Viva Zapatero? - Acido Politico

acidopolitico.com

Viva Zapatero? - Acido Politico

ANNO I, NUMERO 3 FEBBRAIO 2006

MENSILE UNIVERSITARIO DI POLITICA, CULTURA E SOCIETA’


S O M M A R I O

R U B R I C H E

L’EDITORIALE 3

LA VIGNETTA 3

BACHECA 19

MUSICA 19

CINEVISIONI 20

CARTOLINE DALL’INFERNO 23

CAZZARIO 24

I N Q U E S T O N U M E R O

4 COPERTINA / Viva Zapatero?

di Flavio Bini

8 Gli stadi di calcio e la memoria (breve) degli italiani

di Alessandro Capelli

9 L’INTERVISTA / “Il bipolarismo italiano ha fallito”

di Leonard Berberi

11 Una legge inutile e lontana dalla realtà

di Marzia Lazzari

12 / 13 VERSUS / La “Dolce Morte”

di Daniele Keshk e Francesco Cacchioli

14 Quale futuro per i bambini romeni?

di Claudia Robustelli

15 A tutto gas: Mr. Putin alla conquista dell’Europa

di Pierfrancesco Maran

16 È il Far West? No, la Casa delle Libertà

di Alessandra del Barba

16 ...ancora in piazza per la “194”

di Arianna Barindelli

17 FATTI NOSTRI / La nostra Facoltà e gli esami “a crocette”

di Armando Dito

18 Ripensando a Londra...

di Gabriele Giovannini

20 La grandezza di Roth e il destino dell’uomo

di Alberto Corghi

20 Tutte le vittime dell’odio “rosso”

di Valeria Petrone

22 L’Italia perde, ma il Rugby vince

di Andrea Fumagalli

In copertina, Josè Luiz Rodrìguez Zapatero, leader del

PSOE e primo ministro spagnolo

MENSILE UNIVERSITARIO

DI POLITICA, CULTURA E SOCIETA’

NUMERO 3, ANNO I, FEBBRAIO 2006

__________________________________

DIRETTORI EDITORIALI

ANTONIO BISIGNANO

FLAVIO BINI

LEONARD BERBERI

IN REDAZIONE

A. VICTORIA ARRUABARRENA

ARIANNA BARINDELLI

LUCA SILVIO BATTELLO

LEONARD BERBERI

FLAVIO BINI

ANTONIO BISIGNANO

FRANCESCO CACCHIOLI

ALESSANDRO CAPELLI

ALESSANDRO CERIANI

ALBERTO CORGHI

ALESSANDRA DEL BARBA

ARMANDO DITO

ANDREA FUMAGALLI

JACOPO GANDIN

GABRIELE GIOVANNINI

SIMONE GUALDANA

DANIELE KESHK

MARZIA LAZZARI

PIERFRANCESCO MARAN

VALERIA PETRONE

CLAUDIA ROBUSTELLI

HANNO COLLABORATO

ALESSANDRO GARBO

LAURA TAVECCHIO

IMPAGINAZIONE

E RICERCA IMMAGINI

LEONARD BERBERI

WEBMASTER

ANTONIO BISIGNANO

VIGNETTE

ALFREDO TOMASELLI

INTERNET E MAIL

www.acidopolitico.4000.it

acidopolitico@hotmail.it

STAMPA

Tipografia “Bine Editore”

Questo numero del mensile è

stato realizzato grazie al

finanziamento della

FIOM-Milano


Il mito di Narciso della nuova Sinistra

ono passati sessantadue

anni dalla caduta

del Fascismo e diciassette

da quando il Muro di

Berlino è stato abbattuto,

portandosi via gli ultimi rimasugli

dell’ideologia comunista.

Nonostante questo, però,

nel nostro paese quelle

categorie (fascista e comunista)

sussistono tutt’ora. E,

aspetto più preoccupante, tra

noi ragazzi.

Ora, quello che mi preoccupa

è questo ritorno ai

“blocchi di partenza” originari.

Blocchi che, di fatto, hanno

lacerato per mezzo secolo

questo paese (e continuano

a farlo, in molti casi, ancora

oggi).

Tra i giovani di oggi esiste, o

meglio, tra quei pochi che si

interessano di politica (visto

che sono sempre meno di

quelli che appaiono), una

sorta di spartiacque.

Da una parte i cosiddetti

“comunisti”, la stragrande

maggioranza di coloro che si

interessano di politica.

Dall’altra parte, una sparuta

minoranza di “nazi-fasci-skin”

o “ciellini”. E in questa sparuta

minoranza vengono inseriti

anche coloro che, per fortuna,

rappresentano l’anima

razionale del centro e della

destra. Ragazzi che, per

buona parte, la pensano in

un certo modo, ma pur sempre

pronti a mettersi in gioco,

a confrontarsi. Con chi ne ha

voglia. Purtroppo, questi

ragazzi non trovano persone

dell’altra “parte” disposte a

dibattere con loro.

E questo è il limite dei ragazzi

di sinistra. Dei “comunisti”,

di coloro che vanno in giro

con la keffiah al collo. Quello

cioè di chiudere occhi e orecchie

quando qualcuno

che la pensa in modo diverso

da loro, tenta di discutere

(politicamente, s’intende).

E quella che poteva diventare

una disputa dialettica importante,

sui grandi temi

della vita di oggi, finisce con

l’essere stroncata sul nascere

da esclamazioni del tipo

“Ma non capisci nulla!”, “Sei

un ignorante”, “Io non parlo

con i fascisti”, “Voi ciellini

non avete idee”.

Conseguenza di questo atteggiamento

è il fatto che

assistiamo a collettivi “fatti in

casa”, dove manca la disputa

dialettica, quella seria,

quella che mette a confronto

due modi (e mondi) di pensare

differenti. Già non abbiamo

luoghi di socializzazione

politica e culturale in

questo paese (e qui grandi

colpe sono del circuito uni-

versitario), che quelle poche

occasioni che sembrano

offrire uno spiraglio di dialogo

e dibattito sono precluse

ad una parte.

Per questo, personalmente,

ritengo i collettivi la cosa più

inutile e dannosa per i ragazzi.

Perlomeno, questo modo di

concepire e organizzare i

collettivi. Sono strumenti di

esclusione e reclusione allo

stesso tempo. Rendono difficile

il dibattito, quello vero,

aperto, approfondito. Ci troviamo

ad assistere a collettivi

dove tutti la pensano allo

stesso modo, dove tutti sanno

già quello che dirà l’altro.

Dove tutti sentono quello che

di Leonard Berberi

L A V I G N E T T A

vogliono sentire. E giù con

gli applausi scroscianti per

qualcuno che, in fondo, ha

detto delle ovvietà o delle

scemenze.

E il dibattito? Non esiste.

Non so perché questo fenomeno.

Forse perché questi

ragazzi, in un certo senso,

subiscono quello che per

mezzo secolo la Sinistra ha

rappresentato per questo

paese. E cioè un modo di

pensare altro, evasivo, fuori

D I A L F R E D O T O M A S E L L I

dal razionale, fuori dalla

“morale”, “deviante”.

O, semplicemente, la nuova

Sinistra, quella dei giovani,

non è ancora tanto convinta

delle proprie idee che, al

primo dibattito con la controparte,

sa già di crollare come

un castello di carte. Del resto

basta ascoltarne alcuni. Parlano

ancora di “esproprio

p r o l e t a r i o ” , d i

“collettivizzazione”, di “statonemico”,

di “sbirri fascisti”, di

“Lenin, Che Guevara, Marx,

Fidel Castro”.

Ancora legati alle radici dell’ideologia

comunista, ancorati

al sogno (e speranza)

che il comunismo si concretizzi

con le stesse caratteri-

L ’ E D I T O R I A L E

s t i c h e d e s c r i t t e d a l

“Manifesto” di Marx (e le

successive interpretazioni di

Lenin o Castro). A questo

ormai siamo arrivati. Ad avere

a che fare con poche persone

che si interessano di

politica. Ma che, nel farlo,

partono dal presupposto

sbagliato, anti-storico, fuori

da ogni logica, da ogni collegamento

con il contingente.

Sogni, sogni e ancora sogni.

E la realtà quotidiana scivola

sotto lo sguardo inebetito di

molti ragazzi che andranno a

costituire la “nuova Sinistra”.

La vera sfida, oggi, è essere

ragazzi di destra. Rappresenta

una sorta di trasgressione.

Troppo facile diventare

uno di sinistra. Basta una

keffiah, qualche canna, abiti

pseudo-trasandati, frequentare

i centri sociali, ascoltare

la stessa musica, manifestare

sempre e comunque

(molto spesso non sapendo

nemmeno il motivo) e dare

addosso al “fascista”.

Quello che non riesco a capire

dei giovani che si professano

“di sinistra” è il loro

infantilismo. E, cosa ancora

più grave, la presunzione di

sapere tutto e di essere,

sempre, nel giusto. Gli altri?

Hanno sempre torto.

E allora come possono pretendere,

loro, di farsi ascoltare

dai potenti del mondo se

sono i primi a non ascoltare i

loro coetanei di centro e di

destra? Come possono dichiararsi

“comunisti” (con

tutto quello che la parola

comporta) se sono i primi ad

escludere, ad attaccare, ad

offendere, a denigrare? Non

riescono a parlare con i propri

coetanei che la pensano

in un modo diverso, e pretendono

di migliorare le cose

di questa Terra?

Per questo, ragazzi, cercate

di cambiare. Cercate di aprire

i collettivi ai ragazzi di

centro-destra, a chi la pensa

in modo diverso dal vostro.

Solo così possiamo davvero

maturare. Solo così possiamo

dare un futuro politico a

questo paese. Solo così possiamo

evitare rigurgiti di autoritarismo.


PRIMO PIANO/ Mentre una parte

della sinistra italiana sembra

invocarlo a gran voce e le forze

cattoliche temono il suo approccio

laicista, “Acido Politico” traccia un

primo bilancio del suo operato.

A due anni dalla sua elezione.

di Flavio Bini

Sullo scacchiere ormai

impolverato della politica

internazionale si è affacciato

un nuovo leader, un

giovane leader, José Luis

Rodriguez Zapatero. E’

stato lodato dalla sinistra

europea per la sua straordinaria

concretezza politica,

per la sua propensio-

ne al dialogo e per la sua

capacità di operare riforme

in alcuni casi epocali.

Ma è stato definito anche

un illusionista per come

ha saputo volgere a proprio

favore diverse questioni,

un politico poco

responsabile per le scelte

prese in politica estera e

addirittura è stato additato

come il “padre di tutti i

relativismi” per le sue posizioni

in materia di etica

e famiglia. Nell’impossibilità

generale di delineare

un quadro completo del

suo operato in questi due

anni, proponiamo la sintesi

delle materie cui maggiormente

il governo socialista

si è adoperato.

C O P E R T I N A

Iraq e politica estera

Quando Zapatero, appena

pochi giorni dopo la

sue elezione, annunciò il

ritiro immediato dei circa

1300 soldati dispiegati in

Iraq grande fu lo stupore

della comunità internazionale,

eppure lo sapevano

tutti. Proprio in questo

fattore giace la prima anomalia,

o meglio disconti


nuità, del modello Zapatero:

le promesse mantenute.

Perché il leader del

Partito Socialista l’aveva

detto e ripetuto durante la

campagna elettorale, l’aveva

promesso. Anche

dopo i fatti dell’ 11 Marzo,

che potevano invitare ad

una maggiore prudenza

per non correre il rischio

di apparire cedevoli nei

confronti del terrorismo, il

primo ministro spagnolo

non mutò il suo proposito.

Un gesto eclatante che,

se da un lato diede la

conferma che il nuovo

corso sarebbe stato caratterizzato

da scelte coraggiose

e radicali, dall’altro

mise in discussione la

storica alleanza con gli

Stati Uniti, con i quali, per

parole dello stesso Zapatero,

i rapporti sarebbero

rimasti cordiali.

L’eloquenza di dichiarazioni

come questa non

necessita nemmeno di

essere commentata, non

è un caso infatti che durante

l’ultimo tour europeo

di Bush, nel febbraio scorso,

la Spagna sia stata

trascurata, dimenticata.

Né che il Segretario di

Stato Condoleeza Rice,

durante la sua visita solo

qualche settimana prima,

avesse preferito Belgio,

Lussemburgo, Polonia e

Turchia alla Spagna. Zapatero

ha osservato invece

con attenzione gli sviluppi

politici del Sudamerica

degli ultimi anni, non

devono perciò sorprendere

gli ottimi rapporti intavolati

con il neoeletto presidente

boliviano Morales

e il Venezuelano Chavez.

Due volti diversi di come il

socialismo prova ad affacciarsi

in America Latina.

Immigrazione

ed europeismo

Il nome di Zapatero è

comparso spesso sui nostri

giornali dal Marzo di

due anni fa a questa parte.

Certamente gli incidenti di

Melilla del Settembre

scorso sono stati uno dei

primi banchi di prova per

un governo che, fino a

quel momento, aveva

riscosso più plausi che

critiche.

Undici immigrati subsahariani

morti nel tentativo di

attraversare il confine tra

il Marocco e Melilla, enclave

spagnola in territorio

africano. Sebbene il

primo ministro si sia affrettato

ad istituire una

commissione d’inchiesta

per valutare eventuali

responsabilità spagnole,

che riversano peraltro la

colpa sulle autorità ma-

C O P E R T I N A

rocchine, il fenomeno immigrazione

va visto in un’ottica

molto più ampia e

complessa di quanto non

faccia la propaganda conservatrice

che mira a far

apparire Zapatero come

un massacratore di disperati.

Non altrettanto spazio

nei dibattiti e sui giornali è

stato concesso infatti per

la sanatoria che il governo

spagnolo ha promosso.

Una sanatoria che nelle

sue intenzioni originarie

avrebbe dovuto regolarizzare

ben 800.000 immigrati

ma che, almeno nella

sua fase iniziale ha incontrato

diverse difficoltà.

Ciò nonostante, trattandosi

del primo provvedimento

di tale portata nella storia

spagnola, ha comportato

e comporta inevitabilmente

tempi e difficoltà

impreviste.

Va perciò vista su due

fronti la politica attuata da

Zapatero nei confronti

dell’immigrazione, da un

lato una grande spinta

verso l’emersione dell’irregolarità,

che si traduce in

più introiti fiscali ma anche

in estensione dei diritti,

dall’altra in una politica

molto ferma alle frontiere.

Una scelta senza dubbio

discutibile, ma che in primo

luogo è il retaggio di

un passato autoritario il

cui eco risuona senza

dubbio ancora a distanza

di tre decenni.

Non va inoltre trascurato

un aspetto sicuramente

determinante; la spinta

migratoria verso la Spagna,

almeno in questi termini,

ha subito una così

brusca accelerazione solo

negli ultimi 5/10 anni.

Si tratta perciò di un fenomeno

sostanzialmente

“nuovo”, per un paese che

avendo versato per lungo

tempo in condizioni non

facili non ha rappresentato

certo il luogo migliore

per emigrare.


Il premier spagnolo tuttavia

è perfettamente cosciente

di trovarsi in una

situazione dalla gestione

molto complessa e che

soprattutto sobbarca la

Spagna di un problema

che investe in realtà tutta

Europa.

Non è un mistero infatti, e

questo vale ovviamente

anche per l’Italia, che

questi paesi siano spesso

soltanto delle porte d’accesso

per l’Europa continentale.

Per questo motivo Zapatero

è stato,ed è tuttora,

uno dei maggiori sostenitori

di una politica di immigrazione

europea, proposta

che però non ha ancora

raccolto il successo

sperato.

L’europeismo è perciò un

altro elemento ricorrente

della politica del leader

socialista, in netta controtendenza

con l’euroscetticismo

di Aznar.

La Spagna è stato infatti

uno dei primi paesi ad

approvare la Costituzione

Europea e, cosa ancora

Da sinistra: Uribe (presidente della Colombia), Zapatero, Chavez, Lula

più importante, lo ha fatto

attraverso un referendum

popolare per il quale Zapatero

si è battuto personalmente

e molto insistentemente,

a dimostrazione

di avere a cuore un

tema importante come

quello dell’Europa.

Visti i risultati in Francia e

Olanda, una vittoria del

genere ha un valore decisamente

non indifferente.

Politica interna

ed estensione dei diritti

Lo spettro di intervento di

Zapatero nella politica

interna è ovviamente troppo

vasto per essere riassunto

in poche righe. Non

vanno però trascurati

quelli che sono certamente

gli elementi caratterizzanti

e qualificanti del

corso Zapatero.

In primo luogo vi è senza

dubbio l’economia. Con

un prodotto nazionale

lordo in crescita del 3%,e

un tasso di disoccupazione

mai così basso (8,7%

dal 10,3 dell’anno prima),

l’economia spagnola è

certamente quella che dà

segnali più incoraggianti

nello scenario europeo.

Naturalmente questi dati

non devono ingannare

principalmente per due

motivi.

Innanzitutto lo stato di

arretratezza di partenza

della Spagna, in cui versava

fino a trenta anni fa,

comporta inevitabilmente

che questa accelerazione

vada ridimensionata nell’ottica

di un raggiungimento

delle altre economie

europee. In secondo luogo

quella di Zapatero non

è certamente un’economia

di impronta socialista.

E’ stata anzi coniata la

formula di “liberalismo di

sinistra” che descrive sufficientemente

quanto l’operato

del presidente ricalchi

le orme di un percorso

avviato da Aznar e

che aveva incominciato a

portare ottimi risultati ben

prima dell’ascesa del

leader socialista.

L’altro elemento caratterizzante,

forse quello sul

quale si innestano le principali

riforme di Zapatero

C O P E R T I N A

è l’estensione dei diritti.

Un concetto la cui astrattezza

è compensabile

solo dalla concretezza dei

provvedimenti attuati, in

ambiti diversi, dal governo

spagnolo e che ne chiariscono

perfettamente il

significato.

Partendo anche semplicemente

da leggi molto importanti,

passate sotto

silenzio perché poco eclatanti,

come la legge sulle

violenze domestiche, applaudita

anche dall’opposizione.

Naturalmente la più significativa,

e chiacchierata, è

stata la legge che consente

il matrimonio tra individui

dello stesso sesso e

accelera notevolmente i

tempi del divorzio.

Provvedimenti, questi,

che hanno ovviamente

raffreddato i rapporti con

la Santa Sede.

In questo senso non ha

certo contribuito a migliorare

la situazione la decisione

del governo di rivedere

in ribasso il concordato

con la Chiesa in scadenza

nel 2006 relativamente

ai contributi ad essa

versati dallo stato.

Nella disinformazione generale

però, indipendentemente

dal colore politico

della stampa, è passata

un’altra importante riforma,

per la quale si potrebbe

dire che la mobilitazione

del mondo cattolico sia

stata senza dubbio significativa,

e cioè la riforma

dell’istruzione.

Più che di riforma però

sarebbe più opportuno

parlare di non–riforma dal

momento che il governo

non ha fatto altro che abrogare

la legge precedentemente

votata dal

Governo Aznar.

L’insegnamento della religione

cattolica è obbligatorio

per tutte le scuole

ma facoltativo per gli alun


ni che, a differenza sia

della legge originaria sia

della riforma del governo

popolare, non è obbligato

né a ricevere un insegnamento

non confessionale,

ad esempio storia delle

religioni, né a frequentare

attività alternative.

La valutazione in religione

non deve inoltre avere

alcun effetto sul piano

scolastico. Contro questo

modello educativo si è

mobilitato il mondo cattolico

con una grande manifestazione

il 12 Novembre

scorso, a dimostrazione

che il dibattito su questo

tema è destinato a rimanere

vivo anche nel corso

dei prossimi anni.

Un primo bilancio

A quasi due anni dalla

sua elezione è possibile

senza dubbio esprimere

delle prime valutazioni

sull’operato di Zapatero.

Tanto per cominciare il

governo socialista si trova

ancora in difficoltà su alcuni

punti cruciali della

politica spagnola.

Il rapporto con i Paesi

Baschi e il terrorismo basco

dell’ETA non è ancora

stato risolto e, nonostante

le aperture del governo,

sembrano ancora lontani i

tempi di una soluzione del

problema.

In secondo luogo Zapatero

si trova in forte imbarazzo

con la Catalogna,

regione chiave per la sua

elezione nel 2004, e che

ora, attraverso la riforma

del suo statuto, rivendica

una maggiore autonomia.

Al di là delle considerazioni

di carattere ideologico

però è innegabile che il

fenomeno Zapatero vada

osservato con un interesse

particolare nello scenario

europeo.

Lo stesso interesse con

cui qualche anno fa si

osservava la Terza Via di

Blair, interrogandosi se

fosse un modello davvero

valido per delle forze di

ispirazione socialista.

Il nuovo modello Zapatero

però non si può certo ascrivere

al percorso politico

tracciato dal leader

laburista inglese, rappresenta

infatti qualcosa di

nuovo a sua volta, un

nuovo modo di ripensare

la politica per intero.

Non a caso è stato coniato

un termine che non è

applicabile a nessun altro

governo al mondo.

Talante è infatti il vocabolo

che si riferisce al modo

di far politica di Zapatero,

una politica costantemente

diretta al dialogo, alla

disponibilità e al confronto.

Questo non esclude

tuttavia la possibilità di

attuare delle grandi riforme

già citate sopra, alcune

delle quali addirittura

epocali.

La sua è senza dubbio

una politica di azione, di

scelte coraggiose nel senso

più neutro del termine.

Piovono su di lui ovviamente

le più svariate critiche,

dalla destra nazionalista

fino alle forze cattoliche

ma certo non si può

negare che, osservato

attraverso il filtro della

politica nostrana, l’operato

di Zapatero ci sembri

rivoluzionario, sempre

neutralmente parlando.

Forse l’unica vera valutazione

personale che è

C O P E R T I N A

Nelle foto, soldati spagnoli sorvegliano il confine tra Spagna e Marocco (Ap, Reuters)

possibile fare è che un

elemento sicuramente

determinante dell’ascesa

e del successo di Zapatero

sia stato il ricambio

generazionale.

E non soltanto perché egli

compirà fra qualche mese

soltanto 46 anni e i nostri

candidati premier viaggiano

su cifre considerevolmente

superiori, ma perché

un ricambio della

classe politica genera inevitabilmente

un ricambio

di idee, la possibilità di

abbandonare posizioni

vecchie e costruire un

modo nuovo di fare politica.

Il tutto senza rinnegare la

propria storia, l’esempio di

Zapatero in questo senso

mi sembra lampante. In

un’epoca in cui scarseggiano

i modelli politici,

forse sarebbe il caso che

entrambi i nostri schieramenti

volgessero lo

sguardo verso la penisola

iberica.

Flavio Bini


di Alessandro Capelli

In una quasi normale domenica

di campionato la Roma

ospita il Livorno allo stadio

Olimpico. Come sempre, gli

ultras amaranto hanno la

incredibile capacità di scatenare

il peggio del tifo organizzato

degli avversari di

turno.

Oltre alle usuali croci celtiche,

bandiere della “Decima

Mas” e vessilli mussoliniani

del Ventennio è apparso

anche uno striscione antisemita:

“Lazio - Livorno, stessa

iniziale, stesso forno”.

Questo fa eco a quelli apparsi

tra gli “Irriducibili” laziali

qualche tempo fa: ”Squadra

di negri e curva di ebrei” e

“Auschwtiz la vostra patria, i

forni le vostre case”.

Che le curve italiane siano

luogo di infiltrazione della

destra neofascista non è un

fatto così recente.

Che i tifosi livornesi, reduci

delle “Brigate Autonome” che

si raccolgono al “Picchi” dietro

lo striscione “Fino all’ultimo

bandito”, siano la curva

più antifascista d’Italia non è

certo una novità. Ma la semplicità

con la quale certe frasi

compaiono tra i tifosi è sconvolgente.

Non parlo solo di semplicità

logistica (la partita è continuata

imperterrita, nonostante

le vecchie promesse di

tolleranza zero), ma di semplicità

intellettuale. Oggi

sventolare una svastica allo

stadio rischia di apparire un

comportamento quasi normale.

In seguito è giunta una prima

risposta coercitiva è giunta

dal ministero dell’Interno che

ha inflitto la squalifica di un

turno all’Olimpico e ha diffidato

e denunciato i circa 50

ultras giallorossi responsabili

dello striscione.

La repressione però non

risolve i problemi. Li ignora e

talvolta li peggiora. Infatti il

pacchetto legislativo noto

come “decreto Pisanu”, rivolto

contro il mondo ultras e

notoriamente repressivo, ha

fallito in ogni suo intento.

Il governo ha permesso l’approvazione

di disegni di legge

assurdi come i biglietti

A T T U A L I T A ’

Gli stadi di calcio

e la memoria (breve)

degli italiani

nominativi e l’arresto in flagranza

a 48 ore di distanza

dall’avvenimento per coloro

che hanno un comportamento

non idoneo allo stadio.

Ma Pisanu ed un atteggiamento

poliziesco a 360 gradi

non sono riusciti neanche ad

impedire un triste sventolio

di croci celtiche che, in realtà,

a momenti è sembrato

più una provocazione che un

cosciente riferimento al ventennio.

La dicotomia politica del

“rosso contro il nero” nelle

curve ha fondamenta socioculturali

ma spesso si trasforma

in una provocazione

a coloro che vestono altri

colori calcistici. E’ questa la

semplicità culturale di cui

parlavo sopra: per stizzire

l’avversario si sventolano

vessilli anticostituzionali e

antirepubblicani senza quasi

rendersene conto.

La presenza di adolescenti

politicamente influenzabili

aiuta a spiegare l’infiltrazione

e la presenza delle destre

nelle curve. Personaggi riferibili

ai movimenti neonazisti

cercano allo stadio giovani

adepti e portano la propria

ideologia in un luogo come

la curva dove ha valore la

“non legge” e dove questi

sono ritenuti dei leader.

Esiste in realtà una questione

più profonda che facilita i

comportamenti filo-fascisti

allo stadio: da qualche anno

l’Italia sta perdendo la memoria.

Non per una malattia

fisiologica quanto per un’operazione

mediatica e culturale

di svalutazione dei valori

antifascisti.

Il libro ultrarevisionista di

Pansa (“Il sangue dei vinti”)

è tra i più pubblicizzati, la

televisione trasmette una

fiction nella quale il Duce

appare come un buon padre

di famiglia e parte della classe

dirigente non si risparmia

mai di esprimere come il

comunismo sia stato l’unico

grande nemico della libertà.

Berlusconi arrivò a sostenere

che il Fascismo non aveva

mai ucciso nessuno e che

Mussolini mandava in villeggiatura

al confino. Molti suoi

colleghi non perdono momento

per dichiarare l’antistoricità

dei valori della Resistenza

legati all’antifascismo

e ormai sono tanti anni che

alcune autorità statali il 25

Aprile si recano a render

omaggio ai reduci della repubblica

di Salò.

L’elenco potrebbe proseguire

a lungo e la chiara conseguenza

è che un tifoso romano,

vedendo gli avversari

(calcistici) che sventolano i

simboli riferibili ad una cultura

di sinistra si senta più che

legittimato a sventolare in

una bandiera le sue provocazioni.

E’ inutile scandalizzarsi nel

vedere tali atteggiamenti allo

stadio se questi si riescono a

contestualizzare in un paese

dove un’alleanza ora al governo

sottoscrive accordi

elettorali con la destra neofascista

in parte responsabile

degli striscioni in questione.

Il solo modo per isolare gli

estremismi neofascisti nelle

curve è un ritorno di una

cultura pubblica non revisionista

e democratica nel senso

più pieno del termine che

avrebbe anche il pregio, a

parer mio, di evitare il continuo

il triste paragone di alcuni

giornalisti fra un bandiera

della pace(di sinistra) e uno

striscione filo-nazista in nome

della apoliticità del calcio.


«Il bipolarismo

italiano ha fallito»

di Leonard Berberi

Onorevole Tabacci, le elezioni

si avvicinano e i

sondaggi vi danno in

svantaggio di circa sei

punti percentuali dalla

coalizione di centrosinistra.

Quanto, secondo

lei, c'è di vero in queste

cifre?

Forse il divario è un po’ inferiore

ma in ogni caso la mia

sensazione è che il centrodestra

si trovi in condizioni

di dover rimontare. Più che

ai sondaggi comunque mi

affido alla mia esperienza

politica e al contatto quotidiano

con le persone per

capire l’orientamento del

Paese.

Si dice che lo svantaggio

maggiore della coalizione

di centro-destra per le

prossime elezioni sia rappresentato

dalla figura

del presidente del Consiglio.

Secondo lei, la massiccia

esposizione mediatica

dell'on. Berlusconi ha

giovato alla coalizione? O

ha avuto l'effetto contrario?

Fin dalle elezioni regionali

dello scorso anno ho detto e

ripetuto che il vero collante

di cui dispone il centrosinistra

è l’antiberlusconismo e

che sarebbe sbagliato dipingere

le prossime elezioni

come un referendum pro o

contro Berlusconi. Se Berlusconi

avesse accettato, come

pure da alcune sue dichiarazioni

aveva lasciato

intendere proprio dopo la

sconfitta alle regionali, di

contribuire ad individuare

una nuova leadership per la

coalizione – ed avevo indicato

nomi di Forza Italia come

Pisanu o Formigoni e nomi di

An e Udc come Fini e Casini,

dimostrando quindi la mia

totale buona fede e disponibilità

– ora probabilmente

non ci ritroveremmo a parlare

di rimonta del centrodestra

e le contraddizioni già

evidenti nel centrosinistra

sarebbero apparse ancora

più insanabili.

Cosa rimprovera al go-

verno in questi cinque

anni? Cosa, secondo lei,

doveva essere fatto e non

lo è stato?

Quel che rimprovero è l’aver

dato la sensazione di voler

inseguire interessi particolari.

Penso ad esempio alla

giustizia: sarebbe stato necessario

intervenire con una

riforma complessiva del

sistema, che oggi mi pare

più orientato alle esigenze di

chi vi lavora rispetto a quelle

del cittadino che chiede

giustizia, certezza del diritto

e tempi rapidi. Ma il discorso

va ampliato alle liberalizzazioni

dei mercati, alla lotta

all’evasione fiscale: solo che

gli stessi rimproveri vanno

mossi con altrettanta decisione

anche nei confronti del

centrosinistra; non è un

caso se l’Italia ha cominciato

a perdere quote di competitività

sui mercati internazionali

dal 1996. Finita l’era

dell’uso delle svalutazioni

competitive, con l’aggancio

Nelle foto, l’onorevole Bruno Tabacci (Udc)

all’area euro – di cui dobbiamo

essere lieti – non siamo

riusciti più a produrre una

politica di qualità che sapesse

individuare nuove soluzioni

nell’interesse generale

del paese. E questo è un

limite che riguarda centrodestra

e centrosinistra.

Parliamo di economia. Il

governo afferma che tutto

sommato stiamo andando

bene. L'opposizione,

invece, denuncia i

conti allo sfascio. Qual è

lo stato attuale dell'economia

nazionale? E la

riforma delle aliquote,

tanto voluta dal premier,

fino che punto è stata

efficace? Ha dato una

"scossa" all'economia

nazionale?

L’economia attuale si è attestata

su un livello di crescita

molto basso. Ma non tutta

l’Italia si è impoverita: semmai

si sono ampliate le distanze

tra le diverse fasce

sociali. Lo certifica il rappor-

L ’ I N T E R V I S T A

to tra ricchezza finanziaria e

pil che in Italia è di 9 a 1

quando negli Usa ci si accontenta

di 5 a 1 e in Germania

di 4 a 1. E lo testimonia

l’elevatissima quota di

economia sommersa, una

montagna che sfiora il 30%

del pil, vanificando qualunque

intervento di politica

economica, distorcendo ogni

tentativo di fotografare la

realtà nazionale, impedendo

di individuare con precisione

le fasce sociali realmente più

bisognose cui indirizzare le

scarse risorse a disposizione.

Per questo la riduzione

del carico fiscale operata con

la precedente finanziaria ha

avuto un esito risibile: ridurre

le tasse dello 0,6% del pil

in presenza di un’evasione

così diffusa non poteva che

rivelarsi vano.

Perché sono stati spesi

molti soldi per l'incentivo

ai decoder del DTT quando

la ricerca in questo

paese ha davvero bisogno

di finanziamenti? Non

crede che questo provvedimento

sia andato a

vantaggio di Mediaset

Premium (oltre che de

La7 Sport), proprietà del

presidente del Consiglio?

Come accennavo prima se

stiamo inseguendo in questa

campagna elettorale è perché

troppe volte si è data la

sensazione di inseguire interessi

particolari. Peraltro non

si deve neppure ricorrere

alla demagogia: l’incentivo

ai decoder del digitale terrestre

se anche fosse stato

impiegato meglio – e lo si

sarebbe dovuto fare – non

avrebbe certo risolto i problemi

di cui ho parlato prima.

Un colpo pesante alla credibilità

internazionale

dell'Italia è stato inferto

d a l c a s o B p i -

Antonveneta, Unipol-Bnl

e dall'atteggiamento dell'ex

governatore Fazio.

Secondo lei, questa vicenda

è solo sporadica o

rappresenta, più nel profondo,

un sistema di favori

(non sempre leciti)

ormai acquisiti dal sistema

economico?

Quello cui si è assistito quest’estate

non è stato altro

che la dimostrazione più

palese di quanto era in realtà

evidente da alcuni anni.

Messa a tacere o quasi la


politica dalla rivoluzione di

Tangentopoli che ha avuto

come principale effetto il

dilagare dell’antipolitica, altri

poteri, meno trasparenti,

hanno avuto la meglio. A

partire dal potere economico

imperniato su un sistema

bancocentrico guidato da un

governatore che anziché

interpretare il ruolo di arbitro

ha infilato la casacca del

giocatore ed ha deciso il

risultato di molte partite. E’

indubbio che l’arrivo di Mario

Draghi a Palazzo Koch rappresenta

uno straordinario

passo in avanti come d’altro

canto hanno riconosciuto

tutti gli osservatori internazionali,

così come l’approvazione

della legge di riforma

del risparmio su cui mi sono

impegnato per oltre due

anni consente di guardare al

futuro con qualche fiducia in

più. Ma la strada da percorrere

è appena iniziata.

Del legame tra politica e

finanza si è parlato tanto

in queste settimane. Si è

parlato poco del legame

Fiorani - CrediEuroNord e

tanto di quello Unipol-Ds.

I torti stanno solo da una

parte o è buona parte

della classe politica che è

coinvolta negli assetti

finanziari di questo paese?

Quello che abbiamo visto è

che la politica si è ridotta ad

un nanismo tale da lasciarle

al massimo il ruolo di tifosa

a fronte del potere economico

strabordante. Nessuno

può chiamarsi fuori, né a

destra né a sinistra. Anche

se, con riferimento alla questione

del rapporto tra cooperative

e politica mentre la

fine della Dc ha decretato

l’automatica recisione del

legame tra le cosiddette

cooperative bianche e quel

mondo, a sinistra questo

processo non si è nemmeno

avviato. Con conseguenze

negative che abbiamo visto

tutti e che a mio avviso si

riversano sullo stesso mondo

della cooperazione: se la

distinzione tra cooperative di

diversa estrazione venisse

meno e si arrivasse ad una

riunificazione del settore

credo che le prime a guadagnarne

sarebbero le stesso

cooperative. Ecco perché

dunque teorizzo da tempo la

necessità di un ritorno alla

politica con la “p” maiuscola:

solo così saremo in grado di

restituire centralità all’inte-

resse generale del Paese.

Onorevole, la riforma

elettorale in senso proporzionale

sembra prefigurare

il ritorno di un

grande Centro. A sinistra

tuttavia fervono i preparativi

per il partito Democratico.

Quale dei due

scenari le sembra più

credibile?

Quel che è certo a mio avviso

è che, chiunque vinca,

dopo il 10 aprile il processo

politico in Italia tornerà finalmente

a mettersi in moto.

Dobbiamo superare l’attuale

sistema caratterizzato

da un bileaderismo statico

che vede confrontarsi dieci

anni dopo il 1996 gli stessi

leader incanutiti.

E’ possibile a quel punto che

si apra lo scenario per la

nascita di un grande partito

democratico a sinistra, così

come è possibile che l’area

moderata si riorganizzi in

una struttura più vicina al

modello di un grande partito

popolare ispirato ai valori

fondanti del Ppe. Di sicuro

dobbiamo superare l’attuale

schema bipolare che vede

decisivi gli estremi più marginali:

pur di vincere si cerca

di allargare la coalizione

sempre più a destra da una

parte e sempre più a sinistra

dall’altra. L’effetto è che si

costruiscono coalizioni in

grado al massimo di vincere

ma non di governare. Dobbiamo

invece approdare ad

un sistema che coniughi le

forze più simili e lasci lo

spazio a chi di governare

tutto sommato non ne ha

l’ambizione, di poter fare

opposizione. Il che non esclude

la riproposizione del

bipolarismo: ma su basi

nuove. In tal senso il ritorno

al proporzionale fortemente

voluto dall’Udc consente un

passo in avanti verso la dir

e z i o n e g i u s t a .

Mi spiega una cosa? Fino

a un anno e mezzo fa,

l'asse An-Udc sembrava

rappresentare la vera

alternativa di centrodestra

al "populismo" di

Berlusconi. Improvvisamente,

quest'asse si è

spezzato. Perché?

Non c’è mai stato un asse

An-Udc. Semmai si è assistito

molte volte ad un’identificazione

di obiettivi e valori

tra Forza Italia e Lega in

questa legislatura. Evidentemente

Berlusconi, scottato

dall’esperienza del 1994, ha

puntato soprattutto a mantenere

saldo il legame con il

Carroccio. Ecco perché An e

Udc in alcuni casi sono sembrate

vicine. In realtà erano

gli altri due partiti della coalizione

ad avvicinarsi tra

loro. Poi è indubbio che il

partito di Fini ha compiuto

dei passi in avanti verso la

moderazione. Così come

nessuno può disconoscere

l’utilità dell’impegno dell’Udc

per moderare certi eccessi

degli alleati: si pensi al caso

della regolarizzazione di 700

mila immigrati. La Lega era

contraria, ma la nostra perseveranza

ha portato all’adozione

di un provvedimento

sacrosanto per le nostre

aziende, per le famiglie e gli

anziani che si avvalgono

della collaborazione delle

badanti e per gli stessi immigrati

che vivevano da

anni in Italia in condizioni di

clandestinità.

On. Tabacci. L'UDC è cresciuto

molto a livello elettorale

negli ultimi anni.

Crede siano i primi

sintomi dell'erosione di

voti che colpirà Forza

Italia o sono voti strappati

al centro-sinistra?

Sono voti che arrivano da

entrambe le parti. E’ indubbio

che Forza Italia ha perso

consensi negli ultimi cinque

anni e una parte di questi

L ’ I N T E R V I S T A

sono stati intercettati dall’Udc

che è parsa una formazione

più moderata e più

credibile forse nel perseguimento

dell’obiettivo di costruire

un nuovo centrodestra

come sostiene anche

l’on. Follini. Ma credo che

una parte dei nuovi consensi

per il partito siano giunti

anche dagli elettori moderati

del centrosinistra, delusi da

un lato dalla riproposizione

di Prodi quale leader – non a

caso mi è capitato spesso di

dire in riferimento a Prodi e

Berlusconi che simul stabunt

e simul cadent – e dall’altro

dalla riproposizione di un’alleanza

con Rifondazione

Comunista che già li aveva

lasciati con l’amaro in bocca

durante la precedente legislatura.

Lei è considerato la

"spina nel fianco" del

capo del governo. Lo è

perché dice sempre quello

che pensa, anche

quando si tratta di cose

scomode? E l'on. Follini?

Secondo lei, paga l'indipendenza

di veduta nella

Cdl?

Il Paese ha bisogno di verità,

anche se scomode, piuttosto

che di lisciature del

gatto dal verso del pelo. E

poi ritengo che le critiche,

quando sono costruttive e

basate sul buon senso, siano

più utili delle lodi sperticate

e tifose. Lo stesso penso si

possa dire di Marco Follini.

Cosa augura a questo

paese per i prossimi cinque

anni di legislatura? E,

nel futuro del centrodestra,

vede ancora Berlusconi?

Auguro al Paese di affrontare

finalmente e rapidamente

i nodi che ne frenano lo sviluppo:

le liberalizzazioni ed il

sommerso.

Quanto al futuro del centrodestra,

in ogni caso la nuova

legge elettorale proporzionale

consente ad ogni partito

di presentarsi davanti agli

elettori con le proprie insegne

e le proprie idee. E’ un

passo in avanti per superare

questa eccessiva personalizzazione

della politica, anche

se sarà necessario reintrodurre

il voto di preferenza

per consentire ai cittadini di

scegliere oltre al partito anche

i loro rappresentanti in

Parlamento.

Leonard Berberi


A T T U A L I T A ’

Una legge inutile e lontana dalla realtà

di Marzia Lazzari

Una nuova stagione si è

aperta in materia sociale.

La proposta di legge “Fini”

sulle sostanze stupefacenti è

stata presentata e votata

dalla maggioranza all’interno

del pacchetto di norme riguardanti

le Olimpiadi (e già

questo la dice lunga sulla

liceità e la trasparenza di

questa norma!).

Il tema torna con grandi titoli

sui giornali che parlano di

pseudo-soluzioni onnipotenti,

punizioni pesantissime a tutti

i consumatori, prese di posizione

a forte ispirazione ideologica

che risvegliano nel

cittadino (e nei politici) una

visione meramente giudicante

e superficiale.

Parlare, parlare e puntare il

dito, mentre, come sempre, i

problemi veri, le storie personali

sembrano lontane o

stanno sullo sfondo di alcune

scelte politiche.

Il testo della proposta di legge

include e parifica tutte le

droghe, dall’eroina alla cannabis,

dalla cocaina all’Lsd

all’ecstasy, prevedendo per

chiunque le “coltivi, produca,

ceda, commerci, …” la reclusione

da 6 a 20 anni e

una multa salatissima.

In questo senso la proposta

di legge discorda completamente

con la legge attualmente

in vigore che divide le

sostanze in più tabelle, attraverso

criteri diversi, prevedendo

sanzioni più leggere

per i derivati da cannabis.

Inoltre la possibilità per il

tossicodipendente che ha

commesso reati di richiedere

la pena alternativa al carcere

viene innalzata per residui di

pena sino a sei anni o per

condanne inflitte per periodi

inferiori, e non più ai quattro

anni come è attualmente.

Resta un mistero come questa

norma si realizzi anche

alla luce della recente legge

definita ex-Cirielli in cui sono

state inasprite le pene specialmente

per i recidivi (le

persone che hanno problemi

di dipendenza da sostanze

psicotrope lo sono il più delle

volte). Questa legge, il cui

slogan è “punire per educa-

re”, vedrà aumentare vertiginosamente

il numero di tossicodipendenti

incarcerati

nelle già sature carceri italiane

(ad oggi, un terzo della

popolazione in carcere lo è

per reati connessi allo stato

di dipendenza; un terzo è

immigrato e il restante sono

persone in attesa di giudizio)

al posto di promuovere percorsi

educativi e di depenalizzazione

o aumentare le

possibilità reali di alternativa.

L’obbligo penale alla cura

non può funzionare, perchè

non esiste cambiamento

senza scelta condivisa e

forte. Un tossicodipendente

che intraprende il cammino

comunitario deve essere

determinato nel fare il passo

di svolta della sua vita, per

far crescere la fiducia in sé e

negli altri, ricostruire i rapporti

e in ultima fase reinserirsi

in quella società che lo

ha sempre rifiutato e emarginato.

Quello che serve è una legge

educativa, che riaffermi la

centralità della singola persona

con le proprie problematiche

e dipendenze, che

dia sostegni, finanziamenti

(cosa che non accade con il

nuovo ddl) e voce ai molteplici

progetti di enti pubblici e

privati sociali riguardanti politiche

di trattamento, di accompagnamento,

di supporto,

e di ascolto. L’ascolto

richiede l’esclusione del giudizio

a priori, provare a mettersi

nei panni dell’altro, il

riconoscimento della diversità.

Bisogna combattere le posizioni

ideologiche perché

spesso portano ad avere

idee stereotipate e lontane

dalla realtà. Non esiste più il

“drogato” che per anni frequentava

le strade (le piazze

e le panchine) il cui abbigliamento

e modo di fare lo identificava

come tale; ora la,

o le sostanze sono dentro la

società, dentro la vita quotidiana.

Ergersi giudici non può che

portare a una minimizzazione

del problema e delle casualità

che hanno portato

queste persone a fare questa

scelta di vita; bisogna

solo aiutarle a ritrovare la

voglia di vivere.


Il dibattito internazionale

sul tema dell'alleviamento

del dolore nei malati terminali

e' vivo da parecchi

anni.

Quando pensiamo all’eutanasia,

rivolgiamo subito

la nostra attenzione al

fatto che non sia giusto

porre fine ad una vita, e

che il dono della vita stessa

riservi un mistero troppo

grande da poter subire

una decisione arbitraria

del medico o del malato

stesso. La questione e’

molto seria ed importante,

coinvolge numerosi paesi

che di questo sciagurato

problema si sono occupati

negli ultimi anni e trova

numerosi ostacoli quando

solo se ne discute nel

nostro timoroso paese.

Alcuni paesi hanno intrapreso

la strada della legalizzazione

dell’eutanasia:

emblematico il caso dell’-

Olanda, che nel 1993 ha

reso non punibile la condotta

di un medico che

somministra dosi letali per

un malato terminale attraverso

l’uso di speciali medicine,

su richiesta e rispettando

determinate

procedure.

Negli Stati Uniti e’ lo stato

dell’Oregon ad aver varato

una legge permissiva

avallata sia da un referendum

che dalla Corte Suprema.

In Italia, eventuali condotte

“eutanasiche” ricadono

all’interno delle fattispecie

illecite previste dal Codice

Penale per quanto riguarda

l’omicidio, sia nel caso

in cui sia il paziente a richiederla

sia nel caso in

cui sia assente tale richiesta.

La possibilità di applicare

“DOLCE MORTE”

l’eutanasia coinvolge esclusivamente

i malati

terminali e in particolar

modo i malati di cancro

per i quali la vita volge

ormai al termine.

L’impossibilita’ per i medici

di poter alleviare le sofferenze

fisiche, morali e

psicologiche dei malati

terminali fa pensare subi-

V E R S U S

Quello che conta è morire con dignità

to all’egoismo della societa’

italiana che di fronte a

questo argomento storce

il naso e gira le spalle a

chi soffre un’esistenza

ignobile pensando che la

vita, essendo un dono di

Dio, non vada assolutamente

influenzata o manipolata.

Questa obiezione puo’

trovare delle ragioni se

questa pratica dovesse

coinvolgere chiunque sof-

di Daniele Keshk

AVVISO

AVVISO

fra, ma la realtà e’ molto

poco incoraggiante per

chi, difendendo la propria

fede, pensa di essere

nella ragione.

Bisogna inoltre ricordare

che la nostra stessa Costituzione

difende la vita e

preserva la dignità umana

come valore inestimabile

della Repubblica. Cosa

c'è di dignitoso nell'attendere

che il malato terminale

muoia attraversando

notevoli e indicibili sofferenze?

Esistono, in effetti, ombre

e resistenze di tipo prettamente

culturale, in forza

delle quali si sostiene che

il dolore rappresenterebbe

niente più che il sintomo

di una malattia, e non

meriterebbe di venire

combattuto per se stesso.

A PARTIRE DAL PROSSIMO NUMERO,

“ACIDO POLITICO” PUBBLICHERA’ LE

FOTO PIU’ BELLE SCATTATE DAGLI STU-

DENTI CON SOGGETTO GLI AMBIENTI

DELLA NOSTRA UNIVERSITA’.

PARTECIPATE ANCHE VOI, MANDANDO

LE VOSTRE FOTO ALL’INDIRIZZO:

acidopolitico@hotmail.it

Il dolore non costituisce

comunque l’unico sintomo

temibile nell’ultimo periodo

della vita.

Nausea e vomito sono

presenti nel 50-60% dei

malati terminali di cancro.

Ed ancora, frequenti appaiono

lo stato confusionale,

il comportamento

incerto, l’ideazione disorganizzata,

la difficoltà nell’attenzione

e il deficit di

memoria.

Quella del malato terminale

appare un patimento

senza confini precisi.

Si intrecciano ansia

(preoccupazione per i familiari,

paura della morte,

perdita della propria dignità),

depressione (crisi del

ruolo sociale e domestico,

stanchezza, insonnia),

rabbia (per l’impossibilita’

di svolgere il proprio lavoro,

per il fallimento delle

terapie).

I dati inoltre più importanti

che fanno volgere verso

una legalizzazione dell’eutanasia

sono quelli

dell’Organizzazione Mondiale

della Sanita’, che

dimostrano il fatto che nei

paesi sviluppati tra il 50%

e l’80% dei malati di cancro

patisca per dolori che

non vengono correttamente

trattati.

Chi si trova in una situazione

cosi terribile, perde

di vista il dono della vita,

perchè la sofferenza e’

talmente insopportabile da

offuscare tutto il resto.

Prepararsi alla morte nel

rispetto della propria dignità,

dei propri affetti,

della propria visione del

mondo; ecco ciò che,

più di qualsiasi altra cosa

sulla terra, può desiderare

ognuno di noi.


Il termine eutanasia è composto

della parole greche

“ e u ” ( b e n e ) e

“thanathos” (morte).

Dunque, il suo significato

letterale è “buona morte”, e

storicamente è connesso ad

una definizione dell’atto del

morire, intesa come morte

naturale dell’uomo saggio,

poiché si prepara al grande

passo con serenità, testimoniando

con la propria condotta

come il morire sia un

momento necessario ma non

insensato della vita umana.

Oggi il termine ha assunto

un significato completamente

diverso, ed è in questa

nuova accezione che dovremo

prenderlo in considerazione;

per eutanasia ormai si

intende la morte intenzionalmente

provocata da parte di

una terza persona.

Bisogna però fare attenzione

ai termini. Non è infatti corretto

usarlo per significare il

rifiuto informato e consapevole

di cure, anche di sostegno

vitale, da parte di un

paziente “competente”, né

va confusa con la rinuncia

all'accanimento terapeutico,

cioè a tutte quelle pratiche

mediche di carattere eccezionale,

non proporzionate

alla situazione sanitaria reale

del paziente.

Che l'accanimento terapeutico

non solo non sia doveroso,

ma sia da condannare

eticamente, è dottrina ampiamente

acquisita, a partire

addirittura da Pio XII. La

condanna all’eutanasia è

riposta nel significato stesso

della vita, che dà senso anche

alla morte.

La vita della persona umana

è un assoluto, ha in sé valore

di fine, è quindi indisponibile

in tutte le fasi del suo

divenire; la vita non può mai

avere ragione di mezzo, non

se ne può mai fare un uso

strumentale.

La storia, del resto, dimostra

“DOLCE MORTE”

che ogni qual volta la vita

umana cessa di essere considerata

il valore primo e

assoluto, l’uomo finisce col

distruggere se stesso: la

salute viene prima della vita?

Allora si eliminano i malati

fisici e mentali, gli handicappati,

i neonati affetti da malformazioni.

Il primo valore è

la razza? Allora si giustificano

i campi di sterminio e le

pulizie etniche.

Il punto centrale da evidenziare

è la “questione” del

dolore e della sofferenza in

assenza della quale perfino i

più accaniti sostenitori dell’eutanasia

riconoscono il

venir meno del presupposto

fondamentale per renderla

legittima. Ormai la nostra

società considera la sofferenza

come una maledizione,

una condizione umana

priva di valore e inutile, quasi

che "sofferenza" e "dignità"

siano incompatibili, quasi

che l’una escluda l’altra.

È vero invece il contrario. La

persona umana, finché vive,

non perde mai la sua radicale

dignità. Non la perde il

delinquente, per quanto ab-

V E R S U S

Con che diritto possiamo togliere la vita?

di Francesco Cacchioli

bia compiuto i più orrendi

delitti, e per questo rifiutiamo

la pena di morte; non la perde

l’infermo o il moribondo,

per quanto sia degradato il

suo stato di salute fisico o

mentale, e per questo andrebbe

rifiutata l’eutanasia.

Il fatto è che il problema della

sofferenza non si risolve

con l’eutanasia, ma eliminando

le cause che inducono

a chiederla.

Occorre, da un lato, evitare

l’accanimento terapeutico e,

dall’altro, mettere in atto una

"terapia del dolore" e "cure

palliative" adeguate, favorendo

nello stesso tempo

forme di solidarietà e di accompagnamento,

che aiutino

gli infermi a superare il senso

di disperazione che prende

quando si vedono abbandonati

e sono lasciati a soffrire

in solitudine.

Presupposto della libertà è la

conoscenza delle alternative

ragionevoli, se può essere

ragionevole per un essere

umano chiedere la sedazione

del dolore o qualsiasi

altro intervento anche grave

che gli permetta di mantene-

A A RUOTA RUOTA LIBERA

LIBERA

“Abbiamo mantenuto tutte le promesse. Ma la

gente non se n’è accorta” (Silvio Berlusconi)

***

“Dunque anche Berlusconi parla del valore della

famiglia. E infatti ne ha due” (Daniele Capezzone)

***

“Gli italiani che votano per Prodi e Fassino sono

come qualcuno che deve sposarsi e affida l’organizzazione

del matrimonio ad un’impresa di pompe

funebri” (Giulio Tremonti)

***

“Sono orgoglioso del fatto che il bonus bebè vada

solo ai cittadini italiani. Ai tanti Alì Babà dovrà

pensarci Allah oppure i loro governi” (Roberto Calderoli)

***

“Io non sono proprietario di tre televisioni, altrimenti

lo sovrasterei” (Pier Ferdinando Casini)

re la propria dignità, risulta

difficile considerare una ragionevole

alternativa la richiesta

di soppressione, proprio

perché libertà, dignità e

ragione sono proprietà caratteristiche

di una persona

viva.

Esiste poi, sempre più spesso,

la situazione in cui non è

la persona che chiede per

sé, ma sono altri che dichiarano

che lo stato in cui la

persona si trova non è degno

di essere vissuto.

Chiaramente in questa situazione

il problema non si pone

neppure, perché l'unico caso

visto nella storia in cui un

decisore terzo deteneva il

potere di decidere quale delle

vite altrui era degna o meno

di essere vissuta si è visto

nei lager nazisti.

Anche dal punto di vista legislativo

non sarebbe necessaria

una normativa sull’eutanasia

perchè già implicita in

tutte le leggi che tutelano i

diritti della persona.

La legge italiana con l'articolo

5 del Codice Civile già

considera illeciti gli atti di

disposizione del proprio corpo

che ne diminuiscono permanentemente

l'integrità

fisica; il Codice Penale poi

proibisce sia l'omicidio del

consenziente sia l'istigazione

e l'aiuto al suicidio.

La giurisprudenza italiana

recente ha però introdotto

una “non punibilità” dell'eutanasia

almeno in un caso,

quanto non sarebbe stato

dimostrabile che la persona

soppressa fosse effettivamente

in vita nel momento in

cui è stato attuato l'intervento

letale.

Nonostante tutto il rispetto

per la giurisprudenza rimane

incomprensibile come possa

non essere presunta la

“condizione di vita” di una

persona; e quindi non punibile

l'interruzione dei sostegni

ad essa indispensabile.


E S T E R I

Quale futuro per i bambini romeni?

di Claudia Robustelli

Un altro Paese si accinge ad

entrare nell’Unione Europea,

una nazione dell’Europa

Sud-Orientale, con una storia

che non può condividere

neppure con gli altri paesi

satelliti dell’ex blocco sovietico.

E’ la Romania.

Questo paese ogni giorno

vive un profondo dramma

sociale le cui radici sono da

ricercarsi nella crescente

disgregazione familiare alla

quale si aggiunge l’eredità

lasciata dal regime autoritario

di Ceausescu.

In quarant’anni di dittatura si

è diffusa l’abitudine di affidare

il destino dei propri figli

allo Stato il quale, in cambio,

avrebbe assicurato loro un’istruzione

e un pasto al giorno.

Le famiglie andavano così

riducendosi alla semplice

coppia che il più delle volte si

disgregava.

Con la destituzione di Ceausescu

nel dicembre del 1989

tale “abitudine” non è però

venuta meno e si è trasformata

da “affido” ad abbandono.

Lo Stato non ha più né

l’obbligo e né l’interesse di

garantire ai ragazzi istituzio-

nalizzati un futuro e loro, le

vere vittime degli ultimi 60 di

storia rumena, non sanno

nemmeno cosa significhi

pensare al domani.

Esiste solo un presente,

duro, inaccettabile e violento.

Esiste solo la vita in un istituto

fatiscente e sovraffollato,

nel quale si viene privati di

affetto, di attenzioni, ma soprattutto

di dignità.

Esiste solo la possibilità di

arrangiarsi, di continuare a

sopravvivere in quella

“galera”, di urlare silenziosamente

il proprio dolore.

Ma queste urla silenziose

non sono poche, sono almeno

33.000, senza prendere

in considerazione tutte quelle

grida che vengono dai

ragazzi di strada.

Quale futuro li aspetta? Quali

prospettive di vita? Ciò che

è certo è che almeno il 10%

di questi bambini e ragazzi

rimarranno a vita nelle strutture

psichiatriche e che un

bambino su tre diverrà assistito

cronico.

Ma per chi esce, per chi è

scampato al drammatico

destino degli istituti psichia-

trici c’è qualcosa di altrettanto

drammatico che li attende:

un secondo abbandono,

quello da parte dell’assistenza

statale che dice loro, una

volta raggiunti i 18 anni:

”quello è il cancello, d’ora in

avanti non sarai più un peso

per noi”.

E c’è solo la strada ad accoglierli,

ad offrir loro come

uniche vie per sopravvivere

la delinquenza, la prostituzione

(alimentata dal turismo

sessuale proveniente dall’

Europa Occidentale) o la vita

nelle fogne.

E’ questo il paese per il quale

è prevista l’entrata nel

2007 nell’UE. A una condizione

però: che tutti questi

istituti-parcheggio per bambini

invisibili vengano chiusi.

Ma è sufficiente eliminare la

loro esistenza perché la Romania

possa diventare un

membro dell’UE? E’ sufficiente

avviare il processo di

de-istituzionalizzazione di

migliaia i ragazzi per poter

dire che non ci sono violazioni

di diritti?

La risposta è un secco no.

E se il governo sta cercando

di eliminare il numero dei

suoi piccoli assistiti buttandoli

in strada o reintegrandoli

nelle famiglie d’origine

(troppo povere o troppo disinteressate

per occuparsene),

c’è qualcun altro che sta

provando con tutte le sue

forze ad offrir loro, finalmente,

la possibilità di iniziare a

sperare.

Sono le numerose Ong locali

e internazionali che si impegnano

a monitorare la fase

di transizione del paese e di

costruire case-famiglia degne

di questo nome attraverso

le quali offrire ai bambini il

supporto di personale qualificato

con educatori, medici e

assistenti sociali in modo da

facilitar loro il reinserimento

nel contesto sociale rumeno.

Alcune di queste associazioni,

quali “Saraj” e “Bambini in

Romania” (con il sostegno

dell’ong locale “Inima Pentru

Inima”) tentano anche di

regalare un po’ di affetto e

attenzioni ai ragazzi che

vivono negli istituti o in strada

organizzando missioni di

volontariato in quasi tutti i

periodi dell’anno.

E’ un modo per rispondere a

quelle urla silenziose che

non trovano risposta, per

afferrare quelle mani tese

che chiedono affetto. Solo

amore e attenzione. Chiamano

noi, cercano le nostre

mani.


di Pierfrancesco Maran

Siamo abituati già da diversi

anni a guerre che hanno

come obiettivo primo il controllo

delle risorse energetiche

del pianeta, ma l’approccio

della Russia di Putin di

questi ultimi tempi rappresenta

una novità.

La Gazprom è l’unica società

russa autorizzata ad esportare

gas all’estero, controlla il

16% delle riserve mondiali

ed è al 51% posseduta dal

Cremlino, insomma uno strumento

eccezionale nelle

mani di Vladimir Putin che

l’ha usato prima per influenzare

la politica dei paesi vicini,

e ora potrebbe usarla per

l’intera Europa.

L’Ucraina in particolare ne è

stata a lungo la vittima preferita.

Dopo aver accumulato numerosi

debiti con Gazprom

tra il 1992 ed il 1994, per

saldarli il governo ucraino ha

dovuto cedere alla Russia

parte della flotta del Mar

Nero, cioè la flotta dell’U.R.S.S.

che copriva l’intero

Mar Mediterraneo, e la città

di Sebastopoli.

Nel corso degli anni, ogni

qual volta Kiev ha tentato di

rendersi autonoma da Mosca,

la Gazprom si è fatta

avanti con la richiesta di ridiscutere

i prezzi del gas. E’

successo anche intorno a

Natale, nel primo anniversario

della “rivoluzione arancione”.

In Ucraina è infatti in atto il

più grande tentativo di emancipazione

dalla Russia della

breve storia del paese. Il

Presidente della Repubblica

Viktor Yushchenko ne aveva

fatto uno dei punti cardine

del suo programma e, anche

senza una maggioranza parlamentare,

sta in qualche

modo tentando di portarlo

avanti.

In questo non è solo, analoghi

processi sono in corso da

parecchio tempo nelle repubbliche

baltiche e da due anni

anche in Georgia. Mosca sa

tuttavia che chiudendo i rubinetti

del gas può mettere in

ginocchio questi paesi e non

sta esitando ad utilizzare

questa minaccia per aumentare

il proprio controllo sull’a-

rea.

A tutto gas: mr. Putin alla

conquista dell’Europa

Se formalmente quindi questi

paesi sono indipendenti,

dal punto di vista energetico

è come se l’U.R.S.S. non si

fosse mai sciolto.

L’Europa da questo punto di

vista sta facendo poco per

tutelare i paesi intorno alla

Russia, anzi, favorendo la

creazione del “North European

Gas Pipeline”, gasdotto

sottomarino nel Mar Baltico,

di fatto toglierà ad Ucraina,

Lettonia, Polonia, Bielorussia

anche l’unica arma di contrattazione

che avevano, il

passaggio dei gasdotti per

l’UE sul proprio suolo.

Questo spostamento a nord

dei gasdotti più sicuri, ricordiamo

tra l’altro che Gerhard

Schroder ha adesso un contratto

milionario come consulente

Gazprom, potrebbe

avere come effetto anche

quello di render secondario il

mercato e le forniture ai paesi

mediterranei come l’Italia.

Ma la domanda che dobbiamo

porci, come europei, è se

questo sistema non possa

essere utilizzato anche come

arma di ricatto verso l’Europa.

Ad esempio, l’accordo firmato

a gennaio tra Italia e Russia

da questo punto di vista

è preoccupante. In sostanza

la Russia si impegna a confermare

la quota di gas da

inviare in Italia precedentemente

prevista (nessun aumento

delle forniture), in

cambio l’Italia si impegna a

garantire l’ingresso di Gazprom

nel mercato della

distribuzione del gas in Italia.

Se l’Europa perde il controllo

delle proprie risorse energetiche,

demandandolo ad una

società straniera, tra l’altro di

proprietà statale, rischia ve-

Potete leggere “Acido Politico” all’indirizzo web:

www.acidopolitico.4000.it

E S T E R I

ramente di finire ostaggio di

improvvisi aumenti di prezzo

o riduzioni di forniture.

Insomma potrebbe subire gli

stessi ricatti cui sono sottoposte

le repubbliche ex sovietiche.

Tutto questa sarà

tra l’altro oggetto del vertice

di Mosca del G8, che avrà

come tema appunto le risorse

energetiche.

Insomma la domanda che ci

poniamo è se ci si può fidare

della Russia di Putin, un

paese formalmente democratico,

ma nel quale non

esiste una vera opposizione,

con una compagnia di Stato

che agisce in maniera concertata

con il governo, controlla

1/6 del gas mondiale,

ingenti quantità di petrolio,

gran parte dei media russi e

usa tutto questo sistema per

influenzare in maniera aggressiva

la politica degli stati

ostili.

Ed è una domanda che ci

dobbiamo fare soprattutto in

Italia, almeno fino a quando

le nostre capacità di diversificazionenell’approvvigionamento

di gas saranno così

limitate.


P E N S I E R I & P A R O L E

E’ il Far West? No, la Casa delle libertà

E' finito il mandato del governo

di centrodestra! La

chiusura è avvenuta in

grande stile e, tra una polemica

e l'altra, c'è stato

spazio per gli ultimi capolavori.

Tra questi, uno in particolare,

merita la nostra attenzione:

la legge che ha

riformato la legittima difesa.In

sintesi, il cambiamento

rispetto al passato

consiste nel fatto che, al

cittadino, viene conferito il

diritto di utilizzare le armi

contro chiunque attenti

alla sua incolumità o alla

sua proprietà.

Verrebbe meno cioè il criterio

di proporzionalità in

base al quale si era legittimati

a difendersi con una

reazione di entità proporzionata

ai rischi che si correvano.

Con la nuova legge,

la risposta del cittadino

all'aggressione è sempre

giustificata.

Un esempio pratico: se

prima un malvivente entrava

in un'abitazione e tentava

di uccidere il padrone di

casa, quest'ultimo sarebbe

stato autorizzato a difendersi

anche con l'uso delle

armi. Ovviamente, in seguito,

si sarebbe dovuto

dimostrare che la vita del

padrone di casa in questione

fosse stata realmente

in pericolo.

Oggi, se lo stesso malvivente

si introducesse nella

stessa abitazione per

commettere un furto il padrone

di casa sarebbe

autorizzato a sparare.

Qualunque cosa capiti al

ladro, il padrone di casa

sarebbe considerato privo

di colpe dalla legge. La

sua reazione è sempre

giustificabile essendo venuto

meno il criterio di proporzionalità.

Prima che venisse introdotto

questo cambiamento,

cosa poteva fare il cittadino

vittima del furto?

Beh, né più né meno ciò

che si fa dopo ogni reato

subito: sporgere denuncia

e lasciare che, una volta

trovato il colpevole, fosse

la magistratura a giudicarlo.

I leghisti, e i loro alleati,

hanno pensato che tutti

questi passaggi tipicamente

democratici fossero

lunghi e noiosi, un impiccio

inaccettabile insomma.

Molto meglio sbarazzarsi

del pesante fardello della

C’era una strana sensazione.

La sensazione di avere

già lottato per quel diritto. Gli

sguardi della gente sembravano

esprimere un solo

pensiero: non si torna indietro!

Era proprio una strana

manifestazione. Generazioni

diverse. Esperienze diverse.

Donne e uomini che con

determinazione sfilavano per

difendere un loro diritto. Una

loro libertà.

14 gennaio 2006. Manifestazione

Nazionale a Milano a

difesa della “194”. Deve essere

stato davvero strano

ritrovarsi lì per chi si era già

mobilitato negli anni Settanta.

Per chi aveva lottato e

finalmente ottenuto l’approvazione

di quella legge che,

proprio in questo periodo,

viene nuovamente messa in

discussione. Negli ultimi

mesi si sono susseguiti attacchi

alla “194”, alla laicità

dello Stato e verso la possibilità

di rendere possibile,

anche in Italia, l’uso della

pillola abortiva RU468. Era

quindi necessario far sentire

la propria voce. Far capire

l’inviolabilità di certi principi.

La legge “194” venne approvata

nel 1978 e poi sottoposta,

nel 1981, a un referendum

abrogativo, in cui la

maggioranza degli elettori

decise di mantenerla. Essa

disciplina le “Norme per la

di Alessandra Del Barba

di Arianna Barindelli

civiltà e cambiare le regole.

Ecco allora che si apre

lo spazio per una giustizia

“fai da te” e per una una

nuova scala di valori. Dire

che è legittimo ferire o

uccidere chi ruba significa

anteporre il valore della

proprietà privata a quello

della vita umana. Il “mio”

orologio vale di più della

...ancora in piazza

per la “194”

tutela sociale della maternità

e sull’interruzione volontaria

della gravidanza”. È una

legge che funziona bene,

introdotta per tutelare e non

per incentivare. È una legge

che si preoccupa di creare le

condizioni affinché l’aborto

sia evitato. E nel caso in cui

sia necessario praticarlo, fa

sì che esso avvenga in condizioni

accettabili, sottraendolo

all’illegalità e alla speculazione.

È una legge necessaria.

Bisogna difenderla

se si vuole salvaguardare la

laicità dello Stato. Se si vuole

garantire una maternità

libera e responsabile.

È indispensabile per non

tornare alla tragica pratica

dell’aborto clandestino.

Il fatto che la “194” ci sia,

non significa rendere l’aborto

indolore. Non significa che le

donne debbano abortire.

Significa che lo possano fare

qualora lo volessero. Significa

garantire alle donne di

poter scegliere. Liberamente.

A nessuna donna piace

abortire. A nessuno piace

dover praticare un aborto.

Però esiste la libertà. E la

libertà, in questo caso, viene

assicurata dalla “194”. E

questa libertà è un diritto che

deve essere garantito e tutelato.

La “194” è stata una

conquista. Non calpestiamola.

Non torniamo indietro.

“tua” vita agli occhi della

“nostra” legge.

Sappiamo che le leggi di

uno stato contribuiscono a

formare l'etica dominante...questa

legge ha dato il

suo pesante contributo!

Dai sondaggi pare che la

maggioranza degli italiani

sia intimorita dai frequenti

furti e dalle intromissioni

dei malviventi nelle abitazioni.

Cosa c'è di più comodo

per cominciare una campagna

elettorale che cavalcare

le paure degli elettori?

Parlare alle viscere della

gente è certamente più

semplice che pensare a

manovre che rendano realmente

le città più sicure.

E' evidente che, con una

legge come quella approvata,

i malviventi saranno

spinti ad entrare nelle abitazioni

altrui armandosi

fino ai denti. In circolazione,

dunque, ci saranno

criminali sempre più pericolosi.

Nessuno è infatti così ingenuo

da ritenere che diminuiranno

i reati: ordinamenti

drastici e vergognosi

che prevedono la pena di

morte non hanno l'effetto

di diminuire la criminalità,

come potrebbe bastare

una riforma come quella

approvata dal nostro governo?

Si deve agire sulle cause

profonde che permettono il

radicarsi della criminalità...questo

però è un discorso

troppo complesso

e scomodo per essere

affrontato dai politici poco

prima delle elezioni.

L'imminente necessità di

tenersi stretti gli alleati

leghisti ha indotto il governo

a elargire questa regalia

ai padani abdicando, in

parte, al suo compito di

tutela della sicurezza del

cittadino.

E allora via libera al Far

West...per un pugno di

voti!


F A T T I N O S T R I

La nostra Facoltà e gli esami “a crocette”

Esami scritti a risposta multipla, possibilità di copiare altissima, grado di

valutazione dello studente scarsa. Benvenuti nella Facoltà di Scienze Politiche

di Armando Dito

Prendendo in considerazione

il piano di studi del

corso di laurea di Scienze

Politiche ci rendiamo subito

conto che la stragrande

maggioranza degli esami

del biennio sono scritti,

circa il 70%, mentre al

contrario nel terzo anno

per quasi tutti i curriculum

abbiamo una preponderanza

di esami orali (la

percentuale varia dal 100-

% del curriculum storico,

al 50% del multidisciplinare

e dell’economico).

Questo porta a pensare

che la politica di facoltà

sia quella di limitare al

massimo gli esami orali

nel biennio quando ci sono

moltissimi studenti da

interrogare e favorirli nel

terzo anno quando le

classi si riducono notevolmente.

Insomma come se

sapessero che la Russia

avrebbe tagliato il metano,

i nostri cari docenti

hanno pensato a una politica

di risparmio energetico!!

Fin qui nulla di male perché

un esame scritto può

essere altrettanto valido

di un orale, ma analizzando

la tipologia degli esami

scritti del biennio notiamo

qualcosa che non va. Ad

esempio vorrei mettere in

forte discussione la validità

degli esami a risposta

multipla che richiedono

uno studio esclusivamente

nozionistico e privo di

alcun’altra utilità; specie

perché (siamo onesti con

noi stessi) sono i più facili

da copiare e di conseguenza

discriminano gli

studenti onesti o meno

“sgamati”.

Inoltre lo studio nozionistico

è inutile perché si ingurgitano

nozioni nel pe-

riodo dell’esame per poi

rimuoverle nei mesi successivi.

Per fare un esempio tutti

gli studenti ben sanno che

l’unico metodo per passare

le crocette di Scienza

Politica è scaricare da

internet i compiti degli

anni precedenti e studiarsi

a memoria le risposte,

o in alternativa copiare da

qualcuno che lo ha fatto.

Lo studio del libro di testo

diventa inutile perché è

impossibile studiarlo a

memoria. In altri casi abbiamo

materie di concetto

e con contenuti discorsivi

che vengono valutate con

esami scritti, talvolta a

crocette.

Metodologia della ricerca

sociale, materia che tratta

di ricerca qualitativa e

quantitativa, questionari

d’indagine e sondaggi è

interamente a crocette,

anzi, ha anche un mecca-

nismo malato per cui le

risposte errate portano a

una riduzione del punteggio.

Lo stesso vale per un'altra

materia tradizionalmente

discorsiva quale Sociologia

Generale: come si può

verificare da due compiti a

crocette la comprensione

del pensiero sociologico

di un autore?

Per concludere il discorso

mi soffermo su Storia delle

dottrine e Filosofia politica

dove almeno l’esame

è a risposte aperte, ma

anche in questo caso

quello su cui dovremmo

essere valutati è la comprensione

dei concetti, il

confronto tra idee e la

argomentazione dei ragionamenti

che si possono

evidenziare solo con un

esame orale.

Tutto questo accade solo

perché i docenti non hanno

voglia di interrogarci e

il prezzo che paghiamo è

quello di un appiattimento

su valori medi e un’oggettiva

randomizzazione degli

esiti degli esami

(Random = casuali, nel

senso che non conta se

hai studiato o meno ma

conta accanto a chi ti sei

seduto e se sai copiare).

Ora non vorrei sembrare

eccessivamente moralista,

ma nella mia idea di

università la differenza la

si deve fare sulle conoscenze

acquisite veramente

perché un domani

nel mondo del lavoro saranno

queste le uniche

utili e non la capacità di

rubare un’idea a un nostro

collega. Mi auguro che i

professori intendano e

decidano di essere un po’

meno scansafatiche.


Il mondo che oggi ci accingiamo

ad affrontare ed a

studiare é un mondo sempre

più connesso, un mondo nel

quale la dimensione spaziale

ha perso gran parte della

sua rilevanza.

Di conseguenza la costruzione

delle nostre identità sta

mutando ed abbandonando i

confini degli ormai stanchi

stati-nazione.

Il processo di unificazione

europea è coerente in questo

senso e rappresenta un

M O N D I P A R A L L E L I

Ripensando a Londra...

di Gabriele Giovannini

grande passo verso una vera

comunità globale.

Tuttavia sarebbe ingenuo

illudersi che questo processo

sia inarrestabile. Seppure

sembra essere questa la

direzione nella quale ci stiamo

muovendo, persistono

enormi differenze tra i vari

paesi: in primis di natura

economica e conseguentemente

di genere sociopolitico.

L’Unione Europea comprende

stati relativamente alla

pari tra loro, almeno dal punto

di vista economico, ma

mantiene al suo interno divari

di diversa matrice. Ed è in

questo spazio di confronto

europeo che voglio concentrare

la mia riflessione: con-

vinto che l’interazione debba

innanzitutto favorire la crescita,

nel senso ampio del

termine.

Quello di cui sto per parlarvi

è frutto della mia esperienza

diretta a Londra, dove ho

vissuto negli ultimi sei mesi.

Quindi più che un articolato

discorso di natura politica,

sarà un insieme di impressioni,

pensieri ed interrogativi.

Inoltre Londra si adatta perfettamente

alle nostre pre-

messe in qualità di metropoli

con sette milioni e mezzo di

cittadini d’ogni nazionalità.

Gli abitanti di Londra, pur

rappresentando etnie e religioni

diverse, sono ben integrati

fra loro; non capita mai

d’assistere a manifestazioni

di razzismo.

Negli stadi non si è continuamente

spettatori di espressioni

di discriminazione verbale

e non, nessuno ci va

semplicemente per fare a

botte, per drogarsi o insultare

le forze dell’ordine. Sia

all’entrata che all’uscita i

tifosi delle due squadre stanno

fianco a fianco senza

scatenare nessuna guerriglia.

E soprattutto non c’è un

intero esercito in tenuta anti-

sommossa a sorvegliare, ma

solo qualche poliziotto a

cavallo che si occupa di smistare

la gente.

Questi atteggiamenti che in

Italia sono all’ordine del giorno

ed allontanano sempre

più le persone “normali” dallo

sport, originariamente momento

di competizione leale

e di festa, oltremanica sono

considerati inaccettabili e

severamente puniti.

Gli abitanti di Londra osservano

le regole quasi con

devozione ed a noi italiani

ogni tanto viene anche da

ridere osservando l’inglese

fermo in fila aspettare pazientemente

il proprio turno

con la cassa di fianco libera.

E lo stesso accade per strada:

nessuno azzarda, corre

o rischia.

Ne ho conosciuti molti di

italiani trapiantati a Londra;

inizialmente straniti dalla

differente atmosfera, ma

quasi tutti successivamente

affascinati da una mentalità

più rispettosa del prossimo e

dell’ambiente.

Mai più una cartaccia in terra,

un inutile colpo di clacson,

una rissa in discoteca

solo per un’occhiata alla

fidanzata o un qualsiasi

comportamento incivile. Tutti

insieme appassionatamente

sotto l’ala protettrice di un’entità

superiore.

Eppure gli italiani a Londra

mantengono molte delle loro

abitudini: dall’alimentazione

al sacrosanto campionato di

calcio. Tra Goodge Street e

Oxford Street c’è una concentrazione

di locali italiani

dove poter vedere le partite.

I londinesi camminano per

strada a testa alta, si guardano

negli occhi, spesso interagiscono

pur senza conoscersi.

Quando in un locale conosci

una ragazza, a tua insaputa

fidanzata, non rischi la vita

come da noi. Nel peggiore

dei casi ricevi qualche insulto,

ma di norma il ragazzo in

questione ti dirà semplicemente

che non c’è trippa per

gatti. Una birra ed amici come

prima.

In poche parole puoi vivere

tranquillo, puoi esprimere la

tua personalità liberamente.

In Italia, purtroppo, si respira

un clima di diffidenza e timore.

Tutti quanti vogliono fare la

parte del leone e chi non ne

ha i mezzi è costretto a fuggire,

a chiedere scusa, a subire!

Quando cammini per strada

devi fare attenzione a chi

fissi per più di due secondi.

Tutto ciò genera frustrazione

ed ancora violenza, considerando

che un ricorso al Tribunale

rischia solo di complicare

le cose. Sabato scorso, ad

esempio, ho assistito personalmente

ad una scena di

violenza collettiva, una rissa,

scoppiata davanti al guardaroba

di una nota discoteca

milanese.

Questo stato di cose mi fa

riflettere e genera in me dei

dubbi. Dobbiamo migliorarlo!

Ma come? La ricetta inglese

è adattabile alla situazione

italiana? E soprattutto quali

sono i veri ingredienti? Bastano

pene più severe? E

quali sono le cause di questi

comportamenti?

Noi, studenti di Scienze Politiche,

dobbiamo trovare delle

risposte.


BACHECA

BACHECA

a cura di Laura Tavecchio

Data la situazione creatasi nell’ultimo

periodo, abbiamo pensato che il tema più

adatto per questo mese fosse

“L’incontro delle culture”, un tema che

possa spingerci a rifletterci e farci capire

che una convivenza pacifica e rispettosa

tra culture è possibile e sperabile.

LIBRI

L’elefante invisibile (Giuseppe Mantovani,

Giunti)

Islam da vicino (Vittoria Iacovella,

editore G. D’Anna)

Verso quale casa. Storie di ragazze

migranti (Maria Chiara Patuelli, Girali

Editore)

Didattica interculturale alla religione

(AA.VV. Casa editrice Emi)

Approssimazione. Esercizi di esperienza

dell’altro (Cassano Franco,

Il Mulino)

Come un pesce fuor d’acqua

(AA.VV, Guerrini)

Comprendere lo straniero

(Sundermieier, Edizione Queriniana)

Comunicazione interculturale e

diversità (Baraldi Claudio, edizione

Coriacei)

ASSOCIAZIONI

Associazione 3 febbraio: associazione

antirazzista e interetnica. Ha

sede in Erba (Co):

erba3f@hotmail.com

Associazione Luca Rossi: assoc.

per l’educazione e amicizia fra i popoli.

www.associazioni.milano.it

Shanti Onlus .Cooperazione e sviluppo

tra i popoli. Ha sede a Corsico.

www.shantionlus.org

CONVEGNI E ALTRO

Corso di formazione per Volontari.I

lezione 25 Febbraio alle 9.30

Sala dell’ass. Acli di Corbetta ,

piazza canonica.Corbetta

Il corso si propone l’insegnamento

all’integrazione attraverso l’elaborazione

del rapporto con il diverso e di

aspetti cruciali nella relazione con lo

straniero. Info: CIESSEVI area formazione

tel 02/45475855 oppure:

f o r m a z i o n e @ c i e s s e v i . o r g

www.ciessevi.org

MIGRAZIONI 24 febbraio a Figino

Serenza (Co) presso villa Ferranti,

piazza Umberto I alle ore 21.00

Proiezione del film inchiesta MARE

NOSTRUM di Stefano Mancherini

info: 031781271

biblioteca@comune.figin

Arctic Monkeys

"WHATEVER PEOPLE SAY I AM,

THAT’S WHAT I’M NOT"

100 mila copie vendute in un

giorno, miglior gruppo emergente,

migliore live band, paroloni

ed elogi da David Bowie e tanti

paragoni altisonanti (The Clash,

Franz Ferdinand).

Questo sono gli “Arctic Monkeys”

che in un lampo hanno convinto

tutti con il loro rock spumeggiante

e goliardico, fresco e frenetico;

la band di Sheffield colpisce

al cuore!

E pensare che si sono fatti strada

grazie al passaparola via web…

M U S I C A / T E M P O L I B E R O

di Alessandro Ceriani

Fat Freddy’s Drop

“BASED ON A TRUE STORY”

Neozelandesi elogiati come

non mai oltre Manica approdano

in Italia (import) fieri

del loro “dub soul” riscalda

anime.

In questo album tanti sono i

generi che s’incontrano :dal

reggae al dub con sfumature

funk-electro; il risultato è

fenomenale.

Da non perdere i loro lunghissimi

live set: gig, una

diversa dall’altra e improvvisate

session.

Baustelle

"LA MALAVITA"

Il male di vivere, cantato e raccontato, un

viaggio tra moods ricercati e drammatiche

parole.

Suoni quasi felici, parole e testi intensi, costanti

nei loro tre album, trovano la miglior

forma in questo progetto regalando loro fama

inaspettata e un nuovo contratto con la

major WEA.


C U L T U R A

La grandezza di Roth e il destino dell’uomo

Il titolo di questo romanzo

gioca sul richiamo che la

vicenda narrata, la storia di

Mendel Singer, volutamente

produce nei confronti del

racconto biblico del libro di

Giobbe.

Re d’Israele, Giobbe, fu scelto

da Dio per essere messo

alla prova e verificare la fermezza

della sua fede, e così

punito, oltre la soglia della

comprensione umana e della

sopportabilità, fino al momento

in cui il grandioso

progetto poté dirsi compiuto,

la prova superata e Giobbe,

ricompensato, poté infine

godere della grandezza misericordiosa

di Dio.

Come Giobbe, Mendel

Singer, ebreo e maestro di

religione per bambini in un

piccolo paesino russo, vedrà

la propria esistenza pacifica

e monotona, andare incontro

a un baratro spirituale e fisico,

a causa dell’accanimento

e dell’insistenza con cui le

disgrazie inizieranno ad accompagnarlo

nel suo cammino.

Mendel subirà l’ingiustizia di

un figlio menomato, l’arruolamento

volontario del primogenito

nell’esercito cosacco

unito all’onta della scoperta

delle relazioni che la figlia

intratteneva coi soldati.

Dovrà abbandonare la sua

terra, perdere i figli maggiori

durante la Grande Guerra e

osservare la morte della moglie

straziata dal dolore, in

una spirale di sofferenze

senza fine né spiegazione

per un animo pacato e rassegnato

come il suo, fino

all’estremo atto del rifiuto e

allontanamento da Dio.

Come Giobbe, anche Mendel

verrà infine premiato.

Ma il libro non ci parla solo

della dimensione religiosa,

del parallelismo con Giobbe;

quella narrata da Roth è

anche una drammatica storia

familiare analizzata dall’autore

attraverso descrizioni e

riflessioni, che insieme specificano

una condizione d’insieme

assolutamente realisti-

di Alberto Corghi

ca all’interno di una vicenda

che ha invece i connotati

della favola.

La grandezza di Roth sta nel

possedere un talento impareggiabile

nel cogliere elementi

che hanno una forza

assoluta nel manifestare uno

stato d’animo o una condizione

psicologica, e descriverli

come farebbe un poeta.

La differenza con la gran

parte dei narratori risiede nel

fatto che Roth, nel momento

in cui vuole mostrare una

particolare condizione (come

la crisi coniugale tra Mendel

e la moglie) non si serve

altro che di poche frasi, ma

incisive a tal punto da non

aver bisogno di dilungarsi in

forzate e innaturali riflessioni

attribuite ai personaggi, che

esauriscono la possibilità del

lettore di riflettervi e trovarvi

spunti di analisi (poiché si

Il 24 Gennaio è uscito nelle librerie

“Cuori Neri” di Luca Telese,

giornalista de “Il Giornale” e

politicamente tendente verso

sinistra.

Un testo che sfiora il thriller processuale,

ricordando ventuno

omicidi di giovani, iscritti o vicini,

al Movimento Sociale Italiano

(Msi). Dal 1970 al 1983 un riflettore

puntato su una pagina buia

della nostra storia, il più delle

volte dimenticata.

dovrebbe perseguire la strada

della forzatura già impiegata

dall’autore).

Roth non inventa, non è mai

prolisso, si potrebbe accostare

ad un pittore che evidenzia

ricalcandoli i tratti di

un quadro che già esiste ed

è conosciuto dal lettore, che

da quel poco torna a ricordare

l’insieme e non può fare a

meno di ammettere che ciò

che ha trovato scritto non è

altro che un magnifico scorcio

del reale.

Roth descrive la realtà di

situazioni proprio come le

immaginerebbe il lettore che

anche non le ha mai vissute,

il tutto attraverso la descrizione

di un gesto, di un espressione

o di un atteggiamento

che pure apparentemente

meno incisivi di un

pensiero del personaggio o

di una riflessione esterna,

Tutte le vittime

dell’odio “rosso”

Ventuno omicidi che hanno segnato

la classe dirigente contemporanea.

Come la tragedia

del “Rogo di Primavalle” il 16 Aprile 1973 a

Roma. Le vittime furono i fratelli Mattei, giovanissimi.

Il movente: loro padre era il segretario

della sezione dell’Msi del quartiere.

Al funerale dei due fratelli saranno presenti

anche Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri.

Ignazio La Russa, futuro direttore di An,

diventerà il difensore di Sergio Ramelli ucciso

il 29 Marzo 1975 a Milano. Motivo: un

di Valeria Petrone

contengono in sé tutto quello

che da questi ultimi si sarebbe

potuto dedurre (con in

più, ed è qui la sua grandezza,

un senso superiore di

appagamento per il lettore,

che può farsi interprete).

In precedenza si è paragonato

lo stile di Roth a quello

di un poeta, ed effettivamente

gli va riconosciuta un’abilità

lessicale fuori del comune,

una delicatezza nella scelta

di espressioni e vocaboli per

la creazione di uno stile che

pervade tutta l’opera funzionale

alla creazione di un

atmosfera fiabesca, che culmina

in un finale commovente

senza scadere nella banalità.

Le frasi scorrono leggere e

Roth le accarezza come fossero

versi di poesie, anche

se amare e drammatiche in

quello che raccontano, della

poesia mantengono pur

sempre l’essenza.

tema di attualità dove il ragazzo,

liceale, sostenne come le

Brigate Rosse fossero una minaccia

per la democrazia. Il

tema fu bloccato dal comitato

politico di Avnguardia Operaia.

Non fu mai corretto, ma venne

appeso in bacheca con la scritta:

“ecco il tema di un fascista”.

Sergio Ramelli diventerà vittima

di una serie di drammatici avvertimenti

da parte di coetanei

anarchici, che lo porteranno

alla morte.

Queste, sono solo due storie,

raccontate da Telese, con una

precisione cronologica frutto di un’attenta

raccolta delle cronache del tempo. Un memorandum

per non dimenticare gli anni in

cui la politica è andata oltre lo scontro parlamentare,

e l’impegno politico poteva significare

anche morte. “Cuori neri” nasce da

testimonianze processuali, a volte commoventi,

e dai ricordi di uomini politici che, all’epoca

dei fatti, erano poco più che ragazzi.


Torna Woody Allen. E torna il

grande cinema.

Trasferitosi a Londra dall’amata

New York (i suoi due ultimi film

da attore si concludevano con

una premonitrice partenza del

protagonista proprio dalla

Grande Mela), il grande Woody

pare aver ritrovato una freschezza

che nei suoi ultimi film

sembrava essere venuta meno.

Confeziona un film raffinato,

come l’alta società londinese

che descrive con l’abilità e la

maestria del miglior Thackeray,

cui si ispira insieme a tutto il

romanzo inglese ottocentesco.

Sceglie il tennis come metafora

della vita, e il risultato è davvero

sorprendente.

C I N E V I S I O N I

THE THE NEW NEW WORLD WORLD (Terrence (Terrence Malick)

Malick)

Terrence Malick, possiamo definirlo uno dei più misteriosi registi americani, in 32

anni di carriera ha realizzato solo quattro film. E, “The New World”, è la sua ultima

fatica, scritta ben 25 anni fa.

Sulla pellicola riporta il primo incontro-scontro, fra i popoli precolombiani ed i

primi esploratori inglesi, caricando le immagini di uno straordinario pathos umano,

(rispolverando la fiaba Disney “Pochaontas”).

Malick porta in scena la vera storia ”americana”, non vi sono eroi, nè vinti e nè

vincitori. Egli è fortemente affascinato dalla sovrapposizione delle culture

(indigena/inglese) che descrive in maniera meticolosa, cosicchè l’ambientazione

ed i personaggi proiettino lo spettatore nell’aprile del 1607 quando le navi della

“Virginia Company” di Londra incrociano l’Atlantico alla ricerca di oro. Sicuramente

è degno di nota il budget limitato del film, che ha portato il regista ad

utilizzare solo luce naturale per la sua pellicola.

MATCH MATCH POINT POINT (Woody (Woody Allen)

Allen)

Quello che si potrebbe definire

un film da manuale, in cui l’Allen

regista riesce a tornare ai

livelli eccelsi di “Manhattan” e

“Io & Annie”.

Un’ultima considerazione va

però riservata a Scarlett Johansson,

che già aveva folgorato

il pubblico con un personaggio

chiuso e introverso in

”Lost in Translation”, e che qui

dà libero sfoggio alla sua bellezza

e sensualità.

Qualsiasi tentativo di tradurre

in parole quello che le immagini

rappresentano si rivelerebbe

oltremodo inadeguato. Facciamo

del nostro meglio: magnifica.

(Flavio Bini)

(Luca Silvio Battello)

La locandina del film di Woody Allen

BROKEBACK BROKEBACK BROKEBACK MOUNTAIN

MOUNTAIN MOUNTAIN (Ang (Ang Lee) Lee)

Lee)

Il regista cinese Ang

Lee, che ha compiuto i

suoi studi accademici

presso la New York

University, ci presenta

una nuova visione della

concezione del mito

Yankee. Nella sua pellicola

non avremo più i

virili cavalieri del Far

west, tutto “whisky and

Guns”.

Fra le montagne di Brokeback,

i cowboy precari

Ennis e Jack, in un rapporto

fisico mascolino a

volte violento, fanno sì

che nasca un’intimità

sessuale, che porteranno

avanti anche nella

loro successiva vita matrimonialeeterosessuale.

La proiezione è una

love-story in piena regola,

in antitesi tra passione

e unione coniugale.

Il regista, aldilà del soggetto

innovativo, lavora

molto bene dal punto di

vista iconografico dando

un forte senso iperrealista

alle immagini, che

riscontriamo sopratutto

nella parte iniziale del

film. La narrazione è

classica e non sfocia mai

nella banalità e in melodrammi.

E proprio questo mix gli

è valso 8 nomination agli

Oscar.

(Luca Silvio Battello)


S P O R T

L’Italia perde, ma il Rugby vince

di Andrea Fumagalli

Due sconfitte. Questo il triste

risultato ottenuto dalla nazionale

italiana di rugby dall'inizio

del “6 nazioni”. Dal 2000,

primo anno di partecipazione,

abbiamo ottenuto quasi

solo pessime figure

(eccezion fatta per le uniche

due vittorie con Scozia e

Galles a fronte di 30 sconfitte).

Tuttavia ogni volta che gli

azzurri scendono in campo

allo stadio Flaminio di Roma,

le tribune sono occupate in

ogni ordine di posto. Manca

oltre un mese al prossimo

incontro casalingo contro la

Scozia, il 18 Marzo, ma i

biglietti ancora disponibili

sono meno di un migliaio e

le curve sono esaurite da

tempo. Diversi sono i motivi

che stanno consentendo a

questo sport relativamente

poco conosciuto in Italia di

diffondersi.

Che stanno spingendo numerosi

appassionati, il cui

numero è in continua crescita,

ad affrontare lunghi viaggi

fino a Roma. Motivazioni che

evidenziano il netto contrasto

tra questo mondo e quello

calcistico.

Un elemento é l'imprevedibilità

di ogni singola partita,

dovuta al differente modo di

giocare che ogni squadra

applica . Se ad esempio

l’Inghilterra imposta il suo

gioco sulla potenza fisica,

cercando di trascinare il pallone

in meta, il Galles effettua

continui passaggi alla

ricerca dell'uomo libero, in

grado di raggiungere l’area

di meta.

Ed è dunque possibile vedere

una squadra sulla carta

debole sconfiggerne una

favorita (ne è un esempio il

Galles, mediocre per anni e

vincente invece in tutti gli

incontri della passata stagione),

mentre nel calcio sono

ormai anni che Milan e Juventus

si spartiscono, lecitamente

o meno, i titoli nazionali.

Caratteristica nel rugby è la

figura dell'arbitro, sempre

sicuro, presente nell'azione e

abilitato, in caso di dubbio

riguardante una meta, a

sfruttare tramite un assistente

i replay televisivi.

Nessuna decisione presa

viene criticata, ciò che decide

l'arbitro è inappellabile, se

si subisce un'ingiustizia si

riparte ancor più carichi.

Ciò è forse dovuto agli scarsi

interessi economici che

(almeno in Italia) girano attorno

a questo sport, alle

minori pressioni che la federazione

nazionale esercita su

allenatore e giocatori, all'assenza

di un tifo organizzato.

Proprio i tifosi sono secondo

me il vero punto di forza del

rugby: 80 emozionanti minuti

vissuti in un'atmosfera diversa

da quella calcistica, non

in uno stadio in cui le due

curve avversarie si insultano.

Certo esiste rivalità, ma i

tifosi ospiti si mescolano a

quelli ospitanti, incitando tutti

e trenta i giocatori in campo

fino al fischio finale. Nessuno

abbandona il campo se la

propria squadra è in svantaggio,

nessuno critica.

Ad ogni modo diverse sono

le cose a non funzionare in

Italia, come l'assenza di impianti

adeguati o

lo scarsissimo pubblico presente

alle partite del campionato

nazionale.

Il mio timore è che la sportività

del rugby ereditata dalla

tradizione anglosassone in

Italia possa dissolversi col

tempo, così come accaduto

nel calcio.

Un paragone col “soccer”

inglese in cui non vi sono

barriere tra campo e tribuna

e lo stadio Delle Alpi di Torino

in cui vi sono più recinzioni

che tifosi è impietoso.

Fortunatamente al momento

il rugby è un altro mondo,

preso in prestito da altre

nazioni (moti giocatori italiani

giocano all'estero e molti altri

sono di origine argentina) e

ancora intatto dalla demenza

italiana. Speriamo rimanga

tale.


C A R T O L I N E D A L L ’ I N F E R N O

AFGHANISTAN - Vedove afghane in coda per ricevere la razione quotidiana di cibo al centro di assistenza CARE a Kabul (Rafiq Maqbool / Ap)


di Francesco Cacchioli

A Toronto (Ontario), è illegale salire sul tram di domenica

se state mangiando aglio.

***

A Calgary (Alberta) c'è una legge locale - ancora nei

libri - per la quale i negozi all'interno della città devono

prevedere palizzate per legare i cavalli.

***

Nel Paraguay, duellare è legale purché ambo le parti

siano registrate come donatori di sangue.

***

In Giordania, i legislatori hanno previsto il tempo

massimo che deve trascorrere tra un rapporto sessuale

e l'altro in una coppia di sposi: la legge ordina di fare

sesso "almeno ogni quattro mesi".

***

A Doha, in Qatar, una donna che viene sorpresa nuda

da un uomo si deve prima coprire la faccia, e poi, eventualmente,

anche il corpo.

***

A Singapore, la gomma da masticare è bandita perché

è un mezzo per "rovinare un ambiente libero da immondizia".

***

Ad Avignone (Francia), negli anni '50, i consiglieri della

città resero illegale a qualsiasi disco volante (flying

saucer) di atterrare in città.

***

In Alabama è illegale per un guidatore essere bendato

mentre manovra un veicolo.

***

A Linden, un'ordinanza stabilisce che tutte le donne di

"incerta moralità" debbano lasciare le strade dopo le

9 di sera.

***

A Fairbanks, in Alaska, è illegale offrire birra ad un alce

e, sempre a queste, non è permesso praticare sesso

nelle strade cittadine.

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