gioventù evangelica - Chiesa Battista di Cagliari

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gioventù evangelica - Chiesa Battista di Cagliari

gioventù evangelica

rivista trimestrale anno LX nuova serie

via Porro Lambertenghi 28, 20159 Milano

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in A. P. D. L. 353/2003

(conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB Cuneo - n. 4/2011

Taxe percue/tassa riscossa CMP/CPO Cuneo.

Salomone, re della pace

denaro

denaro nella Bibbia

la spiritualità “concreta” di Buzzati

inverno 2011


Sommario

cosa succede nel mondo

di Nicola Rochat . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag . 1

bibbia

Salomone, re della pace

di Deborah D’Auria . . . . . . . . . . . . . . . . pag . 2

mono: denaro

Privatizzazione dei guadagni e socializzazione

delle perdite

di Marco Mazzoli . . . . . . . . . . . . . . . . . .pag . 7

Nove parole di lessico economico poco familiare

di Giorgio Guelmani . . . . . . . . . . . . . . . .pag . 11

Italia in declino: spunti per ripartire

dal blog “La Fuga dei Talenti” . . . . . . . . .pag . 15

Tutto ha un prezzo?

di Giovanni Arcidiacono . . . . . . . . . . . . .pag . 17

Il denaro, la società, noi

di Laura Casorio . . . . . . . . . . . . . . . . . . .pag . 23

Denaro, tentazione o mezzo?

intervista a Elena Cozzi . . . . . . . . . . . . .pag . 27

Il Vangelo della prosperità

scheda di Dario Monaco . . . . . . . . . . . . .pag . 28

percorsi

Il giovane ricco

scheda di Helene Fontana . . . . . . . . . . .pag . 30

L’offerta della vedova

scheda di Winfrid Pfannkuche . . . . . . . .pag . 32

La falsa sicurezza del denaro

scheda di Giuseppe Scuderi . . . . . . . . . .pag . 34

finestre

La spiritualità “concreta” di Dino Buzzati

di Gioele Bianchi . . . . . . . . . . . . . . . . . .pag . 36

Nel 2011 abbiamo pubblicato . . . . . . .pag . 40

Editoriale

Denaro. Abbiamo scelto questo tema prima dell’estate,

prima degli attacchi speculativi sui mercati, prima

dell’esplodere della crisi dei debiti sovrani nell’area

euro. C’era ancora Berlusconi e non si parlava di recessione

al 2% per il 2012.

Il denaro fa parte della nostra vita, ma non è la nostra vita. Il denaro

è solo un mezzo, uno strumento, in quanto tale sostanzialmente

neutro, oppure i soldi puzzano, sono potere e rapporti di forza? Quale

relazione tra denaro e felicità? Esistono un denaro buono (quello

guadagnato onestamente, lavorando) e un denaro cattivo (quello

accumulato speculando in borsa o sulle disgrazie altrui, generato

quindi da altro denaro e non da lavoro)? È vero, come ci vogliono

far credere, che tutto ha un prezzo? Esiste un diverso rapporto con

il danaro tra mondo profit e mondo no-profit?

Queste alcune delle domande che ci siamo posti/e in redazione:

vi presentiamo ora il risultato del percorso di riflessione, reso possibile

come sempre dalla disponibilità dei tanti che hanno scritto e

dialogato con noi.

Marco Mazzoli scrive della tendenza imperante alla privatizzazione

dei guadagni e alla socializzazione delle perdite, e fa il punto su

come si è arrivati a tanto negli ultimi 30/40 anni. Giorgio Guelmani

con sapienza e ironia ci presenta un breve vocabolario di lessico

economico poco famigliare. Un contributo dal blog “La Fuga dei talenti”

ci ricorda che, per rilanciare l’economia di un paese in declino,

bisogna puntare sulle giovani generazioni. Giovanni Arcidiacono

parla di prezzi e mercato, di esternalità e cura del Creato, di valore

monetario attribuito ormai a tutte le cose e di denaro come mezzo

e non come fine. Laura Casorio parla di denaro e società, con particolare

attenzione alle relazioni e al mondo del lavoro. Elena Cozzi

ci racconta in un’intervista il suo rapporto col denaro, dal suo punto

di vista di valutatrice socio-ambientale di Banca Etica. Una scheda

di Dario Monaco sul “Vangelo della prosperità” completa la parte

monografica.

Nei “percorsi” presentiamo tre contributi biblici sul tema denaro,

a cura di Helene Fontana (Mt 19, il giovane ricco), Winfrid Pfannkuche

(Mc 12, l’offerta della vedova) e Giuseppe Scuderi (Lc 12, la

falsa sicurezza del denaro).

Per le “finestre” pubblichiamo un invito alla lettura dell’opera di

Dino Buzzati a cura di Gioele Bianchi.

Lo studio biblico di Deborah D’Auria su Salomone, re della pace,

chiude il ciclo del 2011 dedicato ai Re di Israele.

Vi ricordiamo di sostenere Ge rinnovando l’abbonamento per il

2012, segnalandovi la recente collaborazione con il settimanale Riforma,

con cui dal 2012 promuoviamo abbonamenti congiunti (sia

cartaceo che pdf). Buona lettura!

Eva Valvo e Nicola Rochat


Cosa succede nel mondo

Monti e i sacrifici, ministri che piangono, mannaia

sulle pensioni, le banche al potere. Riprendiamo

un minimo di decoro in Europa, peraltro

litigiosa e con le idee confuse, prigioniera del rigore

tedesco; nel mentre S&P distribuisce downgrade

non richiesti e nelle motivazioni dice una

grande verità: la politica di riduzione del debito

senza crescita aggrava la recessione e finisce per

aumentare il debito, è quello che sta accadendo

in Grecia, dove si ammazza il paese reale prima di

dichiarare un default più o meno pilotato.

Dove stanno andando le rivoluzioni arabe?

Nelle urne faticosamente conquistate prevalgono

a maggioranza partiti islamici più o meno

moderati, in Egitto i generali reprimono come

e più di Mubarak; la Siria sull’orlo della guerra

civile, morti e torture; in Iran proseguono gli

omicidi mirati dei tecnici del programma nucleare,

“misteriosamente” uccisi dal Mossad e affini,

mentre la minaccia del blocco dello stretto di

Hormutz con gli impatti che avrebbe sull’economia

mondiale già prostrata dalla crisi allontana

per il momento i venti di guerra. Massicce

manifestazioni democratiche di protesta anti-

Putin in Russia, è una prima volta anche lì.

La Costa Concordia fa naufragio a meno di 100

m dalla costa dell’isola del Giglio. Una bestia da

114.000 tonnellate di stazza in area balneabile, come

se un tir transitasse in un parco giochi, è verosimile

che incontri qualche ostacolo sulla sua strada.

Una pirlata finita in tragedia, con un comandante

irresponsabile che ritarda il mayday e abbandona la

nave tra i primi, mentre la guardia costiera lo inchioda

alle sue responsabilità con l’ormai celeberrimo

“Torni a bordo, cazzo!!”. Ancora da stimare i danni

ambientali.

1

Ragazzina 16enne inventa stupro a Torino

accusando due rom per nascondere ai genitori

un rapporto sessuale, genitori che la portavano

dal ginecologo una volta al mese per controllarne

la verginità (senza parole). Corteo di protesta nel

quartiere “degenera” e mette in fiamme il campo

rom dove vivevano i “sospetti”, impedisce l’accesso

ai vigili del fuoco, si vedono episodi di razzismo

esplicito, insulti ai carabinieri del tipo “vorrei ti stuprassero

madre e sorella”… ma dove siamo finiti?

Consiglio di vedere il sito http://www.europeancommongoods.org,

una delle poche iniziative

politiche intelligenti dal basso in risposta ad una

crisi finanziaria che si sta mangiando le economie

reali che già bene non stavano. 18 miliardi

la stima dell’aumento di spesa per interessi sul

debito sovrano dovuti all’aumento dello spread

nel 2012 – come l’inutile Tav e come i nuovi aerei

da caccia militari –, il blocco delle indicizzazioni

sulle pensioni vale 4 miliardi ca., la ridicola

tassazione dei capitali scudati (sempre che sia

tecnicamente realizzabile) ancor meno. Due pesi

due misure.

Lo ius soli viene citato implicitamente da

Napolitano come la soluzione alla “follia della

non cittadinanza ai nati in Italia”, nel corso di

un incontro con i vertici Fcei al Quirinale. Conseguenze

normative pratiche per ora zero, ma

intanto apprendiamo con piacere del parere

del vertice istituzionale.

di Nicola Rochat


BIBBIA

Salomone,

re della pace

Salomone, in ebraico Shelomò,

in arabo Sulayman,

il re sapiente e magnifico

per eccellenza, una tra le

figure più affascinati della

Bibbia. Salomone: il valore numerico

del suo nome è 375, lo stesso

del verbo “asà”, ha fatto, che è il vero

cardine del libro dell’Esodo.

“Viva il re Salomone!”

Alla sua memoria sono legati diversi

motivi che affiorano costantemente

nella coscienza ebraica e,

di riflesso, in quella cristiana: dalla

sontuosa costruzione del Tempio di

Gerusalemme, compiendo l’opera

pensata da suo padre David, all’affermazione

di una sapienza religiosa

capace di fare i conti con saperi e

sovrani stranieri, oltre che con donne

di ogni censo e colore, tra cui la

leggendaria regina di Saba.

A Salomone, infatti, vengono attribuiti

due Salmi, la maggior parte

del libro dei Proverbi, il Qohelet e il

Cantico dei Cantici. Visto che non

c’è accordo tra gli studiosi liberali

e quelli di orientamento conservatore,

in linea di massima si può dire

che i primi negano al re d’Israele la

paternità di queste opere, mentre

i secondi gliele attribuiscono. Fu

l’ultimo dei Re del regno unificato

di Giuda e Israele. Regno che viene

considerato dagli ebrei come un’età

ideale, simile a quella del periodo

augusteo a Roma.

…E tutto il popolo disse: “Viva

il re Salomone!” (1 Re 1:39b). L’ouverture

del Libro dei Re è estremamente

avvincente, l’epoca davidica

è ormai alla sua conclusione,

seguiamo

il vecchio re Davide

mentre sta per abbandonare

la scena,

o meglio il trono. Ed

è proprio nel primo

capitolo che si è trascinati

in uno straordinario

racconto di

lotta per la successione,

che ha come

protagonisti Adonia

e Salomone: “una

poltrona per due

fratelli” diremmo. In

realtà a tessere le

trame della storia e

dell’esito finale saranno il profeta

Nathan e Betsabea (Bat Sheva) che

pongono dinanzi all’ormai vecchio

re, il conflitto per la successione, o

meglio, le “manovre” di Adonia che

fa della sua primogenitura il motivo

della sua legittima successione

al trono, senza dimenticare il ruolo

e le azioni dei suoi sostenitori.

A questo punto Davide fa chiamare

Betsabea e si rivolge a lei tenendo

fede a un giuramento fattole

molti anni prima (1 Re 1:29-30),

utilizzando una formula forte, che

ha la stessa potenza del “giuramento”,

così come si rintraccia in altre

pagine della Bibbia ossia: “Com’è

vero che il Signore vive…”. Davide

ordina ai suoi servi di preparare

la cavalcatura della sua asina per

Salomone che sfila verso Ghihon,

osannato come “principe di Israele

e di Giuda”: questo atto ci rimanda

a quell’antica funzione regale e

messianica di cui si legge nel libro

2

di Deborah D’auria

Si conclude il ciclo di studi biblici sui

Re di Israele che ci ha accompagnato

nel 2011. Deborah D’Auria* propone

una meditazione su Salomone,

ultimo sovrano del regno unito di

Giuda e Israele. Considerato re della

pace, simbolo di un’età ideale di

prosperità, Salomone è ricordato

per la saggezza, la giustizia e la

costruzione del Tempio, ma il suo

regno alla fine decade a causa

dell’idolatria delle donne straniere di

cui egli si era circondato.

del profeta Zaccaria (9:9) e che sarà

elemento non secondario anche

nel racconto dell’ingresso di Gesù

a Gerusalemme raccontato dai

Vangeli.

il re di un’epoca

di pace e prosperità

Inizia così un’epoca di pace e prosperità

con questo nuovo sovrano,

cui il testo biblico si riferisce con

numerosi appellativi che sono un

vero e proprio crescendo: “fratello

di Adonia e figlio di Bath Sheba”,

“servitore di Davide”, “figlio mio”

(didi lui Davide) e infine tutti lo

chiamano “re Salomone”. Ma c’è

un “di più” (v. 46ss.) che conferma

e sigilla questa sua intronizzazione

scelta da Dio con un susseguirsi di

“benedizioni” che pongono ancora

una volta al centro della storia di


Israele la promessa di Dio fatta a

Davide di una dinastia che durerà

in eterno e di una pace che soffierà

su essa e sul regno per sempre. Di

questa pace Salomone sarà portatore

a cominciare dal suo nome.

Shelomò da “shalom” che è augurio

di una vita che non conosca

tempeste, e a questo nome se ne

aggiunge un altro che porrà su di

lui Dio stesso per mezzo del profeta

Nathan: “Iedidià” ovvero “amato

da Iod/Dio” (2 Sam 12:24), questo

nome non comparirà mai più in

tutta la vicenda legata alla vita di

Salomone, re che prosperò senza

muovere guerre su guerre e che fu

degno di edificare il Tempio di Gerusalemme.

È possibile rintracciare dei passaggi

fondamentali nella storia del

regno di Salomone strettamente

legati alla sua persona. Proviamo a

disegnarne un quadro seppur breve

e circoscritto.

Innanzitutto il modello di monarchia

scelto: si tratta di un tipo di

reggenza ideale che rovescia completamente

il modo di pensare alla

regalità, infatti al centro non ci sarà

la gloria del sovrano, bensì il benessere

del popolo di Dio e, per attuare

ciò, il sovrano sceglie di essere “subordinato

alla Torah”, ovvero essere

“servo di Dio”, così come è espresso

e sottolineato per ben quattro volte

nel testo biblico (1 Re 3:5-9) in cui

si narra che Dio compare in sogno

a Salomone. Come potrà il giovane

re portare avanti un programma di

governo così impegnativo (il testo

biblico parla letteralmente di “amministrare

la giustizia”).

È proprio nel versetto 9 del capitolo

in questione che si concentra

l’essenza del suo agire che contraddistinguerà

il suo regno come

quello tra i più perfetti della storia

di Israele. Salomone agli occhi di

Dio ha trovato gran “benevolenza”

(v. 6); benevolenza traduce la parola

ebraica hesed e con questo termine

si esprime la fedeltà al patto

con la stirpe di Davide. È a partire

da questo assunto fondamentale

che Salomone rivolge la sua richiesta

al Dio dei Padri: che gli sia fatto

dono di “un cuore intelligente” col

quale possa discernere il bene dal

male, per poter amministrare la

giustizia nei confronti di un popolo

così numeroso. In ebraico la parola

lev può essere tradotta allo stesso

tempo con cuore e mente…

amore e giustizia,

un intreccio contraddittorio

Non è difficile comprendere la richiesta

di Salomone e cosa egli volesse

intendere con “amministrare

la giustizia”, dal momento che, seguendo

la lettura del capitolo 3 del

libro dei Re, ci imbattiamo nel celeberrimo

episodio delle due prostitute

che si presentano al re per ottenere

“giustizia”, esse si contendono

un bambino. A questo punto è

necessario aprire una parentesi sul

vasto tema della “giustizia”, e parlare

di essa impone quanto meno di

dibattere sul rapporto esistente tra

amore, giustizia ed etica. Intrecci

3

strettissimi ma anche contraddittori,

perché infatti, se ci pensiamo

bene, l’amore può essere visto come

“contro giustizia” perché esso

istituisce nei confronti dell’amato/a

un privilegio rispetto ad ogni altro

essere, viceversa chi ama senza essere

corrisposto, soffre di una ferita

immeritata. Nella tradizione ebraica

spesso la giustizia viene a essere invocata

al fine di correggere l’amore,

quest’ultimo infatti è estremista

ed esclusivo, mentre la giustizia è

mediatrice ed inclusiva. Un’ultima

nota interessante potrebbe essere

data dall’analisi dell’iconografia

che ritrae la Giustizia bendata con

in mano una bilancia, dunque temperante

e rivolta a tutti, contrariamente

all’Amore, anch’esso bendato

(Amore è cieco dice la tradizione

popolare) ma arbitrario, singolare e

rivolto a un solo oggetto.

Nell’ebraismo far coincidere

Amore con Giustizia significa parlare

di tempi messianici, anche se

da sempre nell’ebraismo si pensa

ad una correzione della Giustizia

da parte dell’Amore, in particolare


della misericordia di Dio, ed esiste

una correzione dell’Amore da parte

della Giustizia, ed è appunto il concetto

di etica, che va inteso come

un ponte tra Amore e Giustizia, che

ha due facce una volta verso l’uno e

una volta verso l’altra.

Torniamo al nostro episodio del

bimbo conteso (1 Re 3:16), che ci

presenta il primo giudizio di Salomone:

il re propone di dirimere il

nella sua saggezza il re Salomone è

capace di amministrare la giustizia

e portare la pace

conflitto tra le due madri col taglio

del bambino in due, cosicché entrambe

le donne possano avere la

loro parte di figlio.

Il testo ebraico accenna non solo

al taglio in senso stretto da effettuarsi

con una spada, bensì usando

il termine gezerut che rinvia alla

sentenza rabbinica in senso stretto

(gezerah), con ciò si vuole sottolineare

come il re con quella sentenza

avesse emesso una scelta drastica

e definitiva. Il racconto biblico ricorda

come la vera madre, all’idea

di veder suo figlio ucciso in nome

della giustizia, commossa nell’utero

(racham; da cui rachamim cioè misericordia),

rinuncia alla sua “parte

di figlio” e lo cede all’altra donna.

Il testo biblico sottolinea e commenta

che il popolo che aveva assistito

alla “sentenza” ebbe “timore”

perché vide che il re nella sua

saggezza divina era stato capace

di amministrare veramente la giustizia.

I maestri ebrei sostengono

che il mondo si regge su tre cose: la

verità, il giudizio e

la pace, dicendo

che esse sono legate

in quanto, se

il giudizio si basa

sulla verità, ne consegue necessariamente

la pace. E di questo principio

Salomone è stato un grande

propugnatore e facitore, divenendo

emblema della giustizia così come

suo padre Davide lo era stato della

teshuvah (ritorno/pentimento).

la costruzione

del Tempio

Secondo aspetto: la saggezza del

re non è soltanto rivolta all’amministrazione

della giustizia in senso

stretto, dal momento che essa è

preparatoria alla sua impresa più

4

importante. Il regno di Salomone,

regno di shalom, raggiunge il suo

culmine con la costruzione del

Tempio (capp. 6-8).

Il Tempio sarà edificato nel nome

di YHWH, che ha donato lo shalom,

la saggezza e la prosperità che circonderanno

il regno; si tratterà di

una fragile condizione destinata a

crollare come un castello di sabbia

allorquando Salomone trascurerà

l’osservanza delle prescrizioni della

Torah.

L’importanza dell’edificazione del

Tempio di Salomone sembra essere

evidenziata dalla promessa di Dio

di “abitare in mezzo al popolo”, di

non abbandonarlo mai, una ulteriore

promessa che si aggiunge alle

precedenti già fatte ossia quella

del dono della “sapienza” e quella

del “trono di Israele” e quella di “una

lunga vita”.

È interessante notare come il capitolo

6, che apre la narrazione della

costruzione del Tempio, comincia

con il ricordo della schiavitù e

dell’esodo dall’Egitto, tema centrale

nella fede d’Israele, il ricordo della

liberazione dalla schiavitù apre a

una nuova storia con il Dio della

liberazione che cammina col suo


popolo. Dunque un intreccio strettissimo

tra elezione, patto e Tempio,

e il libro dei Re si concluderà

proprio con un capovolgimento di

quell’esodo e con la deportazione

in Babilonia e con il ritorno traumatico

in Egitto (2 Re 25:26).

l’intero universo non può contenere

Dio, Egli è simbolicamente

presente nel Tempio

Nel più ampio contesto argomentativo

inerente il Tempio va altresì

collocata la preghiera di consacrazione

di re Salomone, che può essere

divisa in due parti, la prima che è

una supplica in favore della dinastia

e la seconda invece descrive in sette

esempi la funzione pratica della

preghiera fatta nel Tempio per la

vita di Israele (1 Re 8:22-53).

Centrale nella supplica è l’accento

posto all’esilio, laddove le radici

verbali di “deportare” (šabah) e pentirsi/tornare

(šub) subiscono ben

sette variazioni.

Salomone insiste nel dire che

l’intero universo non può contenere

Dio, Egli è simbolicamente presente

nel Tempio mediante il nome

divino.

l’idolatria

delle donne straniere

Ma cosa determinerà la fine del

regno di Salomone e cosa spezzerà

lo shalom che aveva caratterizzato

la sua reggenza? Il tutto è da collegarsi

alla fama di grande amateur

del re Salomone, del quale è nota

la numerosa schiera di mogli e concubine.

Attenzione però, la Scrittura

non vede come peccato e dunque

non dà un giudizio moralistico al

numero “esagerato” delle sue mogli,

il problema è ben più profondo e va

ricercato nel fatto che molte delle

sue donne saranno straniere e la

loro nazionalità e fede non era certamente

rivolta al Dio d’Israele. Salomone

è colpevole di aver concesso

alle sue donne la possibilità di edificare

altari per i loro dei e, sebbene

egli non si sia prostrato dinanzi agli

dei stranieri e non li abbia adorati,

quegli altri altari sono la conferma

del fatto che il suo cuore non appartiene

completamente a Dio e che ha

trascurato di osservare il patto.

“Quando Salomone fu vecchio, le

sue donne trascinarono

il suo cuore

verso altri dei e

il suo cuore non

fu più tutto intero

con il Signore come era stato il

cuore di suo padre David. Salomone

seguì Astarte, divinità dei sidoni

e Milcom, abomino degli ammoniti…

Costruì, sulla montagna che è

a est di Gerusalemme, un santuario

dei figli di Ammon, abominio di

Moab e per Moloc, abominio dei

figli di Ammon. Fece altri santuari

per tutte le sue donne straniere,

che bruciavano incenso e offrivano

sacrifici ai loro dei” (1 Re 11:4-

8; cfr. 11:33). La lunga citazione mi

sembra di una chiarezza assoluta.

È l’idolatria al centro di questi testi

biblici, è l’idolatria che fa problema

nella malinconica decadenza del

magnifico Re.

Perché? “Non ti

farai idolo”, dice il

secondo comandamento.

Il libro

del profeta Ezechiele

allude a tre

forme di idolatria: quella dell’Egitto,

di Canaan e di Babilonia. Tre civiltà,

tre forme di idolatria. Ma non ho risposto

ancora alla domanda: cos’è

idolatria? E perché fa problema?

Torniamo alle tre forme di idolatria

cui allude Ezechiele. Per i tre paesi

citati, essa emerge, prima di tutto,

per il fatto che sono tesi verso una

sola cosa, un solo interesse. Invece è

il molteplice, l’apertura plurale, il più

sicuro mezzo per sfuggire all’idolatria.

La sapienza di Salomone, il

suo proverbiale senso di giustizia,

il magnifico regno di cui è stato re

ha al centro il Tempio. “Questo Tempio

sarà sublime” (9:8), dice il testo

ebraico, che antiche versioni correggono,

modificando lievemente una

5

parola, così: “questo tempio cadrà in

rovina”. Dicendo ciò, proviamo a rispondere,

finalmente, alla domanda

posta in precedenza che è sottesa

al comandamento: “non avrai altro

Dio (altri dei) di fronte a me”. Se troviamo

un accordo sull’ingiunzione

stessa, spesso, ignoriamo come viverla

e praticarla. Cosa vuol dire che

bisogna essere aperti alla pluralità?

Significa mantenersi nella domanda,

nella dimensione del domandare.

Dire che il pensiero non è che un

pensiero della domanda sarebbe

idolatria. Il rischio è che si può idolatrare

tutto, anche il domandare.

La prima preoccupazione dell’insegnamento

biblico non è quella

dell’esistenza di Dio, o il suo contrario,

ma piuttosto la lotta contro

l’idolatria. Il sistema dell’interpretazione,

tipico del modo ebraico di

leggere le Scritture, è fondato sulla

volontà di rifiutare l’idolatria. Il testo

stesso non deve mai trasformarsi

in un idolo.

Torniamo a Salomone. Ancora una

volta siamo in presenza di una storia

che è un itinerario di vita, con il suo

inevitabile alternarsi di gioie e dolori,

la fine del regno di Salomone,

i suoi fallimenti, dicono che nessuna

storia si può idolatrare

speranze e illusioni, ricerche e perdizioni.

Appunto, la conclusione della

vita di Salomone, i suoi fallimenti,

umani e politici, il regno che si frantuma,

narrano di una storia che non

si può idolatrare, nessuna storia. La

riflessione sui mille Salomone della

storia, da quello di Leopardi a quello

di Bonhoeffer, a pensatori e scrittori

dei nostri giorni, ci dice appunto

questo: “non ti farai idolo”. Solo così

si può dare voce a tutto ciò che è

umano, troppo umano.

* Deborah D’Auria, battista, insegna

lettere ad Asola (Mn) e storia

dell’ebraismo presso la facoltà di

scienze religiose “Charisma” di Aversa

(Ce).


denaro


privati Guadagni e

sociali

perdite

Ci sono due passi biblici

con implicazioni economiche.

Il primo è Levitico

25, il secondo Apocalisse

13:16-17. Nel primo

si racconta delle regole fissate per

l’Anno Sabbatico, che aveva luogo

ogni sette anni. Una di queste regole

prevedeva che tutti gli schiavi

d’Israele fossero liberati. Nel mondo

rurale dell’antichità si poteva diventare

schiavi per debito, ma, poiché

gli schiavi appartenenti al popolo

d’Israele dovevano essere liberati

ogni sette anni, questo implicava

che il grado di sottomissione di un

essere umano nei confronti di un

altro essere umano non doveva superare

il valore di sette anni di lavoro.

Nei due versetti dell’Apocalisse,

invece, viene descritta la bestia che

sale dalla terra, che simboleggia il

male e che obbligava tutti gli esseri

umani a farsi mettere un marchio

sulla mano destra o sulla fronte.

Nessuno poteva comprare né vendere

se non portava il marchio della

bestia, cioè il nome della bestia o il

numero che corrisponde al suo nome.

Il pensiero evocato da questa

immagine era quella di un potere

negativo che sembrava imporre le

sue regole a tutti, fino ad escludere

dall’attività economica chi non si

asservisse ad esso.

quali regole

per il capitalismo?

Negli anni ’60, in piena epoca

keynesiana, nell’età del capitalismo

“regolato” o “capitalismo dal

volto umano”, un

top manager di una

grande impresa

americana poteva

guadagnare fino a

20 volte lo stipendio

di un operaio. Alla

vigilia dell’attuale

crisi finanziaria, un

top manager di una

grande banca d’affari

o di una grande

società finanziaria

poteva arrivare a

guadagnare 300 volte

lo stipendio di un

operaio. Nel frattempo, il welfare

state è stato pesantemente ridotto,

la sanità statunitense privatizzata e,

secondo molti ultra-liberisti, la nostra

sanità avrebbe dovuto seguire

lo stesso destino.

Se, all’inizio della crisi, il premio

Nobel Stiglitz proclamava la fine

dell’era del capitalismo senza regole

e l’inizio di una fase di “capitalismo

regolato”, in cui lo Stato doveva

tornare a giocare un ruolo di

supervisore del sistema, ben diversa

sembra la tendenza prevalente

negli ultimi mesi. Abbiamo assistito

all’ennesima redistribuzione di ricchezza

a danno dei ceti più poveri

e a vantaggio dei ceti più ricchi: le

perdite immense causate da manager

e affaristi senza scrupoli (e

arricchitisi in anni di speculazioni

senza limite) sono state scaricate,

con i forti ed inevitabili interventi

pubblici di salvataggio, sui contribuenti

di tutti i Paesi occidentali,

mentre il conseguente onere del

debito pubblico viene sanato, ta-

7

mono

di Ma r c o Mazzoli

Abbiamo chiesto a Marco Mazzoli*

un punto della situazione sul lato

macro-economico. Oggi, mentre

avvertiamo pesantemente l’impatto

della crisi finanziaria globale

sull’economia reale, ci sembra

essenziale capire come si è arrivati

a tanto, a salvare le banche con

denaro pubblico, alla sensazione di

non avere più strumenti

di controllo pubblico (e quindi

democratico) dei mercati.

gliando, licenziando e bloccando i

redditi delle fasce più povere e meno

protette.

È impressionante la regolarità decennale

delle crisi finanziarie: dopo

il crollo di Wall Street del 1987, abbiamo

assistito alla cosiddetta crisi

asiatica del 1997, a quella “russa” del

1998, a un’altra caduta delle borse

internazionali intorno all’anno 2000

e a quella attuale, di gran lunga la

più grave di tutte. In generale queste

crisi sono precedute da fasi di

“euforia irrazionale” (per usare le

parole di Alan Greenspan) in cui i

prezzi dei titoli azionari mostrano

trend di crescita spropositati ed

eccessivamente ottimistici rispetto

agli indicatori dell’economia reale

e in cui investitori troppo ottimisti

ed inesperti vengono attirati sui

mercati dalla speranza di lauti guadagni,

prima di essere scottati dalle

successive crisi.

Un altro elemento importante

è che, dopo la globalizzazione, il


potere economico è concentrato

in pochissime mani e sfugge di

fatto al controllo democratico delle

opinioni pubbliche, così come

sfugge interamente al controllo

democratico e a qualsiasi regola

(e sanzione) che garantisca la

correttezza dei contenuti l’informazione

mediatica dei grandi circuiti

televisivi internazionali. Nel

sistema politico bipolare maggioritario

di stampo anglosassone

(che caratterizza ormai molti

Paesi occidentali) l’altissimo costo

di accesso ai media televisivi

garantisce visibilità pubblica solo

alle forze politiche finanziate da

grandi lobby. Non a caso, il grande

filosofo liberale Karl Popper, in

uno dei suoi ultimi scritti (Cattiva

maestra televisione [1994], trad. it.

Marsilio, Venezia 2000), ha coraggiosamente

affermato che solo

una tv pubblica, che offra spazio e

pari trattamento per tutte le idee

può garantire la democrazia.

mobilità sociale

e welfare state

Alla base di tutto il nostro sistema

economico internazionale vi è

(o dovrebbe esservi) la ricerca della

“mobilità” sociale, ossia di una

situazione in cui il capitale umano

e i talenti individuali vengano sfruttati

appieno e anche gli individui

appartenenti ai ceti sociali più poveri

possano dunque raggiungere

i vertici della società e un elevato

status sociale.

A favore della mobilità sociale sono

stati i liberali europei ottocenteschi

che lottavano contro l’assolutismo,

i primi movimenti socialisti

e socialdemocratici del Novecento

che lottavano per garantire ai lavoratori

le opportunità che erano loro

negate, i dissidenti e gli oppositori

del regime sovietico.

Il sistema economico internazionale

architettato nel 1944 a Bretton

Woods per i Paesi ad economia di

8

mercato prevedeva un sistema a

cambi fissi, in cui tutte le valute

erano convertibili in dollari e il dollaro

era l’unica valuta convertibile

in oro. Esisteva dunque, sia pure

indirettamente, un legame certo

tra le varie valute nazionali e l’oro.

Il sistema a cambi fissi (della cui stabilità

era investito il Fondo monetario

internazionale – Fmi, che aveva

anche la funzione di fornire credito

ed assistenza finanziaria per la ricostruzione

post-bellica e, successivamente,

per i Paesi in via di sviluppo)

prevedeva che le svalutazioni e le

oscillazioni delle monete fossero

fatti episodici, di solito negoziati

tra le autorità: se troppo frequenti,

avrebbero causato una perdita di

credibilità da parte delle autorità

che le promuovevano. C’era libera

circolazione delle merci e delle

persone e forti vincoli ai flussi internazionali

di capitali, a causa del

timore di instabilità finanziaria che

questi potevano comportare.


La minore incertezza e maggiore

stabilità dei cambi rese stabili

le economie, la presenza di regole

relativamente affidabili permise

non solo una prodigiosa crescita

economica, ma, per la prima volta

nella storia dell’umanità, una sua

diffusione tra tutti i ceti sociali e in

tutte le regioni del mondo. Anche

i Paesi africani, asiatici e dell’America

Latina poterono raggiungere

libera circolazione

di merci/persone e maggiori

vincoli a quella di capitali

ritmi di crescita mai sperimentati

e anche le famiglie più povere riuscirono,

a partire dagli anni ’60 in

Europa e nel mondo, ad offrire ai

loro figli un’istruzione superiore e

di livello universitario.

Questo consentì, fino agli anni

’70, una forte mobilità sociale, un

benessere diffuso mai sperimentato

prima e un sistema di welfare

che proteggeva le fasce più deboli

ed era consentito da due elementi:

tassi di crescita delle economie più

alti dei tassi di interesse (cosicché la

crescita delle entrate fiscali, correlate

alla crescita del reddito, fosse più

marcata della crescita degli interessi

passivi sul debito pubblico, correlati

ai tassi di interesse) e forti vincoli ai

flussi finanziari (esportare capitali

– legalmente – era complicato e

costoso). In questo modo i tassi di

interesse interni potevano divergere

dai tassi di interesse medi a livello

mondiale e le autorità monetarie

erano più libere di perseguire le loro

politiche senza vincoli esteri.

smantellamento

della protezione sociale

e deregulation finanziaria

Questa situazione “ideale” trovò il

suo culmine negli anni ’60, dominati

dalle teorie economiche keynesiane,

basate su un capitalismo

“regolato”, dove le brusche perturbazioni

dei mercati erano mitigate

dal ruolo regolatore dello Stato e

da periodici interventi redistributivi

per impedire il crollo della domanda

dei ceti più poveri. Ma la fase del

capitalismo “dal volto umano” si interruppe

bruscamente agli inizi degli

anni ’70 per due fatti traumatici.

A causa delle altissime e persistenti

spese militari statunitensi, causate

dalla prolungata guerra in Vietnam,

la Federal Reserve aveva messo in

circolazione una

massa enorme di

dollari, insostenibile

e incompatibile

con il sistema

a cambi fissi di

Bretton Woods, che prevedeva la

convertibilità del dollaro in oro. Di

fronte a questa situazione, il giorno

di ferragosto del 1971, il presidente

statunitense Nixon annunciò

improvvisamente la sospensione

della convertibilità di dollari in oro,

facendo saltare tutto il sistema a

cambi fissi e determinando una

forte e prolungata perturbazione

nell’economia mondiale. Due anni

dopo, nel 1973, la guerra del Kippur

fece esplodere il prezzo del petrolio

e dell’energia.

In questa situazione di turbolenza,

i modelli keynesiani, fino ad allora

utilizzati per attuare la politica economica,

diedero “previsioni” inattendibili,

come forse avrebbe fatto qualsiasi

modello, in un tale terremoto

strutturale. Ne seguì una critica ideologica

e chiaramente “interessata” da

parte del pensiero

neo-conservatore

a tutto il pensiero

keynesiano, non

solo sul piano accademico,

ma anche sul piano della

politica economica, del welfare state,

del ruolo dello Stato e dei sistemi di

protezione dei ceti più deboli. Le politiche

di Thatcher in Gran Bretagna e

di Reagan negli Stati Uniti, a partire

dagli anni ’80, portarono al graduale

smantellamento dei sistemi di protezione

sociale nei loro Paesi (che hanno

in parte resistito maggiormente

nell’Europa continentale), a politiche

monetarie restrittive caratterizzate

9

da alti tassi di interesse che, facendo

alzare il livello medio dei tassi di interesse

a livello mondiale, hanno reso

insostenibile per i governi di tutto il

mondo la spesa per interessi passivi

sul debito pubblico, costringendoli a

drastici tagli sulla spesa sociale. Ma fu

soprattutto la deregulation finanziaria

a cambiare la faccia del mondo.

la governance delle istituzioni

economiche internazionali

Accogliendo precise istanze degli

ambienti finanziari, vennero

gradualmente eliminati negli Usa,

in Gran Bretagna e, successivamente,

in Europa (spesso da governi

“socialdemocratici” o socialisti, che

avevano adottato in toto politiche

economiche ultra-liberiste) tutti

i vincoli ai flussi internazionali di

capitale. A partire dagli anni ’90 la

globalizzazione era dunque un fatto

compiuto. In pochi secondi si potevano

spostare da una borsa all’altra

del pianeta miliardi di dollari. Il

capitale era perfettamente mobile,

mentre la mobilità del lavoro, anche

quando legale, era comunque lenta,

costosa e imperfetta. Mentre dal ’45

agli anni ’80 le crisi finanziarie furono

poco frequenti e di portata molto

limitata, dall’87 a oggi (cioè dai

primi anni della globalizzazione ad

oggi) se ne contano già 4 catastrofiche

e di dimensione planetaria.

Esiste dunque un drammatico

dalla fine dell’epoca Bretton Woods

ad oggi sono passati 40 anni

problema di governance delle istituzioni

economiche internazionali

ed è lecito domandarsi se sia giusto

che la finanza conti di più del numero

di esseri umani nel decidere

le politiche economiche mondiali.

Non esiste più il “contratto sociale”,

la mediazione tra le parti, poiché un

ceto sociale, quello degli investitori

finanziari e degli speculatori, si è

sottratto alla polis in cui avvengono

i confronti. I flussi finanziari posso-


no spostarsi istantaneamente da un

Paese all’altro.

Se nel primo trentennio del dopoguerra

lo Stato si è reso più democratico

e più partecipativo, il

pensiero neo-conservatore ha radicalmente

modificato la sua natura:

da incarnazione dell’autorità dello

Stato si è trasformato in negazione

del ruolo dello Stato, in assertore

della necessità dello svuotamento

delle sue funzioni: lo Stato si è ritirato

dall’economia, dai servizi sociali,

dall’educazione. In piena crisi finanziaria

globale si recupera poi l’idea

di un intervento dello Stato, con

finalità di salvataggio e scaricando

i costi sui contribuenti (in generale

soggetti a reddito fisso, senza la

possibilità di eludere o evadere il

fisco). In una società in cui la “nascita”

sembra tornata a svolgere un

ruolo essenziale, stiamo assistendo

alla drammatica esclusione di enormi

masse di persone dal meccanismo

economico e dalle forme più

elementari di benessere.

lo Stato si è ritirato dall’economia,

dai servizi sociali, dall’educazione

industria italiana

in crisi prima della crisi

Solo limitando il crollo della domanda

dei ceti sociali più deboli

(che, come ci insegna la teoria

economica, sono caratterizzati da

una propensione al consumo maggiore

rispetto alle classi sociali più

ricche, utilizzando cioè una quota

più alta del loro reddito per acquistare

beni di consumo) si riuscirà a

mantenere un livello di domanda

relativamente stabile.

Ma come limitare il crollo della

domanda dei ceti sociali più deboli?

Ad esempio, gravando sulle fasce

più alte di reddito, con un prelievo

del 20% sui capitali degli “scudati”

(coloro che avevano commesso il

reato di esportazione illecita dei

capitali ed evasione fiscale) o con

una patrimoniale, che costituisce

una normale forma di intervento in

fasi drammatiche e che viene invece

trattata come un tabù dall’attuale

governo. La recente boutade dell’imprenditore

Parenti, sul fatto di alzare

la soglia della cosiddetta “libertà di

licenziare” alle imprese con 30 dipendenti,

non farebbe che aggravare

il problema. Innanzi tutto, in Italia

ci sono 5 milioni di

imprenditori e 17

milioni di lavoratori

dipendenti. Il

96% delle aziende italiane è già ora

sotto la soglia dei 15 dipendenti,

quindi in possesso della libertà di

licenziare.

Ebbene, questo nostro sistema

industriale italiano, già prima della

crisi era in grave difficoltà: aveva un

tasso di crescita tra i più bassi d’Europa,

era tra quelli che spendevano

di meno in ricerca e sviluppo e tra

quelli meno innovativi in assoluto.

Era già in crisi prima della crisi.

Per avere più produttività e più

innovazione tecnologica servono

incentivi e una nuova concezione

delle relazioni industriali: i lavoratori,

per identificarsi con gli obiettivi

dell’azienda, devono ricevere

dei premi di produzione nel caso

in cui si ottengano profitti più alti e

devono sentirsi coinvolti nel processo

di definizione del budget e degli

obiettivi della loro area aziendale.

Ma la classe imprenditoriale italiana

10

è pronta e ha la cultura per questa

concezione partecipativa dell’impresa

che, ricordiamolo, è pratica

corrente in Francia e Germania fin

dagli anni ’40?

La proposta di Parenti non farebbe

che aumentare il grado di incertezza

e di precarietà del reddito dei

lavoratori: anche i miei studenti del

primo anno capirebbero che questo

non può che far abbassare la

domanda…

In generale le linee guida di politica

economica devono essere ispirate

dal principio della mobilità sociale:

creare gli strumenti, i dispositivi e le

risorse affinché tutti gli individui, anche

quelli provenienti dai ceti sociali

più deboli, possano avere accesso ai

servizi, alle opportunità, all’istruzione

superiore ed universitaria, in modo

che, nella società, ogni persona

possa contribuire al meglio sulla base

dei propri talenti. È una battaglia

difficile. Ma chi è motivato da valori

etici forti non ha paura delle battaglie

difficili.

* Marco Mazzoli, metodista, professore

di economia all’Università

Cattolica di Milano, musicista, attuale

candidato sindaco alle primarie

del centro-sinistra al Comune di

Piacenza.


parole Nove di lessico

economico poco familiare

debito sovrano

Il debito pubblico degli Stati,

cioè la somma dei deficit accumulatisi

nel tempo. Il deficit

è composto dal disavanzo

(o avanzo) primario, che è la

differenza tra spese ed entrate correnti

dello Stato in un anno, e dalla

spesa per interessi sui titoli di Stato

emessi negli anni precedenti. Le

manovre finanziarie possono incidere

solo sul disavanzo primario; la

spesa per interessi è fuori dal controllo

del singolo Stato, e può essere

influenzata anche da fattori di

breve periodo, speculativi, o da una

percezione di “inaffidabilità”.

I problemi dei bilanci pubblici sono

stati acuiti dai bassi tassi di crescita

delle economie sviluppate e dalle

politiche neo-liberiste degli ultimi

decenni, specialmente dalla riduzione

del carico fiscale per le grandi imprese

e gli alti redditi. Un ultimo grave colpo

ai bilanci pubblici è stato apportato

dalla crisi dei subprime (vedi sotto) e

dal conseguente salvataggio del settore

bancario e finanziario. Si calcola

che i soli Stati Uniti d’America abbiano

erogato 1.200 miliardi di dollari (più

o meno 1.000 miliardi di euro) per il

salvataggio delle proprie banche, a

carico ovviamente del bilancio pubblico.

Il debito italiano è 1.900 miliardi

di euro. E quello greco circa 350.

default

Significa “difetto, mancanza” (per

estensione inadempienza, fallimento,

bancarotta). Uno dei possibili

esiti di una crisi del

debito è il default,

l’impossibilità di pagare

i debiti, in tutto

o in parte. Un paese

non può essere

obbligato a pagare

i propri debiti, ma

può subire ritorsioni

quali il sequestro dei

propri beni o attività

finanziarie all’estero,

il boicottaggio politico e commerciale,

condizioni più onerose per

eventuali prestiti futuri.

Si calcola che dal 1970 al 2010

ci siano stati 180 casi di default sovrani

in 68 paesi, 1 quasi tutti (con

l’importante eccezione di quello

argentino) non unilaterali, ma concordati,

in cui il debito è stato in

parte condonato o cancellato, in

parte ristrutturato (debiti a breve

termine convertiti in debiti a lungo

termine, per dare più respiro).

Solitamente la ristrutturazione del

debito è concessa a condizione che

il paese debitore si impegni a politiche

di austerità e di privatizzazione.

Questa è la soluzione che si sta prospettando

per il debito greco, per

cui il valore del debito subirà un

taglio tra il 30 e il 50%. Nel brevemedio

periodo, le politiche di austerità,

oltre ad essere socialmente

inique, sono controproducenti, in

quanto hanno effetti depressivi sul

Pil; come accaduto in questi mesi

proprio alla Grecia, il rapporto deficit/Pil

può addirittura aumentare,

in quanto Pil ed entrate fiscali dello

Stato diminuiscono più di quanto

non accada alla spesa pubblica.

11

Nell’ambito del monografico

sul denaro abbiamo chiesto a

Giorgio Guelmani* di inquadrare

alcuni termini chiave del lessico

economico, spesso anglofoni, molto

usati e talora abusati in questi mesi.

L’autore ha risposto con il consueto

brillante mix di rigore scientifico,

competenza ed ironia.

Inoltre, il taglio del debito rappresenta

una perdita per le banche dei

paesi creditori, le quali chiedono (e

ottengono) sostegno pubblico, il

che crea ulteriori buchi nei bilanci

degli Stati.

Ci sono molte analogie tra la crisi

debitoria dell’Europa di oggi e

quella del Terzo Mondo dei decenni

passati. Sicuramente una buona

parte del nostro debito potrebbe

essere classificato come “illegittimo”

o “odioso” (spese per armamenti,

grandi opere inutili, corruzione). Per

ora, nonostante il contagio delle

manifestazioni degli indignados, si è

vista poca solidarietà tra popoli “debitori”

e “creditori”: in Europa hanno

gioco facile gli opposti populismi e

le caricaturali contrapposizioni tra

“arcigni creditori nordisti” e “parassitari

fannulloni mediterranei”.

in-kind work

mono

di Gi o r G i o GuelMani

In-kind significa pressappoco “in

natura”. Viene definito come “qualunque

tipo di contributo di lavoro

o servizi a cui non corrisponde un

esborso monetario”. Si può essere


pagati in-kind (con corresponsione

di servizi, agevolazioni o buoni

pasto al posto del salario), come

lavorare in-kind (fornire lavoro volontario).

Tale è il caso, molto spesso,

di chi presta la sua opera per

un’organizzazione non governativa

sicuramente buona parte del nostro

debito è andato in armamenti, grandi

opere inutili, corruzione

o no-profit. Nella contabilità di queste

organizzazioni, al lavoro in-kind

viene attribuito un valore convenzionale.

Per gli Usa, nel 2010 questo

valore era in media di 21,36 dollari

all’ora. 2

newco

Abbreviazione di new company

(nuova compagnia). Di solito vi si

ricorre nelle operazioni di leveraged

buy-out (Lbo), in cui una società costituita

ad hoc (la newco) acquista

una partecipazione di controllo di

un’altra società (società bersaglio);

tale acquisto viene finanziato in

massima parte ricorrendo al credito

bancario. Il debito contratto verrà

ripagato facendo ricorso ai flussi di

cassa dell’azienda bersaglio. In pratica,

con il Lbo ci si indebita per acquisire

un’altra società, contando di

pagare i debiti con i guadagni della

società acquisita.

Un altro caso di

ricorso alla newco

è quando si scinde

una società

esistente in due: una parte “buona”

(good company), in cui si convogliano

tutte le voci attive del bilancio, e

una “cattiva” (bad company), a cui si

attribuiscono tutti i debiti, le perdite,

e i lavoratori “in esubero”. Così è

stato fatto, ad esempio, con Alitalia

nel 2008, un classico caso di privatizzazione

dei profitti e socializzazione

delle perdite. Recentissimo è

il caso, infine, della newco Fabbrica

Italia, costituita dalla Fiat riassumendo

i lavoratori dell’ex stabilimento

di Pomigliano d’Arco. Fondato

è il sospetto che l’operazione

rispondesse in realtà all’esigenza di

aggirare le normative esistenti sui

12

trasferimenti d’impresa, e di applicare

ai lavoratori nuove norme contrattuali

appositamente create.

ninja

Termine giapponese che indica

il guerriero spia. Fantasioso acronimo

creato nel 2008 dall’economista

americano Charles Morris.

Sta per No Income No Jobs or Assets

(“niente reddito, niente lavoro né

patrimonio”) e designa la clientela

delle banche a maggior rischio d’insolvenza,

proprio quella che è stata

beneficiaria dei prestiti subprime

(vedi sotto).

rating

Significa “classificazione” o “valutazione”,

su titoli e obbligazioni di

imprese private o di enti pubblici.

Viene valutata la capacità del debitore

di essere solvibile. Il rating

è attribuito da apposite agenzie.

Le più importanti sono Standard

& Poor (S&P), Moody’s e Fitch, che


controllano il 95% del mercato. Le

prime due sono a capitale statunitense,

Fitch è controllata da una

finanziaria francese. Fuori dalle “tre

grandi” c’è la Dagong, agenzia privata

cinese i cui giudizi riflettono la

politica del governo di Pechino.

Le agenzie danno i voti in lettere,

da Aaa (il massimo dell’affidabilità)

a D (per Moody’s si va da Aaa a C).

molti propugnano la creazione

di un’agenzia di rating

pubblica europea

Quando il rating sale si parla di upgrade,

quando scende di downgrade.

Spesso il voto è accompagnato

da un outlook (previsione) che può

essere positivo, stabile e negativo.

Normalmente è il debitore stesso

che, al momento di mettere sul

mercato dei nuovi titoli di debito,

chiede, a pagamento, il rating alle

agenzie. Da un lato, l’agenzia di

rating lavora in base alle informazioni

fornite dal committente (che

possono essere lacunose, distorte o

smaccatamente false); dall’altro ha

interesse a non scontentare troppo

il cliente pagante. Questo può spiegare

le clamorose cantonate prese

dalle agenzie nell’ultimo decennio:

Enron, Parmalat, Lehman Brothers

e altre si fregiavano della “tripla A”

sino al giorno prima del crack.

Diverso è il caso della valutazione

dei debiti pubblici. Qui la valutazione

è emessa d’iniziativa delle

agenzie stesse, ogniqualvolta a

loro parere avvenga qualche fatto

nuovo che incida sulla solvibilità

degli Stati. È a questo che si riferiscono

i media quando titolano che

“Moody’s declassa l’Italia”. Anche in

questo caso, l’operato delle agenzie

di rating risulta spesso criticabile.

Le agenzie tendono a muoversi in

branco (se oggi Moody’s declassa,

entro una settimana Fitch e S&P

fanno altrettanto). Lungi dall’essere

la pura e neutrale certificazione

di uno stato di fatto, l’azione delle

agenzie è destabilizzante. Infatti i

declassamenti hanno un effetto diretto

sugli investitori, che chiedono

automaticamente tassi di interesse

più alti per garantirsi dal rischio

supplementare. Soprattutto in un

mercato del debito molto integrato

come quello dell’euro, i declassamenti

hanno un effetto a catena

sull’insieme dei paesi, compresi

quelli con i rating migliori, poiché

le loro istituzioni finanziarie possiedono

titoli del debito di tutti i pa-

esi dell’euro, e di

conseguenza un

declassamento ha

automaticamente

ripercussioni anche

sulla loro solvibilità. Esponenti

autorevoli dell’Unione Europea

hanno criticato aspramente le

agenzie di rating, e molti propugnano

la creazione di un’agenzia

di rating pubblica europea.

spread

Con la parola si indica il differenziale

tra il rendimento di due prodotti

finanziari paragonabili. Rischio

13

e rendimento sono in relazione

inversa tra loro: i titoli considerati

più sicuri sono i più desiderati dagli

investitori, quindi sono collocati

a prezzo più alto (e offrono un

rendimento minore). Invece i titoli

considerati più rischiosi devono offrire

un rendimento più alto come

“premio di rischio”, per convincere

i potenziali acquirenti. In Europa, i

titoli di stato più sicuri sono unanimemente

considerati i Bund tedeschi,

emessi dall’economia più forte

e solida del continente. Lo spread di

cui si parla quotidianamente nelle

cronache finanziarie è la differenza

di rendimento tra i Btp decennali

italiani e i Bund tedeschi di scadenza

corrispondente. Si misura

in punti base, ovvero centesimi di

punto percentuale: quindi, se oggi

i Btp offrono il 5% e i Bund il 2%,

lo spread è di 300 punti base. Al 31

ottobre 2011 (data di redazione di

quest’articolo) lo spread era di 407

punti (si pensi che tra il 1999 e il

2005 è stato in media di 24). Questi


aridi numeri hanno pesanti ricadute

sulle nostre vite: un aumento

del rendimento dei nostri titoli

di Stato comporta un aumento di

deficit e debito. In particolare, 100

punti base (cioè un 1%) di differenza

equivalgono circa a 20 miliardi

tante singole valutazioni razionali

del rischio fanno avvitare

la crisi del debito su se stessa

di euro. Il guaio è che un aumento

del deficit pubblico fa sì che la nostra

economia sia considerata più

a rischio, quindi alla prossima asta

gli investitori chiederanno rendimenti

maggiori per compensare il

maggiore rischio, il che porterà ad

un aumento del deficit… e così via.

Questa è solo una delle tante spirali

negative caratteristiche dell’economia

finanziaria, in cui un comportamento

di valutazione razionale

del rischio da parte degli operatori

conduce a situazioni negative che

si avvitano su sé stesse.

stock option

Si parla di stock option quando

una società distribuisce gratuitamente

ai dipendenti una parte delle

proprie azioni, come elemento accessorio

del salario o come premio

di produzione. Nella maggioranza

dei casi, sono i manager e i dirigenti

a riceverle. Legare un’ampia quota

dello stipendio al rendimento delle

azioni della società ha lo scopo di

“fidelizzarli” (impedire che lascino

l’azienda, attirati da migliori offerte).

Il ricorso alle stock option rafforza

la tendenza a guardare soprattutto

ai risultati di breve e brevissimo

periodo a scapito della sostenibilità

o della redditività nel lungo.

Manager e dirigenti (le persone che

hanno maggiore potere e accesso

a informazioni riservate) hanno un

notevole incentivo a incoraggiare,

con tutti i mezzi più o meno leciti,

l’aumento dei valori di Borsa della

propria società. Come nel caso dei

privilegi della Casta politica (che

suscitano maggiore indignazione,

nonostante siano di minor portata),

la distorsione è acuita dal fatto che

i decisori e i beneficiari sono le stesse

persone.

Le stock option sono solo una

delle componenti

che ha concorso

a fare lievitare notevolmente

le paghe

dei manager

(anche in periodo

di crisi: si calcola che i guadagni dei

Chief Executive Officers delle imprese

Usa siano aumentati del 23%

tra il 2009 e il 2010), e con queste

le disuguaglianze sociali. L’amministratore

delegato di una grande

azienda Usa guadagna in media

343 volte di più di un suo operaio

(e, come ha denunciato di recente

Warren Buffett, il secondo uomo

più ricco del mondo, spesso paga

anche, in percentuale, meno tasse).

Bisogna risalire ai tempi della

Grande Depressione degli anni ’30

per trovare livelli simili di disparità

(nel 1980 tale rapporto era di 42 a

1). Senza parlare delle enormi “buonuscite”

che questi personaggi ricevono

quando lasciano la propria

azienda, a prescindere dal fatto che

l’abbiano lasciata più o meno prospera

di quando l’avevano presa in

carico.

subprime

Significa letteralmente

di qualità

inferiore”. Il termine è stato reso

popolare dalla crisi scoppiata negli

Usa nell’estate 2007. Si riferisce ai

mutui casa concessi, in specie dalle

banche Usa, a famiglie a reddito

medio-basso tradizionalmente

escluse dal credito. Questi mutui

ad alto rischio (e ad alto rendimento)

sono stati a loro volta rivenduti

ad altri operatori, “impacchettati” in

prodotti finanziari sofisticati e poco

trasparenti, i cosiddetti Cdo (Collateralized

debt obligations). Così il rischio

si è diffuso a tutto il sistema,

14

perché questi prodotti sono stati

poi venduti a ignari risparmiatori

o fondi pensione. Quando la “bolla”

speculativa sugli immobili ha

cominciato a sgonfiarsi, alcune famiglie

sono divenute insolventi e le

banche hanno cominciato a esigere

indietro i propri crediti. I prodotti

finanziari che includevano i mutui

subprime hanno perso valore; le

banche che li avevano acquistati

hanno dovuto registrare perdite nei

loro bilanci, il che ne ha depresso il

valore di borsa… e così via, in una

reazione a catena. Dietro la crisi dei

subprime, che è stata il preludio a

quella che viviamo oggi, c’è una

delle contraddizioni fondamentali

del capitalismo odierno: i redditi da

lavoro dipendente devono essere

tenuti sotto controllo, pena la perdita

di competitività nel mercato

globalizzato; ma il sistema non può

fare a meno di un elevato livello di

consumo da parte di questi stessi

soggetti. L’unica via per conciliare

le due esigenze è stata l’esplosione

incontrollata del debito privato.

* Giorgio Guelmani, valdese, ex-direttore

di Ge, vive e lavora a Milano.

comprimere i redditi da lavoro

dipendente per la competitività globale

deprime i consumi e aggrava la crisi

Note

1 Paolo Manasse, “Grecia, quanto costerà

l’haircut”, Repubblica Affari & Finanza, 10

ottobre 2011, p. 10.

2 Basato sulle stime del Bureau of Labor

Statistics, viene riportato sul sito http://

www.independentsector.org/volunteer_time


Scheda

Italia in declino: spunti per ripartire

“Le nuove

(dal blog “La Fuga dei Talenti”*)

Rimesse”, “Give Back”, “Pivot”: tre concetti-chiave che ho portato a casa dalla conferenza

di Pesaro “Little Italy Big Italians” (www.gicentro.it), di venerdì 18 novembre 2011. Un

momento di confronto estremamente utile, che ha dimostrato – una volta di più – come

un numero sempre maggiore di attori sociali stia cominciando a interrogarsi sul problema

della fuga dei talenti. E di come trasformare questo esodo in un movimento “circolare”, che

permetta un vero e proprio interscambio di intelligenze.

Vado sui tre punti menzionati sopra.

Le nuove Rimesse

Nell’emigrazione del passato, le rimesse erano soprattutto monetarie. L’emigrante andava all’estero per

lavorare, accantonava parte dei guadagni e li spediva alla famiglia in Italia. Nell’emigrazione intellettuale del

XXI Secolo, questo non è più vero. Le rimesse si declinano in tre nuove tipologie: le competenze professionali

di altissimo valore che i nostri expats acquisiscono fuori, e che possono riportare qui, in un’ottica di crescita

del sistema-Paese; le partnership e le iniziative cross-border che si possono attivare tra i nostri professionisti

all’estero e i loro colleghi in Italia, nell’ottica di una win-win situation” le semplici testimonianze che i giovani

expats possono fornire, sui media o negli incontri pubblici, per aiutarci a fare il necessario salto di qualità.

Give Back

Un altro salto culturale fondamentale, da attuare al più presto. Occorre passare da una cultura latinoitaliana

del do ut des, su cui si imperniano le relazioni sociali del Belpaese (ti faccio un favore, ma tu me ne

devi fare un altro), alla faccia del merito… per passare a una cultura anglosassone del Give Back. Concetto

spiegato molto bene da Lorenzo Thione, l’inventore del motore di ricerca Bing. “Io ti faccio un favore o ti

aiuto, ma senza alcun impegno. So che quanto semino oggi mi tornerà indietro in futuro in modo positivo,

se non da te da qualcun altro che apprezza quanto faccio”. Come vedete, il salto culturale è enorme, tutto

legato alla meritocrazia: si investe in qualcosa in cui si crede, senza ricavarne un profitto diretto, consci di

innescare così un circolo virtuoso di crescita che si rifletterà positivamente anche su di noi. In Silicon Valley

funziona: provare per credere!

Pivot

Concetto per me nuovo, introdotto ancora da Thione. Ed estremamente interessante, perché sta condizionando

positivamente la crescita di molte aziende negli Usa. Parto con un’idea, ma sono sempre pronto a

modificarla, anche radicalmente, in base alle esigenze del mercato e alle verifiche periodiche che svolgo. In

un mercato produttivo e in un tessuto industriale molto ingessato e poco innovativo come quello italiano,

anche questa è una perla di saggezza da non buttare.

Tre miniricette, quelle menzionate sopra, che possono rappresentare un ottimo punto di partenza per

avviare un profondo cambio culturale e di passo in Italia.

Un Paese che ne ha un maledetto bisogno. Qualche dato recente per riflettere:

- I nostri giovani faticano il doppio rispetto ai coetanei europei per entrare nel mercato del lavoro. Quando

anche ce la fanno, lo stipendio è di 800 euro… Siamo penultimi in classifica, davanti solo al Lussemburgo

(fonte Datagiovani-Il Sole 24 Ore).

- Secondo l’indagine Stella, nel 2010 l’occupazione a un anno dalla laurea è scesa al 38% per i “dottori”

triennali, mentre per quelli magistrali resta al 64,5%. Davvero bassa la retribuzione media: 1.133 euro, ben

15


lontana dagli standard europei, e poco superiore a quella dei diplomati. Anche questa ricerca conferma che

i tempi di ingresso nel mercato del lavoro si dilatano per i laureati, ormai siamo ben oltre il semestre.

- L’84% dei giovani teme per il proprio futuro lavorativo, secondo l’Osservatorio Confesercenti. Il dato sfiora

il 100% tra gli studenti.

- Last but not least, l’inquadramento generale. Perché tutto ciò avviene? Semplice, basta dare un’occhiata

ai dati macro della crescita: tra il 2000 e il 2007, periodo di bonanza, il Pil italiano è cresciuto solo dell’1,5%

annuo, contro il 2,2% dell’Eurozona e il 2,6% degli Usa (dati Giovani di Confcommercio). Addirittura, se ci

confrontiamo con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, scopriamo di essere in pauroso ritardo, rispetto

a loro. Hanno collezionato un +4,8%. Spiega il direttore dell’Ufficio Studi Mariano Bella: “Occorre prendere

coscienza della gravità di questa malattia di bassa crescita, anche perché si sono consumate le riserve date

dai risparmi. Stiamo perdendo opportunità non solo planetarie, ma anche in mercati geograficamente prossimi

ed economicamente dinamici. C’è una questione italiana, e da prima che se ne accorgessero i mercati

internazionali”.

Così sempre più giovani scappano all’estero. Mentre quelli che già ci vivono hanno la soluzione in tasca

per far ripartire il Paese.

Lancio un appello all’intero “sistema-Italia”: riportiamoli indietro e consegniamo loro le chiavi della stanza

dei bottoni, prima che sia troppo tardi. Occorre fare presto. I segnali di cambiamento finalmente sono arrivati,

ma il tempo perso è stato troppo. Non ne abbiamo altro da buttare.

(post apparso il 23 novembre 2011 sul blog “La Fuga dei Talenti”, che ringraziamo per la gentile concessione:

http://fugadeitalenti.wordpress.com/2011/11/23/spunti-da-cui-ripartire/)

* “La Fuga dei Talenti” è un blog di informazione e denuncia sul fatto che “in Italia i giovani migliori e più preparati, quelli dalla maggiore

apertura e mobilità internazionale, sono invogliati a far le valigie e ad andarsene”: http://fugadeitalenti.wordpress.com

16


Tutto ha

Tutto ha un prezzo? Partiamo

dal significato che

diamo ai due termini. Il

termine tutto, nella sua

accezione biblica, possiamo

riferirlo a tutta la creazione,

comprensiva cioè del creato, delle

creature e del loro ambiente atmosferico.

Non si tratta solo dell’aspetto

fisico del creato, ma anche di

quello immateriale, spirituale, valoriale.

Si tratta, cioè, del giudizio

dato da Dio su tutta la creazione: “E

Dio vide che questo era buono”.

l’economia è mezzo

e non fine

Allora potremmo riformulare la

domanda: La creazione e tutto ciò

che vive in essa hanno un prezzo?

Nel racconto biblico di Genesi 2:15

è scritto: “Dio pose dunque l’uomo

nel giardino d’Eden perché lo lavorasse

e lo custodisse”. La creatura riceve

gratuitamente dal Creatore le

condizioni ambientali e umane per

l’economia di sussistenza alimentata

dal proprio lavoro e orientata

alla salvaguardia del creato per le

generazioni future. Troviamo qui gli

elementi fondamentali per riconoscere

il fine dell’economia. L’uomo,

creato a immagine e somiglianza

di Dio, deve utilizzare la terra, dominandola,

e farne l’oggetto della

propria attività creativa (idee, pensiero,

lavoro, relazioni, qualità della

vita). Dominare la terra in senso biblico

rinvia alla responsabilità che

discende dal dominio della terra affidata

all’uomo, che non deve esse-

un prezzo?

di Giovanni ar c i D i a c o n o

re uno sfruttamento

delle “energie della

terra a danno del

terreno, delle piante

e degli animali,

a danno dei fiumi e

dei mare”. 1 Dominare

la terra vuol altresì

dire lavorare per

il servizio alla vita.

Secondo il teologo

Emil Brunner il carattere

di servizio alla

vita è il fine primario

dell’economia voluto

da Dio. Questo significa

che l’economia è

mezzo e non fine. 2

Dal punto di vista

storico, una risposta coerente

al criterio del servizio la troviamo

nelle forme di economie arcaiche

e primitive. Infatti, l’economia di

sussistenza è caratterizzata da una

valutazione positiva dell’amore

tra i membri della comunità umana.

L’uomo dipendeva per la sua

sopravvivenza dalla natura e dai

suoi simili. Dono, reciprocità, redistribuzione

e scambio ne sono le

parole chiave. Il termine tutto, nel

contesto della creazione, ha quindi

un fondamento etico che le forme

di economia di sussistenza umana

hanno nel complesso rispettato.

economia di sussistenza

ed economia di mercato

Quanto all’altro vocabolo chiave,

prezzo, le cose si complicano abbastanza

perché il prezzo in un’eco-

17

mono

È possibile attribuire un valore

monetario a tutte le cose? Siamo

abituate e indotti a pensare di sì,

dalla stessa potente macchina

comunicativa che ci passa il

messaggio che il mercato non

ha padroni, oppure che la mia

identità sia “consumo dunque

sono”. Giovanni Arcidiacono*, con

dovizia di argomenti e ricchezza di

riferimenti bibliografici, ci parla di

esternalità, dono, privatizzazione,

reciprocità, in sintesi di economia

come mezzo e non come fine.

nomia di mercato è determinato

teoricamente dal punto d’incontro

tra domanda e offerta, variabili di

sistema non presenti nell’economia

di sussistenza e sinonimi, la prima,

di bisogni di beni e servizi non necessariamente

di sussistenza, la

seconda, di produzione di beni o

servizi non necessariamente di prima

necessità.

Inoltre, dal punto di vista microeconomico,

il termine prezzo è un

termine comunemente utilizzato

per indicare l’equivalente in unità

monetarie di una unità di bene o

servizio, ma, concettualmente e

tecnicamente, è un termine di una

complessità che attraversa i diversi

settori dell’economia. Nel settore

industriale, ad esempio, il prezzo

di un prodotto finito è il risultato

di una complessa determinazione

quantitativa che dal costo primo

(costo delle materie prime e costo


della mano d’opera diretta) arriva al

cosiddetto costo economico tecnico

il cui valore comprende, oltre al

costo industriale per unità di prodotto

e i costi complessivi, anche

l’interesse sul capitale investito, il

salario direzionale e il profitto (oneri

figurativi).

“esternalizzare”

le conseguenze negative

di un’attività economica

Il prezzo così determinato, tuttavia,

non tiene conto degli effetti

sull’ambiente derivanti direttamente

dalla produzione di una unità di

prodotto. Si tratta delle cosiddette

esternalità.

Si utilizza il termine esternalità

per riferirsi alle conseguenze,

in genere negative, di un’attività

economica su una terza parte. Ad

esempio, gli scarti presenti in un

processo produttivo vanno annoverati

nell’elenco delle esternalità,

assieme ad una certa dose di inquinamento,

contaminazione dell’acqua

e del terreno, sfruttamento delle

condizioni di lavoro, rumore etc.

Questi effetti di solito si classificano

tra quelli indesiderati ed inaspettati

e possono implicare alti costi non

rimborsati e prolungati nel tempo.

Ma è veramente così? Quando si intraprende

un processo produttivo,

non è possibile prevedere che verranno

creati dei rifiuti e di che genere,

nonché come verranno smal-

18

titi affinché non siano la collettività

e l’ecosistema a risentirne?

Oscurare la rilevanza dei costi

sociali ed ambientali permette di

scaricarli all’esterno, facendoli pagare

a terzi senza monetizzarli, in

modo tale che le industrie beneficino

esclusivamente dei profitti.

Per internalizzare a posteriori le

esternalità generate da un’attività

economica, si possono imporre

delle tasse, ma rimane il quesito di

come stabilire un prezzo equo ai

danni ambientali.

Molte aziende industriali, a causa

della tecnologia utilizzata per la

loro specifica produzione, immettono

nell’ambiente sostanze inquinanti

che, come nel caso dell’anidride

carbonica (Co2), 3 producono

l’effetto serra con conseguente

incremento del riscaldamento del

clima.

Il cambiamento climatico comporta

significativi danni a carico

della salute dell’uomo e dell’integrità

dell’ambiente. Il clima, infatti,

influenza fortemente l’agricoltura,

la disponibilità delle acque, la biodiversità,

la richiesta dell’energia

(ad esempio per il riscaldamento

o il raffreddamento) e la stessa

economia. Qual è il costo di questi

danni ambientali? È possibile assegnare

ad essi un prezzo di mercato

per limitarne i danni?

le emissioni di Co2 e i costi

di salvaguardia del clima

Allo scopo di aiutare gli Stati

membri dell’Ue ad adempiere ai

loro obblighi di limitazione o riduzione

delle emissioni di gas, per

adempiere agli obblighi previsti dal

Protocollo di Kyoto, dal 1° gennaio

2005 è stato creato il Commercio internazionale

di emissioni (Cie), che

comprende operazioni di compravendita

di crediti tra paesi in via di

sviluppo e/o industrializzazione.

In pratica, i governi nazionali,

sotto la supervisione della Commissione

europea, stabiliscono un

tetto alle emissioni di ogni singola


azienda, rilasciando gratuitamente

un numero equivalente di allowances.

Più un’azienda resta sotto

il limite e più crediti può rivendere

alle altre compagnie non in grado

di restare entro i livelli prescritti. Si

tratta di un sistema cap-and-trade,

dove per cap s’intende un limite

posto alle emissioni di Co2, e per

trade il commercio.

Attualmente sono compresi nel

regime più di 10.000 impianti dei

settori energetici ed industriale che

sono responsabili, nel loro insieme,

di circa la metà delle emissioni di

Co2 e del 40% delle emissioni totali

di gas ad effetto serra dell’Ue.

L’obiettivo è di ridurre le emissioni

di Co2 nei paesi industrializzati e

di ridurre i costi di salvaguardia del

clima nei paesi in via di sviluppo. La

Germania ha il più grande mercato

di questi certificati. La Deutsche

Bank acquista certificati al fine di

rivenderli nel mercato europeo

per le emissioni guadagnandoci.

Diversi studi hanno dimostrato

che la produzione di refrigerante

pericoloso Hcfc-22 è pesantemente

aumentata da quando è possibile

fare e vendere questi certificati.

Qual’è allora il beneficio di questo

commercio delle esternalità, se la

produzione di inquinanti aumenta?

Sicuramente della Deutsche

Bank che movimenta certificati

per circa 2,6 miliardi di dollari su

cui misura gli incrementi dei suoi

guadagni netti.

è senso comune il concetto

di mercato come regolatore

del benessere di tutti

non più capitalismo

ma mercato

Ora, alla luce di quanto detto sul

prezzo, sul costo delle esternalità e

sul commercio di Co2, riprendiamo

la domanda iniziale così riformulata:

“La creazione e tutto ciò che vive

in essa hanno un prezzo?” Anzitutto,

i due termini rinviano a forme di

economia tra loro alternative:

1) l’economia di sussistenza, sostantiva,

fondata sul lavoro e sulla

conseguente responsabilità per il

creato a beneficio delle generazioni

future coniuga Terra e lavoro in maniera

inscindibile; il lavoro costituisce

parte della vita e la terra rimane

parte della natura; vita e natura formano

un insieme articolato.

2) l’economia formale rinvia al

concetto di mercato come regolatore

del benessere comune; implica

sul piano etico una valutazione positiva

dell’egoismo e rappresenta il

tentativo per le scienze economiche

di spiegare in qual modo il libero

esplicarsi delle forze individuali sul

terreno economico dia luogo alla

costituzione e allo

sviluppo della so-

cietà economica. 4

Stabilito che le

predette forme di

economia sono tra

loro alternative, la

domanda iniziale può trovare una

soluzione epistemologica indagando

sugli attuali processi dell’economia

di mercato.

Dalla caduta del muro di Berlino

(1989) non si parla più di capitalismo,

ma di mercato; il capitalismo

evoca situazioni conflittuali tra

classi sociali, evoca la guerra fredda

tra sistemi politici e modelli di

19

sviluppo economico tra loro alternativi.

Il termine “mercato”, viceversa,

non rinvia a precedenti storici

conflittuali; la stessa invenzione

della moneta dell’VIII secolo a.C.

la si deve al mercato. L’operazione

culturale decisiva fatta dopo la caduta

del muro di Berlino riguarda

la percezione, soprattutto per le

giovani generazioni, che il mercato

non ha padroni. Il mercato sarebbe

un’istituzione impersonale, oggettiva,

rispetto a cui il capitale e il lavoro,

il benessere sociale e la stessa

politica sono subordinati. Qui sta la

grande menzogna del secolo! Non

più capitalismo industriale, capitalismo

finanziario, ma semplicemente

“mercato” per affermare che in una

“economia democratica” l’ultima

parola spetta al consumatore, così

come nelle elezioni, l’ultima parola

spetta all’elettore. 5

privatizzazione,

liberalizzazione,

deregolamentazione

J.K. Galbraith, citando la vicenda

giudiziaria della Microsoft in Usa

(capitalismo monopolistico), in

uno dei suoi ultimi testi, ha contestato

giustamente tale assunto,

evidenziando che “come nel caso

del voto in quello dell’acquisto di


eni e servizi, il potere sta nel sorvolare

sulla straordinariamente

efficiente e generosamente sovvenzionata

capacità di influenzare

le facoltà della pubblicità e della

moderna promozione commerciale.

Una truffa tollerata, non per

ultimo, dallo stesso insegnamento

accademico. Man mano che il controllo

dell’innovazione, produzione

e vendita di beni e servizi sfugge al

consumatore passando al produttore,

i passi avanti dell’economia e

l’argomento pro-privatizzazioni

sta nella riduzione del fabbisogno

finanziario pubblico

della società sono ormai misurati

in base all’incremento della produzione

complessiva di beni e servizi:

l’incremento del Pil”. 6

La monetarizzazione dell’economia,

ovvero la pretesa del mercato

di monetizzare tutto, anche

le esternalità, dai beni materiali ai

beni immateriali (merci, prodotti

finiti, ma anche tempo, idee, salute,

rischi ambientali, mercato delle

emissioni di Co2, acqua etc.), trova

un terreno epistemologico assai fecondo,

in particolare, proprio delle

scienze economiche, in cui modello

di sviluppo economico, produzione

e consumo entrano in conflitto proprio

con il fondamento etico che il

creato (ambiente) esige.

La pretesa del mercato rappresenta

nella sostanza il tentativo di

trasformare l’economia da mezzo a

fine della vita. Se l’economia è il fine

della vita, allora tutto ha un prezzo.

Tutto è acquistabile. Tutto è fonte

di profitto.

Per rendere praticabile

questa

pretesa, il sistema

economico ha bisogno

di tre leve

strutturali, decisive, che amplificano

il concetto stesso di mercato.

Una prima leva di facilitazione

dei processi di monetarizzazione

è di tipo macro-economico, ed è

data dal dogma mercatistico in cui

privatizzazione – liberalizzazione –

deregolamentazione ricoprono un

ruolo fondamentale nella generazione

delle disuguaglianze e delle

ingiustizie sociali, rispetto alle quali

la teoria della compensazione del

20

Bentham 7 (1789, il peggioramento

delle condizioni di vita di alcuni sarebbe

compensato dal livello di benessere

di altri) risulta inadeguata

ed inaccettabile.

L’argomento a favore della privatizzazione

è che essa consente la

riduzione del fabbisogno finanziario

del settore pubblico. 8 È evidente

che questa finalità, perseguita dai

governi, si percorre riducendo i

servizi sociali, quindi anche i servizi

deputati alla protezione ambientale;

in una parola, tagliando lo stato

sociale (welfare): meno stato sociale

equivale a meno fabbisogno

finanziario e a più inquinamento

ambientale.

Emblematico in Italia il tentativo

della privatizzazione della gestione

dell’acqua, sconfitto con il referendum

del 12-13 giugno 2011.

In gioco era, ma lo è ancora oggi,

l’affidamento del servizio idrico a

soggetti privati attraverso una gara

o l’affidamento a società a capitale

misto pubblico-privato (all’interno

delle quali il privato detenga almeno

il 40%). La norma abrogata inoltre

disciplinava le società miste collocate

in Borsa, le quali, per poter


mantenere l’affidamento del servizio,

avrebbero dovuto diminuire la

quota di capitale pubblico al 40%

entro giugno 2013 e al 30% entro

dicembre 2015. L’abrogazione di

questa norma ha significato l’affermazione

del principio dell’acqua

come bene comune e dichiarare i

servizi idrici “privi di rilevanza economica”,

chiedendone la gestione

pubblica.

“consumo dunque sono”?

Una seconda leva è di natura

micro-economica e incide in maniera

massiccia sulla formazione

del nuovo consumatore. Il consumo

è diventato sempre più fattore

di produzione assai più importante

del tradizionale lavoro e capitale. In

questa trasformazione assistiamo

gradualmente a un’evoluzione il cui

risultato finale è la realizzazione di

un individuo che prima di tutto si

caratterizza per la sua capacità di

acquistare beni, perdendo la sua

connotazione di essere pensante,

per trasformarsi in una mera

macchina di riproduzione del ciclo

capitalistico. 9 Una trasformazione

del senso della vita: dal cartesiano

“penso dunque sono” all’identificazione

dell’esistenza con il consumo,

“consumo dunque sono”.

Questo processo di trasformazione

necessita di un profondo

connubio con la terza leva, la co-

municazione,

senza la quale

sarebbe difficile

la produzione del

consumo. La società

della comunicazione è una

società eterodiretta dalle agenzie

pubblicitarie di marketing, poiché

il marketing intrattiene le relazioni

più strette con le teorie post-moderne.

Il pensiero post-modernista,

con la sua enfasi sui concetti di differenziazione

e molteplicità, la sua

continua fascinazione per le novità

e, in particolare, per la moda, fornisce

un’eccellente descrizione di

ciò che il capitalismo vede come lo

schema ideale del consumo delle

merci e, così, consente di perfezionare

le strategie di marketing. 10

Programmi demenziali, intere pagine

di quotidiani e periodici, l’uso

massivo di pop-up e spamming sul

web, contribuiscono a plasmare intere

generazioni di individui che,

convinti di vivere una vita unica in

cui emergere differenziandosi per il

loro palesarsi alla vista altrui, non si

rendono conto di non essere altro

che replicanti, clonati e omologati a

un unico e desolante modello.

Nell’ambito di questa prospettiva

del “qui ed ora”, tutto ciò che

non è immediatamente spendibile

e/o fruibile costituisce fastidio, un

elemento di disturbo che genera

noia.

In tale scenario i meno abbienti

vengono di solito emarginati

e, per dirla con Bauman, i poveri

diventano “materiale di scarto”, la

cui condizione non viene vista come

un problema della collettività,

bensì come un crimine individuale.

Da qui la consuetudine, dettata da

esigenze finanziarie globali spesso

generate dalla speculazione finan-

21

ziaria e dal proposito mantenimento

dei cosiddetti “paradisi fiscali”, di

smantellamento dei sistemi economici

e sociali di welfare state, visti,

in un’ottica superliberista, come

uno spreco di risorse a favore di

nullafacenti.

Coloro che non riescono ad adeguarsi

al sistema vengono brutal-

ideologia del Pil: la felicità cresce

al crescere di reddito e consumi

mente e fatalmente emarginati,

ghettizzati ed esclusi come diversi.

L’apoteosi di questa trasformazione

si raggiunge quando il consumatore

può fare a meno dell’Altro,

per “conquistare una vita autoreferenziale

ed egocentrica, espungendo,

neutralizzando o tacitando

quella tormentosa ‘responsabilità

per l’Altro’ che nasce ogni volta

che appaia il volto dell’Altro, una

responsabilità inseparabile dalla

comunanza umana”! 11

una massiccia

“povertà nell’abbondanza”

Queste le cause economiche fondamentali

che facilitano i processi

di monetizzazione nell’ambito di

un’ideologia basata sul Pil (Prodotto

interno lordo), secondo cui al

crescere del reddito e dei consumi

automaticamente si associa un significativo

aumento della felicità.

In realtà, assistiamo a una massiccia

e prevalente “povertà nell’abbondanza”,

di keynesiana memoria,

a cui si associa una povertà morale,

culturale e spirituale. Bauman ci avverte

che, “quando questi modelli

sono stati osservati e assorbiti fino

a diventare comportamenti automatici,

gradualmente i modelli

alternativi e le capacità necessarie

per metterli in pratica spariscono.

Questa è la fase della modernità

liquida, cioè della società dei consumatori”.

12

Come ci si può difendere da questa

aggressività ed invasività del


mercato, contribuendo allo sviluppo

di un maggior tasso di giustizia,

equità sociale e solidarietà?

Esistono diverse modalità complementari

all’economia monetaria

di mercato. Tra queste quella della

“Banca del tempo” si contraddistingue

per il recupero della dimensione

della reciprocità, propria delle

economie sostantive. Il denaro è

sostituito dal tempo, quale unità

di misura dello scambio. Alla base

dell’idea vi è la consapevolezza che

il benessere individuale e collettivo

si persegue più con le relazioni

sociali che con il consumo dei

la banca del tempo si contraddistingue

per il recupero della dimensione

della reciprocità

beni. Lo scambio dei beni e servizi

in ambienti circoscritti (piccoli

comuni, villaggi, quartieri, scuole,

chiese) avviene su base volontaria,

senza l’intermediazione dei soldi,

secondo un rapporto di reciprocità.

Ogni trasferimento di servizi, saperi,

beni, accende debiti e crediti di

tempo nei confronti degli altri, sviluppando

solidarietà.

Va segnalata a questo proposito

la coraggiosa e esemplare esperienza

di Heidemarie Schwermer, 13

che dal 1996 decide di fondare a

Dortmund la “Centrale dai e prendi”,

abbandonando l’abitazione e lo

studio, disdicendo l’assicurazione

sanitaria, cambiando radicalmente

il modo di vivere. “Non avere niente

ma essere molto” è il suo motto,

che le ha permesso di ritrovare una

nuova integrità di vita svincolata

dai valori della società di consumo.

Un’altra modalità di scambi non

monetari, particolarmente interessante,

la troviamo nei Paesi poveri

del Sud del mondo. È la modalità

delle economie popolari in cui

piccole imprese artigiane lavorano

esclusivamente per la clientela

popolare e attraverso lo scambio di

collane d’oro o d’argento o bestiame

realizzano una funzione sociale

fondata sul triplice obbligo di donare,

ricevere, restituire.

la rivoluzione copernicana

della decrescita

Prendendo sul serio l’avvertimento

di Bauman, dobbiamo con

responsabilità recuperare il senso

dell’economia: il servizio alla vita.

Per far questo abbiamo bisogno

di un nuovo sogno, di una nuova

utopia economica che metta l’amore

per l’Altro al posto dell’egoismo,

la cooperazione al posto della

competizione sfrenata, il piacere

al posto del divertimento

e l’ethos

del ludico sull’ossessione

del lavoro,

l’importanza

della vita sociale al posto del consumo

illimitato, il locale sul globale,

il gusto del bello sull’efficienza

produttiva… 14

Questa utopia, oggi, potrebbe

essere rappresentata dal pensiero

economico sulla decrescita e dal

suo programma minimale delle 8

R: rivalutare, ridefinire, ristrutturare,

rilocalizzare, ridistribuire, riutilizzare,

riciclare. Questo programma

minimale, a parte i problemi che

ciascuna delle R elencate solleva

nel merito e che meriterebbero un

approfondimento a parte, 15 implica

una rivoluzione copernicana nella

relazione Creato – Uomo – Economia

e, al contempo, esige nell’ambito

della sfera etica dei comportamenti

dell’individuo l’abbandono

dell’idea secondo cui l’unica finalità

della vita è consumare.

La decrescita non significa recessione,

non indica un regresso all’età

delle economie arcaiche e primitive,

un ritorno alla penuria, bensì

segna un percorso basato su una

migliore qualità della vita, non più

su una crescita illimitata del Pil. Essa

comporta una forte azione profanatrice,

che distrugga gli idoli, i feticci

e con essa i templi della religione

ultraliberista e mercatista, la cui essenza

è rappresentata dalla pretesa

22

di monetizzare tutto, dall’accumulazione

dei beni materiali e di denaro.

16 Un primo passo verso questa

dimensione è quello propedeutico:

il risveglio delle coscienze. 17

* Giovanni Arcidiacono, esperto di

economia, è membro del Comitato

esecutivo dell’Unione cristiana evangelica

battista d’Italia (Ucebi).

Note

1 Claus Westermann, Creazione, Queriniana,

Brescia 1974.

2 Arthur Rich, Etica Economica, Queriniana,

Brescia 1993.

3 Il rapporto del Dipartimento

dell’Energia statunitense ha evidenziato

una situazione alquanto grave ed allarmante,

dal momento che nel 2010 la

produzione dei gas serra è aumentata di

ben il 6%, superando oltre i 33,5 miliardi

di tonnellate di Co2.

4 Claudio Napoleoni, Smith, Ricardo,

Marx, Bollati Boringhieri, Torino 1970.

5 J.K.Galbraith, L’economia della truffa,

Rizzoli, Milano 2004.

6 J.K.Galbraith, op.cit.

7 F. Fagiani, L’utilitarismo classico, Bentham,

Mill e Sidgwick, Liguori, Napoli

1999.

8 Richard F. Kahn, Un discepolo di Keynes,

Garzanti, Milano 1988.

9 P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti,

Milano 2009, p. 23: “La nuova industrializzazione

non si accontenta più di un

uomo che consuma, ma pretende che

non siano concepibili altre ideologie che

quella del consumo. Un edonismo neolaico,

ciecamente dimentico di ogni valore

umanistico e ciecamente estraneo alle

scienze umane”.

10 M. Hardt – A. Negri, Impero, Rizzoli,

Milano 2002.

11 Zygmunt Bauman, Consumo, dunque

sono, Laterza, Bari 2008.

12 Zygmunt Bauman, op.cit.

13 Heidemarie Schwemer, Vivere senza

soldi, Aam Terra Nuova, Firenze 2007.

14 Serge Latouche, La scommessa della

decrescita, Feltrinelli, Milano 2006.

15 Per una efficace sintesi delle argomentazioni

dei pensatori della decrescita

vedi anche S.Lanza, “Per una critica della

crescita”, Gioventù Evangelica, n. 207 (primavera

2009), pp. 15-20.

16 F. Brune, De l’idéologie, aujourd’hui,

Parangon, Parigi 2005.

17 Mikael De Gasperi in Il pensiero economico

moderno, 2009 (29).


Anche per noi lettori e

lettrici di Ge il denaro

è da sempre strumento

di scambio, di cui

crescendo abbiamo

scoperto la convenzionalità, la cui

istituzione è antica: di denaro si

parla nella Bibbia come strumento

riconosciuto e consolidato, ma le

tracce di monete nella storia sono

ben antecedenti. Basta però tornare

indietro con la memoria ai racconti

di qualche generazione precedente,

e ritroviamo che lo scambio tra

persone in termini di beni o servizi

si concretizzava in modi svariati.

denaro ed

economia dello scambio

Il denaro è quindi una merce di

scambio, vale a dire il mezzo attraverso

il quale noi scambiamo azioni

o cose, in altri termini è il mezzo

attraverso il quale acquistiamo o

vendiamo lavoro, o beni mobili, immobili,

immateriali. Siamo arrivati a

quantificare e monetizzare tutto, e

non solo i beni di necessità primaria.

Utilizziamo il denaro per quantificare

il valore che noi diamo ai vari

aspetti che costituiscono il nostro

vivere sociale, il nostro vivere in relazione

all’altro, dando per scontato

che non è possibile l’autosufficienza

individuale per il soddisfacimento

dei nostri bisogni.

Storicamente il concetto di

scambio basato sul denaro ha finito

per influenzare e modificare

comportamenti e modelli sociali.

Conosciamo modelli di società ba-

sati sull’economia di

scambio: il vecchio

baratto che consisteva

nello scambiare

oggetti diversi tra

loro, ma equiparabili

per valore, dove comunque

il contatto

tra i vari attori della

contrattazione era

la base dello scambio.

Requisito fondamentale

è quello

della comprensione

reciproca, della

contrattazione che

altro non è che la ricerca di una

definizione comune e condivisa

del valore di un bene partendo ciascuno

dal proprio punto di partenza

e attribuendo necessariamente

al proprio oggetto un valore più

elevato di quello cui si è disposti a

vendere e un valore inferiore rispetto

a quello al quale si è disposti a

comprare. Non è un caso che nelle

società in cui il denaro è diventato

il solo mezzo di scambio il numero

delle contrattazioni si sia ridotto

sempre più in favore della politica

dei prezzi fissi (determinati cioè dal

venditore sulla base di uno studio

di mercato dal quale risulta il valore

massimo che il potenziale compratore

è disposto a pagare per ottenere

il bene).

E anche le relazioni sociali vengono

colpite ed influenzate in modo

inesorabile da questo sistema indotto

di relazione. Non solo si riduce

il tempo dedicato alla relazione,

ma il tempo stesso viene monetizzato

e quindi si cercano tutti i modi

23

per poterlo ridurre. Paradossalmente,

nelle società definite più individualiste,

anche l’uso delle modalità

di acquisto e pagamento virtuale è

più sviluppato (si pensi all’e-commerce

o al semplice pagamento con

carte prepagate o carte di credito).

E in questo modo è evidente che

chi non ha denaro o non vi ha accesso

risulta limitato, se non addirittura

escluso, dal soddisfacimento

dei propri bisogni (non apriamo

qui il discorso dell’induzione del

bisogno per la crescente ossessione

della propensione al consumo,

perché ci porterebbe lontano, ma

non dimentichiamocene).

mercato del lavoro

in trasformazione

mono

Il denaro,

la società, noi

di laura ca s o r i o

Nell’ambito del monografico sul

denaro, dopo un’introduzione

macroeconomica, un vocabolario

comune, una riflessione sulla

monetizzazione delle nostre vite,

vi proponiamo un passaggio dal

macro al micro, dalla società a noi.

Laura Casorio* riflette su questi temi,

con una particolare attenzione alle

relazioni sociali e alle dinamiche del

mondo del lavoro.

In una società come la nostra,

dove il denaro è diventato lo strumento

per poter interagire con l’altro

e con l’altra, con le istituzioni, lo

strumento per acquisire beni e ser-


vizi, siano essi di prima necessità o

meno, siamo quindi obbligati alla

ricerca del mezzo per procurarci il

denaro necessario per soddisfare

queste nostre necessità.

Il pensiero corre al primo articolo

della Costituzione italiana: L’Italia è

una Repubblica democratica fondata

sul lavoro. Altrettanto ovvio è

che abbiamo coscienza che questo

articolo si presta a una varietà di interpretazioni,

in quanto non viene

esplicitato alcun riferimento né al

valore del lavoro a fondamento

della Repubblica, né alla definizione

o alla finalità di questo lavoro. È

indubbio che il tema del lavoro sia

cruciale.

Le dottrine economiche e sociali

europee che hanno influenzato la

costruzione della società moderna

hanno universalmente riconosciuto

che il lavoro è lo strumento attraverso

il quale ciascuno è chiamato

a dare un proprio contributo per

ottenere in cambio quanto necessario

al soddisfacimento dei propri

bisogni in formule più o meno

complicate, con visioni più o meno

egalitarie, con finalità più o meno

di stabilità o di crescita e evoluzione

dell’individuo e della società.

Ancora oggi, in un momento di

crisi economica (non più solo finanziaria!!)

siamo tutti e tutte ripetutamente

richiamati/e alla necessità di

fare sacrifici, invitati a darci da fare,

a fare formazione continua per

adeguarci e rinnovarci, a inventarci

un lavoro in nome della flessibilità,

in quanto il famoso posto fisso è

ormai concetto del passato. È cambiato

forse il concetto di lavoro? O

non è piuttosto un ulteriore segnale

che è in mutamento l’accesso al

mezzo di scambio che è alla base

della società stessa?

Come è cambiato, o sta cambiando

il mercato del lavoro?

Il dato eclatante è l’aumentata

difficoltà non solo di accesso al

mercato del lavoro, ma anche di

mantenimento del posto di lavoro.

Sono anni che assistiamo alle conseguenze

della delocalizzazione

delle imprese che, per mantenere

(o aumentare) i profitti, scelgono di

trasferire la produzione all’estero,

dove il lavoro ha un costo minore,

tanto minore da compensare i costi

di esportazione/importazione

di materie. È dimostrato che, una

volta usciti dal mercato del lavoro,

per rientrarvi occorra un ri-adeguamento

delle competenze che viene

domandato in maniera sempre

più esasperante, al punto che un

numero sempre più elevato di (ex)

lavoratori è costretto a rinunciare

alla ricerca di un lavoro contrattualmente

definito e a norma di legge.

Ma, se è vero che il sistema Italia

si è dato degli strumenti (seppure

rivelatisi deboli sul lungo periodo)

per far fronte alla situazione di chi

perde il lavoro, è anche vero che

poco si sta muovendo per chi deve

accedere per la prima volta al mercato

dei lavoro.

24

un Paese che non crede

nel potenziale giovanile

Il nostro Paese ha dimostrato in

infinite occasioni di non credere

nel potenziale giovanile, dimostrando

quindi di perdere fiducia

nel proprio sistema di formazione

e permettendo una situazione in

cui “circa 60mila i giovani ‘under

40’ lasciano l’Italia ogni anno. Sulla

base di almeno due dati: il primo

proviene dall’Anagrafe Italiani Residenti

Estero (Aire), secondo cui

ben 316.572 giovani non ancora

quarantenni hanno lasciato il Paese

tra il 2000 e il gennaio del 2010.

Il flusso ufficiale è dunque pari a

poco più di 30mila l’anno. Secondo

vari sondaggi indipendenti, però,

solo un espatriato su due si iscrive

normalmente all’Aire (nonostante

l’iscrizione sia obbligatoria)”.


Ma, al di là delle considerazioni

sui costi economici e sociali di

lungo periodo di questo fenomeno,

risulta evidente la difficoltà di

accesso al mercato del lavoro in un

contesto in cui il valore del lavoro

è sempre più ridotto, fino addirittura

ad annullarsi, come dimostra

l’ormai sempre crescente “popolo

degli stagisti” (lavoratori a costo

zero) o dei lavoratori precari (oggi

come oggi lavoratori con contratti

a tempo determinato, spesso di

forma atipica, con retribuzioni ben

inferiori alla media di uno stesso

lavoro retribuito secondo un contratto

tipico).

Il fattore età è altamente contraddittorio:

si passa dal “troppo

il termine “risorsa umana” al posto

di lavoratore indica la tendenza a

svilupparne le competenze sociali

giovane per il ruolo, con poca

esperienza” direttamente al “ormai

la carriera è finita, puntiamo

su qualche cosa di innovativo”. Il

livello di competitività, così come

la necessità della promozione di

stessi, finiscono per spersonalizzare

le relazioni, contribuendo a sviluppare

quel modello di società “spersonalizzante”

di cui sopra. Negli

anni ’80 e ’90 sembrava quasi che

il buon lavoratore per essere tale

dovesse cedere un pezzo della propria

identità personale per acquisire

quella aziendale. Recentemente,

con l’introduzione del concetto di

“risorsa umana”, ci si è resi conto

che l’apporto di chi si appresta a

svolgere un lavoro non è puramente

legato alla propria formazione

professionale, ma che le competenze

spendibili e quindi di valore

sono legate a molteplici aspetti

del singolo individuo chiamato a

svolgere un determinato ruolo. Si

cerca di sviluppare competenze cosiddette

sociali: ma con quale fine?

Offrire un ambiente più piacevole

per aumentare la produttività? Per

aumentare la fidelizzazione?

“terzo settore”,

un modello diverso

di economia

Un tentativo di promozione di

un modello diverso di economia,

ma anche di ritorno alle relazioni, è

quello che conosciamo come “terzo

settore”, erroneamente identificato

con l’espressione “mondo del volontariato”.

Dagli anni ’90 anche nel nostro

Paese ha cominciato a svilupparsi

un’economia di “servizio”, nella quale

alla dimensione quantitativa del

lavoro (visto in funzione del soddisfacimento

del bisogno di produzione

di beni e servizi del datore di

lavoro in cambio

di una retribuzione

adeguata alla

professionalità e

al tempo profuso)

si cerca di aggiungere

anche una dimensione

qualitativa (condivisione di scopi,

motivazione, partecipazione ai

processi decisionali interni…). Certo

l’interconnessione con il volontariato

è necessaria e complementare

all’attività promossa in questo

settore, ma occorre tenere distinto

questo aspetto in modo da poterlo

quantificare come valore aggiunto

all’azienda sociale (questo termine

si sta sempre più diffondendo per

comprendere cooperative sociali,

associazioni, Ong, Onlus).

Ed è proprio la

dimensione della

condivisione e

della compartecipazione

alle attività

e al sistema decisionale che permette

il coinvolgimento di volontari

e volontarie a completamento,

spesso fondamentale, delle attività

promosse. Il rischio che il volontario

si sostituisca al lavoratore, con

conseguente riduzione dei costi

di personale della singola azienda,

è sempre presente, ma almeno in

teoria il coinvolgimento del personale

volontario dovrebbe provve-

25

dere a quel bisogno e quella promozione

di socialità e di relazione

che dovrebbero poi tradursi nella

riappropriazione di una visione di

società dove le relazioni interpersonali

ritornano ad avere un ruolo

fondamentale e incisivo.

il tempo,

risorsa preziosa

da investire

L’esperienza però ci insegna che

anche questi modelli non sono

esenti da sbavature, contraddizioni

e fallimenti. Accanto a questa

esperienza, anche in Italia si sta

diffondendo una rinnovata sensibilità

alla dimensione della socialità,

dell’interazione e dello scambio

non solo di esperienze, ma anche

di servizi, con il duplice intento di

rispondere ai bisogni di socialità da

un lato e a esigenze di tipo pratico

dall’altro, cercando modelli non necessariamente

monetizzati, ma dai

quali potenzialmente nessuno sia

escluso. Un esempio è dato dalle

banche del tempo.

“Il tempo è diventato una risorsa

preziosa e strategica, da investire

con attenzione, da valorizzare anche

attraverso nuove modalità. La

Banca del tempo valorizza infatti

lo scambio di tempo tra le persone,

sviluppa e promuove nuovi valori.

Si tratta di misurarsi non con gli

usi del tempo a cui siamo generalmente

abituati. La Banca del tempo

il termine “azienda sociale”

si va sempre più diffondendo

nel mondo no-profit

parte dall’idea che è possibile uno

scambio paritario fondato sul fatto

che gli individui sono portatori di

bisogni ma anche di risorse. I principali

vincoli che incontra la banca

sono culturali: la nostra società

tende a legittimare determinati usi

del tempo e non altri. Il tempo a cui

comunemente viene dato valore è

in primo luogo quello acquistato

attraverso un esborso di denaro o


quello che viene prestato da altri.

Se questo è il senso comune, è evidente

che gli scambi di tempo alla

pari devono essere sostenuti da

forti iniziative culturali” (da http://

www.comune.fi.it/servizi_pubblici/

spazi/firenzebanc.htm, link consultato

07/12/2011).

Questi modelli che spesso sentiamo

definire come alternativi,

possono davvero considerarsi tali?

o non si tratta piuttosto di un tentativo

di riappropriarsi del proprio

in Africa centrale/occidentale si usa

spesso dire “è andato in cerca di cibo”

tempo, di fare dono di un qualche

cosa che ci appartiene senza alcuna

mediazione sia essa anche in forma

di “bene di scambio”? Il tempo che

dedichiamo all’altro, la riflessione

che ci porta a considerare il nostro

tempo, con le nostre capacità da

mettere a disposizione dell’altro o

dell’altra, viene “messo a frutto” attraverso

lo scambio di relazioni, che

vengono in questo modo valorizzate

nel senso che per noi acquistano

e aumentano valore, ma senza una

“gerarchia” (vale di più un’ora di ripetizioni

al bimbo oppure un’ora

passata a riparare orli ai pantaloni

o a fare la spesa per chi è impossibilitato

a muoversi?).

In molte culture che definiamo

come in via di sviluppo, come ad

esempio in Africa centrale o occidentale,

si usa spesso dire “è andato

a cercare il cibo”, che potremmo tradurre

a seconda dei casi: è andato

al mercato a comprare qualcosa da

mangiare, è andato a cercare lavoro

per la giornata, è andato nei campi

o a caccia, o a pesca per cercare

qualcosa da mangiare.

Una questione

linguistica, forse,

una questione

di “pudore”, ma comunque

il riconoscimento di come

il tempo/lavoro venga quantificato

in maniera differente: possiamo dire

che anche i bisogni siano minori in

maniera proporzionale?

mettere in discussione

la gestione del denaro

pubblico

Riappropriarsi di una consapevolezza

che spesso siamo costretti

a ibernare, per poter far fronte alle

varie incombenze cui non possia-

26

mo sottrarci, ci permette di cercare

di riappropriarci del valore del nostro

tempo, delle nostre competenze

acquisite, di quello che possiamo

dare e in cambio di cosa. Abbiamo

assistito negli ultimi mesi alla crescita

e all’aumento di manifestazioni,

di atti, di prese di coscienza, di

tentativi di riappropriarsi del potere

di proposta di indirizzo della gestione

della cosa pubblica.

A partire dal movimento di base

che ha reso possibile lo svolgimento

dei referendum sui temi di interesse

pubblico (giustizia, acqua, nucleare),

passando per le proteste a garanzia

del diritto allo studio in istituti pubblici

(scuole o università), fino ai più

recenti tentativi di influenzare e organizzare

l’opinione pubblica sulla

gestione delle risorse (questioni

ambientali, diritto al lavoro…), potremmo

dire che assistiamo a un

processo di risveglio e di volontà di

rimettere in discussione i criteri e i

principi adottati per la gestione del

denaro pubblico, per poter usufruire

di una maggior autonomia della gestione

del (poco) tempo privato.

Sarà interessante vedere se questo

movimento di idee riuscirà a

radicarsi e portare ad una maggiore

consapevolezza e ad un cambiamento

delle strutture sociali nelle

quali viviamo. Con questo non si

intende certo negare il valore del

denaro come valore di scambio, ma

promuovere una consapevolezza

della necessità di ripensare il proprio

rapporto con il denaro, il proprio

rapporto con il tempo, di riflettere

su quanto si è disposti a mettersi in

gioco (pagare?) nel quotidiano che

necessariamente ci mette in relazione

con l’altro e con l’altra, anche nel

caso fortunato di chi può permettersi

di non avere preoccupazioni

sull’acquisizione del denaro necessario

ai propri bisogni.

* Laura Casorio, valdese, è segretaria

esecutiva per i progetti e gli scambi

di persone della Cevaa (Comunità

di chiese in missione) a Montpellier

(Francia).


Che rapporto hai con il denaro?

Un rapporto intenso. Ho lavorato

molto per depotenziare il denaro

e riportarlo a mezzo da usare correttamente.

È importante per me

resistere ai condizionamenti esterni

e scegliere come spenderlo. Nella

Bibbia sono molti gli episodi dove

si parla dell’uso del denaro. Nel noto

episodio del giovane ricco, il suo patrimonio

non è un problema in sé ma

lo diventa quando si fa ostacolo per

seguire Gesù; Abramo chiede una regolare

compravendita per il campo e

la grotta dove seppellire sua moglie

Sara, rifiutando di riceverli in dono

da Efron l’Ittita; Amos viene mandato

dal Signore a Samaria per condannare

la messa in schiavitù di persone

che non potevano pagare un piccolo

debito. Nella Bibbia il denaro può essere

un mezzo per restituire dignità

oppure un ostacolo, una tentazione.

L’attenzione è posta sul suo utilizzo.

Chiese, associazioni, terzo settore

vivono spesso di lavoro volontario

prestato con entusiasmo e dedizione,

spesso gratuito o, se retribuito, comunque

fuori da logiche di mercato:

quanto questo impatta sulla dimensione

di precarietà che è trasversale

per molti giovani?

È necessario distinguere il lavoro

retribuito e il lavoro volontario. Entrambi

necessitano di formazione e

professionalità. Per un’organizzazione

di qualsiasi tipo un dipendente è

una risorsa impiegata in un’attività.

Questa figura viene scelta con dei

criteri e può essere valutata per il

suo lavoro. Un volontario presta il

suo lavoro a supporto di un’attività,

solitamente riceve una formazione,

ma il suo impegno può essere

discontinuo a causa di problemi di

lavoro e famiglia.

Nelle associazioni e nelle chiese

spesso sono i “volontari” che rico-

prono ruoli necessari alla vita

dell’organizzazione con spirito

di servizio, serietà e la responsabilità.

Nei prossimi anni

però il precariato metterà in

crisi questo sistema. Nelle nostre

chiese ci saranno sempre

meno lavoratori dipendenti

e pensionati e sempre più lavoratori

precari alle prese con

difficoltà economiche e di disponibilità

per la comunità. Allora

che cosa faremo? Smetteremo

di fare la scuola domenicale,

i bazar, le attività di servizio alla

città? Scaricheremo tutto questo sui

pastori? Per non parlare dei ruoli di

coordinamento e gestione (consiglio

di chiesa, circuiti, distretti).

Mi sembra importante che le chiese

individuino delle attività prioritarie

e impieghino una parte delle

loro risorse per retribuire figure

adeguatamente formate e motivate,

premiando partecipazione e professionalità.

Accanto ad un coordinatore/trice

retribuito/a possono essere

convogliati membri e simpatizzanti

che si mettono a disposizione della

chiesa con spirito di servizio. Sarebbe

un buon utilizzo del denaro.

Occuparsi di soldi è una cosa da

professionisti?

Non è necessario essere economisti.

Io sono interessata a capire

i meccanismi globali e locali che

incidono sull’economia reale di un

paese e un territorio. Ho cominciato

a occuparmi di commercio equo,

gruppi di acquisto solidale e ad approfondire

temi economici e finanziari.

Ho scoperto così la finanza etica

e una banca italiana trasparente

che propone di ragionare su dove

vengono messi i propri soldi, che

27

mono

Denaro, tentazione o mezzo?

intervista a elena cozzi

Lavoro retribuito e

volontariato, finanza e

commercio equo, economia

reale e speculazione.

Proponiamo un’intervista

molto personale sul rapporto

con il denaro ad Elena Cozzi,

giovane impegnata da anni

nella Fgei, che attualmente

collabora con Banca Etica.

sceglie di non entrare nei meccanismi

speculativi e di prestare denaro

al territorio, alle piccole realtà che

lavorano per lo sviluppo del locale,

che premia associazioni, cooperative

e aziende che non inquinano,

che rispettano i diritti dei lavoratori,

che non hanno subito condanne per

comportamenti negativi.

Dopo un anno di formazione sono

diventata valutatrice socio-ambientale

di questa banca, una figura volontaria

che conduce un’indagine

sui comportamenti delle realtà che

chiedono finanziamenti alla Banca.

In caso di comportamenti non virtuosi

il prestito non viene erogato.

Banca Etica è una piccola realtà che

testimonia che è possibile gestire

una banca con questi parametri.

La domanda che ci interroga come

cittadini e credenti è: che cosa fa la

nostra banca con i soldi che depositiamo?

Quanta parte di questo denaro

viene utilizzato per l’economia

reale e quanta per la speculazione?

Quanti dei nostri euro vengono investiti

in armamenti, attività inique

dal punto di vista sociale ed ambientale,

e quanti per lo sviluppo

del territorio, per l’occupazione, per

la collettività? È nostra responsabilità

rispondere a questa domanda.


Scheda

Il Vangelo della prosperità

(a cura di Dario Monaco)

Il Vangelo della prosperità non è un apocrifo da poco trovato in qualche grotta, ma un filone di pensiero

cristiano trasversale e interdenominazionale.

Coloro che propugnano tale visione teologica insegnano che la Bibbia sostiene la prosperità economica

come benedizione divina e che Dio abbia previsto la ricchezza materiale per tutti i cristiani. Per

costoro, raggiungere tale proposito è abbastanza facile, basta avere fede, pensare ed agire positivamente

e donare generosamente alle proprie chiese, o agli evangelisti, e sicuramente si avrà un aumento di

beni materiali.

Storia

La teologia della prosperità nacque negli Stati Uniti durante l’ondata di Revival di guarigione degli anni ’50.

Dopo la guerra c’era la forte necessità di una testimonianza evangelica che riportasse fiducia nelle persone

e nelle famiglie stravolte e si affacciarono anche in campo cristiano nuove correnti di pensiero, come il New

Thought (Pensiero Nuovo), o nuovi stili teologici, come il Word of Faith (Parola della Fede), che promettevano

un miglioramento materiale, oltre che spirituale. Dal secondo dopoguerra la teologia della prosperità si fece

largo soprattutto in ambienti carismatici, fu adottata da diversi evangelisti e televangelisti e fu addirittura

portata fuori dagli Stati Uniti da parecchi missionari.

Teologia

I propugnatori della teologia della prosperità sostengono che si iscriva nell’ottica del dominio cristiano sul

mondo. I teologi della prosperità insegnano che le benedizioni di Dio nei confronti di Israele dal punto di

vista materiale che si trovano nell’Antico Testamento siano perfettamente applicabili ai cristiani. Affermano,

dunque, che la fede e il comportamento positivo e retto generino prosperità nella vita dei cristiani.

In pratica i cristiani, in quanto creati a immagine di Dio, hanno potere sulla creazione. Questo potere si

esercita con il giusto uso del linguaggio, conosciuto come “confessione positiva”, e permette di dominare

la creazione. Questo dominio si applica sia all’anima individuale che al mondo esterno, in maniera meccanica,

quasi magica. I teologi della prosperità parlano di una serie di leggi, di un processo con una serie di

formule specifiche che portino ad un contratto inviolabile tra Dio e l’umanità, contratto che prevede anche

la ricchezza materiale.

Il processo può essere riassunto nella formula “Dillo, Fallo, Ricevi e Annuncia”.

- Il Cristiano afferma (Dillo) la sua verità; in base a quel che dice, riceverà.

- Il Cristiano agisce (Fallo); ovviamente la sua azione lo porterà a ricevere o ad evitare di ricevere.

- Il Cristiano Riceve con abbondanza dalle cateratte del cielo, basta solo che sia connesso ad esse.

- Se il Cristiano ha ricevuto, deve Annunciare, testimoniare ad altri, affinché credano.

Sebbene il vangelo della prosperità sia un fenomeno trasversale, spesso ha forti legami con la teologia ed

ecclesiologia carismatica per il suo uso dei doni dello Spirito in stretta congiunzione con la prosperità.

Gli strascichi di stili di pensiero positivo e New Thought si notano nell’accento posto sull’auto-aiuto, l’empowerment

e una generica positività della felicità e della ricchezza materiale, che sono presentati come diritti

inalienabili per tutti i Cristiani retti, che credono alla Bibbia. La salvezza di Cristo si presenta dunque non solo

come la cancellazione della corruzione spirituale, ma anche come guarigione fisica e benessere materiale.

Molti commentatori notano addirittura come il vangelo della prosperità sembri essere più un filone di pen-

28


siero laico vestito da teologia che non una vera e propria posizione teologica e diversi lo legano, attraverso

il New Thought, ad ambienti New Age dove le stesse idee e le stesse tecniche vengono usate, ma scevre di

rimandi biblici.

Infatti, le basi bibliche su cui i predicatori si basano per il vangelo della prosperità sono diverse, ma poggiano

su interpretazioni spesso non tradizionali. Tra i passi che vengono usati più spesso troviamo:

- Malachia 3:10: “‘Portate tutte le decime alla casa del tesoro, perché ci sia cibo nella mia casa; poi

mettetemi alla prova in questo’, dice il Signore degli eserciti; ‘vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo

e non riverserò su di voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla’.”

- Matteo 25:14-30: la parabola dei talenti.

- Giovanni 10:10b: “io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

- Filippesi 4:19: “Il mio Dio provvederà abbondantemente a ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza,

in Cristo Gesù”.

- 3 Giovanni 1:2: “Carissimo, io prego che in ogni cosa tu prosperi e goda buona salute, come prospera

l’anima tua”.

Critiche

Sebbene i suoi propositori sostengano la solidità della teologia della prosperità all’interno della tradizione

teologica evangelica, il loro approccio è stato duramente criticato dal panorama cristiano, sia da ambienti

progressisti che conservatori, da alcuni giudicato non biblico o apertamente eretico. Molti sono i contrasti

tra gli evangelisti della prosperità e le tradizionali denominazioni, comprese quelle carismatiche. Diversi

personaggi famosi dell’evangelismo statunitense, da Rick Warren a Jerry Falwell, hanno duramente criticato

la teologia della prosperità, accusandola di promuovere idolatria nei confronti del denaro, così come comune

è la posizione che Gesù insegni una visione diametralmente opposta sul denaro e il benessere materiale.

Le accuse di maggior peso sono quelle di vendere il vangelo, ovvero di promuovere una visione in cui il denaro

che si dona al ministero della prosperità, tornerà moltiplicato. Alcuni denunciano una visione da “Deus ex

Machina” di un Dio distributore automatico, per cui basta inginocchiarsi, pregare, e il benessere sarà elargito.

Altri sottolineano come le promesse nella Bibbia siano esaudite con i tempi di Dio, e non degli individui, mentre

la critica maggiore è l’assoluta incompatibilità della teologia della prosperità con la teologia della croce.

Anche fuori dall’agone cristiano il vangelo della prosperità non gode di buona fama. Commentatori laici

hanno spesso puntato il dito contro i capi di questo movimento, accusandoli di cercare solo il guadagno

personale e di essere cattivi consiglieri finanziari. Sebbene alcuni ambienti della destra religiosa, soprattutto

in ambito repubblicano, siano attratti dalle idee del vangelo della prosperità, che favoriscono molto

il consumismo capitalistico e la finanza, pochi sono stati i passi espliciti verso questa teologia da parte dei

politici, per paura di alienarsi la stragrande maggioranza degli evangelici, nettamente contrari al vangelo

della prosperità.

Un’ultima pietra d’inciampo per molti commentatori evangelici è l’uso della teologia della prosperità nelle

missioni estere, in particolare in Africa, Asia e Europa Orientale. I missionari e gli evangelisti che usano la

prosperità nel loro ministero vengono accusati di ingannare i credenti con false promesse. Un evangelista

riformato conservatore, John Piper, a riguardo dice: “questa è idolatria, non il vangelo, significa innalzare i

doni al di sopra del donatore”.

Fonti

In inglese, ultimo accesso 05/10/2011:

http://en.wikipedia.org/wiki/Prosperity_theology

http://en.wikipedia.org/wiki/New_Thought

http://en.wikipedia.org/wiki/Word_of_Faith

http://www.youtube.com/watch?v=PTc_FoELt8s

http://www.svchapel.org/resources/articles/22-contemporary-issues/620-joel-osteen-and-the-prosperitygospel

http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1533448,00.html

http://www.beliefnet.com/Faiths/Christianity/2009/03/The-Problem-for-the-Prosperity-Gospel.aspx

29


percorsi

Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: “Maestro,

che devo fare di buono per avere la vita eterna?”

Gesù gli rispose: “Perché m’interroghi

intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono.

Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”.

“Quali?” gli chiese. E Gesù rispose: “Questi:

Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non

testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il

tuo prossimo come te stesso”. E il giovane a lui: “Tutte queste

cose le ho osservate; che mi manca ancora?” Gesù gli

disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo

ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi”.

Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato,

perché aveva molti beni. E Gesù disse ai suoi discepoli: “Io

vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno

dei cieli. E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso

la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno

di Dio”. I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti

e dicevano: “Chi dunque può essere salvato?” Gesù fissò lo

sguardo su di loro e disse: “Agli uomini questo è impossibile;

ma a Dio ogni cosa è possibile”.

(Matteo 19:16-26)

Siamo (purtroppo) abituati al fatto che se si hanno

soldi abbastanza, si aprono tutte le porte: quelle

dell’istruzione, delle cure sanitarie, dei favori… Ma nel

racconto del Vangelo di Matteo del giovane ricco, Gesù

insegna che esiste una porta che il denaro non può

aprire: quella del Regno di Dio, della comunione con il

Signore. Anzi, per quando riguarda l’entrare da quella

porta, i soldi rischiano di essere più che altro un ostacolo.

Ma il racconto di Matteo non tratta solo di soldi; il

denaro diventa esempio di tutto ciò che ci impedisce di

avere piena comunione con Dio.

Contesto e struttura

Il racconto del giovane ricco si trova, con alcune variazioni,

anche nei Vangeli di Marco (10:17-27) e Luca

(18:18-27). Come in quei Vangeli, anche in Matteo è

inserito tra l’episodio della benedizione dei bambini

(19:13-15) e il dialogo con Pietro sul “premio” per coloro

30

Il giovane ricco

che lasciano tutto per seguire Gesù (19:27-30). Quest’ultimo

dialogo funge da conclusione del nostro racconto

e, insieme alla benedizione dei bambini, serve a riflettere

su ciò che viene richiesto da parte di chi vuole seguire

Gesù ed entrare nel Regno di Dio: il lasciare tutto

per rimettersi completamente nelle mani di Dio, come

un bambino in quelle dei suoi genitori.

La narrazione vera e propria del nostro brano si trova

nei vv.16-22, mentre nei vv.23-26 seguono alcuni detti

sulla ricchezza.

“Che devo fare di buono per avere la vita

eterna?”

Matteo riporta una domanda leggermente diversa del

giovane a Gesù rispetto a quella che troviamo in Marco

e Luca (“Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare

la vita eterna?”), probabilmente per evitare la risposta

di Gesù, ritenuta sminuente del suo ruolo (“Perché

mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo,

cioè Dio”). In ogni caso, comunque, la risposta mette il

Signore al centro del discorso, e la domanda fornisce a

Gesù l’occasione di ricordare al giovane i comandamenti

della seconda tavola dei dieci comandamenti (Esodo

20:12-16), insieme a Levitico 19:18.

“Che mi manca ancora?”

Nonostante il fatto che il giovane sia da tutti i punti

di vista un cittadino rispettabile ed un uomo religioso

praticante, rispettoso dei comandamenti, gli manca ancora

qualcosa “di buono” per seguire perfettamente la

volontà di Dio.

“Se vuoi essere perfetto…”

a cura di helene Fontana*

Questa risposta di Gesù al giovane arriva al centro

della questione di cosa viene richiesto da chi lo vuole

seguire. Ma cosa viene richiesto esattamente? Di lasciare

tutte le ricchezze? La risposta non è così ovvia

come sembra. Gesù infatti aveva anche alcuni seguaci


enestanti (Giuseppe di Arimatea, Matteo 27:57; alcune

donne discepole) a cui, a quanto pare, non aveva chiesto

di lasciare le proprie ricchezze. Capiamo meglio il

senso delle parole di Gesù al giovane considerando la

reazione di quest’ultimo ad esse.

“…se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”

Il giovane non accoglie l’invito di Gesù. Non riesce a

staccarsi dai suoi molti beni. Ed è qui che sta il problema:

i beni sono per lui un ostacolo nel rapporto con

Dio, che gli impedisce di mettersi completamente nelle

sue mani come discepolo di Gesù. Questo è un ostacolo

personale, però, non necessariamente valido per tutti,

come indica appunto la situazione economica di altri

discepoli di Gesù. Il messaggio che vale per tutti riguarda

comunque il rischio di qualsiasi attaccamento che

allontana dal Signore.

“È più facile per un cammello…”

Con questa iperbole Gesù rileva la potenziale pericolosità

del denaro. Se è vero che non sempre il denaro

ostacola il rapporto con Dio, è anche vero che nell’ottica

biblica, quella veterotestamentaria e quella di Gesù, esso

comporta comunque un particolare rischio in questo

senso (vedi per es. Deuteronomio 8:17-18; Matteo 6:24).

Il denaro, ammonisce la Bibbia, fa confidare l’essere

umano nelle proprie forze invece che nella cura di Dio,

31

distoglie la sua attenzione dal Signore e gli impedisce

di dedicare la propria vita interamente a lui.

“Chi dunque può essere salvato?”

I discepoli di Gesù non erano ricchi. Eppure si preoccupano

sentendo queste sue parole. Capiscono infatti

che la questione è quella della dedizione completa a Dio

richiesta ai discepoli di Gesù, dedizione che in ogni vita

trova i propri ostacoli e che non era completa neanche

in quella del giovane ricco rispettabile e religioso. La risposta

di Gesù rimanda alla grazia e alla potenza di Dio,

del tutto diverse dai nostri metri di giudizio e di azione.

In conclusione

Nel racconto del giovane ricco Gesù si trova perfettamente

in linea con l’insegnamento dell’Antico Testamento

sul denaro, che può essere una benedizione di Dio, ma

che in molti casi è invece un ostacolo nel rapporto con lui.

Gesù invita il giovane, e tutti i suoi discepoli, a liberarsi da

ciò che ostacola il nostro discepolato e la nostra comunione

con Dio. Ciò che possediamo, denaro o altro, non deve

prendere il potere sulla nostra vita, ma sono doni ricevuti

da colui a cui appartiene tutta la nostra esistenza.

* Helene Fontana è pastora della chiesa battista di Rivoli

(To).


percorsi

Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava

come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne

mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due

spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé

i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico che questa

povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di

tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo,

ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che

possedeva, tutto quanto aveva per vivere”.

(Marco 12:41-44)

Dare l’offerta al tempio è un momento memorabile.

Nelle chiese africane si balla. In

altre chiese si rimanda a dopo l’Amen finale.

Pensieri profondi ti assalgono… in pochi

secondi devi prendere una decisione:

definire il tuo contributo. Cominci a calcolare sapendo

che non devi calcolare. Come fai sbagli. Con la tua offerta

non sei mai a posto. La tua offerta non è mai giusta.

Stai davanti a quel Dio che non chiede una parte di te,

ma che chiede Te. Seguimi.

“Gesù guardava come la gente

metteva denaro nella cassa”

Nel vangelo (cf. Lc 21:1-4) l’offerta della povera vedova

è collocata in un momento decisivo: alla fine della missione

di Gesù. Segue ancora il discorso apocalittico della

distruzione del tempio e il racconto della passione.

Nella storia dell’interpretazione è piuttosto marginale.

Agli occhi nostri è marginale; ma agli occhi di Gesù è

centrale. È come Abele: Caino l’ha rimosso, eppure: la

Parola del Signore lo ricorda in eterno.

Anche se cerchiamo di rimuoverla, è presente nella

coscienza dell’umanità. In quasi tutte le religioni c’è un

racconto simile.

La povera vedova è presente nel momento della raccolta

delle offerte, momento apparentemente poco

centrale, che rischia sempre di essere emarginato o rimosso.

Subentra anche il bagaglio culturale che ci portiamo

L’offerta della vedova

32

a cura di WinFriD PFannkuche*

dietro. Il greco dentro di noi dice: ricco o povero, non

dare importanza a questi beni materiali… non è forse

in questo modo che abbiamo da sempre rimosso l’offerta

della povera vedova? Che non è greca, ma ebrea.

Per l’ebrea dentro di noi l’offerta esprime l’amore per

il Signore. I nostri pensieri e sentimenti, nel momento

dell’offerta, oscillano tra questi due: tra la libertà dal denaro

e l’amore per il Signore, tra il greco e l’ebrea, forse

anche tra il Piemonte e l’Africa.

Un momento molto complesso che contiene tutti i

nostri complessi. Carico di cattiva coscienza, ma anche

di gioia e gratitudine.

Due cose ci danno fastidio mentre diamo l’offerta:

qualcuno ci guarda e parla apertamente del denaro

offerto. Esattamente quel che ha fatto Gesù. Ed è stato

rimosso. Come Abele. Come la povera vedova. Ascoltiamolo.

“Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte,

Gesù…”

C’è una tensione. Quella che sentiamo anche noi di

fronte alla cassa delle offerte. Una tensione che rimane.

Finché rimane Gesù. Rimane tesa, viva la coscienza.

La cassa delle offerte è un’immagine parlante del

tempio stesso, della chiesa. Tra Gesù e la chiesa resta

e deve restare una tensione, di coscienza e di gratitudine.

Non siamo mai a posto. Perché Gesù è seduto

di fronte alla cassa delle offerte e “…guardava come

la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne

mettevano assai”. Gesù non critica questa prassi, che

come tutte le raccolte delle offerte non era né pura

né perfetta: 13 casse, un sacerdote a ricevere l’offerta

che veniva dichiarata ad alta voce. Nel caso di una

grossa somma suonava la tromba. In qualche modo

bisogna pure raccogliere i fondi. Gesù non è un moralista.

Vede la realtà con tutte le sue contraddizioni.

Non gli sfugge quel che a noi sfugge facilmente:

“Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che

fanno un quarto di soldo”. Impariamo da Gesù a vedere

la realtà, inclusa la povera vedova. Senza ideologizzare.

Si dà l’offerta. Ma quel che stupisce: anche


se non ne vale più la pena. Segue l’annuncio della

distruzione definitiva del tempio. Cioè: dare l’offerta

in piena crisi.

“Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli…”

Gesù crea un nuovo tempio. In spirito e verità. Un

tempio spirituale basato sulla sua parola. Ha voluto distruggere

il tempio e ricostruirlo in tre giorni! Distruggere

e ricostruire: come Geremia prima della catastrofe

babilonese. Tempi di profonda crisi. Emergono grandi

personaggi che danno un contributo decisivo, un orientamento

agli altri. Per Gesù quel grande personaggio è

la povera vedova non la

possiamo rimuovere

nè emarginandola nè santificandola

la povera vedova. La vera chiesa è l’offerta della povera

vedova.

“…disse loro: In verità io vi dico che questa

povera vedova…”

Come i profeti, questo personaggio crea una tensione:

“…ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli

altri…” Gesù prende posizione. In favore della povera

vedova. Questo fa la differenza, porta la spada. Purificazione

del tempio. Sbattuti fuori coloro che speculano

con il loro superfluo.

“…poiché tutti vi hanno gettato del loro

superfluo…”

Ho mai dato altro che non del mio superfluo? Se ho

dato solo del mio superfluo, non sarà, alla fine, semplicemente

superfluo?

“…ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto

ciò che possedeva, tutto quanto aveva per

vivere”.

Conclusione non c’è. La povera vedova non la possiamo

rimuovere, né emarginandola, né santificandola:

che brava! Perché la povera vedova sarà ricordata. Ogni

volta che diamo – o non diamo – l’offerta. In chiesa o

davanti al supermercato. Con la nostra offerta non saremo

mai a posto. Rimane una spina nella carne. Una

coscienza tesa. E perciò viva. Rimane il Cristo di fronte a

noi che ci chiama: seguimi. E mille occasioni per farlo.

* Winfrid Pfannkuche è pastore delle chiese valdesi di

Brindisi, Lecce e Taranto.

33


percorsi

Or uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello

che divida con me l’eredità”. Ma Gesù gli rispose: “Uomo,

chi mi ha costituito su di voi giudice o spartitore?” Poi disse

loro: “State attenti e guardatevi da ogni avarizia; perché

non è dall’abbondanza dei beni che uno possiede, che egli

ha la sua vita”. E disse loro questa parabola: “La campagna

di un uomo ricco fruttò abbondantemente; egli ragionava

così, fra sé: ‘Che farò, poiché non ho dove riporre i miei

raccolti?’ E disse: ‘Questo farò: demolirò i miei granai, ne

costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano

e i miei beni, e dirò all’anima mia: ‘Anima, tu hai molti beni

ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti’’.

Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti

sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?’

Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti

a Dio”.

(Luca 12:13-21)

L’episodio evangelico ci mette di fronte ad una

realtà purtroppo sempre attuale: un conflitto

per la divisione dell’eredità, che può diventare

un momento difficile di divisioni profonde, di

rancori tenaci e quasi invincibili.

Coinvolto in uno di questi conflitti, Gesù rifiuta di

prendere posizione. Sposta il problema dalla casistica

giuridica al piano dei grandi valori dell’uomo.

Vuole andare alla radice di conflitti così distruttivi:

“Tenetevi lontani dalla cupidigia perché anche se uno

è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai beni che

possiede”.

Come sempre, Gesù vuole arrivare dove non può

arrivare la legge – vuole cambiare il cuore dell’uomo,

vuole sconfiggere l’insicurezza di fondo da cui nasce la

cupidigia, come reazione nevrotica di difesa.

Tocchiamo così uno dei nodi fondamentali dell’insegnamento

evangelico: il rapporto dell’uomo con il denaro.

Gesù vuole aprirci gli occhi: il denaro è una falsa

sicurezza.

Sembra offrirci la possibilità di realizzare tutti i nostri

progetti, diventa il simbolo di tutte le nostre ambizioni.

Fa scattare l’istinto dell’avarizia, ma è una illusione,

che riesce solo a minacciare una convivenza veramente

La falsa sicurezza

del denaro

34

a cura di GiusePPe sc u D e r i*

umana, perché fa del prossimo non un fratello da aiutare,

ma un concorrente da superare o da eliminare. Gesù

distrugge questa illusione: “La vita non dipende dai beni

che uno possiede”.

Nella parabola del ricco insensato Gesù ci riporta alla

saggezza che vede il cuore delle nostre esperienze: il

denaro è vanità (Qo 2:21-23). L’uomo che vi si affida è

un uomo solo, alienato, schiavo. Il ricco non possiede,

è piuttosto posseduto dalle cose. Il possesso dei beni

si rivela così senza consistenza, senza futuro: “mangia,

bevi, datti alla gioia”. È una vita che sarà sempre minacciata

dalla noia.

E, soprattutto, la morte mette in tragica evidenza la

povertà di una simile vita.

La meditazione sulla morte aiuta la liberazione da

questa illusione. Ma attenzione: Gesù non vuole inculcare

nei suoi ascoltatori il timore di una morte improvvisa,

che distrugga le loro speranze (sarebbe una povera

saggezza), vuole piuttosto dire che la meditazione della

morte, cioè del senso globale della vita, aiuta a mettere

tutte le cose al loro giusto posto sotto il cielo – a dare

cioè a tutte le cose l’importanza che realmente hanno,

a dare anche ai nostri beni il giusto peso.

Le dure parole di Gesù sulla ricchezza non vogliono

dire: non avere soldi è una fortuna, ma piuttosto denunciare

gli aspetti più disumani della ricchezza.

L’insegnamento del Signore si può riassumere così:

non bisogna accumulare per sé (questa è la stoltezza,

la radice del male), ma arricchire davanti a Dio, cioè investire

i propri beni nel progetto di umanità proposto

dal Vangelo, centrato sulla fraternità. I beni non devono

essere strumento di divisione, ma di solidarietà. Devono

aiutare la crescita umana di tutti.

È questo l’investimento più redditizio (cfr. “Il chicco

donato che si trasforma in oro”). Facendo seguito al brano

letto, Luca ci offre alcuni concreti insegnamenti:

- Non cedere alla tentazione pagana dell’affanno, che

porta a pensare solo a sé e ad un possesso socialmente

sterile dei propri beni.

- Mettere in primo piano la ricerca del nuovo modello

di umanità a cui Dio ci invita. Una sete di una giustizia

più grande di quella dei sistemi sociali dominanti


è la condizione per avere, per tutti, i beni veramente

necessari all’uomo: “Cercate prima il Regno di Dio e la

sua giustizia, il resto vi sarà dato” (Lc 12:31).

- Investire i propri beni nell’aiuto ai più poveri. È un

pensiero assai caro a Luca. È un modo per costruire la

fraternità e per “arricchire davanti a Dio”. Luca parla di

elemosina. È una parola che conserva il suo valore, ma

che oggi, nella nostra società complessa, deve essere

ripensata, di fronte alla molteplicità dei bisogni. Questo

ripensamento è difficile e, in gran parte, ancora da

inventare. Ma la creatività, in questo campo, è un impegno

urgente. Diciamo solo che la premessa di Luca

(la libertà dal denaro) non vale solo per ricchi, ma per

tutti. Vale le pena di ricordare l’episodio evangelico della

vedova povera che con la sua piccola offerta, davanti a

Dio, ha dato “più di tutti i ricchi” (Lc 21:2).

Nelle chiese (metodista e valdese) di Palermo “La Noce”

da alcuni anni i fratelli africani gestiscono un “Fondo

35

di Solidarietà”, ormai fatto proprio da tutta la comunità,

per aiutare chi versa in uno stato di bisogno.

Soprattutto, scendendo in questa dimensione del

problema, andrebbe evidenziato come “la relazione”

sia il punto centrale della questione: la relazione fra chi

aiuta e chi è aiutato, fra donatore e fruitore. Centrale è

capire chi è l’altro e agire nell’ambito della comunità di

Cristo. È importante riconoscersi, parlarsi, sapere l’uno

dell’altro, l’impegno e le necessità. Provare la gioia di dare

ma anche di aver ricevuto. Il denaro si svuota così del

suo valore corrente, più importanti sono le relazioni e la

condivisione, che si caricano, che danno significato.

Chiediamo al Signore l’intelligenza per capire la sua

parola e soprattutto la gioia legata all’esperienza di

muoverci in questo orizzonte di fraternità.

* Giuseppe Scuderi, membro delle chiese metodista e

valdese di Palermo “La Noce”, è sovraintendente del XVI

Circuito delle chiese metodiste e valdesi.


fInestre

La spiritualità «concreta»

di Dino Buzzati

Questo articolo vuole

essere un invito alla

lettura di un autore

italiano del Novecento,

a volte sottovalutato

e la cui opera viene spesso

sbrigativamente etichettata come

“letteratura fantastica”. Si tratta di

Dino Buzzati. A mio avviso è molto

interessante riflettere sul ruolo

del tempo e del denaro nella sua

opera.

storie fantastiche

narrate in termini

quasi burocratici

Qualcuno magari lo ricorderà

per i suoi racconti così angoscianti

e misteriosi (la sua raccolta più famosa

si intitola infatti La boutique

del mistero, 1968), oppure per il suo

capolavoro (che molte delle mie conoscenze

ritengono un vero capolavoro

di noia), Il deserto dei Tartari,

1940. Ma nel confrontare questi

due libri già scopriamo quanto sia

riduttiva l’etichetta di “fantastico”

riferita a Buzzati, perché, se è vero

che nei racconti accadono fatti

strani e inconsueti, ne Il deserto dei

Tartari accade poco o nulla, il protagonista

della storia sembra essere

lo scorrere lento e inesorabile del

tempo nello spazio immobile del

deserto.

Uno dei miei racconti preferiti si

intitola “Sette piani”. Un uomo arriva

in una clinica specializzata nella

cura di una particolare malattia,

viene fatto accomodare al settimo

piano e qui scopre che ad ogni pia-

no corrisponde un

diverso stadio della

malattia: al settimo i

quasi sani, all’ultimo

quelli per cui ormai

non c’è più speranza.

Non è trascorso

molto tempo dal

suo arrivo, quando

un gentilissimo

infermiere del suo

piano gli chiede di

trasferirsi al piano

di sotto, perché è

arrivata una signora

con due bambini

e manca una camera libera vicina

alle altre due, ma lui ovviamente resta

un paziente “da settimo piano”,

un quasi-sano. Successivamente

il primario del piano inferiore gli

propone di spostarsi di sotto, non

certo perché la sua malattia si sia

aggravata, ma perché laggiù ci

sono i malati veri e dunque i macchinari

sono più potenti. Con mille

altre banalissime scuse (per una decisione

burocratica di organizzazione

dell’ospedale il grado dei malati

viene “ribassato di mezzo punto”, il

personale di un piano va in ferie e i

due piani vengono accorpati ecc.),

alla fine il pover’uomo si troverà al

primo piano, dove la luce non arriva

mai e le tapparelle abbassate

segnalano che “lì qualcuno è morto

da poco”.

Certo la suddivisione dei piani

associati al grado della malattia è

molto fantasiosa, ma perché una

storia simile suscita nel lettore un

tale orrore? La risposta è semplice

quanto il meccanismo del racconto

36

di Gi o e l e bianchi

Un autore italiano del Novecento,

spesso sottovalutato, sospeso tra le

atmosfere surreali della sua fantasia

e il concreto caos della borghesia

milanese. Pubblichiamo un ritratto di

Dino Buzzati curato da Gioele Bianchi

che, soffermandosi in particolare

su alcuni romanzi e racconti, riflette

anche sul ruolo di tempo, denaro e

spiritualità nell’opera dell’autore. Un

invito a leggere ancora.

stesso: perché tutto si svolge in maniera

prevedibile e imprevedibile al

tempo stesso, non c’è nulla di anormale,

di mostruoso nella vicenda,

ogni cosa sembra appartenere alla

nostra quotidianità (inclusa la burocrazia

e la semplice sfortuna).

Nelle parole stesse di Buzzati: “Io,

raccontando una cosa di carattere

fantastico, devo cercare al massimo

di renderla plausibile ed evidente.

(…) Per questo, secondo me, la cosa

fantastica deve essere resa più

vicina che sia possibile, proprio, alla

cronaca, (…) voglio dire che, affinché

una storia fantastica sia efficace,

bisogna che sia raccontata nei

termini più semplici e pratici. Anzi,

quasi burocratici”.

Vengono in mente i racconti di

Edgar Allan Poe, ma soprattutto

Kafka. Tuttavia c’è una differenza

fondamentale tra il fantastico di

Buzzati e quello di Kafka: quest’ultimo

è freddo, distaccato, oggettivo

nel riferire dell’assurdità e del


terrore, mentre Buzzati partecipa

emotivamente alle disgrazie dei

personaggi attraverso la narrazione,

perché sono personaggi comuni,

quotidiani, la cui vita è del tutto

simile alla nostra.

il fantastico sogno

delle montagne e il caos

borghese di Milano

A mio avviso è molto interessante

riflettere sul ruolo del tempo e

del denaro nell’opera di Buzzati.

Egli era in tutto e per tutto un autore

di estrazione borghese, nato

a Belluno da padre professore di

diritto internazionale all’Università

di Pavia e alla Bocconi di Milano, e

da madre discendente di una nobile

famiglia e sorella del letterato

e scrittore Dino Mantovani. Nasce

a Belluno nel 1906, nella residenza

estiva della famiglia, ma trascorrerà

gran parte della sua vita a Milano,

a Belluno tornerà molte volte per

trascorrere periodi di tranquillità

e per intraprendere escursioni e

scalate sulle Dolomiti. Da sempre

subisce il fascino misterioso delle

montagne e dei paesaggi alpini,

forse è proprio da qui che nasce la

sua fascinazione per l’illusione e il

“fantastico”. Parlando delle nuvole

che si possono osservare distesi su

un prato di montagna dice:

Di così splendide non se ne vedono

neppure sopra i grandi deserti

d’Africa, pur rinomatissimi per

questo genere di fenomeni. Esse

si incastellano in architetture immense

risplendendo a lungo dopo

che l’ombra è già caduta sulla valle

e vi riverberano magici riflessi. Non

sarebbe strano che i turisti venissero

apposta dall’Australia o dal Brasile

per vederle. La loro materia non è

quella grossolana delle nuvole

oceaniche, bensì fine, densa, quasi

carnale. I loro golfi lividi e violacei ripetono,

ingigantendole, le fantastiche

prospettive delle montagne che

s’innalzano di sotto tutt’intorno. E in

vetta i candidi pinnacoli si torcono

lentamente in continua metamorfosi,

narrando lunghe epopee, di

cavalli, di bandiere, di palazzi, di

vescovi, d’elefanti, di baiadere, di

dragoni, di amori, di battaglie. Alle

volte, per gioco, fingono di essere loro

stesse Dolomiti: per qualche minuto

stanno immobili. Proprio come

se fossero di pietra. Selve immani di

torri strapiombanti, con pareti di

migliaia e migliaia di metri, come

al mondo purtroppo non esistono.

L’illusione è così perfetta che per

qualche istante viene il dubbio siano

scaturite dalla terra, veramente,

per miracolo, dei picchi alti come

l’Himalaya. E già l’occhio cerca su

quei terribili precipizi una possibile

via di salita, quando le rupi si piegano

da un lato, liquefacendosi grottescamente

in silenziose rovine.

37

I due mondi, quello fantastico e

sognante delle montagne bellunesi,

e quello caotico e borghese di

Milano si incrociano nell’opera di

Buzzati dando origine a una visione

magica e incantata della borghesia

(uno dei suoi più famosi racconti

si intitola appunto: “Il borghese

stregato”), verso la quale si scorge,

neppure troppo velata, una forte

critica alla sua ipocrisia e alla sua

doppiezza morale, ma soprattutto

la malattia psichica e fisica di questa

classe, il sentirsi inutili, la consapevolezza

di aver lavorato senza

sosta, mentre il tempo passava, e

non aver ricevuto nulla in cambio.

Questo sguardo nella sua opera

non è privo di una certa amara

ironia, che mi fa venire in mente la

famosa canzone di Giorgio Gaber


(milanese anche lui): “Far finta di

essere sani”.

Nello zibaldone di Buzzati (intitolato

in modo molto eloquente

Siamo spiacenti di, 1960), troviamo

molti ritratti acuti e corrosivi della

borghesia. Ad esempio il ritratto

del giovane per cui, al colmo della

festa, quando ci sentiamo “meravigliosamente

ubriachi, prossimi al

dominio del mondo, può accadere

che per bisogno abbandoniamo il

salone del Grand Hotel (o del castello

in riva al mare) e di soppiatto

ci si ritiri alla cosiddetta toilette.” E lì

lontano dalle risate della festa, dal

calore, ci troviamo da soli nel buio

silenzio riempito solo dallo scorrere

dell’acqua e lì ci guardiamo allo

specchio e scopriamo un volto

che stentiamo a riconoscere come

il nostro e all’improvviso ci chiediamo:

“Dove la magica felicità per

cui poco fa si volava invincibili sopra

le turbe? Continua a scuotere il

capo stupidamente quel pallido ed

equivoco tipo della nostra identica

statura, di là, nello specchio, a

rammentarci la rapidità della vita

(non si è neanche usciti di casa per

andare alla festa e già il cielo schiarisce,

escono i camioncini dei lattai,

l’orchestra ripone negli astucci

flauti e violini e ci si domanda come

mai)”. E poi conclude dicendo:

“Dio, pazientissimo, giorno e notte

ci insegue, dove meno si pensa ci

attende all’agguato, non ha bisogno

di croce o di altari, anche nei

vestiboli di marmo sterilizzato che

non si possono nominare egli viene

a tentarci proponendoci la salvezza

dell’anima” (Buzzati, “Acqua chiusa”,

in Siamo spiacenti di).

Non deve sorprendere questa

spiritualità, a mio modo di vedere,

molto protestante di un autore

“fantastico”: nell’orrore, nella solitudine

e inconsistenza delle nostre

vite borghesi, Dio ci tenta (interes-

sante questo verbo solitamente riferito

all’azione del demonio), per

aprirci gli occhi e farci precipitare

in una realtà altrettanto ignota, ma

forse, di speranza.

il denaro come

strumento del demonio

“dove la magica felicità per cui poco fa

si volava invincibili sopra le turbe?”

Sempre sul denaro e lo spirito

borghese devo segnalare anche

un altro bellissimo

racconto contenuto

ne La boutique

del mistero, “La

giacca stregata”.

Il tema è quello del denaro come

strumento del demonio. A chi non

piacerebbe avere una giacca che

“produce” letteralmente nella tasca

una banconota sempre nuova?

Si infila la mano ed ecco uscire

fresco e fragrante un bel biglietto

da diecimila lire; se anche a noi

capitasse una cosa simile, l’ultima

cosa al mondo che ci chiederemmo

sarebbe: “ma da dove vengono

questi soldi?” Il denaro prodotto

dal nulla azzera la responsabilità

umana: non sappiamo da dove

viene, ma che

importa? Pecunia

non olet, dicevano

i latini e il detto è

sempre più vero e

corrispondente alla logica morale

dei nostri tempi, nei quali il denaro

stregato della finanza internazionale

è un flusso incontrollabile

del quale si fa fatica a scorgere la

provenienza e la destinazione, ma,

proprio come nel racconto, questo

denaro invisibile è in realtà moneta

reale sottratta ai poveri, ai deboli,

a tutti quelli che un pezzo di carta

devono sudarselo con il duro lavoro

e pure non basta mai.

l’assurdidi una vita

passata ad aspettare

Abbandonando il lato fantastico

dell’opera buzzatiana, non abbandoniamo

però la tematica spirituale

legata al tempo, alla apparente

38

inutilità della vita che passa in attesa

che un grande cambiamento

possa scuotere il torpore della nostra

esistenza borghese. Il deserto

dei Tartari fu ispirato proprio dagli

anni trascorsi da Buzzati al Corriere

della Sera: “dalla monotona routine

redazionale notturna che facevo a

quei tempi. Molto spesso avevo

l’idea che quel tran tran dovesse

andare avanti senza termine e che

mi avrebbe consumato così inutilmente

la vita. È un sentimento comune,

io penso, alla maggioranza

degli uomini, soprattutto se incasellati

nell’esistenza ad orario delle

città. La trasposizione di questa

idea in un mondo militare fantastico

è stata per me quasi istintiva”.

Il romanzo è fantastico nella misura

in cui il tempo di ambientazione è

indefinito e come sospeso, potrebbe

essere ogni epoca, e lo spazio è altrettanto

vago e in continua mutazione,

eppure immobile: il deserto

con il suo orizzonte infinito, la sabbia

che si sposta e si ammucchia in lontananza

formando figure, miraggi,

illusioni che proiettano i nostri desideri

e le nostre paure. Il protagonista

a chi non piacerebbe avere una giacca

che produce una banconota nuova ogni

volta che mettiamo la mano in tasca?

è un tenente che arriva all’avamposto

più avanzato dei confini dell’impero:

da laggiù si dice che un giorno

arriveranno “i tartari”, nemici terribili

che però nessuno ha mai visto perché

in mezzo c’è appunto “il deserto”.

Tutti gli abitanti della fortezza custodiscono

un desiderio spasmodico di

veder un giorno arrivare i nemici e

finalmente combatterli, farsi onore

in battaglia, fare carriera, o anche

morire da eroi; ma i nemici tardano

e la vita continua strettamente regolata

dalle procedure di sicurezza,

le parole chiave del cambio della

guardia, le sentinelle rigidamente

appostate sulle torrette, tutto deve

svolgersi come sempre, come se i

nemici stessero per arrivare da un

momento all’altro.


La potenza del romanzo sta proprio

in questo: l’assurdidi una vita

passata ad aspettare, attenendosi

strettamente ai vari regolamenti

e procedure, ma in fondo una vita

sterile, vuota, se il nemico poi non

si fa vedere. Questa a volte sembra

la descrizione della nostra vita quotidiana,

a volte anche io mi sento

come il tenente Giovanni Drogo. I

tartari arriveranno? Questo non voglio

rivelarlo perché vale davvero la

pena leggere questo libro.

amore malato,

incomunicabilità

e incomprensione

L’altro grande romanzo di Buzzati

è Un amore, 1963, storia di un

architetto milanese, Dorigo, che

si innamora di una giovanissima

prostituta, Laide. È certo il suo romanzo

più “scandaloso” e il meno

classificabile di quelli da lui scritti.

La vera protagonista di questa

storia di amore malato e pervaso

dalla gelosia è la città di Milano;

quella legata alle frequentazioni e

ai ricordi dell’autore, ma anche una

Milano più misteriosa e sconosciuta

che stava forse per scomparire, e

che oggi ha subito una metamorfosi

profonda: una città segreta

popolata da magnaccia, sbandati e

ragazze di vita, così lontana eppure

così vicina alla vita rispettabile della

“gente perbene”, che si manifesta

agli occhi del protagonista dietro

alle facciate conosciute e vissute

delle case borghesi.

È in qualche modo la storia di

una ricerca, la ricerca della propria

identità nel volto dell’altro, ma è

una ricerca dolorosa, e per certi

versi a dominare la relazione tra

due personaggi così diversi prevale

l’incomunicabilità e l’incomprensione

reciproca. Laide, giovane, popolana,

sfrontata e ingenua al tempo

stesso, è simbolo di una realtà

di miseria creata dalla borghesia

per la borghesia: è la gente perbene

come Dorigo che frequenta

i postriboli, ma è una realtà più co-

erente e onesta, paradossalmente,

di quella borghese. Dorigo si innamora

di una prostituta e pretende

da lei la fedeltà. Fa sorridere amaramente

e fa riflettere la sua pretesa

di comprare non solo il suo corpo,

ma anche il suo amore. Nonostante

la semplicità della

vicenda, Un amore

è un romanzo

incalzante, pieno

di suspence, il cui

vero motore è la

crescita dell’ossessione di Dorigo

che sulla base di sospetti e premonizioni

si fa consumare dai suoi

stessi pensieri.

Dino Buzzati è un autore che mi

39

ha fatto riflettere molto su quanto

sia intrisa di spiritualità la vita umana.

Spesso pensiamo alla spiritualità

come a un fatto lontano, lassù

sulle nuvole, un qualcosa da raggiungere

nel silenzio e nella meditazione,

e senz’altro è anche così,

lo Spirito si trova soprattutto laddove

ci sono carne, sangue, vita, quindi

anche lavoro e danaro

ma sono convinto del fatto che lo

Spirito si trova soprattutto lì dove

c’è carne e sangue e tutto quello di

cui è fatta la nostra vita, compresi il

lavoro e il denaro.


Nel 2011 abbiamo pubblicato

BIBBIA

La scelta del Re (G. Pistone), n. 215

Come diventare Re (A. Walker), n. 216

Il Re è la vittima (A. Gizunterman), n. 217

Salomone, re della pace (D. D’Auria), n. 218

MoNo: SATIRA E FuGA, N. 215

Da “Cuore” a “Vieniviaconme”: tra satira e fuga (P. Ciaccio)

Satira: un genere “romano de Roma” (M. Nobili)

Vignette, escrementi e cioccolato (E. Valvo)

È possibile ridere di Dio? (S. Velluto)

Lo schermo proibito: cinema e censura (A. Baldi)

Fuga in avanti: dalla crisi alla chiesa nel futuro (S. Carrari)

Il paese dei cervelli in fuga (F. D’Aniello)

MoNo: AFRICA, N. 216

L’Africa oggi (D. Rostagno)

Le due sponde del Mediterraneo (F. Di Lecce)

La Migritude (scheda di M. Scuderi)

Missione da ogni luogo verso ogni luogo (intervista a

C. Kiki)

Noi e gli africani: che testimonianza dare insieme? (E.

Correnti ed E. Noffke)

La teologia delle donne africane (D. Rapisarda)

“Mamma, fammi nascere”: la storia di Kirikù (scheda di

R.D. Papini)

Vivere l’Africa in Italia (intervista a J.-F. Kamba Nzolo ed

E. Newell)

Il sogno dell’Africa nuova (M. Fornerone)

Un cristianesimo dinamico (G. Anicet Kenmogne)

Caffè e berretti da baseball (D. Kelsey)

MoNo: ABITARE, N. 217

Le chiavi per abitare all’Aquila (G. Signora)

“Draquila. L’Italia che trema” (scheda di M. Bernardini)

Il letto sotto il tetto (L. Kovacs)

Vita da studente migrante (N. Mfouapon)

Quale casa per una studente “fuori sede”? (N. Gennuso)

MoNo: DENARo, N. 218

Privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle

perdite (M. Mazzoli)

Nove parole di lessico economico poco familiare (G.

Guelmani)

Italia in declino: spunti per ripartire (dal blog “La Fuga

dei Talenti”)

Tutto ha un prezzo? (G. Arcidiacono)

Il denaro, la società, noi (L. Casorio)

Denaro, tentazione o mezzo per restituire dignità (intervista

a E. Cozzi)

Il Vangelo della prosperità (scheda di D. Monaco)

40

PERCoRSI

Culto per la Giornata mondiale contro l’Aids (Ecumenical

Advocacy Alliance), n. 216

Le città della Bibbia (scheda di L. Baratto), n. 217

“Il cammino del ragazzo” (scheda di G. Bagnato), n. 217

Il giovane ricco: Mt 19:16-26 (scheda di H. Fontana), n.

218

L’offerta della vedova: Mc 12:41-44 (scheda di W. Pfannkuche),

n. 218

La falsa sicurezza del denaro: Lc 12:13-21 (scheda di G.

Scuderi), n. 218

FINESTRE

Da Angoulême una fede a fumetti (R.D. Papini), n. 215

Predicazioni a fumetti (R.D. Papini), n. 216

La fede dei supereroi (R.D. Papini), n. 217

La Fgei di oggi (intervista a C. Paravati), n. 217

Nuovi media: inter-azione e linguaggi (intervista a M.

Scali), n. 217

La spiritualità “concreta” di Dino Buzzati (G. Bianchi), n.

218

SPAzIo ALLA PARoLA

Gesù, un uomo in fuga (L. Baratto), n. 215

A Riesi, la Nuova Gerusalemme (E. Benedetto), n. 217

SGuARDI

Dario Fo, “Lu santo Jullare Francesco” (F.E. Bo), n. 215

Chinua Achebe, “Il crollo” (G. Bianchi), n. 216

Valdo Spini, “Vent’anni dopo la Bolognina” (E. Valvo), n.

216

Peter Ciaccio, “Il Vangelo secondo Harry Potter” (N. Rochat),

n. 217

Stefano Ciccone, “Essere maschi. Tra potere e libertà” (D.

Bouchard), n. 217

Dora Bognandi e Mario Cignoni, “Scelte di fede e di libertà”

(P. Ciaccio), n. 217

oRME

“Chi (ci) crediamo di essere?” Campo Studi della Fgei (F.

Litigio), n. 215

XVIII Congresso Fgei, la crociera del cambiamento (A.

Barbanotti), n. 216

immagini

Lucia Giorgi, Sergio Velluto per www.ilpeccato.org (n.

215)

Marco Fornerone, Nicola Rochat, Eric Noffke, Donatella

Rostagno, Daniela Rapisarda, Laura Casorio (n. 216)

Dario Van Houwelingen, Nicola Rochat (n. 217)

Tiziano Doria (n. 218)


Gioventù evangelica (Ge) è la rivista ufficiale della Federazione giovanile

evangelica italiana (Fgei - www.fgei.org), una rete di gruppi e singoli giovani

legati alle chiese battiste, metodiste e valdesi. Ge si rivolge al mondo delle

chiese evangeliche italiane nel suo complesso.

La nuova serie di Ge è iniziata nel 1969, ponendosi come strumento di

riflessione sui più scottanti temi di politica e attualità, in rapporto dialettico

con la lettura biblica e la fede evangelica, e tenendo aperto il dialogo con la

società italiana e con le chiese.

Per abbonarsi:

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Direzione: Nicola Rochat (349 3512250; nicolarochat@hotmail.com) ed

Eva Valvo (328 2281014; valvo@humnet.unipi.it). Redazione: Cristina

Arcidiacono, Marta Bernardini, Gioele Bianchi, Michel Charbonnier,

Peter Ciaccio, Francesca Litigio, Alessia Passarelli, Sara Rivoira, Nicola

Rochat, Pietro Romeo, Eva Valvo. Amministrazione e abbonamenti: a

cura della redazione. Grafica e realizzazione: a cura della redazione.

Registrazione: n. 128 del 27.3.82 del Tribunale di Milano. Responsabile

ai termini di legge: Samuele Bernardini – spedizione: in abbonamento

postale – pubblicità inferiore al 50%. Stampa: Aec s.r.l. Mondovì.

© Le illustrazioni di questo numero sono di Tiziano Doria

questo numero euro 8,00

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