Le coperture piane Capitolo 4 - Volteco
Le coperture piane Capitolo 4 - Volteco
Le coperture piane Capitolo 4 - Volteco
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<strong>Le</strong> <strong>coperture</strong> <strong>piane</strong><br />
Terrazzi, balconi: tipologie strutturali e sollecitazioni<br />
Trattamenti impermeabilizzanti delle superfici e dei giunti<br />
Riuso edilizio: recupero di terrazzi ammalorati e degradati<br />
I quaderni di Impermeabilità<br />
Fascicolo n. 5<br />
mp/edizioni - Tel. 0423 480849<br />
Direttore Responsabile<br />
Noemi Salvalaggio<br />
Stampa<br />
Grafiche Piovesan - Villorba<br />
<strong>Capitolo</strong> 4<br />
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Impermeabilizzare fuoriquota<br />
Dopo aver trattato di fondazioni e relative<br />
protezioni impermeabili nei vari casi normalmente<br />
presenti nel palinsesto “cantieristico” delle<br />
costruzioni civili, iniziamo ora ad affrontare l’aspetto<br />
delle costruzioni in elevazione fuori dal piano<br />
campagna.<br />
Mentre per le basi dell’edificio il contatto<br />
con l’acqua avveniva per immersione in falda<br />
o contatto con le percolazioni di acque meteoriche<br />
nel terreno limitrofo, nel caso del “fuoriquota” (ndr:<br />
quota piano campagna), ovvero per le parti esterne<br />
al terreno, è logico partire dagli eventi meteorici e<br />
dalle tematiche principali da questi innescate nelle<br />
costruzioni, ossia dalla protezione superiore dell’edificio:<br />
il tetto.<br />
Tantissimo è stato scritto sul tetto e<br />
in questa sede non c’è intenzione di entrare negli<br />
aspetti più didascalici di definizione di tetti piani,<br />
a falde, inclinati in genere, bensì di inquadrare<br />
la problematica sostanziale: l’allontanamento delle<br />
acque piovane.<br />
Mentre nell’interrato e sul piano campagna<br />
ci si trova, come citato precedentemente,<br />
ad essere “immersi” nel terreno e nell’acqua/umidità<br />
che in esso ristagna, per l’edificato fuori terra<br />
il vero problema è, invece, evitare l’infiltrazione<br />
dell’acqua meteorica nel transitorio del suo deflusso<br />
verso il terreno stesso.<br />
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Come ben si conosce anche a livello<br />
storico, più è rapido il deflusso e meno probabilità ci<br />
sono di avere infiltrazioni nello stabile. In sostanza,<br />
quanto più la pendenza è accentuata e quanto meglio<br />
funziona il tutto. Addirittura è nota la pratica<br />
antica, tuttora in uso in paesi in via di sviluppo, di<br />
usare rami, foglie e terreno impastato per realizzare<br />
la chiusura della capanna con l’accortezza di usare<br />
strati multipli e con pendenze idonee.<br />
I tetti a falde ripercorrono le medesime<br />
tematiche con lastre e tegole di varia foggia e dimensione,<br />
integrando i concetti di impermeabilizzazione<br />
con quelli di ventilazione ed isolamento, per<br />
evitare rispettivamente condense e dispersioni termiche.<br />
<strong>Le</strong> problematiche maggiori si riscontrano,<br />
invece, quando le basilari regole di deflusso<br />
vengono meno o per incidenti di percorso o per<br />
la stessa morfologia della copertura, come nel caso<br />
dei tetti piani. <strong>Le</strong> <strong>coperture</strong> <strong>piane</strong>, infatti, si trovano<br />
nell’esigenza di predisporre superfici al finito con<br />
limitati dislivelli/pendenze e, comunque, di garantire<br />
il deflusso dell’acqua senza percolazioni nei locali<br />
sottostanti.<br />
Non appare superfluo, perciò, dedicare<br />
un intero numero de “I Quaderni” proprio agli aspetti<br />
relativi all’impermeabilizzazione di <strong>coperture</strong> <strong>piane</strong>,<br />
anche in funzione della specializzazione di Vol-<br />
Tipologie di <strong>coperture</strong> e<br />
tetti piani<br />
teco in merito all’acqua in pressione o comunque con accumulo a<br />
spessore. In tal senso giova inquadrare le varie tipologie di queste<br />
strutture, onde poter definire le varie tipologie di approccio corrette.<br />
<strong>Le</strong> <strong>coperture</strong> <strong>piane</strong> si possono differenziare in <strong>coperture</strong><br />
industriali o comunque non praticabili, solai adibiti a parcheggi (sopra<br />
centri commerciali o a chiusura di parcheggi multipiano), terrazzi<br />
o balconi.<br />
Dal punto di vista strutturale le categorie precedenti si<br />
dividono sostanzialmente in solai misti, o strutture in cemento armato<br />
massivo, che normalmente corrispondono rispettivamente alle <strong>coperture</strong><br />
<strong>piane</strong> generiche ed ai terrazzi, le prime, mentre i balconi sono<br />
il classico esempio di soletta armata in c.a. pieno. Naturalmente esistono<br />
eccezioni, come nel caso di solai in c.a. per transito o parcheggio<br />
di veicoli anche di grosso peso, quali possono essere parcheggi ad<br />
uso industriale o accessi a strutture per il carico/scarico, oppure per<br />
emergenze (ambulanze, vigili del fuoco…).<br />
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La differenza determinata dalla struttura<br />
è importante ai fini di poter definire i possibili<br />
movimenti ed assestamenti del supporto su cui<br />
realizzare tutto il pacchetto di impermeabilizzazione<br />
ed isolamento, oltre all’eventuale rivestimento<br />
praticabile finale.<br />
Nel caso di strutture miste<br />
(latero-cemento, predalle o prefabbricati)<br />
la continuità del solaio è realizzata tramite<br />
una gettata in c.a. collaborante con<br />
gli elementi sottostanti, ai quali ripartisce<br />
i carichi e dai quali riceve le sollecitazioni<br />
dei vincoli di appoggio. Il funzionamento<br />
“a lastra” del solaio passa, quindi,<br />
attraverso una varietà di azioni e reazioni<br />
dei diversi componenti, con evidente<br />
possibilità di comportamenti non sempre<br />
omogenei, sia nei confronti delle variazioni<br />
climatiche (vedere normativa UNI<br />
al riguardo), che in riferimento ai carichi,<br />
soprattutto quelli dinamici. Il problema<br />
determinato da tali fenomeni è l’induzione<br />
di fessurazioni generalizzate con andamento<br />
casuale, che creano tensioni puntuali,<br />
anche molto alte, che, da sempre,<br />
hanno reso consigliabile l’utilizzo di sistemi<br />
impermeabilizzanti non completamente<br />
adesi al supporto per evitarne la rottura.<br />
Se da un lato questo metodo di posa di<br />
I differenti comportamenti delle<br />
strutture e l’impermeabilizzazione<br />
membrane sintetiche e guaine bituminose evita il trasferimento delle<br />
sollecitazioni tra supporto e manto impermeabile, di fatto, però, lascia<br />
ampio margine di passaggio di eventuali infiltrazioni puntuali tra<br />
isolamento e solaio.<br />
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I fenomeni di fessurazione e Crack Bridging Ability<br />
I problemi di trasmigrazione<br />
manto/solaio sono alla base delle<br />
perdite non riparabili, o comunque di<br />
difficile individuazione, dei sistemi impermeabilizzanti<br />
classici. Per superare<br />
tali limiti si possono utilizzare sistemi<br />
deformabili in adesione totale al supporto<br />
che consentano di circoscrivere eventuali<br />
difettosità puntuali, permettendone<br />
la riparazione con interventi mirati e<br />
ben gestibili.<br />
Per ottenere questo risultato<br />
è necessario disporre di sistemi<br />
impermeabilizzanti elastici, in grado<br />
di sopportare, deformandosi, le sollecitazioni<br />
di distacco generatesi dall’apertura<br />
di fessurazioni postume alla posa<br />
del manto impermeabile. Sistemi di questo<br />
genere devono avere anche la piena<br />
compatibilità chimica con il supporto e,<br />
quindi, preferibilmente dovrebbero essere<br />
a base cementizia con una buona dose<br />
di elasticità.<br />
I fenomeni di fessurazione<br />
postuma sono ormai normati anche<br />
a livello europeo e la misurazione della<br />
Crack Bridging Ability (ndr: capacità di<br />
far “ponte” su fessurazione) ha messo in<br />
luce come le maggiori performance si ottengono<br />
abbinando sistemi duali di cementi<br />
e polimeri acrilici opportunamente<br />
supportati dall’inserimento di membrane<br />
microforate che ne amplificano la deformabilità.<br />
Anche la membrana utilizzata in abbinamento al sistema,<br />
infatti, deve essere un elemento di amplificazione della deformabilità<br />
e non risultare “un’armatura di irrigidimento” del sistema, come<br />
invece avviene ogniqualvolta si inseriscono retine rigide o componenti<br />
laminati non deformabili.<br />
La CBA non prescinde dal sigillare opportunamente giunti<br />
e discontinuità del supporto, che hanno movimenti di vari centimetri<br />
contro i micron delle cavillature di cui si sta trattando in merito al<br />
supporto. In tal senso sui balconi (ndr: struttura in c.a. massiccio aggettante<br />
l’edificio) non sussistono problematiche specifiche da risolvere<br />
con sistemi dotati di CBA, ma permangono le esigenze di imper-<br />
meabilizzare la superficie e di sigillare lo spiccato<br />
soletta/muro, trattandolo come giunto di assestamento,<br />
come in effetti si individua, visto il diverso<br />
comportamento dei due elementi costruttivi.<br />
Sia questi giunti sugli “spiccati” in<br />
genere che le discontinuità strutturali devono trovare<br />
idoneo trattamento, specificatamente studiato<br />
ed integrato nel sistema impermeabilizzante selezionato.<br />
A tal fine, quindi, si dovranno predisporre<br />
e gestire giunti strutturali idonei a permettere<br />
lo scarico delle tensioni sul piano del solaio, per<br />
evitare carichi “di punta” del medesimo, e giunti<br />
di ripartizione nei massetti e pavimentazioni soprastanti,<br />
onde riproporre una “via di fuga” dalla medesima<br />
problematica.<br />
Chiaramente strutture in c.a. compatto<br />
non presentano tali problemi e, opportunamente<br />
calcolate, possono considerarsi monolitiche con cavillature<br />
massime nell’ordine di 200-300 micron, dovute<br />
comunque ai fenomeni di ritiro.<br />
Tutti i tetti piani devono prevedere<br />
pendenze minime nell’ordine di 1-3 %, in funzione<br />
delle dimensioni e dell’esposizione ad eventi<br />
meteorici di grossa intensità. L’acqua dovrà trovare<br />
agevole deflusso sulle superfici e attraverso scarichi,<br />
opportunamente predisposti come posizione e<br />
dimensioni.<br />
Di seguito si passa ad analizzare la<br />
stratigrafia tipica di una copertura piana, proponendo<br />
le soluzioni più utilizzate come alternanza di materiali<br />
ed elementi costruttivi.<br />
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Oltre all’acqua si deve considerare<br />
l’aspetto climatico, o meglio, l’isolamento termico<br />
“dell’ambiente edificio” dall’ambiente esterno,<br />
nelle varie stagioni e latitudini/altitudini.<br />
A tutti è ben noto il concetto di movimento<br />
dell’aria calda verso l’alto, con innesco di<br />
circolo d’aria in un ambiente chiuso, che comporta<br />
una veicolazione di calore ed umidità verso la<br />
parte alta della stanza. L’aria calda ha la potenzialità<br />
di trasportare una maggiore quantità di umidità<br />
che, a contatto con superfici più fredde, finisce<br />
per condensare inumidendo la superficie o, se<br />
questa è già satura o impermeabile, creando stillicidi<br />
per accumulo di acqua superficiale.<br />
La tematica della coibentazione degli<br />
edifici è particolarmente segmentata e complessa<br />
ed ha visto recentemente vari aggiornamenti<br />
normativi a cui si rimanda per i dettagli,<br />
ma giova citare a grandi linee tale argomento per<br />
meglio comprendere le scelte ottimali da prevedere<br />
in funzione della definizione del pacchetto<br />
“tetto”, visto come insieme di massetti, isolanti,<br />
impermeabilizzazione, pavimentazione.<br />
Per evitare problemi di condensazione<br />
e relativi effetti insalubri sull’edificio, si devono<br />
considerare insieme sia la diffusione del vapor<br />
d’acqua, che viene inevitabilmente prodotto<br />
all’interno dei locali, che la temperatura delle pareti<br />
esterne e, soprattutto, del solaio di copertura,<br />
che maggiormente risentirà del fenomeno a causa<br />
“dell’effetto camino” citato poco sopra.<br />
“Tetto caldo” o “tetto rovescio” ?<br />
In generale, l’isolamento di un tetto piano viene normalmente<br />
realizzato con la stratificazione di isolante e impermeabilizzazione<br />
in sequenza, oppure invertendo l’ordine di questi due<br />
item principali. Nel primo caso si parla di “tetto caldo”, in quanto<br />
l’isolante risulta protetto dal manto impermeabile ed isolato<br />
da questo dall’acqua esterna, mentre nel secondo caso di parla di<br />
“tetto rovescio”, avendo lasciato all’esterno l’isolante medesimo.<br />
Potendo disporre di isolanti a cellule chiuse ideonee per l’esposizione<br />
esterna, si può, naturalmente, propendere per questa soluzione,<br />
pur evidenziando che tali manufatti sono elementi finiti, che<br />
vengono composti al momento della posa e presentano giunti che<br />
possono veicolare l’acqua e quindi creare dei punti di abbassamento<br />
del grado di isolamento espresso dal materiale coibente.<br />
Per queste motivazioni il poter mantenere l’isolante,<br />
comunque predisposto per esterni, al di sotto del manto impermeabile<br />
aumenta l’efficienza del pacchetto finale in ordine all’aspetto<br />
termico.<br />
In entrambi i casi, molta attenzione deve essere posta<br />
ai fini di creare una barriera al vapore idonea al di sotto del<br />
pannello coibente, in modo da evitare che il vapor d’acqua, che<br />
ha dimensioni molecolari minori dell’acqua in forma liquida, possa<br />
impregnare le cellule dell’isolante, diminuendone le capacità finali<br />
di coibenza.<br />
Per dovere di cronaca si menziona anche il “tetto<br />
freddo” e si rammenta come esistano altre tipologie ibride che,<br />
però, non rispondono alla maggioranza degli interventi sulle <strong>coperture</strong>.<br />
Quale chiosa del presente paragrafo si segnala come,<br />
in moltissimi casi, l’isolamento non venga effettuato, specie a<br />
chiusura di <strong>coperture</strong> industriali (capannoni…) e strutture prefabbricate.<br />
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Varie sono le tipologie di “finitura” che<br />
possono incontrarsi, in funzione delle esigenze specifiche<br />
di progettazione e committenza, con ovvie<br />
differenziazioni nelle caratteristiche prestazionali richieste<br />
al pacchetto.<br />
In generale, vige la necessità di garantire<br />
la stabilità dell’insieme di tecnologie differenti,<br />
abbinata a quella di garantire la libertà di movimento<br />
di materiali con comportamenti decisamente diversi<br />
dal punto di vista termico e dinamico. Laddove<br />
ci sia presenza di un pacchetto costruttivo formato<br />
da elementi coibentanti e impermeabilizzazione che<br />
assicuri soprattutto la carrabilità della finitura, essenziale<br />
appare il valore della resistenza a schiacciamento<br />
dei materiali isolanti e dei massetti per<br />
non incorrere in sgradevoli assestamenti, specie in<br />
concomitanza con usi promiscui commerciale/civile<br />
(ndr: passaggio autotreni). Lo strato finale dovrà,<br />
inoltre, essere idoneo a sopportare abrasione e sollecitazioni<br />
tipiche per queste tipologie di utilizzo.<br />
<strong>Le</strong> valutazioni di resistenza meccanica<br />
e stabilità di ogni singolo elemento e del pacchetto<br />
completo sono fattori da considerare fin dall’inizio<br />
dell’iter progettuale.<br />
La semplice pedonabilità richiede, naturalmente,<br />
prestazioni inferiori e può facilmente ottenersi<br />
con rivestimenti ceramici posti a chiusura del<br />
pacchetto di copertura.<br />
Nella realizzazione di giardini pensili,<br />
oltre all’impermeabilità, è da considerare anche<br />
l’aspetto di drenaggio sufficiente ad evitare ristagni<br />
d’acqua dannosi alla vegetazione e la resistenza<br />
meccanica o chimica all’azione delle radici, in caso<br />
di piante o cespugli, che possono deteriorare il manto<br />
impermeabile. Il livello di acqua raggiungibile all’interno<br />
e sopra il terreno di riporto suggerisce la<br />
Praticabilità, pedonabilità, carrabilità<br />
del tetto o giardino pensile<br />
realizzazione di un risvolto impermeabile che arrivi ben al di sopra di<br />
tali quote, onde evitare by-pass in concomitanza di grossi eventi meteorici.<br />
Se normalmente, infatti, per una terrazza sono sufficienti<br />
10-15 cm di risvolto, nei giardini si dovrà considerare una quota<br />
cautelativa anche in funzione di eventuali deflussi più lenti dell’acqua,<br />
a causa del diverso attrito sulle superfici e della differente velocità<br />
di captazione di scarichi e drenaggi, in funzione della loro quota<br />
e pulizia (se interrati).<br />
Caso particolare è la tecnologia del “tetto verde”, che<br />
prevede una gestione con manufatti specifici sia dell’invaso del terreno<br />
che del drenaggio acque e bacino minimo di ristagno (essendovi<br />
anche il rischio di siccità per pendenze accentuate e spessori di terreno<br />
esigui).<br />
Se dal punto di vista delle nuove costruzioni varie sono<br />
le tematiche che devono considerarsi per definire il “pacchetto tetto”<br />
nel suo insieme, quando ci si approccia ad un edificio esistente si innescano<br />
altri elementi di difficile definizione per la variabilità di materiali<br />
e di stratigrafie esistenti che ci si può trovare ad affrontare.<br />
Sul “nuovo” si devono studiare giunti di movimento,<br />
stratigrafia, pendenze e scarichi, mentre su una struttura esistente si<br />
deve analizzare, al limite con saggi puntuali in prossimità di scarichi<br />
e della mezzaria, la reale composizione della copertura. In primis, si<br />
deve valutare con attenzione la stabilità del supporto, quale che sia<br />
quello definito come interfaccia su cui partire con il nuovo trattamento,<br />
e la presenza di vecchi sistemi impermeabili che possono creare<br />
vasche di condensazione per l’umidità o by-pass del trattamento che<br />
si andrebbe a realizzare.<br />
Il degrado ed il distacco del supporto esistente o della<br />
finitura possono essere risolti con idonei ripristini, anche solo puntuali,<br />
effettuati con cicli di malte premiscelate in grado di lavorare<br />
anche in spessori ridotti e con modulo elastico e stabilità compatibili<br />
con gli elementi costruttivi su cui vengono applicati. In tal senso<br />
frontalini di balconi e parapetti possono richiedere, spesso, un trattamento<br />
completo, partendo dal ripristino delle armature ossidate, passivandole<br />
fino alla ricostruzione del copriferro ed alla protezione finale,<br />
specialmente nei punti di sgocciolatoio o di spigolo normalmente<br />
più esposti al degrado.<br />
Quanto sopra è naturalmente impostato dal punto di vista<br />
di un intervento che riesca ad evitare demolizioni dell’esistente,<br />
sia per i costi che per il disagio arrecato da tali lavorazioni, e che<br />
possa configurarsi come risolutivo in bassi spessori, in modo da risul-<br />
Copertura di nuova costruzione o<br />
recupero di esistente?<br />
tare congruente con soglie e scarichi già presenti.<br />
Tali tecnologie esistono e sono a disposizione da un<br />
decennio, risultando anche rispettose dell’ambiente<br />
proprio a fronte della mancata creazione di impatto<br />
ambientale per l’assenza di demolizioni.<br />
Naturalmente, per poter intervenire<br />
senza demolire l’esistente, si deve disporre di sistemi<br />
impermeabilizzanti integrati che abbiano adesività<br />
su vari supporti (ndr: massetti cementizi, ceramiche,<br />
lattonerie…), CBA idonea a non pregiudicare<br />
la stabilità e continuità del manto, compatibilità<br />
chimica con tutti i collanti a norme CE per posa in<br />
esterno, onde poter rivestire direttamente il manto<br />
impermeabile con la nuova pavimentazione, attraverso<br />
idonea applicazione a colla, senza necessità di<br />
realizzare un nuovo massetto, con conseguenti problemi<br />
di spessori e pesi non sempre compatibili con<br />
le necessità di intervento senza demolizione.<br />
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Al fine di sintetizzare alcuni concetti enunciati, si propongono alcuni schemi da cui si evidenziano metodologie<br />
applicative ottimali per la posa di manti impermeabili nei principali tipi di <strong>coperture</strong> <strong>piane</strong>:<br />
Copertura industriale Copertura carrabile<br />
Copertura pedonabile nuova Copertura pedonabile - recupero senza demoliz.<br />
Copertura con autobloccanti Giardino pensile<br />
Si evidenzia come sistemi cementizi di nuova generazione, posati in aderenza al massetto pendenzato con finitura<br />
ceramica direttamente incollata, offrono innegabili vantaggi rispetto ai sistemi a guaina, sia in termini di spessori (ndr:<br />
non servono altri massetti per la posa di pavimenti) che di durabilità (ndr: assenza di gelività avendo protetto isolante e massetto<br />
dal contatto con pioggia e gelo), oltre alla ovviamente garantibile impermeabilità del pacchetto.<br />
Stratigrafie tipiche per le varie casistiche<br />
La metodologia, ovviamente semplificata, ben si sposa anche con le soluzioni più semplici come i balconi con<br />
la cura dei dettagli quali pluviali, ringhiere passanti e risvolto sullo spiccato del muro a tutela degli ambiti interni. Disporre<br />
di sistemi integrati con sigillanti e malte premiscelate con modulo elastico congruente e stabilità dimensionale è importante<br />
per risolvere tutti i piccoli dettagli anche in strutture semplici come i balconi aggettanti.<br />
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Quanto proposto non<br />
vuole avere la pretesa di assolvere a<br />
tutte le problematiche relative alle<br />
<strong>coperture</strong> <strong>piane</strong>, avendo, tra l’altro,<br />
affrontato principalmente una categoria<br />
di maggior fruizione, soprattutto<br />
in ambito manutentivo (ndr: balconi<br />
e terrazzi), pur restando validi<br />
alcuni concetti di uso ed applicabilità<br />
generale anche per pensiline, <strong>coperture</strong><br />
industriali, cupole…<br />
La “pelle” protettiva<br />
impermeabile e traspirante è senz’altro<br />
il miglior approccio tecnologico<br />
alla protezione isolante delle <strong>coperture</strong><br />
<strong>piane</strong>, dove esigenze estetiche e<br />
di fruibilità si accompagnano ad esigenze<br />
tecnologiche, legate ai fenomeni<br />
fisico-chimici di esposizione e<br />
conseguente aggressione che le nostre<br />
strutture in elevazione devono<br />
supportare.<br />
Compatibilità e congruenza<br />
a 360°, ovvero con struttura,<br />
supporto e isolamento termico da<br />
un lato e finiture dall’altro, sono le<br />
regole d’oro di un approccio corretto,<br />
che considera le prestazioni dei materiali<br />
in rapporto all’ambiente applicativo<br />
richiesto per ottenere i massimi<br />
risultati, anche in termini di<br />
durabilità.<br />
80<br />
Considerazioni generali