Gennaio - Parrocchia San Giovanni Bosco - Ceredo

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Gennaio - Parrocchia San Giovanni Bosco - Ceredo

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Anche quest’anno la festa del nostro

santo patrono Giovanni Bosco ci offre

la possibilità di sostare, a metà del cammino

pastorale, sui alcuni dei temi che

più ci sono cari e ci coinvolgono, quelli

educativi. A questo proposito, mi piace

riportare un brevissimo racconto citato

in un intervento di Sr. Antonia Colombo,

Madre Generale delle Figlie di

Maria Ausiliatrice, (il ramo femminile

delle congregazioni salesiane):

Si narra di un papà che, stanco delle

domande insistenti del suo figlio più

piccolo, decide di dargli da risolvere

un difficile rompicapo consistente nell’unire

tutti i pezzi di un mappamondo,

mettendoli al loro giusto

posto. Dopo poco tempo il bambino ritorna

con il lavoro terminato. Il papà

se ne meraviglia, e lui: «Papà, è stato

semplice. Dietro ai pezzi del mappamondo

ho scoperto che si andava formando

la figura di un uomo. Così,

costruendo l’uomo, ho messo a posto

il mondo» 1 .

Sr. Antonia parte da qui per accompagnare

in un itinerario di rilettura del sistema

educativo salesiano del quale

mette in evidenza, tra i molti, un elemento

fondamentale che mi sento di

proporre come materia di riflessione.

Mi sembra che al centro venga messa

anzitutto la qualità del rapporto tra generazioni.

C’è un genitore che, agli

occhi del proprio figlio (tra l’altro il più

piccolo, quello con cui c’è più distanza

anagrafica), risulta naturalmente un rappresentante

del mondo, del mondo

adulto. Immaginiamo che le domande

insistenti del bambino riguardino anche

quelle questioni su cui più spesso i piccoli

se ne escono con quelle provocazioni,

più o meno volontarie, che ci

GENNAIO

duemilatredici

Parrocchia

San Giovanni Bosco al Ceredo

Festa della Famiglia e di S. Giovanni Bosco:

qualche pensiero e alcune proposte nel contesto della Settimana dell’Educazione 2013

Alleanze generazionali a servizio dell’educazione

Un’adozione a distanza è l’iniziativa caritativa rivolta tutto l’anno ai ragazzi dell’iniziazione cristiana

lasciano un po’ stupiti e un po’ agitati.

La loro intelligenza, infatti, ci meraviglia,

ci inebria; e, d’altra parte, la nostra incapacità,

talvolta, di replicare con risposte

che siano “all’altezza” ci espone al rischio

di figurare come adulti deludenti.

Il genitore della storiella decide allora

di mettere il proprio figlio a contatto

simbolico, ma diretto, con la complessità

di questo mondo che rappresenta,

per mostrargli quanto non sia semplice

pretendere ed ottenere risposte immediate

a questioni difficili. Quante volte

anche noi adulti viviamo la realtà al

modo di un rompicapo i cui pezzi non

riescono mai a stare insieme o ne

manca sempre uno da piazzare, o ce n’è

sempre uno in più che avanza e non

sappiamo dove collocare! Quante volte

ci sembra di non saper far fronte alle responsabilità

educative che questo

mondo esigerebbe che si avessero?

Forse, allora, fa bene mettere coloro che

ci fanno tante domande e pretendono

tante risposte di fronte al fatto che non

è così facile essere adulti. Metterli un po’

a contatto con la “dura realtà!”. Leggo

questa reazione, di per sé non totalmente

errata, alla luce però di quanto

mi capita, non di rado, di ascoltare nel

racconto di genitori o educatori, o

molto più personalmente, di rintracciare

nelle mie riflessioni. Talvolta, scatta

il rischio di vivere l’azione educativa

come una sorta di sfida ingaggiata nei

confronti delle nuove generazioni che

sembrano sempre pronte a mettere in

discussione ogni intervento, ogni proposta,

leggendo questa reazione come

semplicemente ‘oppositiva’, provocatoria.

Come se fossero loro a volerci mettere

alla prova. Ne nasce una specie di

antagonismo, che alla relazione educa-

tiva non fa evidentemente bene.

Come ci suggerisce anche il percorso

proposto dalla FOM per la Settimana

dell’Educazione 2013, vale forse la pena

crescere e maturare, invece, nella visione

di una educazione che si fondi su

più solide e consapevoli alleanze generazionali.

Non si tratta evidentemente di

una impostazione basata su compromessi

o contratti educativi in cui si mercanteggino

regole e orari, concessioni e

valori; nemmeno credo si intenda traghettare

la relazione educativa verso

modelli che inneggino alla riduzione

delle distanze tra la figura dell’educatore

e quella dell’educando (i genitoricatechisti-educatori

‘amiconi’, ad

esempio). Credo si tratti, piuttosto, di

mettersi di nuovo in ascolto, in modo

sano e cosciente, di un bisogno vero,

quello di reciprocità nel rapporto tra le

diverse generazioni impegnate in una

relazione educativa. Scrive in un altro

passaggio Sr. Antonia:

Tale bisogno si esprime non solo come

un essere con l’altro o un essere per

l’altro, ma anche nella consapevolezza

crescente di un essere grazie

all’altro. È un atteggiamento che richiede

di decentrarsi, di porsi dalla

parte dell’altro in una situazione di

parità reale, e non solo nominale, che

rende possibile un confronto vero nel

quale si chiede non tanto che l’altro

cambi, ma che noi personalmente ci

rendiamo disponibili al cambiamento.

È il principio della reciprocità:

ciascuno è chiamato a dare e a ricevere,

a costruirsi nella relazione della

reciproca donazione, nella libera interdipendenza

per amore.

In questo senso la reciprocità è più

dell’altruismo: è il nome laico della ca-

1 Colombo Sr. Antonia, “La risposta del metodo educativo di don Bosco”. Intervento nel corso di RIGENERARE LA SO-

CIETA’ A PARTIRE DAI GIOVANI - 1^Convention nazionale sul sistema preventivo, Roma ottobre 2003.

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