F47 PE febbraio 2010 INTERNO

pantani.net

F47 PE febbraio 2010 INTERNO

La nostra scuola

oltre che educare, oggi

ha il compito urgente

anche di evangelizzare

PRESENZA

EDUCATIVA

2010

Febbraio - 16 N. -

DON BOSCO VIII

A MILANO Anno

Spedizione in A.P. - Art. 2 Comma 20/C Legge 662/96 - Milano


Doppia festa lo scorso 31 gennaio per la Famiglia

Salesiana: la memoria liturgica di san Giovanni

Bosco, ricordata dal Papa all’Angelus, è stata

infatti scelta per l’apertura dell’anno dedicato

al beato don Michele Rua – primo successore

di don Bosco – nel centenario della morte, avvenuta

il 6 aprile del 1910. Dal modello di don Bosco

all’esempio di don Rua: è l’invito con cui, in una

lettera, il rettor maggiore dei salesiani, don Pascual

Chávez Villanueva, annunciando l’apertura dell’anno

centenario, ha ricordato l’importanza del primo successore

di don Bosco. « Durante quest’anno – ha sottolineato

– è nostro compito farlo conoscere e, attraverso la

sua figura, saper leggere e comprendere una parte di

storia della nostra Congregazione. Scoprire le

nostre radici ci renderà più consapevoli della

nostra identità e quindi più capaci di visione

futura. La conoscenza della storia

– ha proseguito – ci aiuta a comprendere

il contesto in cui egli è vissuto

e la complessità delle situazioni,

illumina le scelte da lui operate,

rivela la sua viva intelligenza,

grandezza d’animo, coraggio

lungimirante. Una migliore conoscenza

di don Rua susciterà

in noi l’amore per lui e

l’amore ci spingerà all’imitazione;

così potremo

proporci più facilmente

di essere come lui un altro

don Bosco».

Questo numero

di “Presenza…”

è dedicato alla memoria

del Beato don Michele Rua:

perché egli con il suo esempio

possa Illuminare anche la nostra

operosa Comunità salesiana di Milano


Digital photo: Adriano Battarin

La parabola del padre buono – don Vittorio Chiari ........................................................................... 4

Il premio ............................................................................................................................................... 7

In un laboratorio di famiglie amiche – don Damiano Galbusera ........................................................ 8

Le parole scolpite – Alessandro Carovigno ....................................................................................... 10

Scaffale – Prete da galera ................................................................................................................... 13

Carissimo Ernesto – don Vittorio Chiari ............................................................................................ 14

Per un’azione terapeutica responsabile .............................................................................................. 16

L’urgenza di evangelizzare – don Pierfausto Frisoli ........................................................................... 19

Le cappelle di via Rovigno – Federico Oriani .................................................................................... 20

Il Vangelo è ottimismo ......................................................................................................................... 21

Una “copia” di don Bosco? – don Enrico Dal Covolo ....................................................................... 22

La costruzione del “brand” – Dario Panciera .................................................................................... 26

La vita, tra inizio e compimento – Giulia Barazzutti ........................................................................... 28

L’Africa ti spiazza – Federica Colombo ............................................................................................. 30

Donarsi con gioia – Samanta Grana .................................................................................................. 32

Profeta di carità – Roberto Parmeggiani ........................................................................................... 34

Un prete che sapeva “incarnarsi” negli altri – don Vittorio Chiari ..................................................... 36

Il nuovo vessillo ................................................................................................................................... 37

I ragazzi del coro – Maurizio Sala ...................................................................................................... 38

Essere digitali – Salvatore Grillo ........................................................................................................ 40

Poche parole e molti fatti .................................................................................................................... 41

Cartellone ............................................................................................................................................ 42

Anno VIII - N. 16

Febbraio 2010

Aut. Trib. MI n. 628

dell’8/11/2002

Direttore Responsabile

Francesco Scolari

Direttore Editoriale

don Renato Previtali

In questo

numero 16

In Redazione: Carlo Brenna - Vittorio Chiari - Damiano Galbusera

Stefano Mascazzini - Franco Sganzerla

Segreteria: Angelo Minuti - Francesca Crippa

Direzione e Redazione: Via Copernico 9 - 20125 MILANO

tel. 02.67.627.283 - fax 02.67.627.282

www.presenza-educativa.it www.salesianimilano.it

redazione@presenza-educativa.it francesco.scolari@salesianimilano.it

Stampa: SCUOLA GRAFICA SALESIANA

Via Tonale, 19 - 20125 MILANO - Tel. 02.67.131.511

Disegni: Andrea Bragalini - Benedetta Gentile - Alberto Raineri

Progetto grafi co: Stefano Arosio

Impaginazione: Franco Grimoldi


Editoriale

La parabola del padre buono

Sarà che ho una certa età o — come dicono i miei amici — che ho un’età certa, che mi ritrovo

spesso a frugare tra i libri letti anni fa, in cerca di saggezza nella parole degli uomini che

hanno familiarità con Dio – i vari Bernanos, Peguy, Bloy o il Chesterton dei romanzi, i Carlo

Bo o Papini o Mazzolari, per citare qualche italiano — o anche solo per curiosità tra i

vari autori laici, celebrati dai nostri laici. Quasi per riequilibrare la lettura dell’ultimo libro

di Umberto Galimberti, pochi giorni fa mi sono imbattuto in Ventisei interviste sull’infanzia

della non più giovane Dacia Maraini. Da una parte, il noto psicologo che, tra i tanti miti,

demitizzava la figura materna; dall’altra, gli illustri intervistati della Maraini — da Montale

alla Cavani ad Abbado a Bellocchio alla Aulenti — che narravano il loro rapporto, non

sempre felice, sofferto, con i propri genitori e familiari.

4


E tu chi eri? Questo il titolo del libro,

edito, se non sbaglio, nel secolo

passato ma non troppo, circa dieci

anni fa. Il top è stato raggiunto da

un grande regista di teatro, Luca

Ronconi, che riassumeva il problematico

rapporto di molti degli intervistati

nel rapporto con il padre.

«Sai, con mio padre — rispondeva —

non ho vissuto affatto. La mia famiglia è solo mia madre. Appena sono nato io, mio padre

e mia madre si sono divisi… Mio padre l’ho visto un paio di volte in tutto. Una volta è venuto

a casa a trovarci e un’altra volta abbiamo fatto una gita a Firenze insieme. Una terza

volta dovevamo vederci ma poi non ci siamo visti. Eravamo partiti per la Svizzera, lui in un

vagone e io in un altro con mia madre. A Milano hanno staccato il suo vagone mentre lui

dormiva e così, quando ci siamo svegliati, ci siamo trovati soli senza di lui. Non ci siamo più

visti».

Ci si può staccare il vagone, anche se si vive in casa, quando i rapporti sono freddi, sono una

collezione di silenzi o di tensioni, è uno stare nello stesso appartamento ma non in famiglia.

Ognuno vive la propria vita: si va e si viene come in un albergo, non si mangia mai insieme,

ognuno ha i propri orari… A questo punto non si giunge improvvisamente o a caso, per

verità taciute o bugie ripetute, per un tradimento, un problema economico o altro: si parte

sempre alla lontana fino al giorno in cui si stacca il vagone per sempre. Rimane il fatto che

i figli si trovano il padre e la madre, che li hanno generati, senza chiedere loro il permesso,

con una preparazione alla paternità e alla maternità non sempre attenta, curata, responsabile.

Al mondo, solo Uno ha dovuto chiedere il permesso di nascere! Il Figlio di Dio. Lo ha chiesto

ad una ragazzina di quindici, sedici anni, che ha acconsentito ed era ben preparata. Il

suo corso per diventare sposa e madre era stato curato da Dio stesso, che l’ha voluta, per

suo Figlio, libera da ogni peccato; l’ha voluta Immacolata.

Generare un figlio è generarlo per sempre — e per sempre, in qualche modo, si è responsabili

dei figli, del rapporto che si costruisce con essi. Cancellarli dalla propria vita crea in loro

danni non sempre riparabili. E’ un danno anche presentarsi a loro come amici, alla pari,

peggio ancora, inferiori a loro! I figli non hanno bisogno di amiconi ma di un padre e di una

madre, contenti di esserlo, capaci di vivere il loro ruolo con maturità. Non perfetti, ma passabili.

Genitori che hanno una buona stima di sé, per cui sono autorevoli di fronte ai loro

figli, in ogni stagione del loro crescere.

Stima di sé! Più volte, nei miei incontri, ho trovati genitori che non si stimavano a sufficienza,

che non si rendevano conto di quanto avevano dato ai loro figli, che si sentivano non

alla pari con i loro compiti di educatori, perché non avevano studiato — i figli sì — non

sapevano usare le nuove tecnologie — i figli sì — parlavano i dialetti — i figli no. A me è

sempre stato facile contraddirli, dissotterrando dalla loro esistenza quanto di bello, di buono,

di vero, di nobile hanno fatto per i loro figli.

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Editoriale

Ho usato il termine dissotterrare che usava spesso Etty Hillesum, una giovane olandese, morta

in campo di concentramento ad Auschwitz: lei sapeva vedere la speranza anche nelle baracche,

dov’era rinchiusa, dietro al filo spinato di luoghi di morte!

Un genitore è grande anche se imperfetto. Grande e coraggioso perché genera una vita e la

vita non è qualcosa di precario, legata al tempo: la vita si proietta nell’eternità, ha sapore

d’infinito. E questo non è cosa da poco!

Grande e coraggioso se ama la propria creatura, per cui diventa padre e madre, fondando la

personalità del proprio figlio che, amato, potrà amare. L’amore dà valore alla sua esistenza.

Il non amore lo fa sentire anonimo, lo fa sentire nessuno, come diceva un ragazzo quindicenne,

che è fuggito dalla vita, stimandosi un niente: «Io sono di nessuno, io sono nessuno».

Grande e coraggioso nel ritrovare tutto quello che ha seminato nel cuore di suo figlio o di sua

figlia, nei primi anni di vita: quanti gesti d’amore, quanti baci, quante carezze, quanti bagnetti

profumati! E poi le veglie o i risvegli nella

notte: per il primo dentino, le varie malattie

dei piccoli. E poi — e poi… Se un papà e una

mamma fanno il conto dei mille e più, molti di

più, gesti d’amore, che hanno gratuitamente

donato ai loro figli, per farli crescere, si rendono

conto del valore che hanno presso di loro,

di quale autorità possono rivestire i loro gesti,

le loro parole, che non nascono da un rinfaccio

ma da qualcosa di concreto, di reale che dovrebbe

suscitare il loro grazie. Ho detto dovrebbe

perché, crescendo, non è così naturale il

sentimento di riconoscenza. Occorre saper attendere:

le memorie seminate non vanno mai

perdute e prima o poi riemergono. L’amore si

nutre di pazienza e di speranza.

Presentando un libro, così ho definito la speranza:

“E’ vedere la spiga dorata nel tempo del

seme marcito, è tenere le porte aperte sull´impossibile”.

Ci aiuta a mantenere vivo questo

sentimento una narrazione affascinante, direi incredibile. La si trova nel Vangelo di Luca

al capo 15: la parabola del figliol prodigo, che si potrebbe definire meglio: la parabola del

padre buono, ricco di misericordia e di speranza.

Il bene seminato non va mai perso! Diventassi Papa, lo proclamerei dogma di fede! Papa non

lo sarò mai. Come educatore vivo in questa certezza! Mi permette di continuare a lavorare

anche quando non si vedono i frutti del seme marcito!

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don Vittorio Chiari

direttore dell’Opera Salesiana S.Domenico Savio

e del Collegio Universitario Paolo VI - Milano


Il premio

Il 7 dicembre 2009, nel giorno

della solennità di S.Ambrogio,

il sindaco di Milano Letizia

Moratti ha consegnato al

rettor maggiore dei salesiani,

don Pascual Chávez Villanueva,

una Grande Medaglia d’Oro

per l’impegno che la Congregazione

salesiana dedica al

territorio milanese da oltre un

secolo. La consegna è avvenu-

Da sinistra: don Adriano Bregolin, don Agostino Sosio,

don Pascual Chávez, il presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri

e il sindaco di Milano Letizia Moratti

ta al Teatro Dal Verme nell’ambito dell’Ambrogino d’Oro, l’annuale manifestazione in cui si premiano

alcune eccellenze che si sono distinte per iniziative sul territorio a favore del bene comune.

A rappresentare la Congregazione salesiana, con don Pascual Chávez, anche il suo vicario don

Adriano Bregolin e l’Ispettore ILE don Agostino Sosio. Questa la motivazione con la quale è

stata assegnata la Grande Medaglia d’Oro:

“Educazione ed evangelizzazione” sono al centro dell’impegno quotidiano dell’Istituto.

Da 150 anni, l’organizzazione internazionale fondata da san Giovanni Bosco

testimonia il suo operato al servizio dei giovani. In prima fila tra i più poveri e gli emarginati,

ha portato con orgoglio cultura e carità in 128 nazioni del mondo,

testimoniando un progetto e uno stile di vita improntato ai valori più alti dell’uomo.

«Si dice che i giovani sono il futuro. Per me sono il presente

e se nel presente non ricevono l’opportunità di sviluppare

i loro talenti, non avremo mai persone ricche veramente

di qualità umane, buoni e onesti cittadini».

Lo sostiene don Pascual Chávez, intervistato

da Magdi Cristiano Allam nell’opuscolo

Con Don Bosco e i giovani da poco uscito per la ElleDiCi,

che riporta anche l’intervento tenuto dal rettor maggiore

alla fine del 2009, in occasione delle celebrazioni

per il 150° anniversario della Congregazione salesiana.

Una pubblicazione dedicata a tutti coloro che sono impegnati

(part time o a tempo pieno) nel difficile mestiere di educatori:

genitori, insegnanti, animatori e catechisti.

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Scuola Genitori

In un laboratorio

di famiglie amiche

In questi anni, più volte abbiamo dato vita

ad una Scuola Genitori, talora con incontri

raccolti nel mese di gennaio, in occasione

della festa di don Bosco (il Gennaio Pedagogico),

in altri casi con conferenze ed incontri

su tematiche specifiche legate alle

questioni educative.

Su sollecitazione dei genitori, adesso abbiamo

provato a pensare in un modo diverso

ad una “scuola dei (per) genitori” : invece

di proporre un incontro con un “esperto”

cui porre domande, abbiamo deciso di

valorizzare le risorse positive che i “veri

esperti” che lavorano educativamente possiedono.

I “veri esperti” sono i genitori, cui

ci siamo rivolti con uno strumento di lavoro,

un “laboratorio” che li vedesse protagonisti

nel costruire la loro “scuola genitori”.

Sono incontri aperti, per la prima volta, a

tutti i genitori che fanno riferimento

all’Opera Sant’Ambrogio nella sua

totalità.

Inizialmente, questo progetto, che

porta a riflettere su tematiche educative

senza la presenza costante

dell’esperto, è sembrato a noi

stessi abbastanza azzardato. Nel

corso degli incontri, invece, sempre

più spesso i genitori presenti

ci hanno fatto conoscere la

ricchezza di questo metodo.

Dopo una breve introduzione

(“innesco” e presentazione

del tema) essi, divisi

a gruppi, studiano il testo

di un “laboratorio”

(un “caso concreto” che

presenta una situazione familiare) e discutono

gli esempi di cui è ricco ogni incontro,

oppure si confrontando sui dubbi

o i diversi modi di agire e reagire in una

situazione concreta. Così, il gruppo “fa”

il laboratorio.

Attraverso la scrittura amabilmente provocatoria

della situazione presentata, si aiutano

i genitori a trovare le “risorse buone” per

il compito educativo dentro la loro esperienza

di coppia.

Un aspetto importante riguarda il modo di

vivere i lavori di gruppo che chiamiamo laboratori:

nessuno può autorizzarsi a non

privilegiare l’ascolto, i silenzi e l’accoglienza

reciproca, fatta anche di un linguaggio

non verbale fraterno (dire di sì con il capo,

sorridere, confermare, mostrare che l’altro

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ha dato voce a contenuti, esperienze, percorsi

che sono in fondo comuni, sovrabbondando

così in segnali di conferma o in

“ascolto empatico”).

Come detto, ciò che vogliamo approfondire

nei laboratori parte da un contenuto comune,

un “caso concreto”, che non si presenta

mai nella realtà nei modi in cui è presentato

nel laboratorio, ma che mantiene

caratteri di quotidianità tali che anche a

noi potrebbe capitare di essere impigliati in

una simile relazione che crea malessere.

Lo stile dei laboratori è associativo: l’intervento

di uno si associa a quello di un altro

non solo nel senso banale di “si accorda

con” (cioè nel senso di “la penso come lui,

sono d’accordo con lui...”), ma perché riflette,

fa risuonare, specifica, allarga, riempie,

approfondisce un intervento altrui anche

quando lo delimiti, ne rilevi altri versan-

Scuola Genitori

ti, ne mostri il disaccordo con gli altri apporti.

Per usare un’immagine, non si tratta

di sommare perle, ma di tener d’occhio il disegno

che emerge dal loro disporsi.

Lo stile di condivisione non è per nulla indifferente

ai contenuti che emergono, anzi

tale stile rende possibile il fatto che, alla fine,

il gruppo sappia (cioè accumuli sapere)

di più della somma dei contenuti dei singoli

membri. La relazione e sintesi finale, che

raccoglie tutti i gruppi, dovrebbe scoprire e

celebrare le meraviglie che accadono nella

comunicazione.

La convinzione di fondo è che i problemi

della famiglia trovano soluzione proprio

nel paziente lavoro dei confronti e degli incontri:

il complesso sistema-famiglia non

può e non deve mai considerarsi autosufficiente.

Quest’opinione naturalmente non

ha una connotazione negativa, ci riporta

anzi a ritrovare il senso più ampio della

comunicazione.

Così, la “scuola dei genitori” è sempre

meno una scuola e sempre di più

un’esperienza da mettere in comune:

un laboratorio, più che di esperti, di

famiglie amiche. Una via di solidarietà

che, senza dubbio, ci aiuta a

disegnare un destino non effimero

della vita familiare.

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don Damiano Galbusera

docente licei classico e scientifico

delegato exallievi Istituto S.Ambrogio

Per qualsiasi informazione e per ricevere

il materiale degli incontri, si può contattare

don Damiano Galbusera all’indirizzo mail:

dgalbusera@salesiani.it

Domenica 16 maggio 2010 si terrà

un pellegrinaggio a Torino in occasione

dell’ostensione della Sacra Sindone:

tutti i genitori sono invitati a partecipare


L’incontro (già segnalato nel Cartellone della

scorsa Presenza Educativa — anno VII n.15,

p.44) aveva per titolo Le parole scolpite, perché

ciò che caratterizza i romanzi e la vita stessa

di questo autore è la verità — testimoniata

da una scrittura solida come la roccia — che

non può essere cambiata né

dimenticata. È in un momento

tragico che Corti trova la

sua definitiva vocazione di

scrittore: durante una gelida

notte della ritirata di Russia

nell’inverno 1942, accerchiato

dai nemici, con pochissime

possibilità di salvezza, fa

un voto alla Madonna col

quale si impegna a dedicare

la sua vita di scrittore a quel

versetto del Padre Nostro che

recita Venga il tuo Regno, testimoniando

così la verità

cristiana. Il secondo (ma non

meno importante) pilastro sul quale si fonda

la poetica di questo autore è la bellezza: egli,

come ricorda nell’intervista qui di seguito, si

ispira ad Omero che, a suo parere, trasformava

in bellezza ogni argomento, anche la guerra.

Pur non servendosi del verso ma della prosa,

Corti ricerca e trova una certa armonia

della frase che possa affascinare il lettore e avvincerlo

alla lettura, pagina dopo pagina. Ed

è proprio ciò che succede!

Molti ragazzi, spaventati dalla mole de Il cavallo

rosso (1274 pagine!), rinunciano alla sua

lettura ma sbagliano perché, dopo solo qualche

pagina, ci si immedesima nel racconto e

Incontri

Le parole scolpite

I liceali del S.Ambrogio si sono confrontati con Eugenio Corti,

scrittore e saggista di ispirazione cattolica, brianzolo

e “paolotto” (termine che indica i ferventi cattolici della Brianza)

non lo si abbandona più, attratti sia dai contenuti

che dalla famosa armonia della frase. Per

questo anche un adolescente — abituato a fumettoni

come Harry Potter o Twilight — dovrebbe

impegnarsi nella lettura di un romanzo

così corposo, condividendo paure, aspettative

e gioie di ragazzi poco più

che ventenni, tutti davvero

esistiti all’alba della II guerra

mondiale, anche se le differenze

culturali tra le due generazioni

sono notevoli.

Nulla è inventato: i personaggi

sono reali (parenti o

amici dell’autore stesso) e gli

avvenimenti sono realmente

accaduti. L’identificazione avviene

ancor di più per ragazzi

che vivono nel nord Italia,

dato il radicamento del romanzo

con i luoghi e le tradizioni

nostrane.

Corti è autore fuori da ogni scuola o gruppo:

spesso ignorato dalla critica, i suoi libri (tutti

pubblicati dalle Edizioni Ares) si sono diffusi

tramite il passaparola dei lettori che ne hanno

compreso il valore. Il cavallo rosso fa capire

come non è impossibile vivere cristianamente

e i suoi personaggi non sono votati ad indifferenza,

permissività e disperazione come quelli

di molti altri romanzi del ‘900. Si potrebbero

scrivere ancora fiumi d’inchiostro per elencare

i motivi per affrontare questo autore, ma ora...

tocca ai lettori scoprirli.

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Alessandro Carovigno


L’intervista

“Il Cavallo rosso” è conosciuto dai lettori quasi esclusivamente attraverso il passaparola, è ignorato

dalla critica corrente e non appaiono recensioni sulle pagine dei giornali dedicate alla cultura:

perché questa esclusione e in cosa si sente distante da altri autori tanto celebrati?

La mia esclusione è causata dal fatto che mi dichiaro apertamente credente, cristiano e cattolico

e anche perché in tutti i miei scritti ho posto alla cultura dominante una critica — decisa, energica

e motivata — e la critica risponde col silenzio: parlare male di me vorrebbe dire comunque

parlarne...

L’odierna cultura dominante deriva dall’illuminismo. Nel medioevo ve ne era una teocentrica,

sostituita poi nel 1500, durante il Rinascimento, da un umanesimo interpretato in modo non

corretto come antropocentrismo e dalla riscoperta degli antichi valori pagani. Inizialmente, Dio

non venne escluso, anzi, ma poi — piano piano — si è scivolati in una posizione di suo rifiuto,

arrivando cosi all’illuminismo e all’idealismo tedesco, punto d’arrivo di questa traiettoria; tramite

i due discepoli di Hegel — Feuerbach e Nietzche — i libri di filosofia sono usciti dalle biblioteche

e sono entrati nella testa della gente. Il liberismo di Hegel ha quindi avuto come figli il

nazismo e il comunismo che, sotto il profilo culturale, sono arrivati a proclamare la morte di

Dio. Questa è stata la conclusione culturale del XX secolo. Il nazismo è stato eliminato militarmente

e il marxismo è imploso e adesso siamo ad una cultura post illuminista che permea tutto:

giornali, televisione, scuola, letteratura. E’ contro questo illuminismo di ritorno che mi sono

schierato: si producono opere morte o moribonde incapaci di generare buone idee, ma diffuse e

sostenute proprio perché funzionali al pensiero dominante, anche se inconsistenti; anzi: proprio

perché inconsistenti. La stessa cultura cattolica è divisa e trovo sostegno solo in una parte di

essa, con giudizi positivi della cultura

cristiana anche protestante.

Pensa che ideologie come quelle nazista e

comunista abbiano modificato il rapporto

dell’uomo con la fede?

Il liberalismo puro ha dato buoni esiti nell’economia fino a che non si è spinto troppo oltre.

Secondo Sant’Agostino, chi opera nella società terrena senza dare spazio a Dio finisce per

seguire il principe di questo mondo, cioè il demonio.

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L’intervista

E’ quel che si è verificato sia col nazismo che con il comunismo, due fratelli gemelli. A tutti i morti

che essi hanno causato bisogna aggiungere gli effetti che queste idee hanno sulla testa della

gente. Ad esempio, tanti giovani nati in famiglie cristiane sono stati corrotti dalla continua propaganda

effettuata nelle scuole. C’è stata una cesura nella cultura tramandata tra generazioni.

Lei ha vissuto gli eventi della guerra, in particolare quelli successivi all’8 settembre; ritiene corretto

il comportamento del re?

Credo che fece il suo dovere, perché lui e il governo non potevano rischiare di rimanere in balìa

dei tedeschi. Per questo, prese in mano la situazione e si arrivò all’armistizio. Se re e governo

fossero rimasti a Roma, tutta la struttura legittima dell’Italia non sarebbe stata più libera ma

nelle mani dei tedeschi e quindi fecero bene ad andare al sud, dove inglesi e americani garantivano

il libero esercizio del potere. L’errore non fu quello, ma di entrare in guerra completamente

impreparati, quindi l’armistizio venne considerato il minore dei mali, per non provocare altri

lutti e miserie. Certo, non si trattò di una soluzione brillante, ma non vi era molta scelta...

Il suo modello di poesia?

Fin dal ginnasio, il mio maestro è sempre stato Omero; mi innamorai dello scrivere grazie al suo

stile, capace di trasformare in bellezza tutto quel che narrava, anche la guerra. Poi ho scoperto

Virgilio, Dante e Tasso, fino al Manzoni e fra gli stranieri Tolstoj, il mio prediletto: tutti di impostazione

omerica. Quando scrissi il primo romanzo, mi ispirai a loro. Ma credo che, per rendere

la realtà del nostro tempo, occorra utilizzare la prosa, anche se così si perde lo strumento

splendido del verso. Proprio per sostituire l’efficacia del verso, nei miei testi di narrativa cerco

un’indispensabile armonia della frase della quale il lettore quasi non si rende conto: si fa prendere

dall’incantamento e non smette più di leggere! Ecco: l’armonia della frase riesce ad incantare

il lettore come il verso della poesia…

a cura di Alessandro Carovigno

Negli ultimi mesi, alcuni eventi hanno riproposto l’immagine e l’opera di Eugenio Corti: l’assegnazione del

Premio Isimbardi da parte della Provincia di Milano e un convegno a lui dedicato. La premiazione si è svolta

il 18 dicembre 2009 presso l’Istituto dei Ciechi, alla presenza dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi

Tettamanzi e del Presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà. Il convegno “Eroismo, storia e letteratura.

Eugenio Corti: un grande scrittore lombardo. Dalla Campagna di Russia ai giorni nostri” ha invece

avuto luogo al Palazzo Reale il 10 dicembre. Tra i vari attestati di stima rivolti a Corti, sono state avanzate due

proposte per testimoniare la riconoscenza del mondo della cultura allo scrittore brianteo, con lo scopo di

conferirgli finalmente il meritato prestigio. La prima è venuta da Rossana Mondoni, docente di Storia e Filosofia

e vicepresidente della rivista Testimoni della Storia, la quale ha auspicato per Eugenio Corti addirittura

l’assegnazione del Nobel per la letteratura. La seconda vorrebbe invece lo scrittore candidato alla carica di

Senatore a vita, in virtù delle sue opere, modello per educare le generazioni future. Corti ha inoltre ricevuto,

il 9 febbraio, il premio La Lombardia per il lavoro, consegnatogli dal presidente della Regione Lombardia

Roberto Formigoni.

Infine, giunge dall’estero una notizia che conferma il grande successo di questo autore: il prestigioso Figaro

Littéraire, supplemento del Figaro magazine, ha indicato Il cavallo rosso come il miglior romanzo apparso in

Europa negli ultimi 25 anni.


Questo nuovo scritto di don Luigi Melesi presenta storie

che hanno segnato in profondità l’Italia, dalle Brigate

Rosse agli scandali per corruzione. Un capitolo è

dedicato a Renato Vallanzasca, autore negli anni Settanta

di clamorose rapine, sul quale in autunno verrà


Don Luigi Melesi, salesiano dell’istituto S.Ambrogio

storica molto nota nel mondo

che sta dietro le sbarre. Ordinato sacerdote nel 1960,

ha vissuto la prima esperienza con la realtà del carcere

Ferrante

Aporti di Torino. Ha poi operato presso la casa

di rieducazione di Arese come insegnante e catechista,

rimanendo sette anni a contatto con centinaia di ragazzi mandati dai tribunali minorili di tutta

Italia. In seguito, insieme ad un altro padre salesiano, don Ugo De Censi, ha sviluppato l’idea di

una spedizione giovanile missionaria tra le popolazioni più emarginate del Brasile, dando così vita

all’Operazione Mato Grosso, con l’obiettivo — sulla linea dell’enciclica Populorum Progressio

— di educare i giovani attraverso il lavoro gratuito per i più poveri in alcuni paesi dell’America

Latina. Risale al 1967 la partenza della prima spedizione.

Tornato nuovamente ad Arese come direttore della casa di rieducazione, don Luigi ha fondato la

rivista Espressione Giovani, riodo

ha scritto i suoi principali testi teatrali: La parabola di Gesù in teatro, Gli Atti degli Apostoli

in teatro, Il corpo racconta, Gli incontri, Teatro fattore di riunione.

Risale al 1978 il suo primo ingresso come cappellano nel carcere di San Vittore di Milano. Da

quel momento, si è sempre interessato dei tanti problemi che affliggono ogni giorno i carcerati,

combattendo contro coloro che vorrebbero trasformare i penitenziari in fabbriche per dannati

(spesso ha ripetuto che la prigione non ha senso, perché non cura il male ma lo aggrava e

lo trasforma in disastro sociale). Una volta, interpellato sul perché della sua destinazione come

cappellano di un carcere, don Luigi rispose: «Sono stato mandato a San

Vittore perché l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo,

aveva chiesto al superiore dei Salesiani uno di noi. Avendo io fatto per

vent’anni il prete-insegnante con i ragazzi della casa di rieducazione di Arese,

venivo considerato... abilitato anche per gli adulti! A San Vittore avrei

dovuto prestare servizio per tre mesi; sono diventati invece trent’anni».

don Luigi Melesi

Scaffale

Silvio Valota, Prete da galera,

Don Luigi Melesi racconta storie di chi sta in carcere

e di chi mai ha pensato di entrarci

San Paolo Edizioni, 2010

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Carissimo Ernesto…

Il 27 novembre 2009 Ernesto Treccani si è spento a Milano

nella sua “Casa delle Rondini” e con lui è scomparso

uno tra i più genuini poeti d’immagine del Novecento.

Durante la cerimonia funebre di questo grande amico

dei salesiani, don Vittorio Chiari ha pronunciato una

ispirata omelia, che qui riportiamo nei suoi punti essenziali

(…) Io vorrei rivolgermi ad Ernesto nel tono familiare

dei nostri incontri di oltre trent’anni d’amicizia fraterna.

Negli occhi conservo il verde del Forte

ma anche l’azzurro della Casa delle Rondini,

questa casa di via Porta, tra terra e cielo

dove tutto parla di lui, della sua arte, dei suoi amici.

Più volte, prima di salire, mi sono fermato a contemplare

il volo delle rondini nel cielo azzurro: libere, veloci, rapide,

soffermandomi su un punto dove si trovano, si innamorano,

si baciano, vincendo la loro solitudine.

Oggi, caro Ernesto, il tuo volo va oltre il Cielo della casa

e, nell’Oltre, ti viene incontro un corteo di persone, i tuoi genitori,

i compagni delle tue battaglie a favore della giustizia, della pace,

gli artisti di Corrente: Birolli, Guttuso, Manzù, Morlotti, Cassinari,

Vittorio Sereni, Amendola e tanti altri,

la tua Lidia, “la signora compagna” che ti attendeva

dopo avere condiviso con te sessantadue anni di vita insieme.

Sei giunto a lei nel giorno anniversario del tuo matrimonio,

un record che raggiungono solo coloro che amano

e all’amore non hanno dato un termine, un tempo determinato.

Di lei avevi scritto che era straordinaria,

che ti ha dato sempre nuova linfa di vita,

che ha contribuito molto alla tua arte:

“Standole accanto ogni difficoltà veniva superata

e diventavamo una corda sola che suonava all’ unisono».

L’amore è stata la tua vita. Come l’arte. “Arte per amore”.

(…) Hai amato i “barabitt” di Arese. Li hai dipinti con amore.

Nei loro volti hai intuito la sofferenza di chi è lasciato solo

sulle vie del crescere, ma anche la speranza, la voglia di riscatto,

di trovare la propria dignità.

Non si sentivano giudicati da te e tu li trovavi belli

quando altri li giudicavano brutti,

li accoglievi quando altri li mettevano al margine.

14


Ricordo

(…) Eri entusiasta quando un giovane veniva a trovarti,

a parlarti, a chiedere consiglio sull’arte del dipingere.

Ti consideravi un artigiano, uno che sudava,

che faticava senza sosta

nella ricerca di un tratto che fosse tuo caratteristico

e che a noi è sembrato fl uire naturale dalla tua tavolozza

come fl uiva il tuo parlare.

(…) Un giorno, mentre passeggiavamo per via Turati, ti ho detto:

«E’ diffi cile sentire la primavera, qui in città».

Tu mi hai sorriso, indicandomi un fi lo d’erba, che spuntava

tra il marciapiede e il muro: «Basta solo un poco di terra

perchè la primavera risplenda anche qua!».

E’ bastato incontrare persone come te,

per amare questa nostra umanità,

questo mondo così grande e avvilito,

così ricco e disperato, così dinamico e dolorante,

Sono certo, l’avresti nuovamente scelto,

senza un istante di esitazione,

se fossi tornato a nascere, per renderlo più bello,

più abitabile, più in pace con tutti,

come hai tentato di fare

nella tua lunga esistenza, dove hai dato tanto di te.

“Tutta la vita non è

servita a niente e servirà a

niente nel futuro, perché

io lo so, io sono un

ragazzo che non sa amare

perché non è mai

stato amato”

Luca, anni 14,

attualmente in carcere

L’immagine qui a lato e il pensiero di Luca

sono tratti da: I “Barabitt” di Ernesto Treccani

30 disegni con testo dei ragazzi di Arese

© 1986 e edizioni successive

Associazione Amici di Don Della Torre, Arese (Milano)


Exallievi

Per un’azione terapeutica

responsabile

Tradizionale appuntamento con il Forum promosso dall’Osservatorio nazionale di bioetica degli

exallievi di Don Bosco; la terza edizione (14 e 15 novembre scorsi, presso il teatro del S.Ambrogio),

era incentrata sulle alleanze possibili per una responsabile azione terapeutica, nel solco dei precedenti

convegni e nell’ambito di un percorso formativo rivolto ad exallievi (medici e non) impegnati

nella promozione della vita e della persona secondo i valori cristiani.

Maurizio Bruni — presidente regionale exallievi e copromotore del Forum — ha iniziato con

una provocazione (Quanto vale, in termini di euro, una persona?), invitando a riflettere sui rischi di

una deriva aziendalistica della sanità italiana (tanto pubblica che privata), anche alla luce dell’ultima

enciclica papale. Traendo spunto dai dati della nostra spesa pubblica, fra le più basse in

Europa in termini di investimento sul PIL, il conseguente dibattito è stato animato da alcuni

gravi interrogativi (Dove va la professione medica? Dov’è rimasta la persona con i suoi diritti?) e si

è concluso con l’auspicio di nuove positive iniziative da parte della comunità politica, nell’interesse

dei cittadini e della nostra stessa economia.

Il direttore del S.Ambrogio don Renato Previtali, rammentato che non tutto quanto tecnicamente

possibile è eticamente ammissibile, ha

ribadito che anche in bioetica il sicuro riferimento

morale è rappresentato per i credenti

dalla visione cristiana dell’uomo. Bernardo

Cannelli, presidente nazionale exallievi, ha sottolineato

l’universalità del debito formativo in

materia di bioetica, non ristretto ai soli medici

o agli addetti ai lavori, ma a tutti gli exallievi

consapevoli dell’importanza della posta in gioco;

perché la vita è un bene che appartiene a

tutti e non può essere lasciata nelle mani di

qualcuno. Da qui la missione dell’Osservatorio

di bioetica, un movimento laicale ispirato ai valori

cristiani e al mandato civile di don Bosco

(essere “onesti cittadini” oltre che “bravi cristiani”),

aperto al confronto e al dialogo coi non

credenti.

Notevole per densità di contenuti e per impatto

emotivo è stata poi la relazione di Giuseppe Puglisi,

rettore IULM, il cui richiamo ad autori

dell’era precristiana (Ippocrate e Seneca) ha

mostrato come i valori laici della filantropia e

16


Exallievi

della filotecnia, coniugati al principio dell’universalità del diritto alle cure (liberi e schiavi,

indigenti e stranieri) e della beneficenza (intesa come promuovere il bene evitando il danno)

abbiano straordinarie assonanze con il pensiero moderno occidentale e con l’universo valoriale

cristiano, sintetizzate nelle figure di Albert Schweitzer e di S. Giuseppe Moscati. L’attuale

spersonalizzazione delle cure sarebbe riconducibile da una parte al preponderante ruolo

della tecnologia nella medicina e dall’altro all’ingresso di terzi soggetti (stato, società,

aziende, economia) nel rapporto tra medico e paziente, tra i quali non è comunque più proponibile

il tradizionale modello paternalistico

(“Fai come ti dico”), essendo oggi necessario

armonizzare: autonomia del paziente (attraverso

il consenso informato), beneficialità (concedere

solo ciò che è bene), equità (garantire a

tutti l’accesso alle cure) e non maleficienza delle

cure (motto ippocratico: Primum, non nocere).

Vi è tuttavia il rischio di estremizzare l’autonomia

decisionale con tutti i risvolti del caso

(problemi connessi al testamento biologico,

aberrazioni dell’utero in affitto e del commercio

di organi — e così via), oltre al problema della

sostenibilità delle spese sanitarie, acuito dalla

tendenza attuale ad un maggior invecchiamento

della popolazione (quindi: più bisognosa di

cure), dal condizionamento dell’industria

nell’incremento della spesa farmaceutica e diagnostica e — all’opposto — dal prevalere di

criteri meramente economici nella gestione delle aziende sanitarie. Nella destinazione delle

risorse dovrebbe invece essere auspicabile il richiamo ai valori di eticità, efficacia, appropriatezza,

qualità delle cure ed equità, nel superamento dei rischi opposti di spreco e discriminazione.

Secondo il relatore, una possibile via d’uscita potrebbe consistere, a livello istituzionale

(Università), in un maggiore investimento nella ricerca indipendente e, a livello di massmedia,

in una informazione più critica, cioè meno condizionata dal mercato.

Giorgio Lambertenghi Deliliers, presidente ANMCI, ha poi ribadito la necessità di un dialogo

aperto, pacato e meditato con il mondo laico sui temi della bioetica, come spesso auspicato

anche dal cardinale Tettamanzi, suggerendo inoltre il dovere formativo di ogni medico

in ambito antropologico, filosofico e religioso per una migliore alleanza terapeutica.

Le riflessioni proposte da Giuseppe Acocella, exallievo membro dell’Osservatorio di bioetica

nonché rettore LUSPIO e vice presidente CNEL, hanno concluso i lavori della prima giornata,

con un’efficace distinzione tra i vari modelli medico-paziente: paternalistico (il medico,

unico depositario del sapere, propone / impone la cura); contrattualistico (che presuppone

equilibrio tra obblighi e benefici, oltre che autonomia decisionale del paziente, ma che rischia

di considerare non-persone i bambini e i soggetti in coma o con disturbi cognitivi); utilitaristico

(il principio dell’utilità sociale orienta ogni decisione sulla salute del paziente: pericoloso

perché, se spinto alle estreme conseguenze, legittima comportamenti di dubbia eticità

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Alcuni dei relatori del terzo Forum dell’Osservatorio nazionale di bioetica

(da sinistra: Maurizio Bruni, Giuseppe Acocella, Giuseppe Puglisi e Bernardo Cannelli)

quali, ad esempio, il commercio di organi). Il modello delle alleanze terapeutiche può invece

rappresentare il superamento di quelli precedenti, attraverso confronto, dialogo e mediazione

tra medico, paziente, famiglia, società e istituzioni nell’individuazione dei bisogni, anche

inespressi, della persona malata, dei familiari (spesso accomunati al paziente dal senso di

solitudine, impotenza e angoscia) e del medico (talvolta schiacciato dal peso delle responsabilità).

Sua chiave di volta è il prendersi cura in senso globale, senz’altro più impegnativo di

un asettico (per quanto tecnicamente ineccepibile) curare inteso come semplice somministrazione

di terapie. Nel dibattito conclusivo si è accennato anche al rischio di eugenetica connesso

ad un eccesso di diagnostica — come nel caso delle attuali procedure di diagnosi prenatale

— e all’abuso dell’espressione qualità della vita, neologismo medico spesso utilizzato in

medicina palliativa e in oncologia nei casi ai confini dell’accanimento terapeutico, contrapposta

alla sacralità della vita di matrice cristiana.

Nella seconda giornata, ad apertura dei lavori, il presidente exallievi del S.Ambrogio, Eros

Tavernar, ha spronato i partecipanti ad essere protagonisti nel ricercare, promuovere e diffondere

sempre idee eticamente ispirate, rifuggendo ignavia ed indifferenza.

Ugo Garbarini, Presidente OMCEO di Milano, ha poi sottolineato la tendenza alla burocratizzazione

della professione medica, l’aberrazione della medicina difensiva (finalizzata non al

bene del paziente ma alla tutela legale del medico) e il falso mito della medicina ipertecnologica

e onnipotente (adesso non muore più nessuno!). Per lui, solo il richiamo alla missione del

medico — mai come oggi così impopolare — e l’invito alla comunicazione con il paziente

rappresentano il punto di svolta per una rivoluzione morale, antropologica e intellettuale di

una classe in crisi di identità. Maurizio Sala, avvocato ed exallievo, è intervenuto su responsabilità

giuridica e alleanza terapeutica, presentando e discutendo alcuni casi di giurisprudenza

in materia sanitaria, mentre Antonio Frassini, altro esperto dell’Osservatorio di Bioetica,

si è riferito al giuramento professionale attualizzato ed al codice deontologico medico.

Il Forum si è concluso con la stesura di un documento finale, con la sintesi delle principali

argomentazioni emerse durante i lavori.

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Punto di vista

L’urgenza di evangelizzare

Cosa intendiamo con il termine evangelizzazione? La Congregazione per la Dottrina della

Fede ha suggerito che – in senso ampio – esso riassume l’intera missione della Chiesa e che

quindi ha come destinataria l’intera umanità: “Evangelizzare significa non soltanto insegnare

una dottrina, bensì annunciare il Signore Gesù con parole e azioni, cioè farsi strumento

della sua presenza e azione nel mondo”. E’ una definizione molto ricca, che sottolinea come

la missione della Chiesa non si racchiude nella celebrazione di se stessa, ma nella promozione

del bene pieno e definitivo di tutti gli uomini. Essa rende presente il Signore Gesù che si è

incarnato per noi uomini e per la nostra salvezza. Il Vangelo non è solo parola, ma è parola

potente, ricca cioè di energia, di forza trasformatrice dell’uomo e della realtà sociale: vi si

annuncia il Signore con la parola e con l’azione caritativa, educativa, liberatrice. Egli insegna

e risana, dà compimento alle attese dell’uomo, manifesta l’autentico dell’amore, fino al dono

totale di sé; è la Parola, la luce vera, la via, la verità, la vita piena, il pane di vita eterna, l’acqua

viva. Evangelizzare è rendere presente, attuale e sperimentabile tutto ciò.

Ma perché oggi è così urgente evangelizzare? Osservando l’attuale malessere sia dei giovani

che degli educatori, è evidente che siamo nel mezzo di una vasta crisi educativa, la cui radice

– secondo l’acuta analisi di Papa Benedetto XVI – risiede in una società e in una cultura che

spesso fanno del relativismo il proprio credo. La via di uscita può consistere in uno stile educativo

davvero autentico: vicinanza e fiducia, equilibrio tra libertà e disciplina, autorevolezza

e responsabilità. È perciò necessario evangelizzare nella scuola e non accanto ad essa, percorrendo

tre vie complementari e fortemente interdipendenti: cura dell’ambiente, valorizzazione

della cultura ed espliciti itinerari di fede, che andrebbero intesi non come interventi isolati,

extra-didattici, ma come momenti sapienziali, in

un continuum coerente con la didattica, i contenuti

culturali e le relazioni, in forte rapporto di interdipendenza

e di arricchimento reciproco.

Questo compito alto – per la scuola e per la formazione

professionale – non solo di educare, ma

anche di diventare strumento della presenza e

dell’azione del Signore, potrà certamente essere

arricchito dall’esperienza e dall’opera di ricerca

di tutti gli educatori salesiani.

don Pierfausto Frisoli

Consigliere Regionale Salesiano

per l’Italia e il Medio Oriente

Su questo tema, don Pierfausto Frisoli ha sviluppato

un’ampia relazione durante l’ultima Giornata Salesiana

della scuola e della formazione professionale

organizzata dall’Ispettoria Lombardo-Emiliana

19


Le cappelle

di via Rovigno

L’excursus sulle cappelle officiate

dai salesiani a Milano

(presentate negli scorsi numeri

di questo giornale) non si può limitare

alle tre di via Copernico e a quelle di via

Tonale, delle

Abbadesse e

della Stazione

Centrale.

Per completezza

è necessario

spostarsi, in verità

non di molto,

in via Rovigno,

nella parrocchiasalesiana

di S. Domenico

Savio, dove

troviamo la

cappella feriale

per i parrocchiani,

quella nuovissimadell’oratorio

e quella dedicata al Beato Piergiorgio

Frassati nella casa per studenti Paolo VI.

La cappella feriale si affaccia sul cortile

dell’istituto e occupa con la sua pianta

mistilinea un locale ricavato alle spalle

dell’altar maggiore. Gli arredi sono improntati

ad una genuina semplicità: la

mensa d’altare è in legno e poggia su due

montanti su cui è raffigurata una coppia

di cherubini. Alle spalle del celebrante è

appesa una copia in dimensioni ridotte

del “Crocifisso di San Francesco”, ovvero

di quell’icona della chiesa di S. Damiano

ad Assisi per mezzo della

quale fu rivelata a Francesco

quale sarebbe stata la sua

missione. Sulla parete destra

tre stampe, raffiguranti Domenico

Savio, Maria Ausiliatrice

e don Bosco, precedono

il tabernacolo la cui porta, in

metallo sbalzato, raffigura Gesù come

Buon Pastore. Quattro pile lignee reggono

fiori ed un simulacromariano.

Diversa origine

ha invece avuto

la nuovissima

“cappellina”

dell’oratorio,

benedetta dal

cardinale Tettamanzi

in occasione

della festa

di don Bosco

2009 (cfr. l’inserto

di “PresenzaEducativa”

n. 14). Si

tratta di un piccolo

ambiente appositamente progettato per

affacciarsi sul nuovo patio nel cortile dell’oratorio.

Il gioco e la preghiera devono stare a

contatto e potersi alternare senza fratture, in

modo naturale. La separazione architettonica

tra i due spazi è anche l’elemento che illumina

l’interno essendo costituita da una

grande vetrata a tutta parete formata da lastre

policrome alternate a ritratti a grisaglia

di Cristo in mezzo ai giovani e legate a piombo

dal laboratorio artigianale Magni. L’attenzione

è catturata dal leggìo posto sotto

un’icona di Cristo benedicente, unici elementi

di arredo al di fuori delle sedie.

20


Nel nostro tour abbiamo visto alcune cappelle

ultracentenarie e molte nuovissime,

tutte con qualche peculiarità e molta dignità

ma — per concludere — sarebbe poco

corretto non ricordare anche quelle che non

esistono più. Tra esse è la prima cappella ad

essere officiata dai salesiani a Milano nel

mitico oratorio di via Commenda, attivo dal

dicembre 1894 e della quale si persero le

tracce con la chiusura dello stesso nel 1947.

Dal Bollettino Salesiano sappiamo che quella

cappella fu utilizzata per la festa di Maria

Ausiliatrice del 1895. Anche le notizie sulla

seconda cappella milanese sono estremamente

scarse: si trattava del primo altare

eretto in via Copernico, nel corpo di fabbricato

parallelo alla via stessa e terminato nel

1897. Era riservata alle scuole ed ebbe vita

breve: fu benedetta dal Card. Ferrari il 15

maggio 1897 e fu smontata nel 1899 con

Il cardinale salesiano

Tarcisio Bertone

Segretario di Stato Vaticano

Fogli di diario

l’inaugurazione della cappella S. Ambrogio.

In entrambi i casi doveva trattarsi di ambienti

artisticamente spogli.

Nel secondo dopoguerra i salesiani, già responsabili

dell’assistenza religiosa in Stazione

Centrale, furono chiamati ad occuparsi

anche della cappellina dello smistamento

ferroviario che divenne la più piccola

tra le opere salesiane meneghine. Serviva

all’assistenza religiosa dei figli dei ferrovieri

e della gioventù delle zona Milano-Smistamento

e Ortica. La chiesa, minuscola, era

stata edificata dai ferrovieri stessi in memoria

dei loro morti. In inverno ogni domenica

bisognava portare fuori le panche per contenere

almeno i ragazzi in piedi e in estate si

celebrava all’aperto.

BOTTA & RISPOSTA

Il Vangelo è ottimismo

Federico Oriani

Dove sta andando la nostra società?

Non in una buona direzione, mi pare, visto il pessimismo

e la malvagità che la contraddistinguono…

Quindi?

Quindi non resta che rimboccarsi le maniche, come già faceva

don Bosco. Oggi, serve più che mai una laboriosità gioiosa,

anche — e soprattutto — perché il nostro modo di vivere,

essendo molto complesso, ci porta spesso a scoraggiarci,

fi n quasi ad arrenderci.

E’ una proposta controcorrente…

Non può essere che così.

E’ fondamentale non lasciarsi risucchiare

dal conformismo.

Vede segnali positivi?

Come no! Sono tanti i segni di speranza, che per fortuna

offuscano la mediocrità ormai dilagante.

In fondo, il Vangelo è… ottimismo!

fs


Spiritualità salesiana

Una “copia” di don Bosco?

“Don Michele Rua, fedele discepolo di don Bosco” è espressione che ricorre

come un leitmotiv nelle biografi e del beato.

Di fronte a tali stereotipi e per ristabilire un minimo di verità, è necessario

approfondire il confronto tra le virtù di don Bosco e quelle di don Rua

Il 1 aprile 1934 — domenica di Pasqua e

solenne chiusura del Giubileo straordinario

della redenzione — Giovanni

Bosco fu proclamato santo al termine

della sua causa di beatificazione e di

canonizzazione, iniziata a Torino il 4

giugno 1890. La prima fase (cioè il

processo ordinario, così chiamato perché

condotto sotto la responsabilità

del vescovo ordinario del luogo) venne

chiusa il 1 giugno 1897, mentre la seconda

(il processo apostolico sotto la responsabilità

diretta della Santa Sede)

iniziò a Roma dieci anni dopo e

durò vent’anni, con esiti alterni.

Dopo il riconoscimento dei

quattro miracoli allora prescritti

(due per la beatificazione e due per la canonizzazione), Pio XI poté infine procedere alla

beatificazione di don Bosco e poi alla sua canonizzazione.

E’ soprattutto il processo apostolico che illustra al meglio, pur con i limiti delle ricerche umane, il

peculiare modello di santità incarnato dalla persona di cui si discute. Così, il confronto tra le rispettive

Positiones di don Bosco e di don Rua consente di verificare le tangenze e le distanze dei

due modelli. Secondo la procedura allora vigente, il processo apostolico era condotto con il metodo

delle obiezioni (le cosiddette animadversiones proposte dall’ufficio del Promotore della Fede,

cioè dal pubblico ministero della Sacra Congregazione, volgarmente chiamato avvocato del diavolo)

e delle risposte (le responsiones preparate dall’avvocato [difensore] designato dalla Postulazione).

Le obiezioni alla santità di don Bosco, che emergono dalla lettura della Positio, sono abbastanza

note. Si tratta soprattutto della sua astuzia, orientata, secondo l’avvocato del diavolo, a un’ardente

passione di successo personale e di guadagno economico. Vi entra anche, per gli stessi motivi,

l’accusa di un certo plagio nei confronti dei ragazzi, con rilievi pesanti riguardo al mancato esercizio

della prudenza, specialmente nei racconti di sogni e di premonizioni terrificanti; di non

trasparenza (per usare il vocabolario di oggi) nella ricerca e nella gestione di elemosine e di eredità;

di scarsa sobrietà nella mensa; e, finalmente, di disubbidienza pressoché sistematica all’arcivescovo

di Torino, mons. Lorenzo Gastaldi.

22


Spiritualità salesiana

La prima fase della causa di beatificazione e di canonizzazione del Servo di Dio Michele

Rua si svolse invece a Torino tra il 1922 e il 1928. Otto anni dopo, quando la canonizzazione

di don Bosco era ormai avvenuta da più di due anni, iniziò la seconda fase della causa,

che fu però rallentata dal periodo bellico, tanto che il Decreto sull’eroicità delle virtù fu

promulgato soltanto nel 1953. Trascorsero ancora diciassette anni per il riconoscimento dei

due miracoli prescritti per la beatificazione e finalmente, il 29 ottobre 1972, il venerabile

Michele Rua fu solennemente beatificato a Roma, nella basilica di San Pietro, da Papa

Paolo VI.

La procedura introdotta da Giovanni Paolo II nel 1983 e tuttora vigente richiede un altro

miracolo — e non due — per la canonizzazione. Tuttavia, benché la Postulazione abbia

raccolto un lungo elenco di grazie attribuite all’intercessione di don Rua, al momento presente

nessuna di esse si configura in maniera tale da consentire l’apertura di un processo sul

miracolo. Quando questo processo sarà celebrato (a tale scopo è necessario promuovere nel

popolo di Dio la conoscenza del beato, diffonderne il culto e raccomandarne l’intercessione)

e se il giudizio degli organismi giudicanti sarà positivo, il Papa potrà procedere alla canonizzazione

di don Rua.

Lo studio del “processo apostolico” e l’esame della Positio super virtutibus di don Rua sono

decisivi per il confronto tra il modello di santità rappresentato da don Bosco e quello incarnato

da don Rua. Questa analisi, già compiuta da storici e biografi del calibro di Agostino

Auffray, Eugenio Ceria e Joseph Aubry, è stata sintetizzata da Francis Desramaut nelle pagine

conclusive della sua recente Vita di don Michele Rua primo successore di don Bosco,

appena pubblicata in lingua italiana (Edizioni LAS, Roma), per la quale appare evidente

che prudenza, temperanza e povertà sono le virtù che caratterizzano maggiormente il profilo

spirituale di don Rua tracciato nella Positio.

Anzitutto, don Rua praticò puntualmente la prudenza, contribuendo a far crescere dovunque

la società salesiana: promosse nei confratelli la pietà e lo zelo per le anime; moltiplicò

le spedizioni missionarie; approvò e sostenne chi desiderava dedicarsi all’apostolato dei

lebbrosi; fece in modo che nei collegi si coltivassero la pietà, lo studio e la disciplina. E con

grande energia – mai disgiunta dall’amorevolezza – non trascurò alcuna cosa che, secondo

gli insegnamenti del Fondatore, potesse contribuire alla maggior gloria di Dio.

Quanto alla temperanza, essa si traduceva per lui nel culto della regola (si dice che don Bosco

ripetesse: “Don Rua è la regola vivente”): sorvegliava attentamente se stesso per concedere

al corpo solo lo stretto necessario. Mai si concesse la siesta pomeridiana. Ogni giorno,

dopo il pranzo, partecipava alla ricreazione con i confratelli, secondo le indicazioni della

regola, mentre alla sera, dopo le preghiere, manteneva il religioso silenzio. Così pure osservava

e faceva osservare tutte le prescrizioni, anche le più piccole, della sacra liturgia. Era

temperante pure nel cibo: non lo si vide mai assumere alcun alimento fuori dai pasti e alla

sua mensa di rettor maggiore non tollerava alcun privilegio. Per il sonno, al termine della

sua estenuante giornata, si stendeva per cinque o sei ore su un divano trasformato in letto.

Insomma, aveva imparato fin da ragazzo a non ascoltarsi mai, non certo per il gusto della

mortificazione in se stessa, ma per rendere il corpo più docile al servizio della carità.

23


Spiritualità salesiana

Riguardo infine alla povertà, don Rua ne fece la sua compagna prediletta. Non aveva che

due talari, una per l’estate e una per l’inverno, tutt’e due usate fino a logorarne la stoffa,

ma sempre perfettamente ordinate. Per ventidue anni abitò la camera che era stata di don

Bosco e non permise mai che qualche cosa ne fosse cambiata. Forse la sua lettera circolare

più ispirata è quella del 31 gennaio 1907, dedicata appunto al tema della povertà, da lui

definita il primo dei consigli evangelici. “La povertà, in se stessa, non è una virtù” vi si

legge “ma lo diventa solo quando è volontariamente abbracciata per amore di Dio, come

fanno coloro che si danno alla vita religiosa. Tuttavia anche allora la povertà non cessa di

essere amara, perché anche ai religiosi impone dei gravi sacrifici, come noi stessi ne abbiamo

fatto mille volte l’esperienza. Non è perciò da stupire se la povertà sia sempre il punto

più delicato della vita religiosa, se ella sia come la pietra di paragone per distinguere una

comunità fiorente da una rilassata, un religioso zelante da uno negligente… Di qui la

necessità per parte dei Superiori di parlarne sovente e per parte di tutti i membri della

famiglia salesiana di mantenerne vivo l’amore e intiera la pratica”.

A questo punto, può destare qualche sorpresa e perplessità la conclusione più evidente a

cui approda il confronto tra le due Positiones, cioè il fatto che le stesse virtù maggiormente

invocate per delineare la santità di don Rua sono quelle costantemente impugnate per

contestare la santità di don Bosco. E’ vero infatti che proprio la prudenza, la temperanza

e la povertà sono i cavalli di battaglia delle animadversiones raccolte nella Positio del Fondatore.

Si può vedere, al riguardo, come abbiano resistito tenacemente – fino alla Novissima

positio super virtutibus, stampata per la congregazione generale coram sanctissimo

dell’8 febbraio 1927 – le obiezioni alla prudenza di don Bosco (oltre che alla sua obbedienza),

specialmente a causa della vicenda con mons. Gastaldi; e le obiezioni alla sua povertà,

soprattutto a causa di una certa transazione di beni dei Servi di Maria.

La risposta a queste e alle altre obiezioni giunse finalmente – oltre che dagli avvocati difensori

– dall’autorità suprema del Papa. Al termine della medesima congregazione generale

prima ricordata, con la quale si chiuse il processo apostolico, Pio XI ebbe a dire: “Il

venerabile don Bosco appartiene alla magnifica categoria di uomini scelti in tutta l’umanità,

a questi colossi di grandezza benefica e la sua figura facilmente si ricompone, se

all’analisi minuta, rigorosa delle sue virtù, quale venne fatta nelle precedenti discussioni

lunghe e reiterate, succede la sintesi che, riunendone le sparse linee, la restituisce bella e

grande: una magnifica figura, che l’immensa, insondabile umiltà non riusciva a nascondere”.

E qualche anno dopo, nell’omelia della canonizzazione, il Santo Padre avrebbe solennemente

definito quella magnifica figura come l’apostolo della gioventù, interamente dedito

alla gloria di Dio e alla salute delle anime, distintosi per arditezza di concetti e modernità

di mezzi in ordine all’educazione completa dell’uomo.

Il riconoscimento delle virtù di don Bosco non poteva essere più pieno né più autorevole.

D’altra parte, la pratica delle medesime virtù aveva in lui quel tanto di inedito e di ardimentoso

– per riecheggiare il linguaggio di Pio XI – che può spiegare, almeno in parte, le

animadversiones citate.

24


Ebbene, la ricezione assai differente della

santità di don Rua rispetto a quella del

Fondatore – come attesta con sufficiente

chiarezza il confronto tra le due Positiones

– dimostra che egli non fu la copia di don

Bosco. Se lo stereotipo del fedele discepolo

dovesse significare questo, sarebbe certamente

da rigettare. In ogni caso, è da preferire

l’espressione adottata dal rettor maggiore

nella sua lettera del 24 giugno 2009,

con la quale egli indice un anno dedicato

alla memoria del beato Michele Rua nel primo

centenario della sua scomparsa: qui infatti

don Chávez parla di don Rua come di

un discepolo fedele di Gesù sui passi di don

Bosco.

In realtà, assai più che una semplice copia

del Fondatore, il primo successore di don

Il beato Michele Rua, primo successore di Don Bosco

Bosco appare – anche nella vita spirituale e

nell’itinerario della santità salesiana – come

colui che ha fatto della sorgente, una corrente, un fiume. Conservando intatta la propria irrepetibile

personalità – che era ben diversa da quella di don Bosco – egli ha approfondito e sistematizzato

in un progetto di vita personale e comunitaria il cammino di perfezione di san Giovanni

Bosco, percorrendo una via propria, originale. In questo senso va interpretata l’affermazione

di Angelo Amadei (che cita a sua volta don Paolo Albera) là dove si legge che don Rua

“riuscì a riprodurre in se stesso nel modo più perfetto il modello” del Fondatore. Per questo

motivo, infine, il beato Michele Rua rappresenta la chiave di lettura migliore – e quasi obbligatoria

– per comprendere a fondo il modello di santità realizzato da san Giovanni Bosco.

don Enrico dal Covolo

Postulatore Generale per le cause dei Santi

promosse dalla Congregazione salesiana

Dal 28 ottobre al 1 novembre 2009 si è tenuto a Torino-Valdocco il primo Convegno

Internazionale di Studi dedicato a “Don Michele Rua, primo successore di Don Bosco”,

in occasione del centenario della morte del Beato (avvenuta il 6 aprile 1910) e

dell’anno speciale che il Rettor Maggiore ha indetto nella sua memoria (31 gennaio

2010 / 31 gennaio 2011).

Al Convegno, organizzato dall’Associazione Cultori di Storia Salesiana e dall’Istituto

Storico Salesiano, hanno partecipato studiosi provenienti da numerose nazioni.

Quella qui pubblicata è la sintesi della prima relazione, tenuta da don Enrico

Dal Covolo in qualità di Postulatore Generale della Cause dei Santi della Famiglia

Salesiana.


La costruzione

del “brand”

Un marchio compare nella visione del fruitore dell’immagine

come elemento distintivo dell’attività e dell’essere di un’azienda, di un

prodotto, di una organizzazione, di una persona. Oltre al fattore tecnico estetico

della sua realizzazione, è ovviamente necessario che chi lo progetta cerchi di tradurre

in elemento di comunicazione visiva ciò che intende comunicare nel contenuto. Questo implica

una capacità critica e sistematica della realtà (che in una parola si potrebbe definire “cultura”) del

grafico creativo che non si può basare solo su talento estetico o abilità tecniche. Perciò, la formazione

del tecnico grafico nelle nostre scuole non può prescindere — per la realizzazione del

marchio come per tutte le altre attività — dalla formazione culturale e umana complessiva e

quindi da una serie di interventi didattici e formativi che investono a 360 gradi la sensibilità dello

studente, inteso come persona in formazione.

La stessa disciplina che negli istituti tecnici industriali per le arti grafiche contiene l’insegnamento

del disegno del brand ha contenuti culturali ampi e il suo nome — Storia e tecniche della comunicazione

visiva — li esprime solo in parte: oltre a Disegno, Storia dell’arte, Storia del carattere

e della comunicazione visiva, Tecnologia e Laboratorio grafico ne costituiscono l’ossatura

fondamentale. Nel percorso globale degli ITI gli studenti affrontano parallelamente altre discipline,

come Diritto ed Economia aziendale (con tuttta la normativa sulla registrazione del brand

e sul diritto d’autore), Lettere (Italiano e Storia) e Lingua inglese che rafforzano questo principio.

Ma tutto questo vale per la formazione in genere.

Il brand deve declinare i valori più seri dell’attività che rappresenta e di questi ovviamente cerca

di rappresentare quelli più immediati nella comunicazione. La forma di comunicazione deve essere

quindi semplice, rapida nella comprensione ma non deve essere assolutamente banale, ovvero

priva di contenuto. E’ inoltre un grave elemento di responsabilità.

Recentemente l’AIAF (Associazione Analisti Finanziari) ha inserito il brand nei criteri utilizzati

per la quotazione in borsa delle società, oltre a una serie di interessantissimi altri intangibles assets,

tra i quali la qualità dei manager, la ricchezza di idee, il turn over dei collaboratori e l’età del

personale. Non più quindi solo valori di bilancio. Si legge nel supplemento del n.46 della rivista

dell’Associazione, riguardo i metodi di misurazione e valorizzazione degli intangibles: «Il brand è

frutto spesso della combinazione tra innovazione e struttura organizzativa, inteso come immagine

dell’azienda e non solo nell’accezione di marchio commerciale, il quale rappresenta una serie

di benefici intangibili che gli utenti finali associano ai diversi player del mercato ed è fondamentale

nel processo di acquisto e consumo, in quanto il suo ruolo è quello di identificazione, garanzia

e personalizzazione dei beni e servizi stessi. Le aziende stanno quindi portando avanti strategie

sempre più brand oriented dovute alla consolidata ed acquisita consapevolezza che tale asset

intangibile sta diventando il centro dei rapporti tra l’impresa ed il mercato ed è il presupposto per

sviluppare la satisfaction dei clienti ed accrescere il capitale di fiducia e riconoscibilità del mar-

26


Didattica

chio che una impresa è stata in grado di costruire nel tempo. Secondo molti autori, il brand è

quindi in grado di spiegare ampia parte del valore che può essere creato dagli intangibles value

drivers». La creazione di un brand diventa allora un fatto di responsabilità sempre più grande, che

unisce alla classica responsabilità del grafico di fare cose utili e belle quella di rappresentare il

meglio del soggetto analizzato secondo un criterio di realismo (di verità).

Dal punto di vista della realizzazione dell’esecutivo, l’ottenimento del marchio è un fatto più tecnico

che creativo. La creatività ne è sicuramente parte importante, ma non fondamentale. La creazione

del grafismo è questione di metodo, in cui l’intervento creativo dà caratteristiche di eccellenza

senza però precludere la possibilità a chi ha meno fantasia di realizzare validi segni di comunicazione

visiva. Trattandosi di una questione di metodo, essa è facilmente inseribile in un percorso

didattico, perché schematizzabile in passaggi precisi che soddisfano obiettivi altrettanto precisi:

comunicazione, riproducibilità, versatilità di applicazione, eccetera. Tra i prerequisiti richiesti,

l’elemento irrinunciabile nell’ambito della progettazione di un marchio è una buona conoscenza

tecnica del disegno, che implica la conoscenza, almeno di base, della geometria e del lettering.

Questo consente la creazione di grafismi credibili sia sul piano esecutivo che su quello stilistico,

indipendentemente dallo strumento utilizzato per crearli (a mano o con l’ausilio del computer).

Come già osservato, lo studio e la realizzazione del brand è per sua natura interdisciplinare e offre

svariate possibilità di applicazione perché, partendo dalla progettazione del marchio, si arriva a

toccare le diverse ramificazioni della comunicazione visiva e della multimedialità e le discipline

ad essa trasversalmente collegate. L’esercitazione didattica sul brand nella scuola è quindi – oltre

che momento formativo – preziosa occasione di verifica interdisciplinare del percorso complessivo

dello studente, della sua crescita tecnico professionale ma anche culturale e umana.

Milano, Assolombarda

30 ottobre 2009

I ragazzi dell’ITI Don Bosco

alla cerimonia di premiazione

del concorso nazionale

“Un marchio per il marketing”,

promosso dall’AISM

(Associazione Italiana

Marketing).

Al centro, Dario Panciera

autore della relazione

che ha dato spunto

a questo articolo

Dario Panciera

coordinatore settore Grafico

I.T.I. per le Arti Grafiche e la Comunicazione“Don Bosco” - Milano

CFP Cnos Fap - Regione Lombardia


Dentro i cortili

La vita, tra inizio e compimento

Buona riuscita degli incontri riservati alle ultime classi dei licei sul tema della vita

Anche quest’anno, la proposta di riflessione

rivolta alle classi dei maturandi del

S.Ambrogio ha coinvolto e colpito tutti gli

studenti. L’argomento scelto — la vita

nelle sue due fasi di nascita e morte — è

certamente di difficile discussione e i ragazzi

si sono trovati ad affrontare tematiche

basilari per chiunque voglia dare un

senso alla propria vita. Certo, non tutti

sono partiti con cuore aperto...

C’era ad esempio chi pensava ai soliti incontri

di taglio moralistico (“tutta teoria

e, poi, dei sentimenti chi si cura?”) ed è sceso

nella sala Sant’Ambrogio — che ha

ospitato i tre momenti — con aria diffidente.

O chi non aspettava che di lanciare

la sua provocazione, sperando di confrontarsi

su argomenti difficili con gli esperti.

Alcuni, partiti con idee chiare in testa, le

hanno cambiate completamente, altri invece,

confusi, hanno forse trovato un ordine

al groviglio delle loro riflessioni partorite

negli anni di vita adolescenziale. Di

certo, nessuno avrebbe pensato di assistere

ad una condivisione così intensa di

esperienze vissute: i due medici si sono

raccontati semplicemente, senza pretese,

umanamente e così hanno conquistato la

partecipazione dei ragazzi.

Il primo incontro, sul tema della nascita, ha

visto protagonista Agostino Mangia, ginecologo

ed esperto in ostetricia. Dopo una

rapida presentazione del processo biologico

di concepimento, egli ha parlato dell’importanza

dell’istinto alla procreazione, che supera

la dimensione propriamente animale,

volta alla sopravvivenza della specie e si trasforma

invece in un vero e proprio dono, la

vita; dono completamente gratuito, perché

quello materno è un amore che viene da

dentro, la volontà di partecipare al ciclo naturale

di riproduzione e di ringraziare

dell’opportunità di vivere che ci è stata concessa.

Impegno certo gravoso, ma anche

stupendo, se carico d’affetto.

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Un genitore è ben consapevole che, donando

la vita, dona anche la morte: è il naturale

ciclo dell’esistenza, per cui ogni cosa ha

un inizio e una fine, così come ogni essere

vivente nasce, vive, invecchia e poi muore.

Bisogna imparare ad accettare le naturali

conseguenze di un dono di questa portata.

Nella vita non tutto sarà piacevole e fonte

di felicità e per chiunque arriva un periodo

buio, di angoscia, dolore o fatica. E spesso

la sofferenza giunge alla fine della vita,

quando la malattia consuma ed è difficile

mantenere uno sguardo di gratitudine verso

la vita stessa. I volti dei ragazzi, di fronte

a tali riflessioni, si sono fatti pensierosi:

chiaro segno di condivisione di quel cammino

di gioie, speranze e momenti duri che

accomuna tutti.

Proprio sul filo rosso della sofferenza e della

malattia (inevitabili, perché naturali) si è

incentrato il secondo incontro, riguardante

la morte e le cure palliative.

Simona Ianna, specialista in terapia del dolore,

ha invece parlato del suo lavoro presso

le strutture specializzate nel trattamento dei

Dentro i cortili

malati terminali, gli hospice, pensati proprio

per coloro che, non rispondendo più al

normale trattamento ospedaliero, hanno bisogno

di cure particolari che li accompagnino

serenamente al termine della loro vita.

Talvolta, quando è possibile, i malati preferiscono

rimanere nella propria casa in questo

delicato passaggio ed è proprio qui che

entrano in azione specialisti come la dottoressa

Ianna. Il supporto offerto dall’equipe

di medici è sia terapeutico (visite, medicinali,

sessioni di ginnastica riabilitativa) che,

soprattutto, psicologico. Il malato terminale

— ha spiegato la Ianna — ha ovviamente

diritti pari a quelli di qualsiasi altro paziente;

perciò, deve essere considerato come

un uomo in piena salute: i suoi desideri vanno

assecondati e — fatto di basilare importanza

— non deve essere mai abbandonato

a se stesso.

Spiegata brevemente la parte pratica del

suo lavoro, la relatrice ha poi raccontato la

sua esperienza personale, lasciando trasparire

i dubbi e le angosce del medico che, di

fatto, deve avere forza... per due persone:

per sostenere il malato nei momenti di

sconforto, rispettare i suoi tempi, capire i

suoi gesti e la sua volontà ma, allo stesso

tempo, nonostante le difficoltà che queste

azioni comportano, per vivere serenamente

la propria vita.

Grande l’emozione dei ragazzi davanti a

questi racconti di vita tanto che molti, al termine,

sono rimasti a porre domande, o semplicemente

a ringraziare i due specialisti.

A questi incontri ne è poi seguito un terzo

con Giuseppe Anzani, magistrato ed editorialista

di Avvenire, che si è occupato della

tutela della vita dal punto di vista giuridico.

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Giulia Barazzutti


L’Africa ti spiazza

Mi è stato chiesto di scrivere un articolo e, se da una parte ne sono molto felice e lusingata,

dall’altra sono parecchio preoccupata… In queste poche righe infatti vorrei riuscire a fare una

cosa difficilissima per me: trasmettere, almeno in piccolissima parte, quello che l’estate scorsa è

stato il mio periodo trascorso in un quartiere, Mekanissa, di una città, Addis Abeba, di uno stato,

Etiopia, in un continente, Africa.

Siamo partiti in dodici, poi smistati in alcune delle missioni salesiane.

I progetti riguardanti la missione di Mekanissa sono l’oratorio dei bambini di Donato con la

scuola elementare e quella professionale, la clinica di Asco e le suore gasparine. Donato ha avviato

con altri salesiani un progetto grazie al quale centinaia di bambini hanno un pasto caldo, un

luogo dove giocare, studiare, lavarsi. Asco è la clinica per bambini sieropositi ed è un tangibile

segno della speranza di allievare la grave piaga dell’aids in Etiopia. Le suore gasparine invece con

affetto e pazienza ospitano coloro che, dopo essere stati operati oppure in attesa di esserlo, non

hanno un posto in cui vivere. Questi progetti sono degli spiragli di luce per la gente, dei veri e

propri miracoli!

Scesa dall’aereo, non sapevo cosa aspettarmi… Certo, ci eravamo preparati, avevamo parlato

con ragazzi e ragazze che erano già partiti, visto le foto, imparato qualche parola in amarico…

ma ho maturato questa convinzione: non si è mai totalmente pronti, perché l’Africa ti spiazza.

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Amici del Sidamo

Abbiamo visto dove e come abitano, ci hanno raccontato le loro storie… storie che ti entrano

nel cuore… Come potremmo dimenticarci di Bailo? Un ragazzo di 18 anni che, dopo

varie operazioni tra cui alcune sbagliate, ora pesa 27 chili… e sua madre a fianco del suo

letto piange, ma non sono lacrime disperate, lei è contenta e ringrazia perché suo figlio è

ancora vivo.

Non possiamo nemmeno dimenticarci dei bambini e dei ragazzi dell’oratorio… Mi ricordo

il mio primo pomeriggio, non sapevo bene come comportarmi… Ad un certo punto, un

bambino mi prende per mano e mi trascina e io non capivo, poi mi mette in mano una scatola

e a gesti mi spiega che dovevo distribuire i biscotti che c’erano dentro. Era meraviglioso

quando ti correvano incontro e ti prendevano la mano…

Uno dei momenti più belli durante la giornata era quello del pranzo. I bambini si sedevano

per terra e aspettavo che portassero il loro piattino con un po’ di pasta o riso e un frutto; mi

sembravano così piccoli e indifesi… Allora, sedendomi a guardarli in un angolo, mi rendevo

conto della loro totale innocenza. Sicuramente non si sono scelti loro questa vita; noi — che

gratuitamente abbiamo ricevuto così tanto — come potremmo stare con le mani in mano?

Durante questo mese io, Alice e Chiara siamo state ospiti di una famiglia di volontari:

Sebastiano che dirige la scuola professionale di meccanica, Fulvia medico di Asco e i

loro tre figli Sara, Daniel e la piccola Marta. E’ fantastico sapere che ci sono degli eroi

in questo mondo che tutte le mattine nonostante tutto si alzano e combattono per dare

un futuro a chi è stato così sfortunato. Purtroppo,

spesso noi occidentali pensiamo di essere quelli

civilizzati e vogliamo andare nei luoghi del bisogno

per insegnare… In realtà chi non ha niente

(sembra assurdo dirlo ma, credetemi, è così!) è

capace di darti tutto… altrimenti come si spiegherebbe

che io sono così riconoscente verso

di loro?

Possiamo pensare di fare qualcosa per l’Etiopia?

Certo! Ognuno di noi è una piccola goccia, ma

non dimentichiamoci che — come diceva

Madre Teresa — tante piccolo gocce

messe insieme formano l’oceano!

“Ogni istante che Dio ti dona è un tesoro

immenso! Non buttarlo, non correre

sempre alla ricerca di chissà

quale domani…

Vivi meglio che puoi, pensa meglio che

puoi e fai del tuo meglio oggi! Perché

l’oggi sarà presto il domani e il domani

sarà presto l’eterno!”

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Federica Colombo


Il nostro campo di lavoro è partito sabato

12 dicembre alle 14.30, quando i ragazzi

hanno iniziato a riempire il cortile della

scuola già prima dell’orario indicato, accolti

dai responsabili dell’Associazione

Amici del Sidamo. Dopo essere saliti nelle

camere per sistemare i bagagli, ci siamo ritrovati

tutti in teatro: circa 200 tra educatori,

ragazzi e genitori.

Esperienze

Donarsi con gioia

Il “Campo Calendari” ha recentemente coinvolto l’intera scuola

Secondaria di Primo Grado del nostro Istituto S.Ambrogio

Nel giro di pochi secondi, il Sales ha cambiato

aspetto, passando dalla confusione generale

a un’atmosfera quasi surreale. Calato il

silenzio, abbiamo vissuto un bellissimo momento

di preghiera e riflessione che ci ha aiutato

a capire il vero significato dell’esperienza

che ci apprestavamo a vivere. Un video

con le immagini dell’Etiopia, una bellissima

meditazione ed ecco che i nostri ragazzi sono


stati mandati a piccoli gruppi — accompagnati

dai genitori e dai ragazzi del Sidamo

— per le vie del centro di Milano. Così, la

zona tra Piazza Duomo e il Castello Sforzesco

ha subìto un’improvvisa trasformazione,

colorandosi di arancione e riempendosi di

ragazzi che proponevano l’acquisto di un calendario

in cambio di un’offerta per le Missioni

salesiane in Etiopia. I ragazzi erano entusiasti

e sul loro viso si vedeva la gioia di

mettersi al servizio degli altri, anche solo per

un giorno. Verso sera, il ritorno alla base. Il

cortile della scuola si è nuovamente riempito

di ragazzi che, contenti, scambiavano idee e

opinioni su quanto vissuto, raccontandosi

anche qualche incontro particolare.

Ma il campo era solo all’inizio: ci restava da

vivere ancora molto tempo insieme.

La cena è stata preparata da alcuni genitori,

resisi disponibili per l’occasione: un piatto di

pasta, una cotoletta e tanta, tanta allegria,

per saziare tutti, anche i più affamati! Dopo

cena, ancora tre momenti importanti: con il

gioco, che ha coinvolto tutti, persino i professori,

alle prese con un’agguerrita partita a

pallavolo; in palestra dove, divisi a gruppi, si

è potuto riflettere sull’intera giornata; in

cappella, per una bellissima veglia di pre-

ghiera. Incredibile

l’atteggiamento dei ragazzi,

circa 180, ma concentrati e

silenziosi, come catturati in pieno dalla

splendida esperienza che stavano vivendo.

Terminata la veglia, ci si è infine divisi nelle

varie camere, per trascorrere la notte.

Il giorno seguente, suonata la sveglia, dopo

la preghiera e una veloce colazione sempre a

cura dei genitori, di nuovo per le vie del centro,

a vendere ancora qualche calendario. In

tarda mattinata, la celebrazione eucaristica e

poi tutti a mangiare una splendida pizza, prima

— purtroppo! — del ritorno a casa.

Era la prima volta che mi capitava di vivere il

Campo Calendari e sono veramente contenta

di avervi partecipato, poiché mi ha fatto constatare

l’entusiasmo, la partecipazione e la

grande disponibilità dei nostri ragazzi e che

ha dato tanto anche a noi adulti, permettendoci

di riflettere — almeno per un giorno —

su temi grandi come quello della povertà e

della sofferenza, con l’opportunità di vivere il

Natale in un’ottica completamente diversa.

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Samanta Grana

volontaria in Servizio Civile


Profeta di carità

L’esempio dei padri

Don Gnocchi è beato.

La solenne cerimonia si è svolta lo scorso 25 ottobre

in piazza del Duomo a Milano, davanti a 50mila fedeli.

In queste pagine, un breve ritratto della sua vita

e la testimonianza di don Vittorio Chiari

Dalle organizzazioni giovanili fasciste alla Resistenza. E in mezzo la guerra, prima in

Albania, poi in Russia, con la tragica esperienza della ritirata nella sacca del Don. Sempre

da educatore, prete fino in fondo, con i piedi ben piantati per terra e gli occhi costantemente

al cielo. La vita di don Carlo Gnocchi (1902- 1956), il papà dei mutilatini è

stata un’avventura umana e spirituale intensissima, coronata dalla grande opera di carità

nata in favore degli orfani della guerra e dei piccoli dilaniati dalle bombe.

Nato a San Colombano al Lambro il 25 ottobre 1902, sacerdote dal 1925, prima a Cernusco

sul Naviglio e poi nella parrocchia di San Pietro in Sala a Milano, don Gnocchi fu cappellano

nell’Opera nazionale Balilla e nella Legione Universitaria milanese. Nominato assistente

spirituale all’Istituto Gonzaga, quando vide che i suoi ragazzi cominciavano a partire per

il fronte decise di seguirli, per sostenerli là dove andavano.

Nel 1941 l’Albania, nel luglio 1942 la Campagna di Russia come cappellano militare nella

Divisione alpina Tridentina. E’ qui che nasce l’idea di un’opera di carità. Don Gnocchi si

china sui morenti, ascolta le loro ultime parole, li conforta con la fede. Chinato su quei Cristi

in croce, Buon samaritano nel gelo e nella battaglia, promette di prendersi cura degli

orfani. «Padre, le affido mio figlio». «Ci penserò io».

Rientrato in Italia, prende parte alla Resistenza e intanto sale sui monti a rintracciare le

famiglie dei suoi alpini, scopre la miseria e la fatica e decide di fare qualcosa. Nell’aprile del

1944, la Prefettura di Como gli affida la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di guerra ad

Arosio e lui lo apre agli orfani di guerra. Poi, l’8 dicembre 1945 arriva il primo mutilatino,

Paolo Balducci.

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Ne seguiranno tanti altri, a migliaia. Don Gnocchi trova la forza, il modo e i soldi per aprire altre

case, accoglie i mutilatini e i mulattini (figli di donne italiane e soldati americani di colore) e poi

anche i poliomielitici, di cui allora in Italia nessuno si occupava.

Il profeta della carità si batte instancabilmente per i suoi ragazzi, li cura nel corpo e nello spirito,

frequenta i ricchi e i politici (fu molto amico di Giulio Andreotti, che lo aiutò a consolidare la sua

opera) per trovare soldi e nuovi spazi. Nel 1948 nasce la Federazione Pro Infanzia Mutilata, che

poi diventa Pro Juventute e oggi si chiama Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus.

La sua vita trascorre velocissima, in una dedizione totale ai piccoli sofferenti che sfiora la santità,

una santità fatta di sacrificio quotidiano e dono totale di sé. Poi, nell’autunno del 1955, la scoperta

di un tumore allo stomaco. Don Gnocchi muore il 28 febbraio 1956 alla Clinica Columbus

di Milano, ma prima organizza il suo ultimo dono, quello delle cornee, che il professor Cesare

Galeazzi impianta di nascosto (l’Italia non aveva ancora una legge sui trapianti) in due ragazzi,

Silvio Colagrande e Amabile Battistello.Per chi l’aveva conosciuto don Gnocchi era già santo. Il

25 ottobre scorso è diventato beato, grazie al miracolo riconosciuto per la sopravvivenza di un

elettricista bergamasco, Sperandio Aldeni, che l’aveva invocato nel momento in cui il suo corpo

venne attraversato da una scarica da 15 mila volt nel 1979. Ma il suo vero miracolo è stato quello

di indicare con chiarezza e credibilità la via dell’amore e della solidarietà in tempi in cui il male

sembrava dover vincere sul bene. Don Gnocchi sapeva che non doveva accadere e si è speso fino

all’ultimo in questa sua santa battaglia.

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Roberto Parmeggiani

Dell’autore di questo articolo è da poco uscita per le edizioni San Paolo Don Carlo

Gnocchi imprenditore della carità, che racconta la vita del santo attraverso il racconto di

chi gli è stato vicino e che ha ricevuto il suo aiuto (in particolare la testimonianza degli alpini,

l’intervista a Silvio Colagrande e la storia di Sperandio Aldeni). Il libro comprende anche alcu-

Fondazione Don Carlo Gnocchi oggi.

Roberto Parmeggiani ha lavorato per tre anni al quotidiano Avvenire e poi a Famiglia Cristiana,

dove è caporedattore. A Don Gnocchi aveva già dedicato un altro libro, Ho conosciuto

don Gnocchi. I testimoni raccontano, uscito nel 2000.


UN PRETE

CHE SAPEVA

“INCARNARSI”

NEGLI ALTRI

Nell’occasione della

beatificazione di don

Carlo Gnocchi, ho riletto

Cristo con gli alpini,

un suo libro, ristampato

in anastatica, nel

centenario della nascita,

in numero limitato di copie: 1000. La mia

è la numero 0860. La conservo come memoria

dolcissima di un grande Educatore, che dentro

aveva un pizzico di Don Bosco. Non solo

perché aveva frequentato la seconda ginnasiale

a Milano dai salesiani di via Copernico −

una splendida pagella con un due in latino nel

primo trimestre e un sette e mezzo finale (vedere

“Presenza Educativa” n.16, giugno 2009,

p. 17) − ma perché di don Bosco, ottimo traduttore

del Vangelo in campo educativo, aveva

appreso quel principio dell’incarnazione che

gli ha permesso di essere prossimo ai suoi ragazzi,

ai suoi alpini negli anni della guerra.

Leggendo l’introduzione di Cristo tra gli alpini,

firmata nel 1942 da Innocenzo Cappa, appare

la figura del Cappellano, di don Carlo,

proprio nel suo “incarnarsi” nella vita dei

suoi giovani alpini: «Il Cappellano che non sale

sugli autocarri per risparmiarsi la fatica, che

non abbassa il capo per non esporsi alle armi

nemiche, che non mormora in fretta le sue preci

per diminuire a sé medesimo il tempo del più

L’esempio dei padri

grave rischio, che fisicamente patisce con il più

anonimo degli scarponi, che cade con lui, che si

infanga come lui, diventa per l’anima rude ed

eroica dell’alpino l’ambasciatore del Cielo fra

gli spasimi della terra».

E’ per questo suo mettersi nei panni dell’altro

che «a lui, l’alpino si confida e gli sorride benché

per natura sia avaro di sorriso, a lui chiede

consiglio ed aiuto per le lettere che deve scrivere

e per comprendere l’altro significato delle

lettere che riceve».

Don Carlo non era isolato dai suoi giovani,

ma accomunato alla loro sorte: «Questo mangiare

lo stesso pane (com’è bello, in linea,

quando arriva la spesa mettersi in fila con gli

altri a ricevere la razione!), questo dormire accanto

agli altri, distesi per terra, nell’uguaglianza

macerante della stanchezza e del sonno,

questo marciare con il Battaglione incorporati

nel reparto, polverosi come gli altri, col sacco in

spalla come tutti, cantando a piena voce le canzoni

alpine, dà il senso vivo di una comunione

così intima e così eroica che ogni cosa, anche la

più umile e ordinaria, si trasfigura nello spirito

all’altezza e alla solennità di un rito e di un sacerdozio

nuovo».

Per don Carlo, insomma, non solo compartecipazione

di vita, ma vera e propria incarnazione.

Così dovrebbe essere per tutti coloro

che si sentono responsabili di altre persone:

preti e suore, educatori, genitori in famiglia,

insegnanti nella scuola.

don Vittorio Chiari

direttore dell’Opera Salesiana S.Domenico Savio

e del Collegio Universitario Paolo VI - Milano

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Exallievi

Il nuovo vessillo

Nel 2008, la Federazione Lombarda exallievi / e di don Bosco aveva indetto

un concorso di idee per la realizzazione della propria bandiera / vessillo.

La partecipazione a questa competizione grafi ca era riservata agli allievi delle scuole salesiane

della Lombardia di ogni ordine e grado

Anche il settore grafico delle nostre

Scuole Professionali di via Tonale è

sceso in campo con una mini taskforce

coordinata da Andrea Cugini

(formatore delle discipline di Disegno

Grafico e Comunicazione) e

composta dagli studenti Matteo Alparone,

Elisa Maggi, Diego Passoni,

Giulia Petrocelli, Mara Salveti ed

Alice Sorrentino. Il lavoro di questo

piccolo gruppo di allievi volenterosi

(è il caso di dirlo, visto che si sono

trovati a lavorare al progetto fuori

dalle ore di lezione in un periodo di

cinque settimane) ha portato buoni

frutti. Infatti, il concorso è stato vinto

da Diego Passoni il cui progetto è

ora l’immagine del nuovo vessillo.

La premiazione è avvenuta durante

il Forum di Bioetica organizzato dalla

Federazione Lombarda exallievi,

tenutosi lo scorso novembre a Milano

presso il Teatro Sales dell’Istituto

Salesiano (vedere alle pp. 16/18 di

questo stesso numero) e il direttore

della casa, don Renato Previtali, ha ufficialmente benedetto il vessillo.

Ma non è tutto. Secondo quanto dichiarato dal presidente prof. Maurizio Bruni, è stato difficile

scegliere il vincitore, vista la buona qualità degli elaborati e la fantasia espressa dagli studenti. Per

questo, nonostante il bando non lo prevedesse, il Consiglio Ispettoriale ha ritenuto opportuno

premiare tutto il gruppo degli allievi partecipanti, compreso il loro insegnante.

È stata sicuramente una sorpresa e una bella soddisfazione per i ragazzi che hanno potuto vivere

una significativa esperienza di lavoro insieme, mirata ad un lavoro reale e — una volta tanto —

diversa dai quotidiani esercizi scolastici. Complimenti!

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a cura dell’IFP Don Bosco


I ragazzi del coro

Ho studiato otto anni all’Istituto Salesiano Sant’Ambrogio di Milano (medie, ginnasio e liceo

classico). Grande, quindi, l’emozione quando nel 2004 scoprii che mio figlio Andrea avrebbe

avuto come compagno di classe alle medie Alessandro, figlio del mio compagno di classe del liceo

di trent’anni prima, Maurizio Borroni.

Preside nel 2004 era don Carlo Montelaghi che nell’imminenza del Natale organizzava in refettorio

la cena di classe con i ragazzi ed i genitori. Essendo numerosi si veniva divisi per sezioni.

Noi della prima C occupammo il corridoio a lato del teatro Sales. Senza ancora saperlo lì si formò

il gruppo. Canti, musiche ed un po’ di ballo fece conoscere i genitori tra di loro. Gli incontri

in cortile al sabato, in attesa dell’uscita di scuola dei figli, fecero il resto.

Ed allora ecco l’idea: perché non costituire un coro di adulti – occasionalmente tutti genitori di

allievi salesiani – per accompagnare i ragazzi nei canti in occasione delle S. Messe principali

dell’anno? Chi ci sta? Quindi, con l’inizio del nuovo anno scolastico 2005/2006, si costituì il gruppo

che nella sua composizione originaria vedeva partecipanti: Maurizio Sala, Massimo Bologna,

Maurizio Borroni, Daniele Chiavari, Domenico Clerici, Alberto Dallera, Giampiero Foglia,

Carlo Marzorati, Claudio Perduca e Davide Recalcati. Si provava nel teatro Sales, inizialmente

senza accompagnamento, poi con Eros Tavernar (exallievo salesiano anche lui) al pianoforte e

Massimo Bologna alla chitarra.

La prima nostra apparizione in pubblico fu alla messa di Natale della scuola media nel dicembre

2005. Tuttò andò bene, tant’è che cantammo ancora alla festa di Don Bosco del gennaio 2006 ed

in occasione di un successivo pellegrinaggio alla Basilica di Sant’Ambrogio nonché in Duomo,

con prove tenute sotto la cripta.

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Dentro i cortili

Il gruppo c’era e sempre più affiatato. Ai componenti originari, dopo la prematura scomparsa

di Giampiero Foglia, si aggiunsero altri genitori di allievi, dapprima Claudio Leone e

successivamente Giuseppe Caruso e Lorenzo Consonni, unitamente ad Alessandro Dome

per meriti acquisiti alla tastiera. Al crescere dei figli, la presenza del coro superò il confine

della scuola media per passare al liceo. Ma il cuore è alle medie, dove tutto è cominciato.

A dirigere il coro – ed evitarne la gestione un po’ anarchica iniziale – venne simpaticamente

costretto don Stefano Guastalla al quale subentrò il prof. Bacuzzi.

L’emozione più grande: aver cantato, il 18 aprile 2009, sulla terrazza del Duomo di Milano

alla presenza del Rettor Maggiore, in occasione della manifestazione organizzata da don

Stefano Mascazzini. L’emozione che si rinnova ogni anno: la S.Messa per la festa di Don

Bosco ed il mitico Giù dai colli, l’inno salesiano.

39

Maurizio Sala

exallievo

Il coro dei genitori del S.Ambrogio con il rettor maggiore dei salesiani, don Pascual Chávez Villanueva,

al termine dell’esibizione sulla terrazza del Duomo di Milano, il 18 aprile 2009


Far crescere nella fede, nel contatto con gli uomini e le donne del nostro tempo,

usando i mezzi messi a disposizione dall’era digitale in cui viviamo.

Questo l’invito di papa Benedetto XVI in occasione della 44esima Giornata Mondiale

delle Comunicazioni Sociali del 16 maggio 2010. Perché le nuove tecnologie diventino

una risorsa e un’opportunità per tutti i credenti, dato che nessuna strada va preclusa

a chi, nel nome di Cristo, si avvicina all’uomo.

Essere digitali

Il computer? Internet? Facebook?

Ma che roba è? Non lo so!

E non ho complessi d’inferiorità!

Mi sento ancora più libero,

soprattutto dopo aver letto una frase

nel libro “Magistrati dietro le sbarre”

di Alberto Marcheselli:

“Il computer è un cretino veloce,

la penna ti costringe a pensare”.

Ma… al di là di tutto,

se il computer, internet, facebook,

che servono spesso a nefandezze,

possono servire a cose sante:

ricordi, amicizie

sfoghi per vecchie incomprensioni;

se possono servire

a perdonare

e farsi perdonare,

in poche parole,

a costruire una società

basata sull’amore,

facciamo pure uso

del computer, di internet, di facebook,

con un avvertimento:

prima scrivete con la penna

e, quindi, con il cuore!

SI’ all’amore, alla misericordia,

al perdono, alla pace, alla vita;

NO all’odio, alla persecuzione,

alla vendetta, alla guerra, alla morte.

Salvatore Grillo


Tra noi

Poche parole e molti fatti

«Poche parole e molti fatti: in questo detto è racchiuso il suo modo di essere, la sua storia, il legame

alla sua gente. Poche parole durante gli anni fecondi di lavoro tra i giovani e a servizio generoso dei

confratelli – poche parole (fino al silenzio) nel lungo periodo della malattia».

Così l’Ispettore don Agostino Sosio ha salutato il sig. Angelo Sironi durante le esequie nella basilica

di S.Agostino, alla presenza della comunità salesiana del S.Ambrogio, di numerosi allievi

della scuola nella quale per tanti anni aveva insegnato e di amici e confratelli delle case vicine.

Angelo Sironi – coadiutore salesiano scomparso il 13 ottobre

2009 a 88 anni, dopo 66 anni di professione religiosa –

era nato a Garbatola di Nerviano il 29 marzo 1921 e aveva

iniziare a lavorare molto presto perché, dopo la prematura

scomparsa del padre, era rimasto l’unico maschio della famiglia,

con due sorelle da crescere. Però poi si licenziò dalla

ditta per assecondare la sua vocazione religiosa ed approdò

a Milano alla parrocchia di S.Agostino, iniziando la vita

del coadiutore.

Operò con slancio nella missione salesiana a Brescia, Iseo,

Modena, Sesto San Giovanni, Chiari e, per diversi anni, insegnò

Educazione tecnica alla scuola media del S.Ambrogio

di Milano, dimostrando sempre grande passione educativa.

Erano gli anni in cui il signor Angelo non conosceva ancora quei gravi problemi di salute – derivati

anche da un aneurisma non operabile – che avrebbero finito per compromettere la sua attività

con i ragazzi, ma anche il rapporto di dialogo con i confratelli, chiudendolo progressivamente

in un lungo silenzio.

Nel 2000, a causa delle peggiorate condizioni, venne trasferito nella casa-infermeria Don Quadrio

di Arese, dove è stato amorevolmente assistito e curato fino all’ultimo giorno. Da vero figlio di

don Bosco, egli ha saputo realizzare sempre l’impegno assunto nella domanda di ammissione al

noviziato: «Ho ferma speranza, con l’aiuto di Dio, di continuare per tutta la mia vita il cammino che

chiedo di iniziare».

A un anno dalla sua prematura scomparsa, don Angelo Tengattini

(già direttore del S.Ambrogio per molti anni) è stato ricordato il 12 gennaio

con una solenne celebrazione pomeridiana nella basilica di S.Agostino,

alla presenza di parenti, autorità, confratelli, exallievi e di molti studenti.

La mattina stessa, i bambini delle elementari ne avevano già anticipato il ricordo,

con una speciale messa in cappella e l’inaugurazione di una targa

commemorativa nei locali della scuola primaria, da lui fortemente voluta

e che poi aveva sempre seguito con grande attenzione.

41


CARTELLONE

L’Ispettoria Lombardo Emiliana ha vissuto

un momento di grande festa domenica 13 settembre

2009, in occasione delleProfessioni

Perpetue e dei Giubilei, celebrati nella Basilica

di S.Agostino. La giornata è stata resa

particolarmente solenne dalla presenza del

rettor maggiore, don Pascual Chávez. Durante

la solenne concelebrazione, sette SdB

e due FMA hanno espresso il loro sì definitivo

a Dio secondo il carisma di don

Bosco e di Madre Mazzarello.

Il 28 febbraio, si è ripetuto ancora una volta il

Trofeo don Bosco di pesca alla trota, importante appuntamento

annuale nel quale si sono fronteggiati molti di coloro che stanno vivendo

o che hanno vissuto parte del loro cammino con i salesiani di don

Bosco. Come al solito, l’evento si è svolto presso il laghetto Morganda,

in quel di Arese. Anche il programma, ben collaudato, è rimasto lo stesso:

ritrovo di buon mattino, poi la competizione e la Santa Messa, concelebrata

nella cappella del Centro Giovanile don Bosco di Arese, dove

è stato infine servito il gustoso pranzo preparato dalle mamme del posto

e impreziosito dai doni di don Luca che, anche in questa circostanza, si è mostrato molto generoso. Elevato

il numero dei partecipanti, per la presenza di giovani e adulti provenienti da più case salesiane: Sesto

San Giovanni, Treviglio e, ovviamente, Arese. Tra gli sponsor — che hanno fornito premi e coppe —

L’oasi del pescatore e il Comune di Arese, presente con l’assessore a sport e tempo libero dott. Giudici.

Fondamentale anche l’intervento di chi ha contribuito all’organizzazione: pescatori del posto, papà che

hanno fatto la spola con le auto e mamme che si sono prodigate nel preparare il pasto.

Dal n.54 (novembre 2009), il mitico Aeroplanino di carta ha un nuovo dorso,

Whist, realizzato dai ragazzi più grandi: lo si può leggere sfogliando il

fascicolo alla rovescia. Tra gli obiettivi dichiarati nel primo editoriale,

il tentativo di affrontare problematiche più complesse di

quelle abitualmente presenti nel tradizionale giornale. L’esordio

è avvenuto alla grande con un’intervista esclusiva a mons.

Loris F. Capovilla, che fu segretario particolare di papa Giovanni

XXIII, realizzata dai giovani cronisti nella splendida residenza

di Cà Maitino, a Sotto il Monte. Invece, sul n.55 (marzo

2010), un forum con il ministro della difesa Ignazio La Russa,

dedicato alle missioni di pace all’estero del nostro esercito ed all’invio

di una portaerei ad Haiti per aiutare le popolazioni terremotate.


A rivestire i panni dell’ospite

d’onore del S.Ambrogio per la

tradizionale Festa di Don Bosco

di fine gennaio è stato questa

volta Massimo Moratti,

con rigoroso ossequio della

par condicio, in questo caso

sportiva; l’anno scorso, infatti,

il compito di venirci a trovare

era toccato ad Ancelotti,

altro versante calcistico meneghino,

anche se ormai in procinto

di migrare in Inghilterra.

Accompagnato dalla moglie sig.ra Milly, il pluridecorato presidente dell’Inter è sceso prima al

Teatro Sales per le premiazioni dei ragazzi della scuola Secondaria e poi ha continuato la sua

visita nel cortile di via Tonale, per un ulteriore bagno di folla.

Da alcuni mesi, una... presenza inquietante incombe a pochi

passi dal S.Ambrogio. Si tratta del nuovo grattacielo della Regione

Lombardia, costruito a ritmo vertiginoso (è proprio il

caso di dirlo!) e che fra non molti mesi inizierà ad essere

operativo. Intanto, domenica 31 gennaio il cardinale Dionigi

Tettamanzi ha benedetto la copia della Madonnina

posta sulla sua sommità, perché anche da questa angolazione

essa protegga la città di Milano. Nell’immagine

(© Carulli/Fotogramma), alle spalle dell’Arcivescovo,

don Franco Sganzerla, prevosto di S.Agostino.


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