Vite di uomini illustri del secolo XV

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Vite di uomini illustri del secolo XV

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COLLEZIONE

DI

OPERE INEDITE RARE

DEI FIUMI TRE SECOLI DELLA LINGUA

PUBBLICATA PER CURA

mm PE' lEs

NKLLK PROVINCIE DELL" EMILIA

'^

BOLOGNA

PRESSO ROMAGNOLI-DALL' ACQUA

Libraio-Editore della R. Coinniissione pe' Testi di Lingua

Via dal Luzzo, 4, A. B.

1893


COLLEZIONE

DI

OPERE INEDITE O RARE

DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA

PUBBLICATA PER CURA

DELLA R. COMMISSIONE PE'TESTl DI LINGUA

NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA


1 J- .^

VITE

DI

UOMINI ILLUSTRI

DEL SECOLO XV

SCRITTE

DA VESPASIANO DA BISTICCI

RIVEDUTE SUI MANOSCRITTI

DA LUDOVICO FRATI

VOLUME SECONDO

BOLOGNA

ROMAGNOLI-DALL' ACQUA

1893


Proprietà Letteraria

Holopna 1893 Tipi Fava e Garap-nani


PARTE QUARTA

UOMINI DI STATO E LETTERATI

MATTEO MALFERITO

I. — Messer Matteo Malferito fu di nazione del-

l' isola di Maiolica, nato di nobili parenti ; fu litteratis-

sirao * e dottore * in giure civile e canonico, e cavaliere

e universale negli studi d' umanità ; in altre facultà era

universalissimo e di maravigliosi costumi. Is tette a' ser-

vigi del re Alfonso, e fugli molto accetto, e adoperollo

assai in mandarlo ambasciadore in più luoghi. Fu reli-

giosissimo e di molto buona conscieuza, uomo aperto,

largo, sanza igiiuna finzione o simulazione. Ebbe nella

sua vita, secondo che intesi da lui, molti casi avversi.

Infra gli altri, aveva rotto tre volte in mare e mai s'era

abbandonato. E una volta, tornando da studio e sendosi

dottorato, e fatto cavaliere, tornando a casa con tutti i

sua libri e panni e arienti e masserizie, ruppe in mare,

e a fatica scampò lui, e perde tutto quello che aveva;

sempre, dice, che sperò in Dio che non lo abbandone-

rebbe, e col tempo si riebbe e racquistò dell' altra robba ;

e così fece ogni volta. * Sendo in Firenze ambasciadore

pel re Alfonso molto bene a ordine, vi venne una mat-

tina uno religioso del reame a raccomandarsi a lui di

Voi. 2.» 1

v^

"^^^


6 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

certi danari che aveva dati a uno fiorentino a interesse

e aveva una iscritta di sua mano, ed erano ducati

cinquecento. Quando messer Matteo vide questa scritta,

sendo nimico d' ogni cattivo e maxime avendo in odio i

cattivi contratti, chiamommi in presenza di quello religioso

e sì gli disse che si dovrebbe vergognare a mo-

strare quella scritta, benché colui che aveva fatto quello

contratto fussi morto. Disse a questo religioso che mai

più gli arrivassi innanzi e che eg\ì non faceva conto

quanto male faceva col cattivo esempio che dava ; che

la maggiore grazia che potessi avere si era eh' egli gli

perdessi e eh' egli non gli riavessi mai più. Intervenne

eh' egli perde il capitale e gli interessi * (1). Era molto

umano con ognuno, e volentieri serviva chi lo richiedeva ;

e usava dire che sempre si doveva fare piacere a ognuno,

e non fare mai poca istima di persona ; e lui n' aveva

fatta più volte l' esperienza ; e diceva che , sendo egli

col re Alfonso quando era a campo a Piombino, e che

andando uno povero uomo a morire con una cavezza

al collo, glie ne venne compassione, e fece fermare co-

loro che lo menavano, e andò a domandarlo alla Maestà

del re, che lo liberassi : il re glielo dette liberamente.

Fatto questo, colle sue mani gli levò il capestro dal collo,

e fegli sciorre le mani ; di poi gli disse : io ti dono la

vita, vatti con Dio. Il povero giovane lo ringraziò, e

partissi. * Avendo veduto il giovane tanta umanità si

parti per nello sapere né potere ringraziare di tanto be-

neficio quanto gli aveva fatto di campargli la vita * (2).

Messer Matteo non credeva mai più averlo a vedere, né

vi pensava ; ma solo lo fece mosso a compassione.

(1) Così il cod. B., manca nell' ed. Bart.

(2) Così i cod. V. e B., manca nell' ed. Bart.


MATTEO MALFERITO 7

IL — Non passò molto tempo, che avendo mandato

il re Alfonso messer Matteo ambasciadore in Catalogna

per mare, e in questo tempo la sua Maestà aveva guerra

co' Genovesi, passando messer Matteo colla galea, e per

sua disgrazia detta galea fu presa da' Genovesi. * Essendo

inimicizia, come è detto, tra i Genovesi e sua Maestà *

(1),

messer Matteo vedendosi prigione, e messo nella sentina

della galea , sendo questa la quarta volta eh' egli era

istato prigione, veduta la differenza oh' era tra' Genovesi

e il re (2), non gli parve vi fussi rimedio a potersene

liberare, e seco medesimo diceva : questa è quella volta

eh' io ho da rimanere. Istando a questo modo nella sen-

tina della galea, v' era suso per compagnone quello gio-

vane eh' egli aveva fatto liberare a Piombino. Andò dove

era messer Matteo, sanza che ignuno lo vedesse, e sì gli

disse : messer Matteo, io ho la vita prima da Dio e poi

da voi; io non resterò mai, che io la restituirò a voi,

per rimunerarvi del (3) beneficio che * io ho ricevuto da

voi quando io era condannato ad esere impiccato a Piom-

bino e voi mi domandaste alla Maestà del re Alfonso e

destimi la vita. * Riconosciutolo (4), messer Matteo, se gli

raccomandò quanto potè, non avendo altro rimedio. A-

vendo la galea andare a pigliare acqua, questo che aveva

una grande forza, lo prese in collo e portello fuori della

galea, in modo che lo salvò. Sendo messer Matteo in

terre sottoposte al re Alfonso, subito fu sovvenuto del

suo bisogno. Impari ognuno a essere cortese, e a fare

piacere a ognuno, che non è ignuno che sappi dov' egli

s' ha a capitare.

(1) Cosi in V., manca aell'ed. Bart.

(2) sua Maestà (B.)

(3) di quello beneficio che mi faceste a Piombino quando mi

salvaste la vita (B.)

(4) Riconoscendolo (B.), Riconosciutolo (V. e B.)


8 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

III. — Sendo istato messer Matteo a' servigi del

re Alfonso anni ventidua, desiderava tórre moglie, e ri-

tornarsi alla sua patria (1). Per questo aveva più volte

chiesta licenza al re, e non glie l'aveva voluto dare. Deter-

minò torre moglie, a fine che il re gli desse più tosto li-

cenza; fu contento il re che togliessi moglie. Tolta che

r ebbe, sollecitava la sua Maestà di avere la licenza,

desiderando riposarsi , e ritornarsi a casa sua ; e più

volte si dolse meco della servitù e miseria eh' era a

stare con uno principe; e agguagliava le corti dei si-

gnori grandi alle gabbie degli uccellini, che quegli che

vi sono drento, desiderano uscirne e andarne fuori; e

quegli che sono fuori vi vorrebbero tornare drento. Fece

tanto col re Alfonso, che ottenne la licenza di ritornarsi

alla patria sua per riposarsi, e cosi fece. Era messer

Matteo iurista e canonista singulare, e aveva grandis-

sima notizia di lettere gentili e sacre ; ed era universale

in ogni cosa, e molto pratico, e molto vólto al culto di-

vino e alla rehgione, e amava i buoni. In lui erano tutte

le degne condizioni che possono essere in uno gentile uomo;

e per questo m' è paruto metterlo in questo comentario,

nel numero di questi singulari uomini.

FRATE AMBROGIO

I. — Frate Ambrogio fu dell' ordine di Camaldoli,

e fu da Portico di Romagna, figliuolo di uno povero

uomo. Entrò negli Agnoli molto fanciullo, dove istette

in quella Osservanza e reclusione lunghissimo tempo.

Cominciò a dare opera alle lettere latine * molto gio-

vane, essendo di prestantissimo ingegno *

(2), di poi dette

(1) e ritornarsi a casa sua (B.)

(2) Così leggesi in A., B. e V., manca nell'ed. Bart.


FRATE AMBROGIO

opera alle greche , sotto la disciplina di Eraanuello

Grisolora, * uomo dottissimo * (1), che venne di Grecia,

per mezzo di raesser Palla di Nofri Strozzi, e d' Antonio

Corbinelli e d' altri uomini singulari, eh' erano in quello

tempo. Fattosi dottissimo nell' una lingua e nelF altra,

dette opera alle lettere ebree, e di quelle ebbe qualche

notizia. Sendo dotto in quello modo cominciò a tradurre

e fu cosa mirabile quan' era eloquente (2) ; non fu, come

si vede in piti sua traduzioni, inferiore a ignuno di

quella età. Aggiunse a tutte queste cose la sanctità della

vita, perchè in quello monistero erano monaci quaranta,

santissimi, eh' erano lo specchio di Firenze. Fu opinione

di frate Ambrogio, che fussi vergine, per essere entrato

in quello munistero puro e netto e di poca età ; di poi

avere perseverato anni quaranta o piìi in quella clausura.

IL — Venne in tanta fama e riputazione, per la

sanctità della vita congiunta colla dottrina, che in Fi-

renze non veniva persona di condizione, che non andassi

agli Agnoli a visitarlo ; perchè non gli pareva avere

veduto nulla. Era di natura molto umile ; d' apparenza

era piccolo di corpo, e '1 viso aveva assai buona grazia.

Quanti uomini degni aveva la città in questo tempo, radi

dì era che non andassino a visitare frate Ambrogio ; che

nel tempo suo Firenze fioriva d' uomini degni. Nicolao

Nicoli, Cosimo de' Medici, Lorenzo suo fratello, messer

Carlo d'Arezzo, messer Giannozzo Manetti, maestro Pa-

golo, ser Ugolino, ser Filippo (3) radi di era che non

vi fussino. Udii questo da Cosimo de' Medici, in lode di

frate Ambrogio, della grande notizia eh' egli ebbe delle

lettere greche :

che

un dì, sendo con frate Ambrogio

(1) Così in A. e B., manca nell' ed. Bart.

(2) che non suole essere professione di frati, aggiunge il cod. A.

(3) Filippo di ser Ugolino (A.)


10 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Nicolao e Cosimo, frate Ambrogio traduceva Santo Gio-

vanni Crisostomo sopra le epistole di santo Pagolo ; e'

traduceva, e Nicolao scriveva di lettera corsiva, ch'era

velocissimo scrittore; e non poteva sopperire a * scri-

vere *

(1)

quello che frate Ambrogio traduceva d' uno

ornatissimo istile e non v' era modo d' emendargli (2) al-

trimenti. Nicolao diceva spesso a frate Ambrogio : andate

adagio, eh' io non vi posso tenere drieto. Sono ancora

di mano di Nicolao queste sua traduzioni di Santo Marco;

e si vede che vi sono pochissime cose racconce. E se

non fussi istato impedito, * come fa da papa Eugenio

che lo fé' generale *

(3), traduceva infinite opere più che

non tradusse. Lesse in Firenze a molti, lettere greche ;

e nel convento a più frati lesse latino, e le greche a

frate Iacopo Tornaquinci, a frate Michele ; a' secolari, a

messer Giaunozzo Manetti * e più altri cittadini * (4).

III. — Istando frate Ambrogio a Firenze in questo

modo, vennevi nel mille quattrocento trentatrè papa

Eugenio IV; e avendo notizia della fama sua, vacando

il generalato di quello ordine, lo fece generale, e cavollo

degli Agnoli; che fu grandissimo impedimento agli studi

sui ; ed era più 1' ufficio suo d' attendere alle lettere, che

governare; dove non era uso. Era in questo tempo il

concilio di Basilea contro a papa Eugenio ; e vedendo

il pontefice frate Ambrogio essere uomo degnissimo, de-

terminò mandarlo ambasciadore per la sua Santità allo

imperadore Sigismondo, e a Basilea al conciHo, dove

acquistò grandissimo onore. A uomini singulari intervengono

de' casi strani, perchè sono uomini sottoposti allo errare

(1) Cosi in A. e B., manca nell' ed. Bart.

(2) emendare (ed. Bart.), emendarli (V.)

(3) Così in A. e B., manca nell' ed. Bart.

(4) Così in A. e B., manca nell' ed. Bart.


FRATE AMBROGIO 11

come gli altri. Avendo domandato^ a Basilea, di volere

parlare a tutto il concilio quando fusse ragunato, fugli

concessa 1' udienza pubblica. Essendo in questo concilio

assai dotti uomini, e maxime ve n' erano venuti per la

fama di sì singulare uomo, quant' era frate Ambrogio ;

avendo cominciata la sua orazione, quando fu circa il

mezzo, si smarrì. Veduto in questo modo, sendo in tanto

numero di degni uomini, avendo 1' orazione nella manica,

scritta , subito la cavò e apersela , e ritrovò dov' egli

aveva mancato, e riprese, e seguitò la sua orazione in-

fino alla fine , sanza altro impedimento. Considerò frate

Ambrogio quanto questi atti pubblici sono pericolosi a

uno uomo dotto come lui, d' essere vituperato in tanto

degno conspetto , e perdere quello in uno dì , eh' egli

aveva guadagnato in lunghissimo tempo. Fu assai lodato

e commendato del partito preso di ripigliare 1' orazione.

Andato, poiché fu partito dal concilio, allo imperadore

Sigismondo, quivi ispose la sua ambasciata in pubblico,

e fece una degnissima orazione.

IV. — Tornato di poi a papa Eugenio, eh' era in

Firenze, 1' amava assai per la sua dottrina e per le sua

inaudite virtù, delle quali fece prova e colla presenza

e con più traduzioni degne che fece ; delle quah in fine

di questo comentario si farà menzione. E' non volle mai

tradurre se non opere sacre, se non fusse stato molto

obligato (1) a Cosimo de' Medici, per infiniti benefìci ri-

cevuti da lui, in questi sua istudi, d' averlo aiutato e di

danari e d' ogni cosa , delle quali 1' aveva richiesto. E

puossi dire che Nicolao Nicoli e Cosimo de' Medici fus-

sino in gran parte cagione, che frate Ambrogio venisse

dove venne. Nicolao 1' aiutò assai, con prestargli libri

* infiniti * greci e latini, * e con dargli fama e riputazione *

(1) se non che sendo molto obligato (A.)


12 PARTE rV' — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ed essere mezzo che Cosimo de' Medici e Lorenzo lo

sovvenissiuo (1) ne' sua bisogni ; che frate Ambrogio,

sanza il mezzo di Nicolao, noli' (2) arebbe richiesto, per-

chè era di sua natura timido e vergognoso. Ora, sendo

frate Ambrogio in queste traduzioni di (3) cose sacre, e

avendo tradotti più libri e mandati a Cosimo i Sermoni

di santo Efrem, Cosimo desiderava d' avere Laerzio Dio-

gene, De vita et moribus philosophorum , ch'era in

greco, e volevalo in latino. Fecene richiedere frate Ambrogio,

da Nicolao che lo traducesse, sappiendo che non

voleva tradurre se non opere sacre. Richiestonelo (4),

fu contento con grandissima diflScultà-; parendogli eh' ella

fussi opera non conveniente a lui. Traducendola (che la

fece in brieve (5) tempo), mi disse uno suo discepolo,

eh' egli si doleva assai d' avere a fare una simile opera.

Finilla, e fu opera molto degna e assai istimata e allora

e oggi; e fattala, le fece il proemio, e mandolla a Co-

simo de' Medici. * Usava dire frate Michele discepolo di

frate Ambrogio sendo vivo più volte parlò con lui della

traduzione di Laerzio, perchè la coscienza ve lo rimor-

deva de gli passi di Cosimo de' Medici o di Lorenzo e

Nicolao Niccoli. Maestro Pagolo e ser Filippo di ser

Ugolino erano soliti d' andare ogni di agli Agnoli a starsi

con frate Ambruogio ed il simile v' andavano molti cit-

tadini da bene e htterati che aveva quella età, e sempre

vi ragionava di cose degne, e da questo seguitò che

quella età ebbe moltissimi uomini singulari * (6).

(1) e Lorenzo suo fratello lo soste?iessino (ed. Bart.) e Lorenzo

lo sovvenissino (A. e B.)

(2) non lo (ed. Bart.)

(3) in queste condizioni, di tradurre (ed. Bart.); in queste

traduzioni (A. e B.)

(4) Richiestolo (ed. Bart.)

(5) brevissimo (ed. Bart.); brieve (A. e B.)

(6) Cosi in A. e B., manca nell'ed. Bart.


FRATE AMBROGIO 13

V. — Era in questo tempo in Firenze papa Eugenio,

dove si trovavano moltissimi singolari uomini ; e per

questo acquistò frate Ambrogio assai riputazione, per

essere conosciute le sua virtù. Sendosi partito papa Eu-

genio da Firenze, e andato a Ferrara, e chiamati i Greci

che passassino in Italia, a fine che si correggesse quello

errore che avevano colla cristiana religione, vennono a

Ferrara alle spese del pontefice ; e desiderava eh' eglino

s' unissino colla Chiesa romana. Sendo cominciata la

mortalità a Ferrara, papa Eugenio se ne venne (1) a

Firenze, e vennonvi i Greci ; e fu diputata in Sancta

Maria Novella la sala della sua residenza, che ogni dì

vi si disputasse per la parte de' Greci e de' Latini, Quivi

si trovavano infiniti singolari uomini per una parte e per

r altra, in fra' quali era del continovo frate Ambrogio ;

ed eravi uno interprete, il nome del quale era Nicolò

Secondino, che fu da Negroponte, istato di poi colla Si-

gnoria di Vinegia, e mandato per ambasciadore al re

Alfonso, * che interpretava nell' una lingua e nell' altra,

eh' era cosa mirabile : trasferiva in latino sanza ignuna

difficultà quello che dicevano in greco, e cosi traduceva

di latino in greco ' (2). E alcune volte, quando non vi

poteva venire Nicolò, sopperiva (3) lui ; che non v' era

altri che 1' avessino saputo (4) fare, se non questi dua

per la perizia dell' una lingua e dell' altra.

VI. — Mediante la sanctità della vita e la dottrina,

venne frate Ambrogio in grandissima fama, sendo nato

di vilissimo luogo (5). Mirabile forza ebbono le lettere

(1) venitesene (ed. Bart.)

(2) Così ia A. e B., manca nell' ed. Bart.

(3) sopperiva fidate Ambrogio per lui (ed. Bart.); frate Am-

brogio sopperiva lui (A.)

(4) lo sapessino (ed.. Bart.); l' avessino saputo (A. e B.)

(5) d' umilissimo (ed. Bart.) ; di vilissimo (A. e B.)


14 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

in lui. Era ferma sentenza di tutti i dotti, che frate

Ambrogio e messer Lionardo fussino quelli che avessino

rinnovata la lingua latina , eh' era istata sepolta anni

mille più. Non era stato mai ignuno scrittore in

questi (1) tempi, che si fusse appressato dove vennono

frate Ambrogio e messer Lionardo. Benché in latino il

Petrarca alquanto (2) la rinnovasse, ma non giunse dove

giunsono questi dua. Fu molto differente messer Lionardo

d' Arezzo , parendogli essere solo quello che 1' avesse

rinnovata ; vedendo venire frate Ambrogio in tanta ri-

putazione, lo sopportò molestamente e non sanza invidia;

perchè Nicolao Nicoli, Cosimo e Lorenzo de' Medici, e

molti dotti, prestavano (3) favore a frate Ambrogio, e

davangli fama ; benché fusse contro alla voluntà sua,

sendo alieno da simiU cose. Ed era venuto frate Ambrogio

in luogo, che in Firenze non veniva uomo di condizione

che noli' (4) andassi a visitare, menato da Cosimo e da

Lorenzo de' Medici, e da Nicolao. Tutte queste cose in-

tendeva messer Lionardo, e avendogli mandata la vita

di Tullio e di Demostene e più sua traduzioni, e chia-

mandolo, per la sua dottrina, censore della lingua latina;

di poi, per questa invidia eh' ebbe di frate Ambrogio,

venne in tanto isdegno contro a Nicolao, eh' egli si la-

sciò trascorrere a fare una vituperosa invettiva contro

di lui, benché egli non vi mettesse titolo ; e fu questo

uno de' maggiori errori che facesse mai messer Lionardo,

e di che gli fosse dato maggior carico, e meritamente.

Erano in corte di Roma moltissimi degni uomini amici

di Nicolao, che lo sopportorono molestamente ; e acqui-

(1)

di questi (A.)

(2) assai (ed. Bart.); alquanto (A. e B.)

(3) davano (A.)

(4) non lo (ed. Bart.)


FRATE AMBROGIO 15

stonne grandissima nimicizia. Fu già chi vide una invet-

tiva di Lorenzo di Marco Benvenuti contro a messer

Lionardo. Non so s' egli ne dette copia ; io nulla (1) vidi

mai. Fu questo Lorenzo di Marco dotto ed eloquente.

Non bastò questo a messer Lionardo, che trascorse in

un' altro errore non minore di questo, e fu che fece una

orazione intitolata Contra hypocritas ; che fu opinione

che r avesse fatta contro a frate Ambrogio, il quale era

alieno in tutto da simili cose, perchè né fama né gloria

non fu mai da lui appetita, ma sempre la fuggì ; avendo

più rispetto alla salute dell' anima che a ignuna altra

cosa; come si vide in tutte le sua operazioni.

VIL — Potrebbonsi dire di frate Ambrogio molte

cose degne di memoria ; ma avendolo fatto solo per via

d' uno brieve ricordo, non m' é paruto distendermi troppo,

Visse santissimamente, e il simile finì il corso della sua

vita. Di poi che fu morto più anni (2), udii da persone

degne di fede, che, sendo il corpo suo all' eremo in terra,

e di sopra sendovi asse, per la grande freddezza ch'era

in quello luogo, accadendo levare quelle asse, funne fama

publica, che dov' era il suo corpo, v' era pieno di fiori

nati miracolosamente, sendo di verno, e coperta la terra

con r asse, che non vi andava aria. Avendo veduto quello

che r onnipotente Iddio aveva dimostro della sua mirabile

virtù, per memoria di chi leggerà questo commen-

tario della vita sua, metteremo qui 1' opere tradutte da lui.

Santo Basilio : De

Santo Giovanni Grisostomo : De

integritate virginiiatis.

providentia Dei,

ad Stagiriiim ynonachiim arreptitium. — Sopra U Epistole

di santo Paolo ad Timotheum, prima. — Ad

(1) non la (ed, Bart.)

(2) Di poi che fu più anni (A.)


16 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Timotheum, secunda. — Ad Philemonem. — Ad Titum.

— Sopra Modico vino utere.

l' anima.

Dialogo d' Enea Sofista, Della immortalità del-

Libro De -paradiso e vita sanctorum * patrum

eoo Egipto * (1).

Sermones plurimi sancii Ephrcem.

Manuele Calefa, Adversus errores Groecorum.

Vita sancii Ioannis Chrisostomi, a Palladio.

Vita sancii Gregorii Nazanzeni * (2).

Santo Atanasio, Cantra gentiles.

Epistolarum suarum, libri viginti.

Itinerarium suum, liber unus.

Cominciò a tradurre Grisostomo sopra la Epistola

ad Coriniios. Tradussene Omilie dua (3).

LIONARDO D' AREZZO.

I. — Messer Lionardo nacque d' umile luogo in

Arezzo, e venne a Firenze a studiare, e istette per re-

petitore; e per la sua virtù, sendo messer Coluccio in

quello tempo riputatissimo nelle lettere e nella autorità,

ebbe messer Lionardo da lui grandissimo favore nel

dare opera alle lettere latine. Venuto dotto nella lingua

latina, dette opera alle lettere greche, sotto la disciplina

di Mannello Grisolora, uomo dottissimo ; e venne eccel-

lentissimo nelle lettere latine e greche, quanto ignuno

avesse quella età. Fatto questo, cominciò a comporre ;

e delle prime cose che facesse, dimonstrò d' essere dot-

(1) Cosi in B. e V., manca nell' ed. Bart.

(2) Così in A., B. e V., manca nell' ed. Bart.

(3)

Il catalogo più completo delle opere di Ambrogio camal-

dolese, vuoisi conoscere presso il Mehus, nella sua stupenda edi-

zione della Vita e Lettei'e di Ambrogio.


LIONARDO d' AREZZO 17

tissimo ed eloquentissimo, e venne in luogo, eh' egli e-

rano stati circa anni mille, che non era giunto persona,

dove giunse messer Lionardo. Cominciò a crescere la fama

sua * ogni dì più * per tutta Italia * vedendo 1' opere

sue e il suo stile inusitato in più secoli. Sendo stato in

Firenze più anni, e cresciuta la fama sua per tutta Ita-

lia * (1), e maxime in corte di Roma diliberò cercare la

sua ventura; e, per consiglio e parere di messer Co-

luccio, andò a Roma, con lettere sue a papa Innocenzo,

al quale lo raccomandava molto, come si vede per una

epistola che gli scrive. Giunto a Roma, e visitato papa

Innocenzo, v' era venuto Iacopo di Agnolo dalla Iscar-

parìa, dotto in greco e in latino ; e avendosi a mettere

un segretario in iscambio d' uno che s' era morto, aven-

dosi a fare una lettera per papa Innocenzo, importan-

tissima, per vedere chi avesse a essere segretario di

loro dua, dette a fare a ognuno la medesima lettera,

acciocché chi la facesse meglio, quello sarebbe assunto

alla degnità del segretario. Ne fecero una per uno, e

presentoronla al pontefice ; fu giudicato che quella di

messer Lionardo istessi meglio, e per questo ottenne

d' essere fatto segretario. Fu assai accetto a tutti i pon-

tefici con chi egli istette, e maxime a papa Giovanni

Cossa da Napoli. Sendo messer Lionardo in questo tempo

povero uomo, il papa gli aveva posto grandissimo (2)

amore, e aiutavalo a farsi ricco. Sendo papa Giovanni

a Bologna, e messer Lionardo con lui, venne per sua

bisogni a Firenze, e uno famiglio che stava con lui gli

rubò dugento fiorini, tra roba e danari. A papa Gio-

vanni , nella tornata di messer Lionardo, fu detto ; e

giunto, la Sanctità sua gli domandò se egli era vero.

(1) Così in A., B. e V. Manca nell' ed. Bart.

(2) grande (ed. Bart,)


18 PARTE TV — UO^^NI DI STATO E LETTERATI

Disse di si. Il papa disse che lo ristorerebbe lui; e la

seguente mattina gli fece spacciare una bolla, che aveva

a andare per la cancelleria, e volle che andassi per ca-

mera, e fussi tassata in secento fiorini, che furono per

messer Lionardo per ristoro di quello che gli aveva

tolto il famiglio.

II. — Era sollecitato papa Giovanni che andassi

al concilio. Sendo a Firenze a Sancto Antonio del Vescovo,

istava sospeso dell' andare al non andare, e ma-

xime avendo promesso andare. E per questo mandò certi

ambasciadori all' imperadore, con commessione che a certi

luoghi, i quali egli dava loro per nota, non vi voleva

andare (1), e che da quegli luoghi in fuori era contento

andarvi. Ispacciati gli ambasciadori per andare all' im-

peradore, e notati i luoghi in sur un foglio, istette al-

quanto sopra di sé, innanzi che dicessi loro altro; di

poi, come piacque all' onnipotente Iddio, per la sua di-

vina giustizia, * per volere eh' egli fussi gastigato, * (2)

ridomandò il foglio, e preselo e straciollo, e disse che

r imperadore eleggessi il (3) luogo, eh' egli (4) voleva,

eh' era contento. Andati gli ambasciadori , e isposto

quanto avevano di commessione, l' imperadore subito e-

lesse Gostanza eh' era uno di quegli luoghi sospetti, eh' egli

non voleva. Apparecchiolli l' onnipotente Iddio la sua

punizione. Eletto il luogo, e intesolo, papa Giovani su-

bito ordinò d' andare al concilio, contro al consiglio di

tutti gli amici sua, che conoscevano eh' egli andava alla

sua privazione. Con la sua Santità andò messer Lio-

(A.)

(1) e iscrisse i luoghi agli ambasciadon nella loro commessione

(2) Giunta dei codici A. e B.

(3) uno (ed. Bart.)

(4) dove (ed. Bart.) eh' egli (A. e B.)


LIONARDO d' AREZZO 19

nardo d' Arezzo, che stava con lui in casa. Giunto a

Gostanza, dov' era il concilio, subito cospirorono contro

a lui, di privarlo del pontificato, e soscrissonsi di loro

mano i principali del concilio. Un amico di papa Gio-

vanni, avendo notizia chi erano i congiurati, gli notò

in sur un foglio, e una sera dopo cena dov' era messer

Lionardo e altri sua di casa, andò a lui, a significargli

quanto s'era fatto contro di lui. Messer Lionardo istava

in casa di papa Giovanni, e era venuto con lui da Fi-

renze, e trovossi presente a tutto, e da lui l' udii. Giunto

il prelato italiano dalla sua Sanctità, lo chiamò da parte,

e dissegli quanto s' era ordinato contro a lui ; e mo-

strògli il foglio de' congiurati, credendo averne dalla

sua Sanctità qualche grado ; e aggiunse più, che costoro

s' erano congiurati di farlo pigliare, e mettere in pri-

gione. Udito questo, il papa prese quello foglio e istrac-

ciollo ; di poi gli venne tanto sdegno, eh' egli pigliò

quello prete per gittarlo a terra delle (1) finestre. Al-

cuni uomini degni che v' erano, e messer Lionardo con

loro, si feciono innanzi, e maraviglioronsi di questo atto,

non sapiendo perchè. * Intesolo conobbono essere giudizio

di Dio per punirlo de' sua errori. * (2) Il prete, che cre-

deva acquistare qualche grado, veduto quello che glien' (3)

era seguito, non gli parve avere fatto poco, quando gli

fu uscito delle mani. Il seguente dì gli fu mandato a dire,

che bisognava o eh' egli si fuggisse, o eh' egli entre-

rebbe in prigione. Misesi indosso una cappa d'uno frate;

e messer Lionardo, e altri che gli andavano appresso,

uscirono fuori di Gostanza a pie, e andorono a una ba-

dia ; e dice eh' egli istettono tre di, che non mangiorono

(1) da quelle (ed. Bart.), delle (A. e B.)

(2) Giunta dei codici A. , B. e V.

(3) gli (ed. Bart.)


20 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

se non pere ruggine, per non avere altro, e per non

iscoprirsi, che sarebbeno stati presi. Fuggitosi, subito

vennono alla sua privazione, e tornò semplice prete. La

divina giustizia fece assai (1) in papa Giovanni, perchè

tutto il mondo gli aveva detto, che, s' egli v' andasse,

sarebbe privato: niente di meno lui medesimo diceva,

che bisognava eh' egli v' andassi, volessi egli o no, che

non era in sua podestà non vi andare.

IH. — Privato papa Giovanni, fu fatto papa Mar-

tino, e creato, venne a Firenze ; e messer Baldassarre

Cossa, altrimente papa Giovanni, venne presso a Firenze

come semplice prete ; e pregato papa Martino da Bar-

tolomeo Valori, prestantissimo cittadino, e da altri del

governo, lo fece cardinale, e in quella degnità visse poco

tempo a Firenze, e morissi. (2) * A Costanza si riformò

la chiesa di Dio secondo che disse messer Lionardo,

s' ella avessi avuto conclusione, ma non l' ebbe a ca-

gione de' Taliani. La prima constituzione fu che ignuno

cardinale potessi tenere ignuno benefìcio in commenda

e che non potessino avere d' entrata più di cinquemila

fiorini ; e non potessino essere se non uno certo nu-

mero; e questi cinquemila fiorini avessino avere i car-

dinali dalla camera apostolica, e la camera gli avessi

avere d' una cassa che avessino avere tutti i benefici

del mondo secondo la sua entrata, praticossi e non ebbe

efi"etto. Avevano, secondo che disse messer Lionardo,

fatta un' altra constituzione ed erano d' accordo tutti

gli oltramontani: restava solo di fare contenti i Taliani

e questo era di ridurre la chiesa al modo primitivo.

Sendo contenti gli oltramontani, i TaUani per nulla non

vi si accordavano. * Raccontava messer Lionardo, che.

(1)

cosi (ed. Bart), assai (A. e B.)

(2) L' aggiunta che segue è nei codici A. , B. e V.


LIOXARDO d' AREZZO 21

sendo ragunato il concilio , e ordinate le costituzioni,

r iinperadore Sigismondo si rizzò, e disse : omnes nationes

consentiunt, et vos Italici quare non vultis consentire?

Allora si rizzò uno prete pratese, e le prime parole che

disse, furono : nos sumus hic sub tyranno. L' impe-

radore adirato se gli volse, e disse: se io fussi tiranno,

tu non averesti ardimento di dire queste parole; e per

questa cagione la costituzione non ebbe (1) luogo * e fu

cagione d' uno grande male. *

(2) Terminato il concilio

di Gostanza, papa Martino, si parti e vennesene (3) a

Firenze per attendere a riformare la chiesa di Dio, eh' era

in grande disordine per la scisma che aveva avuta. Era

Firenze molto ricca di danari, e aveva assai uomini ; ma

il più delle città e delle case, nella abbondanza non vi

si sanno drento governare; ed era questo errore non

solo nella infima plebe, ma ne' grandi. Che se non fussi

istato, v' era qualche rimedio ; ma, sendo universalmente

in tutta la città , per la grande abbondanza, come è

detto, cominciossi a cantare per la città una canzona,

che diceva : papa Martino non vale un lupino. E anda-

vanla cantando per tutta la terra i fanciulli, e a Santa

Maria Novella e in ogni luogo. Ed era venuta tanta

cecità in tutti i cittadini, che, quando i fanciulli la can-

tavano, tutti se ne ridevano ; che fu uno grande errore

(4). * Veduto quello che ne seguitò, il Papa, *

(5) intesa

questa insolenza, (6) non ci poteva avere pazienza, co-

noscendo questo errore procedere da' grandi e non da'

fanciulU. Intendendo Messer Lionardo questa indegna-

(1) le costituzioni non ebbono (ed. Bart. e A.)

'(2) Giunta dei codd. A., B. e V.

(3) come è detto, era venuto (ed. Bart.) Ho seguito A. e B.

(4) procedere da' grandi e non da piccoli (B.)

(5) Giunta dei codici A., V. e B,

(6) Intesa questa insolenza, ne seguitò che il papa.

Voi. 2.° 2


22 PARTE rV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

zione del papa, e conoscendo la natura sua, subito andò

dalla sua Sanctità, per vedere di placarlo. Giunto al

papa, lo trovò che andava di su in giù per uno verrone

che riesce allato alla sala del papa, nel secondo chiostro,

e andava dicendo : Martinus, inquit, quadrantem

non valet? Di poi soggiungeva e diceva: e' mi pare

ogni dì mille d' andare a Roma.

IV. — Messer Lionardo, conosciuta la natura sua,

faceva quello che poteva di placarlo, e diceva: beatis-

simo padre, queste sono parole da fanciulli, non le vo-

glia la vostra Sanctità istimare. La risposta del papa

era, che, se i grandi non volessino, i piccoli non le di-

rebbono. Ma sia con Dio; se io me ne vo a Roma, mo-

strerò loro se sono i grandi o i piccoli che le dicono ; e

non potè mai messer Lionardo placarlo ; e partissi su-

bito da Firenze, e andonne a Roma ; e passò poco tempo

che ci fé' rompere guerra dal duca Filippo, in Bolognese,

e di poi in Romagna contro a (1) madonna (2) Cate-

rina degli OrdelafR, ch'era raccomandata de' Fiorentini ;

e in quello anno furono rotti i Fiorentini tre volte, e

condussonsi in cattivo luogo. E però conosca ognuno

quanto importi uno errore (3) di una piccola cosa, in

una città, a correggere, a avere uno pontefice quale era

papa Martino, amicissimo della città ; e per una minima

cosa farselo nimico, potendolo avere amico. Dannava

assai messer Lionardo i cittadini di questi tempi che a-

vevano lasciato trascorrere uno inconveniente simile ; e

avendovi potuto rimediare, non avere voluto ; che fu ca-

gione di grandissimo male; che, sendo i Fiorentini op-

(1) da (ed. Bart.), contro a (A. e B.)

(2) Madonna ha il codice Magliabecchiano e il Bolognese, me-

glio, ci sembra, dell'edizione Romana, nella quale si legge ìnadama.

(3) disordine (A.)


LIONARDO d' AREZZO 23

pressati da potentissimo exercito, e rotti, come è detto,

in un anno tre volte, ne seguitò che bisognò che faces-

sino lega co' Viniziani, colle condizioni che potettero ;

donde ha avuto origine la grandezza de' Viniziani, d' a-

vere acquistato buona parte di quello che hanno in terra

ferma, e tutti i disordini che sono poi seguiti, come si

vede. E messer Lionardo conobbe bene questo caso, e

disse e fece quanto potè per rimediarvi, e non fu bastante;

e costò alla città di Firenze il dire: papa Mar-

tino non vale uno lupino^ presso che perdere la libertà ;

e aggiuntovi parecchi milioni di fiorini. * Consideri ognuno

quanto fu grande questo inconveniente, del quale messer

Lionardo per sua prudenza conosceva quello che ne po-

teva seguire. *

(1)

V. — Ritornando a messer Lionardo, venne a Fi-

renze nei tempi di papa Eugenio, e lasciò il segreta-

riato (2) e una scrittoria che aveva, e fugli data la

cacellaria. E conosciuta la sua prudenza e universale

pratica, per essere istato lungo tempo in corte di Roma,

gli dettone lo Stato, dove fu de' Signori, e più volte de'

Dieci, e fece pruova di singularissimo uomo, ed era

chiamato in tutte pratiche, ed era riputato il suo con-

siglio savissimo e temperato, e andava nelle sua cose

molto adagio. Trovossi de' Dieci, nella rotta che fu data

a Nicolò Piccinino, a Anghiari. Di messer Lionardo si

potrebbono dire molte cose in sua commendazione, delle

quali e messer Giannozzo nella orazione funebre, e mes-

ser Carlo n' aranno detto assai. Dirò qui solo alcuna

cosa ispeciale, veduta e udita da lui, e maxime d' uno

savissimo consigho dato per lui nella partita di papa

e V.

(1; Giunta dei codici A. , B. , e V.

(2) segretario (ed. Bart.) Ho preferita la lezione dei codici A.


24 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Eugenio da Firenze, a fine che non riuscissi come quella

di papa Martino. Sendo papa Eugenio in Firenze V ul-

tima volta, quando se n' andò a Roma, i Veneziani (1)

erano venuti in differenza con lui; e per questa difi'e-

renza papa Eugenio aveva fatto lega col re Alfonso e col

duca Filippo ; e per questa cagione si dubitava assai che,

partito papa Eugenio di Firenze, non si avesse a rom-

pere guerra in più luoghi. I Viniziani, eh' erano in lega co'

Fiorentini, avevano data commessione al loro ambascia-

dorè, eh' era in Firenze, che s' operasse co' Fiorentini,

che non lasciassino partire papa Eugenio per nulla, ve-

duto gì' inconvenienti che n' avevano a seguire (2) e in

questa andavano molto oltre colle parole in Firenze.

Erano vari pareri, chi di ritenerlo e chi no.

VI. — Ora, come era di consuetudine della città

in quegli tenpi, feciono uno consigHo di Richiesti, di tutti

i principali (3) della città, fra' quaU intervenne messer

Lionardo. Venuto il gonfaloniere nel consiglio, propose,

secondo la consuetudine, s' egli era da ritenere il papa,

lasciarlo andare ; e che i Viniziani (4) consigliavano

di ritenerlo. Messer Lionardo, sendo cancelliere e mini-

stro della Signoria, fu 1' ultimo a chi toccò a parlare.

Tutti quegli che avevano consigliato, consigliavano di

ritenerlo. Avando parlato ognuno, messer Lionardo montò

in sulla ringhiera, e parlò in questa forma: Potentissimi

signori mia, e prestantissimi cittadini. Io non so se ignuno

di voi ha considerato di chi è stato parlato questa sera.

'

(5) Se voi non lo sapeste, voi parlate del Vicario di

(1) i Viniziani erano in lega et erano vertuti (A. e V.)

(2) seguitare (ed. Bart.), seguire (A. e B.)

(3) principali cittadini (A.)

(4) secondo consigliavano i Viniziani di ritenerlo (A. e V.)

(5) Così i codd. A. e B. Manca nell' ed. Bart.


LIONARDO d' AREZZO ?5

Cristo in terra, il quale debbe essere onorato e venerato

come il primo della nostra religione. E se i Viniziani

vi confortano a ritenerlo, per le ragioni assegnate, io

sono di contraria sentenza, perchè e' vi consigliano di

quello, che, se l'avessino a fare loro, non lo farebbono;

e tutto fanno per darvi questo carico d' una cosa di

tanta importanza quanto è questa ; di natura che, quando

voi aveste a pigliare uno partito di questa importanza,

e' bisognerebbe ve ne giustificaste appresso tutte le na-

zioni de' Cristiani ; altrimenti i vostri Fiorentini, dove

fussino fuori della vostra città, sarebbono trattati peggio

che Giudei, e seguiterebbene la rovina e il disfacimento

vostro, che mai purghereste tanta infamia di questa na-

tura. Avendo parlato messer Lionardo per lungo ispazio,

circa questo effetto, sendo già mezza notte, e lui d' età

di anni ottanta, non potendo più istare, prese licenza.

Partito, la maggior parte di quegli cittadini che avevano

consigliato il contrario, per le parole di messer Lionardo

feciono come savi a mutare sentenza , e confermare

quello medesimo che aveva detto messer Lionardo, da

uno in fuori, che quella sera aveva molto isparlato * la

sera * (1) contro al papa, infìno a offerirsi * inconsidera-

tamente * (2) che, se bisognava, gli metterebbe le mani

addosso. E partito messer Lionardo, questo cittadino lo

riprese di quello che aveva detto. Nientedimeno furono

di tanta autorità le parole di messer Lionardo, che con-

fermate da tutti, se ne prese quella deliberazione di la-

sciarlo andare ; e più fu conosciuto questo consiglio di

messer Lionardo, di poi che 1' ebbono preso, che prima.

Vn. — Avendo messer Lionardo, eh' era d' animo

libero, inteso che quello cittadino aveva sparlato di lui,

(1) Così i codd. A. e B. Manca nell' ed. Bart.

(2) Così i codd. A. e B. Manca nell' ed. Bart.


26 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

la seguente mattina, sendo ragunati i Signori e i Collegi,

e intervenendo la Pratica, per dare effetto a questa de-

liberazione, messer Lionardo giunse in su la sala, e fece

dire come voleva parlare alla Signoria, presenti questi

cittadini. (1) Fecionlo chiamare drente. Venuto, cominciò

a parlare, e * dire quanto aveva consigliato il bene e

onore della sua città, e partito che fu della pratica,

nominò quello cittadino, che, (2) era andato in sulla

ringhiera a parlare contro a lui, di quello che aveva

consigliato; il quale consiglio gli aveva fatto per bene

e onore della sua patria, 1' onore della quale egli istimava

quanto la propria vita, e non per passione e in-

consideratamente ; che in simili consigli bisognava avere

rispetto al bene universale e non alle private passioni ;

che egli conosceva molto bene le condizioni sua, e quelle

di chi aveva detratto a lui; e che, bene che fusse nato

a Arezzo , egli aveva fatta sua patria quella Firenze ,

dalla quale egli aveva avuti tutti quegU onori che si

possono dare a uno cittadino, e questa era quella ch'era

a lui patria ; e in tutti i mia consigli, che io l' ho avuta

a consigliare, già sono più anni, 1' ho consigliata (3) con

quella fede e amore che debbe fare ogni buono cittadino.

E non solo l' ho consigliata, e fatto quello che s' ap-

partiene a ogni buono cittadino, ma io 1' ho onorata ed

exaitata, quanto le mia deboli forze hanno potuto, di

scrivere le storie sua, e mandarla a memoria delle let-

tere, per farla eterna, quanto io ho potuto. Che si vede,

che Roma, per i degni scrittori che ha avuti, e maxime

(1) questo cittadino (ed. Bart.) questi cittadini (A. e B.)

(2) cominciò a parlare, e nominò quello cittadino, che, partito

che fu daUa Pratica era antato (ed. Bart.) I codici A. e V. seguono B.

(3) Cosi ha il codice Fioi'entino e il Bolognese ; nella edizione

Romana invece si legge: la consigliava, ec.


LIONARDO d' AREZZO 27

Livio, è stata celebrata, e sarà per tutti i secoli. E bene

che i gesti de' Fiorentini non si possono assimigliare a

quegli de' Romani, mi sono ingegnato, non uscendo della

verità, lodargli quanto ho potuto. Ed èmmi istato assai

diffìcile ritrovare le cose passate, per non ci essere suti

iscrittori. Ho scritto dal suo principio, * e * sono venuto

insino alla guerra di Galeazzo Visconti, duca di Milano.

E se io fussi alquanto stracorso nel parlare, le SS. VV.

mi aranno per iscusato, e mi perdoneranno, sendo istato

tocco io neir onore, per la conservazione del quale mi

sono affaticato infino al presente dì. Ma io mi volgerò

al presente, con licenza delle VV. SS., a colui che m' ha

biasimato, eh' è qui innanzi alle SS. VV. QuaH sono i

consigli che ha dati alla sua patria? Quali frutti ha ella

riportati? Dove egli è andato ambasciadore? E sa bene

che sono uomini di natura, che, s' egli gli considerassi

bene, egli non arebbe biasimato di quegli che meritano

lode e commendazione, d' avere consigliata la mia patria

sanza odio o passione, come debbono essere li consigli

de' buoni cittadini, che amano le loro patrie. Ridusselo

messer Lionardo in luogo, che non ebbe mai ardimento

di rispondergh, né di parlare alla sua presenza, * non

gli parendo avere ragione e conoscendo la natura di

messer Lionardo hbera ed intera, e che sapeva tutti i

sua errori che gli arebbe detti alla sua presenza; *

perchè era tanta la sua integrità eh' (2) egli era molto

amato da tutti quegli del governo. Ora, per ogni ri-

spetto, a questo cittadino non parve avere fatto poco,

quando gli fu uscito delle mani * sua. *

(1) Giunta dei codici A. e B.

(2) era tanta la sua integrità e sapeva che tutti i sua errori

gli arebbe detti alla sua presenza; e che per la sua integrità egli

era, etc. (ed. Bart.)

(1)


28 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Vili. — Ora di messer Lionardo si potrebbono dire

molte cose, le quali sarebbono da chi avesse a scrivere

la vita sua. Ho scritto solo alcune cose udite da lui,

che mi sono parute che sieno degne di memoria. Fu

messer Lionardo de' Signori ; sendo molto riputato, come

innanzi è detto, fu fatto più volte de' Dieci della Balia;

e r ultima volta fu ne' più ardui e diffìcili casi che a-

vessi la repubblica. Venne Nicolò Piccinino infine in su

le porte, sanza che a Firenze se ne sapessi nulla. Fe-

done questi Dieci grandissimi provedimenti, e condussono

i primi capitani d' Italia. Sendo passato Nicolò Piccinino

con potentissimo esercito, persuaso dal conte di Poppi,

lo condusse in Casentino ; e, dopo una grande turba-

zione, la quale ebbe la città per i grandi provedimenti

fatti per i Dieci, fu rotto e superato Nicolò Piccinino

tra il Borgo e Anghiari. Aveva fatto passare Nicolò Pic-

cinino il conte di Poppi, per avere Bibiena e Castello

Santo Nicolò; e fu cagione di tòrgli lo Stato, perchè,

subito rotto Nicolò Piccinino, andorono a campo a Pop-

pi, e dua de' Dieci furono commessari in campo ; e in

pochi di, non avendo il conte difesa, perde Poppi e tutto

lo Stato che aveva di più castella, che erano istate loro

degli anni più di settecento : e potendo istarsi e conservare

quello istato a' figliuoli, lo volle perdere. E per questo

i Dieci della Baha, de' quali fu messer Lionardo, furono

trovati in grandissimo pericolo della città ; e il fine, colla

loro prudenza, fu con grandissimo onore e riputazione

della città e de' Dieci, per aversi bene governato nel

tempo che istettono in ufficio.

IX. — In questo tempo era messer Lionardo venuto

(1) in tanta riputazione, che in Italia e fuori era la fama

sua ; e del continovo erano in Firenze infiniti iscrittori,

(1) era venuto messer Lionardo (ed. Bart.)


LIONARDO d' AREZZO 29

che scrivevano 1' opere sua, parte per in Firenze, e parte

per mandare fuori ; in modo che messer Lionardo non

andava in luogo, che non trovassi che delle opere sua

si scrivessi. In tanta riputazione erano venute, che per

tutto il mondo erano domandate. Dirò qui quello eh' io

vidi, che molti di Spagna e Francia venivano a Firenze,

solo mossi dalla fama della sua singular virtù; e di que-

gli furono, che a Firenze non avevano a fare cosa ignuna,

se non solo per vedere messer Lionardo. E perchè lui ve-

niva ogni mattina da' cartolai, sempre v'era qualche ol-

tramontano italiano, che 1' aspettavano per vederlo ; e

massime in questo tempo, che v' era la corte di Roma e

papa Eugenio, Un dì andai con uno * gentile uomo * spa-

gnolo, mandato dal re di Spagna per visitarlo per la sua

parte, Giunto a lui, se gli gittò ginocchioni in terra a' piedi,

e fu una fatica a farlo rizzare. Disse, come aveva di

commessione della Maestà del re di visitarlo. Ricevet-

telo (1) con molto umane parole, e disse che lo racco-

mandassi alla sua Maestà. Il re Alfonso gli portava sin-

gularissima affezione, e richieselo che andassi a stare

alla sua corte, colle condizioni che parevano (2) a lui.

Ringraziò la sua Maestà, e mostrògli come non poteva,

rispetto a non dovere lasciare la sua città, alla quale

era molto obligato. Aveva grandissima riputazione in

Inghilterra e maxime col duca di Worcestri; e avendo

tradotta la Politica d' Aristotele, 1' aveva intitolato in

lui, e mandòlla in Inghilterra. Istando a rispondervi,

parve a messer Lionardo eh' egU non facessi la stima

che dovessi fare d' uno libro sì degno, e per questo ne

fece levare quello proemio, e fece uno proemio a papa

Eugenio, eh' era a Bologna ; e messer Lionardo in per-

(1) Ricevutolo (A.)

(2) paressino (ed Bart.), parevano (A. e B.)


30 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

sona lo portò alla sua Santità, dove gli fu fatto gran-

dissimo onore.

X. — Era messer Lionardo d' uno aspetto gravis-

simo, non era molto grande di persona, ma di mediocre

statura. Portava una cappa di ciarabellotto di grana

lunga appresso alla terra, con maniche che si rimboc-

cavano foderate ; in su la cappa portava uno mantello

rosato, isparato dallato, lungo inflno in terra ; in capo

uno capuccio rosato, avvolto colla foggia dallato. Andava

per la via con grandissima gravità. Era umanissimo e

piacevole, e aveva molte belle novelle della Magna, dov' e-

ra istato al concilio. Era di poche parole, favoreggiava

assai gli uomini ch'egli conosceva che valevano. Era di

complessione collerico, e alle volte si adirava, ma subito

tornava. Intervenne, a sua commendazione dello adirarsi

e tornare tosto, che una sera, sendo in piazza insieme

con messer Giannozzo Manetti e altri uomini dotti, si

disputava di varie cose. Messer Giannozzo era fresco in

su gU studi, e a ogni cosa rispondeva, e solveva quelle

cose che si disputavano. Messer Lionardo lo riprese con

alquante parole, uno poco fuori dell' ordinario. Messer

Giannozzo, che gli portava riverenza, prese iscusa con

lui. * Messer Lionardo, veduta in messer Gianozzo tanta

umiltà, gli parve averlo ingiuriato; partitosi e andato-

sene a casa, * (1) messer Lionardo, eh' aveva 1' animo

generoso , parendogli avere offeso messer Giannozzo

n' ebbe assai dispiacere, di natura che tutta la sera e

notte istette di mala voglia. La mattina a buon' ora si

partì di casa, e andonne a casa di messer Giannozzo

Manetti, che non andava mai a casa ignuno cittadino,

e disse al famiglio suo che picchiassi l'uscio. Picchiollo,

(1) Leonardo, veduta in lui tanta umanità, che aveva l'animo

generoso (V.) La lezione che ho seguita è quella dei codici A. e B.


LIONARDO d' AREZZO 31

e venne uno suo famiglio. Messer Lionardo gli disse,

che dicesse a messer Giannozzo che v' era uno suo a-

mico, che gli voleva parlare. Subito che lo intese, mes-

ser Giannozzo venne all' uscio, e quando vide messer

Lionardo, si dolse di lui in infinito, eh' egli fussi venuto

alla sua casa, che uno minimo de' sua che gli avessi

detto, ch'egli andassi da lui, vi sarebbe andato. Rispuose,

che non se ne curassi, ma che togliessi il mantello, e

eh' egli andassi con lui, che gli voleva parlare. Andò

messer Giannozzo con lui, e andando lungo Arno, gli

uso queste parole: Giannozzo, io conosco che iersera io

ti feci in piazza una grande villania, della quale n' ho

avuto la penitenza, perchè da poi in qua ch'io tornai a

casa ho avuto tanto dispiacere di quello che ti feci, che

questa notte non ho potuto dormire, né potevo avere

pace, se io non venivo a chiederti perdonanza. Messer

Giannozzo gli disse, che gli era figliuolo, e non solo

quello che aveva detto arebbe sopportato, ma fussi di

che natura si volessi eh' egli non lo sopportassi ; e che

con lui non bisognava che pigliassi scusa. Conosciuta la

riverenza che gli portava e sempre gli aveva portata,

restògli tanto amico; e non passò molto tempo che, aven-

dosi a mandare ambasciadori a Genova, secondo la consue-

tudine di quegli tempi, che ogni collegio, quando si fa-

cevano ambasciadori, poteva nominare uno eh' egli voleva,

non sendo messer Giannozzo mai più andato am-

basciadore, uno di collegio lo nominò ; a messer Lio-

nardo sendovi presente, si rizzò suso, e disse : fatelo

sopra di me, eh' egli è uno «iugulare uomo, e faravvi

grandissimo onore. E per questo favore fu fatto amba-

sciadore a Genova, a messer Tomaso da Campo Fre-

goso, insieme con uno ambasciadore viniziano, uomo di

grandissima autorità; e tutto fu opera di messer Lio-


32 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

nardo. * Fece inoltre molte cose degne di memoria per

chi avessi a scrivere la vita sua; ma quello che ho

scritto di lui è stato solo per farne qualche memoria

per via di commentario, come ho fatto di più uomini

eccellenti. * (1) Farò qui da pie memorie delle opere

che sono tutte da -lui composte e tradutte da greco in

latino. Fece messer Giannozzo, sendo di Collegio, una

degnissima orazione funebre in sua commendazione.

Opere composte da messer Lionardo

1. L'istoria fiorentina dal principio della città

infìno alla guerra di Giovanni Galeazzo, libri dodici.

— 2. Be primo hello punico, che è in luogo della se-

conda decade di Tito Livio, libri tre. — 3. Della

guerra de' Goti contro agi' Italiani. — 4. Orazione

a madonna Battista de' Malatesta, degli istudii delle

lettere, libro uno. — 5. Be temporibus suis, liber

unus. — 6. Orazione nella morte di messer Giovanni

Strozzi. — 7. Contra hypochritas. — 8. Pro

se ipso ad prcesides. — 9. Contra nebulonem male-

dicum. — 10. Be origine urbis romance. (2) — 11.

Be recta interpretatione. — 12. Bialogi ad Petrum

Histrium. — 13. Isagogicon moralis disciplince. —

14. Vita Aristotelis, liber unus. — 15. Vita Cice-

ronis, liber unus. — 16. Epistolarum, libri X.

Opere tradotte di Aristotele.

17. Ethicorum, libri X. — 18. Politicorum, libri

Vili. — 19. (Economicorum, libri IL

(1) Questo periodo manca nell' ed. Bart. , è aggiunto in A.

(2) Mantuae (A. , B. e V.)


GIANNOZZO MANETTI 33

DI Platone.

20. Phoedon, de immortalitafe animorum — 21.

Phcedrus. — 22. Gorgias. — 23. Crìto. — 24. Apo-

logia Socratis. — 25. Epistolce Platonis, liber unus.

DI Plutarco.

26. Vita Marci Antonii. — 27. Vita Catonis Uti-

censis. — 28. Vita Pyrrhi Epirotarum regis. — 29.

Vita Demosthenis. — 30. Vita Sertorii. — 31. Vita

Pauli yEmilii. — 32. Xenophontis tyrannus. (1)

GIANNOZZO MANETTI

1. — Messer Giannozzo Manetti, nato di laudabili

parenti, avendo per via d' uno coraentario fatta la sua

vita, èmmi paruto per le sua laudabili virtù e condi-

zioni metterlo nel numero di questi singulari uomini,

che hanno composto, e ornato il secolo loro. Il simile

ha fatto messer Giannozzo Manetti, composti più volumi

di libri, e ornata la sua città, non solo collo iscrivere,

ma con tutte le cose eh' egli ebbe a fare. Venendo alla

sua dottrina, egli fu dottissimo in latino, in greco e in

ebreo, grandissimo filosofo e naturale e morale, fu gran-

dissimo teologo, non inferiore a ignuno della sua età.

Imparò la lingua ebrea, la quale ebbe facilissima, solo

a fine di sapere bene i testi della santa Scrittura. Usava

dire, avere tre libri a mente, per lungo abito : l' uno

era l' Epistole di santo Pagolo, \ altro era Agostino,

(1) Assai più sono gli scritti di Leonardo Aretino, e ne dà il

catalogo diligente 1' abate Mehus, nella Vita di lui, pag. 50-88.


34 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

De civitate Dei, e de' gentili 1' Etica d' Aristotele. Im-

parò la lingua ebrea, come è detto, per avere perizia

della Scrittura santa, e per confusione degli Ebrei, contro

a' quali egli voleva iscrivere ; e compose una opera,

come si vedrà, contro a loro, in dieci libri, ed emen-

dògli. Restonne a fare libri cinque. Era veementissimo

disputatore, e volentieri disputava co' giudei, co' quali

non può disputare chi non ha perizia della lingua loro,

per la forza de' vocaboli. Aveva questa condizione

quando egli disputava con uno giudeo, eh' egU diceva

loro : mettetevi in punto, e trovate 1' arme vostre, eh' io

non vi vogUo offendere , se non con 1' arme vostre me-

desime; e ignuno giudeo ebbe mai con lui se non ver-

gogna, fussi dotto quant'egli volessi. E di questo ne fece

infinite experienze. E perchè il salterio è quello, che i

giudei dicono che quella traduzione de' settantadua in-

terpreti v' ha aggiunto e mutato, messer Giannozzo lo

tradusse de hebriaca veritate. E perchè molti, che non

avevano perizia della lingua, per invidia s' ingegnavano

di riprenderlo, per questo rispetto fece cinque libri, che

li chiama apologetici, in defensione di quello salterio ;

ne' quali libri egli mostra quello che v' è aggiunto , e

quello che è mutato ; e non ve n' è una iota, che egli

non abbia calculata ; e dimostra in questo libro la gran-

de perizia eh' egh ha avuto della Scrittura santa. Non è

nella Bibbia cosa ignuna eh' egli non abbia veduta , e

che in questo libro egli non dimostri d' avere vòlta tutta

la Scrittura santa, e non solo i dottori latini, ma veduta

tutta la Bibbia in ebreo. Dua volte vide tutti i cementi

degli Ebrei , come Rabbi Moise , e altri comentatori ;

tutto a fine di riprovare a gli Ebrei la loro perfidia.

Ebbe nella lingua ebrea dua precettori : l' uno fu Ma-

nnello , uomo dottissimo in quella linqua , l' altro fu

quello che gì' insegnò, e dettegli i principii.


GIANNOZZO MANETTI 35

II. — Fu dottissimo nella lingua greca, come si

vede per più sua traduzioni, come fu del Testamento

Nuovo, dell' Etica d' Aristotele a Nicomaco, e V altra

Etica ad Eudemo, e i Magni Morali d' Aristotele, e

De memoria, e De riminiscentia. Ebbe nelle lettere

greche per precettore frate Ambrogio degli Agnoli, uomo

dottissimo. Acquistò tutte queste scienze in brievis-

simo tempo, solo con la sua assiduità di sapere compar-

tire il tempo; e bastorongli ore cinque a dormire e non

più, e il resto del tempo attendere a studiare. Cominciò

a dare opera alle lettere latine in età d' anni venticin-

que, sendo di tanta età, non avendo potuto seguitare

la sua voluntà per rispetto del padre. Cominciato in

questa età, istette anni nove, che mai passò l' acqua

dal lato di là, ma istava del continovo in casa, e an-

dava a Santo Spirito, dove aveva fatto fare nell' orto

uno uscio dalla casa sua. E avendo dato opera alla

grammatica, volendo udire loica e filosofia, andava in

Santo Spirito, dove in quegli tempi erano molti dotti

uomini, e maxime maestro Vangelista da Pisa , e mae-

stro Girolamo da Napoli. Maestro Vangelista leggeva in

loica e in filosofia, e a tutte quelle lezioni andava raes-

ser Giannozzo; e ogni dì andava a disputare veemente-

mente ne' circuii nell' una dottrina e nell* altra , e in

breve tempo venne dottissimo e in loica e in filosofia.

III. — Avendo fatto professione in queste arti li-

berali, volle andare alla teologia, e volle che maestro

Girolamo da Napoli gli leggesse santo Agostino De civitate

Dei, del quale fece uno abito singulare. Aveva

infra l' altre laudabili condizioni , eh' egli era, e della

nostra religione parlava con grandissima riverenza; e

in laude di quella usava dire, che la fede nostra non

si debbo chiamare fede, ma certezza; perchè tutte le

cose della detta religione, che sono iscritte e approvate


36 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

dalla Chiesa, sono così vere, come egli è vero che uno

triangolo sia triangolo, che è una figura dimostrativa.

Era tanta la sua integrità, che di dimostrare una cosa

per un' altra, o fingere o simulare, n' era alieno. Bugie

non credo che fussi mai persona che gliene udisse dire

mai, e sarebbesene vergognato. Era il suo parlare uno

si , e uno no ; e ne' sua giudicii interissimo , alieno

da ogni passione. Usava dire , in confermazione della

fede e della verità, che mai aveva veduto ne' sua dì,

ignuno , fare alcuno delitto noto , eh' egli non avessi

veduta la vendetta parata ; e di queste ne contava in-

finite.

IV. — Avendo messer Giannozzo per uno suo a-

mico avuto a acconciare una differenza, eh' era tra dua,

e conosciuta la integrità di Messer Giannozzo, 1' aveva

rimessa in lui ; avendosi a vedere più conti e iscritture

fra loro, delle quali messer Giannozzo era intendentis-

simo, quanto uomo che avessi Firenze, e non era conto

difficile, che solo a guatarlo, di subito non lo avessi

sommato; ora vedendo i conti di costui, quello con chi

egli aveva a fare, gli aveva fatti infiniti inganni e in-

teressi e usure ; le quali messer Giannozzo conoscendo,

chiamò questo, con chi il suo amico aveva a fare, e si

gli mostrò tutti questi errori, eh' erano infiniti, volendo

acconciargli d' accordo, per non lo vituperare. Costui

stava costante a volere sostenere quello eh' egli non po-

teva. Veduta messer Giannozzo la sua pertinacia, sendo

in presenza di più, a chi questo caso era noto, se gli

volse, e si gh disse: vieni qua, io ho examinato la vita

tua e i tua portamenti, e il simile i tua figliuoli, di na-

tura eh' io ti voglio profettizzare quello che t' interverrà.

Io ho voltate molte carte della Scrittura santa a' mia

dì; tieni questo per certo, che tu hai a essere punito,

tu e tua famiglia, d' una punizione che sarà di natura,


GIANNOZZO MANETTI 37

che sarà exeraplo a tutta questa città; e abbi paura de'

giudicii di Dio, e non passerà molto tempo. Era costui

in questo tempo nel colmo delle felicità e di robba e di

iSgliuoli, e non credeva che il cielo né la terra lo po-

tessi offendere. Non passò molto tempo che venne una

punizione sopra della sua persona e di tutta la casa sua,

ne' figliuoli e nella robba; e, se non fussi per non of-

fendere persona, ella è di natura che sarebbe exemplo

a tutto il mondo. Parlava messer Giannozzo della puni-

zione di costui, e affermavala come s' egli 1' avessi d' in-

nanzi agli occhi. Tutto procedeva della fede sua e bon-

tà. Usava dire, per quello che aveva provato in sé del-

l' amore de' figliuoli, che la maggior punizione eh' aves-

sino * i padri *

(1) in questa vita, si era la morte de'

propri figliuoli; e che aveva letta la Scrittura santa, e

che per una grande punizione non trovava che Iddio

mandassi agli uomini la maggior di questa, che di le-

vargli i propri figliuoli. * Ora essendo in Firenze uno

cittadino assai riputato e di quello di Dio non sentiva

molto, che aveva tre figliuoli maschi d' età d' anni ven-

ticinque per uno o più, intervenne, come piacque a Dio,

che gli tolse uno figliuolo che più amava. Essendo con

messer Giannozzo, mi disse: l'onnipotente Iddio ha dato

questo flagello a costui perch' egli si ravvegga de' sua

errori; se noUo farà interverrà che dei due che glie

n' é rimasti in brieve tempo ne perderà uno, e restara-

negli uno solo e non sarà il da più quello che gli ri-

marrà. Non passarono pochi anni che intervenne quello

che aveva detto che gli mori il secondo figliuolo: es-

sendo con lui me lo ricordò e disse: vedi quanto sono

giusti i giudici di Dio, ma gli uomini non conoscono

acciecati per i loro peccati. * (2)

(1) Parola aggiunta da V.

(3) Questo periodo, che manca nell' ed. Bart. , leggesi in B.

Voi. 2.' 3


38 PARTE rv — UOMINI DI STATO E LETTERATI

V. — Acquistò messer Giannozzo a sé e alla casa

sua grandissima riputazione, e ottenne tutte le degnità

della città, ed esercitonne molte, nelle quali ebbe gran-

dissimo onore. Usò questo in tutti i magistrati che ebbe,

come di Collegio e d' altre degnità, dove aveva compa-

gnia, che sempre volle dimostrare, che ognuno vi po-

tessi più di lui ; e con questa sua umanità, sempre vi

poteva quanto vi voleva, e non arebbono fatto nulla

sanza il suo parere. In questo tempo, che gli ambascia-

dori si facevano pe' Signori e Collegi, in più legazioni

andò messer Giannozzo. Con questo mezzo, sempre, come

egli era nominato, otteneva il partito, sempre con

tutte le fave nere, per la singulare grazia che aveva.

La prima volta ch'egli andò ambasciadore, fu a Genova,

sendo doge messer Tomaso da Campo Fregoso, in com-

pagnia d' uno gentile uomo viniziano, che si chiamava

messer Pasquale Malipieri, de' primi di quella republica,

uomo di grande autorità. Fu grande onore a messer

Giannozzo, sendo nuovo nello Stato, e sendovi nominati

quella mattina tanti uomini d'autorità. Udendo nominare

messer Lionardo d' Arezzo , che vi si trovò presente

come innanzi è detto, si rizzò e disse, che, s' eglino a-

vevano a fare ambasciadore a Genova, che togliessino

messer Giannozzo sopra di lui, che farebbe loro uno

grande onore, conosciute le sua singulari virtù ; e mes-

selo a partito : non fu fava discordante ; e in quésta

prima legazione arrecò grandissimo onore alla sua patria.

VI. — Aveva una memoria eterna, che aveva ogni

cosa a mente. Istimava il tempo assai, e non ne per-

deva mai una ora, non ostante tutte le occupazioni o

per la republica o per sé. Usava dire, che del tempo

che noi abbiamo in questa vita, ce ne converrà rendere

ragione in fine, a uno momento, fondatosi in sul testo

del Vangelo, che dice: non ti partirai di qui, cioè di


GIANNOZZO MANETTI 39

questa vita, infino a tanto che tu non renda ragione

d'uno minimo quadrante, idest d' uno minimo peccato;

e che r onnipotente Iddio fa come uno maestro d' uno

trafìco, che dando al cassiere danari, glieli fa mettere

'a entrata, di poi vuole vedere in quello che gli ha spesi.

Così r onnipotente Iddio, il tempo eh' egli ha dato agli

uomini, vuole vedere, quando si partono di questa vita,

in quello che l' hanno ispeso, infino a uno sguardare

d' occhio. Dannava gli uomini oziosi, sanza ignuna vir-

tù, che spendono il tempo disutilmente. I giuocatori aveva

in grandissima abominazione, e detestava il giuoco per

cosa pestifera e mortale, e che quegli che vi si davano,

pochi erano che non fussi la loro distruzione.

VII. — Era uomo di grandissima autorità, e dove

egli era andato ambasciadore, e appresso di papa Eu-

genio, e di poi di papa Nicola e del re Alfonso e de'

Viniziani. A papa Eugenio fu egli mandato per cose di

natura che il pontefice aveva in grandissimo odio; e

niente di meno lo seppe tanto bene praticare, che sod-

disfece (1) alla sua commessione, e acquistò grandissima

grazia col pontefice e con tutto il collegio de' cardinali

per la sua destrezza; e di qui nacque, che, non ostante

che papa Nicola avessi veduta esperienza delle sua vir-

tù, nientedimeno lo conobbe ancora più in questa pra-

tica avuta con papa Eugenio. Andò ambasciadore a papa

Nicola, in compagnia dello imperadore , dove acquistò

assai in quella corte, nel tempo che che vi stette ; e fu

fatto da papa Nicola segretario, e volle che pigliassi da

lui la milizia. Andò ambasciadore al re Alfonso dua

volte ; la prima nelle nozze di don Ferdinando suo primo-

genito, e fugli fatto in questa legazione grandissimo o-

nore, che nella sua entrata in Napoli v'andorono incon-

(1) satisfè (V.)


40 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

tro più di mille cinquecento cavagli, e ambasciadori e

tutti i signori del Regno. Erano nella corte del re Al-

fonso in questo tempo infiniti singulari uomini, in ogni

facultà. Fuvvi messer Gianozzo molto onorato, e recitò

una orazione in pubblico , dove era la Maestà del re

Alfonso e tutti i signori del Regno, e ambasciadori di

tutta Italia, eh' erano a onorare quella festa. I Fioren-

tini furono degli ultimi che v' andorono, e da (1) questo

nacque che nella loro venuta vennono * tanti * loro in-

contro * e il simile intervenne di servi, grandissimo nu-

mero di signori e d' uomini singulari. *

Vili. — Avendo intesa il re Alfonso la fama di mes-

ser Giannozzo, e sendo la sua corte copiosa di uomini

singulari, determinò fare prova di lui, e ordinò una mat-

tina, a una ora diputata, che tutti quegli uomini singu-

lari vi fussino, eh' era quando la sua Maestà aveva or-

dinato di dargli udienza. Ispedito messer Giannozzo

di quello che aveva a fare col re , cominciorono

questi sua a muovere dubbi a messer Giannozzo, ed egli

a solvergli, in filosofia morale, in teologia, e in tutte a

sette r arti liberali, e di più altre diffìcultà. Partito l'uno

da messer Giannozzo, veniva 1' altro, e come era ordi-

nato, ognuno gli proponeva varie diffìcultà. Avendo ri-

sposto a tutti, e soddisfatto mirabilmente, di natura che

la Maestà del re e tutti gli arguenti se ne maraviglio-

rono assai, restò messer Giannozzo con grandissimo onore;

e chi ne volle fare prova ne fu chiaro ; e ogni dì tutti

quegli uomini andavano a casa sua a conferire con lui.

Intervenne nel tempo eh' era messer Giannozzo a Napoli,

che, avendosi a fare la festa del corpo di Cristo, fece

invitare tutti gli ambasciadori alla festa, fra' quali fu

(1) per (ed. Bart.)

(2) Così in B. e V. , manca nell' ed. Bart.

(2)


GIANNOZZO MANETTI 41

messer Giannozzo e Noferi parente. x\lla festa, 1' ordine,

era che del baldacchino eh' era sopra il corpo di Cristo,

le mazze, la prima portava il re di poi gli altri secondo

la loro degnila. Giunto messer Giannozzo, volle vedere

il luogo che gli era dato, per vedere s' egli era secondo

la degni tà della città; e veduto che metteva innanzi i

Genovesi, non ebbe pazienza, ma subito si volse a tutta

la nazione Fiorentina, eh' era in sua compagnia, e an-

dossene al luogo dove egli abitava. Veduto questo, la

sua Maestà ne prese grandissimo dispiacere, e mandò il

conte di Fondi, e altri signori a confortarlo a ritornare.

Sempre istette fermo , se non gli era dato il luogo

suo, che non anderebbe ; e che con chiunque i Genovesi

avessino a disputare del luogo, la sua città non 1' avrà

a disputare con loro, sendo censuari della Maestà del

re, come si vedeva per più censi dati. E disputava questa

materia che i Genovesi si riferivano a uno signore eh' era

il Doge, e quella eh' egli difendeva era una Comunità,

eh' era il governo di più. All' ultimo se vollono eh' egli

andassi alla festa, gli restituirono il luogo suo. Fu per

questo caso sommamente lodato da ognuno, per lo par-

tito che aveva preso. Acquistò assai riputazione messer

Giannozzo a Napoli.

IX. — Istato a Napoli per alquanto tempo, finite

le nozze ebbe commessione di partirsi, e andare a Roma

a papa Eugenio. La sua commessione a Roma era al-

quanto odiosa e al papa e a' cardinali, non sendo papa

Eugenio in questo tempo molto amico della città ;

e questa

pratica che s' aveva a fare colla sua Santità era molto

odiosa. Adempì la sua commessione con tanta destrezza,

che fu molto accetto al papa e al collegio de' cardinali,

* come innanzi è detto * (1). Era notissimo al pontefice, per

(1) Così in B., manca nell' ed. Bart.


42 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

uno caso che intervenne a Firenze mentre che v' era papa

Eugenio: che, avendo tolto Baldaccio d' Anghiari il papa a

soldo, e datigli danari l'uno dì, l'altro di la Signoria mandò

per lui, e fecelo gittare a terra (1) dalle finestre. Essendo

il papa molto alterato per questo caso, vi mando-

rono messer Giannozzo per placarlo, e placollo ; e allora

fece prova il papa della virtù di messer Giannozzo, e di

questo usò una grande arte; perchè ricordando il papa

intìniti benefizi fatti alla città, messer Giannozzo gliene

concedette, e allegonne alcuni che la sua Santità non

aveva nominati, e con questo mezzo lo placò. In ogni

cosa dimostrava la sua integrità. * Avendo a fare uficiali

di vendite in questo tempo, si facevano quegli che ave-

vano più di gravezza, e facevangli i consigli e ognuno

cercava di non essere per fuggire quello carico. Non

potò messer Giannozzo fuggire di non essere, e fatti gli

uficiali, si fece una legge che di tutto quello che risco-

tevano avevano uno quattrino per lira. Fatto ciò si ra-

gunò co' compagni e delle prime cose che disse loro fu-

rono che il quattrino per lira nollo voleva, perchè non

voleva che a' figliuoli fussi detto che il padre, per avere

uno quattrino per lira, era istato exatore del comune. I

compagni che istavano forti a non gli volere rinunziare,

ed egli disse loro che ne facessino la loro volontà, che

per quello che s' aspettava a lui la seguente mattina lo

rinunzierebbe a' signori e a' collegii. Furono contenti a

farlo ancora loro, per non avere questo carico lo rinun-

ziorono e dissono nollo volere; e colla loro diligenza

riscossone fiorini cinquanta mila con buono modo, con

pace di tutti i cittadini e sanza molestare ignuno. Mes-

ser Giannozzo non attendeva se non a beneficare infiniti

poveri gentili uomini che erano in Firenze, e di simili

(1) giù (ed. Bai't.)


GIANNOZZO MANETTI 43

ufici si suole acquistare grandissima disgrazia, ed egli

fece r opposito che n' acquistò grazia grandissima *

(1).

X. — Andò vicario di Pescia, nel tempo che Nic-

colò Piccinino venne a' danno de' Fiorentini, che valse

lo staio del grano in Firenze lire tre e soldi sei, così

valeva a Pescia, il primo dì, sendo per antica consue-

tudine, la mattina eh' egli entrava, dare paglia e legne

al vicario, veduto uno grande numero di some di paglia

e legne, comandò che se n' andassino, che aveva arre-

canti denari che erano bastanti a comperare quello che

gli bisognava. Fatto questo, levò via i diritti, fece pa-

gare più lui solo sanza diritti, che dua altri vicari coi

diritti, con pace ed amore di tutti i sudditi del vicariato,

Levò via i presenti, che non ne volle accettare ignuno,

fussino di che natura si voJessino. S' egli era sforzato

che gli avesse accettati, di poi gli ridonava a chi ne gli

aveva dati, o egli gli pagava. Sendo la penuria grande

del grano, fece iscrìvere tutto quello eh' era in Pescia,

e vide quello che vi mancava, e disse eh' era bene andare

a comperare in Lombardia il resto che mancava

loro. Dissono non avere il modo. Offerissi a prestare

loro, e così fece, circa a fiorini trecento; ordinò che

del grano che v' era se ne mettessi ogni dì tanto in

piazza, in modo che in pochi di venne a meno lo staio

soldi venticinque * meno * che non valeva a Firenze. In

tutti gli uffici eh' egli ebbe, non voleva che gli ufficiali

facessero nulla sanza lui, e cosi faceva loro il protesto.

Subito che fu entrato, iseadde che uno suo uflSciale fece

certe cose, e guardossi da lui per rispetto del guadagno.

Intesolo messer Giannozzo, subito mandò per lui, e sì

gli disse, che, se non fussi per riverenza di chi 1' aveva

cod. B.

(1) Questo lungo periodo mancante nell'ed. Bart., leggesi nel


44 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

acconcio con lui, che gli mostrerebbe quello che importassi

il disubbidire uno rettore; e subito lo ringraziò. E

a questo modo bisognava che ognuno andassi retto. Fece

in questo ufficio molte paci, e portossi in modo, che in-

fino al presente di v' è memoria de' fatti sua ; e non vi

lasciò né differenza né pace che egli non facessi e ridusse

tutto quello vicariato in grandissimo ordine. Usava dire

che questo era l' ufficio de' vicari, d' ordinare tutte le

cose del suo vicariato, come fece messer Giannozzo. E

con tutte queste occupazioni, compose la vita di Socrate

e di Seneca, e soddisfe' infino alle minime cose eh' egli

ebbe a fare.

XI. — Tornato da Pescia, fu mandato al re Alfonso,

eh' era nella Marca, contro al duca Francesco, in favore

di Santa Chiesa. Erano in questo tempo colla Maestà del

re molti signori, e il re faceva leggere la terza deca di

Livio al Panormita, dove intervenivano tutti questi si-

gnori ; e andavavi ogni di messer Giannozzo ; e fu molto

onorato e dalla Maestà del re e da quegli signori. Era

in compagnia di messer Zaccaria trivigiano per la Signoria

di Vinegia; e ispedita la sua commessione colla Maestà

del re, n' andorono in compagnia al duca Francesco dove

si trovava messer Agnolo Acciainoli. Era in questo tempo

Nicolò Piccinino mandato dal duca Filippo, in favore di

Santa Chiesa, contro al duca Francesco, e perdeva ogni

dì una terra, e a fatica che potesse fuggire dinanzi agli

inimici. Passando messer Giannozzo presso al campo di

Niccolò Piccinino, non avendo salvocondotto, gli furono

tolti otto cavalli, dove erano parte de' sua carriaggi.

Giunto al duca Francesco, narrò a messer Agnolo il caso

che gli era intervenuto. Messer Agnolo gli disse, che

glieli farebbe riavere, che aveva mezzo con Roberto da

Monte Alboddi ; e pregollo ne scrivesse, e così fece, ed

egli non ne volle fare nulla. Messer Giannozzo disse: io


GIANNOZZO MANETTI 45

voglio fare prova di scrivere a Nicolò Piccinino, e ispero

riavere ogni cosa. Fecegli una lettera molto degna, in

laude della sua Eccellenza, mostrando eh' egli aveva fatta

quella arte per propria gloria e non per prezzo ; e man-

doUa per uno proprio, e commessegli che la presentasse

in mano di Nicolò Piccinino. Giunto nel campo colle (1)

lettere, non ve lo trovò; aspettollo inflno che tornassi.

Tornato, ismontò, da cavallo e appoggiossi in sur una

chiaverina che aveva; e presa la lettera in mano, la

dette a uno cancelliere che la leggessi, e istettela a udire

con grandissima attenzione. Letta che ella fu, comandò

che quello che 1' aveva portata fussi alloggiato e di poi

gli disse (2) che la seguente mattina facessi motto. Tornato

la mattina, gli fece restituire ogni cosa, e iscrivergli una

lettera responsiva alla sua. Maravigliossi il duca Fran-

cesco e messer Agnolo della umanità usatagli da Nicolò

Piccinino. Messer Giannozzo ridendo con messer Agnolo,

gli disse : vedete ? chi ha avuto più forza, o 1' amicizia

vostra con Roberto, o la lettera mia con Nicolò Picci-

nino? Disse messer Agnolo, avere avuto più forza la

lettera di messer Giannozzo, che la sua amicizia.

XII. — Ritornato a Firenze, Finita la sua com-

raessione, egli fu tratto dal Collegio ; e in questo tempo

morì messer Lionardo d' Arezzo, e per la Signoria s' or-

dinò che fussi onorato dal Palagio, tanto quanto si po-

tessi fare a uno cittadino. Vollono rinnovare una costi-

tuzione antica, di far fare una orazione funebre nella

morte di messer Lionardo, e commessone a messer Gian-

nozzo che la facessi , e coronasselo d' alloro , secondo

ì' antica consuetudine. Vennono a questo exequio tutti

gli uomini dotti che v' erano, e tutta la città d' uomini

(1) con le (ed. Bart.)

(2) dissegli (ed. Bart.)


46 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

di condizione veiinono a onorarlo (1), Essendo la corte

di Roma in Firenze, vennono assai prelati * e uomini di

condizione a quello esequio (2) *. Recitò messer Giannozzo

qui una orazione funebre molto degna. Di poi, secondo

la consuetudine degli antichi, lo coronò con una corona

d' alloro, eh' era istato lungo tempo, che non s' era più

fatto. Acquistò messer Giannozzo in questo atto che fece,

assai riputazione.

XIII. — Intervenne in questo medesimo tempo, che

sendo, come è detto, di Collegio, i Signori eh' erano in

quello tempo, vollono fare una legge che riguardava in-

drieto, di volere fare che chi avessi dato nella passata

gravezza meno nelle iscritte che non doveva, potessi ri-

correggerle, assegnando uno certo tempo ; e in caso che

nollo (3) facessi, ognuno ne fussi accusatore, colle me-

desime pene che erano nella legge del catasto. Fer-

mata questa legge, che era contro a' grandi, ordinorono

conservatori di legge, con piena autorità contro a chi

non ne osservassi. Fermata la petizione (4)

il Gonfalo-

niere e ser Filippo (5) si guardarono da messer Giannozzo.

In fine, avendosi a mettere a partito, dubitando che

messer Giannozzo nollo (0) impedisse, parve al Gonfalo-

niere chiamarlo in camera sua, e leggerla presente ser

Filippo. Letta, egli si volse al Gonfaloniere, e sì gli disse

che quella legge faceva per lui, che uomo vi fusse,

perchè aveva gravezza lui solo quanto la Signoria e tutto

il Collegio; e che quanto più gittassi la massa, tanto

(1) coronarlo (ed. Bart.)

(2) Così in B. e V., manca nell' ed. Bart.

(3) non lo (ed. Bart.)

(4) posizione (ed. Bart.)

(5) ser Filippo di ser Ugolino (ed. Bart.)

(6) non lo (ed. Bart.)


GIANNOZZO MANETTI 47

meno se n' arebbe a porre. Nientedimeno veduto lo scan-

dalo che ne seguiterebbe (1), per nulla non gli piaceva.

Di poi si volse a ser Filippo, e disse: e voi ser Filippo

ne sarete cacciato di Firenze. E volle che andassi al

luogo suo, e non si volle partire, per fare prova coi

compagni che non avessi effetto. Non ne volle fare nulla.

I Collegi v' erano ragunati, e i Signori subito andorono

a sedere, e vinsesi tra loro, e il simile si mise tra Col-

legi e vinsesi; e ne' consigli non ebbe fave discordanti,

perchè i popoli sono vaghi di cose nuove, non pensando

al fine. Funne casso ser Filippo, e confinato, e ammu-

niti infiniti cittadini, e fu la rovina della città. Sempre

si vuole credere a' savi e sanza passione come era lui.

XIV. — Fu messer Giannozzo tratto capitano di

Pistoia, e fece il medesimo che aveva fatto a Pescia,

di non pigliare ne diritti né presenti. Tenne più famigli

e cavalli che non dava la legge. Era Pistoia, come sono

le più delle terre, piena di giuochi, e non vi si attendeva

ad altro. Avendolo molto in odio, diterminò levarlo via

per lo tempo che vi stette ; e per questo mandò uno

bando, che qualunche persona giocassi a igiiuno giuoco

proibito, ed egli fussi preso, avesse quattro tratti di

fune ; e disse volere far pena che ignuno la potessi pagare.

Non ne dette a dua, eh' egli ispense il giuoco, in modo

che in tutto il suo tempo non vi si giuoco. Attese a

fare pace e mettere accordi, e ridusse in poco tempo

quella terra in grandissimo ordine. Come è noto a ognuno

sendo Pistoia in quello tempo divisa in dua parti, si

portò in modo coli' una parte e coli' altra, che non fu

mai ignuna delle parti, che sapessi a quale egli inchinassi

di più ; e acquistò la grazia di tutta quella terra, di

natura che gli voUono fare molte cose, le quali fuggì e

(1) seguirebbe (ed. Bart.)


48 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

non le volle. Compose in questa stanza di Pistoia l' istoria

loro, divisa in quattro libri. Gli donorono nella sua partita

uno stendardo coU'arme loro, e uno elmo fornito d'arieuto,

cosa maravigliosa.

XV. — Sendo capitano di Pistoia, venne la morte

di papa Eugenio, e la creazione di papa Nicola. Aven-

dosi a eleggere arabasciadori per dargli ubbidienza, sen-

do capitano di Pistoia, e avendo a stare circa mesi dua,

bisognò sospendere la legge, e fare che messer Giannozzo

vi potessi andare, e fu fatto in compagnia di messer

Agnolo Acciaiuoli, e messer Alessandro degli Alessandri

Neri di Gino Capponi, Piero di Cosimo de' Medici, messer

Giannozzo Pitti. Andonne a Roma con cento venti ca-

valli, con grandissima pompa. Era papa Nicola molto

affezionato alla nazione, e fece loro tutto 1' onore che fu

possibile, dove per antica consuetudine si dava udienza

in concistoro pubblico a' re e agi' imperadori, la dette ai

Fiorentini in publico concistoro. Rinnovò messer Gian-

nozzo il modo dell' orare in publico, perchè la nazione

fiorentina non aveva mai più avuto udienza in pubblico

come questa volta, ma avevala in segreto, dove s' usa-

vano brievi parole. Recitò messer Giannozzo 1' orazione

in publico, che fu cosa degna a udire. Eranvi tutti i

singulari uomini d' Italia, ed eranvi venuti discosto cento

cinquanta miglia o più, per vedere messer Giannozzo.

Così mi disse il Cardinale Niceno. Fece la mattina in

questo atto grandissimo onore a sé e alla patria sua, in

modo che alla publica udienza era venuto numero infi-

nito di signori e arabasciadori e tutta la corte di Roma.

Finita l'orazione, a tutti i Fiorentini fu tocca la mano,

come s' egli avessino acquistata Pisa e '1 suo dominio.

Per tutta la corte di Roma non si diceva altro che di

questa orazione , e i cardinali viniziani , che v' erano

subito ne scrissono a Vinegia, perchè già avevano eletti


GIANNOZZO MANETTI 49

gli ambasciadori ; e, subito avuto l'avviso, ve ne ag-

giunsono uno , che facessi 1' orazione. * Acquistò messer

Giannozzo in questa legazione grandissimo onore e a sé

e alla patria *

(1).

XVI. — Fu fatto la terza volta ambasciadore al re

Alfonso, nella morte del duca Filippo; e fatto, non parve

a quegli del governo eh' egli andasse. Fu fatto amba-

sciadore al signor Gismondo , che s' era acconcio col re

Alfonso per venire a' danni de' Fiorentini, per riducerlo,

s' egli poteva, a' soldi de' Fiorentini. Giunto messer Gian-

nozzo a Rimino, vi trovò frate Puccio ambasciadore del

re Alfonso , eh' era venuto per fare cavalcare il signor

Gismondo, e gli aveva dati fiorini venti mila, e avevagli

promesso di cavalcare in pochi dì. Giunto messer Gian-

nozzo al signor Gismondo, e ispostagli la sua ambasciata,

cominciò con potentissime ragioni a persuaderlo che ve-

nisse a' soldi de' Fiorentini , e mostrògli che non faceva

per lui andare a' soldi del re Alfonso ; e ridusselo in

luogo eh' egli cominciò a cedere , e disse se gli accon-

ciava certe differenze , eh' erano tra lui e il signor Fe-

derico duca di Urbino, che verrebbe a' soldi de' Fioren-

tini. Messer Giannozzo disse , che ne lasciassi la cura a

lui, che aveva tanta fede in quello signore, che gli fa-

rebbe fare quello che volessi. Montò subito a cavallo, e

andò a Urbino. Quello signore gli fece grandissime rac-

coglienze ; e , ispostogli per quello che v' andava , il si-

gnore gli disse, che per la fede che aveva in lui rimet-

terebbe tutte le differenze che aveva col signor Gismondo,

eh' egli le acconciassi liberamente come gli paresse. In-

teso questo, ritornò a Rimino al signor Gismondo, e fu

contento rimetterla in messer Giannozzo liberamente.

L' uno e 1' altro ne feciono compromesso in messer Gian-

(1) Così in B. e V. Manca nell' ed. Bart.


50 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

nozzo. Ritornò a Urbino, e tanto fece con l' uno signore

e con r altro , eh' egli lodò d' accordo uno degnissimo

lodo, dove egli durò grandissima fatica a condurvelo; e

non fu persona che credessi che messer Giannozzo l' ac-

conciassi ; ma, dato il lodo ,

1' uno e 1' altro rimase pa-

ziente, e comraendorono quanto avevano fatto infino al

presente di. Il duca d'Urbino se ne lodava in infinito,

e aveva fatto publicare quello instrumento, e tenevalo,

e voleva che fussi nella sua libraria ad perpetuam rei

memoriam. Acconciata questa diSìerenza, venne all'ac-

cordo col signor Gismondo, di farlo venire alli soldi

de' Fiorentini , e cosi venne ; donde ne seguitò la salute

de' Fiorentini , d' averlo in favore e non averlo centra ;

perchè Bartolomeo Fazio, che scrive l'istoria del re Al-

fonso, dice, che l' essersi partito il signor Gismondo dal

re, gli guastò tutti i sua disegni, sendo 1' ordine suo di

mandarlo con le genti in quello di Pisa; e faceva dua

campi, e non potevano i Fiorentini resistere in dua luo-

ghi, e stavano in (1) grandissimo pericolo. Seguitò, di

questo partito che prese il signor Gismondo, la rovina

sua e la salute de' Fiorentini ; perchè il re, vedutosi in-

gannato, determinò vendicarsene, e nella pace che si fece

a Roma per papa Nicola tra il re e i Viniziani e i Fio-

rentini , i Viniziani acconsentirono lasciare il luogo del

re Alfonso. Avendoci di poi a entrare con sua vergogna,

non volle acconsentire, se non gli lasciavano che potessi

fare guerra a' Genovesi e al signor Gismondo per questo

isdegno. E cosi fece ; mandovvi il re il conte Iacopo , e

tolsegli buona parte del suo Stato. Questi sono i citta-

dini che salvano le patrie loro, in saper pigliare un si-

mile partito. * In questo tempo che messer Giannozzo

stette a Rimini, il signore, ch'era litterato e afiezionato

(1) con (ed. Bart.)


GIA.NNOZZO MAXETTI 51

agli uomini dotti, ordinò una mattina che tutti i Giudei

eh' erano dotti venissino a Rimini , e fece uno degno

convito dove invitò tutti gli uomini dotti che v' erano

od i Giudei in compagnia dello ambasciatore, e desinato

disputò messer Giannozzo co' Giudei ore sei o più, ed

ebbe la mattina grandissimo onore, perchè non potevano

resistere agli argumenti sua contro loro e massime

avendo perizia della lingua ebrea, come aveva, e sa-

piendo la forza de' vocaboH loro. Chi non sa la lingua

ebrea difficilmente può disputare con loro *

(1).

XVII. — Nel medesimo anno andò ambasciadore a

Vinegia, a seguitare una pratica, che s'era tenuta per

uno loro ambasciadore, di fare passare il re Rinieri in

Italia contro al re Alfonso. Giunto a Vinegia, gli fu fatto

grandissimo onore dal doge , eh' era messer Francesco

Foscari, uomo di grandissima autorità, dettegli udienza

publica nel consiglio de' Pregati; ci si trovorono più di

cinquecento gentiluomini , e vi vennono tutti quegli che

vi potevano venire, mossi dalla fama della sua singolare

virtù. Parlò messer Giannozzo la mattina una ora o più,

e fu audito con tanta attenzione, che non fu mai ignuno

che si movesse né parlassi. Parlato che ebbe, istavano

tutti come ismarriti, veduta la grande forza che aveva

nel parlare ; e nell' uscire di Palagio usavano dire : se la

nostra Signoria avesse uno uomo tale, sarebbe da ri-

compensarlo con una delle principali terre che abbiamo.

Acquistovvi tanto onore, quanto si può acquistare per

uno cittadino, andando ambasciadore come lui ; e quello

che gli faceva grande onore, e davagli riputazione , era

la grande fede che aveva. I Fiorentini volevano che i

Viniziani nella passata del re Rinieri contribuissino alla

spesa di quattro mila cavalli e due mila fanti. I Vini-

(1) Questo periodo manca nell' ed. Bart., leggasi in B.


52 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ziani non volevano concorrere se non alla spesa di due

mila cavalli, e volevano obbligare i Fiorentini di non

potere fare né pace né lega senza loro espresso con-

sentimento. Venendo oltre a questo la rinnovazione della

lega, messer Giannozzo aveva commissione di praticare,

ma non di concludere per certi rispetti.

XVIII. — Venendo messer Giannozzo alla pratica

della lega, dicendo al doge e alla Signoria come la lega

che avevano insieme era a difensione de' comuni stati

il doge interruppe il parlare, e disse, che non era così,

ma che era contro al duca Filippo e sua eredi e suc-

cessori. Messer Giannozzo rispuose a questa parte,, che

non gli pareva che una lega di questa natura dovessi

disputare alle civili. A questa parte rispuose il doge,

che fu per rispetto di Milano, alla quale eglino pensa-

vano, perchè entrandovi il duca Francesco come genero,

per la redidi madonna Bianca, eh' era erede del duca

Filippo, i Viniziani non volevano che noi potessimo aiu-

tare il duca Francesco nell' acquisto di Milano ; e aiu-

tandolo, la lega s' intendessi rotta tra noi e loro ; e che

fussino i Fiorentini obligati per i capitoli della lega, bi-

sognando, fare contro al duca Francesco. Venendo i

Viniziani a scusarsi di non potere fare la spesa di quat-

tro mila cavalli , domandavano i Fiorentini , perchè ? Il

Doge disse , che quella Signoria aveva a' soldi quindici

mila cavagli , e dieci mila fanti. E non ostante questo

messer Giannozzo, se non fussi seguitato quello che se-

guitò di poi, gli arebbe ridotti dov' egli voleva.

XIX. — Ma mentre erano in questa pratica, eglino

furono rotti a Caravaggio; della quale rotta ne presono

grandissimo isbigottimento , in modo che pareva loro

avere perduto lo stato. Sendo venuta la novella (1) della

(1) nuova (ed. Bart.


GIANNOZZO MANETTI 53

rotta, raesser Giannozzo subito andò in Palagio a dolersi

del caso. Disse messer Giannozzo che giunto in Palagio

gli trovò molto avviliti, e tutti vestiti di nero, e le prime

parole che gli usò il doge , furono : messer Giannozzo

noi abbiamo perduto lo stato, e non ne abbiam ignuno (1)

rimedio. Vedesi quello che fa uno partito preso sanza

considerarlo. Questo partito tolse lo stato al duca Fi-

lippo, e dettelo al duca Francesco. Udito messer Gian-

nozzo come si dolevano di questa perdita, cominciò con

veementissime parole a riprendergli , e dire che non si

dovevano sbigottire: e dove era rimasta la generosità

dell' aiiimo loro ? e che bisognava venire a' rimedi e

non si abbandonare: e che a questo effetto offeriva la

sua Signoria e lui, in ogni cosa che si potesse, come

Giannozzo. Ringraziollo il doge per parte di quella Si-

gnoria, dicendo che farebboao quello che fusse possibile

d' aiutarsi * e dissemi che di questo caso avevano solo

una lettera da Micheletto loro capitano de' dì quindici

d' agosto a un' ora di notte, che significava la rotta con

queste parole : oggi fummo alle mani co' nimici e hannoci

rotti e cacciati, ed io sono giunto qui con pochi cavagli

e quasi a pie, e drieto m'è venuto il Marchese di Man-

tova e Cesare da Martininga. Nel modo che noi, quasi

a pie, gh altri si sono fuggiti come fanno le genti

rotte *

(2). Veduto messer Giannozzo questa rotta, subito

ne scrisse a Firenze, e della sua commessione nen disse

più nulla, parendogli che avessino da fare assai. Messer

Giannozzo ebbe lettere da Firenze , che 1' avvisavano

come avevano pratica di fare pace col re Alfonso ; e

subito andò al doge e alla Signoria a conferirgli questa

pratica, i quah confortorono che si facesse, ma innanzi

(1) alcun (ed. Bart. )

(2) Cosi in B. , manca all' ed. Bart.

Voi. 2." 4


54 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

che concludessino ne gli avvisassino. Mandorono di poi

il doge e la Signoria per messer Giannozzo, a signifi-

cargli la pratica che avevano col duca Francesco, del-

l' accordo. Passò non so che di ; e mandorono di nuovo

per lui , a significargli 1' accordo fatto col duca Fran-

cesco, e le condizioni che furono queste, d'essere obli-

gati a dargli, infra quindici dì, ducati quaranta mila, e

di poi dargli il mese * ducati * quattordici mila, infino a

tanto che avessi avuto Milano.

XX. — Intesosi questo a Firenze, subito mutorono

la commessione a messer Giannozzo , dubitando che i

Viniziani non osservassino quello che avevano promesso

al duca Francesco. La commessione fu questa, che si

facessi nuova lega, che fussino Viniziani e Fiorentini, e

il duca Francesco a difensione degli stati ; e tutto questo

sì faceva, a fine che i Viniziani osservassino quello che

avevano promesso al duca Francesco, * dubitando che

non lo facessino, perchè quello che avevano fatto fu per

nicistà e non per volontà " (1). Avuta questa nuova com-

messione, subito fu al doge e alla Signoria, e spose

quanto aveva di nuovo da Firenze ; e eh' eglino per nulla

se ne dovevano deviare di non lo fare, mostrava per in-

finite ragioni. I Viniziani, come uomini prudenti, subito

conobbono a che via i Fiorentini andavano, e presono

tempo a rispondere. Tornato per la risposta , la feciono

con parole molto coperte; dicendo che non bisognava

innovare nulla , perchè nell' accordo , che avevano fatto

col duca Francesco, avevano nominati i Fiorentini come

loro collegati, ed egli gli aveva accettati con parole

molto onorevoli, e che si voleva obligare a non ne fare

mai loro guerra in perpetuo; e che per osservanza di

quanto avevano promesso, che i Fiorentini si obblighe-

(1) Cosi in B., manca all' ed. Bart.


GIANNOZZO MANETTI 55

rebbono per lui , e che egli osserverebbe quanto aveva

promesso; e che questo bastava senza altra innovazione

* e massime durante ancora la lega eh' era fatta per

Neri di Gino per anni sette e a questo modo andorono

fingendo di non volere fare nulla della detta lega, veg-

gendo dove i Fiorentini andavano. Poscia il doge co-

minciò a scoprire la malizia loro, e disse che, come altre

volte gli avevano detto che la lega avevano co' Fioren-

tini era contro al duca Filippo e sua rede e successori,

che non credevano che'l popolo di Milano fusse sua reda,

che governavano Milano e mostravano che entrando il

Duca Francesco in quello stato per la via di madonna

Bianca, come reda del duca Filippo rompendogli quello

che gli avevano promesso, non erravano e tutto face-

vano tacitamente, e mostravano che, se i Fiorentini aiu-

tassino il duca Francesco, rompevano la lega che ave-

vano con loro. Per questo capitolo non ch'egli dicessino,

ma potevasi intendere che Messer Giannozzo, veduto la

loro versutia e a che via eglino andavano, volle mo-

strare che la conosceva; e una mattina venne nel consiglio

de' pregati a rispondere , e venne con potentissime ra-

gioni a provare che quello che domandavano gli doveva

essere negato. Di poi, sendo alquanto alterato per la loro

risposta, disse maravigliarsi assai che una tanta Signoria

ne' fatti dissentisse da quello che aveva promesso, e non

solo a lui, ma al loro ambasciadore che avevano a Fi-

renze dimonstrò con tanta efficacia che fusse possibile

eh' eir era disposta a fare ogni cosa ed ora fuggiva

quello che aveva promesso e che '1 debito di quella si-

gnoria richiedeva di stare fermo nelle promesse fatte e

non se ne mutare, perchè così richiedeva il debito d' una

si degna Signoria come quella. Fuggivano con le rispo-

ste quanto poterono per non fare nulla, come non fe-

ciono, avendo fatto pensiero di non osservare al duca


56 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Francesco cosa che gli avessino promessa, istimando che

lo stato di Milano venisse loro nelle mani. Veduto mes-

ser Giannozzo questi loro modi, a queste loro vane ri-

sposte non potè avere pazienza e per questo cominciò a

replicare tutte le proposte fatte insino a questo dì con

grandissimo ordine e con una grande veemenza e sco-

perse tutte le loro duplicità e a che via eglino andavano.

Istrinsegli in modo con le parole che gli fé' vergognare,

ed avevali colle parole avviluppate in modo che non

sapevano dove si fussino. Vi furono di quegli che usci-

rono del consiglio come desperati e chiesono licenza, e

dicevano cogli amici loro : può égli essere che costui

abbi tanta forza ne le parole quanto egli ha che non si

può per niente resistergli ?

Istato messer Giannozzo ad aspettare questa ri-

sposta per lungo ispazio, nientedimeno come quegli

s' erano fermi dove volevano andare, chiamato di nuovo

drento , la risposta fu in questo effetto che avendola di

nuovo examinata, essendo bene considerata la risposta

che avevano fatta per lo consigho de' pregati , non gli

potevano fare altra risposta che la prima che avevano

fatta. Veduto questo, messer Giannozzo diliberò chiarire

loro molto bene l' animo suo e dimostrare loro quello

che n'aveva a venire, come venne di poi, e che vedeva

molto bene quello che fussi loro pensiero e a che via

eglino andavano e che la pensassino bene; che, s'eglino

erano usciti d' uno grandissimo pericolo , avessino cura

di non entrare in uno maggiore. La seguente mattina

ebbe lettere da Firenze in risposta alle sue, che, ante

dette lettere, pigliasse licenza e venissene a Firenze.

Ante queste lettere, subito se n'andò alla signoria e

disse quanto aveva di commissione da Firenze, e, par-

lato che ebbe per lungo ispazio , dimostrò loro che gli

dispiacesse assai per gì' inconvenienti che vedeva n' aveva


GIANNOZZO MANETTI 57

a seguitare. Usorongli , secondo la loro consuetudine

molte buone parole, e adimpiessi in brieve tempo quello

che aveva loro detto.

Acquistò in questa legazione grandissima riputazione

e non sia ninno che si maravigli se queste cose sono

iscritte così appunto perchè sono tratte d' una nota che

fece un suo cancelliere di quello che si faceva da lui dì

per dì. Nel detto anno tornò a Vinegia la seconda volta

e adempiessi quello che aveva detto loro la prima volta

che vi fu. Era in questo tempo il Duca Francesco a

campo a Milano, e non furono però tanto savi che non

vi fusse chi ne sapessi quanto loro. La sua mandata

questa volta fu più tosto per tenergli confortati a l'os-

servazione di quello che avevano promesso al Duca

Francesco che per altro ; tanto che s' avessi Milano e

non si lasciasse avere ai Viniziani. In questo tempo

s' avvidono che avevano errato quando messer Gian-

nozzo v' era istato , perchè avrebbono fatto allora tutte

quelle cose che s' erano domandate e non furono a tempo :

pure per la sua instanza si vergognavano di rompere i

capitoli al Duca Francesco, sendovisi trovato messer

Giannozzo quando gli feciono. Tennonsi quant' egli pote-

rono a farlo, pure determinorono a farlo, ma non fu-

rono a tempo tanto era andato innanzi coli' acquisto che

aveva fatto.

Fece la istanza di messer Giannozzo a Vinegia

grandissimo frutto a tenergli fermi nella fede quanto

tenne, donde seguitò che '1 Duca Francesco n' acquistò

Milano, e quello stato ed eglino Io perderono, parendo

loro averlo sanza dubbio ignuno. E se i Viniciani con

tutto questo non avessi no voluto sopra vincere, non si

conducevano le cose dove si condussono perchè alcune

terre si vollono loro dare colle medesime condizioni con

cui le teneva il Duca Filippo e nolle vollono, istimando


58 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

avergli a discrezione. Veduto il Duca a la via d' aver

Milano e non potervi rimediare, cominciorono a invilire

e sarebbono venuti con messer Giannozzo a quello che

avessi voluto, vedendo che i fiorentini si facevano beffe

della prima commissione. Succedette non molto di poi

che '1 Duca ebbe Milano : venuta la novella a Venezia

ne invilirono in infinito. La novella si seppe prima per

messer Giannozzo per mezzo d'uno cancelliere che v'era,

che, sendo a udire messa, lo chiamò da parte e si ghelo

disse. Intesolo, subito si parti e andòssene a casa. Bi-

sognogli in uno simile caso come questo usare una grande

prudenza e cosi fé'. Errorono i Viniziani in questa per-

dita di Milano e non feciono pruova d'essere quello che

erano istimati e non governorono come dovevano. Avuto

il Duca Milano, a Firenze parve fosse venuto il tempo

da potersi valere coli' oro e scrissono a messer Gian-

nozzo che andassi adagio e non seguitasse più nulla di

quello che domandavano. Era di natura eh' eglino stimavano

lo negassi loro e sarebbono venuti a ogni cosa

per la paura che avevano che '1 Duca Francesco non

rompesse loro guerra. Iscritto messer Giannozzo quello

che aveva fatto, e come gii vedeva disposti a far-e ogni

cosa, risposegli che non seguitassi più altri e che Neri

di Gino e Piero di Cosimo nella tornata da Milano, ove

andavano a visitare il Duca, verrebbono a Vinegia e

allora si praticherebbe e conchiuderebbe. Questa fu la

risposta che fece messer Giannozzo al Doge e alla Si-

gnoria che ogni dì lo sollecitavano. Nel tornare di Mi-

lano Neri e Piero quando furono a Bologna mandorono

alla via di Vinezia, e andato loro incontro com' è 1' u-

sanza, messer Giannozzo sendo in su la barca a lato a

Neri, lo domandò che commissione avevano. Neri ch'era

uomo largo cominciò a ridere e disse: a dirti il vero

noi non abbiamo ignuna commissione. A messer Gian-


GIANNOZZO MANETTI 59

nozzo parve cosa strana per quello che aveva detto loro

e volsesi a Neri e si gli disse : siate contento di dire

che voi r avete e che voi non potete conchiudere nulla

se prima non iscrivete a Firenze affinchè non paia che

abbiano dileggiato costoro. Piacque a Neri questo modo

e disse essere contento. Venuti alla pratica, eh' erano

di natura che innanzi che il duca avessi avuto Milano

non r arebbono voluto signore, erano ridotti in luogo

che non avrebbono domandato cosa che non avessino

ottenuta; ma, veduto dov'erano ridutte le cose, dubita-

vano che i fiorentini non facessino loro rompere guerra,

come feceno al Duca Francesco i Fiorentini e chi go-

vernava, diterminavano di non fare nulla, parendo loro

essere venuto il tempo che gli potevano abbassare e per

questo gli tenevano in parole. Nientedimeno aspettavano

la risposta di quello che avevano domandato, non cre-

dendo che fussino contenti.

Intervenne che avendogli invitati la mattina di san

Giovanni alla festa, come giunsono dove era il Doge, si

volse a loro e disse: Iddio vi dia il buon dì. Di poi

disse: iersera si ragunò il consiglio de' Pregati e sono

contenti a quanto per quella eccelsa Signoria s' è do-

mandato, eccetto che tre capitoli vi sono, che, per la

fede che hanno in quella, Signoria sono contenti rimettergli

in loro. Risposono che lodavano e commendavano

la buona loro disposizione, e che, come le loro Signorie

sapevano, non potevano conchiudere nulla, se prima non

ne scrivevano a' loro excelsi Signori, e aspetterebbono

la risposta. Giunte queste lettere a Firenze, chi gover-

nava non ne voleva fare nulla, ma voleva che il Duca

Francesco rompesse loro guerra, avendone legittima ca-

gione per la inosservanza della fede che gli avevano

fatta. La Signoria non poteva rispondere e per questo

ne prese questo carico Cosimo eh' era volto a umiliarli


60 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

e riducergli a essere più bassi che non erano, a fine

che istessino a' termini loro e non fussino tanto grandi

oh' eglino volessino occupare gli Stati agh altri che non

erano nelle loro condizioni. In questa parte previde Co-

simo quello che doveva venire e previdelo innanzi che

né Italia, né la città di Firenze poteva posare. Istando

i Veneziani grandi come erano, per questo feciono rom-

pere guerra al Duca Francesco a' Viniciani, e col favore

della città gli avevano ridotti in luogo che avevano

pochi rimedii ; ma seguitonne che a Firenze non si volle

reggere alla spesa, eh' era venuto il tempo della loro

punizione. Ritornato alla risposta degli ainbasciadori, a-

vendo i Viniciani, per la paura che avevano, conceduto

ogni cosa, e quello che concedevano rimesso nella Si-

gnoria, non lo poterano negare e per questo non rispuo-

sono; ma Cosimo disse di volere pigliare questo carico

sopra di sé e furono contenti, e per questo scrisse Co-

simo una lettera a Piero suo figliuolo in questo modo :

Piero, all' auta de la presente tu te ne verrai , perchè

io so che venendone tu ignuno di codesti tua compagni

vi vorranno rimanere. Avuta Piero questa lettera, la

mostrò a Neri. Vedutola Neri, mandò per messer Gian-

nozzo e sì gli disse quello che aveva da Firenze per la

lettera di Piero e disse che voleva andare a chiedere

licenza al Doge e a la Signoria. A messer Giannozzo

parve strano parendogli in sua proprietà averci drento

qualche carico per quello che aveva detto al Doge e alla

Signoria e non credeva che a Firenze si pigliasse un si-

mile partito. Volsesi a Neri e sì gli disse: che dirà il

Doge, e la Signoria, e questi gentili uomini vedendosi

essere dileggiati? Neri se gli volse e disse: io non vo-

glio fare alle braccia con uno lione ; se tu vuoi farlo,

tu fallo eh' io non voglio essere cacciato da Firenze.

Messer Giannozzo, veduto questo e quanto egli impor-

^


GIANNOZZO MANETTI 61

tava allo Stato della città per abbassare i Veneziani,

s' assettò ad avere pazienza, benché gli paresse che non

passasse sanza suo carico, sendo quello che aveva pra-

ticato con loro. Partitisi tutti e tre per andare a chie-

dere licenza sanza fare conclusione, il Doge e la Signo-

ria, che gli aspettavano con desiderio, furono chiamati

neir udienza. Neri, come quello che aveva più età, ed

a lui s' aspettava a rispondere, disse come avevano let-

tera da Firenze della loro Signoria, che all' anta della

presente sì partissino da Vinegia e domandassino licenza

a quella Signoria e venissino alle loro Signorie. Il Doge

e la Signoria, veduta questa risposta non aspettata san-

za conclusione, parve loro che si fussino voluti vendi-

care delle cose passate, e si guatorono V un Y altro tutti

mutati sanza dire nulla , e eh' egli erano parati a fare

tutte quelle cose che conoscessino fussino loro grate. Il

Doge non rispose altro se non che salutassino e confor-

tassino quella Signoria in grandissima riputazione, che

conoscevano molto bene la sua integrità e sapevano

donde queste cose venivano *

(1). Messer Giannozzo

s' accorse che i Viniziani non la volevano rinnovare,

per non mantenere quello che avevano promesso al

duca Francesco, acciocché non si facesse duca di Mi-

lano ; e massime pensando potersene fare loro padro-

ni ; e questo lo tenevano per certo , benché non gli

riuscisse, perchè il duca Francesco se ne impadronì lui

e mosse loro guerra. Veduto messer Giannozzo 1' animo

loro e la loro ostinazione, e a che fine non lo volevano

fare, dopo molte disputazioni eh' ebbono insieme, e ve-

duto messer Giannozzo non ne potere cavare costrutto

ignuno, se ne tornò a Firenze. Acquistò in questa sua

(1) Questo lungo periodo mancante nell'ed. Bart. leggesi in B.


62 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

legazione assai riputazione, e restogli e il doge e la Si-

gnoria molto amica, per la sua integrità.

XXI. — Tornato a Firenze , fu fatto degli Otto ;

che sendo sospetto di guerra, come si vide, fu data loro

la balia di anni dieci ; e in questo ufficio si portò come

aveva fatto negli altri sua uffici. E sendo in questo

tempo la pestilenza a Firenze, non ostante questo , per

bene e onore della sua città, messer Giannozzo non si

volle partire. Intervenne in questo tempo, che , non vi

sendo i cittadini in Firenze , per 1' amore della peste

non vi sendo provedimento di pagare la gente dell'arme,

e non sendo pagati, e massime il duca d' Urbino e Na-

poleone, eh' erano al soldo de' Fiorentini , non avendo

di potere pagare loro soldati, avendo più volte doman-

dati (1) denari, non potevano tenere più i soldati in

parole, vennono in quello di Santo Miniato, e comincio-

rono a predare. Veduto questo la Signoria, subito feciono

dua ambasciadori, che andassino al duca d' Urbino e a

Napoleone, a dare loro buone parole. Gli ambasciadori

furono messer Agnolo Acciainoli e messer Giannozzo

Manetti. Venuti dove era il duca d'Urbino, e fatta la

loro proposta di confortargli a aver pazienza , e che

presto si provvederebbe in modo che sarebbono contenti,

il duca d' Urbino eh' era eloquentissimo , e non poteva

essere menato con parole sanza fatti, fece loro una

degnissima risposta, a mostrare che quello che avevano

fatto, r avevano fatto constretti dalla nicissità di non

potere pagare la gente dell' arme ; che dovevano * molto *

bene sapere, che tante genti quant' erano quelle, non si

potevano tenere con parole. Usorono dire messer Agnolo

e messer Giannozzo, nella loro tornata, che non viddono

mai il più eloquente uomo di questo duca d' Urbino. Di

(1) domandato loro (ed. Bart.)


GIANNOZZO MANETTI 63

poi più dispute eh' ebbono insieme, feciono tanto, che

furono contenti andare alle stanze sanza danari , e non

fare più danno a persona. Tornati a Firenze, parve alla

Signoria e a' compagni di messer Giannozzo degli Otto,

che avessino fatto assai, d' avergli contentati colle parole.

Aveva il duca d'Urbino in singularissima (1) riverenza

messer Giannozzo, e poteva assai in lui, per quello che

aveva fatto per lui col signor Gismondo.

XXII. — Andò messer Giannozzo la quarta volta

ambasciadore al re Alfonso, per la conservazione della

pace che avevano i Fiorentini colla sua Maestà. Fece

in questo luogo moltissime cose degne, come nel comen-

tario della sua Vita è scritto. Fece il re Alfonso in

questo tempo lega co' Viniziani, e cacciò i Fiorentini di

tutti i sua reami, e i Viniziani h cacciorono di Vinegia.

Tenne il re molto occulta questa lega , e la cacciata

de' Fiorentini. Sendovi messer Giannozzo , e avendone

avviso, lo disse più volte alla Maestà del re, la quale si

mosse a fare quello che fece, datogliene qualche cagione.

Ora, istando i Viniziani a Napoli, e solHcitando la pra-

tica, il re aveva mandato il Panormita e frate Puccio a

Firenze, per questa cagione. Di poi andorono a Vinegia,

conchiusa la lega tra il re e i Viniziani , e la cacciata

de' Fiorentini da Vinegia e dal Reame. Inteselo messer

Giannozzo , n' andò alla Torre del Greco , dov' era la

Maestà del re, e quivi colla (2) sua Maestà parlò lunga-

mente, come nel comentario della Vita sua appieno è

scritto ; e avendogli dette più cose della natura e con-

dizione de' Viniziani, fece colla sua Maestà questa brieve

conclusione, che i Viniziani di ciò che avessino promesso

alla sua Maestà, non glielo osserverebbono , e che non

(1) grandissima (ed. Bart.)

(2) con la (ed. Bart.)


64 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

gli dava tempo quattro mesi. Intervenne che non passo-

rono venti giorni che il re mandò per messer Giannozzo

e dissegli, com' egli aveva nome. Disse : Giannozzo Ma-

netti. Dissegli, che si chiamasse Giannozzo profeta, perchè

non erano venti dì, che la lega era fatta co' Viniziani

e cosa che gli avessino promessa non gli osservavano.

Acquistò tanta fede colla sua Maestà, che non gli domandava

cosa che non avessi ; e ottenne che i Fiorentini

avessino salvocondotto, e vi stessino parecchi mesi, oltre

alla proibizione fatta.

XXIII. — Partitosi da Napoli ne venne ambasciadorè

a Roma , a papa Nicola , per commessione della

Signoria; e fecelo in questo tempo papa Nicola suo se-

gretario, e dettegli i privilegi sanza volere che pagasse

nulla, e usògli molto umane parole, e fecegli grandissime

offerte. Ispedita la sua commessione a Roma, tornò a

Firenze ; e fu * tratto di collegio , ed in questo tempo

passò * (1) r iraperadore in Italia , e fu fatto messer

Giannozzo uno de' quindici ambasciadori, che gli andorono

incontro con degnissima compagnia, con commes-

sione che , dove lo trovassino , messer Giannozzo gli

parlasse in nome della Signoria, e ricevesselo. Andando

inverso il Mugello, lo trovorono a Vaglia, accompagnato

da messer Carlo Pandolfìni e messer Otto Nicolini.

Ismontò r iraperadore con tutti i signori eh' erano con

lui, e con messer Enea, che fece fare cardinale , e di

poi fu papa Pio. Messer Giannozzo ismontò, lui e tutti

gli ambasciadori smontorono. * Fece messer Giannozzo

una degna orazione accomodata secondo il tempo e il

luogo *

B. e V.

; (2) di poi messer Enea rispuose in nome del-

(1) e fu coronato (ed. Bavt.) Ho seguita la lezione dei codici

(2) Cosi i codici B. e V. Manca nell' ed. Bart.


GIANNOZZO MANETTI 65

r imperadore molto accomodate parole, e rimontorono a

cavallo, e vennono alla via di Firenze , dove fu molto

onorato. Tutti i cittadini di qualche condizione gli an-

dorono incontro a cavallo^ oltre a' quindici ambasciadori

e dua n'erano collo imperadore. Venuto 1' imperadore in

Firenze, alloggiò in Santa Maria Novella. Ora la Signoria

voleva andarlo a visitare, come richiedeva Y onore loro.

Feciono richiedere tutti i cittadini che fussino in Palagio,

la mattina eh' era diputata di parlare all' imperadore , e

vollono che ognuno si mettessi la più bella veste che

egli avessi ; e a questo modo si ragunò tutta la nobiltà

della città, eh' era cosa degna a vedere.

XXIV. — Ora la 'nvidia in questi atti fa l'ufficio

suo, perchè, avendosi a parlare in nome della Signoria,

era più degna cosa, e più si conveniva che parlasse uno

membro della Signoria, che uno che istesse con loro, ch'era

il cancelliere. Era più conveniente che parlasse messer

Giannozzo, sendo di collegio , che è membro della Si-

gnoria, che messer Carlo d' Arezzo , eh' era cancelliere.

Nientedimeno chi non volle che messer Giannozzo avessi

questo onore, ordinò che messer Carlo parlassi in nome

della Signoria, e disseglielo innanzi parecchi di. Venendo

la mattina eh' egli s' aveva a andare , feciono uno nu-

mero di più di dugento cittadini. Andati al cospetto del-

l' imperadore, messer Carlo, come era ordinato, parlò in

nome della Signoria. Parlato, l' imperadore commesse a

messer Enea che rispondessi a quanto s' era parlato , e

propose altre cose, alle quali bisognava rispondere in

premeditato. La Signoria chiamò messer Carlo, perchè

rispondesse. Disse, non lo volere fare , perchè non si

poteva rispondere sanza pensarci. Dettoglielo più volte,

non lo volle fare, per le ragioni dette alla Signoria. E

chi era istato autore di tòrla a messer Giannozzo, a

chi si conveniva, si volsono a messer Giannozzo, e pre-


66 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

goronlo che rispondesse, acciocché eglino non avessino

tanta vergogna, che sarebbe loro a non rispondervi,

sendovi l' imperadore e il re d' Ungaria e tanti altri si-

gnori. Conosciuto messer Giannozzo la vergogna che ne

seguitava loro, 1' accettò, a fine che chi aveva cerco (1)

di fargli vergogna, gli tornasse addosso. Dissongli quello

che volevano che rispondesse di subito. Veduto istare

ognuno sospeso, e l' imperadore aspettare la risposta , e

non vi essere chi rispondesse, messer Giannozzo cominciò

a rispondere, e fece in modo che , nonch' ella paresse

improvisa la sua risposta , ma

ella parve premeditata,

addrieto, a quella che s' era parlata innanzi a lui. Ri-

sposto, fu giudicato da tutti quelli che sapevano latino

ed erano intendenti, che messer Giannozzo avesse parlato

molto meglio lui impremeditato, che messer Carlo pre-

meditato; e acquistò quella mattina uno grandissimo onore,

di natura che chi credeva avergli fatto l'opposito, ne

rimase ingannato, perchè per tutta la città andò la fama;

e appresso dell' imperadore e di tutti quegli signori parve

che fusse uno singulare uomo, com' egli era, e che quello

eh' egli aveva a dire, non lo andava mendicando, perchè

lo possedeva bene.

XXV. — Tornata la Signoria in Palagio, e veduto

quello che aveva fatto messer Giannozzo , il medesimo

dì lo elessono a fare compagnia all' imperadore, insieme

con messer Bernardo Giugni e messer Carlo Pandolfini.

A Roma fu molto onorato e dal pontefice , a chi era

notissimo, e da tutti i cardinali, e da tutta la corte. Fece

una degnissima orazione della coronazione dell' impera-

dore, e presentogliela (2) messer Giannozzo a Roma in-

nanzi a dua altri ambasciadori che aspettavano l' impe-

(1) cercato (ed. Bart.)

(2) presentoglisi (ed. Bart.), presentogliela (B.)


GIA.NNOZZO MANETTI 67

radore, per certe comraessioni fattegli. Sendo a Roma,

il vice-cancelliere, nipote di papa Eugenio, lo invitò una

mattina a desinare, non gli dicendo che vi fusse altri.

Giunto, v' era messer Pasquale Malipieri , ambasciadore

viniziano, uomo di grandissima autorità in quello Senato.

Desinato eh' egli ebbono il cardinale giunto in camera,

si rinchiuse con tutti e due, e licenziò ognuno. Messer

Pasquale si volse a messer Giannozzo, e sì gli usò queste

parole, e disse se i peccati de' Viniziani erano irremis-

sibili? e che confessava che il maggiore errore che

avessino fatto mai i Viniziani, si era d' avergli cacciati

da Vinegia ; e che, s' egli vi fusse istato^ questo errore

non si commetteva mai ; e che di questo errore egli

n' era innocente ; ma

egli aveva commessione da quella

Signoria d' offerire a' Fiorentini piena commessione di

acconciare le cose come eglino volessino, infino a dare

loro il foglio bianco. Udito questo, messer Giannozzo gli

disse non avere commessione di parlarne, e che sapeva

quale era la volontà della sua Signoria , che per nulla

non se ne parlasse. Persuaso con infiniti prieghi e del

cardinale e di messer Pasquale eh' egU ne scrivesse (e

in questo gli ricordò assai del loro errore, donde era

causata questa differenza), iscrisse a Firenze di quanto

gli aveva detto il cardinale e 1' ambasciadore , del desi-

derio loro. Fugli risposto che rispondesse, che i Fiorentini

non volevano che di questo accordo si parlasse ; e che

egli attendesse alle altre sua commessioni, e che di questa

né per bene né per male non ne parlasse ; e così ri-

spuose al cardinale, e che rispondesse all' ambasciadore.

Ritornato l' imperadore da Napoli , eh' era andato a vi-

sitare il re Alfonso, tutta la corte di Roma gli andò

incontro, e il simile gli ambasciadori. Passando messer

Pasquale , ambasciadore viniziano , da casa di messer

Giannozzo, lo fece chiamare , e disse che gli farebbe


68 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

compagnia, s' egli voleva andare incontro all' imperadore.

Veduta tanta umanità sendovi drento 1' onor suo , andò

con lui. Subito ne fu iscritto a Firenze , e fuvvi chi

r ebbe per male, per passione che aveva con loro.

XXVI. — Ritornato a Roma in compagnia dell' im-

peradore, fu mandato a Siena, dove erano istati dua ara-

basciadori innanzi a lui, a confortargli che non dessino

vettovaglia al re Alfonso, che era a campo a Piombino,

eh' era raccomandato da' Sanesi. Erano in Siena dua

capi principali di quella parte del re Alfonso, ed erano

i primi di quella repubblica, e questi erano quegli che

tenevano fermi i Sanesi di dare vettovaglia al re. I capi

erano messer Antonio di Cecco Rosso e Gino Belanti.

Messer Giannozzo, conoscendo essere tenuto in parole

con varie iscuse, e che non venivano a ignuna conclu-

sione, e voltavansi che fusse il popolo quello che non

voleva che la levassino al re ; udito questo, messer Gian-

nozzo domandò udienza publica, dicendo e alla Signoria

e a quegli principali: se il popolo è quello che voglia

che si dieno vettovaglie al re Alfonso, fate che mi sia

data udienza * pubblica; * questa sia la via che noi l'in-

tenderemo, e di poi ci potremo dolere di loro, e non

delle vostre Signorie. Fece tanto, che non gli poterono

negare di non gli dare audienza; e per questo deputo-

rono il di che volevano (1). Messer Giannozzo, che co-

nosceva la mente di messer Antonio e di Gino Belanti,

prò vide a quello che poteva seguire. Iscrisse a Galeotto

da Ricasoli, ordinasse che la mattina della udienza avesse

in punto cinquecento fanti, e mandassegli alla porta che

va a Brolio e a Cacchiano; e stessine a' confini, e fa-

cessino tanto quanto messer Giannozzo comandasse loro ;

e cosi feciono. Venuto alla udienza publica e cominciato

(1) che avevano a avere udienza (ed. Bart.)


GIANNOZZO MANETTI 69

a parlare, provò per tante ragioni, che non dovevano

dare vettovaglie al re Alfonso, che gli condusse, che

stavano tutti come ismarriti. Finito ch'egH ebbe di par-

lare, tutto il popolo a uno gridò, che non si desse vetto-

vaglia al re, che si facesse quanto saviamente da mes-

ser Giannozzo erano consigliati, per parte de' Fiorentini.

Messer Antonio e Gino , come maliziosi , per rompere

quello ordine, si levorono da sedere, e volsonsi a mes-

ser Giannozzo. e si gli dissono ; che bastava eh' egli a-

veva veduta la buona voluntà di quello popolo, e che

altre volte eglino sarebbono con lui, e farebbono cosa

che gli piacesse. Messer Giannozzo conobbe V astuzia di

costoro e la loro perversa mente, e vide il pericolo

eh' egli portava ; e per questo, per non mettere in peri-

colo r onore della sua città, uscito di Palazzo, e avendo

mandata via ogni cosa, segretamente se n' andò a quella

parte, dove erano ordinati i cavalli e fanti che 1' aspet-

tavano, e montò a cavallo, e andonne alla via di Bro-

lio; e fu questo degnissimo partito; avendo inteso la

Maestà del re la voluntà di quello popolo ; e messer

Giannozzo dimostrò loro li loro errori, col tempo, e messer

Antonio e Gino Belanti capitorono male. Uscito quello

popolo di Palagio, n' andò a casa come isbalordito, per

la eloquenza di messer Giannozzo.

XXVII. Tornato da Siena, fu mandato ambasciadore

a papa Nicola, e fecelo cavaliere ; nel dargh l' insegne

della milizia, gli usò molto grate (1) parole in sua commen-

dazione ; e perchè 1' aveva fatto per persuasione della

sua santità e d' altri sua amici, il papa gli offerse di

dargli tale previsione quando egli volesse venire a Roma,

che potrebbe mantenere quella degnità che gli aveva

data; e così fece di poi al tempo, come appresso si

(1) gravi (ed. Bart.); grate (B. e V.)

Voi. 2. 5


70 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

dirà. Tornato da Roma, fu tratto vicario della Scarpe-

ria, che fu l'ultimo ufficio ch'egli avesse in Firenze; ed

entrato in questo ufficio, lo trovò pieno di quistioni mor-

tali, in modo eh' era in grandissimo disordine. Messer

Giannozzo, veduto questo, gli (1) parve che per uno bene

e onore di Dio non potesse fare la più salutifera cosa

di quella, che volle tutte le differenze che v' erano per

nota; e cominciossi a una a una colla sua inaudita pa-

zienza a udirgli e 1' una parte e 1' altra, e lasciava par-

lare e dire a ognuno quanto voleva. Di poi, secondo la

sua consuetudine, ripigliava le parti, e andava colle ra-

gioni che potevano persuadere, e non v' era cosa, per

difficile eh' ella fusse, che egli non concludesse ; e quegli

che non venivano a lui per conducergli dove egli vo-

leva, andare in persona; e a questo modo condusse piìi

di cento paci, e mise in pace e in unione quello vica-

riato, in modo che gli erano date ogni di mille benedi-

zioni, di levare via tanti inconvenienti quanti aveva le-

vati. * Erano molti che si maravigliavano di tanta fatica

quanta egli durava in questa pace e a tutti rispondeva

che questo era l'ultimo ufficio ch'egli avesse a fare mai

a Firenze, che voleva gratificare a Dio quanto egli po-

teva, conoscendo non potere fare cosa che gli fussi più

grata di questa. Così negli accordi del dare e dell'avere

ne fece infiniti sanza ispesa ignuna, e usava dire che

per questo erano pagati i retori e che questo era 1' u-

fìcio loro d' ordinargh e levare le differenze eh' egli a-

vessino e non pigliare né presenti né divieti; che il sa-

lare bastava come faceva lui * (2). Avendo fatti tanti

* beni * quanti egli fece in questo vicariato, molti invi-

diosi non potevano tollerare tanta buona fama, e tanta

(1) A Messer Giannozzo^ veduto questo, parve (ed. Bart.)

(2) Così in B. , manca nell' ed Bart.


6IANN0ZZ0 MANETTI 71

condizione, quanto, egli aveva per le sua virtù. Dispen-

sava il tempo in modo, sanza perderne, che in questo

ufficio compose quello degno libro De dignitate et excel-

lentia hominis, che mandò al rè Alfonso.

XXVIII. — Tornato da questo vicariato della Scar-

peria, * che fu V ultimo uficio oh' egli ebbe a Firenze,

secondo che lui medesimo aveva più volte detto, * (1) di

poi per i sua laudabili portamenti, i meriti eh' egli ebbe

dalla sua patria si furono, che avendosi a porre una

gravezza insopportabile, per levarsi uno specchio, quale

era messer Giannozzo , dinnanzi, gli posono una gra-

vezza insopportabile, che furono cento sessantasei (e se ne

pagava tre il mese) ; la quale era di natura che in poco

tempo arebbe consumato quello che aveva, e restava in

misera condizione. Chi gli fece porre questa gravezza,

lo fece a fine di riducerlo a fare quello eh' egli voleva

a suo proposito, per 1' autorità grande che aveva uni-

versalmente in tutta la città. Andando (2) uno suo pa-

rente con uno de' principali a dolersi di questa sua gra-

vezza, gli disse, quella infermità non essere a morte.

Messer Giannozzo, che intendeva quello che voleva dire,

gli rispuose erit ad mortem corporis, sed non animce;

e soggiunse, non mi aranno dove eglino credono, e quello

che io non ho dato a questa città, per me non le sarà

egli tolto; né mai fia rimproverato a' mia figliuoli, che

io sia suto cagione d' innovare nulla, ma lasciarla nelle

condizioni che la trovai. E non volendo fare quello che

non giudicava la sua coscienza, e a Firenze conosciuto

non potere istare sanza grandissimo pericolo, sendogli

detto da uno de' principali , suo amico, che s' avesse

cura, che gli sarebbe fatto villania, per questo prese per

(1) Cosi in B. , manca nell'ed. Bari

(2) Andò (ed. Bart.)


72 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

partito andarsene a Roma ; e , montato a cavallo , se

n'andò alla via di Roma; dove giunto, papa Nicola gli

fece grandissimo onore, e subito gli ordinò una provi-

sione di ducati seicento 1' anno, oltre 1' ufficio suo del

segretario.

XXIX. — A Firenze nella sua partita non (1) alienò

nulla, e lasciovvi le possessioni, le case e il monte, ch'e-

gli aveva pagato di contanti, solo n' usci lui sanza ignu-

na altra cosa. * A Firenze a uomo del mondo non aveva

a dare nulla , perchè, infra l' altre sue egregie virtù,

sempre da lui fu osservato questo che chi aveva avere

da lui, poneva il dì ch'egli avesse avere; e, s'egli non

veniva, mandava per lui, e in questo modo aveva sodi-

sfatto a tutti i sua debitori nella sua partita, ed a fi-

gliuoli non poteva essere domandato nulla dalle gravezze

insopportabili in fuora che gli erano istate poste. *

Istando a Roma, e credendo, avendo lasciata ogni cosa,

la sua persona essere libera, nientedimeno, conosciuto la

natura de' sua cittadini, sempre disse a quegli eh' erano

appresso di lui: i mia Signori e chi governa Firenze,

non istaranno pazienti a quello che m' hanno fatto, che

mi faranno peggio. E una sera istando con lui in questo

ragionamento, viene uno all' uscio battendo ; e subito

eh' egli udì disse a quegli eh' erano con lui : questo fla

uno cavallaro da Firenze. Mandando a aprire, era uno

cavallaro della Signoria, con lettere, eh' egli comparisse

a Firenze infra dieci giorni, o egli andasse a' confini

a Piacenza, lui e i figliuoli , per dieci anni ; e non vi

andando infra uno mese, in caso ch'egli non comparisse,

s' intendesse avere bando di rubello, lui e i figliuoli. Letta

la lettera, * si volse a quegli eh' erano con lui e disse

( 1 ) non aveva a dare nulla a persona del inondo, e non alienò

nulla (ed. Bart.)

(2) Così io B. Manca nell' ed. Bart.

(2)


GIANNOZZO MANETTI 73

loro il caso , e come egli s' era apposto, *

(1) andossene

subito a papa Nicola, e narrògli il caso, che gli dispia-

cque assai, vedendolo tanto perseguitato; ma venne su-

bito come uomo prudente a' rimedi, e sì gli disse, ch'e-

gli ubbidisse alla Signoria, e andasse a Firenze ; e chiamò

Piero di Noceto, (2) e si gli disse, che ispacciasse

una commessione a messer Giannozzo, e una lettera di

credenza, come suo ambasciadore a' Fiorentini, e il si-

mile uno brieve alla Signoria. Di poi disse a messer

Giannozzo: andate a Firenze, e se eglino vi volessino

fare violenza ignuna, presentate la lettera della credenza

come mio ambasciadore ; non bisognando, non la pre-

sentate. Piacque a messer Giannozzo il partito di papa

Nicola; e perchè il tempo era brieve, subito si mise a

ordine, e venne alla via di Firenze colla detta commes-

sione. E chi credeva eh' egli non comparisse, già ave-

vano fatto pensiero che i sua beni andassino alla via

della rovina. E venendo a comparire, che non lo crede-

vano, avevano ordinato che al Borgo e al Castello Santo

Giovanni, nel passare, fusse sostenuto, e mandato presso

a Firenze. Ma chi fu il vicario o il capitano del Borgo,

e r uno e 1' altro, si vergognorono a fare una simile

iniquità. Questo appieno è narrato nel comentario della

Vita sua.

XXX. — Giunto in Firenze il giovedì santo, isca-

valcato, subito andò alla Signoria a rappresentarsi; e

giunto, ebbe udienza, ed entrato drento, s'inginocchiò a'

piedi de' Signori, bene che facessino resistenza, e le pa-

role eh' égli usò forono in questo effetto : eccelsi Signori

mia, se a Dio, che m'ha creato, avessi con tanto amore

183.

(1) Così in B. Manca nell' ed. Bart.

(2) Fu tra i secretarii di Nicolò V. Si veda il Bonamici, pag.


74 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

e con tanta fede servito, quanto ho fatto a questa Si-

gnoria, io crederei essere a' piedi di santo Giovanni

Battista ; e i meriti eh' io n' ho riportati, le vostre Si-

gnorie li conoscono. Fuvvene alcuni che lagrimorono, e

rispuosongli che s' andasse a riposare, che altra volta lo

rivederebbono. Partito dalla Signoria, n' andò al capi-

tano, dov' era suto mandato il bullettino, per fare ac-

conciare r essere comparito. Il capitano, subito eh' egli

senti la sua venuta, se gli fece incontro, e cavossegli di

capo, e preselo per la mano, e vergognossi che uno sì

singolare uomo avesse avuto a venire a rappresentarsi

al capitano. Venne di poi alla Signoria e mo-

strò le condizioni nelle quali egli si trovava; e il si-

mile fece a' cittadini principali; e che inflno a quello di

aveva pagato cento trentacinque migliaia di fiorini, ed

era disposto a fare quello che poteva; e che avendo qui

i figliuoli, il monte, e tutte le sua sustanze, credeva che

la sua persona dovesse essere libera d' andare dov' egli

voleva, per potere sostenere la vita sua, e vivere con

qualche riputazione; e che di questo pregava le Signorie

vostre, che gli dessino licenza, eh' egli si potesse ritor-

nare a Roma a' servigi di papa Nicola, col quale egli

s' era acconcio, e eh' eglino dovevano vedere che infìno

a quello dì aveva pagato tutte le sua gravezze; e per

soddisfare al debito della patria, non l' aveva mai abban-

donata né colla propria persona né co' pagamenti; e

che di pochi dì innanzi aveva pagato fiorini dua mila di

contanti, de' quah, per pagargh, aveva venduto uno

monte à dieci e uno quarto per cento, quegli che gli

costavano cento ; eh' egli non aveva mai comperati da-

nari di monti, ma tutti quegli che aveva, erano di da-

nari pagati. Fece tanto e operò, eh' egli ottenne licenza,

XXXI. — Ottenutala, e attendendo a mettersi in

punto, si feciono i Dieci della Balia per gli opportuni


GIANNOZZO MANETTI 75

consigli, e ognuno de' Signori e de' Collegi ne potevano

nominare uno. Messer Giannozzo fu nominato, e de' pri-

mi, fatto, con tutte le fave nere, per 1' universale bene-

volenza che aveva in Firenze; e parve molto istrano a

quegli che avevano ordinato d' essere fatti loro, con or-

dine de' principali. Quanto più lo perseguitavano, tanto

più acquistava riputazione. Erano in questo tempo per-

duti più luoghi de' Fiorentini, per la guerra del re Al-

fonso. Creati i Dieci subito attesone al provedimento di

riavere questi luoghi; bene che fussino impediti da chi

non voleva 1' onore loro e avevane invidia, e cercorono

d' impedirlo quanto poterono , non avendo rispetto a

quello della patria. Messer Giannozzo fu fatto commes-

sario in campo, e andò a Vada, dove dette il bastone

al signor Gisniondo Malatesta , e fece una degnissima

orazione in pubblico, e racquistorono Vada e tutto quello

che avevano perduto ; e portossi messer Giannozzo in

modo, in quello campo, con quegli capitani, che pareva

che non avesse mai fatto altro che la disciplina militare.

Ebbono questi Dieci circa venti mila persone tra a pie

e a cavallo, e racquistorono tutto quello che s' era per-

duto. E offerivano i capitani dello esercito a' Dieci della

Balia di dare loro in quindici di tutto il contado di Sie-

na; ma a Firenze non si sofferse, per la invidia di tanto

onore, quanto avevano acquistato questi Dieci della Ba-

lia. Aggiungendovi questo, pareva loro che fusse troppo,

e per questo non si seguitò più oltre che s' avessino

fatto. Nientedimeno ogni cosa succedette loro prospera, e

uscirono con grandissima riputazione e onore, quanti che

ne fussino istati già è lunghissimo (1) tempo; * e, come è

detto, innanzi, acciocché ognuno intendesse la buona di-

sposizione di messer Giannozzo inverso la sua patria,

(1) lungo (ed. Bart.)


76 PARTE IV — uo^^NI di stato e letterati

che non solo la voleva aiutare colla persona, ma colle

proprie sostanze, per questo pagò in questo uficio de' Dieci

fiorini duemila cinquecento, vendendo le più vive cose

che aveva, e quello che gli era costo cento lo dette per

dieci e mezzo eh' era il monte. Questi sono i buoni

cittadini che antepongono l' onore e bene della patria a

ogni loro comodo *

(1).

XXXII. — Avendo finito questo ufficio, e vedendo

dove si trovava colle sustanze e le condizioni sua nella

città, chiamò un dì a sé i figliuoh, e disse loro: io veggo

quali hanno a essere le vostre condizioni; delle sustanze

che sono nostre, non ha a rimanere se non queste po-

che possessioni eh' io vi lascio, colle quah voi avete a

vivere, e le case dove noi abitiamo. E conosciuto io

questo, ve 1' ho acconcie, eh' elle rendano più eh' è pos-

sibile, col quale mezzo voi abbiate a sostentare la vita

vostra e de' vostri figliuoli. E questo ve lo dimostrerà

meglio il tempo. Io vedrò d' avere licenza dalla Signo-

ria e da questi principali, e andrommene a Roma, per po-

tere guadagnare tanto eh' io viva, questo tempo che mi

resta, con onore, come ho fatto infino al presente dì.

Operò in modo eh' egli ottenne la licenza ; e , avendola

ottenuta, e andandosene a casa, per la via iscontrò uno

suo parente, che aveva uno grande istato nella città, e

non credeva che ignuno caso avverso gli potesse inter-

venire. Parlandogli messer Giannnzzo, e dicendogli del

partito preso, non gli rispuose com' egli aspettava. Pi-

gliando licenza da lui, io scrittore v'ero presente, e nel

partire mi si volse e disse: tu vedi questo mio parente,

bello istato che egli ha nella città, e non crede che gli

possano intervenire de' casi che sono intervenuti a me;

ma tieni a mente, e vedrailo per esperienza, che sarà

(1) Così in B. Manca nell' ed. Bart.


GIANNOZZO MANETTI 77

cacciato da Firenze, e procederà da chi egli non lo po-

trà isti mare. Non passò molto tempo, che gli intervenne

quello proprio che gli aveva predetto. * Era cosa mira-

bile lo giudizio naturale ch'egli aveva, pel quale prove-

deva le cose innanzi oh' elle fussino e apponeva sì che-

ra cosa inaudita * (1).

XXXIII. — Avendo preso licenza, come è detto,

dalla Signoria e da tutti i principali del reggimento, una

mattina, quando si voleva partire, avendo invitato i pa-

renti e gli amici a desinare seco , non sapendo se mai

più gU aveva a vedere, usò molto gentili parole a tutti,

e massime alla, moglie e a' figliuoli, confortandogli a

avere pazienza , e che pregassino Iddio per lui. Era

questo convito, nel fine del suo partire, pieno di lagrime

e di singulti di sì dura dipartenza. (2) In questa sua

partenza, per esemplo de' sua figliuoli, a fine che impa-

rassino a vivere da lui , dimostrò dell' avere sempre

il tempo dispensato bene, in modo che non se n'a-

veva a pentire. Del suo mangiare o bere non fu mai

persona che s' avvedesse se gli piaceva piìi una cosa

che un' altra , dicendo che egli era misera cosa pensare

a sì infime e basse cose; che noi eravamo nati a mag-

giori cose, per la nostra degnità. Dette queste parole,

montò a cavallo, e per non aversi a mutare, non pigliò

persona per la mano, ma volsesi in là, e disse: * io * vi

raccomando a Dio ; e prese la via in verso Roma, Non

passerò qui, eh' io non mi dolga della ingratitudine della

patria, veduto i portamenti di messer Giannozzo quali

sono stati ; e i meriti che n' ha riportati sono questi,

che nel tempo che gli uomini desiderano riposarsi nella

patria colla moghe e co' figliuoli e con gli amici, e a

(1) Cosi in B. Manca nell' ed. Bart.

(2) partenza (B.)


78 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

lui bisognava abbandonarla , e cercare altra patria. * A

ingratitudine inaudita d' avere acconsentito eh' uno si

degno cittadino, dopo tanti suoi meriti e beni fatti per

la patria, in averla aiutata e colla persona andando am-

basciatore più volte per la sua salute, e colle proprie

sostanze: di poi quando egli aspettava esserne rimune-

rato, fu pagato di tanta ingratitudine; e però si vuole

servire a Dio e non agli uomini * (1).

XXXIV. — Partitosi da Firenze, se n' andò a Roma.

Giunto là, da papa Nicola fu molto onorato, e da tutta

la corte, e confermatagli la sua provisione. In questo

tempo certi frati Conventuali avevano cercato di levare

da' frati Osservanti il vicario, per sottomettergli al ge-

nerale, eh' era la rovina di quello ordine. Avevano fatto

tanto con papa Nicola, eh' eglino l' avevano ottenuto (2),

mostrandogli quello che non era; e avevano già tratta la

bolla per mandarla al piombo. Sendo iscritto a messer

Giannozzo da Firenze questo caso, e che gli piacesse ri-

mediarvi, sì che non avesse luogo, subito, intesolo, se

n' andò al pontefice, e mostrògli quanto questo caso im-

portasse, e che se la sua Santità voleva che questo or-

dine andasse per terra, questa era la via. Avendo la

bolla in camera, se la fece arrecare, e in sua presenza

tagliare * per lo mezzo * e annullarla. Sempre in tutte le

cose dov' egli si poteva adoperare in bene, lo faceva.

Non passò molto tempo che morì papa Nicola, che, per

uno caso avverso, messer Giannozzo non poteva avere

il maggiore. Succedette di poi papa CaUisto, e subito lo

confermò segretario, e dettegli le bolle ' gratis * (3). At-

(1) Così in B. Manca nell' ed. Bart.

(2) ottenuta (ed. Bart.)

(3) Qui segue nel codice il racconto della andata di Giannozzo

a Napoli, e della provisione che il re Alfonso gli fece, già da noi

riferita nella vita di quel re.


GIANNOZZO MANETTI 79

tendeva messer Giannozzo in Napoli a' sua istudi, e non

perdeva tempo, ed era molto visitato da quegli signori,

e da tutti quegli uomini dotti. Era la sua la più dolce

e gentile conversazione del mondo, umanissimo, pazien-

tissimo, e aveva molto del faceto. Mai fu chi gli udisse

dire male di persone, ma ognuno lodava e commen-

dava (1).

XXXV. — Nel tempo che istette messer Giannozzo

a Napoli, per le assai comodità che gli dette il re, tra-

dusse il Salterio De hehraica veritate, e cinque libri

apologetici in difensione di questo Salterio, per molti

* invidi * che detraevano all' onore suo, in questa tradu-

zione, solo mossi da invidia. Tradusse tutto il Testa-

mento Nuovo di greco in latine . tradusse F Etica d'A-

ristotile ad Nicomachum, e un' altra Etica, che non fu

mai tradotta, ad Eudemum. e i Magni Morali; e cor-

resse ed emendò quella parte eh' egli aveva finita Con-

tra Judoìos et gentes, e aggiunsevi alcuni libri, che in

tutto furono libri dieci, che sono degni di eterna me-

moria, per la nobiltà della materia. E in questo dimo-

strò la sua buona mente, e quanto fusse affezionato alla

sua religione, nella quale era nato, che tanto 1' amava

e stimava , eh' egh non la chiamava fede ma certezza.

Non ci è stato ignuno degli iscrittori moderni che abbia

iscritto contro a' Giudei, se non uno Porcheto genovese,

e Piero d' Alfonso ispagnuolo : ma ignuno scrisse né con

quella eleganza né in quella forma che iscrisse messer

Giannozzo. Sì che e di questa e di tutte 1' altre sua o-

(1) Segue nel codice il fatto di Gerardo Gambacorti già scritto

nella Vita del re Alfonso; soltanto qui riflette lo storico che Giannozzo

già offeso da' Fiorentini « in questo luogo osservò la sentenza di Cristo

di amare i sua nimici, perchè v' erano di quelle robbe fatte resti-

tuire, le quali erano di chi era stato cagione della sua rovina ».


80 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

pere ne merita grandissima commendazione, che in tante

cure del mondo *, e in tanti avversi casi della fortuna,*

(1) e in tante persecuzioni, egli sapesse compartire il

tempo, in modo, che fece tante opere quante egli fece.

Istando messer Giannozzo in questi sua laudabili eser-

cizi, dopo tanti casi avversi della fortuna, avendo po-

sato r animo suo, sopravenne la morte del re Alfonso,

che per un caso avverso non lo poteva avere più infe-

lice di questo. Voltossi al suo usato luogo della pazienza.

Succedette il re Ferdinando, e confermògli i sua privi-

legi. Non passò molto che, come nel comentario della

vita sua si contiene, egli passò di questa presente vita,

e come cattolico e buono cristiano rendè lo spirito al

suo Redentore. Io ho passata questa sua vita con quanta

brevità ho potuto, riferendomi al comentario della Vita

sua, dove si scrive appieno ogni cosa.

Opere composte da messer Giannozzo Manetti.

— 2. Oratio ad regem Aragonum in nuptiis filli

1. Oralio de scecularibus et pontifìcalibus pompis.

sui. — 3. Oratio in funere Leonardi Aretini. — 4.

Oratio ad Nicolaum V summum pontifìcem in creatione

sua. — 5. Oratio de eligendo imperatore ad

Callislum P. P. — 6. Oratio ad Federicum impera-

torem in coronatione sua. — 7. Oratio ad Senenses

dum Alphonsus rex Plumhinum ohsideret. — 8. Ora-

tio ad Alphonsum regem de pace servando. — 9. Ora-

tio ad Venetos dum Alphonsus rex Plumbinum ohsideret.

— 10. Vita Socratis. — 11. Vita Senacce. —

12. Vita Dantis. — 13. Vita Francisci Petrarchce.

— 14. Vita Johannis Boccata. — 15. Historia Pisto-

(l) Cosi in V., manca nell'ed. Bart.


82 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

cesse la vita sua latina (1), acciò che la memoria di

tanto degno uomo non perisse, come hanno fatto infiniti

degli altri, per non ci essere chi gU abbia mandati a

memoria delle lettere; fatta questa nota per via di ri-

cordo, furono alcuni che mi dissono che sarebbe bene

farla transcrivere come stava, e lasciarla apresso di

quegU che non hanno notizia delle lettere latine, perchè

la fama di si degno cittadino fusse cosi alla loro notizia

come di quelli che sono litterati, per avere dinanzi agli

occhi una sì degna imitazione , di natura che, se fusse

stato ne' tempi de' prestantissimi uomini che aveva la

romana repubblica, 1' arebbono illustrato colla memoria

delle lettere. Ora chi leggerà questo ricordo o vero co-

mentariolo della sua vita, tenga quello che e' è scritto

essere la propria verità , sanza averci scritto se non

quello ò veduto o udito da lui, che era osservantissimo

della verità, quanto ignuno ne conoscessi mai. Chi leg-

gerà adunque questo breve comentariolo della sua vita

non riprenda chi l' ha composto , se non sono scritte

ornate come si sarebbono potute fare da chi avesse

migliore stilo e più ornato che non è in me, essendo alieno

dalla mia professione, e non avendo dato opera alle

lettere latine ; ma tutto quello eh' io so l' ho imparato

con la pratica e con l' assidua conversazione con plìi

uomini dotti, e massime con messer Giannozzo , col

quale conversai anni quattordici o più. E se mai ho

avuta notizia d' alcuna cosa, tutte o maggiore parte le

posso attribuire averle da lui. Ora, avendola fatta tran-

scrivere, e dato fine a questo comentariolo, m' è pa-

rato mandarlo a voi, benché ella sia aliena da ogni or-

(1) facesse la vita sua latina. Pare che M/ Alamanno scrivesse

da vero la vita di Giannozzo, la desse fuori; ma si è smarrita.


GIANNOZZO MANETTI 83

nato stile ; e massime a voi , al quale sono sute

mandate alcune opere di messer Marsilio Ficino piene di

eloquenzia e di dottrina. Arete solo rispetto alla verità

e r essere fatta questa operetta per via di ricordo e

non ad altro fine. Dipoi m' lian mosso le cagioni dette

a darne copia e mandarla a voi. Solo arete rispetto alla

sua vita e a' sua laudabili costumi. Conoscerete per

questa la sua integrità e la sua innata bontà, sanza dolo

fraude ignuna, e la simulazione essere stata sempre

aliena .da lui et avutala sempre in grandissima abo-

minazione, dicendo essere la più crudele peste che pos-

sine avere gli uomini. Conoscerete ancora le degne cose

fatte per lui in onore et esaltazione della sua città, e

quanto onore egli abbi fatto alla sua repubblica in tutti

e luoghi dove e' s' è trovato. Vedrete ancora la in-

gratitudine usatagli dalla sua città, non altrimenti abbino

fatto alcune altre repubbliche, dopo tante cose degne

fatte per lui. Conoscerete ancora la varietà della fortuna

quanto ella abbi potuto in lui, e per questo potrete

considerare quanto si possa poco sperare negli uomini

e nelle opere loro : che solo bisogna sperare in Dio

col bene operare, perchè il bene ha sempre avuto et ha

grandissima forza, come vedrete in messer Giannozzo ;

che, per le sua virtù e per la perseveranza del bene

operare , tutte le insidie e mali che gli furono voluti

fare, tornorono sopra il capo di chi gliel' ordinava. An-

dato fuori della sua patria volontariamente, e prima da

papa Nicola, dipoi dal re Alfonso, fu in grandissima riputazione,

neir onore e nelF utile come si vede. Ve-

desi ancora nel tempo suo in quanta gloria e ripu-

tazione fusse la città di Firenze. Tutte queste varietà et

instabilità della fortuna saranno esemplo alla vita vostra

in non vi fidare troppo nella prosperità della fortuna,


84 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ma sempre stare coli' animo sospeso, dubitando de' suoi

varii casi , i quali non si possono fuggire se non col

bene operare; perchè, come voi sapete, la fortuna, se-

condo che è diflSnita da santo Agostino nel hbro cantra

academicos, non è altro che la volontà di Dio, alla quale

a volere fuggire tutti gli avversi casi di quella si fug-

gono col bene operare. Voi adunque, secondo il potere

e sapere vostro faccendolo, di quella non potete per

nulla temere, vedendo messer Giannozo che la vinse con

questo mezzo. Saravvi adunque questo comentariolo come

uno specchio innanzi agli occhi, vedendo tante varietà seguite,

non solo in lui, ma in tutti gli stati d' Italia. E

sono le cose passate molto utili e necessarie, perchè sono

esemplo alle presenti. Piglierete adunque questo breve

comentariolo come egli è : e se non fusse quello che si

converrebbe a voi, igniuno può se non quello eh' egli

ha. Io il do volentieri quello ho, e se più avessi più

vi darei.

COMENTARIO DELLA VlTA DI MeSSER GiaNNOZZO MaNETTI

Messer Giannozzo Manetti nacque nell' anno 1393 a

di cinque di giugno d' onorati parenti chiamati i Manetti.

Ebbe il padre nome Bernardo : essendo di pochi anni,

lo mandò secondo la consuetudine della città, a imparare

a leggere e scrivere; e conseguito in breve tempo di

sapere quanto s' appartiene a uno che abbia essere merca-

tante, levatolo di quivi, lo pose all' abaco, et in pochi

mesi venne di quella scienzia dotto tanto, quanto s'ap-

parteneva a uno simile esercizio. In età d' anni dieci

andò al banco, et in brevi mesi gli fu dato il conto della

cassa. Istato, come è d' usanza, alquanto tempo alla cassa.


GIANNOZZO MANETTI 85

gli furono dati a tenere i libri, dove istette parecchi

anni a questo esercizio. Fatto questo, cominciò a pensare

seco medesimo che fine vi fusse drente d' acquistare, o

fama, o gloria, et a sé et alla casa sua, e non ve lo

conobbe ; ma 1' opposito (1) non e' essere mezzo ignuno

se non lo studio delle lettere : e per questo assolutamente

diterminò, posposta ogni altra cura, di darvisi, essendo

già d' anni venticinque. E perchè gli parve avere perduto

assai tempo disutilmente al banco vi si misse con inau-

dita assiduità, e privossi d'ogni altro piacere, e quivi

mise ogni studio e diligenza (e fecelo sanza consentimento

del padre, prese (2) questo partito eh' era più volto al

guadagno che alle lettere, rispetto alla consuetudine della

città); e per questo si ridusse in casa posposta ogni

altra cura. Tutto il tempo che aveva, da quello che

era necessario in fuori, lo metteva negli studii delle let-

tere, et erasi ridotto a non dormire più di ore cinque la

notte, e mai di tempo ignuno il dì lo trovò nel letto.

Così faceva sempre ne' tempi che io lo conobbi.

Dato opera a grammatica, si fece leggere alcuni

poeti più necessarii, come Vergilio e Terenzio in modo

rimise il tempo perduto; e facendosi leggere assiduamente

in casa ogni dì dua lezioni, o più, avendo sì prestante

ingegno come aveva, presto uscì della lingua (3). Desi-

derando andare a maggiore grado, si fece leggere, oltre

a questi poeti, alcuna opera di Cicerone e dell' arte (4) :

dipoi venne alla loica.; Era (5) in questo tempo nel con-

(1) ma r opposito, ecc. ma per 1' opposito, per contrario.

(2) del padre, prese, del padre, il qual prese.

(3) della lingua, degli studj di lingua, avendola bene imparata.

(4) delV arte, dell' arte oratoria.

(5) Era, ecc. Era sta qui per vi erano, ed è usato come a

modo d' impersonale. È dell' uso tuttor vivente il dire : C era molti

soldati, e simili.

Voi. 2.» 6


86 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

vento di Santo Spirito molti singulari uomini, e legge-

vavisi in pubblico loica, filosofia et teologia. Trovavavisi

maestro Girolamo da Napoli grandissimo filosofo e sommo

teologo, e maestro Vangelista da Pisa, che era quello

medesimo (1), e non era inferiore 1' uno all' altro. Pa-

rendo a messer Giannozzo potere conseguitare il suo de-

siderio, si volse ad andare a questo convento le lezioni

varie che vi si leggevano da si singulari uomini , e disputazioui

che vi si facevano del continovo, e la com-

modità che aveva d' andare in Santo Spirito. E per

questa cagione fece messer Giannozzo^ di consentimento

de' frati, uno uscio nel suo orto che riusciva nel convento

di Santo Spirito, e quivi si stava la maggior parte del

tempo a udire ogni dì due o tre lezioni. Mai passava

un' ora eh' egli non fusse o in udire, lezioni, o in istu-

diare quelle che aveva udito. Ogni dì vi si facevano i

circuii publici da quegli frati, ove si disputava in tutte

scienze ; et ogni di s' appiccavano le conclusioni che

s' avevano a disputare 1' altro di. Messer Giannozzo

per la prestanzia dello ingegno suo, e per la sua vee-

menzia, non era chi potesse resistere alla forza de' sua

argomenti. Entrato che fu il tempo che gh parve in loica,

parendogli averne udito abbastanza, cominciò con maestro

Girolamo a udire la Fisica d'Aristotile, et il simile ogni

disputava et in loica et in filosofia. Udito per alquanto

tempo filosofia naturale, volle udire filosofia morale, et

udì r etica da maestro Vangelista. Venne e neh' una fi-

losofia e neir altra dottissimo, e fu de' primi secolari

d' uomo di riputazione, che vi desse opera (2), e che

(1) era quello medesimo, cioè: era anch' egli grandissimo filo-

sofo e teologo.

(2) de' 'primi secolari, d' uomo di riputazione, eoe. Costrutto

non grammaticale, ma famigliare; è come dire: fra' secolari fu il

primo uomo di riputazione che vi desse opera.


GIA.NNOZZO MANETTI 87

ne facesse il frutto che ne fece lui. Udito per alquanto

tempo filosofìa, non essendo contento (disiderando di

andare a quello grado che aveva disiderato nel prin-

cipio quando cominciò lo studio delle lettere , perchè

usava dire che gli pareva che invano s' afiaticava chi

consumava i suoi studi neh' opere gentili sanza an-

dare alla teologia ; e che si voleva quest' altre scienze

correrle , e fermarsi alla santissima teologia , con la

quale si doveva perseverare tutto il tempo che ci restava

della vita nostra, et in quella perseveranzia delle Scrit-

ture sante finire la vita sua, avendo fatto l' abito in

quello : questo gU udii io dire più volte), fecesi leggere

il Maestro delle sentenzie, di poi de' comenti sopra il

Maestro, per volere vedere di questa teologia specula-

tiva. Fatto questo, si fece leggere a maestro Girolamo

da Napoli tutto S. Agostino de civitate Dei : e quello

studiò con grandissima diligenza, in modo che usava

dire che lo sapeva a mente come 1' ave maria, e ispesso

r allegava e grandissimo onore gli faceva. Era affezio-

nato più a santo Agustino che a dottore che avesse la

chiesa di Dio. Et usava dire che dua maravigliosi uo-

mini ha avuto il mondo in dottrina , di che ne istava

ismarrito, santo Agustino de' cristiani, et Aristotile degli

infedeh. Non perdeva mai un' ora di tempo che egli o

non istudiasse o non udisse qualche lezione, perchè

aveva il tempo ordinato. Venuto a tanta eccellenzia, et

avendo imparato quasi tutte l'arti liberali, volle udire

geometria da maestro Giovanni dell' abaco, insieme con

Benedetto Strozzi ed altri, e diventò maraviglioso geome-

tra. Non era nell' età sua igniuno che di questa geome-

tria positiva ne sapesse più di lui : non era sì diffi-

cile conto che quando vi metteva suso gli occhi non lo

sommasse di fatto. E della speculativa intendeva mara-


88 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

vigliosaraente. Imparato tutte queste dottrine per ordine,

diterminò imparare le lettere greche. Cominciò con al-

cuni dotti in greco eh' erano in Firenze, e dipoi si fece

leggere a frate Ambrogio degli Agnoli alcune opere in

greco, e massime la Pedia di Ciro. Diventò in quella

lingua non meno dotto che si fusse nell' altre scienze,

come lo dimostrano più sue traduzioni.

Faceva pigliare 1' Etica d' Aristotile in latino, et egli

pigliava la greca, e leggevavi suso in latino tanto ve-

locemente che colui che 1' aveva in latino non poteva

tenergli drieto. Vidine iscontrare libri sei a questo modo.

Stette messer Giovannozzo in questi fervori degli studii

anni nove, che mai non uscì di casa né passò igniuno

de' ponti di là dall' acqua ; ma solo , levato innanzi dì

se n' andava in Santo spirito a udire messa , di poi

subito era alle sua lezioni. Passati anni nove, acciochè

dimostrasse le sua virtù, e che il tempo aveva ispeso

r aveva ispeso benissimo, cominciò a uscire fuori e ve-

nire in piazza, dove dal tetto de' Pisani tutti gli uomini

dotti si ragunavano, e quivi e dal palagio del podestà

tra quegli cartolaj. Messer Giovannozzo, essendo di mara-

viglioso ingegno e di grandissima memoria e fresco

in sugli studii , et aveva un' altra cosa che è stata

data a pochi, che aveva tanto frequentato i circuii e le

disputazioni, che egli parlava latino senza alcuna difR-

cultà proprio come la lingua materna.

Udi' io dire a lui che una sera essendo in piazza

in uno cerchio dove era messer Lionardo d' Arezzo e

moltissimi uomini dotti, disputando di filosojBa, messer

Giannozzo la sera fece prova della sua virtù, et tutti quegli

che vi si trovorono restorono istupefatti. Messer Lionardo

in una certa risposta che fece messer Giannozzo, lo sop-

portò molestamente, parendogli che fusse quello che te-


GIANNOZZO MANETTI 89

nesse il principato: se gli rivolse con parole alquanto

ingiuriose. Messer Giannozzo gli rispose umanissimamente,

in modo che messer Lionardo se ne vergognò: di poi,

finiti i ragionamenti ognuno si parti. Messer Lionardo,

che era savio, partito che si fu, cominciò a pensare la

villania che gli aveva fatta, e tutta la notte non pensò

mai ad altro, come disse dipoi. La mattina, com' egli

uscì fuori (aveva dalla sua consuetudine che non andò

mai a casa di niuno cittadino) a buon ora andò a casa

messer Giannozzo e fece picchiare al famiglio l' uscio. Su-

bito venne il famiglio alla porta : messer Lionardo gli

disse che chiamasse messer Giannozzo, e non gli disse

chi egli si fusse. Venuto giù messer Lionardo gli disse

che si maravigliava assai che fusse venutogli a casa, e

eh' e' gli era figliuolo, e che egli doveva mandare per

lui, e sarebbe andato lui a casa sua, come era dovere.

Messer Lionardo gli disse che toghesse il mantello, e

andasse con lui, e cosi fece.

Giunti lungo Arno, se gli volse e disse: Giannozzo,

io ti feci ier sera una grandissima villania ; e promet-

toti eh' io n' ho avuta la penitenzia , e mai istanotte ho

potuto dormire, e non potevo istare contento infino a

tanto non venivo a parlarti e confessare el mio errore.

Messer Giannozzo se gli volse e si gli disse che con lui

non bisognava usare queste parole, che sapeva bene

eh' egli r aveva in luogo di padre, e cosi voleva avesse

lui in luogo di figliuolo. Partissi messer Lionardo da lui

e ringrazioUo della sua inaudita umanità ; e sempre gli

fu messer Lionardo di poi grandissimo amico ; e dove

gli potè dare favore lo fece, come si mostrerà per quello

che seguirà.

Era in messer Giannozzo infra l'altre sua virtù questa

sua inaudita umanità, eh' era di natura che stimava o-


90 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

gniuno; et igniuno gli parlava una volta che non gli di-

ventasse poi partigiano. Aveva, oltre all' altre sue inau-

dite virtù, che della religione niuno n' era più affezionato

di lui, et usava dire che la fede cristiana non la chiamava

fede, ma certezza, per tanti miracoli quanti vedeva

ogni dì ; e che mai vide ne' sua di igniuno errare che

non vedesse la punizione parata, e di questo ne diceva

infinite cose occorse nella sua vita.

Non tacerò qui quello eh' io avevo lasciato della

mirabile sua astinenzia del mangiare, per non occupare

il tempo disutilmente come fanno molti. Per lo studio

s' era ridotto a tanta astinenzia che mangiava poca carne

la sera, né mai mangiava più di dua uova in questo

tempo per lo poco esercizio faceva. E ridussesi in

luogo , e per lo poco mangiare e per lo poco dormire

e per 1' assiduità dello studio, eh' era diventato macilente

in modo che dubitavano i sua che non diventasse tisico.

Mangiava quello che gli era posto innanzi et ogni cosa

lo sodisfaceva. Vedevasi messer Giannozzo essere dotto

in tutte e sette l' arti liberali, et avendo imparato la

lingua greca et in quella essendo dottissimo , e della

teologia avendone notizia quanto ignuno che fusse ne'

sua tempi, e era cristiano come si vuole essere opere

et sermone, diterminò d' imparare la Hngua ebrea per

intendere il fondamento delle divine leggi. E perchè sua

intenzione era di scrivere contro a' Giudei, come si vide

che fece poi. Ebbe ne' principii della lingua uno Ebreo

in casa più di due anni, che gì' insegnò la lingua ebrea.

Di poi era in Firenze uno Mano vello ebreo uomo dottissimo

e in ebreo e in latino. Messer Giovannozzo mandò

per lui, e richieselo che gli leggesse la Bibbia in ebreo.

et r Ebreo gli disse essere contentissimo, ma che voleva

che leggesse a lui filosofia naturale, e di poi successiva


GIANNOZZO MANETTI 91

la morale : e voleva, che, letto gli avesse una lezione in

ebreo, egli ne leggesse una di filosofia, e cosi rimasono,

E perchè quando corainciorono messer Giovannozzo volle

che venisse ogni mattina innanzi dì due ore, e cosi man-

dava il famiglio per lui; et a sera infino a ore tre e

al mattina inanzi di dua ore, lessono tutta la Bibbia una

volta. Dipoi la lessono un' altra volta : e volle farsi

questa lingua comune come si fece latina, e saperla

parlare; et il simile la greca.

Tenne in casa dua Greci et uno Ebreo che s' era

fatto cristiano, e non voleva che il Greco parlasse con

lui se non in greco , e il simile 1' Ebreo in ebreo. Il

greco furon dua, che d' uno so io eh' ebbe nome Dime-

trio (1), che li vidi alcuna volta per suo ispasso farli

cantare uno medesimo salmo, in greco, in ebreo et in

latino. Questi erano gli spassi che pigliava alle volte.

Letto che gU ebbe la Bibbia, come è detto, volle che

gli leggessi i cementi che avevano di stima come el

Rabi moysi et altri cementi eh' avevano sopra la Bibbia.

Lesse l'Ebreo a messer Giovannozzo tutte queste opere,

solo per fare quello che desiderava. Lesse messer Gio-

vannozzo air Ebreo tutta la filosofia naturale e morale

e letto che aveva l' Ebreo , e messer Giovannozzo gli

leggeva la lezione di filosofia.

Fu messer Giovannozzo in questa hngua non meno

dotto che neir altre due lingue, e non era Ebreo che

non avesse paura di lui per la perizia della lingua ebrea

e per la prestanza dello ingegno. Fu richiesto messer

Giovannozzo da moltissimi dotti che aveva la città in

quel tempo che leggesse loro 1' Etica d' Aristotile. Lessela

(1) Il greco furono, dua ecc. Delle solite ellissi. Tanto è il

dire : Coloro che gli insegnarono il greco furono due.


92 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

loro, fra' quali vi fu messer Agnolo Acciajuoli molto lit-

terato, Antonio Barbadoro, Alessandro Arrighi e Bene-

detto Strozzi, et altri uomini da bene a chi lesse tutta

l'Etica d'Aristotile. Cominciò a leggere 'la Politica a

messere Jacopo da Lucca, che fu poi cardinale di Pavia

et lessegliene una parte.

Essendo messer Giannozzo già d' età d'anni trenta-

cinque era molestato da' parenti e dagli amici che to-

gliesse moglie. Istette duro a farlo , per non impedire

gli studi sua, e fu per pigliare ancora altro partito, dove

istette assai sospeso : non 1' avendo fatto non lo nomino :

era cosa che dimostrava avere moltissimo timore di Dio.

Ora messer Agnolo Acciajuoli, che aveva la sirocchia

di quella ebbe lui, donna d' onoratissimi parenti ed an-

tichi, fece, lui e gli amici sua, in modo che tolse moglie

come è detto in età d' anni trentacinque. Ebbene quattro

figlioli maschi e dua femine, che ne morì uno chiamato

Antonio d' età d' anni sette , il quale lui amò assai

et ebbene grandissimo dolore, perchè sopra tutti gU uo-

mini di natura molto amorevole, non solo co' figliuoli,

ma con tutti quegli che conosceva. Per la morte di

questo figliuolo se n' andò a una villa che si chiama

Vacciano, per consolarsi con le lezioni di varii libri.

Messere Agnolo, che 1' amava assai, essendo a Cer-

tosa per la settimana santa dove andava ogni anno,

mandò per lui con una lettera a pregarlo che venisse

alla Certosa, dove erano altri uomini da bene, e fra gli

altri el priore del munistero, uomo santissimo chiamava

don Nicolò. Giunto il famiglio a messer Giannozzo subito

montò a cavallo et andò alla Certosa : quivi furono in

certe disputazioni per consolarlo.

Eravi, oltre al priore e messere Agnolo, ser Gherardino

ambasciadore del marchese di Ferrara, uomo

dotto, ed Adovardo Acciaiuoli.


61ANN0ZZ0 MANETTI 93

Nacque di queste disputazioiii uno dialogo che fece

in latino a consolazione della morte del figliuolo, dove

sono molte degne cose.

Ebbe Agnolo il quale fece dare agli studij , e

usovvi drento grandissima diligenza. Riuscì uomo singu-

lare. Infra 1' altre cose che gli fece imparare nella sua

puerizia fu che in tre lingue non e' era ignuno che scri-

vesse meglio : latino, greco et ebraico. L' ebreo et il greco

iscriveva a due versi il maestro che gli insegnava, e

dua lui, et ebreo e greco ; e non era ignuno che gli

sapesse conoscere.

Riusci uomo singulare come ne fece pruova andando

arabasciadore al re di Francia e altre dignità : e il si-

mile gli altri figliuoli maschi e femine.

Fu messer Giannozzo lume e ornamento, non solo alla

sua città, ma alla casa sua ; che lui per le degnità che

ebbe e pe' laudabili sua portamenti, ebbe assai dignità.

Nella città fu di collegio più volte, e fece orazioni esor-

tatorie alla giustizia eh' egli recitò, che oggi ancora ci

sono: fu fatto più volte degli ufìciali dello Studio a ri-

formarlo, e nel tempo che ne fu (1) fiorirono gli studi

di uomini singulari che ci lessono.

Neir anno 1437 , eh' aveva anni quarantaquattro,

avendosi a mandare ambasciadore a Genova, i Viniziani,

che erano in lega co' Fiorentini, elessono messer Pasquale

Malipieri che fu dipoi doge, uomo molto riputato. Gli

ambasciatori gli eleggevano i signori e collegi , e ogniuno

ne poteva nominare uno : furono nominati molti : in fra

gli altri uno di casa sua nominò messer Ginanozzo. Era

doge di Genova messer Tommaso da Campo Fregoso,

uomo singularissimo. Per fare tale elezione vi si usò

(1) che ne fu, che fu del numero de' detti ufficiali.


94 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

grande diligenzia. Messer Lionardo (1), uomo intero e

singularissimo, fece a messer Giovannozzo quello che non

aveva fatto ad altri, che si rizzò e disse: Fate messer

Giaunozzo, che vale assai e faravvi grandissimo onore.

Messi a partito molti, messer Giannozzo rimase quasi con

tutte fave nere, che fu una maraviglia, avendo i concor-

renti che aveva, essendo la prima volta che era andato

ambasciadore essendo il luogo si degno. Andò a Genova

dove ebbe grandissimo onore, e molto fu accetto a

quello prencipe, al quale iscrive della lode di Genova :

andovvi benissimo a ordine , e menò seco alcuni gio-

vani de' più degni della città. In ogni caso che si eser-

citava messer Giannozzo dimostrava la sua singolare virtù.

Fu fatto pe' Consigli a porre a' contadini e distrettuali

uno balzello di fiorini trentamila, i quali per la sua inau-

dita dihgenza gli pose tutti d' accordo in modo che si

riscossono tutti ; e non fu mai uomo che si dolesse di

lui , fuori della consuetudine di simili imposizioni. Im-

parino i cittadini de' tempi nostri a porre le gravezze in

questo modo. Ebbe compagni, andorono a questa mede-

sima via, perchè amavano la loro città.

Non tacerò quello eh' io udi' da lui di questa lega-

zione, che, essendo messer Tomaso un dì insieme agli

ambasciadori e più cittadini richiesti, e ragionando pe'

bisogni della città porre danari , non aspettorono i cit-

tadini che avesse finito, che si rizzorono e dissono che,

s' egU poneva loro nulla, che eglino che 1' avevano messo

in quello luogo, ne lo caverebbono.

Nel detto anno, avendo posto questa de' contadini

sì bene, avendosi a fare uomini per porre a' preti du-

cati ottantamila con bolle apostoliche della licenzia a-

(1) Messer Lionardo, cioè Messer Lionardo Aretino.


GIANNOZZO MANETTI 95

vuta da papa Eugenio, fu fatto messer Giannozzo Ma-

netti; e in questo prese tutto questo peso sopra le

spalle sua: e volle vedere tutte l'entrate de' preti del

contado e distretto di Firenze: di poi si mise a porla

d' accordo con tutti, et così fece ognuno d'accordo con

lui, che se la posono loro medesimi. Andando rettamente

e non vi avendo interesse igniuno, fece con pace di

tutti i religiosi, e ma' fu persona che se ne dolesse,

avendosela posta loro medesimi. E non ebbe salaro

ignuno ; né non ne volle nulla, perchè diceva essere le-

cito per la sua repubblica fare ogni cosa. Oltre al non

volere nulla, egli non prese mai in sua vita presente

igniuno in degnità che lui avesse: e questo osservò sem-

pre. Imparino i cittadini del tempo nostro da questo de-

gno cittadino.

Nel 1439 si feceno uficiali di vendite, i quali si

squittivano per tutti i consigli insieme non ogniuno;

che, dove oggi simili uficj si cercano, in questo tempo

istavano i cittadini in piazza a pregare per non essere

fatti , perchè si facevano tutti cittadini delle maggiori

poste. Non potè messer Giannozzo fuggirlo che non gli

corressono drieto quando andava a partito. In poco

tempo ebbe moltissimi uflci a mano. Feceno gli uficiali

delle vendite con autorità grandissima di potere vendere

e fare ogni cosa_, e feceno per legge che avessino uno

quattrino per lira di quello che riscotevano.

Fatti i detti uficiali si ragunorono alla Misericordia,

e toccando a parlare a messer Giannozzo si volse a'

compagni e disse loro : « Io non so, compagni mia, quale

sia r animo vostro di fare in questo ufficio : secondo la

legge noi abbiamo avere denari quattro per lira : io per

me non gli voglio, perchè in prima sono obbligato a Dio

dipoi alla patria che m' ha ingenerato , e per quella


96 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

debbo fare ogni cosa. Il quattrino che mi dà la legge

io per me non lo voglio , perchè chi non ha pagato

r ha fatto per impotenza , e basta che paghi il ca-

pitale, che a me non pare che sia giusto; e per non

lasciare questa eredità a' mia figlioli che non possi es-

sere loro detto che io sia stato per uno quattrino per

lira esattore del comume. Io per me voglio domattina

come saranno ragunati i signori e collegi, fare pigliare

loro questo partito come io renunzio al quattrino per

lira ». Seppe si bene persuadere a' compagni, eh' eglino

s' accordorono con lui. E la seguente mattina, raunati 1

signori e collegi, feceuo fare per partito com' eglino

rinunziavano al quattrino per lira che dava loro la legge,

e riscossono d' accordo, senza vendere o alienare nulla

fare pigliare; ma con pace di tutti i cittadini riscos-

sono fiorini cinquantamila. Imparino i cittadini di questi

tempi, e veggano se si portano a questo modo.

Nel 1440 fu tratto vicario di Pescia e andovvi, e

per la guerra di Niccolò Piccinino e per la sterilità del-

l' anno, vi valeva lo staio del grano lire tre, e cosi in

Fh'enze. Andovvi con più famigli e cavagli che non diceva

la legge. La mattina che entrò in uficio, in sulla piazza

del castello erano moltissime some di pagha e di legne,

come era d' usanza dessino agli altri vicarj : quando giunse

in sulla piazza, vedendo tante some, domandò quello che

fusse : fugli detto che era cosi usanza di donare a ogni

vicario. Udito questo, comandò che subito ogniuno se le

riportasse a casa sua, che aveva arrecati tanti danari

eh' egli aveva il modo a comperarne. Dipoi, la prima

mattina che fu entrato, chiamò tutti i sua uficiaU, e comandò

loro che non facessino cosa ignuna, per minima

eh' ella fusse, eh' egli non la intendesse. L' altra fa che

egli non voleva che si pigliasse presenti igniuno, fusse


OIANNOZZO MANETTI 07

di che natura si volesse. Dipoi fece iscrivere tutto il

grano che era nella terra e fuori della terra; e ordi

che se ne mettesse per ogni mercato un tanto in piazza.

Vedendo che questo non bastava, e che bisognava man-

dare fuori del terreno de' Fiorentini dove ne fusse, es-

sendo la terra povera e non avendo il modo, prestò

loro danari gratis , e mandorono pel grano a' confini

della Lombardia; e fece in modo che in breve tempo

tornò a soldi quaranta o meno lo stajo, quando valeva

in Firenze lire tre. Le benedizioni che aveva da tutto

quello vicariato non si potrebbe dire, per lo bene che

aveva fatto loro. Intervenne che uno de' sua uflciali,

eh' era uso con altri rettori a governargli a suo modo,

uscì di commessione, e fece certe cose sanza eh' egli lo

sapesse. Messer Giannozzo lo chiamò e si gli disse: Ser

Francesco , questo è quello eh' io vi dissi il primo dì

eh' io entrai in questo uficio ; se non fusse per rispetto

di chi mi vi dette, io vi farei uno servigio che voi non

andreste mai più in oficio ; ma per rispetto suo ve lo

perdono: ma andatevi con Dio, e fate non vi ci vegga

più da oggi in là. Non parve alnotajo avere fatto poco

quando gli uscì delle mani ; e fu questo esempio a

tutti gli altri ; che non ve n' era igniuno che facesse

cosa igniuna, per minima eh' ella fusse, che non ne lo

domandasse.

Non volle che si pigliasse diritto igniuno: cosi comandò

e così s' osservò, dicendo che non erano leciti.

De' presenti intervenne alcuna volta che, isforzato, gli

pigliava in questo modo. Veniva uno, e portava uno

presente ; e' diceva : Io sono contento farti questo pia-

cere, di poi che per piacere me lo domandi ; ma

fanne

tu uno a me, colui rispondeva essere contento. Intendeva

s' egli avesse desinato ; se no gli faceva dare desinare :


98 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

e diceva che non si partisse che non gli facesse motto.

Tornato a lui, et egli gli diceva : Io ti ho fatto questo

piacere di averlo accettato ; ora io te lo dono : e

cosi lo riputava. Un dì iotervenne che uno contadino

venne discosto a Poscia quattro miglia con un cavriuolo

in sulle spalle, e giunse al vicario tutto affannato. Il

vicario non lo volendo accettare, il povero uomo, pa-

rendogli essersi affaticato invano, non poteva avere pa-

zienza ; in fine il vicario 1' accettò, e fecegli dare molto

bene desinare. In quel mezzo mandò a sapere quello che

valeva ; e mangiato che ebbe il contadino tornando a

lui, e messer Giannozzo aveva i danari in mano, e si

se gU volse e disse : Io t' ho fatto questo piacere d' avere

accettato il cavriolo ; farai ora piacere a me. (Il conta-

dino rispondeva essere contento), et io ti dono questi

danari, pigliali in dono. Il contadino fu costretto a pi-

gliargli. E cosi fece de' diritti. E diceva che tutte le

differenze del dare e dell' avere, chi vi voleva durare

fatica, s' acconciavano : e per questo, come uno veniva

per richiamarsi d' uno, e' mandava per la parte, e domandava

quello che avevano a fare insieme , e con

una invincibile pazienza lo stava a udire. Erano molti

che dicevano che aveva troppa pazienza con simili u-

mili gente : la risposta che faceva si era eh' egli non

sapeva quanto valesse un uomo, e che non si poteva

tanto fare quanto si doveva fare più , per acconciare

tutte le differenzie: per questo faceva accordo con le

parti solo con la destrezza d' ingegno. Fatti gli accordi

faceva fare nota del tempo al notajo, et a colui che a-

veva avere diceva : al tempo , s' egli non te gli dà,

vieni a me, e io te gli io. Et a colui che gli aveva a

dare diceva: fa che al tempo e' gli abbia, se none, io

ti mosterrò V errore tuo. E a questo modo, sanza diritto


6IANN0ZZ0 MANETTI 99

ispesa igniuna, fece pagare lui più danari d' accordo

che quattro altri vicarj co' diritti. Usava dire eh' e vi-

cari e rettori erano mandati fuori per aiutare e conso-

lare i sudditi, non come fanno molti che domandano

che fa la penna, et ella ha fatto ai loro antecessori.

Fece ancora in questo vicariato moltissime paci impor-

tantissime, e durovvi dentro grandissima fatica, et usovvi

diligenza, e ebbene grandissimo onore ; e ridusse e as-

settò quello vicariato, e lascioUo in grandissimo ordine,

che lo trovo 1' opposito. Per rispetto alla guerra, andava

ogni di intorno al castello a fare ordinare le mura, e

et non perdeva punto di tempo. Bravi amato da tutti

che r adoravano per santo per la sua inaudita bontà e

virtù. E nonostante tutte queste occupazioni , per sa-

pere bene dispensare il tempo, compose la vita di Socrate

e di Seneca, che la mandò di poi al re Alfonso.

Nel 1443 fu fatto ambasciadore al re Alfonso che

era nella Marca in servigio di papa Eugenio contro al

duca Francesco, e fu in compagnia di messer Zacheria

Trivigiano che mandorono i Viniziani. Fugli fatto e

della maestà del Re et da tutti quegli signori grandis-

simo onore, benché la sua comessione fusse opposita

a quello che voleva il Papa e il Re. In questo tempo

si trovava il Panormita con la maestà del Re, e leg-

geva la terza deca di Livio al Re e a tutti quei signori ;

andovvi messer Giannozzo più volte. Istato quivi per

alcuni di, si trovava in questo tempo nella Marca Ni-

colò Piccinino insieme col re Alfonso in favore di papa

Eugenio. Fatta la sua commessione al Re, per commes-

sione che ebbe di nuovo da Firenze, se n' andò al duca

Francesco. Neil' andare, tutta la Marca era sottosopra

in mano di gente d' arme nimiche della città : a messer

Giannozzo nel passare gli fu tolto da otto cavalcature


100 PARTE IV — UOmNI DI STATO E LETTERATI

e i carriaggi dalle genti di Nicolò Piccinino. Venendo al

duca Francesco, dove era messer Agnolo Acciaiuoli am-

basciadore, e dicendogli il caso messer Giannozzo eh' era

occorso, messere Agnolo disse avere amicizia con Ru-

berto dal Monte al Boddo eh' era de' primi che avesse

seco Nicolò Piccinino, e che gli farebbe riavere ogni cosa.

Iscrissegli subito , e mandovvi messer Agnolo uno de'

sua famigli. Andando il famigho tornò sanza aver fatto

nulla. Veduto questo messer Giannozzo gli disse : Ben

voglio vedere chi ara più forza o la tua amicizia o le

mia lettere; e missesi giìi, e chiamò il cancelliere, e

scrisse una degnissima lettera a Nicolò Piccinino, l'effetto

della quale (1) fu che tutti i Capitani de' tempi nostri

avevano fatto fatti d' arme per prezzo, eccetto che lui

che solo r aveva fatto per gloria. La lettera ancora oggi

ce n' è copia. E scritta che 1' ebbe la dette a uno suo

famiglio e sì gli disse : Piglia questa lettera, e vattene

in campo di Nicolò Piccinino, e fa di darla in sua mano

e aspetta la risposta. Giunto il famiglio in campo, non

ve lo trovò, che non era tornato : giunto dipoi, e sca-

valcato e appoggiatosi a uno lanciottino eh' aveva, il fa-

miglio presentò a Nicolò la lettera. Presala la dette su-

bito in mano a uno suo cancelliere che la leggesse, e

stette a udirla con grandissima attenzione. Letta eh' ella

fu, disse al famiglio che andasse con uno a chi com-

mise che r alloggiasse, e che la mattina seguente gli

facesse motto che lo spaccerebbe. La mattina il famiglio

andò da Nicolò Piccinino, e giunto da lai gli fece restituire

ogni cosa e fecegli la risposta con molte offerte, e fe-

celo accompagnare infino in luogo sicuro. Giunto il fa-

miglio con le sopradette cose, il duca Francesco e mes-

ser Agnolo non si potevano dare pace. Messer Giannozzo

(1) r effetto della quale, cioè il sunto, il contenuto.


GIANNOZZO MANETTI 101

si volse loro e disse: Per questo conoscete voi quanta

forza abbino le lettere. Non passò molto tempo che,

andando messer Agnolo presso alle terre de' nimici

sauza salvocondotto, gli furono tolti i carreaggi e presi

i famigli e' cavagli : e se non è eh' egli aveva sotto un

buono cavallo, vi rimaneva preso ancora lui ; ma

corse

presso a quattro miglia, essendo un bello cavalcatore

com'era: due o tre volte lo presono per le redini del

cavallo, et usci ogni volta loro delle mani: e per questa

destrezza si salvò, e di cosa che gli fusse tolta non

riebbe nulla.

Istette messer Giannozzo col duca Francesco alquanto

tempo, il quale in questo tempo fuggiva dinanzi alle

genti del Re e quelle di Nicolò Piccinino. E com'egli era

partito d' una terra, subito si ribellava ; e '1 Duca istava

di malissima voglia, veggendosi e nimici si potenti alle

spalle, papa Eugenio, il re Alfonso e il duca di Milano.

Un di, essend' egli con messer Giannozzo, e vedendosi

malcondotto, gli disse : Messer Giannozzo, io farò come

fa uno padrone di galea che ha rotto 1' albero e per terra

le vele e le sarte; e arrecasi sulla poppa della galea, a

vedere se vento alcuno viene che lo liberi. Messer Giannozzo

lo confortava il più che poteva ; ma giovava poco

essendo condotto in luogo che non v' era rimedio. In

questo luogo merita la maestà del re Alfonso e il duca

Filippo grandissima comendatione; che furono cagione che

la Chiesa riavesse lo stato statole tolto ingiustamente.

Istato alquanto messer Giannozzo col duca Francesco,

gli fu scritto .che se ne venisse a Firenze, e cosi fece.

Nel 1443, essendo di collegio, e in questo tempo

mori messer Lionardo d'Arezzo; e ordinato dalla signoria

di fargli onore quanto era possibile, fu di parere di

molti singularl uomini che aveva la città, di rinnovare

una consuetudine eh' era apresso degli antichi di coro-

Vol. 2. 7


102 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

narlo d' una corona d' alloro , e fare una orazione fu-

nebre. Fu comessa a messer Giannozzo che la facesse : re-

citolla in presenza di tutti i magistrati della città e di

tutti i cittadini. Essendo la corte di Roma in Firenze,

vi furono tutti gli ambasciadori de' re de' cristiani e

di molti signori, e tutti gli uomini dotti che si trovavano

in corte Roma, che in questo tempo fioriva. Recitò questa

orazione in uno luogo ordinato presso alla bara, dove

era il corpo vestito con uno libro sul petto ; e ebbe la

mattina messer Giannozzo grandissimo onore in presenza

di tanti singularissimi uomini: e al tempo che si richie-

deva neir orazione, lo coronò con una corona d' alloro,

secondo l'antica consuetudine. Dell'orazione ne dette

copia a chi le volle, ed è stata stimata da tutti e dotti

degnissima. Ebbe questa mattina non solo onore messer

Giannozzo, ma tutta la città ne fu onorata di sì degnis-

simo uomo. Nel tempo che papa Eugenio era a Firenze

tolse Baldaccio d' Anghiari a soldo ; e di già era comin-

ciato a isdegnare co' Fiorentini, avendolo tolto e dato-

gli ottomila fiorini di prestanza. Tolto che l' ebbe, in

Firenze se ne fece grandissimo caso, perchè il Papa vo-

leva partire di Firenze, dove egli istava malissimo con-

tento. Veduto questo, che Baldaccio s' era condotto col

Papa, feceno pensiero di farlo morire ; e una sera es-

sendo in sulla piazza sotto il tetto de' Pisani, dove era

il tetto di lungo ispazio, e andava di su in giìi, la Si-

gnorìa mandò per lui passato ore ventitré ; e giunto

suso, come era ordinato, lo feciono gittare a terra dalla

finestra che v' ha dove è oggi la dogana. Gittato giù

gli feciono tagliare il capo, e di poi istrascinarlo in su

la piazza de' signori, e ispogliarlo ignudo nato dal mani-

goldo. Udito il Papa quello che avevano fatto, non po-

teva avere pazienza; e mandò subito in palagio a do-

lersi del caso, e usò, colui che venne, parole assai istrane


GIANNOZZO MANETTI 103

dicendo eh' eglino 1' avevano fatto per fargli il peggio

che potevano; ma che egli ne gli pagherebbe. Questo

disse alla Signoria e a' principali del governo che allora

si trovavano in palagio. Poich' era nato il caso, fece

ragunare la Signorìa, che era alterata per questo caso,

che facesse quello che poteva per placarlo. Se ignuna

cosa difficile o cura disperata , la davano a messer

Giannozzo.

Partito subito messer Giannozzo, andò alla sua san-

tità, e giunto lo trovò molto alterato, e non vi poteva

avere pazienza. Era ritto, et aveva uno libro, il quale

non faceva altro che con uno grande isdegno aprire e

serrare lo serrarne di quello libro. Dipoi si volse a mes-

ser Giannozzo con parole molto alterate e disse : Voi

m' avete fatto questa villania d' aver morto Baldaccio

per farmi il peggio che potete ; ma tenete bene a mente

ch'io ve ne pagherò. Dipoi soggiunse: sono questi i me-

riti che mi rendete de' beneficj eh' io v' ho fatti ? Io as-

petto ogni di il patriarca che torni, e subito che ci fìa,

mi voglio partire. Ch' io avessi tolto Baldacfio a soldo

r un di, e datogli ducati otto mila, 1' altro di per farmi

il peggio che potevate, vi bastò 1' animo farlo gittare

a terra dalle finestre. Dipoi si volse con una grandis-

sima veemenzia, e cominciò a conumerare i beneficj che

aveva fatti alla città di Firenze, cominciandosi infino

quando egli era cardinale. Al tempo di papa Martino,

essendo legato di Bologna, per compiacervi ne venni

in indegnazione del pontefice , e stetti sei mesi come

confinato di Roma innanzi che io vi potessi tornare. Di

poi fé' menzione di moltissimi beneficj fatti alla città nel

tempo del suo pontificato. Messer Giannozzo fece come

fanno i savj, che lo lasciò molto bene isfogare e dire

quello che voleva innanzi che gli rispondesse; dipoi avendo

fatto il corso suo e fermatosi , messer Giannozzo si


104 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

volse alla santità sua e sì gli disse : Beatissimo padre,

e' sono veri i beneficj che dice la vostra santità dice di

aver fatti ai Fiorentini, e sonci ancora degli altri che

la vostra santità non ha nominati : e nominonne al-

cuni aveva in notizia. Fatto questo, e cominciatolo a umi-

liare e mitigarlo, attutò in buona parte il suo isdegno,

e ridusselo a quello che non era possibile ; e stato con

la sua santità circa ore tre, mitigato et uscito di tanta

alterazione in quanta era, prese licenza e si tornò in

palagio dove era aspettato : e aveva fatto quello che

chi conosceva la sua natura non credeva che si potesse

mitigare. Tornato alla Signorìa et a quelH della pratica

che r aspettavano, e dicendo loro quel che aveva fatto

non fu ignuno che non se ne maravigliasse.

Era messer Giannozzo di tanto ingegno che fusse

chi volesse che parlasse con lui ed egli lo stesse a udire,

che non lo conducesse dov' egli voleva.

Intervenne che nella partita di papa Eugenio di Fi-

renze vi rimase uno messer Andrea procuratore del re

d' Inghilterra, uomo dottissimo, nel quale erano moltis-

sime e degne parte : infra 1' altre perchè lui era dotto

et allevato in quello studio d' Inghilterra, una mattina

fece uno convito, dove ebbe tutti gli uomini dotti eh' erano

in Firenze : infra gli altri volle che vi fusse messer

Giannozzo ; e dopo mangiare si fece una degnissima

disputazione, e messer Giannozzo come fidelissimo cri-

stiano, si volse a disputare in teologìa, L' argomento suo

fu in questa forma, e tolse a provarlo, che tutte le cose

che erano in Canone scripturarum approvate, eh' elle

erano così vere come è vero che uno triangolo sono

due linee rette et una traversa , eh' è delle chiare di-

mostrazioni si possi fare : e tennela degnissimamente e

provolla con degnissimi argomenti. Fugli fatto molti

argomenti prò e contro : in ultimo messer Giannozzo


GIANNOZZO MANETTI 105

tenne il campo lui, et ebbe la mattina uno grandissimo

onore. Fuvvi alcuni dotti che in questa disputazione mai

non v' ebbono ardimento di parlare.

Finita la disputazione messer Carlo d' Arezzo si

volse allo 'mbasciadore e sì gli disse che non si mara-

vigliasse se Matteo Palmieri non aveva parlato, eh' egli

r aveva fatto per riverenza di chi v' era. Restò messer

Giannozzo questo dì appresso di tutti, e massime appresso

r ambasciadore , in grandissima riputazione per quello

eh' aveva fatto la mattina.

Nel tempo che papa Engenio era a Roma nell' ul-

timo del suo pontificato, istava del continovo in quella

indegnazione contro a' Fiorentini, sì per quello intervenne

nel trentaquattro, come della morte di Baldaccio , e per

avere prestato favore al duca Francesco contro alla

chiesa. Essendo messer Domenico Martelli gonfaloniere

di giustizia mandò papa Eugenio ambasciadore a Firenze

messer Giovanni Carvagiale, che fu poi cardinale di

Santagnolo fatto con papa Nicola uomo di grandissima

riputazione. Venne con comessione di domandare alcune

cose che sembravano a costoro strane, e non le facendo

i Fiorentini, aveva comessione d' interdire la città. Giunto

che fa in Firenze e fattolo assapere, la Signoria mandò

per lui secondo 1' usanza. Isposta che ebbe 1' ambasciata,

messer Domenico alle cose d' importanza prese tempo a

rispondere. Messer Giannozzo era in questo tempo di

collegio, e veduto il seguente dì il rapporto che aveva

fatto la pratica, dicendo il gonfaloniere a messer Gian-

nozzo che rispondesse all' ambasciadore del papa, che

manderebbono un ambasciadore al Papa, et a quanto

aveva proposto gli farebbono risposta a voce viva,

messer Giannozzo, udita questa risposta, si volse ai gon-

falonieri, e sì gli disse: Questa risposta è di natura che

costui non ara pazienza ; che parrà che lo stimiate poco


106 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

a non gli volere rispondere : e che egli avesse cura che

non nascesse qualche inconveniente. Il gonfaloniere gli

disse che, avendo fatto questo rapporto la pratica, che

non se ne voleva impacciare, che ne lasciava il pensiero

a loro. Messer Giannozzo gli disse : Fate quello vi pare,

io ve n' ho detto mio parere. Venuto 1' ambasciadore il

dì ordinato per la risposta, il gonfaloniere gli rispose

nel modo detto. Udito l' ambasciadore questa risposta,

essendo spagnuolo, uomo collerico , perde la pazienzia.

Udita ebbe questa risposta, parendogli essere poco stimato

, si volse alla Signoria e sì disse : Sia al nome

di Dio , voi dite di mandare a voce viva alla san-

tità di nostro signore , et io vi dico itianzi eh' io mi

parta, quanto m' è suto comesso, e farovvi conoscere

chi io sono da tanto che voi dovete rispondere a me ;

et io farò, inanzi eh' io mi parta, quanto m' è suto co-

messo. Fatto questo, si partì e andossene all' albergo per

mandare a ordinare di pubblicare lo interdetto. Il gon-

faloniere, vedendo quello eh' era seguito, chiamò messer

Giannozzo e si gli disse, che di questo caso egli 1' aveva

antiveduto, e eh' egli 1' aveva inteso meglio di loro : che

qui bisognava venire a' rimedj, e così fece.

Subito rimasono d' accordo che messer Giannozzo

andasse a lui, e vedesse di mitigarlo e di levare via

tanto scandalo. Messer Giannozzo, al quale non era mai

dato se non cure disperate, come figliuolo d' ubidienza,

si partì e disse che farebbe quello che potesse. Giunto

all' albergo alla Corona dove era l' ambasciadore , al

quale era notissimo messer Giannozzo, lo trovò molto

alterato. Isfogossi 1' ambasciadore e disse : Questi vostri

signori e questi vostri cittadini dove mi credono eglino

avere trovato ? E' non sanno ancora dov' eglino sono

colla santità di nostro signore, ma presto intenderanno.

Messer Giannozzo cominciò con acconcio modo a usare


GIANNOZZO MA.NETTI 107

parole a dimostrargli che, se quella Signoria avesse mai

pensato che n' avesse presa 1' alterazione aveva, che non

gli arebbono fatta quella risposta e che tutto avevano

fatto a buon fine. Quando furono istati insieme per lungo

spazio, et avendo messer Giannozzo con la sua solita

prudenza alquanto mitigatolo, et avendolo vinto infra

r altre virtù, con una inaudita pazienzia (era questo am-

basciadore uomo sapientissimo et espertissimo in questo

esercizio, perchè era andato nelle più degne legazioni dei

cristiani : avere a disputare con lui bisognava, a volerlo

vincere, essergli o superiore, od al pari), ridusse le cose

istate intra lui e la Signoria in buona concordia e pace,

che inanzi si partisse si pigliò a tutto buona conclusione

con accordo delle parte, e tutto si governò con la pru-

denza di messer Giannozzo, che mai era volto se non

a far bene.

Neil' anno 1444, essendo di Collegio, et avendo la

Signoria criato una legge guardava in drieto di gran-

dissimo scandalo, (l' effetto della legge era questo, che

qualunque persona, nella gravezza che era allora, nella

sua iscritta non avesse dato quello che aveva, gli era

assegnato un certo termine a poter ricorreggere la sua

scritta ; et in caso non lo facesse, ogniuno ne potesse

essere accusatore. Con le medesime pene era la legge

del catasto, e fecene uflciali che si chiamavano conser-

vatori di legge, che avevano tanta autorità quanta tutto

il popolo di Firenze), ordinata la legge si guardorono

da messer Giannozzo, acciochè non la impedisse, aven-

dola a vedere. Il gonfaloniere gli parve innanzi si met-

tesse volere lo sapesse, e per questo lo chiainorono in

camera del gonfaloniere dove era ser Filippo ; e parte

de' signori e collegi erano nella saletta che 1' aspettavano.

In palagio non entrava persona. Giunto in camera, ser

Filippo lesse la pitizione : letta che 1' ebbe , messer


108 PARTE rv — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Giannozzo si volse al gonfaloniere et a ser Filippo e

disse: Questa legge fa più per me che per uomo che

ci sia, perchè io ho piii gravezza io solo che non ha

tutta la vostra Signoria insieme co' collegi, e quanto

più crescesse la massa, tanto meno se ne porrebbe, e

tanto meno arei a pagare ; ma perchè tutte le leggi che

guardano in drieto di questa natura sono con iscandalo,

questa è una di quelle, e fatta a questo fine, perchè

dà contro a persona che non ara pazienza, e sarete

cagione di guastare questa terra: e voi ser Fihppo sa-

rete per questa legge casso e disfatto. Questo diss' egli

a me scrittore. Di poi che detto ebbe a questo modo, si

volse a ser Fihppo e si gli disse: Se voi volete fare

bene, lasciateci questa pitizione, e andatene giù al luogo

vostro. Il Gonfaloniere si volse a ser Filippo e si gli

disse: Non diss' io ch'egli la biasimerebbe?

Ser Filippo, come era ordinato, non si volle partire.

Messer Giannozzo mi disse: Io avevo tanta fede nel

collegio e in parte de' signori, che, se io avessi potuto

parlare loro sanza ser Filippo, ella non si vinceva mai.

Ser Filippo, sappiendo l'autorità che aveva messer Gian-

nozzo e la fede, non si volle partire, se non la vide

vinta , e di tutto il gonfaloniere e lui erano d' ac-

cordo. Messer Giannozzo, veduto questo, e non potendo

parlare a' compagni, che il gonfaloniere non lo lasciò,

egli di nuovo si volse al gonfaloniere e a ser Filippo e

disse: Io veggo a che via voi andate; voi cercate di

guastare questa terra e riusciravvi, a via andate : io

me ne scuso a Dio e al mondo d' averne fatto quello ho

potuto. Messer Giannozzo in ogni caso dimostrò la sua

integrità e inaudita virtù, e d'essere severo, e dire

apertamente quello che intendeva. Lessela ser Filippo

tra' signori, e subito si vinse con tutte le fave nere.


GIANNOZZO MAXETTI 109

Dipoi andoroiio i sigaori in saletta dove erano i

collegi raunati e misoUa: subito si vinse con tutte le

fave nere: solo vi fu bianca 'quella di messer Giannozzo.

Sonato subito a consiglio, il medesimo di fu vinto subito.

Per certo grande è il numero degli ignoranti, che non

vi fusse chi s' avvedesse che eli' era la mina della terra,

se non solo messer Giannozzo ! E

però conosca ognuno

quanto bene possi fare uno valente uomo a un regno o

a una repubblica. Vinta eh' ella fu, parve che messer

Giannozzo avesse spirito profetico, percliè subito a chi

ella offendeva, eh' erano i principali, si ragunorono in-

sieme ; e delle prime cose che feciono cassorono ser

Filippo, e portò pericolo di perdere la vita. Dipoi ne

seguitò la mutazione del 44: furono riconfìnati i confi-

nati, e aggiunti i figliuoli e' nipoti, e molti uomini da

bene posti a sedere, e privati deho stato, e tra confi-

nati e posti a sedere grandissima quantità. Seguitonne

quasi la rovina della città, essendo istato anni dieci in-

nanzi fatto il parlamento e confinati molti uomini da

bene : e fu questa mutazione l' ultimo suo sterminio.

Trovandomi un di con messer Giannozzo et e' mi disse:

Tu dicevi che tutto questo popolo se n' era rallegrato,

ora ha egh veduto il fine che n' è seguito.

Nel 1445 fu fatto ambasciadore insieme con Nofri

Parenti al re Alfonso nelle nozze di don Ferrando suo

figliuolo. Andò con assai cavalli e onoratamente, e menò

seco de' primi giovani della città, che fu Pandolfo di

messer Giannozzo Pandolfini et altri di condizione. Pas-

sando da Roma, visitarono papa Eugenio, il quale, su-

bito che furono giunti drento alla camera, con uno viso

tutto lieto disse : « Vos multum bene veneritis. Io

» voglio grandissimo bene a quel popolo, che è uno di-

» votissimo popolo ; ma io non voglio bene ad alcuni


110 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

» cittadini che vi sono ». Dipoi disse altre parole che

non è bene a dirle.

Detto questo, volle che tutti i giovani, e ognuno

che era in casa sua, entrassino in camera e baciàssogli

il pie. Fatto questo, messer Giannozzo prese buona licenza

da sua santità e andorono al loro viaggio: e giunti

presso a poche miglia alla città di Napoli, essendovi

giunto già tutte V ambasciarle d' Italia e fuori d' Italia

e tutti i signori del regno, gli vennono incontro discosto

parecchie miglia alla terra moltissimi signori e tutti gli

ambasciadori che v' erano. Bravi, tra trombetti del Re

e de' signori e degli ambasciadori, che ognuno n' aveva

menati, tanta quantità che per vergogna non lo direi :

erano piene tutte le strade dov' egli passavano. I cava-

gli che vennono loro incontro furono più di duemila,

che v' era concorso in questa festa tutto el mondo : era

tanto el suono che facevano le trombe e i pifferi e gli

stormenti varii che v' erano, che si sentivano assai di-

scosto. Ognuno era concorso nelle strade dove passavano

a vedere, sì per 1' aspetto di tanti degni uomini, il simile

ancora per la fama aveva messer Giannozzo, che ognuno

desiderava vederlo. Vénnogli incontro infino all' amba-

sciadore viniziano, che in quel tempo non erano molto

amici della città. Giunto in Napoli, fu accompagnato in-

fino alla stanza che gli aveva fatto consegnare la mae-

stà del Re eh' era degnissima. La seguente mattina la

maestà del Re gli dette udienza publica dove era sua

maestà, v'era la corte, et tutti gli ambasciadori v'erano:

fuvvi grandissimo concorso per vedergli isporre l'amba-

sciata. Fece messer Giannozzo quella mattina una de-

gnissima orazione, e rinnovò quella consuetudine già per

lungo tempo lasciata in laude delle nozze. Fu tanto

grata alla maestà del Re, che mai si mosse punto, sem-

pre istette sanza muovere senso alcuno (a' Prencipi


GIANNOZZO MANETTI 111

grandi si guarda ogni minima cosa), perchè, avendo la

sua maestà mosche in sul viso, non mosse le mani a

mandarle via.

Bravi molti con fogli e penne e calamaj che scri-

vevano quello che diceva nell' orazione.

Acquistò quel di messer Giannozzo grandissima ri-

putazione e a sé e alla città : fece quello che non aveva

fatto più ambasciadore che vi fusse, e l' onore fu in

quella festa de' Fiorentini. Imparino i padri che hanno

figliuoli a fargli imparare altro che 1' abaco : veggano

quanto onore è a una città e a una casa un simile cit-

tadino.

In questo tempo che stette a Napoli, occorsono molte

cose eh' egli ebbe a fare prova delle virtù sua.

In prima la maestà del Re aveva alcuni dotti uo-

mini in ogni facultà e massime teologi e filosofi: eravi

uno Catelano, che non è molto tempo che mori, che si

chiamava il Licenziato, de' dotti uomini che fussino in

Italia e fuori in tutte e sette 1' arte liberah. Un' altro

che si chiama maestro Sogliero, uomo singularissimo, che

fu poi vescovo di Barzalona: eravi messer Ferrando

Catelano, de' dotti uomini eh' avesse la sua età, che fu

confessore del re Alfonso, e solemnissimo predicatore e

santissimo di vita: eravi uno maestro Ferrando, che di-

sputò in santa Maria Novella in tutte le facultà ; e molti

dottissimi uomini, che aveva in corte. Una mattina, venendo

messer Giannozzo a corte, per ordine della mae-

stà del Re, gli fece muovere dubbi e cominciare a do-

mandarlo di varie cose; e disputato con uno, veniva un

altro a disputare con lui. Fece la mattina maraviglie a

rispondere a tutti degnissimamente di varie cose, perchè,

finito r uno, ne veniva un altro, come era suto ordinato

e dalla maestà del Rè e da quegli dotti, non per fargli

onore, ma per fargli l' opposito, se avessino potuto. Fece


112 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

la mattina si maravigliosa pruova che non vi fu ignuno

che non se ne maravigliasse, e riusci 1' opposito di quello

che volevano fare. Partito con si grande onore e anda-

tosi a casa, ogni di aveva piena la casa di questi uo-

mini dotti, che andavano a conferire con lui varie cose,

e ogni di acquistava più riputazione. Posegli la maestà

del Re singularissimo amore per tante virtù quante co-

nosceva essere in lui. Intervenne in questi tempi, essendo

la festa del Corpo di Cristo, e usanza che la maestà del

Re portasse il baldacchino sopra il corpo di Cristo, e

invitare tutti gli ambasciadori che v' erano, la mattina

la maestà del Re mandò signori e cortigiani a invitare

raesser Giannozzo, e eravi in sua compagnia tutta la

nazione Fiorentina. Partissi subito alla giunta de' detti

signori eh' era tra Fiorentini, e signori che 1' accompa-

gnavano, grandissimo numero. Giunto dove era la mae-

stà del Re con gli altri ambasciadori, subito domandò

che luogo gli davano. Veduto che i Genovesi erano

messi innanzi, non potè avere pazienza, e partissi sanza

dire nulla: disse a' Fiorentini che l'accompagnavano lui

e il compagno : Venite, andiancene a casa, che quello

ch'io non ho dato alla mia città, per mio mezzo non le

sarà mai tolto. La maestà del Re, vedendo che non

v'era, domandò dove fusse 1' ambasciadore fiorentino:

fugli detto che si era partito e la cagione. Ebbe per

male che si fusse partito, mandò il Conte da Fondi, e

altri signori a pregarlo che dovesse venire. Rispuose

che non voleva venire, che la sua città non aveva a di-

sputare co' Genovesi : che sua maestà sapeva bene che

non era ragionevole che sua censuari come erano i Ge-

novesi, dovessino loro andare innanzi; e che l'onore della

sua città lo conserverebbe e manderebelo innanzi alla

propria vita. La disputa fu grandissima, e andoronvi pa-

role molto strane tra V una parte e V altra. Messer Gian-


GIA.NNOZZO MANETTI 113

nozzo non si volle mai partire da casa sua, che erano

andati que' signori parecchie volte dalla maestà del Re

a messer Giannozzo. Non si parti se prima sua maestà

non gli mandò a dire avergli dato il luogo che voleva.

Ebbe in questo luogo messer Giannozzo grandissimo

onore, e mostrò una grande generosità d'animo. E però

si vuole guardare chi si manda ambasciadore fuori, che

non è uficio da ognuno, per infiniti casi che nascono.

In queste nozze ebbe messer Giannozzo grandissimo

onore, perchè sempre aveva la casa piena d' uomini dotti,

dove si ragionava di cosa singolari o gli sì conferiva,

egli si disputava, sendovi tutti gli ambasciadori d' I-

talia e fuori d'Italia: e i signori v'erano venuti, ogniu-

no s' era ingegnato di menare seco i più dotti uomini

che potevano. Non si potrebbono giudicare queste cose da

chi non si trova in simili luoghi : e però sono pochi che

questo uficio d' essere ambasciadore lo sappi bene usare.

Usava dire messer Giannozzo che non si vestiva mai di

quegli panni di rappresentare il publico che non s'inge-

gnasse di fare loro onore : e bene lo fece, come si vede,

dove egli si trovò. Vedendo la maestà del Re in lui

tante inaudite virtù, fece pensiero di volerlo fare cava-

liere, e fecene grandissima instanzia, e feceglielo dire a

più di quegli signori. Messer Giannozzo rispose loro che

dicessene alla Maestà del Re che non ne lo gravasse ;

che,

credendo fargli bene e onore, farebbe l' opposito, perchè,

facendolo sarebbe tanto la invidia che se gli provoche-

rebbe adosso, che ne seguirebbe il suo disfacimento : che

per r ordinario della invidia egli n' aveva troppa. Ve-

duto il Re la resistenza che faceva, fece pensiero di vo-

lerlo fare in ogni modo, e aveva ordinato una mattina

quando andava a lui di farlo sanza che ne sapesse nulla.

Messer Giannozzo ne fu avisato, e quella mattina non

andò alla maestà del Re: dipoi usò tanti mezzi, che ve


114 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

n' aveva assai, che la maestà del Re vi pose silenzio,

veduto che stava forte a non volere.

Essendo istato dopo la festa per comessione della

Signoria alcuno di, gli venne da Firenze nuova comes-

sione che gli comandava che andasse a Roma a papa

Eugenio. La comessione che ebbe da Firenze era di cose

assai moleste e al Papa e al collegio de' cardinali per

la niraicizia che avevano con quegli del governo. Subito

avuta questa comessione da Firenze, prese licenza dalla

maestà del Re, e vennesene a Roma, e con la sua so-

lita prudenzia si portò in modo, osservando la sua co-

messione, che fu gratissimo al Pontefice e al collegio

de' cardinali. Le cose facili le sa fare ognuno, ma la

difficultà è nelle difficili, e quivi si conosce la prudenza

degli uomini.

Per isdegno che aveva con loro fece lega col re

Alfonso, e dipoi col duca Filippo. Istando messer Gian-

nozzo ispesso e col Papa e co' cardinali, quando con uno

quando con uno altro s' ingegnava di fare la sua comes-

sione con più destro modo che poteva, solo a fine che

il Papa né i cardinali non avessino a isdegnare: fece

ogni cosa diligentissimamente e, d' una comessione odio-

sissima, ne trasse una inaudita benivolenza e dal Papa,

e da' cardinali, e la santità sua ridusse a porgU singu-

lare amore, e il simile fece tutto il collegio de' cardinali.

Trovovvisi papa Nicola in questo tempo in Roma, e era

vescovo di Bologna, e era ispesso con l' Arabasciadore in

casa sua, e portavagli grandissimo amore per le sua

virtù. Essendo istato a Roma alquanto tempo, e avendo

ridotte le cose in bonissimi termini, e d'una grande in-

degnazione r aveva ridotta a bonissima concordia, veduto

a Firenze quanto aveva fatto gli scrissono che pigliasse

licenzia e venissene, e così fece. Presero licenza dal Papa

e da tutti i cardinali, e vennesene alla via di Firenze.


GIANNOZZO MANETTI 115

Venne, dipoi non passò molto tempo, il vescovo di Bo-

logna a Firenze, che era quello che fu poi papa Nicola:

andando messer Giannozzo a visitarlo e essendo istato

con lui lungo ispazio di tempo, pigliando licenzia, essendo

ambasciadore di papa Eugenio insieme col cardinale ispa-

gniuolo che fu dipoi cardinale di Sant' Agnolo, volendo

partire dall' albergo, il Vescovo usci di camera. Facendo

messer Giannozzo grandissima resistenza che non andasse

più oltra, bisognò eh' avesse pazienza, che volle iscen-

dere la scala, dipoi isciesa andare infino fuori dell' uscio

dell' albergo ; e non potè fare mai tanto eh' egli volesse

che non vi andasse, che bisognò che avesse pazienza.

Partendosi messer Giannozzo, io scrittore rimasi con lui

insieme con altri Fiorentini : partito che fu si volse a

tutti e disse: Non sia igniuno che si maravigli di questo

atto eh' io ho fatto istasera, perchè io mi sono trovato

pochi mesi sono a Roma, dov'egli era ambasciadore de'

Fiorentini a papa Eugenio per materia odiosissima e al

Papa, e a tutto il collegio de' cardinali ; niente di meno

lui con la sua prudenza si portò in modo che osservò la

sua comessione, e ebbe tanta grazia e col Papa e col colle-

gio de' cardinali, che non arebbe domandato cosa che

non avesse ottenuta ; e èssi portato in modo che dirò que-

sto, eh' egli non sarebbe inferiore a ignuno cittadino a-

bia avuto la rebublica romana, quando ella fu nel più

chiaro stato che fusse mai, per questo atto che ha fatto:

e de' suo pari se ne trova pochi. Noti ogniuno che loda

fu questa, e 1' onore quanto fu degno.

Nel 1446 andò capitano di Pistoja. In questo uficio

fece molte degne cose: in prima, secondo la sua con-

suetudine, da veruno prese presenti di gniuna ragione,

fusse quello si volessino : non prese diritti secondo aveva

fatto negli altri uficj : la terza che, trovando Pistoja


116 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

molto corrotta al giuoco , mandò un bando che non

fusse ignuno che giucasse a giuoco igniuno, sotto pena

di quattro tratti di fune. Valse tanto l' autorità sua che,

in questo tempo che vi stette, mai vi si giuoco a giuoco

igniuno, e ispenselo in tutto. Era divisa Pistoja in dua

parte, e fece in modo che non fu mai igniuno che po-

tesse conoscere che in lui fusse alcuna declinazione più

dall' una parte che dall' altra. Trovandola, come sempre

era stata, piena di liti e di quistioni, mise grandissima

diligenza in fare pace, e fecene infinite, solo con la sua

bontà, e con una pazienzia invincibile eh' egh aveva con

ogniuno: e non si curava di stare quattro o cinque ore

in una differenza, pure che credesse poterla condurre,

e con questo mezzo conduceva ogni cosa. Trovò quella

terra, come sono il più delle terre di Toscana, e massime

quella eh' era piena d' ozio. Levò, nel tempo che vi

stette, infinite cattive consuetudini che v' erano. E dipoi

ch'ebbe fatte tante pace e tanti beni, era tanto l'amore

che gli era portato ch'era cosa inaudita: in modo che,

essendo divisa in dua parte come è detto, 1' una e l'altra

parte parimente l' amavano : e fecene la prova , perchè

r una e 1' altra s' accordarono insieme di mandare due

ambasciadori , d' ogni parte uno , a Firenze sanza sa-

puta del capitano, i quali ambasciadori furono; per la

parte de' Cancellieri fu Jacopo, per la parte de' Pancia-

tichi fu Gualtieri, e maestro Stefano dottore nell' arte

e in medicina, uomo singularissimo ; e ser Tomaso, tutti

i primi della città : benché molti invidiosi lo vollero in-

colpare che r avesse saputo, ma fu chiaro ogniuno che

tutto s' era fatto sanza sua volontà. Perchè, conoscendo

messer Giannozzo la natura de' sua cittadini , sapeva

bene che 1' arebbono sopportato molestamente, come fe-

ceno, sanza che lui n' avesse colpa. I quali ambasciadori

giunsono a Firenze, e giunti, subito parlorono alla Si-


GIANNOZZO MANETTI 117

gnoria, dicendo che, se eglino desiderassino il buono

stato di quella terra, che raifermasseno messer Giannozzo

per altri sei mesi, eh' egli s' era portato in modo, in quello

tempo che v' era istato, e in luogo V aveva ridotta che,

standovi altri sei mesi, e' sarebbe cagione della salute di

quella terra.

A Firenze se ne fece grandissimo caso e licenzi o-

rono gli ambasciadori sanza avere fatto nulla. Tornati a

Pistoja, messer Giannozzo non si poteva più dolere che

si fece : e con la Signoria di quello luogo e co' capi di

quelle parti che avevano mandati gli ambasciadori, dimo-

strando loro che, per fargli onore, gli avevano dato ca-

rico non piccolo di quello eh' egli non sapeva nulla come

era loro noto. Vidi io una lettera che egli scriveva

a uno suo amico, dove si scusava della venuta di que-

sti ambasciadori contro a la sua volontà, e usava questo

termine, che egli non arebbe mai tentato una simile

cosa, considerato quanta invidia si provocava addosso;

che r aveva condotto in luogo eh' ella gli aveva logoro

infino presso a' pannicoU del cervello, e che poco gli

restava a spacciarlo come fé'. Nonostante tutte 1' occu-

pazione che ebbe in questo ufficio, per sapere bene com-

partire il tempo, compose in questa sua stanza la storia

loro, la quale ancora oggi la tengono coperta di chèr-

misi nella loro udienza. I Pistoresi non gli poterono fare

altro, misono 1' arme sua di marmo in uno campanile,

che non v' era consueto di mettervele.

Féciogli fare uno richissimo stendardo con 1' arme

oro, e uno richissimo elmo fornito d' ariento sanza

eh' egli ne sapesse nulla. Sia detto questo per conforto

di quegli che vanno in uficio, che domandano i loro an-

tecessori quello che ha fatto la penna, e quello che hanno

avanzato, come se eglino fussino esattori e non rettori.

Voi. 2.° 8


118 PAaTE TV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Messer Giannozzo avanzò in questo uficio, fatto o-

gni spesa, non dico fiorini, ma non molte lire. Imparate

voi cittadini del governo, che i rettori sono mandati

per conservare i luoghi e consolare i sudditi, e none

alla distruzione, come fanno molti. Le virtù sempre hanno

grandissima forza. In questo tempo che era capitano di

Pistoja messer Giannozzo, mori papa Eugenio, che aveva

a stare ancora presso a due mesi : essendo morto papa

Eugenio, fu eletto papa Nicola: fecesi pensiero eleggere

i primi della città: i signori e collegi della rafiferma, e-

rano in questo tempo del capitano di Pistoja, quando

vennono gli ambasciadori, i medesimi signori e collegi.

Avendosi a eleggere gli ambasciadori, messer Giannozzo

fu nominato da uno di collegio che fu Donato di messer

Lionardo: subito nominato vinse il partito con tutte le

fave nere :

e furono mossi per essere il Pontefice sin-

gulare uomo, e per essergli messer Giannozzo notissimo.

Essendo capitano di Pistoja non vi poteva andare, e bi-

sognava sospendere la legge e così feciono. FécioUo am-

basciadore sanza eh' egli ne sapessi nulla, e tutto feceno

mossi dalla nicisità; che per altro, avendo potuto fare

altro, non Y arebbono fatto : e venne loro bene presa ;

che, se non v' era lui, erano vituperati. Fu in sua com-

pagnia messer Agnolo Acciajuoli , messer Giovannozzo

Pitti, mess. Alessandro degli Alessandri, Neri di Gino

Capponi, Piero di Cosimo de' Medici. Andorono a Roma

con centoventi cavagli benissimo a ordine: erano alla

prima udienza tutti gli ambasciadori vestiti a uno mede-

simo modo con sei veste di chermisi alto e basso, con

le maniche aperte foderate di dossi, perchè il tempo lo

richiedeva, lunghe infino a' piedi, da dua in fuora, mess.

Agnolo, e Piero di Cosimo : avevano dodici giovani ve-

stiti di domaschino in chermisi foderate di dossi con ma-

niche a frati come s' usavano in que' tempi. I giovani


GIA.NNOZZO MA.NETTI 119

erano de' primi della città, e ogniuno degli ambasciadori

ne menorono dua; e le veste de' giovani della mattina

dell' udienza fecione gli ambasciadori di loro. Intervenne

che, essendo papa Nicola amico della città come era,

volle fare loro onore fuori dell' ordinario, e questo era

che, essendo usanza di dare udienza a' Re e agli Impe-

radori in concestoro publico, e a' Fiorentini e agli altri

nella camera del pappagallo, avevano comesso a messer

Giannozzo come s' avesse avere udienza in privato e

none in publico: essendo comesso a lui che avesse a

parlare, s' era messo in ordine secondo che richiedeva

il luogo. Neil' entrata di Roma v'andò tutta la corte, da'

cardinali in fuora , e tutti gli ambasciadori e signori

che v' erano. La sera medesima il Papa diliberò, per

onorargh, di dare loro udienza in concestoro publico ; e

per questo la sera dinanzi disse a me scrittore : Io vo-

glio fare grandissimo onore a' Fiorentini, perchè io darò

loro udienza in concestoro publico dove si da a' Re e

agli Imperadori, per dare loro questo principio. E poco

istante comise che fusse detto agli ambasciadori, e cosi

venne Ruberto Martegli a dirlo loro. Dissono che an-

dasse a mess. Giannozzo Manetti avisarmelo. Essendo io

con messer Giannozzo, benché il Papa me l'avesse detto,

non gli avevo ancora dettogliene nulla, parendomi cosa

molto degna. Poco istante vi giunse il mandato del Papa

a significargli la deliberazione che aveva fatta il Papa:

detta che gliel' ebbe, prese licenza da lui, e andossene

in camera tutto cambiato nel viso ; e giunto in camera

lo domandai quale fusse la cagione di tanta mutazione.

Rispose che io non mi maravigliassi, che, essendo lui

in corte di Roma, dove si trovavano tutti i singulari uo-

mini che avevano i Cristiani, più in questo tempo che

già è lungo tempo non v' erano istati, e che la mattina

seguente poteva poco guadagnare e perdere assai, ])erchè


120 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

molti hanno detto bene come lai o meglio: e se per di-

sgrazia mi venisse errato, io perdo la fatica d'anni qua-

ranta eh' io ho studiato ; e dove ? nel primo luogo de'

Cristiani, dove si può perdere assai e guadagnare poco ;

sì che non ti maravigliare se io mi sono alterato. Aveva

detto il cardinale Niceno e altri cardinali che v'era ve-

nuti, uomini degni discosto da Rom.a più di cento cin-

quanta migha, solo per vederlo e per udire isporgli l'am-

basciata: tutte queste cose lo facevano temere. Detto

che ebbe più cose circa questo , fa dire a' suoi com-

pagni che non gli dessono noja ; se none la mattina

quando avevano andare a palazzo lo chiamassono. Dipoi

si rinchiuse lui e il cancelliere suo sanza mangiare o

bere, e rimutò tutta l' orazione che aveva fatta, e aggiun-

sevi circa carte sette, e iraparolla a mente tutta, la notte,

e recitolla al cancelliere più volte. La mattina innanzi dì

nella sala del concestoro v' andò più uomini per pigliare

il luogo per essere a tempo: quando il Papa giunse in

concestoro publico v' era pieno ogni cosa che non vi si

poteva istare: eravi infiniti signori temporali, oltre agli

spirituali, e ambasciadori di tutti i principi cristiani. Ven-

nono gli ambasciadori fiiorentini che '1 Papa era già a

sedere e tutti i cardinali, in modo che in quella sala, che

è grandissima, era pieno ogni cosa. Aveva già il Papa

udito due cause dagli avocati concestoriali quando giun-

sono gli ambasciadori. Il modo dello stare a sedere, chi

v' è istato lo sa, ma per chi non vi fusse istato : il Papa

era in uno talamo che si saliva sei gradi, il piano era

tutto pieno di tappeti, la sedia dal Papa coperta di do-

maschino bianco: la sedia, oltra a' gradi del piano, era

tre scaglioni che si saliva : al lato alla sedia del Papa di

qua e di là istavano gli ambasciadori de' Principi se-

condo le loro degnità, che tutto era pieno: a pie del

talamo dove istava il Papa erano tre panche, cioè giù


GIANNOZZO MANETTI 121

sciesi i sei scaglioni, 1' una dell'uno lato l'altra dall'al-

tro: al dirimpetto la sedia del Papa era l'altra e chi

stava drieto a questa panca ritto, vedeva il Papa in

viso.

In su queste tre panche era tutto il collegio de'

cardinali a sedere : nel mezzo di queste panche in terra

erano panni verdi, dove sedevano in terra prelati di più

condizioni: drieto alle panche de' cardinali istavano tutti

i vescovi, auditori di ruota e avvocati concestoriali. Gli

ambasciadori erano in quel mezzo di quegli panni verdi

a andare al Papa: i dodici giovani restorono a pie degli

scaglioni da salire dove istava il papa, e feciono un'alia

r uno dopo r altro secondo 1' età era cosa degna a ve-

dere. I sei ambasciadori salirono su in sul piano dove

era il Papa loro soli: giunti a pie della sua santità, in

prima gli baciorono il pie, dipoi porse loro la mano, di-

poi a uno a uno, per una inaudita umiltà, gli abbracciò

tutti: dipoi fatto questo presentorono la lettera della

credenza ritti. El Papa la fece leggere: letta che fu,

sciesono nel piano di sotto e vennono drieto alla panca

dove erano a sedere i cardinali dirimpetto alla sedia del

Papa : venuti quivi , istettono secondo le loro dignità

ritti.

Messer Giannozzo era il quinto e Piero di Cosimo

il sesto. Mess. Giannozzo si cavò di capo, che aveva il

capo tutto bianco che pareva uno Demostene ; dipoi si

rimisse in capo, e cominciò a recitare I' orazione, in

princìpio alquanto basso, di poi del continovo crebbe in

modo che ogniuno l'udiva, così quegli che v'erano presso

come quegli che v' erano discosto : era cosa mirabile a

vedere il silenzio che v' era , essendovi tanto numero

d' uomini quanti v' erano : non v' era igniuno che si mo-

vessi. Il Papa istava con mirabile attenzione e così tutti

i cardinali, e universalmente tutti quegli che v' erano.


122 PAJRTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Durò un' ora e un quarto, e non parve a persona che

fusse durata una mezza ora, si per la degnità dell' ora-

zione, il simile per lui che la recitava: e allegramente

finita r orazione, il Pontefice fece la risposta, e ripigliò

la divisione dell' orazione eh' era divisa in tre parti, e a

parte a parte rispose, che pareva che la sapesse a mente.

Fu risposta del Pontefice degna, simile all' orazione.

Uscendo il concistoro, a tutti i Fiorentini fu fatta

grandissima festa, e tócco loro da tutti la mano e abrac-

ciati da' forestieri amici loro che v' erano, dicendo : Pro

vi faccia dell' onore che ha avuto oggi la vostra città,

che se ne dirà per tutti i Cristiani di questo atto che s'è

fatto istamane. Isposta l' ambasciata secondo 1' usanza,

gh ambasciadori andorno al Papa, e uno di loro prese

la coda dell'addietro, e accorapagiiorono secondo l'usanza

il Pontefice infino alla camera. Questo atto di parlare

in concestoro pubblico fu de' primi che facesseno mai i

Fiorentini, perchè questo luogo era de, Re e degli Im-

peradori, e '1 Papa lo dette a Fiorentini per fare loro

questo onore. Messer Giannozzo gli dette principio, d'on-

de hanno preso dipoi, tutti gli altri che v'hanno parlato,

r ordine della sua orazione, essendo nuova consuetudine

come era : e 1' orazione oggi molto degna.

I cardinali viniziani, che erano in corte in questo

tempo, veduto quello che aveva fatto messer Giannozzo,

per fante proprio n" avvisorono a Vinegia che avevano

già fatti gli ambasciadori, e udito questo, subito v' ag-

giunsono un altro ambasciadore. E Cardinali mandorono

a Vinegia la copia della sua orazione, e veddesi poi in

quella de' Viniziani avervi messo alle volte parecchi versi

di quella di messer Giannozzo. Nel partirsi dipoi dal

Papa, Neri di Gino si volse a messer Giannozzo e si gli

disse : Io non ho mai considerato il pericolo che la città

nostra ha portato, se none isposta 1' ambasciata, perchè.


GIANNOZZO MANETTI 123

se tu t'avessi fatto male a Viterbo quando quel cavallo

cadde giù per quella grotta, se tu non e' era dove si

trova l'onore della nostra città e l'onore nostro? perchè,

a guatarci tutti in viso e non ce ne ingannare, e' non

e' è igniuno che avesse saputo pensare non che fare un

atto che hai fatto istamane tu: la nostra patria, e noi

in ispezialtà , te ne restiamo obligati. Nel partirsi gli

ambasciadori dal palazzo e tornare a casa, che erano a

pie, non potevano passare per la via da tanti era loro

tocca la mano, e detto loro: Pro vi faccia dell' onore

avete avuto istamane e voi e la vostra città. Consideri

ogniuno quanto onore e gloria abbia avuto la città di

Firenze questa mattina : e a questo si conosce quanto

vaglia uno singulare uomo a una repubblica. Questa

andata gli fu maggiore onore che 1' essere raffermo ca-

pitano di Pistoja: e fecegli Iddio sempre questa grazia,

che quanto più fu perseguitato e cercato di fargli ver-

gogna, tanto più fu onorato.

In questa stanza di Roma fu molto onorato e dal

Pontefice e da tutti i cardinali che v' era in questo

tempo singulari uomini. Di tutte queste cose di Roma

fui io presente, e tutto quello eh' io scrivo vidi e udi'.

Nel 1447 fu eletto arabasciadore la terza volta a

Tiboli al re Alfonso, dipoi, essendo morto il duca Fi-

lippo, non v' andò.

Nel detto anno fu mandato ambasciadore a Rimini

al signore Gismondo, eh' era al soldo del re Alfonso, a

fare ogni isforzo che poteva che venisse a' soldi nostri:

e a Rimini v' era frate Puccio cavaliere di santo Jacopo,

uomo di grandissima riputazione apresso del Re, il quale

aveva dato al detto signore fiorini ventimila, e doveva

ogni di cavalcare, che così gli aveva promesso, con gli

exerciti, perchè il Re veniva a' danni de' Fiorentini. Essendo

il signore Gismondo obhgato come era a uno Re


124 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

potentissimo, a ogniuno pareva cura disperata che mes-

ser Giannozzo lo potessi ottenere. Giunto messer Gian-

nozzo al Signore, e cominciato a persuadergli al venire

a' nostri soldi con potentissime ragioni , alquanto co-

minciò a consentire. Frate Puccio a ogni ora sollecitava

la sua partita, e mai non dubitò che facesse quello che

fece il Signore. Disse messer Giannozzo, dopo più ra-

gioni che gli aveva mostro, che, se ne veniva, ne segui-

terebbe la sua salute. Il Signore si volse a messer Gian-

nozzo e sì gli disse : Se vi desse 1' animo d' acconciare

certe differenzie eh' io ho col Conte d' Urbino , io crede-

rei fare dipoi cosa che vi piacesse.

Messer Giannozzo, che conosceva che la venuta del

signore di Rimino era la salute dello stato de' Fioren-

tini, e così, s' egli andava col re Alfonso 1' opposito, disse

al Signore che di questo gli dava 1' animo di farlo, e

che ne lasciasse la cura a lui : e subito montò a cavallo

e andonne a Urbino, e fu col Signore e narrògU la ca-

gione della sua venuta. Il Signore gh fece, secondo la

sua consuetudine, grandissimo onore: ebbe molte prati-

che circa le loro differenze e andò più volte dall' uno

all' altro. Ebbono tanta fede in lui e l' uno signore e

r altro che la rimiseno liberamente in lui. Ridusse le

parti in luogo che lodò d' accordo con grandissimo pia-

cere delle parte. Ancora infino al presente di il duca

d' Urbino non si potrebbe più lodare che fa di questo

lodo dato da messer Giannozzo, e loda e commenda ma-

ravigliosamente la sua virtù.

Fatto questo accordo, secondo che aveva detto il si-

gnore Gismondo, che acconciandolo verrebbe a' soldi no-

stri, messer Giannozzo a ogni ora era con lui a solleci-

tarlo del venire a' soldi nostri: e frate Puccio per parte

del Re sollecitava eh' egli cavalcasse, che mai non du-

bitò eh' egli pigliasse altro partito. Messer Giannozzo lo


GIANNOZZO MANETTI 125

strinse in modo che si condusse a capitolare con lui in

nome della città di Firenze la sera che la mattina se-

guente aveva promesso a frate Puccio di cavalcare.

Capitolato che ebbe e rimasto d' accordo, motteg-

giando con lui, gli disse : Signore, che risponderete voi

a frate Puccio, e che direte voi de' ventimila fiorini che

avete preso del suo? Rispose il Signore che direbbe, che

i fiorini ventimila fussino per lo servito del passato. Fu

questa condotta la salute della libertà de' Fiorentini e la

rovina della casa de' Malatesti, perchè dipoi, nella lega

che si fece universale, dove si lasciò il luogo al Re (e

acconsentironvi i Vmiziani ch'erano in lega con lui, e

aveva fatto a loro petizione quello che aveva fatto

nel tempo che non era in Italia chi gli guatasse : fu

questa lealtà viniziana), se vi voleva entrare, fu contento

d' entrarvi, benché fusse con sua vergogna , solo per

vendicarsi del signore Gismondo per questo caso. E fe-

cesi, in questo suo entrare nel luogo eh' egli era suto

lasciato, quello che non si fece mai più né per pace né

per lega che si fusse fatta, che sogliono terminare le

guerre. Volle, che, se volevano che v' entrasse, che ne

rimanesse ischiuso i Genovesi e il signore Gismondo. E

per questo perde gran parte dello stato suo come si

vede per la mandata del conte Jacopo a' danni sua dove

lo ridusse, e ogni cosa ebbe origine da questa condotta,

in questi partiti si conoscie quanto vaglia uno cittadino

di questa natura a uno regno o a una repubUca eh' è

da salvarla a dannarla: E però sono gli uomini quegli

che salvano i regni e le città. Questo partito che prese

salvò la città di Firenze, che tutte le ricchezze di Creso

non r arebbono potuto fare: che si vede quanto frutto

e' faccino, essendo cagione della salute d' una città. Non

sono le mura né le ricchezze quelle che salvano la città,

ma gli uomini singulari: mancando gli uomini mancano


126 PARTE IV UOMINI DI STATO E LETTERATI

le città. E però gli uomini di questa qualità si vogliono

amare e onorare.

Non tacerò qui uno degnissimo atto che fece mes-

ser Giannozzo a Rimini nel tempo che vi stette. In nel

signore Gismondo erano molte degne parti, e massime

d' essere amatore de' litterati e onoravagli assai in ogni

cosa. Ordinò una mattina uno solenne convito, dove fece

invitare tutti i Giudei dotti eh' erano in quello paese ; e

fatto questo ordine, fece convitare mess. Giannozzo : e

desinato, si fece una degnissima disputazione tra raesser

Giannozzo e quegli Ebrei che durò parecchie ore. Eravi

non solo tutti e dotti del paese, ma tutti gli uomini di

condizione vi si trovorono. Disputato come è detto per

lungo ispazio, raess. Giannozzo sempre tenne il campo

del continovo ; e le false opinioni de' Giudei co* sua

insolubili argumenti confuse ; dove sempre diceva :

« Datemi l' arme vostre , e con quelle vi vogUo of-

fendere, delle mia non ne voglio adoperare igni una ».

Questo faceva egli per la perizia grande che aveva delle

Scritture Sante e per avere notizia della lingua ebrea,

perchè molto sì confondono i Giudei con la forza de'

vocabolari della lingua loro. I Giudei rimasono il dì, in

tanto degno cospetto di tanti valenti uomini e tanti si-

gnori, confusi che non sapevano dov' eglino si fussino.

Ebbe mess. Giannozzo questo dì grandissimo onore: altro

onore che di questi che consumano 1' età loro ne' poeti

e in sapere bene la lingua e la significazione de' voca-

boli, quivi consumano grande parte della vita loro, e

basta loro che nel cospetto del volgo e' pajano quello

che più cercano di parere, e dell' essere none istimano.

Aggiunse questo onore che ebbe in questa disputazione

a tutte l'altre cose aveva fatte in questa andata. Impa-

rino i padri che hanno figliuoli di insegnare loro qual-

che virtù, acciò che la possino portare dove eglino van-

no, come fece lui.


GIANNOZZO MANETTI 127

E spedita questa condotta del signore Gismondo

se ne venne a Firenze.

Nel 1148 fu mandato arabasciadore a Siena, essen-

dovene istati dua innanzi, e per la indisposizione de' Sa-

nesi non avevano fatto nulla: per fare l'ultima pruova,

a vedere se v' era rimedio igniuno, mandorono messer

Giannozzo nel tempo che era il re Alfonso a campo a

Piombino.

La sua comessione era, che essendo il signore di

Piombino raccomandato a' Sanesi , gli confortasse per

questo rispetto a non dare vettovaglie al re Alfonso,

essendo a campo a una terra d' uno loro raccomandato.

Aveva il re Alfonso la parte grande in Siena, e massime

Ghino Belanti e mess. Antonio di Checco Rosso, che

erano e prencipi della città. Parendogli essere menato

per parole, e con iscuse fuori della ragione, che quello

popolo a nulla non lo voleva acconsentire, che i loro

principali s' accorderebbono, se il popolo non fusse, messer

Giannozzo come savio andò subito a rimedj che v'erano ;

e questo è che fussino contenti di dargli o fargli dare

udienza pubHca dove fusse quello popolo , perchè se-

guiterebbe uno de' dua effetti, o eglino gliela neghe-

rebbono, come dicevano, o eglino gliela concederebbono.

Poterono male negare di fare quello che domandava

mess. Giannozzo : e per questo presono tempo parecchi

di, e diputorono il dì che volevano che avesse udienza

e in quel mezzo feceno ogni isforzo di parlare a ogni uno

che istessono forti di none acconsentire che le vettova-

glie si levassino al Re. Messer Giannozzo, che cono-

sceva il pericolo in che s' era messo, per onore della

sua città subito venne a rimedj, e scrisse a Galeotto da

Ricasoli che era a Brolio, che quello di dell' udienza fa-

cesse che fussino presso alla porta che andava alla via

di Brolio cinquecento fanti che facessino tanto quanto


128 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

messer Giannozzo dicesse loro. Avuto le lettere, ordi

quanto gli scrisse messer Giannozzo, che s' era messo in

punto a fare una degnissima orazione: e la mattina, es-

sendo ragunato tutto il popolo con disposizione di ne-

gargli quello che domandava per dua cagioni, 1' una per

l'odio che hanno naturalmente a' Fiorentini, l'altra per-

chè da' principali era stato ordinato che lo negassino,

andò messer Giannozzo in sulla ringhiera e parlò circa

una ora con tante potenti ragioni, e in modo, che volse

tutto quel popolo a fare il contrario della volontà loro.

E finita r orazione, tutti a furore di popolo gridorono

che per nulla non si desse vettuaglia al re Alfonso. Mes-

ser Antonio e Ghino Belanti, veduto uscire le cose fuori

del disegno loro, iscopersono la loro iniquità: accorda-

ronsi tutt' e dua e dissono all' ambasciadore per parte

di quella Signoria, che, veduta la buona volontà di quel

popolo, per la mattina egli aveva fatto assai, che ba-

stava quello, che egli erano disposti a fare cosa che gli

piacesse. Veduto messer Giannozzo 1' ordine di costoro

e la potenzia grande, e il pericolo eh' elli portava per

salvare l' onore della Signoria o il suo, avendo fatto

questo atto si degno, prese per partito d' andarsene alla

via di Firenze, non vi si potendo guadagnare ma per-

dere.

Giunto dove erano que' fanti come era ordinato si

cavò la veste che aveva, e missesene una da cavalcare

e andossene alla via di Brolio per venirne a Firenze, e

cosi fece. Fu giudicato questo essere istato partito di

savio, e con onore suo e della città. E Sanesi quando

furono usciti del consiglio, essendo ripresi di quello che

avevano fatto, usorono dire che il suo parlare gh aveva

mutati e le sue potenti ragioni, e che pareva una vivola

a udirlo in su quella ringhiera. Venne in grandissima

grazia con loro, in modo che più volte vi passò gli fu


GIANNOZZO MA.NETTI 129

fatto grandissimo onore. L' orazione recitò in volgare,

feccia poi in latino, e ancora oggi e' è.

Giovò assai questa fama di questo che aveva fatto

quel popolo al signore di Piombino, e il re Alfonso gli

parve essere fuori di quello che gli era suto promesso.

La riputazione di questo atto fece assai frutto, perchè

il più delle cose si governano con riputazione.

Nel medesimo anno fu mandato ambasciadore a Vi-

negia con comessione di seguitare una pratica che ave-

vano tenuta in Firenze per uno loro ambasciadore di

fare passare il re Rinieri per ovviare all' ambizione del

re Alfonso. E giunto la sera, la mattina, secondo la loro

consuetudine, raandorono per lui de' primi di quello go-

verno.

Giunto il Doge insieme con la Signoria, che era

messere Francesco Foscari, uscì della sala dell' udienza,

e il Doge abracciò e baciò l'ambasciadore, il simile fece

la Signoria , dipoi entrorono neh' udienza dove era il

consiglio de' pregati. Bravi aspettato con grandissimo

desiderio per la fama grande che aveva, e la mattina

non diminuì con la presenzia la fama ma crebbe. Parlò

messer Giannozzo la mattina una ora o più, e fece una

degnissima orazione con potentissime ragioni e persua-

dagli a la passata del re Rinieri. La domanda de' Fio-

rentini era di fare che contribuisseno alla spesa di quat-

tro mila cavagli e dumila fanti. I Viniziani volevano

contribuire a duemila cavagli e none a' fanti, durante

la guerra di Lombardia; e Anita, a quello che doman-

davano: e a questo erano contenti essere obbligati in-

fìno a guerra finita. Con questo che non volevano che

si potesse praticare ne accordo né lega senza loro espresso

consentimento.

Venne dipoi con loro alla pratica della rinnovazione

della lega. Di questa aveva commessione di tenergli


130 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

bene confortati e andare adagio, perchè chi era a Fi-

renze pensava abassargli, e fare il duca Francesco duca

di Milano. Dicendo qui messer Giannozzo come la lega

che avevano con loro era fatta a diffensione degli stati,

il Doge gì' interruppe il parlare, e disse che non era

così, ma era fatta solo contro al duca Filippo e sua rede

e successori. Messer Giannozzo gli rispose che una lega

di questa natura non gli pareva che si dovesse dispu-

tare alle civili. A questa parte che '1 Doge rispose si

era per lo caso di Milano, che non pensavano ad altro ;

perchè, se '1 duca Francesco entrava in quello stato,

come entrò per la via di madonna Bianca sua donna

come reda del duca Filippo, e per questo volevano che,

se il duca Francesco v' entrava per questa via, i Fio-

rentini fussino obligati none in suo favore, ma contro a

lui come reda del duca Filippo, a chi loro erano obli-

gati fare contro a sua rede e successori. Notate bene

quanta sia la potenzia de' Viniziani. il Doge, {scusandosi

non potere quella Signoria contribuire a quanto doman-

davano per avere xv mila cavagli e dieci mila fanti a

soldo che non gli ha oggi tutta Italia; arebbegli messer

Giannozzo indotti dove avesse voluto, se non fusse che,

mentre che erano in questa pratica, furono rotti a Ca-

ravaggio, della quale rotta ne invihrono in modo che

pareva loro avere perduto lo Stato. Essendo venuta la

novella della rotta a Vinegia, messer Giannozzo subito

andò a palazzo a dolersene e col Doge e con tutti quegli

gentih uomini.

Dice che, giunto che fu in palazzo, gli trovò tutti

vestiti di nero e molto inviliti, come fanno tutti i su-

perbi neir avversità. Le prime parole che gli dissono, si

furono : Messer Giannozzo noi abbiamo perduto lo Stato,

e none abbiamo igniuno rimedio. Cominciò messer Gian-

nozzo con gratissime parole a dire loro dove era il loro


GIANNOZZO MANETTI 131

invittissimo animo che solevano avere ; e qui era d' an-

dare a rimedj ; che gli offeriva la sua Signoria e lui per

quello che potesse come Giannozzo, e che d' ogni loro

sinistro caso gli doleva.

Rispose il Doge che si rendeva certo che d" ogni

loro sinistro caso dispiacerebbe loro, come a loro dispia-

cerebbe del loro: e che il confortare a portarsi viril-

mente r avevano caro, e che eglino lo farebbono quanto

potessino per conservazione dello stato loro, e che non

sapevano, quello che s' avessino a fare. Solo avevano

una lettera de' di xv d' agosto a ore una di notte da

Micheletto nostro capitano che gli certificava della rotta

con queste parole: Oggi fummo alle mani co' nimici, e

ànnoci rotti e cacciati; e io sono giunto qui con pochi

cavagli e quasi a pie, e dirieto m' è venuto il marchese

di Mantova e Cesare da Martininga con pochi cavagli

e quasi a pie : gli altri si sono fuggiti come fanno le

genti rotte. Messer Giovannozzo, vedendo questa rotta,

e in quanto isbigottimento si trovavano, della sua co-

messione non disse più nulla. Iscrisse subito a Firenze

e aspettò risposta.

Messer Giannozzo, avendo lettere da Firenze, subito

n' andò a palazzo al Doge e alla signorìa, e disse come

aveva lettera da Firenze che cercavano fare acordo col

re Alfonso : confortogli a farlo, con questo che non fa-

cessino nulla sanza che eglino lo sapessino. Mandorono

un altro di per messer Giannozzo : dissogli della pratica

che avevano dell' accordo col duca Francesco, e che spe-

ravano condurla.

Dipoi passò pochi di che mandarono per lui a si-

gnificargli r accordo che avevano fatto col duca Fran-

cesco, e le condizioni, le quali furono queste, d' essere

obbligati di dargli quattordicimila fiorini al mese infino

che avesse avuto Milano, e d' allora innanzi ducati qua-


132 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

rantamila ; e cosi feciono, con altre condizioni. Fatto

questo accordo, a Firenze si dubitò di quello che inter-

venne ; et subito si deliberò di fare una nuova com-

messione a messer Giannozzo: perchè (dubitando di quello

che seguitò poi, che i Viniziani non osserverebbono cosa

che avessino promesso al duca Francesco, che solo 1' ave-

vano fatto per fuggire il pericolo in che si trovavano)

mutorono la commessione a messer Giannozzo ; e scris-

sogli che praticasse nuova lega, dove intervenissono i

Viniziani, il duca Francesco, e' Fiorentini a difensione

degli stati. E questo parve esser bene a Firenze ; che

se rimedio ignuno v' era a fare che osservassino al duca

quello che gli avevano promesso, era questa. Avuta la

comessione, subito fu al doge e alla signoria, e ispose

quanto aveva di nuova commessione, dimostrando loro

che faceva per le parti. I Viniziani presono tempo a

rispondere, e couobbono di subito dove i Fiorentini an-

davano. Tornando per la risposta, risposono con parole

molto coperte, che non bisognava fare altra innovazione,

che neir accordo che avevano fatto col Duca gli avevano

nominati, e il duca gli aveva accettati onoratissimamente

dicendo che si voleva obbligare in perpetuo a non fare

loro guerra, e che dell' osservanza di quanto aveva pro-

messo, i Fiorentini starebbono per sua sicurtà, e che

questo bastava, e che non bisognava innovare altra lega,

durando ancora come avevano detto la lega che avevano

co' fiorentini per anni sette. Dipoi soggiunse il Doge , e

cominciò a scoprire la loro malizia, e che, come altre

volte avevano detto, la lega avevano fatta era contro

il duca Filippo e sua reda e sucesssori, e che non cre-

devano che il popolo di Milano fusse suo reda, che go-

vernava Milano : corainciorono a chiarire chi era reda

che era il duca Francesco, e dicevalo tacitamemeute,


GIANNOZZO MANETTI 133

perchè quando gli rompesseno la fede, avesseno la scusa

parata.

Messer Giaimozzo, veduto a che via egli andavano,

una mattina innanzi al Doge e la signoria e moltissimi

cittadini, venne con potentissime ragioni, e oltre alle

ragioni disse, maravigliarsi assai che una tanta signo-

ria con fatti dissentisse dalle parole e proferte eh' aveva

fatto il loro ambasciadore a Firenze, che egli aveva

detto parole di tanta autorità quanto fusse possibile, e

che r onore di quella signoria richiedeva istare fermo

nelle promesse fatte e non si mutare, che così richiedeva

il debito loro. Fuggirono con le risposte quanto pote-

rono con le parole, per non fare nulla, come non feceno,

credendo che lo stato di Milano venisse loro nelle mani :

ma non s' apposono, e in questo non furono savj quanto

sono istimati. Veduto messer Giannozzo questi loro modi

e queste vane risposte, non potè avere pazienzia : co-

minciò a replicare tutto quello che aveva detto dal primo

di infìno a quel dì, e tutte le risposte fatte da loro con

grandissimo ordine, e scoperse tutte le macchie loro

e a che via egli andavano, onestamente. Istrinsegli in

modo che avendo risposto ricisamente per quanto s' era

diliberato ne' Pregati, essendovi, lo pregorono che aspet-

tassi di fuori e avesse un poco di pazienza. Aveva loro

aviluppato il cervello che non sapevano dove fussino :

fuvvi di quegli che per disperati s'erano usciti del con-

siglio e se ne andavano a casa e dicevano co' loro amici :

Può egli essere che costui abbi tanta forza nelle pa-

role quanto egli ha, che non si può per niente resistergli ?

che, se questa signoria avesse uno uomo a questo modo

sarebbe da stimarlo piìi che una delle migliori città che

noi abbiamo. Istato messer Giannozzo aspettare la ri-

sposta, avendogli detto che s' aspettasse, benché in prima

gii avevano risposto ricisamente, di poi per lo suo

Voi. 2. 9


134 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

parlare si vollono riconsigliare di nuovo ; e stato per

lungo ispazio, fra loro avendo fatto il loro pensiero, non

si volleno mutare. Chiamorollo drento con le parole con-

suete, dicendo che di nuovo V avevano esaminata, e che

essendo molto bene considerata questa risposta che a-

vevano fatta per lo consiglio de' Pregati, non gli pote-

vano fare altra risposta che la prima che gli avevano

fatta, e che tutto s' era fatto con lunga esamina. Ve-

duto r ambasciadore la loro ostinazione , terminò chia-

rire r animo suo e dimostrare loro quello che aveva a

venire, come poi che vedeva molto bene quale fusse il

pensiere loro, che se eglino erano usciti d' uno grande

pericolo, avessino cura di non entrare in uno maggiore.

La seguente mattina ebbe lettere da Firenze che, veduta

la loro ostinazione e che non si poteva fare frutto igniuno

pigliasse licenza e venissene. Avuto queste lettere, venne

al Doge et alla signoria e disse come gli era comandato

che pigliasse licenza, poiché erano in quella ostinazione

di non volere fare nulla: disse loro, che se ne doleva

assai per lo inconveniente che ne vedeva seguitare, e

che la fine lo dimostrerebbe loro ; di poi prese licenza.

Usorongli molte buone parole secondo la loro usanza ;

e presto s' adempiè quello che aveva detto loro, et eb-

bonlo in grandissima riputazione, veduto in lui tante

singulari virtù, e sopratutto interissimo, sanza che mai

trovassino in lui una minima bugia o fraude.

Di questa legazione acquistò grandissima riputazione,

e fece pruova dello 'ngegno suo, e l' orazione che fece il

primo di che parlò alla signoria, essendo cosa nuova e

inusitata, 1' ha lasciata in iscritto, et è molto degna : e

benché la facesse volgare 1' ordidi poi in latino. Come

per la sua riputazione acquistò nel tempo che vi stette an-

cora era a memoria degli antichi erano a Vinegia, perchè

essendo in Firenze messer Piero da Mulino ambascia-


GIANN0Z7-0 MANETTI 135

dorè viniziano, che ci stette più tempo, si trovò a que-

sto tempo a Vinegia ; et un di, essendo lui nello scrit-

to] o, e domandandolo io di messer Giannozzo se lo co-

nobbe, essendo a sedere si rizzò e cavossi di capo e

disse : Messer Giannozzo e' fu Y ornamento e la bontà

della sua città e del suo secolo, et io per la mia singu-

larità r ebbi in grandissima riverenza per la sua virtù.

Tutte le cose scritte di questa legazione cosi a punto,

r ho avuto per una nota eh' ebbi da uno suo cancelliere,

che notò ogni cosa dì per dì.

Nel detto anno tornò a Vinegia la seconda volta,

dove s' adempiè la profezia di quello che aveva detto

loro la volta innanzi. Era in questo tempo il duca Fran-

cesco a campo a Milano, e questa sua andata fu piuttosto

per tenergli bene confortati all' osservazione del Duca

e per non si rompere in tutto con loro, che per altro.

In questo tempo cominciorono avvedersi degli errori che

avevano fatto al tempo di messer Giannozzo , perchè

arebbono fatto ogni cosa eh' egli avessi voluto, e non fu-

rono a tempo. E però si vuole credere a colui che è

sanza passione, come era lui. Le cose che si doman-

davano pe' Fiorentini e per l' Ambasciadore secondo la

sua comessione erano di natura che sapevano bene che

le negherebbono loro : e stava quivi, acciocché si ver-

gognassino della inosservanza gli feciono. Tennonsi quanto

egli poterono, et in fine s' indugiorono tanto che non

furono a tempo. Arebbono fatto prima, se non fusse

la stanza di messer Giannozzo che se ne vergognavano,

sappiendo egli ogni cosa, e trovandosi a Vinegia quando

avevano fatto quello obbligo. Fece assai frutto a fargli

indugiare, che fu quello che tolse loro lo stato di Lom-

bardia per le loro pazzie, e per non volere il luogo si

voleva dare loro con altre condizioni non erano col duca

Filippo.


136 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Avendo avute molte e varie disputazioni pure con

loro della sua comessione, vedendo il Duca andare alla

via d' avere Milano, nonostante la loro infedeldi none

osservare cosa eh' egli avessino promessa, veduto questo

invilirono e comincioroiio a consentire cose che in prima

se n' avevano fatto beffe. Cosi intervienegli a superbi.

Vedevano i Fiorentini restare in grandissima riputazione

avendo il Duca Milano, come ebbe. Succedette dipoi che,

avendo Milano, i Viniziani invilirono mirabilmente per

per la villania che gli avevano fatta.

E giunta la novella dell' avuta, se di quella di Ca-

ravaggio invilirono, di questa rimasono ismarriti, e non

sapevano dove eglino si fussino, vedendo il pericolo in

che restavano, e vituperati per tutti i Cristiani per non

avere osservato cosa eh' egli avessino promesso. Riuscì

questo in tutto fuori dell' opinione loro, che non vi pen-

savano. Messer Giannozzo bisognò, trovandosi quivi, usare

molta prudenzia in uno caso di questa natura. I Vini-

ziani perderono assai di riputazione, e non dimostrorono

d' essere quegli valenti uomini eh' erano stimati nel par-

tito presono ; che bene 1' aveva detto loro messer Gian-

nozzo; ma, accecati dall' ambizione del dominare, non

lo conobbono.

Venendo messer Giannozzo alla conclusione di quello

che domandava per la sua comessione, a Firenze, avuto

Milano, non gli stimavano, et era»io d' opinione, come

si dimostrò dipoi, che '1 duca Francesco rompesse loro

guerra. Inscritto messer Giannozzo a Firenze quanto

aveva fatto con loro, e come erano disposti a fare ogni

cosa, gli fu risposto che non seguitasse più innanzi, e

che Neri di Gino, e Piero di Cosimo nella tornata da

Milano, quando fussino a Bologna verrebbono a Vinegia

con comessione insieme con lui di fare cosa che piace-

rebbe loro. Cosi disse messer Giannozzo al Doge e alla


GIANNOZZO MANETTI 137

signoria che ogni di lollecitavano, che aveva da Firenze

dalla sua signoria che Neri di Ghino, e Piero di Cosimo

alla tornata da Milano, quando fussino a Bologna, ver-

rebbono a Vinegia, che avevano comessione insieme con

lui, e che farebbono cosa che sarebbe loro grata. Rima-

sono contenti d' aspettargli. Giunti a Bologna Neri e

Piero, per la comessione che ebbono vennono a Vinegia:

giunti presso a Vinegia, raesser Giannozzo, come è usanza

andò loro incontro : essendo su una barca allato a Neri

di Gino, se gli accostò e domandoUo della comessione

eh' egli avevano : Neri come uomo largo gli disse : A

dirti il vero, noi non abiamo comessione ignuna. A mes-

ser Giannozzo parve istrano per quello che aveva detto

loro. Volsesi a Neri e sì gli disse : Siate contenti di dire

d'averla; e venendo a conclusione igniuna, dite non

potere conchiudere se prima none scrivete a Firenze.

Piacque a Neri, e così feciono. Venendo alle pratiche

che aveva raesser Giannozzo, eh' erano quasi alla con-

clusione, i Viniziani vedute le cose dove erano ridotte,

dubitando di quello che intervenne loro, erano volti a

fare ogni cosa che domandassono i Fiorentini, fusse di

che natura si volesse: i Fiorentini mutorono sentenzia di

quello che avevano voluto fare innanzi, parendo loro che

fusse venuto il tempo da gastigare la loro superbia. Avendo

il Doge e la signoria invitati gli ambasciadori alla festa

di Santo Giovanni, giunti la mattina tutti tre insieme, il

Doge si volse loro e disse : Iddio vi dia el buon dì. ler

sera si ragunò il consiglio de' Pregati, e sono contenti

a quanto per parte di quella excelsa signoria s' è doman-

dato, eccetto che di tre capitoli che vi sono, i quali per

la singulare fede che hanno in quella signoria, sono

contenti di rimettergli in lei eh' ella ne facci tanto quanto

le pare. Noti ogniuno, che differenzia era innanzi all' a-


138 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

vuta di Milano. Allora risposono che lodavano e comen-

davano la loro buona disposizione, e che, come loro sa-

pevano, non potevano conchiudere nulla, se prima non

ne scrivevano a loro eccelsi signori: che ne scriverebbono,

e aspetterebbono la risposta: e così feciono. Giunto le

lettere a Firenze, chi governava non voleva fare nulla,

perchè voleva che '1 Duca rompesse loro guerra per

abassargh come era necessario. La signoria, avute que-

ste lettere, per non fare altra dimostrazione, e perchè

a' Vineziani, avendo conceduto ogni cosa, non si poteva

rispondere, pigliò Cosimo questo carico sopra di sé : e

per questo iscrisse una lettera a Piero suo figliuolo, che

in fine della lettera erano questi brevi versi: « Piero,

all' avuta di questa te ne verrai, perchè venendone tu,

non vi rimarrà igniuno degli altri ». Qui mostrò Cosimo

la sua prudenzia in volergli riducere in luogo che

istessono a' termini loro, e arebbelo fatto, ma fugli in-

terrotto ogni casa. Avuta Piero la lettera, la mostrò a

Neri: Neri, veduto questa lettera, mandò per messer

Giannozzo : giunto che fu, da sé a lui, ch'era molto suo

amico, gli disse quanto Cosimo aveva scritto, e che vo-

levano andare a chiedere licenza alla signoria. Messer

Giannozzo, che stimava assai l' onore, e non credette

mai che a Firenze si pigliasse questo partito, gli parve

istrano. Volsesi a Neri e si gli disse: Che diranno co-

storo? e' parrà che noi gli abbiamo dileggiati.

Neri se gli volse e disse : Io non voglio fare alle

braccia con uno lione, se tu vuoi fare tu, fa, eh' io non

voglio essere cacciato da Firenze. Messer Giannozzo, co-

nosciuto questo, e veduto quanto egli importava alla

città, per domare la superbia de' Viniziani e riducergh

in luogho che istessino a' termini loro, riputò che fusse

per lo meglio, benché gliene paresse avere qualche ca-

rico apresso quella signoria. Giunti al Doge e alla signo-


GIANNOZZO MANETTI 139

ria, che aspettavano la risposta della conclusione, subito

furono messi drente.

Parlò Neri e disse come avevano lettere da Firenze,

e che bisognava per buone e laudabili cagioni andassino

a loro. Il Doge e la signoria guardarono 1' uno 1' altro

sanza rispondere; che, avendone tante fatte loro, parve

loro quello che era. Conoscevano molto bene d' onde

queste cose avevano origine : dissono che non volevano

altro, se none che salutasseno quella eccelsa signoria per

loro parte. Messer Giannozzo, nonostante tutte queste

cose seguite, rimase appresso di quella signoria in gran-

dissima riputazione, conoscendo la sua integrità per la

sapienza che avevano veduto di lui nel tempo che v'era

istato.

Nel 1449 fu fatto degli Otto della balìa la seconda

volta. Gli Otto, perchè ci era guerra, per non dare sbi-

gottimento alla città, dettone balia a costoro delle genti

dell' arme, e gran parte del carico di quello uficio fu

suo, per essere in Firenze la pistolenza e non vi stare

i cittadini. Egli per fare il debito suo non se ne parti.

Intervenne in questo tempo che, non essendo pagate le

gente dell' arme, e massime il Duca d' Urbino e Napoleone,

che erano al soldo de' Fiorentini, avendo doman-

dato più volte danari e non erano pagati, parendo loro

essere menati per la lunga, vennono in quello di Santo

Miniato, e cominciorono a predare, e feciono danno as-

sai. La signoria subito feceno dua ambasciadori che an-

dassino a loro, l'uno fu messer Agnolo Acciajuoli, l'al-

tro fu messer Giannozzo. Seppono sì bene persuadergli

con le parole e promesse_, che gli mandorono alle stanze

sanza avere danari. Alla signorìa e a tutti parve che

avessino fatto miracoli d'avergli ridotti dove erano, con

la restituzione della maggior parte di quello che avevano

tolto, e andare alle stanze sanza danari. E massime fu


140 PARTE IV — UO>nNI DI STATO E LETTERATI

difficile a contentare ogniuno di loro ; e il Duca d' Urbino

veniva a tempo con potentissime ragioni giustificando

quello che aveva fatto, in modo eh' io udi' dire di lui a

messer Giannozzo, che fu tempo che credeva avere qual-

che eloquenzia, ma, veduta la eloquenzia del Duca d' Ur-

bino, non gli pareva sapere nulla. Volevagli il Duca

d' Urbino grandissimo bene per quello che aveva fatto

tra lui e '1 signore Gismondo. In questo e in tutte l'al-

tre cose si vede quanto sono differenti i savj uomini da

quegli che sono 1' opposito.

Nel 1450 fu mandato a Napoli ambasciadore la

quarta volta al re Alfonso pur conservazione della pace

che avevano i Fiorentini con lui, dove fece moltissime

degne cose: e se mai dal Re gli fu fatto onore lo fé'

questa volta. Mandògli, secondo la consuetudine, molti

signori incontro e ambasciadori che v' erano. Giunto

r uno dì, r altro di gli dette la maestà del Re udienza

publica, dove recitò una degnissima orazione latina de

pace observanda.

Ebbe la mattina grandissimo onore, perchè v' era,

oltra alla maestà del Re, tutti i signori e ambasciadori

di tutte le potenzie di ItaUa e fuori di Italia. Ebbe in

questo tempo con la maestà del Re singularissiraa grazia,

come si mosterrà per quello che seguita. Molto confor-

tava e esortava la maestà del Re alla conservazione

della pace, perchè non fu mai in Firenze uomo che vi

fusse tanto afi'ezionato quanto lui. I Viniziani non pote-

vano avere pazienza per quello che pareva loro avere

ricevuto da' Fiorentini nella pratica ultima tenuta a Vi-

negia da Neri e messer Giannozzo e Piero di Cosimo,

dalla quale pratica era seguita la pace col re Alfonso.

Avevano ancora uno dispiacere infinito contro a' Fioren-

tini per essere loro suti cagione d' avere loro tolto lo

stato di Lombardia. Tutta la diligenza dell' ambasciadore


GIANNOZZO MANETTI 141

loro a Napoli si era di vedere di rompere questa pace

che era tra il Re e i Fiorentini. Messer Giannozzo sen-

tiva le pratiche che tenevano, e per tutta Italia si sa-

peva, e da Firenze gli era ogni dì scritto dei dubbj che

avevano. Era ispesso con la maestà del Re, e dicevagli

de' dubbj che aveva: sempre gli rispondeva che non ne

dubitasse, che, se da Firenze non glien' era dato cagione,

non lo farebbe. E benché questi dubbj fussino fatti a mes-

ser Giannozzo, nientedimeno non si poteva rompere la

guerra in Lombardia, se non si rompeva la pace del

Re per lo duca Francesco, perchè a Firenze non si

sarebbe sopportato se non molestamente, non essendo

ancora rasciutto l'inchiostro della guerra passata. Fece

tanto messer Giannozzo con la maestà del Re , per

chiarire la mente a Firenze de' dubitanti , che fece

iscrivere una lettera di mano del Re della sua buona

intenzione circa 1' osservazione della pace, e mandolla a

Firenze. A Firenze chi cercava per buono rispetto fare

rompere guerra a' Viniziani dal Duca non poteva, se non

si rompeva la pace del Re, e se non facevano i Vini-

ziani qualche novità; e dettesene loro qualche cagione

per fargli traspalare ; ma non se n' avvidouo, e pure vi

capitorono. E per questo a Firenze s' era contrafatto

a' capitoli della pace, per venire a quello effetto che vo-

levano.

Dove s' era contrafatto a' capitoli si era che i Fio-

rentini avevano per espresso capitolo di non potere tórre

gente d' arme di nuovo a soldo sanza licenzia di sua

maestà, e loro avevano condotto il signore Alessandro

Isforza, eh' era contro a questo capitolo, benché per

covertallo , l' avevano condotto in nome del marchese

Malespini, ma non fu. Notate qui un passo. Messer Gian-

nozzo, innanzi che andasse a Napoh, essendo a uno luogo

degli Acciajuoli, dove mi trovai io presente, dove era


142 PARTE rv — UOMINI DI STATO E LETTERATI

messere Dietisalvi, il quale disse come avevano condotto

il signore Alessandro in nome del marchese Malespini,

messer Giannozzo, che aveva uno vedere mirabile, se

gli volse e disse: Io veggo quello che voi volete fare,

voi volete rompere la pace col re Alfonso, Cominciò a

ridere e non gli rispose altro, perchè vide che se n'era

avveduto.

Istando messer Giannozzo a questo modo a Napoli,

e sollecitando del continovo il Re circa 1' effetto perchè

v' era, e massime veggendo quello che facevano i Vini-

ziani in opposito; e veduto la maestà del Re, el duca

di Milano avere fatto si grande acquisto, e quando più

andava innanzi tanto più ne dubitava; in fine i Viniziani

con queste ragioni avevano della potenzia del Duca e

del dubbio che avevano che non rompesse con loro (che

ne dubitavano assai, e mostravano in che pericolo ve-

niva e la maestà sua e loro se egli si faceva maggiore

che non era ; e mostravano al Re eh' egli non si poteva

fidare de' Fiorentini che eglino osservassino la pace per

r amicizia che avevano col Duca, come sua maestà sa-

peva: e che e' fusse vero eglino avevano rotti i capitoli

della pace a sua maestà, e non era ancora rasciutto lo

'nchiostro per la condotta del signore Alessandro) la mae-

stà del Re si strinse forte co' Viniziani per le dette ca-

gioni, e mandò dua ambasciadori a Firenze che, partiti

da Firenze, andassino a Vinegia, e a Firenze isposono la

loro ambasciata, in effetto dolendosi de' Fiorentini d' a-

vere rotta la pace col re Alfonso per avere contrafatto

a' capitoli che avevano con lui per la condotta fatta del

signore Alessandro: benché se ne scusassino per le ra-

gioni dette, ma non 1' accettorono.

Furono gli ambasciadori messer Antonio Panormita,

e frate Puccio. Partiti da Firenze, n' andorono a Vine-

gia per dare riputazione a' Viniziani, e sospetto e al


GIANNOZZO MANETTI 143

Duca e a' Fiorentini. Giunti a Vinegia, pareva loro ogni

di mille di sfogarsi co' Fiorentini; ma ogni cosa che fa-

cevano era contro a loro e a' sudditi loro. Subito che

furono giunti, rimasono d' accordo co' Viniziani caccias-

sino i Fiorentini da Vinegia, e la maestà del Re cac-

ciasse i Fiorentini di tutti i sua regni, e diputorono il

di, e fecioUo bandire e a Napoli e a Vinegia. Tutto que-

sto era quello che aspettava chi governava, per rompere

la guerra a' Viniziani in Lombardia, che altrimenti, non

avendo fatto questo il Re e i Viniziani, non s'acconsen-

tiva a entrare in guerra. In fine la maestà del Re si

scoperse a Napoli a fare pubhcare questo bando di

quanto era rimasto co' Viniziani, e di sbandire di tutti

i suoi regni i Fiorentini : il simile publicorono i Viniziani

come è detto. Governoronsi con grandissima astuzia, in

modo che non si seppe mai, se non per congetture,

benché 1' Ambasciadore n avesse qualche indizio, e più

volte r avesse detto al Re : non lo sapeva chiaro, ma

istavane con grandissimo sospetto.

Il dì che si doveva publicare a Napoli, il Re era

alla Torre del Greco, dove istava assai. Avendo messer

Giannozzo udito publicare questo bando, essendo tutti i

Fiorentini venuti a casa sua isbigottiti, gli confortò il

meglio che potè, e subito in sulla nona, eh' era il caldo

grande, montò a cavallo e andò alla Torre del Greco

dove era la maestà dal Re. Giunto messer Giannozzo a

la maestà del Re, lo trovò in uno orto. Egli per questa

novità non aveva perduto l' animo, che aveva uno animo

come uno lione, come si mostrerà. Gmnto, il Re subito

lo fece venire a sé, e dettegli udienza. Messer Giannozzo

gli parlò in questo modo , secondo che da lui intesi :

« Sacra maestà, benché agli oratori sia lecito di dire

quello che vogliono, di nuovo io vi domando licenza che

io possa dire quello che mi pare ». La maestà del Re


144 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

si volse subito a lui e sì gli disse: « Io vi do piena li-

cenza che voi diciate quello che vi pare ». Seguitò il

suo parlare e disse: « Sacra maestà, io non posso fare

eh' io non mi dolga del partito che ha preso la maestà

vostra co' Viniziani, contro a quello che più e più volte

m' avete promesso e scritto di vostra mano, e io n' a-

veva iscritto alla mia signoria; e maravigliomi molto

che la maestà vostra s'abbi lasciato mettere una raitera

in capo a sette pestapepi, che non gli chiamo gentili

uomini perchè non sono. E perdonimi la maestà vostra,

né voi né loro ve ne siate intesi di cosa che abbiate

fatta, perchè bisognava fare tutto l' opposito di quello

che avete fatto; che avete fatto quello proprio che de-

siderava chi voleva che seguitasse I' effetto che ne se-

guiterrà di rompere la guerra come è detto in Lombar-

dia, che per altro mezzo non si poteva fare che per que-

sto che avete fatto. Perchè, se la maestà vostra non

cavava i Fiorentini de' vostri regni e i Viniziani da Vi-

negia, a Firenze non s' acconsentiva per nulla di rompere

la guerra in Lombardia, dove con questo mezzo avete

aperto loro la via, come per isperienza vedrà la maestà

vostra. Ècci un altro errore, che i Fiorentini che sono

a Vinegia v' hanno di contanti più di centocinquanta mi-

gliaja di fiorini, e più di dugento ne' regni di vostra

maestà. E se la vostra maestà, e i Viniziani non gli

cacciavano, a Firenze di questi non si potevano valere

di nulla. Ma se la maestà vostra e i Viniziani avessino

fatto che tutti i Fiorentini che volessino venire ne' vo-

stri regni, e cosi a Vinegia, potessino venire liberamente

con avere loro fatto qualche grazia, de' danari che erano

in Firenze ne venivano e ne' regni vostri e a Vinegia:

e eglino faranno 1' opposito, perchè e de' denari che sono

ne' regni di vostra maestà e a Vinegia, gli porteranno

a Firenze e i Fiorentini in questa guerra di Lombardia


GIANNOZZO MANETTI 145

se ne varranno come la sperienza lo dimosterrà. Inter-

verrà che subito che s' intenderà questo a Firenze, si

farà provediinento di denari, e farannosi Dieci di balia

per rompere la guerra in Lombardia. I Viniziani, ac-

cecati per la loro ambizione , hanno da più anni in

qua fatto ogni cosa a rovescio. Resta ora eh' io dica

alla maestà vostra quello che v' interverrà co' Viniziani,

che di cosa che vi prometteranno, non saranno quattro

mesi che non vi osserveranno cosa che v' abbino pro-

messa. E questo tenete per certo, che io gli conosco,

per due volte che sono istato ambasciadore a Vinegia ».

Parlato che ebbe per lungo ispazio alla maestà del Re,

e conosciuto sua maestà quello che aveva detto raesser

Giannozzo non era né fitto né simulato, istette sopra di

sé; e come fanno gli uomini grandi, che non vogliono

mai errare, giustificollo il meglio che potè, e con più

onestà.

Dissemi già uno nostro Fiorentino che si chiamò

Filippo di Giovanni, che era diretto alla maestà del Re

quando messer Giannozzo parlava, che si maravigliò as-

sai della pazienza della maestà del Re alle vive parole

che gli aveva dette messer Giannozzo. Partissi messer

Giannozzo con buona licenza, e vennesene a Napoli, e

passò pochi di eh' ebbe lettere da Firenze che avevano

fatto i Dieci di balìa e posta grande somma di danari.

Messer Giannozzo, che andava alla Torre al Re ogni di

per varj casi che occorrevano, e massime per fare avere

salvacondotti a' Fiorentini che v' erano, nonostante la

proibizione fatta (otteneva messer Giannozzo tutto quello

che gli domandava), andando da sua maestà gli significò

parte della sua profezia esser adempiuta de' Dieci, e de'

danari. Dissegli il Re essere vere e esserne avisato per

lettere che aveva da Firenze. Veduto questo la maestà

del Re, gli parve che messer Giannozzo si fusse apposto.


146 PARTE rV' — UOMINI DI STATO E LETTERATI

e se mai gli aveva dato fede gliela dava ora. Potè tanto

con la sua maestà, che, dipoi i primi salvacondotti che

aveva ottenuto (tutti i Fiorentini che vi si trovavano, erano

in grandissimo disordine per la brevità del tempo, e se-

guitavano la loro rovina, non ottenendo più tempo), raes-

ser Giannozzo ottenne tanti salvacondotti quanti ne domandò

e per quanto tempo volle , e' Viniziani si dispe-

ravano. Fu cagione messer Giannozzo di molto bene per

quello che ottenne, e tennevi i Fiorentini, dopo il bando

fatto, parecchi mesi a dispetto de' Viniziani. Intervenne

che da di venti al di eh' erano i Fiorentini cacciati di

Napoli, essendo la maestà del Re a Napoli , e avendo

avute più difficultà co' Viniziani , che cominciavano a

non gli osservare cosa che gli avessino promessa, la mae-

stà del Re, essendo in Napoli in Castelnuovo, avendo aspet-

tato r ambasciadore Viniziano più d' una ora per avere

udienza, la maestà del Re, vedendosi ingannato da loro, e

cominciavano, innanzi che fusse asciutto lo 'nchiostro de'

capitoli che avevano fatti, a rompergli, istava di mala vo-

glia con loro, e per questo faceva questa dimostrazione al

loro ambasciadore. Per dimostrare ancora meglio l'errore

loro, mandò sua maestà a dire a messer Giannozzo che

subito venisse da lui, e giunto che fu. lo chiamò drento,

e r ambasciadore viniziano pure istava di fuora con gran-

dissima vergogna in presenza di tutti i signori quanti

ve n' erano. Giunto drento messer Giannozzo, la maestà

del Re subito lo domandò come avesse nome, rispose:

Giannozzo Ma netti. Volsesegli in presenza di più signori

che v'erano e si gli disse: « Non vi chiamate più mes-

ser Giannozzo Manetti, ma chiamatevi messer Giannozzo

profeta ; che sono oggi venti di che io feci l' accordo

co' Viniziani , e non m' osservano cosa che m' abbino

promessa ». E quivi si dolse in infinito di loro e della

loro infedeltà.


GIANNOZZO MANETTI 147

Veduto la maestà del Re la integrità e bontà di

messer Giannozzo, e la sua mirabile prudenza, gli pose

uno singulare amore. Ottenne da lui tutto quello che gli

adomandava; e grazie e salvacondotti, tanti quanti ne

volle pe' Fiorentini n' ebbe. Avuto lettere da Firenze che

se ne venisse, prese licenza della maestà del Re.

Partitosi da Napoli, venne a Roma per comessione

della signoria a papa Nicola, il quale 1' amava assai : fe-

celo suo segretario sanza che ne sapesse nulla e fece

fare il privilegio ; e andando un di dalla Sua Santità, di

sua mano gli dette il privilegio con molto degne e umane

parole , dimostrandogli l' amore che gli aveva sempre

portato. E espedita la sua comessione a Roma, si tornò

a Firenze.

Nel 1451 passò l'Imperadore Federico in Italia per

andare a Roma per la corona. In questo tempo era mes-

ser Giannozzo di collegio e ordinossi in Firenze di far-

gli grandissimo onore: e per questo feciono venti amba-

sciadori a andargli incontro, benché in prima n' avessino

mandati dua infino a Ferrara. Fu fatto di questi venti

messer Giannozzo, essendo di collegio, e commesso a lui

che in nome del popolo di Firenze facesse una orazione

allo Imperadore dove lo trovasse. Andorono detti amba-

sciadori, accompagnati da circa cavagli dugento, e accom-

pagnati da molti giovani vestiti ricchissiraamente, il si-

mile gli ambasciadori. Trovorono lo 'mperadore a Va-

glia, e quivi in quel piano cominciorono a giungere le

genti dello Imperadore; e giunti, si fermorono ad aspet-

tarlo in quel piano in sul fiume, e feciono de' giovani

che erano in loro compagnia dua alie, l' una da mano

destra, 1' altra dalla sinistra, e gli ambasciadori resta-

vano nel mezzo.

Era cosa degna a vedere tanti ambasciadori tutti i

primi della città. Come lo 'mperadore giunse presso a


148 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

dov' erano gli ambasciadori, ismontarono tutti a pie, e

r Imperadore si fermò di qua dal fiume con tutti i si-

gnori e gentili uomini che erano con lui e con messere

Enea, dipoi papa Pio, che stava con lui. Gli ambascia-

dori s' appressarono a lui, e messer Giannozzo fece una

gentile orazione accomodata secondo il luogo; e messer

Enea rispose in nome dello Imperadore. Era con lo 'm-

peradore molti signori e gentili uomini e uomini d'arme

molto bene a ordine con richissimi vestimenti, coperti di

perle e di gioje.

Farmi dovere dire qui una virile risposta fatta per

messer Giannozzo. Passando Io 'mperadore in Italia con

grandissima riputazione e con gente d' arme e col favore

de' Viniziani , dette a' Fiorentini grandissimo sospetto,

non lo conoscendo ancora. Era aviluppato il loro cer-

vello e per loro e per lo Stato di Milano, dove lo 'm-

peradore pretendeva averci suso ragione, dubitando di

qualche novità per la rabbia de' Viniziani d' avere per-

duto quello istato. Essendo in palagio alcuni de' princi-

pali, si volse uno di loro a messer Giannozzo che v'era

e sì gH disse: Se si conchiudeva quella pratica di Vine-

gia quando tu vi fusti ambasciadore, non saremmo noi

in questo sospetto in che siamo. Messer Giannozzo gli

rispose subito e sì gli disse : Per

chi rimas' egli, se non

per te? che era conchiusa. Ch' essendo noi nella conclu-

sione come eravamo e iscrivendone a Firenze e aspet-

tando risposta, ci fa iscritto che pigliassino licenza e

venissimone a Firenze. E lasciato i Viniziani con dimo-

strare di stimargli poco, ce ne venimmo. Venuto lo 'm-

peradore in Firenze, s' ordinò che v' andasse la signoria

con tutti i cittadini della città ornati quanto era possibile:

furono più di dugento cittadini con la signoria. E

avendosi in palagio a ordinare chi parlasse in latino in

nome della signoria, essendo messer Giannozzo di colle-


GIANNOZZO MANETTI 149

g'io, e non v' essendo de' signori chi sapesse latino, pa-

reva a' più che si convenisse, per onore della signoria,

che messer Giannozzo, essendo suo membro come è detto,

parlasse lui. La invidia lavorò, e potè tanto che chi po-

teva non vollono che dicessi lui. Credendo fargli vergo-

gna, gli fece onore a doppio : così gì' intervenne sempre

in ogni cosa che ebbe a fare. Fu commessa a messer

Carlo d' Arezzo, eh' era cancelliere, innanzi dua dì che

s' avesse a fare. Per tutti si conobbe giuocarci passione.

Andato la mattina la signorìa co' collegi e con tutti i

nobili cittadini della città a Santa Maria Novella dove

era alloggiato lo 'mperadore, giunti (lo 'mperadore aveva

seco il Re d' Ungheria e tutti i Baroni e Signori, che

ve n' era infiniti, e messere Enea appresso di lui), fece

messer Carlo 1' orazione in nome della signoria benissi-

mo. Fatta r orazione, lo 'mperadore, secondo la consue-

tudine, si ristrinse co' sua e comisse a messere Enea

che rispondesse, e proponesse certe cose che domandava

lo 'mperadore, a che bisognava rispondere ex tempore.

La signoria si volse a messer Carlo, e comandògli che

gli rispondesse e dissongli quello che aveva a rispondere.

Messer Carlo, non si sentendo sofficiente a rispondere

improviso, disse non lo poteva fare: sollecitando! che lo

facesse, essendovi pieno la sala, non lo volle acconsen-

tire. Costretti dalle nicistà, non vi essendo altri che po-

tesse rispondere, se none messer Giannozzo, dissono a

messer Giannozzo che lo facesse lui: egli fece resistenza

dicendo che non s' aspettava a lui e essere uficio di

messer Carlo, che aveva parlato il dì. In questo luogo

fece miracoli, che chi cercò di fare vergogna a messer

Giannozzo gli fece grandissimo onore. Istette forte mes-

ser Giannozzo a non volere rispondere: in ultimo, ve-

dendo istare tutti i cittadini sospesi, lo 'mperadore e il

Re d' Ungheria con tutti que' signori aspettare la rispo-

Vol. 2." 10


150 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

sta, messer Gianaozzo, che era geloso dell' onore della

sua patria, veggendo la vergogna ne seguitava, intesa

la volontà della signoria quello che voleva che si ri-

spondesse, riprese tutte le parti domandate dallo 'mpe-

radore, e rispose in latino a parte a parte elegantissi-

mamente. Fece la mattina in questo atto grandissimo

onore e alla patria e a sé, e fu giudicato da tutti gì' in-

tendenti che messer Giannozzo avesse parlato meglio

improviso assai che non parlò messer Carlo premeditato.

Chi credette fare a messer Giannozzo vergogna, gli fece

in questo atto grandissimo onore, e dimostrò la virtii

sua, benché n' aveva fatto assai isperienza. Fu eletto,

subito dopo questo atto, che andasse in compagnia dello

'mperadore, benché prima n' avessino ordinati dua altri,

che era messer Bernardo Giugni e messer Carlo Pan-

dolfini. Andò onoratissimamente e stettevi più mesi, e fu

fatto cavaliere da papa Nicola in questo tempo, e nel

dargli la mihzia usò degnissime parole in loda sua. Fece

in questo tempo a Roma una degnissima orazione allo

'mperadore della sua coronazione : questa gli mandò egli,

ma non la recitò.

Una mattina, in questo tempo eh' era a Roma, fu

invitato dal Vicecancelliere nipote di papa Eugenio, che

era assai suo noto, non gli dicendo chi vi fusse la mat-

tina a desinare : andandovi vi trovò 1' ambasciadore vi-

niziano che era messer Pasquale Malepieri. Desinato

eh' egli abbono, il Vicecancelliere licenziò ogniuno, e rin-

chiusesi in camera solo con loro dua. In questo tempo

il Duca aveva rotto la guerra a' Viniziani e dato loro

da pensare, in luogo gli aveva ridotti. Messer Pasquale,

entrato in camera, gittò il cappuccio che aveva in capo

in su un letto, e le prime parole che disse a messer

Giannozzo furono : Sarebbono mai i peccati de' Viniziani

peccati in Spirito santo eh' eglino non avessino riraes-


GIANNOZZO MANETTI 151

sione ? dipoi soggiunse e disse : Il maggiore errore che

facessino mai i Viniziani si fu di cacciare i Fiorentini

da Vinegia; e se io vi fussi istato, che non v'ero, eglino

non lo facevano mai. Ma da ora le cose sono condotte

qui , io ho coraessione, se vi dà 1' animo d' acconciare

queste cose di dare il foglio bianco a quella signoria:

acconcinla come eglino vogliono. Messer Giannozzo gli ri-

cordò di molti errori fatti per lo passato circa le prati-

che tenute con loro, e che vedeva le cose condotte in

luogo che non credeva vi fusse rimedio : che di questo

non aveva comessione dalla sua signoria, né di parlarne

di scriverne nulla ; che sapeva che, se egli non scri-

vesse, vi sarebbono assai che 1' arebbono per male.

Pregollo il Vicecancelliere e messer Pasquale assai

eh' egli ne scrivesse, che sarebbe cagione di grandissimo

bene se lo faceva. Promise di farlo, ma disse : Io so che

non si farà nulla, perchè so quale é la loro disposizione

di non avere ogni dì a ritornare a quello sono suti con

quella signoria. E se eglino avessino osservato quello

che avevano promesso al duca Francesco, questo non

interveniva: poteva male giustificare quello errore. Mes-

ser Giannozzo, per compiacere loro, ne scrisse a Firenze

e fu preso per male, e scrissongli che vi ponesse silen-

zio e non ne parlasse più, perchè avevano deliberato

attutare la loro superbia. E se a Firenze si reggeva alla

ispesa ancora sei mesi, toglieva loro il Duca buona parte

di quello che avevano in terra ferma, e fu la seconda

volta che gli ebbe in compromesso. Il Duca, veduto che

a Firenze non si reggeva alla spesa, praticò- con loro

la pace sanza che in vero a Firenze se ne sapesse nulla;

se none che a caso messer Dietisalvi, andando amba-

sciadore al Duca, vi capitò che 1' era conchiusa, e per

questa via si seppe : e fecesi pel mezzo d' uno frate Simone

dell'ordine di Santo Agostino uomo semplicissimo.


152 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Era facile cosa a conchiuderla, per la voglia che n' a-

veva e 1' una parte e 1' altra. L' andata di messer Die-

tisalvi di là era per operare che la pace non si facesse ;

e benché non lo sapessino, n' avevano qualche indizio.

Per queste cose seguite de' Viniziani, e nelle avversità e

nelle prosperità, si può facilmente conoscere la loro na-

tura, che è di natura di insuperbire nelle prosperità e

elevarsi assai, e nelle avversità cadere nel profondo, come

si dimostra in ogni loro cosa. Ma peggio di tutto è

la loro inosservanzia della fede.

Io voglio che tutti quelli che leggeranno questo ri-

cordo fatto delle cose che ebbe a praticare messer Gian-

nozzo, considerino in quanta riputazione era la città in

questo tempo con tutta Italia e fuori d' Italia. Venendo

il re Alfonso a' danni de' Fiorentini, si trovava messere

Agnolo Acciajuoli con insieme Cosimo de' Medici de' Dieci

e commessario in campo. Essendo istato co' capitani del

campo, s'accordavano che, se eglino avevano licenzia da'

Dieci della balìa, che eglino romperebbono il re Alfonso :

e disegnavano il modo. Mandorono messer Agnolo a Fi-

renze per essere co' compagni e avere licenza di pigliare

il fatto d' arme col re Alfonso, e che indubitamente lo

romperebbono. Giunto messer Agnolo a Firenze, fece ra-

gunare otto de' compagni che Cosimo, era ammalato di

gotte, non vi potè essere. Dipoi, posti a sedere, narrò

r ordine de' capitani , e mostrò la vittoria manifesta :

raissesi a partito fra loro e vinsesi con nove fave nere.

Cosimo, sentito questo, si fece portare in palagio, e con-

fessò essere vero quello che diceva messere Agnolo ;

ma che non è al proposito loro, perchè, se questo si fa-

ceva, la guerra di Lombardia non si seguiterebbe, e non

potrebbono fare quello che volevano contro a' Viniziani

d' abbassargli in modo che ogni di non s' avesse avere

paura di loro, e riducergli in luogo che istessono a'


GIANNOZZO MANETTI 153

termini loro ; e per questo si rivocò questo partito. Ora

considerino i posteri la città di Firenze in quanta ripu-

tazione si trovava! Avere guerra col re Alfonso, re po-

tentissimo, re di sette Reami: avere guerra co' Vini-

ziani, signoria potentissima: 1' uno potere rompere, se vo-

levano, che era il Re: i Viniziani volere dare a' Fiorentini

il foglio bianco eh' egli acconciasseno a loro modo

le differenze ebbono con loro! e restorono in grandis-

sima gloria e riputazione, e per tutti i Cristiani non si

diceva altro.

In questo tempo che messer Giannozzo era a Roma,

lo 'mperadore era andato a visitare il re Alfonso, e nel

tornare da Napoli tutti gli ambasciadori gli andorono

incontro, e andando l' ambasciadore viniziano per andare

insieme con gli altri, passando da casa di messer Gian-

nozzo, seppe se gli era in casa: fugli detto di si: disse

che ne venisse, che l' aspetterebbe. Messer Giannozzo,

perchè sapeva la natura de' Fiorentini, fece ogni cosa

per non v' andare : infine, non potendo fare altro, es-

sendo onore della signoria che 1' ambasciadore viniziano

r aspettasse , andò con lui incontro allo 'mperadore, e

subito tornato, lo scrisse a Firenze. E mercatanti che

v' erano, che stimato ogni cosa, lo scrissono ancora

loro : fecesene caso per gì' invidiosi e malivoli, ma per

quegli che none avevano passione fu lodato e commendato.

Innanzi che io passi più oltre, non tacerò quello a

che io mi trovai una sera dipoi che e' fu tornato. Es-

sendo istato a Roma parecchi mesi con sedici cavagli,

che v' era in questo tempo ogni cosa caro , tornando a

Firenze, per l' onore che aveva fatto alla sua patria, che

era infinito, in questa stanza e in ogni luogo dove era

istato , come si vede per quello che fece , il salario suo

del tempo che v' era istato non gli fu dato , ma misollo

nel sacco con altri danari non vollono pagare. Una sera,


154 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

essendo col primo uomo che avesse la città, non si potè

tenere eh' egli non parlasse come era usato, dicendo che

egli credeva che gli amici e della città e dello stato fus-

sino quegli che l'hanno ajutata, e la città e lo stato,

con le proprie sustanzie e con la persona in suo servigio

in infiniti luoghi, e avere sempre arrecato onore alla

sua città. Sono amici ancora dello stato quegh che non

si sono mai trovati né in panca, né in altro luogo dove

si ragioni contro allo stato. Aggiugnesi a questi quegli

che r hanno ajutata con le proprie sustanze per conser-

vazione dello stato. Alle sustanze, insino al presente di,

io ho pagato più che uomo che sia in Firenze, da te,

Cosimo, in fuori; che infine a oggi ho pagato più di

cento trentacinque migliaja di fiorini. Alla persona e' t'

noto a te e a tutto Firenze quello ch'io abbi fatto, non

perdonando né a fatica né a dihgenzia igniuna. Sa Iddio

questo, che mai mi sono trovato né in pratica né in intelligenza,

come è noto a ogniuno, contro allo stato, ma

in onore e favore si, dove ho potuto. Gli uficj ho ammi-

nistrati, e nella città e fuori della città, è noto a ogniuno

di voi come mi sono portato. Udito Cosimo questo, con-

fessò in presenza di molti essere il vero , e usò molto

grate parole inverso di lui. Soggiunse messer Giannozzo :

« I pagamenti eh' io n' ho avuti è noto a te e a tutti

quegli dello stato ». Per quello che seguiterà si comin-

cerà a vedere i frutti che riportò della sua patria per

quanto aveva fatto.

Andò nell'ultimo uficio nel 1452 che ebbe mai, e

bene lo diceva a ogniuno : « Credetemi che io non me

ne inganno. Se mai gratificai a Iddio mio creatore, in

questo uficio della Scarperia io lo voglio fare, avendo a

essere l' ultimo eh' io ho avere mai » : e bene lo fé. Giunto

in Mugello al suo oficio fece 1' ordine de' due uficj pas-

sati. E trovandolo tutto pieno di quistioni e difierenzie.


GIANNOZZO MANETTI 155

e tutte la maggiore parte brighe mortali, disse ad al-

cuno suo amico che conosceva, nel divino conspetto di

Dio non potere fare maggiore bene che attendere a met-

tere in pace quello vicariato, vedendo che le case e le

famiglie se ne disfanno per avere a stare del continovo

con r arme in mano. Cominciò col nome di Dio con la

sua pazienzia e con la sua destrezza dello ingegno. La

prima cosa che fece prese nota, non de' debiti che aveva

il vicariato , né di quello che faceva la penna , che non

r usava, ma di tutte le quistioni e differenze che v' erano:

trovò eh' eir erano circa cento dieci. Cominciossi dalla

prima, e con una invincibile pazienzia le conduceva di

stare a udire le diflferenzie e dell' una parte e dell' al-

tra a udirle quanto egli volevano. La natura sua era

questa, che, parlasse uno quanto egli volesse e inet-

tamente quanto egli sapesse, sempre lo stava a udire:

parlato che aveva, e egli ripigliava a parte a parte

quello che aveva detto : dipoi entrava con lui con po-

tentissime ragioni; e aveva questa grazia, che mai ne

cominciava igniuna di queste differenze a udirla, per dif-

ficile ch'ella fusse, che non la conducesse, ma usavavi

drente la diligenzia e il tempo ; che mi ricorda che una

sera, per conducerne una, istare ore sei infino valica

mezza notte. E tutte le conduceva per amore, e none

per violenza né per forza alcuna, ma sempre d' accordo

sanza usare parole di minaccie o nulla.

Intervénnene alcuna di contadini che istavano in

luogo alpestre e istrano, luogo d' alpi, che erano peggio

che bestie; e vedendo che importava assai, andò in

persona per conducerla infino a San Godenzo, in modo

che, usando loro tanta umanità e tanta gentilezza, si

vergognavano, e ridussegli a fare quello che voleva. Non

manda in questi luoghi i cavallari a gravare i poveri

contadini per il suo diritto, che non gli pigUava; ma


156 PARTE IV — UOmNI DI STATO E LETTERATI

andavavi in persona per pacificargli e quietargli, a fare

che potessino istare a casa loro. Insomma nel vicariato,

delle cento dieci brighe mortali che v' erano, non ne ri-

mase igniuna che non la conducesse : che apresso di Dio

e del mondo acquistò grandissima grazia. Ebbe tante be-

nedizioni da tutto il vicariato per tanti beni fatti, per

tante discordie levate via , che ogniuno il benediceva il

dì mille volte di tanti beni quanti aveva fatti, per fare

queste paci e levare via tante discordie quante aveva

levate. Tutte le difierenze dal dare all' avere l' acconciava

tutte, e tutti gli metteva d' accordo sanza ispesa e sanza

che igniuno andasse in prigione ; che tutto diceva che si

poteva fare, chi voleva durare fatica e farlo lui, e none

commetterlo agli uficiali, e fare il conto che richiede il

debito d' ogni rettore che è pagato o da tutto il vica-

riato podestaria, sia che uficio si vuole. La cagione

perchè eglino gli pagano si è per amministrare loro ra-

gione , e none andare , quando uno è tratto , a sapere

quello che fa la penna, né mettere sottosopra uno vica-

riato con molestare i poveri sudditi: e di questo non

e' è igniuno che ci pensi né lo stimi, ma solo d' avanzare

il più che possono : e messer Giannozzo fece 1' opposito

che solo attese al bene e utile de' sudditi dove andava

come si vede per isperienza. Essendo domandato da molti

sua amici perchè lui durava tanta fatica in questi sua

uflcj , le risposte sua erano : In prima per gratificare a

Dio ; la seconda per fare il debito mio a che io sono

obligato, e conosco che per uno bene, io non potrei

fare maggiore di questo ; la terza ragione si è, perchè io

so che questo é 1' ultimo uficio eh' io ho a fare fuori di

Firenze in nome della città che m' ha ingenerato , che

Iddio glielo perdoni. Molti lo confortavano e dicevano

maravigliarsi della suo opinione ;

e rispondeva a chi glielo

diceva : « Io non me ne inganno, la sperienza ve lo di-


GIANNOZZO MANETTI 157

mosterrà, e vedrete se io mi sono apposto. Io conosco

molto bene quanto la invidia abbi potuto contro a me,

e conosco dove ella m' ha condotto. Ringrazio Iddio, e per

questo non mi mancherà 1' animo eh' io non facci sempre

bene, e per questo non mi muterò, ma ogni di mi rico-

mincerò da capo a fare bene ». In questo tempo che

egli era alla Scarperla si poneva la gravezza a Firenze :

messer Giannozzo per uno naturale giudicio prevedeva

in modo le cose future , che pareva più tosto profeta

che altro. Infinitissime cose potrei io dire che egli pre-

disse innanzi anni, che tutte riuscirono secondo che aveva

detto: e in questa gravezza previdde la sua rovina.

Nonestante tutte 1' occupazioni che ebbe in questo

oficio, e le paci che fece, e la sua inaudita pazienza in

udire ogniuno, compose in detto oficio uno libro intito-

lato De dignitate et excellentia hominis , pregato dal

re Alfonso: e nacque questo libro da una domanda che

gli fece un dì il re Alfonso. Dopo più disputazioni che

avevano avute della dignità dell' uomo, domandollo quale

fusse il suo proprio uficio dell' uomo ; rispose : Agere

et

intelUgere, Operare e intendere. Questo fu il libro che,

donandolo dipoi al re Alfonso , vi feciono suso fonda-

mento nel processo che gli feciono contro, come si di-

mosterrà nel luogo suo. Nella vita sua non giuoco mai a

giuoco igniuno per non perdere il tempo ; e non è uomo

che più dannasse il giuoco e più V avesse in odio che

lui. Usava dire, rispetto al consumare bene il tempo, che

r Onnipotente Iddio farebbe come fanno i maestri de' traf-

fichi quando danno i loro danari al cassiere e fannogli

mettere a entrata ; dipoi gli riveggono il conto ispesso, e

se vi mancasse nulla, resterebbe e con danno e con

vergogna. Agli uomini dice che farà 1' Onnipotente Iddio

conto del tempo che sono vivuti, quanto hanno dormito,

quanto hanno consumato in mangiare per nicistà, dipoi


158 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

vedrà il resto del tempo che resta loro, gli anni, e mesi,

e di, r ore e i momenti : a quegli che 1' aranno consu-

mato disutilmente renderà secondo il testo del Vangelo:

Non ti partirai di qui infino a tanto che tu renderai

uno minimo quadrante, idest, renderai ragione d' ogni

minimo peccato; e per questo dispensava il suo tempo

maravigliosamente. Istava raesser Giannozzo del conti-

novo in grandissimo sospetto della gravezza, dubitando

di quegli che avevano invidia alla sua virtù. Neri di

Gino, che l'amava assai, inteso di buono luogo come lo

volevano ispacciare con porgli una gravezza di natura

che fusse costretto a partirsi da Firenze, avvisonnelo su-

bito, e dissegli che bisognava che venisse a Firenze.

Uno suo amico singulare, essendo con uno de' primi della

città e lodandolo di più cose che aveva fatto, e massime

in questo vicariato, dipoi dolendosi con lui delle disoneste

gravezze sute poste, costui, che già aveva fermo il pen-

siero di spacciarlo, lo voleva giustificare che fusse ricco.

L' amico di messer Giannozzo gli mostrò per potentissime

ragioni essere 1' opposito , e massime per una che nolla

potè negare, dicendo che chi consuma continuamente il

capitale , non gli bastando \ entrate , conviene che sia

povero. Sopportollo molestamente, ma non lo potè negare.

Gonoscevasi assai di presso dove eghno andavano,

per la passione che dimostrava questo cittadino. Questi

erano i meriti delle sue fatiche ! L' amico suo iscrisse

ancora a messer Giannozzo che venisse a Firenze; domandò

licenzia, et ebbela, e venne a Firenze. Giunto,

andò a parlare a questi della gravezza, e feceno come

si fa pe' più de' cittadini di dare buone parole , e fare

cattivi fatti. Egli, che non si poteva pagallo con parole,

di subito s' avvide dove costoro erano volti, e una sera,

essendo circa a mezza notte e tornando a casa, essendo

io con lui in sul mezzo del ponte a Santa Trinità, mi


GIANNOZZO MANETTI 159

si volse, e sì mi disse: Io veggo che io sono ispacciato

senza rimedio igniuno, e la invidia che m' è avuta , per

essermi fatto cavaliere e per 1' altre cose, è quella che

costoro non hanno pazienza; e come più tempo fa dissi,

io conosco non e' essere rimedio igniuno, perchè conosco

onde ella viene.

In questo tempo disse messer Giannozzo a' figliuoli :

Io vi vogho dire quali hanno a essere le vostre con-

dizioni a Firenze, e massime delle sustanze, veduto dove

le cose sono ridotte, e dove io mi truovo. Voi sarete

poveri, e non vi resterà se none le possessioni d' Ava-

ciano, le quali ho acconcie solo a questo fine, perchè elle

vi dieno le spese, perchè altro non vi rimarrà, cono-

sciuto le condizioni di Firenze. Poi disse loro : « Voi non

lo credete, ma la esperienza sarà quella che ve lo farà

conoscere » ; e apposesi. Notino i cittadini di Firenze che

hanno fighuoh la speranza che possono avere di quello

che lasciano a' loro figliuoli.

Iscopersesi la gravezza essendo lui in Firenze, e

venne uno a lui, e sì gli disse : « Voi avete cento ses-

santasei fiorini di gravezza »: mutossi alquanto nel viso,

veggendo che era quello che aveva sempre stimato. An-

dossene, inteso che 1' ebbe, a casa e cominciò a pensare

a' rimedj , veggendocene pochi o none igniuno. Inteso

questo, mandò Franco Sacchetti a parlare a uno di

quegli del governo, e giunto a lui gli rispose subito e

disse: Haec infirmitas non est ad mortem, tornate a

messer Giannozzo, parendogh, volendo, ci fusse rimedio:

il rimedio s' intende qui per discrezione. Giunto a mes-

ser Giannozzo e narratogli quello che gli aveva detto

quello a chi egU era andato, gh rispose subito e disse:

Erit ad mortem corporis, sed non animae. Io intendo

dove egli va , io farò sì che né a me né a' mia figliuoli

potrà mai essere detto che io non abbi fatto come buono


160 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

cittadino inverso la mia patria, e quando un altro ara

fatto tanto quanto ho fatto io , ara fatto assai ; e eleg-

gerò piuttosto r esilio volontario , che io facci cosa che

offenda né Iddio né gli uomini. E se io ho onorata la

mia patria, io non mi troverrò mai a fare 1' opposito.

Aveva molti che lo combattevano a volerlo mutare della

sua integrità: sempre perderono tempo. Aveva fermo

r animo suo, e da quello non si poteva rimutarlo. Co-

minciò a stare con 1' animo molto sospeso, considerando

che gli bisognava abbandonare la patria e i propri figliuoli,

e la donna. Questo 'de' figliuoli e della donna gli dava

piti passione che 1' abbandonare la patria per sé. Istando

a questo modo, non bastò questo^ che Neri di Gino, do-

lendogli d' ogni suo caso, e per le condizioni della città

non lo poteva aiutare ; nientedimeno l' avvisava di quello

che conosceva portava pericolo, e trovandolo un dì gli

disse : Giannozzo , e' mi dispiace d' ogni tuo male , ma

costoro non sono contenti a questo, che egfino sono volti

a farti peggio , perchè m' é suto detto che , se tu non

pagherai, ti faranno pigliare. Conoscevasi evidentemente

non la potere pagare, e vide dove costoro andavano, e

disse: In prigione non voglio io andare, né essere ca-

valiere da mortorj , né da moghazzi : altro partito mi

conviene pigliare. Cominciò a pensare di pigliare partito,

e stando in questo combattimento non bastò la costanzia

dell' animo suo a tanta avversità. Avere a lasciare la

patria in quella età che gli uomini desiderano di ripo-

sarsi ! lasciare i figliuoli, la donna, gli amici ! tutti questi

casi lo tormentavano assai , essendo infra l' altre sua

virtù amorevole in infinito, e vero amico e buono de' sua

amici, di fatti non di parole.

Tutti questi casi V atterrorono assai , in modo che

si condusse a stare più di venti dì che perde in tutto il

sonno, che non poteva dormire. L' onnipotente Iddio, che


GIANNOZZO MA.NETTI 161

non abbandona mai persona, provvide che uno degnissimo

religioso dell' ordine di Monte Uliveto, sappiendo le virtù

e bontà di messer Giannozzo, e udendo in quanta av-

versità era constituto, si mosse da sé et andò a casa

sua : era bellissimo uomo , d' uno aspetto venerando

degno d' autorità. H nome di questo frate era frate An-

tonio da Barga. Giunse in casa di messer Giannozzo, e

domandò dove egli fusse: el famiglio, sanza dire nulla

a messer Giannozzo, lo menò a lui. Egli era nello scrit-

tojo con uno isciugatojo avvolto al capo, tutto alterato.

Giunto drento il frate, con uno buono modo, innanzi che

gli parlassi, lo pigliò con le mani al petto, e sì gli disse :

Istate saldo , messer Giannozzo ; il mondo è vecchio e

non può più durare, e di queste vivande dà egli agli

uomini e darà, e non solo di queste, ma delle peggiori.

Dipoi soggiunse e disse : Dov' è il senno vostro ? dov' è

la vostra prudenza? che frutto avete voi fatto di tante

carte quante voi avete volte, e massime di tutta la Scrit-

tura Santa, che è quella che ordina agli uomini d' avere

pazienzia? e non sapete con tanti esempli veduti nella

vita vostra, e con tanti degni testi della Santa Scrittura

che altro non gridano e massime 1' evangelo : Beati qui

persecutionem patiuntur propter jusiitiam, quoniam

ipsoy^um est regnum coelorumì Potete avere il regno

de' cieli con questa pazienzia , e fuggitelo , e non lo vo-

lete. Dipoi si volse e disse: Poneteci fine e non ci pen-

sate più, e io ve ne priego; che maggior partito vi

converrà pigliare che questo.

Ebbono tanta forza le parole di questo religioso

secondo che io intesi dipoi da lui, che subito prese par-

tito, e posò l'animo suo in pace, e fece pensiero di

quello che voleva fare, e ringraziò il frate infinite volte

dell' amore che gli aveva dimostro. Dipoi lo prese per

la mano e acompagnollo , secondo la sua consuetudine


162 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

infine air uscio della via. Alla sua partita lo pregò che

pregasse e facesse pregare Iddio per lui, che gli facesse

grazia pigliasse huono partito. Il seguente di incominciò

a ordinare tutti i fatti sua, e fece nota di tutto quello

che voleva che si facesse. Fatto questo, fece pensiero

assoluto di partirsi da Firenze, e andarne a Roma a' ser-

vigi di papa Nicola, il quale 1' amava tanto , di chi egli

era segretario. E questo suo pensiero comunicò con uno

dua sua fidatissimi amici , fra' quali fu Mariotto Ban-

chi, che si misse a ogni pericolo per lui, et acompagnollo

infìno a Città di Castello, e fu per esserne disfatto. Così

vogliono essere fatti gli amici. Mandò i dua figliuoli innanzi

a sé con ordine che 1' aspettassino a Città di Castello

e il minore che aveva, che si chiamava Giovanni, lo

fece vestire con una cappa da frati, e mandollo via.

Fatto questo, egli prese il partito che prese Scipione

Afi'ricano, quando dopo tante vittorie avute e tanti be-

nefìcj fatti al popolo romano ,

gli domandorono conto

della amministrazione che aveva fatta: veduto questo,

che era poverissimo, si partì, e disse quelle parole : In-

grata patria, tu non avrai V ossa mia, e pigliò l' esilio

volontario. Così fece messer Giannozzo, e con quella

intenzione se fusse istato lasciato. Sempre furono le re-

publiche di questa natura d' essere ingrate inverso di chi

aveva fatto loro beni di questa condizione : e questo me-

ritavano egUno per averle con la sua prudenzia con-

servate. Partito da Firenze, se n' andò alla via di Città

di Castello, dove aveva ordinato che i figliuoli 1' aspet-

tassino. Quando vi vide i figliuoH tutti, se gli levò uno

grandissimo peso dall' animo : e essendo tutti insieme, si

volse loro, e disse : « La signoria farà deliberazione per

questa mia partita d' assegnarmi un termine, e in caso

che io non venga a quello termine assegnatomi , eh' io

vada a' confini io e i mia figliuoli. Venendo questo ( che


GIANNOZZO MANETTI 163

verrà, e tenetelo per fermo ) , pensate quello che vi pare

da fare »: e volsensi i figliuoli e ogniuno di loro gli

rispose, che parrebbe loro avere fatto assai, e che non

andrebbono più oltre : e un disse che , quando pure il

caso venisse, che non lo credeva, vi si penserebbe allora.

Il vecchio prudente, antivedeva le cose future per la

lunga isperienza delle cose che aveva vedute ; ma i gio-

vani inesperti tutti peccano in questo che veggono le

cose presenti, e le future no. Partitosi da Città di Ca-

stello , n' andò alla via di Roma insieme co' figliuoli e

uno giovane che istava con lui a tenere sue scritture.

Giunti a Roma, visitò subito il Pontefice, narrandogli i

sua aversi casi, i quali gli dispiacqueno assai , e confor-

tollo con umanissime parole che non dubitasse, che allora

mancherebbe alla sua santità che mancasse a lui nulla :

e oltra all' uficio del segretariato, acciochè potesse istare

secondo che meritavano le sua condizioni, gli ordidi

provisione l' anno ducati secento. Tornato a casa , del

continovo diceva a' sua : Voi vedrete che io m' apporrò

di quello che v' ho detto. Partito da Firenze, et intesosi

per quegli dello stato il partito preso per messer Gian-

nozzo, ne feciono grandissimo caso, essendo della ripu-

tazione che era, e in Firenze e fuori. Subito la Signoria

fece richiesti tutti i principali dello stato, et ogniuno, per

parere de' più caldi, come si fa, lo volevano crocifìggere.

Nientedimeno i meno passionati e più temperati cono-

scevano che r aveva fatto costretto dalla necistà, rispetto

a dove si trovava. Il Gonfaloniere propose molto calda-

mente contro a lui, e non era chi considerasse la in-

giuria che gli era suto fatta. Dopo molti isfogamenti

avevano detto de' fatti sua , venendo a' fondamenti di

potergli far« male, non ne trovavano igniuno, essendo

innocentissimo come era : non vi essendo e non gli ser-

vendo r ordinario , si volsono allo straordinario. Dipoi


164 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

che r ebbono assai disputata passionatamente , feciono

questa diliberazione per pagarlo delle sua fatiche durate

per la sua patria, acciochè fusse esempro a tutti quegli

che verranno doppo lui. Rapportò la pratica alla signoria

che a messer Giannozzo fusse assegnato dieci dì della

detta deliberazione a essere a Firenze, e se infra quel

tempo non e' era, andasse a' confini a Piacenza infra uno

mese egli e i figliuoli , e in caso che non v' andasse

avesse bando di rubello lui e i figliuoli. Fecionlo publi-

care per bando pubhco a casa, in piazza, in Mercato

nuovo. Fatto questo, mandorono uno bullettino al capi-

tano per formare il processo, et andovvi uno doctore che

era uso a fare simili processi, e volendo formarlo , non

sapeva da che luogo incominciare, né intendeva in su

che lo fondare, perchè di ragione non lo potevano fare.

Aveva innanzi gli statuti della città, e venendovi uno

dottore al capitano intendentissimo, il dottore lo domandò

di questo caso e come 1' avesse a formare. Pensorono a

tutto, e in fine, non trovando il modo, s' appiccorono a

una debolissima cosa, e questo fu, che, avendo mandato

messer Giannozzo piti tempo innanzi un libro, che aveva

fatto richiesto dalla maestà del re Alfonso, il titolo del

quale libro era De dignitate et excellentia hominis, in

sul processo è che, essendo il re Alfonso nimico della

città, e avendogli mandato questo libro, per questo ave-

vano fatto tutto quello che feciono. Chi vuole vedere

questo processo vada in camera e vedrallo: ricordando

a chi leggerà questo ricordo, che tutti o la maggior

parte di quegli che si trovorono a questo consiglio, o

e' furono col tempo confinati , o eglino ebbono bando di

rubello, o e' morirono disperati : e se 1' onestà il patisse,

tutti si norainerebbono : e di quegli che vi si trovorono,

che potevono fare molto bene senza loro pregiudicio, non

lo voUono fare; e per permissione di Dio portorono la


GIANNOZZO MANETTI 165

medesima pena, e lui lo predisse, innanzi che intervenisse,

a uno di loro, none istiraando che vento gli potesse

nuocere. Disse ad alcuni sua amici: Ponete ben mente

e vedrete costui , che non crede che né '1 cielo né la

terra lo possi offendere, e fassi beffe di chi è in bassa

fortuna, e potrebbelo ajutare e non vuole; ma tenete

per fermo che, innanzi che passi molto tempo, rovinerà

lui e i figliuoli. E cosi intervenne dipoi a più anni. Fatta

la detta diliberazione, per fante proprio glielo feciono

significare insieme con lettere di più cittadini.

Qui si è da notare che , vergognandosi dipoi che

ebbono fatto quello che avevano fatto, arebbono voluto

che non fusse tornato a Firenze per dua cagioni, secondo

che si conobbono, 1' una perchè quello che avevano fatto

per nulla lo potevano giustificare; l'altra perchè v'era

chi n' aveva fatto assegnamento in su delle sue cose che

aveva. Una di queste lettere, che gli fu scritta da un

cittadino di grandissima autorità, diceva che venisse a

Città di Castello dove troverebbe Giacomino di Tomaso

di Goggio suo parente con uno salvocondotto , sotto il

quale salvocondotto e' venisse : e '1 salvocondotto non

era vero.

Ma qui è da notare, che chi scrisse del salvocon-

dotto, lo fece a fine che e' si disperasse e non venisse a

Firenze ; e a me disse questo caso un dì , essendo dipoi

venuto a Firenze. Quando giunse a Città di Castello

pensò quello che fusse da fare : e se l' amore de' figliuoli

non fusse istato ,

1' animo suo era che Firenze non lo

rivedesse mai ; ma i figliuoli gli feciono mutare sentenzia.

Avendo più volte detto a quegli di casa che sapeva e

conosceva la natura de' sua cittadini che gli porrebbono

qualche grave pena se egli non tornasse, parlando a

questo modo, e egli è picchiato 1' uscio : fa vedere chi è,

e egli è un fante suo amico che veniva da Firenze con

Voi. II. 11


166 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

lettere sopradette con le pene e comandamenti che gli

erano fatti. Lettele, chiamò e sua, e disse: Vedete, se

io mi sono apposto meglio di voi! Queste lettere lette,

ogniuno si maravigliò che egli si fusse apposto come

s' era, che parve fusse profeta. Subito avute le dette

lettere si vestì e andonne alla santità di nostro Signore,

e giunto , il Papa lo fece chiamare , e mostrogli quello

che aveva da Firenze. Il Papa si maravigliò assai e

stette sopra di sé. Messer Giannozzo, domandatogli che

il consigliasse quello avesse da fare, si volse e disse se

egli aveva pensato il rimedio : messer Giannozzo rispose

di no; e il Papa disse averlo pensato lui, e questo era

che egli andasse a Firenze, e che egli lo farebbe suo

ambasciadore , a davagh lettere di credenza; e la com-

messione se gli bisognava l' adoperasse ; e che questo

sarebbe il mezzo alla sua salute. A messer Giannozzo

piacque e ringraziollo. Chiamò il Papa messer Piero da

Noceta e fecegli ordinare la lettera della credenza alla

signoria, e la istruzione di quello che avesse a fare, e

che tutto usasse secondo che vedeva fusse il bisogno,

e non bisognando , non

1' adoperasse. Spacciato di tutto

dal Papa, prese buona licenza, et andò a casa, e subito

si misse in punto per andare a Firenze. Per la brevità

del tempo che gli era data a comparire a Firenze, erano

varii pareri del suo venire : i più s' accordavano di no, e

massime quegli che sapevano d' essergli istato iscritto

del salvocondotto , e non 1' aveva poi mandato , per or-

dine fatto tra loro. Partito da Roma, se ne venne a

cammino di cavallaro a Città di Castello, dove Giacomino

r aspettava ; e giunto, lo domandò del salvocondotto che

gli era suto iscritto eh' egli arrecava , che ancora non

sapeva se egli l'aveva o no. Rispose maravigliarsene, e

non n' avere saputo nulla. Udito questo da Giacomino, e

veduto quello che gli era ordinato, essendo lui uomo


GIANNOZZO MANETTI 167

prudentissimo, secondo che mi disse, istette sopra di sé,

e cominciò a pensare quello che fusse da fare ; e veduto

che chi aveva ordinato questo l'aveva fatto a fine che

andasse alla via della disperazione e non venisse, per

occupargli i sua beni, che v' era chi n' aveva fatto dise-

gnio, come s' intese dipoi ( il mandare a Firenze pel sal-

vocondotto non lo serviva il tempo), deliberò subito ve-

nire a Firenze, trovandosi armato come si trovava con

r essere ambasciadore apostolico. Avevano iscritto, come

da lui intesi , al Borgo , che , passando , il Capitano non

lo mandasse a Firenze. Andando a visitare il Capitano

gli mostrò la lettera della signoria, e in questo luogo il

capitano, o senza sapere che fusse ambasciadore del

Papa, di sua propria volontà, mi ricorda che mi disse

che '1 capitano che v'era gli disse: Nonostante questa

commessione che io ho da' Signori , questa villanìa non

vi farò io mai. iniquità inaudita ! o giusto Iddio ! come

può egli sopportare tanta iniquità? Erano questi i paga-

menti di tante fatiche durate per la sua patria , e per

suo mezzo, averla liberata si può dire dalla servitù per

più opere fatte, quando andò ambasciadore al signore

Gismondo quello che fece, et in più luoghi. Partito dal

Borgo, ne venne subito a Firenze, e giunse il giovedì

santo, la sera che 1' altro dì passava il termine. Giunto

a Firenze, subito si vestì, e andonne in palagio a visi-

tare la signoria. Giunto nella audienzia apresso a' Signori,

in sugli scaglioni che si sale nel piano dove siede la

signoria si gittò in ginocchioni: eglino gli dissono che

istesse ritto : rispuose istare bene a quel modo. Dipoi si

volse et usò queste parole secondo eh' io intesi poi da

lui: Eccelsi Signori mia, se a Dio che m'ha creato io

avessi e servito e ubbidito, come ho fatto sempre a que-

sto seggio, io sarei a pie di Giovanni Battista: i meriti

eh' io n' ho avuto di tante mie fatiche io lo lascio giù-


168 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

dicare alle vostre signorie. Dipoi che ebbe parlato, con-

siderato quello che gli avevano fatto, vi fu di quegli che

cominciorono a lagrimare, e dissongli che per la sera se

n'andasse, che altre volte lo rivedrebbono. Partissi e

andossene al palagio del capitano a rappresentarsi. Subito

che '1 capitano sentì la sua venuta, usci di camera e

vennegli incontro ; e cavandosi messer Giannozzo di capo,

sì cavò ancora lui per la riverenza di tanto uomo: dol-

sesi assai de' sua aversi casi, e mostrò che gli dispiacesse

assai. Partissi da lui e vennesene a casa: dipoi l'altro

dì incominciò a visitare i cittadini, confortandogli con

potentissime ragioni che operassino che avesse licenzia.

Tutti pigliavano iscusa con lui del caso seguito: ogniuno

diceva non essere suto lui. In fine fece tanto con la si-

gnorìa e co' cittadini principali che ottenne la licenzia

di tornarsi a Roma, mostrando loro che sempre per la

sua patria farebbe quello che aveva fatto infìno a quel

di. Non si potrebbe dire quanto fu visitato a casa da

tutti i buoni uomini della città: quando passava per la

via pareva che a ogniuno dolessi di perdere si degno

cittadino : dall' universale della città egli era assai amato,

perchè aveva sempre fatto piacere a ogniuno; e sopra

tutto mai a persona, con chi avesse avuto a fare de

dare e dell' avere non v' era persona che gli potesse

adomandare soldo. Ebbe infiniti compromessi nelle mani,

ne' quali durava fatica assai , e sapeva sì ben fare che

tutti lodava d' accordo : e se le parte non fussino sute

d' acordo , mai lodava. Assai n' ebbe , e aconciògli ; che

r una parte e 1' altra lo rimettevano in lui : e tutti gli

acconciava.

Avendo ottenuta la licenza, e mettendosi in punto

per partirsi, il di innanzi che si doveva partire , s' ave-

vano a fare i Dieci della balia con grandissimo ordine

e con i signori e collegi e con quegli del consiglio. In-


GIA.NNOZZO MANETTI 169

tervennono a fargli insieme co' signori e co' collegi ; ma

in quel tempo ogniuno de' signori e collegi potevano no-

minare uno chi e' volevano. Nientedimeno quegli dello

stato avevano ordinato i Dieci a loro modo, e con giuramento

a quegli avevano a rendere il partito, in modo

che da quegU Dieci in fuora, avevano a rendere a ognuno

le fave bianche. Essendo in questa forma , non si cura-

vano chi andasse a partito. Intervenne che ( come piacque

a Dio , che non abbandona chi si fida in lui, che chi fa

ogni cosa di fare vergogna a uno, torna sopra il capo

suo, e riescono assai cose al contrario che non sono

disegnate, come fece questa, perchè grandissima forza

ha la virtù e il bene operare ) , venendo al nominare nel

primo quartiere, messer Giovannozzo fu nominato insieme

con altri de' disegnati : andando a partito , alla prima

messer Giannozzo fu fatto quasi con tutte le fave nere:

di quegli dell' ordine dato non ne viddono il fumo.

Andando a partito gli altri degli altri quartieri, tutti

cascorono , e nonne riuscì se none uno solo ; e chi lo

fé' di queir uno , il fece per non mettere la cosa in di-

sperazione in tutto. Di messer Giannozzo tutta la città

se ne rallegrò, che ogniuno che poteva parlare diceva:

Ora conoscono costoro a volergli tórre riputazione tanto

più gliene danno ; e veggono eh' è la sua bontà , quando

gli uomini sono liberi e giudicano rettamente come hanno

fatto di lui. Ora si conoscie in questo quanta forza hanne

le virtù, e la varietà della fortuna : in brieve tempo, da

volerlo confinare e dargli bando di rubello a lui e a' fi-

gliuoli, e ogniuno, alla persecuzione che aveva, lo faceva

ispacciato, non avendo favore di parenti che lo potes-

sino ajutare, e se ve n'era n'andavano con la pena,

parendo loro questa cura essere disperata ; voltati , egli

è fatto de' Dieci in compagnia de' primi della città. Su-

bito che fa fatto parve che tutta la città se ne ralle-


170 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

grasse: e usciendo di palagio, tutta la città e 1 cittadini

gli toccavano la mano e' 1' abbracciavano per allegrezza.

Subito fatti, e trovandosi uno bellissimo esercito come

vi si trovavano , cominciorono a ordinare 1' ufficio loro

e fare principio d' essere a buona ora alla campagna

per riavere quello che avevano perduto. Avevano in

questo tempo tra pie e a cavallo ventimila persone: era

passato assai tempo che non avevano avuto sì degno

esercito come questo. Entrati questi Dieci, quegli del reg-

gimento che avevano fatto 1' ordine che fussino i Dieci

a loro modo, e non sendo riuscito, pensono un' altra via

per fare loro vergognia, vedendo l' onore che ne segui-

tava loro : e questo fu che vollono loro dare dieci com-

pagni che si ragunassino con loro, per fare loro questa

vergogna. E un dì mandò la signoria per loro, e giunti,

il Gonfaloniere parlò in questa forma, che, avendo esa-

minato questi del reggimento ne' termini che si trova-

vano, e di quanto peso fusse questo ufficio de' Dieci, che

volevano dare loro dieci compagni e vegghiare le cose

della città (i quali erano i Dieci disegnati che non riu-

scirono). Udito questo, i Dieci si ragunorono in disparte,

e uno di loro che si chiamava Domenico di Jano, che

andava per artefice, disse a' compagni volere fare questa

risposta lui: rimasono quello che volevano che si ri-

spondesse, e furono contenti che rispondesse. La risposta

fu questa: « Eccelsi signori nostri, noi abbiamo inteso

quanto voi avete detto, a che vi rispondiamo che '1 po-

polo di Firenze, quando ci elesse in questo luogo, giudi

che noi fussimo sofficienti a quello e a maggiore cosa:

e quando a chi ci ha eletto paresse che ci bisognasse

sopplimento di compagnia e e' ce la dessino, noi aremmo

pazienzia ». Veduto questo la signoria tentorono con la

via di fare loro dire che si tenterebbe delle vie che non

piacerebbono loro. Istettono costantissimi, e fecionsene

beffe.


GIANNOZZO MANETTI 171

I Signori facevano ogni di ragunare que' dieci cit-

tadini per dare loro riputazione, nientedimeno i Dieci

non gli adoperavano mai a nulla, né seppono mai igniuno

loro segreto, e mostrorono volere essere loro quegli a

chi s' aspettava questa cura : e d' una grande tempesta

d' avere perduto castella e luoghi importanti, innanzi che

uscissono, come si dimostrerà, la ridussono in tranquillo

porto, con la prudenza, diligenza e sollecitudine che ab-

bono neir ufficio loro. Avendo ordinato e la spesa e il

provedimento del danajo e ogni cosa, diliberorono che

uno dell' ufficio loro insieme con uno altro andassino commessarj

in campo : dell' ufficio loro tutti i compagni s' ac-

cordorono che fussi messer Giannozzo Marietti, e in sua

compagnia Bernardetto de' Medici. Andò in campo e at-

tese, come faceva in tutte le sue cose, con grandissima

diligenza al suo ufficio, e che eglino avessino onore.

Secondo che s' intendeva e da' capitani e dagli altri

che erano in campo, messer Giannozzo si portava in modo

che pareva che non avesse mai atteso a altro che a es-

sere comraessario. Aveva, e co' capitani dell' esercito, e

con la gente d'arme, che da tutti era in grandissima

riputazione.

Avendosi a dare il governo del campo, e dare il ba-

stone al signore Gismondo Malatesta, fu commesso a mes-

ser Giannozzo che lo desse lui. Recitò una degnissima ora-

zione alla campagna dirimpetto al castello di Vada, dove

si trovava tutto 1' esercito. L' orazione fu riputata mara-

vigliosa : fecela, acciocché fusse comune a tutti, in volgare.

È ancora oggi 1' orazione, et è riputata sì degna, che de

re militari non si potrebbe dire più che si dicesse lui :

fecesene in quello tempo infinitissime copie. Nel tempo

che fu commessario riebbono Vada e tutte le castella

perdute, alle quali a tutte andorono a campo e riebbonle

con grandissima riputazione della città; e per tutta Ita-


172 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

lia acquistorono grandissima riputazione : e non si diceva

altro se none del dignissimo esercito che avevano i Fio-

rentini, che avevano i principali uomini d' arme che fus-

sino in Italia. L' ordine e 'I governo del loro ufficio fu de-

gnissimo, e la fortuna non poteva essere loro piti prospera

eh' ella fu. Racquistato che ebbono ogni cosa, e trovan-

dosi vittoriosi in su' campi, tutti i capitani s' accordavano

a voltare questo esercito contro a' Sanesi, e accordavansi

tutti che in venti di torrebbono lo stato a' Sanesi, e pi-

glierebbono tutto quello che avevano da Siena in fuori.

Iscrissonne a Firenze. Chi governava, parendo che quello

ufficio, e raesser Giannozzo essendo commessario, avessino

avuta gloria troppa, e per questo iscrissono loro che none

andassono più innanzi, che per buona cagione volevano che

i Sanesi non s' alterassino. Posono fine a ogni cosa ; e

d' uno grandissimo disordine che avevano trovato, ogni

cosa con grandissima riputazione ridussono, e in fama

e gloria di tutta Italia per quello che avevano fatto in

questo anno. Seguitonne di poi alla città infinitissimi beni,

come si vide. Messer Giannozzo finito 1' ufficio suo con tanta

gloria et onore (opposito a quello che avevano cercato di

fargli), e conosciuto le condizioni della città e la invidia

che gli era portata, fece pensiero di partirsi da Firenze

e tornarsi a Roma : fece ogni istanzia possibile per otte-

nere la licenzia; e mostrando le sue condizioni e la in-

sopportabile gravezza che aveva non la poteva pagare ; in

fine fece tanto che 1' ottenne. In questi di eh' egli ottenne

questa licenzia, andandosene a casa e passando da canto

di Borgo Santo Apostolo, trovò quivi uno suo parente et

amico, eh' era in grandissimo stato e condizione in questo

tempo: dopo molte parole che ebbe con lui, non era pa-

ruto a messer Giannozzo che, essendo nello istato che era,

egli si portasse in verso di lui come richiedeva il debito

suo : parlogli messer Giannozzo, come era sua usanza, molto


GIANNOZZO MANETTI 173

umanamente, dimostrandogli in buona parte 1' errore suo;

dipoi soggiunse e sì gli disse, che egli non sapeva come

egli s' avesse a capitare, e che, se in cielo non si mutava

nuovo consiglio, eh' egli proverrebbe ancora lui de' colpi

della fortuna, a luogo e tempo che non lo crederebbe ;

dipoi prese licenza da lui, e partitosi, non si discostò molto,

che disse ad alcuni che erano con lui, e massime a me :

Tieni a mente, che io conosco dove costui è, eh' egh non

passerà molto tempo che messer Agnolo, da quegli per chi

egli ha fatto quello che ha fatto, sarà ancora cacciato da

Firenze e lui e i figliuoli : e non ve ne fatte beffe, che

indubitatamente riuscirà quello che io vi dico che egli

non lo stima : e tenetelo a mente, che questo non gli può

mancare. Apposesi di tutto e non ne cadde nulla in terra,

come si vide per isperienza. Partitosi da casa di messer

Agnolo, n' andò a casa di messer Luca Pitti, che era quello

che r aveva disfatto con la gravezza. Usò a messer Luca

molte gentih parole, offerendogli che dove egli si trovasse

ne potrebbe disporre quanto di lui medesimo :

il cavaliere

per la vergogna di tanta umiltà usata, non poteva rispon-

dere: ringraziollo il meglio che seppe, facendogli alcune

offerte. Visitato la signoria e tutti i cittadini dello stato

prese buona licenzia e andossene a Roma a' servigi di

papa Nicola, dove istava con grandissima riputazione e

con la provisione di ducati seicento, sanza 1' ufficio del se-

gretariato. Andava ispesso a visitare il Pontefice, e tutti

i cardinali mandavano ispesso per lui : istavasi con gran-

dissima riputazione. Non passerò quello di che io lo ri-

chiesi in questo tempo. Cercando frate Ruberto, che era

in questo tempo a Roma, di levare il Vicario generale degli

Osservanti di San Francesco, che era istato ordinato da

Santo Bernardino per conservare questi Osservanti, aveva

frate Ruberto fatto tanto col Papa e co' Cardinali, che se-

gretamente aveva ottenuto una bolla, none intendendo il


174 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Papa lo inconveniente che ne seguitava d' essere la di-

struzione di quello Ordine. Ora messer Giannozzo, essen-

done istato avvisato da me, per ordine de detti frati, su-

bito avuto la lettera, n' andò alla santità di nostro Signore

a fare rivocare questa bolla. Giunto al Papa e narratogli

tutto come sapeva, e mostratogli lo scandalo che ne se-

guitava air ordine dell' osservanza, il Papa, inteso questo,

che aveva la bolla in camera, la fece arrecare. Non si partì

messer Giannozzo dalla sua santità con le potenti ragioni

aveva, che il Papa, che era religiosissimo, intesa la fal-

lacia della interpretazione, in sua presenzia fece istrac-

ciare detta bolla per levar via tanto inconveniente, e per-

suaso dalla bontà et integrità di messer Giannozzo, ottenne

tutto : et cosi otteneva dalla sua santità tutto quello che

domandava, perchè sempre le sue domande erano piene

di onestà. Istette a questo modo con grandissima riputazione

tutto il pontificato di papa Nicola. Prevenuto il papa Ni-

cola dalla morte per una avversità sola non poteva avere

la maggiore, succedette dopo lui papa Callisto, il quale

confermò messer Giannozzo nel segretariato, e dettegli le

bolle gratis. Intervenne in questo che, avendo più tempo

innanzi il Re Alfonso data a messer Giannozzo una grazia

che ogni uno che 1' avesse avuta, da lui in fuori, era ricco,

e questa fu, che nel tempo che era proibito che igniuno

Fiorentino potesse istare ne' sua regni, sua maestà gli

fece uno privilegio, non domandato, che messer Giannozzo

solo vi potesse mettere ogni mercatanzia che volesse. In

questo tempo v' aveva mandato certe sua cose che s' era

ritratto da Firenze e avevavi mandato uno suo giovane :

ora, come interviene, de' danari che aveva ritratti delle

raercatanzie portatevi, come si fa, gli mandava fuori del

reame contro alla legge del Re ; che n' andava la roba e

la vita a chi ne gli traeva. Ora, dipoi che n' ebbe man-

dati più volte, uno Fiorentino che era parente di questo


GIANNOZZO MANETTI 175

che teneva a Napoli, andò accusarlo, allegando il libro e

le carte dove gli aveva iscritti il garzone di messer Gian-

nozzo. Accusato che 1' ebbe, costui fu preso e toltogli i da-

nari e i libri e tutto quello che aveva, e messo in pri-

gione, Questo che ne fu cagione era istato più d' uno anno

alle spese di messer Giannozzo : dipoi la fece alla fioren-

tina, perchè, essendo istato alle spese del cavaliere uno

anno o più, lo pagò di questa moneta d'andarlo a accu-

sare per toccarne il quarto. Subito come detto Tomaso fu

preso, messer Giannozzo ne fu avvisato, e fattolo assapere

a papa Calisto gli ordinò uno breve alla maestà del Re,

dove lo gravava assai di questo caso. Messer Giannozzo,

udito questo, subito con detto breve se n' andò a Napoli

in tre dì, e giunto a Napoli, andò a visitare la maestà

del Re, e giunse a tempo opportuno, perchè trovò la mae-

stà sua nella libreria con più singulari uomini che di-

sputavano De Trinitate, di cose difficilissime. Messer Gian-

nozzo entra ancora lui nella disputazione, et ebbe il di

grandissimo onore in presenzia del Re. Finita la dispu-

tazione, nella libreria è una finestra che guarda inverso

la marina, la maestà del Re n' andò a quella finestra e

posesi a sedere secondo la sua consuetudine : con gran-

dissima destrezza entrò nel caso suo, dipoi gli presentò il

breve del Papa. Aperselo et incominciollo a leggere, dipoi

si volse a messer Giannozzo e sì gli disse: Avete voi sì

poca fidanza in me che voi abbiate fatto iscrivere a papa

Cahsto? Messer Giannozo s'avvide che e'non l'aveva avuto

per bene; subito prevenne e sì gfi disse: Io non ho fatto

iscrivere al Papa, perchè io non abbi nella maestà vostra

tutta la fede mia; ma, sappiendo la sua santità che io ve-

nivo alla maestà vostra e la cagione, disse: Io gli voglio

iscrivere uno hrieve ; ma che la fede sua era solo nella

maestà sua, sanza volervi adoperare igniuno mezzo. La sua

maestà si volse con molto gentili parole : in prima lo do-


176 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

mandò se questo giovane era preso, et aveva secondo la

legge perduta la roba e la vita; se egli istava con lui,

e se la roba era sua. Rispose di si come era.

minore

La maestà del Re si volse e sì gli disse : La

cosa eh' io vi dono si è la roba, perchè io vi dono la

roba e la vita liberamente. Così comandò che gli fusse

restituito ogni cosa, che di ragione era perduta, e così fu

fatto innanzi che si partisse da lui. Dipoi si volse e sì gli

disse : Acciocché voi intendiate la mia buona volontà che

io ho inverso di voi, io v' offero la casa mia con onorevoli

e laudabili condizioni, secondo che voi vedrete, se vi piacerà

venire a istare nella corte nostra, di che io ve ne priego : e

se io avessi uno pane solo lo dividerò con voi. Messer Gian-

nozzo, essendo morto papa Nicola, e veduto la sua maestà

quanto aveva fatto e le grate parole che gli usava, lo rin-

graziò in prima della restituzione fatta e della roba e delle

persone : all' offerte che gli fece dell' andare a stare con lui,

disse che voleva andare a Roma per certe sua faccende ;

dipoi tornerebbe dalla sua maestà, e farebbe quello che vo-

lesse. El medesimo di gli fu restituito ogni cosa : 1' altro

dì prese licenzia dalla maestà del Re con promettergli di

tornare; Tornato a Roma, attese a ispacciare sua faccende.

Dipoi nell'anno mcccclv tornò a Napoli. Giunto a Na-

poli, andò a visitare la maestà del Re, il quale lo vide

di tanta buona voglia quanto dire si potesse, e dimostrò

avere molto grata la sua venuta. Giunto, subito fece fare

il suo privilegio, e fecelo del suo consigho e presidente

della Sommaria, et ordinogli di provisione 1' anno ducati

novecento in suU' assegnamento de' sali, che è de' più vivi

assegnamenti che vi siano. Fatto questo, gli usò molto

gentili parole in questo effetto : Messer Giannozzo, io so

che i vostri pari dati agli studi non voghono perdere tempo:

attendete a' vostri studi, e del venire a corte non ve ne

curate : quando io arò bisogno di voi, io manderò per voi ;


GIANNOZZO MANETTI 177

assai mi sarà egli onore quando s' intenderà che voi siate

nella mia corte. Teneva messer Giannozzo bellissimo stato

e di famigli e di cavagli, e del continovo aveva due

tre scrittori, e mai non perdeva tempo, o a traducere

a comporre, e sempre aveva chi lo veniva a visitare

uomini dotti e altri, e andava al consiglio e alla mae-

stà del Re ispesso nientedimeno. Considerino qui gli uo-

mini dotti il tempo che aveva quanto e' lo spendeva de-

gnamente. In questo tempo del re Alfonso, che fu circa

anni tre, tradusse il Saltero De Hehraica veritaie, e man-

dolio al re Alfonso : e perchè molti eraoli lo biasimavano

di questa traduzione, essendo tradotto da santo Giro-

lamo della traduzione de' settanta interpreti ; e dipoi per-

chè gli Ebrei mormoravano di questa traduzione, 1' aveva

tradotto De Hebraica veritate, parendo loro che quello de'

settanta interpreti dissentisse dall' ebreo. Ora, avendo tra-

dutto messer Giannozzo de ebreo, pareva a chi none inten-

deva istrano : e messer Giannozzo, per sua giustificazione,

come integerrimo cristiano, fece iscrivere il Saltero de' Set-

tantadue uno verso, di poi uno verso di quegli di santo

Girolamo De Hebraica veritate, dipoi uno verso di mes-

ser Giannozzo della sua traduzione. Dipoi fé' cinque libri

apologetica in sua escusazione della sua traduzione, dimo-

strando che non ve n' è una sillaba né uno jota che non

vi fusse posto con misterio ; e massime lo poteva fare lui,

essendo dottissimo nella Scrittura Santa quanto ignuno

che n' avesse quella età, perchè anni ventidua o più v' aveva

dato opera e nella lingua ebrea e nella greca, e nella

latina. Era in tutto volto alle sacre lettere, e da questo

nasceva lui essere tanto affezionato alla Scrittura Santa

come era. Tradusse ancora a Napoli tutto il Testamento

nuovo di greco in latino, perchè fu composto tutto in

greco, dal Vangelio di santo Matteo in fuori, e la Pistola

di Santo Paolo ad Hebreos : il resto fu tutto composto in


178 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

greco , perchè in quel tempo la lingua greca era quasi

comune per tutto il mondo. Tradusse i Magni Morali di

1' Aristotile e le dua Etiche : una che non fu mai tradotta,

che sono libri sei, che la mandò ad Eudimio. Tradusse

la seconda Etica ad Nicomacum, la quale aveva tradutta

inesser Liooardo. Et in questo tempo compose libri quat-

tro De terremotu, a petizione del re Alfonso, e a lui gli

mandò. Emendò 1" opera che aveva fatta contra Judceos, et

arrosevi libri dua insino in libri dodici. In questo libro

mostrò egU quanto fusse la sua ardentissima fede della

cristiana religione.

Non si pose a esporre né Marziale cuoco, né a scrivere

cose frivole e vane. Aveva incominciato a comporre la

vita del re Alfonso, e comparavala con quella di Filippo

re di Macedonia.

Tutte queste traduzioni e composizioni fece in questi

tre anni che stette a Napoli. Le dua vite non fini, preve-

nuto dalla morte. Consideri ogni dotto il tempo che aveva

messer Giannozzo, come lo spendeva degnamente, oltre a

tutte r occupazioni che aveva e pubbliche e private, per-

chè tutti i Fiorentini che v'erano, e forestieri, per loro biso-

gni ricorrevano a messer Giannozzo, per la grazia grande

che aveva con la maestà del Re, che non gli domandava

cosa che none ottenesse: e per la sua patria, e per onore

di quella, non fu mai ignuno che glien' andasse innanzi

a fare ogni cosa: fusse di che natura si volesse, non ne

lasciava a fare nulla. Intervenne in questi tempi a Na-

poli molti casi di Fiorentini, che tutti gli aconciò. Infra

gli altri, avendo la maestà del Re conceduta rappresaglia

al conte di Tagliacozo a robe di Fiorentini, fece tórre un

di, non essendo il Re a Napoli, tanta roba di Fiorentini

che valeva più di ducati cinquantamila: ebbono cura di

farlo a tempo che la maestà del Re non era a Napoli,

era a Foggia. Tutte dette robe subito si cominciorono a

vendere allo incanto. I Fiorentini, a chi erano istate tolte


GIANNOZZO MANETTI 179

le robe, non conoscendo avere rimedio igniuno, se none

col mezzo di messer Giannozzo, ricorsone a lui, e pre-

garlo che gli piacesse volere andare a Foggia dove era

il Re, e vedesse che quelle robe none andassino male;

nonestante che buona parte di queste robe erano di chi

gli aveva posta la gravezza e avevalo disfatto. Veduto

che v'era drento l'onore della città, subito montò a ca-

vallo e andonne alla via di Foggia, dove era la maestà

del Re. Giunto, la sua maestà non v' era, eh' era ito

alla caccia. Andò a iscalvalcare e venne a aspettarlo

dove egli alloggiava. Aspettandolo, e stando in su una

sala andando di giù in su, istette la maestà del Re a

tornare infino che era di notte. Giunse e subito gli fu

detto che v' era messer Giannozzo. Entrato nella sala

dove era messer Giannozzo, gli «fu alle spalle di drieto

innanzi che e' se n' avedesse, e disse : Messer Giannozzo

voi siete il bene venuto. Volle fare resistenza per baciargli

la mano, sua Maestà non lo lasciò. Domandan-

dolo della cagione della sua venuta, gli disse che era

per la rappresaglia fatta per lo conte di Tagliacozzo ;

risposegli di fare cosa che gli fusse grata. De' sua gli

erano apresso, con cui ordine s' era fatta : si volseno a

messer Giannozzo e sì gli dissono : Voi fate male a pi-

gliare la difesa pe' Fiorentini , avendovi fatto quello

danno. Rispose con grandissima audacia, dicendo loro

che era obligato prima a Dio, dipoi alla sua patria, e

per quella doveva fare ogni cosa sanza igniuno rispetto.

Parve loro istrano, avendo fatto assegnamento in su

queste robe: nientedimeno non seppono che si rispon-

dere. La maestà del Re gli disse che s' andasse a ripo-

sare, e fecegli consegnare la stanza, e dissegli che il

seguente dì lo farebbe ispacciare. Fu dipoi con sua mae-

stà il dì seguente, e la sera, che era di notte più di

cinque ore, commise in sua presenzia a messer Marte-


180 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

rello, che fusse restituito ogni cosa che era suto tolto

a' Fiorentini, e quelle che fussino vendute, fussino resti-

tuite per infìno a ogni minima cosa. Andandone poi con

messer Martorello (avendo messer Giannozzo preso li-

cenzia dalla maestà del Re) per la lettera, messer Mar-

torello l'arebbe voluto aviluppare; disse a messer Gian-

nozzo: La maestà del Re parla catelano, non credo che

la vostra magnificenza l' abbi bene inteso : la lettera

dice iscriva che si soprasegga e non si seguiti piti oltre.

Messer Giannozzo se gli volse e dissegli : Io intendo

molto bene el catelano e spagniuolo : la sua maestà

disse che voleva che la lettera dicesse che liberamente

fusse restituito ogni cosa, cosi le cose vendute, come le

non vendute: se voi la volete fare come egli ha com-

messo, in nome di Dio;tse voi non la volete fare, se

fusse più di notte che non è, io tornerò alla sua maestà

a dirgli che voi non la volete fare come egli ha com-

messo.

Messere Martorello, conoscendo messer Giannozzo

e quanto il Re l'amava, e la commessione fattagli, come

diceva, se gli volse e sì gli disse: Andiamo, che io la

farò come voi volete; e così fece, come le robe fussino

restituite e le vendute e non vendute. Giunto a Napoh,

dove era aspettato con grandissimo desiderio, none istimando

mai che avesse ottenuto quello che ottenne (che

fu volta che se n'arebbono tolto la metà), giunto e pre-

sentata la lettera, fu restituito ogni cosa infino a uno

soldo, che v' era roba che s' era venduta tre volte, e

tutte tornorono a' proprii signori delle robe. Sonci di

quegli che, se eglino avessino ricevuto la metà delle in-

giurie che aveva ricevute lui, non se ne sarebbono im-

pacciati. Questi Fiorentini gh arebbono dato quello che

avesse saputo adomandare: non volle nulla, ma tutto

disse avere fatto perchè il debito suo lo richiedeva. A


GIANNOZZO MANETTI 181

questo modo vogliono essere fatti i cittadini amatori

della patria loro, benché lui ne fusse assai male rimu-

nerato. Essendosi acconcio con la maestà del Re, fece

pensiero di tornare a Firenze a rivedere la patria e gli

amici, per fare 1' ultima dipartenza, per non vi tornare

piìi, come fece. Istettevi poco tempo: fu molto onorato

in questa sua venuta da tutti i cittadini, e da ogni ge-

nerazione di uomini, perchè, come è detto, era molto a-

mato. Nella sua partita non lasciò debito un soldo a

private persone, né mai a' figliuoli fu domandato uno

quattrino, perchè osservava questa consuetudine. Non fu

mai persona che udisse che messer Giannozzo dicesse

una bugia. Io in anni quattordici o più non lo udi' mai

dire bugie, né bestemiare, né mai fu uomo che lo ve-

desse giurare: i giuri sua erano sì e no. Era nemico

capitalissimo de' bugiardi, aveva grandissimo piacere di

potersi attribuire quello se ne trovavano pochi, di non

dire mai bugie né averne dette , dicendo che uno bu-

giardo non era degno d'essere numerato tra gli uomini.

Da questo era che dove egli andava aveva tanta fede

per questa sua integrità.

Istato in Firenze per poco tempo, e visitato e gli

amici e' parenti e ogniuno, una mattina convitò tutti i

parenti sua e gli amici, e fece uno desinare; benché i-

spesso aveva i parenti e amici a desinare seco. Era in-

fra r altre sua virtìi molto amorevole e affezionato

agli amici e a' parenti , e era tanto umano quanto

dire si potesse: con ogniuno piacevolissimo, sempre era

allegro, rare volte si turbava mai con persona; gran-

dissima cagione era quella che lo facesse venire ad adi-

rarsi con persona. Solo in anni quattordici lo vidi due

volte adirato alquanto, l' una con uno suo famiglio, il

quale più volte 1' aveva ripreso de' sua modi e massime

che egli era superbo e impaziente, e non poteva con

Voi. 2. 12


182 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

persona, (e chi non avesse potuto con messere Gian-

nozzo non poteva con persona). Doppo molta pazienza

che aveva avuta con lui, una mattina, essendovi io

presente, egli lo chiamò e dissegli che facesse il conto

suo che lo voleva pagare: el famiglio, che aveva nome

Antonio, volle che gli dicesse la cagione perchè egli lo

voleva pagare, e non lo voleva più. Risposegli : Io ti

voglio in prima pagare, dipoi te lo dirò. Fatto il conto

e pagatolo, sollecitando il famiglio, che era genovese,

che sono di natura presuntuosi, gli dicesse la cagione,

messer Giannozzo se gli volse e sì gli disse: Ora che

io ti ho pagato, ti dirò io la cagione perchè io ti cac-

cio. La cagione perchè io ti caccio si è perchè e' biso-

gnerebbe che Iddio t' avesse fatto o re o imperadore,

alla superbia che tu hai, e t' ha fatto famiglio e di fa-

migho uno vilissimo famiglio: sicché tu hai inteso la

cagione. Il famiglio, avuto il suo salaro, si parti con questa

definizione che, se l'avesse considerata, era la salute sua.

Un' altra volta, e fu la seconda, fu uno contadino che

gli aveva fatto infinite villanie di natura che non si po-

tevano sopportare, come è la loro natura. Sono dua i-

spezie di uomini difficih a sopportare per la loro igno-

ranza, r una sono i servi, la seconda i contadini. Giu-

gnendo a casa sua , essendosi alquanto alterato con

quello contadino, mi volsi a lui, e si gli disse: Come

v'alterate voi con questo contadino fuori della natura

vostra? Risposemi allegando il testo di Salomone: Re-

sponde stulto juxta stultitiam suam, ne sibi sapiens

esse videatur: e narromrai le villanìe che aveva fatte.

Queste sono due volte lo vidi alquanto alterato in anni

quattordici.

Imparino molti che si reputano essere savi, che, se

uno fuscello va loro tra' pie, non hanno pazienzia, e al-


GIANNOZZO MA.NETTI 183

teransi in modo che perdono il sentimento, imparino da

messer Giannozzo e dalla sua inaudita pazienza.

Ritornando al desinare, fece uno breve discorso di

tutta la vita sua, e bene che egli istesse a Napoli ono-

ratissimamente, e con laudabili condizioni, nientedimeno,

essendo dell' età ch'egli era, desiderava il governo della

donna, e none aversi a governare per mano de' famigli.

Consideri ogniuno che, essendo in età d'anni sessanta e

avere a lasciare la patria, i figliuoli, la donna, gli amici,

tutte queste cose gli erano moleste. Aggiugnevavisi che,

per le condizioni della sua insopportabile gravezza, biso-

gnava che facesse pensiero di mai più avere a rivedere

la sua patria, e finire la vita sua altrove. Usava queste

parole e allora e ispesso, che Iddio perdonasse alla sua

patria che 1' aveva ingenerato, avendogli dati tanti af-

fanni quanti gli aveva dati e dava. E notino qui i Cri-

striani come si debba vivere, e imparino da questo sin-

gulare, uomo^ con tutte le ingiurie e villanie che gli

erano sute fatte, mai si dolse di persona, mai disse male

di persona, ogniuno lodava e d'ogniuno diceva bene, per

offesa che gli avesse fatta.

Leggasi tutte l'opere che fece dipoi la sua persecu-

zione, e veggasi se mai, in proemio o in luogo igniuno,

disse male di persona, o biasimò persona. Veggasi gli

antichi o moderni, se gli ebbono pazienza : se non si

poterono vendicare d' altro, si vendicorono con lo scri-

vere. Vedete Dante in tutta la sua Comedia si seppe

contenere che egli non lacerasse i nimici sua : vedete

il Petrarca, che fu modestissimo nello scrivere, e non

potè contenersi in prima nel libro sine nomine, che

non dicesse male e del Papa e de' cardinali : e contro

a quello medico che gli aveva fatta non so che ingiuria,

gli fa una invettiva contro : e un' altra contro a uno

Francioso non potè sopportare che non se ne valesse


184 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

col mezzo delle lettere. Messer Giovanni Boccaccio in

più luoghi fu passionatissimo : andò a stare col grande

siniscalco degli Acciajuoli per mezzo d' uno priore di

santo Apostolo, e non gli parendo essere onorato a suo

modo, si parti sanza dirgli nulla, e scrisse al priore di

santo Apostolo una invettiva vituperosissima contro al

grande siniscalco, dove si lascia tanto trasandare nello

iscrivere, che e' si vitupera, oh' è piena di passione.

Messer Lionardo d' Arezzo, uomo tanto grave e degno

non si seppe contenere che egli none iscrivesse dua in-

vettive, r una contro a Nicolajo Nicoli, uomo singula-

rissimo, il quale nella vita di Tullio che gli manda, lo

chiama censore delle lettere latine, E fu veramente Ni-

colajo e censore, e quello che fu cagione che la lingua

latina fiorisse in Firenze ne' tempi sua: nientedimeno,

per un poco di sdegno che ebbe con Nicolajo, iscrisse

una invettiva assai vituperosa, che sarebbe di suo onore

non l'avesse fatta. Scrisse Cantra Ipocritas: questa

ancora fu una invettiva fatta contro a uno degnissimo

uomo e santissimo, e fu fatta per propria invidia: il nome

di colui io lo so, ma non lo voglio dire. Nel proemio

dell' Etica non si potè contenere che egli non mordesse

il primo che l' aveva tradotta, che non fece bene, perchè

fece quello che seppe ; ma di questo non bisogniò che

n' andasse al prete per penitenzia , tante persecuzioni

n'ebbe nella vita sua, e tanti pigliorono la difesa sua, e

fu volta che arebbe pagato assai a non se n' essere im-

pacciato, e questo fu per non essere buono filosofo come

bisognava. Nella sua interpretazione di quello Sumìnum

honum fu pagato e da Spagnuoli e da Viniziani; e tutti

i filosofi di Italia in quello tempo lo impugnarono, e ebbe

grandissima fatica a difendersi, che, se egli non detraeva

a quello prima traduttore , non gì' interveniva questo.

Messer Poggio non 1' offese mai persona, che nollo la-


GIANNOZZO MANETTI 185

cerasse eoa le invettive, come si vede. Infiniti degli al-

tri, che prolisso sarebbe il narrargli, hanno fatto que-

sto medesimo. Ora consideri ognuno la integrità e la

bontà di messer Giannozzo: con tutte le ingiurie fatte-

gli, mai, né a voce viva , né nei suoi scritti , si dolse

di persona, ma sempre lodava ogniuno; e se gli era

mostre opere composte da persona, lo lodava e estolleva

in infinito. E se persona 1' avesse biasimato, e egli ri-

spondeva: Togliete la penna voi, e cominciate a com-

porre e vedrete che fatica ella fia. E' non è igniuno

che componga, diceva lui, che non meriti grandissima

commendazione. Vedete quanta innata bontà e virtù era

in lui, che radi se ne trovavano! Le invettive che fece

furono contro a' Giudei in defensione della sua religione,

alla quale era afiezionatissimo. Quando igniuno in sua

presenza diceva male di persona, egli lo riprendeva e

ponevagli silenzio.

Nella sua partita, detto che ebbe più cose e alla

donna e a parenti e agli amici, gli prese tutti per la

mano, i quaU tutti non v' era chi potesse contenere le

lagrime, vedendosi privare di sì degno uomo come era

lui; e per lo favore e per lo consiglio perdevano i parenti

e gli amici: essendo lui di si costante animo come

era, non potè contenersi che alquanto non lagrimasse

nel partire, ma volsesi in là, e montò subito a cavallo.

Conoscieva che bisogniava fare della nicistà A^olontà,

trovandosi nelle condizioni che si trovava, e cercare al-

tra patria che la sua, dove egli potesse istare con le

condizioni che richiedeva la sua qualità.

Sempre si vuole, in ogni repubblica o stato che

l'uomo si truova, fare bene, di natura che tu non possa

essere biasimato , come fece messer Giannozzo, e non

fare mai cosa della quale tu possa essere ripreso, o pro-

vato che tu abbi fatto mancamento igniuno nella tua


186 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

repubblica, del quale né apresso di Dio, né degli uomini

tu ne possi essere ripreso. Le degnità che tu hai nella

tua repubblica usale in modo che tu ne sia e lodato e

commendato.

Imparino i cittadini da messer Giannozzo, e veggano,

in tre uffici che ebbe fuora della città, come si portò in-

verso quegli che ebbe a governare, come protettore e

padre di tutti, non come alcuni che vanno fuori di Fi-

renze, che non pensano a nulla se none al guadagno, e

non guatano mai persona in viso. La loro diligenza è

che la penna faccia, a altro non pensano. L' opposito si

vide che fece messer Giannozzo, che attese all' univer-

sale bene de' luoghi dov' egli era, non a' diritti ne' sua

uffici, e presenti, come è detto : videsi per la inviolabile

fede di messer Giannozzo, e per la sua integrità, none-

stante tutte le persecuzioni eh' egli ebbe, che furono in-

finite, mai si poterono appiccare a cosa igniuna che avesse

fondamento ch'egli lo potessino offendere, o d'esilio, né

fargli segno igniuiio, ma quanto più cercorono di fargli

vergogna tanto più l'onororono, come si vide per quello

che seguitò. Pigli ogni cittadino, che vuole bene vivere,

esemplo da lui e imiti le sue vestigie, e vegga che non

fu mai cittadino igniuno in Firenze grande e riputato

come lui, che quegli che governavano tentassino, di con-

finarlo, che in fine nollo facessino. E tutto questo è che

i cittadini che hanno grande istato nella città, si portano

in modo, non si sappiendo temperare in quella grandez-

za, che se rivoluzione viene, e' non caggiono, ma rovi-

nono. E se non mi credete, ispecchiatevi in quegli che

hanno avuto 1' esilio ne' tempi nostri, come sono capi-

tati, e lo stato dove si trovavano loro e i figliuoli, e

dove si sono trovati poi. Di tutto non ne diamo colpa

ad altro che ai loro iniqui portamenti, e di quella mo-

neta che hanno pagato altri, sono istati pagati loro per


GIANNOZZO MAXETTI 187

divino giudicio di Dio. Ritornò a Napoli a' servigi del

re Alfonso, e quivi istava con grandissima riputazione :

era molto amato e onorato da tutta la corte, e massime

dalla sua maestà. Tutti i Fiorentini che capitavano a

Napoli di condizione igniuna, capitavano a casa di mes-

ser Giannozzo, e in tutti i loro bisogni con la maestà

del Re prestava favore: pure che fusse richiesto, serviva

ogniuno. Aveva sempre la casa piena di signori, di uo-

mini dotti, e di gentili uomini, che s' andavano a stare

con lui. Istette messer Giannozzo a Napoli con queste

condizioni tutto il tempo che vivette il re Alfonso, che

furono circa anni tre. Bene lo perseguitò la fortuna ;

prima la morte di Nicola, dipoi la morte del re Alfonso,

era appunto sul fiore. Succedette dopo il re Alfonso il

re Ferdinando, e confermogli tutti i sua privilegi colle

medesime condizioni che aveva avute dal re Alfonso.

Neil' anno 1458, che fu il medesimo anno che morì

papa Callisto e succedette papa Pio , fatto, lo confermò

suo segretario, come era suto confermato da dua altri

pontefici.

Aveva Messer Giannozzo tenuto del continovo scrit-

tori greci e latini, e faceva iscrivere de' hbri che none

aveva, e il simile ne comprava tutti quegli che poteva

avere in ogni facultà; e così fece de' libri ebrei, che

n'aveva in grandissima quantità in ogni facoltà, e mas-

sime la Bibbia, e tutti i commenti degli Ebrei sopra la

Bibbia per avere ogni cosa. Injure civili, in jure cano-

nico, aveva libri in medicina.

Valevano i libri sua parecchie migliaja di fiorini, e

del continovo ne comprava, perchè la sua intenzione era

di fare una libreria in Firenze nel convento di Santo

Spirito. Il sito era sopra dove è il noviziato, perchè, a-

vendo istudiato in quello convento, v'aveva grandissimo

amore. E di questo n'aveva iscritto innanzi che morisse


188 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

a maestro Francesco di Santo Spirito ; e se non si mo-

riva, lo faceva in ogni modo, e sarebbe suta degnissima

cosa in memoria sua, e ordinavala in tale modo che vo-

leva che ogniuno n' avesse comodità. Arebbevi messi

tutti i libri composti da lui, acciochè non intervenisse a

lui come a tutti gli uomini dotti che sono morti, che si

sono perduti tutti i loro originali, che non si trovano.

Meritò Nicolajo Nicoli grandissima comendazione, che di

suo proprio, essendo giovane, essendo morto mosser Gio-

vanni Boccaccio, fece fare una librerìa in Santo Spirito,

e missevi tutte 1' opere del Boccaccio che aveva com-

poste, e tutti i libri che aveva iscritti di sua mano, come

si vede ìnfino al presente di. A tutti gli uomini manca

il tempo, prevenuti dalla morte che non 1' aspettano, e

isperano potere conducere moltissime cose che non rie-

scono, e chi succede dopo loro •

non è di quello animo

di quella volontà che sono loro : e per questa cagione

rimangono moltissime cose imperfette.

Nell'anno 1459, essendo a Napoli, essendogli venuto

rogna, che molto lo vessava, essendo uso a non perdere

tempo, gli dispiaceva i sua fastidi, e faceva ogni cosa

per guarire. Scrisse in questi tempi una lettera a uno

suo amico, dove chiedeva calami da scrivere per uno

scrittore che aveva, e dice di sé : « Sollecita di man-

dargli, che benché questo mio asino, per la infermità

della rogna, mi sia istato alquanto disubidiente, io gli

farò portare soma maggiore che non crede, come io co-

mincierò punto a migliorare di questa rogna, se mai la

portò ».

Era messer Giannozzo sanissimo del corpo, e non

aveva macola igniuna, né fianco, né renella, né gotti, né

pietra , né igiuna ispezie d' infermità none aveva avuta

dal 1445 al 1459, nonestante i disagi avuti d'andare in

infiniti luoghi ambasciadore, e l'avversità avuta: tutto


GIANNOZZO MANETTI 189

procedeva dalla sua buona complessione, e d'avere uno

corpo mirabilmente organizzato: procedeva ancora dalla

sua inaudita continenza del mangiare, del bere e del dor-

mire, e d'ogni altra cosa. Tutte queste cose lo preser-

varono in tanto lunga sanità. Aveva mirabile dote dalla

natura, in prima d'una inaudita memoria: aveva il capo

tanto grande tratto dalla testa dinanzi al di drieto, che

non trovava capuccio né berretta che gli entrasse in

capo, se non le faceva fare in pruova. Era di bella sta-

tura, né troppo grande né troppo piccolo: non era né

magro né grasso, teneva la via del mezzo; aveva mara-

viglioso stomaco, mai non gli doleva né stomaco né capo.

L' aspetto suo era allegrissimo , sempre pareva che ri-

desse: era tutto canuto, e dice avere cominciato in anni

dicennove a essere canuto ; in anni trenta era quasi tutto

canuto: portava sempre i capegli né molto grandi

piccoli, non se gli faceva mai levare: non era calvo, se

none una piccola cosa dinanzi, che non si vedeva, pe'

capegli che portava. Era pazientissimo al freddo e al

caldo : rade volte s' apressava mai al fuoco, se non la

sera dipoi che aveva cenato, che non tornava più nello

studio, istato alquanto a parlare con gli amici, che sem-

pre n' aveva qualcuno a mangiare seco. A' figliuoli domandava

diligentemente ogni sera quello che avevano

fatto il dì, e ordinava quello avevano a fare il dì se-

guente, e non voleva che perdessino punto di tempo.

Usava grandissima diligenza nella loro educazione: sem-

pre gli rispondeva per piccolo errore avessino fatto

acciò non s' avezzassino a farne ; e d' uno minimo errore

che facessino ogni dì infinite volte glielo ricordava per

fargliele venire a noja, acciochè se ne guardasse. Istato

alquanto a questo modo, se n' andava a letto. La mat-

tina sempre innanzi di tre ore o più di verno egli era


190 PARTE IV — UOMIKI DI STATO E LETTERATI

levato. Come è detto il suo dormire iioii era più di cin-

que ore.

Quando si levava, non dava mai noja a persona,

né a' servi, né alla donna, né a persona. Teneva una

cioppa di verno poco più giù che a mezza gamba, fode-

rata. Istava a questo modo nello studio infino a ora di

terza, e aveva studiato ore cinque quando gli altri si

levavano. La cura di casa, dell'ordine del mangiare,

non vi volle mai pensare. La donna, che era donna d'as-

sai, sirocchia della donna di raesser Agnolo Acciajuoli, a-

veva la cura lei d'ogni cosa: egli di suo mangiare o

bere, come è detto, non vi pensava, né vi curava. Tutte

le quaresime e le vigilie comandate digiunava sempre,

non le lasciava mai. Era di bonissimo esemplo di vita e

di costumi. I di delle feste, dipoi che aveva studiato in-

sino a ore ventidue, usciva di casa, e menava seco uno

dua, e andava, essendo buon tempo infino a San Mi-

niato ; e se il tempo lo serviva, infino a capo Piano di

Giullari in su uno rialto che v' è.

Istato quivi alquanto, dipoi se ne veniva dalla porta

a San Giorgio, e se gli bisognava andare in palagio

v' andava ; se non bisognava , in piazza rade volte si

fermava. Tornavasi a casa, e subito ispogliatosi, sanza

iscaldarsi o nulla, se n' andava nello scrittojo , e quivi

stava insino sonate le tre ore. In questo tempo non vo-

leva che gli fusse dato noja da persona: da lo scrittojo

alla sala dove istava erano tre usci, che tutti istavano

serrati per non sentire istrepito né nulla, e se non era

cosa necessaria non v'era igniuno ch'andasse allo scrit-

tojo. Sonate le tre ore, e tratto il vino, ordinato che

non s' avesse se none a porre a tavola era chiamato,

e alle volte soprastava e diceva: Mettete del vino ne'

bicchieri, e cominciate a tagliare la carne; innanzi

che venisse era freddo ogni cosa: non se ne curava.


GIAJ^NOZZO MANETTI 191

lodava ogni cosa, e non biasimava nulla. Una cosa non

lascierò. Sempre il di delle feste intorno a casa sua e-

rano cittadini, e arebbono voluto che si fusse fermo a

perdere tempo e novellare con loro, come s'usa pe' più.

Non lo faceva mai. Ricordami un di d' una grande pia-

cevolezza, che, uscendo di casa, essendo nella via in su'

muricciuoli di quegli del gonfalone suo, chi giuocava, e

chi stava a vedere; uscendo di casa si volse a me, e

disse : Io so che coloro hanno per male eh' io non mi

fermo con loro: io voglio piuttosto più parecchi fiorini

di gravezza che stare quivi a perdere quel tempo. Pas-

sando alle volte quando andava fuori della porta alla

giustizia, quando non andava a Santo Miniato, andava

insino alle Casacce. La sua via era di lung'Arno all'an-

dare, e egli diceva a me o a un altro ; Poni mente se

v' e igniuno che giuochi, che abbi gli occhiali ; sempre

ve n' era dua o tre : tornando se ne doleva in infinito,

eh' essendo vecchi perdessino il tempo si tristamente.

Dipoi diceva: Poni ben mente se voi gli riconoscete.

Tornando dipoi per quello medesimo luogo infra due ore,

e egli mandava a rivedere se v' erano, e sempre ve gli

ritrovava: dimostrava averne grandissima passione: e se

a igniuno dispiacque mai i vizii e il perdere il tempo, a

lui dispiaceva sopra tutti gli uomini. Non passerò qui

una cosa degna di memoria udita da lui, il quale per la

grande perizia che aveva delle Scritture Sante, temeva

assai quando vedeva un errore, e dubitava della puni-

zione. Un dì, essendo io con lui, e essendo morto a uno

cittadino uno figliuolo d' età e di stima, dolsesene assai,

essendo questo cittadino suo amico, dipoi si volse ad al-

cuni e disse : Iddio 1' ha fatto a costui, perchè si rico-

nosca de' sua errori: non lo farà e persevereravvi : che

gli interverrà? Iddio gliene torrà un altro in poco tempo

che gli passerà il cuore, e resteragliene uno e non più:


192 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

e non gli torrà il da meno. Passato pochi anni, e' parve

che fusse profeta, che Iddio tolse a costui questo figliuolo.

Essendo morto, e ricordandosi di quello che aveva detto,

mi si volse e disse : Ricordat' egli quello eh' io ti dissi ?

Ora conosci tu quali siano i giudicii di Dio, i quali si

vogliono temere , ricordandoti che l' onnipotente Iddio

non dà in questo mondo agh uomini maggiore punizione

che tórre loro i figliuoli, e di questo n' è piena tutta la

Scrittura Santa. Un altro di, essendo per uno suo amico

a rivedere certi conti d' uno eh' era ricchissimo e assai

riputato nel suo esercizio, trovando in lui, di quello a-

veva a fare, mancamenti di natura che non si potevano

sopportare, si volse a costui, e si gli disse: « Volgiti a

a me: io ho letto assai della Scrittura Santa, e se invano

non r ho letta, che credo di no, tieni a mente quello

ch'io ti dico: tu arai tale punizione da Dio, e nella tua

persona e ne' tua figliuoli, che sarà esemplo a tutta

questa città »: e volsesi a chi v'era d'intorno, e disse:

Tenete a mente questo eh' io dico, che ne vedrete la

sperienza. Passorono pochi anni, e seguitonne tutto quello

ch'egli dissCj e fu esemplo a tutta questa città: il quale

per buono rispetto non lo nomino. Era 1' opinione sua

della città che, avendo tante degne parti quante erano

in lei, referta di tanti degni uomini come s'è veduto, in

ogni facultà, cosi nel governo della repubblica, come u-

niversalmente in tutte 1' altre cose, giudicava che Italia

non aveva la più degna città quanto questa, e che d'uno

basso e piccolo dominio, con la loro prudenza e virtù, a-

vevano ampliatolo e fattolo molto degno: ma vedeva

ne' suoi tempi essere mancati infiniti degni uomini ch'a-

veva avuta quella età, e non vedeva succedere di que-

gli fussino rede de' loro passanti, di quella prestanzia

di quella virtù eh' erano istati i loro passati ; e per

questo dubitava la città non si mantenere in quella ripu-


GIANNOZZO MANETTI 193

tazione né in quella grandezza eh' era istata. Dubitava

assai de' Viniziani, conosciuta la loro ambizione, che non

fussino quegli che col tempo avessino a occupare buona

parte d'Italia. Il loro governo gli piaceva e lodavalo

assai; ma dispiacevagli la infedeltà loro, e parevagli,

come era, che per 1' acquistare stato facessino ogni cosa,

e la loro fede non l' osservassino per nulla; e di questo

n' era pieno d' esempli delle loro inosservanze.

Non passerò qui eh' io non dica quello che soleva

dire de' nostri Fiorentini (non dico de' buoni e degli o-

nesti cittadini, ma degli infedeli e de' tristi) : soleva dire

ispesso, quando vedeva uno promettere una cosa e non

l'osservare, come faceva lui, ch'era osservantissimo: Ma-

ledictus homo qui conficUt in homine, e la sua chiosa

era, e nelV opere sua. La sua natura, che era aperta

e degna e piena d' integrità, era che tutti gli uomini

fitti e simulati non gli poteva udire ricordare , quegli

che avevano una cosa nella bocca e un' altra nell' animo;

iniqua generazione, da essere non solo cacciata

d'una città ma della terra de' viventi!

Neil' anno 1459, essendo a Napoli ammalato di ro-

gna (la quale l'aveva assai alterato, per gl'infiniti im-

pedimenti che gli dava, solo per non potere studiare

come soleva) erano a Napoli molti medici da' quali

prese consiglio, e fece molti rimedi e molte medicine.

Un dì, facendo leggere a uno suo giovane , che stava

con lui, Avicenna, dove trattava della cura della rogna,

trovò un' testo che diceva, che la rogna viene a' vec-

chi era mortale : alterossene alquanto nel leggere, e stette

sopra di sé. Dipoi 1' altro dì, cercando pure di liberar-

sene presto, di nuovo domandò quello medico, che I' a-

veva medicato, del rimedio, se ve n'era, che si potesse

fare sanza avere andare con tanta lunghezza. Consigliollo

che andasse a' bagni di Pozzuolo, e quello gli pareva dei


194 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

migliori rimedii vi fussiiio : medicatosi, prese per partito

d' andarvi. Andato al bagno, i bagni erano molto caldi

in modo che con difRcultà vi si poteva istare: il quinto

di il bagno, secondo 1' opinione d' alcuni, ripercosse la

rogna in drento, e vennegli la febbre. Vedutosi la febbre,

si fece portare a Napoli, per potersi fare curare : giunto

a Napoli, la febbre incominciò a crescere in modo, ch'es-

sendo debole delle medicine e del bagno che l' aveva

assai indebolito, cominciò a dubitare di non perdere la

vita, sendo d' età d' anni sessantatrè, eh' era pericolosa :

dubitò non fusse la fine sua. Essendo, come è detto, bo-

nissimo cristiano, e benché fusse diligentissimo e della

confessione e della comunione, avendo divozione ne' frati

di Monte Olivete, mandò per loro e volle che ve ne

stesse dua di loro del continovo, e confessossi e comu-

nicossi diligentissimamente. Prese il Corpo di Cristo, se-

condo eh' io udi' da' frati, con maravigliosa divozione.

Avendo presi questi dua sacramenti, il confessore lo domandò

se egli voleva fare testamento: rispose di no,

che r avea fatto, e non vi voleva aggiugnere nulla. Ri-

tornato pure a sollecitarlo a questo testamento, rispose

di nuovo averlo fatto. Il frate lo domandò quanto tempo

egli era eh' egli 1' aveva fatto, rispuose che gU era più

d'anni dugento: il frate, dubitando che non farneticasse,

gli disse: Come anni dugento! Egli il chiari e sì gli

disse, che l'aveva fatto lo 'mperadore; che, avendo tre

figliuoli maschi così voleva bene all' uno come all' altro,

e che a ogniuno toccava la terza parte. Il frate conobbe

allora la prudenza sua, e domandogli le Pistole di santo

Girolamo pel luogo loro in dono: disse che gh piaceva,

e feceli arrecare uno bellissimo volume che aveva, e do-

nollo al suo luogo. Acconciò ogni sua faccenda di quello

gli parve, e il tempo che gli avanzava, attendeva, a sua

divozioni, a farsi leggere come era suto sua consuetu-


GIANNOZZO MANETTI 195

dine in un' altra infermità aveva avuta. Era stato anni

sei, tra Roma e Napoli, del continovo negli studi delle

sacratissime lettere, e il tempo suo l' aveva benissimo

compartito : né di stati, né di cosa alcuna dov'egli avesse

a 'mbattere la coscienza, non s'era impacciato; se none

in cose tutte laudabili: e per questa cagione trovava in

questo tempo la sua coscienza molto purificata e molto

netta, perché di sua natura del continovo viveva con

grandissimo timore di Dio.

Imparino i cittadini e ogniuno a conservarsi con

quella nettezza fece lui. Essendo stato ammalato tre dì,

che per la debolezza delle medicine e del bagno era molto

attenuato; e avendo preso tutti i sacramenti, e doman-

datigli lui medesimo, con grandissimo conoscimento, in

mano di questi religiosi e altri sacerdoti, rendè lo spi-

rito suo al Creatore santissimamente a dì 26 d' ottobre

1459, a ore nove di notte, alla quale anima l'onnipotente

Iddio per la sua infinita misericordia gli abbi perdonato

i sua peccati.

Aveva messer Giannozzo anni 63 e mesi quattro

quando passò della presente vita. Fecesegli, come meri-

tava sì singulare uomo, uno degnissimo ossequio, e ve-

stissi tutti quegli di casa di nero ; e a' sua ossequi v'an-

dorono tutti i signori e cortigiani della maestà del Re, e

tutti i gentili uomini, e non vi rimase uomo igniuno di

condizione che non andasse: giudicossi alla sepoltura.

Farò qui memoria di tutte 1' opere da lui composte

in volgare, accioché sia comune a tutti ;

OPERE SUA

Del modo delV allevare i figliuoli. A messer Cola

Gaetano, mentre che fu ai bagni di Pozuolo. Lib. i.


196 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Lode de Genovesi, mandato a messer Tomaso da

Campo Fregoso. Lib. i.

Istoria de' Genovesi, mandata al detto. Lib. ii.

Delle lode di madonna Agnesia di Numanzia di

Spagna. Lib. i.

Escusazione e giustificazione di messer Niugno

Gusmano, appresso di messer Lodovico suo padre , del

quale aveva perduta la grazia: e questo libro lo restituì

nella grazia del padre.

Dialogo della morte del figliuolo, che fu dispu-

tata a Certosa, libro di grandissima cognizione.

Degli uomini illustri che passarono V età d' anni

sessanta, comincia a Adamo e viene infino a Nicolajo

Nicoli: e di tutti scrive le vite loro. Opera di molta co-

gnizione, diviso in libri sei. Lib. vi.

Contra gì' impii e scellerati Giudei. Libri x di

molta grande cognizione. Lasciollo imperfetto. Lib. x.

Della dignità e della excellenzia dell'uomo, man-

dato al re Alfonso. Lib. iiu.

De' tremuoti, e d' onde abbino origine e perchè

cagione, mandato al re Alfonso. Lib. iiu.

Della retta interpretazione, in sua giustificazione,

in difensione del Saltero tradotto da lui d' ebreo in la-

tino, mandato al re Alfonso. Lib. v.

Istoria de' Pistoiesi, e di loro origine, e di quello

che hanno fatto degno di memoria. Feccia nel tempo

che fu capitano di Pistoja. Lib. ni.

Uno convito fatto a Vinegia, ove si feceno moltissime

degne disputazioni , mandato a Donato Ac-

ciajuoli. Lib. I.

La vita e costumi di Socrate filosofo, composta

da lui. Lib. i.

Vita di Seneca, nel medesimo modo composta da

lui, e fatta per comparazione, come Plutarco, uno greco

e uno latino, mandata al re Alfonso. Lib. i.


GIANNOZZO MANETTI 197

Vita e costumi di Dante, in latino : sendo fatta

volgare, per onorarlo la fece latina. Lib. i.

Vita e costumi di messer Francesco Petrarca

poeta fiorentino, fatta nel medesimo modo. Lib. i.

Vita e costumi di messer Giovanni Boccaccio^

nel medesimo modo. Lib. i.

Vita dì papa Nicola sommo pontefice, divisa in

libri quattro, mandata a Giovanni di Cosimo. Lib. iiu.

Orazione delle secolare e ponteficali pompe fatte

in Santa Maria del Fiore, quando papa Eugenio la

consagrò.

Orazione nella morte di messer Lionardo d' A-

rezzo, recitata nella sua morte.

Orazione, recitata a Napoli quando v' andò amba-

sciadore al re Alfonso, nelle nozze del re Ferdinando.

Orazione, recitata a Siena, dove era ragunato tutto

il popolo a confortargli che non dissino vettovaglia al

re Alfonso, quando il re era a campo a Piombino, che

'1 signore era loro raccomandato.

Orazione a' Veneziani, quando vi fu ambasciadore,

che '1 Re era a campo a Piombino, dove gli confortava

a fare passare il re Rinieri contro al re Alfonso.

Orazione, recitata a Napoli al re Alfonso, quando

v' era ambasciadore, in pubblico , della conservazione

della pace.

Orazione, recitata a Roma nella creazione di papa

Nicola, quando vi fu ambasciadore, in pubblico con-

cestoro.

Orazione a Federico imperadore nella sua co-

ronazione , quando fu ambasciadore a Roma in sua

compagnia.

Orazione a papa Callisto terzo, del modo dello e-

leggere uno capitano centra gli scellerati Turchi.

Voi. 2." 13


198 PARTE IV — UOMINI DI STA.TO E LETTERATI

dolfìni.

Orazione nella morte di messer Giannozzo Pan-

Orazione della disciplina, de' fatti dell' arme e

delle sue lode, fatta a Vada, quando era commessario

de' Fiorentini , nel dare 1' autorità e il governo delle

genti dell' arme al signore Gismondo de' Malatesti.

Volume uno di Pistole iscritte a diversi. Libro

imperfetto.

Vita del re Alfonso, distinta in più libri. Opera

imperfetta, prevenuto dalla morte.

OPERE DELLA SCRITTURA SANTA

TRADUTTE DA LUI.

DI EBREO.

Saltero. Bella ebraica verità. Salmi cl.

DI GRECO.

Vangelo di santo Matteo. Lib. i.

Vangelo di santo Marco. Lib. i.

Vangelo di santo Luca. Lib. i.

Vangelo di santo Giovanni. Lib. i.

Epistole di santo Pagolo. Lib. xii.

Epistole canoniche. Lib. vii.

Apocalisse di santo Giovanni. Lib. i.

OPERE D'ARISTOTILE

TRADOTTE DI GRECO.

Etica a Nicomaco. Lib. x.

Etica a Udernio. Lib. vni.

Magni Morali d' Aristotile. Lib. ii.


GIANNOZZO MANETTI 199

OPERA JANNOZZI MANETTI

De liberis educandis ad Colam Cajetanum dum

Puteolis erat. Lib, i.

Laudalio Januensium. Lib. i.

Historia Januensium. Lib. ii.

Laudatio domince Agnetis Numantince. Lib. i.

Apologia Nunij hispani. Lib. i.

Dialogus de morte filij. Lib. ii.

De illustrihus longevis. Lib. vi.

Cantra Judeos. Lib. x. Opus imperfectum. Lib. x.

De dignitate et excellentia hominis, ad Alfonsura

regem Aragonura. Lib. iiu.

De ferremotu, ad eundem Alfonsum regem Ara-

gonum. Lib. iii.

De interpretatione recta et aliis quibusdam, ad

eumdera. Lib. v.

Historia Pistoriensium. Lib. in.

Simposium. Liber unus. Lib. i.

Vita Socratis. Lib. i.

Vita Senecce. Lib. i.

Vita Dantis. Lib. i.

Vita Francisci Petrarcce. Lib. i.

Vita Johannis Boccacij. Lib. i.

Vita Nioholai summi pontificis. Lib. in.

Oratio de secidaribus et pontiflcalibus pompis

ecc. Lib. I.

Lib. I.

Oratio in funere Leonardi Aretini. Lib. i.

Oratio ad regem Aragonum iti nuptiis filij sui.

Oratio ad Senenses, dum rex Alfonsus Plumbi-

num obsideret. Lib. i.

Oratio ad Venetos , dum

obsideret. Lib. i.

Alfonsus Pliimbinum


200 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Oratio ad Alfonsum Aragonum regem. De pace

servanda. Lib. i.

Oraiio ad Nicholaum V summitm pontificem in

creatione sua. Lib. i.

Oratio ad Federigum hnperatorem in coronatione

sua. Lib. I.

Oratio ad Callistum III. De eligendo Imperatore

contra Turcos. Lib. i.

Lib. I.

Lib. I.

Oratio in funere domini Janotii de Pandol/inis.

Epistola; plures ad diversos. Opus imperfectum.

Vita regis Alfonsi. Opus imperfectum in pluribus

libris distinctum.

AB EO TRADUCTA

EX EBREO.

Psalterium. De hébraica veritate. Psal. cl.

EX GRECO.

Evangelium sancii Matthaei. Lib. i.

Evangelium Marci. Lib. i.

Evangelium Lucae. Lib. i.

Evangelium Johannis. Lib. i.

Epistolae sancti Pauli. Lib. xii.

Epistolae Canonicae. Lib. vii.

Apocalipsis Johanyns. Lib. i.

OPERA ARISTOTELIS

EX GRECO TRADUCTA.

Ethicormn ad Nicomacum. Lib. x.

Ethicorum ad Eudemium. Lib. viti.

Magnorum Moraliiim. Lib. ii.


POGGIO FIORENTINO 201

In summa transtulit totura Testaraentum novum et

partera veteris.

POGGIO FIORENTINO.

I. — Messer Poggio fu da Terranuova, castello de'

Fiorentini * e nacque d' umilissimi parenti * (1). Il padre

lo mandò a stare a Firenze *, e non avendo il modo di

vivere alle sua ispese *, s' acconciò per repetitore e fu

dottissimo nella lingua latina, e della greca n' ebbe buo-

na perizia. Fu bellissimo iscrittore di lettera antica, e

nella sua gioventù iscrisse a prezzo : e con quello mezzo

sovveniva a' sua bisogni di libri e d' altre cose. E co-

nosciuto la corte di Roma essere quella dove gli uomini

singulari hanno condizione, e sono remunerati delle loro

fatiche, se n' andò in corte di Roma ; dove , vedendosi

la prestezza del suo ingegno, fu fatto segretario aposto-

lico. Di poi ebbe una scrittoria; in modo che con queste

dua degnità tenne onesta e laudabile vita. Non volle at-

tendere a farsi prete, né avere beneficii ecclesiastici.

Tolse moglie una donna di gentilissimo sangue di Fi-

renze, che si chiamano Buondelmonti, della quale ebbe

quattro figliuoli maschi e una femina. Mandollo papa

Martino con lettere in Inghilterra. Dannava molto la

vita loro, di consumare il tempo in mangiare e bere ;

usava dire per piacevolezza, che più volte, sendo quegli

prelati o signori inghilesi a desinare o cena, istando ore

quattro a tavola, gli bisognava levare più volte da ta-

vola a lavarsi gli occhi coli' acqua fresca, per non si

addormentare. Diceva cose maravigliose della ricchezza

(1) Di parenti assai degni, secondo la storia. Postilla margi-

nale del cod. B. Il padre lo mandò per potere istudiare, e istette

per repetitore (ed. Bar.)


202 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

di quello paese e maxime di quello cardinale vecchio,

che aveva governato quello regno tanto tempo (1). Dice

che aveva tanto oro e ariento lavorato, che valeva uno

tesoro infinito; e che infino a tutte le masserizie di cu-

cina erano d' ariento ; che gli alari e ogni minima cosa

era d' ariento ; e faceva tanto numero la sua ricchezza,

secondo che udii da lui e da altri, che io non lo iscri-

verei. Andovvi uno nostro cittadino, che si chiamò An-

tonio de' Pazzi, uomo di riputazione; e una mattina

d' una festa solenne fece il cardinale uno degnissimo

convito, dove erano parate dua sale, V una e l' altra,

' coperta * di panni ricchissimi, e dirizzati d' intorno da

tenervi adenti: l'una era piena tutta di vasi d'ariento di

più ragioni, coperta d' intorno ;

1' altra era piena tutta

di vasi dorati e d'oro. Di poi lo menò in una ricchissima

camera, e fecegli aprire sette forzieretti tutti pieni di

mobili d'Inghilterra. Questo ho io detto, a confirmazione

di quello che disse messer Poggio.

II. — Sendo fatto il concilio di Costanza, v' andò

messer Poggio, e fu pregato da Nicolao e da molti dotti,

che non gli fussi fatica di cercare per quelle badie d'in-

finiti libri nella lingua latina, eh' erano perduti. Trovò

sei orazioni di Cicerone; e secondo che intesi da lui, le

trovò in uno convento di frati, in uno monte di scar-

tabegli, che si può dire ch'elle fussino tra la spazzatura.

Trovò Quintiliano intero, che in prima era frammentato;

e, non lo potendo avere, si mise a scriverlo di sua mano,

e iscrisselo in trentadua dì, che lo vidi di sua mano

d' una bellissima lettera. Iscrissene il dì presso a uno

(1) Era questi il cardinale Beaufort, figliuolo del duca di Lan-

caster, e zio dell' allora regnante Eurico V. Vedasi Shepherd, Vita

di Poggio Bracciolini tradotta dall' am. Tommaso Tonelli, T. I,

p. 109.


POGGIO FIORENTINO 203

quinterno. Trovò Tullio De oratore, che il simile era

frammentato, ed era istato perduto infinito tempo. Trovò

Silio Italico in versi eroici, De secundo hello punico,

opera degna. Trovò Marco Manilio astronomico, in versi,

opera degnissima. Trovò Lucrezio in versi, De rerum

natura, libro molto istimato. Trovò YArgonauticon di

Valerio Fiacco, il simile in versi, opera degna. Trovò

Asconio Pediano, comento sopra certe orazioni di Cice-

rone. Trovò Lucio Columella, De agricoltura, opera

degna. Trovò Cornelio Celso, De medicina, opera de-

gnissima; Agellio, (1) Noctium Atticarum , opera de-

gna. Trovò più opere di Tertuliano; trovò le Selve di

Stazio in versi; ed Eusebio, De temporibus, colla aggiunta

di Girolamo e Prospero, e iscrisselo di sua mano

Pure a Costanza trovoronsi le pistole di Tullio ad At-

tico, delle quali non ho notizia. Pure per diligenza di

raesser Lionardo e di messer Poggio, si trovorono le

dodici ultime comedie di Plauto; e messer Gregorio Co-

rero viniziano, e messer Poggio e altri l' emendorono, e

misonle nell' ordine eh' elle si trovano. Le Verrine di

Tullio (2), il simile vennono da Costanza, e messer Lio-

nardo e messer Poggio le condussono in Italia. Vedesi

quanti degni libri si trovorono per messer Lionardo e

messer Poggio ; e per questo gli sono molto obligati i

litterati di questo secolo, veduto quanto lume hanno a-

vuto da costoro. Plinio non era in italia; avendone no-

tizia Nicolao, che a Lubecchi nella Magna v' era uno

finito e perfetto, fece tanto Nicolao con Cosimo de' Me-

dici, che, per mezzo d' uno suo parente che aveva di là,

trattò co' frati, (3) che l'avevano ; si eh' egli dette cento

ri) Solito errore de' codici e degli scrittori per Aulo Gellìo.

(2) Cicerone (ed. Bart.)

(3) fece tanto coi frati (V.)


204 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ducati dì Reno, ed ebbono il libro. Seguitonne presso

che uno grandissimo inconveniente, e a' frati e a quello

che l'aveva comperato.

III. — Messer Poggio, ritornato, da Costanza , co-

minciò a comporre e dimostrare la sua eloquenza, che

fu eloquentissimo, come si vede in più sua traduzioni e

composizioni fatte da lui. Furono e sono molto accette

le sua epistole, per la facilità dello iscrivere, che le fa-

ceva sanza ignuna fatica. Era veementissimo nelle sua

invettive, in modo che non era igniuno, che non avesse

paura di lui. Fu uomo molto umano e molto piacevole,

nimico d'ogni finzione o simulazione, ma aperto e libero.

Aveva molte facezie di cose intervenuteli e in Inghil-

terra e nella Magna, quando vi fu. Per essere molto a-

perto acquistò nimicizia con alcuno di questi dotti, e

subito metteva mano alla penna a scrivere invettive

contro a più letterati. Scrissene una contro a papa Fe-

lice, duca di Savoia, molto veemente. Prese le difese con-

tro a uno dotto, che è oggi morto, in favore di Nicolao

Nicoli, difendendolo per le sua innumerabili virtù. Fu

Nicolao molto amico dì messer Carlo d' Arezzo, per la

sua dottrina e buoni costumi, e miselo molto innanzi, e

fecelo leggere in Istudio, a concorrenza dì quello, contro

al quale messer Poggio aveva fatta l' invettiva * contro *

(1)

per r amore di Nicolao Nicoli. Fu cosa mirabile il

concorso che ebbe messer Carlo ; tutta la corte di Roma,

eh' era a Firenze, e tutti i dotti di Firenze andavano

alle sua lezioni; e da questo nacque la differenza che

aveva avuto Nicolao Nicoli col Filelfo, avendo data a

messer Carlo tanta riputazione, quanto aveva. Pighò la

difesa messer Poggio contro al Filelfo, d' una invettiva

fatta contro a Nicolao Nicoli. Nacque da questo isdegno

(1) Cosi in B. e V., manca nell' ed. Bart.


POGGIO FIORENTINO 205

di Nicolao eoa il Filelfo, che per le invettive dell' uno

e dell' altro, sendo Cosimo amicissimo di Nicolao e di

messer Carlo, il Filelfo si cominciò a impacciare dello

Stato, e per questo ne fu confinato, ed ebbe bando di

rubello. Tanto fu lo sdegno che ne prese !

IV. — Ritornando a messer Poggio, crebbe la fama

sua per tutto il mondo, dove andavano 1' opere sua,

e oltre al segretariato e alla iscrittoria, non perdeva

mai tempo, o a comporre o a tradurre. Delle prime o-

pere eh' egli traducesse fu la Pedia di Ciro, h'bro tanto

famoso appresso de' Greci ; e, * tradotto che 1' ebbe, * lo

mandò al re Alfonso. Fu molto istimata questa traduzione

da tutti i dotti di quel tempo. Avendo mandato questo

libro al re Alfonso, e, fuori della sua consuetudine,

nollo (1) remunerando della sua fatica, iscrisse al Pa-

normita, dolendosi della Maestà del re. Fecelo intendere

al re, il quale gli mandò a donare alfonsini quattrocento,

(2) che sono ducati secento. Rimase messer Poggio be-

nissimo soddisfatto dalla sua Maestà; e, dove in prima

alquanto se ne biasimava, se ne laudava poi in infinito.

Istando messer Poggio a Roma in buona (3) riputazione

e grazia grandissima del pontefice, a Firenze morì mes-

ser Carlo d' Arezzo, cancelliere della Signoria. Subito

fu eletto messer Poggio, per la sua fama e riputazione,

e la sua elezione fu fatta con grandissimo favore. Ora,

sendone avvisato messer Poggio, benché in corte e nel-

r onore e nell' utile non potessi essere in migliore con-

dizione, disiderando tornare alla patria, l'accettò, e venne

a Firenze, e cominciò a fare sua patria Firenze, come

meritamente si conveniva.

(1) non lo (ed. Bart.)

(2) alfonsini quattrocento a donare (ed. Bart.)

(3) buonissima (ed. Bart.)


206 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

V. — Venendo di corte di Roma, e di sua natura,

come innanzi è detto, sendo uomo aperto e largo, sanza

sapere fìngere o simulare, questa condizione non soddi-

sfaceva a molti, che si governavano per 1' opposito con

finzioni simulazioni, dicendo una cosa e intendendone

un'altra. Facendosi nel tempo suo uno isquittimo, sendo

lui al segreto, parlò per uno suo amico a tutti gli squit-

tinanti; tutti gli promisono bene, come fanno. Messer

Poggio che non conosceva la natura de' cittadini di Fi-

renze, credeva eh' eglino dicessino il vero, e non lo in-

gannassino, e maxime avendolo a vedere. Andato a par-

tito questo suo amico, e votato i bossoli, non * vi * si

vedeva se non fave bianche. Messer Poggio eh' era di

buonissima natura, e credeva che quello che gli era

detto da tanti cittadini fusse o in tutto o la maggior

parte vero, veduto 1' opposito, perde la pazienza, ve-

dendo tanto inganno e fallacia negli uomini di Firenze ;

e non si poteva dare pace, dicendo che non arebbe mai

creduto che gli uomini trascorressino in tanto errore; e

cominciò a dispiacergli l'essere venuto a Firenze, pa-

rendo che questo inganno, che gli avevano fatto ,

vessino fatto a lui, e non all' amico suo.

1' a-

VI. — Sendo istato a Firenze alquanto tempo, per

onorarlo degli onori della città, lo feciono de' Signori.

Uscito de' Signori, istando nella cancelleria, e facendo

il suo ufficio, sendo istato in corte di Roma, e avendo

soddisfatto al pontificato colle lettere sua per tutto il

mondò, alcuni a Firenze, (1) di quelli che volentieri bia-

simavano e calunniavano ogni cosa, corainciorono a bia-

simarlo; e pensorono col mezzo di Cosimo de' Medici,

a chi egli era amicissimo, fargli levare la cancelleria, e

(1) furono alcuni a Firenze che volentieri biasimavano e calunniavano

(V.)


POGGIO FIORENTINO 207

mettervi un altro. Noti ognuno che pericolo egli è a

venire al giudicio d' uno popolo, dove sono vari pareri.

Messer Poggio, veduto non gli potere contentare, per-

chè le cose andavano per varie volontà, (1) fu contento,

sendo già vecchio, per potersi riposare e vacare meglio

agli istudi, di rinunciare, e che potessino mettere uno

in suo iscambio ; e tutto fece, vedute le condizioni della

città, e lui essere alieno da questo modo del vivere.

Cosimo, che 1' amava assai, non arebbe voluto che per

un altro avessi lasciata la cancelleria ; veduta la volontà

di messer Poggio non se ne curare, lo lasciò passare ;

altrimenti non si mutava. Egli era in questo tempo molto

ricco, per essere istato lungo tempo in corte di Roma.

Egli aveva danari contanti, non piccola somma, posses-

sioni, assai case (2) in Firenze, bellissime masserizie, e

molti hbri degni ; e per questo non aveva bisogno di

guadagnare.

VII. — Uscito di Palazzo, avendo ozio, cominciò

r istoria fiorentina, ripigliando dove aveva lasciato mes-

ser Lionardo, e venne infino a' tempi sua. È stata ri-

putata opera molto degna a Firenze. Era istato composto

a pagare una certa somma l'anno, ch'era come

assente, ed era per lui e per i figliuoli, per non avere

a venire alle gravezze di Firenze. Intervenne che que-

sto privilegio gli fu rotto per uno balzello, che si pose

a' non sopportanti pesi, di fiorini ducento. Intesolo mes-

ser Poggio, ci perde la pazienza, vedutosi in sua vita

rotta l'esenzione; e, se non fusse stato Cosimo, che po-

teva assai in lui, che mitigò lo sdegno, lo faceva pigliare

qualche istrano partito; non parendo che questo se gli

(1) vari pareri e voluntà (B.)

(2) L' edizione Romana ha cose, ma ci e parso errore mani-

festo per case.


208 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

venissi per la sua fatica, essendogli la città e tutti que-

sti della lingua latina molto obligati, avendo illustrata e

lui e raesser Lionardo e frate Ambrogio, che furono de'

primi, la lingua latina, che per tutti i secoli era stata

oscurata; e trovossi in questo secolo aureo insieme con

tanti dotti uomini.

Vili. — Infra gli altri singulari oblighi, che ha la

città di Firenze a messer Lionardo e a messer Poggio,

si è che, dalla romana repubblica in fuora, non e' è né

repubblica né istato popolare in Italia tanto celebrato,

quanto la citta di Firenze, avendo avuto dua sì degni (1)

iscrittori, che hanno iscritto le storie loro, come fu mes-

ser Lionardo e messer Poggio; che innanzi chele scrivessino

era ogni cosa in grandissima oscurità. Se le opere della re-

publica viniziana, che ha avuti tanti uomini dotti, avendo

fatto quello ch'egli hanno per mare e per terra, elle fussino

iscritte, che non sono, sarebbe in maggior riputazione e

fama, ch'ella non é. E Galeazzo Maria, e Filippo Maria,

e tutti quegli Visconti, sarebbono le cose loro più note,

eh' elle non sono * e, se le virtù fussino altrimenti pre-

miate eh' elle non sono, non sarebbono le cose in tanta

oscurità * (2). E non é repubblica, che non dovessi dare

ogni premio agli scrittori, i quali (3) iscrivessino i fatti

loro ; che si vede a Firenze che, dal principio della città

infino a messer Lionardo e a messer Poggio, non era

notizia di cosa veruna, che avessino fatta i Fiorentini, in

latino, e storia propria appartenente a loro. Messer Pog-

gio seguita la sua istoria dopo raesser Lionardo, e falla

latina come lui. E Giovanni Villani iscrive una istoria

universale volgare, di tutte le cose occorse in ogni luogo,

(1) singulari (ed. Bari)

(2) Così in B., manca nell' ed. Bart.

(3) che (ed. Bavt.)


POGGIO FIORENTINO 209

e con queste mescola le cose di Firenze, occorse secondo

il tempo. II medesimo fece messer Filippo Villani, segui-

tando Giovanni Villani. Loro soli sono quelli che l' hanno

illustrata colle istorie che hanno iscritte.

IX. — Di lui si potrebbono dire molte cose, chi

avesse a scrivere la vita sua; ma avendo avuto a fare

per via di comentario, basti questo che infino a qui si

è scritto di lui. Metterannosi qui pie tutte 1' opere

da lui composte e tradotte, acciocché si vegga quanto

frutto ha fatto alla lingua latina. Innanzi che morisse,

avendo lasciato a' figliuoli buone sustanze, come innanzi

è detto, ordinò la sepoltura sua in sancta Croce, di mar-

mo, e il modo che voleva eh' ella istesse, e l' epitafio

fece lui medesimo. Di poi, donde si procedessi, le sua

sustanze andorono a male, e la sepoltura non si fece.

Opere composte da messer Poggio.

1. Epistolarum libri decem {immo XVIII). — 2.

In avaritiam liber unus. — 3.

*

Z)e nobilitate liber

unus * (1). — 4. De infelicitate priìicipum. lib. wius. —

5. An seni sii uccor ducenda lib. unus. — 6. Cantra

hypocritas lib. unus. — 7. Dialogus trium disputationum

lib. unus. — 8. De miseria conditionis humance

lib. duo. — 9. De varietale fortuna? lib. quatuor. —

10. De proistantia Ccesaris et Scipionis lib. unus. —

11. Oralio in laudem Cardinalis Fiorentini (2). —

12. Oralio in lauderà Nicolai de Nicolis. — 13. Ora-

tio in laudem Laurentii de Medicis. — 14. Oratio in

laudem Leonardi Aretini. — 15. Oratio in laudem

(1) Cosi in B. e V., manca nell' ed. Bart.

(2) Questi era il cardinale Zabarella, morto nel concilio di Co-

stanza r anno 1417.


210 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

cardinaUs Sancii Angeli (1). — 16. Oratio ad Nicolaum

quintum. — 17. Oratio in laiidem matrimo-

nii. — 18. Oratio in coronatione Federici imperato-

ris. — 19. Invectiva in Thomam Reatinum (2). — 20.

Invectivce quinque in Philelphum. — 21. Invectivce

quatuor in Nicolaum Perottum. — 22. In lacobum

Zenonem (3) episcopum feltrensem. — 24. In Franciscum

Vallatinum. — 24. In Felicem antipapam. —

25. Contra delatores. — 26. Facetiarurn liber unus.

— 27. Historia populi fiorentini.

OPERE TRADOTTE.

28. — Xenophontis de infantia (4) Cijri regis

Persarum libri VI (5). — 29. Diodorus Siculus li-

bri VI. — 30. Asinus Luciani lib. unus.

GIORGIO TRABISONDA.

I. — Messer Giorgio Trabisonda fu di nazione greco,

e dotto nella lingua sua e in latino dottissimo (6) come

si vede per 1' opere (7) composte e tradotte da lui. Fu

dotto, come sono i più de' Greci, in tutte e sette 1' arti

liberali; fu elegantissimo iscrittore, quanto ignuno n'ab-

bia avuto la sua età. Lesse in più terre d' Italia con

grandissimi salari, e fu attissimo a questo esercizio. Fece

(1) Il Cardinale Giuliano Cesarini, di cui è la vita in questo

nostro volume.

(2) È ms. nella Laurenziana. V. Bandini., Catal., T. Ili, p. 438.

(3) Zenum (ed. Bart.) Zenonem (V. e B.)

(4) paedia (ed. Bart.), infantia (B.)

(5) YIII (ed. Bart.)

(6) e nella latina (ed. Bart.)

/'

(7) opere sua composte (ed. Bart.)


GIORGIO TRABISONDA 211

neir età sua molti dotti iscolari in Vinegia, e in Firenze,

e dove egli lesse.

* Lesse in Firenze nel tempo della

corte, dove fu molto onorato e riputato e stimato * (1),

Essendo nel tempo che v'era la corte di Roma, ebbe in

Firenze grandissimo concorso, e leggeva in pubblico e in

privato, in casa sua, in più facultà, e in greco e in la-

tino, e in loica e in filosofia; e fece una Dialettica, per-

chè gli scolari potessino imparare ; e il simile fece una

Rettorica, la quale fu molto istimata; e faceva fare a'

sua scolari molte esercitazioni. In questa età non è istato

in Firenze il più utile uomo di lui per insegnare, oltre

alla dottrina ed eloquenza, che fu eloquentissimo. Sendo

la fama sua per tutto Firenze e in corte di Roma, era

da tutti molto istimato e riputato , e massime comin-

ciando a tradurre.

II. — Era in questo tempo in Firenze il concilio

de' Greci, dove in tutte quelle disputazioni che si face-

vano appresso il pontefice, tra Greci e Latini, interve-

niva messer Giorgio, essendo molto noto infra gli altri

al Cardinale Niceno, per la nazione e per la dottrina

dell' uno e dell' altro. Richieselo ch'egli traducesse santo

Basilio, De dettate Filli et processione Spiritus Sancii,

e cosi tradusse ; la quale opera intitolò a papa Eugenio.

Fu assai lodata questa sua traduzione da tutti i dotti

eh' erano in quegli tempi, e per la traduzione e per la

retta interpretazione. Fecelo papa Eugenio suo segre-

tario, per le sua singulari virtù; e uno suo figliuolo

ebbe una iscrittoria. Partendosi il papa da Firenze

seguitò la corte, e andossene a Roma colla sua fa-

miglia. Succedette dopo papa Eugenio papa Nicola , e

posegli grande amore. Non molto di poi richiese il Tra-

bisonda che cominciasse a tradurre alcune opere sacre,

(1) Così in B. e V., manca nell'ed. Bart.


212 PARTK IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

che fu il resto di santo Giovanni Grisostorao sopra santo

Matteo, dalle venticinque omelie tradotte da Oronzio (1),

già è lunghissimo tempo. Essendo questo libro assai isti-

mato, papa Nicola fece finire il resto, e Gommiselo al

Trabisonda, come uomo eloquentisssimo e dottissimo; ed

era assai desiderata quest' opera di santo Giovanni Gri-

sostomo sopra santo Matteo ; perchè, andando santo To-

maso d' Aquino a Parigi, sendo là presso, gli fu mostro,

e disse volere più tosto santo Giovanni Grisostomo sopra

santo Matteo latino, eh' egli non arebbe voluto Pa-

rigi; perchè già aveva veduto le venticinque omelie

tradotte. Vedesi in quanta venerazione egli aveva que-

sta parte, che mancava, tradotta dal Trabisonda. Tra-

dusse più opere, richiesto da papa Nicola, e massime

Aristotele, De animalibus, opera degnissima.

III. — Richiesto di poi dal re Alfonso, si partì da

Roma per certe difi'erenze eh' egli ebbe, e andò a Na-

poli, e tradusse i Tesori di Cirillo, libro molto degno.

* Fu e da papa Nicola e dal re Alfonso premiato delle

sua fatiche * (2). Ha tradotto il Trabisonda più libri di

greco in latino, e con più faciUtà che ignuno si sia istato

in questi tempi, per avere bene una lingua e l' altra,

come egli aveva. * Tradusse quello mirabile libro d' Eu-

sebio Panfilo De praeparatione evangelica, che ha fatto

grandissimo frutto alla cristiana religione * (3). Tradusse

opere in tutte le facultà, filosofia, astrologia, come si

vedrà nell' inventario delle sua traduzioni. I premi, i

quali ebbe il Trabisonda e gli altri dotti da papa Nicola

e dal re Alfonso, furono cagione di rinnuovare la Hngua

latina, e fare moltissimi dotti con isperanza de' premi,

(1) Anzi da Aniano, che le inviò ad Oronzio vescovo; e furono

assai meno di venticinque.

(2) Così in B. e V., manca nell' ed. Bart.

(3) Questo periodo è posposto al susseguente nell' ed. Bart.


GIORGIO TRABISONDA 213

che non ci sarebbono suti, se non fusse istato l' essere

onorati e premiati. Chi avesse a scrivere la vita sua, e

non facesse per via di ricordo, iscriverebbe queste cose

con più diligenza che non ho fatto io. Metterò qui da

pie tutte (1) le opere composte e tradotte da raesser Gior-

gio, a fine eh' elle possino essere note a ognuno che

leggerà la vita sua.

OPERE COMPOSTE DA MESSER GIORGIO TRABISONDA.

Compendmm grammaticce. — Dialectica ad in-

telligendos qiiamplures lihros Ciceronis. — Rhetorica,

magnum voìumen. — Defensio prohlematum Aristo-

telis confra Theodormn. — Commentum super Almagestum

Ptolomcei. — Coìnmentum super centìloquium

Plolomce.i. — Commenium super orationes

Ciceronis de suo genere dicendi. — Responsio ad

Gunrinum Veronensem.

OPERE TRADOTTE.

Sancii Basila contra Eunomium. — Vita sancii

Basila et Vita sancii Aihanasi "a sancto Gregorio

Nazianzeno composiiae.* (2). — Alraagestum Piolomcei.

— Centiloquium Ptolomcei. — Liber Chrysosiomi

super Matthamm. — Sancii CyriHi super Johannem

Evangelistam. — Sancii Cyrilli thesaurus. — Eusébii

Pamphili de prcepnraiione evangelica. — Sancii Gre-

gorii Nysseni de vita Moysis. — Rhetorica Arisiotelis

magna. — De coelo et mundo. — De generaiione et

corruptione. — Meteorologica. — Physica. — De anima.

— De animalihus. — Prohlemata. — Oraiio

Demosthenis contra Ctesiphontem.

(1) Certamente non tutte. Vedasi il registro molto più copioso

presso lo Zeno, Biss. Yoss , tomo II, pag. 6-26.

(2) Così in B., manca nel!' ed. Bart.

Voi. 2.° 14


214 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ZEMBINO PISTOLESE.

I. — Messer Zembino fu sacerdote pistoiese, dotto

in greco e in latino ; fu canonico di Pistoia, e aveva uno

altro beneficio sanza cura ; per essere uomo d' una buo-

nissima coscienza, non volle benefìcii curati; fu severissimo,

e alieno da ogni pompa e fasto. Insegnò a' primi giovani

della città non solo lettere ma costumi; e messer Palla

degli Strozzi e i principali della città gli davano i sua

figliuoli a erudire, per le cagioni dette. Fu di continen-

tissima vita, perchè istette in continova castità anni cin-

quantadua, dal dì che fu sacerdote infino alla sua fine.

Non usci mai della camera sua la mattina, che innanzi

che venisse a leggere a' sua scolari, non avesse detto il

suo ufficio. Fu contento del poco , e non volle più che

se gli bisognasse. Fu condotto a leggere in Studio, dove

lesse pubblicamente , a concorrenza d' uomini dottissimi

ed ebbevi onore. Ispendeva il tempo suo laudabilmente,

che non gliene avanzava. Insegnava in casa leggere allo

Istudio e studiare le lezioni. Avea posto il fine suo a es-

sere contento del poco; quello che gli avanzava, oltre

alla sua * estrema * necessità, dava per Dio, o comperava

libri, come si vede che, tra gli scritti di sua mano e

comperati , tra greci e latini , lasciò più di centocin-

quanta (1) volumi di libri, che lasciò a Pistoia, che fus-

sino nel palazzo de' Signori in luogo publico, a fine che

ognuno ne potesse avere comodità. Isprezzò molto gli

onori , e 1' essere istimato , per avere posto il fine suo

come aveva.

IL — Intervenne uno dì che, sendo papa Eugenio

in Firenze, uno cardinale chiamato Moriense, ch'era ol-

(1) cencinquanta (ed. Bart.)


ZEMBINO PISTOLESE 215

tramontano, uomo d'autorità, mandò per messer Zembino,

che voleva che insegnasse a uno suo nipote. La risposta

che fece messer Zembino , si fu , eh' egli non aveva bi-

sogno di lui, e per questo non vi voleva andare. Mara-

vigliossi , e mandovvi uno de' sua a dirgli quello che

voleva. Disse, non vi volere andare, e non avere bisogno

di lui. Andò messer Zembino al concilio di Costanza, con

altri prelati, per la nazione italiana, e fuvvi in buonis-

sima riputazione ; e nelle elezioni vi fu per una voce

degl' Italiani. Intervenne che, venendo uno dì da Pistoia

a cavallo, sendo più cittadini fiorentini presso a Pistoia

a uccellare, uno di loro lo chiamò, e disse: domine a

concilio? Messer Zembino si volse col cavallo verso di

lui, e si gli disse: io sono stato al conciho, e sonovi

stato per uno; volete voi nulla? Quello cittadino prese

iscusa con lui, e dissegli, che gli perdonasse che si mot-

teggiava con lui, e parvegli avere mal fatto. Fece molti

degni iscolari in Firenze , fra' quali fu messer Matteo

Palmieri, Pandolfo di messer Giannozzo Pandolfini, Bar-

tolomeo di messer Palla di Nofri Strozzi , Francesco di

Paolo Vettori, e il simile de' principali della città. De-

siderando messer Zembino di fare qualche frutto, e la-

sciare qualche opera degna, conobbe che avendo a in-

segnare non lo poteva fare , e per questo esaminò di

vivere di quelle poche entrate eh' egli aveva, e lasciare

ogni cura d' insegnare e ogni altra cosa , e vivere alla

filosofica. Andava a Pistoia per la ricolta del grano, e

quello vendeva ; del vino ne imbottava tanto, quanto gli

bastava per uno anno. Fatto questo provvedimento, se

ne veniva a Firenze, e gli danari del grano metteva in

una borsa, e appiccavala al cappellinaio di camera, e

aveva misurato quello che voleva ispendere, che erano

dui pani il di e qualche cosa ; e , secondo 1' ordine dato,

cavava ogni dì della borsa, e non preteriva l' ordine dato.


216 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

* Fatto questo provedimento per uno anno, per quello

anno non pensava più a nulla, ma diceva : per quest' anno

io non ho più a pensare se non a studiare ed a com-

porre, e cosi faceva. Era un altro Diogene * (1).

III. — Compose messer Zombino una opera molto

degna e di grandissima cognizione, l'ordine della quale

è questo, che ella comincia dal principio del mondo, e

tutte le cose degne di memoria ne fa menzione, pigliando

anno per anno. Dove in questi luoghi Eusebio è molto

breve, dov' egli ha trovati autori degni, egli 1' ha am-

pliato; dove no, l'ha lasciato; e dove v'occorre la vita

di Moisè o d'altri degni di memoria, dove egli abbia

avuta qualche notizia, egli la mette succintamente; e

cosi quelle de' sacri come de' gentili , in modo che dà

piena notizia d'ogni cosa. Finiti gli anni del mondo,

viene agli anni degli Assiri, de' Medi e de' Romani, e cosi

seguita con grandissimo ordine; e sono segnati gli anni

da capo e nelli margini d' innanzi, in modo che si trova

ogni cosa con grandissima facilità. E in questo libro v' è

notizia universale di tutte le cose degne di memoria,

tratte tutte da autori autentici ; altrimenti non ve l' arebbe

messe. Avendo condotta questa opera con grandissima

difficultà e con grande lunghezza di tempo, emendolla e

acconciolla infino a tempo di papa Celestino, che sono

quinterni ottanta reali o più. Avendola condotta in questo

termine, non si curava darne copia. Sollecitato e con-

fortato da me, la dette; e fu di tanta riputazione, che

la mandò per tutta Italia, e in Catalogna, e in Spagna,

in Francia, in Inghilterra, e in corte di Roma. In Fi-

renze fecela scrivere Cosimo de' Medici, e la mandò alla

Badia di Fiesole; il terzo volume infino a' tempi sua

V ordinò, ma restava a emendarlo e riducerlo in ordine ;

(1) Così in B. , manca nel!' ed. Bart.


MATTEO PALMIERI 217

questo non lo potè finire prevenuto dalla morte (1). Enimi

paruto non lasciare di mettere messer Zembino infra gli

uomini chiari e degni di memoria, sendo sute in lui tante

laudabili condizioni di uno animo interissimo, libero, sanza

dolo o fraude ignuna, come vogliono essere fatti gli

uomini. * Ho fatto questo brieve ricordo a fine che la

memoria di sì degno uomo non perisca * (2).

MATTEO PALMIERI

I. — Matteo di Marco Palmieri fiorentino, nacque di

parenti di mediocre coudizione ; dette principio alla casa

sua, e nobilitolla per le sua singulari virtù. Dette opera

alle lettere latine, e di quelle ebbe buona notizia; e, me-

diante lo studio delle lettere latine, acquistò lo stato nella

sua città, nella quale ebbe tutte le degnità che si pos-

sono dare a uno cittadino, e nella città e fuori della

città, in tutte le legazioni. E tutte queste degnità l'ebbe

sanza avere principio ignuno dalla casa sua, perchè il

principio glie lo dette egli. Venne nella sua repubhca

in grandissima riputazione, per essere uomo pesato e

grave, e di savissimo consiglio ; di natura che era giu-

dicio non de' minori (3) che governavano, Matteo essere

di quegli che consigliava la sua republica con grande

maturità. In quello che aveva a consigliare, andava tem-

peratamente. E non era questo solo giudicio di questi del

governo, ma d' arabasciadori di re, li quali ebbono a pra-

(1) Questa opera di Sozomeiio, ossia Zembino, è ms. in molte

librerie, e ne ha impresso de' saggi il Muratori, negli Scriptores

Rer. hai. XVI, 1063.

(2) Così in B. e V. , manca nell' ed. Bart.

(3) minimi (ed. Bart.)


218 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

ticare con lui (1), lo lodavano assai ne' sua consigli. Ve-

dutosi nella città quanto egli valeva * ne' sua consigli * (2)

avendo a mandare ambasciadori al re Alfonso, mandorno

Matteo. Fu assai onorato per la sua fama e delle lettere

e dell' essere istimato uomo savio. E a Napoli in questo

tempo erano molti uomini litterati, che avevano buona

notizia di Matteo, per avere veduto 1' opere sua. Andò

anìbasciadore in piìi luoghi, e d'ogni luogo riportò onore,

e soddisfece benissimo alle sua commessioni. Oltre all' al-

tre sua parti * degne, * r aiutò assai la sua presenza, ch'era

grande e di bellissimo aspetto, e molto giovane diventò

tutto canuto. Andò nell' ultima sua legazione, che già era

decrepito, ambasciadore a papa Pagolo, per cose di gran-

dissima importanza, e in questa legazione soddisfece assai

al pontefice, e alla città che 1' aveva mandato.

II. — Ebbe buonissimo istile, e compose piìi cose e

latine e volgari. In latino aggiunse a santo Girolamo nel

libro di Eusebio De temporibus, che ripigliò dove lascia

santo Girolamo e Prospero, e iscrisse più d'anni mille;

e si vede che durò grandissima fatica a trovare quelle

cose che furono in quegli tempii per la oscurità degli

scrittori. È stata questa sua opera ed è in gi'andissima

riputazione, ed èssene fatte infinite copie, in modo eh' elle

vanno per tutto il mondo ; viene sino alla perdita dello

Stato del conte di Poppi. Compose la Vita del grande

siniscalco degli Acciaiuoli, in latino, d'uno ornatissimo

istile. Fece l' istoria di Pisa, quando i Fiorentini l' acqui-

siorono ; fece una orazione funebre nella morte di messer

Carlo, e recitoUa in publico, e coronollo come poeta.

Fece un libro volgare, opera molto degna e necessaria,

dove insegna governare la repubblica e la famiglia, ed

(1)

seco (ed. Bart.)

(2) Giunta del cod. V.


MATTEO PALMIERI 219

è in forma di dialogo, e inandolla a messer Alessandro

degli Alessandri. Il titolo è Del goveì-no della republica

e della casa. Compose più opere, delle quali non ho no-

tizia ; e neir ultimo una degnissima opera in versi vol-

gari, come Dante, Città di vita; nel quale libro durò

grandissima fatica, per essere la materia difficile assai ;

e in questo libro sono molte degne cose, dove dimostrò

il suo ingegno. Donde si fusse, in questa opera egli erra

circa la sua religione, per non avere notizie delle lettere

sacre; e i più ci errano drento, dando opera a quelle

cose che sono aliene dalla nostra religione; e interviene

loro quello che dice santo Pagolo, come eglino hanno

voluto essere savi in questa vita, eglino sono diventati

pazzi della pazzia del mondo ; che veramente si possono

chiamare pazzi, quelli che perdono il conoscere Iddio,

per diviarsi dalla sua via. Sendo caduto Matteo in que-

sto errore, è da credere che sia stato per non lo cono-

scere, perchè neh' ultimo di questa opera si rimette alla

Chiesa, che da quella per nulla si vuole diviare ; e quelle

cose che sono d' approvare s' approvino, e quelle che fus-

sino l'opposito, si riprovino. Ora, avendo finita questa

opera, non la conferi con persona, che avendola confe-

rita non faceva quello errore. Fecela iscrivere di lettera

antica in carta di cavretto, e miniare e legare, e messela

in uno panno suggellato e serrato a chiave, e dettelo al

proconsolo, con questo, che questo libro non si dissug-

gellasse, se non dopo la morte sua. Morto che fu, subito

apersono questo libro, e lo mostrorono a più uomini dotti

in teologia, a fine che se vi fussino cose contro alla fede,

il libro non si pubblicasse: veduto ch'egli ebbono questo

libro diligentemente, viddono uno errore eh' era in tutto

il libro, che certo si vede che la malizia non fu in lui;

che se l'avesse saputo l'emendava; e conoscesi che non

vi fn malizia, per essersi neh' ultimo rimesso alla Chiesa.


220 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Il libro per questo si è stato al proconsolo dell' Arte de'

Notai e non s' è pubblicato.

MAFFEO VEGIO.

I. — Messer Maffeo Vegio fu da Lodi di Lombardia,

e fu dottissimo in greco e in latino; iscrisse elegantissi-

mamente in versi e in prosa. Fu, in fra l' altre sua sin-

gulari virtù, religiosissimo e devotissimo. Era grandissima

fama della sua integrità della vita. Fu da principio prete

secolare e iscrittore apostolico, e viveva della scrittoria.

Altri beneficii non volle. Fu molto devoto di santo Ago-

stino e di santa Monica sua madre, all' onore della quale

fece la sua Vita, e compose 1' ufficio. Fatto questo, fece

in Santo Agostino in Roma una degnissima cappella, con

una degnissima sepultura, nella quale fece mettere il

corpo di santa Monica e l' epitafio suo ; e fornì la cappella di

tutto quello che bisognava, e delle sua sustanze vi ordi

una rendita, dove ogni mattina vi si dicono più messe

a riverenza di santa Monica. Fu tanto elegante in versi,

che gli bastò la vista di aggiungere all' Eneide di Vir-

gilio il libro tredecimo; il quale libro fu molto lodato e

commendato da tutti i dotti di quella età, che v' erano

influiti. Vidi uno Vocabulista tratto da iurisconsulti, opera

molto lodata. Fece i Salmi di David in versi latini, molto

degni ; compose la Vita di santo Bernardino da Siena, e

più altre opere e in versi e in prosa, che per non avere

alcuna notizia, non le nomino.

IL — Volle messer Maffeo Vegio dimonstrare quale

era istata la constanza dell' animo suo in servire a Dio.

Sendo uomo tanto dotto e di buona fama, non sarebbe

istata cosa ch'egli avesse voluta in corte di Roma, che

egli non avesse ottenuta, fusse che degnità si volesse;

ma, conosciuti

i pericoli che si portavano a volere simili


MAFFEO VEGIO 221

degnità, e volendo pigliare la via più sicura per fuggire

la vanità e le miserie del (1) mondo, determinò abbando-

narlo, e volgersi alla religione, come a uno sicuro porto

di salute ; e per questo, date per Dio le sua sustanze, si

fece canonico regulare di Santo Agostino d' Osservanza,

per la devozione che aveva sempre avuta in lui e in

santa Monica ;

e in quella religione visse santissimamente,

dove dette di sé buonissimo esempio, e fece quello che

sono pochi che 1' abbino fatto. Volle dimostrare in questo

suo fine^ che la sua profonda umiltà, la quale aveva

sempre dimostrata, la seguitò colf opere, sottomettendosi

uno tanto singulare uomo sotto il giogo dell' ubbidienza.

Istimò più i beni eterni che i mortali e caduchi, e andò

drieto a quello vero fine, a che debbe andare ogni fìdele

cristiano. Era uomo che queste sua virtù copriva quanto

egli poteva, e nolle (2) dimostrava, sapiendo eh' eli' erano

conosciute dal Redentore del mondo, al quale egli ser-

viva, che è ottimo retributore a quelli che lo servono di

buono cuore, come fece sempre lui ; e già ha preso il

merito delle sua fatiche. Molte cose degne di memoria

fece Messer Maffeo, le quali sono di natura che merite-

rebbe d' essere celebrata la sua memoria appresso di

tutti i dotti. E se ignuno meritò mai che la sua vita

fusse mandata a memoria delle lettere, fu messer Maffeo

uno di quegli che lo meritò, quanto uomo avesse l' età

sua, per la santità della vita e per la sua maravigliosa

dottrina. Io non ho voluto che appresso de' vulgari pe-

risca la fama di si degno uomo, e per questo 1' ho messo

in questo mio comentario degli uomini degni, i quali ha

avuto questa età. * Metterò qui da pie' tutte l' opere sua,

delle quali ho avuto notizia:

(1) di questo (ed. Bart.)

(2) non le (ed. Bart.)


222 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

OPERE DI MESSER MAFFEO COMPOSTE.

1. Vita di santa Monica madre di santo Agostino

e V uficio suo per tutte V ore del di. 2. Vita di san

Bernardino da Siena. 3. Vocabolista tratto da iuris-

consulti. 4. Tredicesimo libro di Vergilio in versi

eroici. 5. Salmi di David in versi cioè i sette salmi * (1).

VITTORINO DA FELTRE.

I. — Vittorino fu da Feltre di Lombardia, nato d' o-

nesti parenti. Ebbe molte degne condizioni. In prima era

ferma opinione, lui essere istato contineiitissimo, sopra

tutti quegli dell'età sua. Fu dottissimo in tutte a sette

l'arti liberali, in greco non meno che in latino. Istette

a Mantova, nel tempo di madonna Pagola de' Malatesti,

e del signor Francesco da Gonzaga, il quale ebbe molti

degni figliuoli, cosi maschi come femine. Ebbe Vittorino

dal Signore buonissima provisione, per insegnare a' fi-

gliuoli. Era la fama universale per tutta Italia delle sua

laudabili virfcii, in modo che alcuni signori e gentiluo-

mini viniziani messono i fìgliuoU loro sotto la disciplina

di Vittorino, non meno per imparare costumi che lettere.

Furonvi ancora dua Fiorentini sua discepoli, uomini degnissimi:

l'uno fu messer Francesco da Castiglione, uomo

di santissima vita e costumi, l'altro fu Sassaro, (2) figliuolo

di maestro Lorenzo da Prato, dottissimo in greco e in

latino, e aveva buonissimo istile, secondo che si vede in

(1) Così nei codici B. e V., manca nell'ed. Bart.

(2) Presso il Rosmini, (Idea dell' ottimo precettore nella vita e

disciplina di Vittorino da Feltre, Bassano, 1801, p. 388) si scrive

Sassuolo.. Ma ivi anche il Poggio lo chiama Sassaro.


VITTORINO UÀ FELTRE 223

più sua opere, e massime nella Vita di Vittorino da Feltra,

la quale peri insieme con lui, che morì di morbo, tor-

nando da Mantova (1). Avendo Vittorino molti scolari

poveri, i quali teneva in casa per l'amore di Dio, e in-

segnava loro, tra le ispese che faceva a questi poveri

scolari, e le limosine che dava, venuto alla fine dell' anno,

aveva speso, oltre a' fiorini trecento eh' egli aveva dal

Signore, presso clie tanti piìi. Riveduto il suo conto, e

veduto quello che restava debitore, se n'andava al Si-

gnore, e diceva: io ho avuto trecento fiorini del salario,

e tante centinaia u' ho speso di piìi ; bisogna che la Si-

gnoria vostra m'aiuti, che io gli paghi. Il Signore, che

r amava assai, non faceva difficultà ignuna, conoscendo

la integrità di Vittorino, il quale, oltre aU' altre sua inau-

dite virtù, era libéralissimo, e non faceva munizione di

danari, come si vede * per quello che faceva * (2).

IL — Non volle mai moglie, perchè ella non gli fosse

impedimento agh sua istudi. Era di lui opinione, oltre

alla continenza che noi abbiamo detto * nel principio *

(3),

che fusse vergine. * Che mirabil cosa è in un uomo nella

carne vivere come se egli ne fusse fuori! E più tosto

cosa angelica che umana *

(4). Era osservantissimo della

cristiana religione ; diceva ogni di tutto l' ufficio (5) come

i preti (6); digiunava tutte le vigilie de' di comandati, (7)

* che mai ne lasciava ignuna *, e così voleva che faces-

sino tutti i sua scolari, eh' erano in età che fussino obli-

(1) Presso il Rosmini, (op. cit., pag. 397) si dice che morì reduce

da Roma il 20 di Luglio 1449.

(2) Giunta dei codd. B. e V.

(3) Così in B., manca nel!' ed. Bart,

(4) Così in B., manca nell' ed. Bart.

(5)

tutti gli uffici (ed. Bart.)

(6) uno prete (ed. Bart.)

(7) le vigilie comandate (ed. Bart.)


224 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

gati. Neil' andare a tavola faceva la benedizione, secondo

il modo de' sacerdoti, e il simile, quando se ne levava,

rendeva le grazie, e il simile facevano tutti i sua sco-

lari; e, mentre che sì mangiava, faceva leggere, a fine

che ognuno tenesse silenzio. Confessavasi lui spesso, e

voleva che tutti i sua scolari si confessassino ogni mese

da' religiosi d' Osservanza. Oltre a questo voleva eh' e-

glino udissino ogni dì (1) una messa. La casa sua era

uno sacrario di costumi, di fatti e di parole. * Non vo-

leva che ignuno uscisse de' termini, altrimenti gli era

detto che pigliasse partito * (2). Dava a questi sua scolari

ispassi onesti. I figliuoli di (3) signori, che n' aveva, gli fa-

ceva cavalcare alle volte, o gittare la pietra o la verga,

fare alla palla, o saltare, per fare il corpo agile. Tutti

questi ispassi dava loro, lette le lezioni e istudiatele e

ripetutele, che leggeva in varie facultà, secondo gli au-

ditori, com' egli erano introdotti. Leggeva in tutte a sette

r arti liberali, e in greco, in varie ore del dì. Il tempo

lo compartiva maravigliosamente; e non lasciava mai

perdere una ora a ignuno de' sua scolari, e poco anda-

vano soli con lui da loro medesimi, e tornavano alle

ore diputate; e massime la sera voleva che ognuno fusse

a buonissima ora in casa. Fece formare a questi sua

scolari uno mirabile abito nelle virtù.

in. — Uscirono della scuola di Vittorino uomini de-

gnissimi, così della vita come delle lettere. Fuvvi cardi-

nali, vescovi e arcivescovi; e così signori temporali e

gentiluomini della età sua, che sapessino, di Lombardia,

di Vinegia, di Padova, Verona, Vicenza, e di tutti li

principali luoghi di quella provincia, erano scolari di Vit-

(1) mattina (ed. Bart.)

(2) Così in B., manca nel!' ed. Bart.

(3) de' (ed. Bart.)


VITTORINO DA FELTRE 225

torino. Erano, nel tempo di papa Eugenio, più figliuoli

di gentiluomini viniziani, tutti in degnità ecclesiastica;

e r orazioni che s' avevano a fare per le feste dell'anno,

le facevano di questi scolari di Vittorino. Conobbi mes-

ser Gregorio * Corero * nipote del cardinale di Bologna ;

fu nipote di papa Gregorio, giovane dottissimo ed elo-

quentissimo, e iscrisse in versi e in prosa elegantissima-

mente; fu discepolo di Vittorino, e di lui diceva lodi im-

mortali; fu degno suo scolare; tante degne condizioni

erano in lui !

IV. — Istette sotto la sua disciplina una figliuola del

marchese di Mantova, delle belle fanciulle che avesse

l'età sua: volle imparare sotto la discipHna di Vittori-

no, nella quale diventò dottissima nelle lettere, e non

meno ne' costumi, ne' quali superò il sesso femminile. In

tanta santità di vita venne, che si mise a negare la sua

propria volontà per fare quella del suo Redentore; in

modo che, avendole dato il padre marito uno signore

d' Urbino, contro alla sua voluntà, perchè sempre gli

aveva detto non volere marito se non il suo Redentore,

al quale ella voleva conservare il suo corpo intatto e

immaculato ; istando a questo modo, confortata dal padre

e dalla madre modestamente, da' parenti e dagli amici,

infine volle rinunciare al secolo e a' beni temporah, per

essere ereda degli eternali, e deliberò di fuggire a una

religione, come a uno tutissimo nidio della sua salute; e

uno dì parti di casa del padre con alcune donne in sua

compagnia, e andossene a uno monistero di santissime

donne, eh' era in Mantova ; e giunta là, colle sua mani

si tagUò i capelli, e vestissi di vestimenti neri, tanto

eh' ella pigliasse l' abito. Inteselo il padre : n' ebbe assai

dolore, e il simile la madre e i frategli e tutti li parenti

e tutta la città di Mantova, che l' amavano mirabilmente

per le sua virtù. Andando il padre e la madre a lei,


226 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

non solo non la poterono rimuovere dal suo santo pro-

posito, ma ella confortava loro a calcare le ricchezze e

la pompa del mondo e la sua vanità. Vittorino che sa-

peva il suo costantissimo animo, confortava il padre e

la madre a accordarsi colla voluntà di Dio e colla sua,

e che si voleva ringraziarlo d' averle fatto tanto mara-

vigliosa grazia, quanto aveva, d' averla fatta rinunciare

al mondo e alle sue illecebre (1) voluttà. Fu tanta la

forza della giovane, e tanta la costanza dello inviolabile

animo suo, che sempre istette fermo, e mai si potè mu-

tare di nulla. Veduta tanta costanza di questa donna,

bisognò che il padre e la madre s' accordassino colla vo-

lontà di Dio e colla sua. * Vittorino la confortava a se-

guitare la via già principiata, benché non bisognasse *

(2).

Messer Gregorio le scrisse una degnissima pistola De

contempiu mundi, esortandola alla perseveranza nella

religione * nella quale s' era dedicata * (3). Fece cose mi-

rabili in quello monistero, e non volle essere la mag-

giore di tutte, anzi la minore, per la sua profonda umiltà.

Onnipotente Iddio ! quante sono le smisurate grazie fatte

a chi si volta a lui, come la Cecilia, volendo imitare

nella virginità e in ogni cosa santa Cecilia, di chi ella

aveva nome, avendo letta più volte la Vita sua, iscritta

da santo Ambrogio.

V. — Questo era l' esercizio di Vittorino, di dare

mirabile esempio della vita sua, di esortare e animare

ognuno alla via de' buoni costumi, mostrando che tutte

le cose che noi facciamo in questo mondo, debbono es-

sere a questo fine, di vivere in modo, che alla fine nostra

noi possiamo ricorre i frutti delle nostre fatiche. * Volesse

(1)

illecebrose (ed. Bart.)

(2) Cosi in B., manca nell' ed. Bart.

(3) Così in B., manca nell' ed. Bari


VITTORINO DA FELTRE 227

Iddio che tutti i precettori fussino siiti della vita e de' co-

stumi di Vittorino, perchè pochi se ne trovano che va-

dano in verità come andò lui ; perchè tutta la sua cura

e diligenza mentre che fu in questa vita fu di fare cosa

grata a Dio, conoscendo non potere fare la maggiore che

esortare colle opere e colle parole che quegli eh' erano

sotto la sua disciplina attendessino a servire con ogni

istudio e diligenza all' onnipotente Iddio innanzi a ogni

cosa, e videsi che la sua pura intenzione fu solo che in

ogni cosa ne seguitasse questo effetto *

(1). Non fu con-

tento dare solo per amore di Dio quello che aveva gua-

dagnato col suo sudore e fatica, ma operò che altri fa-

cessino quello medesimo. A quegli giovani poveri, i quali

erano sotto la sua disciplina, non solo insegnava per

amore di Dio, ma egli gli sovveniva in tutte le loro ni-

cistà, e non avanzava nulla, perchè sempre ogni anno,

come innanzi è detto, ispeso tutto il suo salario, non

bastava, che sempre gli bisognava, per sovvenire a' sua

bisogni, eh' egli mendicasse per loro. Onnipotente Iddio,

quanto lume ebbe della tua grazia Vittorino ! che, avendo

letti i tua sacratissimi Vangeli, che dicono : date, e sarà

dato a voi; e avendo paura del tremendo dì del giudicio

dove, si domanderà dell' avere adempiute tutte le sette

opere della misericordia, non solo lo fece delle sua pro-

prie sustanze, non si lasciando nulla, ma adoperò che

altri r adempissino. Ora m' è paruto non lasciare che di

lui non facessi menzione, sendo state in lui tante lauda-

bili condizioni quante sono. Cosi vorrebbono essere fatti

i precettori, che non solo insegnassino la lingua latina e

la greca, ma i costumi, che sono sopra tutte 1' alti'e cose

di questa presente vita. Credo eh' egli componesse alcune

(1) Così in B., manoa nell'ed. Bart.


228 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

opere (1), delle quali per non ne avere notizia, non le

metto. Era Vittorino basso di persona, macilente, molto

allegro, di natura che pareva che sempre ridesse. A ve-

derlo pareva uomo di grandissima riverenza: parlava

poco, vestiva di vestimenti di moscavoliere oscuro, panni

lunghi infino a terra. Portava in capo un cappuccio pic-

colo, colla foggia piccola, e il becchetto istretto. Lo vidi

in Firenze, e gli parlai più volte, quando venne da Roma

in compagnia di Madonna Pagola de' Malatesti * donna

del Marchese di Mantova * (2). Era in sua compagnia il

signor Carlo da Gonzaga, eh' era istato suo discepolo.

Nella casa loro, dov' eglino tornavano, non si viveva al-

trimenti che si facci in una religione. Questo basti, quanto

a uno brieve ricordo della vita sua e de' sua costumi.

LAPO DI CASTIGLIONCHL

Lapo di Castiglionchi fiorentino fu d' assai onesti

parenti. Venendo in Firenze il Filelfo e il Trabisonda, e

leggendo messer Carlo d'Arezzo in vari tempi, Lapo era

già d'età d'anni venticinque, quando cominciò a dare

opera alle lettere latine e alle greche, e studiò con tanta

soUicitudine, che in brieve tempo fu dotto nell' una lin-

gua e neir altra. Essendo la corte di Roma a Firenze

cominciò a tradurre opere di Luciano e di Plutarco.

Sendo elegantissimo nello scrivere, acquistò assai ripu-

(1) Il Rosmini nella Yita di Vittorino da Feltre (p. 231), dice

eh' egli poco scrisse e non pubblicò quasi nulla. Nomina però tra

le sue produzioni in versi latini e italiani pareccliie lettere, e 1' e-

logio funebre al Marchese di Mantova suo mecenate.

(2) ^usi in V., manca nell' ed. Bart. Paola de' Malatesti era

moglie del marchese Gio. Francesco Gonzaga signore di Mantova.

V. Rosmini. Idea dell' ottimo precettore ^ nella vita e disciplina di

Vittorino da Feltre, p. 64.


GUERINO VERONESE 229

tazione e nella città e iii corte. Era di natura molto ta-

citurno e di poche parole, e non dimostrava quello eh' egli

era. Fu assai noto a messer Lionardo d'Arezzo e a

messer Giannozzo Manetti, al quale mandò una sua tra-

duzione di Luciano, De longcevis. Era in tutto Firenze

e in tutta la corte di Roma assai noto, ed ebbe da papa

Eugenio ch'egli fusse suo segretario (1), e non so che

altro ufficio; ed era tanto amato in corte e da' cardinah

e da' prelati, che, s' egli fusse vivuto, arebbe (2) acqui-

stata qualche altra degnità maggiore in corte di Roma.

Fu Lapo di tenui sustanze, e per questo sono più libri

greci e latini eh' egli aveva iscritti di sua mano. Par-

tendosi papa Eugenio da Firenze, n' andò con lui a Fer-

rara, e venendovi il morbo, ammalò, e quivi si mori.

Compose e tradusse di molte opere, e di Luciano e di

Plutarco e d' altri. Fu attissimo a questo esercizio , e

acquistonne assai fama per tutto dove andorono delle

sua opere, e ancora oggi dura. Era di mediocre istatura,

malinconico, che rade volte rideva, se non per forza. Fu

di laudabili costumi, e fece assai, trovandosi povero di

sustanze e sanza libri eh' egli ebbe. I libri eh' egU ebbe,

bisognò che se gli scrivesse di sua mano; e vidi più

volumi in greco e in latino che fece. Ho detto di Lapo

quelle lodi che si possono dire , delle quali ce n' è no-

tizia. Chi n' avesse più notizia , potrà iscrivere più a

pieno la vita sua.

GUERINO VERONESE.

L — Guerino fu Veronese , d' onesti parenti ; e

avendo dato opera alle lettere latine, delle quali aveva

(1) Aache Lapo si aggiunga al catalogo del Bonamici, che di

troppo è imperfetto, e d'assai più giunte abbisogna.

(2) averebbe (ed. Bart. )

Voi. II. 15


230 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

buona notizia, venne a stare a Firenze, che nel tempo

suo era madre degli istudi e delle buone arti. Erano in

Firenze molti uomini degni, che davano opera alle lettere

latine, sendo avuti in buonissima condizione tutti quelli

che n' avevano alcuna notizia, fra' quali era Antonio Cor-

binelli, vólto in tutto a imparare le lettere latine e gre-

che ; e per questo tolse in casa Guerino con buona pro-

visione. Aveva fatto venire insino di Grecia Mannello

Grisolora, uomo dottissimo, sotto la quale disciplina entrò

Guerino e Antonio Corbinelli insieme con messer Lionardo

d' Arezzo, messer Palla di Nofri Strozzi, Nicolao Nicoli,

frate Ambrogio degli Agnoli , e più uomini singulari

eh' erano in quello tempo. * Istato Guerino a Firenze più

tempo *

(1) a insegnare ad Antonio Corbinelli, e a udire

Mannello Grisolora, chiamato dal marchese Nicolò, per-

ché andasse a insegnare a' figliuoli, con buonissima pro-

visione, partissi da Firenze e andonne a Ferrara; e, in

fra gli altri scolari che fece, fu messer Lionello, figliuolo

del marchese Nicolò, che fu assai più dotto che a uno

signore non suole intervenire, e di mirabile vita e costumi,

e resse quello Stato con grandissima autorità. E

fece in Lombardia Guerino moltissimi iscolari, tutti uo-

mini dotti. E non solo in Lombardia ma d' Ungheria e

delle streme parti del mondo erano mandati iscolari a

Ferrara, a imparare, sotto la disciplina di Guerino, non

solo le lettere ma i costumi , eh' era costumatissimo e

osservantissimo dell' onestà. Vidi uno giovane unghero

istato sotto la disciphna di Guerino, mandato dall'arci-

vescovo di Strigonia; fu sotto la dottrina di Guerino,

dotto in greco e in latino, e aveva buonissima attitudine

e al verso _, e alla prosa sopra tutto, come appieno si

dice dove è fatta memoria della vita sua e costumi. Fu

(1) Così in B. e V., manca nell'ed. Bart.


GUERINO VERONESE 231

cagione Guerino d' inducere molti alla buona via de' co-

stumi e delle lettere, sendo uomo di buonissimo esemplo

nella vita sua.

II. — Istette a Ferrara colla moglie e i figliuoli più

tempo, in laudabili condizioni ; e vólto solo al suo eser-

cizio delle lettere, d' altro non s' impacciava, e per quello

era molto amato. Usò quello ufficio che debbono usare

gli uomini, i quali hanno qualche giudicio, perchè tutto

il tempo ch'egli aveva lo compartiva in insegnare, in

tradurre o comporre; e fu il secondo che cominciò, dipoi

più scolari di Mannello ; il primo fu messer Lionardo

d'Arezzo, il secondo Guerino. Si conosce per gh scritti

loro, che fusse grande differenza dallo istile dell' uno allo

istile dell' altro. Messer Lionardo venne tanto innanzi

nello iscrivere, quanto si potè; ma e Guerino e messer

Lionardo meritorono grande commendazione d' essere

istati i primi d'avere illuminata la hngua latina, dopo

tanti secoli eh' era istata oscurata. Avendo data sempre

opera a insegnare in varie facultà, e non perdere mai

tempo, tutto il resto del tempo che gli avanzava, o egli

componeva o egli traduceva, come di lui si veggono più

opere e tradotte e composte. E se tanti iscolari dotti,

quanti Guerino ebbe (1), avessino fatto il debito loro,

arebbono composto la vita sua, sendo degno d'essere

mandato a memoria delle lettere, per tante sua laudabili

condizioni. * Emmi paruto metterlo in questo mio breve

comentario, acciocché la fama di tanto degno uomo non

perisca * (2). Le sua traduzioni le metterò qui da pie

quelle di che ho avuto notizia.

Plutarco, De liberis educandis; Vita di M. Mar-

cello ; Vita di Alessandro magno; Vita di Cesare;

Vita di Pelopida; Vita di Lisandro; Vita di Siila.

(1) governò (ed. Bari)

(2) Così nel cod. V., manca nell' ed. Bart.


232 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

Tradusse più vite (1), delle quali nou ho notizia.

Pregato di poi da papa Nicola, ch'egli traducesse

Strabene De situ orbis, perchè era diviso in tre parti,

l'Asia, l'Africa e l'Europa, gli dava, per la sua fatica,

d' ogni parte cinquecento fiorini. Tradussene dua, innanzi

che il pontefice morisse, ed ebbene ducati mille. Morto

papa Nicola, tradusse la terza parte, e la voleva man-

dare a qualche uomo, che gli donasse (2) premio delle

sua fatiche, perchè, avendo più figliuoli e non molte su-

stanze, bisognava che si valesse colla sua industria. Cer-

cato in Firenze di mandarla a uno de' principali di quello

tempo, non trovandolo disposto a dargli nulla, la mandò

a uno gentiluomo viniziano, che ebbe grandissimo animo

a soddisfarlo della sua fatica. Avutala il Viniziano , gli

fece uno proemio, e mandoUa al re Rinieri. Di Guerino,

* come è detto innanzi *

, (3) non si potrebbe dire tanto,

che non meritasse che se ne dicesse più, rispetto alle

sua laudabili viftù.

BIONDO DA FORLÌ.

I. — Messer Biondo da Forh fu dottissimo in latino,

ed ebbe qualche notizia delle lettere greche. Fu

segretario apostolico, e diligentissimo investigatore delle

cose antiche. Compose più opere, e illuminò assai i se-

coli passati. Sendo Roma istata quella che aveva tenuto

r imperio di tutto il mondo, domina orbis, erano molto

oscure le sua inaudite vittorie e trionfi che aveva avuti;

e per questo con grandissima diligenza andò messer

Biondo cercando, tanto che trovò alcuna cose de bello

(1) opere (ed. Bart. )

(2) desse (ed. Bart.)

(3) Così in B. e V. , manca nell'ed. Bart.


BIONDO DA FORLÌ 233

macedonico, e compose quattro deche, cominciando innanzi

a' Goti , e seguitando tutte le cose degne di me-

moria infino a' tempi sua; delle quali cose meritò gran-

dissima commendazione, avendo durata tanta fatica per

investigare queste cose, e per dare lume a' secoli sua,

eh' erano in grandissima oscurità. Avendo avuto Roma

tanti degni edificii e spettacoli, avendo arrecate tutte le

delizie che avevano trovate per tutto il mondo, e tante

sculture e tanti trionfi, quanti erano stati in quella città,

dove avevano avuta condizione tutti i degni uomini del

mondo, oltre alla nobilissima republica ch'era stata quella;

il palazzo di Nerone che girava intorno miglia quattro,

dove erano tante mirabili cose che tutta V entrata del-

l' imperio romano vi si consumò drento più anni; il pa-

lazzo di Cesare, di Lucullo, di Marco Crasso, e di tanti

degni uomini quanti ha avuti la romana republica ; tutte

queste cose erano estinte, e non erano in memoria degli

uomini, per gli avversi casi dello imperio romano; prima

per le guerre civili di Mario e di Siila, che si trova,

che a uno suono di trombetta furono morti ventimila

cittadini romani; disfatta di poi da' Galli, da' Goti, e da

più altre nazioni; istata Italia tanto tempo soggiogata,

e Roma guasta e deserta; e per questo, non sendo al-

cuna notizia, messer Biondo con la sua diligenza fece

uno libro che intitolò Roma instaurata, dove fece men-

zione di tutte le dignità che ebbe quella repubblica, e

degli edificii, e d' ogni cosa, eh' egli dà grandissimo lume

a tutti quegli che ne vogliono avere notizia pe' tempi. E

per questo tutti i presenti, e quegli che verranno pe'

tempi, gli sono molto obligati.

II. — Fatta Roma instaurata, vidde Italia tutta

mutata, e infinite città e luoghi che si solevano abitare,

essere deserti e guasti, e di quegli non essere ignuna

memoria, non solo delle terre e de' luoghi, ma d' infiniti


234 P.^JITE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

singulari uomini , de' quali non era notizia ignuna. Ve-

duto questo, messer Biondo volle illustrare e alluminare

Italia, e fece una opera, che intitolò Italia illustrata,

dove fa menzione di tutte le terre che ci solevano essere,

e di quelle che ci sono, e non solo delle terre, ma

d' ogni castello per piccolo e vile che si sia , e d' ogni

fiume ; e se vi si è fatta ignuna cosa degna di memoria,

ne fa menzione. E questa è una opera degna di grande

cognizione, e dove si vede che egli usò grandissima di-

ligenza a trovare le cose. Merita messer Biondo grandissima

commendazione di tanta fatica durata per comune

utilità. Fece più altre cose, delle quah non ho notizia (1).

E se gli altri che sono stati per il passato avessino fatto

quello che ha fatto lui, non saremmo in tanta oscurità,

in quanta noi siamo, perchè sono anni mille e più che

non ci sono stati scrittori. Però sono molto obligati gli

uomini a chi s' è voluto atfaticare a fare quello che ha

fatto messer Biondo.

CARLO D' AREZZO.

I. — Messer Carlo fu d' Arezzo , d' assai onorati

parenti. Il padre fu dottore, e chiamossi messer Grego-

rio; istette col Bucicaldo, e fu molto ricco; e per questo

messer Carlo * volle dare opera alle lettere * (2). Venne

a Firenze molto giovane, e subito dette opera alle let-

tere latine, nelle quali venne dottissimo; e istudiò nella

hngua greca, e venne dottissimo non meno che nella

latina. Dettesi di poi a filosofia, e di quella ebbe assai

buona notizia, più della positiva che della speculativa.

XLIII.

(1) V. Bonamici. Op. cit. , p. 174; e lo Zeno, Op. cit. , T. I, n-

(2) Cosi ia B. e V. , mauca nell' ed. Bart.


CA.RLO d' AREZZO 235

Fu molto amato da tutti i dotti, e maxime da Nicolao

Nicoli, che molto lo tirò innanzi, e dettegli riputazione.

Ebbe, infra 1' altre sua virtù, una memoria infinita. Per

mezzo di Nicolao ebbe grandissima amicizia con Cosimo

de' Medici, e spesso andava in casa sua, perchè Lorenzo,

che fu fratello, non lo amò meno che si facesse Cosimo.

E quando fuggirono Cosimo e Lorenzo la moria a Verona,

menorono in loro compagnia Nicolao Nicoli e mes-

ser Carlo d' Arezzo. Nella tornata di poi a Firenze, se-

guitando gli studi con grandissima diligenza, vedendo (1)

Nicolao la sua mirabile dottrina, e quanto era perito

nella lingua latina, lo confortò a leggere in publico, e

maxime sendo papa Eugenio in Firenze. Fu contento

messer Carlo, e fu condotto dagli ufficiali dello Istudio

con buonissimo salario. Era cosa mirabile a vedere il

grande concorso eh' egli aveva nelle sua lezioni , e non

solo di quelli della città, ma di più luoghi, e nipoti del

pontefice e di cardinali. Fu fama che in Firenze non

fussi uomo, che avessi letto come messer Carlo. La prima

mattina che lesse, che vi fu uno numero infinito di uo-

mini dotti, fece grande pruova di memoria, perchè non

ebbono i greci né i latini scrittore ignuno, che messer

Carlo non allegassi quella mattina. Fu tenuta da tutti

cosa maravigliosa. Leggeva in questo tempo il Filelfo,

che era innanzi che leggessi messer Carlo * avuto in

grandissima riputazione. Cominciato che ebbe messer

Carlo * (2) perde il Filelfo assai , e nacquene tanta in-

vidia, che fu cagione che il Filelfo fece in modo, che

fu confinato, ed ebbe bando di rubello.

IL — Crescendo tanto la fama di messer Carlo,

Lorenzo de' Medici , che poteva assai in papa Eugenio

(1) veduta (ed. Bart. )

(2)

Cosi in B. , manca nell' ed. Bart.


236 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

per questo lo fece fare suo segretario, seguitando messer

Carlo nelle sua laudabili condizioni , e avendo già fatta

pruova di essere uomo atto non solo alle lettere, ma di

savissimo consiglio. Era modestissimo e temperato, di

poche parole, di bellissima presenza, alquanto malinco-

nico e uomo pensativo , molto costumato nelle opere e

nelle parole; sarebbesi vergognato non solo a dire di

non oneste, ma quando 1' udiva se ne vergognava. Ora,

avendo fatta grande experienza de' fatti sui, * universal-

mente * (1) sendo morto messer Lionardo d' Arezzo, mes-

sono messer Carlo cancelliere nel luogo suo, il quale

ufficio fece con grandissima diligenza ,

* e tenne quello

luogo con grandissima riputazione * (2) e sopperì benis-

simo all' ufficio suo * della cancellaria * (3). Fu molto

vólto a fare versi, ne' quali, ebbe grandissima facilità,

in epigrammi e in altre condizioni. In prosa iscrisse ancora,

ma ebbe più facilità al verso. Tradusse la Batracomiomachia

di Omero in versi , che fu assai istimata.

Tradusse dua libri dell' Iliade; fece una orazione funebre

nella morte della madre di Cosimo de' Medici. S' egli

avesse potuto lasciare molte cure superflue, eh' egli aveva

prese, e datosi in tutto alle lettere , arebbe fatto gran-

dissimo frutto, * ma pigliò troppe cure. Furono in mes-

ser Carlo molte parti degne di commendazione * assai.

Di lui si potrebbono dire molte lodi che sarebbe ufficio

di chi avessi a scrivere la vita sua; basti questo averlo

fatto in questo brieve comentario * (4). Nella morte gli

furono fatte molto degne esequie , e fu coronato poeta

in sulla bara, per le mani di Matteo Palmieri, che recitò

una orazione funebre nella sua coronazione.

(1) Così in B. , manca nell' ed. Bart.

(2) Così in B. , manca nell' ed. Bart.

(3) Cosi in B. , manca nell' ed. Bart.

(4) Così in B. e V. , manca nell' ed. Bart.


BENEDETTO d" AREZZO 237

* OPERE COMPOSTE DA MESSER CAJRLO.

Una orazione funebre nella morte della madre di

Cosimo de' Medici.

OPERE TRADOTTE DA LUI.

Batrocomiomachia d' Omero in versi. Due libri

della Iliade d' Omero * (1).

BENEDETTO D' AREZZO.

I. — Messer Benedetto d' Arezzo fu d' onestissimi

parenti; il padre suo fu soleniiissimo dottore, e volle che

dua figliuoli eh' egli (2) aveva, dessino opera alle leggi

ed entrassino sotto lui in Firenze, che leggeva, condotto

dagli ufficiali dello Studio. Furono dua i primi dottori

d' Italia. Messer Benedetto fu di prestantissimo ingegno

e di maravigliosa memoria, quanto ignuno n' avessi l' età

sua. Ebbe grandissima perizia in ragione civile e cano-

nica, e lesse in Firenze, dove ebbe grandissima audienza,

e acquistò per tutta Italia grandissima riputazione, per-

chè aveva assai iscolari di vari luoghi. Valeva assai,

oltre a leggere, nel consigliare; che venivano assai a

lui, per consigli, fuori di Firenze. Era d' uno (3) acu-

tissimo ingegno, e non aveva così tosto udita cosa, come

egli r aveva intesa. Ebbe notizia di questi istudi d' uma-

nità, e diceva bene in prosa e in versi latini; era molto

leggiadro in dire ne' versi volgari , e aveva universale

(1) L'indicazione delle opere di messer Carlo d'Arezzo manca

leggesi nei codici B. e V.

nelle edizioni del Mai e del Bartoli , ma

(2) che (ed. Bart.)

(3) d' (ed. Bart.)


238 PARTE IV — UOMINI DI STATO E LETTERATI

notizia, * oltre agli studi d' umanità *

(1), delle opere (2)

sacre e delle istorie; e colla sua mirabile memoria sa-

peva ragionare di ogni cosa, perchè egli non aveva letta

opera ignuna, ch'egli noli' (3) avessi a mente; e quando

si trovava dove fussino uomini dotti, si faceva con questa

sua memoria onore.

IL — Crescendo ogni dì più in riputazione, così