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Una debole religione politica: il patriottismo ... - Luigi Sturzo

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michele battini<br />

<strong>Una</strong> <strong>debole</strong> <strong>religione</strong> <strong>politica</strong>:<br />

<strong>il</strong> <strong>patriottismo</strong> costituzionale<br />

Vorrei tentare una prima possib<strong>il</strong>e risposta a una domanda importante<br />

che molti, tra cui Piero Scoppola, hanno formulato:<br />

quali sono le ragioni storiche dell’assenza di un forte <strong>patriottismo</strong><br />

costituzionale in Italia? La risposta dev’essere cercata forse<br />

soprattutto nelle origini della repubblica e nel suo rapporto<br />

con la resistenza.<br />

A mio avviso, una di queste ragioni dev’essere indicata nella<br />

<strong>debole</strong>zza della <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e antifascista e repubblicana,<br />

nonché (e specularmente) nella forza delle religioni politiche<br />

dei partiti.<br />

Repubblica in sordina, repubblica a lumi spenti, proclamata con tono<br />

burocratico di ordinaria amministrazione: sembra che gli stessi partiti<br />

di sinistra non amino parlare ad alta voce per non dare scandalo alla<br />

compagnia. E qualcuno motteggia anche, strizzando l’occhio, di “repubblica<br />

monarchica”. Se tutto questo significa misura, serietà, coscienza<br />

antiretorica e antidemagogica, segreto pudore che vieta alla<br />

commozione di corrompersi in oratoria, meglio così.<br />

Ma non bisogna esagerare: perché <strong>il</strong> popolo la repubblica l’ha voluta, e<br />

la vorrà, sul serio 1 .<br />

1. La citazione è da p. calamandrei, “Primi passi”, «Il Ponte», 2, 1946, p.<br />

598; per i. s<strong>il</strong>one, si veda “La Repubblica dei poveri”, «Avanti!», 9 giugno 1946;<br />

(ma si veda soprattutto come ennio flaiano evoca la figura di Bonomi in “Piazza<br />

della Libertà 4”, apparso su «Risorgimento Liberale», 20 giugno 1945, nonché<br />

i suoi riferimenti alla modestia dei modi di Parri, in Lectures pour tous, ivi, 22 luglio<br />

1943). Dello stesso tono sono i commenti di vittorio gorresio, Un anno<br />

di libertà, o.e.t., Roma 1945, pp. 283-301. Per p. calamandrei rinvio, inoltre,


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230<br />

Questa pagina, scritta per «Il Ponte» del giugno 1946 da Piero<br />

Calamandrei, non può essere letta solo come l’apologia del<br />

carattere schivo e dell’atteggiamento dimesso dei capi antifascisti<br />

della nuovissima repubblica italiana. Calamandrei non<br />

plaudiva certo, come S<strong>il</strong>one, alla «repubblica dei poveri» oppure,<br />

come Flaiano, all’antiteatralità di Bonomi e di Parri. Il<br />

giurista fiorentino esprimeva in realtà – sebbene quasi per antifrasi<br />

– una grave preoccupazione per la frag<strong>il</strong>ità e l’incertezza<br />

di quella che (con un termine mutuato da Em<strong>il</strong>io Gent<strong>il</strong>e) si<br />

può definire la <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e antifascista repubblicana 2 . Alla<br />

repubblica «nata dalla resistenza» mancava un consenso fondato<br />

su una fede condivisa alimentata da una <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e, cioè<br />

da riti, cerimonie, celebrazioni del ricordo. Eppure, dell’epica<br />

di quella resistenza, lo stesso Calamandrei si era fatto <strong>il</strong> cantore<br />

sin dal 1944.<br />

al Diario, vol. i, 1939-1941, a cura di G. Agosti, La Nuova Italia, Firenze 1997 (1a ed. 1982), p. 158, nonché a Lettere 1915-1956, a cura di G. Agosti e A. Galante Garrone,<br />

La Nuova Italia, Firenze 1966, vol. i, p. 293; (sulla biografia intellettuale di<br />

P. Calamandrei, cfr. l. polese remaggi, “Il Ponte” di Calamandrei. 1945-1956,<br />

Olschki, Firenze 2001; n. bobbio, Cinquant’anni e non bastano. Scritti sulla rivista<br />

“Il Ponte” 1946-1997, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Siena 2005; a.<br />

galante garrone, Calamandrei, Garzanti, M<strong>il</strong>ano 1987). I documenti di Calamandrei<br />

relativi alla celebrazione resistenziale sono raccolti in Uomini e città della<br />

Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi, Laterza, Bari 1955 (poi 1977, a cura di A.<br />

Galante Garrone, e ora 2006, a cura di S. Luzzatto).<br />

2. La questione della <strong>religione</strong> <strong>politica</strong> e la distinzione tra <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e e <strong>politica</strong><br />

è stata discussa da e. gent<strong>il</strong>e, Le religioni della <strong>politica</strong>. Fra democrazie e totalitarismi,<br />

Laterza, Roma-Bari 2001, pp. xiii-xiv, (e, per quanto attiene alle liturgie,<br />

ai simboli e ai movimenti del culto della patria nell’età liberale, cfr. i. porciani,<br />

La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia<br />

unita, <strong>il</strong> Mulino, Bologna 1997, nonché b. tobia, <strong>Una</strong> patria per gli italiani. Spazi<br />

itinerari e monumenti nell’Italia unita, 1870-1900, Laterza, Roma-Bari 1991). Le<br />

riflessioni di rosario romeo sul contesto internazionale della crisi italiana sono<br />

in Italia m<strong>il</strong>le anni. Dall’età feudale all’Italia moderna ed europea, Le Monnier, Firenze<br />

1981, pp. 220-69 (su cui rinvio a g. sasso, Rosario Romeo e l’idea di “nazione”.<br />

Appunti e considerazioni, in g. pescosolido (a cura di), Il rinnovamento della<br />

storiografia <strong>politica</strong>. Studi in memoria di Rosario Romeo, Istituto della Enciclopedia<br />

italiana, Roma 1995, pp. 113-143.


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una <strong>debole</strong> <strong>religione</strong> <strong>politica</strong><br />

In realtà, la necessità e l’urgenza di un nuovo rapporto tra<br />

<strong>politica</strong> e <strong>religione</strong> e di una nuova <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e, Calamandrei<br />

l’aveva proclamata, disperato, sin dal 1940, come documentano<br />

le pagine sconfortate del suo Diario, scritte nei giorni<br />

dell’attacco italiano alla Francia. Aveva invocato, allora,<br />

«la fede cristiana dei primi martiri»; poi, nel 1941, aveva auspicato<br />

un ritorno dello st<strong>il</strong>e mazziniano (a proposito dell’ultimo<br />

libro di Giani Stuparich); infine, si era augurato l’avvento<br />

di una nuova stagione di «volontariato», come nel risorgimento.<br />

Piero però, già sodale di Salvemini e dei Rosselli,<br />

non aveva combattuto nella resistenza, né aveva mostrato<br />

nel 1943-44 apertura <strong>politica</strong> e comprensione della complessa<br />

e ingarbugliata realtà sociale, ribellistica ed esistenziale del<br />

movimento partigiano; tantomeno aveva apprezzato i sentimenti<br />

della giovane generazione trapassata dalla fronda culturale<br />

nelle organizzazioni del regime alla rivolta armata e all’adesione<br />

al partito comunista. Eppure, quello stesso Calamandrei<br />

non esitò a farsi autore, ancora per molti anni dopo<br />

la fine della guerra, di una pletora di discorsi pubblici, scritti,<br />

epigrafi in onore dei caduti. Il suo volume Uomini e città<br />

della Resistenza fu un’autentica espressione di mitopoiesi resistenziale.<br />

Ma <strong>il</strong> progetto di una <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e repubblicana condivisa<br />

fallì.<br />

Non basta invocare la guerra civ<strong>il</strong>e per spiegare quel fallimento.<br />

Certo, la guerra civ<strong>il</strong>e aveva d<strong>il</strong>aniato la coesione nazionale<br />

imposta dalla disciplina totalitaria del regime, ma quel<br />

sacrificio, come scrive Salvatore Satta , era stato antropologicamente<br />

ineluttab<strong>il</strong>e.<br />

Pochi infatti intendono che l’8 settembre 1943, e non <strong>il</strong> 10 giugno<br />

1940, è <strong>il</strong> vero giorno dell’entrata in guerra degli italiani. Per una significativa<br />

combinazione, questo giorno fatale segna non uno, ma due rifiuti<br />

del popolo italiano: quello di continuare la guerra contro <strong>il</strong> vecchio<br />

nemico, e quello di iniziarla contro <strong>il</strong> nuovo, l’alleato di ieri. Ma<br />

ciò che <strong>il</strong> popolo italiano non ha potuto rifiutare, perché non dipende-<br />

231


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232<br />

va dalla sua volontà, è di iniziare la guerra contro se stesso, guerra di<br />

espiazione e purificazione, sanguinoso esame di coscienza di Caini di<br />

fronte al Signore 3 .<br />

Non sono accenti diversi da quelli di Giovanni Gent<strong>il</strong>e <strong>il</strong> quale,<br />

poco prima di morire, aveva sofferto su “La nuova Antologia”<br />

<strong>il</strong> dramma della scomparsa dell’«Italia: quella in cui si credeva,<br />

l’Italia degli italiani con cui si viveva e si voleva vivere<br />

d’un solo sentire e pensare»; e aveva indicato «la sciagura infinita<br />

d’oggi» non nelle invasioni, nelle devastazioni, nelle stragi,<br />

ma «nella discordia che ci d<strong>il</strong>ania». Illusoria, tragica, persino<br />

autoingannatrice si rivelò la velleità di Gent<strong>il</strong>e di «rifare l’unità<br />

dell’anima italiana» dalla sponda della Repubblica sociale,<br />

ma certo altrettanto frag<strong>il</strong>e fu <strong>il</strong> progetto di una nuova pedagogia<br />

democratica elaborato dei governi di unità antifascista. Ciò<br />

accadde non tanto a causa della presunta morte del paradigma<br />

patriottico e nazionale di ascendenza risorgimentale (che fu anzi<br />

ampiamente riattivato e rinnovato, a dispetto e contro l’appropriazione<br />

che ne aveva fatto <strong>il</strong> fascismo con <strong>il</strong> culto del littorio).<br />

Mancò del tutto invece quello che Max Weber ha definito<br />

«<strong>il</strong> prestigio della legittimità», cioè la fiducia nello Stato,<br />

crollato miseramente assieme al regime. Ripeto fatti noti, ovvii:<br />

l’abdicazione morale della Monarchia, la dissoluzione degli<br />

organi centrali dello Stato e la disgregazione delle forze armate<br />

nel 1943 fecero venir meno <strong>il</strong> sostegno di istituzioni riconosciute<br />

al disegno politico delle forze antifasciste e alla r<strong>il</strong>egittimazione<br />

dello Stato: quel progetto che si voleva affidare alle<br />

liturgie di una nuova <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e e alla fondazione di una<br />

memoria comune. Con la rinascita del pluralismo politico e la<br />

3. La citazione di s. satta è da De Profundis, Cedam, Padova 1948, nuova ed.,<br />

Ilisso, Nuoro 2003 (con prefazione di Remo Bodei, p. 56). Sul principio di legittimità,<br />

si legga g. amato, “Identità nazionale e principio di legittimità dello Stato”,<br />

in «Antologia Vieusseux», 7, 2001, nn. 19-20, p. 34, nonché a. baldassarre,<br />

La costruzione del paradigma antifascista e la Costituzione repubblicana, in Fascismo<br />

e antifascismo negli anni della Repubblica, n. monografico di «Problemi del<br />

Socialismo», 28 (1986), n. 7, pp. 11-32.


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una <strong>debole</strong> <strong>religione</strong> <strong>politica</strong><br />

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fine del monopolio totalitario e centralistico del linguaggio nazional-patriottico,<br />

ripresero vita invece le diverse tradizioni<br />

culturali e politiche dell’Italia prefascista o se ne formarono di<br />

nuove, ma non si costituì un idioma politico condiviso né una<br />

memoria comune, a cui ancorare solidamente <strong>il</strong> nuovo sistema<br />

politico pluralistico. Né ciò poteva accadere.<br />

Il <strong>patriottismo</strong> repubblicano e le pratiche liturgiche della<br />

<strong>religione</strong> <strong>politica</strong> antifascista rimasero infatti una prerogativa<br />

soprattutto dei partiti, assai meno dello Stato. Diffic<strong>il</strong>e dire se<br />

ciò fu l’effetto del crollo del monopolio fascista del linguaggio<br />

patriottico, di una scarsa sensib<strong>il</strong>ità della nuova classe dirigente<br />

repubblicana su questo terreno o – come sospettava Rosario<br />

Romeo – della crisi dell’idea di patria in tutti gli Stati europei.<br />

Ma all’origine non possiamo che porre la tensione in atto, a<br />

guerra finita, tra la continuità delle norme legislative, delle<br />

istituzioni monarchiche, della burocrazia e dei quadri dell’esercito<br />

– da una parte – e l’innesto dei poteri nuovi dei Comitati<br />

di Liberazione Nazionale dall’altra. Questi e quelle rappresentavano<br />

soggetti in antagonismo diretto non solo sul terreno<br />

politico, ma anche per la gestione della memoria. In tali<br />

condizioni, lo Stato non poteva produrre una sintesi tra le forze<br />

in campo.<br />

Quell’antagonismo determinò incertezze e sbandamenti<br />

sui temi, sulle forze, le figure, gli st<strong>il</strong>i con cui rappresentare la<br />

<strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e democratica e la memoria della guerra, <strong>il</strong> conflitto<br />

tra fascismo e antifascismo, le deportazioni, le stragi delle<br />

popolazioni, i bombardamenti; e su come inserire quelle pagine<br />

tragiche nella storia e nella tradizione nazionale. Scriveva<br />

<strong>il</strong> figlio di Piero, Franco Calamandrei: la comunione delle<br />

«sciagure che ci hanno tutti colpiti […], che ci hanno ricondotto<br />

a soffrire di pene elementari, fondamentali e comuni, ci<br />

hanno anche rifatto presente […] <strong>il</strong> senso dell’esistenza come<br />

sorte di tutti» 4 . Ma quel sentire comune non poteva cancella-<br />

4. Il brano di Franco Calamandrei è tratto da <strong>Una</strong> vita indivisib<strong>il</strong>e. Diario 1941-<br />

1947, Editori riuniti, Roma 1984, p. 215.


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re <strong>il</strong> contrasto tra la sopravvivenza dei vecchi paradigmi culturali<br />

e le nuove sollecitazioni alla palingenesi democratica.<br />

Non poteva esistere e non esistette quindi un «centro dello<br />

Stato», capace di elaborare un <strong>patriottismo</strong> costituzionale e<br />

una <strong>politica</strong> unitaria delle feste, del trattamento dei reduci delle<br />

forze armate e dei partigiani, del culto condiviso dei caduti<br />

della guerra 1940-1943, poi di quella 1943-1945 contro l’alleato<br />

di prima, e infine della guerra civ<strong>il</strong>e.<br />

Tra <strong>il</strong> 1945 e <strong>il</strong> 1947, chiesa cattolica, partiti, associazioni<br />

partigiane, organi dello Stato – in quest’ambito più le prefetture<br />

e i ministeri, che non le forze armate – cercarono tutti di<br />

ottenere uno spazio proprio nelle celebrazioni dei caduti, ma<br />

con risultati differenti e diseguali. Assai più significativo risultò<br />

l’impatto sociale dei riti della <strong>religione</strong> tradizionale; molto<br />

minore quello delle nuove liturgie del Sacro antifascista repubblicano.<br />

Il fascismo si era appropriato delle feste di sovranità<br />

(a partire da quella dello Statuto e da quella della Vittoria),<br />

inserendo nel loro calendario quelle del regime e, infine,<br />

pervenendo, dopo <strong>il</strong> Concordato, a sperimentare forme di sincretismo<br />

tra la liturgia nazional-patriottica fascista e la liturgia<br />

cattolica.<br />

Il culto dei caduti e le feste repubblicane avrebbero potuto<br />

rappresentare attività non discorsive ma performative, cioè autentici<br />

riti di iniziazione e di appartenenza alla nuova cittadinanza,<br />

per usare la formula che Mona Ozouf ha applicato alle<br />

feste della rivoluzione del 1789.<br />

Già nel 1944, con <strong>il</strong> primo governo Bonomi, le celebrazioni,<br />

sospese dall’inizio della guerra, erano riprese. Si avviò un<br />

percorso di riappropriazione dei riti e dei simboli della liturgia<br />

nazional-patriottica da parte dei diversi soggetti della coalizione<br />

antifascista e degli organi dello Stato. Dal 1944 sino al<br />

1946 (quando <strong>il</strong> 25 apr<strong>il</strong>e venne per decreto fissato come giornata<br />

di festa nazionale), le nuove celebrazioni antifasciste convissero<br />

con le vecchie feste dello Stato monarchico, per esempio<br />

<strong>il</strong> genetliaco del principe Umberto o <strong>il</strong> Concordato; e si<br />

svolsero in un groviglio di linguaggi, di st<strong>il</strong>i, di formule reto-


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una <strong>debole</strong> <strong>religione</strong> <strong>politica</strong><br />

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riche e iconografiche: <strong>il</strong> canto di Bandiera Rossa e de Il Piave;<br />

celebrazioni in prefettura e in Chiesa; sf<strong>il</strong>ate di m<strong>il</strong>itari e cortei<br />

di partigiani e associazioni di combattenti e reduci; raccolte<br />

di fondi dell’Unione Donne Italiane e benedizioni di lapidi;<br />

balli popolari e comizi politici.<br />

Ma quella frag<strong>il</strong>ità e quella frammentazione degli st<strong>il</strong>i della<br />

commemorazione rinviavano a una distorsione della memoria,<br />

esplicitamente voluta sin dall’esordio del primo governo di<br />

coalizione.<br />

Il Consiglio dei Ministri, nella sua prima adunanza, deve constatare che<br />

esso, per la sua origine <strong>politica</strong>, rappresenta quella grande maggioranza<br />

del paese che, già nel 1940, era schierata contro la dominazione fascista<br />

e contraria all’ingresso in guerra dell’Italia accanto alla Germania<br />

hitleriana. Perciò, come suo primo atto, <strong>il</strong> Consiglio afferma che soltanto<br />

<strong>il</strong> fascismo è responsab<strong>il</strong>e dell’adesione dell’Italia al patto tripartito<br />

e al suo ingresso nella guerra […] 5 .<br />

Così nella prima celebrazione della Giornata del Soldato e del<br />

Partigiano, <strong>il</strong> 18 febbraio 1945 a Roma, <strong>il</strong> demoliberale Bonomi,<br />

presidente del secondo governo di coalizione, e <strong>il</strong> comunista<br />

Scoccimarro fecero ricorso a uno schema retorico analogo:<br />

l’accostamento dei «martiri antifascisti» ai martiri di Belfiore,<br />

l’equivalenza tra la resistenza e <strong>il</strong> risorgimento; le citazioni<br />

da testi religiosi; i riferimenti cristologici (per esempio la<br />

«passione» dei morituri delle Ardeatine). Quello schema retorico<br />

sarebbe sopravvissuto anche nella divisione <strong>politica</strong> e nelle<br />

celebrazioni separate del primo anniversario della Repubbli-<br />

5. La delibera del Consiglio dei ministri del I Gabinetto Bonomi è in a.g. ricci<br />

(a cura di), Verbali del Consiglio dei ministri, vol. iii, Governo Bonomi 18 giugno<br />

1944-12 dicembre 1944, Presidenza del Consiglio dei ministri, Roma 1990, p. 3-<br />

11. La cronaca delle celebrazioni e i testi dei discorsi di I. Bonomi e M. Scoccimarro<br />

sono in Ministero dell’Italia occupata, 18 febbraio. Giornata del partigiano e del<br />

soldato, Ed. Novissima, Roma, s.d., p. 31 (cit. da G. Schwarz, Verso una <strong>religione</strong><br />

civ<strong>il</strong>e antifascista. Memorie, simboli, liturgie 1943-1948, tesi di perfezionamento in<br />

Discipline Storiche, Scuola Normale Superiore di Pisa, a.a. 2001-2002).


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ca che le diverse forze politiche avrebbero svolto nel giugno<br />

1947, appena un giorno dopo l’avvenuta rottura del governo<br />

di unità nazionale.<br />

Uno specchio <strong>il</strong>luminante di questa vicenda lo si trova nella<br />

storia sociale della cultura. Nelle aree del paese più investite<br />

dalla guerra e dalla guerra civ<strong>il</strong>e si formavano in quegli anni<br />

i quadri sociali di quella che è stata definita una «memoria<br />

divisa». Il suo paradigma rimonterebbe – secondo storici e antropologi<br />

– a un dualismo e a una contrapposizione tra la «verità<br />

ufficiale» della resistenza e <strong>il</strong> ricordo delle comunità contadine<br />

investite dalle stragi provocate dalla guerra ai civ<strong>il</strong>i da<br />

parte del sistema di occupazione tedesco. Nell’una, l’accusa<br />

veniva gettata sulla «belva nazista», mentre nell’altra <strong>il</strong> capro<br />

espiatorio del sacrificio collettivo era scelto invece nel movimento<br />

partigiano, accusato di essere privo di un’etica della responsab<strong>il</strong>ità<br />

per avere provocato le stragi con le proprie azioni<br />

imponderate. Il dualismo tra memoria antifascista e memoria<br />

sociale non si fonda, a mio avviso, sullo scarto tra la rappresentazione<br />

ufficiale promossa dalle istituzioni della resistenza e<br />

l’elaborazione comunitaria o femmin<strong>il</strong>e del lutto; esso rivela,<br />

invece, proprio quella divergenza tra le liturgie della <strong>religione</strong><br />

civ<strong>il</strong>e antifascista a cui mi sono riferito sopra, tra le celebrazioni<br />

praticate dalle organizzazioni partigiane e dai partiti della sinistra<br />

e le commemorazioni religiose dei defunti, le predicazioni<br />

dei sacerdoti, le omelie delle Chiesi locali, gli interventi<br />

delle organizzazioni cattoliche. La memoria delle comunità<br />

che erano state amputate del ricordo che i propri caduti avrebbero<br />

potuto lasciare, dietro di sé, alle famiglie non fu in realtà<br />

una gemmazione spontanea (come ritengono gli antropologi),<br />

ma l’effetto di riti, procedure, scelte politiche contrapposte 6 .<br />

Concludo usando questa stessa chiave di lettura per docu-<br />

6. Per la lettura antropologica dell’elaborazione del lutto delle comunità investite<br />

dalle stragi, si vedano, a solo titolo di esempi, tra i molti che si potrebbero fare, almeno<br />

g. contini, <strong>Una</strong> memoria divisa, Rizzoli, M<strong>il</strong>ano 1997, p. 201-205; b.<br />

maida, Prigionieri della memoria. Storia di due stragi della liberazione, Franco Angeli,<br />

M<strong>il</strong>ano 2002, pp. 177-206. Le due raccolte dei resistenti morituri sono: p.


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una <strong>debole</strong> <strong>religione</strong> <strong>politica</strong><br />

237<br />

menti di natura diversa, ma altrettanto importanti per questo<br />

aspetto. Nel 1952, commentando la prima edizione delle Lettere<br />

dei condannati a morte della Resistenza italiana, Enzo Enriques<br />

Agnoletti notò che, a prescindere dall’estrazione sociale<br />

e dall’eventuale appartenenza, solo un piccolo numero di<br />

missive di commiato rivelava una coscienza <strong>politica</strong>, una convinta<br />

motivazione ideologica o, nel caso di ufficiali e m<strong>il</strong>itari,<br />

la volontà di conferma del giuramento prestato allo Stato. Preponderanti<br />

in quei testi erano, invece, i valori tradizionali della<br />

fede, «la concessione del perdono a coloro che ci […] condannano<br />

e non sanno quello che fanno»; <strong>il</strong> rigetto dell’accusa<br />

rivolta ai condannati di essere stati criminali; la serenità di<br />

«morire senza peccato», la richiesta del perdono per aver causato<br />

dolore ai propri famigliari; la fiducia nella «ricomposizione<br />

tranqu<strong>il</strong>la dello strappo della morte nel ricordo».<br />

Le formule e le figure riconducono evidentemente a uno<br />

schema di non semplice decifrazione: la disposizione alla serena<br />

accettazione della propria morte. In questo schema, alla luce<br />

anche della nuova, anche se incompleta, edizione delle Lettere<br />

del fondo Malvezzi, pubblicate nel 2005, si possono rinvenire<br />

sia gli indizi di un’eredità culturale consapevolmente riproposta,<br />

sia le spie di una tradizione religiosa che riaffiora involontariamente<br />

e inconsapevolmente. La prima è quella del<br />

giuramento mazziniano o, in un senso più ampio, della morte<br />

come sacrificio e compimento del dovere patriottico. Nei<br />

malvezzi, g. pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza<br />

italiana, Einaudi, Torino 1952, pp. 23 e ss.; e m. franzinelli (a cura di), Ultime<br />

lettere dei condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945, Mondadori,<br />

M<strong>il</strong>ano 2005, in particolare pp. 79-238, 239-94, 295-325. Per adolfo<br />

omodeo, rinvio a Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti<br />

1915-1918, Einaudi, Torino 1968 2 , pp. 109 e ss. Sui martiri di Belfiore, si veda<br />

mons. l. martini, Il Confortatorio di Mantova negli anni 1851, ’52, ’53, e ’55, Accademia<br />

Virg<strong>il</strong>iana, Mantova 1868. Le ultime lettere di Tazzoli, Scarsellini, Canal,<br />

Grazioli, Montanari, Poma, Speri furono pubblicate in appendice ad a. luzio, I<br />

martiri di Belfiore e <strong>il</strong> loro processo, tip. E. Cogliati, M<strong>il</strong>ano 1907, pp. 331-508. Sui<br />

sacerdoti confortatori e le Artes moriendi, cfr. g. angelozzi, Le confraternite laicali.<br />

Un’esperienza m<strong>il</strong>iare tra medioevo ed età moderna, Queriniana, Brescia 1978.


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commiati del 1943-1945, le figure del sacrificio come «ornamento<br />

migliore», passo «verso una nuova vita», «dovere come<br />

via dell’onore», «testimonianza dell’idea», rinviano – soprattutto<br />

nei testamenti spirituali di studenti, ufficiali, insegnanti,<br />

professionisti – a una evidente fam<strong>il</strong>iarità con quella che<br />

Adolfo Omodeo ha definito (parlando delle lettere scritte dai<br />

m<strong>il</strong>itari della Grande Guerra nell’imminenza della battaglia e<br />

della probab<strong>il</strong>e morte), una «concorde e comune visione della<br />

vita», un «identico sentimento morale», <strong>il</strong> «concetto autonomo<br />

del dovere», <strong>il</strong> «trascendimento dell’egoismo della conservazione<br />

nell’anelito della patria e nell’intuizione nuova dell’immortalità».<br />

Si trattava insomma di quelle formulae della<br />

mistica del martirio sulla quale Calamandrei aveva auspicato<br />

di fondare la rinascita religiosa della nazione. Ma quell’auspicio<br />

non ebbe buon seguito: possiamo deprecarlo, ma è un fatto;<br />

un fatto che, inaspettatamente, produce però oggi effetti<br />

ermeneutici impensati. Se rimontiamo dunque dalle lettere<br />

dei resistenti a quelle dei caduti della Grande Guerra, e da queste<br />

risaliamo a quella letteratura «di propaganda morale» (come<br />

la definì <strong>il</strong> Mazzoni) di epoca risorgimentale, costituita da<br />

scritti e testimonianze di S<strong>il</strong>vio Pellico, Angelo Frignani, <strong>Luigi</strong><br />

Settembrini (e molti altri), e mediata dai testi scolastici come<br />

quello di Ettore Fabietti e Raffaele Feola, cogliamo in tutte<br />

le fonti le tracce della presenza inconsapevole di una dimensione<br />

religiosa molto più antica: quella delle Artes Moriendi<br />

elaborate tra <strong>il</strong> xvi e xviii secolo. Il confronto tra i testi dei<br />

resistenti e dei deportati e, per esempio, i commiati dei martiri<br />

di Belfiore (Tazzoli, Scarsellini, Faccioli, Montanari, Speri),<br />

testimoniati da monsignor Martini nel 1868 e poi pubblicati<br />

da Luzio nel 1907, è <strong>il</strong>luminante; dallo studio del fallimento<br />

della <strong>religione</strong> civ<strong>il</strong>e emerge la traccia della persistenza<br />

di una tradizione religiosa che per secoli, e ancora nel Novecento,<br />

ha costituito un fondamentale legame di coesione sociale<br />

e di disciplina morale.

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