Aprile - Giugno Bollettino - Diocesi di Rimini

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Aprile - Giugno Bollettino - Diocesi di Rimini

Bollettino

Aprile - Giugno

2010

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Bollettino

Aprile - Giugno

2010

2


Indice

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Atti del Vescovo .......................................................................................................................5

Omelie ......................................................................................................................................... 7

Lettere e messaggi ................................................................................................................. 34

Visita Pastorale ...................................................................................................................... 43

Decreti e Nomine ...................................................................................................................94

Agenda .................................................................................................................................... 106

Attività del Presbiterio .......................................................................................................115

Incontri e ritiri ..................................................................................................................... 116

Riunioni del Consiglio Presbiterale ................................................................................121

Organismi Pastorali ...........................................................................................................129

Avvenimenti Diocesani ..................................................................................................... 133

Necrologi ................................................................................................................................ 155


Atti del Vescovo

• Omelie

• Lettere e messaggi

• Visita Pastorale

• Decreti e nomine

• Agenda


I presbiteri:

servi della comunione

Omelia pronunciata nella Messa Crismale

Rimini, Basilica Cattedrale, 31 marzo 2010

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Il prete, ministro dell’eucaristia, servo della comunione. Questa definizione

sintetica può essere un modo per decifrare il “geroglifico” (von Balthasar) di

quel mistero alto e fitto qual è l’esistenza presbiterale. L’eucaristia non è una

cosa da fare o un semplice rito da celebrare, ma è una forma che impregna

di sé tutta la nostra vita. In effetti, mediante l’ordinazione, noi veniamo dalla

santa cena del Signore e siamo “ordinati” all’eucaristia, per l’eucaristia. Certo, il

grande “mistero della fede” è dato a tutti i battezzati, che compongono il santo

popolo di Dio, ma è stato affidato a noi, vescovi e presbiteri, anche per gli altri

partecipanti alla divina liturgia.

Da Nazaret, dove Gesù era cresciuto, dalla sinagoga del paese dove ha appena

proclamato il compimento della Scrittura, dobbiamo ora trasferirci virtualmente

a Gerusalemme, ed entrare nel cenacolo, dove il Maestro siede a

mensa con i Dodici per l’ultima Pasqua. Nazaret e Gerusalemme, la sinagoga

e il cenacolo, sono due scene inquadrate da Luca in dissolvenza. Sono i due

estremi del lungo “esodo” compiuto da Gesù e descritti dal terzo evangelista

rispettivamente come base di partenza e come terminale di arrivo del pellegrinaggio

messianico del Signore.

1. Entriamo anche noi nel cenacolo e teniamo gli occhi fissi su Gesù, il fiato

sospeso nell’attesa: l’ora è arrivata, l’attesa è compiuta, l’amore immenso sta

per farsi immenso dono. Il solo Gesù copre l’intero orizzonte della scena. Tutte

le fonti evangeliche sono concordi nel raccontare che Gesù ha preso il pane e

prima di distribuirlo ai discepoli, ha pronunciato la benedizione e reso grazie.

Tutto l’evento viene avvolto da questa atmosfera di festosa gratitudine, al punto

che la Chiesa parlerà in proposito di “eucaristia”, appunto rendimento di grazie.

Dallo scrigno prezioso della tradizione evangelica, proviamo ad estrarre le

perle contenute nella semplice formula “rese grazie”. Il contesto della cena è

intriso di dolcezza e di tragedia. Mentre incombe la notte del tradimento e

l’atroce patibolo è ormai pronto, mentre si sta per fare l’immondo passamano

del suo corpo – da Giuda al sinedrio, dal sinedrio a Pilato, da Pilato ai carnefici

– Gesù dona se stesso in una libera, volontaria anticipazione di ciò che sta per

essergli brutalmente sottratto, il bene della vita. Prima di essere abbandonato,

consegnato alla violenza più ingiusta e gratuita, Gesù si abbandona, si autoconsegna

all’amore più gratuito e generoso. Prima che del suo corpo si faccia

l’osceno mercato, Gesù si mette nelle nostre mani, in una donazione irreversibile

e senza riserve: senza nessun se, senza alcun ma.

Brivido e ribrezzo trasmettono i racconti della santa tradizione: il ribrezzo

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

del tradimento, il brivido della tenerezza. L’Eucaristia viene istituita da Gesù in

un contesto di tradimento, che è la colpa più contraria all’amore, più refrattaria

a ogni dinamismo di alleanza, la colpa che ferisce a morte il cuore. Gesù

prevede altre colpe: il triplice rinnegamento di Pietro, l’abbandono da parte

degli apostoli, l’arresto nel Getsemani, il processo-farsa, la condanna capitale,

gli scherni, gli strazi, la croce, la morte. Che cosa ci si poteva aspettare?

In un contesto analogo, anche se meno tremendo, il profeta Geremia protesta

la sua innocenza, e rinuncia a farsi giustizia: rimette la sua causa a Dio,

ma reclama la rappresaglia contro i suoi nemici: “Signore degli eserciti, giusto

giudice, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia

causa”. Gesù, che potrebbe chiedere e ottenere dal Padre un esercito di angeli

in sua difesa e gli basterebbe meno di un decimo di secondo per incenerire i

suoi carnefici, si abbandona alle mani del Padre e invoca il perdono per i crocifissori:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

2. Ecco la trasformazione che avviene nell’eucaristia: prima della mutazione

“sostanziale” (il pane cambiato nel corpo, il vino nel sangue), nella vita di Gesù

avviene una trasformazione “esistenziale”: una violenza totalmente ingiustificata

viene dal Signore convertita in una donazione totalmente incondizionata. Di

conseguenza la morte da evento di rottura si trasforma in evento di alleanza;

da segno negativo di opposizione diventa strumento positivo di comunione; da

maledizione passa in benedizione che salva e redime.

Ecco che cosa avvenne nell’ultima cena: anticipando misteriosamente la

propria passione e morte, Gesù decise di donare generosamente quella vita che

volevano strappargli con violenza; decise di offrire liberamente quel sacrificio

che altri tramavano di compiere; decise di far consumare gratuitamente come

cibo ciò che i suoi persecutori si arrogavano prepotentemente di distruggere.

Ed ecco cosa è avvenuto nella nostra ordinazione: siamo diventati responsabili

della memoria viva dell’amore di Dio e ministri della celebrazione festosa

della gratitudine che da quella memoria deriva.

Noi sappiamo bene che l’ordinazione sacerdotale non ha cancellato

in noi il sacerdozio comune, ma lo ha rafforzato e specificato, declinandolo

sul versante della carità pastorale, che è partecipazione alla carità di Cristo,

buon Pastore. Un prete che pretendesse di celebrare l’eucaristia senza aderire

personalmente a Cristo come gli altri cristiani presenti, e si arrogasse l’arbitrio

di esercitare il sacerdozio ministeriale rifiutando di esercitare il sacerdozio battesimale,

compirebbe un’azione ministeriale valida – perché non condizionata

ai suoi meriti - ma gravemente illecita, e la sua comunione eucaristica sarebbe

un mangiare e un bere la propria condanna. Si separerebbe dal corpo mistico

di Cristo nel momento in cui consacra indegnamente il suo corpo eucaristico;

inserirebbe violentemente una separazione là dove viene operata la più intima

e tenace comunione. Insomma farebbe un doppio attentato: contro il battesimo

e contro il ministero. Pertanto il battesimo non è come l’atrio di ingresso

che ci si lascia alle spalle per entrare in chiesa, ma come la cripta che sorregge

stabilmente l’intero presbiterio.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

3. Il modo più concreto per non separare ciò che Dio ha congiunto è quello

di vivere la spiritualità eucaristica, quale traspare dalle parole della istituzione:

prese il pane, rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede.

Queste parole riassumono la mia vita sacerdotale di battezzato, ma, declinate al

passivo, scrivono anche la mia vita presbiterale. Come il pane eucaristico, anche

noi siamo stati presi, benedetti, spezzati e dati.

“Prese il pane”: siamo stati presi, non catturati, ma scelti e sedotti perché

amati. “Scelti” significa guardati dal Padre con sconfinata tenerezza, come esseri

unici, speciali, preziosi ai suoi occhi, come figli di infinita bellezza e di eterno

valore. Perché Lui è fatto così: ci ha incontrati per strada e ci ha scelti non

perché eravamo adatti, ma siamo stati resi adatti da Lui che ci ha scelti. Questo

non significa che gli altri siano stati scartati: la scelta di Cristo non esclude nessuno,

include tutti. Non è competitiva, ma compassionevole. Non forma élites

di separati, ma crea comunione tra i diversi.

“Benedetti”: siamo stati consacrati e santificati. Credere che siamo benedetti

equivale a credere che la nostra vita non è sotto il segno della cattiva

stella del fato o del caso, ma è dentro il mistero di Dio, abbracciata dalla sua

misericordia, che riscatta ogni più squallida miseria. Ognuno di noi può dire:

“Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha consacrato con l’unzione”. I nostri gesti

sacerdotali sono destinati a diventare infiniti, divini. Il nostro cuore di pastori è

programmato per essere riempito dalla grazia di Dio, e diventare lo spazio per

i suoi innumerevoli prodigi. Siamo stati santificati non perché santi lo eravamo

già, ma perché lo diventiamo. Siamo stati immersi nella grazia perché i nostri

fratelli vengano sommersi dalla tenerezza della divina, umanissima misericordia

di Cristo, nostro capo e pastore.

“Spezzati”: i confratelli infermi ci insegnano che quando siamo appesi alla

croce delle nostre impotenze e delle nostre disfatte, crocifissi con i chiodi della

malattia, nell’agonia della speranza, nella paura che vede solo buio e vuoto,

non siamo soli: Cristo non ha voluto schiodare se stesso per attenderci sul

calvario,come a un appuntamento fissato, ogni volta che arriva anche per noi

l’ora nona, per fare della nostra croce non una negazione arida e amara, ma

l’umile e ostinata scelta di perdere la vita donandola. Il mistero della nostra

vita di preti nasce da un Pane spezzato con cui entriamo in comunione, perché

anche noi possiamo lasciarci spezzare e distribuire per la comunione dei fratelli.

“Dati”: la santa eucaristia ci ricorda che fare la memoria del Signore significa

lasciarci donare a tutti, e diventare capaci di vivere come il buon Pastore: a

cuore squarciato, a braccia spalancate per tutti. La nostra più grande realizzazione

sta nel dare noi stessi agli altri. Una vita donata, ma poi ripresa o trattenuta

e ripiegata, è una vita sprecata. Ma vivere per Lui, come ha fatto Lui che ha dato

la vita per il gregge, vuol dire vivere facendo vivere un popolo sacerdotale, una

comunità eucaristica.

Maria, sotto il cui cuore ha cominciato a formarsi il cuore del buon Pastore, ci

ricordi che ogni volta che siamo nell’ora nona, sotto la croce, appena poco oltre

brilla nel primo sole del primo giorno dopo il sabato una pietra rovesciata…

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

“Beata colei che ha creduto!”

Omelia pronunciata nel 40° anniversario della santa

morte della Ven. Carla Ronci

Rimini, Basilica Cattedrale, 11 aprile 2010

La Pasqua è una festa senza fine. È il giorno senza tramonto. Non esiste, liturgicamente

parlando, un tempo dopo Pasqua; esiste solo il tempo di Pasqua.

La Chiesa vive nel clima spirituale del Cristo risorto. Il vincitore della morte

mantiene la parola: si presenta ai suoi con i tre grandi “regali di Pasqua”: lo

Spirito Santo innanzitutto, e con lui fa dono ai suoi della pace e della missione:

“Ricevete lo Spirito Santo”. I discepoli si arrendono, disarmati e stupefatti,

alle piaghe aperte del Crocifisso glorioso, e gioiscono “al vedere il Signore”. E

accolgono, perdonati e disponibili, il suo mandato: “Come il Padre ha mandato

me, anch’io mando voi”.

1. Consacrazione e missione. Non solo dell’attività pubblica di Gesù, ma

anche della sua Pasqua, esiste una sorta di “Quinto Vangelo”, scritto dalla vita

dei testimoni della fede, quali sono i santi. Anche la venerabile Carla Ronci fa

parte della schiera interminabile di questi testimoni. Ed ecco come nella sua

vita lo Spirito Santo ha riscritto il primo messaggio di questa seconda domenica

di Pasqua: la fede: “Mio Signore e mio Dio” e la missione: “Anch’io mando

voi”

Stella polare per il cammino di un cristiano è la coscienza dell’amore inesauribile

e misericordioso di Dio Padre. Tutta la vicenda spirituale di Carla è

il tentativo appassionato di accogliere questo amore che si è manifestato in

Gesù, il Figlio di Dio. La fede di essere oggetto dell’amore di Dio deriva da un

profondo scavo interiore, nella ricerca dei fondamenti della esperienza umana.

Dalla sua fede, radicata nel mistero trinitario, sgorga una salda spiritualità

eucaristica che si alimenta attraverso una intensa vita sacramentale e liturgica.

La vita sacramentale è la fonte a cui attinge forza e gioia. Innestata in Cristo

mediante il battesimo e la cresima, fortificata quotidianamente dall’eucaristia,

sente l’ansia per tutta la popolazione della parrocchia di Torre Pedrera. Ad essa

si dedica, impegnandosi nell’Azione Cattolica, di cui esprime in modo chiaro e

fedele nel tempo, la ministerialità laicale: lavorare per il bene di tutti, annunciando

con la vita e le parole il Vangelo, in comunione con il proprio parroco,

assumendosi il compito di collaborare alla vita pastorale della parrocchia. Il

suo impegno apostolico è pieno di creatività, vissuto nella ferialità della vita

parrocchiale, ma con grande tensione missionaria.

Nel Diario dell’anno 1963, una sola annotazione al 6 gennaio: “Dopo alcuni

giorni di esercizi spirituali, questa mattina ho fatto la mia professione religiosa.

Ora sono sposa di Gesù! Non so descrivere ciò che ho provato nel recitare

la formula che mi consacra a Dio. So solo che sono immensamente felice…”.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Quando Carla dice di voler essere “sposa” di Gesù, intende esprimere la sua

consacrazione verginale nella radicalità di una scelta assolutamente prioritaria.

Non c’è nulla che valga nella sua vita all’infuori di Gesù. È Lui che dà senso

alla sua vita e a tutte le cose. La sua scelta verginale le fa “sentire” Cristo come

senso totale dell’esistenza; di qui la ragione del linguaggio tenero e confidente

a cui ricorre. Con la sua professione religiosa, Carla vive la sponsalità della

Chiesa e rende testimonianza della sua ineffabile comunione con Cristo.

“Quando si ama lo Sposo si pensa come Lui, si ama come Lui, si agisce

come Lui e si desidera solo ciò che piace a Lui”. “Signore, voglio che ogni anelito

della mia vita Ti appartenga, ogni mio passo, ogni movimento, ogni battito

del cuore, ogni mio pensiero. Signore, voglio essere tua nel tempo, perché

voglio essere tua nell’eternità”. “Dopo meditazione sono stata per soli cinque

minuti zitta, ascoltando Gesù. Egli mi ha parlato e mi ha detto: ’Carla ti voglio

tutta per me, tutta capisci?’”. “Gesù mi ha chiesto il cuore ed io, Gesù, Ti ho

risposto di non desiderare altro. Sì, questo desiderio io lo sento tanto forte in

me che è un continuo tormento.” “Come è bello amare il Signore!”.

È ben cosciente delle conseguenze della sua consacrazione, vede già in

prospettiva dove la porterà l’intima unione con Cristo. “Ora sono sposa di

Gesù… so di essere sposa di un Dio crocifisso e nulla mi spaventa né sorprende.

Lui è sulla Croce, ed io, sua sposa, dove pretendo di stare? - Con Lui certamente.

E allora? – Tutto il patire e il gioire con Lui e per Lui”.

2. La vita per i sacerdoti. Abbiamo ascoltato il Signore risorto: “Come il

Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. In questo anno sacerdotale non

possiamo non ritornare sulla dedizione della Venerabile alla santificazione dei

sacerdoti. La dignità del ministero sacerdotale è più volte sottolineata nei suoi

scritti. In una lettera al suo direttore spirituale, scriveva: “Per me il sacerdote

è un uomo senza un cuore suo perché ha soltanto le sofferenze e le angosce

degli uomini, suoi fratelli, e nel suo batte il cuore di Cristo. Sì, mi sono offerta

tutta per per i sacerdoti... come Gesù per i suoi apostoli... come il sacerdote si

offre per tutti”. Nella medesima lettera afferma: “Nel sacerdote trovo soprattutto

Gesù. Ed offrirsi per Gesù le pare poco?”. Queste sono le parole che non

esaltano la figura umana del sacerdote, il quale potrebbe anche non vivere in

modo edificante la propria missione, ma richiamano i fondamenti oggettivi,

sacramentali, del ministero sacerdotale. Il prete amministra verità, fortezza,

grazia, perché è legato a Cristo, Pastore e Capo del suo popolo.

“Il sacerdote deve essere come lo vuole Gesù. Sì, padre, voglio che sia

sempre così: sacerdote come lo vuole Gesù... tutto luce, tutto amore per le

anime... Si, sia sempre così, sia sempre così”. Voleva che ogni sacerdote fosse

santo perché dal volto trasparisse il volto di Gesù. “Nel sacerdote vorrei vedere

il volto di Gesù; se sofferente, tanto meglio”.

Pregava e faceva pregare spesso le sue beniamine o le ragazze che frequentavano

il suo laboratorio di cucito per i sacerdoti e se sapeva di qualche

prete in crisi, correva dalle suore per coinvolgerle nella preghiera e nel sacrificio.

Dall’ospedale di Bologna, quando, ormai minata dal male, sente la morte

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

vicina, scrive ad un padre passionista: “Non è né castigo, né un dolore quello

che soffro, ma un premio. Dio, forse, ha accettato la mia offerta. Sì, mi sono

offerta tutta.... per il sacerdote... Mi aiuti lei, padre, a far giungere il mio grido

al Signore, perché gradisca ed accetti questa offerta. Eccomi, Signore: non

sono che una piccola betulla battuta dal vento; una fioca lucciolina che vaga

nelle stellari notti agostane; più piccola di una lacrima; appena il gemito di un

neonato. Signore, ho solo questo mio cuore che è pieno di Te che sei l’infinito.

Questo Ti offro per i tuoi sacerdoti. EccoTi tutta la mia vita. Se vuoi una

vittima di riparazione per le loro cadute, per le loro infedeltà, per quello che

non fanno e che dovrebbero fare, per quello che fanno e che non dovrebbero

fare, Signore, per essi mi offro vittima, disposta a tutto, a tutto, a tutto, ma che

non ci manchi il tuo sacramento, perché il sacerdote è un sacramento di Te,

un portatore di Te, Signore che sia puro ed illibato il sacramento che è il prete,

così come Tu lo hai voluto”.

3. La gioia viene solo da Dio. In questo tempo di Pasqua la comunità

cristiana canta la gioia della fede nella risurrezione del suo Signore con una

parola, alquanto mortificata dall’abitudine, ma agile e invitante a un canto gioiosa:

alleluia!. Dalla coscienza della presenza del Signore nasce la gioia, piena

e contagiosa, che si comunica agli altri. “Tutta la gioia e la serenità che posso

avere mi viene da Dio. Gli uomini non potranno mai saziare l’ansia che è in

me: solo Dio lo può... Il paradiso è di Dio; se Dio è in me, io sono il paradiso

di Dio... Il gaudio è un dono vero e proprio dello Spirito Santo che si riversa

nell’anima pura che lo accoglie con tutti i suoi doni... Anch’io, anima consacrata,

ho ricevuto uno sguardo d’amore da parte di Dio, che gioia!... Il mio “sì”, sia

sempre gioioso; è il meno che io possa fare per ricambiare l’amore di Dio”. “Il

pensiero che maggiormente mi ha toccato è questo: Dio è in me. Io sono un

tabernacolo vivente. Non mi deve quindi essere difficile vivere in unione con

Dio. Ciò significa vivere la vita interiore. Dio gradisce di trovare in me unicamente

quello che è suo e cioè tutto ciò che è divino. È allora che Gesù agisce

indisturbato... Se lascerò operare Gesù in me, sarà lui a pregare, a parlare, a

consigliare, ad amare per me...”.

Chi vive nello Spirito incontra gioia e perfetta letizia sul suo cammino:

gioia nel vivere, gioia nell’amare, gioia nella purezza, gioia nel lavoro, gioia nel

servizio, gioia nel sacrificio. Quanto più l’uomo diventa presente a Dio e si distacca

dal peccato, tanto più entra nella gioia spirituale. Carla possiede questa

completa e profonda gioia e la diffonde nel cuore dei fratelli. La gioia dà al suo

cuore un’apertura sul mondo e la porta ad una comunione sempre più universale.

“L’anima in grazia di Dio vive nella gioia, perché tutto le serve per donarsi,

per amare, per riparare, per ringraziare…”.

Solo un pensiero potrebbe far seccare la sorgente di questa gioia intima e

profonda: “Sono felice e questa felicità potrebbe togliermela soltanto la certezza

che Dio non fosse più misericordioso: il solo pensiero che Dio è amore e

misericordia mi procura tanta gioia e fiducia”. E ancora: “Sono felice di essere”;

“La vita è bella”; “Sono felice fin troppo”; “La vita è meravigliosa”; “Vivo nella

gioia”.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Oggi abbiamo bisogno di cristiani dalla fede adulta e matura. La fede è tale

quando è capace di generare pace e gioia. Quando smette di restare affare privato

della coscienza individuale per diventare testimonianza, notizia franca e

coraggiosa della vita. Quando esce dalla sacrestia per entrare in tutti gli ambiti

della vita. I cristiani veri ricevono il “testimone” della fede e lo passano. Così è

stata Carla Ronci. Che anche la nostra testimonianza così sia.

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Ri-presentare oggi Cristo

Pastore e Servo

Omelia in occasione dell’ordinazione presbiterale di don Davide Arcangeli,

don Stefano Bellavista, don Alessandro Caprini e dell’ordinazione diaconale

di fr. Juri Leoni, Giuseppe Tosi, Gioacchino Vaccarini

Rimini, Basilica Cattedrale, 24 aprile 2010

Amare ed essere amati: nell’abisso insondabile del nostro cuore inquieto,

così sbattuto tra slanci e rimpianti, così lacerato da fughe, abbandoni e smarrimenti,

si agita incontenibile l’istinto a by-passare le barricate del proprio io

triste e ripiegato, e ad entrare in comunicazione bidirezionale con l’altro, il “tu”.

Conoscersi, riconoscersi, appartenersi reciprocamente, abitare a vicenda nel

cuore gli uni degli altri rimane il sogno più struggente, il bisogno più pressante,

la nostalgia più acuta e inappagabile di sposi, genitori, figli, amici. Ma alla fame

di dare e di ricevere amore, la risposta c’è, ed è sbilanciata, traboccante: ha il

volto bello e il cuore buono del Pastore vero, buono e bello.

“Io sono il buon Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono

me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre”. Noi e Gesù, Gesù e

Dio: un unico mistero ci comprende; una identica appartenenza ci abbraccia; lo

stesso Spirito d’amore ci stringe tenacemente, ci penetra e teneramente ci avvolge.

E il prodigio, l’inimmaginabile prodigio di quella comunione per la quale

siamo stati fatti, si compie a dismisura: come il Figlio e il Padre, anche noi nel

loro comune Spirito diventiamo finalmente una cosa sola.

1. “Io sono il buon pastore”. Questo identikit che Gesù fa di se stesso, rafforzato

dalla parabola della pecorella smarrita e ritrovata del vangelo di Luca, colpì

talmente i primi cristiani da spingerli a superare il tabù che vietava di riprodurre

Dio in immagini. Infatti la prima raffigurazione di Gesù, dipinta sulle pareti delle

catacombe romane, è quella del “buon pastore”.

Il breve frammento evangelico appena proclamato è solo la conclusione del

lungo discorso di Gesù, riportato nel vangelo di Giovanni. La simbologia del bel

pastore domina il capitolo decimo di quel vangelo e si sviluppa in tre riprese.

Nella prima parte l’immagine del pastore buono viene contrapposta a tre losche

figure, del tutto inaffidabili per il gregge: quelle del ladro, del bandito, del mercenario.

In un secondo momento (vv. 14-18) Gesù pennella i tratti del profilo

premuroso del pastore autentico: è guida e compagno delle sue pecore, sotto

il sole implacabile, contro il vento sferzante, nella notte flagellata dal freddo.

Ma a fare la differenza è il fatto inaudito: la dedizione del pastore Gesù fino a

sacrificare la vita per salvare anche una sola pecorella. Il falso pastore pensa a

se stesso e sfrutta le pecore; il pastore vero pensa alle pecore e offre se stesso.

Nella terza parte, quella proclamata in questa liturgia (vv. 27-30) Gesù sembra

volgere di nuovo il suo sguardo sul gregge. Le “sue” pecore sono coloro che

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

“ascoltano la sua voce e lo seguono”.

In sintesi cinque tratti scolpiscono il volto del bel Pastore nei confronti del

gregge, e cinque parole schizzano il ritratto delle pecore docili e fedeli. A differenza

dei falsi pastori, il pastore buono “conosce” le sue pecore, le “chiama” per

nome, una ad una; “cammina” alla testa del suo gregge e lo difende dai ladri;

garantisce la vita delle pecore al punto da “offrire la sua stessa vita” per la loro

incolumità; “unifica” il gregge e costruisce il grande ovile dove tutte le pecore

possono essere raccolte e difese; conduce dentro quelle che stanno fuori, per

“dare loro la vita eterna”. D’altro canto le sue pecore “riconoscono” la voce del

pastore, lo “ascoltano”, lo “seguono”, “diventano” un solo gregge, “stanno” sicure

e serene nella stretta tenera e forte tra la mano del Padre e quella del Figlio.

2. Pascete il gregge di Dio che vi è affidato”: esorta, Pietro, i pastori-presbiteri

delle Chiese del suo tempo, “quale anziano (“presbitero”) come loro” (cfr.

1Pt 5,1ss). Questa è la funzione assegnata ai pastori della Chiesa: “ri-presentare”,

ossia rendere presente l’unico pastore. Niente di più, niente di meno. La

formula solenne della dogmatica cristiana e cattolica asserisce che il sacerdote

“agisce in persona di Cristo Capo e Pastore”, con il dono–compito di insegnare,

santificare, governare la comunità dei credenti. Papa Benedetto ha riproposto

questa verità nella sua nettezza qualche giorno fa, spiegandone il senso in

modo molto diretto.

Nell’uso più comune, esplicita il Papa, “rappresentare” indica il fatto di “ricevere

una delega da una persona per essere presente al suo posto, perché colui

che è rappresentato è assente dall’azione concreta”. E prosegue: “Il sacerdote

rappresenta il Signore allo stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa

Cristo non è mai assente; la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è

lui, presente e operante in essa” (Udienza gen., 14 aprile 2010).

Il presbiterato non rende dei poveri cristiani successori in serie o legali sostituti

dell’unico sommo Sacerdote, per il semplice fatto che non c’è un vuoto

di Cristo da colmare. Infatti Cristo Pastore non si è reso assente o latitante con

la sua risurrezione. E la sua ascensione al cielo non ha inaugurato una lunga,

interminabile sede vacante. Cristo continua a mantenere la promessa: “Ecco,

io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Signore Gesù non è

un presente-assente, ma è l’unico che, come Dio, può coniugare il verbo essere

sempre e solo alla prima persona singolare del tempo presente: “IO-SO-

NO”. Pertanto coloro che lo rappresentano, non occupano il suo posto rimasto

sgombro, ma lo ri-presentano, lo rendono presente facendosi trasparenti al suo

mistero e alla sua azione redentrice. In poche parole, l’ordinazione rende i diaconi,

i presbiteri e i vescovi, nel loro proprio grado, rappresentanti insostituibili,

ma non sostitutivi, di Cristo Capo, Pastore e Servo.

Questa trasparenza dei pastori all’unico Pastore perennemente presente

implica – e ciò vale per il Papa come per i semplici sacerdoti – una sorta di

“carta d’identità”, da cui emerge il seguente profilo: i pastori sono i cristiani

che consegnano lealmente e lietamente la propria vita al supremo Pastore,

unicamente perché egli se ne serva, e non per un progetto di autorealizzazione.

I chiamati infatti sono coloro per i quali “l’Agnello sarà il loro pastore” (II lett.)

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

e lo seguono dovunque vada, perché in loro la gioia di essersi lasciati chiamare

per nome ha azzerato la smania di farsi un nome. L’unica ambizione legittima,

l’unica gratificazione consentita per un sacerdote è quella di annullarsi e

di scomparire totalmente dietro il suo unico, dolcissimo Signore, al punto da

immedesimarsi completamente in lui, al punto da poter dire: “Non sono più io

che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Scriveva H. Urs von Balthasar: “Quanto

più il sacerdote serve, tanto più è trasparente. Quanto più si attribuisce titoli

di dignità, tanto più opaco egli diviene”. Nel nostro mondo occidentale, che

sprofonda nelle sabbie mobili del narcisismo dilagante, solo uomini che hanno

deciso per una follia d’amore di perdere la testa dietro a Cristo e di perdere la

vita per il vangelo, potranno aiutare molti a ritrovare la propria vita e la propria

testa. Di qui un primo augurio, innanzitutto a voi ordinandi presbiteri: rendetevi

trasparenti a Cristo pastore, fino a lasciarcelo scorgere nella trama dei vostri gesti,

fino a farcelo intravedere nella filigrana delle vostre parole, fino a lasciarcelo

percepire nelle pulsazioni del vostro cuore. E voi, diaconi: immedesimatevi in

Cristo servo, fino a farci intercettare nel sostegno e nella carezza delle vostre

mani la forza e la dolcezza delle mani di Cristo, il primo vero diacono.

Dal tema della trasparenza a Cristo Pastore e Servo, vorrei ricavare un secondo

augurio, facendo un rapido link a un passo dell’AT. Nel libro dell’Esodo,

quando si parla dell’ordinazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli, Dio ordina

a Mosè: “Tu li ungerai, li consacrerai e darai loro l’investitura”, alla lettera “tu

riempirai le loro mani” (28,41), alludendo al gesto simbolico di mettere per la

prima volta tra le mani del sacerdote le porzioni della vittima che deve offrire in

sacrificio. In realtà nel sacerdozio del NT l’unica vittima è Cristo, l’agnello immolato

per la nostra salvezza. Certo, come avverrà tra poco per voi, tra le mani del

presbitero, come pure del diacono, vengono posti i vasi sacri con le offerte per

il divino sacrificio, ma in verità le mani dei consacrati sono fragili come quelle di

tutti, eppure diventano, per pura grazia e non per nostro merito, conche di argilla

piene di Dio. È vero, purtroppo è vero: le mani di un prete possono perfino

sporcarsi di gesti squallidi e tenebrosi, per cui è giusto che egli paghi ed espii,

ma non possiamo né vogliamo rinunciare alla grazia che quelle mani ci offrono

mentre benedicono, consacrano, assolvono, mentre sostengono, orientano, difendono,

accompagnano.

“O meraviglia che si possa così donare ciò che per se stessi non si possiede.

O dolce miracolo delle nostre mani vuote!”, sospirava il Curato di campagna.

Da quelle mani passa l’amore di Cristo che salva il mondo.

Non possiamo chiudere questi pensieri senza fissare il nostro sguardo rapito

e commosso su Maria, chiamata dall’angelo Gabriele “Amata da Dio”. È lei

l’Amata per eccellenza, la prescelta, la prediletta, la Madre tutta bella, che con

la grazia dello Spirito Santo ha formato il cuore umanissimo del bel Pastore. Accenda

lei e tenga sempre acceso nel vostro cuore, carissimi presbiteri e diaconi,

i sentimenti che furono in Cristo suo Figlio e faccia di noi, poveri servi del Pastore

nostro Servo, degli insonni ricercatori della Bellezza divina, amanti dell’Amore

increato, desiderosi di non perdere le vie dell’Amore. E giunti un giorno alla

meta, quando apparirà il Pastore supremo, ci doni la corona della gloria che

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

non appassisce e ci presenti a suo Figlio, il frutto benedetto del suo seno, Gesù,

l’Amore del nostro cuore, la Bellezza dei nostri occhi, l’Incanto dell’universo.

O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Amatevi come io vi ho amato

Omelia pronunciata per la Convocazione

del Rinnovamento nello Spirito

Rimini Fiera, 2 maggio 2010

Il vangelo non è mai ovvio. È sempre paradossale, inusuale, sorprendente;

spesso è perfino urticante e sgradevole. Il vangelo è rottura, scandalo, stupore,

profezia.

1. Ritorniamo sull’affermazione centrale della sequenza appena proclamata,

e lasciamoci percuotere da quelle parole che l’evangelista sembra registrare

direttamente dalle labbra di Gesù: “Vi do – meglio: vi dono - un comandamento

nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche

voi gli uni gli altri”. Folgoranti come lampi, queste parole non tollerano di

essere addomesticate e non si lasciano inscatolare in formule preconfezionate

dal senso comune. Ad esempio, verrebbe da dire che tutto il vangelo si può

riassumere dall’inizio alla fine in una sola parola: amore. E potrebbe essere

vero. Ma che cosa intendiamo per amore? Normalmente, nell’immaginario cristiano,

quando si dice amore, si pensa all’amore per il prossimo, e quando si

parla di amore di Dio, si pensa all’amore dell’uomo per Dio. Ma se leggiamo il

comandamento dell’amore con la lente deformante di questa precomprensione

parziale, inevitabilmente si inciampa in difficoltà che non riusciamo a sciogliere:

perché Gesù parla dell’amore fraterno come comandamento “nuovo” e come

comandamento “suo”? In fondo dove sta la novità del suo messaggio, se già se

ne parla nell’AT? dove sta l’originalità? Dobbiamo renderci conto che da questo

vicolo cieco non se ne esce se non invertiamo la direzione del cammino: non è

l’amore (umano) che ci fa entrare nel vangelo, ma è il vangelo che ci fa entrare

nel mistero dell’amore.

2. Quando meditiamo i detti di Gesù, dobbiamo ricordare che quelle parole

prendono fuoco – un po’ come avviene per i meteoriti - non appena entrano

in contatto con l’, ossia con il contesto della sua vita. Il comandamento

dell’amore Gesù lo ha proposto nella cornice del cenacolo, la sera

dell’addio, quando Giuda era andato a tradirlo. Il Maestro aveva appena compiuto

il gesto della lavanda dei piedi. Si era trattato molto più che di un gesto

di umiltà, di un buon esempio di fraternità, di un alto insegnamento di ordine

morale. In realtà era stata una “epifania”, un vero e proprio atto di rivelazione,

allo scopo di mostrare come è fatto Dio. L’analisi logica del gesto della lavanda

ha per soggetto il Maestro, non i discepoli: non sono i discepoli che hanno

lavato i piedi al loro Signore e Maestro – questo sarebbe stato tutto sommato

ovvio – ma è lui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli: questo è davvero sor-

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prendente e scandaloso. L’analisi teologica della lavanda ci consegna un messaggio

netto, trasparente: tutte le religioni insegnano che l’uomo deve amare

Dio e che questo amore si deve riflettere nell’amore del prossimo. La specificità

della fede cristiana non sta tanto nell’allargamento del concetto di prossimo,

una dilatazione che pure è vera fino al punto da superare ogni barriera razziale,

religiosa o culturale.

Ciò che è tipico e specifico del cristianesimo è quanto si legge nelle sante

Scritture, che fanno discendere il nostro amore a Dio e al prossimo da un

evento assoluto e incondizionato, precedente ogni nostra possibile iniziativa

e determinante ogni nostra più audace risposta: è l’evento libero e gratuito

dell’amore di Dio verso di noi. Nella I Lettera di s. Giovanni leggiamo: “In questo

sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha

mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Da qui la

conseguenza: “se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”

(1Gv 4,9-10).

“Come io ho amato voi”: questa espressione riporta innanzitutto l’evento

assolutamente originario dell’amore di Cristo per noi. Il NT, che pure conosce

l’esigenza di amare Dio, quando si pone in prospettiva post-pasquale, preferisce

insistere sull’amore di Dio per noi, l’amore di cui è il soggetto, quello

che caratterizza il suo atteggiamento nei confronti dell’uomo, e poi fondare

lì l’esigenza cristiana dell’amore del prossimo. Lo si vede bene, per esempio

dal fatto che delle 15 ricorrenze della specifica espressione “amore di Dio” ( o

amore di Cristo) almeno 13 riguardano l’amore con cui Dio o Cristo amano gli

esseri umani. Per esempio, nella Lettera agli Efesini, da una parte si celebra il

“Dio ricco di misericordia per il grande amore con cui ci amò” (2,4) e dall’altra si

esortano i cristiani a “camminare nell’amore come anche Cristo ci amò e diede

se stesso per noi” (5,2).

3. Quel “come” – oltre alla notizia dell’evento – ce ne rivela la misura tridimensionale

di altezza, profondità, spessore. Quel “come” ci dice che la misura

dell’amore di Gesù per noi è un amore senza misura. Siamo stati amati “fino alla

fine”, ossia fino all’ultimo istante della sua vita, fino all’estremo limite del più

grande amore. Ma quel “come” si potrebbe tradurre anche con un “poiché”: se

possiamo amarci fra noi, è perché Lui per primo ci ha amati. L’amore di Gesù è

totale e totalizzante: dopo “come io ho amato voi”, noi ci aspetteremmo “così

anche voi amate me”. Invece no: “amatevi gli uni gli altri”. C’è dunque nell’amore

di Gesù una dimensione di gratuità che è misura anche del nostro amore. È

amando i fratelli che si ricambia l’amore di Gesù.

Il primo verbo del lessico cristiano non è il verbo fare o agire e neppure il

verbo amare: è il verbo accogliere. Di qui la prima legge dell’amore cristiano:

la gratuità. L’amore cristiano è anzitutto un amore ricevuto, non prestato ma

accolto. Non nasce da un doverismo accanito e frustrante, da uno spasmodico

sforzo di volontà, ma viene da Dio che ci ha amati per primo: perciò dobbiamo

amarci gli uni gli altri. La seconda legge dell’amore cristiano è la reciprocità: è il

fatto di essere amati da Cristo che ci obbliga alla fraternità e, prima ancora, ce

la rende possibile. Non siamo chiamati solo a spenderci per gli altri, ma anche a

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lasciarci amare: è nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della

vita. La terza legge è l’apertura: l’amore del Maestro non abbraccia i discepoli

per sequestrarli nel caldo tepore di un cenacolo intimo e confortevole, ma li

inserisce in un dinamismo che li sbilancia verso gli altri. Gli altri, tutti. Guai se ci

fosse un aggettivo a selezionare gli amabili e i non amabili. Tutti, indistintamente,

sono amabili da me perché tutti, indistintamente, sono amati da Dio

Capiamo allora perché Gesù parla di comandamento. È vero: Gesù comanda

di amarci, ed è altrettanto vero che un amore imposto, forzato, non è che

una maschera dell’amore. Ma quello di Gesù è un comandamento-dono (“Vi

dono un comandamento”). In questa prospettiva l’evangelista si ricollega alla

migliore tradizione biblica: la legge di Dio è dono, e la legge dell’amore è tale

perché il comandamento del Padre corrisponde alla nostra vocazione più profonda:

è una legge che serve a noi per salvare la nostra vita, non serve a Dio per

salvaguardare i privilegi della sua divinità. Spiega il Papa:

“Non si tratta di un ‘comandamento’ dall’esterno che ci impone l’impossibile,

bensì di una esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per

sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri” (Deus caritas est, n.

18).

4. Narrano le fonti francescane che il Poverello di Assisi se ne andava spesso

in giro, gemendo e gridando: “L’Amore non è amato!”. Ecco di chi e di che cosa

c’è più bisogno oggi, in questa desertificazione di senso che sta affliggendo la

nostra società e che continua a mietere vittime, soprattutto tra i bambini e i giovani.

C’è bisogno di adulti cristiani che gridino con la vita questo vangelo: “Dio

è tutto e solo amore”, come dice con le parole e con la vita papa Benedetto:

“Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore,

lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed

eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile

di vita che incessantemente si dona e si comunica” (…) “In tutto ciò che esiste

è in un certo senso impresso il ‘nome’ della Santissima Trinità, perché tutto

l’essere, fino alle ultime particelle, è essere-in-relazione e così traspare il Diorelazione,

traspare ultimamente l’Amore Creatore (…) La prova più forte che

siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché

viviamo in relazione e viviamo per amare ed essere amati. Usando un’analogia

suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio

‘genoma’ la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”

Esattamente qui sta l’essenza del cristianesimo, con la sua originalità e la

sua bellezza: nella proclamazione dell’amore gratuito, fedele, irreversibile di Dio

verso tutti, e in particolare verso chi sembra esserne o se ne ritiene più indegno.

La verità è che nessuno può presumere di essere degno dell’amore di Dio. Noi

non siamo amati perché siamo amabili, ma siamo resi amabili perché siamo

amati. Il rapporto uomo-Dio è invertito e diventa Dio-uomo: non è l’amore

praticato dall’uomo a stare all’origine della concezione di Dio, ma, al contrario,

è la dimostrazione di un inedito e inimmaginabile amore divino a diventare il

prototipo e il test di un nuovo comportamento umano.

San Paolo lega con nodo inestricabile l’amore che ci viene da Dio all’effusione

dello Spirito Santo, affermando in modo chiaro e tondo: “L’amore di Dio è

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stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm

5,5). Infondendoci l’amore di Dio, lo Spirito Santo ci libera dall’amor proprio e

ci fa passare dall’egoismo alla carità; non ci fa vivere più per noi stessi – per la

nostra gloria, il nostro tornaconto, la nostra gratificazione personale – ma per la

gloria del Signore e per la salvezza dei fratelli.

Chi ha fatto rivivere, nella cristianità occidentale, il grande tema agostiniano

dello Spirito Santo che fa passare l’uomo dall’amor proprio all’amore per Dio e

il prossimo, è stato Lutero. Possiamo pregare con le parole di un suo inno allo

Spirito Santo, in comunione con i nostri fratelli evangelici:

Vieni, Spirito Santo, Dio, Signore,

riempi con la grazia tua benigna

dei tuoi fedeli l’animo e la mente.

Accendi in essi il fuoco del tuo amore.

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Amati e chiamati ad amare

Omelia pronunciata in occasione della professione perpetua di suor

Laura Nale (Sorelle Francescane Missionarie di Cristo) e di suor Estrella

B. Deocampo, suor Madeline R. Bañez, suor Priscilla J. Seville (Sorelle

dell’Immacolata)

Rimini, Basilica Cattedrale, 2 maggio 2010

Il vangelo non è mai ovvio. È sempre paradossale, inusuale, sorprendente;

spesso è perfino urticante e sgradevole. Il vangelo è rottura, scandalo, stupore,

profezia.

1. Ritorniamo sull’affermazione centrale della sequenza appena proclamata,

e lasciamoci percuotere da quelle parole che l’evangelista sembra registrare

direttamente dalle labbra di Gesù: “Vi do – meglio: vi dono - un comandamento

nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche

voi gli uni gli altri”. Folgoranti come lampi, queste parole non tollerano di

essere addomesticate e non si lasciano inscatolare in formule preconfezionate

dal senso comune. Ad esempio, verrebbe da dire che tutto il vangelo si può

riassumere dall’inizio alla fine in una sola parola: amore. E potrebbe essere

vero. Ma che cosa intendiamo per amore? Normalmente, nell’immaginario cristiano,

quando si dice amore, si pensa all’amore per il prossimo, e quando si

parla di amore di Dio, si pensa all’amore dell’uomo per Dio. Ma se leggiamo il

comandamento dell’amore con la lente deformante di questa precomprensione

parziale, inevitabilmente si inciampa in difficoltà che non riusciamo a sciogliere:

perché Gesù parla dell’amore fraterno come comandamento “nuovo” e come

comandamento “suo”? In fondo dove sta la novità del suo messaggio, se già se

ne parla nell’AT? dove sta l’originalità? Dobbiamo renderci conto che da questo

vicolo cieco non se ne esce se non invertiamo la direzione di marcia: non è

l’amore (umano) che ci fa entrare nel vangelo, ma è il vangelo che ci fa entrare

nel mistero dell’amore.

2. Quando meditiamo i detti di Gesù, dobbiamo ricordare che quelle parole

sono un po’ come i meteoriti: prendono fuoco non appena entrano in contatto

con l’, ossia con il contesto della vita del Signore. Il comandamento

dell’amore Gesù lo ha proposto nella cornice del cenacolo, la sera

dell’addio, quando Giuda era andato a tradirlo. Il Maestro aveva appena compiuto

il gesto della lavanda dei piedi. Si era trattato molto più che di un gesto

di umiltà, di un buon esempio di fraternità, di un alto insegnamento di ordine

morale. In realtà era stata una “epifania”, un vero e proprio atto di rivelazione,

allo scopo di mostrare come è fatto Dio. L’analisi logica del gesto della lavanda

ha per soggetto il Maestro, non i discepoli: non sono i discepoli che hanno

lavato i piedi al loro Signore e Maestro – questo sarebbe stato tutto sommato

ovvio – ma è lui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli: questo è davvero sor-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

prendente e scandaloso. L’analisi teologica della lavanda ci consegna un messaggio

netto, trasparente: tutte le religioni insegnano che l’uomo deve amare

Dio e che questo amore si deve riflettere nell’amore del prossimo. La specificità

della fede cristiana non sta tanto nell’allargamento del concetto di prossimo,

una dilatazione che pure è vera fino al punto da superare ogni barriera razziale,

religiosa o culturale.

Ciò che è tipico e specifico del cristianesimo è quanto si legge nelle sante

Scritture, che fanno discendere il nostro amore a Dio e al prossimo da un

evento assoluto e incondizionato, precedente ogni nostra possibile iniziativa

e determinante ogni nostra più audace risposta: è l’evento libero e gratuito

dell’amore di Dio verso di noi. Nella I Lettera di s. Giovanni leggiamo: “In questo

sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha

mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. Da qui la

conseguenza: “se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”

(1Gv 4,9-10).

“Come io ho amato voi”: questa espressione riporta innanzitutto l’evento

assolutamente originario dell’amore di Cristo per noi. Il NT, che pure conosce

l’esigenza di amare Dio, quando si pone in prospettiva post-pasquale, preferisce

insistere sull’amore di Dio per noi, l’amore di cui è il soggetto, quello

che caratterizza il suo atteggiamento nei confronti dell’uomo, e poi fondare

lì l’esigenza cristiana dell’amore del prossimo. Lo si vede bene, per esempio

dal fatto che delle 15 ricorrenze della specifica espressione “amore di Dio” ( o

amore di Cristo) almeno 13 riguardano l’amore con cui Dio o Cristo amano gli

esseri umani. Per esempio, nella Lettera agli Efesini, da una parte si celebra il

“Dio ricco di misericordia per il grande amore con cui ci amò” (2,4) e dall’altra si

esortano i cristiani a “camminare nell’amore come anche Cristo ci amò e diede

se stesso per noi” (5,2).

3. Quel “come” – oltre alla notizia dell’evento – ce ne rivela la misura tridimensionale

di altezza, profondità, spessore. Quel “come” ci dice che la misura

dell’amore di Gesù per noi è un amore senza misura. Siamo stati amati “fino alla

fine”, ossia fino all’ultimo istante della sua vita, fino all’estremo limite del più

grande amore. Ma quel “come” si potrebbe tradurre anche con un “poiché”: se

possiamo amarci fra noi, è perché Lui per primo ci ha amati. L’amore di Gesù è

totale e totalizzante: dopo “come io ho amato voi”, noi ci aspetteremmo “così

anche voi amate me”. Invece no: “amatevi gli uni gli altri”. C’è dunque nell’amore

di Gesù una dimensione di gratuità che è misura anche del nostro amore. È

amando i fratelli che si ricambia l’amore di Gesù.

Il primo verbo del lessico cristiano non è il verbo fare o agire e neppure il

verbo amare: è il verbo accogliere. Di qui la prima legge dell’amore cristiano:

la gratuità. L’amore cristiano è anzitutto un amore ricevuto, non prestato ma

accolto. Non nasce da un doverismo accanito e frustrante, da uno spasmodico

sforzo di volontà, ma viene da Dio che ci ha amati per primo: perciò dobbiamo

amarci gli uni gli altri. La seconda legge dell’amore cristiano è la reciprocità: è il

fatto di essere amati da Cristo che ci obbliga alla fraternità e, prima ancora, ce

la rende possibile. Non siamo chiamati solo a spenderci per gli altri, ma anche a

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lasciarci amare: è nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della

vita. La terza legge è l’apertura: l’amore del Maestro non abbraccia i discepoli

per sequestrarli nel caldo tepore di un cenacolo intimo e confortevole, ma li

inserisce in un dinamismo che li sbilancia verso gli altri. Gli altri, tutti. Guai se ci

fosse un aggettivo a selezionare gli amabili e i non amabili. Tutti, indistintamente,

sono amabili da me perché tutti, indistintamente, sono amati da Dio

Capiamo allora perché Gesù parla di comandamento. È vero: Gesù comanda

di amarci, ed è altrettanto vero che un amore imposto, forzato, non è che

una maschera dell’amore. Ma quello di Gesù è un comandamento-dono (“Vi

dono un comandamento”). In questa prospettiva l’evangelista si ricollega alla

migliore tradizione biblica: la legge di Dio è dono, e la legge dell’amore è tale

perché il comandamento del Padre corrisponde alla nostra vocazione più profonda:

è una legge che serve a noi per salvare la nostra vita, non serve a Dio per

salvaguardare i privilegi della sua divinità. Spiega il Papa:

“Non si tratta di un ‘comandamento’ dall’esterno che ci impone l’impossibile,

bensì di una esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per

sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri” (Deus caritas est, n.

18).

4. Ma a chi avverte di non poter vivere senza rispondere all’amore di Dio,

può capitare – ed è capitato a voi, sorelle carissime - la sconvolgente avventura

di sentirsi scelta con occhio di predilezione, di sentirsi chiamata ad essere

totalmente sua. È l’avventura che si ripete nei grandi cercatori di Dio: nei santi

il fascino di Dio si trasforma spesso in una passione travolgente, in un fuoco

divorante che brucia tutte le mediazioni umane. Si traduce in un bisogno irrefrenabile

di concentrarsi solo su di Lui, il Tutto, l’Assoluto, l’Amore totale e assoluto

del proprio cuore. È la via di chi si sente prepotentemente attratto e come calamitato,

con dolce, incontenibile violenza, ad essere tutto e solo e sempre del

Signore. È la via della verginità consacrata. Dio appare come l’Amore che attira

a sé il tuo essere e la tua esistenza, le tue pulsioni anche le più profonde, quelle

che vorresti riservare a un tuo tu più intimo; l’Amore che assorbe le tue fibre più

riposte, attiva le infuocate capacità del tuo cuore; l’Amore che può domandare

tutto perché tutto ti può donare. È l’esperienza dell’innamoramento: mentre è

possibile amare contemporaneamente più persone, non è possibile innamorarsi

che di una persona. Si possono avere molti amici e molti fratelli, ma uno

solo è lo sposo. E se Dio ti fa avvertire la sua tremenda e dolcissima seduzione,

perché non abbandonarsi alla spinta del cuore che porta ad amare con amore

sponsale solo Lui ed esclusivamente Lui, amato come unico Amore?

È ovvio che in linea di principio l’amore umano non entra in concorrenza

con l’amore di Dio. Anzi ne può diventare segno ed espressione sacramentale,

come avviene nel matrimonio cristiano. Ma proprio per servire la capacità di

significazione del mistero dell’amore, perché questi non resti un sentimento a

livello puramente umano, ma trascenda infinitamente se stesso, il matrimonio

ha bisogno della verginità di un cuore visibilmente indiviso.

E la fecondità? Un amore veramente sponsale non esige solo la nota dell’intimità;

aspira irresistibilmente anche alla fecondità. Ma la verginità non solo

non si oppone alla fecondità, ma la esprime in pienezza. Perché Dio non ti

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attira a sé per trattenerti poi solo per sé, nello splendido isolamento della sua

inaccessibile trascendenza. Ti vuole tutto per sé, ma per donarti ai suoi figli. Di

moltissime vergini di Cristo si può affermare quanto il Celano diceva di s. Chiara:

“Veramente pareva che in lei si adempisse quel detto del Profeta: Che molti

di più sono i figli della sterile che della maritata”.

Maria docet. La sua verginità feconda ricorda alla Chiesa e testimonia al

mondo che “nulla è impossibile a Dio”. Che quando il nostro niente si lascia

sposare dalla misericordia onnipotente del Dio-Amore, allora accade l’impossibile:

diventare padri e madri di una moltitudine di figli, “i quali, non da sangue,

né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv

1,13).

Maria, l’Amata per eccellenza, la Madre del bell’Amore, vi sorrida, sorelle

carissime, e vi accompagni con la sua dolce fortezza nel vostro pellegrinaggio

d’amore verso la casa del Padre, nella Gerusalemme celeste.

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

A Maria, icona della Trinità

Preghiera in occasione del pellegrinaggio diocesano

Santuario di Bonora, 29 maggio 2010, Festa della SS. Trinità

Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra, tu hai profetizzato che tutte le

generazioni, lungo il migrare dei secoli e dei millenni, ti avrebbero chiamata

beata. Per quanto figli irrequieti e capricciosi, non possiamo tollerare che allo

sterminato canzoniere in tuo onore manchi la voce di noi, gente di Rimini, generazione

di uno dei tornanti più drammatici nell’incerto avanzare della storia.

Oggi, vespro della festa della ss. Trinità, noi ti proclamiamo beata, perché appari

al nostro sguardo rapito e commosso come luminosa, purissima immagine del

Dio uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Tu, Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, sei stata cantata dal sommo poeta,

come “la faccia che a Cristo più si somiglia”. In te la sponda dell’umanità e quella

della divinità si sono abbracciate e pienamente identificate nel Verbo fatto carne.

Tu hai sperimentato l’umanissimo, ardente anelito alla completa unione con

Dio, nel sabato senza tramonto, quando finalmente si acquieterà il tumulto del

nostro cuore volubile e inquieto. Ma soltanto in te la comunione con l’Altissimo

si è realizzata anche attraverso quella esperienza esclusivamente femminile,

che è l’unione tra madre e figlio. Da allora anche la parola “Uomo” è diventata,

come “Dio”, parola con l’iniziale maiuscola. Senza di te, Dio non avrebbe un volto

umano né occhi per guardarci negli occhi, né mani per prenderci per mano.

Senza di te, Dio non potrebbe pensare con mente d’uomo, amare con cuore

d’uomo, lavorare e accarezzare con mani d’uomo. Senza di te, Dio sarebbe troppo

oscuro per non inquietarci con il suo abissale silenzio, troppo luminoso per

non accecarci con il suo splendore abbagliante. E il nostro fragile cuore sarebbe

condannato a sciogliersi per la bruciante aspirazione alla benevolenza pietosa

del tre volte Santo, o ci si potrebbe agghiacciare di paura per l’infinita distanza

tra il nostro miserabile niente e la sua smisurata grandezza.

Tu, beneamata figlia di Dio, umile serva dell’Altissimo, sei l’immagine femminile

e materna del Padre. Da lui sei stata colmata di grazia, e grazie a lui sei

la perfetta salvata, l’impareggiabile primizia del mondo nuovo, la creatura “fuori

serie”, nella quale la redenzione si è operata nel modo più efficace e totale. In te

brilla l’amore gratuito, misericordioso, fedele dell’eterno Padre. Tu sei scampata

in anticipo all’universale naufragio; sei la “pre-servata”, fin dal concepimento,

dalla macchia torbida del peccato; sei stata preceduta senza alcun tuo merito

dal preveniente favore divino. In te risplende l’amore incondizionato del Padre,

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ricco di ogni misericordia. Tu sei stata e ti sei sentita infinitamente amata dal

Dio Amore; da lui sei stata guardata con infinita misericordia, perché umile e

povera, senza potere, senza ricchezza, senza prestigio. In te si rispecchia l’amore

fedele del Padre, come amore stabile e solido, attendibile e pienamente

affidabile. Tu sei la vergine della tenerezza: nel tuo cuore immacolato e nel tuo

grembo verginale il Dio Totalmente-Altro si è fatto il Dio con noi. Il tuo sì fa germogliare

una relazione di infinita dolcezza e, quando ci assale la vertigine del

nulla, tesse una salda rete di protezione sotto i nostri continui, spericolati salti

mortali. Senza la tenerezza divina, che in te si è fatta fremente palpito di carne,

la nostra vita diventerebbe fatalmente disumana, senza senso e senza cuore.

Tu, Vergine sposa, sei la limpida, incontaminata trasparenza del dono dell’Altissimo,

lo Spirito Santo. La sua divina potenza è scesa dall’alto su di te e ti ha

coperto con la sua ombra, rendendo tangibile e reale ciò che è impensabile e

umanamente impossibile: la comunione sostanziale della divinità e dell’umanità

nel tuo Figlio Gesù, e la fusione esistenziale nella tua vita dei due stati femminili:

verginità e maternità, dove la verginità è silenzio e offerta; è disponibilità

e attesa; è accoglienza e profezia. Dove la maternità è dono e risposta; è frutto

e benedizione; è travaglio e letizia, morte e risurrezione. Al termine di questo

anno sacerdotale, noi oggi ti vogliamo affidare in modo particolare i nostri sacerdoti.

Il Signore sa bene che noi pastori siamo spesso indotti allo sconforto e

tentati dall’avvilimento, e per non farci sentire soli e abbandonati, ha disposto

per noi la rasserenante dolcezza del Consolatore perfetto, indissociabilmente

unita alla premura affettuosa della più tenera delle madri.

Santa Maria, icona perfetta della santissima Trinità, ricordaci sempre che

credere nel Dio uno e trino significa spendersi senza riserve per una Chiesa e

per una civiltà dell’amore, dove la massima distinzione tra le persone coincide

con la massima coesione della loro indivisibile fraternità. E non ti stancare di

richiamarci alla mente e al cuore che la Trinità è la fonte della nostra vita, il modello

della nostra comunione, il termine fisso del nostro ultimo, eterno destino.

E tu dunque, Madre dolcissima, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi

e sii sempre per noi esempio attraente, aiuto potente ed efficace, e “di speranza

fontana vivace”.

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Eucaristia, “economia di comunione”

Omelia pronunciata al termine della processione

del Corpus Domini

Rimini, 3 giugno 2010

1. “Eucaristia”, nella nomenclatura cristiana, è voce primaria e sintetica: appartiene

alla piccola grande famiglia delle parole maiuscole che compongono

il dizionario di base della nostra fede, e nel breve frammento delle sue sillabe

si concentra e racchiude il tutto del cristianesimo. Sì, l’Eucaristia è il tutto nel

frammento. Mistero tremendo e affascinante, è il centro e il vertice della vita

cristiana, il tesoro più caro nel sacro patrimonio della santa Chiesa. È il dono

più prezioso avuto in eredità dal suo Signore, il segno che meglio la identifica, il

sostegno della sua missione, il pegno della meta che ci attende: la vita eterna.

Ma se l’Eucaristia è tutto questo, se è un sacramento per soli cristiani, se è il nostro

bene più intimo e peculiare, perché non tenerlo gelosamente conservato e

scrupolosamente custodito nei tabernacoli delle nostre chiese? perché portarlo

fuori per le strade e le piazze della città?

La risposta è chiara e netta. Sono duemila anni che noi cristiani ci ostiniamo

a dire che la dinamica che si scatena dall’Eucaristia non è affare interno della

Chiesa, non riguarda solo i credenti: riguarda tutti. Perché l’Eucaristia è la più

choccante buona notizia di fraternità che si sia mai udita sotto il cielo, e la sua

logica è inclusiva, non esclusiva ed escludente. La “più grande delle meraviglie

operate da Cristo” (s. Tommaso) non è un rito esoterico o una realtà magica.

Non è una cosa: è una presenza, è Cristo con noi per il mondo. E Cristo non è

affatto - come sosteneva uno dei “maestri del sospetto” – “quell’orientale avido

di onori nella sua sede celeste” (Nietzsche). Non è lui che ha bisogno di essere

adorato da noi, siamo noi che abbiamo bisogno di adorare lui. Perché la sua

gloria è la nostra salvezza; è la vita del mondo. E noi, come cittadini cristiani,

siamo convinti che il vangelo rappresenti la mappa più affidabile per scoprire il

tesoro dei valori che fanno il vero capitale della nostra città e dei suoi abitanti.

2. Torniamo al vangelo (Lc 9,12ss). Il brano della moltiplicazione dei pani

non è semplicemente la dimostrazione della potenza strabiliante di Gesù ed è

molto di più che la manifestazione della sua premurosa, tenerissima bontà. È

piuttosto la rivelazione di chi è Gesù e l’esemplificazione della fecondità della

sua logica: la logica esigente e pacificante della condivisione. Abbiamo ascoltato:

nel dialogo tra Gesù e i Dodici, si scontrano due leggi: secondo i discepoli,

tocca alla gente andare a comprarsi da mangiare. Ma Gesù a sorpresa provoca i

suoi: “Voi stessi dategli da mangiare”. Ecco le due logiche diametralmente contrapposte:

quella dei discepoli è siglata dal verbo comprarsi; invece la cifra della

logica di Gesù è il verbo dare. Il Maestro non pensa semplicemente a sfamare

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

la gente, ma vuole compiere un segno rivelatore di come Dio vorrebbe che andasse

il mondo, se alla legge dell’interesse individuale (dare per avere; ognuno

per sé) si sostituisse finalmente quella del bene comune (dare per condividere;

tutti per il bene di tutti).

Nel passo parallelo dell’evangelista Giovanni si racconta di Filippo, il quale

fa due conti di ragioneria spicciola: duecento denari, una cifra da vertigini,

corrispondente al guadagno di duecento giornate lavorative, non basterebbero

neanche per dare un pezzetto di pane a ciascuno. Ma dove andare a prendere

tutti questi soldi? Supponiamo che questa enorme somma di denaro fosse stata

messa a disposizione di Gesù da parte di qualche ricco possidente e i Dodici

con quel capitale da capogiro fossero andati a comperare il pane per la folla e

lo avessero distribuito alla gente - in effetti è questa la loro ipotesi di riserva: “a

meno che non andiamo noi a comperare i viveri per tutta questa gente” – ne

sarebbe risultato un gesto di carità, ma non un segno che introduce nei rapporti

una logica differente e in grado di rivelare un nuovo volto di Dio.

A sbloccare la situazione fattasi estremamente critica, interviene un gesto

imprevisto (cfr Gv 6,9): un ragazzino mette nella mani di Gesù tutto quello che

la mamma gli ha preparato: cinque panini d’orzo e due pesciolini. Quanto egli

ha, è appena sufficiente per lui: è la sua vita di quel giorno. Ma, una volta donato

a Gesù, quel poco, anzi pochissimo, si moltiplica automaticamente, fino

a diventare cibo sovrabbondante per tutti. Ecco la vera soluzione, “firmata” da

Gesù: la sovrabbondanza non è il risultato di una divisione individualistica, ma

è il prodotto di una con-divisione comunitaria dei beni, segno inconfondibile e

prova inconfutabile della società del gratuito, profetizzata dal nostro indimenticabile

don Oreste.

3. Un altro testimone e profeta del nostro tempo, Giorgio La Pira, amava

dire: “Noi dobbiamo costruire una città nuova attorno alla fontana antica”. La

fontana antica non può che essere lui, Cristo Signore. Senza paura di venire da

lui plagiati o azzerati. Se la nostra città riapre, anzi spalanca di nuovo le porte

al Vangelo, non ne risulterà una città diminuita o compressa nel suo potenziale

umano, ma, al contrario, ne uscirà più umana, più libera e vivibile.

Ma qual è la città nuova che dobbiamo costruire? Noi sappiamo come è distribuita

l’umanità. È come una lunga tavolata, attorno alla quale ci sono cento

commensali, di cui trenta si prendono novanta piatti e gli altri settanta si devono

accontentare dei rimanenti dieci. Così è distribuita la ricchezza nel mondo.

Allora quando diciamo città nuova, vogliamo prima di tutto che ad ognuno tocchi

un piatto. Ma questa non è ancora la città nuova attorno alla fontana antica.

La città nuova è quando tutti mangiano insieme e insieme dialogano; sono cioè

in relazione gli uni con gli altri. La città nuova nasce quando non solo si realizza

la giustizia e la solidarietà, ma quando nasce una vera fraternità tra le persone.

Questa parola tipicamente cristiana - fraternità - era già presente nella bandiera

della rivoluzione francese, ma fu poi cancellata, fino a scomparire del tutto dal

lessico politico-economico. Vi è stata reintrodotta da papa Benedetto, nella sua

ultima enciclica, Caritas in veritate

Proviamo a sognarla questa nuova Rimini. È la città della fraternità, la città

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

della gratuità e della condivisione, dove si va oltre la legge della solidarietà. La

solidarietà è una forma di attenzione e di sollecitudine nei confronti di altri che

versano in situazione di carenza o di necessità. Si tratta di una attenzione non

solo affettiva, ma concreta e fattiva, che si traduce in scambio e partecipazione

di beni reali. E questo è già un grande orizzonte, ma la logica della fraternità va

oltre. Mentre la logica della solidarietà consiste nel trasformare il mio in nostro,

la condivisione fraterna consiste nel superare sia la logica del mio che quella del

nostro, nell’orizzonte del dono. Ed è proprio il principio del dono che il Papa ci

ha richiamato, ricordandoci che “oggi, senza la gratuità, non si riesce a realizzare

nemmeno la giustizia” (CiV, n. 38).

La “mistica” eucaristica, insegna Benedetto XVI, ha una sua portata non

solo sociale, ma anche economica e politica, e si concretizza emblematicamente

nel risultato ottenuto da Gesù: “tutti mangiarono a sazietà”. La sovrabbondanza

resta ogni giorno dono di Dio e compito dell’uomo: l’uno, il dono,

sempre garantito dalla fedeltà del primo; l’altro, il compito, sempre affidato alla

fragile libertà del secondo. Una città fraterna si esprime dunque nella convivialità

delle diversità: tutti fratelli e perciò uguali, ma anche tutti diversi e uniti,

proprio perché fratelli.

Questa è la città che sogniamo e che, con la forza che ci viene dal pane

eucaristico, ci impegniamo a costruire insieme a tutti gli uomini e le donne di

buona volontà.

Per questa città nuova noi ora vogliamo pregare:

Donaci occhi, Signore, per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli;

infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi:

fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti.

La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace,

perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo. Amen.

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Osiamo dire: “Padre Nostro!”

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Omelia sul vangelo di Mt 6,7-15, pronunciata dal Vescovo nel corso della

celebrazione eucaristica in occasione del Convegno Nazionale dei Direttori

degli Uffici Catechistici Diocesani

Bologna, 17 giugno 2010

Pregare si deve: lo dicono tutte le grandi religioni. Ma pregare si può? No,

risponde in prima battuta Paolo di Tarso, dal momento che neanche sappiamo

cosa sia conveniente domandare. No, sembra pure la prima risposta di Giovanni

evangelista, perché, se Dio nessuno lo ha mai visto, come si fa a parlare con

uno che non si è visto e non si vede mai? A meno che… a meno che il Figlio

unigenito, che è nel grembo del Padre, lui ce lo abbia rivelato. A meno che lui, il

modello e il maestro della grammatica e della sintassi della preghiera, ci abbia

insegnato a comunicare con Dio. Ed è questa la bella notizia che ci acquieta

nell’intimo e finalmente ci appaga: pregare si può, perché Gesù in persona si

fa carico non solo di educarci alla preghiera, ma si premura anche di abilitarci a

pregare, facendoci dono del suo Santo Spirito.

1. La lezione magistrale di Gesù sulla preghiera – contenuta nel discorso

della montagna - risulta innanzitutto di una energica pars destruens. Pregare

non consiste nell’informare Dio dei nostri bisogni. Per due volte Gesù martella

il messaggio decisivo: “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno” (Mt

6,8.32). Pregare non consiste neanche nel goffo tentativo di piegare Dio alle

nostre voglie malsane e di convincerlo ad essere buono, poiché Dio non è un

“padre-padrone”, ma è padre-padre, ostinatamente e irriducibilmente padre. La

sconfinata, tenerissima bontà del Padre non è l’illusoria proiezione delle urgenze

e delle carenze dei suoi figli o dei loro miraggi farneticanti, ma è la rocciosa,

obiettiva, ininventabile premessa della loro preghiera.

In effetti Gesù era molto preoccupato della preghiera dei discepoli. Voleva

che pregassero, che pregassero molto e con insistenza, e che la loro preghiera

fosse autentica: limpida, audace e umile, docile e tenace. L’evangelista Luca ci

informa che un giorno un discepolo aveva visto Gesù appartato a pregare, e ne

dovette rimanere incantato, se non ebbe il coraggio di disturbarlo, ma alla fine

non ce la fece più a trattenersi in gola quel desiderio insopprimibile: “Signore,

insegnaci a pregare”. E il Maestro acconsente: “Quando pregate, dite: “Padre!”

(Lc 11,1). Cominciate con il dargli del tu e ad attribuirgli questo nome.

Tutta l’originalità della preghiera di Gesù è contenuta in questo vocativo.

I fondamenti veterotestamentari del Padrenostro sono svariati e molteplici.

Anche per i singoli versetti si può indicare caso per caso tutta una catena di

corrispondenze nella sterminata letteratura devozionale giudaica. In rapporto

particolarmente stretto col Padrenostro sta la preghiera del Qaddish e delle

Diciotto benedizioni. Ma ciò che dà l’imprinting unico, originale, esclusivo alla

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

preghiera di Gesù è la sua persona. Gesù è il Figlio unico del Padre, è il suo

“amato”, e sa di esserlo. La sua preghiera non è che il fiume carsico che affiora

dalle falde abissali della sua coscienza. La preghiera di Gesù coincide con la sua

filialità divina, e poiché, come afferma Paolo, questa filialità raggiunge il suo

apice nella Pasqua – Gesù è stato “costituito figlio di Dio con potenza in virtù

della risurrezione dei morti” (Rm 1,4) – nella Pasqua il Cristo, risorto per noi, è

divenuto per noi preghiera, perché noi diventassimo preghiera insieme con lui.

Allo stesso modo in cui, durante la veglia pasquale, molte piccole luci vengono

ad accendersi all’unica “luce di Cristo”, i fedeli accendono il proprio cuore a Cristo

che, nella Pasqua, è divenuto in tutto il suo essere “preghiera”.

2. Tutto il Padrenostro è contenuto nella invocazione iniziale – Padre nostro

che sei nei cieli - come il corpo è incluso nella cellula di base. “È un modo

diretto, caldo, affettuoso di rivolgersi a Dio senza perifrasi e come per impulso

naturale” (Schnackenburg). Per quanto la parallela redazione di Luca possa far

sembrare la sua versione abbreviata del Padrenostro come un’antica statua mutila,

quella semplicissima parola iniziale - “Padre” - nella sua lapidaria, solenne

nudità contiene tutto: tutta la preghiera, tutte le preghiere, la preghiera di tutti.

Sostiamo ancora un momento su questo vocativo “Padre”: è veramente

insolito e sorprendente. Padre non è uno dei tanti titoli e attributi di Dio, come

l’Immenso, l’Eterno, l’Onnipotente, ma è “il suo nome proprio per eccellenza”

(s. Cirillo Al.). Qui noi ci rivolgiamo a qualcuno “per cui l’essere padre è la più

intima espressione dell’essere” (Schuermann). Ma per dire Padre, Gesù si è

servito di una paroletta nella sua lingua madre - l’aramaico – Abbà, che dovrebbe

essere reso con l’italiano Papà, Babbo caro, e articola il fiotto di intimità

filiale, di riconoscenza stupita e di meravigliata contemplazione con cui il Figlio

esprime la sua relazione con il Padre celeste. La prima parola del Padrenostro

è dunque già un annuncio che ci pone al cuore dell’evento cristiano. Tutta la

vita di Gesù è stata centrata sul messaggio della venuta del regno di Dio, ma,

rivolgendosi a lui, Gesù lo ha sempre chiamato Padre, non re. Nelle parabole,

è vero, ha fatto ricorso anche alla figura del re e del padrone, ma poi – uscito

dalla metafora – il nome di Dio tornava ad essere Padre. Ma il Padre di Gesù

non è come Juppiter, Zeus Pater: il Dio cristiano è Padre per donare, non per

dominare. E questa paternità regge e colora tutta la costellazione dei titoli divini.

Il Padre è onnipotente, certo, ma dell’onnipotenza dell’amore. È giusto, ma

la sua giustizia ha viscere di misericordia. È infinitamente felice, ma la sua gioia

si lascia turbare dal pianto delle sue creature.

Ma ciò che c’è di ancora più stupefacente è che con la Pasqua del Figlio,

Dio Padre ha “mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio, il quale grida: Abbà,

Padre! (Gal 4,6). È lo Spirito Santo che ci permette di osare nel chiamare Dio

con la stessa inaudita confidenza che si poteva permettere Gesù. Commenta

s. Cipriano:

“(Gesù) ha voluto che noi pregassimo davanti a Dio in modo da poterlo

chiamare Padre, e che come Cristo è suo Figlio, così noi siamo chiamati suoi

figli. Nessuno di noi infatti avrebbe osato dire questa parola nella preghiera, se

Atti del Vescovo


non ce lo avesse concesso lui” (CCL 3A,95s).

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

3. L’atteggiamento filiale, che dobbiamo assumere verso il Padre, è profonda

adorazione e confidenza gioiosa nello stesso tempo. Questa va testimoniata

con la fraternità verso gli altri, la responsabilità e la creatività nel bene,

il coraggio nelle prove. Di questa testimonianza ha bisogno soprattutto quella

parte della cultura di oggi, che, rincorrendo l’autonomia della ragione e dell’agire,

ha emarginato Dio; ma anziché ritrovarsi adulta, ha finito per sentirsi orfana.

Dopo la generazione del ’68, in cui l’emancipazione dei giovani è stata vissuta

all’insegna della lotta contro i padri, la generazione di oggi sembra quella dei

giovani senza più padri. Il mito di Prometeo dell’autorealizzazione contro la

divinità sembra si sia rovesciato nel mito di Narciso, condannato a ripiegarsi

nell’adorazione morbosa della propria identità fino a vedersela affogare nello

specchio fatale della più malinconica, squallida autonegazione.

Nella nostra stagione, definita “delle passioni tristi” - la bella notizia che Dio

è Abbà e che noi siamo suoi figli è liberante e rasserenante. All’origine della

nostra esistenza non c’è stato il caso o la necessità, ma una decisione libera, un

atto d’amore di totale, limpidissima gratuità. “In questo si è manifestato l’amore

di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi

avessimo la vita per mezzo di lui” (1Gv 4,9). Siamo figli: siamo stati liberamente

scelti, teneramente e tenacemente amati, siamo stati misericordiosamente

salvati. Nessuno si è affacciato al mondo per decisione propria. Nessuno può

dire: Io sono il padre del mio io. Nessuno è condannato al miraggio disperante

di potersi salvare da sé.

“Abbiamo ricevuto uno spirito da figli, per mezzo del quale gridiamo: Abbà!

Padre!” (cfr Rm 8,15). Non siamo né schiavi né orfani: siamo figli immensamente,

e per sempre, amati. Siamo dentro un oceano sconfinato di bene assoluto,

eterno, infinito. “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli

di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). C’è una fortuna più grande?

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Lettera del Vescovo ai ragazzi

della Cresima

Ho una bella notizia per te

Cara Elisa,

ti ho incontrata insieme ai tuoi amici della Cresima quando sono venuto

per la visita pastorale nella tua parrocchia. Eravate in tanti. Mi ricordo solo il

tuo nome, perché alla fine l’ho chiesto alla tua catechista. Come mai? Mi aveva

colpito la tua domanda: “Ma Dio ci ama sul serio?”.

Lì per lì ho detto ciò che avevo in cuore, ma, ripensandoci, ho sentito il

desiderio di scrivere una lettera a tutti i ragazzi della Cresima, chiamandoli con

il tuo nome, per rispondere meglio a quella tua domanda, che è più grande di

un grattacielo.

Una ragazzina fortunata?

Elisa, ricordi quella ragazza del vangelo che Gesù richiama alla vita? Suo

padre, Giairo, capo della sinagoga, la casa di preghiera dei giudei, si era get-tato

ai piedi di Gesù, circondato dalla folla, dicendo: “La mia bambina sta morendo.

Vieni a im-porle le mani perché guarisca e continui a vivere”. Gesù era andato

a casa sua. Troppo tardi! La ragazzina era morta e già si stava organizzando il

funerale tra pianti e lamenti. Immaginiamo la disperazione del povero padre.

Di botto, spiazzando tutti, Gesù disse: “Perché tutta questa agi-tazione e perché

piangete? La bambina non è morta, dorme”. “Dorme? È morta, altro che!

Questo non sa cosa dice”. E giù a prenderlo in giro. Ma Gesù, cacciati fuori tutti,

era entrato nella stanza della tua coetanea insieme al papà e alla mamma, le

aveva preso la mano, e: “Talità kum”, cioè “Fanciulla, alzati!”. E la ragazza si era

risvegliata dal sonno della morte. Poi – cosa stranissima! – Gesù aveva detto ai

genitori di darle da mangiare.

Questo racconto dell’evangeli-sta Marco è straordinario. Ti pare? Se hai un

po’ di calma, provo a dirti perché.

Gesù prese la fanciulla per mano

Questo gesto ci è rimasto den-tro, perché tutti da bambini sia-mo stati presi

per mano. Anche da grandi, quando ormai sappiamo e vogliamo camminare da

soli, nei momenti di difficoltà deside-riamo che qualcuno ci prenda per mano.

Il gesto di Gesù indica vicinanza, interesse, tenerezza. Per tutti. Gesù ti prende

per mano. Come? Con le persone che ti vogliono bene. In particolare con la

Chiesa. La Chiesa non è il “pa-lazzo”: è la comunità di coloro che hanno scelto

di seguire Gesù come maestro e compagno di viaggio nella vita.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Gesù le disse: “Fanciulla, alzati!”

È un invito forte, quasi un grido. Gesù le ha ridato la vita. Adesso tocca a lei

alzarsi in piedi e ripartire, senza sprecare un istante del dono straordinario che

ha ricevuto. “Alzati!”, Gesù lo dice anche a te. Hai la vita davanti. Non metterla

a rischio con scelte sbagliate. Puoi volare. Non accontentarti di razzolare. Puoi

essere felice! Non lasciarti ingannare da ciò che stordisce sul momento, ma

non dà gioia.

Gesù ordidi darle da mangiare

Ma tu dimmi! Non ti pare curioso questo particolare? Gesù non cerca ringraziamenti

e applausi.

Continua interessarsi della ra-gazzina. Fortissimo Gesù! pensa sempre al

tuo bene vero. E di te gli interessa tutto: l’andamento della scuola, la crisi con

l’amica del cuore, la prima cotta per quel ragazzino che invece va dietro a un’altra,

la fatica che talvolta fai ad accettarti perché vorresti essere diversa. Tutto gli

sta a cuore e ti propone la sua amicizia nella Chiesa proprio perché nulla della

tua esistenza vada perduto. L’unico amico che non pensa mai al suo interesse

ma solo al tuo bene è Gesù.

E lo Spirito Santo cosa c’entra?

Ma ciò che ti sto scrivendo cosa c’entra con la Cresima? E cosa c’entra lo

Spirito Santo? Elisa, ricordi quello che Gesù ha detto ai suoi amici la sera prima

della sua morte? “Non vi lascerò orfani”… e ancora: “Vi manderò lo Spirito Santo,

che vi farà diventare miei testimoni.” Gesù non ci ha lasciato soli, ma continua

a restare in mezzo a noi attraverso il suo Spirito, lo stesso Spirito che hai

ricevuto nel Battesimo e che verrà coi suoi doni nella tua vita con la Cresima.

Ma chi è lo Spirito Santo? Non è facile descrivere Dio. Ti richiamo due eventi

che hanno cambiato la storia.

La creazione

Dio creò l’uomo con polvere del suolo e poi soffiò nelle sue na-rici “un alito

di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Ecco lo Spirito di Dio: è il soffio

divino che ci fa vivere. Per il fatto stesso che vivi, significa che Dio ti ama sul

serio e ti vuole fare felice. Tu hai in te qualcosa di Dio. Pensa a quanto è grande

e importante la tua vita!

La risurrezione di Gesù

La sera di Pasqua Gesù si presentò risorto e vivo in mezzo ai suoi. Allora

“soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spiri-to Santo”. Lo Spirito Santo è il respiro

di Gesù risorto, è l’aria di cui vive. Questo Spirito è l’energia che ci fa vivere

come Gesù: ci aiuta a pensare come lui, ci spinge ad amare e ad agire come lui.

Lo Spirito Santo è davvero il gran-de regalo di Pasqua, il “tesoro” che ti viene

consegnato nella Cresima. È il “capitale” d’amore – lo sconfinato amore di Dio -

su cui puoi investire per fare della tua vita un capolavoro d’amore.

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Un dono d’amore

Questi brani ci dicono che lo Spirito dona sempre la vita. Dio ci dona la

vita perché ci ama. Lo Spirito, Santo ci dà la gioia di saperci amati sul serio da

Dio e ci comunica la forza di vivere al massimo, senza sprecare nien-te della

grandezza e bellezza del dono della vita. Tu sai, Elisa, quant’è facile oscurare o

addirittura spegnere la gioia della vita. Ormai sei grande e conosci cosa succede

intorno a te, nella società, nel mondo. Sai quanta gente, di ogni età, anche

della tua età, vive senza esprimere o poter esprimere la grandezza della vita. Lo

Spirito di Gesù risorto ti dà la possibilità di camminare con quanti stanno dalla

parte di ciò che è vero, bello, giusto, di ciò che fa volare alto.

Cara Elisa, tra qualche tempo farai la Cresima. Adesso tocca a te scegliere,

perché la Cresima possono fartela fare anche i genitori, oppure puoi farla

perché la fanno tutti. Ma vivere da cresimato o no, puoi deciderlo solo tu. Io ti

auguro di non fermarti alla Cresima, ma di andare oltre. Ma anche se, ricevuta

la Cresima, dovessi allontanarti, non dimenticare mai che la tua comunità ti

aspetta, ed è sempre pronta ad aiutarti.

Cara Elisa, questa è la bella notizia che ho voluto darti come tuo Vescovo

e, prima ancora, come padre e fratello nella fede. Riceverai il dono dello Spirito

che ti dona vita,“grinta” e gioia. Questa gioia – permettimi – è anche la mia,

quella del tuo parroco e della tua catechista, della tua famiglia, della tua parrocchia

e di tutta la Chiesa.

Allora, buona festa, Elisa, e buon cammino!

Il tuo vescovo

Atti del Vescovo

Pasqua 2010


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Telegramma del Vescovo

a Sua Santità Benedetto xVI

Amatissimo Padre Santo, in questo momento di grande dolore per i ripetuti

attacchi alla Chiesa e alla Sua augusta persona accolga l’assicurazione della

partecipazione e della preghiera mia e di tutta la comunità diocesana di Rimini.

Conosciamo il Suo costante impegno a favore della verità e della giustizia.

Condividiamo le forti espressioni di denuncia da Lei recentemente espresse

nei confronti di religiosi che si sono macchiati di un gravissimo crimine e la

Sua piena solidarietà alle vittime di abusi sessuali.

Preghiamo perché queste dolorose vicende siano, anzitutto per noi Vescovi

e sacerdoti, richiamo forte ad un rinnovato impegno di santificazione e di

zelo pastorale.

Chiediamo umilmente la Sua paterna apostolica benedizione

+ Francesco Lambiasi, vescovo

Rimini 7 aprile 2010

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Per una città bella e abitabile

Intervento del Vescovo al Consiglio Comunale di Rimini

13 maggio 2010

Come pensiero d’ingresso, dopo avere sinceramente significato un grazie

limpido e cordiale per l’invito rivoltomi, mi servo di un passaggio di H. de Lubac,

formulato dal grande teologo francese, nel suo celebre Il dramma dell’umanesimo

ateo, finito di scrivere nel Natale 1943, quando Parigi era ancora sotto

l’occupazione nazista: “Non è poi vero che l’uomo sia incapace di organizzare

la terra senza Dio. Ma ciò che è vero è che, senza Dio, egli non può, alla fine

dei conti che organizzarla contro l’uomo”. È questa la certezza di fondo che

sostiene e mantiene ad alta quota la nostra passione di credenti per la Città:

noi siamo tenacemente convinti che la fede cristiana non è estranea, né tanto

meno concorrenziale alla città dell’uomo, ma è la sua più leale, disinteressata

e convinta alleata.

Già in occasione del Corpus Domini del 2008 avevo sollecitato i fedeli laici

della Chiesa riminese a coinvolgersi nel pianificare il futuro della Città, e affermavo:

«Dare un’anima alla città significa testimoniare una fede che genera

una carità operosa e un impegno sociale che non può e non deve conoscere

limiti». L’attenzione complessiva della Chiesa riminese, e mia personale, al Piano

Strategico di Rimini e del suo territorio che ha trovato in questi ultimi due

anni una sua concretizzazione formale in un documento - frutto conclusivo di

diverse tappe di lavoro, ricerca e confronto - è stata ed è animata innanzitutto

da questa profonda corresponsabilità alla costruzione del bene comune nella

nostra Città.

Sulla base di questi presupposti, alcuni rappresentanti laici delle associazioni

cattoliche hanno avvertito l’urgenza e la responsabilità di corrispondere alle

molteplici sollecitazioni messe in atto dal Piano Strategico, nel tentativo di assicurare

una loro presenza, garantire con coerenza l’elaborazione di orientamenti

e proposte, offrire un contributo specifico alla costruzione del bene comune,

favorendo una cultura della gratuità e della fraternità, in un orizzonte di quella

solidarietà, definita dal Papa come un “sentirsi tutti responsabili di tutti” (CiV

38).

L’avvio del processo di pianificazione strategica ha messo in atto nella Città

una rinnovata consapevolezza della sua storia, una presa di coscienza più

matura dei propri limiti e talora anche degli errori compiuti, ma soprattutto ha

generato un nuovo orizzonte di speranza e la messa in gioco di valori condivisi

orientato alla costruzione di un ethos che dia senso al proprio futuro. Sia pure

tra tante difficoltà, ciò che il Piano Strategico ha tentato di operare è anzitutto

un profondo mutamento culturale frutto del processo di “elaborazione colletti-

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

va e partecipata” incentrato sul capitale umano e sociale della Città. Non compete

a me, soprattutto in questa sede, entrare nel merito delle molteplici questioni

indagate e attentamente studiate nei diversi Forum e Gruppi di Lavoro,

sulle analisi di contesto, sugli attori e l’importante metodologia sperimentata in

questo processo, né tocca a me valutare gli specifici contenuti elaborati conclusivamente

nei cinque ambiti nei quali si struttura l’azione del Piano.

Mi limito semplicemente a richiamare alcune istanze di fondo, di carattere

antropologico, culturale e spirituale, trasversali all’intero Progetto, e che in qualche

modo potrebbero essere considerati come i tratti invisibili dell’ordito che

devono sorreggere la trama visibile del Piano.

L’insieme di questi tratti, mi pare siano riconducibili ai due pilastri portanti

dell’architettura del Piano strategico: la “vision” (centralità della persona nella

sua individualità e nei ruoli sociali che ognuno svolge) e la “mission” (Rimini,

terra di incontri).

Punto di partenza di ogni riflessione che riguardi lo sviluppo strategico della

Città del prossimo futuro non può che essere la centralità della persona, il

rispetto e la tutela della sua vita – dal concepimento fino alla morte naturale

- la promozione della sua dignità, delle sue libertà fondamentali - di religione,

cultura, educazione – dei suoi diritti inalienabili, sinteticamente espressi nel diritto

ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito; nonché la promozione di

autentiche relazioni interpersonali. Valori irrinunciabili, non negoziabili né selezionabili,

sono per i cattolici – ma in tanto in quanto questi valori sono a favore

dell’umanità e della vivibilità di una città dell’uomo che voglia essere veramente

a misura d’uomo – anche l’accoglienza dei migranti, la promozione della pace,

il rispetto del creato. Tra parentesi: non posso riprendere i valori elencati in

questo indice schematico, ma ritornando sul valore fondativo e sintetico – la

dignità della persona umana, irriducibile a qualsiasi condizione e indisponibile

a tutte le strutture e a tutti i poteri, vorrei almeno accennare a qualche ricaduta

estremamente concreta. Penso ad esempio a problemi come la casa, la scuola,

il verde, il traffico, come più in generale alla questione ecologica…

Ripartire dalla persona, dal suo essere in relazione, significa anche ridare

cuore e slancio a una democrazia viva e matura che sappia riconciliare persona

e sviluppo, comunità e istituzioni, traendo ispirazione per un nuovo modello di

politica, di etica e di economia. Porre al centro dello sviluppo culturale, sociale,

politico ed economico della Città i valori costitutivi della persona significa al

tempo stesso promuovere tutte quelle manifestazioni della sua autonomia quali

sono i corpi sociali intermedi, a partire dalla famiglia, fondata sulla legittima

unione fra un uomo e una donna.

Altro presupposto del ripensamento della Città è la cultura, intesa come

orizzonte di senso e accrescimento di sapienza per la vita. Dalla cultura dipende

il futuro della nostra Città, come pure dall’investimento in termini di formazione,

educazione, ricerca, conoscenza, innovazione… Siamo infatti convinti che

la sfida del tempo presente è quella culturale, poiché «senza cultura non c’è

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

umanità» (Giovanni Paolo II), ed è solo mediante la cultura che la persona può

costruire la propria identità, plasmare la propria visione del mondo e del suo

essere-in-relazione con gli altri, con l’ambiente, con il mondo.

Di fondamentale importanza a questo riguardo è l’investimento per una

cultura dell’educazione. Siamo oggi di fronte ad una vera emergenza educativa

che investe direttamente non solo l’ambito familiare ed ecclesiale, ma

anche la vita civile, istituzionale, politica e sociale. In questa prospettiva affiora

con rinnovata urgenza la necessità di dare concretezza ad una prospettiva pedagogica

in grado di affermare la bellezza e la plausibilità delle dimensioni costitutive

dell’essere: la persona, l’interiorità, il senso, il dono di sé, la libertà, la

responsabilità, la gratuità. Di fronte alla dilagante cultura della frammentazione

e del relativismo, è urgente ritrovare il coraggio di proporre l’unità dell’atto educativo,

che nella coscienza delle persone e delle istituzioni consenta di tenere

insieme, in una continuità dinamica e creativa, senso, cultura e vita.

Uno dei punti di convergenza di queste diverse prospettive incentrate sul

primato della persona da consegnare alla Rimini del futuro è la valorizzazione

della bellezza in tutti i suoi aspetti: relazionale, ambientale, culturale e spirituale.

La ricerca della bellezza quale criterio sul quale progettare la città ha

rappresentato per secoli uno dei valori costitutivi della Civitas, purtroppo sempre

più trascurati negli ultimi decenni a vantaggio di logiche immediate di resa

produttiva e/o di scelte utilitaristiche. Spesso ridotta alla sfera dell’emozionale,

dell’apprezzamento soggettivo e persino dell’arbitrio, la bellezza in rapporto alla

città ha perso progressivamente il suo contenuto estetico, simbolico, spirituale,

relazionale. Eppure, come è stato colto con sensibilità impareggiabile da Dostoevskij,

snodo decisivo del pensiero moderno e contemporaneo, la premura

per la bellezza investe il problema dell’uomo e del suo destino. Questo significa

anche restituire un senso complessivo di equilibrio e di armonia al tessuto della

vita civile, relazionale, ambientale, oggi sempre più lacerato e compromesso.

Contribuire all’edificazione di una “città bella”, preservando i suoi tesori, le sue

forme, l’ordine e le proporzioni tra i diversi elementi compositivi e l’ambiente

che li accoglie, significa anche edificare un ethos attorno al quale una comunità

si riconosce nella sua identità, memoria e creatività.

Con il Piano Strategico il principio di sussidiarietà orizzontale, ed il conseguente

coinvolgimento della società civile, entra “dentro” la pianificazione

strategica, nella fase decisionale di progetto e ideazione della Città, coadiuvando

il lavoro della politica con l’obiettivo di offrire un “respiro” all’azione

dell’amministrazione locale. Per dare questo respiro, occorre “dare ossigeno”

alle decisioni politiche sul futuro della città, per far sì che rispecchino le persone,

le loro scelte, le loro preferenze, la fraternità e la reciprocità, la bellezza e la

cultura, per riportare la polis alle sue radici più vere, arrivando ad incidere sulle

scelte che stanno a monte del processo decisionale politico-amministrativo e

garantendone una piena trasparenza nei confronti della città. Partecipazione

e trasparenza diventano così le parole chiave dei prossimi capitoli della storia

della nostra Città.

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Vorrei terminare con un pensiero rivolto ai giovani: li costringeremo al ruolo

marginale di spettatori passivi della Città futura che essi si ritroveranno a dover

vivere o sapremo coinvolgerli come partners attivi e creativi nel disegnare il

profilo della città futura? Siamo noi adulti i responsabili… irresponsabili che li

hanno indotti a pensare che “life is now”. Ma se è vero che il deficit di futuro è

direttamente proporzionale al deficit di memoria, una domanda non può rimanere

sospesa: sapremo noi adulti superare la tentazione di certo giovanilismo

ridicolo e patetico, e testimoniare che – come ha scritto Gadamer – “il futuro

dipende dalle origini”?

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di ss. Apollinare e Pio V in Cattolica

Prot. VFL2010/30

Rimini, 14 aprile 2010

Carissimi Don Biagio, Don Massimiliano, carissimi Fedeli tutti di SS. Apollinare

e Pio V in Cattolica,

devo innanzitutto chiedervi sinceramente scusa se vi scrivo - per un ritardo

ovviamente involontario - a due mesi di distanza dallo svolgimento della visita

pastorale nella vostra parrocchia, ma mi fa anche piacere dirvi che nel frattempo

non si è affatto annebbiato in me il ricordo di quei giorni intercorsi dal 1

al 7 febbraio c.a., in cui ho avuto modo di rendermi maggiormente conto dei

grandi doni che il Signore ha fatto alla vostra comunità.

1. Ma prima di comunicarvi il frutto del “discernimento comunitario” che

ho esercitato insieme a voi sulla vostra parrocchia, vorrei ripercorrere il giro

degli incontri vissuti insieme, perché offrono uno spettro interessante delle

molteplici attività che caratterizzano il vostro cammino. La visita è iniziata

ufficialmente lunedì 1 febbraio u.s. con l’assemblea del Consiglio Pastorale,

nel corso della quale sono affiorati alcuni tratti caratterizzanti il profilo di una

comunità vivace e attiva come la vostra, ma si sono evidenziati anche nodi,

problemi e fatiche che vi trovano attenti e fortemente impegnati con l’aiuto di

Dio a superare. Il successivo mercoledì 3 febbraio l’agenda della mattinata è

stata occupata dal ricevimento in Consiglio Comunale e dalla visita allo stabilimento

della FUZZI; quindi abbiamo pranzato insieme alla mensa della Caritas

parrocchiale. Nel pomeriggio si è poi tenuto l’incontro con il centro di ascolto

della Caritas, e nel dopo cena ha avuto luogo un’assemblea molto partecipata

sul tema dell’impegno educativo. Assai intensa è stata anche la giornata del

giovedì 4 febbraio, con la visita al pensionato “La Quiete” e alla scuola Cattolica

delle Maestre Pie. Dopo il pranzo consumato con cordiale serenità presso

il Centro Anziani, si è tenuto nel pomeriggio un incontro molto interessante

con svariate realtà di volontariato e della solidarietà, come “Il Seme”, “Mamme

insieme”, “Il Maestrale”, “Il Pellicano”, “Superga”, Associazione Famiglie “Jump

Camp”, Operazione Tanzania, Centro di aiuto alla vita, AVULS ed altre ancora.

La sera, dopo una visita alla Casa della Carità, siamo tornati nel centro parrocchiale

per la lectio divina sul vangelo della domenica seguente. La mattinata

di venerdì 5 febbraio è stata caratterizzata dalla visita a diversi malati, mentre

al pomeriggio abbiamo visitato la sede e i ragazzi del “Pellicano”. Il sabato

seguente, dopo un breve incontro presso il Centro di Aiuto alla Vita e la Casa

Famiglia dell’APGV 23, ci siamo recati a far visita alla Capitaneria del Porto e

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

alla Casa del Pescatore. Il sabato sera abbiamo incontrato gli educatori di AC,

i Capi Scout, gli animatori dell’Oratorio e del Superga. La visita si è conclusa

solennemente la domenica 7 febbraio con la celebrazione molto curata e partecipata

della s. Messa, nel corso della quale si è svolto il rito della candidatura

al presbiterato del carissimo diacono Sandro Caprini.

Questa ricostruzione dettagliata della visita pastorale, dal ritmo così serrato,

mi permette di disegnare il tracciato del vostro cammino ordinario, secondo

la scansione quotidiana e settimanale. I due fuochi di ogni giornata sono la

celebrazione delle lodi al mattino e dei vespri alla sera, con la s. Eucaristia. Alle

12 apre la mensa della Caritas, e secondo un programma articolato e ben coordinato,

si tengono gli incontri settimanali di catechesi, nonché le molte attività

di volontariato e di servizio presso le varie strutture di solidarietà sociale. Un

momento settimanale molto significativo è costituito dalla lectio divina sulla

liturgia della domenica successiva.

2. Passo ora ad elencare in rapida rassegna alcuni dei molti doni con cui lo

Spirito del Risorto abbellisce il volto della vostra comunità.

Il primo in assoluto è senz’altro il rapporto fraterno, di stima reciproca e

di amichevole comunione, tra voi due sacerdoti. In effetti la vostra parrocchia

non è nuova alla compresenza delle figure del parroco e del cappellano. È un

dato che rappresenta obiettivamente la possibilità di integrare l’esperienza del

sacerdote più anziano con la freschezza e lo slancio di quello più giovane. Ciò

che mi ha colpito di più è il fatto che alla base della vostra collaborazione ci sia

la condivisione quotidiana della preghiera liturgica e della lectio divina. Come

non pensare che la vostra fraterna amicizia, con la grazia del Signore e la generosa

risposta di cui già date prova, non potrà non avere una ricaduta sempre

più esemplare e contagiosa sull’intera comunità parrocchiale?

Sono rimasto anche favorevolmente impressionato dal generale clima di

cordiale fraternità che si respira all’interno della comunità parrocchiale, a cominciare

dal Consiglio Pastorale, come pure tra i vari collaboratori nei vari

ambiti di attività, e che si esprime nelle diverse forme di attenzione ai poveri,

agli ammalati, alle persone con problemi psichici o in particolari difficoltà, per

vicende familiari o economiche. È da dire che la vivacità della Caritas è senz’altro

un segno distintivo del profilo spirituale e pastorale della vostra comunità.

Un terzo aspetto positivo che vi caratterizza è l’apertura non solo alla presenza

delle varie aggregazioni laicali, ma anche a tutti i fedeli, coinvolgendoli in

vario modo nei diversi servizi pastorali che emergono dal tessuto della comunità

credente: catechesi, preparazione al battesimo, preparazione dei fidanzati

al matrimonio, educazione alla fede dei ragazzi e dei giovani, ritiri per famiglie

e adulti, visita ai malati, nonché molteplici attività nell’ambito della carità, della

liturgia ecc. L’ideale che vi anima si rende percepibile nella tensione a fare della

parrocchia la casa di tutti, cercando di porre attenzione alle varie situazioni di

disagio, e di condividere momenti di gioia, di dolore e di difficoltà, valorizzando

le molte opportunità ordinarie e straordinarie che vi si offrono, cercando

di essere presenti ad alcuni passaggi particolari della vita, in occasione della

celebrazione dei sacramenti, dell’educazione cristiana dei figli, della richiesta

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

di aiuto, di consiglio e di sostegno che vi giunge dai fronti drammatici della

fragilità e della malattia.

In sintesi mi pare di poter dire che state puntando su una parrocchia che

sia effettivamente “casa e scuola di comunione” e state sperimentando come

solo una spiritualità di comunione possa conferire un’anima e mantenere in

vita il dato istituzionale e l’assetto strutturale della parrocchia. Infatti se la

comunione senza l’istituzione sarebbe come un’anima senza il corpo, l’istituzione

senza la comunione sarebbe come un corpo senza l’anima: un inerte,

gelido cadavere. Insomma il percorso appare obbligato: contemplazione – comunione

– missione. È quanto stiamo sperimentando a livello diocesano e

quanto anche voi state cercando di realizzare.

3. Vorrei ora provare ad offrire qualche breve indicazione sintetica, con la

speranza che vi possa tornare utile per il vostro cammino prossimo futuro. Certamente

ricorderete che nella celebrazione conclusiva della s. Eucaristia – era

la 5.a domenica dell’anno C - ripercorrendo il filo del vangelo della chiamata

di Pietro – mi soffermavo con particolare attenzione sull’invito di Gesù ad

“andare al largo” (Duc in altum”). Per una parrocchia di mare come la vostra,

questo invito del Signore risulta particolarmente suggestivo e stimolante. Vi

dicevo che l’appello a gettare le reti oggi significa per una comunità cristiana

operare una “conversione missionaria” non più rinviabile. I dati profilano una

situazione drammatica: tanti adulti e giovani vivono, pensano e agiscono come

se non fossero stati battezzati, come se per loro non fosse più vero che Cristo

è morto ed è risorto per noi: basti vedere il crollo dei matrimoni - dai 26 del

1997 ai 6 del 2009 -, la fuga dei ragazzi dopo la cresima, il numero piuttosto

esiguo di giovani e adulti che partecipano a seri cammini di fede, l’abbandono

della frequenza alla Messa domenicale. Ma ciò che più impressiona è la mentalità

ritornata pagana, mentre lo “scisma” strisciante tra fede e vita porta tanta

gente a raccogliere l’esistenza attorno ad altre priorità, estranee al vangelo e

alla ricerca di Dio.

Eppure la parrocchia si conferma come il luogo dove non mancano esperienze

che sembrano particolarmente propizie a far accadere l’incontro con

Gesù di Nazaret nel cuore della vita: la nascita di un figlio, il cammino dell’adolescenza,

la scelta del futuro nella giovinezza, l’amore di un uomo e di una

donna, la fedeltà alla famiglia e al lavoro, l’esperienza del dolore e della fragilità.

Per diventare comunità missionaria, occorre però che la parrocchia non si

riduca a un luogo dove si sta (o non si sta) bene insieme, ma sia soprattutto lo

spazio dove si può incontrare il roveto ardente della nostra fede, dove si può

vivere l’appuntamento con il Signore risorto come il senso della vita e la guida

nella storia. Occorre pertanto formare laici cristiani che sappiano distinguere

le tradizioni e le devozioni dalla Tradizione vivente della fede; che si appassionino

a fare dell’Eucaristia il cuore della settimana. In questo senso incoraggio

i cristiani laici a curare la formazione spirituale e culturale, come già diversi

stanno facendo, con la frequenza dei corsi di formazione pastorale e teologica,

come pure a promuovere e a coltivare le vocazioni al diaconato permanente.

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Occorre pure che le associazioni e i movimenti alimentino con il loro carisma

la presenza viva nella parrocchia e che la parrocchia si lasci intercettare dalla

loro presenza.

Da voi continua l’esperienza dei centri di ascolto del vangelo, una struttura

presente in parrocchia da 16 anni. I gruppi di ascolto rappresentano uno

strumento prezioso, che però va ripensato con coraggiosa inventiva. Su questa

esperienza la Diocesi ha investito molto in passato, ma ora ci occorre un

soprassalto di audacia nel rifocalizzare gli obiettivi, nel ridisegnare i cammini,

ma soprattutto nel preparare gli animatori. Questi devono essere laici di fede

adulta e matura, che pongano al centro della loro vita spirituale l’Eucaristia, facendone

il cuore della propria esistenza. L’animatore non sarà mai un cristiano

perfetto, ma non può non essere un testimone in tutti gli ambiti dell’esistenza

umana nei quali è chiamato a vivere. Soprattutto dovrà offrire segni credibili di

una volontà ferma e decisa nel puntare sulla misura alta della vita cristiana: la

santità. Ma su un capitolo tanto impegnativo e altrettanto promettente come

questo dovremo ritornare quanto prima.

Per concludere, vorrei riconsegnarvi alcuni impegni. Il primo è quello della

cura degli adulti e delle famiglie. Vi incoraggio ad intensificare ogni sforzo per

formare coppie di sposi che sappiano orientare, accompagnare e sostenere i

giovani fidanzati, le giovani coppie, i genitori cristiani, le coppie irregolari: si

tratta di un campo vasto e delicato, che ha bisogno di un “vivaio” di laici che

si assumano, in una logica di comunione corresponsabile con i sacerdoti, un

impegno che si è fatto in questi anni sempre più indispensabile e urgente.

Un altro campo – da voi definito “campo sempre aperto” - è quello educativo,

soprattutto nei confronti dei ragazzi e dei giovanissimi. Anche qui il

discorso si ribalta sugli adulti. In una parrocchia grande come la vostra, magari

in sinergia con le altre parrocchie della “zona”, non si potrebbe tentare un “laboratorio

dell’educazione” per i genitori?

Legato a quanto appena detto, viene l’impegno della pastorale vocazionale,

per il quale la vostra parrocchia può godere di una premessa insostituibile:

la gioia di essere preti, testimoniata da don Biagio e da don Massimiliano. Ma

questo dono prezioso non basta. Voi lo sapete: oggi il momento della crescita

appare il più difficile. Il tempo dell’adolescenza, una volta molto contratto, si

è allungato a dismisura, finendo per azzerare quello della giovinezza. Di qui la

necessità di modelli di vita adulta che aiutino a scegliere e a decidersi, e che

facciano risuonare la forza provocatrice di cammini di ricerca. In questo senso

l’oratorio è una struttura che deve audacemente ripensarsi come secondo

“atrio di ingresso” da frequentare per riscoprire il fascino del primo incontro

con Gesù.

Carissimi, ci sarebbero ancora tante altre cose da dire, ma per il momento

è opportuno che mi fermi qui. Coraggio: il cammino che vi attende è impegnativo,

ma lo Spirito del Risorto ci precede sempre e ci accompagna con la sua

presenza forte e dolce.

Preghiamo insieme perché il fuoco della fede nella vostra parrocchia non

si spenga mai, anzi si ravvivi per illuminare e riscaldare tutti e ciascuno di voi,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

ma anche i “molti” che incontrate nel quartiere, sul posto di lavoro, nei luoghi

del tempo libero.

Pregate per me.

Vi saluto tutti con affetto grande e vi benedico. Buona Pasqua!

+ Francesco Lambiasi

Ai Revv. Sacc. Don BIAGIO DELLA PASQUA e Don MASSIMILIANO CUCCHI

e alla Comunità Parrocchiale dei ss. Apollinare e Pio V di Cattolica

via XX settembre, 3

47841 CATTOLICA (RN)

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Benedetto Padre d’Europa

in Cattolica

Prot. VFL2010/32

Rimini, 19 aprile 2010

Carissimo Don Serafino,

a te, ai tuoi collaboratori e ai fedeli tutti della vostra cara comunità di Benedetto,

un saluto memore e grato, nel ricordo dell’accoglienza calda e cordiale

che mi avete riservato durante i giorni della visita pastorale.

Una parrocchia di nuova costituzione, impegnata nella primaria e imprescindibile

necessità di favorire un forte senso di aggregazione e di appartenenza.

Così mi si era presentata la vostra comunità fin dai primi incontri avuti con

voi, e così mi si è confermata nei giorni della visita pastorale, svoltasi dal 17 al

21 febbraio c.a.

Ma prima di condividere il frutto del discernimento comunitario che abbiamo

esercitato insieme sulla situazione e le prospettive della parrocchia, vorrei

ripercorrere brevemente l’agenda di quei giorni intensi e benedetti. Mi servo

abitualmente di questa rapida rilettura del programma realizzato durante la

visita, perché mi permette di cogliere il polso feriale della vita della comunità

parrocchiale, incontrata a suo tempo.

La visita pastorale a s. Benedetto ha coinciso con l’inizio della Quaresima,

che cadeva il mercoledì 17 febbraio u.s., ed è cominciata con la visita all’ospedale

di Cattolica. Accompagnato da te e dal valido, generoso cappellano, il carissimo

Don Davide Pruccoli, ho potuto incontrare il personale e i degenti del

presidio sanitario. Quindi abbiamo visitato gli anziani ospiti della locale RSA.

Questi incontri ravvicinati mi hanno fatto percepire la delicata premura che la

comunità cristiana esprime e deve sempre più riservare nei confronti di questi

fratelli che rappresentano i “poveri che avremo sempre con noi”, convinti che

quanti se ne prendono cura saranno un giorno benedetti dal Signore con quella

che Madre Teresa chiamava la benedizione con le cinque dita: “lo-avete-fattoa-Me”.

Il giovedì 18 febbraio ha avuto luogo l’incontro con il gruppo interparrocchiale

dei cresimandi: è stato il primo tentativo di quelli che con l’UCD stiamo

mettendo in atto lungo quest’anno pastorale. Ne ricavo intanto una prima direzione

di marcia: è indispensabile che nel corso della preparazione al sacramento,

si pongano delle solide premesse per il cammino post-cresima. Ma su queste

sperimentazioni dovremo riflettere e lavorare, con coraggio e audace creatività,

a livello diocesano, foraniale e zonale. Ho trovato molto interessante anche la

visita al laboratorio delle donne anziane, che si riunisce due volte a settimana

per eseguire i lavori più vari e poi vendere i manufatti in occasione di feste o

sagre, per devolverne il ricavato per sostenere un missionario in Tanzania, con

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

l’adozione a distanza di una ventina di bambini. Il momento nevralgico della

visita è stata senz’altro l’assemblea parrocchiale tenutasi in chiesa, nella serata

dello stesso giorno. Sono rimasto molto colpito dalla partecipazione numerosa,

attenta e coinvolta di tantissime persone. Diversi interventi hanno insistito sulla

situazione del parroco, che ha raggiunto i 75 anni di età e che avrebbe bisogno

di aiuto o di avvicendamento. Ho detto che ne avevamo già parlato insieme e

che, non essendo possibile né l’una né l’altra soluzione, ho dovuto pregarlo di

rimanere ancora un anno. La visita si è conclusa con la s. Messa di domenica 21

febbraio: è stata una celebrazione che ricorderò a lungo per la presenza corale

e festosa di un’assemblea liturgica allenata a partecipare in modo consapevole,

attivo e fruttuoso.

Vengo ora a qualche breve valutazione sintetica.

La vostra è una delle parrocchie più giovani della diocesi: ha appena 31 anni

di vita. Per favorire il senso di appartenenza, sono state svolte principalmente

tre attività: la visita a tutte le famiglie, in occasione della benedizione pasquale;

il catechismo dei bambini; la festa parrocchiale e altre feste, come la tombolata

di Natale, il carnevale, la “fogaraccia” di s. Giuseppe, e soprattutto la festa patronale

di s. Benedetto. Mi rendo conto che quello dell’aggregazione sia uno degli

obiettivi prioritari dell’azione pastorale, soprattutto in questi tempi segnati da

un alto tasso di individualismo. E comprendo pure quanto sia facile, su questa

strada, avvilirsi e scoraggiarsi per la sproporzione tra il cospicuo investimento

profuso in termini di energie, di tempo, di risorse da una parte, e dall’altra il

magro raccolto registrato. Capisco e prevedo che sorgeranno altre difficoltà, ma

mi domando: come possiamo pensare che una cosa bella, impegnativa com’è

la costruzione di una comunità parrocchiale unita e viva, possa accadere senza

il segno della prova, della difficoltà e della stanchezza? Caro don Serafino, lascia

che ripeta a te e ai tuoi valenti collaboratori: Non spaventatevi! Andate avanti

con fede, sopportando la fatica, compresa quella di migliorare il profilo dei

tentativi che mettete in atto. Il salmo ci dice che la semina viene sempre fatta

nel pianto. Ma un giorno, quando Dio vorrà, anche la radice secca manderà un

germoglio.

Analogo incoraggiamento vorrei rivolgervi per quanto riguarda iniziative o

attività un tempo fiorenti e che ora sembrano declinare in modo preoccupante,

come ad esempio l’incontro settimanale attorno alla parola di Dio, gli incontri

del dopo-Cresima, ma anche la frequenza di sacramenti come la confessione,

la s. Messa domenicale. Su un piano inclinato sembra scivolare anche l’attività

del Consiglio Pastorale Parrocchiale.

Vorrei però che queste doverose constatazioni non impedissero di vedere

il tanto bene che si continua a fare, come ad esempio con il campeggio per ragazzi

del catechismo (nel 2009 erano ben 72 ragazzi!) e con il soggiorno estivo

in montagna per le famiglie.

Resta la domanda: come rimontare una situazione che si presenta con risvolti

problematici e complessi?

Innanzitutto ringraziate il Signore e rallegratevi tutti per il dono della presenza

di don Serafino in mezzo a voi. Nonostante gli acciacchi dovuti alla salute

e all’età, voi gli volete bene e lo ammirate per l’abnegazione con cui si spende e

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

per la pronta disponibilità con cui risponde alle varie richieste e necessità della

parrocchia. Certamente non può arrivare a tutto e non può più fare quello che

faceva una volta. Domandategli ciò che è strettamente essenziale e tu, caro

don Serafino, aiuta collaboratori e fedeli tutti a passare dalla semplice collaborazione

a una corresponsabilità sempre più competente, generosa e creativa.

Ci sono tanti campi in cui i laici possono condividere gli impegni del parroco:

dalla benedizione delle case alla collaborazione in settori come la pastorale

della famiglia, dell’iniziazione cristiana, della conduzione economica, della Caritas,

dei giovani ecc. Ricorderete, ad esempio, che nel corso dell’assemblea

pastorale sollecitavo i genitori a creare l’oratorio parrocchiale. Non potrebbe

essere allora proprio la situazione che la parrocchia sta vivendo a stimolare tutti

i fedeli la comunità a fare di più e meglio, per camminare insieme sulla strada,

impegnativa ma efficace, della costruzione di una comunità che sia casa di tutti,

a servizio di tutti?

Ma vorrei pregare anche te, carissimo don Serafino, a rallentare un po’ il

ritmo della tua attività e a non aver paura di chiedere aiuto ai non pochi laici,

generosi e responsabili, di cui è dotata la parrocchia.

Permettimi anche di suggerirti di ridurre il numero delle Messe alla domenica.

È sempre meglio “meno Messe e più Messa”, anche perché la Messa deve

essere per la comunità di tutti, non per la comodidi alcuni.

Mentre auguro a te la consolazione di vedere uno scatto di corresponsabilità

laicale e ai tuoi fedeli la gioia di cogliere nel loro amatissimo “Don” un

soprassalto di giovinezza, mi è caro salutare cordialmente te e tutti.

Prego per voi e vi benedico di cuore

Al Rev. Sac. Don SERAFINO PASQUINI

e alla Comunità Parrocchiale di s. Benedetto

via Carpignola 99

47841 CATTOLICA (RN)

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Maria di Nazareth in s. Giovanni

in Marignano

Prot. VFL2010/33

Rimini, 19 aprile 2010

Carissimo Don Raimondo,

il volantino che lanciava la notizia della visita pastorale nella vostra parrocchia

di s. Maria di Nazareth, si apriva con una espressione che non mi è affatto

nuova: “Sorpresi dalla gioia”. In effetti è stato proprio così.

La visita si è svolta nei giorni dal 23 al 27 febbraio c.a. e si è aperta con

un’assemblea pastorale molto nutrita e partecipe, svoltasi nella chiesa-santuario

di Montalbano. Un momento particolarmente intenso è stato senz’altro l’incontro

con il Consiglio Pastorale per la consegna al Vescovo del progetto “Laiciguida

nella Parrocchia”, sul quale ritornerò subito. Molto fitta è stata l’agenda

dell’ultimo giorno, il sabato 27 febbraio: oltre alla visita ad alcuni malati, da cui

sono rimasto edificato per la grande testimonianza della loro fede, la giornata è

stata caratterizzata dall’incontro con il Consiglio del santuario, seguito dal pranzo,

consumato in un clima molto cordiale, con i pescatori e il comitato “Montalbano

in festa”. Al riguardo del santuario mi preme confermare quanto già avevo

riscontrato in precedenti incontri, come cioè stia diventando – grazie al lavoro

del Parroco e del Comitato – un centro propulsore di fede cristiana e di filiale

devozione alla Madonna del Mare, non solo per i parrocchiani, ma per molti altri

fedeli, in particolare i pescatori di Cattolica. Non posso che rallegrarmi di tanto

bene e incoraggio a proseguire sulla strada intrapresa.

Nel pomeriggio di sabato ha avuto poi luogo l’incontro con i bambini del

catechismo, i ragazzi dell’oratorio e i rispettivi genitori e animatori. La visita si

è conclusa degnamente con la celebrazione della s. Messa nella grande chiesa

di s. Giorgio, quasi insufficiente a contenere un’assemblea tanto numerosa,

raccolta e attiva. Alla fine siamo rimasti tutti letteralmente “sorpresi dalla gioia”,

e ne ringrazio con voi il Signore che non si è ancora stancato di compiere meraviglie

nella sua Chiesa.

Due sono stati i fotogrammi che mi sono riportato a casa e che custodisco

con intima gratitudine nel cuore. Il primo è quello della celebrazione conclusiva:

era forte la sensazione di respirare un clima di vera comunità cristiana.

La figura di Chiesa che mi rimandava l’assemblea liturgica era quella di una

parrocchia “formato-famiglia”, con un caleidoscopio di volti piccoli e grandi, tra

cui spiccavano molti adulti-giovani, tutti con un solo sguardo e un solo cuore.

In piccolo mi ritornava l’immagine che ho consegnato alla nostra Diocesi per

l’anno pastorale in corso: “mille voci, un solo coro”. Se fosse entrato in chiesa in

quel momento un non-credente, sono sicuro che avrebbe detto: Questi cristiani

mi dicono – da come guardano, pregano e cantano – che si stanno incontrando

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

con un… Signore che io non riesco a vedere, ma che pure dev’esserci da qualche

parte, se essi sono così attenti e si mostrano così contenti di incontrarlo.

L’altro fotogramma che conservo nell’album del cuore è quello della riunione

con il Consiglio Pastorale, tenutosi nella serata di giovedì 25 febbraio, e

sul quale ora mi piace di ritornare. Nella relazione che mi avete trasmessa, voi

riandate a quella che considerate la carta fondativa della comunità cristiana

di Montalbano, del lontano 1968: “Vogliamo vivere il Vangelo nel suo spirito

puro e genuino, nello spirito di povertà e di abbandono alla Provvidenza di Dio.

Vorremmo che mai la nostra parrocchia diventasse una stazione di servizio,

dove i clienti di passaggio fanno rifornimento e poi se ne vanno, e tanto meno

un’azienda che produca frutti abbondanti, per i quali paga le tasse”. Il sogno

originario che vi ha infiammato il cuore era allora quello di vivere secondo lo

stile dei primi cristiani, nello spirito della preghiera e della comunione fraterna.

Ora, grazie alla collaborazione e alla buona volontà di tante persone, la vostra

comunità sta vivendo dal 1 dicembre 2009 l’esperienza di un maggior coinvolgimento

dei laici nella animazione e nella conduzione della parrocchia.

Giustamente mi avete chiesto un pronunciamento in merito a questa esperienza,

e io vi ho subito confermato a voce quanto già il Vicario Generale vi

aveva anticipato nell’incontro dei primi di gennaio u.s. Cosa dirvi dunque al

riguardo? Innanzitutto confermo le tre “stelle” che orientano il vostro cammino:

la prima, essere una sola comunità; la seconda, diventare la casa di tutti e aperta

al servizio di tutti; la terza: “la comunità sarà la casa di tutti se sarà la Chiesa

dei poveri”. Sottolineo e sottoscrivo anche il vostro piano pastorale, basato sul

“volontariato evangelico e gratuito”, ispirato dal detto di Gesù: “Gratuitamente

avete ricevuto, gratuitamente date”. Inoltre apprezzo e condivido sia l’unitarietà

che l’articolazione del piano, coordinato dal parroco e dal diacono, e basato sul

coinvolgimento diretto e personale di 52 laici, che garantiscono e promuovono

i vari servizi all’interno della comunità. Così riuscite a coprire un’ampia gamma

di settori, quali – li riprendo secondo la vostra dizione - economato; i consigli

pastorale, parrocchiale e del santuario; l’oratorio; l’animazione liturgica; la catechesi;

la Caritas; il consiglio amministrativo e il fondo di solidarietà; la custodia

delle chiese; il coro; i lavori manuali. Ciò che più mi convince e sinceramente

mi interessa molto del vostro progetto è l’investimento sui laici, secondo l’indicazione

conciliare: “(I fedeli laici) possono essere chiamati in diversi modi a

collaborare più immediatamente alle opere di apostolato (…) e i pastori con

fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e

campo di agire, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di

loro iniziativa”. Non posso che concordare sullo spirito e il metodo di questa

impostazione, che si riassumono in una sola parola: corresponsabilità.

Perché la parrocchia possa volare a così alta quota, sono indispensabili due

punti di riferimento: la Diocesi e la zona pastorale. Prendo atto con piacere e mi

rallegro molto per la vostra attenzione convinta e compartecipe alle indicazioni

del Vescovo, alle iniziative diocesane - come la settimana biblica e il convegno

dei catechisti – nonché ai vari appuntamenti del nostro calendario pastorale.

Per quanto riguarda la zona pastorale è importante proseguire sulla strada già

intrapresa e che vi ha portato alla costituzione di una Caritas interparrocchiale,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

alla celebrazione unitaria della festa della Madonna del Mare e ad altre collaborazioni.

Sappiamo bene infatti che la parrocchia autosufficiente è morta e che ci

si richiede di mettere le parrocchie “in rete”, in uno slancio d’insieme, in ambiti

come carità, lavoro, sanità, scuola, cultura, giovani, famiglie, formazione, ecc.

Inoltre, perché l’azione pastorale della parrocchia non risulti una somma

di attività settoriali e di iniziative frammentarie, ma sia costantemente ispirata

a una “logica integrativa”, vi raccomando di coltivare molto una spiritualità di

comunione tra tutti i membri del Consiglio Parrocchiale, perché l’assetto strutturale

sia sempre ossigenato da quel respiro pentecostale che ci fa ad immagine

della primitiva comunità apostolica: “tutti perseveranti e concordi nella

preghiera, insieme a Maria, la madre di Gesù” (cfr At 1,14). Inoltre mi permetto

di suggerirvi di precisare meglio la denominazione e i rapporti tra quello che

chiamate “Consiglio Pastorale” e il “Consiglio Parrocchiale”, come pure vi invito

a precisare bene competenze e rapporti tra gli ambiti dell’attività pastorale.

Infine, vi incoraggio ad imprimere una forte accelerazione sulla strada della

missione. Sono sicuro che molti già trovino nella vostra parrocchia una porta

aperta nei momenti difficili o gioiosi della vita. Ma lasciatevi nuovamente scuotere

dalla parola del Signore che ci incoraggia non solo ad accogliere chi viene,

ma anche a raggiungere chi non viene, perché a tutti sia offerta l’opportunità di

una proposta esplicita del messaggio cristiano.

In conclusione vi raccomando di pregare molto per Don Raimondo, perché

il Signore lo ripaghi con abbondanti consolazioni per tutto il bene che vi ha

fatto. E preparate anche ad accogliere in spirito di fede e di carità sincera il sacerdote

che a tempo opportuno prenderà il suo posto.

Maria, la Madonna del Mare, che venerate nella chiesa-santuario di Montalbano,

vi sorrida, vi consoli e vi accompagni.

Vi benedico tutti di cuore

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Don RAIMONDO FRISONI

e alla Comunità Parrocchiale di s. Maria di Nazaret

via Montalbano 2404/B

47842 SAN GIOVANNI IN MARIGNANO (RN)

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Antonio da Padova in Cattolica

Prot. VFL2010/34

Rimini, 19 aprile 2010

Carissimo Padre Luigi,

la vostra è stata la prima parrocchia da me incontrata, che, nel corso della

visita pastorale, risulta affidata ad una comunità religiosa. Questo dato mi appare

tutt’altro che irrilevante. Innanzitutto perché, anche se la responsabilità di

parroco, compete solo a lei, la testimonianza di comunione che voi date come

comunità religiosa rappresenta il dono più prezioso che voi conventuali offrite

in solido a tutta la parrocchia. Inoltre voi formate una fraternità francescana,

e dunque siete continuamente posti di fronte alla sfida di mostrare come il

carisma del Poverello non solo non si è mai appannato nel corso della storia,

ma risulta di straordinaria attualità in una città, come Cattolica, che non è stata

affatto risparmiata dalle ondate tempestose della secolarizzazione e dai venti

gelidi dell’individualismo e del relativismo. Ecco la prima conclusione che ho tirato

al termine della visita pastorale: di spirito francescano, oggi, c’è più bisogno

che mai, da queste nostre parti dove vive tanta gente sazia e insoddisfatta, ma

dove vivono e soffrono anche tanti poveri che hanno bisogno di incontrare un

Cristo al vivo, così come s. Francesco lo ha riprodotto, nella sua vita e nella sua

stessa carne, con insuperabile, radicale fedeltà.

La visita pastorale è iniziata l’8 febbraio scorso con una visita ad alcuni

malati. Questo avvio per lo più insolito - rispetto al programma ordinario seguito

nelle altre parrocchie - più che come “un bel gesto” l’ho vissuto come un

segnale di attenzione privilegiata a questi fratelli che sono e dovrebbero essere

i nostri “tesori” e che edificano la comunità con la loro testimonianza, spesso

eroica, di limpida, esemplare fedeltà al vangelo della croce. Un momento intenso

è stato poi quello dell’assemblea di apertura della visita, con la relazione

sulla situazione della parrocchia, su cui ritornerò più avanti. La sera del giovedì

successivo, 10 febbraio, si è tenuta un’assemblea interparrocchiale unitamente

alle altre due parrocchie viciniori – s. Benedetto e s. Pio V – con molti albergatori

del posto. Tale incontro mi ha permesso di ascoltare problemi e prospettive

della situazione, e di offrire alcune indicazioni sulla pastorale del turismo. La

visita si è conclusa con la celebrazione eucaristica di sabato 13 febbraio e con il

saluto alla comunità parrocchiale.

Gli abbondanti frammenti di tempo vissuti insieme mi hanno permesso di

tastare il polso ordinario della vostra comunità e di coglierne il ritmo settimanale,

scandito dall’incontro sulla parola di Dio, che si tiene ininterrottamente ogni

martedì sera, già dal 2002. Un altro momento settimanale di preghiera, a cui

rimanete tenacemente fedeli, è quello dell’adorazione eucaristica, ogni venerdì

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

sera. Il cammino settimanale culmina ovviamente nel giorno del Signore, celebrato

e vissuto come centro e cuore di tutta la vita della comunità. Mi sembra,

il vostro, un tracciato essenziale, impostato sulla parola di Dio e sull’Eucaristia,

al quale fate bene a rimanere fedeli, cercando però di vigilare perché non venga

intaccato dalla ruggine dell’abitudinarietà e dell’assuefazione.

Per quanto riguarda il capitolo imprescindibile dell’iniziazione cristiana,

la vostra parrocchia risulta penalizzata dalla decisione - condivisa nella zona

pastorale - di agganciare il catechismo alla parrocchia sul cui territorio insiste

la scuola frequentata dai bambini o ragazzi. E non avendo voi alcuna scuola

nell’ambito del territorio parrocchiale, vi ritrovate di fatto con pochissimi bambini.

Al riguardo mi domando se non sia il caso di verificare questa scelta, perché

, se la parrocchia è e deve essere una famiglia, come può non prendersi direttamente

cura dei propri bambini e ragazzi? È invece da incoraggiare ogni sforzo

perché anche in questo campo le parrocchie della zona pastorale si “mettano

in rete” e riescano ad attivare un “laboratorio” interparrocchiale di formazione

per catechiste/i.

Ho inoltre riscontrato con piacere che da voi è presente e attivo l’Ordine

Francescano Secolare, con una fraternità composta da 18 membri, i quali si

impegnano nella catechesi, nel ministero straordinario della comunione eucaristica,

facendo servizio oltre che in chiesa, anche nelle case e nell’ospedale

cittadino.

Dal 2002 avete costituito anche il circolo parrocchiale “Max Kolbe”, i cui

soci si impegnano a vivere l’esperienza sportiva, culturale e ricreativa secondo

la visione dell’uomo e dello sport propria del CSI e facendo pieno e costante

riferimento alle linee di indirizzo morale e pastorale della parrocchia. Si tratta di

un interessante strumento educativo e pedagogico, con la dichiarata finalità di

aggregazione e formazione delle persone, attraverso l’organizzazione di attività

culturali, ludiche e sportive per adulti, giovani, ragazzi, bambini.

Passando ora a proporre qualche breve indicazione sintetica che vi possa

tornare utile per il cammino avvenire, mi limito alle seguenti.

La prima riguarda la ricostituzione del Consiglio Pastorale Parrocchiale

(CPP). Mi avete scritto nella relazione che per il momento avete ritenuto di

dover sospendere il suo funzionamento sia per “uscire dalla logica del piccolo

campanile” sia perché avete vissuto, a livello cittadino, “la positiva esperienza

di una unica assemblea, unitamente alla parrocchia di san Pio”. Mi rendo ben

conto di come la patologia del campanilismo possa aggredire una struttura

delicata quale il CPP. E sono altresì convinto che una delle terapie più mirate ed

efficaci sia costituita dalla sinergia con le altre parrocchie del territorio. Mi domando

però se non si possa innescare un circolo virtuoso in senso bidirezionale

tra il CPP e l’assemblea interparrocchiale. Infatti, come avete giustamente rilevato,

la logica da seguire, per superare il rischio del campanilismo è una logica

integrativa e non puramente aggregativa. Occorre infatti mettere le parrocchie

“in rete” in uno slancio di pastorale d’insieme, in ambiti come carità, lavoro,

sanità, scuola, cultura, famiglia, giovani ecc.

Un altro tratto tipico del profilo della vostra comunità è costituito dal fatto

dei due “volti” della parrocchia, quello del periodo che va grosso modo dalla

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

fine dell’estate a Pasqua, e l’altro che intercorre tra metà aprile e metà settembre.

Mi rendo conto che questa sorta di “doppia velocità” crea non pochi

problemi e sfide non facili, ma non è vero che una pastorale animata dalla fede

nella grazia del Signore riesce a trasformare anche le più grandi difficoltà in

preziose e feconde opportunità? Questo sarà possibile se tutta la comunità cercherà

di assumere quel “volto missionario” che le permetterà di diventare non

solo accogliente nei confronti di quanti busseranno alla sua porta, ma anche

coraggiosa e audace nell’intercettare quanti vivono, operano e passano periodi

di sano riposo nel suo territorio. Concretamente occorrerà formare un nucleo

di laici impegnati nel seguire cammini di rievangelizzazione per impostare una

pastorale di nuova evangelizzazione, rivolta a quanti hanno fame, per lo più

inconsapevole, di cercare Dio e di incontrare il suo Figlio unigenito, che solo

può appagare l’inquietudine del nostro cuore. Non potrebbe allora diventare

proprio la vostra parrocchia una “base missionaria” che, oltre al gruppo degli

“evangelizzatori” parrocchiali – di cui appena detto - si avvalga anche della risorsa

di sacerdoti e di laici – in transito da voi per periodi prolungati di vacanza

- per risvegliare in tante persone quella segreta nostalgia di Dio che fa parte del

DNA di ogni essere umano?

Da ultimo una indicazione di carattere liturgico: è da incoraggiare la manifestata

volontà di continuare la ristrutturazione del presbiterio, che prevede un

nuovo altare, la realizzazione dell’ambone, del fonte battesimale e il rifacimento

della pavimentazione.

Caro Padre Luigi, non posso chiudere questa lettera pastorale indirizzata

alla vostra comunità senza dirti tutta la mia più viva e calda gratitudine per

l’accoglienza premurosa e cordiale che mi avete riservato e per la quale prego

il Signore di ripagarvi con abbondanza di aiuto, di consolazione e di efficace

sostegno.

Ora saluto cordialmente te, i carissimi confratelli, i validi collaboratori e tutta

la cara comunità parrocchiale.

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Padre LUIGI FARAGLIA

e alla Comunità Parrocchiale di s. Antonio da Padova

via del Prete 81

47841 CATTOLICA (RN)

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di Madre del Bell’Amore in Misano

Adriatico

Prot. VFL2010/35

Rimini, 28 aprile 2010

Carissimo Don Pasquale,

sono stati soprattutto tre gli incontri che hanno caratterizzato la visita pastorale,

svoltasi nella vostra parrocchia “Madre del bell’amore”, nei giorni dal 10

al 13 marzo 2010. Ora, a un mese di distanza, mi piace rileggerli con te e con

i tuoi fedeli, servendomi delle lenti dell’affetto sincero e della gratitudine più

cordiale per l’accoglienza e la generosa disponibilità, riscontrata presso di voi,

alle indicazioni del Vescovo.

Il primo incontro con la comunità lo abbiamo vissuto la sera del 10 marzo

in un clima semplice e sereno nel salone parrocchiale, durante una simpatica

cena, a cui partecipavano i membri del Consiglio Pastorale e molti collaboratori

nei vari settori della vita pastorale (Caritas, Catechiste, Coro ecc.). È seguita in

chiesa l’assemblea di apertura, alla quale hanno preso parte anche i membri di

una Comunità Neocatecumenale e altri fedeli.

Nel pomeriggio del giorno seguente si è tenuta un’assemblea con i gruppi

di catechismo, le rispettive catechiste e un discreto numero di genitori, per un

totale di un centinaio di persone. Sul filo del brano del giovane ricco, abbiamo

meditato sull’inestimabile dono dell’amicizia con il Signore Gesù e sulle scelte

che la fede comporta nella nostra vita se vogliamo essere cristiani convinti,

coerenti e responsabili.

La visita si è conclusa il pomeriggio del 13 marzo con la benedizione della

cappella “Regina della Pace” in località s. Monica; con la visita ai malati; con

la celebrazione della s. Messa, durante la quale vi ho consegnato un’immagine

che ora mi piace riprendere per trarne qualche indicazione sintetica, che spero

utile per il vostro cammino futuro.

Ricordo di avervi parlato della parrocchia con l’immagine di un lago formato

da due affluenti – la Parola e la Liturgia – che a sua volta forma due emissari:

la Carità e la Missione.

L’immagine vuol dire innanzitutto che la comunità cristiana non si origina

per la somma delle buone volontà dei membri che la compongono. Non è

insomma una sorta di accademia o di club costituito dalla libera adesione dei

fondatori e dei soci ad uno statuto di fondazione. La comunità cristiana non si

organizza, non nasce per opera di “carne e sangue”, ma è generata dall’alto, dalla

chiamata del Padre alla sequela del Figlio benedetto e dalla effusione del suo

Spirito nel cuore di coloro che rispondono con la fede alla grazia del Signore.

Concretamente è la Parola di Dio che fa nascere la Chiesa, e la parrocchia

non è altro che la comunità di tutti i battezzati che vivono in un territorio parti-

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

colare. Oggi però si riscontra una vistosa scissione tra la fede e la vita nel comportamento

dei credenti, per cui non si può più dare per scontata la fede nei

battezzati e neanche nei cosiddetti “praticanti”. Quanti sono rimasti battezzati

anagrafici, il cui battesimo cioè è rimasto solo sul registro parrocchiale! C’è dunque

bisogno di “primo annuncio”, in pratica è urgente ritornare al cuore della

fede, all’annuncio dell’unica salvezza nella Pasqua del Signore.

Su questa strada, voi state sperimentando la positività del Cammino Neocatecumenale.

È importante però che questa comunità non si isoli dal resto

della più ampia comunità parrocchiale, e che la possibilità della riscoperta della

fede venga offerta anche ad altri fedeli che desiderano seguire altri legittimi

percorsi. Così, del resto, si fa con la Liturgia che, anche quando viene celebrata

per una comunità Neocatecumenale dev’essere aperta alla partecipazione di altri

fedeli e che raggiunge la sua forma più compiuta nella celebrazione liturgica

dell’unica comunità parrocchiale.

Tornando a voi, non posso che lodare lo sforzo generoso che ponete nella

pastorale dell’iniziazione cristiana, con l’impegno fedele e tenace delle 7 catechiste.

Mi rendo conto che anche da voi questo impegno venga pressoché vanificato

dall’abbandono della comunità parrocchiale, appena ricevuta la cresima.

Ritengo però che qui si possa giocare la carta della “zona pastorale”. Visto che

il problema della “fuga” dopo la cresima non affligge solo la vostra parrocchia,

ma anche le altre tre della zona pastorale, perché non provare a mettervi “in

rete” in uno slancio di pastorale d’insieme, facendo convergere i progetti, condividendo

le risorse (ad esempio per l’estate), curando insieme la formazione

di catechiste, educatori e famiglie? Vi dicevo che una comunità, che vive con

impegno e convinta fedeltà la sua adesione al santo Vangelo del Signore e al

Credo della Chiesa, genera carità e missione. Qui mi rendo conto che l’immagine

dei due fiumi può fuorviare. Carità e missione infatti non sono separabili,

perché nascono e crescono insieme, e sono strettamente intercomunicanti. Qui

li distinguiamo solo per ragioni di chiarezza.

Venendo alla carità, occorre ricordare che la prima carità è quella che circola

tra i fratelli uniti nella stessa fede. Ma la carità vera non è la semplice benevolenza;

è piuttosto l’amore verso gli altri, soprattutto i più poveri, con lo stesso

amore di Cristo per i fratelli. Ogni cristiano è chiamato ad amare il nostro prossimo

non solo come se stesso, ma come Cristo ci ha amati. La parrocchia perciò

non è e non deve essere un luogo dove si sta (o non si sta) bene, ma deve

essere soprattutto una comunione d’anima, uno spazio spirituale, un luogo di

ascolto della Parola e degli altri, di attenzione alle persone e alla loro crescita

umana e cristiana. L’Eucaristia, vissuta alla domenica, è il cuore della settimana,

che riscalda la vita delle persone, amalgama la vita di famiglia, illumina il ritmo

del lavoro, fa ritrovare il senso della festa.

La proiezione missionaria voi la vivete soprattutto con varie raccolte in denaro

per i missionari e con le adozioni a distanza. Riguardo invece al “senso

missionario per i lontani che abitano nel territorio della parrocchia” riconoscete

che “non è molto presente”. È una situazione, questa, che assilla e affligge la

nostra cattolicità italiana. La domanda è valida per tutte le parrocchie: cosa

possiamo fare per dare un volto spiccatamente missionario alle nostre comuni-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

tà? Valide indicazioni si possono trovare nella Nota pastorale della CEI: “Il volto

missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”. Ma tornando alla zona

pastorale mi domando con voi quattro parroci: non è possibile far diventare

la nostra zona un laboratorio dove sperimentare e verificare insieme tentativi

mirati e concreti per operare questa “svolta missionaria”? Perciò mi sento di

incoraggiare voi parroci a passare quanto prima dall’incontro che già si registra

tra di voi ad una collaborazione corresponsabile tra le vostre comunità, come

del resto già fate lodevolmente per qualche ambito, come quello della Caritas

interparrocchiale.

Caro don Pasquale, mentre benedico il Signore per te, per la tua fedeltà

al dono del battesimo e del sacerdozio che continui a rinnovare di giorno in

giorno, ti benedico nel nome del Signore insieme alla tua bella e cara comunità

Al Rev. Sac. Don PASQUALE MERLI

e alla Comunità Parrocchiale di Maria ss. Madre del Bell’Amore

via San Giovanni 21

47843 MISANO ADRIATICO (RN)

+ Francesco Lambiasi

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di Immacolata Concezione

in Misano Adriatico

Prot. VFL2010/36

Rimini, 28 aprile 2010

Carissimo Don Marzio,

con te, con i tuoi validi e generosi collaboratori, con tutti e ciascuno dei fedeli

della vostra parrocchia “Immacolata Concezione”, mi è molto gradito scambiare

un fraterno augurio pasquale di pace e di gioia nel Signore risorto e di fedeltà al

suo patto di sangue che ci ha redenti.

A un mese circa di distanza, mi è caro ripercorrere i giorni intensi e, spero,

fruttuosi della visita pastorale, condotta nella vostra comunità dal 1 al 6 marzo

u.s. Venendo da voi, già mi portavo dentro l’immagine di una comunità viva, aperta,

dinamica, serena. Al termine della visita, quell’immagine si è fatta ancora più

nitida nei contorni e meglio centrata sul suo fuoco ideale: il fuoco della missione.

In quella settimana abbiamo percorso insieme il territorio della parrocchia in

lungo e in largo. Non c’è stata una giornata in cui non abbiamo avuto almeno un

incontro: con i malati, con i bambini e ragazzi del catechismo e i loro genitori, con

i giovani del gruppo parrocchiale, con gli Scouts, con le catechiste, gli educatori e

animatori, con i gruppi di volontariato Caritas e Missioni, con le suore ecc.

In sintesi vorrei ora tentare di rispondere con voi a tre domande: qual è l’ideale

che vi anima e che ho visto rispecchiato nel vostro cammino? come si profila

la situazione attuale? quali conversioni effettuare per rispondere alla vocazione

nativa di una parrocchia oggi, in un mondo che cambia?

Ma prima vorrei dedicare alcune pennellate alla descrizione del contesto

socio-culturale di Misano, così come mi si è focalizzato nei giorni della visita, e

in particolare nell’incontro con il Consiglio Comunale, avvenuto nella serata del

venerdì 5 marzo, nel municipio. Negli ultimi 50 anni la città di Misano Adriatico

ha vissuto cambiamenti formidabili: da tranquillo paese agricolo di collina si è

trasformato in uno dei siti turistici più rinomati d’Italia e d’Europa. La cittadina

si è via via allargata e ingrandita, senza però che l’espansione urbanistica abbia

sfilacciato del tutto il tessuto sociale, anche se lo ha piuttosto allentato. Misano

ha saputo valorizzare con creatività e audacia le molte e molto positive risorse di

cui è dotata: un ambiente ancora sano e gradevole, una caratterizzazione turistica

di buona qualità, un associazionismo discretamente disponibile e vivace, una rete

efficiente di servizi per l’infanzia, la scuola, la cultura, il sociale, lo sport. Il tessuto

economico di Misano, fatto di numerose piccole imprese turistiche, artigianali e

commerciali, costituisce un patrimonio di grande dinamismo ed è fonte di benessere

diffuso, il che ha contenuto in parte – ma non ha certo potuto azzerare del

tutto – i danni sociali che si sono abbattuti su non poche famiglie, a causa della

drammatica crisi finanziaria in corso.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

L’habitat in cui insiste la vostra parrocchia è formato da quattro quartieri,

con caratteristiche e problematiche diverse. Misano Mare rappresenta il nucleo

più popolato con oltre 2mila abitanti, ma a sua volta risulta tagliato in due dalla

ferrovia, il che non favorisce l’afflusso alla chiesa parrocchiale di un cospicuo

numero di residenti. Il quartiere “Brasile” è popolato da circa mille abitanti, e ha

una sua relativa autonomia socio-culturale, ma anche pastorale, data la presenza

di una chiesetta che offre il servizio domenicale durante l’inverno, e la s. Messa

feriale durante la stagione turistica. Anche “Portoverde” è un centro turistico che

cambia volto d’estate, quando si passa dai 150 residenti agli oltre 5mila turisti.

Nella stagione balneare si celebra la Messa tutte le domeniche nella piccola chiesetta,

costruita gli stessi Portoverdini, che risulta insufficiente a contenere l’alta

affluenza dei fedeli. “Belvedere” è il quartiere più lontano dal centro parrocchiale;

conta più di mille abitanti, e a livello pastorale usufruisce della vicina chiesa di s.

Girolamo, aperta solo la domenica per la s. Messa.

Da questo rapido monitoraggio si rileva un tratto caratteristico della parrocchia,

che presenta, per dire così un doppio volto, o se si vuole viaggia a due

velocità: quella della stagione turistica e quella che va da fine settembre a metà

aprile. Tale situazione comporta di dover affrontare diverse problematiche, come

la caduta in verticale della frequenza alla Messa domenicale, da parte dei residenti,

durante la stagione balneare, a fronte di un numero considerevole dei

fedeli, che vengono da voi per qualche periodo di mare. Mi domando però se

la situazione non possa costituire anche una risorsa preziosa perché si creino

significative occasioni di scambio e di comunione tra i fedeli del posto e quelli

di passaggio. Così mi rendo conto che sto già entrando nel merito della seconda

domanda, mentre non può rimanere sospesa la prima: qual è l’ideale che anima

la vostra comunità?

La risposta, che ho letto in filigrana nei vostri racconti e nel vissuto che io

stesso sono riuscito ad intercettare in presa diretta, si potrebbe formulare così:

l’ideale di parrocchia che voi perseguite è quello di una comunità come casa di

tutti, dove rimane sempre acceso il fuoco della missione, per annunciare, celebrare,

testimoniare a tutti la presenza del Signore tra le case dei suoi figli. In

questo senso si sono rilevate strategiche alcune scelte pastorali. Innanzitutto la

decisione del parroco di non avere con sé alcun familiare, in modo da far sentire

ad ogni parrocchiano che viene a bussare alla porta che la canonica è anche

casa sua. Un’altra scelta è costituita dalla visita per la benedizione pasquale nelle

case, perché ogni famiglia si senta cellula della più grande famiglia parrocchiale.

Rafforza questa immagine il fatto che gli orientamenti pastorali, le varie attività,

l’amministrazione economica siano sempre fatte assieme, nei rispettivi ambiti del

consiglio pastorale, C.P.A.E., gruppo catechistico, liturgico, Caritas ecc.

A fronte della volontà di dare un volto missionario alla comunità, va registrata

la grande difficoltà costituita dalla massiccia ondata di secolarizzazione, che ha

investito la comunità cristiana e messo in crisi il modo tradizionale di vivere la

fede. A ciò si aggiunga un clima culturale, contrassegnato – come purtroppo dappertutto

- da individualismo pervasivo, da sfrenato consumismo, dal diffuso e destabilizzante

relativismo morale: fenomeni preoccupanti che hanno aggredito la

comunità cristiana e costituiscono un serio ostacolo alla trasmissione della fede.

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Pertanto la parrocchia si trova impegnata sul duplice versante di dover sostenere

e ravvivare la fede dei credenti, e nello stesso tempo essere segno credibile testimonianza

attrattiva per i lontani.

Così ho cominciato a rispondere alla seconda domanda: come si presenta la

situazione attuale sotto il profilo più prettamente pastorale? Nella vostra comunità

balza subito in evidenza il notevole impegno profuso nella catechesi dei bambini

e dei ragazzi, che vede coinvolti un buon gruppo di catechiste e di aiutanti.

La grande fatica è quella di aiutare i ragazzi nel periodo più delicato e decisivo del

loro cammino di maturazione, quello dell’adolescenza. Su questo crinale assai

complesso e delicato, oltre all’impegno diretto, ho riscontrato lo sforzo di assicurare

ai ragazzi in cammino la presenza di giovani più grandi che facciano un po’

da “apripista” e traccino la strada della fede a chi viene dopo di loro. Per gli adulti

si offrono incontri formativi ai fidanzati in vista della celebrazione del sacramento

del matrimonio, e si rivolge particolare attenzione alle famiglie, con un gruppo di

coppie che si sta allargando sempre di più e che da qualche anno sta seguendo

un percorso di spiritualità familiare, scandito da un incontro mensile, da ritiri nei

tempi forti e dalla celebrazione dei vespri ogni domenica.

Come ho già accennato, nel profilo della vostra comunità cristiana spicca il

tratto dell’attenzione ai poveri e agli emarginati. L’ho còlto nella testimonianza

personale del parroco, nel vivace e dinamico centro Caritas, nella fila ininterrotta

di immigrati che vengono a bussare in canonica. Con obiettività e umile sincerità

riconoscete che la carità nella vostra parrocchia “non ha ancora il posto che merita”

e che si potrebbe fare di più e meglio se si potesse contare su un maggior

numero di persone disponibili e ben formate. A questo riguardo permettetemi

di incoraggiarvi a tenere sotto controllo il rischio dell’assistenzialismo, mentre il

primo compito di una Caritas è e rimane quello di educare alla carità.

Prima di chiudere questo passaggio, mi fa piacere rimarcare altri talenti di cui

può godere la vostra parrocchia, come la testimonianza evangelicamente ispirata

delle due comunità religiose femminili; nonché la scuola dei Servi di Maria, con

il tenace e competente impegno educativo nei confronti di molti giovani della

zona; senza dimenticare l’alta tensione profetica che si sprigiona dalla locale

casa-famiglia della PGXXIII. Ho potuto apprezzare presso di voi anche la presenza

dinamica e coinvolgente del Gruppo Missionario, impegnato a sostenere la missione

in Zambia, dove don Marzio ha operato come “fidei donum” per otto anni.

Passo ora alla terza domanda: quali scelte di conversione deve effettuare

la vostra parrocchia per poter perseguire l’ideale che vi anima e rispondere alla

sfide del momento? Ricorderete che nella Messa conclusiva della III Domenica

di Quaresima ricorreva la parola del Signore: “Se non vi convertite, perirete tutti”.

Vi indicavo tre conversioni, in particolare. La prima, dall’individualismo alla

comunità. Bisogna in tutti modi far passare il segnale che Dio non vuole salvarci

singolarmente, ma vuole fare di noi un popolo, e che la parrocchia non è una

agglomerato di case o un aggregato di persone, ma è una comunità che assicura

nel territorio la dimensione popolare della. Chiesa. Bisogna rifuggire sia l’elitarismo

di un gruppo ristretto che “presidia” la parrocchia, sia l’autoreferenzialità di

persone che si accontentano di stare bene insieme, coltivando rapporti ravvicinati

e rassicuranti. Voi sapete quali sono le scelte da operare per by-passare questi

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

ostacoli, perché da tempo ne state facendo l’esperienza e le avete ben espresse

nella suggestiva immagine di parrocchia, come “casa di tutti” e con la formula

assai espressiva: “vicinanza a tutti, disponibilità verso tutti, accoglienza per tutti”.

La seconda conversione consiste nel transitare dalla passività al coinvolgimento:

la parrocchia non è una stazione di servizi per l’amministrazione dei sacramenti,

dove alcuni “fanno” per altri, ma dove tendenzialmente si partecipa

tutti all’opera di tutti. E se è vero che la parrocchia deve essere una cellula missionaria,

è indispensabile far capire che tutti i battezzati sono chiamati ad essere

missionari.

Collegata a queste prime due, è la terza conversione: passare da un cristianesimo

per abitudine a un cristianesimo per scelta, o se si vuole, da una fede

praticata per convenzione a una fede vissuta in base ad una scelta convinta e

responsabile. Oggi infatti non si può più dare per scontata la fede, neanche nei

praticanti. La parrocchia deve sfuggire al rischio di ridursi a gestire il folclore religioso

o il bisogno di sacro e deve riposizionarsi in un orizzonte più spiccatamente

missionario. In questo senso occorre investire in formazione, per poter formare

un buon gruppo di formatori, i quali a loro volta facciano da lievito in tutti i quartieri

della parrocchia, in tutti i vissuti della gente.

Non posso chiudere questa lettera senza incoraggiarvi a perseguire la scelta

della Chiesa italiana di operare in modo sempre più incisivo nella direzione di

una pastorale integrata, mettendo in rete, insieme alle parrocchie di Scacciano,

Misano Monte e Misano Cella, oltre alla carità, anche ambiti come lavoro, sanità,

scuola, cultura, giovani, famiglie, formazione ecc. In questa linea non posso che

apprezzare e incoraggiare la testimonianza di amicizia fraterna che tu, don Marzio,

offri insieme a don Claudio, don Pasquale e don Angelo, e che ritengo possa

costituire un ulteriore passo perché le parrocchie della zona mettano “in rete”

progetti, risorse, servizi.

Da ultimo, permettetemi un consiglio: Visto che avete tanta cura della vostra

bella chiesa e amate la proprietà e il decoro della liturgia, perché non cambiare

il fonte battesimale, in modo da armonizzarlo con gli altri elementi strutturali già

presenti?

Ora vi saluto, rinnovandovi la gratitudine per l’accoglienza delicata e premurosa

che mi avete riservato, e assicurandovi la preghiera perché il canto dell’Alleluia

pasquale non si spenga mai nella vostra vita.

Canta e cammina, carissimo don Marzio, insieme a tutta la tua bella e cara

comunità!

Benedico te e tutti

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Don MARZIO CARLINI

e alla Comunità Parrocchiale dell’Immacolata Concezione

via Dante 6

47843 MISANO ADRIATICO (RN)

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia di ss.

Biagio ed Erasmo in Misano Adriatico

Prot. VFL2010/37

Rimini, 28 aprile 2010

Carissimo Don Angelo,

sono stati giorni intensi, fitti di incontri e affollati di volti, quelli trascorsi nella

visita pastorale presso la vostra comunità parrocchiale dal 23 al 27 marzo u.s. Della

prima giornata, oltre il giro-infermi e una visita alla Casa di pronta accoglienza

“Il Germoglio” e alla Casa-famiglia della PGXXXIII, guidata con amore e competenza

da Davide e Cinzia, mi rimarrà a lungo scolpito nella memoria il pranzo in

canonica con gli altri preti della zona: ho visto con piacere che avete raccolto il

mio invito e che vi incontrare regolarmente tra di voi nei primi tre giorni della

settimana. Vi incoraggio a rimanere fedeli a questa vostra scelta, per coltivare

quello spirito di comunione fraterna che avrà una ricaduta sempre più incisiva

ed efficace anche sul cammino progressivamente unitario delle vostre comunità.

L’incontro pomeridiano con la Caritas interparrocchiale mi ha consentito di vedere

come quel cammino sia avviato da tempo e sta già cominciando ad esprimere dei

buoni frutti. La volontà di camminare insieme l’ho colta anche nell’incontro con

tutti i gruppi-cresima della zona pastorale, vissuto presso la parrocchia di Misano

Mare. La terza giornata della visita è stata caratterizzata dagli incontri con i bambini

e i giovani: la mattina, nel plesso delle Elementari, il pomeriggio presso l’asilo

parrocchiale, la sera con i giovani. Anche se avevo celebrato la s. Messa nelle giornate

precedenti, è stata soprattutto l’Eucaristia dell’ultima sera quella che mi ha

rimandato l’immagine più fedele della vostra comunità cristiana, che mi è apparsa

vivace, dinamica, in cammino.

Vorrei ora offrire alcune considerazioni, maturate nei giorni della visita, sul

cammino della comunità parrocchiale. Innanzitutto ho potuto apprezzare lo spirito

e lo stile con cui tu la guidi e la servi. Benedico il Signore per la tua dedizione

fedele, generosa, competente. Tu non ti permetti minimamente di rapportarti con

i collaboratori e con gli altri fedeli come un “padrone della loro fede”, ma solo

come un “collaboratore della loro gioia”. Sogni giustamente una parrocchia che

sia “casa e scuola di comunione”; ti preoccupi di favorire un clima di comunità che

sia fraterna e accogliente per tutti; ti sforzi di accogliere il positivo che c’è in ogni

persona e di fare sintesi anche tra posizioni divergenti. Questo servizio alla comunione,

ovviamente, ha i suoi costi: mi rendo conto che ti tocca spesso di soffrire

molto quando devi registrare resistenze, divisioni, contrasti. Sono le sofferenze di

un padre nella fede. Ma non scoraggiarti: ora ti è chiesto di dissodare il terreno, di

seminare con larghezza, di attendere con pazienza, ma il tempo del raccolto – che

certamente non mancherà, e sarà traboccante - lo conosce il tuo Signore.

Ti sapevo già molto sensibile alla sfida educativa, ma l’incontro con genitori,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

insegnanti e bambini della Scuola materna parrocchiale mi ha permesso di cogliere

in presa diretta la tua appassionata determinazione a far sì che le famiglie

della vostra comunità possano godere di questa preziosa, indispensabile risorsa.

So bene quale carico di responsabilità grava sulle tue spalle e so pure quanto ti

stia a cuore il coinvolgimento di tutta la parrocchia a favore di una struttura educativa

tanto valida ed efficace. Ma anche qui vorrei spendere una parola di incoraggiamento

ad andare avanti sulla strada intrapresa, verificando costantemente

l’andamento della Scuola e i risultati conseguiti, e misurandoli con i parametri

delle finalità che essa persegue. Intanto a te e alle insegnanti siano di stimolo la

gratitudine delle famiglie e l’affetto delicato e gioioso dei bambini.

Un incontro che ha sorpreso anche te è stato quello con i giovani. Alla vigilia

erano più forti i timori che le attese. E invece non solo sono venuti in tanti, ma

hanno anche dato prova di fame di Vangelo e di concreta disponibilità a proposte,

anche esigenti, mirate a favorire una integrazione positiva nel campo di tensione

tra la fede e la vita. Mentre l’incontro quella sera andava avanti, io ti guardavo di

soppiatto e mi sembrava di leggerti negli occhi un desiderio tenace di poter offrire

a quei ragazzi percorsi praticabili e cammini invitanti, per aiutarli a diventare

discepoli innamorati del Signore Gesù, pronti a puntare tutto sulla bellezza e la

vivibilità del Vangelo. Permettimi di dirti: non aver paura di gettare la rete, magari

insieme agli altri parroci della zona pastorale. Perché non dovrebbe essere possibile

anche da voi formare un gruppo dove giovanissimi e giovani, con l’aiuto di

qualche adulto ben formato, possano essere aiutati a riempire il loro cuore della

gioia di chi ha trovato o ritrovato il tesoro della fede nell’unico Signore capace di

salvare la vita dalla noia e dal vuoto del non-senso?

Nel mio breve messaggio conclusivo, formulato al termine della Messa vespertina

delle Palme, concentravo considerazioni, suggerimenti e proposte in una

sola parola: “evangelizzazione”. Vorrei ora riprendere questa parola programmatica

e declinarla in due rapidi passaggi. Innanzitutto è importante che tutti coloro

che a vario titolo fanno parte del “nucleo” più interno della parrocchia – penso ai

vari collaboratori, ai membri dei consigli parrocchiali, ai cosiddetti operatori pastorali

ecc. – prendano coscienza che l’evangelizzazione è compito di tutti i cristiani,

e non può più essere delegata al solo parroco. Oggi c’è bisogno di laici-testimoni

che hanno riscoperto il cuore del messaggio cristiano – il “primo annuncio” – e

lo sanno declinare nei territori della vita, come la ricerca, l’amore, la fragilità, il

lavoro, la festa… Sì, abbiamo bisogno di questi laici- missionari, che non solo non

si vergognano del Vangelo, ma ne sanno far risuonare la parola liberante e umanizzante,

senza interessi e senza complessi, con gratuità, franchezza e gioia contagiosa.

Bisogna quindi aiutare i cosiddetti “vicini” a diventare “lontani” per andare

in missione sulle frontiere della vita. E prima ancora occorre aiutarli a transitare

dalla fede insegnata alla parola che trafigge il cuore. Bisogna attivare efficaci sentieri

formativi per il risveglio della fede, perché siano sempre più numerosi quanti

sono disponibili a passare dall’essere praticanti che “assistono e prendono per sé”

a cristiani che “partecipano e vanno” a portare agli altri il messaggio centrale del

cristianesimo che non è una formula o un’idea, ma una persona, Cristo Signore.

Infatti tanti cristiani spesso la fede l’hanno appresa dai banchi del catechismo e

dalle tradizioni. È ovvio che una fede così non spinge a portare il lieto annuncio

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

a coloro che non l’hanno ricevuto. Pertanto occorre chiamare tutti a conversione,

investire in formazione, fare in modo che i praticanti diventino credenti adulti e

maturi. Infatti il primo verbo della grammatica cristiana non è innanzitutto imparare

né praticare, ma credere, cioè seguire il Signore. Dunque, “tutti per il Vangelo”.

Ma anche – è il secondo passaggio – “il Vangelo per tutti”. La parrocchia ha

straordinarie possibilità di favorire l’incontro con il Signore della vita. Basti pensare

a quanti nel suo territorio vivono esperienze come la nascita di un bimbo (infanzia

e fanciullezza), la stagione della ricerca e dell’orientamento per il domani (adolescenza

e giovinezza), l’inizio della vita di coppia, il tempo della maturità della

vita, la soglia della sofferenza e della fragilità. La prima domanda che ci si deve

porre al riguardo è allora: cosa deve fare la parrocchia perché queste soglie della

vita possano diventare altrettanti passaggi verso la fede, perché diventi di nuovo

possibile l’incontro con il Signore risorto e presente oggi? Qui ritorniamo al primo

punto, su indicato. La parrocchia non può essere una stazione di servizi religiosi o

un luogo dove passare un po’ di tempo insieme, ma uno spazio dove si incontra

il roveto ardente della presenza del Signore nella sua parola, nella santa liturgia,

nei fratelli di fede. L’Eucaristia deve essere il cuore della domenica e la domenica

il cuore della settimana. I poveri – non solo di beni, ma anche del bene essenziale

e irrinunciabile della fede – debbono trovare una comunità cristiana viva,

aperta e accogliente. Qui il programma dell’agenda pastorale rischia di allungarsi

a dismisura, ma basta riprendere i capitoli della traccia per la Visita per discernere

i necessari cambiamenti e gli opportuni adattamenti che ogni comunità parrocchiale

deve mettere in cantiere per rispondere alla chiamata del Signore e alle necessità

dell’evangelizzazione. Certo, si tratta di un programma impegnativo e assai

esigente, ma – ripeto – vi vedo già incamminati sulla strada del rinnovamento

conciliare della vostra parrocchia, e quindi rinnovo a te e a tutta la tua cara comunità

la mia sincera gratitudine per i passi già compiuti, mentre vi assicuro la mia

preghiera per i passi che mano a mano il Signore vi aiuterà a decidere, attraverso

un sereno e attento discernimento comunitario.

Da ultimo ti prego di portare la mia benedizione alle famiglie degli infermi che

abbiamo visitato e che ho particolarmente presenti nel cuore e nella preghiera.

Caro don Angelo, la visita pastorale nella tua parrocchia è stata impegnativa,

ma non pesante: e questo grazie all’accoglienza familiare e cordiale che mi avete

riservato tu, la tua cara mamma, tutti. Ringraziali tu per me e - ti raccomando -

porta per me un caloroso sorriso ai bambini dell’Asilo, il cui solo ricordo mi mette

nel cuore tanta gioia e santa allegria.

Lo sai che ti seguo e ti accompagno con stima, gratitudine e grande affetto. Ti

abbraccio e ti benedico

Al Rev. Sac. Don ANGELO RUBACONTI

e alla Comunità Parrocchiale dei ss. Biagio ed Erasmo

via Saffi 8

47843 MISANO ADRIATICO (RN)

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Visita pastorale alle parrocchie

di s. Giovanni Bosco e s. Maria

Assunta in Misano Adriatico

Prot. VFL2010/38

Rimini, 28 aprile 2010

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Carissimo Don Claudio,

la visita pastorale nelle due parrocchie, da te guidate - S. Giovanni Bosco in

Villaggio Argentina e s. Maria Assunta in Scacciano - svoltasi circa un mese fa,

dal 16 al 20 marzo u.s., è stata condotta secondo un’agenda fitta e incalzante,

ma seguendo un programma puntuale, ben articolato e organico. Mi piace riprendere

subito questo aspetto della “unitarietà” nella conduzione della visita,

poiché mi offre lo spunto non solo per rinnovarti la più affettuosa gratitudine

per la dedizione sacerdotale con cui tanto amorevolmente ti spendi nel servizio

di parroco, ma anche per esprimerti apprezzamento sincero e cordiale

condivisione per la saggezza pastorale con cui stai perseguendo un progetto di

progressiva integrazione di entrambe le parrocchie. Fin dal 1991, da quando ti è

stata affidata anche la comunità di Scacciano, tu ti sei premurato non di omologare

le due realtà e neppure semplicemente di aggregarle, ma hai ispirato la

tua azione pastorale ad una logica integrativa, da cui, con l’aiuto del Signore, ci

si può aspettare come risultato una comunità che respiri come un solo corpo

con due polmoni.

È la logica della cosiddetta “pastorale integrata”: essa risponde non tanto

a ragioni dovute alla diminuzione del clero, fenomeno, questo, che richiede

comunque di mettere mano ad una più razionale distribuzione delle risorse. La

situazione che stiamo attraversando ci dice con chiarezza inequivocabile che

oggi è finito il tempo della parrocchia ripiegata e rinchiusa nel perimetro più o

meno ristretto del suo territorio. Nessuna parrocchia, grande o piccola, può illudersi

di poter fare a meno di due imprescindibili punti di riferimento: la diocesi

e il territorio. Apertura alla diocesi significa coesione con tutto il popolo di Dio

e adesione al magistero pastorale del Vescovo. Voi vivete questa relazione fondante

e primaria seguendo con convinta disponibilità gli orientamenti e le indicazioni

proposte dal Vescovo, partecipando ai percorsi formativi, alle iniziative

e agli eventi promossi dal Centro diocesano e dall’Ufficio pastorale. A raggio

più corto una comunità cristiana, come la vostra, che voglia schivare il rischio

della chiusura campanilistica e del ripiegamento autoreferenziale, non può non

aprirsi ad una intelligente e dinamica sinergia con le parrocchie viciniori. Ed è

questo l’altro aspetto che ho rilevato con soddisfazione, venendo presso di voi:

il constatare come le parrocchie della zona pastorale si stiano mettendo “in

rete” per un cammino graduale di pastorale d’insieme. È logico che questa prospettiva

richieda un passo avanti nel rapporto tra voi sacerdoti, come già state

facendo con il ritrovarvi diversi giorni alla settimana per la mensa comune: è

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

un promettente salto di qualità che vi permette di passare dalla amicizia alla

collaborazione e, speriamo, dalla collaborazione alla corresponsabilità. Ritengo

che in questa direzione sia opportuno fare incontrare di tanto in tanto anche i

vari Consigli pastorali, le catechiste e i catechisti, come vedo che già fate per la

Caritas interparrocchiale.

In questo quadro mi piace condividere con te la ferma convinzione della validi

della parrocchia, una struttura che ha certo bisogno di essere ripensata ed

efficacemente rinnovata, ma che non può essere sostituita: senza di essa infatti

l’annuncio del Vangelo difficilmente raggiungerebbe i lontani e tanti emarginati.

La parrocchia deve pertanto concepirsi come una vera e propria “casa-famiglia”,

aperta a tutti, capace di ascoltare paure e speranze della gente, domande e

attese anche inespresse, e che sa offrire a tutti la possibilità di un incontro significativo

ed efficace con il Vangelo e la persona del Signore Gesù. In questa

luce, la comunità cristiana da te guidata – in ambedue le sue componenti – mi

è apparsa una comunità abitabile, grazie alla tua apertura al dialogo e alla tua

riconosciuta capacità di accogliere ogni proposta, meritevole di considerazione,

da qualunque parte essa provenga.

Accennavo più su all’altro riferimento imprescindibile per la parrocchia, il

territorio. Al riguardo, ho avuto modo di apprezzare la sensibilità all’impegno di

promozione umana sul versante della vita civile. Fin dall’inizio a Villaggio Argentina

la parrocchia ha incoraggiato e sostenuto il sorgere della Società sportiva di

calcio, che ha avuto e tuttora riveste tanta importanza per una crescita sana e

serena di ragazzi e di giovani, allontanandoli dal giro della droga e della malavita.

Volentieri, inoltre, avete collaborato all’avvio della biblioteca comunale e alla

scuola comunale di musica. Fin dall’inizio si è ravvisata la necessità di costituire

un “Comitato di solidarietà”, di cui il parroco ha ricoperto la carica di vicepresidente.

Non posso che incoraggiare a continuare su questa strada: è così

che la parrocchia può continuare ad assicurare la dimensione popolare della

Chiesa. Presenza nel territorio significa capacità di interloquire con gli altri soggetti

sociali nel territorio e con le istituzioni amministrative, evitando sempre

di diventare “parte” della dialettica politica. L’attenzione che avete dimostrato

riguardo al fenomeno dei nomadi e degli zingari merita di essere presa in seria

considerazione, con un convinto sostegno da parte della Diocesi, perché nei

confronti di questi fratelli non si manchi né contro le esigenze della giustizia né

contro quelle, non meno impegnative e vincolanti, della carità.

Nel corso della visita pastorale, ho avuto modo di apprezzare anche la passione

che mettete nella catechesi dell’iniziazione cristiana, in particolare nei

confronti dei ragazzi della cresima. L’anno scorso avevo già avuto modo di condividere

con i ragazzi, che poi ho avuto la gioia di cresimare, un ritiro presso la

vostra bella casa di s. Giovanni di Auditore. Mi rendo conto che tanta cura rende

ancora più acuta la sofferenza del parroco e delle catechiste nel constatare l’abbandono

di non pochi ragazzi, subito dopo la celebrazione della cresima. Vorrei

però dirvi: non vi scoraggiate, ma continuate ad impegnarvi su questo fronte

sempre più delicato e complesso. Il guaio più grande sarebbe se i ragazzi dovessero

lasciare la parrocchia “sbattendo la porta”, perché non siamo stati capaci di

farli innamorare di Gesù. Se noi invece avremo fatto percepire la bellezza di una

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

vita vissuta “nello Spirito” di Cristo Risorto, possiamo ragionevolmente sperare

che quel seme di vita prima o poi porterà frutto.

In conclusione, caro Don Claudio, permettimi di incoraggiarti a continuare

a spenderti per la riforma della comunità cristiana che ti è stata affidata, perché

diventi una comunità sempre più viva, credibile e capace di attrarre persone

alla sequela dell’unico Signore che ci può far vivere una vita bella, buona, beata.

Che il Signore benedica la tua dedizione disinteressata e senza riserve alle

due comunità e voglia benedire anche i tuoi validi collaboratori e i buoni fedeli,

ai quali ti prego di leggere queste righe, sicuramente incomplete, ma scritte con

cuore sincero, memore e grato.

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Don CLAUDIO SIGNORINI

e alle Comunità Parrocchiali di s. Giovanni Bosco e s. Maria Assunta

via Scacciano 55

47843 MISANO ADRIATICO (RN)

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Maria Stella Maris in Riccione

Prot. VFL2010/41

Rimini, 12 maggio 2010

Carissimo Don Concetto,

“consolidare la comunione fraterna e risvegliare in tutti il fuoco della passione

per l’annuncio del Vangelo”: questi sono gli obiettivi della visita pastorale,

che si è svolta presso la vostra parrocchia dall’11 al 17 aprile 2010. Si tratta di

mete alte e assai impegnative, ma con l’aiuto del Signore, possiamo dire di

aver compiuto in quei giorni molti piccoli passi verso orizzonti tanto grandi ed

esigenti. La visita non mi ha riservato particolari sorprese, ma è stata un’ampia

conferma di quanto aveva già avuto modo di percepire nei non pochi ma sempre

intensi e significativi contatti avuti in passato con la vostra bella e vivace comunità.

Anche stavolta sono arrivato da voi portandomi dentro il fotogramma,

ancora nitido, del primo incontro di fine settembre 2007, quando ad appena

due settimane dal mio ingresso in Diocesi, mi riservaste l’onore e la grande

gioia della inaugurazione delle nuove strutture parrocchiali. Fin da allora ebbi

l’impressione di una comunità giovane, guidata con cura amorevole e delicata

sensibilità pastorale dal suo giovane parroco. La vostra parrocchia, anche sul

piano logistico-strutturale, mi si è confermata come la “casa dei tre pani”: il

pane della Parola, il pane dell’Eucaristia e il pane della Carità.

Trattandosi di una parrocchia di recente formazione e tuttora in fase di sviluppo

demografico, ho trovato indovinato il modo di aprire la visita, con quella

cena nel salone parrocchiale, gremito da oltre 220 persone. Visto il grande

bisogno, che c’è da voi, di favorire una vasta aggregazione e un forte senso di

appartenenza, ritengo opportuna ogni iniziativa che promuova relazioni sincere

e autentiche tra le persone, i gruppi, le varie fasce d’età. È un servizio, questo,

che la parrocchia ha sempre svolto nella storia quasi bimillenaria della sua

istituzione, ma di cui oggi si avverte un forte bisogno, per superare le spinte

centrifughe sia nella direzione dell’individualismo dispersivo sia nella direzione

parallela della massificazione anonima e spersonalizzante.

Oltre quella di apertura, anche altre serate si sono svolte nel luminoso e

capiente salone parrocchiale e hanno avuto come contesto la cornice gioiosa

di pasti frugali, consumati insieme, all’insegna della sobrietà e con l’obiettivo di

“fare famiglia”. Del resto, non era questo lo stile delle prime comunità cristiane,

che praticavano l’agape fraterna “con letizia e semplicità di cuore”? Ricordo

però che, quella prima sera, mi confidasti il tuo disappunto nel constatare come

al successivo incontro di preghiera la partecipazione era risultata numericamente

inferiore rispetto ai tanti convitati, che avevano preferito guadagnare la

via del ritorno a casa. Cercai di aiutarti a ridimensionare il tuo pur comprensibile

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

disagio, date le non poche “attenuanti” che potevano spiegare il fenomeno: era

una domenica sera, la gente era stanca ed era naturale l’ansia di quanti temevano

di fare tardi… Ma forse il rammarico ti derivava anche dalla constatazione

– sempre alquanto dolorosa per un pastore zelante ed esigente come te – che

anche le persone che si ritrovano nel cerchio più vicino al centro parrocchiale

non sono tutte allo stesso livello di sensibilità spirituale. Ormai nelle nostre

parrocchie la condizione dei profili dei nostri fedeli si va facendo sempre meno

monolitica e omogenea, e sempre più variegata e complessa: questo fenomeno

non deve scoraggiarci. Deve piuttosto stimolarci a intercettare i livelli di

partenza per aiutare poi tutti a puntare sulla “misura alta” della vita cristiana: la

santità. Ma su questo punto ritornerò, dopo aver completato il racconto degli

eventi previsti dal programma.

L’agenda dei giorni successivi è stata impegnata dagli incontri con i bambini

e i ragazzi del catechismo, con i gruppi fidanzati e sposi, con i giovani, con gli

anziani della Casa protetta “Nuova Primavera”, con diverse persone venute a

incontrare il vescovo per la confessione o per un colloquio personale. Vorrei

soffermarmi brevemente sull’assemblea, molto partecipata, con i membri del

Consiglio Pastorale e con gli operatori pastorali. In quell’assemblea, come pure

negli incontri avuti, rispettivamente, con il gruppo-fidanzati e sposi, e con i

gruppi giovanissimi e giovani, mi sono dedicato ad aiutare i partecipanti a riscoprire

il “primo annuncio” come il messaggio centrale e fondamentale di tutta

la nostra fede. Oggi infatti noi viviamo in una situazione che si è fatta obiettivamente

missionaria. Per tanta gente il vangelo è diventato una sorta di codice

cifrato, di cui si è smarrita la chiave d’accesso, e che pertanto non si riesce più

a decifrare. Questo fenomeno suppone che innanzi tutto vengano rievangelizzati

coloro che poi a loro volta dovranno trasmettere il vangelo a quanti non

credono o non credono più. Prendiamo il caso del catechismo dell’iniziazione

cristiana: se vogliamo trasmettere il fuoco del vangelo ai piccoli, bisogna che

prima di tutto lo comunichiamo ai loro educatori, catechisti e genitori. È qui che

le nostre parrocchie stanno facendo fatica, ma non hanno altra scelta: o ripensarsi

comunità missionarie o ridursi a inutili e sempre meno utilizzate “stazioni

di servizio”. E allora forse bisogna dar ragione ad Antoine de Saint-Exupéry,

quando affermava: “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare

la legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia

per il mare vasto e infinito”

Vorrei, per questo, rivolgere una calda raccomandazione soprattutto alle

diverse famiglie che ho incontrato: di costituire un gruppo di sposi che, con la

guida del parroco, facciano un bel cammino di Cristo nella fede. Sarà un grande

aiuto per loro a svolgere la missione di educatori cristiani e anche una bella

testimonianza per altre famiglie e per tutta la comunità parrocchiale.

Caro don Concetto,

apprezzo e condivido la forte connotazione spirituale che tu stai dando al

tuo servizio pastorale nella parrocchia. Il Signore ti ha donato una forte sensibilità

alla preghiera e alla vita interiore, che tu vivi come un innamoramento

appassionato e fedele nei confronti del Signore e del suo vangelo. La conse-

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

guenza è che le persone che ti incontrano lo “sentono” che tu ci credi sul

serio al Signore e che sei innamorato della sua Chiesa. Non aver paura allora di

“contagiare” a quanti ti stanno intorno il fuoco dell’amore per Gesù benedetto.

Alla scuola di Don Alvaro Della Bartola, quando eri cappellano a San Gaudenzo,

tu hai fatto tuo il suo ideale, che egli aveva espresso nel ricordino della sua

ordinazione: “Amarti, Signore, e farti amare!”. In fondo, non è stata questa la

“pastorale” di Gesù, che ha contagiato ai suoi discepoli il forte amore suo per

il Padre e per la salvezza dei fratelli? Sì, il Signore ti ha fatto dono del carisma

dell’accompagnamento spirituale: dédicati perciò alla cura della vita interiore

dei tuoi collaboratori e di quanti ti chiedono un aiuto per fare un cammino di

crescita nella preghiera, e tutto il resto ti verrà dato in aggiunta.

Caro don Concetto, non vorrei metterti a disagio nel chiederti di leggere

con i tuoi collaboratori questa lettera, ma permettimi di ritornare per un’ultima

volta su quella che giustamente è stata definita “l’anima di ogni apostolato”. Tu

hai scelto il Signore come senso e ragione della tua vita, e conseguentemente

– e giustamente! - per te la pastorale non è questione di tecniche aggregative,

di metodologie o di strategie di comunicazione. Per te la pastorale è quello che

è e deve essere: una questione di cuore. Lasciati perciò trasfigurare sempre di

più nel Buon Pastore e sarà il suo Spirito a fare della vostra parrocchia la “casa

dei tre pani”, come già avete cominciato ad essere. Il fatto che ci siano oltre 40

persone che ogni giorno meditano le letture bibliche della s. Messa con quel

gioiello prezioso qual è il “Pane Quotidiano” di don Oreste; l’adorazione eucaristica

con le lodi che apre ogni giornata della comunità nella chiesa parrocchiale;

l’attenzione posta nel riossigenare continuamente il clima di fraternità

all’interno della parrocchia e la delicata, generosa apertura verso i poveri, con

la Caritas parrocchiale e interparrocchiale: non sono questi dei fecondi semi di

vita che ben presto faranno biondeggiare le messi di quella porzione di campo

del Signore, qual è la parrocchia delle Fontanelle?

Oltre che il mio cordiale augurio, è questa la preghiera e la benedizione

che invoco su di te, carissimo don Concetto, e sulla tua comunità

Al Rev. Sac. Don CONCETTO REVERUZZI

e alla Comunità Parrocchiale della Stella Maris

via Sicilia 21

47838 RICCIONE (RN)

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia di

s. Maria Mater Admirabilis in Riccione

Prot. VFL2010/42

Rimini, 12 maggio 2010

Caro Don Matteo,

se dovessi riassumere in due parole la figura di parrocchia che mi avete

rimandato nei giorni della visita pastorale – svoltasi dal 20 al 24 aprile 2010 –

potrei ricorrere a questa immagine: “il cero pasquale al centro”. Questo è infatti

(= “nei fatti”) il vostro ideale: fare della settimana santa e in particolare del triduo

pasquale il punto di partenza e di arrivo di ogni attività liturgica, pastorale,

caritativa. Dico subito che ho respirato presso di voi l’onesta consapevolezza

che questa meta è appunto “ideale”, e che, anche se la vostra comunità abita

in…”via della Pasqua”, voi riconoscete che la via da percorrere è ancora lunga e

tutta in salita. Ma anziché tradursi nell’amarezza dello scoraggiamento, questa

consapevolezza si esprime nella tenacia di una comunità che intende perseguire

l’ideale con convinta, appassionata determinazione. Del resto il mettere la

celebrazione dell’evento pasquale al centro della vita e dell’attività della parrocchia,

voi non lo intendete come un vostro progetto, ma come la risposta ad una

chiamata del Signore. Ma prima di riprendere questi pensieri, vorrei raccontare

alcuni fotogrammi di momenti vissuti insieme, che mi porto dentro e che con

il passare dei giorni sono andati a formare un variopinto caleidoscopio di emozioni

e di considerazioni che più giù vengo a proporvi.

La visita è cominciata con un incontro, che ricorderò a lungo, nella sede e

con le volontarie del Centro di Aiuto alla Vita. Ogni martedì pomeriggio, al centro

d’ascolto, vengono accolte in media circa 20 donne: ragazze madri, mamme

con bambini neonati, donne in gravidanza. Il resoconto dell’anno 2009 ha

aiutato 119 mamme, di cui 20 italiane e 99 straniere, 207 bambini, 28 donne

in gravidanza. E nei 16 anni di attività, il C.A.V. ha salvato ben 43 bambini

dall’aborto, ispirandosi all’esempio e all’ideale di Madre Teresa di Calcutta: “Le

difficoltà della vita non si risolvono eliminando la vita, ma superando insieme le

difficoltà”. Mentre scorreva il racconto delle zelanti volontarie, mi domandavo:

“E la Pasqua che cosa c’entra con questi drammi e questo impegno?”, ma mi

rendevo ben conto che la domanda era mal posta, e andava rovesciata: “Che

cosa di questi drammi e di questo impegno non c’entra con la Pasqua?”. Infatti

– come voi scrivete nel bel cartoncino-dépliant di presentazione – “Le volontarie

si adoperano nella convinzione che in ogni persona sofferente s’incontra

Cristo che chiede di essere amato”, e puntate sull’unica ricompensa ricercata:

“la gioia che si prova facendo del bene”.

Il successivo colloquio con te, caro Don Matteo, mi ha confermato che lì,

nella tua amata parrocchia, non stai cercando te stesso, né la tua realizzazio-

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

ne né la tua gratificazione, ma solo il regno di Dio e il bene della comunità a

te affidata. Ho anche percepito in modo più netto che la vostra è veramente

una parrocchia “a doppio regime”: quello invernale, con pochissimi residenti, e

quello estivo, con tantissimi turisti. Questa situazione rappresenta una duplice

sfida, e come tale voi la state intercettando: come fare in modo che la piccola

comunità invernale non risenta negativamente della lunga e forzata “pausa”

estiva? E come fare in modo che i turisti possano trovare non solo una chiesa

aperta dalle 8 di mattina alle 23 di sera, oltre al parroco e ad un sacerdote in

aiuto straordinario, ma anche una comunità aperta, accogliente, e capace di

attivare quel feed-back, fatto di amore che si dà e si riceve da ambo le parti?

Riprendendo il filo dei racconti, mi è sembrata poi particolarmente stimolante

l’assemblea che abbiamo avuto nella prima serata: anche se non eravamo

in molti, il dialogo è risultato fin dall’inizio molto intenso e interessante.

Dopo aver posto sul tappeto due domande – Secondo voi perché un abitante

di questo territorio farebbe bene a frequentare la parrocchia? Quali sono i passi

da compiere per corrispondere all’ideale di una comunità veramente “pasquale”?

– ho registrato queste risposte. Riguardo alla prima domanda: Abbiamo la

fortuna di avere un bravo parroco. Le celebrazioni sono ben curate e risultano

molto coinvolgenti. Abbiamo anche un buon gruppo di catechiste e di educatori.

La parrocchia gode di enormi potenzialità, a livello logistico e non solo…

Riguardo alla seconda domanda, i passi da compiere riguardano soprattutto il

coinvolgimento delle famiglie e la promozione di una azione culturale che risulti

più incisiva al fine di cambiare e di orientare in senso cristiano la mentalità della

gente.

Al termine della visita, nella celebrazione eucaristica in cui tento di fare sintesi

di quanto emerso nel corso dei vari incontri, riprendevo il filo delle riflessioni

maturate nei giorni precedenti e ritornavo sulla immagine del cero pasquale

al centro. Vi dicevo che fare della Pasqua il cuore pulsante di tutto il cammino

dell’anno liturgico e pastorale della comunità significa una cosa semplice, anche

se non facile, e cioè: innanzitutto celebrare bene il triduo pasquale in parrocchia.

Questo significa che occorre far di tutto per rimanere in parrocchia per

celebrare la Pasqua, evitando così che il triduo pasquale si riduca a un “ponte”

turistico che non permette di rinascere come comunità cristiana nella madre

di tutte le veglie, la notte di Pasqua. Non dovrebbe essere questo sempre più

logico e normale, se non si vuole passare la festa più cristiana in modo obiettivamente

“pagano”? Ma siccome i cristiani celebrano la Pasqua settimanale ogni

domenica, occorre anche qui fare uno sforzo serio perché la domenica tutta

la comunità si riunisca nella celebrazione eucaristica. E visto che l’eucaristia

unisce e non divide, sarebbe il caso di ridurre anche il numero delle Messe, in

modo che non ci siano “messe di comodità”, ma solo “di comunità”. Ho visto

con piacere, nelle celebrazioni liturgiche, la presenza del coro parrocchiale. Vorrei

raccomandare che tenga sempre presente, anche nella scelta del repertorio

dei canti, lo scopo principale del coro liturgico, che è quello di favorire il coinvolgimento

e la partecipazione di tutta l’assemblea.

Un’ultima riflessione mi resta da proporre. La situazione del nostro presbiterio

diocesano – sempre più ridotto numericamente e sempre più anziano

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

anagraficamente – richiederà a breve una ridistribuzione del clero sul territorio.

Ormai viviamo in un contesto che si è fatto obiettivamente missionario. Ci sarà

bisogno di ricorrere ad una “logica integrativa” e non puramente ”aggregativa”,

che non potrà comunque assicurare la presenza di un prete per parrocchia. La

prospettiva potrebbe risultare mortificante se non venisse attentamente preparata

con un coraggioso investimento formativo in modo da avere – anche là

dove non si riuscisse a garantire un prete in pianta stabile – almeno un nucleo

di laici formati e preparati, come già avviene nei paesi di missione. Ma occorrerà

anche promuovere una pastorale vocazionale che punti a garantire un gruppo

di famiglie e di laici adulti e maturi che facciano da lievito a tutta la comunità,

che non potesse usufruire del servizio di un prete. Ma sarà indispensabile pregare

perché ogni comunità cristiana ridiventi grembo fecondo di vocazioni al

sacerdozio, al diaconato, ai vari ministeri ecclesiali…

È in questa prospettiva che deve continuare la preghiera e l’impegno pastorale

della vostra comunità. Il Signore vi accompagni con la sua benedizione

Al Rev. Sac. Don MATTEO DONATI

e alla Comunità Parrocchiale di Mater Admirabilis

viale Gramsci 39

47838 RICCIONE (RN)

+ Francesco Lambiasi

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di Gesù Redentore in Riccione

Prot. VFL2010/43

Rimini, 12 maggio 2010

Carissimo Don Franco,

ripenso con intima, intensa letizia alla visita pastorale, condotta presso la

vostra Parrocchia nei giorni dal 26 aprile al 2 maggio 2010, e benedico il Signore

per la tua accoglienza cortese e cordiale come pure per la pronta, convinta

disponibilità dei tuoi validi collaboratori e dei tuoi cari fedeli a cooperare con il

Vescovo nel fare discernimento sulla situazione e le prospettive della comunità

cristiana a te affidata.

Permettimi di ripercorrere insieme l’agenda di quelle giornate benedette,

perché ne emerge una immagine di Chiesa, che sta cercando, con l’aiuto del Signore,

di rinnovare il suo profilo interiore secondo l’ideale tracciato dal Vaticano

II e dal Magistero pastorale dei Vescovi italiani. La meta ideale che si prospetta

al nostro orizzonte è che ogni parrocchia riscopra la sua vocazione nativa, fattasi

in questi anni più urgente e irrinunciabile, e cioè la chiamata a “comunicare il

Vangelo, ripartendo dalla contemplazione del volto del Signore e dal primo annuncio

della fede”.

È proprio dalla contemplazione che abbiamo iniziato l’itinerario della visita

pastorale: quell’ora di adorazione eucaristica della prima sera l’abbiamo vissuta

insieme come un rimetterci ai piedi del Signore per esporci alla luce della sua

parola e farci ferire l’anima dal raggio del suo amore. Come è possibile infatti

porre mano alla nuova evangelizzazione se non permettiamo a Lui, “il primo e

più grande evangelizzatore” di farci ardere il cuore ogni volta che ci spezza il

pane delle Scritture? Questa centralità della Eucaristia nella vostra comunità ho

avuto modo di apprezzarla e di gustarla interiormente anche in altri momenti

della visita pastorale, come ad esempio nella celebrazione del mattino seguente,

con l’ufficio delle letture, le lodi e la s. Messa. Mi avete raccontato anche del

vostro tentativo di rimettere al centro e al vertice della vita parrocchiale il giorno

del Signore, con la celebrazione una volta al mese di una domenica che sia

esemplare e paradigmatica per lo spirito e il programma della festa. Essa infatti

prevede una celebrazione accurata dell’Eucaristia, seguita dal pranzo in comune

con un buon numero di partecipanti, e da un pomeriggio di festa vissuto con

fedeli di diverse fasce d’età – dai bambini agli anziani – e con vari nuclei familiari

al completo. Questa dimensione aggregativa della domenica è parte integrante

della festa cristiana, poiché non solo assicura concretezza alla comunione, ma

contribuisce anche a dare valore al tempo libero, vissuto non come tempo vuoto,

da perdere o da “ammazzare”, ma come spazio esistenziale che risulti effettivamente

liberante e rigenerante. Un messaggio, questo, che in una città in cui il

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

divertimentificio” rischia di tradursi in “deprimentificio” ha una sua forza incisiva

di provocazione e, insieme, una efficace possibilità di cambiamento culturale.

Negli altri giorni non sono mancate le visite a varie realtà educative e formative,

come alla simpatica scuola materna dell’Albatroccolo, ai gruppi di catechismo

che fanno il cammino – che ho trovato di buona qualità formativa

- del buon Pastore, fino al Punto Giovane. Ho avuto così modo di rilevare una

costante del tuo servizio pastorale e della vostra comunità parrocchiale: quella

passione educativa che oggi deve trovare la Chiesa impegnata in prima linea per

evitare che le nuove generazioni siano private del sacrosanto diritto all’educazione

umana e cristiana. Un diritto, che non può essere assolutamente mortificato,

pena non solo la continuità nella trasmissione della fede, ma anche la possibilità

di una convivenza sociale e civile, che sia degna della nostra comune umanità.

Molto interessante è stato anche il momento assembleare che abbiamo vissuto

insieme con i membri del Consiglio Pastorale, con i catechisti e gli altri

operatori pastorali. Attraverso la ricostruzione del vostro cammino annuale sulla

traccia dell’anno liturgico – con l’ausilio del coinvolgente sussidio audiovisivo -

ci si è ricomposta davanti agli occhi, come in un caleidoscopio, l’immagine di

una comunità parrocchiale serena, operosa e feconda. In quell’assemblea partecipata

e attenta, ricordo di aver posto ai partecipanti una domanda semplice

nella formulazione, ma assai impegnativa nel merito: cosa piace o non piace al

Signore della nostra comunità? Tra le tante cose positive, diversi hanno sottolineato

il “clima” che si respira da voi, fatto di stima e benevolenza reciproca, di

cordiale apertura nell’accogliere tutti, di grande serenità e di fiducia nel rapporto

parroco-collaboratori-fedeli. Altri hanno messo in risalto alcune efficaci esperienze

pastorali, come l’evangelizzazione di strada, la catechesi del buon Pastore, la

celebrazione del giorno del Signore. Ho apprezzato anche l’onestà e l’umiltà nel

riconoscere ritardi e fatiche nel perseguire l’ideale evangelico di una comunità in

cui tutti siano effettivamente un cuore solo e un’anima sola. Quella sera, mano

a mano che si andava componendo davanti a noi il mosaico della comunità parrocchiale,

mi sentivo un po’ nei panni di Barnaba, di cui l’evangelista Luca dice

che quando arrivò ad Antiochia, “vide la grazia di Dio e si rallegrò” (At 11,23).

Ora, prima di ritornare sulle consegne che vi ho lasciato, al termine della

visita, vorrei soffermarmi brevemente sulla realtà del Punto Giovane. Quando

due anni fa te lo riaffidai, mi rendevo ben conto della fatica che la somma degli

impegni avrebbe comportato nel tuo ministero sacerdotale. Mi sembra però che

il Signore ti stia aiutando a fare sintesi tra il servizio di parroco e la responsabilità

del Punto Giovane. Il segreto per operare questa sintesi è duplice, e tu lo stai

sperimentando: da una parte, coltivare la rasserenante certezza che il Signore

quando ci chiede di più, si impegna anche a darci più forza; inoltre, “fare

di meno per fare meglio”, ossia corresponsabilizzando i laici, in modo che noi

potremo “dedicarci alla preghiera e al servizio della Parola” (cfr At 6,4). Perciò,

mentre ti rinnovo stima, fiducia e affettuosa gratitudine, ti benedico e ti incoraggio

a perseguire l’ideale di ministero sacerdotale che continua ad affascinarti, e

a proseguire con slancio e fedeltà sulla strada intrapresa.

Nella Messa conclusiva vi affidavo alcune mete pastorali che non vi risultano

affatto nuove poiché da tempo le state perseguendo. Pertanto non occorre che

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

mi dilunghi a motivarle e ad esplicitarle in modo dettagliato. Mi basta richiamarle

brevemente. Le mete sono sinteticamente l’evangelizzazione e l’educazione.

Si tratta di due mete in una, poiché la Chiesa “evangelizza educando ed educa

evangelizzando”. Vi auguro che la vostra Parrocchia sia un creativo laboratorio

di alta qualità formativa, da cui escano testimoni appassionati del Vangelo, educatori

coerenti e competenti, maestri capaci di “in-segnare” - ossia di “mettere

segni” lungo i percorsi dell’esistenza - attraverso la grammatica di una vita trasfigurata

dalla fede e la sintassi di una fede incarnata nella vita. Perché le due

vette gemelle dell’evangelizzazione e dell’educazione risultino concretamente

raggiungibili, occorrerà percorrere i sentieri contigui della comunione tra di voi –

per diventare “una comunità sempre più una” – e della formazione “finché non

sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19).

Accompagno questi pensieri e questi sentimenti con una grande benedizione

per te e per tutti fedeli a te affidati

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Don FRANCESCO MASTROLONARDO

e alla Comunità Parrocchiale di Gesù Redentore

via Dante 248

47838 RICCIONE (RN)

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Lorenzo in Strada in Riccione

Prot. VFL2010/46

Rimini, 22 maggio 2010

Carissimo Don Tarcisio,

condivido e sottoscrivo quanto hai detto al termine della suggestiva celebrazione

eucaristica presso il parco “Padre Pio”, a conclusione della visita pastorale

alla vostra parrocchia, la sera dell’8 maggio u.s., davanti a quella folla colorata e

composta, che rimandava l’immagine felice di una bella comunità parrocchiale.

Quella sera mi sembravi frizzante come un prete novello e con il tuo solito sorriso,

condito con una giusta dose di commozione, hai detto davanti a tutti, rivolgendoti

al Vescovo, non meno contento e commosso di te: “Questo evento della visita

pastorale è stato un vero momento di grazia”. In quei giorni particolarmente ricchi

e fecondi mi sono ritrovato anch’io più volte nei panni di Barnaba, di cui si legge

nel libro degli Atti degli Apostoli che, arrivato ad Antiochia, “vide la grazia di Dio

e si rallegrò” (11,23). Ho avuto modo infatti di incontrare una comunità cristiana

viva, attiva, cordialmente aperta a tutti e fortemente appassionata alla causa del

regno di Dio e del santo vangelo. Non trovo perciò eccessivo – anzi mi ci ritrovo

in pieno – in quanto mi scrivete nella relazione: “La comunità di s. Lorenzo è una

vera comunità, sia sul piano sociale che su quello ecclesiale”. Questo non significa

minimamente che vi sentiate già arrivati, ma che state andando avanti nella giusta

direzione, verso una meta tanto esigente e altrettanto fascinosa e attraente.

La visita è iniziata la sera di domenica 2 maggio, con la celebrazione dei vespri,

e, dopo una cenetta veloce e familiare, è proseguita con l’incontro con il Consiglio

Pastorale. Questo avvio semplice ma efficace mi ha confermato nell’impressione

già provata quando, fin dai primi, indimenticabili contatti, mi sono trovato in mezzo

a voi: ho avuto anche stavolta la percezione netta che la Parrocchia possiede

un consistente nucleo di laici maturi e adulti nella fede, i quali, con la guida del

parroco, si pongono in un atteggiamento di sincera ed effettiva corresponsabilità

nei confronti dell’intera comunità parrocchiale. Questa confortante sensazione mi

si è rafforzata la sera successiva, quando ci siamo ritrovati per una assemblea con

tutti gli operatori pastorali. In quell’occasione mi sono ridetto che è proprio vero:

una comunità cristiana, prima che dalle sue attività e dai molti servizi, è fatta dal

clima che vi si respira. E il clima che si coglie tra voi è sereno, gradevole, costruttivo

e realmente collaborativo: come non benedirne il Signore?

In quell’assemblea ben preparata, ordinata e molto partecipe, mi avete presentato

la relazione sullo stato della parrocchia. Ne è emersa l’immagine di una

“comunità in cammino”. Da quanto mi avete scritto e io stesso ho potuto sperimentare,

risulta l’infaticabile impegno profuso nel costruire - con l’indispensabile

grazia di Dio: “se il Signore non costruisce la casa…” - una comunità che sia e si

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

offra a tutti come una vera “casa-famiglia”. Al riguardo mi è parsa simpatica e carica

di significato la sottolineatura di un dettaglio, da voi evidenziato con legittima,

comprensibile soddisfazione: quello dei molti operatori pastorali che hanno le

chiavi di “casa”, ossia della canonica e delle strutture parrocchiali. Lo leggo come

l’indicatore di un grande senso di responsabilità e di reciproca fiducia tra parroco

e collaboratori.

Mi rendo ben conto che, a rendere laboriosa e alquanto disagevole l’organizzazione

del servizio pastorale, è la complessità delle problematiche, derivanti

dalla somma di due fattori: l’elevata consistenza numerica della popolazione (con

6.200 abitanti) e la vasta estensione territoriale dell’area su cui insiste la parrocchia

(per la bellezza di circa 7 Km!). La suddivisione in sei zone mi sembra un tentativo

efficace, perché suddivide la comunità in articolazioni abbastanza “sostenibili”

ed evita il rischio dell’anonimato, favorendo una fitta rete di relazioni personali e

l’offerta di interventi mirati, attorno alle due chiese succursali, quella di Betania e,

l’altra, di Spontricciolo. Un tempo avete tentato di animare le varie zone con una

fitta rete di centri di ascolto del vangelo, che però sono ormai spenti, ma vorrei

invitarvi a rilanciarli, perché, se ripensati e opportunamente rivitalizzati, possono

offrire una concreta possibilità di dialogo tra la parola di Dio e la vita della gente

Uno degli incontri più vivaci è stato senz’altro quello con il gruppo delle catechiste,

che ho trovato motivate e sinceramente appassionate alla educazione

religiosa dei piccoli. Inutile dire che anche s. Lorenzo di Riccione vive… in questa

parte del pianeta in cui si registrano non poche e non piccole difficoltà in ordine

alla formazione cristiana dei figli, la prima delle quali risulta lo scarso coinvolgimento

delle famiglie e, ancora più a monte, la cosiddetta “religione dello scenario”.

Questa espressione fotografa plasticamente la situazione di molti genitori,

per i quali la fede rimane sullo sfondo, senza incidere sensibilmente nel cambiamento

della mentalità e del comportamento. Per quanto riguarda i piccoli,

sono soprattutto i ragazzi delle Medie a risentire negativamente di tale situazione,

come emerge dalla forbice sempre più larga tra la frequenza del catechismo e la

scarsa affluenza alla Messa domenicale, e come traspare dal fenomeno vistoso e

desolante dell’abbandono dopo la cresima. Ciò che mi ha colpito positivamente

è stato il toccare con mano la voglia di non rassegnarvi a derive tanto allarmanti,

impegnandovi decisamente e concretamente in tre direzioni. La prima è quella di

rendere il catechismo gradevole e attraente, e in questo ambito la catechesi del

“buon Pastore” risulta un metodo interessante ed efficace, almeno per la fascia

dei più piccoli. L’altra direzione è quella delle “domeniche comunitarie” che con

ritmo mensile vengono vissute con i bambini e le rispettive famiglie, e prevedono,

oltre alla partecipazione alla s. Messa, anche il pranzo comunitario, seguito dalla

condivisione del momento pomeridiano. Ma non posso che darvi ragione quando

affermate che, se “in una gestione ‘ordinaria’ della catechesi, la vostra parrocchia

sta facendo tanto, il problema è che si vive in una situazione straordinaria”: alla

catechesi sono affidati compiti inediti e la parrocchia non può operare scelte coraggiose

in modo unilaterale e scollegato dalle parrocchie vicine.

Resta quindi una terza direzione di marcia, ed è quella di dare un volto missionario

alla parrocchia, attraverso quella “conversione pastorale” che provochi

e accompagni il passaggio da una pastorale di conservazione ad una pastorale

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

di evangelizzazione, su cui si innesti l’annuncio, fatto di parola amichevole e, in

tempi e modi opportuni, di esplicita presentazione di Cristo, unico Salvatore di

tutti. Ma, parafrasando s. Paolo (cfr Rm 10,14s), verrebbe da dire: come sarà possibile

dar vita a una parrocchia missionaria se non ci saranno dei veri missionari?

E come ci saranno degli evangelizzatori, se essi per primi non saranno stati evangelizzati?

Questa sorta di “rivoluzione copernicana” sarà praticabile quindi solo a

condizione che la parrocchia riesca a “generare”, con la grazia dello Spirito Santo,

dei cristiani adulti e maturi che sappiano testimoniare con “fatti di vangelo” la

bellezza e la concreta vivibilità della fede. Anche su questa strada vi vedo ostinatamente

incamminati, e quindi non posso che incoraggiarvi ad andare avanti:

con lo slancio della speranza, con l’audace e tenace creatività di una instancabile

pazienza. Occorre infatti ricordare che oggi la tentazione più sottile per noi pastori

e per i nostri collaboratori è lo scoraggiamento. Dobbiamo quindi tenere sempre

presente che noi siamo chiamati a seminare, non a raccogliere, e che, quando

veniamo sorpresi dalla gioia del raccolto, si tratta per lo più di quello che altri,

prima di noi, hanno seminato. Questa prospettiva, se vissuta con fede, non solo

ci risparmia lo sconforto di amare, penose frustrazioni, ma mantiene in quota il

livello di quell’indispensabile spirito di gratuità, che ci è necessario come l’olio

alla macchina: fa girare bene il motore, senza farlo bruciare. Mentre- voi lo sapete

bene - l’obiettivo apostolico di un vero missionario è e resta quello del più grande

missionario di tutti i tempi, s. Paolo: “ardere, senza bruciarsi”.

Caro don Tarcisio, la visita pastorale non ha risolto tutti i problemi della parrocchia,

ma non era questo né il suo obiettivo realistico né l’illusorio miraggio di

qualcuno. Per quanto mi riguarda, come pastore della Diocesi ho condiviso le vostre

fatiche, ho gioito con voi delle vostre consolazioni, ho apprezzato i vostri sforzi

insistenti e perseveranti nel tendere all’ideale di una comunità parrocchiale bella,

vivibile, che risulti non solo aperta e accogliente, ma anche attraente e invitante

per “quelli di fuori”.

Non posso però chiudere questa lettera senza averti detto un doppio grazie.

Il primo è per il dono che ci fai di questo tuo sacerdozio, vissuto ogni giorno con

l’entusiasmo del “primo giorno”, e che mi fa chiedere con lo stupore commosso

della prima volta che ho avuto la grazia di ordinare un prete: è questo il segreto

della tua giovinezza? Il secondo grazie te lo debbo e te lo voglio dire per aver

accettato di essere nominato Vicario per la Pastorale, senza né fartelo né farmelo

pesare.

Ti prego di salutarmi tutti e ciascuno dei tuoi amatissimi fedeli, e di accettare il

mio abbraccio fraterno che desidero farti arrivare con tutta la stima, la gratitudine

e l’affetto, con cui il Signore me lo fa nascere dal cuore

Al Rev. Sac. Don Tarcisio GIUNGI

e alle Comunità Parrocchiale di s. Lorenzo in Strada

via S. Lorenzo in Strada 14

47838 RICCIONE (RN)

+ Francesco Lambiasi

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di ss. Angeli Custodi in Riccione

Prot. VFL2010/47

Rimini, 11 giugno 2010

Carissimo Don Giorgio,

sono passate poche settimane dalla visita pastorale nella vostra parrocchia

– svoltasi dal 10 al 15 maggio 2010 – e continuano a scorrermi davanti, ancora

ad alta definizione, i tanti fotogrammi di quelle giornate colme gioia e di tanta

grazia. Ma, prima di ritornarci su, permettimi di dire a te e a tutta la vostra carissima

comunità parrocchiale la più sincera, sentita gratitudine per l’accoglienza

cordiale e calorosa, a cui in verità mi avevate abituato fin dalla prima volta che

venni in mezzo a voi. Il ricordo di quel 23 settembre 2007 è ancora fresco e mi

resta stampato nel cuore con contorni indelebili, ma stavolta ho toccato con

mano che avete superato voi stessi per l’intensità dell’affetto, la vivacità della

gioia, la sintonia delle prospettive.

Riandare con la memoria ai giorni della visita pastorale è per me – ma, ne

sono sicuro, altrettanto per voi - esercizio spirituale di fede e di ammirata gratitudine

al Signore perché non si è ancora stancato di noi, e la sua inesauribile,

sconfinata tenerezza continua ad accendere meraviglie nelle nostre comunità.

Del resto, non è proprio la gratitudine che richiede il Signore al suo popolo,

quando gli ricorda – come in una interminabile litania - le grandi opere da lui

compiute per dimostrare il suo amore viscerale e totalmente gratuito a favore

dei suoi figli?

Dunque… abbiamo iniziato la visita con una veglia di preghiera nella vostra

chiesetta degli Angeli Custodi, e già quell’assemblea, così variegata per la

gamma completa delle fasce d’età e così unanime e attivamente partecipe, mi

ha rimandato l’immagine di una comunità cristiana, dove si sente “a pelle” il

gusto di incontrarsi nella comunione della stessa fede e la gioia di condividere

preghiera, vita, missione. Al termine di quella prima assemblea, si percepiva

nell’aria che lo Spirito del Signore aveva ripreso a scatenarsi: il “contatto” tra

il Vescovo e la comunità era stabilito, e il barometro della visita cominciava a

segnare indici di “alta pressione”.

Il giorno seguente il programma prevedeva l’incontro con i bambini del

catechismo della fascia scuole elementari. L’incontro si è svolto con ritmo incalzante,

in un clima combinato in giuste dosi di raccoglimento e di festoso

entusiasmo. Ho pertanto potuto cogliere dal vivo il – permettimi di etichettarlo

così – metodo “del Don”. Tu, Don Giorgio, hai ricevuto il “carisma” di educare

alla fede le giovani generazioni, e la lunga esperienza, acquisita in presa diretta

sul campo, ti ha portato a collaudare un metodo educativo condito di simpatia

attraente, di elevata efficacia comunicativa, di ordine e precisione, ma anche

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

di gioia frizzante e contagiosa. Mentre ti vedevo alle prese con quella marea

di sguardi calamitati dalla catechesi semplice e penetrante e dalla tua capacità

magnetica nel far pregare i bambini, ma anche nel farli cantare e perfino divertirsi,

mi venivano in mente gli slogans di tre grandi educatori: “Rendete contenti

quelli che volete rendere buoni” (Don Bosco); “La via più breve alla santità è

l’allegria” (s. Filippo Neri); “Ai ragazzi e ai giovani dobbiamo presentare un Gesù

simpatico” (Don Oreste B.).

La visita ai malati mi ha permesso di avvicinare alcuni fratelli e sorelle infermi,

che con la loro sofferenza, vissuta con esemplare generosità, contribuiscono

ad alimentare il bacino dell’economia sommersa della grazia, a cui può

sempre attingere, con quella fiducia che non teme smentite, una comunità cristiana

che crede nei misteri dolorosi ma fecondi della croce.

Il penultimo giorno, dopo la s. Messa del mese di maggio, ha avuto luogo

l’incontro con gli operatori pastorali. Ho proposto un piccolo esercizio di discernimento

sul cammino della comunità parrocchiale, e ho lanciato sul tappeto

due domande semplici semplici: che cosa può trovare di interessante e di attraente

un nuovo arrivato nella vostra parrocchia? e che cosa invece potrebbe

riscontrare di faticoso o bisognoso di correzione? Le risposte dei numerosi presenti

sono venute a pioggia, e si percepivano tutte sincere e motivate. Ne riporto

quelle che più mi hanno colpito. “La nostra si presenta come una parrocchia

accogliente, vivace, gioiosa e creativa. È molto impegnata sul fronte educativo.

Rappresenta per giovani e adulti una vera scuola di fede e una efficace palestra

di vita. Si caratterizza per una marcata continuità nella trasmissione della fede

alle nuove generazioni”. D’altro canto non sono mancate oneste ammissioni di

rischi o ritardi, come da parte di chi – senza peraltro cedere alla cultura della

lamentazione né tanto meno della recriminazione - ha riconosciuto con franchezza

evangelica: “Dobbiamo stare attenti a non crederci già arrivati. Occorre

vigilare sulla qualità e il profilo della nostra testimonianza. Ci farebbe bene praticare

di più la correzione fraterna. Bisogna fare qualche ulteriore scatto nell’impegno

di avvicinare i cosiddetti lontani”.

La serata dell’ultimo giorno è stata fitta di appuntamenti e di incontri personali

e di gruppo. Qui vorrei ritornare almeno sulla “scuola di comunità” con il

gruppo giovane e quello adulto. Il tema era “Gesù, Messia sconfitto e Signore risorto”.

Mi avete chiesto di guidarlo, e debbo dire che non ho fatto fatica nell’inserirmi

nel vostro cammino già bene avviato: questo perché vi ho trovati molto

appassionati nella conoscenza della persona e dell’opera di Cristo Signore e sinceramente

impegnati nel tradurre in fatti di vita le verità della fede. Siamo così

arrivati alla celebrazione eucaristica conclusiva. Mi pare che sia stata la sintesi

più degna e più alta di tutta la visita. In verità ci sono arrivato un po’ stanco, ma

ne sono uscito ricco, carico e molto contento di aver incontrato una comunità

cristiana viva, fedele, unita, aperta che, con l’aiuto del Signore, riesce a mostrare

come la vita cristiana sia una vita vera, piena, traboccante. Una vita che, quando

tende alla misura alta della santità, si presenta in trasparenza come la vita dalle

“tre b”: bella, buona, beata.

Arrivato a questo punto, mi rendo conto di essermi attardato un po’ troppo

nel ripercorrere le tappe delle visita pastorale, ma sono sicuro che voi avete

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

intuito il senso di questo lungo “amarcord”. Tentare una rilettura “sapienziale”

di un evento significativo quale è la visita del Vescovo non è un cedere alla nostalgia

di ricordi che, come tali, possiamo ormai vedere solo con lo specchietto

retrovisore, ma un tentativo di discernere come trasformare le tracce del passato

in frecce direzionali per il futuro.

Ora vorrei dedicarmi a riprendere quei messaggi conclusivi che vi ho

lanciato in forma sintetica al termine dell’ultima celebrazione eucaristica. Come

ricorderete, mi sono ispirato al titolo della seconda chiesa della vostra parrocchia,

la stessa in cui si stava concludendo la s. Messa: è la chiesa della “Pentecoste”,

un titolo che in quel contesto mi è sembrato fecondo di prospettive per

il cammino prossimo futuro. Una comunità parrocchiale deve in un certo senso

fare una “pentecoste permanente”, dove l’aggettivo “permanente” va inteso

come “crescente”, in costante, irreversibile aumento. In effetti la Pentecoste è

cominciata duemila anni fa, ma non è mai finita, anzi continua a dilatarsi nel

tempo e nello spazio fino alla fine dei tempi.

Cosa significa allora per voi “fare pentecoste”? A mio parere, significa innanzitutto

realizzare l’ideale della comunità primitiva: in attesa della venuta dello

Spirito Santo “tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme e a

Maria, la madre di Gesù”, e dopo l’effusione del Paraclito, “tutti i credenti stavano

insieme, avevano ogni cosa in comune…e avevano un cuore solo e un’anima

sola”. Questa è la prima testimonianza che una comunità cristiana deve dare al

mondo: la comunione fraterna. Occorre dunque riposizionare continuamente la

barra del timone puntandola verso questo ideale alto ed esigente: la piena unità

nel nome del Signore. È questo il segno di riconoscimento che dobbiamo porre

come discepoli del Signore. La fede infatti ci fa credenti, ma è la carità che ci

rende credibili. L’unità che deve vigere tra i membri della comunità parrocchiale

non è certo uniformità livellante, ma è unanimità di mente e di cuore: concretamente

questa unità si realizza quando si è “uniti a priori nell’essenziale, ma

capaci di convergere anche nell’opinabile”. Bisogna perciò vigilare perché le

diverse, legittime “visioni” non degenerino in “divisioni” laceranti e conflittuali.

Inoltre “fare pentecoste” significa andare in missione a portare a tutti il

lieto messaggio di Cristo morto per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza.

Una parrocchia che voglia dirsi ed essere veramente “pentecostale” o è

comunità missionaria o non è. Giovanni Paolo II affermava che “la parrocchia

è quella comunità che trova se stessa al di fuori di se stessa”. Ordinariamente

questa missione avviene attraverso la testimonianza dei laici, che mostrano la

bellezza attrattiva e la concreta vivibilità della fede cristiana e cattolica, nella

sequela libera e lieta sulle orme del nostro unico Maestro e Signore. Ma è indispensabile

poi che i fedeli laici siano “sempre pronti a rispondere a chiunque

domandi ragione della loro speranza” (cfr 1Pt 3,15). Per questo occorre investire

in formazione perché a tutti i membri della comunità parrocchiale sia offerta

la possibilità di maturare una fede adulta e pensata. Senza mai dimenticare che

un modo di fare missione è quello di “fare cultura”, intercettando le domande

anche inespresse e gli aneliti più profondi del cuore umano. In questa direzione

si colloca l’associazione culturale “Panthos”, a cui mi è gradito augurare di

continuare a fermentare l’ambiente di Riccione con i valori perenni e fecondi

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

dell’umanesimo cristiano.

Come vedete, non vi è chiesto di fare altro rispetto a quanto già fate, ma di

intensificare, di approfondire e dilatare le tante cose buone che contrassegnano

il vostro cammino. Per il resto “siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in

ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di

voi” (1Ts 5,16ss).

Carissimo Don Giorgio, ti affido questa lettera nella fondata fiducia che ne

vorrai condividere riflessioni, stimoli e prospettive con il Consiglio Pastorale, il

Diacono e i Ministri, gli Operatori Pastorali, i gruppi di catechesi, e con il maggior

numero possibile di fedeli, nelle forme, tempi e modi che la tua creativa

saggezza pastorale ti suggerirà.

Un caro, fraterno saluto a te e a tutti, nel nome del Signore e nella luce del

sorriso di Maria e degli Angeli Custodi

+ Francesco Lambiasi

Al Rev. Sac. Don GIORGIO DELL’OSPEDALE

e alla Comunità Parrocchiale dei ss.Angeli Custodi

via Oglio 2

47838 RICCIONE (RN)

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Visita pastorale alla parrocchia

di s. Martino in Riccione

Prot. VFL2010/50

Rimini, 14 giugno 2010

Carissimi Don Maurizio e Don Alessio,

dopo essere stato nella vostra bella comunità parrocchiale dal 16 al 22

maggio 2010, eccomi a voi per fare insieme qualche considerazione su quanto

ho rilevato in quella settimana, con attenzione e cordiale partecipazione.

Inizio dalla fine, da quella immagine proiettata sul maxischermo in chiesa

l’ultima sera, con quel titolo che è davvero tutto un programma: “una comunità

che evangelizza”. Ci leggo la meta ideale che vi attende e il tratto di strada che

attualmente vi impegna. Voi sapete che in effetti il fondamentale e più caratteristico

tratto di identità di una comunità parrocchiale è proprio l’evangelizzazione

o primo annuncio del vangelo. Concretamente la comunicazione della

fede sposta il baricentro della parrocchia, dall’interno all’esterno, dal cenacolo

alla strada, e la rende “estro-versa”, spingendola a “trovare se stessa fuori di se

stessa”, come più volte affermato dal grande Giovanni Paolo II. Ma, oltre che

essere la meta e la mappa per il viaggio della Chiesa, l’evangelizzazione è anche

il “navigatore” che permette alla comunità cristiana di non smarrire mai la rotta

della fede.

Continuando a parlare in metafora, vorrei ora tentare una sorta di rapido

check-up della vostra sensibilità missionaria, per verificare salute e vitalità dei

vari aspetti, servizi e attività della vostra parrocchia, così come ho potuto monitorarli

nei giorni della visita. Ricorderete che la prima sera – sulla scorta della

relazione sintetica da voi presentatami, ma anche sulla base degli elementi da

me già acquisiti nei precedenti incontri – ho provato a configurare la vostra

situazione con l’immagine dei tre cerchi concentrici.

Il cerchio più interno rappresenta il nucleo costituito da voi sacerdoti, dai

diaconi, dai membri del Consiglio Pastorale, dagli operatori pastorali, tutti riuniti

attorno a Colui che è il centro e il cuore di ogni comunità cristiana, il Signore

Gesù. In questo primo cerchio venite innanzitutto voi due, Don Maurizio e Don

Alessio, che l’anno scorso ho nominato “parroci in solido” di s. Martino. Ricordo

a suo tempo la fatica di non pochi collaboratori i quali, un po’ sorpresi e un po’

incuriositi dalla novità, chiedevano con impazienza a me e a voi: “Ma insomma

che differenza c’è tra il precedente organigramma – con tanto di parroco e cappellano

– e la loro nuova denominazione?”. Per quanto mi riguarda, ho provato

per un po’ a spiegare la differenza, ma poi mi sono dovuto arrendere, e ho

chiuso con un diplomatico: “L’anno prossimo ne capiremo di più”. La mia gioia

è stata grande quando nei giorni della visita ho potuto toccare con mano come

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

la novità a poco a poco sia stata intercettata da molti grazie all’unica, giusta

chiave d’accesso – che voi avete fornito - quella della comunione. Infatti il nuovo

assetto canonico che vi vede pienamente e paritariamente corresponsabili

nella guida della parrocchia – anche se tu, Don Maurizio, hai il titolo e l’incarico

di “moderatore” – non risponde a logiche puramente formali o freddamente

giuridiche, o peggio ancora, insopportabilmente burocratiche. In fondo è tutta

questione di comunione. Ma, vi ripeto, ho provato viva soddisfazione nel constatare

come in questo primo anno di conduzione “a due”, avete declinato il

messaggio della vostra comunione con il linguaggio dei fatti: appunto, con fatti

di comunione. Mi spiego: nel reimpostare il rapporto tra di voi e con i fedeli a

voi affidati, non avete preso la scorciatoia di una rigida suddivisione in zone

territoriali - S. Martino a uno, s. Francesco all’altro - o di una ferrea settorializzazione

di ambiti pastorali – ma vi siete sentiti e vi sentite tutt’e due responsabili

di tutti e di tutto.

Così, quando ci siamo ritrovati insieme, vi ho visti in cammino: certo, sulla

strada della comunione sacerdotale dobbiamo - e possiamo, con la forte e

dolce compagnia del Risorto - andare sempre più avanti. Dobbiamo - e, ripeto,

possiamo! - crescere nella stima reciproca, nella preghiera comune, nel sostegno

vicendevole, nella correzione fraterna. Senza mai dimenticare quella che

potrebbe sembrare solo una versione grezza e scialba della trama della comunione,

e invece – come insegna s. Paolo – ne costituisce l’ordito più tenace e

resistente, e si chiama “sopportazione reciproca”. Andate avanti e continuate

ad assicurare un’anima alla vostra guida pastorale: l’anima della… comunione

d’anima. In questo modo non farete mancare alla comunità la vostra testimonianza

primaria, l’insostituibile servizio e la guida più credibile ed efficace che

dovete alla comunità: “prima di tutto fratelli!”. Così l’aiuterete ad essere non un

mostro con due teste, ma un cuore solo, con due polmoni.

Resto ancora all’interno del primo cerchio per un breve ritorno sui diaconi

permanenti e sugli operatori pastorali. Una “comunità che evangelizza” non

può privarsi del loro apporto qualificato e insostituibile, a partire dal prezioso

ministero dei diaconi, veri promotori di evangelizzazione e di corresponsabilità

dei laici, nelle varie zone del territorio.

Ma voi conoscete il rischio che corre una parrocchia come la vostra, che

viaggia su numeri a più cifre, in popolazione ed estensione. È il rischio della

massificazione, con la minaccia di due possibili derive: da una parte la spinta

a fare della parrocchia una comunità autoreferenziale, in cui ci si accontenta di

trovarsi bene insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti. Dall’altra la

percezione della parrocchia come centro di servizi per l’amministrazione dei

sacramenti, che dà per scontata la fede di quanti li richiedono. Se non vigila

severamente su questi rischi, la parrocchia non può essere concretamente una

“comunità che evangelizza”. Pertanto è indispensabile aprire gli spazi della pastorale

ad un ampio ventaglio di figure ministeriali, nella prospettiva dell’animazione

del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale e nei principali settori del

territorio. Sarà così realmente possibile restituire alla parrocchia quella figura di

Chiesa eucaristica che ne svela la natura di mistero di comunione e di missione.

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Venendo al secondo cerchio – quello dei frequentatori più assidui della

liturgia domenicale – sarà importante aiutarli a garantirsi dal pericolo dell’assuefazione,

che riduce la fede a pratica ripetitiva e abitudinaria. Per questo va

molto curata la qualità delle celebrazioni eucaristiche domenicali e festive – i

canti, mi raccomando i canti! - che siano vero alimento della vita ecclesiale e

sorgente zampillante per la missione. In questo contesto permettetemi di cogliere

lo spunto per invitarvi a rivedere l’orario delle Messe festive – secondo il

criterio di Messe per la comunità, non per la comodità - ma vorrei anche incoraggiarvi

a puntare su una unica celebrazione eucaristica nei giorni feriali, fatte

salve le celebrazioni esequiali. Dobbiamo rieducare i nostri fedeli più assidui a

non distribuirsi e a frazionarsi su un orario feriale con due o più Messe, ma a

convergere in una unica assemblea eucaristica, secondo il criterio che dovrebbe

vigere almeno nei giorni feriali: un solo altare, una sola mensa, una sola Messa.

E comunque, ritornando al discorso delle eucaristie domenicali, dobbiamo

ricordare sempre: “meno Messe e più Messa!”.

Passo finalmente al terzo cerchio, quello dei molti che non frequentano più

l’assemblea domenicale o entrano in contatto con la parrocchia solo in alcune

occasioni: per chiedere il battesimo o il catechismo per i figli, le esequie per i

propri cari, o le coppie che domandano il matrimonio. È questo il mondo che ci

vede per lo più distanti o solo eccezionalmente presenti. Penso in particolare ai

giovani e alle giovani famiglie, insomma alla fascia che si va allargando sempre

di più e che grosso modo va dai quindici ai cinquant’anni. A questo livello voi

riconoscete con schietta franchezza: “La nostra pastorale rimane prevalentemente

di ‘gestione dell’esistente’ e fa fatica a porre in atto iniziative organiche di

primo annuncio del vangelo”. Al riguardo vorrei condividere alcuni pensieri. Ho

incontrato i giovani dei vari gruppi in un incontro allargato, e ho potuto toccare

con mano quanta sete di Dio si portano dentro e quanta cura ci richiedono per

passare da una fede gracile e fragile a una fede matura e capace di rendere ragione

della bellezza e vivibilità del vangelo a tanti loro coetanei. Analogo discorso

vale per i due gruppi-famiglia, con il loro grande potenziale di aiutare la parrocchia

a diventare “famiglia di famiglie”. Condivido quanto mi avete scritto: “Ci

sembra urgente una evangelizzazione capillare e personalizzata delle famiglie”.

Desidero dirvi, al riguardo, che mi ha favorevolmente impressionato l’incontro

che abbiamo avuto a s. Francesco il pomeriggio del 19 maggio con i genitori dei

bambini e ragazzi del catechismo. Mi è sembrato un modo di parlare agli adulti

veramente adulto. Voglio dire che quello è il linguaggio più incisivo ed efficace

per comunicare il messaggio della fede: un linguaggio fatto di fatti – come le

belle testimonianze presentate -; un linguaggio stimolante ma rispettoso, coinvolgente

e appassionante. È così quando sono i laici a parlare ai laici…

Poiché la vostra parrocchia è stata l’ultima di Riccione a ricevere la visita

pastorale, ma è e resta la prima e in un certo senso la “matrice” delle altre parrocchie

della città, vorrei spendere una parola anche per gli incontri interparrocchiali

che hanno punteggiato il calendario della mia visita alle sei parrocchie riccionesi.

Mi riferisco all’incontro nel Palazzo del Turismo su “Dove va Riccione?”,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

a quello tenuto alle Fontanelle sulla sfida educativa, all’incontro con i ragazzi

della cresima nell’aula magna del “Volta” fino all’ultimo, tenuto nell’Ospedale

Ceccarini. Sono stati incontri curati e ben preparati, molto partecipati, e hanno

mostrato il volto di una comunità cristiana distribuita nelle varie parrocchie, ma

unita, attenta e presente sulle varie frontiere della più ampia comunità civile,

attivamente coinvolta nella delicata complessità dei suoi problemi. Ritengo che

questa sia e debba essere una obbligata e feconda direzione di marcia per il

cammino prossimo futuro, e vi auguro di proseguirla con la lucida chiarezza negli

obiettivi, con la fraterna condivisione delle risorse, degli sforzi e delle esperienze,

e con una sempre più convinta convergenza nel camminare insieme.

Carissimi Don Maurizio e Don Alessio, non posso chiudere questa lettera

senza ricordare con affetto grato e – credetemi – sinceramente commosso tutte

le persone, i gruppi, le realtà e le istituzioni che ho incontrato nei giorni intensi

e, spero, fecondi della visita pastorale. In particolare, oltre a quanti ho già nominato,

vorrei pregarvi di salutarmi famiglie, insegnanti, alunni della Scuola delle

Maestre Pie e della “Karis Foundation”; gli infermi della R.S.A “Felice Pullè” e

gli anziani dei due gruppi parrocchiali; i volontari del Centro Missionario “D.

Comboni” e della Caritas.

Un carissimo e cordialissimo saluto a voi e a tutti

Al Rev. Sac. Don MAURIZIO FABBRI e Don ALESSIO ALASIA

e alla Comunità Parrocchiale di s.Martino

via Minghetti 11

47838 RICCIONE (RN)

+ Francesco Lambiasi

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Celebrare il sacramento

della Confermazione

Nota Pastorale

Da molti secoli in Occidente, a causa della diffusione del “pedobattesimo”,

la celebrazione del sacramento della Cresima o Confermazione è stata staccata

da quella del primo sacramento. Per sottolineare la dimensione ecclesiale di

ogni sacramento e, in particolare, di quelli dell’Iniziazione Cristiana, essendo

il Battesimo amministrato dai parroci, la Cresima è stata riservata al Vescovo.

In questo modo si è voluto affermare che il secondo sacramento inserisce più

pienamente nella Chiesa particolare, unita attorno al Vescovo.

La celebrazione della Confermazione, che sia presieduta dal Vescovo oppure

da un suo delegato, deve pertanto essere ben curata, diventando così

paradigmatica di ogni altra celebrazione. Ricordano gli orientamenti pastorali

della CEI “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”: “Serve una liturgia

insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al

tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli

uomini.” (n. 49)

Accogliendo l’invito del Vescovo, l’Ufficio Liturgico Diocesano pubblica questa

nota che ha lo scopo di aiutare i parroci e le comunità a preparare e vivere

bene la celebrazione della Cresima. Non si tratta quindi di una riflessione esaustiva

sulle problematiche relative alla catechesi e, più in generale, agli itinerari

di preparazione alla Cresima. Tanto meno si intende affrontare le problematiche

teologico/pastorali ben note. È una semplice elencazione di punti anche molto

concreti che possono essere di aiuto perché la celebrazione sia bella e significativa.

Non servirà certamente a risolvere il problema pastorale dell’esodo dei ragazzi

dopo la Cresima, ma se non altro li accompagnerà col ricordo e forse con

la nostalgia di un momento in cui hanno sperimentato la vicinanza del Signore

e l’affetto della comunità cristiana. Occorrerà senza dubbio, in un prossimo futuro,

riflettere sulla realtà della Cresima nel suo complesso: per il momento si

offre un aiuto, parziale ma concreto, a viverne bene e con verità la celebrazione.

Atti del Vescovo

Don Tarcisio Giungi

vicario episcopale per la pastorale


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Prima della celebrazione:

• Nei giorni precedenti il giorno della Cresima si favorisca un momento di

preparazione della celebrazione con i ragazzi e con i loro genitori; se possibile

si proponga la Confessione a tutti gli adulti presenti

• Dove possibile, prima della Messa, predisporre un luogo dove il Vescovo

possa incontrare soltanto i Cresimandi: nel caso di un ambiente molto ampio

provvedere ad un’adeguata amplificazione.

• In chiesa i Cresimandi siano disposti nei posti centrali (i/le padrini/madrine

occupino i posti vicini, ma non stiano tra un Cresimando e l’altro)

• Si dia visibilità al cero pasquale in chiesa

• È diffusa abitudine preparare il libretto con i testi della Celebrazione: esso

contenga i soli canti, i testi della Liturgia della Parola e il Rito della Confermazione

(non la liturgia eucaristica, le orazioni, la benedizione, ecc.).

• Compatibilmente con il Tempo liturgico la seconda lettura può essere cambiata.

Il coro, nel tempo di attesa, provi con l’Assemblea e soprattutto con

i ragazzi, alcuni ritornelli dei canti che verranno eseguiti. I Cresimandi, in

modo particolare, siano aiutati a partecipare anche con il canto alla celebrazione.

• Occorre prestare particolare attenzione ai canti, sia nella scelta che nell’esecuzione.

È necessario infatti aver presente che questi devono essere selezionati

secondo criteri liturgici corretti e facendo in modo che, durante

l’esecuzione, non prevarichino sull’azione liturgica ma la sottolineino efficacemente.

• È indicato cantare le parti proprie della celebrazione: Kyrie, Gloria, Santo,

Agnello di Dio (le parole devono essere le medesime del Messale).

• Durante il rito della Confermazione è preferibile non eseguire un canto, fosse

anche un’invocazione allo Spirito Santo, ma, al limite, un modulo breve,

o della sola musica di sottofondo, così da consentire l’ascolto del dialogo

fra ragazzo e celebrante.

• Eventuali didascalie che introducono alla celebrazione siano lette solo

all’inizio della stessa con lo scopo di introdurre al clima festoso e di preparare

alla processione iniziale

• Prima della celebrazione ci si accordi bene con i fotografi presenti affinché

si attengano scrupolosamente a quelle norme basilari che evitano di disturbare

lo svolgimento della funzione.

Riti di Introduzione:

• Il canto di ingresso segua lo svolgersi della processione dalla sacrestia fino

al presbiterio senza prolungarsi oltre; nel caso si utilizzi il turibolo il canto

“accompagni” anche l’incensazione dell’altare. Sia scelto con attenzione affinchè

esprima il clima della Celebrazione

• In processione si porti il vaso contenente l’Olio crismale

• L’Atto penitenziale può essere sostituito con l’aspersione (ricordo del Battesimo)

• Eventuali richieste di perdono preparate siano sobrie e senza espressioni

“ipotetiche”: chiediamo perdono perché… (non “se”…)

Atti del Vescovo

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Liturgia della Parola:

• Le Letture siano proclamate da persone adulte e preparate

• Il ritornello del Salmo sia cantato, così come il Canto al Vangelo, favorendo

la lettura/canto del versetto previsto dal Lezionario

• Si faccia la presentazione dei Cresimandi alla Comunità chiamandoli per

nome (v. Battesimo), in un luogo visibile della chiesa (se il gesto viene eseguito

prima dell’omelia terminata la presentazione tornino al posto; se fatto

dopo l’omelia si prosegue con la liturgia del sacramento, introducendolo

eventualmente con le ultime parole della monizione presente nell’Ordo)

• Anche i/le padrini/madrine possono accompagnare i Cresimandi durante la

presentazione, ma non vengano “nominati”

Liturgia del Sacramento:

• Per il rinnovo delle promesse battesimali si alzano in piedi solamente i Cresimandi

e alle richieste rispondano da soli. L’assemblea acclama Amen solo

dopo l’assenso del Vescovo (“Questa è la nostra fede…”)

• Prima dell’imposizione delle mani si può eseguire un breve canto di invocazione

allo Spirito Santo (es. canone)

• Per la Crismazione ogni Cresimando viene presentato al Vescovo dal/dalla

proprio/a padrino/madrina che, tenendo la mano sulla spalla destra del

giovane, pronuncia chiaramente il nome del/della ragazzo/a.

• Venga predisposto un microfono al luogo della Crismazione perché tutta

l’Assemblea ascolti chiaramente le parole del Vescovo e le risposte di ogni

Cresimando. (durante questo momento non si esegua alcun canto; se si

esegue della musica di sottofondo, si abbia cura di non “coprire” la voce del

Vescovo e/o dei Cresimandi)

• La preghiera universale sia proposta secondo il seguente schema: per la

Chiesa, per il Mondo, per i bisognosi, per intercessioni particolari della Comunità,

per i cresimati, le loro famiglie, i loro padrini/madrine

Liturgia eucaristica:

• Durante la presentazione dei doni si eviti di portare i “vasi sacri” vuoti

• Se nella presentazione dei doni vengono aggiunti altri “segni” oltre al pane

e al vino, questi siano spiegati solamente con brevi didascalie: si abbia cura

che siano doni “veri” (es.: in caso di pane al termine della Messa sia poi

consegnato a persone indigenti, ecc.)

• Dove si usa raccogliere l’offerta all’inizio della Messa, la si porti all’altare con

gli altri doni in questo momento.

• Si ricorda che nella nostra Diocesi le offerte raccolte in occasione della

celebrazione della cresima sono devolute al Seminario diocesano. È opportuno

che questo segno venga richiamato nella sua valenza più profonda, in

particolare sottolineando il tema della vocazione.

• I doni siano consegnati nelle mani del celebrante

• Se si è usato il turibolo all’inizio della Messa vengano incensate le offerte,

l’altare, la croce, il celebrante e il popolo

• Si faccia il ricordo proprio per i Cresimati durante la preghiera eucaristica

Atti del Vescovo


• Si abbia cura che la processione per la Comunione sia ordinata espressione

del Popolo di Dio che va incontro al Signore. I cresimati ricevano la comunione

dal Vescovo o celebrante, dove è possibile, sotto le due specie.

• Al termine della Messa, dopo il congedo, si possono fare le foto di gruppo

e – dove è consuetudine – distribuire ricordi della celebrazione ai cresimati.

Approvo queste indicazioni e norme pastorali, che hanno vigore ad experimentum

per un triennio.

+ Francesco Lambiasi

Rimini, 4 aprile 2010

Pasqua di Risurrezione

Atti del vescovo


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Atti del Vescovo


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Decreti e nomine

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Atti del Vescovo


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Decreti e nomine

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Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Decreti e nomine

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Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Decreti e nomine

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Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Decreti e nomine

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Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Decreti e nomine

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Agenda del Vescovo

Aprile 2010

APRILE

Atti del Vescovo

giovedì 1 Mattino

Casa del Clero - meditazione pasquale

Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa in Coena Domini

venerdì 2 Mattino

Borghi-Gorolo - via crucis ACg

Pomeriggio

Cattedrale - liturgia della passione

Sera

Santuario delle Grazie - via crucis, inizio

Parrocchie s.Gaudenzo, s.Raffaele, s.Andrea

dell'Ausa (c/o scuole "Toti") - via crucis,

conclusione

sabato 3 Mattino

Clarisse - Ora della Madre

Pomeriggio

Carceri - visita

Sera

Cattedrale - Veglia Pasquale

domenica 4 Mattino

Cattedrale - S.Messa del giorno di Pasqua

venerdì 9 Sera

Riccione - incontro con l'Amministrazione

Comunale e le Autorità

domenica 11 Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa, memoria Carla Ronci

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Stella

Maris

martedì 13 Mattino

ritiro con gli ordinandi sacerdoti e diaconi


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Stella

Maris

mercoledì 14 e giovedì 15 Roma

Seminario Nazionale sul 40° Documento Base

venerdì 16 Mattino

Curia - conferenza stampa Campo Lavoro

Missionario

Pomeriggio

parrocchia S.Andrea dell'Ausa - incontro

cresimandi del Vicariato Urbano

Oratorio Artisti – Tavola Rotonda su Carla Ronci

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Stella

Maris

sabato 17 Mattino

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Stella

Maris

Pomeriggio

Cattedrale - cresime parrocchia di Bordonchio

domenica 18 Mattino

Auditorium via della Fiera- S.Messa, Movimento

Studenti Azione Cattolica

Mater Misericordiae - cresime

Torriana - cresime

Pomeriggio

Rivazzurra - cresime

lunedi 19 Pomeriggio

Suffragio - S.Messa, ACIES

Sera

Cattedrale – anniversario elezione Benedetto

XVI

martedì 20 Mattino

Consiglio Presbiterale

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Mater

Admirabilis

mercoledì 21 Pomeriggio

Curia - incontro con i Dirigenti Scolastici

Cattedrale - S.Messa per la Scuola

Sera

Colonnella - incontro con i diaconi

Agenda

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Atti del Vescovo

giovedì 22 Pomeriggio

S.Giuliano – S.Messa, funerale don Duilio

Magnani

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Mater

Admirabilis

venerdì 23 Pomeriggio

incontro cresimandi Vicariato Litorale Nord

Sera

Suffragio - Veglia per le Ordinazioni

sabato 24 Mattino

Caritas - presentazione Rapporto sulle Povertà

Pomeriggio

Cattedrale - ordinazioni sacerdotali e diaconali

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Mater

Admirabilis

domenica 25 Mattino

Fiumicino - cresime

Roncofreddo - cresime

lunedì 26 Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Gesù

Redentore

martedì 27 Mattino

Curia - Consiglio Episcopale

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Gesù

Redentore (incontro al Liceo Scientifico "Volta")

mercoledì 28 Mattino

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Gesù

Redentore

Sera

Seminario - incontro di formazione educatori

giovedì 29 Mattino

udienze

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Gesù

Redentore

venerdì 30 Pomeriggio

Seminario - incontro cresimandi Vicariato

Urbano


MAGGIO

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Sera

S.Giovanni in Marignano - veglia per la Festa

del 1 maggio

sabato 1 Mattino

Clarisse - S.Messa

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia Gesù

Redentore

domenica 2 Mattino

Fiera Rimini - S.Messa, convocazione animatori

R.n.S

Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa, professioni religiose

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Lorenzo

lunedì 3 Mattino

Curia - Vicari Foranei

Pomeriggio

Savignano - S.Messa, festa di s.Croce

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Lorenzo

giovedì 6 Pomeriggio

Riccione - incontro cresimandi

Curia - Consiglio Pastorale Diocesano

venerdì 7 Mattino

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Lorenzo

Pomeriggio

Coriano - incontro cresimandi Vicariato Coriano

sabato 8 Mattino

Saludecio - S.Messa, festa del beato Amato

Pomeriggio

Cattedrale - rosario Madonna dell'Acqua

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Lorenzo

Sera

Saiano - S.Messa, pellegrinaggio AC

domenica 9 Mattino

S.Martino dei Molini - cresime

S.Andrea in Casale - cresime

Pomeriggio

Clarisse - S.Messa

S.Nicolò - preghiera ecumenica

Agenda

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110

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Atti del Vescovo

lunedì 10 Pomeriggio

Sala S.Gaudenzo - incontro con sindacati e

imprenditori

martedì 11 Pomeriggio

ISSR - Consiglio d'Istituto

Sera

Riccione - Visita Pastorale parrocchia ss. Angeli

Custodi

mercoledì 12 Mattina

udienze

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia ss. Angeli

Custodi

S.Chiara - S.Messa

giovedì 13 Pomeriggio

intervento sul Piano Strategico al Consiglio

Comunale

Sera

Castelvecchio - incontro con i giovani della

zona pastorale

venerdì 14 Mattino

Seminario - Assemblea di presbiterio

Pomeriggio

Savignano - incontro cresimandi Vicariato

Savignano-Santarcangelo

Riccione - Visita Pastorale parrocchia ss. Angeli

Custodi

sabato 15 Mattino

teatro Novelli - 158° Anniversario Fondazione

della Polizia

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia ss. Angeli

Custodi

domenica 16 Mattino

S.Giovanni in Compito - cresime

S.Giovanni in Marignano - cresime

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

lunedì 17 Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

martedì 18 Mattino

ritiro dei direttori degli Uffici Pastorali

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

mercoledì 19 Mattino

Curia - conferenza stampa attività diocesane

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

giovedì 20 Mattino

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

venerdì 21 Mattino

San Marino - ritiro del clero della diocesi di San

Marino-Montefeltro

Pomeriggio

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

sabato 22 Mattino

S.Rita - S.Messa

ISSR "Marvelli" - Giornata di Studio

"Architettura e Teologia"

Pomeriggio

Tavoleto - Cresime

Riccione - Visita Pastorale parrocchia s.Martino

domenica 23 Mattino

S.Mauro - cresime

S.Andrea di Poggio Berni - cresime

Pomeriggio

S.Andrea dell'Ausa - cresime

lunedì 24 Pomeriggio

Verucchio – S.Messa, funerale don Antonio

Fraticello

da lunedì 24 a venerdì 28 Roma - Assemblea Generale CEI

sabato 29 Mattino

udienze

Pomeriggio

Santuario di Bonora - Pellegrinaggio Diocesano

domenica 30 Mattino

Mondaino - cresime

Borghi – cresime

Agenda

111


112

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

GIUGNO

Atti del Vescovo

lunedì 31 Pomeriggio

Cattedrale - incontro cresimandi Vicariato

Valmarecchia

Sera

Montalbano di San Giovanni in Marignano -

Rosario e S.Messa

martedì 1 Mattino

Firenze - ritiro del clero dell'Arcidiocesi di

Firenze

mercoledì 2 Mattino

Cattolica - incontro Vicariato Litorale Sud

Pomeriggio

Grand Hotel – festa della Repubblica

giovedì 3 Mattino

udienze

Sera

S.Agostino - Corpus Domini (s.Messa e

processione fino all'arco d'Augusto)

venerdì 4 Mattino

Bologna - incontro Vescovi per il Seminario

Regionale

Pomeriggio

Palacongressi - S.Messa, ritiro associazione

Papa Giovanni XXIII

Sabato 5 Mattino

Clarisse – S.Messa

Pomeriggio

Santo Spirito – incontro GIS

Sera

Cattolica – S.Messa, Corpus Domini

Domenica 6 Mattino

Cattedrale – S.Messa, CTG

Montefiore – cresime

Pomeriggio

S.Giuseppe al Porto – cresime

Dal 7 al 9 giugno tre-giorni del clero diocesano

Giovedì 10 Pomeriggio

Fano – intervento all’assemblea diocesana


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Venerdì 11 Mattino

Seminario – S.Messa, conclusione anno

sacerdotale

Sabato 12 Mattino

Porto Canale - Festa della Marina

Pomeriggio

Riccione, S.Martino - S.Messa, Campo Lavoro

Missionario

Domenica 13 Mattino

Villa Verucchio - cresime

Pomeriggio

Campo "don Pippo" - S.Messa

Lunedì 14 Mattino

S.Aquilina - incontro CTO

Pomeriggio

udienze

Martedì 15 Mattino

Curia - Consiglio Episcopale

Mercoledì 16 Mattino

udienze

Giovedì 17 Mattino

Bologna, Cattedrale S.Domenico - S.Messa,

Convegno Ufficio Catechistico Nazionale

Venerdì 18 Mattino

Igea Marina – S.Messa, funerale don Nicola

Casadei

sabato 19 Sera

Montalbano di S.Giovanni in Marignano, chiesa

di S.Giorgio - S.Messa, ingresso nuovo parroco

domenica 20 Pomeriggio

Coriano - S.Messa, anniversario beatificazione

suor Elisabetta Renzi

lunedì 21 Mattino

Bologna - Collegio Plenario Docenti FTER

giovedì 24 Mattino

S.Giovanni in Bagno - S.Messa

Agenda

113


114

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Atti del Vescovo

Sera

Curia - incontro con i referenti parrocchiali del

Progetto Culturale

venerdì 25 Sera

campo "don Pippo" - cena con gli "amici del

campo"

domenica 27 Sera

Rivabella - S.Messa

da lunedì 28 giugno

a venerdì 2 luglio Marola (RE) - Esercizi Spirituali Vescovi

e Conferenza Episcopale Emilia Romagna


Attività del Presbiterio

• Incontri e ritiri

• Riunioni del Consiglio Presbiterale


116

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Rimini, 14 maggio 2010

Santità sacerdotale

“Purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a

compimento la santificazione, nel timore di Dio” (2 Cor 7, 1).

Premessa

Il tema della “santità sacerdotale” ci avvince sempre, anche nelle fasi di

stanchezza e nonostante le nostre sperimentate debolezze. La santità affascina

per la sua radicale inerenza alla nostra vocazione di “uomini di Dio”, del nostro

essere consacrati al servizio del mistero di Dio, e, in ogni modo, in riferimento al

fatto di essere rappresentanti di un “oltre” irriducibile alle “logiche” del mondo e

del tempo. E poi, siamo cresciuti in compagnia di “santi”, fortemente sollecitati e

sospinti all’ideale di “santità”.

In tale prospettiva, l’esortazione intensiva e penetrante dell’apostolo Paolo,

posta in un contesto di appassionata difesa del suo ministero, si rivela essere un

necessitante invito alla “purificazione” dalle suggestioni e dalle seduzioni come

condizione del compiersi della “santificazione” della vita.

A prima vista l’invito dell’apostolo sembrerebbe di ordine morale, cioè riguardante

la sfera della condotta personale rispetto ad atti da compiere e non

compiuti, oppure rispetto ad atti compiuti ma non conformi alla legge. E ciò nella

chiara intenzione di raggiungere uno “stato di purezza”, stante il rischio di commistione

tra la religione cristiana e quella precedente degli idoli pagani.

D’altra parte, pare di capire che se questa “purezza” riguardasse solo questioni

rituali, sarebbe del tutto fuorviante rispetto alla “santificazione”, in quanto

sostenuta dal solo sforzo umano, cioè da una volontà che si esercita in un orizzonte

di decisione umana, in ossequio a precetti oggettivi di separatezza “religiosa”

per evitare contaminazioni cultuali.

In realtà Paolo ha di mira molto di più. Egli guarda la “purificazione” come

urgenza di una “restitutio ad integrum” della persona secondo un riassetto di

un’integrità originale, cioè di un’operazione interiore che ristabilisca un “ordo”

perduto, uno stato di primordiale candore, di innocenza. Si tratta infine di vivere

quella novità cristiana, che è l’inserimento dell’uomo nuovo sul vecchio, creato

da Dio per la fede in Gesù Cristo.

Al riguardo viene subito a memoria un altro detto di Paolo dove l’apostolo

invita: “Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo

nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 23-24). Se

l’invito perentorio di Paolo è rivolto ad interlocutori preti, allora la “purificazione”

rimanda alla loro identità e dignità per le quali è richiesto uno slancio di consapevolezza

e di eticità che dispone alla santificazione.

Ben più alto appare dunque il compito espresso dall’esortazione paolina:

essa apre lo sguardo spirituale sullo statuto dell’“uomo interiore”, edificato da

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

un’incessante disciplina dei sensi, fortificato da uno spirito penitenziale, illuminato

dalla sapienza dello Spirito Santo.

“Purifichiamoci”

In realtà, considerata la nostra condizione umana, la purificazione appare

come una necessaria rigenerazione, una sorta di catarsi spirituale, perché

l’uomo è sottoposto comunque e dovunque alla seduzione, alla drammatica

potenza del peccato. I sacerdoti sanno per scienza ed esperienza che la vera

purificazione avviene per opera di Dio. Solo lui ricrea l’uomo nuovo. “Ti darò un

cuore nuovo” proclama il profeta e il salmista orante esclama: “Crea in me, o

Dio, un cuore puro” (Sal 50, 12).

Si tratta di un evento radicale che trasforma ciò che è corrotto, nel corpo e

nello spirito, e abbraccia l’intera persona, assecondando un anelito di purezza

interiore che da solo l’uomo non riesce a raggiungere. Infatti è Dio che rende

puro il cuore impuro dell’uomo (Mc 7, 18-23). Da lui parte l’iniziativa e l’uomo

corrisponde con una condotta conforme alla volontà di Dio. È difatti l’intervento

di Dio che cambia la vita.

A questo punto ci possiamo chiedere: Quando il sacerdote è “puro”? E da

che cosa ha bisogno di essere “purificato”? È puro il sacerdote non soltanto

quando ha fatto il suo dovere o quando la sua coscienza non lo rimorde, ma

“quando il Signore entra nella sua vita” e vive come “uomo di Dio” (cfr. 1 Tm 6,

11), come servo del Regno di Dio.

Mi permetto di osservare due ambiti di “purificazione”.

In primo luogo il sacerdote comprenderà appieno il bisogno di essere purificato

quando avvertirà di essere imbrigliato nelle maglie del “possesso”, al

modo di una sovrastruttura ingombrante che gli impedisce di essere libero per

Dio. Quando si possiede narcisisticamente e quando possiede altri o le cose del

ministero, il sacerdote è come in una prigione oscura. Dunque gli è necessario

purificarsi dal possesso con estrema decisione.

In secondo luogo il sacerdote deve vigilare contro un pericoloso asservimento,

quello dell’accidia, i cui nodi sono micidiali perché rendono la mente ed il

cuore assenti, abulici, svuotati di senso. L’accidia si presenta come un inquinamento

dell’anima e persegue l’annullamento del giudizio e dell’azione. Il modello

di riferimento del sacerdote “puro” si trova nel vangelo delle beatitudini.

Proclama: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Il vedere Dio è lo stato

di santità e suppone la purezza del cuore e la purezza del cuore è frutto della

libertà dello Spirito.

Nel confronto con la beatitudine si coglie l’intrigo in cui l’uomo è imprigionato

dal narcisismo e gli rivela la via della liberazione per abituarsi a “vedere

Dio”. È un vedere nella fede e non ancora nella visione, delineandosi la prospettiva

escatologica. Tuttavia già sin d’ora si rivela un’effettiva possibilità se ogni

giorno si tende a “vedere Dio”, se il cuore è puro e si empie della preghiera: “Che

io veda il tuo volto, o Signore”.

Di fatto ciò accade in una comunione consolidata in Cristo (cfr. Col 3, 3:

“Nascosti con Cristo in Dio”) che libera l’uomo e lo rende puro da questo mondo.

Essa viene costantemente desiderata e intenzionalmente ispirata dalla forza

Incontri e ritiri

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118

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

dello Spirito che esploderà nella vita eterna, ma che già ha il suo inizio a partire

dalla Resurrezione del Signore come sicura promessa.

Di qui è necessario mettere in moto una sorta di sequenza teologico-spirituale.

Essa si svolge per gradi, come un’esperienza “mistica” che passa dal

vedere al credere, dal credere al conoscere, dal conoscere all’amare, dall’amare

a sperare. In fondo si tratta del cammino segnalato da Gesù: inizia dal “nessuno

ha mai visto Dio, l’unigenito di Dio egli stesso ce lo ha fatto conoscere (Gv 1, 18)

e orienta al vedere Gesù il quale rimanda e si identifica con il Padre: “Chi ha visto

me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9).

Il senso del “vedere Dio” insegue il desiderio di poter partecipare alla gloria

di Dio, nella prospettiva tracciata: “Saremo simili a lui perché lo vedremo così

come egli è. Chi ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro” (1

Gv 3, 2). Dunque si ritorna all’esigenza insopprimibile della “purificazione” come

condizione del “vedere” Dio per essere “simili a lui”, cioè santi come lui è santo.

“da ogni macchia della carne e dello spirito”

L’apostolo chiarisce l’oggetto pratico della purificazione come un’ascesi ineludibile

che implica un’applicazione su due versanti: rispetto alla “macchia della

carne” e rispetto a quella dello “spirito”. Vi è una “macchia carnale” e vi è una

“macchia spirituale”: l’uno e l’altra abbruttiscono l’anima e producono la tristezza

della vita, quella “mestizia” di cui trattano i santi Padri del deserto.

Nel contesto, l’immagine della “macchia” richiama e prefigura qualcosa che

turba e disturba, di contorto e di losco, fonte di divisione e di confusione. Non

è qualcosa di superficiale, ma il segnale patologico di un disordine provocato

e sorretto dalle “opere della carne” (Gal 5, 15 ss) in contrapposizione ai “frutti

dello Spirito”, e tale da delineare la scissione interiore tra tenebre e luce.

In realtà la “macchia” appartiene al regno delle “tenebre”,impedisce di “vedere

Dio” ed è sinonimo di stato chiaroscurale o meglio di noia spirituale. La

noia agisce come oscuramento della coscienza, la malattia dell’anima, l’accidia

dello spirito. Le opere della carne stanno all’origine del nostro male oscuro che

stravolge la verità e ci separa dalla fonte della luce e della vita. La “carne” resiste

all’obbedienza della fede, recalcitra contro la disciplina dello spirito, si infastidisce

di ogni sottomissione.

Proprio nel dormiveglia della coscienza sacerdotale, si sbizzarriscono le pulsioni

e le compulsioni della sfera sensitiva ed affettiva. Queste si sottraggono

alla lucidità della coscienza, ad ogni controllo della volontà redenta dal sangue

di Cristo e rafforzata dalla potenza dello Spirito. In tale condizione l’invito alla

“purificazione” si fa impellente e non procrastinabile.

Occorre essere vigilanti e capaci di sacrificio; occorre coltivare lo spirito penitenziale

e risanare le ferite; occorre richiamare le motivazioni radicali dell’essere

sacerdote ed esercitarsi nell’umiltà e nella preghiera continua, anche in mezzo

al “fare” pastorale e alle molteplici incombenze che spesso ci sovrastano e ci

affogano in un mare di “cose”.

“portando a compimento la santificazione”

Come è noto, la santità rivela lo “status” dell’uomo che Dio ha attirato a sé

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

e l’ha reso “nuovo”, compartecipe della sua natura (“Siate santi come io sono

santo”) restituendolo alla grazia santificante. La santificazione invece si presenta

come un processo di attuazione, un moto costante dell’agire coerente, nella fedeltà

del dono. Diventa così l’obiettivo che si mostra elevato: e cioè adempiere

l’opera della santificazione come movimento di purificazione davanti a Dio e per

la grazia di Dio. È Dio che mi fa santo se obbedisco a lui nella sincerità e nella

verità.

D’altra parte non è forse il sacerdote esperto di santità? È lui che ogni giorno

“tratta” cose sante, familiarizza con i “divini misteri”, edifica la spiritualità con il

sodo nutrimento della preghiera liturgica e personale, medita “giorno e notte” la

Parola e le opere di Dio, consiglia i fedeli circa la “via” della santità quotidiana,

accompagna i cammini spirituali con discernimento e sapienza.

Dunque il sacerdote vive un’atmosfera, uno stile, un linguaggio di santità.

Eppure l’azione sacerdotale, santa in sé, non implica esattamente la santità

come processo virtuoso di comunione con Dio che accada in modo meccanicistico

o deterministico. Se di fatto il sacerdote non si implica lui stesso “portando

a compimento la santificazione”, non accade nulla in modo magico nel

suo cuore.

In che cosa consiste la santità del sacerdote?

Se il sacerdote è puro, è già santo, perché “vede” Dio in ogni cosa con

il suo sguardo trasparente. Di fatto la via della santità per il sacerdote sta

nell’“imitamini quod tractatis”, secondo il sapiente adagio della tradizione

ascetica della Chiesa. Vi è dunque un’identificazione dinamica e costante tra

l’io del sacerdote e l’atto del fare le “cose sante”.

Ciò avviene edificando modalità della “coscienza” sacerdotale che potremmo

vedere sinteticamente nel dettaglio seguente.

Coscienza esistenziale. L’essere-sacerdote esige di divenire come Cristo:

altare, vittima, sacerdote (cfr. Prefazio Pasquale,V). È la configurazione a Cristo,

sommo ed eterno sacerdote, che definisce la sua esistenzialità come santa.

Coscienza della “salus animarum”. È la causa prima e preminente della

dedizione e del dono di sé, in pura perdita. Si attua nella “carità pastorale” che

si edifica quotidianamente nelle vie molteplici dell’apostolato, comunque esso

si concretizzi.

Coscienza ministeriale. È l’esercizio del ministero come “agere in persona

Christi”. Essa costituisce l’intenzionalità primaria e finale. Ciò che è essenziale

è il Cristo donato agli altri, ciò per cui si è preti è perché Cristo sia annunziato

e glorificato, e non per se stessi.

Coscienza del “servus inutilis” (Lc 17, 10). Si tratta di attenersi ad uno statuto

del provvisorio e della secondarietà, cioè alla fin fine non al sacerdote la

gloria, ma “soli Deo honor et gloria”.

“nel timore di Dio”

L’apostolo Paolo conclude l’esortazione con l’appello al “timore di Dio”. Ciò

significa che il cammino di perfezione si attua davanti a Dio e cresce “secondo

la misura di Cristo”, in un processo di affidamento alla potenza di Dio, di rico-

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

noscimento della propria indegnità, di richiesta di perdono, di fedeltà al dono

sublime della vocazione.

Il timore si attua nell’atteggiamento di Pietro: “Allontanati da me, perché

sono un peccatore” (Lc 5, 8). Di qui si evince che la consapevolezza di sé è

tale da ritenersi non solo inadeguato, ma impuro di fronte a Gesù eppure da

lui amato e salvato.

Il timore di Dio nella società neoilluminista rischia di apparire oscurantismo

spirituale, una regressione. Se il timore è paura provocata dai sensi di

colpa irrisolti, allora va purificato da una visione corretta di Dio. Ma se il timore

s’accompagna all’amore, allora diventa rivelazione di un Dio ricco di misericordia,

di un Dio amore senza limiti e fonte di gioia immensa.

Ma la santità non è l’Amore vissuto nel nostro amore quotidiano?

Attività del Presbiterio

+ Carlo Mazza

Vescovo di Fidenza


Rimini, 20 aprile 2010

Consiglio presbiterale

diocesano

Seconda riunione anno 2010

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

In Seminario: ore 9 – 12,30.

Il Consiglio Presbiterale era convocato (vd. lettera di convocazione) per la

sera del 19 aprile 2010, alle ore 21: ma, ricorrendo il 19 aprile il Quinto anniversario

della Elezione del Sommo Pontefice Benedetto XVI, mons. Vescovo ha

chiamato la comunità diocesana in Cattedrale per una preghiera in comunione

con il Papa, rattristato, e aggredito rudemente da stampa malevola, per casi di

pedofilia nel clero: veglia con recita del rosario e canti popolari mariani, con

Cattedrale gremita.

Un comunicato stampa (allegato n° 1) aveva avvertito i membri del Consiglio

di riunirsi il giorno seguente alle ore 9, con lieve ricupero di tempo: cosa

risultata fattibile per la maggior parte, perché, dopo la preghiera di Terza, il

Consiglio si ritrova presto al completo, con l’ assenza annunziata di don Franco

Mastrolonardo, in pellegrinaggio alla Sindone, a Torino.

Viene distribuita da mons. Vicario una scheda (allegato n° 2) con il programma

del Pellegrinaggio diocesano del 29 maggio, al Santuario della Madonna

di Bonora.

È presente anche don Giampaolo Bernabini, Direttore dell’ Ufficio Pastorale

della Famiglia, per motivi che saranno detti in seguito.

Sul verbale della riunione precedente mons. Vescovo fa presente la opportunità

di citare a verbale la fonte degli interventi più controversi, per non far

apparire convinzione comune ciò che è riflessione di singolo; invita poi il segretario

a fare verbali più riassuntivi e ad evitare alcune preziosità linguistiche.

Primo punto dell’ O.d.g.: Il Primo Annuncio

con relazione di don Guido Benzi.

Don Guido, Direttore dell’ Ufficio Catechistico Nazionale, totus noster sed

etiam Romae, ha preparato sul tema la Scheda “Primo annuncio e Rinnovamento

dell’iniziazione cristiana. Un primo tentativo di sintesi per la

discussione”:

La scheda, in prima uscita (dopo la verifica in questo Consiglio sarà proposta

in altre Diocesi), fa parte integrante del presente verbale (allegato n° 3):

viene illustrata da don Guido, e qui è riassunta per capitoli riassuntivi.

Dopo due brevi note introduttive (Il PA tra gratuità e chiamata a conversione

e Una proposta a partire da “criteri misti”) affronta l’argomento in sei

assunti:

Una iniziazione cristiana (IC) che non solo accompagni la fede, ma la proponga

Consiglio presbiteriale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

e la susciti,

L’unità di Logos e Agape: una IC che esalti insieme i contenuti e l’esperienza,

La Chiesa come “metodo” dell’ IC,

Unum facere et aliud…: una catechesi che coinvolga non solo i bambini fin

dalla tenera età, ma anche le famiglie e i giovani, con tre sottotitoli:

Il ruolo degli adulti e delle famiglie nell’IC,

L’importanza dei piccoli, al di là delle loro famiglie, nell’ IC,

La cura della pastorale giovanile, come dimensione costitutiva di un progetto

di IC ,

Una catechesi che ricuperi la quadripartizione del catecumenato antico, valorizzando

l’impostazione teologica del Vaticano II presente nel CCC,

Il pieno coinvolgimento dei preti, la formazione dei catechisti, la vocazione di

nuovi catechisti anche fra i giovani e le giovani famiglie.

La scheda chiude con alcune proposte sulla Pastorale battesimale (pre e

post), sulla educazione al “discepolato” , con l’inserimento nella vita cristiana

mediante la celebrazione della Cresima, della Riconciliazione e dell’ Eucaristia,

in ordine alla quale “veniamo battezzati e cresimati”.

Vengono infine segnalati alcuni criteri di sperimentazioni in atto per il rinnovamento

della catechesi e della IC:

Il primato della Parola nel PA e nella catechesi

La Centralità della domenica e dell’ Eucaristia

Il rapporto fra famiglia ed educatori

La formazione dei catechisti

La presenza di persone disabile negli itinerari formativi

Consiglio Presbiterale: interventi e conclusioni

Mons. Vescovo, all’inizio della comune riflessione, ricorda le quattro leggi

che strutturano l’evento cristiano:

la grazia: il primo verbo del cristiano non è fare, ma accogliere,

la dimensione discendente: non siamo noi a salire, ma è Dio che scende

fino a raggiungerci,

la precedenza dell’indicativo sull’imperativo: Dio vi ama, dunque amatevi

(morale come risposta a un dono). Oggi nell’ “Officium lectionis” S. Agostino

ci diceva: nec eligimus, nisi prius eligamur, nec diligimus, nisi prius diligamur

(Sermo 34,2): amiamo perché amati,

la dimensione elettiva: siamo stati scelti, non per merito, ma per grazia; la

missione dono non sequestrabile, ma da condividere.

Mons. Vescovo poi si chiede: il Documento Base è passato veramente o è

ancora davanti a noi? Memore delle parole di Albino Luciani: “Occorre cambiare

non i testi, ma le teste”. Molti passi sono ancora da compiere. Da noi preti, poi

dai catechisti.

Segue il confronto sulla relazione di don Guido, che ottiene unanime

consenso, con qualche precisazione.

Ad esempio P.G. Farina fa presente come la proposta educativa cristiana

abbia purtroppo i piedi di argilla, perché si rivolge al un gruppo ormai limitato

di persone e in un contesto di frammentarietà (molteplicità delle agenzie di for-

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

mazione) e sporadicità di intervento (rari incontri, rade messe domenicali), che

non permette più alla formazione cristiana di passare nella cultura di vita. Come

ricominciare da capo, se giovani e famiglie si incontrano sempre più di meno?

G. Maioli aggiunge, citando da don Giussani: “La cultura moderna è come

la nube di Chernobyl: lascia le cose come sono, ma dentro distrugge tutto” aggiunge.

Siamo tutti in ballo. Occorre partire dalla esperienza: vieni e vedi. Il PA è

un incontro, un avvenimento: l’anelito della fede, il suo legame ultimo è Cristo,

ma passa attraverso il fascino di una umanità che si vede, di un legame, di un

affetto. Va approfondito il rapporto fra Verità e Amore, fra contenuto ed esperienza:

è l’incontro che produce l’esperienza, la catechesi la spiega. Vieni e vedi.

Bene il tema del PA messo a riflessione (T. Giungi), non solo in ordine cronologico,

ma teologico: senza annunzio del vangelo non c’è vita cristiana.

L’ Annunzio che passa inizialmente attraverso una relazione personale.

Rinnovare la fiducia nella Chiesa come metodo di iniziazione cristiana: abbiamo

tutto per fare una proposta di fede, dalla esperienza ai contenuti e al

metodo educativo.

Fiducia rinnovata nella Parrocchia, come luogo accessibile a tutti per incontrare

il vangelo: gran parte delle famiglie fa riferimento alla parrocchia in

alcuni momenti fondamentali della vita. Essa non può da sola operare i grandi

cambiamenti della pastorale.

Altri confermano la scarsa presenza delle famiglie nella formazione cristiana

dei figli e la poca efficacia della catechesi, delegata dai sacerdoti ai soli catechisti,

in genere poco preparati.

Occorre la presenza della Diocesi, con modelli precisi di riferimento (es.

itinerari per il catecumenato degli adulti), con formazione progressiva degli

operatori pastorali (cammini di crescita ministeriale), con la istituzione di Catechisti

a pieno tempo e non solo come volontariato, con sperimentazioni in

zone pastorali omogenee, con la catechesi non più dei soli catechisti, ma con

l’impiego diretto di sacerdoti, di diaconi, di consacrati e altri ministri. Occorre

anche un rinnovamento interiore di noi sacerdoti e rivedere il linguaggio del PA

e delle omelie, con meno moralismo e più kerigma gioioso.

Non esiste unità di criteri formativi in Diocesi (A.Amati): es. età della cresima,

forme di catechesi (a volte solo scuola di dottrina cristiana), mancanza

di orientamenti per gli anni 1-7. Necessità di criteri diocesani, non come giudizio,

ma metodologia di un cammino comune (resta nel tempo: vd. Concilio di

Trento ove applicato): tempi e scadenze dell’ IC, coinvolgimento delle famiglie,

indicazioni alle parrocchie sulla formazione dei catechisti, rilancio della celebrazione

della domenica in Parrocchia, perché la comunità cristiana si costruisce

sulla Eucaristia comune.

La Parrocchia non sia una stazione di servizio, ma corpo vivo, con passione

di comunicare il vangelo nella capillarità della vita. Con i tempi di maturazione

richiesti dalle singole persone.

La Chiesa si rinnova nella celebrazione del mistero (O.Caldari): il PA rinnovo

chi annuncia, lo costringe a far memoria della salvezza ricevuta. Nel rapporto

Chiesa-territorio-parrocchia va detto che Chiesa è quella che viene dall’alto,

coloro cioè che vivono da fratelli il dinamismo nuovo della fede, ovunque sia-

Consiglio presbiteriale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

no, senza riferimento a gruppi o luoghi precisi. Il rapporto Chiesa-Territorio è il

rapporto Lievito-Farina: non è la farina che fa la natura del lievito, ma luogo di

accoglienza.

C’è chi chiede come comportarsi con i padrini della Cresima, che chiedono

l’attestato di vita cristiana, che nessuno conosce o conosce al peggio. C’è chi

riconosce che nella liturgia festiva sono presenti una serie di eretici: epicurei,

gnostici, ariani, pelagiani, luterani, miscredenti, atei; e resta vero che la Chiesa

evangelizza celebrando.

I religiosi presenti chiedono cosa si può fare come PA nei Santuari e come

comportarsi con alcuni movimenti ecclesiali (es. i neocatecumenali), che assorbono

interamente le persone, con forme di catechesi esoteriche e formazione

di sacerdoti a parte.

Riflessioni Conclusive

Don Guido assume e riassume:

Non confondere identità con appartenenza e partecipazione: anche se buona

la partecipazione, non più anche la identità e la fede.

I tempi della catechesi: tempi per la formazione dei catechisti, tempi per la

catechesi dei bambini e adolescenti (dalla vita nasce la vita).

Il perdono del nemico, come potenza del kerigma cristiano: abbiamo la

grazia di perdonarci.

Santuari: luoghi della mistagogia (cura della Riconciliazione, della Eucaristia,

della preghiera).

Mons. Vescovo risponde e conclude:

Ho apprezzato molto la pacatezza dell’incontro su un nervo scoperto del

nostro ministero: andate e fate discepoli, non insegnate. Ringrazio don Guido e

lo invito ad accompagnarci da Roma.

I movimenti se approvati dalla Chiesa non fanno problema: non siano però

in alternativa alla Parrocchia.

Certificato di idoneità per i padrini di Cresima: ci si informi, e se è no sia no,

per fedeltà al Vangelo.

Sostenerci nella fiducia: nella grazia di Dio, nella Parola del Signore, nella

Parrocchia. La CEI ha scelto la Parrocchia, da noi ancora buona presenza della

Chiesa sul territorio: dove è stata tolta (in Francia, in Germania) il gelido deserto

della miscredenza avanza. Rinnovare il senso di appartenenza alla Parrocchia,

che si radica nel territorio: tutti figli quelli sul territorio per un parroco zelante,

qual madre insonne che attende il figlio perso nelle brume delle discoteche

della notte..

Aprire il cantiere della IC, partendo dagli adulti, come nei movimenti (non

solo la scolarizzazione della catechesi). Criteri: Orientare, Formare (formazione

intellettuale, teologica e spirituale: agire sul vissuto, fare discepoli), Sperimentare

(prendere sul serio indicazioni non passate: es. impostazione catecumenale),

Verificare (la sperimentazione va monitorata).

Lettera della CEI ai catechisti a 40 anni dal DB. Farla circolare.

Provare ad iniziare il catechismo un mese dopo: adoperare il primo mese

per preparare i catechisti

I Gruppi di ascolto stanno scemando, chiedersi il perché. Prepararsi gli

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

evangelizzatori. Il PA è di tutti: poi ci vuole una preparazione.

Tre giorni del Clero alla Famiglia e una 4 giorni di studio a Loreto, sempre

dedicata alla Famiglia?.

Secondo punto dell’ O.d.g: proposte e indicazioni per il prossimo Anno

Pastorale

Settimana di Convivenza

Tema: Nel cammino della Cei: decennio educativo. Vita del cristiano. Primo

annunzio? Coppie irregolari? - Luogo: Loreto (troppo lontano) a Genestreto

(troppo piccolo) a Valdragone (più vicino e capace)?

Terzo punto dell’ O.d.g.: Varie

Don G. Bernabini, a ciò accolto, presenta la scheda (allegato n° 4) della 3

Giorni Sacerdotale.

Don A. Turchini propone la presenza a Roma per l’11 giugno, festa del S.

Cuore, per la chiusura dell’ Anno sacerdotale.

Mons. L. Ricci illustra la scheda (allegati n° 2) del Pellegrinaggio diocesano

al Santuario di Bonora del 29 maggio prossimo.

La preghiera “Regina coeli” chiude i lavori terreni e dischiude ai nostri cuori

l’attesa di riposo nei “cieli nuovi e terra nuova”: alle ore 12,30.

Mons. Agostino Pasquini

Segretario del Consiglio Presbiterale

Consiglio presbiteriale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Rimini, 8 giugno 2010

Consiglio presbiterale

diocesano

Terza riunione anno 2010

In Seminario: ore 14 – 15,30.

Nel cuore della 3 Giorni Sacerdotale di aggiornamento (7,8,9 giugno) viene

convocato nel primo pomeriggio di martedì 8 giugno il Consiglio Presbiterale

in una riunione che si presume breve in quanto all’Ordine del giorno c’è l’ approvazione

del bilancio diocesano 2009, che ognun sa curato con consumata

competenza pluridecennale dall’ Economo Diocesano Mons. Andrea Baiocchi.

Il numero di presenze è più che legalmente sufficiente; sono assenti: P.

Giorgio Busni, don Giancarlo Del Bianco, don Fabrizio Uraldi, don Franco Mastrolonardo,

P. Fiorenzo Panetta, don Mario Dariozzi.

Relazione di Mons. Andrea Baiocchi

Mons. Vescovo dà la parola a Mons. Andrea Baiocchi, Economo della Diocesi,

il quale presenta dettagliata documentazione dei vari capitolati di ricavi e

di spesa per i vari settori della Amministrazione diocesana, che qui viene riassunta

per sommi capi, allegando al verbale una scheda riassuntiva preparata

dallo stesso Economo Diocesano (allegato n° 1).

Entrate 2009 1.968.245,00

Uscite 2009 1.853.195,00

Saldo attivo 115.050,00

Fra le voci di Entrate risultano: Affitti, Solidarietà Diocesana, “Bucalossi”,

Utile 2008, IDSC, Cancelleria, Cimitero.

Fra le voci di Uscite figurano: Gestione Diocesi, Contributi Attività Diocesane,

Tasse, Contributi a Casa del Clero, Parrocchie e persone.

In particolare, nella Gestione Diocesi le voci principali sono: Personale, Manutenzioni,

Segreteria e Uffici Pastorali, Utenze, Assicurazioni, Rappresentanze.

Per i dettagli si rinvia all’ allegato.

Il Nuovo Seminario

Nel 2000, dopo aver consultato il Presbiterio, su richiesta del Vescovo Mariano

si dà inizio alla realizzazione del Nuovo Seminario, fissando i due criteri:

il Vecchio Seminario non si vende, il Vecchio Seminario paga il Nuovo.

Subito ha dimostrato interesse alla trattativa il Comune per un polo scolastico.

Trattativa lunga e laboriosa, ancora non conclusa.

Spesa finale del Nuovo Seminario: € 12.800.000,00.

Attività del Presbiterio


Così ripartita:

Acquisti:

Ristorante e parco 1.141.000,00;

Semprini per strada 135.000,00;

Parrocchia S. Fortunato 900.000,00 (a saldo debito);

Famiglia per diritto transito portico 1.000.000,00;

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Lavori:

Ditta appaltatrice 7.000.000,00;

Tecnici 500.000,00;

Elettricista, Idraulico, Falegname, ecc. 1.600.000,00,

Interessi passivi 524.000,00.

Ancora pagato nulla, costruito con i mutui delle Banche, pagati solo gli interessi.

Situazione finanziaria della Diocesi:

Scoperto di 9.000.000,00 con Banche;

Scoperto con persone (Cassa) 4.500.00,00;

Fondazione Fabbri 2.500.000,00.

Totale scoperto Diocesi: € 16.000.000,00.

*

Lavori eseguiti dal 1990 – 2009:

Diocesi:

Palazzo Marvelli, Casa Ritiri, Duomo, S. Rita, Studentato, Diapason, Cud, Nuovo

Seminario. Totale ............................................................€ 17.000.000,00

Vicariati:

Vicariato Urbano .............................................................€ 1.500.000,00;

Vicariato Periferia e Val Parecchia ...........................€ 3.700.000,00;

Vicariato Litorale Nord .................................................€ 500.000,00;

Vicariato Litorale Sud ...................................................€ 1.800.000,00;

Vicariato Santarcangelo – Savignano .....................€ 3.300.000,00;

Vicariato Coriano ...........................................................€ 1.400.000,00;

Vicariato Morciano ........................................................€ 4.000.000,00

Totale di spese negli anni 1990-2009: .......€ 33.000.000,00.

Prospettive di ricupero finanziario

Come far fronte al Rosso di € 16.000.000,00.

Entro il mese di giugno verrà firmato il contratto con il Comune per

il diritto di superficie del Vecchio Seminario per 60 anni, con un importo di

€ 17.000.000,00. Trattativa lunga e variata nel tempo per vicende, che imponevano

altre esigenze (Normativa antisismica dopo le vicende de

L’ Aquila: Corridoi più larghi, Pareti maggior spessore, Aule più grandi per la

Legge Gelmini, Edificio di tre parti separate da 20 cm.), che hanno aumentato

il prezzo e il tempo del diritto di superficie. Lavori nuovi per una spesa di

3,5/4 milioni. Alla minaccia di revoca della precedente intesa, il Comune ha

fatto sapere che lo stabile è di utilità pubblica e che non verrà concessa altra

destinazione. Parte di questa somma verrà versata alla firma del rogito, parte

Consiglio presbiteriale

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

diluita negli anni successivi (€ 1.000.000,00 per 10 anni).

Altre somme dovrebbero arrivare da contatti in corso (Via Macanno, Coriano,

Casarola) per ca. € 10.000.000,00.

A.D.R. Su richiesta mons. Andrea risponde su:

• Mutui con le Banche. Verranno chiusi tutti, facendo un fido unico con la

Banca Malatestiana, di € 12.000.000,00 a tasso fisso al 2% fino al 2013.

• ISSR “Marvelli”. La più bella realizzazione, con il Seminario: la Diocesi contribuisce

ogni anno con € 250/300.000,00.

• Ariminum: esercizio in parità ( attivo € 11.000,00).

• La Pagina: in difficoltà: dall’inizio una iniezione di 50 milioni ogni anno.

Qualcosa di meglio con la nuova direzione, forse sede nuova, più ampia.

• Caritas: Associazione volontariato Madonna della carità bilancio in parità

€ 185.000,00), Cooperativa bilancio in parità € 498.000,00).Edificio nuovo:

spesi € 1.500.000,00, dei quali € 500.000,00 a cArico della Regione, che

tarda a versarli. La Caritas ogni anno versa € 100.000,00, per dieci anni.

• Televisione: Acquisto spesi € 1.029.000,00, dei quali € 288.000,00 dalla

CEI, che vuole documentazione e bilanci. Non attiva, per ridotta la pubblicità

Ridotto i dipendenti da 32 a 28, alcuni dei quali a tempo determinato.

Ogni anno € 200/300.000,00 di aiuto. Mons. Andrea ha in corso colloqui

con le Banche popolari (Malatestiana, Banca di Rimini, Romagna Est, Valmarecchia)

e altre Associazioni (Confcooperative), perché sostengano la

Televisione diocesana.

Il Consiglio Presbiterale approva la relazione.

Nella breve discussione che segue vengono fatti alcuni osservazione sui

servizi diocesani Ariminum e La Pagina. Devono essere punti di riferimento

per i sacerdoti, perché sono servizi della Diocesi. Non in regime di monopolio,

favorendo situazioni di privilegio, perché non è detto che se altri fanno bene

questi servizi, li debba fare anche la Diocesi.

I servizi della Ariminum devono essere più precisi, se non prezzi migliori,

per personale più qualificato, come guida religiosa oltre che turistica. I preti

devono poter andare dove trovano servizi religiosi migliori. Bisogna curare la

formazione del personale (anche presso l’ ISSR).

Alla Pagina non si chieda la cauzione per l’acquisto di libri, anche se poi

alcuni non pagano. Chiedersi quale vendita: libri religiosi, universitari, per sacerdoti?

Una libreria non sarà mai in attivo, se non promuove altre iniziative. Il

luogo è troppo piccolo: occorre più spazio per lettura, personale per informazioni,

tecniche di marketing aggiornate, se no con servizi affini perde sempre.

Forse è opportuno spostare la sede della Pagina.

Alla fine, sopraffatti dalla pesantezza dell’ora più che dalla gravità della situazione

economica diocesana, con un grazie sincero a don Andrea, e una

preghiera conclusiva, tutti si scambiano saluti e si avviano verso casa.

Attività del Presbiterio

Mons. Agostino Pasquini

Segretario del Consiglio Presbiterale


Organismi pastorali


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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Consiglio pastorale diocesano

Verbale riunione del 5 febbraio 2010

Presiede il Vescovo Francesco. Sono presenti: Fabbri Denis, Calzecchi Liana,

Casalboni Franco, Coveri Stefano, Giannini Stefano, Morolli Stefano, Soldati Roberto,

Di Filippo Concettina, Annibali Anna Maria, Moro Antonio, Belletti Alberto,

Rado Sr. Paola, Manzelli Roberto, Guiducci Paolo, Donati Valentina, Giuduzzi

Francesco, Pesaresi Ivan, Navetta Veris, Paolo Mancuso, Cenci Alberto e Anna

Cicchetti. Sono assenti giustificati Gradara Renzo, Luciano Chicchi, Natalino Valentini,

Perazzini Silvano, Cesarini Roberto, Fonti Primo, Nicolini Luca e Pezzoli

don Giulio. A seguito delle dimissioni di Renzi Massimo, il nuovo componente

del cpd è Rossano Guerra che è presente. Sono altresì presenti, in rappresentanza

dell’Ufficio della Pastorale familiare Giorgetti Cesare e don Giampaolo

Bernabini.

Si incomincia alle 19.00 con la preghiera.

Successivamente si legge e si approva il precedente verbale.

Dopo aver dato lettura dell’odg, il Vescovo ricorda il ruolo di ricerca, valutazione

e proposta del CPD.

Si procede, poi, con le relazioni di approfondimento sul tema della famiglia.

Intervengono al riguardo, Denis Navetta che illustra i dati riguardanti le famiglie

nella provincia di Rimini e, quali rappresentanti dell’Ufficio pastorale familiare,

Cesare Giorgetti e don Giampaolo Bernabini, che affrontano rispettivamente il

tema dei valori in gioco e le problematiche della famiglia con riguardo all’evolversi

del contesto sociale e culturale e il tema dei possibili interventi pastorali e

di quelli già in atto nelle diverse fasi della vita familiare.

Viene ricordato come si svolgerà la tre giorni dei preti, che avrà luogo a

Rimini dal 7 al 9 giugno 2010.

Il Vescovo richiama l’attenzione sull’obiettivo ovverosia avere chiaro che

cosa abbiamo di fronte. Così le riflessioni del CPD dovranno avere ad oggetto

la situazione delle nostre famiglie sul territorio, avendo particolare riguardo al

profilo antropologico e alle problematiche socio-economiche.

Infine, il CPD individua due nodi centrali su cui riflettere in ordine al tema

della famiglia.

Il primo attiene l'approfondimento della situazione in cui vivono le coppie

di separati, con particolare riguardo al ruolo di accompagnamento della Chiesa

e della comunità nella Carità.

Il secondo è relativo all'aspetto antropologico legato alla famiglia, inteso

come luogo in cui si costruisce la personalità dell'individuo, e dove l'uomo inizia

il suo cammino per porsi in relazione con gli altri, "lavorando" sull'origine e

Organismi Pastorali


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

sulla natura del suo mistero. Questa seconda pista di riflessione può analizzare

anche i legami che possono intercorrere con la problematica dell'emergenza

educativa.

Pertanto, per rendere più semplice l’organizzazione dei lavori, il CPD decide

di affrontare i profili emersi attraverso la creazione di due gruppi di lavoro.

Ciascun gruppo individua il proprio referente. Il primo gruppo nomina come

referente Concettina Di Filippo, mentre il secondo Denis Navetta.

Gli elaborati dei due gruppi verranno presentati alla prossima riunione del

CPD.

La riunione termina alle h. 23.00.

Anna Cicchetti

Segretaria del Consiglio Pastorale

Organismi Pastorali

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Avvenimenti Diocesani


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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Via Crucis dei giovani

Organizzata dall’Azione Cattolica Diocesana (Settore Giovani) si è svolta

VENERDI’ SANTO 2 aprile la Via Crucis dei Giovani. Tema: “Un cammino di riconciliazione.”

… con l’evangelista Luca sul cammino della croce

La Via Crucis si è svolta con il seguente programma:

Ritrovo e partenza ore 9:30 da San Cristoforo di Borghi, fino a Santa Maria

Maddalena Gorolo in un percorso in tappe animate dai giovani di Azione Cattolica,

accompagnati dall’assistente diocesano ACG: Don Giampaolo Rocchi;

È stato presente ed ha accompagnato il cammino di Via Crucis dei giovani

il nostro Vescovo Mons. FRANCESCO LAMBIASI che ad ogni tappa ha offerto ai

giovani spunti di riflessione e meditazione.

L’invito a partecipare è stato rivolto a tutti i giovani delle parrocchie e associazioni

della Diocesi accompagnati dai loro educatori.

Avvenimenti Diocesani


Settimane sociali

e Festa del 1 maggio

Seminario e laboratorio di preparazione

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

“Rapporti sindacali e microimprese di fronte alla crisi” è il titolo del quarto

seminario e laboratorio di studio e formazione in preparazione della Festa dei

lavoratori organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Sociale VENERDì 9 APRILE

presso la Sala Santa Colomba.

L’ intervenuto del Prof. Michele La Rosa, ordinario di sociologia del lavoro

all’Università di Bologna, è è stato seguito da una breve riflessione di un sindacalista

e di un imprenditore locali.

La virulenza della crisi economica dell’ultimo anno rischia di diventare crisi

sociale e di mancanza di rappresentatività sia dei sindacati dei lavoratori che

delle organizzazioni che rappresentano il mondo delle imprese.

In questo contesto meritano una particolare attenzione le microimprese

che fino ad oggi sono state “la spina dorsale” del mondo produttivo locale.

Con questo ultimo appuntamento l’Ufficio per la pastorale sociale della

Diocesi di Rimini, ha concluso le proposte primaverili di formazione e discernimento

su alcuni temi tratti dall’enciclica di papa Benedetto XVI Caritas in

Veritate; e la preparazione comunitaria all’evento della Settimana Sociale dei

Cattolici che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010.

Sabato 10 aprile, dalle 16 alle 18 si è svolto, nella stessa sede, un laboratorio

di libero confronto tra i partecipanti, sulle materie trattate la sera prima

Questo incontro ha introdotto alla Veglia dei lavoratori del primo maggio,

che quest’anno si è tenuta nella parrocchia di San Giovanni Marignano venerdì

30 aprile alle 21.

Avvenimenti diocesani

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Giornata diocesana del Creato

Domenica 11 aprile 2010 si è celebrata dalla Diocesi di Rimini la “Giornata

Diocesana del Creato”, dal titolo “Chiamati ad essere custodi del creato”. La

Diocesi a tal proposito ha inviato un sussidio apposito a tutte le parrocchie per

l’animazione della liturgia e che può essere utilizzato anche in vari incontri sul

tema con bambini, giovani e adulti.

In occasione della Giornata del Creato, Caritas Diocesana, Ufficio di Pastorale

Sociale, Ufficio di Pastorale della famiglia e Commissione Stili di Vita hanno

suscitato diverse iniziative nelle varie parrocchie della diocesi.

In preparazione alla Giornata della Creato, inoltre, sono state realizzate tre

serate. La prima di presentazione del sussidio e dei materiali prodotti da Caritas

Diocesana, Ufficio di Pastorale Sociale, Ufficio di Pastorale della famiglia e

Commissione Stili di Vita.

La seconda, il 19 marzo, una serata di riflessione con padre Adriano Sella;

la terza, giovedì 8 aprile, una veglia ecumenica di preghiera con la comunità

ortodossa riminese e padre Serafino Corallo, presso la parrocchia della Colonnella,

a Rimini.

Avvenimenti Diocesani


Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Rimini in preghiera per il Papa

Lunedì 19 aprile è ricorso il 5º anniversario dell’elezione di Benedetto xVI

al pontificato.

Accogliendo l’indicazione della Conferenza Episcopale Italiana, le parrocchie

e le associazioni sono state invitate ad un momento di preghiera per il

Santo Padre, “Perché il Signore continui a sostenerlo nell’illuminato magistero

e nella cristallina testimonianza. Nello stesso tempo, in quest’ora di prova, la

Chiesa in Italia non viene meno al dovere della purificazione, pregando in particolare

per le vittime di abusi sessuali e per quanti, in ogni parte del mondi si

sono macchiati di tali odiosi crimini. Confidando nella Sua parola, implora dal

Signore energie nuove, perché ne rafforzi la passione educativa, sorretta dalla

dedizione e dal generoso impegno di tanti sacerdoti che, insieme ai religiosi,

alle religiose e ai laici, ogni giorno si spendono soprattutto nelle situazioni più

difficili”.

Il Vescovo Francesco Lambiasi ha presieduto una veglia di preghiera, lunedì

19 aprile alle ore 21, in Basilica Cattedrale, a Rimini.

Avvenimenti diocesani

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Santa Messa per la scuola

Mercoledì 21 aprile 2010, alle ore 18,30 nella Basilica Cattedrale di Rimini,

la Consulta Diocesana per la pastorale Scolastica ha organizzato la S. Messa per

la Scuola. Ha presieduto la concelebrazione il Vescovo di Rimini, mons. Francesco

Lambiasi. Sono stati invitati i dirigenti scolastici, i docenti, gli studenti, il

personale non docente e la cittadinanza tutta.

Alle ore 17 il Vescovo ha incontrato i dirigenti scolastici delle Scuole di ogni

ordine e grado presso la Sala San Gaudenzo. Il Vescovo Francesco presenterà

una riflessione dal titolo: “La pastorale della scuola e l’istanza educativa”.

Avvenimenti Diocesani


Ordinazioni sacerdotali

e diaconali

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Momento centrale della settimana vocazionale 2010

La “Settimana Vocazionale 2010”, giunta alla terza edizione, è stata incorniciata

da due eventi ecclesiali di particolare importanza. Il primo, sabato 24

aprile, in Basilica Catterale, alle ore 17.30, è stato l’ordinazione sacerdotale

di tre presbiteri e l’ordinazione di tre diaconi (ordinati per il sacerdozio ministeriale)

per imposizione delle mani del Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.

Si tratta di: don Davide Arcangeli, don Stefano Bellavista e don Alessandro

Caprini (presbiteri); e Giuseppe Cesare Tosi, Gioacchino Maria Vaccarini

e fra Juri Leoni (diaconi in vista dell’ordinazione sacerdotale).

Don Davide Arcangeli

Nato a Rimini il 4 maggio 1979, qui ha abitato fino a 16 anni di età, frequentando

la parrocchia S. Raffaele. Trasferitosi con la famiglia a S. Savino

(Monte Colombo) nel 1996, ha conseguito la maturità classica al liceo “G. Cesare”

nel 1998. Trasferitosi a Roma per motivi di studio presso l’Azione Cattolica,

dove, oltre allo studio, ha svolto il servizio di presidente nazionale della Fuci

dal 2002 al 2004, è diventato Ingegnere nel settembre dello stesso anno. Ma

dietro l’angolo c’era la chiamata: sarebbe diventato “ingegnere di Dio”. Dopo

due anni nel Seminario di Rimini, nel 2006 si è trasferito di nuovo a Roma per

lo studio di teologia presso la Pontificia Università Gregoriana.

Il 15 novembre del 2009 è stato ordinato diacono e oggi, mentre sta completando

gli studi di licenza in Sacra Scrittura.

“Vorrei crescere nell’umanità, fino ad arrivare al punto di «rallegrarmi con

quelli che sono nella gioia e piangere con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,

15), fino a farmi «debole per i deboli, per guadagnare i deboli, fino a farmi tutto

per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (Rm 9, 22).

La trasmissione del Vangelo avviene infatti per una dinamica di incarnazione,

di cui il prete, per opera dello Spirito, è testimone in prima linea: ma

ciò non si realizza magicamente, in un sol colpo. C’è una faticosa maturazione

della propria umanità che viene pazientemente modellata dallo Spirito.”

Don Stefano Bellavista

Nato il 18 ottobre 1973 a Savignano sul Rubicone, don Stefano ha ricevuto

i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella Parrocchia della Collegiata di Santa

Lucia. Diplomato in ragioneria, è stato impiegato per otto anni nell’amministrazione

di due aziende locali. Dopo un primo discernimento vocazionale,

Avvenimenti diocesani

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

formato dalla fede ricevuta in famiglia e sorretto dall’amicizia di alcuni sacerdoti,

ha fatto il suo ingresso nel Seminario di Rimini il 15 settembre del 2002.

Nell’ottobre 2005 è passato al Pontificio Seminario Regionale di Bologna: qui

ha conseguito il bacellierato in Teologia nel giugno scorso. Ha svolto servizio

presso alcune realtà diocesane; tra cui la parrocchia di San Mauro Pascoli, dove

vive da quasi tre anni. è stato ordinato Diacono 15 novembre scorso, in Basilica

Cattedrale.

“La mia ordinazione presbiterale si colloca, per una singolare grazia del

Signore, nel contesto dell’Anno Sacerdotale indetto dal Santo Padre. Questa

significativa ricorrenza, aggiunge una nota di ulteriore letizia e rende ancora

più autentico il sentimento di gratitudine per l’immenso dono del quale sto per

essere reso partecipe.

La vocazione del prete, ben lontana dall’essere, almeno oggi, un privilegio

o una gratificazione personale, è quella di seguire Cristo, il Buon Pastore, sulle

strade tracciate dal Vangelo e condurre o ricondurre a Lui le pecore smarrite,

confuse, ferite, tutto per amore del Signore. “

Don Alessandro Caprini

Nato a Monte Porzio (provincia di Pesaro-Urbino) il 19 marzo 1944, qui ha

vissuto con la famiglia fino alla laurea in medicina per poi trasferirsi a Cattolica,

dove ha trovato lavoro.

Durante gli anni universitari ha vissuto a Bologna presso la comunità giovanile

voluta dal cardinale Lercaro, che ha assistito anche nel momento della

morte. Nel 1974 si è sposato con la signora Rosa Maria Mollura, dalla quale ha

avuto la figlia Anna Paola.

Impegnato nella parrocchia di San Pio V, a Cattolica, Alessandro ha assistito

la moglie fino alla sua salita al cielo, nel 1995. Rimasto vedovo, ha intrapreso

poi gli studi di teologia in vista del diaconato. Ordinato diacono permanente

il 25 settembre 2004, in realtà ora non sarà più “permanente”, ma diventerà

prete, col consenso della figlia Anna Paola.

“La proposta di diventare prete me l’aveva già fatta il vescovo De Nicolò,

ma avevo risposto di no perché non mi sentivo all’altezza del servizio che avrei

dovuto svolgere. È vero che una suora del mio paese, quando andavo al catechismo

55 anni fa, mi diceva che mi vedeva prete, ma poi tutto era cambiato

con il liceo e l’università.

Quando il vescovo Francesco mi ha riproposto di intraprendere il cammino

verso il presbiterato, non mi sentivo all’altezza di tale servizio e poi, quando

ho dato la mia disponibilità, mi sono rasserenato. So che anche mia moglie è

d’accordo su questa scelta. Ora davvero sono sereno e convinto per aver affidato

la mia vita a Dio.”

Giuseppe Cesare Tosi

Nato a Savignano sul Rubicone il 29 agosto 1963, Cesare Tosi è cresciuto

nella parrocchia di S. Lucia, dove, fra l’altro, ha compiuto l’iter formativo Scout.

Nel 1982 ha cominciato a frequentare la “Piccola Famiglia” all’epoca vicino

a Savignano.

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Laureato in Fisica presso l’Università di Bologna, nel 1989 è entrato come

membro nella “Piccola Famiglia” a Montetauro, emettendo i voti perpetui il 2

febbraio 1994, assumendo anche il nome di Giuseppe. Tante le attività svolte:

ha seguito i figli disabili più gravi, ha trascorso significativi periodi in Terra Santa

e Turchia, prima di occuparsi dell’annuncio e dell’accoglienza degli immigrati

cinesi, collaborando anche all’Ufficio Migrantes a Roma. Attualmente è priore

del ramo maschile dell’Associazione.

Gioacchino Maria Vaccarini

Nato a Rimini il 14 marzo 1960, Gioacchino è il quinto di sette figli, nati

da Probo e Annamaria. Entrambi i genitori sono stati figli spirituali di S. Pio da

Pietrelcina, dal quale Gioacchino ha ricevuto la sua prima Comunione.

A Urbino si è laureato in Lettere moderne, conseguendo successivamente

il diploma di Pittura all’Accademia di Belle Arti, e in seguito la laurea in Archeologia

medievale alla Sapienza di Roma, partecipando poi a scavi archeologici

in Giordania. Negli anni ’80 ha conosciuto la “Piccola Famiglia” di Montetauro,

della quale è divenuto membro con la professione religiosa perpetua il 6 dicembre

1996. Ha intrapreso rapporti con la Chiesa Ortodossa Russa, imparandone

la lingua, studiando iconografia col monaco Dobrot. Ha frequentato gli

studi teologici presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna a Bologna.

Fra Juri Leoni, ofm

Nato a Forlì il 13 marzo 1979, fra Juri Leoni ha ricevuto la sua prima formazione

cristiana presso la parrocchia di San Martino in Strada. Dopo la maturità

scientifica e il diploma presso il Conservatorio Statale di Musica di Cesena, ha

iniziato il cammino di discernimento nella vita francescana. Tappe fondamentali

per la sua formazione sono state il Cottolengo di Torino, la casa protetta

“P. Vanni” di Solarolo e la casa famiglia della Papa Giovanni XXIII di Predappio.

L’8 dicembre 2007 a Bologna ha emesso la Professione Perpetua nell’Ordine

dei Frati Minori.

Studia Teologia e Scienze Patristiche a Roma, presso l’Istituto Patristico

Augustinianum ma quando è libero da impegni di studio, opera (da settembre

2009) con i Frati Minori di Villa Verucchio, fraternità dove aveva già vissuto il

postulandato (2000 2001).

Le ordinazioni sono state concelebrate, oltre che da tanti sacerdoti e religiosi

della Diocesi di Rimini, da tre vescovi e due rettori. Oltre a mons. Lambiasi,

che ha presieduto la celebrazione, era presente il Vescovo emerito di Rimini

mons. Mariano De Nicolò, e il Vescovo ausiliare di Bologna mons. Ernesto

Vecchi.

Inoltre, il rettore del Seminario Regionale di Bologna mons. Stefano Scanabissi,

e mons. Giovanni (“Vanni”) Tani, originario della Diocesi di Rimini,

attualmente rettore del Pontifico Seminario Romano Maggiore di Roma.

Con i tre sacerdoti ordinati sabato 24 aprile, salgono a 176 i presbiteri

diocesani. 43 sono i sacerdoti religiosi (e 5 laici), e 30 i diaconi permanenti.

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Il secondo evento ecclesiale si è svolto domenica 2 maggio sempre in Cattedrale,:

in quella occasione mons. Lambiasi ha accolto la professione solenne

e perpetua dei voti di povertà, castità e obbedienza di quattro sorelle appartenenti

a due diversi istituti nati nella nostra diocesi: un bel segno di unità e una

bella testimonianza per tutti.

Le quattro sorelle (tre di origine filippina ed una italiana) chiederanno in

apertura del rito della professione religiosa di “seguire Cristo come sposo in

questa famiglia religiosa e di perseverare in questo proposito fino alla morte”.

Le quattro sorelle sono:

suor Madeline R. Banez

Originaria delle Filippine, ha maturato la vocazione della vita religiosa a 16

anni. “Vivere la vita consacrata con le mie consorelle nel campo dell’apostolato

condiviso con altre persone è importante e pieno di significato per me perché

io possa conoscere e sviluppare sempre più la pratica delle virtù cristiane.” Fa

parte della congregazione delle Sorelle dell’immacolata, fondate da don Masi

e presenti in Diocesi dal 1925.

suor Estrella Deocampo

Ha 29 anni, ed è di nazionalità filippina. La storia della sua vocazione è

racchiusa nei primi versetti del Salmo 62: “Dio, tu sei il mio Dio, di Te ha sete

l’anima mia.” La scoperta di Dio come unica acqua che disseta il desiderio di

amore “è stata la molla che mi ha spinto a seguirlo nella via della consacrazione.”

Fa parte della congregazione delle Sorelle dell’immacolata.

suor Priscilla Seville

Nata 36 anni fa, è di origine filippina ed è entrata nella Congregazione delle

Sorelle dell’immacolata nel suo Paese all’età di 25 anni. “la mia vocazione è

nata a cresciuta grazie all’educazione umana e cristiana che i miei genitori mi

hanno trasmesso con il loro esempio. Pur riconoscendo la mia debolezza, oggi

ripeto il mio «sì» per sempre al Signore.” Fa parte della congregazione delle

Sorelle dell’immacolata di Miramare.

suor Laura Nale

È nata a Padova nel 1972. Entra a far parte della Congregazione delle Suore

Francescane Missionarie di Cristo (più conosciute come suore di S. Onofrio,

presenti in Diocesi dal 1885) l’8 settembre del 2000. “Ho avuto l’impressione

che qualcuno mi prendesse per mano e mi dicesse di fidarmi.” Attualmente

lavora come O.S.S. in un pensionato e studia all’Istituto Superiore di Scienze

religiose “Alberto Marvelli” di Rimini.

Con le quattro professioni solenne e perpetue, sale a 420 il numero delle

religiose (di clausura e di vita attiva) presenti in Diocesi di Rimini.

È un’occasione di grande gioia che la comunità diocesana accompagni

queste sorelle in questo importante passaggio del loro cammino di consacrazione.

– ha commentato don Andrea Turchini, direttore dell’Ufficio diocesano

Vocazionale e rettore del seminario diocesano “don Oreste Benzi” – Tutte loro

svolgono un servizio di apostolato in varie realtà della Diocesi di Rimini o in

chiese vicine, ma prima ancora di ciò che fanno, la loro vita è importante per

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

ciò che rappresenta: una vita completamente offerta al Signore e al servizio

dei fratelli.”

La Settimana Vocazionale si è conclusa lunedì 3 maggio e martedì 4 maggio

con il recital “La stola e la croce” sulla figura del Santo Curato d’Ars, a

cura dei seminaristi di Rimini, presso il teatro del Seminario diocesano. Date le

numerose richieste, è stato aggiunto al programma originario anche lo spettacolo

di martedì 4 maggio, inizialmente non previsto.

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Visite al Tempio Malatestiano -

Basilica Cattedrale

Venerdì 30 aprile, dalle ore 11, ha preso il via il ciclo di visite guidate

(gratuite) al tempio Malatestiano, organizzate dal Rettore della Cattedrale, don

Giuseppe Tognacci.

Si tratta di una iniziativa originale per ampiezza dei temi trattati e per la

lunghezza del calendario.

Le visite guidate parziali vgliono introdurre riminesi e turisti alla scoperta

dei molti segreti del Tempio, un edificio complesso, meraviglioso e controverso,

che recentemente Diocesi e Comune hanno proposto di includere

nell’elenco dei “Monumenti dell’Umanità” dell’Unesco. La partecipazione alla

visita è libera e gratuita.

L’esordio di tali visite guidate è stato pensato in occasione dell’anniversario

della consacrazione della cappella di san Sigismondo, re di Borgogna, fatta

costruire dal signore della città, Sigismondo Pandolfo Malatesta, il primo maggio

del 1452. Officiavano la cerimonia ben sei vescovi; erano presenti prelati,

dignitari e uomini di corte, molti invitati illustri e una grande folla di riminesi.

Alla cappella si era lavorato per ben cinque anni. Si trattava della prima parte

compiuta di quell’edificio che poi sarebbe stato chiamato il Tempio Malatestiano,

il cui cantiere era già attivo e a cui si stava già provvedendo con incetta di

marmi, fra la meraviglia di cittadini e di forestieri.

Nell’anniversario di tale consacrazione, è stato il prof. Pier Giorgio Pasini

ad introdurre alla scoperta di questa cappella, detta anche “delle Virtù”, perché

reca le raffigurazioni delle Virtù Teologali e Cardinali. “Le visite riserveranno a

quanti vorranno intervenire, piccole e grandi sorprese” ha assicurato lo storico

dell’arte riminese.

Le ulteriori sei visite guidate si svolgeranno generalmente di sabato, a cominciare

dalle ore 11, seguendo alcune ricorrenze significative (e quindi non a

cadenza regolare) secondo un calendario suggerito dal Tempio stesso.

Si svolgeranno all’interno del Tempio, e comporteranno l’esame di una o

più cappelle, unitamente alla lettura di documenti e testimonianze pertinenti

alle ricorrenze o ai temi proposti.

È allo studio il calendario per un secondo ciclo di visite.

Questo il calendario relativo alle visite guidate:

• 30 aprile, venerdì - Anniversario della consacrazione della prima cappella

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del Tempio (30 aprile 1452): Sigismondo e la sua cappella gentilizia.

• 26 giugno, sabato – Anniversario dell’erezione del Tempio a “basilica” (24

giugno 2002): Il “voto” di Sigismondo e il Tempio Malatestiano.

• 10 luglio, sabato – Anniversario della morte di Isotta (9 luglio 1474): La

cappella di Isotta e quella degli Angeli custodi.

• 31 luglio, sabato – Festa del perdono d’Assisi (2 agosto): L’armonia del

creato nella Cappella dei Pianeti.

• 25 settembre, sabato – Anniversario della dedicazione: Da chiesa francescana

a Cattedrale della Diocesi

• 2 ottobre, sabato – Anniversario della morte di Sigismondo (7 ottobre

1468): I sepolcri di Sigismondo e dei suoi Antenati.

• 19 marzo 2011, sabato – Festa di San Giuseppe: Il lavoro dell’uomo nella

cappella delle “Arti Liberali”.

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Festa delle reliquie

di San Nicola

Liturgia ecumenica a San Nicolò, a Rimini

Festa della traslazione delle reliquie di San Nicola. Organizzata dalla Commissione

Diocesana per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso (il cui incaricato

è don Lanfranco bellavista, parroco di S. innocenza V. e M. di Montetauro

e presidente della Piccola famiglia dell’Assunta), si è svolta domenica 9 magio,

alle ore 18.30 presso la Chiesa di San Nicolò, a Rimini.

Nell’occasione è stata celebrata una Liturgia ecumenica: la Liturgia della

Parola e al termine processione con bacio della reliquia.

Erano presenti il Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi; Sua Eminenza

Reverendissima il Metropolita d’Italia e Malta mons. Gennadios Zervos;

padre Serafino Corallo, Rettore della Chiesa Ortodossa di Rimini, Vicario Arcivescovile

per Rimini Marche e Abruzzo-Molise; e il sacerdote cattolico rumeno

padre Cristian Coste.

La festa è indetta in ricordo dell’arrivo (il 9 maggio 1087) delle reliquie di

San Nicola dalla Turchia (Asia Minore) a Bari. A Rimini la venerazione di San

Nicola è molto sentita in quanto nella chiesa di San Nicolò è conservata una

reliquia (omero) del santo di Myra.

Un frammento della reliquia custodita a San Nicolò è stato donato nel 2003

dalla Diocesi di Rimini alla chiesa greca di Volos.

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Dalla crisi… oltre la crisi

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Seminario di studio con Vescovo, sindacati e categorie

economiche

La crisi economica che ha colpito molti settori produttivi della provincia di

Rimini ogni giorno interpella istituzioni e categorie.

Molte sono le iniziative e gli interventi messi in atto a sostegno delle persone

e famiglie direttamente più colpite dalla crisi.

Da più parti si è anche sottolineato, però, come la crisi in atto possa essere

una grande opportunità per riflettere su valori sociali e civili, come il senso

fondamentale del lavoro per la persona e la necessità di ritrovare un modo di

far impresa attenta al sociale, in questi ultimi anni passati in secondo piano

rispetto al mondo della finanza che, seppur necessario, ha perseguito fini eticamente

discutibili.

Partendo da questa analisi, l’Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale ha organizzato

un Seminario di studio dal tema: “Dalla crisi…oltre la crisi” che si è

svolto lunedì 10 maggio presso la Sala S. Gaudenzo con inizio alle 18.45.

“Si è trattato di un proficuo momento di ascolto e di confronto, al quale han

preso parte tutti i sindacati e le categorie economiche della provincia di Rimini

ha commentato al termine dei lavori il direttore dell’Ufficio di Pastorale Sociale,

don Antonio Moro.

In particolare, hanno aderito alla serata, queste diverse organizzazioni:

CGIL, CISL, UIL, CONFINDUSTRIA RIMINI, CONFAPI, LEGACOOP , CONFCO-

OPERATIVE, CNA, CONFARTIGIANATO RIMINI, CONFCOMMERCIO RIMINI e

Consorzio Mosaico.

“Dalla crisi…oltre la crisi”

In un clima di ascolto reciproco e di accoglienza, si sono susseguite undici

relazioni.

Il Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, nell’introduzione ha sottolineato

che la crisi che stiamo vivendo è soprattutto una crisi etica. Occorre

trovare valori etici condivisi. L’attuale situazione di crisi tocca soprattutto i giovani,

le famiglie e gli immigrati (come si evince anche dall’ultimo rapporto sulla

povertà appena presentato dalla Caritas Diocesana). Il Vescovo, alla luce della

enciclica Caritas in veritate, ha sottolineato la necessità di recuperare i valori

della fraternità, della giustizia e della solidarietà.

La lettura della crisi ha fatto emergere una situazione ancora confusa: se

da una parte si registra una lieve ripresa da parte di alcune imprese, dall’altra si

nota una situazione molto difficile nell’ambito dell’occupazione. Stanno finendo

i tempi della Cassa integrazione ordinaria e molti lavoratori usufruiranno della

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

straordinaria: una volta terminata la quale, se la situazione non cambia, non

resta che la mobilità e il licenziamento.

Il tessuto lavorativo della provincia è formato da tantissime imprese artigiane

che sono quelle maggiormente colpite e meno tutelate.

Da più parti si è sottolineato l’importanza del ruolo della Banche in questa

situazione, in particolare il sostegno con crediti alle imprese.

È emersa anche la necessità delle organizzazioni di mettersi in rete, di fare

sistema, di creare concertazioni e protocolli d’intesa. Importante da questo

punto di vista il protocollo firmato con la Provincia.

Fa interrogare invece il fatto che nel territorio riminese siano poco utilizzati

i contratti di solidarietà per sostenere lavoratori e imprese.

I sindacati, in modo unitario, hanno sottolineato la necessità di una lotta

contro il lavoro nero, l’evasione fiscale, la speculazione edilizia, e un’attenzione

particolare alle infiltrazioni mafiose sul territorio.

Il tavolo di confronto che si è inaugurato con questo Seminario resta aperto

per il futuro, con particolare attenzione ad alcuni temi:

• Lavoro nero

• I contratti di solidarietà

• Il rapporto con le banche

• Il tema della formazione.

Nella sua conclusione, il Vescovo Lambiasi ha coniato uno slogan efficace

e significativo:

INSIEME AVANTI CON IL PASSO DEGLI ULTIMI.

Chi sono oggi gli ultimi? Si tratta di capire bene che sono e che cosa possiamo

fare per loro, ha sottolineato il Pastore della Chiesa riminese.

Insieme: una solidarietà orizzontale, coinvolgendo anche gli istituti di credito.

Avanti: con un percorso possibile e praticabile.

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Giornata degli insegnanti

di religione

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Domenica 23 maggio l’Ufficio Scuola e Insegnanti di Religione Cattolica

della Diocesi di Rimini (diretto da don Mirko Vandi), ha organizzato una Giornata

con gli insegnanti di religione.

Tutti gli insegnanti di religione e le loro famiglie sono stati invitati a trascorrere

una giornata in compagnia e fraternità. Il momento ha avuto inizio con la

celebrazione della S. Messa alle ore 12 presso la Chiesa di Santa Maria di Spadarolo,

di cui è parroco proprio don Mirko Vandi. La giornata è proseguita poi

al Circolo di Spadarolo.

Si è trattato del primo momento del genere per gli insegnanti di religione

indetto nella Diocesi di Rimini, mentre giornate di incontro e anche pellegrinaggi

sono già organizzate per i catechisti dall’Ufficio Catechistico.

Attualmente gli insegnanti di religione della Diocesi di Rimini sono circa

160, di cui 125 donne e 35 uomini.

Gli insegnanti di religione operano in tutte le scuole statali e comunali di

ogni grado della Diocesi di Rimini.

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Corpus Domini

Giovedì 3 giugno si è svolta la solenne, tradizionale processione cittadina

presieduta dal Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.

Alle ore 20.30, S. Messa concelebrata presieduta dal Vescovo, presso la Chiesa

di San’Agostino, in Rimini. È seguita la processione che si snoderà lungo via

Sigismondo, piazza Cavour, corso d’Augusto, per terminare con la benedizione

solenne all’Arco d’Augusto dove il Vescovo Francesco Lambiasi ha pronunciato

l’omelia.

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Pellegrinaggio diocesano

al santuario di Bonora

(Montefiore Conca)

Sabato 29 maggio 2010

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Contrariamente a tutte le previsioni meteo, sole splendente e cielo terso

hanno accompagnato sabato 29 maggio il pellegrinaggio Diocesano al Santuario

Madonna di Bonora (Montefiore), organizzato a conclusione dell’anno

pastorale. Il tema della “Comunione” era stato lanciato con lo slogan “Mille voci,

un coro solo” al Vescovo Francesco Lambiasi durante la messa di Pentecoste, il

31 maggio scorso.

Un migliaio di persone circa han preso parte al pellegrinaggio, provenienti

da varie parrocchie della Diocesi, da associazioni e movimenti ecclesiali. Uomini

e donne, giovani e adulti, vecchi e infanti, portati in carrozzina e passeggino

dai giovani, (giunti a Montefiore con autobus, auto e altri mezzi) si sono stretti

insieme al Vescovo Francesco e alla Chiesa riminese in questo pellegrinaggio

che – come la vita del cristiano – “è esigente e pacificante al tempo stesso”

ha ricordato mons. Lambiasi in apertura, alle ore 17, nel parco alle spalle della

Rocca di Montefiore.

Il Vescovo ha chiesto con il pellegrinaggio tre grazie alla Madonna. La prima,

la comunione, “stretti a Lei, Madre di Cristo e Madre nostra, e uniti tra noi, per

evitare lo scandalo della contrapposizione nella Chiesa, nelle parrocchie, tra

fdeli”.

A conclusione dell’Anno Sacerdotale indetto da papa Benedetto XVI, il Vescovo

ha pregato per i sacerdoti (seconda grazia). “Stimolati dal messaggio del

Papa e da quanto ha ripetuto la madonna a Lourdes e a Fatima, invochiamo

penitenza per i sacerdoti perché possano fortificarsi”.

La terza grazia è la testimonianza. “La fede ci fa credenti – ha ricordato

mons. Lambiasi – la testimonianza ci rende credibili. È un lievito che dà vita”.

Dopo un pensiero letto dal Vicario generale, mons. Luigi Ricci, le letture, le

intenzioni e i commenti ai misteri del Rosario affidati a tre donne e il canto “S.

Maria del Cammino” intonato dal coro, il lunghissimo corteo ha mosso i suoi

passi in direzione del santuario di Bonora, con in testa la grande croce di legno

portata dal seminarista Eugenio Savino.

Durante l’ultimo tratto, mons. Luigi Ricci ha letto i Misteri della Luce del S.

Rosario.

I pellegrini sono giunti al Santuario di Bonora in perfetto orario, alle 18.25,

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e alle 18.30, come previsto, è iniziata la celebrazione della S. Messa presieduta

dal Vescovo Francesco e concelebrata da molti sacerdoti della Diocesi.

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Tre Giorni del presbiterio

diocesano

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Si sono svolti da lunedì 7 giugno a mercoledì 9 giugno, presso il Seminario

Vescovile “don Oreste Benzi” a Covignano di Rimini, i lavori della “Tre giorni del

presbiterio diocesano.

Il tema affrontato quest’anno dai sacerdoti riminesi insieme al Vescovo

Francesco Lambiasi è stato: “Annunciare il Vangelo del matrimonio e della

famiglia”.

Un tema molto impegnativo, urgente e fecondo, quello del matrimonio

e della famiglia, che è stato declinato in diversi modi e con accenti differenti

durante l’intero anno pastorale 2009/2010. Il convegno “La famiglia oggi:

speranza nella crisi. L’attuale contesto socio culturale: problemi e prospettive”,

ad esempio, durante il quale Ermes Rigon, presidente del Forum delle Associazioni

Familiari dell’Emilia Romagna, ha proposto statistiche per una analisi

sociologica dell’istituto famiglia. Nella stessa occasione l’Ufficio di Pastorale

per la Famiglia ha offerto un contributo su come la crisi della famiglia interpella

la chiesa.

Anche il Consiglio Pastorale Diocesano e il Progetto per il Servizio Culturale

hanno scelto la famiglia quale tema di riflessione, più pastorale l’attenzione

del primo organismo, maggiormente antropologica l’ottica sulla quale si è

mossa il secondo. Entrambi gli organismi diocesani Hanno fornito alcuni spunti

di riflessione proprio in occasione della “Tre Giorni” anche su tematiche relative

alle “famiglie ferite” e a situazioni di separazione e divorzi, oltre che uno

sguardo biblico e spirituale sulla famiglia stessa.

La tradizionale “Tre giorni del presbiterio diocesano” ha vissuto quest’anno

una novità: l’incontro aperto a tutti, organizzato lunedì sera presso il teatro del

Seminario con S.E. mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, e incaricato della

Conferenza Episcopale Emiliano Romagnola per la Pastorale Familiare. “La famiglia

via della Chiesa e le prospettive pastorali”.

Il Vescovo di Parma Enrico Solmi è intervenuto martedì 8 giugno, alle ore

9,45 sul tema: “La pastorale familiare in parrocchia, con particolare attenzione

alle coppie che vivono in situazioni particolari o di lontananza dalla vita della

Chiesa”.

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La “Tre giorni del presbiterio diocesano” si è conclusa mercoledì 9 giugno,

dopo la preghiera e le sintesi dei vari gruppi di studio con la presentazione del

servizi pastorali già in essere dell’Ufficio diocesano per la famiglia, a cui seguirà

il dibattito in assemblea e l’intervento conclusivo del Vescovo di Rimini, mons.

Francesco Lambiasi, la preghiera e il pranzo comunitario.

Gli Atti della tre Giorni del presbiterio 2010 verranno pubblicati sul Bollettino n. 3

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Don Duilio Magnani

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Don Duilio Magnani era nato a Misano Adriatico, l’11 giugno 1928.

Viene ordinato sacerdote il 28 giugno 1953, dal vescovo Luigi Santa, assieme

ai confratelli don Andrea Baiocchi, don Pasquale Campobasso, don

Valerio Cesari. È subito cappellano a San Savino. Nell’anno 1957, è parroco a

Sant’Ermete, sino al 1964. Era la prima parrocchia e vi arrivava con il suo fervore

giovanile. Per aumentare la partecipazione dei fedeli, ogni domenica faceva la

processione al cimitero. Teneva tridui solenni che preparavano le feste dei santi,

venerati in parrocchia.

Aprì il circolo ACLI , diede vita alla filodrammatica. Ebbe la consolazione di

tre sacerdoti: don Giuseppe Scalpellini, don Silvano Rughi e don Sanzio Monaldini.

La prima Messa di don Silvano, il 29 giugno 1967, fu a Corpolò perché a

Sant’Ermete non vi era la chiesa, e tutti i parrocchiani di Sant’Ermete riempirono

la chiesa di Corpolò.

A Rimini, fu parroco a San Giuliano Mare e assistente di Azione Cattolica,

dopo mons. Pasolini. Il suo sacerdozio nacque negli anni in cui i confratelli lottavano

per

tenere saldi i fedeli alla fede e alla pratica religiosa. Il comunismo, che veniva

dall’Oriente, cercava di invadere tutta l’Europa. Don Duilio, battagliero per

natura e per la sua vocazione di parroco, lottò apertamente perché i suoi fedeli

non aderissero alla dottrina atea e materialista.

All’esperanto, il nuovo latino della Chiesa, dedicò le sue forti energie. Batté

a macchina tutto il Messale romano tradotto in esperanto. Spesso lavorava di

notte. Di questa lingua internazionale, parlò subito al nuovo vescovo Giovanni

Locatelli. Anche il vescovo predecessore, Emilio Biancheri era stato entusiasta.

Per la prima volta, nel 1976, il vescovo Biancheri aveva dato il benvenuto, in

esperanto, a San Marino, ai Congressisti dell’associazione internazionale degli

insegnanti esperantisti. Ripeteva poi, con vivo compiacimento: “Si vedeva che

capivano quel che leggevo ed anch’io ho capito molto dei loro interventi”.

Il nuovo vescovo Giovanni, il 28 giugno 1977, nominò don Duilio Incaricato

diocesano del gruppo dell’UECI. Era l’anno in cui Papa Paolo VI aveva autorizzato

l’Arcivescovo di Cracovia, il futuro Papa Giovanni Paolo II, a celebrare la

Messa in esperanto. Don Duilio ricordava sempre, commosso, l’abbraccio che

ricevette dal Papa, il 19 aprile 1980, in occasione della udienza pontificia alla

Diocesi di Rimini. L’esperanto era la sua passione, poiché gli offriva la possibilità

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

di fare conoscere e amare il Signore, la Madonna, padre Pio.

Da tutto il mondo, attraverso l’esperanto, raccoglieva offerte per l’Africa: il

Burundi, il Sudan...

Nella zona di San Giuliano Mare, nasceva, nell’anno 1990, la nuova parrocchia

di S. Giuseppe al Porto. La parrocchia di San Giuliano Mare perdeva

il suo significato, e veniva soppressa. Don Duilio ha chiesto di rimanere nei

locali della ex parrocchia. Il nuovo vescovo Francesco Lambiasi lo ha nominato

rettore’. Don Duilio, quale rettore, diede vita all’adorazione eucaristica, che era

molto frequentata. E i locali furono provvidenziali per la segreteria esperantistica

mondiale. Aveva un forte legame personale con padre Pio e, tutti i mesi,

era la guida spirituale del pulman che partiva dalla stazione di Rimini per San

Giovanni Rotondo.

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Don Mario Molari


Don Antonio Fraticello

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Non mi pare secondario il fatto che lui stesso manifestò in tempi antecedenti

la malattia finale l’intenzione di essere un giorno accompagnato al cimitero

di Lubriano, il piccolo centro del Viterbese dove è nato e che mai dimenticò

nel corso della sua vita. Tonino in casa coi suoi parlava con l’accento della sua

terra.

Perché la fede rinvigorisce la radice dell’io, la fa esprimere in modo pertinente

alla vita.

Ebbene, abbiamo costatato come in 35 anni (esatti) don Tonino ha vissuto

facendosi “uno del posto” ove è stato mandato: due volte viceparroco (a Regina

Pacis e Riconciliazione) e poi (tre anni) a Gemmano e infine (per 22 anni) a

Verucchio. È facile la mente ripensi a come sia vero, quanto può dirsi accaduto

in lui, ciò che ci viene detto da Paolo: « non siete più stranieri né ospiti... ma

concittadini dei santi e familiari di Dio » (Ef 2,18)

Ma com’è successo che un perito chimico diventasse prete senza mostrare

dubbiosità o crepe fino a parlare - lui per natura uomo silenzioso e dal linguaggio

non clericale - così da ritrovarsi ad entrare in dialogo col cuore di tanti?

Provoca in tal senso quanto puntualmente ha scritto di lui un sacerdote più

giovane.

“Don Tonino non era un «leader» la cui personalità si imponesse in modo

eclatante, non affermava il suo pensiero con frasi dotte o ad effetto... ma non

c’era parola o gesto in lui che non fosse richiamo profondo all’obbedienza a

Cristo... nel ricordarlo ci sorprendiamo a cogliere ogni caratteristica della sua

personalità indissolubilmente unita alla sua esistenza sacerdotale.”

La fede materna

È successo che la forte fede portata dalla madre - ancora oggi accanto, fino

all’ultimo momento - ha trovato in lui la semplicità di un cuore che, quando si è

commosso di fronte all’accento di fede di don Giussani, ha ceduto immediatamente

per non staccarsene mai più nel corso della vita. E così la sua sensibilità

umana è stata plasmata dalla Presenza cui si è lasciato educare. Fino a giungere

ad affrontare la malattia di fronte alla quale la sua solita serena discrezione non

è stata sconfitta.

Ho ripensato come sia stato senz’altro rilevante, provvidenziale per Tonino

l’aver potuto frequentare a Roma, quando era seminarista, Sant’Anselmo, la

Facoltà dei Benedettini.

Ritengo infatti che abbia potuto respirare ed aprirsi a quella bellezza sobria

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ma connessa al sapore vero della fede oggettiva, propria della liturgia cattolica,

che lui avrebbe poi da sacerdote intensamente vissuto. È stato provocato in lui

un preciso gusto per la bellezza. Per rendersi conto del rilievo per lui rivestito

appunto dal Bello sarebbe del resto sufficiente osservare la Chiesa invernale,

come quadri e come mobili, a cominciare dalle librerie destinate all’archivio di

una Parrocchia di antica tradizione come Verucchio.

Per non parlare poi dei restauri propri delle opere d’arte, in primis dei crocefissi.

Ma l’amico non peccava di liturgismo, non aveva il limite della specializzazione.

Basti in tal senso vedere la cura dedicata alla nuova canonica e al salone

parrocchiale. In tal senso non posso dimenticare l’attenzione grafica sui volantini

preparati per lanciare le varie attività educative.

Prete integrale

Era un uomo, l¹amico don Tonino che, prete in senso integrale, non aveva

perso il sapersi dedicare con piacere e con successo alla cucina. Si

interroghino in tal senso i suoi amici del tempo del Seminario o i paesani

partecipanti a quelle tavolate tese a proporre la fede come comunanza di

vita. E non appena di culto.

Un confratello lo conosce bene, dal momento che lo descrive “silenzioso

ed arguto...” Di poche parole ma dai giudizi chiari ed appunto - lo attesta la

foto-ricordino - arguto e non “musone”, pronto alla battuta. Tanti anni fa, a fine

della mattina, durante una tre giorni del Clero, mi sorprese: “Vedi, oggi ci hanno

parlato del de Verbo incartato, domani si parlerà del de Verbo incarnato!”, lui,

l’amico che “giustificava” l’aver lui preferito al matrimonio la verginità celibataria

perché “non c’era una donna abbastanza bella per lui!”.

Don Piergiorgio Farina, che l’ha conosciuto proprio da vicino e fin dagli anni

del Seminario, afferma che don Tonino, ”legato a Comunione e Liberazione,

per la sua storia personale, ha vissuto il suo essere prete diocesano non come

una limitazione della sua identità personale, ma come realizzazione della sua

appartenenza alla Chiesa, amando la Chiesa di Rimini nei diversi luoghi in cui

il Vescovo l’ha inviato.”

Don Fraticello ha attestato tra noi che l’aderire al Carisma è sorgente della

affezione nei confronti della Chiesa. Tutto dipende dal cuore, dalla sincerità nella

sequela all’incontro, a quel legame storico che rimane la vena alimentatrice

della dedizione al Signore.

Avvenimenti Diocesani

don Giorgio Zannoni


Don Nicola Casadei

Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Don Nicola Casadei nasce a Verucchio nell’anno 1924.

Dopo 24 anni, è ordinato “prete di Cristo”, il 27 marzo 1948 insieme a Ermanno

Bucci, Enrico Calisesi, Unico Ermeti, Alfonso Fonti, Gino Maggioli, Sante

Mancini e Umberto Meocci per l’imposizione delle mani del vescovo mons.

Luigi Santa, nella chiesa di Sant’Agostino. La Cattedrale, ferita dalla guerra non

è ancora consacrata.

Gli oltre cinquanta seminaristi, delle cinque classi ginnasiali, raccolti nella

loro ampia cappella, ascoltavano commossi e ammirati, nelle feste liturgiche

dell’anno, il suo canto sicuro e orante.

Dal 1948 al 1952, è cappellano, a San Vito, poi a Cattolica, quindi a Castelvecchio.

Il 27 febbraio 1952, inizia la sua pastorale a Nostra Signora del Sacro

Cuore, di Igea Marina. Il suo titolo canonico è di “curato”, ma il suo cuore è già

di parroco, e come!

Il 3 agosto 1961, Igea Marina è proclamata ufficialmente parrocchia della

Diocesi di Rimini, e don Nicola è parroco con tutti i requisiti fissati dal Diritto

Canonico.

Dal 27 febbraio 1952 al 18 settembre 1994: 42 anni!

I primi bambini che ha battezzato, che ha preparato alla “prima Comunione”,

oggi sono papà e mamme e anche nonni e nonne nelle famiglie.

Quarantadue anni, trascorsi velocemente, come tutte le cose belle. Tutto

quello che è stato fatto dal parroco, i genitori l’hanno narrato, in casa, ai figli:

la chiesa con il nuovo presbiterio, la sacrestia, l’organo, i nuovi confessionali, le

nuove panche; la scuola materna, una delle migliori della zona, la nuova canonica;

il teatro parrocchiale, nei primissimi anni, con tanta fatica.

Ora ringraziamo con gratitudine don Nicola perché ha lasciato la parrocchia

ben funzionante. Ma ben più importante è il “materiale spirituale” che ha

lasciato loro.

Hanno sempre presenti le sue “concise omelie”, le belle funzioni liturgiche.

La sua Santa Messa rimarrà scolpita nei loro cuori, come era da lui sentita.

Un avvenimento liturgico e pastorale, di grande rilievo, pochi mesi dopo il

suo inizio pastorale, fu la prima Santa Messa, il 26 giugno 1952, di don Silvio

Buda, nato e cresciuto a Igea Marina.

Don Nicola guidò la schola cantorum che eseguì la Secunda Pontificalis, a

tre voci, del maestro don Lorenzo Perosi.

Necrologi

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Bollettino Diocesano 2010 - n.2

Il 18 settembre 1994, lascia la sua cara parrocchia. Ma tutti sono contenti

per la piena rispondenza delle proprie aspettative: don Nicola non andrà ad

abitare lontano da Igea Marina.

E ricordano la sorella Tina che ha lavorato “con un cuor solo” con il fratello

parroco. È vissuta 42 anni, nel silenzio della casa o della chiesa.

Il 16 giugno 2010, don Nicola si è spento nella Casa del Clero che aveva

scelto come sua dimora.

I sacerdoti e il personale della Casa erano raccolti attorno al suo letto. Commosso,

egli riceveva l’olio degli infermi e ascoltava la preghiera: “Padre clementissimo,

fa’ che la santa unzione lo sostenga e lo conforti tra le braccia della tua

misericordia”.

E ascoltava la benedizione apostolica: “Per i santi misteri della nostra redenzione,

Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti

apra le porte del paradiso e ti conduca alla gioia eterna”.

Il pomeriggio del 18 giugno, il vescovo mons. Francesco Lambiasi, ha celebrato

la solenne Santa Messa funebre per il suo “amato parroco don Nicola”,

assieme a un folto gruppo di confratelli e ai parrocchiani di Nostra Signora del

Sacro Cuore, di Igea Marina.

Avvenimenti Diocesani

Don Mario Molari


Direttore responsabile: Baffoni don Redeo

Sped. in abbonamento postale 70%

Filiale di Forlì

Direz. Amministr.: Curia Vescovile, via IV Novembre, 35

Rimini – Tel. 0541. 24244

Pubblicazione Trimestrale

Con approvazione ecclesiastica

Progetto grafico e impaginazione - Kaleidon

Stampa: Tipolito Garattoni - Rimini

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