione, protagonista è l’ormai

mitologico Onofrio Pepe, io narrante del

piccolo caso internazionale. A NYcity è

riuscito, troupe al seguito e focaccia in

mano, a introdursi in un Mc Donald’s. “I

commessi ci guardavano interrogativi

La parabola di Nico Cirasola s

Gli affezzionati di Sky nelle ultime

settimane si saranno imbattutti nelle

pellicole del regista Nico Cirasola,

nato nel 1951 a Gravina, personaggio

eclettico e adorato dal mondo

cinematografico pugliese ma non

solo. Il suo recente Bell’Epoker (con

Dante Marmone, Dino Abbrescia,

Pinuccio Sinisi e Edoardo Winspeare)

racconta la vita di Bari attraverso gli

occhi del custode del glorioso teatro

Petruzzelli distrutto da un incendio nel

1991. Tra le altre pellicole di Cirasola

Albania Blues, Da do da, Odore di

Pioggia.

Be Cool

– ricorda - ma siamo

riusciti a fargli credere che stavamo festeggiando un compleanno

all’italiana e che Nico girava il filmino di rito. Alla fine, la focaccia

ce l’hanno riscaldata loro stessi”. Non è mancato neanche il

mandolino, suonato addirittura da John Labarbera, musicista di

John Turturro nella messinscena dell’eduardiano Questi fantasmi.

La mission americana non è ancora del tutto compiuta. Cirasola &

Pepe torneranno per incontrare il signor McDonald e convincerlo

a inserire la morbida icona altamurana nei Mcmenu o, almeno,

per aprire il punto vendita Focaccia Blues o Mediterraneo Blues o

Lampascione Blues. Le idee non sono ancora molto chiare se non

sul principio: “dobbiamo convertirli al buon gusto”. Ne è convinto

Cirasola che, qualche settimana dopo, agli inizi di maggio ha

dato il via al set altamurano. Cambio di

set, cambio di facce. “Vengo io, vengo

io?” grida all’indirizzo del regista, che

dispone le comparse intorno al tavolo,

un indigeno pelle bruciata e andatura

preoccupante. Cirasola, dal canto suo,

più che alla recitazione deve badare che

le focacce per la scena restino al loro

posto. “Aspettate a mangiare che sennò

finiscono”. Ma il film si fa anche per spiegare

la malìa della morbida pasta lievitata.

Qualcuno lamenta pure l’assenza di un

bell’agnello arrosto. Ma, in compenso,

arriva il vino rosso e, poi, una corvette gialla

con finti bulli americani e hamburger veri.

La battaglia alimentare, come le riprese,

ha inizio sulle note di “Chellà là” cantata

modello karaoke da un “posteggiatore”

locale. Premesse eccezionali. Tu vò fa’

l’ammericano sarà interpretato anche

dagli attori Dante Marmone, Luca Cirasola

e Tiziana Schiavarelli e da una allegra

rappresentanza sparsa di altamurani. La

vicenda prenderà forma di favola.

Assicura il produttore Contessa:

“Prevederemo un ampio uso di

“product placement”, evitando di citare

direttamente il McDonald’s”. E, intanto,

si cercano sponsor. Dovrebbe esser

pronto per la prossima Festa del cinema

di Roma “ottima vetrina per un film che

già dal trailer, da poco montato, ci

appare assolutamente entusiasmante”.

Prime immagini che lasciano pregustare

quest’angolo di paradiso gastronomico

low budget ma decisamente high quality

(come imparò il signor McDonald).

Antonella Gaeta


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33 A P P U N T A M E N T I


I M M A G I N A L A M U S I C A

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MUSICA

ogni venerdì / Montecarlo Night con Tobia

Lamare al Soul Food di Torre dell’Orso (Le)

domenica 10 / Bermuda Acustic Trio a

Trepuzzi

Serata in ricordo di Maurizio Rampino,

giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno,

scomparso un anno fa. E proprio nel giorno

dell’anniversario della sua morte (giovedì 14)

verrà consegnato il premio a lui dedicato.

domenica 10 / Paolo Fresu a Cavallino (Le)

giovedì 14 / Rio a Cutrofiano (Le)

venerdì 15 / Ameba4 all’Ombra del barocco

di Lecce

venerdì 15 / Sud Sound System a San

Pancrazio Salentino (Br)

venerdì 15 / Zina alla Fiera di Galatina (Le)

da venerdì 15 a sabato 16 / Anima Mundi a

Galatina (Le)

Tuttaunaltracosa e Solidaria direzione sud

ospitano la presentazione ufficiale delle

nuove produzioni firmate Anima Mundi. Nel

corso dei tre giorni (tutte le info su www.

tuttaunaltracosa.it) saranno presentati i

cd: Tis Klei di Ninfa Giannuzzi, partendo

dal Salento con la proposta di brani della

tradizione e di inediti esclusivamente in

lingua grika, un viaggio nei paesi che si

affacciano sul Mediterraneo prima, e

passando attraverso lo Stretto di Gibilterra,

supera l’Oceano Atlantico e si ferma

nell’Oceano Pacifico; Nuzzelu e Pparolu

di Tonino Zurlo, straordinario cantastorie

e poeta popolare di Ostuni. Osannato

da artisti importanti tra cui Moni Ovadia e

Giovanna Marini. Il cd è accompagnato da

un libro contenente il pensiero e la poetica

di questo grande artista; Mandatari di

Dario Muci. Il “mandatario” è il messaggero

d’amore chiamato per cantare una

serenata a una bella fanciulla. Il nuovo

progetto di Dario Muci è un percorso nei

territori al confine tra musica popolare e

jazz attraverso composizioni originali ed

inediti arrangiamenti di alcuni canti della

tradizione popolare salentina. Info www.

suonidalmondo.com

sabato 16 / Vision into art (vedi inserto Sound

Res) all’Isufi di Cavallino (Le)

sabato 16 / Abash alla Fiera di Galatina

(Le)

domenica 17 / Orchestra dei Popoli della

Provincia di Lecce alla Fiera di Galatina

(Le)

da lunedì 18 a giovedì 21 / Festa della

musica a Cursi (Le)

Palazzo De Donno e Piazza Pio XII a Cursi

ospitano la seconda edizione della Festa

della musica, ideata e promossa dal Centro

di produzioni musicali Dilinò di Muro Leccese.

Quattro giorni per ricreare una vera e

propria fiera in cui si riuniscono le maggiori

produzioni indipendenti salentine allestendo

35

venerdì 22 e sabato 23 / Festival dei musicisti di

strada a Lecce

L’appuntamento è ormai tradizionale per

l’inizio dell’estate salentina. Anche quest’anno

l’associazione Altreforme presenta, nell’ambito del

festival Salento Negroamaro, il Festival dei musicisti

di Strada. Il centro storico sarà invaso per due

sere da una carovana multietnica di musicisti che

farà risuonare suoni provenienti da tutto il mondo.

In programma il blues dei Marvellous Pig Noise

(Francia), la fanfara di strada della Bandakadabra

(Italia), il reggae dei Sons of gaia (Francia), il jazz di

Valentina Madonna e Roberto Gagliardi (Salento),

l’innovazione araba dei Lamar (Palestina), l’elettronica dei Scientist & Cinic (Salento) e il

flamenco delle Malasangre (Spagna).

i loro angoli promozionali per presentare i

loro lavori, le loro produzioni, i loro progetti. Si

parte lunedì 18 con l’inaugurazione ufficiale

e un’inedita ed originale manifestazione dal

titolo Musica di pietra, con dimostrazioni di

sculture dal vivo sullo sfondo della musica

degli Otakatroi E Ntzuia Nahara (Dub-

Lounge Dj Set). Martedì spazio ai Crifiu con

il loro Folk-core dal Salento, e i Nidi D’arac,

una delle band migliori del panorama

della world music internazionale, capaci

di mescolare la tradizione della trance

folklorica al concetto di trance legato

alle nuove tendenze della club culture

e rendendo i loro live veri e propri rave

di musica etnica. Mercoledì 20 giugno

sul palco si alterneranno i Mascarimirì di

Claudio “Cavallo”, e Zina, progetto elettroworld

dell’eclettico trombettista Cesare

Dell’anna. Ultima giornata giovedì 21 con

numerosi show-case di tanti gruppi salentini,

tra i quali hanno già dato adesione: Criamu,

Mascarimirì, Discordia, Aioresis, P40 Band,

Skarlat, Sostanza, Lagrima De Oro e tanti

altri. Inizio concerti ore 21.30. Ingresso libero.

Info: www.dilino.com – 0836/341153.

martedì 19 / Sound Res band (vedi inserto

Sound Res) alle Manifatture Knos di Lecce

da mercoledì 20 a venerdì 22 / Veglie in

Jazz a Veglie (Le)

venerdì 22 / Bandadriatica a Melpignano

(Le)

È Contagio il titolo del primo cd della

BandAdriatica guidata dall’organettista

e cantante Claudio Prima. BandAdriatica

è la banda del nuovo tempo, emaciata e

contenta come i padri che hanno percorso

suonando i chilometri che ci hanno portato

dove siamo e ad un tempo modernamente

figlia di tutti gli ascolti che il viaggio e la

strada propongono, inevitabilmente. Dieci

musicisti percorrono e ripercorrono le strade

virtuali che uniscono due mondi musicali,

attraccando nei porti che si affacciano

sull’adriatico, come se Venezia, Capodistria

e Dubrovnik fossero le tappe obbligate per

arrivare più in fretta da Lecce a Tirana.

La presentazione ufficiale del disco è in

Piazza San Giorgio a Melpignano. Ingresso

gratuito.

venerdì 22 / Agnese Manganaro al Soul

Food di Torre dell’Orso (Le)

Col Salento nel sangue e il Brasile nel cuore

Agnese Manganaro si muove con agilità

nel repertorio a lei caro: la bossa e gli anni

’60. Cantautrice per vocazione e artista in

continua evoluzione, si autodefinisce “una

pralina ripiena di bossa nova con pezzetti di

jazz e ricoperta da pop fuso”. Ha da poco

inciso un disco per l’indipendente Irma

Records. Il primo singolo dal titolo E vai via

prodotto da Roberto Vernetti (collaboratore

di Mina e Caterina Caselli) è già nella

playlist delle radio di tutta Italia. Si esibisce in

quartetto ma ama anche le performance

più intime, voce e chitarra. Il suo repertorio

di cover comprende brani in portoghese,

inglese, spagnolo, italiano e giapponese,

ispirato all’atmosfera del lounge.

da venerdì 22 a domenica 24 / Festa dei

Sapori antichi a Surbo (Le)

L’associazione Le Rene organizza la terza

edizione della Festa dei Sapori Antichi. Una

tre giorni dedicata ai prodotti tipici locali,

alla musica e alla tradizione. Sabato 23

giugno doppio concerto tra rock e musica

balcanica, blues e sonorità jazz. Alle 21.00

sul palco saliranno i Black Notes, a seguire

gli Opa Cupa. Domenica 24 giugno, infine,

serata conclusiva della Festa dei sapori

antichi con la pizzica degli Alla bua. Ingresso

gratuito

sabato 23 / In c concerto all’alba (vedi

inserto Sound Res) al Mediterraneo sulla

litoranea San Cataldo/San Foca (Le)

sabato 23 / Fabrizio Bosso a Vaste (Le)

sabato 23 / Roy Paci & Aretuska al Torre

Regina Giovanna di Apani (Br)

domenica 24 / Opa Cupa e Skarlat a Zollino

(Le)

domenica 24 / Triace a Taviano (le)

da mercoledì 27 a sabato 30 / Bari in Jazz

a Bari

Giunge alla sua terza edizione il Festival

Bari In Jazz – Swinging & Swimmin’ diretto

da Roberto Ottaviano. Il cartellone di

quest’anno presenterà dal 27 al 30 giugno,

in vari siti del centro storico, una significativa

panoramica dei progetti di punta del

panorama musicale europeo ed americano,

ivi comprese alcune produzioni originali,

e due omaggi a paesi extraoccidentali.

Il 27 andranno in scena The Three Moons,

Trilok Gurtu con l’Arkè String Quartet, il trio

di Norma Winstone ed il gruppo Dondestan


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con Karen Mantler con un programma

denominato The Robert Wyatt Project; il

28 sarà la volta del trio di Carlos Zingaro,

Lucas Niggli Zoom, Michel Portal & Richard

Galliano, e della MinAfric Multiculti Orchestra;

il 29 prevede la partecipazione di Paolo

Angeli, Kenny Wheeler Quartet, Henri Texier

La Strada Quintet e della Gangbé Brass

Band. Il 30 proiezione del film reduce dal

festival di Berlino “Play Your Own Thing” di

Julian Benedikt, conversazione con l’autore

ed alcuni musicisti presenti al festival. Ogni

sera Bari In Jazz Village con mostre, dj set e

gruppi emergenti nella zona portuale a cura

di Controradio e del Conservatorio Piccinni

di Bari. Info 0805283361

giovedì 28 / Philip Glass (vedi intervista

nell’inserto Sound Res) a Palazzo dei

Celestini di Lecce

venerdì 29 / Philip Glass a Bari

venerdì 29 / Enrico Rava a Cavallino (le)

lunedì 4 luglio / Idir al Castello di Otranto

(Le)

sabato 7 / Soeur Marie Keyrouz – Meditations

de l’Orient a Palazzo dei Celestini di Lecce

TEATRO

dal 7 al 30 giugno / Ecumenes ad Egnatia-

Fasano (Br)

A Egnatia (Fasano, provincia di

Brindisi), uno dei siti archeologici più

importanti della Puglia, il primo cantiere

internazionale delle arti nell’ambito del

progetto ECUMENES –Eredità Culturali del

Mediterraneo nelle Eccellenze Storicoarchitettoniche

selezionato dal Programma

Comunitario Interreg IIIA/Grecia Italia con il

coordinamento artistico dei Cantieri Teatrali

Koreja. Intenso e variegato il programma

con spettacoli di danza, teatro, musica,

cinema ma anche installazioni, work in

progress, laboratori, conferenze e incontri

proposti da artisti greci e italiani con

l’obiettivo di valorizzare il patrimonio

culturale comune, materiale e immateriale.

Attorno al tema de “La eredità della cultura

classica greca nella contemporaneità”

sono molte le novità assolute come Mari di

voci, installazione per nastro magnetico di

Biagio Putignano, The Cryonic Chants con

Scott Gibbons e la Societas Raffaello Sanzio

(giovedì 28 giugno), Ajax the madness da

Sofocle con l’Attis Teatro di Atene per la

regia dello straordinario regista Theodoros

Terzopoulos (venerdì 22 e sabato 23

giugno), le Apparizioni con la compagnia

Katzenmacher di Alfonso Santagata

(giovedì 14, venerdì 15, sabato 16 giugno),

Polis della compagnia Abbondanza-Bertoni

(sabato 30 giugno), la festa-concerto con i

greci Sirtos (sabato 9 giugno), lo studio su Le

Troiane di Euripide a cura di Koreja (sabato

9 giugno), le conferenze di Gino Pisanò (15

giugno), Francesco D’Andria (23 giugno),

Eduardo Sanguineti (sabato 30 giugno). Info

0832 24 20 00 progetti@teatrokoreja.com

dal 4 al 6 luglio / Persae a Marina di Andrano

(Le)

Astràgali Teatro promuove “Persae” una

nuova produzione teatrale internazionale

sostenuta dalla Provincia di Lecce e dalla

Fondazione Culturale Europea, seguendo

un percorso

meridiano, in

cui è impegnato

da anni,

per la creazione

di una rete

culturale nel

Mediterraneo.

Lo spettacolo,

per la regia di

Fabio Tolledi è liberamente tratto dalla tragedia

di Eschilo “I Persiani”. Astràgali teatro

realizzerà una residenza teatrale internazionale

che coinvolgerà, oltre alla compagnia

salentina, un gruppo selezionato di attori

e attrici provenienti da Siria, Giordania, Albania.

La residenza (dal 18 giugno al 3 luglio),

condotta dal regista, sarà finalizzata

alla realizzazione dello spettacolo che avrà

luogo in tre repliche (dal 4 al 6 luglio - Marina

di Andrano). Persae è l’occasione per

realizzare un lavoro comune tra artisti, attori

e musicisti italiani, siriani, giordani, albanesi,

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proseguendo il work in progress di Astràgali

Teatro per la creazione di una Compagnia

Teatrale Mediterranea.

INCONTRI

da venerdì 8 a domenica 10 giugno /

Laboratorio di scrittura: Scritture e narrazioni

tra biografia e letteratura al Convento dei

Francescani Neri di Specchia (Le)

mercoledì 13 / Recital Le rivoluzioni di

Eleonora nell’ex Convento dei Padri

Agostiniani di Melpignano (Le)

venerdì 15 / Letteratura tra giallo e cronaca

nell’ex Convento dei Padri Agostiniani di

Melpignano (Le)

domenica 17 / Premio Olio della Poesia con

Adonis a Serrano

giovedì 21 / Convegno “Olivo: coltura e

cultura del Mediterraneo. Puglia, Israele,

Palestina: agricoltura e artigianato per

un economia di giustizia e pace” a San

Francesco della Scarpa di Lecce

venerdì 22 / Adnia Shibli (scrittrice

palestinese) presenta “Estetica e resistenza

nella nuova scrittura palestinese”. Introduce

Monica Ruocco a San Francesco della

Scarpa di Lecce

venerdì 22 / Scrittrici di Puglia a Taviano

La rassegna Donne che dovresti conoscere,

organizzata nell’ambito del Progetto

nazionale GiovaniLibri dall’associazione

Diotimart e dalla Libreria Idrusa, ospita un

incontro con alcune autrici salentine: Luisa

Ruggio, Elisabetta Liguori, Carmen Tarantino.

Accompagnamento musicale dal vivo:

Donatello Pisanello

giovedì 28 / Giovane poesia ad Alessano

(Le)

venerdì 29 / Inferno minore di Claudia

Ruggeri ad Alessano

La rassegna Donne che dovresti conoscere

si chiude con un incontro sulla poesia di

Claudia Ruggieri. Nata 27 agosto 1967 a

Lecce, sin da bambina scrive filastrocche

e poesie e mostra una propensione

straordinaria verso la lirica. Negli anni ’80 è

considerata da molti come “promessa della

poesia italiana”. Il suo primo testo compiuto

è Inferno minore, presentato e chiosato da

Franco Fortini. Verrà pubblicato solo nel

dicembre del 1996 sulla rivista “L’incantiere”,

due mesi dopo la sua prematura e tragica

scomparsa. Parteciperanno Mario Desiati,

Mauro Marino, Anna Rita Merico, Maria

Teresa Ruggeri Del Zingaro, Alessandro

Canzian, Maria Mazzone. Letture: Francesca

Russo

sabato 30 / Staramascè a Lecce e Maglie

(le)

“L’Afghanistan non è un paese in guerra, ma

una terra utilizzata e scelta – ancora una volta

– da una guerra alimentata da imposizioni e

mancanza di dialogo, la dimostrazione che

il pregiudizio e le dittature nell’informazione

sono all’origine dell’evoluzione di ogni

conflitto”. Descrive così la sua visione

dell’Afghanistan il fotoreporter salentino

Kash Gabriele Torsello rimasto per alcune

settimane, lo scorso autunno, nelle mani dei

talebani. Quella lunga esperienza nelle terre

martoriate da una guerra infinita è diventata

una mostra fotografica. “Staramascè, attimi

di vita tra l’Afghanistan e il Salento: trenta

fotografie per trenta piazze” raccoglie trenta

gigantografie (manifesti 6x3), attimi di vita in

Kabul, Badakhshan, Khost e Kandahar, che

saranno affisse in trenta piazze di comuni

salentini. Le foto, in formato ridotto, saranno

inoltre in mostra presso la Galleria Lamarque

di Maglie (www.lamarque.it). La mostra

rientra nell’articolato programma di Salento

Negroamaro, rassegna delle culture migranti

della Provincia di Lecce. La presentazione

ufficiale sarà ospitata dall’Aula Consiliare

di Palazzo dei Celestini. Dalle 10.30 Torsello

illustrerà i contenuti della mostra e discuterà

con giornalisti, politici e operatori culturali.

Alle 19.00 invece si terrà l’apertura ufficiale

della mostra di Maglie. Per info www.kashgt.

co.uk

lunedì 1 luglio / Incontro con lo scrittore turco

cipriota Mehmed YasIn a San Francesco

della Scarpa di Lecce

37 La redazione di CoolClub.it non è responsabile

di eventuali variazioni o annullamenti.

Gli altri appuntamenti su www.coolclub.it

Per segnalazioni:

redazione@coolclub.it


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Gea, un’irrequieta liceale, vive

in un’imprecisata città moderna,

trascorrendo le proprie giornate tra la

scuola e le prove del gruppo musicale, nel

quale suona il basso. Orfana di entrambi i

genitori, abita in un fatiscente stabile ed è

mantenuta da un misterioso benefattore,

che chiama Zio. La ragazza, dietro tale

facciata movimentata ma ordinaria,

nasconde un segreto: appartiene alla

casta dei Baluardi, millenari custodi

dell’ordine dimensionale, il cui compito è

difendere la nostra realtà dalle invasioni

di mostruose entità. Moltissimi esseri alieni

vivono tra gli umani pacificamente e con

discrezione, tuttavia tra essi si nascondono

alcuni membri della Razza nemica, feroci

demoni che dominavano la Terra prima

dell’uomo. Combattuti ed esiliati dai

Baluardi, i demoni desiderano far ritorno

sul nostro pianeta per riconquistarlo e

spazzare via gli usurpatori umani. Grazie

all’azione dei pochi demoni rimasti sulla

terra, è stata aperta un’enorme porta

extrtadimensionale che ha condotto

una moltitudine di creature sul nostro

pianeta e ne ha mutato l’aspetto,

sconvolgendone i vari ecosistemi. Il

mondo non è più lo stesso, mentre le

società umane sono cadute nel caos, a

causa dell’azzeramento di tutte le risorse

tecnologiche su cui si poggiava la loro

esistenza, e debbono confrontarsi con le

numerose forme di vita animale e vegetale

di altre realtà. Soltanto Gea assieme ad

un esiguo numero

di persone è

consapevole di ciò

che è accaduto e

si è posta a difesa

d e l l ’ u m a n i t à

contro le orde

bellicose di

demoni, nelle

prime avvisaglie

di un conflitto

mondiale senza

precedenti. Gea

è un’anomalia

all’interno della

casa editrice

Bonelli: testata

semestrale, scritta

ed illustrata dal

talentuoso Luca

Enoch, la serie

vanta caratteristiche peculiari rispetto a

Dylan Dog, Julia e gli altri comics targati

Bonelli. La trama poggia su una continuità

narrativa in antitesi con l’autoconclusività

caratteristica delle altre testate, che

ha permesso ad Enoch di ribaltare le

sue premesse iniziali, facendo evolvere

vicenda e personaggi. Questo è

conseguenza della piena libertà creativa,

che l’editore ha dato al fumettista, autore

del fumetto culto dell’underground

degli anni ’90, Spray Liz, che aveva

come protagonista una spregiudicata

graffitara bisex, perennemente in lotta

con poliziotti violenti e naziskins ottusi.

Sin dai suoi esordi, Enoch s’è distinto

per il tratto dai dettagli accuratissimi

(da ciò la sua leggendaria lentezza

nel disegnare) e per il mix tra fumetto

occidentale e suggestioni nipponiche.

In Gea vi sono continue citazioni di Keith

Harring, di Felix il gatto, dei lavori delle

Clamp (le fumettiste giapponesi, autrici

di Sailor Moon) e persino dei due film di

Men in Black, nei quali Tommy Lee Jones

e Will Smith ricercavano alieni immigrati

clandestinamente sulla Terra. Il risultato

è una magmatica esplosione di stile e

tematiche differenti, amalgamati con

sapiente cura e passione. Un altro aspetto

fondamentale della serie è il riguardo

per gli argomenti a sfondo sociale: nel

corso dei 16 episodi pubblicati, Enoch

ha spesso affrontato la questione

della convivenza tra culture differenti,

attraverso la metafora del binomio

umano-alieno sino a giungere all’attuale

conflitto, che sta devastando il mondo di

Gea. Gli stessi demoni invasori non sono

soltanto dei mostri spietati, ma creature

a cui è stato strappato il proprio mondo

e condannate all’esilio in un luogo

tremendo. Utilizzando i canoni del genere

fantasy, fantascientifico e catastrofico,

l’autore si diverte a ricreare un mondo,

nel quale la sopravvivenza degli uomini è

affidata al buonsenso ed alla tolleranza

verso il diverso da sé. Appassionante ed

originale Gea è uno dei migliori prodotti

seriali italiani, condito da un’ironia ed

una sagacia che ne stempera i momenti

più drammatici. Vista la sua semestralità,

è facile reperirne gli arretrati, dunque

se vi capita acquistatelo. Ne rimarrete

soddisfatti.

Roberto Cesano

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