gennaio/febbraio 2008 - Agesci Liguria

liguria.agesci.it

gennaio/febbraio 2008 - Agesci Liguria

Poste Italiane spa - Spedizione in A.P. DL 353/2003

(conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 DCB

Genova - N° 14/anno III - Gennaio/Febbraio

7 buoni

motivi per

formarsi

come

capo

ScautismoinLiguria

La sfida

del terzo millennio

Per i nostri ragazzi

Per crescere

come cristiano

Quaresima

4

9

20

23


editoriale

Con questo numero iniziamo un nuovo cammino

che ci porterà a toccare alcuni argomenti previsti

all’interno del Progetto Regionale. Abbiamo pensato

di iniziare con una riflessione sulla formazione.

Ebbene sì, ancora una volta FORMAZIONE. Con sei

punti, più uno che rimanda la palla a voi, cerchiamo

di fornirvi qualche spunto di riflessione sull’argomento.

Credendo di non esaurire completamente

il tema avremmo piacere che nascesse una sorta di

scambio tra i capi della regione sull’argomento; ed

è per questo motivo che vi chiediamo di mandarci

un settimo punto, che secondo voi rispecchia una

Scautismo in Liguria

Periodico di proprietà dell'Agesci Liguria

Vico Falamonica 1/10 16121 Genova

Tel. 010.247.44.04 - Fax 010.247.43.08

Direttore Responsabile

Giuseppe Viscardi

Direttore

Luigi Picone

Redazione:

Carlo Barbagelata, Andrea Bosio,

Maria Calderone, Laura Colombo, Michela De Leo, Stefania

Dodero, Daniele Rotondo.

La redazione

Autorizzazione del

Tribunale n. 23 del 5 novembre 2004

Impaginazione

Atre - www.atreonline.it

Stampa

Grafiche G7 - Busalla - Ge

Finito di impaginare il 26 febbraio 2008

La tiratura di questo numero é stata di 1700 copie.

2

motivazione per cui un capo si deve formare.

Credo, sia importante ricordarci che lo scoutismo è

naturalmente una scuola di formazione che si

acquista sul campo. Prima di tutto con l’esperienza

personale nelle varie tappe proposte dal metodo.

Quindi cerchiamo per la nostra formazione anche

proposte strettamente scout, cerchiamo di tornare

ragazzi in grado di “trovare l’avventura in una pozzanghera”.

Se questo sarà parte di noi saremo

capi, oltre che ricchi di grandi nozioni e informazioni

pedagogiche e uomini di fede, anche scout che giocano

la vita insieme ai loro fratelli minori.

Luigi

Per articoli, foto

e commenti scrivi a:

stampa@.liguria.agesci.it


“Gesù chiamò personalmente i suoi Apostoli perché

ste sero con Lui e per mandarli a proclamare il

Vangelo. Li preparò con amore paziente e diede loro

lo Spirito Santo che li guida se alla piene za della

Verità”.

Come ha chiamato i suoi Apostoli Gesù chiama anche

noi, a vivere nella Chiesa la nostra vocazione e a cercare

la Via della Verità. Ed è per questo che

Formazione è accogliere con gioia il dono della vocazione

e renderlo reale in ogni momento e situazione

dell’esistenza. Formazione è atteggiamento, orientamento

al cambiamento, è il non fermarsi mai, è riconoscersi

persone speciali che hanno una MISSIONE e

che per questo desiderano accrescere i propri talenti e

le proprie competenze.

Formarsi

Breve riflessione di un cristiano

come tanti sulla formazione

La formazione è grazia dello Spirito che consente ad

ogni uomo di accrescere, con la ricerca di nuova

qualità, nuova creatività, nuovi e più proficui rapporti,

le proprie competenze aumentando l’opportunità di

realizzare la propria vocazione e concretizzare

l’ECCOMI pronunciato al momento della nostra scelta

di seguire il messaggio evangelico.

Gli Apostoli sono stati preparati direttamente da

Gesù alla loro missione, noi che abbiamo ricevuto in

dono lo Spirito Santo come guida, dobbiamo ascoltare

la Sua voce affinché la nostra missione non

rimanga ferma nei nostri pensieri e nelle nostre

intenzioni ma si realizzi concretamente attraverso il

saper fare……formiamoci.

Francesco Travo e Chiara Pincin


In termini assolutamente

generali il fine ultimo dello

scoutismo è una scommessa.

Scommessa sui giovani, quindi

sul futuro, su un mondo

migliore di questo, sulla felicità

di ogni essere umano, sulla

realizzazione del regno di Dio

(per lo scoutismo “C”).

Per vincere questa scommessa

si punta tutto sull’educazione,

sulla sua modernità, sulla sua

attualità e sulla sua capacità

di cambiare il mondo ma

anche di cambiare con il

mondo.

Questa plasmabilità oltre che

essere dovuta all’intuizione

geniale del nostro amato fondatore

si alimenta dei continui

cambiamenti e aggiustamenti

che da oltre 100 anni si susseguono

nella definizione e

ristrutturazione del cosiddetto

metodo scout. Visto che le

“riforme” dello scautismo sono

sempre fatte da educatori si

può proprio dire che la carta

vincente dello scoutismo sta

nei suoi educatori e in particolare

nella “preparazione” dei

suoi educatori.

Dunque per vincere questa

grande scommessa ci si gioca

il tutto per tutto puntando

sulla qualità degli educatori.

Questa scelta, che è il punto

centrale di questa mia riflessione,

è dunque strategica per

l’associazione ma lo è in senso

piu ampio per l’intera società.

I cittadini del futuro, quelli che

decideranno cosa ci sarà

domani, se la democrazia o la

dittatura, se la solidarietà o

l’individualismo, dipendono

per la gran parte dalla qualità

dell’educazione che la nostra

societa è in grado di proporgli,

e dunque in modo diretto

dalla qualità degli educatori

che la propongono.

Tradizionalmente in associazione,

la parola educazione viene

di rado usata per gli educatori

stessi, I quali essendo dall’altra

parte della barricata si

“formano”. Questa distinzione

ha senso naturalmente, qualora

si intenda per “educazione”

l’intero cammino promessapartenza.

Ma se per educazione

intendiamo quello sviluppo

di capacità, facoltà intellettuali

e morali allora un educatore

dovrebbe proprio non smettere

mai di educarsi o autoeducarsi.

Cercando di evitare il piu possibile

il gergo scout e I riferimenti

a quella scuola, si può

dire che oltre ad una educazione-formazione

specifica

4

Formarsi

La sfida del terzo millennio:

educare gli educatori

riguardo al metodo educativo

che si utlizza (nel caso nostro

il metodo scout, in senso

ampio), un educatore è anche,

e necessariamente, un insegnante

di vita, un riferimento

culturale, esperienziale, è un

esempio.

Le esigenze relative alla formazione

scout vengono affrontate

con l’esperienza, con il

cosiddetto trapasso nozioni,

con la zona, con gli eventi formativi.

Non ci sono invece

occasioni o strumenti codificati

per l’educazione-formazione di

un educatore a un livello più

generale, piu ampio, quella

che forma la persona, che

forma la cultura, la conoscenza,

la coscienza. Questo tipo di

formazione, molto piu difficile

per certi versi di quella scout,

viene normalmente lasciata

alla libera ispirazione, interpretazione

e iniziativa dell’educatore

(per lo meno in un

contesto di volontariato, quale

quello dell’agesci).

È qui che si dovrebbe diversificare

il più possibile le fonti

“educative”, attingere da bacini

culturali il più ampio possibile.

E non si dovrebbe fare

l’errore di pensare che questa

formazione, un po’ sottile, ete-


ea, non ben definita, sia meno

importante della formazione

scout. Un educatore (scout

oppure no) è prima ancora che

un educatore una persona. La

qualità del suo operato da educatore

va di pari passo con la

qualità della sua persona.

Qualità per una persona è un

concetto un po vago: non sto

naturalmente sostenendo che

per fare l’educatore si debba

essere pedagoghi o maestri o

professori. Tuttavia una certa

professionalità ci vuole, e credo

questo presupponga anche una

certa attività di studio. E credo

anche che la qualità di una persona

sia in parte determinata

dalle sue esperienze di vita,

dalla sua cultura, dalla sua

conoscenza in senso ampio.

Io credo che a volte nello scoutismo

si rischi un “conformismo

cognitivo”, un ricondurre tutto

ad esperienze e formule scout

preesistenti, a quel linguaggio

dal vocabolario un po’ ristretto e

un po’ retorico scout, a quei progetti

educativi che si basano piu

su quello che vorremmo fare o

che abbiamo gia fatto più che su

una reale e attenta analisi/lettura.

Questo conformismo cognitivo

classifica e categorizza ogni

cosa; svalorizza il tempo speso

per costruire un dialogo e un

ascolto tra educatori e ragazzi, e

tra i ragazzi nel gruppo.

Ancora più grave sarebbe quindi

un conformismo cognitivo nella

formazione, che si proponesse

come obbiettivo quello di

rispondere a dei dubbi con delle

certezze invece che stimolare

una ricerca personale, un desiderio

ulteriore di formarsi.

“La conoscenza non è l'approdo

alla certezza ma un dialogo con

5

Formarsi

l'incertezza e un evento quotidiano

da tener presente.

Dobbiamo educarci all'incerto,

predisporre la mente ad aspettare

l'inatteso per affrontarlo, formare

il nostro mondo usando il

pensiero in modo ecologico,

strategico, intraprendente.

Pensare in modo ecologico è la

pratica cognitiva che si sforza di

contestualizzare e globalizzare le

informazioni, lottare contro la

propria menzogna, […] vivere


nell'imprevedibilità cioè rendersi conto che le

conseguenze ultime delle azioni non sono

determinabili a priori” (da E. Morin, I sette

saperi necessari all'educazione del futuro).

Credo che una via per sfuggire a questo “conformismo

scout” sia riuscire a vedere lo scoutismo

davvero come un mezzo e non come un

fine. È su questo punto che la nostra qualità

di educatori gioca un ruolo fondamentale.

Siamo persone, educatori, che scelgono di

usare lo scoutismo per fare qualcos’altro.

La nostra educazione passa anche per la consapevolezza

e la coscienza di questo qualcos’altro.

Ancora una volta dunque credo si debbano

sfruttare tutte le occasioni possibili per

affrontare I grandi temi dell’educazione in

senso lato. Sia le occasioni associative che

soprattutto occasioni extra associative, personali,

culturali.

Essere degli educatori oggi significa anche

avere la responsabilita del saper modellare

un’azione educativa che corrisponda a un

modello che non è immanente e invariabile,

ma che cambia nel tempo e nello spazio.

L’adattabilita ai cambiamenti dei ragazzi ma

anche nostri dipende in modo cruciale dalla

capacita di non appiattirsi su delle formule

ripetitive. Spesso queste formule rispondono a

delle esigenze educative che nessuno ha mai

espresso, o rappresentano degli ottimi strumenti

per rispondere a delle esigenze educative

che pero vanno prima capite.

6

Formarsi

Edgar Morin individua 3 principali leve da

azionare per educare gli educatori: la missione,

la fede e l’amore. Una rinascita della missione

dell’educatore, che salva l’umanità, che

realizza il regno di Dio. Una rinascita della

fede, quella in Dio ma anche nello spirito

umano e nella cultura, nella conoscenza. E

infine una rinascita dell’amore per cio che

facciamo, della passione che brucia per questa

nostra missione. (da E. Morin, Educare gli

educatori)

Dunque per tornare al concetto iniziale di

scommessa: “La scommessa è l'interazione fra

incertezza e speranza.” Se la nostra azione

educativa è una scommessa, il suo successo

dipende dalla nostra capacità di essere pronti

ad affrontare le incertezze senza cercare di

sedarle con una risposta prescritta. Dipende

da quanto si estendono gli orizzonti della

nostra missione.

Dunque, davvero, l’educazione comincia al

ritorno dal bivacco.

Buona strada,

Abe

Ge 26

Bibliografia

E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione del

futuro, Cortina Raffaello, 2001

E. Morin, Educare gli educatori. Una riforma del pensiero

per la democrazia cognitiva, EdUP, 2002


1Non sono un arrivato

(ma un partito!!!)

Cavolo!!!

Pensavo fosse più facile scrivere questo articolo.

In fondo questa “risposta” l’ho data io…

Certo, nella mia testa l’idea ce l’ho, ma metterla

nero su bianco, in maniera concreta e non campata

in aria mi viene difficile.

In fondo più che scrivere dovrei farti vedere.

Vedere cosa? Ma la mia vita!

Cioè, non che io sia un bell’esempio, ma il fatto

che non sono un arrivato lo posso spiegare con

la vita più che a parole.

In fondo la Partenza scout, non sono belle parole,

ma Scelte concrete di vita.

E allora come faccio?

Beh, cercherò di stimolare quell’eterno partente

che è in te!

7

Formarsi

In fondo, se sei qui a leggere SIL, sei sicuramente

uno che le scelte della Partenza le ha

fatte…

Ma lo stai leggendo SIL?

Lo sai perché te lo chiedo? Perché leggere SIL

è un atto di umiltà, è riconoscere di non essere

un arrivato!

Leggere la stampa associativa vuol dire non

essere un arrivato!

Perché? Perché si riconosce che si ha sempre

qualcosa da imparare dall’esperienze degli altri

che, come meglio possono (e anche loro devono

farlo senza presunzione), cercano di scriverle

sui mezzi di comunicazione che l’Associazione

mette a disposizione.

E così spero di riuscire a fare io.


Nel I capitolo del I libro de Il

Signore degli Anelli è riportata

una bellissima canzone:

La Via prosegue senza fine

lungi dall'uscio dal quale parte.

Ora la Via è fuggita avanti,

devo inseguirla ad ogni costo

rincorrendola con piedi alati

sin all'incrocio con una più larga

dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa.

Chi ha letto il libro sa che questa

canzone apre e chiude tutta la

trilogia… la quale finisce proprio

con una nuova partenza.

La Via, la Pista, il Sentiero, la

Strada non finisce mai…

Passando attraverso le branche

noi effettuiamo dei “passaggi”,

che ci presentano un nuovo

panorama da scoprire fino al

momento della Partenza.

Partire vuol dire che la Pista, il

Sentiero, la Strada diventano la

Vita.

La Vita ci porta ad esperienze

uniche, ad incontri che ci segnano,

ma quando abbiamo raggiunto

un punto che mai pensavamo,

dobbiamo fare come ci

suggerisce il Vangelo della

Trasfigurazione, cioè non possiamo

soffermarci a contemplare la

bellezza del momento, a crogiolarci

sugli allori, ma dobbiamo

scendere a valle, portare la testimonianza,

perché siamo dei chia-

mati e dei mandati.

Infatti, quando parliamo di

Chiesa (da Ecclesia, che a sua

volta deriva da _____ [kaleo],

cioè chiamare), ed intendiamo

designare la comunità dei fedeli,

gli eredi della Promessa, etimologicamente

stiamo parlando di

“coloro che sono chiamati”, il

corpo costituito dalla “chiamata”.

Ci riuniamo come Chiesa perché

sappiamo che abbiamo da imparare

l’uno dall’altro, ma soprattutto

per ascoltare (e vivere!) la

Parola di Dio che pur essendo

sempre la stessa ha sempre qualcosa

di nuovo da dirci. Ecco perché

per concludere la Messa, la

liturgia latina recitava “Ite, missa

est”, che noi traduciamo semplicemente

“andate la Messa è finita”

mentre invece si può tradurre

con: Andate, questa è la missione.

Per un cristiano, per un capo

scout, andare (e quindi partire) è

il punto focale della propria vita.

Non so a te, ma a me di solito

viene tristezza quando sento di

capi scout che avuta la Nomina a

Capo, lasciano l’Associazione

quasi che quello fosse un traguardo…

La Nomina a Capo è si un riconoscimento

per il cammino percorso,

ma è anche uno sprone ad

andare avanti, ad approfondire il

8

Formarsi

metodo (frequentando anche altri

momenti di formazione come il

Regolamento di Fo.Ca. raccomanda),

a lasciarsi coinvolgere in

altre avventure come il ruolo di

Capi Gruppo, di IABZ o comunque

in Zona o in Regione, di

Formatori, non pensando di

potersi mettere a parlare come se

si avesse la scienza infusa, ma

con la voglia e la capacità di confrontarsi

per crescere ancora dall’incontro

con chi, magari, è alle

prime esperienze.

È questo il bello del formarsi,

quella sete mai appagata, quella

voglia di non fermarsi, quella

curiosità tipica dell’uomo di voler

vedere cosa si cela dietro l’angolo…

Tu ti senti arrivato?

Io no, ma se hai voglia di parlarne,

anzi di confrontare le nostre

vite… incontriamoci!

La mia mail è a tua disposizione!

datondo@libero.it

Daniele Rotondo


Per i nostri ragazzi

C’è una storia che vi voglio raccontare:

è quella di un capo

scout ormai con molti anni alle

spalle, i capelli bianchi e un gran

sorriso, una mimica spontanea e

vivace, capace di raccontare le

cose più difficili in modi semplici

e chiari, come pochi altri sanno

fare. La sua passione per l’avventura

scout lo ha portato a

volere narrare ai più giovani

cosa vuole dire essere capo, ed

esserlo nell’ambiente scout.

Amava parlare nella natura,

sotto la grande cattedrale, pren-

dendo in prestito le parole di

BP; perché è nel territorio di

caccia che si addestrano i buoni

cacciatori, non certo sui banchi

di scuola, soleva dire.

E così, una sera di maggio,

intorno a un grande fuoco, si

erano radunati attorno lui un

gran numero di giovani capi e

iniziò a raccontare:

“Il nostro servizio è come un

seme che con la scelta di entrare

in comunità capi abbiamo piantato.

Ben sapete, carissimi, che

per poter germogliare il seme ha

9

Formarsi

bisogno di condizioni favorevoli:

il clima giusto, una certa quantità

d’acqua, e il terreno deve

possedere gli elementi minerali

necessari all’alimentazione.

Ebbene, durante il cammino del

capo è nostro dovere alimentare

la piccola pianticella che germoglierà,

perché sia sempre forte e

in grado di sopportare quelle

sventurate situazioni che anche

nei climi migliori possono capitare.

Penso alla grandine, al

vento impetuoso, alla siccità e

alle inondazioni.


Una piccola pianta ha davvero un futuro

incerto! Se vi siete mai presi cura di un alberello

sapete sicuramente quante attenzioni

sono necessarie affinché sia vigoroso e porti

molti frutti. Così è un po’ per la scelta che

abbiamo fatto di diventare capi. Sono certo

che ognuno di voi, in cuore suo, si dedica ai

propri ragazzi con passione e sacrificio ed è

proprio per questo motivo che la pianticella

della nostra scelta va curata con attenzione,

affinché possa davvero produrre tanti frutti da

poter consegnare con gratuità e amore a

coloro che il Signore Dio ci ha affidato.

Miei cari, sapete bene che spesso il servizio ci

mette di fronte a delle difficoltà, delle situazioni

che non sappiamo bene come affrontare:

sono questi i momenti in cui si dimostra

quanto la nostra cura della pianta sia stata

accurata e amorevole. Ho visto spesso dei

capi molto in gamba che hanno dedicato tantissimo

tempo ed energia ai loro ragazzi, li ho

ammirati e a volte anche un po’ invidiati, ma

più li guardavo più mi rendevo conto che

erano veramente troppo concentrati sugli altri

e non su loro stessi. Non stavano curando

bene la loro pianta e infatti ben presto si sono

trovati di fronte a dei vuoti, a delle mancanze

che li hanno abbattuti. Qualcuno è riuscito a

rialzarsi, altri non ce l’hanno fatta e hanno

dovuto cedere.

Vi dico queste cose per mettervi in guardia,

perché troppo spesso tralasciamo la nostra

bella pianta per curare le piante di altre persone.

Alla fine ci ritroviamo con uno stelo striminzito

e poco vigoroso, che al primo soffio di

vento si spezza.

10

Formarsi

Ma quel che è peggio è che una pianta trascurata

non produce frutto.

È vostro compito e, secondo la mia esperienza,

anche dovere, trovare i mezzi e gli strumenti

adeguati per lavorare su voi stessi,

affinché il terreno sia sempre ricco di minerali,

l’acqua sia presente in abbondanza e allora

produrrete molti frutti e per tanto tempo.

Vedete questo fuoco, come è bello, come

riscalda e fa luce? Fra poco se non aggiungeremo

della legna piano piano la fiamma si

abbasserà, rimarranno le braci che si spegneranno.

Come il fuoco, anche noi dobbiamo

alimentarci per essere una fiamma sempre

viva, che non si spegne con il vento o la pioggia.

L’augurio che vi faccio è che riusciate a mantenere

la vostra pianta vigorosa e che produca

tanto frutto e vi penso come un fuoco sempre

alto e molto caldo.

Non lasciate spegnervi, ma alimentatevi sempre

perché i vostri ragazzi raccolgono i vostri

frutti e si riscaldano con le vostre fiamme.”

Se così è, facciamo veramente nostre queste

parole e impariamo a concepire i momenti di

formazione, quelli veri, quelli utili, come un

dono ai noi stessi per poter donare in modo

maggiore ai nostri ragazzi e, soprattutto,

accogliamoli come un dono per aiutarci ad

essere in grado di superare i momenti di difficoltà

come capi, ma, ancora prima, come

uomini e donne.

Luigi Picone


3

Scrivere di formazione rispondendo

ad un perché devo dire

che mi intriga parecchio; infatti

quello di chiedersi sempre “il

Perché “ delle cose che accadono

e di quelle che facciamo è da

sempre il mio “modus operandi”:

lo faccio nel lavoro quando cerco

di fare una diagnosi corretta o

cerco di trovare le parole giuste

per parlare con le persone , lo

faccio quando insegno dicendo

ai miei studenti di non imparare

le cose a memoria, ma di capirle

a fondo chiedendosi “i perché”,

lo faccio nel mio servizio scout

riflettendo se le mie azioni

saranno di aiuto e di supporto

allo scopo educativo che abbiamo

o diventino superflue o frutto

di abitudine.

Per rispondere quindi al quesito

posto ho pensato di ricercare le

fonti che ci chiariscono da quando..

dove…e.. perché…

l’Associazione ( la nostra e quelle

da cui deriviamo) ci parlano

di Formazione.

La FoCA non è un “animale” scoperto

e studiato dall’AGESCI

negli ultimi 35 anni ! Di formazione

parlava già BP nel 1910

quando parallelamente allo sviluppo

del Movimento Scout ne

dettava le necessità formative

“inventando” il Campo

Formarsi

Perché ce lo chiede

l’associazione

Formazione di Giwell Park e la

nomina delle Wood Badge” :

egli scriveva nel libro dei Capi “

Il Capo deve ricordare che oltre

al dovere verso i suoi ragazzi ,

ne ha uno verso il Movimento

scout nel suo insieme ed egli

deve insegnare l’abnegazione e

la disciplina con il suo esempio,

deve elevarsi al di sopra dei propri

sentimenti personali e subordinare

le proprie opinioni alle

scelte di fondo

dell’Associazione…..Quello della

Formazione è uno dei primi

doveri del Capo” In Taccuino si

legge : “ Ci sono due forme di

disciplina : una è l’espressione


della fedeltà attraverso l’azione,

l’altra la sottomissione agli ordini

per paura della punizione”;

per i nostri ragazzi desideriamo

la prima e quindi anche per noi

quando si tratta di rispettare le

regole che come associazione ci

diamo.

La formazione Capi è stata un

cardine per lo scoutismo della “

giungla silente” e delle “Aquile

Randagie” e dal campo di Colico

è partita la rinascita del dopo

guerra; per l’AGI la formazione

delle Capo è stata premessa e

non conseguenza del suo sviluppo.

Di formazione si è discusso a

lungo quando è nata l’esperienza

della Coeducazione che ha

portato alla nascita dell’AGESCI

e se ne è parlato in Route di formazione

quali quelle della

Mandria e di Bedonia, non

comodamente seduti intorno ad

un tavolo.

Partecipare ai campi di formazione

per noi ora è anche il

modo per rimetterci in gioco e

vivere in prima persona l’esperienza

di scouting (che ricordiamoci

è osservare-dedurre-agire)

che proponiamo ai nostri ragazzi.

Tutti i ragionamenti attuali

dell’Associazione sulle modifiche

all’iter di FoCa non vogliono

essere uno sterile esercizio intel-

lettuale fatto da scout “antichi”

che vogliono vessare le nuove

generazioni di Capi, ma è un

ragionamento che parte da lontano

(da una mozione del CG

del 1991 che rivedeva il profilo

del Capo formato confrontandolo

con le scelte del Patto

Associativo) che individuò nella

formazione dei capi la base per

la qualità e quindi l’efficacia del

nostro agire educativo.

Il Regolamento di Formazione

Capi che è in fase di ridefinizione

mira a mettere al centro il

singolo capo ed il suo progetto

personale con le sue esigenze

formative di tipo metodologico e

vocazionale (CFM e CFP) che

sono necessarie per poter condurre

bene una unità e le necessità

di conoscenza ed appartenenza

all’associazione ( CFA e

Nomina a Capo) che lo aiuteranno

ad accrescere la sua appartenenza

associativa.

I nuovi Percorsi Formativi che si

stanno delineando in questi mesi

hanno una finalità chiara :

“I bambini, i ragazzi, ed i giovani

hanno il diritto di essere educati

da adulti che abbiano compiuto

scelte solide ed acquisito

adeguate competenze. L’AGESCI

contribuisce alla tutela di questo

diritto con la proposta ai propri

soci adulti di percorsi formativi

12

Formarsi

vissuti in una dimensione di formazione

permanente e finalizzati

al perseguimento della caratteristiche

del profilo del Capo.”

(Art. 1 del novo Regolamento

FoCa)

Ecco perché l’Associazione ci

dice che dobbiamo formarci: non

per “obbedire per paura che

chiudano una Unità” , ma perché

è un diritto dei nostri ragazzi

avere Capi formati.

Proviamo quindi a “girare la frittata”:

andiamo ai Campi perché

l’Associazione ci chiede la “fatica”

di partecipare non per un

nostro dovere (che comunque

risponde alla Legge scout …

ricordate … pongono il loro

onore nel meritare fiducia…

sono leali… sanno obbedire…)

ma per fornire a ciascuno dei

nostri lupetti/coccinelle, esploratori/guide,

rover/scolte il migliore

servizio possibile. Credo che il

momento sia quello di prendere

l’occasione e fare lo zaino…

Buona Strada. Incontrerete un

sacco di belle persone... La

nostra Associazione ne è

piena… Io lo so: conosco i Capi

Liguri!

Donatella Mela


Nella vita cristiana è essenziale

sottolineare la dimensione della

crescita. Essa, infatti, caratterizza

tutto il cammino della vita e ne

determina, in qualche modo, la

dinamicità e la vitalità interiore.

Nessuno può dirsi arrivato e,

tanto meno, “compiuto”, quanto

piuttosto chiamato a crescere

nelle diverse, molteplici, dimensioni

della propria persona che

tendono, nell’autentico progresso,

a delinearsi armonicamente

con le altre.

La vita cristiana, che è donata

nel Battesimo, il quale costituisce

la persona come “figlio di

Dio”, ha la possibilità di crescere

e di migliorarsi, nello stile di

Gesù che “cresceva in sapienza,

età e grazia davanti a Dio e agli

uomini”, fino ad arrivare al suo

culmine e prospettiva finale che

è la santità, intesa come imitazione

del Signore, come il vivere

“in Lui”,dove l’amicizia con

Gesù è la dimensione essenziale

della vita, costituendone il senso

profondo del pensare, del volere,

del scegliere, dell’amare, dell’agire…

Vediamo, allora, di delineare

alcuni aspetti fondamentali per

la maturazione cristiana personale

e comunitaria.

L’amicizia con Gesù, ossia la

relazione personale di confiden-

za con Lui è il presupposto di

ogni crescita nella fede. Come

ogni relazione umana ha bisogno

di essere alimentata, ravvivata,

riscoperta e riscelta continuamente,

in quell’impegno

costante all’approfondimento

che suppone, principalmente,

l’assiduità.

Vivere l’amicizia con Dio significa,

primariamente, scoprire con

gioia che Lui, per primo, ha scelto,

ha chiamato, ha preceduto e,

soprattutto, ha guardato con

amore e tenerezza ciascuno,

nella sua originalità e individualità.

Dio non è il “Dio lontano”,

13

4Formarsi

Per crescere

come cristiano/a

ma è il “Dio vicino”, così “grande”

che si fa così “piccolo” da

prediligere il cuore di ciascuno

come luogo preferito per dimorare,

là dove trova accoglienza

ed apertura.

Ecco, allora, che una dimensione

della persona matura è la disponibilità

ad accettare e ad accogliere

l’altro, e, in questo caso,

l’Altro che si presenta come

Amore e Novità, che ha qualcosa

da dire sulla vita di ciascuno,

proprio perché Lui è il Creatore

e il Signore.

Come ogni relazione stretta ha

bisogno di dialogo aperto e fre-


quente così la crescita nella fede

ha bisogno della preghiera, spazio

di intimità, di confidenza,

dove il cuore si mette alla presenza

di Dio e si apre all’ascolto

di Lui, della Sua Parola che è

sempre una parola personale,

che parla realmente a chi cerca

Dio.

Lì, ognuno, trova luce, forza,

conforto, consolazione, rifugio,

trova un Dio perdutamente

appassionato di ognuno…di te,

di me…

Non può esistere vita cristiana

senza preghiera. Essa ravviva la

relazione, la tiene desta nella

verità Ed è necessario che la

preghiera sia realmente “preghiera”

ossia dialogo fiducioso

“con Dio” e non soltanto “su

Dio”.

La vita cristiana matura nella

frequenza ai Sacramenti.

L’Eucaristia e la Riconciliazione,

sacramenti dell’Amore del

Signore che viene donato sono

gli appuntamenti ordinari e,

contemporaneamente,privilegiati,

dell’incontro con Gesù.

Quindi, non occasionali o eccezionali,

ma, “straordinariamente”

ordinari. Nell’assiduità ai

Sacramenti si conosce da vicino

l’amore del Signore che ama e

perdona. Si conosce nella Sua

stessa Identità che è Amore. Con

14

Formarsi

semplicità siamo chiamati ad

abbandonarci all’Amore di Gesù,

a lasciarci abbracciare ed accogliere

da Lui che ci aspetta. La

Messa domenicale diventa, allora,

quell’appuntamento gioioso

e dolce dove si incontra il

Signore e dove si scopre, piano

piano, di non poterne più fare a

meno. Così come maturare nella

consapevolezza del proprio peccato

non è altro che vivere il

dispiacere di non aver corrisposto

ad un Amore che “mi ha

amato e ha dato se stesso per

me”, come scrive San Paolo.

Quindi la Confessione del peccato

diventa, soprattutto un ritornare

a Lui con fiducia, per chiedere

la misericordia, la Grazia e

la forza per riprendere il cammino

con lo sguardo proteso a

Gesù e ai fratelli…nella pace.

L’incontro col Signore nei

Sacramenti va nella profondità

della vita, cambiandola dal di

dentro, rappacificandola, e

ognuno ritrova la propria vita

più bella, più “buona”, soprattutto

scoprendo e riscoprendo che il

seguire Gesù non è altro che la

strada in cui la pienezza dell’umanità

germoglia e fiorisce perché

trova la certezza di essere

amata. Il cristiano è chiamato a

coltivare una limpidezza di vita e

di sguardo.

La familiarità col Vangelo e l’amicizia

con Gesù conducono a

vivere nella verità e nell’amore

puro, ossia in quell’amore che

dà gratuitamente e che guarda

l’altro e gli altri senza cercare di

possedere, manipolare, carpire.

L’amore di dono, che poi è l’amore

cristiano, prepara ciascuno

a vivere i propri affetti nella

verità di sé e dell’altro, apprezzando

e rispettando il “tutto”

della persona, senza frantumarla

per possederla. Questa, di fatto,

è la logica del possesso e dell’usa

e getta.

La maturazione cristiana “promuove”

l’umanità di ciascuno,

aiutando ad amare l’altro per

quello che è veramente e autenticamente,

un amore che

abbraccia i doni così come le

debolezze altrui in un unico

gesto di amore gratuito…perché

i primi ad averlo ricevuto siamo

noi stessi. Dio ci ha amato e ci

ama davvero così come siamo!

Lo sguardo limpido porta a vivere

con limpidezza i rapporti, alla

luce della sincerità, della generosità,della

promozione dell’altro;

a snidare tutto ciò che è

invidia, divisione, competizione,

sopraffazione, egoismo, esaltazione

narcisistica di se stessi…

In questo contesto è necessario

coltivare la capacità di cono-


scenza di sé, del proprio cuore,

dei propri desideri, del proprio

mondo interiore dove emozioni,

sentimenti e volontà hanno bisogno

di crescere in armonia con i

valori su cui ci si appoggia, con

il proprio progetto di vita e con

quello che si crede essere il progetto

di Dio sulla propria vita.

Da qui ne nasce una nuova percezione

di sé come “chiamato” e,

quindi, un approccio alla propria

esistenza in chiave “vocazionale”

ossia come una chiamata ricevuta,

una missione da svolgere, un

dono a cui corrispondere e dove

nessuno ci può sostituire.

Da qui ne viene il vivere nello

stile del servizio e della comunione.

L’autentico servizio evangelico

è quello che si nutre dell’esempio

di Gesù che si dona

per la salvezza di tutti, in quella

grande libertà dai risultati e dal

riconoscimento altrui. Il servizio

ha bisogno di rifuggire dall’affermazione

di se stessi; è un

uscire da sé per andare verso

l’altro che è il “fratello” nel

Signore. Allora, in questa dimensione,

il servizio diventa generoso.

Energie, tempo, risorse personali

vengono messe a disposizione

di chi si è chiamati a servire,

senza aspettare che arrivi

anche il giusto riconoscimento e

gratificazione. E, se arriva, siamo

felici, non perché ci sentiamo più

bravi, ma perché Dio si è servito

di noi per raggiungere i fratelli.

La vita cristiana cresce nella

Chiesa che è il Corpo di Cristo,

la Comunità dei credenti. Lo

stile di vita è l’unità che si

costruisce realmente nell’amore.

Per questo ogni servizio è efficace

nella comunione fraterna. Là

dove c’è divisione non c’è servizio

ma affermazione di sé.

L’Eucaristia e il Perdono ricevuto

da Dio alimentano lo stile di

comunione e di condivisione

anche quando ognuno deve, talvolta,

anche faticare, per andare

incontro, per fare il primo passo,

per vivere nella benevolenza e

non nel giudizio.

Crescere nella fede significa

imparare a confrontarsi, a verificarsi.

È un reale segno di maturità

saper chiedere consiglio ed

essere capaci di farsi aiutare.

Autentico atteggiamento di forza

e non di debolezza, come

potrebbe apparire, è l’umiltà,

essenziale virtù cristiana.

Attraverso di essa ciascuno

impara a guardare se stesso con

benevolenza nei propri doni e

fragilità, conoscendo i propri

limiti ed accettando, pertanto,

anche i propri sbagli. Soprattutto

nel crescere della responsabilità,

anche verso altri, è necessario

15

Formarsi

saper chiedere aiuto e vivere

l’umiltà e la semplicità di non ha

la verità in tasca. Pertanto

occorre, quando se ne ha la possibilità,

trovare piccoli spazi di

riflessione e di verifica. Essi

caratterizzano la cosiddetta “cura

di sé” che poi diventa “cura dei

fratelli” e discernimento alla luce

della preghiera, per il bene proprio

e dell’altro.

Trovare un “amico dell’anima” -

come diceva San Giovanni Bosco

- una persona, un Sacerdote con

il quale confrontarsi e al quale

chiedere aiuto, è un percorso che

appartiene alla tradizione cristiana

e che risulta realmente efficace

quando ci si mette con

semplicità alla sequela di Gesù.

Gesù stesso si mette a fianco dei

Discepoli e li accompagna nella

strada e nella comprensione del

mistero di Dio. Lui stesso si pone

accanto al cammino di ciascuno

affinché la strada da percorrere

sia sempre sostenuta dalla Sua

amorevole Mano. Così anche il

cammino di crescita e di maturazione

di ciascuno è guidato e

illuminato dalla presenza di

Gesù, nella misura in cui lasciamo

che Lui abbia “carta bianca”

sulla nostra vita.

Suor Paola Barenco


“…Vai a fare il Cfm e vedrai che colmerai tante

lacune sulla tua capacità di fare il capo…” ; “

…ti conviene andare a fare un Cam R/S visto

che quest’anno fai il Capo Clan dopo essere stato

per tanti anni Akela!...”; “…Vedrai che il Cfa ti

sarà utile per la tua crescita personale…”.

Quante volte nelle nostre Co.Ca. abbiamo sentito

pronunciare frasi di questo tipo dai nostri

CapiGruppo? E quante volte noi stessi ci siamo

trovati a ripeterle a chi vedevamo indeciso all’idea

di partire per un campo di formazione?

In effetti, spesso e volentieri, si parte sempre per i

campi di formazione con un po’ di titubanza, con

un po’ di paura, con un po’ di diffidenza, con

quell’aria che sembra dire: “Chissà cosa mai

imparerò di così speciale? In realtà ci vado perché

l’Associazione me lo impone, altrimenti….”.

E poi si torna (sempre!) da questi momenti di formazione

che si cammina “tre metri da terra!”. È

vero: ai campi di formazione c’è sempre un’atmosfera

particolare, si conoscono nuove persone che

condividono i nostri stessi ideali, ci sono capicampo

veramente in gamba che fugano tutti i

nostri dubbi, finalmente capiamo che

l’Associazione non si riduce alle quattro mura

della nostra sede, ma che a “fare gli scout” ci sono

tantissime altre persone con al collo un fazzolettone

di un colore diverso dal nostro; insomma: una

vera magia! E poi? Credo che oltre tutto questo

sia bellissimo tornare a casa da esperienze di

questo tipo e avere subito voglia di “fare attività”,

di riprendere il cammino da dove lo avevamo

lasciato (per andare a “formarci”!) e scoprire che

tutto quello che facevamo prima (dal cartellone

alla danzetta, dal colloquio con i ragazzi alla preparazione

del bivacco) lo facciamo con più consapevolezza,

con più “testa”, oltre che con il cuore.

5Ci stupiamo di fronte a quelle attività che preparavamo

meccanicamente (o perché lo avevamo

visto fare “dal Capo Reparto prima di noi”), perché

finalmente capiamo cosa c’è dietro, qual è la

finalità educativa, ci torna in mente la sessione

del campo in cui ci spiegavano com’era meglio

prepararsi, in poche parole: prendiamo coscienza

di ciò che facciamo.

Certo, anche l’esperienza aiuta e ci porta a essere

sempre più coscienti di ciò che facciamo per noi

stessi e per i nostri ragazzi: un capo che fa servizio

per molti anni in un’unità affina le sue capacità

nel tempo; ma un capo “formato” è qualcosa di

più: è qualcuno che ha in sé la profonda consapevolezza

dell’importanza della sua missione e quindi

della conseguente necessità di conoscere sempre

meglio i principi e il metodo dello scautismo,

perfezionando la preparazione spirituale e tecnica.

Il capo è un educatore di ragazzi che gli sono affidati

e pertanto è indispensabile che egli realizzi

una sua preparazione, una sua formazione e un

suo aggiornamento continuo.

Con entusiasmo. E con coscienza.

16

Formarsi

Prendere coscienza di

quello che stiamo facendo

Michela De Leo


6

Ero preso dalla stesura delle

bozze delle chiacchierate per il

CFM (che bello il bosco!), alla

solita tastiera un po’ sgangherata,

quando le righe che seguiranno

hanno preso forma nella

mia mente. Più che una presentazione

organica o un’esposizione,

avrete a che fare con riflessioni

libere e ampie, legate alla

vita da capo gruppo che, vi

assicuro, è dura, faticosa e non

raramente sgradevole. Uno che,

di formazione, ne ha vista passare

davanti un poco (non troppa)

e, soprattutto, negli anni ha

invitato gli altri a prendervi

parte!

Formarci per gli strumenti è un

tema di difficile trattazione e, se

mi permettete, delicato.

Parliamo, spesso, di formazione

come strumento per rendere

migliore il nostro servizio; di

dedicare tempo alla formazione,

perché ci rende capi migliori e,

pertanto, ci consente di dare ai

nostri ragazzi qualcosa più di

quanto potevamo dare prima.

Parliamo di formazione come

occasione di incontro, di confronto,

di scontro; presentiamo

la formazione in abiti attraenti e

divertenti, certe volte pure sotto

mentite spoglie.

Io vi parlerò di formazione

mirata all’acquisizione di com-

17

Formarsi

Per acquisire

competenze e strumenti

petenze e strumenti specifici.

No, non vuol dire fermarsi in

cerchio e mettersi a far nodi, e

neanche discutere per 5 ore sull’uso

del racconto nell’AF Bosco.

Strumenti e competenze li vedo

come l’indispensabile strumentazione

di un capo nel bel

mezzo del viaggio educativo che

l’attente.

Immaginiamo, tutti, dai capi più

giovani a quelli più maturi ed

esperti, di metterci in viaggio su

un sentiero che ci è sconosciuto.

Dobbiamo raggiungere

Bordirana, e vi sfido a trovarlo!

Nel viaggio abbiamo anche altri

compiti, spesso così differenti da

essere incomprensibilmente

legati.

Un viaggio e un’avventura.

Vi assicuro che il paragone

tiene.

Ora, nessuno di noi, scout con la

testa sulle spalle, partirebbe

senza essersi procurato perlomeno

lo stretto indispensabile

per giungere alla fine del sentiero…

o sperare di farcela

(non tutte le strade intraprese,

infatti, hanno un esito lieto).

Prima di metterci on the road

recupereremmo lo zaino in

garage, lo riempiremo di tutto il

necessario, controlleremmo di

non aver dimenticato nulla e,

solo allora, ci metteremmo in

viaggio.

Mai senza bussola, cartina, piumone

e qualcosa di impermeabile.

E neppure la Nutella!


Lascio a voi la comprensione del messaggio

che ho lanciato poco sopra.

Il nostro servizio da educatori è un viaggio

molto più difficile di tanti altri che compiamo

con il corpo, anche periodicamente. Come

non ci sogneremmo mai di venir meno alla

preparazione della nostra traversata andina,

non dovremmo neppure domandarci per un

attimo se servono degli strumenti per svolge-

18

Formarsi

re il nostro servizio!

È una domanda banale, al limite del retorico,

ma trova ancora spazio in queste giornate

invernali: è una domanda per tutte le stagioni,

a dire la verità.

Non dovremmo stupirci, se girando per la

prossima assemblea e ponendo questa questione

a molti capi, ottenessimo risposte disparate,

talvolta per niente concordi con que-


sto articolo. E l’età non sarebbe

un criterio di distinzione affidabile.

Non presumo di essere un capo

particolarmente esperto, particolarmente

formato o particolarmente

abile: parto da molto più

in basso in tutte le mie considerazioni.

Respiro però l’aria associativa

da qualche anno e ho

imparato ad annusare l’aria che

tira in molti campi. A dire il

vero, quello della formazione è

un tasto delicato già da anni,

probabilmente lo è sempre

stato.

Strapparsi dalla routine quotidiana

per andare a un campo

scuola.

Gettare un weekend per assistere

ad un convegno.

Lasciarsi tre giorni per un corso.

Eppure questi eventi ci danno le

istruzioni fondamentali e gli

strumenti più idonei per plasmare

e lavorare la nostra

materia prima (si, i ragazzi).

Ho fatto uno sforzo di immaginazione

(non troppo difficile, a

dire il vero) e ho pensato alle

discussioni di un gruppo di

ragazzi in treno: giovani capi,

entusiasti, ancora in zaino e

uniforme. Di ritorno a un campo

scuola.

Se epuriamo i dialoghi dalle

battute, dagli aneddoti, dalle

promesse di incontrarsi… si, se

togliamo il 75% di quello che

dicono… e lasciamo i temi

strettamente scoutistici, sentirete

tornare due parole: confronto

e strumenti.

Il primo è l’essenza dell’incontrarsi

e dello scambiare opinioni,

pareri, esperienze e tutto

quanto. Meriterebbe un articolo

a parte e non lo tratterò qui

perché ne darei un’immagine

troppo sintetica.

Il secondo è il frutto materiale

(perché tangibile, quasi) del

campo scuola: l’area dgeli strumenti.

Dalla Parlata Nuova all’Impresa,

strumenti che arricchiscono il

nostro essere capi e la nostra

capacità di parlare ai ragazzi.

Si, perché così facendo torniamo

all’obiettivo principale: perché

siamo capi?

Ci sono tanti non e qualche

motivo palese. Soprattutto per

essere persone significative che

stanno a fianco di altre persone

che crescono e che, con il nostro

esempio, possono avere un riferimento

da elaborare e mettere

in pratica.

Questo lo facciamo mettendoci

in gioco con tutta la nostra persona,

ma non sarebbe sufficiente

se non sapessimo parlare

direttamente al cuore dei ragaz-

19

Formarsi

zi, se non conoscessimo il loro

linguaggio o un linguaggio

comune con il quale interfacciarsi.

Ecco dove entrano in gioco gli

strumenti: questo passaggio, da

noi al ragazzo, usa un mediatore,

che varia con l’età, con gli

anni e con i luoghi ma che possiede

caratteristiche comuni a

tutte le sue incarnazioni.

Ecco perché gli strumenti sono

così importanti nel nostro essere

capo: svolgono il passaggio terminale

di transito dell’esperienza

e del messaggio.

Spero di non avervi annoiato, di

non aver delirato e di avervi

quantomeno tenuti su queste

righe per qualche minuto, prima

di cestinare l’articolo e passare

al prossimo.

In attesa che qualche altro strumento

di comunicazione ci raggiunga,

vi saluto e vi do appuntamento

al prossimo convegno.

Venite pure a cercarmi: niente

violenza, solo ortaggi, grazie!

Buona strada

Andrea Bosio


7Formarsi

Mandaci tu quello che ritieni essere il settimo punto!

Lo inseriremo nel prossimo numero di SIL

Scrivi a stampa@liguria.agesci.it

Testimonianza da CAM

Il settimo punto

Nell’ambito della formazione

del capo ci è sembrato importante

riportare un breve commento

ad un evento regionale

scritto da chi vi ha partecipato.

C(ampo). A(ggiornamento).

M(etodologico).

R/S 7-8-9 dicembre 2007

Andora

Partiamo dal presupposto che

un CAM sia molto diverso da

un CFM: il tempo è davvero

poco. In poco più di due giorni

c’è pochissimo spazio per l’esperienzialità,

quel fare le cose

che contraddistingue un campo

scout. Anche il fattore comunità

gioca un ruolo di secondo

piano. Non sono mancati i

momenti goliardici, anche

molto divertenti, e di confronto,

ma non si è creato quel

clima intenso che si instaura in

un campo più lungo. È un

campo che secondo noi va

bene se si sono già trovati

altrove (CFM, CFA…) esperienze

fatte in prima persona,

confronto con se stessi e con

gli altri, comunità e anche

tanto entusiasmo. È stato un

ottimo strumento per fare

20

quello che si proponeva:

aggiornare. Il bello è che il

metodo è raccontato da capi di

esperienza, che mettono il

testo scritto in rapporto con la

realtà e i casi concreti, partendo

da testimonianze in prima

persona e dando la possibilità

di chiarire i dubbi più urgenti.

Molto bravi per altro.

Il posto era forse un po’ infelice

(in parrocchia al centro del

paese), ma ampiamente compensato

dal poter avere una

persona così eccezionale come

Don Rinaldo Bertonasco nella

staff.


È stata una grandissima soddisfazione.

Un lavoro stancante,

a tratti “soffocante”, ma il

risultato è stato molto soddisfacente!

Avventura Scout: 100

anni nel mondo, 90 nel

Tigullio. Questo era il titolo

della mostra e di tutte le attività

collaterali che abbiamo

organizzato per festeggiare l’evento:

i 90 anni di presenza

dello scoutismo nel nostro

Tigullio.

Nel 1917 infatti tutto cominciò

a Santa Margherita Ligure ed a

Chiavari. E nel 2007 siamo

ancora qui, con il progetto di

far nascere un nuovo Gruppo a

Sestri Levante!

Un lavoro snervante, dovuto al

fatto che abbiamo dato priorità

alla progettazione ed alla cura

del risultato finale…volevamo

che lo stile scout risultasse vincitore

sull’approssimazione e lo

scarso contenuto. Il “pool organizzativo”

formato da noi

Capigruppo ed a un manipolo

di “ex” del Gruppo si è quindi

impegnato duramente per il

raggiungimento dell’obbiettivo,

diremmo pienamente raggiunto!

Quindi, un bando di concorso

grafico lanciato nelle scuole

elementari e medie - anzi,

come si dice oggi, primarie e

secondarie – di tutti i comuni

del Tigullio, in collaborazione

con Banco di Chiavari e della

Riviera Ligure, una mostra

dedicata al Centenario (quella

che era partita proprio da

Genova a febbraio) con una

parte locale gremita di foto,

ricordi, memorabilia e testimonianze.

Inoltre una giornata di

giochi realizzate da tutta la

Comunità Capi nelle piazze

della città di Chiavari ed aperte

a tutta la cittadinanza.

Ricorderemo sempre le ansie

di una inaugurazione davanti

al Vescovo, le autorità

Regionali, Provinciali e

Comunali, Direttore di Banca

compreso! Ma ricorderemo

anche con affetto il viavai dei

visitatori della mostra, dove

ogni tanto faceva capolino

qualche nostro vecchio Capo

che ci faceva i complimenti per

il lavoro svolto. Ancora più

emozionante vedere persone

censite nel Gruppo svariate

decine di anni fa presentarsi

con un ricordo, il vecchio fazzolettone

in tasca, una testimonianza

da raccontare. E

vedere magari gli occhi lucidi

delle stesse persone mentre si

riguardavano sul maxi schermo

in un filmino di un Campo

Estivo del 1966 e che prima di

21

Eventi

90 anni di scout nel Tigullio

andare via si accomodavano

sulle sedie per lasciare un

ricordo scritto sul Diario di

Bordo preparato per l’occasione…

E cosa dire delle parole del

Vescovo sia all’inaugurazione

che nella domenica successiva

quando durante la giornata dei

Passaggi, abbiamo anche inaugurato

la nostra nuova sede

(che ha bisogno di ancora

qualche lavoro, ma per quello

ci penseranno le varie

Unità…)?

Amici, genitori, Lupetti,

Esploratori, Rover,turni di

guardia, televisioni locali, giornali,

interviste, congratulazioni,

stupori, vecchie foto, vecchi filmati…una

faticaccia, ma che

gioia! Abbiamo dimostrato,

anche approfittando di questo

speciale anno, che lo scoutismo

è vivo anche se spesso è un

po’ nascosto nel nostro, troppo

vasto,territorio.

Ora andiamo avanti, con l’ulteriore

consapevolezza di essere

proprio una grande Famiglia!!!

Anna&Paolo


Quaresima

Fratello esploratore, ti chiamo e

mi rivolgo confidenzialmente a te

così perché da 60 anni (il 23

aprile 1947) ho fatto la promessa

e quindi sono inserito nella grande

famiglia scoutistica anche se

non sono più in servizio diretto di

assistente spirituale (svolto per

40 anni) ma continuo a stimare

lo scoutismo e a guardare e voler

bene con simpatia ai suoi membri.

Mi è stato chiesto di aiutarti a

vivere la Quaresima: ci provo.

Intanto ti dico subito che la quaresima

è un cammino di gioia!

Davvero?

Tu mi puoi rincalzare dicendo che

è invece un esercizio e un’esperienza

di penitenza. Sì, hai ragione

senza dubbio ma non è solo e

tutta penitenza!

La penitenza vera e salutare è al

servizio della gioia e della vita e

non della tristezza e della mortificazione.

Gesù non ha forse detto:

“Quando digiunate (fare penitenza),

non assumete aria malinconica

come gli ipocriti, che si sfigurano

la faccia per far vedere

agli uomini che digiunano”

(Matteo 6, 16)?

Mi spiego meglio.

La gioia che puoi provare in profondità

e in durata, che ti fa bene

e felice, non sta tanto nel procurarti

delle soddisfazioni e piaceri

momentanei e passeggeri, ma

nella prospettiva e nella speranza

suscitata dalla Pasqua di Gesù,

dalla sua morte e risurrezione con

noi e per noi, che l’ultima parola

della tua parabola esistenziale

non è la fine e la distruzione di

tutto te stesso, come sembrerebbe

essere la morte umana e

naturale, bensì l’ingresso nella

VITA, ossia nella comunità del

Padre, del Figlio e dello Spirito

Santo, dove sono già la

Madonna, i santi (compresi, coloro

che sono morti nella fede e

nella grazia di Dio come più di

uno scout).

Tu, col Battesimo, sei già entrato

a far parte della comunità del

cielo e le Tre divine Persone

hanno già preso dimora in te; se

vivi in grazia di Dio, vivi sempre

a quattro!

La Pasqua, preparata dalla quaresima,

ti fa rivivere e rilanciare

la tua vita battesimale di figlio di

Dio. Non è e non ti dà una gioia

grande questo sbocco pasquale

della quaresima?

Quando tu intraprendi una scarpinata

in una delle tante uscite e

hai davanti a te una meta che ti

piace, non sei già contento appena

muovi il primo passo? Non è

forse vero che, man mano che

cammini, senti crescere in te la

gioia di vederti la meta sempre

22

Quaresima

più vicina? Quando arrivi, scoppia

la gioia piena.

Così è della penitenza quaresimale

che scoppia nella gioia della

Veglia pasquale quando tutta

l’assemblea liturgica rinnova le

promesse battesimali.

La gioia inizia il mercoledì santo:

il giorno di partenza insieme e

del primo passo; l’accoglienza del

segno austero delle ceneri indica

la strada e dà il via all’itinerario

verso la Pasqua; potremmo dire

che la quaresima è il cammino

del risucchio progressivo, in una

quarantina di giorni, della

Pasqua.

La cenere, se da una parte, ti

ricorda che sei polvere e polvere

ritornerai, dall’altra ti dice, anche

con decisione, di ritornare (convertitevi!)

al Vangelo e di credere

alla bella, buona, gioiosa notizia

che, in forza dell’amore crocifisso

di Gesù, ti è possibile ancora una

volta passare da morte a vita

sempre per via di amore, il solo

che dà gusto al vivere e servire di

tutti i giorni e lascia una grande

pace e gioia interiore.

La preghiera del Rover prevede

che si può arrivare alla fine della

giornata anche stanchi per gli

impegni e il servizio, ma si è contenti

perché rendersi utili e non

vivere per se stessi corrisponde in

pieno al progetto-uomo (volontà)


di Dio. Solo così si chiude in bellezza

gioiosa ogni giorno di vita,

di lavoro, di servizio.

La pedagogia liturgica della

Chiesa ti propone tre ingredienti

per il tuo cammino di gioia:

- La preghiera come risonanza e

risposta alla Parola di Dio ascoltata

e fatta tua (risèrvati almeno

un quarto d’ora di deserto personale

al giorno per stare col

Signore, ascoltarlo in silenzio e

prendere le mosse da Lui); proverai

la gioia dell’amicizia, da

persona a persona, dell’a tu per

tu, con Cristo.

- La penitenza come riordino

della tua vita e ricupero della tua

libertà di essere in pari con la tua

fede (proponiti almeno un punto

concreto da riordinare e da dominare

secondo Dio e non demordere);

proverai la gioia dell’ordine

e del sentirti più vero e a

posto.

- Il digiuno sia come educazione,

addestramento, abitudine

all’autocontrollo e autodominio di

te e sia come moderazione dei

tuoi bisogni superflui per fare

spazio alla carità solidale secondo

i bisogni necessari degli altri

(prova ad astenerti almeno da

una cosa a cui sei particolarmente

attaccato e dalla quale dipendi

negativamente); proverai la gioia

di essere te stesso, di sentirti libe-

ro, di fare a meno di ciò che ti

sembra un bisogno ed era solo

un voglia da soddisfare.

La penitenza è la condizione che

ti permette di fare strada; essa ha

la funzione di togliere gli ostacoli

e i pesi che bloccano od ostacolano

i passi del tuo cammino.

Tu, come scout, non devi scervel-

23

Quaresima

larti per trovare i contenuti della

penitenza che libera la gioia e la

libertà della vita da poter ricuperare.

La preghiera dell’esploratore

ti dà delle indicazioni molto concrete

e vitali.

Provo ad indicartene qualcuna

con qualche aggancio all’esperienza

e alla vita.


- avere le mani pure (via le manipolazioni interessate,

via le azioni disoneste e dannose, i

gesti cattivi e maligni, il picchiare, il rovinare, il

sottrarre o rubare le cose altrui, via la masturbazione,

i rapporti fuori del vincolo matrimoniale

anche tra fidanzati, via l’uso di preservativi,

di anticoncezionali, di droghe….)

- avere pura la lingua (via il parlare dietro le

spalle, il parlare male e in male degli altri, le

battute spiritose ma cattive, frivole, oscene, le

parolacce , il prendere in giro con malignità)

- avere puro il pensiero (via i pregiudizi, le fantasie

disordinate, le immagini indecenti, i ricordi

maliziosi…)

- non prendere e togliere abitudini che rovinano

la vita (rimandare, ritardare, non portare a

compimento, dimenticare le parole date che

suscitano un’attesa, non tenere conto dei dettami

dei dieci comandamenti, pensare e agire

“secondo me” e non “secondo Dio”.

- lottare per il bene difficile contro il male facile

(disposto ad andare anche contro corrente e

Quaresima

a non sacrificare per nulla la tua fede e i valori

umani e morali naturali ed evangelici)

- fare un po’ di bene ogni giorno (la B.A. quotidiana,

il dovere fatto tutto e bene, lo studio/il

lavoro compiuto “quando tu solo mi vedi come

se tutto il mondo potesse vedermi”

- perdonare coloro che non ti trattano bene, ti

offendono, non ti considerano, ti rifiutano, ti

fanno soffrire…)

Fratello, non ho la pretesa di averti detto il

tutto e il meglio sulla quaresima: mi auguro

solo che tu, se mi hai letto fino a questo punto,

ti senta stimolato a fare almeno un passo nel

tuo cammino di vera conversione, per vincere

te stesso, liberarti da un peccato e ricuperare la

tua immagine e somiglianza battesimale con

Cristo. È il culmine della pace e della felicità.

Questo auspico e per questo prego: buona

quaresima di vita e di gioia vera e piena. Del

tuo meglio!

d. Guido Oliveri

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