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5 COMMENTO AL CODICE URBANI - Facoltà di Lettere e Filosofia

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5- Maria Grazia Pastura, Tra co<strong>di</strong>ce dei beni culturali e co<strong>di</strong>ce della privacy: cosa cambia<br />

nella <strong>di</strong>sciplina <strong>di</strong> tutela, conservazione e valorizzazione degli archivi e nel <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong><br />

consultazione e <strong>di</strong> accesso.<br />

Testo della conversazione tenuta il 5 maggio 2004 presso il Ministero per i beni e le attività culturali<br />

1 Premessa.<br />

La sistematica del Co<strong>di</strong>ce dei beni culturali (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.242)<br />

presenta alcune sostanziali novità rispetto a quella del Testo unico (decreto legislativo n.490<br />

del 29 ottobre 1999, abrogato dallo stesso provve<strong>di</strong>mento), in virtù <strong>di</strong> alcune scelte, che sono<br />

anche il frutto degli in<strong>di</strong>rizzi della delega (art. 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137)<br />

In particolare la necessità <strong>di</strong> adeguare la <strong>di</strong>sciplina della tutela, salvaguar<strong>di</strong>a, conservazione<br />

e valorizzazione del patrimonio culturale alle nuove formulazioni degli articoli 117 e 118<br />

della carta costituzionale, introdotte dalla legge costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001, artt.4 e<br />

5, ha richiesto l’enunciazione <strong>di</strong> alcuni principi generali, coerenti con le nuove <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong><br />

rango costituzionale, e l’adozione <strong>di</strong> una <strong>di</strong>versa sistemazione delle <strong>di</strong>sposizioni già<br />

contenute nel titolo I del Testo Unico, ora nella Parte II del co<strong>di</strong>ce, enucleando come titolo a<br />

sé la valorizzazione come attività <strong>di</strong>stinta dalla tutela. Vedremo poi, analizzando la Parte II<br />

del Co<strong>di</strong>ce, che, nella declinazione <strong>di</strong> quei principi, le <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> dettaglio non<br />

mo<strong>di</strong>ficano sostanzialmente la <strong>di</strong>sciplina già recata per gli archivi dal decreto legislativo<br />

490/1999. Ciò in ragione <strong>di</strong> altri in<strong>di</strong>rizzi della legge <strong>di</strong> delega: il <strong>di</strong>vieto, cioè, <strong>di</strong> ridurre le<br />

garanzie poste a tutela del patrimonio culturale e <strong>di</strong> aumentare il peso dei vincoli sulla<br />

proprietà privata. La materia è stata riorganizzata seguendo un criterio <strong>di</strong> maggiore<br />

compattezza delle <strong>di</strong>sposizioni sotto il profilo della forma e <strong>di</strong> maggiore omogeneità della<br />

<strong>di</strong>sciplina dei beni. Rispetto al Testo Unico il Co<strong>di</strong>ce accentua il coor<strong>di</strong>namento sostanziale<br />

delle <strong>di</strong>sposizioni, specie <strong>di</strong> quelle relative alla tutela contenute nella Parte I, titolo I,<br />

portando a compimento l’in<strong>di</strong>rizzo normativo cui era informato il decreto legislativo<br />

490/1999. Alcuni esiti innovativi per la <strong>di</strong>sciplina relativa agli archivi sono anche la<br />

conseguenza <strong>di</strong> questa scelta.<br />

2 Disposizioni generali<br />

La Parte Prima, Disposizioni generali, si è detto, enuncia i principi cui la legge si conforma -<br />

che vengono poi declinati, nel loro contenuto normativo, nelle Parti Seconda e Terza - e<br />

formula le definizioni necessarie a dare contenuto a concetti ricorrenti nel testo del<br />

provve<strong>di</strong>mento.<br />

L’articolo 1, che ripete, integrandole, le <strong>di</strong>sposizioni dell’art.1 del Testo unico, introduce<br />

tuttavia (commi 3-5) una novità molto importante, poiché enuncia, esplicitandolo, un obbligo<br />

<strong>di</strong> conservazione e <strong>di</strong> salvaguar<strong>di</strong>a dei beni culturali a carico <strong>di</strong> tutti i soggetti, pubblici e<br />

privati, che ne siano proprietari, possessori o detentori: obbligo che il decreto legislativo<br />

490/1999, conformemente a quanto previsto dalla legge 1089/1939, rimetteva<br />

all’interpretazione giurisprudenziale 1[1].<br />

1[1] Sull’argomento cfr. M.G.PASTURA, in La nuova tutela dei beni culturali e ambientali, a cura <strong>di</strong> P.G.Ferri e<br />

M.Pacini, pp.183 s. La Cassazione penale, sentenza n.7083 del 17 giugno 1998, massima 178619, riferita agli articoli<br />

da 14 a 17 della legge 1089/1939, stabiliva che «L’obbligo della conservazione della cosa d’arte incombe a chi ne<br />

abbia la proprietà ovvero, nel caso in cui il proprietario sia una persona giuri<strong>di</strong>ca, alla persona fisica cui fa capo la<br />

legale rappresentanza e la gestione del relativo <strong>di</strong>ritto. Tale obbligo non viene meno per la facoltà che gli articoli 14 e<br />

15, legge 1 giugno 1939, n.1089 (omissis) attribuiscono alla Pubblica Amministrazione, <strong>di</strong> provvedere <strong>di</strong>rettamente alle<br />

opere necessarie per assicurarne la conservazione ed impe<strong>di</strong>rne il deterioramento. Invero la facoltà predetta costituisce,<br />

nell’ambito della limitazione del <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> proprietà che il sistema impone a salvaguar<strong>di</strong>a del patrimonio storico e<br />

artistico nazionale, l’unica alternativa logica che il legislatore poteva attuare per supplire alla colpevole inattività o<br />

all’incuria comunque manifestata dai proprietari (omissis)»


Inoltre, per quanto attiene i soggetti pubblici, agli obblighi <strong>di</strong> conservazione si associa<br />

anche l’obbligo <strong>di</strong> assicurarne la pubblica fruizione. Tale obbligo ricade non soltanto sullo<br />

Stato, sulle regioni, sulle città metropolitane, sulle province, sui comuni (per i quali la norma<br />

prevede, peraltro, un obbligo <strong>di</strong> carattere generale, che troverà una sua esplicitazione nelle<br />

<strong>di</strong>sposizioni della Parte II) ma anche, limitatamente ai beni <strong>di</strong> loro proprietà, sugli altri<br />

soggetti pubblici. Anche in questo caso il co<strong>di</strong>ce estende a tutti i soggetti pubblici un obbligo<br />

previsto dal decreto legislativo 490/1999 solo per lo Stato, regioni, province e comuni, in<br />

quanto titolari <strong>di</strong> demanio (art.98 T.U. ).<br />

Le innovazioni sopra commentate contribuiscono a rendere ulteriormente omogenea la<br />

<strong>di</strong>sciplina dei beni culturali, poiché un obbligo <strong>di</strong> tale ampiezza era prima previsto solo per<br />

gli archivi (artt.107 e 108 del T.U.)<br />

L’art.2 reca una definizione del patrimonio culturale che ha carattere <strong>di</strong> enunciazione<br />

generale e non la funzione <strong>di</strong> delineare il limite oggettivo <strong>di</strong> applicazione delle <strong>di</strong>sposizioni<br />

(funzione, quest’ultima, attribuita all’art.10 del T.U.). Esso “è costituito dai beni culturali e<br />

dai beni paesaggistici”.<br />

Recita il comma 2 che “sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli<br />

articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico,<br />

archivistico e bibliografico”. Si segnala, anzitutto, che le aggettivazioni mutuate dal decreto<br />

legislativo 112/1998, correttamente riferite dal decreto legislativo 490/1999 (art.2, epigrafe)<br />

al patrimonio, <strong>di</strong>vengono aggettivazione dell’interesse insito nelle <strong>di</strong>verse tipologie dei beni<br />

culturali e generano <strong>di</strong> conseguenza un interesse “archivistico” <strong>di</strong>verso da quello “storico”.<br />

C’è da <strong>di</strong>re che l’innovazione non influenza il successivo <strong>di</strong>panarsi della <strong>di</strong>sciplina relativa<br />

agli archivi, che comunque continua ad utilizzare l’espressione “interesse storico”. Inoltre, il<br />

rinvio ai successivi articoli definitori (articoli 10 e 11) operato dal comma 2, genera, al <strong>di</strong> là <strong>di</strong><br />

ogni ragionevole dubbio, la conseguenza che i beni <strong>di</strong> proprietà privata (e dunque anche gli<br />

archivi) fanno parte del patrimonio culturale soltanto se sia intervenuta la <strong>di</strong>chiarazione <strong>di</strong><br />

interesse storico. Ne consegue che il vincolo apposto dal Soprintendente, ove richiesto dalla<br />

legge, non ha soltanto un effetto costitutivo <strong>di</strong> obblighi a carico del proprietario, possessore o<br />

detentore e <strong>di</strong> potestà dello Stato <strong>di</strong> controllo e <strong>di</strong> intervento (com’era nel Testo Unico) ma è<br />

ad<strong>di</strong>rittura costitutivo della qualità <strong>di</strong> bene culturale. Anche in questo caso, per quel che<br />

riguarda gli archivi, l’innovazione non influenza, come vedremo, la <strong>di</strong>sciplina positiva, ma<br />

può costituire un principio <strong>di</strong> grande rilievo in sede interpretativa.<br />

Di grande importanza, ai fini dell’interpretazione del complesso <strong>di</strong> norme contenute nella<br />

Parte Seconda del co<strong>di</strong>ce, che raccoglie le <strong>di</strong>sposizioni del Titolo I del Testo Unico, sono anche<br />

le definizioni <strong>di</strong> tutela e valorizzazione contenute negli articoli 3 e 6. A <strong>di</strong>fferenza del Testo<br />

Unico, che, ponendo l’intera <strong>di</strong>sciplina dei beni artistici e storici in un solo titolo, trattava la<br />

valorizzazione come parte integrante e sviluppo della tutela, il co<strong>di</strong>ce sud<strong>di</strong>vide la parte II in<br />

due titoli. Il Titolo I <strong>di</strong>sciplina la tutela, cioè a <strong>di</strong>re l’esercizio delle funzioni e le attività<br />

“<strong>di</strong>rette, sulla base <strong>di</strong> un’adeguata attività conoscitiva, ad in<strong>di</strong>viduare i beni facenti parte del<br />

patrimonio culturale e a garantirne la protezione e la conservazione ai fini <strong>di</strong> pubblica<br />

fruizione”, attraverso provve<strong>di</strong>menti volti a conformare e regolare <strong>di</strong>ritti e comportamenti<br />

(art.3). Il Titolo II <strong>di</strong>sciplina la valorizzazione dei beni, vale a <strong>di</strong>re l’esercizio delle funzioni e le<br />

attività <strong>di</strong>rette a “promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurarne le<br />

migliori con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> utilizzazione e fruizione pubblica”, (art.6).<br />

La partizione in due titoli <strong>di</strong> una <strong>di</strong>sciplina che non può essere concepita che in maniera<br />

unitaria, come era nel Testo Unico, è qui determinata dalla necessità <strong>di</strong> <strong>di</strong>stinguere tra due<br />

ambiti normativi il primo dei quali, la tutela, è affidato, dalla nuova formulazione dell’art.118<br />

recata dalla legge costituzionale n.3/2001, alla competenza esclusiva dello Stato mentre il<br />

secondo, la valorizzazione, è in regime <strong>di</strong> legislazione concorrente: spetta cioè alle regioni <strong>di</strong><br />

legiferare in materia, nell’ambito <strong>di</strong> principi generali posti dalla legge statale. Nell’impianto


normativo la fruizione, che è contemplata nell’ambito della “Valorizzazione”, è trattata nel<br />

Titolo II, per le ragioni dette. L’anticipazione del concetto <strong>di</strong> fruizione nella definizione <strong>di</strong><br />

tutela sottolinea che, pur nella separatezza della rispettiva trattazione, le due funzioni sono<br />

strettamente collegate. Il collegamento inverso è stabilito dall’articolo 6, comma 2, che<br />

stabilisce: “la valorizzazione è effettuata in forme compatibili con la tutela e tali da non<br />

pregiu<strong>di</strong>carne le esigenze”. Si attua in tal modo una ricomposizione tra le due attività che<br />

rappresenta, forse, il massimo risultato possibile per la reductio ad unitatem <strong>di</strong> due aspetti<br />

dell’unica funzione <strong>di</strong> salvaguar<strong>di</strong>a dei beni culturali.<br />

L’esercizio della tutela – sul quale la legge <strong>di</strong> riforma costituzionale tace – è conservato dal<br />

Co<strong>di</strong>ce allo Stato, al fine <strong>di</strong> garantirne l’esercizio unitario (art.4). Lo Stato può tuttavia<br />

conferirne l’esercizio alle Regioni, attraverso forme <strong>di</strong> intesa e coor<strong>di</strong>namento a norma dello<br />

stesso articolo 118 costituzione (come riformato dalla legge 3/2001), sulla base dei principi <strong>di</strong><br />

“<strong>di</strong>fferenziazione e adeguatezza” (art.5, commi 3 e 4).<br />

Nell’imme<strong>di</strong>ato, vengono conferite alle regioni le competenze delegate e trasferite dal DPR<br />

14 gennaio 1972, n.3 (art.4, comma 1, ultima parte), sulla scorta della vecchia <strong>di</strong>sciplina<br />

dell’articolo 117 della costituzione, che attribuiva alla Regione competenze proprie in materia<br />

<strong>di</strong> biblioteche e musei locali. Attraverso le forme <strong>di</strong> intesa e coor<strong>di</strong>namento sopra in<strong>di</strong>cate<br />

sarà tuttavia possibile in futuro che lo Stato conferisca alle regioni la tutela <strong>di</strong> altri beni<br />

culturali. L’art.5, comma 3, cita in particolare le raccolte librarie private, nonché carte<br />

geografiche, spartiti musicali, fotografie, pellicole o altro materiale au<strong>di</strong>ovisivo, purché non<br />

appartenente allo Stato. La nozione non comprende, naturalmente, materiali che facciano<br />

parte <strong>di</strong> archivi. Il comma 4, inoltre, prelude alla possibilità che siano in<strong>di</strong>viduate altre forme<br />

<strong>di</strong> coor<strong>di</strong>namento in materia <strong>di</strong> tutela, sulla base degli stessi parametri <strong>di</strong> “<strong>di</strong>fferenziazione<br />

ed adeguatezza”, tra lo Stato e le Regioni che ne facciano richiesta.<br />

Per quanto detto, la tutela degli archivi viene dunque conservata, sia sotto il profilo della<br />

potestà normativa che sotto il profilo dell’esercizio, allo Stato. Quanto alla conservazione e<br />

alla valorizzazione, tema che riguarda in particolare gli Archivi <strong>di</strong> Stato, la nuova <strong>di</strong>sciplina,<br />

stabilito il principio che lo Stato, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali assicurano la<br />

valorizzazione dei propri beni, come vedremo, prevede forme <strong>di</strong> accordo tra lo Stato e le<br />

Regioni su base regionale al fine <strong>di</strong> integrare e armonizzare le attività <strong>di</strong> valorizzazione dei<br />

beni pubblici. Ove l’accordo non sia raggiunto in sede locale né in sede centrale, la<br />

valorizzazione costituisce comunque un obbligo dell’Ente che ha la <strong>di</strong>sponibilità del bene<br />

(art.112).<br />

3. Tutela<br />

Veniamo ora ai criteri e alle modalità <strong>di</strong> in<strong>di</strong>viduazione del bene culturale archivio.<br />

3.1.1.Oggetto della tutela<br />

L’art.10 (già art 2 TU) non innova la previgente <strong>di</strong>sciplina rispetto agli archivi pubblici, che<br />

appartengano allo Stato, alle Regioni, agli altri enti territoriali e a ogni altro ente ed istituto<br />

pubblico (art.10, comma 2). Essi sono infatti vincolati ope legis sin dal momento della loro<br />

formazione. Rispetto agli archivi privati, il vincolo, come si è osservato, è costitutivo della<br />

qualità stessa <strong>di</strong> bene culturale e riguarda gli archivi che rivestano un interesse storico<br />

particolarmente importante (art.10, comma 3). La nuova locuzione, che sostituisce quella <strong>di</strong><br />

“notevole interesse storico” recata dal Testo Unico (art.2), e che è stata adottata per rendere<br />

omogenea la definizione <strong>di</strong> interesse con riferimento a tutto il patrimonio culturale (ad<br />

eccezione delle collezioni) non innova sostanzialmente la <strong>di</strong>sciplina previgente. Può cioè<br />

considerarsi equivalente la portata delle due <strong>di</strong>verse definizioni, anche alla luce dei principi


ecati dalla legge <strong>di</strong> delega che, come si è detto, fa <strong>di</strong>vieto al legislatore delegato <strong>di</strong> ridurre la<br />

portata delle misure <strong>di</strong> tutela e, al contempo, <strong>di</strong> aumentare gli oneri a carico della proprietà<br />

privata.<br />

Una novità <strong>di</strong> interesse è invece introdotta dall’art.13, comma 2, che per gli archivi pubblici,<br />

come per tutti gli altri beni culturali vincolati ope legis, stabilisce che essi rimangono<br />

sottoposti a tutela anche quando i soggetti ai quali essi appartengono mutino in qualunque<br />

modo la loro natura giuri<strong>di</strong>ca. Si introduce in tal modo per via normativa un principio <strong>di</strong><br />

ultrattività della normativa <strong>di</strong> tutela, che segue il bene anche attraverso le mo<strong>di</strong>fiche degli<br />

assetti istituzionali, che possono portare al mutamento della natura giuri<strong>di</strong>ca, dunque alla<br />

privatizzazione, del soggetto cui appartengono. Tale principio era stato introdotto in via<br />

interpretativa da un parere del Consiglio <strong>di</strong> Stato con riferimento ai soli archivi.<br />

Qualche mutamento <strong>di</strong> rilievo reca anche la <strong>di</strong>sciplina del proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> <strong>di</strong>chiarazione<br />

(art.14, già art.7 del TU). E’infatti richiesto che nella comunicazione <strong>di</strong> avvio, fatta al<br />

proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo della cosa che forma oggetto del<br />

proce<strong>di</strong>mento, devono essere in<strong>di</strong>cati gli elementi <strong>di</strong> identificazione e valutazione “risultanti<br />

dalle prime indagini”: circostanza, quest’ultima, non precisata dall’art.7 del Testo unico, che<br />

agevola il lavoro del Soprintendente. Resta ferma l’anticipazione al momento della<br />

<strong>di</strong>chiarazione dell’applicazione in via cautelare delle norme relative alla protezione del bene,<br />

alla vigilanza e controllo e all’alienazione.<br />

Si nota per inciso che l’imputazione della responsabilità è fatta per via normativa al<br />

Soprintendente. Si tratta <strong>di</strong> una scelta che il legislatore delegato ha fatto in questo e in<br />

pochissimi altri casi, che riguardano comunque rapporti <strong>di</strong>retti tra il citta<strong>di</strong>no e l’autorità<br />

pubblica. Infatti anche il Co<strong>di</strong>ce, come il Testo Unico, in<strong>di</strong>vidua generalmente nel Ministero<br />

l’autorità competente ad adottare provve<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> tutela, rinviando alle norme <strong>di</strong><br />

organizzazione l’in<strong>di</strong>viduazione dell’organo effettivamente competente.<br />

Una novità importante riguarda il ricorso amministrativo <strong>di</strong> legittimità e <strong>di</strong> merito<br />

introdotto dall’art.16 avverso la <strong>di</strong>chiarazione, con effetto sospensivo della <strong>di</strong>chiarazione<br />

stessa. Tale effetto non riguarda le <strong>di</strong>sposizioni sopra enunciate, relative alla protezione,<br />

vigilanza e controllo e alienazione del bene. Trascorso inutilmente il termine <strong>di</strong> novanta<br />

giorni per la decisione, il ricorso si intende rigettato. Si applicano le <strong>di</strong>sposizioni relative al<br />

ricorso amministrativo (DPR 1199/1971).<br />

L’articolo 17 ripete le <strong>di</strong>sposizioni già contenute nell’art.15, comma 3 e 16 del Testo Unico.<br />

La nuova formulazione riconosce tuttavia alle regioni e agli altri enti locali un ruolo più<br />

incisivo nell’attività <strong>di</strong> catalogazione, rispetto a quanto stabilito dalla previgente normativa.<br />

E’ riservato al Ministero un potere <strong>di</strong> coor<strong>di</strong>namento dell’attività <strong>di</strong> catalogazione, anche<br />

effettuata dalle regioni e dagli altri enti pubblici territoriali (comma 1), come pure gli è<br />

attribuito il potere <strong>di</strong> definire, con il concorso delle regioni, le procedure e le modalità <strong>di</strong><br />

catalogazione (comma 2). I dati raccolti affluiscono al catalogo nazionale dei beni culturali<br />

(comma 5). Il nuovo assetto normativo tiene anche conto della positiva sperimentazione del<br />

rapporto con le regioni delineato dal decreto legislativo 112/98 e dalla <strong>di</strong>sposizioni del Testo<br />

Unico. Per effetto <strong>di</strong> quella normativa sono stati sottoscritti protocolli tra Stato, regioni ed<br />

enti locali per la catalogazione dei beni. L’ultimo, relativo agli archivi, è stato sancito dalla<br />

Conferenza unificata nella seduta del 27 marzo 2003 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale<br />

n.114 del 19 maggio 2003, serie generale, pp.41 ss.. Per l’attuazione dell’accordo è istituita una<br />

Commissione mista, composta da sei rappresentanti del Ministero, tre delle regioni, uno<br />

dell’UPI e due dell’ANCI, con compiti articolati.


3.1.2. Vigilanza<br />

A fronte <strong>di</strong> questo ampliamento dei compiti delle regioni, conseguente anche alla potestà<br />

loro conferita dalla nuova formulazione del titolo V della costituzione in materia <strong>di</strong><br />

valorizzazione e dunque <strong>di</strong> miglioramento della conoscenza e della fruizione pubblica del<br />

patrimonio, vengono interamente recuperati allo Stato (dall’art.18) i compiti <strong>di</strong> vigilanza, che,<br />

a norma dell’art.15 del Testo unico erano esercitati con la cooperazione delle regioni. Soltanto<br />

per i beni culturali appartenenti alle regioni e agli altri enti pubblici contemplati nell’art.12,<br />

comma 1 – dunque per i beni <strong>di</strong> interesse artistico – il Ministero “procede me<strong>di</strong>ante forma <strong>di</strong><br />

intesa e coor<strong>di</strong>namento con le Regioni”. Gli archivi restano esclusi da questa previsione. La<br />

novella rafforza dunque i poteri ispettivi dello Stato sugli archivi delle regioni e degli enti<br />

territoriali e sugli archivi non statali in generale.<br />

Per gli archivi delle amministrazioni statali, al <strong>di</strong> là del principio generale del comma 1,<br />

secondo il quale “la vigilanza sui beni culturali compete al Ministero” , rimangono ferme le<br />

<strong>di</strong>sposizioni relative alle Commissioni <strong>di</strong> sorveglianza istituite presso gli uffici dello Stato,<br />

già previste dall’art.30 del TU e ora dall’art.41 del co<strong>di</strong>ce.<br />

Come vedremo con riferimento agli articoli 21, 30 e seguenti, tale potere è reso<br />

particolarmente incisivo anche sugli archivi correnti.<br />

3.1.3 Protezione e conservazione<br />

3.1.3.1 Misure <strong>di</strong> protezione<br />

Il Capo III del Titolo I raccoglie le norme relative alle misure <strong>di</strong> protezione e conservazione,<br />

riproducendo sostanzialmente le <strong>di</strong>sposizioni degli articoli 21 e seguenti del Testo unico.<br />

Tuttavia la nuova formulazione, che aggrega le <strong>di</strong>sposizioni con criteri <strong>di</strong>versi,<br />

omogeneizzandone in maniera più spinta il contenuto normativo rispetto a tutti i beni<br />

culturali – ivi inclusi gli archivi – ottiene degli esiti innovativi che vale la pena <strong>di</strong><br />

commentare in dettaglio.<br />

Sistematicamente, l’art.20 contempla gli interventi vietati in senso assoluto, mentre<br />

l’articolo 21 contempla quelli che sono ammessi previa autorizzazione statale. L’autorità<br />

in<strong>di</strong>cata è, per le ragioni dette, il Ministero.<br />

In particolare, per quanto riguarda gli archivi:<br />

• l’art.20, comma 2 (che riproduce l’art.21, comma 4, prima parte del Testo Unico), vieta lo<br />

smembramento degli “archivi”, come fattispecie <strong>di</strong>versa dalla <strong>di</strong>struzione, danneggiamento e<br />

uso non compatibile, che pure è una condotta vietata con riferimento a tutti i beni culturali,<br />

dunque anche agli archivi.<br />

• l’articolo 21, comma 1, lettera e), riprendendo la <strong>di</strong>sposizione dell’art.21, comma 4, seconda<br />

parte del Testo unico, sottopone ad autorizzazione del Ministero il trasferimento ad altre<br />

persone giuri<strong>di</strong>che <strong>di</strong> complessi organici <strong>di</strong> documentazione <strong>di</strong> archivi pubblici, “nonché <strong>di</strong><br />

archivi <strong>di</strong> soggetti giuri<strong>di</strong>ci privati”.<br />

In questa nuova formulazione l’applicazione delle due <strong>di</strong>sposizioni si può prestare a<br />

dubbi interpretativi, quanto alla loro estensione soggettiva e oggettiva. Occorre osservare<br />

che entrambe le <strong>di</strong>sposizioni, nella sistematica del testo, debbono intendersi riferite, per il<br />

profilo oggettivo, alla generalità degli archivi pubblici, vincolati ope legis, e, per gli<br />

archivi privati, a quelli <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> interesse storico particolarmente importante: cioè agli<br />

archivi in quanto “beni culturali”; per il profilo soggettivo agli enti ed altri organismi<br />

pubblici e ai privati (enti o persone) proprietari, possessori o detentori <strong>di</strong> archivi<br />

<strong>di</strong>chiarati. Questa interpretazione appare la più ragionevole per considerazioni che


investono, per un verso, la <strong>di</strong>ffusione del «bene» (quasi ciascun citta<strong>di</strong>no ha un archivio) e,<br />

per altro verso, il rapporto del privato con le proprie carte, che documentano anche la<br />

sfera più gelosa dei suoi interessi e/o dei rapporti familiari e sociali. Un’interpretazione<br />

più estensiva della norma potrebbe giungere a comprendere concettualmente nella<br />

previsione gli archivi privati <strong>di</strong> interesse storico, ancorché non <strong>di</strong>chiarati. Rispetto ad essi<br />

il proprietario, possessore o detentore ha un obbligo <strong>di</strong> denuncia all’autorità pubblica, cioè<br />

al Soprintendente archivistico, a norma dell’art. 63 (obbligo <strong>di</strong> denuncia dell’attività<br />

commerciale e <strong>di</strong> tenuta del registro. Obbligo <strong>di</strong> denuncia della ven<strong>di</strong>ta o dell’acquisto <strong>di</strong><br />

documenti). Il comma 4, seconda parte, dell’articolo stabilisce infatti un obbligo <strong>di</strong> denuncia<br />

a carico <strong>di</strong> soggetti privati proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo “<strong>di</strong> archivi<br />

che acquisiscano documenti” <strong>di</strong> interesse storico. La <strong>di</strong>sposizione replica quella dell’art.9<br />

del Testo Unico e la inserisce sistematicamente nel contesto del commercio dei beni<br />

culturali. Il criterio cui è ancorato l’obbligo della denuncia, per i privati, non è più quello<br />

dell’antichità della documentazione, come per l’art.9 del Testo Unico (documenti anteriori<br />

all’ultimo settantennio) ma il suo interesse storico. A quest’obbligo <strong>di</strong> denuncia, che<br />

configura in nuce anche un obbligo <strong>di</strong> conservazione e salvaguar<strong>di</strong>a del bene (almeno<br />

fintanto che non ne sia riconosciuta, dal Soprintendente, l’irrilevanza ai fini storici), può<br />

farsi corrispondere il <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong> smembramento sancito dall’articolo che si commenta per<br />

gli archivi <strong>di</strong> interesse storico, ancorché non <strong>di</strong>chiarati.<br />

Occorre infine rilevare che, nei circa tre anni <strong>di</strong> applicazione del Testo Unico, la<br />

<strong>di</strong>sposizione oggi contenuta nell’art.21, comma 1, lett.e) ha conferito allo Stato uno strumento<br />

efficace per governare, in assenza <strong>di</strong> specifiche <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> legge, il trasferimento degli<br />

archivi nei processi <strong>di</strong> cambiamento della pubblica amministrazione: finalità che fu poi la<br />

ragione per la quale queste <strong>di</strong>sposizioni furono introdotte nel Testo 2[2]. Nuova forza viene<br />

conferita ora al precetto normativo dalla <strong>di</strong>sposizione dell’art.13, comma 2, sopra<br />

commentata, che introduce un principio <strong>di</strong> ultrattività della normativa <strong>di</strong> tutela dei beni,<br />

anche in caso <strong>di</strong> cambiamento della situazione giuri<strong>di</strong>ca del soggetto proprietario.<br />

L’articolo 21 reca un’altra importante novità per gli archivi. I commi 4 e 5<br />

stabiliscono infatti che, “l’esecuzione <strong>di</strong> opere e lavori <strong>di</strong> qualunque genere su beni<br />

culturali è subor<strong>di</strong>nata ad autorizzazione del Soprintendente” e che “l’autorizzazione è<br />

resa su progetto o, qualora sufficiente, su descrizione dell’intervento, presentati dal<br />

richiedente, e può contenere prescrizioni”. Si riassume in un unico atto autorizzativo la<br />

doppia istanza, quella <strong>di</strong> autorizzazione e <strong>di</strong> successiva approvazione del progetto, già<br />

prevista per gli interventi sui beni culturali rispettivamente dagli articoli 21, comma 1, e<br />

23 del Testo unico, con un’ulteriore semplificazione del proce<strong>di</strong>mento.<br />

La nuova <strong>di</strong>sciplina si applica agli interventi sugli archivi (mentre, nell’or<strong>di</strong>namento<br />

previgente, non si applicava ad essi la norma dell’art.23, che prevedeva l’approvazione<br />

del progetto), con l’effetto <strong>di</strong> rendere evidente un principio già contenuto in nuce nella<br />

vecchia normativa: e cioè che sono soggetti ad autorizzazione anche gli interventi sugli<br />

archivi correnti delle pubbliche amministrazioni e che l’autorizzazione viene concessa<br />

sulla base <strong>di</strong> un progetto o <strong>di</strong> una relazione tecnica. La forza cogente della <strong>di</strong>sposizione<br />

trova una conferma anche nelle <strong>di</strong>sposizioni degli articoli 30 e successivi, come<br />

vedremo.<br />

Gli altri commi dell’art.21 riferiti agli archivi confermano la previgente <strong>di</strong>sciplina: e<br />

così l’art.21, comma 1, lett. d), subor<strong>di</strong>na ad autorizzazione lo scarto <strong>di</strong> documenti degli<br />

archivi vincolati. Il comma 2 sottopone ad autorizzazione preventiva lo spostamento dei<br />

beni culturali, dunque anche degli archivi sottoposti alla <strong>di</strong>sciplina <strong>di</strong> tutela, ed il comma<br />

2[2] Cfr, sul punto, MGPastura, cit.


3 eccettua dall’applicazione della norma gli archivi correnti delle pubbliche<br />

amministrazioni.<br />

Rimane ferma la possibilità, già prevista nel Testo unico (art.27 TU, art.27 del<br />

Co<strong>di</strong>ce), che interventi d’urgenza siano eseguiti senza preventiva autorizzazione, salva<br />

imme<strong>di</strong>ata comunicazione al Soprintendente, al quale sono anche inviati i progetti degli<br />

interventi definitivi, per la prescritta autorizzazione.<br />

L’art.24, che ripete l’art.29 del Testo Unico, amplia a tutti i soggetti pubblici (non<br />

solo dunque alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali, com’era nel vecchio testo), la<br />

possibilità che gli interventi contemplati dall’articolo 21 siano oggetto <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> tra il<br />

Ministero e il soggetto pubblico interessato.<br />

Anche l’art.28, che ripete l’omologa <strong>di</strong>sposizione del Testo unico (art.28), reca un<br />

elemento <strong>di</strong> novità: la <strong>di</strong>sposizione, relativa alle misure cautelari e preventive, che il<br />

Soprintendente può imporre nel caso <strong>di</strong> opere condotte su beni culturali senza<br />

autorizzazione o in <strong>di</strong>fformità da esse, o su beni non ancora <strong>di</strong>chiarati (con l’obbligo<br />

tuttavia <strong>di</strong> iniziare il proce<strong>di</strong>mento <strong>di</strong> <strong>di</strong>chiarazione entro i successivi trenta giorni), si<br />

applica infatti anche agli archivi 3[3]. In conseguenza <strong>di</strong> tale <strong>di</strong>sposizione ogni opera<br />

condotta su un archivio <strong>di</strong> interesse storico particolarmente importante, ancorché non<br />

<strong>di</strong>chiarato, può essere sospesa per or<strong>di</strong>ne del Soprintendente, a fronte <strong>di</strong> un onere che<br />

incombe su quest’ultimo <strong>di</strong> iniziare la procedura per la <strong>di</strong>chiarazione nei successivi<br />

trenta giorni. Ricade in questa ipotesi anche ogni attività che possa prefigurare condotte<br />

illecite, quali lo smembramento o il danneggiamento <strong>di</strong> un bene potenzialmente<br />

suscettibile <strong>di</strong> essere sottoposto a vincolo.<br />

3.1.3.2 Misure <strong>di</strong> conservazione<br />

Anche per le <strong>di</strong>sposizioni che <strong>di</strong>sciplinano la conservazione il co<strong>di</strong>ce opera un<br />

compattamento della previgente normativa e ne razionalizza per altri aspetti il<br />

contenuto, con conseguenze <strong>di</strong> rilievo per la <strong>di</strong>sciplina sugli archivi.<br />

C’è anzitutto da sottolineare che l’art.29, che enuncia il concetto <strong>di</strong> conservazione,<br />

ampliando la definizione (<strong>di</strong> “restauro”) contenuta nell’art.34 del Testo Unico,<br />

introduce per legge il principio che il restauro dei beni culturali debba essere affidato a<br />

“coloro che sono restauratori <strong>di</strong> beni culturali ai sensi della normativa in materia” e<br />

detta <strong>di</strong>sposizioni sulle scuole <strong>di</strong> alta formazione per i restauratori, che possono essere<br />

attivate anche me<strong>di</strong>ante appositi accor<strong>di</strong> e intese tra il Ministero e le regioni,con il<br />

concorso delle università e <strong>di</strong> altri soggetti, pubblici e privati.<br />

L’articolo 30 enuncia gli obblighi conservativi. Il comma 1, i cui contenuti normativi<br />

sono anticipati nei principi generali, come abbiamo visto, introduce un obbligo positivo<br />

<strong>di</strong> conservazione dei beni culturali <strong>di</strong> loro appartenenza per tutti i soggetti pubblici. Il<br />

comma 2, recuperando la <strong>di</strong>sposizione dell’art.22, comma 5 del Testo Unico, obbliga gli<br />

stessi soggetti e le persone giuri<strong>di</strong>che private senza fini <strong>di</strong> lucro a fissare i beni culturali<br />

nel luogo <strong>di</strong> loro destinazione nel modo in<strong>di</strong>cato dal Soprintendente. L’obbligo <strong>di</strong><br />

conservazione è posto dal comma 3 anche a carico dei privati, secondo un principio<br />

3[3] Qualche dubbio <strong>di</strong> eccesso rispetto ai limiti della delega insorge per gli archivi privati. Nessuna obiezione è tuttavia<br />

stata sollevata dai numerosi pareri resi sul testo normativo.


anch’esso anticipato nei principi generali. Tali obblighi sono estesi, come nella<br />

previgente <strong>di</strong>sciplina, anche ai proprietari, possessori o detentori <strong>di</strong> archivi tutelati. Per<br />

gli archivi, in particolare, sono replicati dal comma 4 gli obblighi <strong>di</strong> or<strong>di</strong>namento e<br />

inventariazione già previsti dall’art.40 del Testo Unico, ed è replicato l’obbligo <strong>di</strong><br />

conservarli nella loro organicità, già stabilito dall’art.21, comma 4 del Testo Unico. Ne<br />

viene fuori un quadro normativo coeso, che <strong>di</strong>segna compiutamente gli oneri<br />

conservativi a carico dei proprietari, possessori e detentori <strong>di</strong> archivi.<br />

L’esito <strong>di</strong> questa operazione si coglie coor<strong>di</strong>nando le <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> questo articolo<br />

con quelle degli artt.31, 32 e 33, che ripetono le norme del Testo unico in tema <strong>di</strong><br />

interventi esecutivi volontari e imposti (artt.35-37 del Testo). Ne consegue, infatti, un<br />

notevole ampliamento del potere <strong>di</strong> intervento sostitutivo dello Stato. Esso si applica,<br />

infatti, a tutti gli obblighi posti a carico dei proprietari dall’art.30, comma 4. Di<br />

conseguenza, l’intervento sostitutivo può riguardare anche l’or<strong>di</strong>namento e la<br />

conservazione degli archivi correnti e <strong>di</strong> deposito delle pubbliche amministrazioni, oltre<br />

ché, come era nel previgente or<strong>di</strong>namento, gli archivi storici. Si tratta, in tutta evidenza,<br />

<strong>di</strong> una facoltà particolarmente invasiva e potenzialmente confliggente con il principio <strong>di</strong><br />

autoorganizzazione riconosciuto agli enti dalla normativa vigente (DPR 445/2000),<br />

all’interno <strong>di</strong> principi generali stabiliti dalla legge statale, poiché si sostanzia in<br />

interventi puntuali, nei quali lo Stato si sostituisce all’ente pubblico nell’organizzazione<br />

delle pratiche d’ufficio. D’altro canto, in linea <strong>di</strong> principio la <strong>di</strong>sposizione rafforza la<br />

facoltà dello Stato, già riconosciuta dalla previgente normativa, <strong>di</strong> vigilare sulla corretta<br />

tenuta degli archivi correnti degli enti pubblici, esercitando funzioni <strong>di</strong> controllo sulla<br />

loro tenuta.<br />

Cambiano anche, in conseguenza <strong>di</strong> quanto detto, i criteri per la concessione del<br />

contributo dello Stato.<br />

A norma dell’articolo 34, per gli interventi imposti, o eseguiti <strong>di</strong>rettamente dallo Stato,<br />

l’obbligo <strong>di</strong> sostenerne il peso è a carico del proprietario, possessore o detentore.<br />

Soltanto nel caso si tratti <strong>di</strong> interventi <strong>di</strong> particolare importanza o su beni in uso e<br />

go<strong>di</strong>mento pubblico lo Stato può sostenere in tutto o in parte la spesa, o rimborsare al<br />

proprietario, anche per stati <strong>di</strong> avanzamento lavori, le somme da questi erogate (art.34).<br />

Dunque, in linea teorica, lo Stato può sostenere anche gli oneri <strong>di</strong> or<strong>di</strong>namento degli<br />

archivi correnti della pubblica amministrazione.<br />

Per gli interventi volontari il contributo dello Stato è fissato <strong>di</strong> norma al tetto massimo<br />

del 50 per cento della spesa sostenuta. L’ammontare del contributo può coprire anche<br />

l’intera spesa quando l’intervento rivesta particolare importanza o sia eseguito su beni in<br />

uso e go<strong>di</strong>mento pubblico. Per quanto riguarda gli archivi, il contributo può essere<br />

erogato, come nel previgente or<strong>di</strong>namento, solo per l’inventariazione degli archivi<br />

storici (art.35). A norma dell’art.36, il contributo è concesso a lavori ultimati e collaudati<br />

sulla spesa effettivamente sostenuta, ma possono essere erogati acconti per stati <strong>di</strong><br />

avanzamento lavori regolarmente certificati.<br />

L’apparente uniformità <strong>di</strong> trattamento riservata agli interventi volontari e a<br />

quelli imposti si risolve, in realtà, in una penalizzazione dei proprietari destinatari <strong>di</strong><br />

interventi imposti, per i quali il contributo dello Stato, anche in percentuale modesta,<br />

scatta solo nell’ipotesi <strong>di</strong> interventi <strong>di</strong> particolare rilievo o su beni in uso e go<strong>di</strong>mento<br />

pubblico. Tale innovazione, introdotta insieme con l’altra, che estende agli interventi<br />

volontari la possibilità che lo Stato sostenga l’intera spesa, quando ricorra una delle due<br />

con<strong>di</strong>zioni predette, ha un significato affittivo per l’inerzia del proprietario, non<br />

presente nel previgente or<strong>di</strong>namento e sospetta <strong>di</strong> qualche profilo <strong>di</strong> eccesso rispetto alla<br />

legge <strong>di</strong> delega.


Gli articoli 41 e 42 (obblighi <strong>di</strong> versamento negli Archivi <strong>di</strong> stato e conservazione degli<br />

archivi storici <strong>di</strong> organi costituzionali) ripetono le <strong>di</strong>sposizioni degli articoli 30 e 31,<br />

senza innovazioni.<br />

Viene sostanzialmente confermato dall’art.43 l’istituto del deposito coattivo già<br />

regolato dall’art.47 del Testo Unico, volto ad assicurare la conservazione del bene:<br />

concetto che implica, secondo la formulazione ampia dell’art. 29, “una coerente,<br />

coor<strong>di</strong>nata e programmata attività <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, prevenzione, manutenzione e restauro” .<br />

Cambia invece l’istituto del deposito volontario. L’art.44, infatti, <strong>di</strong>sciplina l’istituto del<br />

deposito volontario <strong>di</strong> beni culturali in istituti <strong>di</strong> conservazione pubblica, previsto dal<br />

TU con riferimento soltanto agli archivi (art.48), estendendolo a tutti i beni culturali. La<br />

nuova norma reca alcune significative novità: per i beni, e dunque per gli archivi<br />

privati, si fa riferimento all’istituto civilistico del comodato; è stabilito un termine <strong>di</strong><br />

cinque anni, rinnovabile anche tacitamente; è prevista una copertura assicurativa a<br />

carico dello Stato per i beni depositati. Per i beni pubblici è più chiaramente enunciato il<br />

principio che le spese <strong>di</strong> conservazione e custo<strong>di</strong>a sono a carico del depositante.<br />

Dal confronto tra i due istituti, come riformulati nel co<strong>di</strong>ce, <strong>di</strong>scende la conseguenza<br />

che le esigenze <strong>di</strong> tutela sono or<strong>di</strong>nariamente assicurate dall’istituto del deposito<br />

coattivo, misura amministrativa che non ha alcuna valenza afflittiva nei confronti del<br />

proprietario o possessore del bene. Il deposito volontario è invece finalizzato alla<br />

valorizzazione del bene, e dunque, nella sistematica del co<strong>di</strong>ce, è, con riferimento ai<br />

privati, che non hanno alcun obbligo <strong>di</strong> valorizzazione, ma solo <strong>di</strong> custo<strong>di</strong>a e<br />

conservazione, uno strumento <strong>di</strong> cooperazione pubblico-privato, che prescinde<br />

dall’esercizio <strong>di</strong> una funzione potestativa. In questo quadro, il deposito volontario<br />

assume la forma <strong>di</strong> un comodato d’uso, rinnovabile e assistito, per i soli privati appunto,<br />

da assicurazione del bene.<br />

Tuttavia, per i privati proprietari, possessori o detentori <strong>di</strong> archivi <strong>di</strong>chiarati sussiste, a<br />

norma dell’art. 127, l’obbligo <strong>di</strong> permettere agli stu<strong>di</strong>osi - che ne facciano richiesta<br />

tramite il Soprintendente archivistico - la consultazione dei documenti, secondo<br />

modalità concordate tra lo stesso privato e il Soprintendente. Tra queste modalità<br />

sembra <strong>di</strong> poter sostenere che possa rientrare anche quella <strong>di</strong> un deposito temporaneo,<br />

in caso dell’impossibilità o del rifiuto del privato <strong>di</strong> ottemperare agli obblighi <strong>di</strong> legge<br />

ammettendo gli stu<strong>di</strong>osi nella propria abitazione o nel luogo privato in cui l’archivio è<br />

custo<strong>di</strong>to.<br />

Quanto all’assicurazione a carico dello Stato, pur non essendo, per questa<br />

fattispecie, esplicitamente prevista la possibilità che la garanzia assicurativa sia<br />

sostenuta <strong>di</strong>rettamente dallo Stato, come è invece previsto per l’uscita <strong>di</strong> materiali dagli<br />

istituti <strong>di</strong> conservazione per mostre ed altre manifestazioni culturali, a norma dell’ art.<br />

48, comma 5 per le mostre sul territorio nazionale (che in ciò innova la <strong>di</strong>sciplina del TU)<br />

e dell’art.71, comma 5, per quelle all’estero, ove il Ministero sia tra gli enti promotori o vi<br />

partecipi, si ritiene che, in via interpretativa, tale modalità possa estendersi ai casi <strong>di</strong><br />

deposito volontario.<br />

4. Circolazione in ambito nazionale<br />

Gli articoli dal 53 al 62 ripetono le <strong>di</strong>sposizioni del Testo unico nella stessa materia<br />

(artt.54-61 del TU). Poche le novità.<br />

L’art.54 comma 3 stabilisce la trasferibilità del titolo <strong>di</strong> proprietà dei beni demaniali tra lo<br />

Stato, le regioni e gli enti territoriali, recuperando un principio introdotto in via<br />

interpretativa e co<strong>di</strong>ficato, per i soli immobili del demanio artistico e storico, dal DPR 7<br />

settembre 2000, n.283 che ne <strong>di</strong>sciplinava l’alienazione (art.21, comma 1).


La <strong>di</strong>sposizione si applica anche agli archivi. Va da sé che il trasferimento sarà<br />

legato a cambiamento <strong>di</strong> imputazione delle funzioni che gli archivi documentano.<br />

Tuttavia la <strong>di</strong>sposizione apre nuovi scenari, che andranno attentamente valutati, allo<br />

scopo <strong>di</strong> determinare anche i limiti in cui il trasferimento possa essere autorizzato, al <strong>di</strong><br />

là del caso enunciato.<br />

L’art.56, comma 1 lett.b), pur nella sua essenzialità, che rasenta l’incomprensibilità,<br />

conferma le previgenti <strong>di</strong>sposizioni e cioè sancisce l’inalienabilità degli archivi e dei<br />

documenti pubblici e l’alienabilità, previa autorizzazione, degli archivi appartenenti a<br />

persone giuri<strong>di</strong>che private senza fine <strong>di</strong> lucro (sancità, quest’ultima, dall’art.55, comma 3<br />

del TU).<br />

L’art.61, comma 2, introduce per la prelazione, nel caso <strong>di</strong> mancata o tar<strong>di</strong>va<br />

denuncia del trasferimento <strong>di</strong> proprietà, un limite temporale <strong>di</strong> centottanta giorni dal<br />

momento in cui il ministero ha ricevuto la denuncia o ha comunque acquisito tutti gli<br />

elementi costitutivi della stessa.<br />

L’articolo 63 (obbligo <strong>di</strong> denuncia dell’attività commerciale e <strong>di</strong> tenuta del registro. Obbligo <strong>di</strong><br />

denuncia della ven<strong>di</strong>ta o dell’acquisto <strong>di</strong> documenti) replica <strong>di</strong>sposizioni già contenute negli<br />

articoli dal 62 al 64 e 9 del Testo unico. In particolare, il comma 4 riproduce le <strong>di</strong>sposizioni<br />

dell’art.64 in tema <strong>di</strong> commercio <strong>di</strong> documenti. Il comma 5 replica le <strong>di</strong>sposizioni dell’art.9<br />

del Testo Unico, relative all’obbligo della denuncia, da parte dei privati, degli archivi o dei<br />

documenti anteriori al settantennio <strong>di</strong> cui siano venuti in possesso, e le inserisce nel contesto<br />

del commercio, introducendo un elemento <strong>di</strong> novità per una <strong>di</strong>sposizione che nel TU aveva,<br />

come nel DPR 1409/1963, una collocazione che configurava un obbligo tanto generale<br />

quanto inosservato (e, del resto, non sanzionato). Il criterio cui è ancorato l’obbligo della<br />

denuncia, per i privati, non è quello dell’antichità della documentazione ma del suo<br />

interesse storico.<br />

5. Circolazione in ambito internazionale.<br />

Anche le <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> questo Capo replicano, sostanzialmente, quelle contenute<br />

nell’omologo Capo del Titolo I del Testo Unico, con poche novità, che consistono<br />

essenzialmente nel recepimento testuale <strong>di</strong> leggi sopravvenute a mo<strong>di</strong>ficare alcune<br />

<strong>di</strong>sposizioni.<br />

In particolare, l’art.67 prevede nuovi casi <strong>di</strong> esportazione temporanea <strong>di</strong> beni culturali<br />

vincolati, introdotti, come ius superveniens rispetto al Testo unico,dall’art. 9 della legge 12<br />

luglio 1999, n.237. I casi che qui interessano sono quelli relativi a beni che debbano essere<br />

sottoposti ad analisi, indagini e interventi conservativi da eseguire necessariamente<br />

all’estero o <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> culturali con istituzioni museali straniere e in regime <strong>di</strong> reciprocità.<br />

Nessun limite temporale è previsto per la prima ipotesi, ma esso può essere in via<br />

interpretativa considerato coincidente con il tempo necessario per l’intervento cui il bene<br />

deve essere sottoposto. L’uscita temporanea in attuazione <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> culturali non può<br />

essere comunque superiore a quattro anni.<br />

L’art. 71 introduce l’attestato <strong>di</strong> circolazione temporanea, non previsto dalla previgente<br />

normativa. Si sottolinea che il rilascio del certificato <strong>di</strong> circolazione temporanea è occasione<br />

per accertare l’interesse storico particolarmente importante del bene presentato<br />

all’esportazione. In tale ipotesi, l’ufficio <strong>di</strong> esportazione, che nel caso degli archivi è la<br />

Soprintendenza archivistica, è tenuto a dare inizio al proce<strong>di</strong>mento. I tempi <strong>di</strong> rilascio sono<br />

quelli previsti per il certificato <strong>di</strong> libera circolazione dall’art. 68.


La procedura per il rilascio dell’attestato, dettata dall’art.68, registra una sostanziale<br />

innovazione. E’ infatti abolito il potere inter<strong>di</strong>ttivo del Ministero, previsto dalla previgente<br />

normativa (art.66, comma 2 del T.U.): nella nuova <strong>di</strong>sciplina l’Amministrazione centrale<br />

svolge un’attività <strong>di</strong> informazione, utile all’Ufficio esportazione per compiere la sua<br />

istruttoria e rilasciare o denegare l’attestato. Il proce<strong>di</strong>mento dunque è più agile. Il termine<br />

ultimo è <strong>di</strong> 40 giorni.<br />

6. valorizzazione e fruizione<br />

6.1 Principi generali<br />

Il Titolo II, Fruizione e valorizzazione, è sud<strong>di</strong>viso in tre capi, il primo dei quali contiene i<br />

principi generali cui l’opera <strong>di</strong> valorizzazione si informa.<br />

Tali principi sono sostanzialmente ispirati a tre fondamentali criteri:<br />

• subor<strong>di</strong>nazione dell’attività <strong>di</strong> valorizzazione all’esigenza <strong>di</strong> tutela e salvaguar<strong>di</strong>a<br />

(come enunciato nei principi generali);<br />

• definizione <strong>di</strong> principi generali nei quali si inquadra anche la funzione normativa<br />

concorrente delle Regioni;<br />

• applicazione del principio proprietario, in forza del quale la funzione <strong>di</strong><br />

valorizzazione spetta al proprietario, possessore o detentore del bene.<br />

Si segnala la definizione <strong>di</strong> archivi, recata dall’art. 101. L’utilizzazione dello stesso lemma<br />

per definire il contenitore e il contenuto (com’è nel resto del co<strong>di</strong>ce) genera notevole<br />

confusione, esaltata dalla circostanza che le definizioni in parola sono enunciate, come recita<br />

il comma 1, “ai fini del presente co<strong>di</strong>ce” e non, come sarebbe stato corretto, ai “fini del<br />

presente titolo”. Pur essendo indubbio che in altre parti del co<strong>di</strong>ce il lemma archivio viene<br />

usato in altro significato, sarebbe opportuno che in sede <strong>di</strong> revisione questo errore<br />

concettuale, come altri presenti nel co<strong>di</strong>ce, venga emendato.<br />

6.2 Principi della valorizzazione <strong>di</strong> beni culturali<br />

L’art.111 integra la definizione <strong>di</strong> valorizzazione recata dalla Parte I del co<strong>di</strong>ce, stabilendo,<br />

tra l’altro, che alla valorizzazione ad iniziativa pubblica possono partecipare anche privati<br />

(comma 1) e che la valorizzazione ad iniziativa privata è attività socialmente utile e ne è<br />

riconosciuta la finalità <strong>di</strong> solidarietà sociale (comma 4), mentre l’articolo 112 fissa i criteri<br />

della valorizzazione, secondo il principio proprietario già sottolineato, stabilendo per <strong>di</strong> più<br />

che la legislazione regionale non influisce sulla valorizzazione dei beni <strong>di</strong> proprietà statale.<br />

Da sottolineare che il principio proprietario si coniuga con l’in<strong>di</strong>cazione della ricerca <strong>di</strong><br />

un’intesa tra i soggetti pubblici e della stipula <strong>di</strong> accor<strong>di</strong> su base regionale per definire gli<br />

obbiettivi, i tempi e le modalità della valorizzazione dei beni (art.112, comma 4), con la<br />

previsione <strong>di</strong> un livello decisionale centrale qualora l’accordo non venga raggiunto in<br />

ambito locale (art.112, commi 5 e 6) e della possibilità <strong>di</strong> coinvolgere nell’accordo anche<br />

soggetti privati (art.112, comma 7). La valorizzazione pubblica dovrà avvenire secondo livelli<br />

<strong>di</strong> qualità fissati dal Ministero con il concorso delle regioni e altri enti territoriali e delle<br />

università (art.114).<br />

Questo nuovo quadro normativo prefigura, per gli Archivi <strong>di</strong> Stato, nuovi scenari <strong>di</strong><br />

cooperazione interistituzionale: scenari sui quali da tempo si va <strong>di</strong>scutendo in <strong>di</strong>verse se<strong>di</strong>,<br />

anche in ragione delle <strong>di</strong>fficoltà in cui versano gli Istituti <strong>di</strong> conservazione, segnatamente<br />

determinate dalla progressiva riduzione <strong>di</strong> risorse umane, ma dall’inadeguatezza delle se<strong>di</strong><br />

ad accogliere la grande massa <strong>di</strong> documentazione prodotta dalle amministrazioni statali<br />

cessate o trasformate in enti pubblici, nonché finanziarie.


L’art.115 definisce le modalità <strong>di</strong> gestione: attività, quest’ultima, non prevista dalla legge<br />

<strong>di</strong> riforma costituzionale già citata, che si occupa <strong>di</strong> tutela e valorizzazione, e dell’attività<br />

amministrativa, conferita ai Comuni, secondo il principio della sussi<strong>di</strong>arietà verticale (che<br />

prevede la competenza comunale, cui si sostituisce la competenza degli organismi<br />

sopraor<strong>di</strong>nati; nell’or<strong>di</strong>ne: province, regioni, Stato). L’articolo colma in tal modo una lacuna,<br />

e lo fa, a nostro avviso, in<strong>di</strong>cando la forma della concessione o della convenzione come la<br />

modalità privilegiata, anche se non obbligata, <strong>di</strong> gestione pubblica della funzione.<br />

Si stabilisce infatti che la valorizzazione ad iniziativa pubblica deve essere assicurata<br />

me<strong>di</strong>ante strutture interne all’amministrazione, dotate della necessaria autonomia<br />

scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile e provviste <strong>di</strong> idoneo personale tecnico<br />

(comma 2): strutture che ben <strong>di</strong>fficilmente possono essere attrezzate anche dallo Stato, com’è<br />

nell’esperienza quoti<strong>di</strong>ana. L’alternativa (comma 3), è quella dell’affidamento a soggetti terzi,<br />

estranei all’Amministrazione concedente o da essa costituiti o partecipati: tra questi, anche<br />

le società <strong>di</strong> capitali. Il principio <strong>di</strong> valutazione per la scelta è fissato, per lo Stato e le<br />

Regioni, nell’efficacia e efficienza nel raggiungimento degli obbiettivi. Per i Comuni è<br />

in<strong>di</strong>cata, come principio generale (comma 6), la scelta della valorizzazione in concessione,<br />

salvo che “per le modeste <strong>di</strong>mensioni o per le caratteristiche dell’attività non risulti<br />

conveniente od opportuna la gestione in forma <strong>di</strong>retta”.<br />

Questo in<strong>di</strong>rizzo, ricorrente nelle leggi finanziarie degli ultimi anni, viene dunque<br />

co<strong>di</strong>ficato, cioè entra a far parte stabilmente delle modalità <strong>di</strong> gestione del patrimonio<br />

culturale, e vi entra nella forma più ampia possibile. Tale circostanza fa prevedere,<br />

naturalmente, una crescita esponenziale del fenomeno, già ragguardevole, della cosiddetta<br />

esternalizzazione dei servizi d’archivio. Non ne sono esenti gli stessi Archivi <strong>di</strong> Stato. Si<br />

ritiene che, poiché gli obbiettivi della valorizzazione non possono confliggere con le<br />

esigenze della tutela, nella valutazione dell’efficacia ed efficienza della modalità <strong>di</strong> esercizio<br />

della funzione <strong>di</strong> valorizzazione debbano entrare anche, <strong>di</strong>rei soprattutto, gli aspetti legati<br />

alla salvaguar<strong>di</strong>a e protezione del bene culturale, in aggiunta a quelli della pubblica<br />

fruizione e della valorizzazione <strong>di</strong> esso.<br />

L’art.116 richiama infine, doverosamente, le funzioni <strong>di</strong> tutela che il Ministero continua ad<br />

esercitare sui beni pubblici conferiti o concessi.<br />

6.3 consultabilità dei documenti e accesso agli archivi<br />

Il Capo III è de<strong>di</strong>cato alla “Consultabilità dei documenti degli archivi e tutela della riservatezza”.<br />

Nei sei articoli che lo compongono, dal 122 al 127, sono riportate le <strong>di</strong>sposizioni già<br />

contenute negli articoli 107-111 del Testo unico, come mo<strong>di</strong>ficati e integrati dal decreto<br />

legislativo 281/1999. Di quest’ultimo decreto sono state prese in considerazione dunque<br />

soltanto le <strong>di</strong>sposizioni che hanno testualmente novellato gli articoli 21 e 22 del DPR<br />

1409/1963, e dunque gli articoli 107 e 108 dl T.U. Il resto della <strong>di</strong>sciplina è confluita, com’è<br />

noto, nel decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196, recante il co<strong>di</strong>ce in materia <strong>di</strong><br />

protezione dei dati personali integrato dal co<strong>di</strong>ce deontologico, cui anche il co<strong>di</strong>ce beni<br />

culturali fa espresso rinvio.***********<br />

La materia è <strong>di</strong>versamente <strong>di</strong>stribuita, per rendere più strutturata e organica l’integrazione<br />

dei due testi normativi, con qualche esito innovativo <strong>di</strong> un certo interesse.<br />

L’articolo 122 raccoglie le <strong>di</strong>sposizioni relative alla consultabilità dei documenti presso gli<br />

archivi <strong>di</strong> stato e gli archivi storici degli enti pubblici, riportando le <strong>di</strong>sposizioni degli<br />

articoli 107 e 108, comma 1, del Testo Unico, come novellate dal decreto legislativo<br />

281/1999.<br />

E’ portato ad esponente della <strong>di</strong>sciplina, per tutti gli archivi pubblici, il principio libera<br />

consultabilità degli atti in essi conservati (comma 1).


Le eccezioni a questo principio sono enunciate <strong>di</strong> seguito (lett. a e b): per gli atti “<strong>di</strong>chiarati<br />

<strong>di</strong> carattere riservato, secondo le procedure previste dall’art.125, relativi alla politica interna ed estera<br />

dello Stato” il termine è <strong>di</strong> cinquant’anni. Per quelli concernenti i dati sensibili e i dati relativi<br />

a provve<strong>di</strong>menti <strong>di</strong> natura penale espressamente in<strong>di</strong>cati dalla normativa in materia <strong>di</strong><br />

trattamento dei dati personali il termine è <strong>di</strong> quarant’anni: <strong>di</strong>viene <strong>di</strong> settant’anni per i dati<br />

idonei a rivelare lo stato <strong>di</strong> salute, la vita sessuale e i rapporti riservati <strong>di</strong> tipo familiare.<br />

(art.107, commi 1 e 2 TU, come novellato dall’art.8 decreto legislativo 281/1999).<br />

Soltanto per i primi è richiesto una declaratoria <strong>di</strong> riservatezza, poiché, rispetto ai fini che la<br />

norma si propone (tutelare aspetti della politica interna e internazionale), occorre una<br />

valutazione che bilanci i rispettivi interessi (alla tutela della riservatezza e alla ricerca per<br />

scopi storici, rispettivamente). Tale valutazione è affidata dal successivo articolo 125 al<br />

Ministero dell’interno, al quale è conservata la declaratoria <strong>di</strong> riservatezza, d’intesa con il<br />

Ministero dei beni culturali, dunque con la Direzione generale per gli Archivi.<br />

Per i dati personali tale valutazione non occorre, poiché la riservatezza è legata a elementi<br />

obbiettivi (cioè <strong>di</strong> contenuto), che rendono il documento riservato ope legis, né occorre, per<br />

essi, una valutazione o è necessario un bilanciamento <strong>di</strong> interessi. Tale bilanciamento è<br />

rinviato al rilascio dell’autorizzazione alla consultazione per scopi storici in deroga alla<br />

riservatezza dei documenti, <strong>di</strong>sciplinata dall’art. 123, sul quale torneremo.<br />

A norma del comma 2, che raccoglie un principio già presente dell’or<strong>di</strong>namento ma reso<br />

esplicito dall’art.8 del decreto legislativo 281/99, i documenti riservati restano accessibili ai<br />

sensi della <strong>di</strong>sciplina sull’accesso ai documenti amministrativi. Sulla richiesta provvede<br />

l’amministrazione che deteneva il documento prima del versamento o del deposito.<br />

Il comma 3 estende la <strong>di</strong>sciplina sopra illustrata anche agli archivi privati custo<strong>di</strong>ti a<br />

<strong>di</strong>verso titolo dagli Archivi <strong>di</strong> Stato o dagli archivi storici degli enti pubblici. Per questi<br />

archivi è anche riprodotto il principio, già contenuto nell’art.107, comma 4, del Testo Unico,<br />

che coloro che a <strong>di</strong>verso titolo cedono allo Stato o a un ente pubblico la detenzione o la<br />

proprietà del loro archivio possono stabilire la con<strong>di</strong>zione della non consulabilità <strong>di</strong> tutti o<br />

parte dei documenti dell’ultimo settantennio, per motivi <strong>di</strong>versi da quelli imposti in via<br />

generale per legge. Entrambe le limitazioni alla consultazione delle carte non operano nei<br />

confronti del cedente la detenzione o la proprietà né delle persone da lui designate, e<br />

neppure nei confronti del suo avente causa, ma con esclusivo riferimento, in quest’ultimo<br />

caso, ai documenti relativi ad oggetti patrimoniali cui sia interessato per titolo <strong>di</strong> acquisto.<br />

L’art.123 (che riproduce l’art.107, comma 2, del Testo Unico) regola la consultabilità dei<br />

documenti riservati ai sensi dell’art.122.<br />

Su richiesta dell’interessato è facoltà del Ministero dell’Interno, u<strong>di</strong>to il <strong>di</strong>rettore<br />

dell’Archivio <strong>di</strong> Stato o il Soprintendente archivistico per gli archivi non statali, e la<br />

Commissione per le questioni inerenti la consultabilità degli atti riservati istituita presso il<br />

Ministero dell’interno, <strong>di</strong> ammettere in via <strong>di</strong> eccezione la consultazione per scopi storici dei<br />

documenti riservati per motivi <strong>di</strong> politica interna o estera o per la protezione dei dati<br />

personali sensibili o “sensibilissimi”, anche prima della scadenza dei termini.<br />

L’autorizzazione è rilasciata a parità <strong>di</strong> con<strong>di</strong>zioni ad ogni altri richiedente (come previsto<br />

dall’articolo 8, comma 2, lettera b del decreto legislativo 281/99).<br />

Non è riprodotta la <strong>di</strong>sposizione dell’articolo 8 del decreto legislativo 281/99, che,<br />

aggiungendo un comma all’articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 30<br />

<strong>di</strong>cembre 1975, n.854, istituisce, presso il Ministero dell’interno, la Commissione per le<br />

questioni inerenti alla consultabilità degli atti d’archivio riservati, e le attribuisce il compito<br />

<strong>di</strong> fornire consulenza al Ministro nell’analisi comparativa degli interessi alla accessibilità<br />

degli atti e la tutela della riservatezza pubblica o in<strong>di</strong>viduale. Della commissione deve far<br />

parte un rappresentante del Ministero per i beni e le attività culturali, in<strong>di</strong>viduato dal<br />

regolamento <strong>di</strong> organizzazione del Ministero (DPR 441/2000) nel soprintendente pro


tempore all’Archivio centrale dello Stato. Il parere della Commissione è obbligatorio<br />

(mentre era facoltativo quello del Comitato <strong>di</strong> settore, previsto dall’art.107 del Testo Unico).<br />

La stessa scelta è stata fatta dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196, recante il co<strong>di</strong>ce in<br />

materia <strong>di</strong> protezione dei dati personali (d’ora innanzi definito, per brevità, “co<strong>di</strong>ce<br />

privacy”). Conseguentemente questa <strong>di</strong>sposizione, che è vigente, viene conservata<br />

nell’or<strong>di</strong>namento del Ministero dell’interno: e infatti né il co<strong>di</strong>ce dei beni culturali né quello<br />

della privacy hanno abrogato il comma dell’art.8 del decreto legislativo 281/1999 che la<br />

introduce per legge.<br />

L’art.124, riproducendo l’art.108, comma 2 del Testo Unico, ma capovolgendo la vecchia<br />

<strong>di</strong>sposizione, regola la consultazione per scopi storici degli archivi correnti e <strong>di</strong> deposito<br />

dello Stato e degli enti pubblici. L’imputazione della responsabilità <strong>di</strong> emanare il<br />

regolamento, affidata dal Testo unico al Ministero (meglio, al regolamento <strong>di</strong> attuazione<br />

dello stesso testo unico, che non ha visto la luce) viene dalla nuova <strong>di</strong>sposizione restituita<br />

alle amministrazioni dello Stato (analogamente a quanto stabilisce la normativa sull’accesso<br />

agli atti amministrativi) e, per gli altri archivi pubblici, agli Enti responsabili, sia pure sulla<br />

base <strong>di</strong> in<strong>di</strong>rizzi generali impartiti dal Ministero.<br />

L’osservazione offre il destro per una notazione <strong>di</strong> carattere generale: il nuovo co<strong>di</strong>ce,<br />

realisticamente, ha eliminato ogni riferimento ad un futuro regolamento generale della<br />

materia co<strong>di</strong>cistica, stabilendo la necessità <strong>di</strong> regolamentazione per singoli e contenuti<br />

ambiti normativi, tra i quali rientra appunto la materia trattata dall’art.124.<br />

L’art.126 riproduce la <strong>di</strong>sposizione, contenuta nell’articolo 9 del decreto legislativo 281/99, e<br />

testualmente introdotta nel DPR 1409/1963 con l’articolo 21bis (e, con l’art.176 del co<strong>di</strong>ce<br />

della privacy come articolo 107 bis del Testo Unico). Tale <strong>di</strong>sposizione stabilisce che: «I<br />

documenti detenuti presso l’Archivio centrale dello Stato e gli Archivi <strong>di</strong> Stato sono<br />

conservati e consultabili anche in caso <strong>di</strong> esercizio dei <strong>di</strong>ritti dell’interessato ai sensi<br />

dell’articolo 13 della legge 31 <strong>di</strong>cembre 1996, n. 675, qualora ciò risulti necessario per fini<br />

storici <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, <strong>di</strong> documentazione o <strong>di</strong> ricerca. Ai documenti è allegata la documentazione<br />

relativa all’esercizio dei <strong>di</strong>ritti. Su richiesta <strong>di</strong> chiunque vi abbia interesse ai sensi del<br />

medesimo articolo 13, può essere comunque <strong>di</strong>sposto il blocco dei dati personali, qualora il<br />

loro trattamento comporti un concreto pericolo <strong>di</strong> lesione della <strong>di</strong>gnità, della riservatezza o<br />

dell’identità personale degli interessati, e i dati non siano <strong>di</strong> rilevante interesse pubblico”. La<br />

norma recepisce, anche con riferimento agli archivi storici, il principio del <strong>di</strong>ritto al blocco<br />

delle informazioni, introdotto nel nostro or<strong>di</strong>namento dall’articolo 13 della legge 675/96.<br />

Nella formulazione dell’art.126, comma 2, il soggetto abilitato a chiedere il blocco dei dati<br />

personali che non siano <strong>di</strong> interesse pubblico, qualora il loro trattamento comporti un<br />

concreto pericolo <strong>di</strong> lesione alla <strong>di</strong>gnità, riservatezza e identità personale, è in<strong>di</strong>viduato nel<br />

“titolare dei dati”, espressione che si ritiene corrispondere all’”interessato”, come definito<br />

dal co<strong>di</strong>ce privacy, art. 4, comma 1, lett. i), cioè alla persona fisica o giuri<strong>di</strong>ca, all’ente o<br />

all’associazione cui si riferiscono i dati personali. Viene dunque ridotto in modo<br />

significativo, rispetto alla norma fonte, l’ambito soggettivo <strong>di</strong> applicazione della <strong>di</strong>sciplina.<br />

La <strong>di</strong>sposizione contenuta nell’articolo 9, comma 1, D.Lgs.281/99 stabiliva che: «I<br />

documenti detenuti presso l’Archivio centrale dello Stato e gli Archivi <strong>di</strong> Stato sono<br />

conservati e consultabili anche in caso <strong>di</strong> esercizio dei <strong>di</strong>ritti dell’interessato ai sensi<br />

dell’articolo 13 della legge 31 <strong>di</strong>cembre 1996, n. 675, qualora ciò risulti necessario per fini<br />

storici <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o, <strong>di</strong> documentazione o <strong>di</strong> ricerca. Ai documenti è allegata la documentazione<br />

relativa all’esercizio dei <strong>di</strong>ritti. Su richiesta <strong>di</strong> chiunque vi abbia interesse ai sensi del<br />

medesimo articolo 13, può essere comunque <strong>di</strong>sposto il blocco dei dati personali, qualora il<br />

loro trattamento comporti un concreto pericolo <strong>di</strong> lesione della <strong>di</strong>gnità, della riservatezza o<br />

dell’identità personale degli interessati, e i dati non siano <strong>di</strong> rilevante interesse pubblico». La


nozione <strong>di</strong> “chiunque vi abbia interesse” risultava eccessivamente indeterminata, tanto che<br />

nel co<strong>di</strong>ce privacy la <strong>di</strong>sciplina sull’esercizio dei <strong>di</strong>ritti già previsti dall’art.13 (articolo 7<br />

co<strong>di</strong>ce privacy) ha subìto un qualche temperamento, poiché sono state circostanziate<br />

dall’articolo 9, comma 3 dello stesso co<strong>di</strong>ce, le ipotesi in cui un soggetto <strong>di</strong>verso<br />

dall’interessato è abilitato a far valere tali <strong>di</strong>ritti. Secondo la nuova <strong>di</strong>sposizione, i <strong>di</strong>ritti in<br />

questione “possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela<br />

dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli <strong>di</strong> protezione”. Trattandosi <strong>di</strong> archivi<br />

storici, l’ulteriore riduzione dell’ambito soggettivo attivo ha una sua ragione d’essere.<br />

D’altronde, con l’allungamento dell’aspettativa <strong>di</strong> vita, la <strong>di</strong>sposizione introduce un<br />

equilibrato rime<strong>di</strong>o al termine dei settant’anni, stabilito come termine massimo <strong>di</strong><br />

riservatezza dei dati personali. La nuova <strong>di</strong>sciplina va comunque letta nel complesso delle<br />

<strong>di</strong>sposizioni del co<strong>di</strong>ce della privacy, che rimodulano le <strong>di</strong>sposizioni della legge 675/1996 e<br />

quelle del decreto legislativo 281/1999 che vi sono confluite (artt.97-103).<br />

Il comma 3 dell’art.126 del co<strong>di</strong>ce contiene un richiamo al co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e buona<br />

condotta. La norma, per il contesto in cui si pone, è riferita alla consultazione. Sopravvive<br />

tuttavia il principio generale, che l’osservanza del co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e buona condotta<br />

vincola archivisti e ricercatori per tutti i trattamenti dei dati, a norma dell’art. 102 del co<strong>di</strong>ce<br />

privacy<br />

La pubblicazione del co<strong>di</strong>ce della privacy e <strong>di</strong> quello dei beni culturali ha in parte<br />

<strong>di</strong>sallineato il co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia rispetto alle norme fonte. Se ne dovrebbe prevedere, a<br />

breve, una nuova formulazione e un riallineamento.<br />

L’articolo 127, che chiude il Titolo II, <strong>di</strong>sciplina la consultabilità degli archivi privati<br />

<strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> interesse storico particolarmente importante. S’intende, <strong>di</strong> quelli conservati<br />

presso soggetti privati che ne siano proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo. La<br />

<strong>di</strong>sciplina è stata in tutto assimilata a quella riguardante gli archivi privati conservati presso<br />

gli archivi <strong>di</strong> Stato o comunque presso gli archivi pubblici, nell’accezione <strong>di</strong> Istituti <strong>di</strong><br />

conservazione pubblici.<br />

La <strong>di</strong>sposizione, dopo aver riaffermato l’obbligo <strong>di</strong> ammettere a consultazione gli stu<strong>di</strong>osi<br />

che ne facciano richiesta attraverso il Soprintendente archivistico, secondo modalità<br />

concordate con lo stesso Soprintendente, stabilisce, per quanto attiene la consultabilità delle<br />

carte, che a questi archivi si applicano le <strong>di</strong>sposizioni sulla declaratoria <strong>di</strong> riservatezza dei<br />

documenti dettate dall’art.122 in via generale e quelle dettate dall’art.122, comma 3, che,<br />

con riferimento agli archivi privati conservati a <strong>di</strong>verso titolo dagli Archivi <strong>di</strong> stato e degli<br />

Enti pubblici, abilita il privato a porre la con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> non consultabilità per tutti o parte<br />

dei documenti dell’ultimo settantennio.<br />

Il comma 3, riprendendo una <strong>di</strong>sposizione dell’art.9 del decreto legislativo 281/1999,estende<br />

le <strong>di</strong>sposizioni dell’art. 126 comma 3 sull’obbligo <strong>di</strong> osservare il co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e<br />

buona condotta anche alla consultazione degli archivi privati “utilizzati per scopi storici”,<br />

in<strong>di</strong>pendentemente dal fatto che essi siano stati <strong>di</strong>chiarati. Si tratta <strong>di</strong> una innovazione <strong>di</strong><br />

non poco momento nel panorama della normativa recata dal Testo unico. L’estensione della<br />

<strong>di</strong>sciplina sulla privacy anche agli archivi privati non <strong>di</strong>chiarati, purché ricorra il dato<br />

obbiettivo della loro utilizzazione per scopi storici, dà la misura della forza espansiva <strong>di</strong><br />

questa legislazione, <strong>di</strong>scendente dal rango del <strong>di</strong>ritto protetto. In questa fattispecie, la<br />

composizione tra i due sistemi normativi è conseguita dal co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e buona<br />

condotta attribuendo alla responsabilità dei proprietari e possessori <strong>di</strong> tali archivi<br />

l’informativa alla Soprintendenza. 4[4] Vale infine la pena <strong>di</strong> sottolineare che, con la<br />

<strong>di</strong>sposizione in commento, il co<strong>di</strong>ce deontologico opera un’estensione notevole del precetto<br />

recato dall’articolo 9 d.lgs.281/99: e infatti sono tenuti a rendere la <strong>di</strong>chiarazione non solo i<br />

4[4] La Soprintendenza, nell’esercizio delle sue funzioni, valuterà se tali archivi possano essere oggetto del<br />

vincolo, in contrad<strong>di</strong>ttorio con i proprietari, a norma degli articoli 12 e 13 del co<strong>di</strong>ce.


proprietari <strong>di</strong> archivi, ma anche i proprietari, possessori o detentori <strong>di</strong> singoli documenti<br />

utilizzati per scopi storici: che è anche, in<strong>di</strong>rettamente, una conferma del fatto che la<br />

<strong>di</strong>sciplina della tutela dei dati personali si estende agli archivi anche non strutturati, e<br />

dunque ai singoli fascicoli e documenti.<br />

Coerentemente, lo stesso comma 3 estende a questi archivi, come a quelli <strong>di</strong>chiarati, le<br />

<strong>di</strong>sposizioni dell’art.123 in materia <strong>di</strong> consultazione dei documenti riservati prima dei<br />

termini stabiliti dalla legge.<br />

7. Il co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e buona condotta per il trattamento dei dati personali per scopi<br />

storici<br />

Così delimitato il quadro normativo <strong>di</strong> riferimento, esaminiamo ora il co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong><br />

deontologia e buona condotta per il trattamento dei dati personali per scopi storici<br />

(provve<strong>di</strong>mento del Garante n.8/P/21 del 14 marzo 2001)<br />

Compito affidato al co<strong>di</strong>ce deontologico dall’art.7, comma 5 del decreto legislativo<br />

281/1999 (ora art.102, comma 2 del co<strong>di</strong>ce privacy) è, in particolare, l’in<strong>di</strong>viduare regole <strong>di</strong><br />

correttezza e <strong>di</strong> non <strong>di</strong>scriminazione nei confronti degli utenti, da osservare anche nella<br />

comunicazione e <strong>di</strong>ffusione dei dati; particolari cautele per la raccolta, la consultazione e la<br />

<strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> documenti concernenti dati idonei a rivelare lo stato <strong>di</strong> salute, la vita sessuale o<br />

rapporti riservati <strong>di</strong> tipo familiare, identificando casi in cui l’interessato o chi vi abbia<br />

interesse è informato dall’utente della prevista <strong>di</strong>ffusione dei dati; modalità <strong>di</strong> applicazione<br />

agli archivi privati della <strong>di</strong>sciplina dettata in materia <strong>di</strong> trattamento dei dati a scopi storici. Il<br />

co<strong>di</strong>ce, promosso dal Garante nel rispetto del principio <strong>di</strong> rappresentatività dei soggetti<br />

pubblici e privati interessati (ivi comprese le società scientifiche) e dunque emanato in esito<br />

a un confronto tra archivisti <strong>di</strong> Stato, storici in prevalenza contemporaneisti appartenenti a<br />

<strong>di</strong>verse Istituzioni, componenti della Commissione consultiva per le questioni inerenti la<br />

consultabilità degli atti d’archivio riservati, istituita dal decreto legislativo 281/1999 presso<br />

il Ministero dell’Interno e rappresentanti dello stesso Garante, ha interpretato gli in<strong>di</strong>rizzi<br />

della legge. Alcune delle contrad<strong>di</strong>zioni insite nell’uso dei lemmi comunicazione,<br />

consultazione e <strong>di</strong>ffusione, associati in maniera impropria nella <strong>di</strong>sposizione in commento,<br />

sono state sanate nella stesura dell’articolato.<br />

Ne risulta un documento che costituisce una me<strong>di</strong>azione tra le “<strong>di</strong>verse esigenze<br />

connesse alla ricerca e alla rappresentazione <strong>di</strong> fatti storici” e “i <strong>di</strong>ritti e le libertà<br />

fondamentali delle persone interessate” (Preambolo, punto 5).<br />

Il Preambolo reca alcune enunciazioni che vale la pena <strong>di</strong> sottolineare: una tra tutte<br />

evidenzia l’importanza che la libertà <strong>di</strong> ricerca riveste nel nostro or<strong>di</strong>namento,<br />

rammentando che per i trattamenti effettuati per scopi storici, in considerazione del loro<br />

interesse pubblico, il legislatore, con riferimento agli archivi pubblici e a quelli privati<br />

<strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> notevole interesse storico, ha esentato i soggetti che utilizzano dati personali<br />

dall’obbligo <strong>di</strong> chiedere il consenso degli interessati (preambolo, punto 1). Il riferimento è<br />

all’articolo 7, comma 4 del decreto legislativo 281/1999, ora articolo 24, comma 1 lettera i)<br />

del co<strong>di</strong>ce privacy, che esenta dalla richiesta del consenso i trattamenti per scopi storici<br />

presso gli archivi privati <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> notevole interesse storico. Presso gli archivi pubblici<br />

l’esenzione è nel sistema. Tuttavia l’enunciazione del principio al primo punto del<br />

Preambolo sembra un dato particolarmente significativo. Esso è peraltro rafforzato da<br />

un’altra enunciazione, contenuta al punto 3), secondo la quale l’osservanza delle norme <strong>di</strong><br />

legge e del co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia “non deve pregiu<strong>di</strong>care l’indagine, la ricerca, la<br />

documentazione e lo stu<strong>di</strong>o ovunque svolti, in relazione a figure, fatti e circostanze del<br />

passato”. E, infine, dal riferimento agli articoli 21 e 33 della carta costituzionale e alla<br />

Raccomandazione europea sopra ricordata (punto 7).<br />

Il documento, pur breve, è strutturato in tre parti. La prima è de<strong>di</strong>cata ai principi


generali. La seconda e la terza parte dettano le regole <strong>di</strong> condotta e definiscono la liceità dei<br />

trattamenti rispettivamente per gli archivisti e per gli utenti, intendendosi per “archivista”<br />

(art.2, comma 1, lett.a)) “chiunque, persona fisica o giuri<strong>di</strong>ca, ente o associazione, abbia<br />

responsabilità <strong>di</strong> controllare, acquisire, trattare, conservare, restaurare e gestire archivi<br />

storici, correnti o <strong>di</strong> deposito della pubblica amministrazione, archivi privati <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong><br />

notevole interesse storico”, nonché gli archivi privati non <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> notevole interesse<br />

storico, ma utilizzati per scopi storici; e per “utente” (art.2, comma 1, lett.b)) “chiunque<br />

chieda <strong>di</strong> accedere o acceda per scopi storici a documenti contenenti dati personali, anche<br />

per finalità giornalistiche o <strong>di</strong> pubblicazione occasionale <strong>di</strong> articoli, saggi e altre<br />

manifestazioni del pensiero”.<br />

7.1 Principi generali<br />

Sembra opportuno sottolineare, anzitutto, alcuni passaggi dei Principi generali,<br />

particolarmente significativi perché costituiscono una chiave <strong>di</strong> interpretazione delle<br />

<strong>di</strong>sposizioni contenute nelle parti speciali.<br />

E’ particolarmente significativa la circostanza che siano state inserite in un unico<br />

co<strong>di</strong>ce regole <strong>di</strong> condotta per chi deve tutelare, conservare e comunicare le carte e per chi a<br />

quelle carte si riferisce per esercitare il <strong>di</strong>ritto alla libera ricerca storica, allo stu<strong>di</strong>o e<br />

all’informazione” (articolo 1, comma 1). E infatti, pur nella <strong>di</strong>versa prospettiva in cui operano,<br />

archivisti e utenti svolgono sugli archivi attività molto simili, orientate al raggiungimento <strong>di</strong><br />

obbiettivi <strong>di</strong>versi. Infatti, l’archivista gestisce e indaga le carte per fornire all’utente le chiavi<br />

della ricerca; l’utente “utilizza” quelle stesse carte nell’esercizio <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritti costituzionalmente<br />

garantiti. Nel momento in cui l’archivista veste i panni del ricercatore (cosa tutt’altro che<br />

rara) valgono per lui le regole che il co<strong>di</strong>ce impone all’utente (art.6, comma 1, lett. a)).<br />

Altrettanto significativo è il fatto che il co<strong>di</strong>ce deontologico si occupa degli archivi<br />

storici, come <strong>di</strong> quelli correnti e <strong>di</strong> deposito delle pubbliche amministrazioni . E ciò perché,<br />

come si è detto sopra, le <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> legge che regolano la consultabilità degli atti e dei<br />

documenti a fine <strong>di</strong> ricerca storica insistono sugli archivi storici come su quelli correnti e <strong>di</strong><br />

deposito delle pubbliche amministrazioni. Ma anche perché è accolto il principio dell’unicità<br />

dell’archivio pubblico nelle sue tre età (corrente, <strong>di</strong> deposito e storico) come pure si è detto.<br />

D’altronde, un passaggio dell’articolo 1, comma 1 (“Le presenti norme sono volte a garantire<br />

che l’utilizzazione <strong>di</strong> dati <strong>di</strong> carattere personale acquisiti nell’esercizio della libera ricerca<br />

storica e del <strong>di</strong>ritto allo stu<strong>di</strong>o e all’informazione, nonché nell’accesso ad atti e documenti, si<br />

svolga nel rispetto dei <strong>di</strong>ritti…”) sembra suggerire una contiguità tra il <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> accesso<br />

regolato dalla legislazione sulla trasparenza amministrativa, a partire dalla legge 241/1990 e<br />

il <strong>di</strong>ritto alla consultazione per scopi storici regolato dal decreto legislativo 490/1999: due<br />

sistemi paralleli e, sotto questo profilo, integrati. Ne è una riprova il fatto che l’articolo 3 del<br />

co<strong>di</strong>ce deontologico (regole <strong>di</strong> condotta) stabilisce, al comma 3, che gli archivisti che<br />

svolgono la propria attività presso soggetti pubblici conformano il proprio operato al<br />

principio <strong>di</strong> trasparenza dell’attività amministrativa.<br />

Da ultimo vorrei sottolineare un altro dato significativo: le regole che il co<strong>di</strong>ce<br />

deontologico detta valgono per gli operatori e i ricercatori <strong>di</strong> archivi pubblici e <strong>di</strong> archivi<br />

privati <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> notevole interesse storico, e dunque soggetti alla <strong>di</strong>sciplina del co<strong>di</strong>ce<br />

dei beni culturali. Ma vale anche per archivisti e utenti <strong>di</strong> archivi privati “utilizzati” per<br />

scopi storici, in<strong>di</strong>pendentemente dalla circostanza che siano stati <strong>di</strong>chiarati. Dunque la<br />

<strong>di</strong>sciplina abbraccia ogni archivio, qualunque sia la sua natura (pubblica o privata).<br />

Abbraccia anche i singoli documenti, che non siano parte <strong>di</strong> archivi. A questo proposito<br />

sembra interessante commentare la <strong>di</strong>sposizione contenuta nell’art.1, comma 4, che recita “La<br />

competente Soprintendenza archivistica riceve comunicazione da parte <strong>di</strong> proprietari,


possessori e detentori <strong>di</strong> archivi privati non <strong>di</strong>chiarati <strong>di</strong> notevole interesse storico o <strong>di</strong><br />

singoli documenti <strong>di</strong> interesse storico, i quali manifestano l’intenzione <strong>di</strong> applicare il<br />

presente co<strong>di</strong>ce nella misura per essi compatibile”. Sembra questa l’estensione più ampia<br />

possibile del principio introdotto dall’art.9 del decreto legislativo 281/1999, ora recepito<br />

dall’art. 127, comma 3 del co<strong>di</strong>ce, secondo il quale è regolato dalla <strong>di</strong>sciplina sulla privacy<br />

anche il trattamento per scopi storici degli archivi privati comunque “utilizzati per scopi<br />

storici”, in<strong>di</strong>pendentemente dalla circostanza che essi siano stati <strong>di</strong>chiarati. Ed anche,<br />

in<strong>di</strong>rettamente, una conferma della circostanza che la <strong>di</strong>sciplina <strong>di</strong> tutela dei dati personali<br />

si estende agli archivi anche non strutturati, e dunque ai singoli fascicoli e documenti.<br />

I capi II e III dettano rispettivamente le regole <strong>di</strong> condotta per gli archivisti e per gli<br />

utenti.<br />

Qui la <strong>di</strong>sciplina si <strong>di</strong>fferenzia nettamente, in ragione della qualità e della finalità dei<br />

trattamenti che, per profilo <strong>di</strong> competenza istituzionale, fanno capo all’attività degli<br />

archivisti. Ne consegue anche una <strong>di</strong>sciplina meno rigorosa per questi ultimi.<br />

7.2 Regole <strong>di</strong> condotta per gli archivisti e liceità dei relativi trattamenti<br />

Come si è detto, l’attività degli archivisti è istituzionalmente finalizzata alla tutela e alla<br />

conservazione degli archivi e alla loro comunicazione agli utenti. Sotteso ai concetti <strong>di</strong> tutela<br />

e conservazione è un articolato complesso <strong>di</strong> operazioni che insistono sugli archivi pubblici<br />

e privati, tutelati i primi ope legis, fin dal momento della loro formazione, i secon<strong>di</strong> in quanto<br />

<strong>di</strong> interesse storico particolarmente importante 5[5].<br />

Le regole per i trattamenti inerenti la tutela e conservazione sono contenute nell’articolo 4,<br />

che impegna gli archivisti a favorire il recupero, l’acquisizione e la tutela dei documenti,<br />

operando in conformità con i principi, i criteri metodologici e le pratiche della professione<br />

(lettera a). In questo ambito sono comprese le attività <strong>di</strong> or<strong>di</strong>namento e corretta gestione<br />

degli archivi correnti e <strong>di</strong> deposito, <strong>di</strong> selezione delle carte da destinare alla conservazione<br />

permanente, <strong>di</strong> or<strong>di</strong>namento e inventariazione degli archivi storici, <strong>di</strong> conservazione e<br />

salvaguar<strong>di</strong>a dei documenti. Norme particolarmente rigorose sono dettate (lettere b-d) per<br />

la conservazione. Le <strong>di</strong>sposizione recate dalle lettere b) e c) impongono agli archivisti <strong>di</strong><br />

tutelare l’integrità degli archivi e l’autenticità dei documenti, anche <strong>di</strong> quelli che nascono su<br />

supporto elettronico e multime<strong>di</strong>ale, destinati alla conservazione permanente, in particolare<br />

quelli esposti a rischi <strong>di</strong> cancellazione, <strong>di</strong>spersione ed alterazione dei dati, nonché <strong>di</strong><br />

salvaguardare la conformità delle riproduzioni, evitando ogni azione <strong>di</strong>retta a manipolare<br />

<strong>di</strong>ssimulare o deformare fatti, testimonianze, documenti e dati. La lettera d) si riferisce, in<br />

particolare, al rispetto delle misure <strong>di</strong> sicurezza previste dalla legge, da conseguire me<strong>di</strong>ante<br />

lo sviluppo <strong>di</strong> misure idonee a prevenire l’eventuale <strong>di</strong>struzione, <strong>di</strong>spersione o accesso non<br />

autorizzato ai documenti, e l’adozione <strong>di</strong> particolari cautele in presenza <strong>di</strong> specifici rischi.<br />

Allo scopo sono allegati al co<strong>di</strong>ce (All.B) <strong>di</strong>sciplinari tecnici, relativi alle misure minime <strong>di</strong><br />

sicurezza da adottare per i trattamenti effettuati rispettivamente con strumenti elettronici e<br />

senza l’ausilio <strong>di</strong> tali strumenti. Entrambi i <strong>di</strong>sciplinari sembrano orientati prevalentemente<br />

a scongiurare accessi non controllati ai documenti, o meglio ai dati, coerentemente con gli<br />

obiettivi che la legislazione <strong>di</strong> tutela dei dati personali persegue. Gli in<strong>di</strong>rizzi tesi a<br />

scongiurare i pericoli più gravi <strong>di</strong> cancellazione, danneggiamento e falsificazione, che<br />

riguardano essenzialmente (ma non soltanto) i documenti su supporto informatico, sono<br />

impartiti da altri provve<strong>di</strong>menti. Le regole tecniche per la gestione e conservazione degli<br />

archivi e dei documenti su supporto informatico sono oggetto della legislazione ora<br />

confluita nel co<strong>di</strong>ce in materia <strong>di</strong> documentazione amministrativa, emanata con il decreto<br />

8 Per una <strong>di</strong>samina dell’argomento si rinvia a M.G.PASTURA, Gli archivi, in “La nuova tutela dei beni<br />

culturali”, cit. pagg.169-197


del presidente della Repubblica n.445 del 28 <strong>di</strong>cembre 2000, e <strong>di</strong> successivi provve<strong>di</strong>menti.<br />

Tra questi si segnalano le regole tecniche per l’archiviazione ottica dettate dalla<br />

deliberazione AIPA 42/2001 del 13 <strong>di</strong>cembre 2001, e la <strong>di</strong>rettiva della Presidenza del<br />

Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’innovazione e le tecnologie del 9 <strong>di</strong>cembre 2002,<br />

sulla trasparenza dell’azione amministrativa e la gestione elettronica dei flussi documentali.<br />

L’osservanza <strong>di</strong> tali regole può considerarsi assolvimento degli obblighi imposti, per questi<br />

aspetti, dal co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> deontologia e buona condotta.<br />

L’articolo 5 si occupa invece dell’aspetto più delicato dell’attività degli archivisti,<br />

con riferimento alla tutela della riservatezza delle persone, cioè quello della comunicazione<br />

e fruizione dei documenti. Come si è ricordato, la <strong>di</strong>sposizione attualmente recata<br />

dall’art.101, comma 2 del co<strong>di</strong>ce privacy, stabilisce che i documenti trattati “per scopi<br />

storici” possono essere “utilizzati” , tenendo conto della loro natura, solo se pertinenti e<br />

in<strong>di</strong>spensabili per il perseguimento dei predetti scopi. L’impiego del lemma “utilizzati”<br />

induce qualche perplessità sulla portata precettiva della norma: se essa si riferisca cioè alla<br />

comunicazione dei documenti o piuttosto alla loro <strong>di</strong>ffusione. Nelle <strong>di</strong>sposizioni contenute<br />

nell’articolo 5, per l’attività <strong>di</strong> comunicazione non è fatto alcun riferimento al limite della<br />

pertinenza e in<strong>di</strong>spensabilità dei dati in relazione agli scopi storici perseguiti. Ché anzi il<br />

principio <strong>di</strong> riferimento è la libera consultabilità delle fonti (in coerenza con quanto stabilito<br />

dall’art.122 del co<strong>di</strong>ce). Tale principio, richiamato dal comma 1, declina peraltro l’obbligo<br />

dell’archivista <strong>di</strong> promuovere il più largo accesso agli archivi e, attenendosi al quadro della<br />

normativa vigente, <strong>di</strong> favorire l’attività <strong>di</strong> ricerca e informazione nonché il reperimento delle<br />

fonti (comma 2).<br />

Il comma 3 stabilisce che “l’archivista informa il ricercatore sui documenti estratti<br />

temporaneamente da un fascicolo perché esclusi dalla consultazione”. Si tollera,<br />

<strong>di</strong>sciplinandolo, il metodo della “scrematura” dei fascicoli contenenti documenti riservati<br />

6[6]che vengono comunicati al ricercatore non nella loro interezza, ma privi degli stessi<br />

documenti. Si tratta <strong>di</strong> una pratica non ortodossa, sconsigliata dalla Raccomandazione<br />

europea sopra ricordata. E infatti la comunicazione parziale del fascicolo priva<br />

necessariamente il ricercatore <strong>di</strong> una parte, talvolta importante, degli strumenti <strong>di</strong> analisi e<br />

può ingenerare frainten<strong>di</strong>menti nella ricostruzione <strong>di</strong> fatti e circostanze del passato, che è<br />

l’obbiettivo cui la ricerca è in<strong>di</strong>rizzata. E’ preferibile, nel caso <strong>di</strong> fascicoli che contengano<br />

anche atti riservati ai sensi dell’art.107, ricorrere all’autorizzazione in deroga, <strong>di</strong>sciplinata<br />

dall’art.10, relativo all’accesso agli archivi pubblici, sul quale si tornerà tra breve.<br />

L’articolo 6 richiama gli archivisti ad un “dovere <strong>di</strong> riservatezza” che presenta<br />

risvolti interessanti, ed anche problematici, proprio in relazione ad una attività<br />

fondamentale: quella della descrizione inventariale dei documenti. Tale impegno, che<br />

riguarda le notizie e le informazioni concernenti i dati personali apprese nell’esercizio delle<br />

attività istituzionali, persiste anche dopo la cessazione dell’attività (commi 1, lett.b) e 2). Più<br />

esplicitamente, il comma 1, lettera a) impone agli archivisti <strong>di</strong> non usare per proprie ricerche o<br />

per realizzare profitti e interessi privati le informazioni non accessibili agli utenti o non rese<br />

pubbliche. Tale impegno deve essere interpretato alla luce della seconda parte della<br />

<strong>di</strong>sposizione, che assimila l’attività dell’archivista non legata al dovere istituzionale a quella<br />

propria degli utenti, assoggettandola alle stesse regole che, come vedremo, sono più severe.<br />

Sembra dunque evidente che le ricerche svolte per i fini istituzionali (è il caso<br />

delle indagini legate alla redazione dell’inventario <strong>di</strong> un archivio) non sono assoggettate a<br />

limiti <strong>di</strong> sorta, come pure non soffre <strong>di</strong> particolari limitazioni l’attività <strong>di</strong> comunicazione,<br />

che pure rientra negli scopi istituzionali.<br />

Quel che è <strong>di</strong>fficile stabilire è fino a che punto l’archivista può spingersi<br />

nell’affidamento <strong>di</strong> dati personali a inventari e repertori, frutto del suo lavoro e al tempo<br />

6[6] riservati ai sensi del citato articolo 107 del decreto legislativo 490/1999 (come mo<strong>di</strong>ficato dal decreto legislativo<br />

281/1999).


stesso strumenti essenziali per orientare le scelte dell'utente, e dunque coerenti con i fini<br />

istituzionali perseguiti. Gli inventari e i repertori (anche quelli su supporto informatico)<br />

sono normalmente consultabili nelle sale <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o degli istituti da una pluralità <strong>di</strong> utenti,<br />

che vengono <strong>di</strong> volta in volta in<strong>di</strong>viduati nel momento dell’ammissione alla consultazione, e<br />

dunque sono oggetto <strong>di</strong> comunicazione. Ma essi possono essere anche pubblicati, in volumi<br />

a stampa o in rete Internet, e dunque “<strong>di</strong>ffusi”, senza per questo mutare natura: restano<br />

infatti mezzi <strong>di</strong> corredo a <strong>di</strong>sposizione <strong>di</strong> un pubblico più vasto e dunque <strong>di</strong> una pluralità<br />

indeterminata <strong>di</strong> ricercatori.<br />

Sul punto della <strong>di</strong>ffusione per fini istituzionali dei dati personali il co<strong>di</strong>ce<br />

deontologico non si esprime. Esso trascorre dalla comunicazione istituzionale all’uso non<br />

istituzionale dei dati (<strong>di</strong>ffusione per proprie ricerche o per fini <strong>di</strong> guadagno) fatto<br />

dall’archivista, saltando un passaggio importante.<br />

La normativa sulla consultabilità degli atti d’archivio, si rammenta, fa <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong><br />

comunicare i dati “sensibili” per quarant’anni e quelli relativi allo stato <strong>di</strong> salute, alla vita<br />

sessuale e a rapporti riservati <strong>di</strong> tipo familiare per settant’anni. A maggior ragione questo<br />

<strong>di</strong>vieto riguarda la <strong>di</strong>ffusione degli stessi dati. Scaduti i termini, per la legislazione in<br />

<strong>di</strong>scorso le ragioni <strong>di</strong> riservatezza vengono meno, e dunque anche la <strong>di</strong>ffusione dei dati è<br />

libera.<br />

Le <strong>di</strong>sposizioni <strong>di</strong> legge sulla riservatezza dei dati, che pure, per la consultazione<br />

per scopi storici, fanno rinvio al decreto legislativo 490/1999, dunque al co<strong>di</strong>ce dei beni<br />

culturali, prescindono infatti, per altri aspetti, dai limiti cronologici in<strong>di</strong>cati. Come abbiamo<br />

ricordato, l’art.179 del co<strong>di</strong>ce della privacy, abrogato dal co<strong>di</strong>ce abilitava “chiunque vi<br />

abbia interesse” a far valere i <strong>di</strong>ritti attribuiti all’interessato dall’art.13 della legge 675/1986.<br />

In conseguenza <strong>di</strong> ciò la <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> dati personali anche molto risalenti nel tempo poteva<br />

essere occasione <strong>di</strong> azione da parte <strong>di</strong> un terzo che pretendesse <strong>di</strong> avere interesse a<br />

salvaguardare la privacy del defunto, attraverso l’esercizio del <strong>di</strong>ritto al blocco dei dati.<br />

La questione si è evidentemente posta all’attenzione del gruppo <strong>di</strong> lavoro che ha elaborato il<br />

co<strong>di</strong>ce deontologico. Tanto è vero che l’articolo 7 (Aggiornamento dei dati) - impegna gli<br />

archivisti a favorire l’esercizio dei <strong>di</strong>ritti previsti dallo stesso articolo 13 (ora articolo 7 del<br />

co<strong>di</strong>ce) e a garantire la conservazione dei dati che – su richiesta dell’interessato -<br />

aggiornano, rettificano o integrano quelli originariamente contenuti nel fascicolo secondo<br />

modalità che assicurino la <strong>di</strong>stinzione delle fonti originarie dalla documentazione<br />

successivamente acquisita (comma 1) – stabilendo però che in caso <strong>di</strong> esercizio del <strong>di</strong>ritto “la<br />

sussistenza dell’interesse è valutata anche in riferimento al tempo trascorso”. L’in<strong>di</strong>cazione<br />

fornisce una chiave interpretativa non sod<strong>di</strong>sfacente, che attribuisce al giu<strong>di</strong>ce (e allo stesso<br />

Garante) una eccessiva <strong>di</strong>screzionalità. Più chiara è la già ricordata <strong>di</strong>sposizione dell’articolo<br />

9, comma 3 del co<strong>di</strong>ce privacy, che, riformulando quella dell’art.13, comma 3 legge 675,<br />

stabilisce che i <strong>di</strong>ritti in questione “possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o<br />

agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli <strong>di</strong> protezione”. Un<br />

temperamento alla severità del principio è ora introdotta dall’art. 126 del co<strong>di</strong>ce,<br />

limitatamente all’esercizio dei <strong>di</strong>ritti previsti dalla legislazione in materia, riservati, come si<br />

è detto, al titolare dei dati, cioè a quello che la legislazione della privacy definisce<br />

“interessato”. Non si può però da questo quadro normativo far <strong>di</strong>scendere la conseguenza<br />

<strong>di</strong> un limite cronologico ragionevole, che può essere fissato in via interpretativa nella durata<br />

della vita umana, per la <strong>di</strong>ffusione per scopi storici <strong>di</strong> dati personali, in particolare per i dati<br />

sensibili.<br />

C’è del resto da sottolineare che il trattamento, e in particolare la <strong>di</strong>ffusione, può costituire<br />

illecito penalmente rilevante se essa riguar<strong>di</strong> dati sanitari o dati idonei a rivelare lo stato <strong>di</strong><br />

salute, conservati in misura notevolissima negli archivi storici degli ospedali (art.167,<br />

comma 2, co<strong>di</strong>ce privacy)<br />

E’ dunque auspicabile che sia posto in via generale, in una successiva versione del co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong><br />

deontologia, un limite cronologico certo (anche risalente nel tempo più dei settant’anni


previsti dalle <strong>di</strong>sposizioni sopra ricordate) . 7[7]<br />

L’ultimo articolo <strong>di</strong> questo Capo, l’articolo 8, riguarda il trattamento delle fonti<br />

orali. In eccezione al principio generale dell’esenzione dalla richiesta del consenso per i<br />

trattamenti per scopi storici, enunciato al primo punto del Preambolo, la <strong>di</strong>sposizione<br />

richiede il consenso esplicito dell’interessato, anche espresso in forma verbale e sulla base <strong>di</strong><br />

una informativa semplificata che renda nota almeno l’identità e l’attività svolta<br />

dall’intervistatore e la finalità della raccolta.<br />

L’acquisizione delle fonti orali agli archivi deve essere accompagnata da una<br />

<strong>di</strong>chiarazione scritta dell’autore dell’intervista, che certifichi la raccolta del consenso<br />

informato da parte dell’intervistato.<br />

Quest’ultimo passaggio della norma suscita notevoli perplessità sulla possibilità<br />

<strong>di</strong> utilizzo concreto, da parte degli archivisti come degli storici, <strong>di</strong> fonti orali raccolte in un<br />

periodo risalente nel tempo, nel quale il tema della raccolta del consenso e della sua<br />

certificazione all’atto dell’archiviazione delle interviste non era al centro dell’attenzione<br />

degli operatori, storici o archivisti che fossero. La formulazione della norma è tale da<br />

implicare una sua generalizzata vali<strong>di</strong>tà anche per queste fonti: non è infatti prevista, come<br />

sarebbe auspicabile e ragionevole, alcuna eccezione per le registrazioni già acquisite agli<br />

archivi prima dell’entrata in vigore della legge e del co<strong>di</strong>ce deontologico. Anche in questo<br />

caso si sconta la mancanza <strong>di</strong> un termine certo <strong>di</strong> riferimento per l’applicabilità della norma.<br />

7.3 Regole <strong>di</strong> condotta per gli utenti e con<strong>di</strong>zioni per la liceità dei relativi trattamenti<br />

Come si è accennato, i trattamenti dei dati personali da parte degli utenti sono naturalmente<br />

orientati all’obbiettivo <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffondere gli esiti <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>, indagini e ricerche su figure, fatti e<br />

circostanze del passato, per <strong>di</strong>rla con le definizioni del co<strong>di</strong>ce privacy. L’utilizzazione dei<br />

documenti si esprime, dunque, nella loro <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong>retta, me<strong>di</strong>ante pubblicazione, anche<br />

parziale, o me<strong>di</strong>ata, all’interno cioè <strong>di</strong> un percorso intellettuale che ricostruisca in modo<br />

critico un evento o una pluralità <strong>di</strong> eventi o il profilo <strong>di</strong> personaggi che hanno avuto un<br />

ruolo nella storia lontana o recente.<br />

Per questo esercizio l’articolo 9 del co<strong>di</strong>ce deontologico, nel definire le regole<br />

generali <strong>di</strong> condotta alla quale l’utente deve attenersi, richiama il principio della pertinenza<br />

e in<strong>di</strong>spensabilità dei dati rispetto agli scopi storici perseguiti (comma 2).<br />

Il filtro si sposta dunque dalla comunicazione, come si è sopra osservato, alla<br />

<strong>di</strong>ffusione ad opera degli utenti. E’ affidata alla responsabilità <strong>di</strong> questi ultimi (art. 9, comma<br />

1, ma anche art.11, del quale si <strong>di</strong>rà) la valutazione delle modalità più opportune da adottare<br />

per il rispetto dei <strong>di</strong>ritti, delle libertà fondamentali e della <strong>di</strong>gnità delle persone interessate:<br />

responsabilità <strong>di</strong> non poco momento, considerato che le valutazioni del ricercatore<br />

potrebbero essere soccombenti rispetto a quelle <strong>di</strong> un giu<strong>di</strong>ce o dello stesso Garante,<br />

specialmente in assenza <strong>di</strong> precisi criteri <strong>di</strong> riferimento o <strong>di</strong> limiti temporali certi. Il principio<br />

7[7] Con riferimento, in particolare, agli atti <strong>di</strong> stato civile, suscettibili <strong>di</strong> contenere dati relativi a relazioni<br />

riservate <strong>di</strong> tipo familiare, la Sezione Seconda del Consiglio <strong>di</strong> Stato, con il già ricordato parere 1281/1997,<br />

dopo aver ha riba<strong>di</strong>to l’improponibilità della loro secretazione permanente, considerate le ragioni <strong>di</strong><br />

“particolare riservatezza delle notizie sullo stato personale delle persone (omissis) che sarebbero violate<br />

dalla pubblicazione degli atti <strong>di</strong> stato civile..” e “attesa la particolare durata della vita” impegna<br />

l’Amministrazione proponente (Ministero per i beni culturali) a cercare una soluzione equilibrata: “ Vedrà<br />

l’Amministrazione - recita il parere - se non ritenga necessario e possibile formulare i criteri <strong>di</strong>rettivi interni<br />

con l’in<strong>di</strong>cazione <strong>di</strong> un limite <strong>di</strong> età generalizzato, ma notevolmente più elevato dei 70 anni”.<br />

Non sembra che l’Amministrazione possa operare simili scelte, se non come in<strong>di</strong>rizzo ai propri funzionari<br />

limitatamente alla <strong>di</strong>ffusione dei dati da loro stessi effettuata nell’esercizio delle funzioni istituzionali.


colpisce anche gli archivisti che utilizzino i dati per fini non istituzionali, come pure si è<br />

detto. Ci si può chiedere se, in questa prospettiva, la pertinenza e in<strong>di</strong>spensabilità dei dati<br />

agli scopi storici perseguiti si ponga come principio concorrente rispetto a quello della<br />

libertà <strong>di</strong> ricerca enunciata nei principi generali e riba<strong>di</strong>ta al comma 1 del successivo articolo<br />

10 o <strong>di</strong> espressione del pensiero <strong>di</strong> cui al comma 1 dell’articolo 11, e, in tal caso, nell’ipotesi<br />

<strong>di</strong> conflitto, quale dei due debba avere prevalenza sull’altro. La risposta è data - per quanto<br />

riguarda la <strong>di</strong>ffusione, che <strong>di</strong> questa libertà è poi l’espressione ultima – dall’articolo 11,<br />

comma 4, sul quale ci si soffermerà tra breve.<br />

L’articolo 10, recante le norme sull’accesso agli archivi pubblici, e dunque il <strong>di</strong>ritto<br />

<strong>di</strong> consultazione, replica le <strong>di</strong>sposizioni già dell’articolo 107 del decreto legislativo<br />

n.790/1999, come mo<strong>di</strong>ficate e integrate dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 281/1999,<br />

ora degli articoli 122 ss. del co<strong>di</strong>ce, sopra ampiamente riferite. Registra tuttavia (commi 6-7)<br />

alcuni approfon<strong>di</strong>menti in tema <strong>di</strong> autorizzazione alla consultazione – dunque alla<br />

comunicazione da parte degli archivisti - <strong>di</strong> documenti riservati prima dello spirare dei<br />

termini in<strong>di</strong>cati dalla norma.<br />

Il comma 6, in particolare, stabilisce che l’autorizzazione – rilasciata, dal Ministero<br />

dell’Interno, u<strong>di</strong>ta la Commissione per le questioni inerenti la consultabilità degli atti<br />

d’archivio riservati - può contenere “cautele volte a consentire la comunicazione dei dati<br />

senza ledere i <strong>di</strong>ritti, le libertà e la <strong>di</strong>gnità delle singole persone”. Il comma 7 precisa in cosa<br />

tali cautele possono consistere. L’elencazione <strong>di</strong> esse non è tassativa (“l’in<strong>di</strong>cazione può<br />

consistere anche…-“), e neppure particolarmente perspicua. Trascorre da cautele relative<br />

alla <strong>di</strong>ffusione, che è cosa ben <strong>di</strong>versa dalla comunicazione (<strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> dati anonimi o<br />

contrassegnati dalle sole iniziali, <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong> riproduzione dei documenti, dove per<br />

riproduzione s’intende, presumibilmente, la pubblicazione integrale o parziale degli stessi<br />

documenti) a cautele relative alla comunicazione (oscuramento dei nomi in una banca dati,<br />

sottrazione temporanea <strong>di</strong> singoli documenti dai fascicoli, secondo la già riferita prassi della<br />

“scrematura”). Viene raccomandata la verifica sulla pertinenza dei dati rispetto agli scopi<br />

storici proposti. A questo fine, il comma 2 dell’articolo 10 impegna l’utente che richiede<br />

l’autorizzazione a presentare un progetto che, in relazione alle fonti riservate per le quali<br />

chiede l’autorizzazione, illustri le finalità della ricerca e le modalità <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffusione dei dati. Il<br />

soggetto che rilascia l’autorizzazione viene anche impegnato a in<strong>di</strong>care eventuali fatti e<br />

circostanze che possono rendere facilmente in<strong>di</strong>viduabili gli interessati. Si ba<strong>di</strong> bene che<br />

queste cautele potrebbero tutte insieme, in linea teorica, concorrere a delimitare un singolo<br />

atto concessorio, con quali esiti non è <strong>di</strong>fficile immaginare.<br />

Riguardo poi alla “<strong>di</strong>ffusione” dei dati da parte dell’utente, l’articolo 11 del co<strong>di</strong>ce riprende e<br />

sviluppa i temi già trattati nell’articolo 9. Dopo aver affermato che l’interpretazione dei fatti<br />

documentati dalle carte è esercizio legittimo, che rientra nella sfera <strong>di</strong> libertà<br />

costituzionalmente garantite (comma 1), la norma si occupa dei limiti in cui si imbatte chi<br />

tale esercizio compie, in ragione delle esigenze della tutela <strong>di</strong> altri <strong>di</strong>ritti <strong>di</strong> rango<br />

costituzionale: quelli cioè alla riservatezza, all’identità personale e alla <strong>di</strong>gnità della persona.<br />

Il principio car<strong>di</strong>ne è quello già in<strong>di</strong>cato dall’articolo 9 comma 2. L’articolo 11, al comma 4,<br />

fornisce però allo stesso utente un criterio nel bilanciamento tra il <strong>di</strong>ritto alla libera<br />

espressione del pensiero e quello la tutela della riservatezza. Recita infatti la norma :<br />

“L’utente può <strong>di</strong>ffondere i dati personali se pertinenti e in<strong>di</strong>spensabili alla ricerca e se gli<br />

stessi non ledono la <strong>di</strong>gnità e la riservatezza delle persone”. Il criterio è dunque quello della<br />

concorrenza tra due con<strong>di</strong>zioni potenzialmente conflittuali; poiché la prima con<strong>di</strong>zione non<br />

può non verificarsi (pena l’illiceità del trattamento), è evidente che il venir meno della<br />

seconda con<strong>di</strong>zione assume carattere <strong>di</strong>rimente: dunque, anche se un dato è pertinente, anzi<br />

in<strong>di</strong>spensabile al mio <strong>di</strong>scorso, non potrò <strong>di</strong>ffonderlo se esso è potenzialmente lesivo della<br />

<strong>di</strong>gnità e della riservatezza del soggetto al quale si riferisce.<br />

Il comma 2 fa inoltre <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong> “pubblicare” dati clinici e <strong>di</strong> descrivere abitu<strong>di</strong>ni sessuali<br />

<strong>di</strong> una persona identificata o identificabile. Il <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffusione è assoluto: e infatti per


questi dati non è prevista l’applicazione del principio <strong>di</strong> pertinenza e in<strong>di</strong>spensabilità per gli<br />

scopi storici che l’utente persegue. La <strong>di</strong>sposizione <strong>di</strong>scende <strong>di</strong>rettamente dagli artt.22,<br />

comma 8, e 26, comma 5, del co<strong>di</strong>ce privacy. Trasferito senza me<strong>di</strong>azioni al trattamento per<br />

scopi storici il <strong>di</strong>vieto può rappresentare un limite severo alla libertà <strong>di</strong> espressione del<br />

pensiero. E’ da chiedersi, ad esempio, se per un personaggio noto o che abbia svolto<br />

funzioni pubbliche è lecito <strong>di</strong>ffondere tal genere <strong>di</strong> dati, quando la malattia o fatti legati alla<br />

sua sfera sessuale abbiano avuto influenza sull’esercizio del suo munus istituzionale o sulla<br />

sua vita pubblica e lo storico intenda appunto sviluppare questo <strong>di</strong>scorso.<br />

Non soccorre, a questo proposito, la <strong>di</strong>sposizione contenuta nel comma 3 dello stesso<br />

articolo 11, dove si stabilisce che “la sfera privata delle persone note o che abbiano esercitato<br />

funzioni pubbliche deve essere rispettata nel caso in cui le notizie o i dati non abbiano alcun<br />

rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. Se ne deduce, a contrario, che notizie o dati<br />

pertinenti alla “sfera privata” possono essere <strong>di</strong>ffusi nel caso in cui vi abbiano avuto<br />

influenza. Non ne consegue necessariamente, tuttavia, che i dati sanitari e quelli afferenti<br />

alla sfera sessuale siano riconducibili senz’altro alla fattispecie prevista dalla norma. La<br />

quale, peraltro, reintroduce un concetto già utilizzato dalla vecchia legislazione sulla<br />

consultabilità (art.21 DPR 1409/1963), che in<strong>di</strong>viduava per l’appunto la sfera della<br />

riservatezza nelle “situazioni puramente private <strong>di</strong> persone”: concetto espunto dal sistema<br />

in seguito alla novella recata dal decreto legislativo 281/99. La sua riproposizione<br />

reintroduce anche, nel sistema, gli elementi <strong>di</strong> incertezza interpretativa dei quali si è sofferto<br />

in passato, con l’aggravante che, rispetto al passato, nel nuovo quadro normativo la<br />

condotta illecita può configurare l’ipotesi <strong>di</strong> delitto contemplata dal già ricordato articolo<br />

167, comma 2 del co<strong>di</strong>ce privacy.<br />

Avventurandosi nel campo viciniore, quello cioè del co<strong>di</strong>ce deontologico relativo al<br />

trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, si osserva che l’articolo<br />

5 del predetto co<strong>di</strong>ce (<strong>di</strong>ritto all’informazione e dati personali), al comma 1, stabilisce che,<br />

nel raccogliere i dati personali che la legislazione sulla privacy definisce sensibili, ivi inclusi<br />

quelli atti a rivelare “le con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> salute e la sfera sessuale”, il giornalista garantisce il<br />

<strong>di</strong>ritto all’informazione su fatti <strong>di</strong> interesse pubblico, evitando riferimenti a congiunti o ad<br />

altri soggetti non interessati ai fatti”. Il <strong>di</strong>vieto <strong>di</strong> <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> questi dati non è posto in<br />

termini assoluti: viene fatto salvo l’interesse all’informazione su fatti <strong>di</strong> interesse pubblico.<br />

Coerentemente, gli articoli 10 e 11 dello stesso co<strong>di</strong>ce, rispettivamente de<strong>di</strong>cati alla tutela<br />

delle persone malate e della sfera sessuale, consentono la pubblicazione delle relative notizie<br />

(ivi inclusi i dati analitici <strong>di</strong> interesse strettamente clinico) “nell'ambito del perseguimento<br />

dell'essenzialità dell'informazione e nel rispetto della <strong>di</strong>gnità della persona se questa riveste<br />

una posizione <strong>di</strong> particolare rilevanza sociale e pubblica".<br />

Ci si chiede se il giornalista che accede ad un archivio per “scopi storici” possa avvalersi del<br />

co<strong>di</strong>ce della sua professione o sia tenuto alle <strong>di</strong>sposizioni dell’articolo 11 del co<strong>di</strong>ce che<br />

stiamo commentando.<br />

Per concludere, un breve accenno agli articoli 12 e 13 del co<strong>di</strong>ce.<br />

L’articolo 12 impegna i soggetti pubblici e privati tenuti all’osservanza del co<strong>di</strong>ce<br />

(necessariamente da intendersi: proprietari e possessori <strong>di</strong> archivi) a <strong>di</strong>ffonderne la<br />

conoscenza e ad assicurarne il rispetto: dovere che viene assolto me<strong>di</strong>ante opportuna<br />

pubblicità data al co<strong>di</strong>ce nelle sale <strong>di</strong> consultazione e chiedendo agli utenti, all’atto<br />

dell’ammissione, la sottoscrizione <strong>di</strong> una formula che li impegna al rispetto delle norme in<br />

esso contenute. Tenuto conto che l’osservanza delle <strong>di</strong>sposizioni del co<strong>di</strong>ce costituisce<br />

con<strong>di</strong>zione essenziale per la liceità del trattamento (preambolo, punto 2) e che esso si<br />

applica, senza necessità <strong>di</strong> sottoscrizione, “all’insieme dei trattamenti <strong>di</strong> dati personali<br />

comunque effettuati dagli utenti per scopi storici” (art.1, comma 2), è necessariamente un<br />

munus degli archivisti – in particolare degli archivisti <strong>di</strong> Srato - la <strong>di</strong>ffusione <strong>di</strong> esso presso<br />

gli utenti. In particolare, a norma del comma 2, questo munus fa capo, per gli archivi non


statali, alle Soprintendenze archivistiche, che su <strong>di</strong> essi esercitano i compiti <strong>di</strong> vigilanza e <strong>di</strong><br />

tutela loro attribuiti dalla vigente normativa.<br />

L’articolo 13, commi 1 e 2, stabilisce che le amministrazioni pubbliche e le società e<br />

associazioni private destinatarie del co<strong>di</strong>ce applicano ai trasgressori le sanzioni previste nei<br />

rispettivi or<strong>di</strong>namenti. Va da sé che dette sanzioni, che per gli archivi <strong>di</strong> Stato consistono<br />

nella sospensione del <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> accedere alle sale <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o per un periodo <strong>di</strong> tempo<br />

determinato, vanno ad aggiungersi a quelle previste dalla legge, come recita il comma 2, il<br />

cui contenuto <strong>di</strong>spositivo deve necessariamente intendersi esteso alle <strong>di</strong>sposizioni recate dal<br />

comma 1.<br />

Gli archivisti pubblici e privati segnalano al Garante le violazioni delle regole <strong>di</strong> condotta da<br />

parte degli utenti: quelle, verisimilmente, delle quali siano venuti a conoscenza nell’esercizio<br />

delle loro funzioni. In tal senso va intesa la norma, considerato anche che per i primi, cioè<br />

per gli archivisti pubblici, è anche richiamato l’obbligo della denuncia <strong>di</strong> reato cui sono<br />

tenuti i pubblici ufficiali. Ogni altra interpretazione affiderebbe agli uni e agli altri compiti<br />

<strong>di</strong> indagine estranei alle ragioni della ricerca, che sono poi quelle che animano e sostengono<br />

la professione.

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