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Come un furioso elefante - I capitoli espunti - Giangiacomo Feltrinelli ...

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JONATHAN<br />

COE<br />

COME UN<br />

FURIOSO<br />

ELEFANTE<br />

LA VITA DI B.S. JOHNSON<br />

IN 160 FRAMMENTI<br />

CONTIENE<br />

I CAPITOLI ESPUNTI<br />

UNA VITA IN<br />

SETTE ROMANZI<br />

UNA VITA IN<br />

44 VOCI<br />

Traduzione di Silvia Rota Sperti


Una vita in sette romanzi<br />

Una delle ultime cose importanti che B.S. Johnson scrisse, circa<br />

sei mesi prima di morire, fu l’introduzione alla sua antologia di<br />

“prosa breve” Aren’t You Rather Yo<strong>un</strong>g To Be Writing Your Memoirs?<br />

Questo saggio è diventato, ed è tuttora, lo scritto probabilmente<br />

più famoso e citato di tutta l’opera di Johnson: <strong>un</strong>a feroce<br />

critica al tradizionalismo della letteratura inglese moderna e, al<br />

tempo stesso, <strong>un</strong>’apologia appassionata dei propri metodi.<br />

Johnson se la prendeva con tutti quelli che continuavano a<br />

scrivere “come se la rivoluzione dell’Ulisse non ci fosse mai stata”<br />

e insisteva sul fatto che, all’inizio degli anni Settanta, ogni tentativo<br />

di seguire l’esempio dei grandi romanzieri del diciannovesimo<br />

secolo fosse “anacronistico, inefficace, irrilevante e perverso”.<br />

“La nostra realtà,” scriveva, “è molto diversa dalla [...] realtà del<br />

diciannovesimo secolo. Se allora era possibile credere in <strong>un</strong> certo<br />

disegno e nell’eternità, quello che caratterizza la realtà odierna è<br />

la possibilità che il caos sia la spiegazione più probabile.” E continuava<br />

citando Samuel Beckett:<br />

Con questo non voglio dire che d’ora in avanti non ci saranno<br />

più forme artistiche. Ma che ci sarà <strong>un</strong>a nuova forma, e che<br />

questa forma sarà tale da riconoscere il caos senza cercare di<br />

mascherarlo dietro qualcos’altro. [...] Trovare <strong>un</strong>a forma artistica<br />

in grado di esprimere la confusione, ecco il compito dell’artista<br />

moderno.<br />

Verso la fine del saggio Johnson compilava anche <strong>un</strong>a breve lista<br />

degli scrittori inglesi contemporanei per i quali provava <strong>un</strong>a<br />

certa ammirazione o affinità. Ma non diceva di averli scelti esplici-<br />

1


tamente perché la loro opera fosse “sperimentale” (termine che<br />

avrebbe presto detestato), innovativa o anticonvenzionale. La<br />

spiegazione che dava era che si trattava di persone “che scrivevano<br />

in maniera sentita, come se ci credessero davvero, come se per<br />

loro avesse importanza”.<br />

Chiaramente, si tratta di <strong>un</strong> criterio soggettivo. Ma se vogliamo<br />

riconoscere che B.S. Johnson fu <strong>un</strong>o degli scrittori più significativi<br />

degli anni Sessanta, credo che innanzitutto sia necessario<br />

parlare in questi termini. Johnson affermava che il romanzo neodickensiano<br />

era morto e che gli scrittori che non seguivano fedelmente<br />

le tracce di Joyce e degli altri modernisti non erano altro<br />

che degli illusi. <strong>Come</strong> ho detto, non sono più convinto che questa<br />

sia <strong>un</strong>a posizione del tutto corretta. Ma sul fatto che lui scrivesse<br />

in maniera sentita, che ci credesse davvero e che per lui avesse importanza<br />

– be’, su questo non c’è dubbio. Gli anni Sessanta hanno<br />

prodotto poche opere così avvincenti, coerenti, intelligenti e appassionate<br />

come quelle di B.S. Johnson. Lasciamo stare per <strong>un</strong> attimo<br />

la sua poesia, i suoi filmati, le sue opere teatrali e televisive, e<br />

concentriamoci <strong>un</strong>icamente sui sette romanzi che sono stati la sua<br />

conquista maggiore. Nell’insieme, questi costituiscono <strong>un</strong>a sincera<br />

e coraggiosa (anche se incompleta) autobiografia spirituale; <strong>un</strong>a<br />

malinconica meditazione sull’insidiosa casualità della vita (l’inaffidabilità<br />

dei rapporti umani, la tendenza del corpo a deperire); e,<br />

cosa non meno impressionante – cito di nuovo lo stesso Johnson,<br />

nel suo penultimo romanzo –, <strong>un</strong> “continuo dialogo con la forma”,<br />

<strong>un</strong> esame sofferto, per nulla accademico e autocelebrativo,<br />

del suo ruolo di romanziere.<br />

Per studiare il suo caso in maniera più approfondita, consideriamo<br />

ora questi romanzi a <strong>un</strong>o a <strong>un</strong>o. Chiaramente, i lettori che<br />

pensano di conoscerli già a fondo o che – per i più svariati e assolutamente<br />

validi motivi – non sono interessati ai miei giudizi critici,<br />

possono passare direttamente alla seconda parte del libro, dove<br />

forse troveranno qualcosa di più interessante.<br />

2<br />

1: TRAVELLING PEOPLE<br />

Scritto tra il 1959 e il 1961<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 26-28)<br />

Prima edizione 1963: Constable (rilegati)<br />

Altre edizioni 1964: Corgi (tascabili); 1967: Panther (tascabili)


Con il suo primo romanzo, Johnson sembra voler tastare il<br />

terreno: esso contiene diversi esperimenti formali, anche se non<br />

radicali. Ciasc<strong>un</strong> capitolo è scritto in <strong>un</strong>o stile diverso (terza persona,<br />

epistolario, sceneggiatura cinematografica, flusso di coscienza,<br />

eccetera), ma questa facciata di audacia stilistica nasconde<br />

<strong>un</strong> “romanzo di formazione” di stampo abbastanza tradizionale,<br />

basato in larga misura su alc<strong>un</strong>e delle esperienze più recenti di<br />

Johnson e caratterizzato da <strong>un</strong> personaggio centrale che non è altro<br />

che <strong>un</strong>a versione romanzata dell’autore stesso.<br />

Questo personaggio si chiama Henry Henry e, in apertura del<br />

romanzo, si è appena laureato in Filosofia presso la London University.<br />

Mentre fa l’autostop da Londra a Holyhead, diretto a Dublino,<br />

spiega a <strong>un</strong>o degli automobilisti che gli danno <strong>un</strong> passaggio:<br />

“Ho appena finito l’<strong>un</strong>iversità e ho <strong>un</strong>a gran voglia di rilassarmi<br />

dopo la fatica degli esami finali”. L’automobilista, di nome Trevor,<br />

gli offre <strong>un</strong> impiego stagionale in <strong>un</strong> esclusivo co<strong>un</strong>try club di<br />

Aberfyllin, nel Galles settentrionale, chiamato Stromboli Club, riservato<br />

a ricchi uomini d’affari delle Midlands e del nord dell’Inghilterra<br />

(quelli che oggi chiameremmo “arricchiti”.) Henry accetta<br />

la proposta e il mese successivo, dopo <strong>un</strong>a breve vacanza a<br />

Dublino con il suo amico Robert, si presenta al club.<br />

Una volta entrato a far parte dello Stromboli, Henry si ritrova<br />

coinvolto nella rivalità tra Trevor, il manager, e <strong>un</strong> uomo chiamato,<br />

curiosamente, Maurie B<strong>un</strong>de, l’attempato playboy e proprietario<br />

del club, che gestisce nell’illusione di essere ancora giovane e attraente<br />

per l’altro sesso. Maurie divide segretamente il letto con Kim,<br />

<strong>un</strong>a giovane dipendente, che presto però comincia <strong>un</strong>a relazione<br />

(sulle prime platonica) con Henry. Le conseguenti tensioni personali<br />

e sentimentali sono descritte in maniera molto approfondita –<br />

si tratta del romanzo più l<strong>un</strong>go di Johnson – finché gli eventi non<br />

raggi<strong>un</strong>gono <strong>un</strong>a sorta di climax con la morte di Maurie per <strong>un</strong>a<br />

combinazione di sfinimento fisico e sessuale. Kim è libera di avere<br />

<strong>un</strong>a breve ma estatica relazione fisica con Henry, ma presto i due<br />

capiscono di non essere fatti l’<strong>un</strong>o per l’altro. Lasciano entrambi il<br />

club (“<strong>Come</strong> Adamo ed Eva,” dice Henry, “cacciati dal Giardino<br />

delle Ortensie Sgargianti!”) e prendono due strade diverse. L’ultima<br />

immagine che abbiamo di Henry è quando lo troviamo seduto<br />

in <strong>un</strong> bar da due soldi, “sazio ma insoddisfatto come non mai”, e<br />

convinto che, dopo <strong>un</strong>’estate passata a guardare quei ricchi che<br />

oziavano in <strong>un</strong> ambiente all’apparenza paradisiaco, sia meglio se-<br />

3


dere davanti a <strong>un</strong> pasto mediocre e in compagnia dei camionisti.<br />

“È questo il paradiso,” dice infine tra sé e sé, guardandosi attorno.<br />

In seguito Johnson avrebbe parlato di Travelling People come<br />

di <strong>un</strong> “disastro”, tanto da non volere che fosse ristampato. Ma si<br />

trattava di <strong>un</strong> giudizio morale e non letterario. Il romanzo non gli<br />

piaceva più perché mescolava la narrativa all’autobiografia in <strong>un</strong><br />

modo secondo lui disonesto. Sotto molti p<strong>un</strong>ti di vista, tuttavia, resta<br />

<strong>un</strong>o dei suoi romanzi più affascinanti. Il continuo passaggio tra<br />

generi, stili e p<strong>un</strong>ti di vista diversi crea <strong>un</strong>a struttura ricca e soddisfacente.<br />

I personaggi sono pieni, ben delineati. E il romanzo è<br />

denso di passaggi incidentali e dettagli secondari che dimostrano<br />

come, anche in questa prima fase della sua carriera, Johnson fosse<br />

<strong>un</strong> narratore rigoroso, attento e capace, con <strong>un</strong>a precisione e <strong>un</strong> rispetto<br />

per il linguaggio degni di <strong>un</strong> poeta, cose che nemmeno i<br />

suoi nemici più convinti gli avrebbero mai negato:<br />

Un vento strano voltò le pagine di <strong>un</strong> quotidiano e destò la sua<br />

attenzione; Henry si avvicinò e lo raccolse, e così facendo le sue<br />

gambe protestarono per il riposo che era stato negato loro da<br />

più di mezz’ora. Quindi Henry strappò l’<strong>un</strong>ica parte del giornale<br />

che lo interessava, la rubrica dedicata a quegl’individui che<br />

per loro fort<strong>un</strong>a erano morti ma che sfort<strong>un</strong>atamente avevano<br />

lasciato qualcosa per cui essere ricordati, distese il resto su <strong>un</strong><br />

piano inclinato di granito e, calcolando che avrebbe potuto star<br />

seduto per dieci minuti buoni prima che la porosità della carta<br />

lasciasse filtrare l’umidità della roccia nei pantaloni, cominciò a<br />

leggere.<br />

Ciò che fa di Travelling People <strong>un</strong> romanzo strano e curiosamente<br />

sbilanciato è la discrepanza tra la grande attenzione che<br />

Johnson riserva alla forma e l’essenziale fragilità del materiale narrativo.<br />

Forse la cosa dipende solo dal fatto che si tratta del primo<br />

romanzo di <strong>un</strong> brillante neolaureato in lettere fresco di <strong>un</strong>iversità<br />

che, a questo p<strong>un</strong>to della sua vita, ha passato più tempo a studiare<br />

che a vivere. Ma considerata l’ampiezza dei temi che Johnson<br />

avrebbe toccato in alc<strong>un</strong>i dei suoi lavori successivi (e più brevi),<br />

sembra strano che abbia voluto dedicare più di 100.000 parole a<br />

<strong>un</strong>a storia di rivalità personali in <strong>un</strong> club per gente d’alta classe.<br />

Vero è che si è fatto <strong>un</strong> gran parlare dei temi rintracciabili nel romanzo:<br />

in <strong>un</strong>a lettera personale scritta alc<strong>un</strong>i anni dopo, Johnson<br />

affermava che “TP parla di vecchiaia, illusione, e realtà”. 1 Ma è<br />

4


difficile intravedere nel libro qualcosa di più di <strong>un</strong>o sguardo superficiale<br />

in questa direzione: Maurie B<strong>un</strong>de, l’<strong>un</strong>ico vero esempio<br />

di anziano autoilluso, è <strong>un</strong> personaggio secondario rispetto a<br />

Henry Henry. La narrazione si concentra quasi esclusivamente<br />

sull’educazione sentimentale di Henry e, in sostanza, quello della<br />

vecchiaia è <strong>un</strong> tema secondario e del tutto convenzionale.<br />

Ormai fuori catalogo da più di trent’anni, Travelling People resta<br />

<strong>un</strong>’opera molto gradevole sia per la sua vivacità narrativa (che ritroveremo<br />

solo nella tragicommedia Christie Malry’s Own Double-<br />

Entry, ben dieci anni dopo), sia per l’energia con cui inizia quel<br />

“dialogo con la forma” che avrebbe accompagnato Johnson per tutta<br />

la vita. Si tratta di <strong>un</strong> buon primo romanzo che tuttavia, visto da<br />

<strong>un</strong>a prospettiva odierna e considerato che uscì lo stesso anno di V.<br />

di Thomas Pynchon e <strong>un</strong> anno dopo Arancia meccanica e Il taccuino<br />

d’oro, difficilmente può essere considerato <strong>un</strong>’opera rivoluzionaria.<br />

2: ALBERT ANGELO<br />

Scritto tra l’aut<strong>un</strong>no del 1962 e il luglio del 1963<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 29-30)<br />

Prima edizione 1964: Constable (rilegati)<br />

Altre edizioni 1967: Panther (tascabili);<br />

2004: Picador (incluso in B.S. Johnson Omnibus)<br />

Il secondo romanzo di Johnson s’ispira alla sua esperienza<br />

come supplente in <strong>un</strong>a serie di turbolente scuole statali del nord di<br />

Londra all’inizio degli anni Sessanta. In questa fase della sua vita,<br />

Johnson era ancora convinto che la poesia fosse più importante dei<br />

romanzi: la poesia era la sua vera vocazione e le supplenze erano il<br />

mezzo, terribilmente frustrante, che gli permetteva di coltivarla. In<br />

Albert Angelo questa realtà viene descritta attraverso il personaggio<br />

di Albert, <strong>un</strong> architetto frustrato che, come B.S. Johnson in<br />

quel periodo, vive in <strong>un</strong>a stanza presa in affitto in <strong>un</strong>a vecchia piazza<br />

vittoriana del quartiere di Angel, nel nord di Londra.<br />

L’insoddisfazione di Johnson per le “trame” tradizionali dei romanzi<br />

era già viva in questa fase, e la narrazione di Albert Angelo è<br />

molto frammentaria ed episodica. Albert compare ora seduto alla<br />

sua scrivania che cerca di abbozzare alc<strong>un</strong>i progetti, ora in aula che<br />

cerca d’interessare i suoi al<strong>un</strong>ni alla geologia mentre la sua mente è<br />

altrove. In alc<strong>un</strong>i dei passaggi più riusciti, lo vediamo aggirarsi per<br />

5


gli ambienti notturni e multietnici delle zone nord di Londra e passare<br />

da <strong>un</strong> locale all’altro in compagnia dell’amico Terry, anche lui<br />

single e amareggiato da quelli che entrambi i ragazzi considerano<br />

dei “tradimenti” da parte delle rispettive fidanzate. Albert, in particolare,<br />

è angosciato dal fallimento di <strong>un</strong>a storia con <strong>un</strong>a donna di<br />

nome Jenny e, per buona parte del romanzo, lo vediamo rimuginare<br />

sulla cosa in maniera ossessiva e penosa. Nel frattempo, i suoi<br />

al<strong>un</strong>ni si fanno sempre più violenti e indisciplinati. Gl’insegnanti<br />

che c’erano prima di lui si sono suicidati o hanno avuto degli esaurimenti<br />

nervosi e, nell’<strong>un</strong>ico p<strong>un</strong>to in cui il libro si concede <strong>un</strong>a<br />

certa tensione narrativa, avvertiamo la minaccia che la classe stia<br />

progettando qualcosa di terribile ai danni dello stesso Albert.<br />

Il romanzo procede così per 161 delle sue 178 pagine. Poi, all’improvviso,<br />

la narrazione è interrotta da <strong>un</strong> marcato intervento<br />

dell’autore – “OH, AL DIAVOLO TUTTE QUESTE MENZOGNE” – e parte<br />

<strong>un</strong>a sezione intitolata Disintegration. Qui, in quello che sembra <strong>un</strong><br />

vero e proprio gesto di profondo disgusto morale, Johnson rigetta<br />

tutte le finzioni che ha imbastito nella parte precedente del libro. La<br />

voce passa al presente e si fa insistente, quasi sgrammaticata:<br />

6<br />

– al diavolo tutte queste menzogne ciò di cui voglio veramente<br />

scrivere non sono queste robe sull’architettura voglio cercare<br />

di dire qualcosa di nuovo sulla scrittura sulla mia scrittura<br />

sono io il mio eroe anche se è <strong>un</strong> appellativo inutile, diciamo il<br />

mio personaggio principale e voglio parlare di me attraverso<br />

quest’architetto Albert ma che senso ha mascherare mascherare<br />

mascherare le cose fingere fingere attraverso di lui posso<br />

dire tutto e cioè tutto quello che m’interessa dire<br />

– quindi, <strong>un</strong>a grandiosa aposiopesi<br />

– sto cercando di dire qualcosa e non di raccontare <strong>un</strong>a storia,<br />

raccontare storie è raccontare menzogne e io voglio dire la verità<br />

su di me e sulla mia esperienza sulla mia verità sul mio<br />

rapporto con la realtà sul fatto che ora sono qua seduto a scrivere<br />

e guardo fuori verso Claremont Square e sto cercando di<br />

dire qualcosa sulla scrittura e su come niente possa colmare la<br />

solitudine la mancanza di amore...<br />

– sentite, sto cercando di dirvi cosa si prova a essere <strong>un</strong> poeta<br />

in <strong>un</strong> mondo dove solo ai poeti interessa qualcosa della vera


poesia, e questo attraverso il correlativo oggettivo di <strong>un</strong> architetto<br />

che deve guadagnarsi da vivere con l’insegnamento.<br />

e senz’altro vi sarete accorti che si tratta di <strong>un</strong> artificio fallace<br />

e inappropriato sotto molti, moltissimi p<strong>un</strong>ti di vista perché<br />

gli architetti manqués* in genere riescono a guadagnarsi da vivere<br />

con la loro arte mentre ness<strong>un</strong> poeta ha mai vissuto della<br />

propria poesia, e perché l’architettura ha <strong>un</strong> aspetto pratico<br />

che alla poesia manca, e poi, semplicemente, perché l’architettura<br />

non è la poesia.<br />

Questa sezione si conclude con Johnson che consiglia al lettore<br />

di “Andare a cercare menzogne altrove. La vita non è così, non<br />

è affatto così”. Poi cerca <strong>un</strong>a sorta di riconciliazione dicendo: “Io<br />

stesso [...] non lascerei questo disordine, questa confusione, tutti<br />

questi finali aperti”. Segue <strong>un</strong> frettoloso ritorno alla narrazione<br />

nella pagina e mezzo della “Coda”, in cui vediamo gli al<strong>un</strong>ni di<br />

Albert che buttano l’insegnante in <strong>un</strong> canale e lo lasciano là ad affogare.<br />

Per Johnson, questo romanzo segnò <strong>un</strong>a svolta irreversibile in<br />

termini di estetica personale. “Con Albert Angelo ho capito davvero<br />

cosa dovevo fare... ho superato la malattia inglese del correlativo<br />

oggettivo per dire la verità in maniera diretta anche se solipsistica<br />

nella forma espressiva del romanzo, e sono riuscito a sentire<br />

la mia debole voce.” 2 A prefazione del libro, mise <strong>un</strong> estratto da<br />

L’innominabile di Samuel Beckett, verso la cui teoria e pratica narrativa<br />

mantenne, nell’arco della sua vita, <strong>un</strong>a devozione quasi servile,<br />

e scelse il passaggio in cui Beckett descrive il tempo passato a<br />

creare personaggi inventati come “sprecato [...] quando avevo me<br />

stesso, innanzitutto, a cui attingere”. “Non esiste nient’altro,”<br />

continua l’estratto, “cerchiamo di essere onesti per <strong>un</strong>a volta,<br />

nient’altro al di fuori di quel che succede a me.” E sarebbe stato<br />

questo, d’ora in avanti, lo straordinario, rigoroso e inflessibile<br />

principio del Johnson romanziere: scrivere “solo ed esclusivamente<br />

di quel che succede a me”.<br />

Si dovrebbe aggi<strong>un</strong>gere che Albert Angelo, nonostante il pessimismo<br />

del contenuto (si tratta, in sostanza, dell’autoritratto di<br />

<strong>un</strong>a personalità depressa), è in gran parte <strong>un</strong> romanzo estremamente<br />

esuberante. Le pagine in cui compaiono i frammenti dei<br />

temi sovversivi e a volte ferocemente surreali degli al<strong>un</strong>ni sono<br />

* In francese nel testo. [NdT]<br />

7


molto divertenti, nei vagabondaggi notturni di Albert e Terry c’è<br />

<strong>un</strong> senso di desolazione esuberante e avvincente, e il libro, dal<br />

p<strong>un</strong>to di vista formale ancora più “sperimentale” di Travelling<br />

People, contiene alc<strong>un</strong>i degli artifici più ingegnosi di Johnson. Il<br />

più famoso è <strong>un</strong> buco rettangolare ritagliato sulla facciata di due<br />

pagine (la 147 e la 149) in modo che il lettore possa intravedere<br />

l’evento futuro descritto a pagina 151. <strong>Come</strong> nel romanzo precedente,<br />

la varietà di stili, voci e tecniche narrative rientra nel tentativo<br />

cosciente di catturare la natura sfaccettata della realtà empirica.<br />

Con <strong>un</strong> rigore straordinario (che non significa esattamente serietà<br />

in senso stretto) Johnson aveva cominciato a cercare di catturare<br />

la “verità” con ogni mezzo possibile.<br />

3: TRAWL<br />

Scritto tra il giugno e il dicembre 1965<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 32)<br />

Prima edizione 1966: Secker & Warburg (rilegati)<br />

Altre edizioni 1968: Panther (tascabili);<br />

2004: Picador (incluso in B.S. Johnson Omnibus)<br />

Con Trawl, per la prima volta, Johnson non si cimenta più con<br />

gli artifici narrativi e metanarrativi che avevano già cominciato a<br />

stancarlo nei suoi due romanzi precedenti. Nelle parole dell’autore<br />

stesso, si tratta di “<strong>un</strong> monologo interiore, <strong>un</strong>a rappresentazione<br />

di quel che c’è dentro la mia testa, ma su <strong>un</strong> piano trasversale:<br />

quello a cui ci si avvicina di più scrivendo”. Il suo editore di allora,<br />

Fred Warburg della Secker & Warburg, non lo considerava <strong>un</strong><br />

romanzo ma <strong>un</strong>’autobiografia. Johnson non era d’accordo: “È <strong>un</strong><br />

romanzo, insistevo, e potevo dimostrarlo; anche se, di sicuro, non<br />

è <strong>un</strong>’opera di narrativa”. 3 <strong>Come</strong> potesse “dimostrarlo” non è chiaro.<br />

In ultima analisi, il libro possiede <strong>un</strong>’ambiguità formale che<br />

rende difficile definirlo in termini convenzionali.<br />

Trawl non ha né <strong>un</strong>a trama né personaggi inventati, anche se i<br />

nomi di alc<strong>un</strong>e persone reali furono cambiati per motivi legali.<br />

Descrive, in prima persona, il viaggio di tre settimane che lo stesso<br />

Johnson fece, in veste di soprannumerario, a bordo di <strong>un</strong> motopeschereccio<br />

sul mare di Barents. Intervallati a queste descrizioni<br />

ci sono numerosi flashback relativi ad avvenimenti del passato<br />

di Johnson, molti dei quali di natura romantica o sessuale, e quasi<br />

8


tutti tristi o deludenti. In particolare, veniamo a conoscenza dei<br />

l<strong>un</strong>ghi e solitari momenti da lui trascorsi durante lo sfollamento<br />

per la Seconda guerra mondiale, e della sua sfort<strong>un</strong>ata storia<br />

d’amore con <strong>un</strong>a compagna di studi al King’s College di Londra.<br />

(La stessa donna che compare in Albert Angelo prima come Jenny<br />

e poi, con il suo vero nome, come Muriel. In Trawl viene chiamata<br />

Gwen.)<br />

Sulla terza pagina del libro, il narratore spiega i motivi che<br />

l’hanno spinto a questo viaggio: “Gettare la piccola rete della mia<br />

mente sul vasto mare del mio passato”. Il viaggio è <strong>un</strong> tentativo<br />

cosciente e intenzionale di suscitare ricordi, riflessioni e infine, si<br />

spera, la comprensione del continuo senso di fallimento e solitudine<br />

che prova il narratore. Tuttavia, B.S. Johnson il romanziere e<br />

B.S. Johnson il narratore e personaggio principale di Trawl non<br />

possono coincidere in pieno, perché quando Johnson partì per<br />

questo viaggio, nell’ottobre del 1963, era mosso da <strong>un</strong> secondo<br />

fine e cioè quello, premeditato e specifico, di trovare materiale<br />

per <strong>un</strong> romanzo. In Trawl non si parla di questo fine né del processo<br />

che avrebbe portato alla stesura del romanzo, due anni<br />

dopo, sebbene il libro sia narrato al presente. Nel libro, quindi, ci<br />

sono due “B.S. Johnson”, che coesistono in <strong>un</strong> rapporto precario<br />

e mutevole. Forse era questo che intendeva Johnson quando diceva<br />

che il romanzo operava “su <strong>un</strong> piano trasversale: quello a cui ci<br />

si avvicina di più scrivendo”.<br />

Se Johnson era davvero convinto che Trawl fosse <strong>un</strong> romanzo<br />

vero e proprio e non <strong>un</strong>’autobiografia, fu anche lieto di sentirlo<br />

definire <strong>un</strong> l<strong>un</strong>go poema narrativo. Era <strong>un</strong>a definizione che gli<br />

sembrava del tutto appropriata. Tra tutti i suoi romanzi, è in questo<br />

che troviamo la prosa più lirica, intensa e fantasiosa, e i passaggi<br />

che descrivono la vita a bordo del peschereccio sono tra i<br />

più belli che abbia mai scritto.<br />

Il primo vero tramonto del viaggio, oggi: grandi strisce ardenti<br />

striano il cielo come l<strong>un</strong>ghi stendardi a <strong>un</strong> torneo, la luce<br />

trasforma l’ottone del ponte in oro color del vino: ormai la<br />

breve giornata dell’aut<strong>un</strong>no del nord si spegne velocemente;<br />

la costa della Norvegia, o della Russia, sembra <strong>un</strong>a semplice<br />

alterazione nel motivo delle nubi a babordo. Di sotto, sul ponte,<br />

le luci fisse non illuminano altro movimento che il gonfiarsi<br />

dell’acqua nella vasca di lavaggio e i movimenti innaturali<br />

delle stelle marine e delle pance bianche delle passere di mare<br />

9


nella sentina. Delle interiora di pesce pendono come <strong>un</strong>a ciocca<br />

di capelli dalla griglia di ferro di <strong>un</strong>a rete [...] L’indicatore<br />

verde dell’ecoscandaglio attira l’attenzione del capitano, seduto<br />

sul suo talismanico ma scientifico congegno di pesca, ora<br />

più brillante del sole...<br />

Sì, è stata <strong>un</strong>a buona giornata. Questa notte dormirò.<br />

Il romanzo si conclude, cosa piuttosto insolita per Johnson, su<br />

<strong>un</strong>a timida nota di speranza. Prima di partire per il viaggio su cui<br />

avrebbe basato Trawl, egli aveva da poco iniziato <strong>un</strong>a relazione<br />

con Virginia Kimpton, <strong>un</strong>a bella ragazza di origini borghesi.<br />

“Ginnie,” come aveva l’abitudine di chiamarla, compare alla fine<br />

del romanzo nella sua vera identità e aspetta l’amante sul molo<br />

mentre il peschereccio rientra in porto. Un attimo prima di vederla,<br />

il narratore capisce che il suo viaggio è andato a buon fine e si<br />

sente purificato dei suoi ricordi. “È come se avessi finalmente saldato<br />

<strong>un</strong> enorme debito emotivo che mi portavo dietro da tutti<br />

questi anni; come se, nelle ultime tre settimane, fossi riuscito a ripagare<br />

quel debito.” Ora si sente proiettato verso <strong>un</strong>a “prospettiva<br />

futura di almeno cinque anni: Ginnie come moglie, <strong>un</strong> bambino,<br />

<strong>un</strong> figlio, forse, il chimo che gli scivola giù dal mento, la libertà<br />

di lavorare come ho bisogno di lavorare, <strong>un</strong>a casa: nella remota<br />

speranza di questa felicità, do alla vita <strong>un</strong>’altra possibilità”.<br />

Quando scrisse queste parole, Johnson forse aveva capito che<br />

tale prospettiva si era già realizzata (lui e Virginia avevano avuto <strong>un</strong><br />

figlio, per esempio); ma, alla luce di quel che gli sarebbe successo<br />

in futuro, il passaggio sembra possedere <strong>un</strong>a terribile vena premonitrice.<br />

Potremmo anche pensare che “dare alla vita <strong>un</strong>’altra possibilità”<br />

solo per via di <strong>un</strong>a nuova relazione significhi imporre <strong>un</strong><br />

gravoso carico di aspettativa sul proprio partner. Alla luce di tutto<br />

questo, sembra in <strong>un</strong> certo senso crudele applicare <strong>un</strong> giudizio letterario<br />

al finale di Trawl. Ma dato che per il momento c’interessa<br />

solo la letteratura, non possiamo fare a meno di osservare che c’è<br />

qualcosa di forzato, qualcosa d’incompiuto nel modo in cui Trawl<br />

alla fine abbandona il suo stile di sofferto ricordo per questa fugace<br />

ventata di ottimismo. Essa coincide in maniera <strong>un</strong> po’ troppo<br />

scontata con il rientro dell’imbarcazione in Inghilterra e dà l’idea<br />

che non ci sia stata ness<strong>un</strong>a vera svolta nel processo di autoanalisi<br />

del narratore, ness<strong>un</strong> vero momento di catarsi a precederla. Ma si<br />

tratta di <strong>un</strong>o dei pochi difetti di <strong>un</strong> romanzo che per il resto si colloca<br />

tra i migliori di Johnson.<br />

10


4: THE UNFORTUNATES<br />

Scritto tra la primavera e il settembre 1967<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 34)<br />

Prima edizione 1969: Panther,<br />

in associazione con Secker & Warburg<br />

Altre edizioni 1999: Picador<br />

Si tratta del romanzo più famoso – o famigerato – di Johnson,<br />

quello in cui i ventisette <strong>capitoli</strong>, non rilegati, sono disposti in <strong>un</strong>a<br />

piccola scatola affinché il lettore possa mescolarli e leggerli nell’ordine<br />

casuale in cui li prende. Rappresenta il suo tentativo più<br />

estremo di restare fedele a <strong>un</strong>a realtà la cui caratteristica distintiva,<br />

ormai, per lui era il caos.<br />

Il contenuto del libro, tuttavia, è abbastanza convenzionale.<br />

Mentre studiava al King’s College di Londra, Johnson era stato direttore<br />

della rivista studentesca “Lucifer” e <strong>un</strong>a volta si era recato<br />

a Nottingham per stringere contatti con la redazione della rivista<br />

di quell’<strong>un</strong>iversità. Fu in quell’occasione che gli presentarono <strong>un</strong>o<br />

studente di Nottigham di nome Tony Tillinghast, con il quale<br />

avrebbe poi stretto <strong>un</strong>a profonda amicizia. Si trattava di <strong>un</strong> rapporto<br />

spigoloso e polemico: Tony era <strong>un</strong>o studente serio e diligente,<br />

proiettato verso la carriera accademica; Johnson disprezzava il<br />

mondo <strong>un</strong>iversitario e sosteneva che il lavoro dei critici e degli<br />

storici letterari potesse essere utile solo se aiutava gli scrittori a<br />

produrre libri migliori. Raccogliendo la sfida, Tony lesse il manoscritto<br />

di Travelling People capitolo dopo capitolo, mentre<br />

Johnson lo scriveva, annotando numerosi commenti sui margini.<br />

Il romanzo era dedicato a lui e a sua moglie J<strong>un</strong>e. Poi, alla fine del<br />

1962, a Tony fu diagnosticato <strong>un</strong> cancro. Due anni dopo, morì all’età<br />

di soli ventinove anni. Con The Unfort<strong>un</strong>ates, Johnson vuole<br />

narrare la storia della loro amicizia e della morte di Tony.<br />

In termini di stile narrativo, il romanzo sembra la continuazione<br />

diretta di Trawl: anche qua abbiamo <strong>un</strong> “monologo interiore”,<br />

con episodi dal passato inframmezzati all’azione presente. Lo scenario,<br />

ora, è <strong>un</strong>a partita di calcio in <strong>un</strong>’anonima città della provincia<br />

inglese. <strong>Come</strong> in Albert Angelo, Johnson prende in esame <strong>un</strong><br />

aspetto della sua vita professionale: verso la metà degli anni Sessanta,<br />

lasciato l’insegnamento, si guadagnava da vivere con servizi<br />

giornalistici di vario tipo, tra cui le cronache sportive. Fu cronista<br />

calcistico per l’“Observer” e l’apertura di The Unfort<strong>un</strong>ates lo<br />

11


vede inviato, in queste vesti, a occuparsi di <strong>un</strong>a partita, <strong>un</strong>a domenica<br />

pomeriggio; se non che, quando arriva a destinazione, capisce<br />

che si tratta della stessa città dove aveva studiato Tony e dove<br />

lui stesso era andato a trovarlo più volte. Per il resto del pomeriggio,<br />

mentre cerca di concentrarsi sulla cronaca della partita, i ricordi<br />

di Tony continuano ad affiorare e ad alternarsi.<br />

Questo, per Johnson, poneva <strong>un</strong> problema tecnico particolare:<br />

I ricordi di Tony e la normale cronaca calcistica, il passato e il<br />

presente, s’intrecciavano in <strong>un</strong>a maniera completamente casuale,<br />

senza cronologia. È così che lavora la mente, o se non<br />

altro la mia mente [...Ma] questa casualità entrava in conflitto<br />

con il fatto pratico del libro rilegato, dato che il libro rilegato<br />

impone sul materiale <strong>un</strong> ordine, <strong>un</strong>a successione stabilita di<br />

pagine. Credo di aver trovato <strong>un</strong>a sorta di soluzione al problema<br />

dividendo il libro in sezioni e tenendo tali sezioni non legate<br />

l’<strong>un</strong> l’altra, ma sparse in <strong>un</strong>a scatola. 4<br />

Christine Brooke-Rose, <strong>un</strong>a scrittrice che in teoria avrebbe potuto<br />

apprezzare l’impresa di Johnson (dopotutto, fu inclusa nell’assai<br />

selettiva lista degli scrittori preferiti nell’introduzione di Aren’t<br />

You Rather Yo<strong>un</strong>g To Be Writing Your Memoirs?), non fu particolarmente<br />

entusiasta di The Unfort<strong>un</strong>ates. Non lo trovò originale come<br />

gli esperimenti di cut-up di Burroughs, dove “l’elemento casuale è<br />

introdotto all’origine, come parte del processo creativo,” e concluse<br />

che “in qual<strong>un</strong>que ordine lo si legga, The Unfort<strong>un</strong>ates rimane pur<br />

sempre <strong>un</strong> romanzo realistico e noioso sul ritorno di <strong>un</strong> calciatore<br />

nella sua città natale nelle Midlands”. 5 Senza considerare che questo<br />

giudizio ingeneroso si basa su <strong>un</strong> ricordo errato del contenuto del<br />

romanzo, esso, cosa ancor più vistosa, non riesce nemmeno ad afferrare<br />

il suo impatto emotivo. È chiaro che l’idea centrale di Johnson<br />

non è molto sofisticata: le pagine disposte in ordine causale<br />

come metafora tangibile dell’intreccio casuale di ricordi e impressioni<br />

nella mente umana (e anche, non dimentichiamolo, della partita<br />

di calcio, in cui il gioco procede in maniera casuale entro <strong>un</strong>o<br />

schema di regole e convenzioni). Può darsi che altri scrittori di quel<br />

periodo, la stessa Christine Brooke-Rose così come Alan Burns e<br />

Rayner Heppenstall, abbiano ricercato cambiamenti più cerebrali in<br />

merito alle possibilità del romanzo. Ma se l’opera di Johnson ha saputo<br />

resistere più a l<strong>un</strong>go di quella di molti dei suoi colleghi “sperimentali”,<br />

ciò è dovuto al fatto che egli si rifiutò – o non fu in grado<br />

12


– di sacrificare l’intensità del sentimento sull’altare dell’inventiva<br />

formale, e The Unfort<strong>un</strong>ates ne è l’esempio migliore. Leggerlo significa<br />

essere trasportati inesorabilmente dal dipanarsi della prosa serpeggiante<br />

di Johnson, in <strong>un</strong> vortice di dolore diffuso. Da questo<br />

p<strong>un</strong>to di vista, si tratta di <strong>un</strong> romanzo stimolante e decisamente toccante,<br />

anche se privo dell’umorismo che troviamo negli altri, ad eccezione<br />

forse di Trawl.<br />

È anche il primo dei libri di Johnson a parlare di malattia e<br />

della caducità del corpo, temi che d’ora in avanti lo preoccuperanno<br />

e lo turberanno sempre più. Le descrizioni fisiche del corpo<br />

di Tony, devastato dal cancro, sono strazianti:<br />

Le guance giallastre e incavate sugli zigomi sporgenti, le gengive<br />

raggrinzite, o forse ritratte, i denti separati l’<strong>un</strong>o dall’altro<br />

in <strong>un</strong>a sorta di sbadiglio innaturale della bocca, proprio così,<br />

questa bocca <strong>un</strong> tempo così piena, così come il volto, ora<br />

smorto, cadente, con l’<strong>un</strong>ica costante degli occhiali dalla montatura<br />

spessa, e la bocca aperta come per <strong>un</strong> grido frenato ma<br />

senza produrre alc<strong>un</strong> suono, la testa che si muove solo leggermente,<br />

la saliva biancastra, secca e appiccicosa, le ultime secrezioni<br />

di queste ghiandole devastate, cauterizzate nell’insufficienza...<br />

Se il romanzo fosse continuato su questo tono avrebbe rischiato<br />

di essere illeggibile. Invece, pur non essendo mai esattamente<br />

allegro, sa offrirci dei momenti gradevoli: le frustrazioni e i<br />

compromessi della professione di cronista sportivo evocate con<br />

precisione comica, alc<strong>un</strong>e descrizioni riuscite dell’architettura di<br />

provincia (la città, anche se non viene mai specificato, è Nottingham)<br />

e, soprattutto, quest’amicizia semplice, profonda, intellettualmente<br />

viva, descritta con dovizia di particolari. Nella realtà, le<br />

ultime parole che Johnson aveva detto all’amico in fin di vita erano<br />

state: “Scriverò tutto, amico”. The Unfort<strong>un</strong>ates fu il suo modo<br />

fedele e affettuoso di tener fede a tale promessa.<br />

13


5: HOUSE MOTHER NORMAL<br />

Scritto tra il febbraio e il luglio 1970<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 37)<br />

Prima edizione 1971: Trigram Press e Collins,<br />

edizioni concomitanti<br />

Altre edizioni 1973: Quartet; 1986: Bloodaxe; 2004: Picador<br />

(tascabili, incluso in B.S. Johnson Omnibus)<br />

Tra la stesura di The Unfort<strong>un</strong>ates e House Mother Normal<br />

passarono tre anni, l’intervallo più l<strong>un</strong>go tra due romanzi nella<br />

carriera di Johnson. Il suo quinto romanzo segnò anche <strong>un</strong> decisivo<br />

e sorprendente cambiamento di stile, <strong>un</strong> distacco dalla confessione<br />

in prima persona. Di fatto, ora abbiamo l’esatto opposto: <strong>un</strong><br />

romanzo che descrive <strong>un</strong> singolo evento (e pure inventato!) da<br />

dieci p<strong>un</strong>ti di vista diversi.<br />

House Mother Normal è ambientato in <strong>un</strong> ospizio per anziani.<br />

Gli otto pazienti siedono a tavola insieme alla stessa “House Mother”,<br />

la direttrice, e Johnson riporta nove monologhi interiori,<br />

ciasc<strong>un</strong>o dei quali offre la trascrizione dei pensieri di ogni personaggio<br />

nel corso della serata. Con <strong>un</strong>a tecnica che ha qualcosa di<br />

sinistro, tale successone prevede che ciasc<strong>un</strong> personaggio sia più<br />

malridotto del precedente, tanto che i monologhi si fanno sempre<br />

più frammentari, parziali e incoerenti con il procedere del libro.<br />

Così Sarah Lamson, che ha settantaquattro anni, <strong>un</strong>a capacità uditiva<br />

del settantacinque per cento e <strong>un</strong> “conteggio CQ ”* massimo di<br />

dieci, pensa in maniera più o meno lucida e coerente. Ma quando<br />

arriviamo a George Hedbury, ottantanove anni e <strong>un</strong> “conteggio<br />

CQ” pari solamente a due (oltre a problemi d’incontinenza, depressione<br />

senile avanzata e occasionale insufficienza renale), troviamo<br />

poche parole disconnesse e sparse in maniera apparentemente casuale<br />

sulla pagina. Alla fine leggiamo la versione degli eventi dal<br />

p<strong>un</strong>to di vista della direttrice, che in realtà è più inaffidabile – o<br />

perlomeno bizzarra – di quella dei suoi anziani pazienti. L’intenzione<br />

di Johnson era quella di farci riflettere, alla fine del libro, su chi<br />

* <strong>Come</strong> spiega Johnson nel testo, il “conteggio CQ” è “il totale delle risposte<br />

corrette... date alle dieci domande classiche... applicabili ai casi di demenza senile.”<br />

Le domande sono: Dove ti trovi in questo momento? Che posto è questo? Che<br />

giorno è oggi? Che mese è? Che anno è? Quanti anni hai? Quand’è il tuo compleanno?<br />

In che anno sei nato? Chi regna ora, <strong>un</strong> re o <strong>un</strong>a regina? Chi regnava prima?<br />

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sia più “normale”: <strong>un</strong> vecchio decrepito le cui percezioni sono offuscate<br />

dalla vecchiaia, o la giovane donna crudelmente insensibile<br />

che dovrebbe prendersi cura dei suoi pazienti?<br />

House Mother Normal è il romanzo che gli ammiratori di<br />

Johnson citano quando vogliono difendersi dalle accuse di quanti<br />

l’accusano di essere <strong>un</strong> romanziere limitato, incapace di empatia<br />

se non per se stesso e con <strong>un</strong>’immaginazione ristretta da <strong>un</strong>a continua<br />

introversione che sfiora il solipsismo. Tutte critiche che non<br />

reggono, se rivolte al quinto romanzo di Johnson. Questo, difatti,<br />

è l’<strong>un</strong>ico libro in cui fa delle “caratterizzazioni” (sebbene attraverso<br />

il suo mezzo preferito, il monologo interiore) e senza dubbio<br />

l’<strong>un</strong>ico in cui cerca d’immedesimarsi, con <strong>un</strong> certo grado di credibilità,<br />

nella mente dei suoi personaggi femminili. Ma quello che, a<br />

mio parere, è ancora più impressionante, è il fatto che quest’insolito<br />

carico di empatia umana coesista – addirittura scaturisca da –<br />

<strong>un</strong> “esperimento” tecnico che è rigoroso e audace al pari di altri<br />

da lui provati. Prendendo sp<strong>un</strong>to dal romanzo di Philip Toynbee,<br />

Tea with Mrs Goodman, * Johnson divide il libro in nove sezioni di<br />

vent<strong>un</strong>o pagine l’<strong>un</strong>a e fa in modo che in ogni sezione lo stesso<br />

evento (e le diverse reazioni dei personaggi) compaiano non solo<br />

sulla stessa pagina, ma esattamente allo stesso p<strong>un</strong>to su tale pagina.<br />

In questo modo l’intero libro diventa, per fare <strong>un</strong>’analogia con<br />

la musica, decisamente polifonico, simile a <strong>un</strong>a fuga, <strong>un</strong> romanzo<br />

che può essere letto sia “verticalmente” che “orizzontalmente”. E<br />

se in alc<strong>un</strong>i romanzieri d’avanguardia (come lo stesso Toynbee,<br />

per esempio) <strong>un</strong> esperimento simile potrebbe sembrare freddo e<br />

calcolato, Johnson riesce miracolosamente a non cadere in <strong>un</strong> simile<br />

trabocchetto. La sua tipica schiettezza, la sua incapacità a<br />

mascherare le emozioni – cosa che forse, nella vita reale, gli era di<br />

grande ostacolo per i suoi rapporti interpersonali – qui garantisce<br />

che l’abilità tecnica non superi mai <strong>un</strong>’adeguata risposta umana<br />

alla toccante situazione dei personaggi.<br />

Erano anni che Johnson aveva in mente di scrivere House<br />

Mother Normal. Disse che l’idea gli era già venuta mentre stata<br />

scrivendo Travelling People, ma che “i tre romanzi personali successivi<br />

si erano interposti, chiedendo di essere scritti per primi”. 6<br />

Ma Albert Angelo, Trawl e The Unfort<strong>un</strong>ates, per il modo in cui<br />

mostrano l’avvicinarsi e poi l’aderire di Johnson alla sua particolarissima<br />

idea di realtà narrativa, formano <strong>un</strong>a successione tal-<br />

* Pubblicato nel 1947: si veda più avanti, pp. 353-355.<br />

15


mente coerente che è House Mother Normal il libro che sembra<br />

“interporsi”. Che fine ha fatto la sua determinazione beckettiana<br />

a scrivere “solo ed esclusivamente di quel che succede a me”? Il<br />

suo quinto romanzo accenna solamente alla cosa, e nient’altro.<br />

<strong>Come</strong> ho detto, ciasc<strong>un</strong> monologo interiore occupa vent<strong>un</strong>o pagine,<br />

ad eccezione di quello della direttrice. A lei sono concesse<br />

ventidue pagine e, nell’ultima, Johnson le permette di farsi avanti<br />

e parlare al lettore in prima persona: “Quindi, vedete, anch’io<br />

sono il pupazzo o il trucco di <strong>un</strong>o scrittore (sapevate già che c’era<br />

<strong>un</strong>o scrittore dietro tutto questo? Ah, è impossibile ingannarvi,<br />

lettori!), <strong>un</strong>o scrittore che ora mi presenta in <strong>un</strong>a nudità post orgasmica,<br />

e che si aspetta ancora che veicoli le sue parole senza<br />

imbarazzo o sollievo personale. Perché, vedete, viene tutto dalla<br />

sua testa. È <strong>un</strong> diagramma di certi aspetti contenuti nella sua testa!<br />

Che ridere!”<br />

L’implicazione, qui, è contraddittoria: in apparenza è lecito<br />

romanzare la realtà, inventarsi le cose, ma solo se alla fine si mettono<br />

le carte in tavola. Eppure, ci dice lo stesso Johnson, di fatto<br />

non c’è ness<strong>un</strong> bisogno di mettere le carte in tavola, dato che “è<br />

impossibile ingannarvi, lettori!”: in altre parole, egli sa già che i<br />

lettori sono esseri sofisticati, in grado di decidere da soli cos’è<br />

vero e cosa non lo è.<br />

A parte questa contraddizione, all’improvviso c’è <strong>un</strong>a nuova e<br />

fastidiosa sfumatura di stanchezza nella scrittura di Johnson. Lo<br />

intuiamo dall’ammissione quasi rassegnata che “è impossibile ingannarvi,<br />

lettori!” e nell’affaticato sarcasmo di “Che ridere!”. È<br />

<strong>un</strong>a sfumatura che compare in maniera ancora più pron<strong>un</strong>ciata<br />

nella prosa breve che stava scrivendo più o meno nello stesso periodo.<br />

È il tono, credo, di <strong>un</strong>o scrittore che comincia a rin<strong>un</strong>ciare<br />

alla propria arte, che comincia a esserne annoiato e che smette di<br />

credere, come forse gli succedeva <strong>un</strong> tempo, che possa in qualche<br />

modo sollevarlo dal dolore di vivere.<br />

Ma ora sto divagando <strong>un</strong> po’ troppo.<br />

16


6: CHRISTIE MALRY’S OWN DOUBLE-ENTRY<br />

Scritto tra il dicembre e il marzo 1972<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 37-39)<br />

Prima edizione 1973: Collins<br />

Altre edizioni 1974: Quartet; 1984: Penguin; 2001: Picador<br />

Nonostante il suo fermo rifiuto della narrazione lineare, House<br />

Mother Normal vede Johnson eccellere, per <strong>un</strong>a volta, in <strong>un</strong>a<br />

delle più tradizionali virtù narrative: di tutti i suoi libri, è quello<br />

con il maggior numero di personaggi inventati e chiaramente delineati.<br />

Il suo sesto romanzo, in questo senso, è ancora più accessibile<br />

per i lettori che non amano le sperimentazioni. Si tratta di <strong>un</strong>a<br />

tragicommedia brillante, vivace e, solitamente, è il p<strong>un</strong>to da cui<br />

sono incoraggiati a partire quanti si avvicinano all’opera di B.S.<br />

Johnson per la prima volta.<br />

Christie Malry è <strong>un</strong> giovane ragioniere dipendente di <strong>un</strong>a fabbrica<br />

di dolciumi di Hammersmith, nell’ovest di Londra. Il periodo<br />

non è specificato, ma probabilmente si situa tra la Londra degli<br />

anni Settanta e la più grigia e dura città dell’inizio degli anni<br />

Cinquanta. (Lo stesso Johnson aveva lavorato come contabile in<br />

<strong>un</strong>a fabbrica di questo tipo quando aveva diciannove anni, nel<br />

1952.) Frustrato dalle piccole ingiustizie e delusioni che sembrano<br />

piovergli addosso e in particolare dal comportamento dei superiori,<br />

Christie escogita <strong>un</strong> metodo singolare per prendersi la<br />

propria vendetta contro la società: <strong>un</strong> sistema di contabilità morale<br />

a partita doppia. Ciò significa che, per ogni affronto ricevuto da<br />

parte della società, Christie ha il diritto di chiedere <strong>un</strong> risarcimento<br />

per far quadrare i suoi registri morali: “Ciasc<strong>un</strong> Debito deve<br />

avere il suo Credito, questa è la Prima Regola d’Oro,” diceva Fra<br />

Luca Bartolomeo Pacioli, il monaco toscano del quindicesimo secolo<br />

che inventò la contabilità a partita doppia e i cui scritti sono<br />

citati spesso nel romanzo.<br />

All’inizio Christie subisce ingiustizie da poco e i pagamenti che<br />

richiede sono di conseguenza modesti: infastidito dalla presenza di<br />

<strong>un</strong> palazzo di uffici, Christie si prende il suo risarcimento dagli eredi<br />

dell’imprenditore edile rigando la facciata di pietra con il bordo<br />

di <strong>un</strong>a moneta. Quando il suo superiore non mostra alc<strong>un</strong> dispiacere<br />

per la morte di sua madre, Christie risponde stracciando <strong>un</strong>a<br />

lettera importante e creandogli dei problemi con il proprietario di<br />

<strong>un</strong> ristorante locale. Tuttavia, dopo poco, le sue mosse si fanno più<br />

17


sinistre. Con <strong>un</strong> artificio particolarmente originale, Johnson riesce<br />

a creare <strong>un</strong> clima di suspense nel romanzo senza manipolare la narrazione<br />

stessa, bensì evidenziando la successione dei bilanci patrimoniali<br />

del registro di Christie. In questo modo il lettore vede, con<br />

sempre più stupore e sgomento, la cifra del debito non estinto nella<br />

colonna Risarcimento – “Bilancio dovuto a Christie fino al prossimo<br />

Regolamento dei conti” – aumentare sempre di più.<br />

Capiamo presto che abbiamo a che fare con <strong>un</strong>a mente terroristica.<br />

Piccole crudeltà (<strong>un</strong>a bomba piazzata fuori da Hythe House,<br />

dove c’è l’ufficio dell’esattore delle tasse) e altre più grandi<br />

(l’uccisione di ventimila londinesi tramite l’avvelenamento dell’impianto<br />

idrico) non sono <strong>un</strong> risarcimento sufficiente a torti percepiti<br />

come “Riduzione generale della vita di Christie a causa della<br />

pubblicità” e “Mancata applicazione del socialismo” (che, da<br />

solo, viene stimato 311.398 sterline nella colonna dei Debiti). È<br />

chiaro che abbiamo a che fare con <strong>un</strong> individuo il cui radicato<br />

senso dell’ingiustizia personale e sociale non si placherà mai. Un<br />

individuo che si situa al di fuori delle norme della società così<br />

come di quelle della letteratura convenzionale, tanto che sembra<br />

impossibile risolvere le tensioni tematiche del libro, e difatti non è<br />

questo lo scopo di Johnson. Ritornando alle sue ossessioni per<br />

l’invecchiamento corporeo e per la malattia terminale, l’autore fa<br />

ammalare improvvisamente Christie di cancro fino a farlo morire.<br />

Il romanzo si chiude con questa nota malinconica, e l’ultima cosa<br />

che vediamo è <strong>un</strong> “Computo Finale” che comprende <strong>un</strong>a cifra di<br />

352 392 sterline come “Bilancio annullato come inadempienza”.<br />

Le parole “Conto chiuso” sono scribacchiate sul fondo.<br />

Christie Malry’s Own Double-Entry fu l’ultima opera completa<br />

che B.S. Johnson portò a termine con <strong>un</strong>a certa soddisfazione personale.<br />

A quanto pare il grosso del romanzo fu scritto di getto (soprattutto<br />

nel febbraio del 1972), il che forse spiega la vivacità della<br />

narrazione, cosa che non si era più vista nei suoi libri dai <strong>capitoli</strong><br />

di chiusura di Travelling People (anch’esso scritto in <strong>un</strong> impeto<br />

di produttività). Il tono che contraddistingue Christie Malry nasce<br />

dalla tensione tra questa vivacità e la visione decisamente impietosa<br />

– per non dire nichilista – della società che ci offre Johnson.<br />

Anche se a prima vista sembra leggero e spontaneo, non è <strong>un</strong> trucco<br />

facile da mettere in pratica, e in <strong>un</strong> modo o nell’altro la gioiosa<br />

mescolanza di umorismo e pessimismo ha ottenuto <strong>un</strong> effetto<br />

molto meno convincente nella recente trasposizione cinematografica<br />

del romanzo. 7 Ma Johnson, in fin dei conti, sapeva benissimo<br />

18


quel che faceva, e il rifiuto dei metodi narrativi convenzionali che<br />

aveva espresso in House Mother Normal con tanto stanco disprezzo,<br />

qui appare radicale e convincente.<br />

Tuttavia alc<strong>un</strong>i degli ultimi passaggi del romanzo sembrano<br />

avere quasi <strong>un</strong> tono di congedo, e si ha l’impressione che il narratore<br />

stia dicendo addio non solo a Christie, il suo eroe morente,<br />

ma a qualcosa di più astratto e ugualmente prezioso: alla propria<br />

missione con il romanzo come forma artistica:<br />

“Sì, Christie, avrai la tua fine,” lo rassicurai, e continuai: “Di<br />

sicuro i lettori non vorranno che inventi altro, di sicuro lui o<br />

lei possono estrapolare tutto da quel che è già successo”.<br />

“Sempre che ci sia <strong>un</strong> lettore,” disse Christie. “La maggior<br />

parte della gente non lo leggerà.”<br />

“I politici, i poliziotti, alc<strong>un</strong>i insegnanti e molti altri trattano<br />

‘la maggior parte della gente’ come degli idioti.”<br />

“Quindi possono farlo anche gli scrittori?”<br />

“Al contrario. ‘La maggior parte della gente’ fa bene a non<br />

leggere romanzi oggigiorno.”<br />

“Sono tutte cose che hai già detto.”<br />

“È giusto che la ripeta, dato che è la verità.”<br />

Una pausa. Poi, all’improvviso, Christie disse:<br />

“Il tuo lavoro è stato <strong>un</strong> dialogo continuo con la forma?”<br />

“Se ti piace metterla così,” risposi con diffidenza.<br />

Quando <strong>un</strong>o scrittore finisce col vedere così poche possibilità<br />

per la forma artistica in cui ha scelto di lavorare e riesce a guardare<br />

ai risultati raggi<strong>un</strong>ti in maniera tanto spassionata, è difficile non<br />

pensare che la sua missione sia ormai sul p<strong>un</strong>to di concludersi.<br />

Eppure, sorprendentemente, poco dopo aver scritto queste parole<br />

Johnson si sarebbe avventurato nel suo progetto letterario più<br />

ambizioso e impegnativo.<br />

19


7. SEE THE OLD LADY DECENTLY<br />

Scritto tra il dicembre 1972 e il settembre 1973<br />

(Età di Johnson al tempo della stesura: 39-40)<br />

Prima edizione 1975: Hutchinson<br />

Altre edizioni ness<strong>un</strong>a<br />

Le scene di Christie Malry’s Own Double-Entry in cui l’eroe<br />

muore di cancro furono scritte pochi mesi dopo la morte della<br />

madre di Johnson per la stessa malattia. Profondamente scosso,<br />

perfino devastato dalla sua morte, pare che Johnson si fosse messo<br />

a pensare quasi immediatamente al modo migliore per ricordare<br />

sua madre in <strong>un</strong> romanzo.<br />

<strong>Come</strong> House Mother Normal, Christie Malry era nato da<br />

<strong>un</strong>’idea sorta tempo prima, che Johnson avrebbe voluto traslare in<br />

<strong>un</strong> libro già all’inizio della sua carriera se i suoi romanzi di carattere<br />

personale non si fossero “interposti”. Ora, realizzate queste<br />

due idee, era il momento di riprendere il viaggio che aveva intrapreso<br />

per la prima volta dieci anni prima, quando aveva dichiarato,<br />

in Albert Angelo, che “raccontare storie è raccontare menzogne”.<br />

La differenza, questa volta, era che avrebbe raccontato la<br />

verità sulla vita di qualc<strong>un</strong> altro, non solo sulla propria.<br />

Il progetto di Johnson era vertiginosamente vasto e complesso.<br />

Aveva in mente <strong>un</strong>a trilogia, i cui tre volumi si sarebbero chiamati<br />

See the Old Lady Decently, Buried Although e Among Those<br />

Left Are You. Se accostati, i titoli sui dorsi dei tre libri avrebbero<br />

formato <strong>un</strong>’<strong>un</strong>ica frase. Il fulcro della trilogia sarebbe stata la narrazione<br />

completa della vita di sua madre, ma accompagnata da altri<br />

due importanti temi: “il declino del paese” e “l’aspetto di rinnovamento<br />

della maternità”. 8 Dopo la relativamente modesta e<br />

solipsistica autenticità raggi<strong>un</strong>ta con Trawl e The Unfort<strong>un</strong>ates,<br />

quindi, Johnson voleva dare a questo nuovo progetto non solo<br />

<strong>un</strong>a dimensione politica ma anche – spinto dal desiderio di <strong>un</strong><br />

mondo migliore – <strong>un</strong>a dimensione spirituale. Ciò segnava <strong>un</strong><br />

grande passo in avanti per quel che riguarda l’ambizione letteraria<br />

di Johnson. Le sue idee politiche (come del resto le sue idee in generale)<br />

erano forti, ma nei suoi romanzi raramente vi aveva dedicato<br />

altro che <strong>un</strong> rapido accenno. Ora, invece, aveva intenzione di<br />

compilare <strong>un</strong>a critica approfondita del declino imperiale e post<br />

bellico della Gran Bretagna, concentrandosi sui momenti storici<br />

cruciali del ventesimo secolo.<br />

20


Ancora più affascinante è il suo proposito di scrivere<br />

dell’“aspetto di rinnovamento della maternità” e in particolare<br />

della Grande Madre, partendo dall’opera di J<strong>un</strong>g ed Erich Neumann.<br />

Quest’aspetto della trilogia potrebbe sorprendere i lettori<br />

abituati al Johnson ateo convinto dei sei romanzi precedenti. Sicuramente<br />

egli detestava la religione ufficiale e soprattutto – forse<br />

solo perché era quella più vicina – la Chiesa Anglicana; ma questo<br />

non ne faceva <strong>un</strong> razionalista radicale. Johnson subiva il fascino<br />

del paganesimo, della stregoneria e delle religioni pre-cristiane in<br />

generale, anche se tutto sommato riuscì a tenere queste cose a <strong>un</strong>a<br />

certa distanza di sicurezza dalla propria opera. Ma alc<strong>un</strong>i segnali<br />

ci fanno capire come, al tempo di The Matrix Trilogy (come si sarebbe<br />

dovuta chiamare la trilogia), e dello stesso filmato di Fat<br />

Man on a Beach, Johnson cominciasse a sentirsi pronto – forse addirittura<br />

costretto – ad affrontare di petto tali questioni nei suoi<br />

scritti. In questo senso, gli ultimi due volumi, se fosse riuscito a ultimarli,<br />

avrebbero potuto essere tra le cose più provocatorie e<br />

auto rivelatrici che avesse mai scritto.<br />

Nel frattempo, ci resta solo la prima parte: See the Old Lady<br />

Decently. Essa fu pubblicata postuma ed esattamente così come<br />

Johnson l’aveva scritta anche se, pochi giorni prima della sua morte,<br />

gli editori avevano espresso delle forti riserve sul formato del<br />

romanzo. Si tratta del suo libro più eterogeneo e frammentario.<br />

Scene immaginarie della gioventù di sua madre nelle vesti di cameriera,<br />

scritte nello stesso stile comico di Christie Malry, s’intrecciano<br />

a diverse trascrizioni sommesse e letterali dei ricordi del padre<br />

di Johnson, registrati su nastro. Poesie sulla maternità si alternano<br />

a passi scritti nello stile di <strong>un</strong> tour guidato della Gran Bretagna,<br />

che descrivono l’ascesa e il declino imperiale lasciando qua e<br />

là degli spazi vuoti nel testo affinché i lettori inseriscano i dettagli<br />

necessari. Le ultime pagine contengono <strong>un</strong>a descrizione finissima<br />

e impressionante del concepimento dello stesso Johnson e del suo<br />

sviluppo da embrione a neonato. Forse i passaggi più toccanti<br />

sono quelli in cui intravediamo l’autore alle prese con il libro che<br />

stiamo leggendo, mentre cerca di liberarsi dalle distrazioni esterne<br />

e da parte dei membri più giovani della sua famiglia:<br />

Durante tutto questo, mia figlia è venuta nella mia stanza a<br />

fare i suoi esercizi di calligrafia prima di andare a letto. STI-<br />

VALI e NEVE sono, al momento, le sue parole preferite. Poi è<br />

scesa per la cena. È tornata di sopra offrendomi <strong>un</strong> delizioso<br />

21


café Liègois [sic], o meglio, il rimanente di <strong>un</strong>o di questi. Mi<br />

ha detto che la mamma si era bevuta la crema. Spaghetti per<br />

pranzo, peperoni verdi, café Liègois, che fine ha fatto l’Inghilterra?<br />

Ora sta movendo la mano [sic], impugnando le mie<br />

penne rosse, <strong>un</strong>a dopo l’altra. Ti piace? Agita il foglio all’altezza<br />

del mio gomito, reclamando attenzione. Io gliela concedo,<br />

le dico di metterlo giù, troverò <strong>un</strong>a busta per esso di mattina.<br />

Lei esce improvvisamente dalla stanza senza nemmeno<br />

dire Notte, e la sua assenza è palpabile. La chiamo, non ritorna.<br />

L’assenza è<br />

La decisione di Johnson d’inserire descrizioni del processo<br />

creativo all’interno del romanzo segna <strong>un</strong> progresso rispetto a<br />

Trawl e The Unfort<strong>un</strong>ates, che, pur non riuscendoci in pieno, cercavano<br />

di offrire trascrizioni al tempo presente di processi mentali<br />

che il lettore sapeva benissimo essere successi anni prima. In<br />

questo senso, ora Johnson sembra essersi avvicinato maggiormente<br />

al suo ideale di <strong>un</strong> romanzo completamente onesto e completamente<br />

veritiero. Ma, sotto altri p<strong>un</strong>ti di vista, i suoi tentativi di rimanere<br />

continuamente fedele alla molteplicità del reale provocavano<br />

<strong>un</strong>a frattura nella sua arte. “Ha importanza?” si chiede a <strong>un</strong><br />

certo p<strong>un</strong>to, interrogandosi sull’accuratezza della sua descrizione<br />

della cucina di <strong>un</strong> hotel londinese degli anni Venti:<br />

Ha importanza? Il fatto è che sembra tutto così simile. Sembra<br />

che niente possa essere nuovo, mi sento vecchio come l’intero<br />

arco della storia, conosco tutto quello che all’umanità è<br />

dato di sapere. A parte i dettagli.<br />

Dev’essere <strong>un</strong>’illusione. Forse sto impazzendo.<br />

Può darsi che si trattasse semplicemente di questo.<br />

Più avanti, tale sospetto che il romanzo fosse <strong>un</strong> mezzo inutile<br />

e impotente, inadatto ad affrontare la complessità della storia e<br />

dell’esperienza umana, comincia ad assumere <strong>un</strong> tono disperato:<br />

22<br />

Tutto questo [gli eventi del 1928] è molto difficile da comprendere.<br />

Vedete, c’erano milioni di persone, migliaia di persone,<br />

centinaia di paesi, e tutti andavano in ogni direzione e<br />

compivano ogni genere di gesto significativo e insignificante.<br />

Com’è possibile imporre <strong>un</strong> ordine a questa molteplice discontinuità?<br />

La storia dev’essere per forza <strong>un</strong>a menzogna, di


<strong>un</strong> tipo o di <strong>un</strong> altro, non più vera di quella che veniva chiamata<br />

narrativa? Com’è possibile comprenderla? E che scopo<br />

ci sarebbe, anche se fosse possibile?<br />

See the Old Lady Decently è quindi, sotto molti p<strong>un</strong>ti di vista,<br />

l’opera di <strong>un</strong>o scrittore che ha quasi esaurito la sua vena artistica.<br />

In <strong>un</strong> altro contesto, ho affermato che è caratterizzata da “<strong>un</strong>’atmosfera<br />

di tensione e imprecisione, addirittura stanchezza”. 9 Ora<br />

questo giudizio mi sembra ingiusto, o perlomeno impreciso. Sarebbe<br />

più corretto dire che B.S. Johnson, fedele discepolo di Joyce<br />

e Beckett, si stava avvicinando alla stesura del proprio Finnegans<br />

Wake o del proprio How It Is: l’opera con cui ann<strong>un</strong>ciava,<br />

<strong>un</strong>a volta per tutte, il suo totale e irrevocabile distacco dal romanzo<br />

convenzionale, esasperato dalle sue insufficienze e dai suoi sotterfugi.<br />

Probabilmente Johnson non aveva la determinazione né la<br />

convinzione di Joyce o di Beckett. Non poteva, a questo p<strong>un</strong>to,<br />

prevedere dove l’avrebbe inevitabilmente portato la sua estetica<br />

radicale: se verso il minimalismo beckettiano, oppure verso <strong>un</strong>a<br />

sorta di folle comprensività joyciana. Era restio a seguire l’<strong>un</strong>o o<br />

l’altro percorso (pur ammirando tutto quello che Joyce aveva<br />

scritto prima dell’Ulisse e tutto quello che Beckett aveva scritto<br />

prima de L’innominabile, non mostrò mai molto interesse per le<br />

loro opere successive). Di conseguenza, See the Old Lady Decently<br />

è pieno di compromessi, ed è <strong>un</strong>’espressione dei problemi letterari<br />

che Johnson sapeva di dover affrontare, piuttosto che <strong>un</strong> coraggioso<br />

passo in avanti verso la loro risoluzione artistica.<br />

Tuttavia, se non altro Johnson riconobbe questi problemi e se<br />

non altro fu – per usare il suo termine preferito – onesto nel trattarli.<br />

Sono pochi gli scrittori, sia contemporanei di Johnson che<br />

successivi, che hanno riflettuto così tanto sul romanzo come forma<br />

espressiva, e che hanno cercato di studiare le sue possibilità in<br />

maniera tanto intelligente. È qui che forse troviamo <strong>un</strong>a dimostrazione<br />

pratica dello “scrivere in maniera sentita” di cui abbiamo<br />

parlato prima, ed è difficile non pensare che Johnson si sentirebbe<br />

isolato e tormentato nell’attuale mondo letterario inglese così<br />

come lo era stato trent’anni fa. Osservando il disprezzo che riservava,<br />

in veste anonima, agli scrittori suoi contemporanei “che si<br />

atteggiavano a romanzieri del diciannovesimo secolo”, possiamo<br />

immaginare cos’avrebbe pensato della “lad lit”, della “chick lit” e<br />

del nuovo fenomeno dei romanzi scritti da personaggi famosi.<br />

Nonostante tutte le sue incoerenze e contraddizioni, nel suo ulti-<br />

23


mo e combattivo saggio, Johnson ci appare come <strong>un</strong> personaggio<br />

imponente: <strong>un</strong> personaggio autorevole, risoluto, che ha già preso<br />

la sua direzione nella staffetta letteraria, afferrando il testimone<br />

dell’innovazione e lasciando la maggior parte dei suoi contemporanei<br />

fermi al loro posto. Un personaggio la cui fede nelle proprie<br />

teorie sembra incrollabile.<br />

1 Lettera a Gordon Williams, 21 ottobre 1966.<br />

2 Introduzione a Aren’t You Rather Yo<strong>un</strong>g To Be Writing Your Memoirs?<br />

(Hutchinson, 1973), p. 22.<br />

3 Ibid., p. 14.<br />

4 Ibid., p. 25.<br />

5 Christine Brooke-Rose, A Rethoric of the Unreal, Cambridge University<br />

Press, 1981, p. 358.<br />

6 Introduzione a Aren’t You Rather Yo<strong>un</strong>g To Be Writing Your Memoirs?, p.<br />

26.<br />

7 Christie Malry’s Own Double-Entry (Delux Productions, Movie Masters,<br />

The Kassander Film Company and Woodline Films), diretto da Paul Tickell,<br />

scritto da Simon Bent e con Nick Moran nella parte di Christie.<br />

8 Johnson, citato nell’introduzione di Michael Bakewell a See the Old Lady<br />

Decently (Hutchinson, 1975), p. 8.<br />

9 Jonathan Coe, Introduzione a S.B. Johnson, The Unfort<strong>un</strong>ates (Picador,<br />

1999), p. viii.<br />

24


Una vita in 44 voci<br />

Tranne che dove specificato, tutti i commenti sono tratti da interviste<br />

condotte dall’autore tra il 1998 e il 2002.<br />

John Berger La prima cosa che ricordo di lui è la sua bellezza. Dal<br />

volto traspariva molta della sua ricchezza interiore. Non era semplicemente<br />

scolpito – aveva <strong>un</strong>a certa presenza fisica. Credo che<br />

sia questa la prima cosa che mi viene in mente quando penso a lui.<br />

Forse, come capita a tutti, l’immagine che vedeva nello specchio<br />

non era la stessa che vedevano gli altri da fuori.<br />

Zulfikar Ghose La prima cosa che ho notato quando ho aperto la<br />

porta sono stati i suoi occhi. Non il loro colore, che nella penombra<br />

sembrava grigioblu, ma quell’espressione triste e impaurita.<br />

Forse era solo l’inquietudine d’incontrare per la prima volta qualc<strong>un</strong>o<br />

con cui aveva solo corrisposto; forse era il timore che, <strong>un</strong>a<br />

volta aperta <strong>un</strong>a porta, sarebbe entrato in <strong>un</strong> mondo sconosciuto. 1<br />

Alan Burns Non ho avuto occasione di conoscerlo abbastanza a<br />

fondo per comprendere il suo carattere, la sua personalità o la sua<br />

mente. Intuivo solo che, chiaramente, avevo davanti <strong>un</strong>o scrittore:<br />

verrebbe da dire <strong>un</strong> vero scrittore; che sembra stupido ma è esattamente<br />

quel che pensavo. Potremmo anche dire <strong>un</strong> vero professionista.<br />

Ma era <strong>un</strong> personaggio davvero impressionante. Non<br />

solo per la sua presenza fisica, perché non era solo questo. Direi<br />

che mi colpì per la sua intelligenza, la sua eloquenza e la sua mancanza<br />

di pomposità – la sua schiettezza –, qualità tipicamente<br />

“johnsoniane”, che conoscevano tutti.<br />

25


Alan Brownjohn Nei miei ricordi, è sempre lo stesso: grosso, paffuto,<br />

rosso in viso e con <strong>un</strong>’espressione mista di dolore e allegria.<br />

A volte aveva <strong>un</strong>o sguardo malinconico, ma più spesso si trattava<br />

di <strong>un</strong>a malinconia scherzosa.<br />

Judy Cooke Be’, il primo ricordo che ho di lui è quello di <strong>un</strong> individuo<br />

grosso e malinconico che mi sedeva accanto durante <strong>un</strong>a lezione<br />

e che come me sosteneva che la vita era <strong>un</strong>a cosa terribile.<br />

Allo stesso tempo era anche molto divertente e brillante, certo,<br />

ma molto serio.<br />

Marta Szabados L’ho conosciuto prima di conoscere il suo lavoro,<br />

e la prima impressione è stata quella di <strong>un</strong> uomo – non come<br />

uomo, ma come persona – completamente diverso dalle opere che<br />

avrei conosciuto in seguito; e ho pensato che... avevo l’impressione<br />

che fosse <strong>un</strong>a persona l<strong>un</strong>atica, non proprio rilassata. Non era<br />

inibito, ma sembrava – non tanto triste o preoccupato – quanto<br />

non a suo agio. Ma era decisamente piacevole.<br />

Joebear Webb * È stato paragonato a Tony Hancock, e il perché è<br />

evidente: per quella sua combinazione di tragedia e commedia.<br />

Certo, credo che si tratti di <strong>un</strong> paragone <strong>un</strong> po’ troppo azzardato,<br />

ma come sa c’era <strong>un</strong>a grande somiglianza fisica, facciale e vocale.<br />

Credo anche che la cosa gli avrebbe fatto piacere, c’era <strong>un</strong>a gran<br />

parte di lui decisamente londinese, decisamente Sam Johnson.<br />

Probabilmente si sarebbe riconosciuto in <strong>un</strong> personaggio del tipo<br />

di Tony Hancock, credo che sarebbe stato contento della cosa.<br />

Julia Trevelyan Oman Era davvero enorme. Quando entrava in<br />

<strong>un</strong>a stanza, tutti si giravano a guardarlo. E dava sempre l’impressione<br />

di essere <strong>un</strong>o che si lavava, che era sempre pulito. Le donne<br />

sono molto sensibili a queste cose, e lui sembrava sempre essersi<br />

fatto <strong>un</strong> bagno e tutto il resto – mentre, vede, certi uomini, quando<br />

le ragazze gli si avvicinano, puzzano terribilmente. Ma con<br />

Bryan, sembrava sempre che si fosse rasato, lavato e pettinato i capelli,<br />

questo genere di cose.<br />

* Amico e corrispondente di Johnson. Lavorarono insieme ad alc<strong>un</strong>e parti<br />

della sceneggiatura di Albert Angelo. Attualmente, insegna informatica e multimedia<br />

al Birkbeck College di Londra.<br />

26


Alan Brownjohn Dio, la stazza di quell’uomo! Mangiava come <strong>un</strong><br />

bue. Non era <strong>un</strong> gran conoscitore di cibi, gli piacevano le porzioni<br />

appetitose e molto abbondanti, tutto qua. E per lui <strong>un</strong> buon ristorante<br />

indiano andava bene come Rules, per esempio. Ma se finiva<br />

presto a <strong>un</strong> app<strong>un</strong>tamento, mettiamo, la prima cosa a cui<br />

pensava non era, che so “A che ora aprono, facciamo <strong>un</strong>a passeggiata<br />

e aspettiamo di bere qualcosa?” ma “Bene, andiamo a mangiarci<br />

<strong>un</strong> dolce a Soho e poi a bere qualcosa”. Credo che non abbia<br />

mai fatto i conti con questo problema del peso – né so bene<br />

quanto ci abbia provato.<br />

Zulfikar Ghose * Per qualche motivo (e cioè che andavamo in negozi<br />

diversi) spesso ci dividevamo, e quando lo cercavo lo trovavo<br />

sempre in <strong>un</strong>a pâtisserie che divorava notevoli quantità di dolci.<br />

Anche a Londra, non poteva fare a meno di mangiare tra <strong>un</strong> pasto<br />

e l’altro; quando uscivamo dai pub all’ora di chiusura, lui s’infilava<br />

sempre in <strong>un</strong> fish and chips oppure, se eravamo a Soho, nel negozietto<br />

di Great Windmill Street che vendeva panini di carne di<br />

manzo salata. Ma non l’avevo mai visto magiare così tanti dolci<br />

prima di allora. E quando ho saputo della sua morte, <strong>un</strong>a delle<br />

immagini che mi sono venute in mente è quella di Bryan in <strong>un</strong>a<br />

pâtisserie che si cacciava in bocca avidamente grandi quantità di<br />

crema, zucchero e paste, come se il suo corpo dovesse compensare<br />

<strong>un</strong>a misteriosa carenza chimica... 2<br />

Meic Stephens Aveva questa cosa con il suo peso. Era convinto<br />

che l’avrebbe ucciso.<br />

Gordon Williams Una volta sono andato con lui a vedere <strong>un</strong>a partita<br />

di calcio a Derby. Ricordo che Bryan si portò <strong>un</strong> sacchetto con<br />

del cibo per il viaggio in treno e che prima di arrivare al campo si<br />

fermò in <strong>un</strong> negozietto a comprare <strong>un</strong>a confezione di prosciutto e<br />

<strong>un</strong> pezzo di formaggio. C’erano <strong>un</strong> sacco di poliziotti e a <strong>un</strong> certo<br />

p<strong>un</strong>to lui si precipitò ad aiutare <strong>un</strong> tizio che stavano perquisendo.<br />

Dovetti frenarlo – era folle, folle anche solo a pensarci. E poi, a<br />

metà partita, vide <strong>un</strong> posto dove vendevano tortini e se ne comprò<br />

due. Allora non mi rendevo conto dei risvolti psicologici della<br />

* Ricordando la sua vacanza in Spagna con Johnson.<br />

27


cosa, ma capivo che quel ragazzo mangiava troppo. E non per il<br />

solo piacere di mangiare, ma per <strong>un</strong>a specie di coercizione...<br />

Alison Paice * Già, era <strong>un</strong> uomo davvero robusto. Non era solo<br />

grasso, aveva <strong>un</strong>a struttura grossa... Non ricordo bene, forse è in<br />

<strong>un</strong>o dei suoi libri che dice quanto gli piaceva quando sua madre<br />

gli cucinava <strong>un</strong>’abbondante colazione a base di uova fritte. O forse<br />

era solo qualcosa che gli avevo sentito dire, ma senza dubbio<br />

aveva scritto o parlato della bontà del tuorlo d’uovo fritto. Della<br />

colazione a base di uova fritte e di quel tuorlo squisito.<br />

Joyce Yates Aveva sempre avuto la tendenza a essere sovrappeso<br />

perché in passato l’<strong>un</strong>ico desiderio di <strong>un</strong>a donna era quello di<br />

rimpinzare più che poteva i propri figli, e sua madre l’aveva nutrito<br />

a dovere. Era il suo modo di dargli amore.<br />

Giles Gordon Credo che la sua struttura robusta ed <strong>elefante</strong>sca<br />

nascondesse <strong>un</strong> grandissimo senso d’insicurezza. Quest’individuo<br />

enorme che sudava in continuazione, come <strong>un</strong>a specie di cascata –<br />

era così grosso che doveva espellere <strong>un</strong> sacco di liquido. Credo<br />

che detestasse il suo corpo, perché era... era enorme, aveva il collo<br />

più largo della testa, e credo che facesse fatica a convivere con<br />

il suo corpo. Eppure aveva <strong>un</strong>a moglie incantevole.<br />

Gloria Cigman L’<strong>un</strong>ica cosa che sapevo di Bryan era che si vedeva<br />

brutto, credo che si vergognasse molto del suo peso e che soffrisse<br />

molto per questo. Ricordo <strong>un</strong>a conversazione al tavolo di casa in cui<br />

qualc<strong>un</strong>o, forse io, disse qualcosa sulle diete o su cose come “Sei<br />

quello che mangi” – o forse fu Stephen a parlare – e Bryan andò su<br />

tutte le furie e disse: “C’è gente che ha problemi di ghiandole”.<br />

Jeremy Hooker Fisicamente aveva <strong>un</strong> po’ <strong>un</strong>a struttura da toro,<br />

dava l’idea di <strong>un</strong> tipo testardo, e non importava se doveva sfondare<br />

porte e finestre per arrivarci, lui l’avrebbe fatto e basta. Ecco<br />

<strong>un</strong>a delle cose che mi piacevano di lui e che, col passare del tempo,<br />

mi piace sempre di più. Ecco, aveva la struttura di <strong>un</strong> toro e la<br />

* Conobbe Johnson al King’s College di Londra all’inizio degli anni Sessanta<br />

tramite amici com<strong>un</strong>i.<br />

28


forza, la determinazione e probabilmente l’incoscienza di <strong>un</strong>o che<br />

faceva sempre di testa sua, senza curarsi di niente...<br />

Alan Burns Era <strong>un</strong>a cosa straordinaria, ma riconducibile sempre<br />

alla totalità irreprimibile della sua persona: sembrava spinto ad<br />

adottare quello che, in certi casi, era <strong>un</strong> atteggiamento del tutto<br />

folle, difendendolo poi testardamente quasi volesse dire: “Eccomi<br />

qua, e questo è quello che penso, che vi piaccia o meno”.<br />

Questo si collega a <strong>un</strong> altro aspetto a cui posso solo accennare,<br />

senza alc<strong>un</strong>a autorità, e cioè al fatto che Bryan si considerasse <strong>un</strong>o<br />

scrittore di grande talento, anche questo <strong>un</strong> aspetto importantissimo<br />

della sua figura perché molto marcato. Di fatto, si credeva <strong>un</strong>o<br />

scrittore davvero eminente, dotato di <strong>un</strong> talento genuino e concreto.<br />

Sto cercando di misurare le parole e di non usare il termine<br />

“genio”, ma era così, questo ammiratore di Joyce e amico di Beckett<br />

si sentiva ai loro livelli. Quindi, in questo senso, era convinto<br />

di non ricevere esattamente quel che meritava. Bryan guardava<br />

molto al lato economico – era <strong>un</strong>a misura del suo successo, come<br />

<strong>un</strong>a lotta quotidiana, e fino a <strong>un</strong> certo p<strong>un</strong>to misurava il suo successo<br />

in questi termini e lottava come <strong>un</strong> matto per averlo: Diana<br />

ricorda le forti pressioni che esercitava sul suo agente perché portasse<br />

avanti la sua causa. Quindi, alla domanda: “Bryan riuscì ad<br />

avere quel che voleva?” la risposta è: “Di sicuro non in denaro. Di<br />

quello, ne meritava di più”.<br />

Ben Glazebrook Già, aveva questa enorme opinione di sé come<br />

scrittore.<br />

Jeremy Hooker Ma devo ammettere che non ho ancora conosciuto<br />

<strong>un</strong>o scrittore, per quanto famoso, che pensi di aver ricevuto <strong>un</strong><br />

riconoscimento adeguato, e Bryan di sicuro non era fra questi, e<br />

probabilmente aveva più motivi per dirlo di molti altri.<br />

John Berger Quand’è morto, ricordo anche di aver provato <strong>un</strong><br />

senso d’ingiustizia. Sentivo questa specie di rabbia, non contro di<br />

lui ma contro il modo in cui – potremmo dire la vita, ma anche<br />

quel maledetto ambiente letterario e tutti quegli stronzi che scrivevano<br />

sui giornali – l’avevano trattato. E anche se la prima cosa<br />

che pensavi era: “Non ho fatto abbastanza,” poi capivi che c’era<br />

questa ingiustizia in merito a quel che aveva cercato di fare e quello<br />

che aveva ottenuto. Credo che allora – oggi non è più così ma<br />

29


allora, e gli anni prima, lo era senz’altro – avrei potuto stilare <strong>un</strong>a<br />

breve lista delle persone uccise dall’establishment letterario, in <strong>un</strong><br />

modo o nell’altro: e lui era compreso in questa lista.<br />

John Horder *<br />

Autore insoddisfatto<br />

Fece il giro di tutti gli editori<br />

Chiedendogli più soldi<br />

Quando l’<strong>un</strong>ica cosa che voleva era più latte (alla nascita)<br />

Ma gli editori non l’avevano. / Lo trovavano (gli editori)<br />

Un esemplare stranissimo di essere umano.<br />

Convinto del proprio talento,<br />

voleva che il mondo lo riconoscesse per quel che era.<br />

Ma il mondo non ne aveva. Di latte, s’intende.<br />

Non si era accorto che era tardi, che ormai era troppo tardi.<br />

Francis King Ammiravo i romanzi di Johnson, ma non mi sono<br />

mai sentito a mio agio con lui. In sua presenza, era sempre come<br />

se si accendesse la luce della cintura di sicurezza nel bel mezzo di<br />

<strong>un</strong> viaggio fino ad allora tranquillo. Avvertivo <strong>un</strong>a profonda insoddisfazione<br />

in lui e capivo che la causa principale era la sua convinzione<br />

di essere <strong>un</strong>o scrittore più importante perfino di quanto<br />

gli riconoscevano i suoi ammiratori. Abbiamo fatto parte della<br />

stessa commissione della Society of Authors a proposito del diritto<br />

di prestito pubblico e, anche se non ci siamo mai scontrati, ho<br />

sempre avuto l’impressione che fosse estremamente difficile avere<br />

<strong>un</strong>a discussione calma e razionale con lui. Bastava non essere<br />

d’accordo anche <strong>un</strong> minimo per beccarsi <strong>un</strong>a raffica d’indignazione<br />

o addirittura di rabbia. 3<br />

Philip Ziegler In <strong>un</strong>a lettera mi accusava di frode e ricatto e... evidentemente<br />

era fuori di sé quando l’aveva scritta. L’infilai in <strong>un</strong>a<br />

busta e gliela rispedii immediatamente, dicendo che non avevo<br />

letto la lettera e che se voleva troncare la nostra relazione brusca-<br />

* Poeta e giornalista letterario che intervistò Johnson più di <strong>un</strong>a volta. Questa<br />

poesia è tratta dalla sua raccolta Meher Baba and the Nothingness, pubblicata<br />

dalla Menard Press nel 1981.<br />

30


mente e definitivamente, poteva spedirmela di nuovo. Cosa che<br />

non fece. Non si scusò umilmente ma... aveva <strong>un</strong> gran fascino,<br />

Bryan. Sapeva essere così gentile, e credo che avesse capito che<br />

aveva esagerato. Sono convinto che le sue lettere più isteriche scaturissero<br />

da periodi di depressione. Ma spesso avvertivi questa<br />

grande tensione che aumentava, come <strong>un</strong>a pentola a pressione<br />

pronta a lanciare <strong>un</strong> violento getto di vapore.<br />

John Boothe Bryan aveva sempre quest’aria leggermente irritata.<br />

Sapeva essere molto divertente, sapeva ridere e scherzare ma, ripensandoci,<br />

l’immagine che ho di lui è quella di <strong>un</strong> uomo che era<br />

quasi sempre arrabbiato per qualcosa.<br />

Diana Tyler Si diceva in giro che fosse <strong>un</strong>o che spaventava la gente,<br />

che la terrorizzava. A me non sembrava affatto. Certo, poteva essere<br />

<strong>un</strong>a presenza piuttosto inquietante... Era <strong>un</strong> uomo robusto, e se si<br />

arrabbiava per qualcosa la sua rabbia poteva sembrare più violenta<br />

rispetto a quella degli altri. Non era <strong>un</strong>o che nascondeva quello che<br />

sentiva. Se durante <strong>un</strong>a cena nasceva <strong>un</strong>a discussione e lui aveva alzato<br />

<strong>un</strong> po’ il gomito, poteva diventare molto aggressivo. Ma io non<br />

lo trovavo sgarbato, era solo il suo modo di fare, e non credo che la<br />

gente capisse sempre il modo di fare di Bryan. Poteva prendere il telefono<br />

e fare <strong>un</strong>a sfuriata, ma anche se la gente credeva che quella<br />

rabbia fosse diretta personalmente a loro, in realtà non lo era: era arrabbiato<br />

per la situazione. Si arrabbiava per <strong>un</strong> libro, per <strong>un</strong> programma,<br />

si arrabbiava con i critici che si erano occupati del suo lavoro<br />

– ma era il suo modo di fare, e la se la gente non l’accettava...<br />

be’, bisogna accettare le persone per quel che sono. Non conosco<br />

ness<strong>un</strong>o che sia mai stato offeso seriamente da Bryan.<br />

Julia Trevelyan Oman Sono sicura che si sentisse in colpa per <strong>un</strong><br />

sacco di cose che aveva fatto, per le persone che aveva ferito. Di<br />

solito cercava di ferire quelli che credeva superiori a lui. Non credo<br />

che si sia mai comportato male con quelli che considerava inferiori.<br />

Voleva solo mettere la gente al proprio posto, no?<br />

Alan Sapper * Durante il viaggio della nostra delegazione in Ungheria<br />

si comportò malissimo e dovetti rimproverarlo. Era sgarba-<br />

* Segretario generale dell’ACTT all’inizio degli anni Settanta.<br />

31


to con quelli che non reputava creativi. Con gli altri membri della<br />

delegazione. Rimasi turbato nel vedere quanto poteva essere cattivo<br />

quando si sentiva minacciato da altre persone di talento. Aveva<br />

sempre <strong>un</strong> atteggiamento del tipo: “Cosa ne sa lei?”. Sapeva essere<br />

molto generoso con la gente, ma di solito era gente con <strong>un</strong> talento<br />

inferiore al suo.<br />

Zulfikar Ghose Bryan diceva sempre che, con <strong>un</strong> corpo così robusto,<br />

aveva anche <strong>un</strong>a soglia di tolleranza più alta rispetto agli altri;<br />

ma quand’era ubriaco diventava turbolento e, persa ogni inibizione,<br />

poteva farsi anche molesto. A <strong>un</strong>a delle feste di [Joe]<br />

McCrindle, io e Bryan parlammo a l<strong>un</strong>go del formato del suo nuovo<br />

romanzo, The Unfort<strong>un</strong>ates; gli era appena venuta in mente<br />

l’idea di usare fogli sciolti al posto di <strong>un</strong> libro rilegato, e mi descrisse<br />

con grande entusiasmo il formato che, come aveva capito,<br />

sarebbe stato ideale per il contenuto del suo libro; ma all’improvviso<br />

si azzittì e, girandosi verso <strong>un</strong> altro ospite, l’editor di <strong>un</strong>a casa<br />

editrice, gli gridò: “Lo sa cos’è lei? Uno stronzo!”. E continuò a<br />

insultare quell’uomo gridando a squarciagola per diversi minuti,<br />

tanto che tutti gli altri rimasero a guardare sbalorditi quello spettacolo<br />

incredibile. La persona in questione non si meritava quegl’insulti,<br />

ma non fu l’<strong>un</strong>ica, negli anni, a ricevere <strong>un</strong> simile attacco<br />

pubblico da parte di Bryan. In <strong>un</strong>a lettera che mi scrisse dopo<br />

che mi ero trasferito in Texas, Bryan mi raccontò di come avesse<br />

dato “<strong>un</strong>’alzata” a <strong>un</strong> tizio (<strong>un</strong> critico ed editor) in occasione di<br />

<strong>un</strong>a festa a casa di Edward Lucie-Smith.<br />

Entrambi gli uomini che aveva insultato appartenevano alla stessa<br />

classe sociale, molto più alta di quella di Bryan, e facevano parte<br />

di quella categoria di persone dotate o fort<strong>un</strong>ate cui la classe sociale,<br />

insieme a <strong>un</strong>’educazione a Oxbridge, garantiva <strong>un</strong>a posizione<br />

privilegiata nelle lotte per il potere letterario di Londra. Bryan<br />

li disprezzava: forse perché rappresentavano ciò che lui non poteva<br />

essere, o forse perché avevano ottenuto così facilmente cioè<br />

che a lui, con il suo grande talento, veniva negato. 4<br />

Anthony Smith Sotto sotto, Bryan era <strong>un</strong> uomo molto insicuro.<br />

Ecco perché aveva bisogno di teorie, regole e posizioni, e perché<br />

era <strong>un</strong> dogmatico e <strong>un</strong> pessimo interlocutore: era <strong>un</strong>o che non abbandonava<br />

mai <strong>un</strong>a posizione presa. Eppure, come tutte le figure<br />

paradossali, di tanto in tanto gli capitava di dire cose molto buffe<br />

e del tutto improvvisate, ma non lasciava mai che tutto ciò intac-<br />

32


casse quella parte di lui che lo voleva <strong>un</strong> romanziere serio. L’altro<br />

aspetto da considerare è l’importanza che dava al fatto di essere<br />

preso sul serio come scrittore. Ho sempre pensato che parte di ciò<br />

che spinse Bryan a suicidarsi fosse <strong>un</strong>a sorta d’inquietudine, o fors’anche<br />

disperazione, che il mondo non gli avrebbe mai dato la<br />

considerazione di cui credeva di aver bisogno come scrittore, la<br />

considerazione che credeva di meritarsi. Tuttavia, non credo che<br />

se la meritasse ancora: forse l’avrebbe conquistata <strong>un</strong> giorno, ma<br />

non riuscì a vivere abbastanza a l<strong>un</strong>go per aspettare e vedere se sarebbe<br />

successo, il che è molto triste. Quando parlava della sua<br />

idea che “La vita è caos. Ogni esistenza è <strong>un</strong> succedersi di casualità,<br />

quindi raccontare storie è raccontare menzogne: è <strong>un</strong> imporre<br />

schemi al caos”, io ribattevo sempre che siamo spinti (da <strong>un</strong> senso<br />

d’identità/dignità) a trarre storie da quel che succede, come i miti<br />

greci. Se chiedete alla gente di spiegarvi i principi di qualcosa, vi<br />

daranno degli esempi, vi racconteranno delle storie. Com<strong>un</strong>ichiamo<br />

tramite storie, tramite metafore. Ma Bryan aveva l’arroganza<br />

tipica di certi autodidatti. E io gli citavo George Eliot: “L’estremismo<br />

è la risorsa dei deboli”. O <strong>un</strong>a mia massima: “Guardatevi dai<br />

dogmi”.<br />

Alison Paice Sì, era decisamente <strong>un</strong> po’ arrogante con gli altri, in<br />

<strong>un</strong> certo senso. Apprezzava la professionalità nelle persone, e non<br />

si curava di quelli che non avevano niente d’interessante da dirgli.<br />

Vede, non era mai superficiale. Ricordo che non era mai superficiale,<br />

al limite direi <strong>un</strong> po’ freddo, ma non sono sicura che sia la<br />

parola giusta. Forse era <strong>un</strong> po’ chiuso.<br />

Barry Cole Gli capitava spesso, spessissimo, di fraintendere le<br />

cose. E <strong>un</strong>a volta che succedeva, Bryan era davvero irremovibile.<br />

Una sera <strong>un</strong> mio ritardo rovinò l’intera serata. Credeva che l’avessi<br />

fatto apposta per infastidirlo.<br />

Roma Crampin Credo che ci fosse quest’ambivalenza in Bryan,<br />

perché da <strong>un</strong> lato era molto gentile e attento a non ferire i sentimenti<br />

delle persone, dall’altro anche <strong>un</strong> po’ polemico, e se pensava<br />

che la gente fosse <strong>un</strong> po’... be’, di solito si trattava di persone<br />

che non conosceva – allora poteva essere sgarbato, mentre se erano<br />

persone che conosceva non le umiliava mai. Non ha mai umiliato<br />

pubblicamente nemmeno me, indipendentemente da quel<br />

che pensava.<br />

33


Gloria Cigman Ricordo <strong>un</strong>’altra delle nostre discussioni. Se non<br />

mi sbaglio stavo leggendo Il primo cerchio di Solzenicyn, e mi piaceva<br />

molto. Bryan era <strong>furioso</strong>. Disse: “Oh, e così vuoi leggere <strong>un</strong><br />

romanzo vittoriano – evidentemente per te il romanzo non ha fatto<br />

passi avanti”. Non so perché fosse così aggressivo con me, forse<br />

perché gli piacevo. Ma mi vedeva come <strong>un</strong>a che stava dall’altra<br />

parte, e voleva che passassi dalla sua.<br />

Gordon Williams Se Bryan poteva farsi <strong>un</strong> nemico, se lo faceva. Vedevo<br />

come si comportava con i direttori dei giornali: quando l’incontrava,<br />

la prima cosa che faceva era coprirli d’insulti; ma poi si<br />

aspettava che quelli sorridessero e dicessero: “Bryan, sei <strong>un</strong> genio –<br />

è <strong>un</strong> onore essere insultati dal Laurence Sterne dei nostri giorni”.<br />

Joebar Webb Johnson era interessatissimo alla questione dell’evoluzione<br />

del romanzo ed era fantastico parlarne con lui, ma nei suoi<br />

libri c’erano cose che non sembravano appartenergli e quando<br />

cercavi di avanzare quel p<strong>un</strong>to di vista lui si metteva sulla difensiva,<br />

si tirava <strong>un</strong> po’ indietro, tanto che dovevi sempre concentrarti<br />

sugli aspetti positivi. Ma senza dubbio non era per niente egoista,<br />

non l’ho mai trovato né pres<strong>un</strong>tuoso né egoista, tutto quello che<br />

diceva sui suoi scritti o sugli scritti di qualc<strong>un</strong> altro era sempre focalizzato<br />

in quest’ottica: il romanzo deve evolversi.<br />

John Boothe Non era aggressivo nel senso di offensivo e molesto<br />

– fin dal nostro primo incontro, ho capito che potevi scaldarti con<br />

lui ma senza legartela al dito, anche se poi te ne andavi con <strong>un</strong> leggero<br />

senso di colpa perché eri stato sgridato per qualcosa.<br />

Thelma Fisher Era molto impegnativo dal p<strong>un</strong>to di vista emotivo.<br />

Era quella la cosa spaventosa, perché capivi che c’era qualcosa di<br />

enorme e di represso e che se facevi <strong>un</strong> passo falso tutto ciò ti sarebbe<br />

piombato addosso, e finivi per essere trattato con sufficienza<br />

perché non prendevi la vita abbastanza sul serio. Molto spesso<br />

la causa era il tuo passato – e la sua impressione che non avessi dovuto<br />

lavorare o soffrire per quel che avevi ottenuto, e questo lo<br />

rendeva insofferente. Lo stesso succedeva con la religione: credeva<br />

che se <strong>un</strong>o era religioso doveva esserlo sul serio. Non serviva a<br />

niente essere religiosi solo perché negli anni Cinquanta la gente<br />

era religiosa. Non bastava, bisognava rifletterci a fondo e prendere<br />

le cose molto sul serio. Era <strong>un</strong> po’ ossessivo.<br />

34


Gianni Zambardi-Mall A volte sapeva essere davvero bizzarro. Ricordo<br />

che avevamo l’abitudine di bere insieme, di andare a bere in<br />

Wardour Street, ed ecco, se il bicchiere non era pieno fino all’orlo<br />

lui lo lasciava là e se ne andava, lasciando il barista a bocca aperta.<br />

Alan Burns Ho questa abitudine <strong>un</strong> po’ sciocca e vergognosa: prima<br />

d’incontrare qualc<strong>un</strong>o, prendo nota degli argomenti di cui voglio<br />

parlare. E <strong>un</strong>a volta, in <strong>un</strong> ristorante indiano, Bryan era andato<br />

in bagno e io avevo tolto il mio libretto degli assegni per guardare<br />

la lista delle cose che avevo deciso di discutere con lui – non<br />

importanti questioni di lavoro ma solo chiacchiere, forse di politica,<br />

non ricordo – ma lui era tornato <strong>un</strong> po’ prima del previsto e,<br />

vedendo che stavo leggendo quella lista, dovetti dirgli di cosa si<br />

trattava, e lui si offese molto. La cosa doveva aver confermato la<br />

sua impressione che non ero molto bravo a socializzare, perché mi<br />

disse: “Esci con me, <strong>un</strong> tuo compagno,” – usò la parola “compagno”<br />

ma non “amico” – “e ti prepari <strong>un</strong>a cazzo di lista, Dio santo!”.<br />

Era <strong>un</strong> altro dei suoi tratti tipici: se da <strong>un</strong> lato ci scherzava<br />

sopra, dall’altro c’era sempre <strong>un</strong>a p<strong>un</strong>ta di genuino risentimento.<br />

Capisce cosa voglio dire? In <strong>un</strong> certo senso si arrabbiava davvero.<br />

Joebear Webb Una volta mi espose le sue famose idee a proposito<br />

della scrittura sperimentale: si arrabbiò molto e disse: “Io faccio<br />

esperimenti ma non li mostro a ness<strong>un</strong>o,” e così via, come per<br />

dire: “Di che diavolo parlavano i suoi critici?”. In seguito, era ancora<br />

molto arrabbiato e insisteva sul fatto che la sua non era <strong>un</strong>a<br />

scrittura sperimentale: era qualcos’altro, e queste parole, queste<br />

piccole, strane parole come “immaginazione” e “sperimentale”, lo<br />

facevano imbestialire. Lo toccava moltissimo su <strong>un</strong> piano emotivo,<br />

non intellettuale. Un piano passionale, piuttosto che intellettuale.<br />

E a causa di questo approccio emotivo al suo lavoro, non<br />

potevi insistere perché sapevi che l’avresti ferito, ed era l’ultima<br />

cosa che volevi perché era <strong>un</strong> uomo davvero delizioso.<br />

Harry West * Stava bene in mezzo alla gente e alla Greater London<br />

Arts Association andava sempre molto d’accordo con il resto del<br />

comitato. Vede, era <strong>un</strong>o alla buona – Margaret Drabble per lui era<br />

* Presidente della Greater London Arts Association all’inizio degli anni Settanta.<br />

35


solo Maggie! Era molto diretto ma mai scortese o cose del genere.<br />

Era <strong>un</strong> tipo schietto e sapeva andare d’accordo con gli altri.<br />

Alan Brownjohn <strong>Come</strong> presidente di quel comitato era <strong>un</strong> tipo<br />

schietto e concreto, sapeva gestire le cose, sapeva quel che voleva e<br />

spesso riusciva a ottenerlo, ma dava anche alla gente l’opport<strong>un</strong>ità<br />

di parlare, non intimidiva né calpestava ness<strong>un</strong>o – era <strong>un</strong>a brava<br />

persona. E faceva sempre in modo che pranzassimo bene – se dovevamo<br />

fare delle interviste per le borse di studio agli scrittori e cominciavamo,<br />

mettiamo, alle sette, andavamo avanti fino all’<strong>un</strong>a e<br />

facevamo magari tre o quattro persone, ma poi quelli del pomeriggio<br />

non ci vedevano che dopo <strong>un</strong>’ora. Da Southampton Street, in<br />

fondo allo Strand e verso sinistra, ci volevano solo tre minuti per<br />

raggi<strong>un</strong>gere il Rules Restaurant, dove pranzavamo abbondantemente<br />

a spese della GLAA. Se Bryan riusciva a organizzare <strong>un</strong>o di<br />

quei pranzi per alleggerire <strong>un</strong>a l<strong>un</strong>ga giornata di lavoro, lo faceva.<br />

Meic Stephens L’altra cosa strana che ricordo di lui è che si fermava<br />

sempre a raccogliere pezzetti di carta per strada – non so<br />

che significato possa avere per <strong>un</strong> biografo! Ricordo che quando<br />

andavamo in giro per Londra lui conosceva le strade in maniera<br />

precisa e dettagliata, quasi come <strong>un</strong> tassista. Ma ricordo anche che<br />

raccoglieva quei pezzetti di carta, dicendo che gli avrebbe trovato<br />

<strong>un</strong>a bella casa, e la cosa mi sembrava <strong>un</strong> tantino bizzarra.<br />

Michael Bakewell Sapevo che provava <strong>un</strong> grande senso di compassione<br />

per gl’infermi, i malati, gli zoppi o per quelli che erano<br />

finiti su <strong>un</strong>a strada. Pensava sempre che non era <strong>un</strong> caso se s’imbatteva<br />

in queste persone, e che doveva andare a sistemarli e dargli<br />

<strong>un</strong>a mano. Credeva che in qualche modo fosse stato il destino<br />

a decidere di farli incontrare.<br />

Stuart Crampin È stato estremamente gentile con me dopo il mio<br />

incidente.<br />

Alan Burns Ecco <strong>un</strong>’altra caratteristica di Bryan come scrittore e<br />

come amico, e cioè il fatto che fosse molto fedele e che, come dicono,<br />

si battesse coraggiosamente non solo per il proprio lavoro<br />

ma anche – mi verrebbe da dire per quello dei suoi amici, ma forse<br />

non era esattamente così. Non si batteva per le opere di quelli<br />

che conosceva perché erano suoi amici, ma forse era il contrario,<br />

36


erano suoi amici perché apprezzava il loro lavoro. E faceva assolutamente<br />

di tutto per queste persone. Faceva parte di lui – in parte<br />

era fedeltà, in parte <strong>un</strong>’innata generosità umana, in parte era <strong>un</strong>a<br />

strategia: vede, tutto questo faceva parte della sua campagna per<br />

la buona letteratura e noi eravamo i suoi alleati; io ero <strong>un</strong> suo alleato<br />

e lui <strong>un</strong> mio alleato.<br />

Barry Cole Se ti accettava come amico, automaticamente dava per<br />

scontato che fossi <strong>un</strong> amico fedele. Non c’erano vie di mezzo. I suoi<br />

amici gli erano molto fedeli, e viceversa: era <strong>un</strong>a cosa reciproca.<br />

William Hoyland Non ho mai pensato che Bryan mi volesse sfruttare.<br />

Se <strong>un</strong>o dei filmati che abbiamo fatto insieme avesse sfondato,<br />

guadagnando milioni di sterline, lui mi avrebbe dato la mia parte,<br />

non ne ho il minimo dubbio. Sapevo che se c’erano i soldi sarei<br />

stato pagato come si deve. E se non c’erano, mi godevo com<strong>un</strong>que<br />

il lavoro. Vede, quando You’re Human vinse tutte quelle targhe e<br />

quei premi, Bryan volle fare <strong>un</strong>a cosa del tipo: “Tu tieni questa, io<br />

tengo quella”. Era sempre molto corretto.<br />

Diana Tyler E in effetti aveva bisogno di sapere che eri completamente<br />

affidabile e totalmente dalla sua parte, che ti saresti battuto<br />

per lui in tutte le circostanze e in tutto quel che facevi. Dovevi essere<br />

così al cento per cento, e per Bryan era <strong>un</strong>a cosa assolutamente<br />

vitale perché era la stessa cosa che faceva lui; lavorava duro<br />

ed era <strong>un</strong> professionista, e pretendeva lo stesso da te.<br />

Joebear Webb Era <strong>un</strong> tipo eccezionale – voglio dire, quando parlavamo<br />

capitava che mi tirasse fuori qualcosa che avevo detto tre<br />

anni prima in <strong>un</strong>a conversazione. Aveva <strong>un</strong>a memoria di ferro.<br />

Credo che avesse a che fare con la sua ossessione per l’ordine nella<br />

sua vita, cosa che in sé trovavo molto paradossale perché in realtà<br />

Bryan era <strong>un</strong> personaggio à la Rabelais, poteva uscire con<br />

ogni genere d’imprecazione, era molto chiassoso, pieno di entusiasmo.<br />

Judy Cooke Ricordo <strong>un</strong> sacco di battute, e la varietà delle sue imprecazioni.<br />

Credo che dicesse spessissimo “fica”, che era <strong>un</strong>a cosa<br />

insolita per quei tempi. Ma ricordo anche che scoprì che l’origine<br />

di “bloody” era “by our lady” e lo diceva spesso; quand’eri alla<br />

fermata dell’autobus che aspettavi il 24 e vedevi <strong>un</strong> autobus che<br />

37


arrivava, Bryan diceva “Oh, è <strong>un</strong> altro ‘by our lady’ 29”. Gli piaceva<br />

moltissimo il linguaggio. È questo il ricordo principale che<br />

ho di lui.<br />

Alan Brownjohn Era <strong>un</strong> tipo senza pretese e alla mano, non intellettualmente<br />

maestoso come lo erano altri amici. Bryan era più accessibile<br />

e naturale; senza dubbio conosceva <strong>un</strong> sacco di cose, ma<br />

si presentava in <strong>un</strong>a veste più amichevole. Aveva <strong>un</strong> senso dell’umorismo<br />

londinese – <strong>un</strong> umorismo di Cokney, intendo, non del<br />

sud di Londra – e ti coinvolgeva nello scherzo e in quegli scambi<br />

di battute, cosa che non potevi fare con <strong>un</strong>o come Edward Lucie-<br />

Smith, Peter Porter o altri personaggi di quell’ambiente.<br />

Michael Bakewell Più o meno nello stesso periodo in cui davamo<br />

B.S. Johnson vs God in Greek Street, per <strong>un</strong>a settimana io e Diana<br />

tenevamo anche delle letture delle poesie di Bryan. Una volta<br />

ci siamo ritrovati con <strong>un</strong> pubblico di <strong>un</strong>a sola persona, e gli abbiamo<br />

detto: “Vuole che facciamo il programma o preferisce venire<br />

a bere qualcosa con noi al bar?”. Alla fine abbiamo tenuto<br />

com<strong>un</strong>que la nostra lettura per quell’<strong>un</strong>ico spettatore, e poi ci<br />

siamo fatti <strong>un</strong>a bella bevuta insieme al bar. Bryan non fu per<br />

niente infastidito dalla cosa, la prese bene. Il fatto che non fosse<br />

venuto ness<strong>un</strong>o ad ascoltare le sue poesie era solo <strong>un</strong> incidente,<br />

niente per cui deprimersi. Anzi, la prese come <strong>un</strong>a cosa piuttosto<br />

divertente.<br />

Alan Brownjohn Ricordo dei tremendi scambi di battute con<br />

Bryan. Una volta, credo attorno al 1970/1971, c’incontrammo a<br />

<strong>un</strong>a festa e ricordo che cominciammo <strong>un</strong>a specie di sfida per continuare<br />

quella specie di filastrocca infinita, “Era solo la figlia del<br />

tabaccaio...” – dove la seconda persona deve ribattere con <strong>un</strong>’altra<br />

frase, come “Dava le migliori scopate del negozio.” “Era solo<br />

la figlia del postino, ma faceva passare tutti per la fessura.” * E<br />

continuammo così, ma devo ammettere che lui era molto più bravo<br />

di me. Partiva con qualcosa come “Era solo la figlia del droghiere...”<br />

e poi diceva lui stesso la battuta finale – era velocissimo.<br />

Aveva <strong>un</strong> senso dell’umorismo grossolano, e si comportava nello<br />

* Il gioco si basa sui doppi sensi impliciti in shag (che significa “tabacco forte”<br />

ma anche “scopata”) e, più avanti, in slot (“fessura per le lettere” ma anche<br />

“fessura” in senso lato...), e così via. (NdT).<br />

38


stesso modo. Non importava con chi era o per quale motivo, capitava<br />

com<strong>un</strong>que che uscisse dalla macchina dicendo con <strong>un</strong>a smorfia:<br />

“Oh, Cristo, mi sono schiacciato le palle con la leva del cambio,”<br />

o cose di questo tipo. Che non significa che fosse volgare o<br />

osceno; ma come dispiaciuto che <strong>un</strong>a cosa del genere fosse successa<br />

a lui. <strong>Come</strong> quando aveva accettato <strong>un</strong> passaggio per andare<br />

a <strong>un</strong>’importante ri<strong>un</strong>ione dell’Arts Co<strong>un</strong>cil e lo vedemmo entrare<br />

zoppicando perché si era fatto male scendendo dalla macchina.<br />

Era pieno di quel senso dell’umorismo naturale, disinvolto, malinconico<br />

e grossolano, di cui io andavo matto.<br />

Meic Stephens Ricordo che Bryan mi fece <strong>un</strong>a battuta che poi<br />

avrei sentito <strong>un</strong> sacco di volte, ma fu lui il primo a farmela conoscere.<br />

“Mia madre mi ha fatto <strong>un</strong> omosessuale.” “Se le dessi la<br />

lana, ne farebbe <strong>un</strong>o anche a me?” Aveva l’abitudine di scrivere<br />

queste cose, forse ne aveva <strong>un</strong>a raccolta? * Ricordo anche che<br />

quando guardavamo insieme le partite di calcio alla tele, lui si<br />

scaldava tantissimo!<br />

Glyn Tegai Hughes Già, parlò del Chelsea anche durante la sua<br />

intervista per la borsa di studio a Gregynog. Personalmente, non<br />

sono <strong>un</strong> grande tifoso di calcio, preferisco il rugby, ma l’accompagnai<br />

a vedere il ritorno della finale di coppa, l’anno in cui il Leeds<br />

United e il Chelsea pareggiarono a Wembley. E ne parlai in alc<strong>un</strong>e<br />

lezioni: ecco questo scrittore sperimentale e molto sofisticato che<br />

saltava su e giù, gridava e insultava l’arbitro. E mi raccontò che<br />

suo padre voleva che le sue ceneri fossero sparse a Stamford Bridge,<br />

in modo che quando soffiava il vento e il Chelsea stava perdendo,<br />

le ceneri sarebbero finite negli occhi dell’arbitro.<br />

William Hoyland Una delle prime cose che fece quando ottenne il<br />

suo famoso contratto con la Secker fu quella di regalare a suo padre<br />

<strong>un</strong> abbonamento per il Chelsea. Fu <strong>un</strong> gesto assolutamente tipico<br />

di Bryan.<br />

* In effetti Johnson annotò <strong>un</strong>a sua raccolta di graffiti, che sperava di pubblicare<br />

<strong>un</strong> giorno. Un’altra delle sue frasi preferite era: “La masturbazione rallenta<br />

la crescita” – alla quale era stato aggi<strong>un</strong>to, molto più in basso: “Adesso ce<br />

lo dice!”. La disposizione delle parole riecheggiava in maniera macabra il suo<br />

messaggio di suicidio.<br />

39


Joebear Webb Spendeva tutto non appena aveva due soldi, perché<br />

quando uscivamo comprava da bere a tutti, senza nemmeno<br />

chiedere a chi toccava pagare il giro. Era <strong>un</strong>a cosa che faceva spesso.<br />

Mi ha portato fuori a mangiare <strong>un</strong> sacco di volte e ha sempre<br />

pagato lui, era quasi imbarazzante, ti veniva voglia di dirgli: “Senti,<br />

sono contento anche solo di parlare con te, Bryan”. Ma lui non<br />

ne voleva sapere. Era anche molto modesto; non avevi mai l’impressione<br />

che dovevi sentirti privilegiato a essere insieme a lui, e<br />

questo faceva parte del suo fascino meraviglioso e innocente e della<br />

sua vulnerabilità. Con lui era sempre <strong>un</strong>a cosa del tipo “Che<br />

bello vederti”. E ho notato che era così con tutti.<br />

Barry Cole Durante lo sciopero dei marinai del... era il 1966?,<br />

era molto attivo e andava nella zona del porto a dare il suo appoggio,<br />

poi andavamo in <strong>un</strong> pub dell’East End insieme a Rita<br />

[Cole] e Virginia. Ricordo che era pieno di marinai delle Indie<br />

orientali che ci guardavano in maniera imbarazzante. Ma lui riusciva<br />

ad andare d’accordo con tutti perché era così sincero, così<br />

aperto.<br />

Frank Fisher Ti sentivi sempre molto orgoglioso di essere associato<br />

a Bryan. Aveva questo genere di personalità, in <strong>un</strong> certo senso.<br />

Thelma Fisher Ma è il lato infantile e ridicolo di Bryan quello di<br />

cui mi ricordo. Devo ammettere che la mia prima impressione fu<br />

decisamente quella di <strong>un</strong> individuo piuttosto austero, cupo e represso,<br />

che sembrava sul p<strong>un</strong>to di esplodere – come difatti faceva.<br />

Ma, per assurdo, scoprii che era anche <strong>un</strong>a persona divertente,<br />

dalla risata allegra, quelle risate con <strong>un</strong> genuino “teeheehee”.<br />

Quindi, c’era sempre questo elemento di assurdità.<br />

Frank Fisher Non era <strong>un</strong>a risata sguaiata.<br />

Thelma Fisher Ma, ripensandoci, il contrasto tra questi due<br />

aspetti del suo carattere è lo stesso che trovi anche nei suoi libri.<br />

Marta Szabados Vede, c’è questo luogo com<strong>un</strong>e sugli inglesi che<br />

li vuole dei conservatori, introversi, colti, <strong>un</strong> po’ arroganti, forse<br />

timidi, <strong>un</strong>a combinazione di tutte queste cose. Ma Bryan non era<br />

affatto così: era solare. Potevi avvertire il suo calore, era <strong>un</strong>a persona<br />

molto solare ed era evidente che amava moltissimo Virginia e<br />

40


che Virginia era tutto, <strong>un</strong>a pietra angolare o il fondamento della<br />

sua vita.<br />

Meic Stephens A volte si fermava da noi ed era sempre molto bravo<br />

con i bambini. Avevamo tre bambine piccole e, ogni volta che<br />

arrivava, Bryan disfava le sue valigie, <strong>un</strong> po’ come Babbo Natale, e<br />

tirava fuori qualche giocattolo curioso. Ricordo che si metteva<br />

carponi e giocava con loro, e le faceva ridere come non tutti gli<br />

adulti sanno fare.<br />

Roma Crampin Ci sapeva fare con i bambini, se aveva tempo si<br />

metteva a camminare a balzelloni e a fare lo stupido per loro. Di<br />

sicuro, ci sapeva fare con i suoi figli.<br />

Gianni Zambardi-Mall Sì, era molto... come dire, protettivo con la<br />

piccola Katie, che era così piccina, s’infilava sempre tra le sue ginocchia<br />

mentre guidavo e guardava di fuori, e lui era molto contento. È<br />

davvero strano che abbia fatto quel che ha fatto, tutto sommato.<br />

György Novák Un amico olandese mi mandò <strong>un</strong> articolo che parlava<br />

della sua abitudine a ubriacarsi e farsi sbattere fuori dai bar, *<br />

e rimasi molto sorpreso quando lo lessi. Non avevamo avuto il<br />

tempo di diventare amici intimi o di andare a ubriacarci insieme,<br />

ma erano cose che non sembravano appartenere alla persona che<br />

avevo conosciuto, o che credevo di aver conosciuto. Per me era<br />

solo <strong>un</strong> padre di famiglia e <strong>un</strong>a persona molto gentile ed educata.<br />

Una gran bella persona. Già, molto bella.<br />

Roma Crampin Beveva, gli piaceva andare nei pub ma credo che<br />

fosse ben lontano dal diventare <strong>un</strong> alcolizzato.<br />

Stuart Crampin In realtà, avrei pensato che non gli piacesse l’idea<br />

di perdere il controllo. Non credo che affogasse i propri dispiaceri<br />

molto spesso.<br />

John Boothe Anche se Bryan beveva molto, in paragone a molti<br />

nostri autori che arrivavano in ufficio sbronzi, o che venivano<br />

* The Dangers of Drinking with BSJ, di Stan Gebler Davies, in “Evening<br />

Standard”, 12 febbraio 1973.<br />

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sbattuti fuori dalla receptionist perché ubriachi fradici, o che<br />

comparivano in ufficio alle <strong>un</strong>dici di mattina per invitarci fuori a<br />

bere – Dio, quei pranzi alcolici in Beak Street! – insomma, anche<br />

se lo vedevo ubriaco non era mai ai livelli di gente come Jim Ballards<br />

o Kingsley Amis. Voglio dire, Kingsley Amis mi ha rovinato<br />

<strong>un</strong> sacco di giornate. Ripensandoci, ce n’erano molti che erano<br />

quasi sempre storti. Ma Bryan non era così.<br />

Meic Stephens Già, poteva bere parecchio ma non si ubriacò mai<br />

in casa nostra, anche se lo riempivamo di vino e tutto il resto. Ed<br />

è vero, mi portava in certe bettole davvero malfamate. Ma come<br />

ho detto, non l’ho mai visto conciato male, di sicuro non era mai<br />

violento o volgare, non si comportava mai male quando aveva bevuto.<br />

Diventava solo sempre più rilassato – sempre più geniale.<br />

Michael Bakewell Già, in effetti beveva parecchio, ed ecco <strong>un</strong>’altra<br />

cosa da sottolineare: quando beveva diventava molto nervoso<br />

e amareggiato. Sapeva anche essere <strong>un</strong> bevitore allegro, ma gli altri<br />

vedevano la sua rabbia, la sua amarezza e il suo rancore.<br />

Bill Holdsworth A volte, quand’era ubriaco, usava il suo corpo<br />

quasi come <strong>un</strong>’arma. Usava la sua goffaggine come fosse <strong>un</strong>’arma.<br />

Nei suoi libri e nelle poesie, o quando si occupava dei bambini,<br />

sapeva essere estremamente sensibile e incantevole. Ma c’era anche<br />

quest’altro lato. E aveva questa donna bellissima al suo fianco,<br />

ogni volta che la vedevo restavo a bocca aperta. E anche se lo notavano<br />

entrambi, lui non mi disse mai “Ti piace mia moglie?”.<br />

Forse anche perché le nostre origini proletarie non ci avrebbero<br />

mai permesso d’infastidire la donna di <strong>un</strong> amico. Era <strong>un</strong>a questione<br />

d’onore. Non lo facevi e basta. Era contro le regole – e Bryan<br />

era pieno di regole. Non gl’interessava la controcultura degli anni<br />

Sessanta: eravamo ancora i figli della guerra. Bryan era <strong>un</strong> vero<br />

uomo degli anni Cinquanta – c’era la speranza in <strong>un</strong> mondo migliore<br />

ma anche la disillusione per il fatto che il governo laburista<br />

del dopoguerra non avesse mantenuto le sue promesse, e poi il<br />

lento declino delle vecchie idee socialiste.<br />

István Bart Credo che vivesse in <strong>un</strong> suo mondo immaginario fatto<br />

dei valori proletari precedenti la guerra, ai quali era molto attaccato.<br />

Quand’era ubriaco (e non gli ci voleva molto) si metteva a<br />

cantare le canzoncine e cose di questo tipo. Non so perché ci te-<br />

42


nesse tanto a introdurmi in quel mondo, ma lo fece: mi presentò a<br />

suo padre e ai suoi amici e andammo tutti a <strong>un</strong>a gara di levrieri;<br />

questi amici indossavano dei berretti flosci, sembravano davvero<br />

fuori dal mondo, come delle reliquie di altri tempi – e in effetti è<br />

quel che erano.<br />

Ferenc Takács La sera del nostro arrivo ci portò al suo pub, l’Old<br />

Parr’s Head. Ora è molto cambiato, anche se già allora Islington<br />

aveva <strong>un</strong> certo tocco elitario e di sinistra. (Ricordo che nel m<strong>un</strong>icipio<br />

di Islington tenevano <strong>un</strong>a statua di Lenin.) Ma ci portò all’Old<br />

Parr’s Head e dovette spiegarci cosa stava succedendo: di<br />

domenica sera c’era <strong>un</strong>a signora che suonava il piano e che cantava<br />

Buggered if I Know e quel genere di cose, * e c’era <strong>un</strong>a lotteria<br />

con in palio <strong>un</strong>a bottiglia di whisky. Eravamo seduti nella sala com<strong>un</strong>e<br />

e Bryan mi disse che il barista che organizzava la lotteria<br />

barava sempre e faceva in modo che il premio andasse a <strong>un</strong>o dei<br />

vecchi pensionati. C’era questo profondo senso di <strong>un</strong>a cultura locale,<br />

proletaria e vecchio stile, e Bryan ovviamente ne faceva parte.<br />

Quindi, di fatto, detestava la cultura di fine anni Sessanta/inizio<br />

Settanta, con le droghe, la musica pop e tutto il resto...<br />

István Bart Eccome se la detestava. Non credo che se ne lasciò<br />

mai sfiorare. Non gl’interessava e basta.<br />

Joebear Webb Ricordo che nel 1967, quand’era a Parigi – e quindi<br />

durante l’estate dell’amore e tutte quelle cose – si era tagliato i<br />

capelli cortissimi, sembrava quasi <strong>un</strong>a ciotola di pudding. Portava<br />

anche dei blazer. Voglio dire, verso la fine di quel periodo – nel<br />

1968, 1969 – io mi presentavo agli app<strong>un</strong>tamenti in pantaloni di<br />

velluto a zampa di <strong>elefante</strong>, camicie a fiori e magari non veri e propri<br />

caftani, ma quasi: <strong>un</strong> corredo assurdo ma molto alla moda. Arrivavo<br />

con i capelli l<strong>un</strong>ghissimi e me lo trovavo là seduto con quei<br />

suoi pantaloni larghi, cravatta, camicia bianca e blazer, e pensavo:<br />

“Dio mio, come sei inquadrato”.<br />

Gianni Zambardi-Mall Ecco <strong>un</strong>’altra cosa, era sempre vestito bene.<br />

* Confesso che non sono riuscito a trovare ness<strong>un</strong>a canzone con questo titolo.<br />

43


Joebear Webb Ma era fatto così, eri contento di vederlo, ma quello<br />

che diceva non rispecchiava minimamente i vestiti che indossava,<br />

perché non parlava come <strong>un</strong> agente immobiliare o <strong>un</strong> assistente<br />

legale o cose così, non parlava affatto come si vestiva.<br />

Barry Cole Una cosa che notavi di lui era che aveva sempre rapporti<br />

amichevoli con i proprietari dei pub, il che era molto insolito.<br />

Si portava addosso quest’aria di rispettabilità, di solidarietà,<br />

non so cosa fosse, ma c’era qualcosa nella sua persona che lo rendeva<br />

simpatico a quei personaggi. Vede, se non si faceva vedere<br />

per <strong>un</strong>a settimana, quelli chiedevano di lui.<br />

John Boothe Non fumava mai erba, credo che non approvasse.<br />

C’era <strong>un</strong> non so che di leggermente puritano e proletario in lui. E<br />

vede, ci sono autori che devono essere rimproverati perché alzano<br />

la voce con le segretarie, sono cafoni e cose di questo tipo. Con<br />

Bryan questo non succedeva.<br />

William Hoyland Bryan non era per niente <strong>un</strong> edonista – era <strong>un</strong><br />

uomo di grande moralità. Ma non ci trovava niente di male nel<br />

farsi <strong>un</strong> bicchiere e divertirsi <strong>un</strong> po’.<br />

Alan Burns Ricordo <strong>un</strong> evento all’ICA per la presentazione di <strong>un</strong><br />

gruppo chiamato Writers Reading, che avrebbe avuto vita breve.<br />

Una delle lettrici era Ann Quinn, <strong>un</strong>a grande amica mia e di mia<br />

moglie Carol; e Bryan sapeva chi era e rispettava il suo talento.<br />

Era <strong>un</strong>a donna molto bizzarra e, per farla breve, in occasione di<br />

quell’evento all’ICA tenemmo tutti le nostre letture mentre lei si<br />

comportò com’era suo tipico, e cioè uscì sul palco e rimase seduta<br />

a guardare la gente, senza dire <strong>un</strong>a sola parola! Guardava e basta,<br />

insinuando o affermando effettivamente che dovevamo “com<strong>un</strong>icare<br />

col pensiero”, che fosse possibile com<strong>un</strong>icare meglio in silenzio<br />

piuttosto che con le parole. Ero affascinato dalla cosa, mi sembrava<br />

estrema, provocatoria e interessante, mentre Bryan era assolutamente<br />

scocciato, era infuriato con lei.<br />

Credo che fosse questa la caratteristica principale di Bryan – l’integrità<br />

o, se vogliamo, l’onestà, non seguiva la moda o la corrente,<br />

anche se era degli anni Sessanta, di sinistra eccetera. Non lo faceva<br />

e basta. Forse era <strong>un</strong>a questione di classe sociale a renderlo in<br />

<strong>un</strong> certo senso meno libero, a renderlo più – non fedele della tradizione,<br />

se la sarebbe presa a morte se qualc<strong>un</strong>o gli avesse detto<br />

44


così – ma aveva <strong>un</strong> certo riguardo per le strutture elementari e <strong>un</strong>a<br />

certa consapevolezza della loro importanza. Ora, alc<strong>un</strong>i degli<br />

esponenti più stupidi degli anni Sessanta non ce l’avevano, e lui ci<br />

teneva a esprimere la sua idea a proposito.<br />

Dal p<strong>un</strong>to di vista politico, chiaramente, eravamo dalla stessa parte,<br />

eravamo socialisti, ma ricordo che <strong>un</strong>a volta criticò la questione<br />

irlandese definendola <strong>un</strong>a “baruffa tra irlandesi”, e dicendo<br />

che: “Be’, i protestanti odiano i cattolici, al diavolo tutti quanti,<br />

non me ne frega niente”. Se io pensavo al marxismo e parlavo<br />

d’imperialismo, lui mandava tutto al diavolo. In questo caso credo<br />

che si sbagliasse ma in altre occasioni poteva avere assolutamente<br />

ragione, e ora ve ne darò <strong>un</strong> esempio. Eravamo a <strong>un</strong>’altra conferenza<br />

ad Harrogate e cominciammo a parlare di famiglia, e il<br />

gruppo di cui ero membro, se non <strong>un</strong> portavoce, sosteneva che bisognasse<br />

abolire la famiglia e tutti gli annessi e connessi. Credevo<br />

che il mio amico Bryan, essendo di sinistra, mi avrebbe appoggiato,<br />

e invece no. Era fermamente convinto che non solo non si potesse<br />

eliminare la famiglia, non la si poteva nemmeno mettere in<br />

dubbio, è l’<strong>un</strong>ica cosa che abbiamo quindi dobbiamo appoggiarla,<br />

Cristo santo. Sostenne questa posizione con veemenza, cosciente<br />

di essere <strong>un</strong>a voce isolata non solo tra quelli di destra ma<br />

anche tra quelli di sinistra. Solo adesso capisco quant’ero stupido<br />

e quanto aveva ragione!<br />

Philip Ziegler Gli piaceva sottolineare le sue origini proletarie e<br />

parlare degli stupidi snob che popolavano la scuola pubblica e<br />

così via, ma aveva sempre <strong>un</strong> tono abbastanza allegro e in realtà<br />

non gli dispiaceva essere portato in qualche bel club alla moda per<br />

pranzo. Gli piacevano quelle cose.<br />

Alison Paice Diceva sempre che era <strong>un</strong> contadino, il che per me<br />

era <strong>un</strong>a stupidaggine poiché avevamo tutti <strong>un</strong>a vita borghese. Con<br />

Virginia, era l’esempio classico di <strong>un</strong>o che sposandosi fa il suo ingresso<br />

nella borghesia, ma che ti vuole ricordare in continuazione<br />

da dove viene!<br />

Ben Glazebrook Ricordo che <strong>un</strong>a sera sono andato a cena da lui<br />

nel suo appartamento di Myddelton Square. Ero vestito in maniera<br />

informale e lui credeva che mi sarei messo elegante, così aveva<br />

indossato <strong>un</strong> abito da sera. Dopo la zuppa si è alzato per portare<br />

via i piatti ed è tornato con dei vestiti informali – si era andato a<br />

45


cambiare. Se fosse stato più sicuro di sé si sarebbe messo quel che<br />

gli pareva e basta.<br />

Gloria Cigman Ricordo che piaceva a tutto lo staff della BBC, era<br />

“<strong>un</strong>o di loro” – <strong>un</strong>a specie di proletario incazzato, perché erano<br />

quelle le sue origini, no? E tutto questo rientrava nel suo atteggiamento<br />

anti-scolastico e anti-<strong>un</strong>iversitario. Credo che avesse<br />

anche fallito l’esame di ammissione alla scuola media, non è<br />

così? Poi era andato al King’s, era uscito con <strong>un</strong> 2.2 e aveva continuato<br />

a disprezzare l’intero sistema. Eppure, ho ancora <strong>un</strong>a sua<br />

lettera in cui a <strong>un</strong> certo p<strong>un</strong>to diceva di voler diventare “writer<br />

in residence” all’<strong>un</strong>iversità di Warwick. Voleva tutt’e due le<br />

cose! Quindi, c’era questo paradosso di <strong>un</strong> uomo che voleva le<br />

stesse cose che diceva di disprezzare – come <strong>un</strong>a moglie di quel<br />

tipo, gli accademici e così via. Ecco perché credo che se fosse entrato<br />

a far parte dell’establishment, se avesse vinto <strong>un</strong> posto all’<strong>un</strong>iversità,<br />

non se la sarebbe presa poi tanto con il mondo. Al<br />

contrario, gli sarebbe piaciuto <strong>un</strong> sacco. In quel periodo c’era<br />

molta gente che, dal p<strong>un</strong>to di vista politico e culturale, lottava<br />

contro l’establishment solo per il gusto di farlo. Non è così negativo<br />

come potrebbe sembrare, perché c’erano cose che non f<strong>un</strong>zionavano<br />

in tale establishment e quella era <strong>un</strong>a generazione<br />

d’intellettuali che, anche se non sapeva bene cosa cambiare, non<br />

era soddisfatta di quel che c’era. Credo che Bryan facesse parte<br />

di questa categoria. Non sapeva cosa voleva, ma era scontento.<br />

Vede, come <strong>un</strong> ragazzino che andava in giro prendendo a calci<br />

lattine di Coca Cola.<br />

Alan Sapper Agli altri delegati che vennero con noi in Ungheria<br />

Bryan non piaceva nemmeno <strong>un</strong> po’, erano molto critici nei suoi<br />

confronti e lui a sua volta era critico verso di loro. Non gli piaceva<br />

la classe sociale che rappresentavano, perché loro erano davvero<br />

della classe operaia.<br />

Helen Sapper Il fatto è che era molto istruito, e che cominciavano<br />

a piacergli quel linguaggio e quelle cose che la classe operaia definirebbe<br />

“attributi della borghesia”. A Bryan piacevano le cose<br />

belle – sua moglie era incantevole, quasi aristocratica a dire il<br />

vero. A Bryan piacevano questo genere di cose, e forse era per<br />

questo che cominciò a sentirsi a disagio con quelle persone.<br />

46


Alan Sapper Era <strong>un</strong>o che sapeva capire la gente – ma non la classe<br />

sociale. Non credo che sapesse cos’erano le idee politiche. Non<br />

sapeva quali erano i confini di <strong>un</strong>’ideologia politica. Le sue idee<br />

politiche erano del tutto personali.<br />

István Bart Aveva delle spiccate simpatie com<strong>un</strong>iste ma non era<br />

<strong>un</strong> uomo di partito, in ness<strong>un</strong> senso. Ma le sue simpatie intellettuali<br />

e morali andavano a tutto ciò che era opposizione. Preferiva<br />

la vecchia sinistra. Michael Foot era <strong>un</strong> personaggio chiave – è<br />

grazie a Bryan che ho conosciuto Michael Foot. Era amareggiato<br />

del fatto che il movimento laburista inglese si fosse distaccato dalle<br />

posizioni di Michael Foot, perdendo l’appoggio degli intellettuali.<br />

Me lo ricordo benissimo.<br />

Barry Cole Anche se non si schierò mai con i com<strong>un</strong>isti, avrei detto<br />

senz’altro che era <strong>un</strong> socialista vicino a Tony Benn.<br />

István Bart Il suo essere all’avanguardia era <strong>un</strong>a sorta di posizione<br />

politica. Il problema era che il resto della Gran Bretagna non pensava<br />

in questi termini. Così, il suo era <strong>un</strong> atteggiamento europeo,<br />

per niente britannico. Sarebbe stato <strong>un</strong> personaggio normalissimo<br />

in Francia o in Germania, dove avrebbe ricevuto <strong>un</strong>a risposta appropriata.<br />

In Gran Bretagna veniva semplicemente ignorato, non<br />

era visto come <strong>un</strong>a minaccia. In Francia o in Germania l’establishment<br />

l’avrebbe considerato <strong>un</strong>a minaccia e avrebbe reagito di<br />

conseguenza. In Gran Bretagna finì per essere <strong>un</strong>a nullità. E questo<br />

di sicuro fu il colpo più duro che potesse ricevere. Ma i suoi<br />

modelli, le persone che sperava di diventare, erano tutti scrittori<br />

francesi, scrittori tedeschi, scrittori <strong>un</strong>gheresi.<br />

Jeremy Hooker E chiaramente gallesi! Non è raro che gli scrittori<br />

inglesi, gli scrittori non gallesi in generale, abbiano <strong>un</strong>’immagine<br />

<strong>un</strong> po’ idealizzata degli scrittori gallesi e della loro condizione, e<br />

sono sicuro che Bryan, che soggiornò qui per <strong>un</strong> periodo relativamente<br />

breve, la pensasse così. Credo che avesse quest’idea del<br />

poeta come <strong>un</strong> bardo, come il portavoce della sua com<strong>un</strong>ità, dotato<br />

di <strong>un</strong> ruolo molto importante, e immagino che alc<strong>un</strong>i dei gallesi<br />

che aveva conosciuto potrebbero confermare tutto questo. Se,<br />

per esempio, avesse letto il libro di Ned Thomas, The Welsh Extremist,<br />

e avesse parlato con Ned del suo interesse per Gwenallt –<br />

si trattava di <strong>un</strong> tipico poeta gallese moderno, <strong>un</strong>a voce scaturita<br />

47


da <strong>un</strong> forte senso della com<strong>un</strong>ità, e credo che Bryan desse molto<br />

valore a questa cosa e che l’idealizzasse.<br />

Michael Bakewell Credo che forse ci sia <strong>un</strong>a dimensione spirituale<br />

in tutto questo – nel suo interesse per il nazionalismo gallese<br />

(pur non avendo sangue gallese). Il Galles era importantissimo<br />

per lui a causa del periodo trascorso a Gregynog come “writer in<br />

residence”, e anche perché si era affezionato molto a Glyn Tegai<br />

Hughes, che gestiva il college. Era particolarmente interessato alla<br />

religione celtica.<br />

John Berger Mi è sempre sembrato <strong>un</strong> personaggio sostanzialmente<br />

urbano, appartenente a <strong>un</strong> mondo urbano, ma allo stesso<br />

tempo posso capire benissimo come la portata della sua tristezza<br />

avesse trovato <strong>un</strong>’eco portentosa sotto i cieli celtici.<br />

Michael Bakewell Ma nel suo caso la questione spirituale è molto<br />

complicata: anche se era ateo, aveva bisogno di <strong>un</strong> Dio con cui<br />

prendersela (o di qualc<strong>un</strong>o a cui dare la colpa). Ma in Bryan c’era<br />

<strong>un</strong>a dimensione spirituale e anche <strong>un</strong>a forte componente di superstizione,<br />

come la preoccupazione per la fine che avrebbero fatto<br />

le proprie <strong>un</strong>ghie – il rischio di esporsi alle forze del male.<br />

Vede, le streghe usano le <strong>un</strong>ghie, basta metterle in <strong>un</strong>a bambolina<br />

di argilla e si acquista potere su <strong>un</strong>a persona. In quel periodo<br />

Bryan era affascinato dalle streghe, proprio come me. Una caratteristica<br />

interessante, se paragonata al lato concreto, reale e molto<br />

materiale che emerge dalle sue opere.<br />

Frank Fisher Ho sempre trovato curioso il fatto che Ginnie avesse<br />

legami con la chiesa. Sua madre era la segretaria del parroco di<br />

St John’s Wood.<br />

Thelma Fisher Era <strong>un</strong>a brava donna di chiesa.<br />

Frank Fisher Un po’ come il padre di Bryan, che faceva parte della<br />

Società per la Promozione della Coscienza Cristiana.<br />

Joebear Webb Ho pensato spesso che Bryan in realtà fosse molto<br />

superstizioso. Da <strong>un</strong> lato non voleva sapere, ma dall’altro voleva<br />

Dio – o magari non Dio, ma in ogni caso qualcosa che “non fosse<br />

scontato”. Voleva qualcosa – come tutti – nel senso che voleva che<br />

48


ci fosse qualcosa, ma aveva anche <strong>un</strong> rapporto particolare con<br />

quest’assenza perché ne parlava nei suoi scritti, era <strong>un</strong> aspetto<br />

fondamentale del suo essere e della sua attività, quindi credo che<br />

l’interessasse in maniera tremenda. Penso alla l<strong>un</strong>a; quando nacque<br />

mio figlio, Bryan mi chiese se conoscevo la posizione della<br />

l<strong>un</strong>a e cose di questo genere. Parlavamo spesso della Divinità l<strong>un</strong>are<br />

e sono materie di cui m’interesso tutt’ora. Credo che Bryan<br />

s’interessasse molto a queste cose nonostante il suo modo di essere,<br />

aveva <strong>un</strong> inconscio decisamente vivace, basta guardare la fine<br />

di Fat Man on a Beach. Era ossessionato dalla l<strong>un</strong>a e dal mare, che<br />

per lui erano fondamentali.<br />

Michael Bakewell Di sicuro aveva <strong>un</strong>a spiccata tendenza all’autodrammatizzazione.<br />

István Bart Di fatto, non faceva altro che scrivere storie in cui le<br />

origini proletarie erano <strong>un</strong>a componente fondamentale – e che<br />

parlavano della sua difficoltà a emergere e a superare le barriere<br />

della classe operaia, comportandosi come <strong>un</strong> europeo all’avanguardia<br />

in <strong>un</strong> ambiente che, dal p<strong>un</strong>to di vista culturale, era decisamente<br />

poco recettivo a ogni influenza europea. Credeva di rivoluzionare<br />

il romanzo inglese, era questa la sua ambizione, portare<br />

parte dell’avanguardia europea in Gran Bretagna. E la sua grande<br />

frustrazione fu di non esserci mai riuscito, di non aver mai ricevuto<br />

la giusta accoglienza, perché si batteva contro <strong>un</strong> mondo insensibile,<br />

dove non poteva opporsi a ness<strong>un</strong>o. Era questa la sua prima<br />

ambizione, trovare qualc<strong>un</strong>o con cui confrontarsi, qualc<strong>un</strong>o<br />

con cui scontrarsi – ma non trovò ness<strong>un</strong>o. Si ritrovò in <strong>un</strong> ambiente<br />

insensibile, che non reagiva in alc<strong>un</strong> modo.<br />

Ferenc Takács Già, come la reazione tipica del “Times Literary<br />

Supplement”: “Il romanzetto interessante del signor Johnson” e<br />

cose di questo tipo.<br />

Philip Ziegler Credo che fosse decisamente – anche se è<br />

<strong>un</strong>’espressione bruttissima – <strong>un</strong>o “scrittore per scrittori”. Il grande<br />

pubblico non lo conosceva. E chi lo conosceva, lo trovava eccentrico<br />

ed esibizionista. Attualmente sto scrivendo <strong>un</strong> libro su<br />

Rupert Hart-Davis, e Rupert si sarebbe sentito oltraggiato da lui,<br />

l’avrebbe trovato stupido e volgare. E, in generale, gli ambienti<br />

letterari più conservatori pensavano la stessa cosa. Quelli come<br />

49


Rupert, che accettano serenamente lo sperimentalismo e i guizzi<br />

di <strong>un</strong> Tristram Shandy, guardano con orrore a B.S. Johnson e considerano<br />

il suo lavoro la forma più pretenziosa di esibizionismo.<br />

Probabilmente solo perché Tristram Shandy era stato scritto duecento<br />

anni prima, ed era stato apprezzato col tempo!<br />

István Bart Non sapeva molto della Germania. Se avesse saputo<br />

di più dell’avanguardia tedesca, credo che si sarebbe identificato<br />

con l’avanguardia socialista e com<strong>un</strong>ista degli anni Venti. Era <strong>un</strong>a<br />

reincarnazione di quel periodo. È vero che aveva <strong>un</strong>a sorta di venerazione<br />

per Brecht: ma a parte questo non sapeva molto altro.<br />

Non aveva <strong>un</strong> grande pubblico. Non era <strong>un</strong> uomo istruito. Non<br />

era istruito nel senso accademico del termine. Al contrario, si rifiutava<br />

di entrare a far parte del sistema. Comportarsi così e al<br />

tempo stesso acquisire gli atteggiamenti raffinati del mondo intellettuale<br />

significava farsi inghiottire da tale mondo, cosa a cui lui si<br />

opponeva. Opposizione è <strong>un</strong>a parola molto importante. Bryan<br />

non voleva farsi inglobare.<br />

Bryan potrebbe sembrare <strong>un</strong>o scrittore d’avanguardia, ma dopo<br />

tutti questi anni è evidente che il suo contributo fu quello di scrivere<br />

di folclore, del folclore di <strong>un</strong>’intera società, del suo passato<br />

proletario: di attitudini ormai scomparse e che non torneranno mai<br />

più. Anche se lui cercava di resuscitarlo, in realtà questo mondo<br />

era già scomparso. Morto e sepolto. Ne rimanevano solo poche<br />

tracce. Bryan si costruì <strong>un</strong> suo folclore personale nel quale rifugiarsi.<br />

Era evidente che si trattava di <strong>un</strong> passato ormai perduto.<br />

Rimpiazzato dalla realtà apolitica e non faziosa degli anni Sessanta<br />

e Settanta, in cui i vecchi valori proletari non avevano più spazio.<br />

Joebear Webb Già, e credeva in questa cosa – voglio dire, anch’io<br />

ero cresciuto con la stessa mentalità, credo che sia tipica delle<br />

classi operaie – credeva nella fedeltà alla famiglia e alla propria<br />

casa. Per esempio, credo che ness<strong>un</strong>o di quelli che abitavano nel<br />

quartiere dove sono cresciuto sia mai stato infedele, se <strong>un</strong>a donna<br />

avesse tradito il marito credo che sarebbe stata schiaffeggiata in<br />

pubblico e tutti l’avrebbero saputo. Credo che fosse quello l’ambiente<br />

da cui proveniva Bryan e nel nord per molti versi è ancora<br />

così, ho diversi amici di quelle zone che hanno quest’idea assolutamente<br />

inflessibile della fedeltà, niente a che vedere con i romanzi<br />

borghesi o le sceneggiate televisive.<br />

50


Diana Tyler Credo che la famiglia, il matrimonio fosse <strong>un</strong>a componente<br />

indispensabile della sua vita, proprio così, e che la possibilità<br />

che andasse male non rientrasse nel suo schema delle cose.<br />

Bill Holdsworth Sia io che Bryan amavamo molto le donne, ma<br />

non eravamo molto bravi a rapportarci con loro come avremmo<br />

voluto. Avevamo paura di essere <strong>un</strong> po’ grezzi, e quando lo eravamo<br />

finivamo spesso per calcare <strong>un</strong> po’ troppo la mano. Oppure<br />

eravamo ipersensibili.<br />

Francis King Ho sempre avuto il sentore di <strong>un</strong>a certa omosessualità<br />

repressa in Bryan. 5<br />

John Horder Molte persone si lasciavano ingannare dal disperato<br />

desiderio di Bryan di “passare per eterosessuale”. È capitato anche<br />

a me. Se Bryan fosse stato meno chiuso, forse oggi sarebbe ancora<br />

vivo. 6<br />

Claire Andrews No, non erano cose che appartenevano a Johnson,<br />

era eterosessuale al cento per cento: salvo non sapere assolutamente<br />

niente in fatto di donne.<br />

Keith Andrews Le metteva su <strong>un</strong> piedistallo.<br />

Barry Cole Bryan era <strong>un</strong> personaggio decisamente virile. Non<br />

credo che rispettasse molto le donne. S’innamorava di loro, ma<br />

non credo che le rispettasse molto. Eppure era sempre gentile<br />

con loro.<br />

Julia Treveylan Oman Non ho mai pensato che potesse approfittare<br />

dell’amicizia di <strong>un</strong>a persona, non mi sono mai sentita in pericolo<br />

con lui. Certo, era talmente robusto che poteva mettere a terra<br />

chi<strong>un</strong>que in due secondi, ma mi sono sempre e solo sentita al sicuro<br />

con lui, e la cosa va a suo favore. La gente pensava che potesse<br />

essere <strong>un</strong> po’ invadente, mentre non era affatto così. Credo<br />

che Virginia non si sia mai dovuta preoccupare di cose di questo<br />

tipo, mai. E le conversazioni non prendevano mai quella direzione,<br />

ma ruotavano sempre attorno al lavoro.<br />

Gloria Cigman Scelse Virginia, questa ragazza di classe e con <strong>un</strong>a<br />

madre snob che non sopportava Bryan – sto forse dicendo trop-<br />

51


po...? Ad ogni modo, era lei che aveva in mano i soldi, e lui ne soffriva,<br />

<strong>un</strong>a delle tante cose di cui soffriva. Ricordo benissimo l’eleganza<br />

di Virginia rispetto all’apparenza volutamente rustica di<br />

Bryan. Credo che fosse <strong>un</strong>a specie di sindrome, quando <strong>un</strong>a persona<br />

capisce che non potrà mai eguagliare <strong>un</strong>’altra e quindi decide<br />

di sfruttare al massimo l’immagine che ha. Ogni volta che penso<br />

a loro, ricordo che Virginia era molto bella ma anche molto<br />

gentile e amichevole. Non sembrava affatto <strong>un</strong>a nell’ombra. Al limite,<br />

era lui a sembrarmi <strong>un</strong> po’ prepotente, ma probabilmente il<br />

motivo era che lui si sentiva adombrato da lei. Può darsi che mi<br />

sbagli. Ecco quel che mi ricordo: lui si vestiva in maniera trasandata<br />

e lei elegante (e non sto parlando di Harrods ma di <strong>un</strong>a donna<br />

con <strong>un</strong>’eleganza ricercata, che credo possieda ancora), ricordo<br />

due occhi grandi, <strong>un</strong> volto ovale e <strong>un</strong> grande stile, ecco cosa mi<br />

viene in mente. E mi vengono in mente due grandi differenze in<br />

quella coppia: <strong>un</strong>a per quanto riguarda l’eleganza, e l’altra per la<br />

bellezza fisica. Era questa, secondo me, la caratteristica principale<br />

di quella coppia, e credo che tra i due fosse Bryan quello a sentirsi<br />

in difetto.<br />

Marta Szabados Ricordo che la prima volta che venne a Budapest<br />

si comprò <strong>un</strong> cappotto invernale perché gli avevano detto che<br />

l’Ungheria era <strong>un</strong> paese freddo, ed era <strong>un</strong> bel cappotto nero, che<br />

gli stava benissimo. Lo comprò in Inghilterra e lo portò a Budapest,<br />

e ricordo che era alto e che si muoveva bene, con <strong>un</strong>a certa<br />

disinvoltura (probabilmente quella disinvoltura che gli mancava<br />

nelle sue intricatissime questioni di lavoro – o meglio, così credo).<br />

E questa disinvoltura era legata al fatto che chi aveva sposato Virginia<br />

doveva essere qualc<strong>un</strong>o, perché Virginia era <strong>un</strong>a donna davvero<br />

splendida, che parlava francese e che aveva detto sì a Bryan<br />

Johnson, e quindi Bryan Johnson doveva essere <strong>un</strong> uomo di <strong>un</strong><br />

certo spessore!<br />

Thelma Fisher <strong>Come</strong> potevi, con Bryan, mantenere la tua personalità<br />

come donna? Ecco come la metterei. Certo, si tratta solo di<br />

<strong>un</strong>a mia sensazione intuitiva. Era molto difficile sentirsi <strong>un</strong>a persona<br />

completa con lui a causa del fardello emotivo che sembrava<br />

scaricarti addosso. La cosa non ti lasciava ness<strong>un</strong>o spazio, e ho<br />

sempre ammirato Ginnie perché riusciva a gestire la cosa, soprattutto<br />

perché la prima impressione che avevo avuto di lei era quella<br />

di <strong>un</strong>a donna con <strong>un</strong>a personalità non molto forte. (Ora, ripen-<br />

52


sandoci, era evidente che Muriel aveva <strong>un</strong>a personalità decisamente<br />

forte, tanto che dev’essere stato <strong>un</strong> vero e proprio scontro<br />

tra giganti.) Ginnie aveva solo dovuto fronteggiare <strong>un</strong>a serie di<br />

cose. Il solo fatto di vivere con Bryan così a l<strong>un</strong>go, con tutte le sue<br />

restrizioni e quell’ossessione per la stesura della propria autobiografia,<br />

avrebbe esercitato <strong>un</strong>a pressione tremenda su chi<strong>un</strong>que. E<br />

il fatto di dover tirar su due bambini normalissimi in <strong>un</strong> ambiente<br />

simile, di doversi occupare sia della propria madre al piano interrato<br />

sia di quella di Bryan, che scriveva al piano di sopra. E poi le<br />

terribili circostanze del suo farsi così violento e della sua morte...<br />

William Hoyland Virginia gli aveva letteralmente salvato la vita e<br />

l’aveva invogliato a scrivere, tanto che la vita aveva cominciato a<br />

sembrargli degna di essere vissuta, anche se la condizione umana<br />

continuava a tormentarlo non poco. E lui l’adorava. E sebbene<br />

fosse <strong>un</strong> uomo intelligente e informato e sapesse che le coppie si<br />

possono allontanare, non credo che gli sia mai venuto in mente<br />

che potesse capitare a lui, e credo che quando successe non riuscì<br />

a sopportarlo. Se commise <strong>un</strong> errore di valutazione, probabilmente<br />

fu questo. Ed è per questo che fu tutto così tragico, perché<br />

Bryan avrebbe dovuto cercare di cambiare e di capire che Virginia<br />

era <strong>un</strong>a donna, e che forse stava investendo troppo su di lei. Si<br />

tratta di <strong>un</strong>a sindrome abbastanza com<strong>un</strong>e, dopotutto: la gente si<br />

sente così oppressa che ha voglia di scappare o di prendersi <strong>un</strong>a<br />

pausa, non ce la fa più a sostenere l’altro.<br />

Gordon Williams Bryan mi dava l’idea di <strong>un</strong> uomo solo, che conosceva<br />

<strong>un</strong> sacco di persone ma solo perché le aveva incontrate.<br />

Incontrate in giro, nei posti alla moda che gli piaceva frequentare.<br />

Il fatto è che in quest’ambiente sono tutti in competizione in <strong>un</strong><br />

modo o nell’altro. E credo che il povero Bryan non se ne rendesse<br />

conto: vede, questa vita è <strong>un</strong> inferno chiassoso, fa’ la tua parte, rilassati,<br />

fatti <strong>un</strong>a risata, perché sei così triste, tanto faremo tutti la<br />

stessa fine – si tratta di <strong>un</strong> problema psicologico, non di <strong>un</strong> atteggiamento,<br />

non di <strong>un</strong>a posizione intellettuale.<br />

John Berger In lui c’era qualcosa che avvertivi subito o quasi, potremmo<br />

chiamarla la sua tragicità: sembrava portarsi addosso <strong>un</strong>a<br />

sorta di destino tragico, e non dico questo perché alla fine si uccise.<br />

D’altro canto, capivi anche che era <strong>un</strong>a persona incredibilmente<br />

complessa. Ma si trattava di quel genere di complessità che pro-<br />

53


viene dalla sofferenza e che al tempo stesso genera sofferenza.<br />

Con questo non voglio dire che facesse la vittima né altre stupidaggini<br />

del genere, ma era come <strong>un</strong> soldato ferito. E dico soldato<br />

perché, di fatto, era sempre coinvolto in <strong>un</strong>a specie di guerra ed<br />

era rimasto ferito, e ciò gli dava anche qualcosa di eroico che si<br />

collega con quella che chiamerei la sua bellezza.<br />

Philip Ziegler La prima volta che Bryan è venuto nel mio ufficio<br />

la mia segretaria, che a volte aveva intuizioni simili, è venuta da<br />

me subito dopo e mi ha detto: “Quell’uomo si vuole suicidare”.<br />

Credo che fosse per via del suo comportamento...<br />

Alison Paice Credo che fosse molto triste.<br />

Rod Verney Non sorrideva molto.<br />

Ferenc Takács Sotto molti p<strong>un</strong>ti di vista era terribilmente solo e<br />

triste.<br />

Helen Sapper Bryan veniva spesso a casa nostra, si sedeva sulla<br />

poltrona dov’è seduto lei ora e spesso non apriva bocca per tutta<br />

la sera. Credo che fosse molto introspettivo.<br />

István Bart Non è mai stato <strong>un</strong> tipo molto allegro. Mai.<br />

Judy Coke Poteva essere molto depresso, vede, davvero convinto<br />

che la vita fosse <strong>un</strong> inferno. Inconsolabile è la parola che mi viene<br />

in mente quando penso a Bryan.<br />

Stuart Crampin Vede, era <strong>un</strong>o sfollato e non lo sopportava, e credo<br />

che ce l’avesse con i suoi genitori perché avevano deciso che<br />

era troppo pericoloso per lui rimanere a Londra, mentre quei genitori<br />

a cui voleva così bene erano rimasti senza problemi in città.<br />

Non capiva perché l’avessero spedito altrove. Di sicuro, fu <strong>un</strong><br />

evento che intaccò il loro rapporto.<br />

Marjorie Verney Be’, pensavano che fosse più sicuro. Il che è<br />

comprensibile, dato che tra lui e sua madre c’era <strong>un</strong> rapporto così<br />

stretto. Soprattutto perché era figlio <strong>un</strong>ico, quando hai <strong>un</strong> figlio<br />

solo si crea <strong>un</strong> rapporto ancora più stretto, no?<br />

54


Ron Verney Quindi significa che doveva avere sei anni allo scoppio<br />

della guerra, giusto? Perché noi ne avevamo quindici.<br />

Marjorie Verney Era solo <strong>un</strong> bambino.<br />

Ron Verney Be’, forse cominciava a capire quel che stava succedendo.<br />

Marjorie Verney Dev’essere stato straziante essere allontanato da<br />

sua madre.<br />

Gloria Cigman Detestava essere <strong>un</strong>o sfollato – e ricordo di averne<br />

parlato con lui perché, come dico nel mio contributo a quel libro,<br />

per me fu <strong>un</strong>’esperienza molto positiva. Ok, a Londra piovevano<br />

bombe e i miei genitori rischiavano di morire, ma finii per adattarmi.<br />

Mentre Bryan non crede che le persone in realtà non cambino<br />

mai? Possono modificarsi e adattarsi, ma c’è qualcosa che resta<br />

intatto nell’anima, e credo che Bryan sia sempre rimasto <strong>un</strong>o<br />

che scalciava, che litigava... È interessante notare come quest’uomo<br />

sia sempre definito da qualcosa di negativo: <strong>un</strong> atteggiamento<br />

negativo verso lo sfollamento, <strong>un</strong> atteggiamento negativo verso la<br />

scuola, verso l’<strong>un</strong>iversità... Credo che fosse <strong>un</strong>a di quelle persone<br />

che erano riuscite in qualche modo ad avere <strong>un</strong> diploma in lettere,<br />

<strong>un</strong> diploma in letteratura, che però aveva avuto l’effetto opposto:<br />

non gli aveva insegnato quello che di solito si spera possa insegnare<br />

<strong>un</strong> diploma, e cioè insegnare alla gente come pensare piuttosto<br />

che cosa pensare. Lui non aveva affatto imparato a pensare.<br />

Jeremy Hooker Be’, questo ci riporta di nuovo all’immagine del<br />

toro, che non vuole essere offensiva: al contrario, la intendo come<br />

simbolo della sua forza, della sua tenacia – Johnson era convinto<br />

di quello in cui credeva. Aveva questo grande senso della concretezza,<br />

dell’inevitabile declino di ogni forma di vita materiale: nutriva<br />

<strong>un</strong>’ossessione totale per questa cosa, che a me sembrava anche<br />

molto pericolosa. Verso la fine di Trawl ha <strong>un</strong>a relazione con<br />

<strong>un</strong>a donna e dice qualcosa come “Darò alla vita <strong>un</strong>’altra possibilità,”<br />

e si riferisce a lei, e quando ho letto questa frase ho pensato<br />

che fosse <strong>un</strong>a cosa terribile, <strong>un</strong> pensiero terribile – dare <strong>un</strong>a possibilità<br />

alla vita! Mi sembra <strong>un</strong>’idea spaventosamente ristretta e pericolosa.<br />

Ma lui sapeva cos’era reale e cosa non lo era, e quello che<br />

era reale è che siamo tutti esseri materiali che vivono in <strong>un</strong> <strong>un</strong>iver-<br />

55


so materiale destinato a deperire – la gente si ammala di cancro,<br />

muore e fine della storia. Era questo che gli interessava ed era<br />

questa la differenza fra noi, perché Bryan mi piaceva ma le sue<br />

idee mi sembravano disperatamente limitate: ma forse è da lì che<br />

veniva la forza del suo pensiero, forse nutrire <strong>un</strong>a convinzione appassionata<br />

sulle cose è come <strong>un</strong>a molla, e per lui era <strong>un</strong>a molla<br />

creativa. Lo rendeva lo scrittore che era. Ed era anche <strong>un</strong>a prospettiva<br />

da rispettare perché sapevo che si basava sulla sua esperienza<br />

personale, ed è questo <strong>un</strong> altro motivo per cui, se fosse sorta<br />

<strong>un</strong>a discussione, avrei lasciato perdere, perché alla base delle<br />

sue idee c’era la morte del suo amico e poi quella di sua madre –<br />

ecco cos’era, in sostanza. E non si può discutere su questo tipo di<br />

esperienze.<br />

Glyn Tegai Hughes C’era sempre <strong>un</strong> certo interesse per la morte<br />

che trapelava dalle conversazioni e credo anche da alc<strong>un</strong>e conferenze<br />

con i suoi studenti. Non si trattava di <strong>un</strong>a dottrina strutturata<br />

ma di <strong>un</strong> interesse sullo sfondo.<br />

Thelma Fisher Eravamo gente molto ordinaria, borghese e religiosa,<br />

tanto che a volte mi chiedo perché diamine fosse interessato<br />

a noi. E la risposta dev’essere nella sua tendenza ad accumulare<br />

le cose. Sembrava che fosse <strong>un</strong> accaparratore di persone, così<br />

come di pezzettini di carta e di esperienze, e quando hai subito <strong>un</strong><br />

grave trauma da bambino, com’era evidentemente successo a lui a<br />

causa dello sfollamento, del fatto che sua madre fosse il mondo<br />

per lui, allora concedersi la vicinanza di <strong>un</strong>a donna e poi fare<br />

esperienza della sua perdita deve aiutarti a tirare avanti, e sembra<br />

quasi <strong>un</strong> tema ricorrente....<br />

Frank Fisher Nel suo caso tutto ciò si collega, in qualche modo,<br />

alla questione della Dea Bianca. Anche se non so bene come.<br />

John Berger Credo che la questione della sopravvivenza fosse<br />

molto spinosa per lui, l’assorbiva completamente. E per sopravvivenza<br />

intendo la sua sopravvivenza sia come uomo che come scrittore<br />

(e la sopravvivenza delle sue opere, se vogliamo). C’è gente –<br />

a volte lo si vede nel caso di persone fisicamente disabili o malate<br />

di <strong>un</strong>a cosa piuttosto che di <strong>un</strong>’altra – che vive in <strong>un</strong>a condizione<br />

di lotta continua per riuscire a stare bene, per trovare l’energia e<br />

andare avanti. Di fatto queste persone possono andare avanti per<br />

56


anni, ma ciò significa che resta loro pochissima energia per tutto<br />

ciò che è al di fuori di tale lotta. Credo che Bryan fosse così, anche<br />

se nel suo caso non si trattava di <strong>un</strong>a questione fisica. Eppure ciò<br />

lo fa sembrare come <strong>un</strong>a vittima, mentre lui non sembrava <strong>un</strong>a<br />

vittima, non aveva assolutamente niente di patetico e sapeva essere<br />

molto aggressivo. Gli mancava quel genere di corazza protettiva<br />

che hanno le altre persone, ma è anche vero che le sue conquiste<br />

non sarebbero state possibili se l’avesse avuta. Quindi, la mancanza<br />

di tale corazza era profondamente legata – era quasi equivalente<br />

– al suo talento, al suo pensiero e alla sua originalità. È come<br />

se nella spietata corrente della vita, come la vedeva lui, ci fossero<br />

dei momenti di tregua nei quali era possibile nutrire <strong>un</strong>a piccola<br />

speranza e stabilire qualche contatto, e se l’intensità di tutto questo<br />

dipendesse dalla sua mancanza di protezione.<br />

Anthony Smith Sapevo che c’era stata <strong>un</strong>a donna, Zulf probabilmente<br />

era molto più informato di me, e che a quanto pare Bryan<br />

non era riuscito a dimenticarla, e temo che sia <strong>un</strong> classico. Quella<br />

sensazione di aver subìto <strong>un</strong> torto – non esattamente paranoia, è<br />

<strong>un</strong>a parola troppo forte, ma la base è la stessa e ha a che fare anche<br />

con pensieri del tipo “Perché le cose non vanno come vorrei?<br />

Dovrei essere con Muriel...” Non sapeva darsi pace, per usare<br />

<strong>un</strong>’espressione più moderna. Ci sono persone, e credo che Bryan<br />

fosse fra queste, che non riescono mai a superare questo genere di<br />

cose. Restano ferite aperte che non si cicatrizzano.<br />

Joebear Webb C’era questo penoso senso d’insicurezza, poveraccio,<br />

era pieno d’insicurezze, anche quand’era chiassoso e aveva<br />

quel suo modo a là Rabelais, la sua vulnerabilità era evidente. Potevi<br />

ferirlo molto facilmente. Potevi ferirlo portandolo su argomenti<br />

di cui non voleva parlare, specialmente se riguardavano il<br />

suo lavoro. Avevi sempre quest’impressione: Bryan era <strong>un</strong> uomo<br />

gigantesco ma che camminava su <strong>un</strong>a f<strong>un</strong>e, e in questo caso più<br />

sei grosso... era sufficiente farlo cadere da quella f<strong>un</strong>e, e di fatto<br />

non aveva molto su cui atterrare. Se i critici massacravano fino all’ultima<br />

cosa che faceva e se lui non aveva fatto quello che realmente<br />

voleva... Quelli che erano pronti a saltargli addosso si potevano<br />

scatenare, e forse lui lo sapeva.<br />

Bill Holdsworth Sembrava che non avesse molte difese. È tutto<br />

quello che posso dire.<br />

57


István Bart È sorprendente che il lavoro di Bryan continui a suscitare<br />

reazioni. Lui pensava il contrario. Pensava che le cose sarebbero<br />

finite lì. Si considerava <strong>un</strong> totale fallito. Me lo disse lui<br />

stesso. I suoi libri, la sua vita – <strong>un</strong> fallimento totale. La sua ultima<br />

telefonata fu così. Mi riferisco al giorno in cui si suicidò. Certo,<br />

era convinto di dover rinnovare il romanzo inglese, ma alla fine si<br />

arrese – be’, di sicuro si arrese come essere umano, si vedeva rifiutato:<br />

rifiutato da Virginia, rifiutato dal mondo, <strong>un</strong> fallimento totale,<br />

<strong>un</strong>a vita che era destinata a finire rovinosamente. E lui stava facendo<br />

di tutto perché tutto andasse così. Si creò <strong>un</strong>o scenario popolato<br />

da obiettivi impossibili da raggi<strong>un</strong>gere.<br />

Gordon Williams L’ultimo anno, quando io e Bryan condividevamo<br />

quell’ufficio, lui non riusciva a gestire la situazione. Non ci<br />

riusciva perché non aveva da me la reazione che avrebbe voluto, e<br />

cioè <strong>un</strong> rifiuto. Voleva che lo rifiutassi perché questo avrebbe dimostrato<br />

che aveva ragione. E cioè, che veniva sempre rifiutato da<br />

tutti. Qualche tempo dopo averlo conosciuto caddi nella spirale<br />

dell’alcol, così lasciai tutto e cominciai a frequentare <strong>un</strong> posto a<br />

Fulham, per <strong>un</strong>a decina d’anni, solo i martedì e i giovedì sera. Era<br />

<strong>un</strong> gruppo amatoriale, ma mi spinse a informarmi su queste cose e<br />

a capire le motivazioni sottostanti. E ora, ripensandoci, direi che il<br />

problema di Bryan era <strong>un</strong> problema con il padre, era qualcosa tra<br />

lui e suo padre: secondo me, <strong>un</strong>’assenza del padre. Per come lo<br />

vedevo io, Bryan era la personificazione vivente dei suoi problemi<br />

con la figura paterna. Com’era il rapporto con suo padre? Non ne<br />

ha mai parlato molto. Non ricordo niente... Era <strong>un</strong> tipo distinto,<br />

piccolo borghese? Ebbene, quello sarebbe stato il caso peggiore.<br />

Se fosse stato <strong>un</strong> bruto spaventoso, sarebbe stato perfetto. O se<br />

fosse stato <strong>un</strong> aristocratico. Ma ho conosciuto persone attorno<br />

alla cinquantina che erano alcolizzati marci, persone distinte, accademici<br />

e professori e così via, e si scopriva poi che i loro padri<br />

non li avevano mai toccati, non li avevano mai abbracciati né avevano<br />

mai detto loro “ti voglio bene”.<br />

Alison Paice Era morto? C’era ancora? Credevo che non avesse<br />

<strong>un</strong> padre. Vede, ho sempre pensato a Bryan come se non avesse<br />

<strong>un</strong> padre, credevo che non ce l’avesse, che strano. Pensavo che<br />

fosse rimasto ucciso in guerra o che se ne fosse andato di casa,<br />

non sapevo nemmeno che esistesse. Non ho mai, mai sentito parlare<br />

di lui.<br />

58


Diana Tyler Era <strong>un</strong> uomo dolce e gentile, suo padre. L’ho incontrato<br />

in diverse occasioni, e <strong>un</strong>a volta anche a casa sua. Un uomo<br />

molto silenzioso, voglio dire, avevano questo figlio meraviglioso,<br />

intelligente e dotato, e in <strong>un</strong> certo senso non se ne rendevano conto,<br />

ma suo padre era molto orgoglioso di Bryan, e Bryan era molto<br />

orgoglioso dei suoi genitori. Amava i suoi genitori.<br />

Gianni Zambardi-Mall Bryan somigliava molto a sua madre, per i<br />

lineamenti e i capelli chiari. Suo padre era piuttosto passivo, e<br />

molto silenzioso...<br />

Marjorie Verney Il papà di Bryan aveva lavorato in <strong>un</strong> negozio<br />

cristiano di bibbie – ci lavorò tutta la vita, giusto? Oh, era silenziosissimo,<br />

non parlava quasi mai, proprio così, molto tranquillo,<br />

ed è questo che rende difficile avere <strong>un</strong>a conversazione con le persone<br />

quando invecchiano, come succede a tutti, e dato che Stan<br />

era così silenzioso non se ne cavava molto, vero?<br />

István Bart Suo padre era <strong>un</strong> anziano silenzioso e stanco, che non<br />

capì mai niente di quel che stava facendo Bryan, e Bryan lo sapeva<br />

benissimo. Quando ho conosciuto suo padre, sua madre era<br />

morta da poco e pareva quasi scontato che anche lui sarebbe morto<br />

presto, non so perché, ma era chiaro che non sarebbe vissuto a<br />

l<strong>un</strong>go. Bryan si occupava affettuosamente di suo padre ma non<br />

cercava mai di spiegargli quel che faceva.<br />

Gordon Williams Ecco cosa chiederei, in ogni caso. Com’era il<br />

rapporto con suo padre?<br />

B.S. Johnosn * “La prima partita di cui ho fatto la cronaca questa<br />

stagione era <strong>un</strong>a delle più importanti dello Stanford Bridge [...] e<br />

subito dopo aver com<strong>un</strong>icato <strong>un</strong> mio primo resoconto per telefono,<br />

mi sono fermato a parlare con mio padre per qualche minuto.<br />

Il Chelsea aveva vinto bene e senza problemi, ma lui era ancora<br />

pessimista ed esprimeva grandi dubbi sulla provenienza di due<br />

degli attaccanti.<br />

L’ho lasciato e sono tornato a casa a scrivere <strong>un</strong>a cronaca più det-<br />

* Sull’“Observer” del 18 aprile 1965: <strong>un</strong> ricordo dei giorni in cui andava a<br />

vedere le partite insieme a suo padre. La prima metà dell’articolo è stata riportata<br />

nel Frammento 8, pp. 50-51.<br />

59


tagliata. Dalle case a schiera vuote proveniva <strong>un</strong>o strano rumore<br />

graffiante di bicchieri di plastica spazzati dal vento. Quando l’inquieta<br />

folla serale delle corse dei cani ha cominciato ad arrancare<br />

verso casa, io avevo già finito quella che per me era la più l<strong>un</strong>ga e<br />

la più importante cronaca sportiva che avessi mai scritto.<br />

Quando ho visto mio padre, <strong>un</strong>a settimana dopo, lui non l’aveva<br />

nemmeno letta.”<br />

*<br />

Anthony Smith Non ricordo come venni a sapere della sua morte,<br />

ma quando successe ebbi la classica reazione stereotipata di provare<br />

<strong>un</strong>a grande rabbia.<br />

Alan Burns Ricordo benissimo il momento in cui ricevetti la notizia<br />

della morte di Bryan – ero nel mio studio al piano interrato di<br />

Patrick Gardens, dove vivevamo, e squillò il telefono, mi alzai per<br />

rispondere, era Diana, e ricordo che mi cedettero le ginocchia e<br />

che mi lasciai cadere su <strong>un</strong>a poltrona. Crollai letteralmente. Forse<br />

è solo <strong>un</strong>a mia caratteristica, perché alc<strong>un</strong>i anni prima, quando<br />

avevo sentito la notizia della morte di Kennedy, ero praticamente<br />

caduto giù dalle scale, quindi forse è solo <strong>un</strong>a cosa mia.<br />

Gloria Cigman La rabbia è <strong>un</strong>a reazione molto tipica ai suicidi.<br />

Dato che non lo conoscevo così bene, non ho provato rabbia ma<br />

dolore, qualcosa come: “Povero Bryan”. Ho capito cosa provava<br />

Virginia per i suoi figli, ma ho anche capito molte più cose sul suicidio<br />

– ho capito che la persona che si uccide non si preoccupa<br />

minimamente degli altri. È davvero la fine di tutto, la disperazione<br />

assoluta. Ma la trovavo <strong>un</strong>a cosa triste perché Bryan era <strong>un</strong>a<br />

persona così piacevole.<br />

Zulfikar Ghose Quando ho ricevuto il telegramma BRYAN MORTO<br />

SUICIDIO mi son detto Vaffanculo, Bryan, poi sono uscito in giardino<br />

per tenermi occupato, borbottando in continuazione Vaffanculo,<br />

Bryan, e da allora non sono più riuscito a toccare i suoi libri,<br />

ho dato le sue lettere all’<strong>un</strong>iversità, non sono riuscito a telefonare<br />

a Virginia né a passare da lei quando sono venuto Londra perché<br />

non avrei sopportato di vedere che lui non c’era più, e per dieci<br />

anni ho continuato a provare questo senso di rabbia nei suoi confronti,<br />

pensando sempre Vaffanculo, Bryan e ho cominciato a scri-<br />

60


vere queste pagine, e dieci anni dopo sono andato in biblioteca e<br />

ho riletto le sue lettere, ritrovandovi lo stesso umorismo, la passione,<br />

la rabbia, ho preso i suoi libri dalle mensole e ho continuato<br />

a scrivere finché, improvvisamente, sono scoppiato a piangere<br />

come <strong>un</strong> bambino, Vaffanculo, Bryan. 7<br />

Gianni Zambardi-Mall Non ho mai capito bene perché Bryan<br />

l’abbia fatto. Fu mio padre a dirmelo, in quel periodo insegnavo a<br />

Torino, e mio padre mi telefonò e mi diede quella notizia. Non<br />

riuscivo a capire il perché, rimasi sconvolto per due giorni interi,<br />

non sapevo... restai sdraiato al buio per due giorni, era <strong>un</strong>a cosa<br />

davvero sconvolgente.<br />

John Berger Ero davvero molto colpito e addolorato. E come succede<br />

sempre quando vieni a sapere che qualc<strong>un</strong>o si è ucciso, anche<br />

se non eri in rapporti molto intimi con lui (e chiaramente se lo<br />

eri è anche peggio), ti viene da pensare: probabilmente non ho<br />

fatto abbastanza. Al tempo stesso non ero così sorpreso – ero colpito,<br />

ma non troppo sorpreso. Quando seppi che altre persone<br />

che conoscevo si erano uccise (me ne viene in mente subito <strong>un</strong>a),<br />

rimasi molto colpito ma anche assolutamente sbalordito, perché<br />

la cosa rivelava <strong>un</strong> lato di loro che non avevo intuito o saputo, e le<br />

circostanze erano in grande contraddizione con quel gesto. Ma<br />

nel caso di Bryan c’era <strong>un</strong>a sorta di prefigurazione e in <strong>un</strong> certo<br />

senso non era difficile aspettarsi quell’esito.<br />

*<br />

Alan Burns Dovevo parlare al f<strong>un</strong>erale e ricordo anche che provavo<br />

<strong>un</strong> senso di grande inquietudine per quello che avrei detto, e<br />

che decisi di metterla sul ridere: avrei parlato delle sue caratteristiche<br />

e avrei detto che aveva <strong>un</strong> bella cerchia di amici – anche se<br />

non tutti erano amici fra di loro – e che quindi aveva grandi doti<br />

di amicizia e che di sicuro dovevano piacergli anche gli editori,<br />

per forza, ne aveva così tanti! Alla fine, non dimenticherò mai<br />

quella cerimonia. Virginia era seduta in prima fila e a <strong>un</strong> certo<br />

p<strong>un</strong>to arrivò il momento in cui scostarono le tende e portarono<br />

fuori la bara, e di solito tutti aspettano in silenzio, ma Virginia si<br />

alzò e mi passò accanto, superandomi, e sentii <strong>un</strong> piccolo rumore<br />

secco: stava toccando l’intarsio di ottone della bara con l’anello<br />

nuziale come gesto di addio.<br />

61


Alison Paice Avevo sognato il suicidio di Bryan prima che succedesse.<br />

Non so se crede in questo genere di cose, ma le racconterò<br />

cos’avevo sognato perché non me lo sono più dimenticato. Avevo<br />

sognato che Bryan era in piedi in <strong>un</strong> angolo e che continuava a<br />

sanguinare, <strong>un</strong> angolo buio, ma la cosa più importante del sogno<br />

era questo terribile senso di rimorso, che non poteva riparare a<br />

quel che aveva fatto, ed era questa la sensazione dominante nel sogno,<br />

<strong>un</strong> senso schiacciante di rimorso e di errore. Era davvero tremendo,<br />

come se avesse capito all’improvviso che non avrebbe dovuto<br />

farlo, che era solo <strong>un</strong> gesto, <strong>un</strong>o stupido gesto, e che ormai<br />

non poteva tornare indietro perché era troppo tardi. La mattina<br />

dopo ho raccontato il sogno a Eric ed è stato più tardi, quello stesso<br />

giorno, che è successo. Credo che fosse proprio lo stesso giorno,<br />

sì...<br />

Marta Szabados Non è colpa di ness<strong>un</strong>o, e come dice lei non stiamo<br />

dicendo che Bryan si è ucciso a causa di Virginia, ma è chiaro<br />

che questa donna dovrà convivere con la cosa per il resto della sua<br />

vita.<br />

Alan Brownjohn Quando arrivava a <strong>un</strong>a festa o a <strong>un</strong>a lettura di<br />

poesie, era <strong>un</strong>a presenza talmente grossa, fisicamente imponente<br />

– forse era alto solo <strong>un</strong> metro e settantacinque o poco più – ma<br />

dava l’idea di <strong>un</strong>a persona forte e allo stesso tempo affabile, ma<br />

non estroversa o allegra, era gioviale ma mesto, gioviale ma triste,<br />

<strong>un</strong>a tristezza che traspariva dalle linee del volto, al di là di quell’aria<br />

robusta e vivace, <strong>un</strong>a tristezza degli occhi. Lo si poteva vedere<br />

anche prima che facesse quel che ha fatto. Tanto che, in seguito,<br />

ho continuato a l<strong>un</strong>go ad aspettarmi di vederlo comparire<br />

su <strong>un</strong>a soglia, in ritardo per <strong>un</strong> qualche incontro, che chiedeva<br />

scusa, o di scorgerlo all’improvviso in <strong>un</strong> angolo di <strong>un</strong>a festa, cose<br />

di questo tipo. Era <strong>un</strong>a di quelle persone che, in <strong>un</strong> certo senso, ti<br />

danno dei criteri: e per <strong>un</strong> paio d’anni, seduto sulla mia sedia, ho<br />

continuato a ripensare a quegl’incontri: “Cos’avrebbe detto Bryan<br />

di questo?”. E immaginavo Bryan che diceva: “Oh diamine, non<br />

possiamo farlo, perché non facciamo questo e quest’altro?” Era<br />

davvero pieno d’idee, e voleva fare <strong>un</strong> sacco di cose...<br />

Marjorie Verney È davvero triste, perché aveva così tanto da dare<br />

al mondo, no? Proprio così. Non si può negarlo. I suoi libri sono<br />

davvero straordinari, non è vero?<br />

62


Virginia Johnson Era molto divertente, molto fisico, <strong>un</strong>o che<br />

amava la vita; era sempre <strong>un</strong>a presenza imponente in <strong>un</strong>a stanza,<br />

sia che partecipasse alla conversazione o meno. Sapeva essere possessivo<br />

e geloso, molto esigente e testardo, a volte sicuro di sé e a<br />

volte tremendamente insicuro, affascinante e divertente, pacato<br />

ma autoritario e dogmatico se saltava fuori <strong>un</strong>a delle sue bêtes noires.<br />

Un uomo indimenticabile, adorabile e comico, vulnerabile,<br />

che ha lasciato <strong>un</strong> vuoto enorme in quanti gli erano vicini.<br />

1 Zulfikar Ghose, Bryan, in “Review of Contemporary Fiction”, vol. 5, n. 2,<br />

estate 1985, p. 23.<br />

2 Ibid., p. 31<br />

3 Lettera all’autore, 1º marzo 2002.<br />

4 Zulfikar Ghose, op. cit., p. 26.<br />

5 Lettera all’autore, 1º marzo 2002.<br />

6 Cartolina all’autore, 19 febbraio 1997.<br />

7 Zulfikar Ghose, op. cit. p. 34.<br />

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