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DIFFERENT VIEWS AROUND THE WORLD - Positive Magazine

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POSI+TIVE

DIFFERENT VIEWS AROUND THE WORLD

FREE MAGAZINE ISSUE 03

WWW.POSITIVE-MAGAZINE.COM

WWW.MYSPACE.COM/POSITIVEMAG


Photo: Giacomo Cosua

MART Museum Rovereto, Italy

+4

POSI+TIVE MAGAZINE N°3 /2008

EDITOR:

Giacomo Cosua

FASHION EDITOR:

Nestor Alvarez

FASHION STYLIST EDITOR:

Selena Campagnolo

ARCHTECTURE EDITOR:

Roberto Lucchese

TRANSLATIONS EDITOR:

Bart Van Malssen

TRANSLATOR:

Michele Temporin

DISCLAIMER:

POSI+TIVE MAGAZINE non è

responsabile per i testi, le fotografie

e le illustrazioni pubblicate

all’interno, poiché di proprietà

degli autori. Tutti i diritti

sono riservati, la riproduzione

è espressamente vietata ai sensi

delle norme che regolano i diritti

d’autore.

Realizzato a Venezia, Italia

WEB:

www.positive-magazine.com

MYSPACE:

www.myspace.com/positivemag

MAIL:

giacomocosua@gmail.com

FLICKR:

flickr.com/groups/positivemagazine

MEDIA PARTNER:

Freshcut Media

Live9 Radio

POSI+TIVE MAGAZINE


+5

POSI+TIVE MAGAZINE


POSI+TIVE MAGAZINE

Numero/Number 3

46

+6

8

62

MODA / FASHION

75 Fashion travel

REPORTAGE

32 Kualalumpur: by John Brunton

PEOPLE

28 Jay Brannan

ARCHITETTURA

80 Eterotopia

DESIGN

91 New Places

FOTO/PHOTOS

106 Gate and Doors

14

POSI+TIVE MAGAZINE


SUBMISSION GUIDELINE:

Se volete partecipare al Prossimo numero di POSI+TIVE , potete mandare

una mail con i vostri dati e un file in PDF che illustri i vostri lavori:

Vi preghiamo di mandare non un portfolio, bensì già un progetto sviluppato,

oppure fotografie in serie che abbiano già l’idea di una storia.

Le richieste che non risponderanno ai seguenti requisiti non verranno

prese in considerazione, poiché creano solo difficoltà a chi poi selezionerà

il materiale.

If you want to contribute with the next number, you can send us a mail

with your data and a PDF file that shows your works: We ask to send

us not a portfolio, but a developed project or photos linked each others,

like a storyboard. We are not going to answer if you send just a link of

your website or photos that are not answering our request.

MAIL: GIACOMOCOSUA@GMAIL.COM

YOU CAN SEND ALSO YOUR PHOTOS INTO OUR FLICKR

GROUP, WHERE WE USE TO SELECT SOME PHOTOS FOR OUR

WEBSITE OR FOR OUR PDF MAGAZINE.

+7

POSI+TIVE MAGAZINE


FLICKR GROUP:

PHOTO SELECTED

Andrea Pedretti

www.flickr.com/andreaupl

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Riccardo Villa

http://www.flickr.com/photos/rikileroi/

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POSI+TIVE MAGAZINE


+10

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Greg Stonebraker

www.flickr.com/photos/stonebraker1

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KIDS.

Photos by: Ivano Salonia

Text By: Michele Nisticò

Web: http://www.flickr.com/people/cicciobombo/

Sfuggono la rabbia e la perfezione

dei coloratissimi

schermi, lusinghieri, ma

buoni solo per l’inverno. Il

gioco, i tuffi, lo stupore, le

risate, tutto vero; tutto animale.

Così naturali, un giorno

li vedi di sfuggita e noti i

segni sui polpacci, quelli dei

colpi di cerbottana dati per

far male, coi pallini di stucco

che anche tu ricordi bene.

Tornato a casa pensi che ci

sarà sicuramente il riccetto

di Pasolini, fra quei volti

non ancora segnati, ed Ernò

Nemecsek, soldato semplice

e nobile vedetta di Molnàr.

Chissà se c’è un Garrone.

Questi bambini con la buccia,

che hanno già i loro capi,

con il loro incedere pesante

ed i modi da mezzi adulti,

con il loro dialetto stretto.

Mezzi adulti così incerti,

così spavaldi, a cui hai proposto

di tuffarsi e scattare

sotto il mare, con la Vivitar

+12

subacquea. Litigano per

stabilire i turni, tutti vogliono

abboccare all’esca per

primi: no io, no tu, e perché

proprio tu, tu no che sei piccoletto,

tu no che sei arrivato

ieri, tunochesenzaocchialinoncivediunaminchia.

Non li metto in posa, gli

chiedo solo di mettersi

dove dico io. Qualcuno mi

fissa, qualcuno no. Certo,

con la luce puntata fanno

come certi cervi di montagna

quando hanno i fari

negli occhi, la cosa più stupida

di tutta la loro vita: si

fermano e aspettano l’urto.

Poi. Coi primi scatti prendono

confidenza, ritrovano

la sfacciataggine antica dei

bimbi di strada, tornano

spontanei per tutto il tempo

che c’è, per tutti gli attimi di

luce che passano veloci dal

mare, attraverso lo scoglio,

sin dentro l’obiettivo. Pensi

a tutta questa rapidità di cui

a loro non importa niente ed

a come si riassume e sbalordisce

nel loro sguardo di

cuccioli rubati al gioco. Pensi

al coraggio loro che, in certe

occasioni sbiadite della vita,

ti piacerebbe saper ritrovare.

Vorresti, dopo aver posato

l’attrezzatura, salutarli come

si fa coi viaggiatori dal viso

sporco, levando il bicchiere

per un attimo ed alzando lo

sguardo stanco. Ma i capi,

che oggi sono i più furbi ed

i più alti ed i più mascherati

che mai, hanno già sospeso

la loro fiducia, ritirato

la tregua concessa a denti

stretti. Adesso si muovono

scattosi come le donne tradite

e dicono, coi movimenti

veloci delle gambe magre,

checazzoahidaguardare?

Ti spiegano, incrociando le

braccia sotto al broncio, che

saprai anche fermare il momento,

ma non puoi fermarli

neanche per un momento.

POSI+TIVE MAGAZINE


They run from anger and perfection

they find in colourful

screens; they are flattering,

yet they’re just good for

winter. Games, dives, wonders,

laughs, it’s all true; it’s

animal. They are so natural.

Once you see them passing

and notice the bruise on

their calves, due to the those

blowpipe marbles that hurt so

much, you remember it well.

Once you’re at home you find

yourself thinking that surely

there will be Pasolini’s riccetto

among those young faces,

maybe Ernò Nemecsek as

well, a soldier and Monlnàr’s

noble spotter. Will there be a

Garrone too? These kids with

scabs, and leaders, with their

stomps, and their almost-adult

attitude, and their dialect.

Almost-adults yet so uncertain,

so fearless. You asked

them to dive and then take a

picture with your underwater

Vivitar. The fight over turns,

+13

everyone wants to be the first

to be hooked: me first, not

you, why you, no you’re too

small, you can’t ‘cause you

got here yesterday, notyou’co

useyou’reblindwithoutglasses.

I don’t make them pose, I just

ask them to be where I want

them to be. Some stare at me,

some don’t. Of course the light

on them has the same effect

as on deers when they’re hit

by a car’s headlights, the most

unintelligent thing of their life:

they stop and wait for the crash.

Later. After the first pictures

they feel at ease, they are

fearless again like street kids,

they’re naïve whenever possible,

receiving all the moments

of light hitting the surface of

the sea, through the rocks

and straight inside the shutter.

You think of all that speed that

they don’t care about and how

they absorb it and amaze you

with the reflection on those puppy

eyes when they are removed

from their games. You think of

the courage that you envy so

much, but it’s faded in time.

You’d like to say goodbye to

them as you would do with

dirty faced travellers, after

your equipment is packed, lifting

the glass at them for a second

and looking at them tired.

But their leaders, nowadays

are smarter, taller and phonier

than ever and they already

suspended their trust, they

stopped the cease fire you acquired

so hard. Now they move

like betrayed women and they

say whatchalookin’at? with the

movements of their skinny legs.

They explain, with their arms

crossed under that angry

face, that the moment can be

stopped, but you can’t stop

them, not even for a second.

Translation/ Traduzione

by: Michele

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PEOPLE: JAY BRANNAN

Photos by: Meg Clark

www.flickr.com/photos/waxxwing

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KUALA LUMPUR:

THE CITY FOR THE FUTURE

Text and photos by: John Brunton

www.johnbrunton.com

Quando arrivai per la prima a

Kuala Lumpur vent’anni fa, la

capitale malese era il posto

ideale nel Sud Est asiatico

dove abitare. Non c’era traffico

o inquinamento, piena

di squisita architettura coloniale,

mentre quegli edifici

che sembrano toccare il cielo

erano confinati ad una piccola

zona del centro, conosciuto

come il Triangolo D’Oro.

Era un posto tranquillo, divertente

e i malesi – un miscuglio

colorato di nativi malesi,

cinesi e indiani – erano le

persone più gentili immaginabili.

Ovunque guardavi

c’era verde, giardini tropicali

lussureggianti, con la vera

giungla che si intrometteva

fino ai margini della città. Ma

questo significava che K.L.,

come tutti la chiamano qui,

era essenzialmente una città

di secondo grado, e che per

fare affari seri si doveva andare

in metropoli importanti

come Hong Kong, Singapore

e persino la briosa Bangkok.

E fin qui i ricordi nostalgici.

Quest’anno ci sono tornato,

ho affittato una macchina

all’aeroporto, e prontamente

mi sono perso del tutto nel labirinto

a zig-zag di autostrade,

tangenziali e sobborghi nuovi

di zecca. Non si può dire

che K.L. sia cambiata, meg-

+32

lio definirla una trasformazione

completa. Non è solo

una città del 21esimo secolo,

ma sembra quasi un posto

dove il futuro sia già arrivato.

Il centro della città è ora un

paradiso per architetti, dominata

da vetro riflettente e uno

skyline metallico formato da

grattacieli da design, dove

sorvola allo strato più alto

della torta nuziale come se

ne fosse la ciligiena, la Kuala

Lumpur City Centre con i suoi

88 piani, le cui torri gemelle

sono tra gli edifici più alti

del mondo. Pendolari locali

scivolano lungo la loro città

su una monorotaia sollevata

che sembra appena esser uscito

da un libro di fantascienza.

Sotto l’occhio vigile di Bill

Gates, il governo ha creato

un enorme Super Corridoio

Multimedia, la Silicon Valley

malese. Questa include una

“Intelligent City” autosostenuta

e senza alcun impatto

inquinante sull’ambiente,

dove ogni casa è collegata

elettronicamente, con telemedicine

(???) e scuole

raffinate. Conosciuta come

Cyberjaya, questa cosa

sembra un gioco virtuale per

il computer, ma è già in funzione

e fa sembrare l’Europa

come il Terzo Mondo, mentre

la Malesia sembrerebbe

il Primo Mondo del futuro.

Molti turisti vengono a Kuala

Lumpur solo in giornata,

prima di andare nei villaggi

di vacanza sulle spiaggia

seducenti o di fare scampagnate

avventurose nella giungla.

Questo è un peccato

però, perché K.L. è in realtà

un posto magnifico dove restare

per un po’ di giorni. In

molti modi, è una città con

una doppia personalità, con

i suoi avamposti coloniali

schiacciati tra i grattacieli,

enormi shopping mall riempiti

di firme di design a prezzi

stracciati (lo shopping è una

semplicemente inimmaginabile

qui) e gallerie d’arte un

po’ funky, oppure negozi di

arredamento nascosti in bungalows

degli anni ‘30. Ci sono

mercati fumanti con cibo esotico

asiatico, o ristoranti con

arredamenti design minimalisti

che servono soltanto

costoso nouvelle cuisine. E

così tanti bar e disco, che

dovresti uscire ogni notte

per un mese per vederli tutti.

Il posto migliore dove inziare

per avere una vera sensazione

di K.L. è il vecchio cuore

coloniale della città, situato

intorno a dove le prime case

“attap” vennero costruite alle

affluenze dei due fiumi, il

Kelang e il Gombak. In ma-

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lese, “Kuala Lumpur” significa

“estuario fangoso”. Meno di un

secolo fa, questo era una base

nella giungla per i minatori della

latta, i casinò e l’incontrollata

malaria, una città da cowboy

simile a quelli nel Klondike durante

la Corsa all’Oro. Il primo

vero edificio solido che venne

eretto erano gli uffici governativi,

conosciuto allora come il

Segretariato Federale. Disegnato

dagli Inglesi in quello che

chiamavano lo “Stile Maomettiano”,

insieme alle cupole e

volte, sembra qualcosa dalle

“1001 Notti”. Fortunatamente

ancora oggi si trova intatto, anche

se ora sullo sfondo ci sono

+33

edifici altissimi, uno spettacolare

esempio di ingegneria con

i suoi quattro milioni di mattoni.

Direttamente in fronte si

trova il prato verde di Padang,

dove si giocava il cricket la domenica,

e l’architettura bianco

e nera, stile Tudor, del Selangor

Club (The Spotty Dog – Il

Cane Maculato), che è un’altra

reminescenza del passato coloniale

inglese. Lì vicino anche

il vecchio mercato della frutta

e verdura è riuscito ad evitare

i bulldozer ed è stato trasformato

nel grande Mercato Centrale,

una versione malesiana

del Covent Garden di Londra.

Il centro di K.L. ha innumer-

evoli grandi shopping mall,

tutti splendidamente accessoriata

di aria condizionata. Se

stai cercandi degli affaroni per

merci firmate Armani, Prada,

Dior, Gaultier, DKNY e Ralph

Lauren, allora dirigiti verso il

Lot 10 o lo Star Hill. Invece

più divertente come meta

probabilmente è il Sungwei

Wang, che tradotto vuol dire

Plaza del Fiume di Denaro.

Ha un labirinto di piccole boutique

dove troverai sarti funky

malesi che mettono insieme

vestiti per una sera, parrucchieri

cinesi punk che offrono

tagli appuntiti e qualunque

tipo di hi-fi, computer, mac-

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chine fotografiche o video

che mai pensavi esistessero.

A metà pomeriggio (non

più tardi, perché le code

dell’orario di punta sono tremende),

prendi un taxi per

Bangsar, un quarto d’ora

fuori dal centro. Quando io

ci abitavo, Bangsar era solo

un insieme di negozi cinesi e

indiani anonimi. Ora è il Notting

Hill Gate e Soho messi

insieme di K.L. Le strade

sono allineate con bar eleganti,

pubs e bar dove stare

fino a tardi a bere cocktail

e grappa. Scoprirai gallerie

d’arte contemporanea eleganti,

favolose boutique di

interior design, e showroom

di designer di moda locali.

Terrazze di cafè brulicano

+34

sui marciapiedi in prima serata,

come la folla dei ricchi,

giovani e belli che si ritrovano

con i loro BMW e Mercedes.

Scegli tra piatti tipicamente

cinesi di chili di granchio,

gamberi e carne di cervo

bollente in uno bancarella

all’aperto, oppure siediti in

uno bistrot alla moda dove

degustare un piatto gourmet

di fusion cuisine. Tornato

in K.L. c’è una vita notturna

ugualmente frenetica che ti

aspetta, ma, sei avvertito,

Bangsar è una specie di

Triangolo delle Bermuda e

quindi raramente te ne andrai

prima delle ore piccole.

Se farai questo sforzo di passare

un po’ di giorni a Kuala

Lumpur e troverai una me-

tropolis differente e eclettica,

sicuramente una città per

il futuro ma anche una che

non ha dimenticato il proprio

passato. E per una volta la

conservazione di patrimonio

viene fatto più che altro

per migliorare la qualità

della vita degli abitanti della

città, piuttosto che per motivi

di pubbliche relazioni

in moda da attirare turisti.

ENGLISH TEXT:

When I first arrived in Kuala

Lumpur twenty years ago,

the Malaysian capital was

the ideal place in South East

Asia to live. There was no

traffic or pollution, plenty of

delightful colonial architecture,

while high-rise buildings

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were more or less confined

to a tiny part of the centre,

quaintly known as The Golden

Triangle. It was a relaxed, fun

place, and the Malaysians - a

colourful mix of native Malays,

Chinese and Indians - were the

friendliest people imaginable.

Everywhere you looked was

greenery, lush tropical gardens,

and real jungle intruding

right into the edges of the city.

But what this meant, was that

K.L., as everyone here calls it,

was essentially a second division

city, and that to do serious

business meant going to a really

important metropolis, like

Hong Kong, Singapore or even

bustling Bangkok. So much

for nostalgic memories. I returned

earlier this year, picked

+35

up a hire car from the airport,

and promptly got utterly lost

in a maze of criss-cross motorways,

by-passes and brand

new suburbs. K.L. has not

so much changed, but totally

transformed itself. It is not just

a city for the 21st century, but

rather a place where the future

has already arrived.

The centre of the city is now

an architect’s nirvana, dominated

by a gleaming glass and

metal skyline of state-of-theart

skyscrapers, topped off,

like a wedding cake, by the 88

storey Kuala Lumpur City Centre,

whose twin towers stand

as one of the world’s tallest

buildings. Local commuters

zoom around their city on an

elevated monorail system that

could have come straight from

a science fiction book. Under

the watchful eye of Bill Gates,

the government has created a

huge Multimedia Super Corridor,

a Malaysian Silicon Valley.

This includes a self-contained,

eco-friendly “Intelligent City”,

with each house electronically

linked, telemedicine and smart

schools. Known as Cyberjaya,

the whole thing sounds

like a virtual-reality computer

game, but it is already working,

making Europe look like

the Third World and Malaysia

as the First World of the future.

Most tourists treat Kuala Lumpur

as a rapid one day stop-off,

before heading to Malaysia’s

seductive beach resorts or

adventure jungle trips. That’s

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a shame, though, because

K.L. is actually a great place

to hang out in for a few days.

In many ways, it is a split-personality

city, with charming

colonial outposts squeezed

between skyscrapers, vast

shopping malls packed with

basement priced designer labels

(shopping is simply unbelievable)

and funky art galleries

or decor stores hidden

away in renovated 30’s bungalows.

There are steamy

street markets with exotic

Asian stall food, or minimalist

designer restaurants

serving expensive nouvelle

cuisine. And so many bars

and clubs, that you’d need

to be out every night for a

month to get to see them all.

+36

The best place to start to

get a feel for Kuala Lumpur

is the old colonial heart of

the city, centred around the

spot where the first “attap”

houses were put up at the

confluence of two rivers, the

Kelang and Gombak. In Malay,

“Kuala Lumpur” translates

as “muddy estuary”.

Less than a century ago, this

was a jungle outpost of tin

miners, gambling joints and

rampant malaria, a cowboy

town similar to any in the

Klondike during the Gold

Rush. The first really solid

building to go up was the

government offices, known

then as the Federal Secretariat.

Designed by the British

in what was termed ‘Maho-

metan Style’, complete with

cupolas and domes, it looks

like something out of The

Arabian Nights. Fortunately,

it stands today unchanged,

albeit against a backdrop of

highrise buildings, a wonderful

feat of engineering, using

up over four million bricks.

Right opposite, is the green

lawn of the Padang, where

cricket used to be played on

Sundays, and the black and

white, mock-Tudor architecture

of the Selangor Club

- The Spotty Dog - another

throwback to British colonial

days. Nearby, the old

fruit and vegetable market

has also avoided the demolition

bulldozer, and was instead

transformed into the

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immensly successful Central

Market, a Malaysian version

of London’s Covent Garden.

The centre of K.L. has numerous,

vast shopping malls, all

wonderfully air conditioned. If

you’re looking for bargains by

the likes of Armani and Prada,

Dior and Gaulthier, DKNY and

Ralph Lauren, then head for

Lot 10 or Star Hill. More fun,

perhaps, is Sungei Wang Plaza,

which translates as River of

Money Plaza. It is a labyrinth

of tiny boutiques, where you’ll

find funky Malay taylors conjuring

up one-off outfits, punky

Chinese hairdressers offering

spiky cuts, and any kind of hi

fi, computer, camera or video

you ever imagined existed.

In mid afternoon (not later, be-

+37

cause peak-hour traffic jams

are horrendous), grab a cab for

Bangsar, a quarter of an hour

out of the centre. When I lived

here, Bangsar was just a few

nondescript Chinese and Indian

shops. Now it is K.L.’s Notting

Hill Gate and Soho rolled

into one. Streets are lined with

chic cafes, pubs and late night

cocktail and grappa bars. You’ll

discover smart contemporary

art galleries, fabulous interior

design boutiques, and local

fashion designer showrooms.

Cafe terraces teem over the

pavement in the early evening,

as the town’s rich, young and

beautiful crowd roll up in their

BMW’s and Mercedes. Choose

between a classic Chinese

meal of chilli crabs, drunken

prawns and sizzling venison

at an open air stall, or settle

down for a gourmet meal of fusion

cuisine at one of the hip

bistrots. Back in K.L., there’s

an equally frenetic nightlife

scene awaiting you, but, be

warned, Bangsar is a Bermuda

Triangle, and you’ll seldom

leave before the early hours.

Make this effort to spend a

few days in Kuala lumpur,

and you’ll discover a different,

eclectic metropolis, certainly a

city for the future but also one

that has not forgotten its past.

And for once, the conservation

of heritage is being done more

to improve the quality of life

for the city’s own inhabitants,

rather than a public relations

exercise to attract tourists.

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NORTH

KOREA

Photos by: Martina Huijsmans

Web: http://www.flickr.com/photos/78613556@N00/

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FEELINGS.

PHOTOS BY Nouk Baudrot

Web: http://www.flickr.com/people/baudrot/

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TRAVEL

Allontanarsi dalla città,

sempre più lontano, iniziare

un VIAGGIO,

per riscoprire sé stessi..

Editing: Selena Campagnolo

Fotografo/Photographer: Igor Termenòn

Modella e Styling: Marta Doldàn

T-shirt: A.Y. Not Dead

Gonna: H&M

Sandali: Bimba&Lola

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ETEROTOPIA

MONTAGGIO DISCONTINUO DI FORME E MEMORIE

progetto di: Marco Scarpa

Il progetto è fortemente caratterizzato

dalla presenza di

un elemento dalla forma fluida

ed organica che, come

un’onda, si propaga per tutta

la lunghezza dell’hangar.

Esso è contenuto e definito

dalla presenza di di tre muri,

che si pongono come quinte

teatrali fuoriscala, dietro e

dentro le quali si trovano gli

spazi funzionali. I setti, ai

quali l’onda si ancora raggiungendo

i 4 m d’altezza, delimitano

lo spazio scenico da

quello funzionale. I palchi non

sono identificati in modo univoco

e statico ma sono presenti

in maniera diffusa per

tutta la lunghezza dell’onda,

che si presta a diversi tipi

di configurazioni a seconda

dello spettacolo da rappresentare,

offrendo spazi di ascolto

più o meno tradizionali.

BAR

La prima quinta che si incontra

entrando nello spazio da

noi progettato, si pone come

prolungamento di uno dei setti

che Compongono la torre presente

nell’hangar. Abbiamo

deciso di conservare questa

preesistenza, modificandone

l’inclinazione in modo tale da

creare uno spazio prospettico,

con l’intento di sottolineare

ed accentuarte la profondità

dell’ambiente.

Al muro ed alla torre si aggancia

il soppalco della caf-

+80

fetteria che ospita sistemi di

sedute modulari e componibili,

mentre il bancone e degli

spazi più informali si trovano

al piano sottostante. Qui abbiamo

collocato un sistema di

sedute, anch’esso modulare,

secondo le misure del tatami

giapponese,aggregabile in

infinite soluzioni e fruibile su

due livelli. Dal soppalco si

accede anche alla torre tramite

ascensori ricavati nella

doppia parete. In questo

spazio, lasciato appositamente

vuoto, sono visibili installazioni

e mostre temporanee

di arte contemporanea.

MURO

L‘ultima quinta sulla siniistra è

caratterizzata da una doppia

parete entro la quale si sviluppano

il laboratori musicali

che risultano essere completamente

chiusi e insonorizzati.

A questi si accede tramite

aperture sul retro del

muro mentre sul lato dello

stesso due scale mobili conducono

al soppalco. Questo

può essere utilizzato diversamente

a seconda degli eventi

che si svolgono nell’ hangar

come spazio per la danza ,

per l’ascolto o per la visione

delle immagini proiettate. Al

di sotto del soppalco si trovano

postazioni d’ascolto

individuale appese o libere

nello spazio a seconda

dell’allestimento temporaneo

presente .Il bookshop è concepito

come un unico taglio

che si sviluppa per tutta la

lunghezza dell’hangar. Esso

può essere percorso velocemente

sui marciapiedi mobili,

che si interrompono per dare

la possibilità di scendere e

visionare meglio i libri e le

riviste esposte. I marciapiedi

mobili, conducono entro un

volume vetrato che attraversa

glispazi di servizio e la torre

espositiva, conducendo sino

alla cassa ed all’uscita.

ONDA

Il progetto è fortemente caratterizzato

dalla presenza di un

elemento dalla forma fluida

ed organica che, come

un’onda, si propaga per tutta

la lunghezza dell’hangar.

Esso è contenuto e definito

dalla presenza di di tre muri,

che si pongono come quinte

teatrali fuoriscala, dietro e

dentro le quali si trovano gli

spazi funzionali. I setti, ai

quali l’onda si ancora raggiungendo

i 4 m d’altezza, delimitano

lo spazio scenico da

quello funzionale. I palchi non

sono identificati in modo univoco

e statico ma sono presenti

in maniera diffusa per

tutta la lunghezza dell’onda,

che si presta a diversi tipi

di configurazioni a seconda

dello spettacolo da rappresentare,

offrendo spazi di ascolto

più o meno tradizionali.

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NEW SPACES

Project by: Oliver Bishop-Young

Web: http://www.oliverbishopyoung.co.uk

I have always had an interest

in what people throw away

andwhere things end up. My

foundation work culminated in

sculptural treelike formsbuilt

from magazines collected from

our libraries bin. As we generated

4,000 ideas on post-it

notes at thebeginning of my

final year at Goldsmiths the

theme of exchange emerged

as astrong fascination of mine.

This was given a context when

I saw a 1995 Ikeaadvert depicting

a whole street throwing

their ‘chintz’ furniture out and

intoa skip. The image revealed

the potential for a skip to become

a point of bothmaterial

and experiential exchange

within the community. I then

submergedmyself in the affairs

of skips. I designed a series of

skip ‘add-ons’ to test and emphasisemy

hypothesis. These

included a blackboard that fits

onto a skip. Using chalkpeople

can note down what is added

and removed from the skip, in

turn providinga catalogue of

materials available and aiding

the re-use and exchange ofobjects.

A plinth that sits on the

edge of a skip provides a platform

on whichthe most recent

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addition to the skip can be displayed

with greateradvertisement.

It can be shameful for

some to be seen peering into

askip, a convex mirror attachment

makes it easy for people

to see inside at aglance.

While observing these ideas

being tested, each day checking

theblackboard’s changes:

Added: Wheeley bin, vacuum

cleaner, wood, love, curtainsbroken

glass. Taken: MDF

boards, the piss. I developed

an online digital version of a

skip thatshares the materials

and locations of physical skips

across the country. Takingthe

form of a website where you

can upload your skip details

for others to comeand collect

or search yourself for materials

and objects in skips in a

specificarea. A demo version of

the site can be veiwed at www.

andrewhilton.net/oli/nav.php.

The latest part of my work has

been exposingthe potential left

in what people throw into skips

and the architectural toolskips

provide for claiming space in

an urban environment. One

way this was donewas by taking

materials from skips (such

as rubble and garden waste)

andsetting them up as a garden

in my own skip in front of

my flat in Brockley, London.It

created a new space for me

to inhabit that balanced on

the edge between myprivate

home and public street. Over

a couple of months I repeated

this formula, finding materials

in skips such as wood, furniture

and a bbq and anddesigning

an event formed around

that material or object. The

resultsemphasised the value

left in the waste. A skate ramp

built in the skip from materials

sourced fromskips brought in

an element of play. It showed

how the process could be used

toprovide public spaces that

are not present in the area. As

demonstrated by mypark in a

skip on Brick Lane for our degree

exhibition. The idea was

to bringsome much needed

grass to the area and provide a

space for the public to reston a

reclaimed park bench as they

visit the numerous Freerange

exhibitions. Other events included

a swimming pool and

BBQ area and thereare plans

for future events in the capitol.

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DOORS & GATES

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Text and photos:

Jacob Schere

web:www.lucidcommunication.com/

We use gates to control the flow of

humans.

to lock people out.

to feel safe. same with door.

they are the entry way into other

worlds. to go from the community

to the private. when they are open

we are free to move. when closed,

locked and chained, we protect our

secrets. we wonder what lies beyond

the door. Example, there was a festival

near my home the other day. Most

doors, and gates were wide open.

The community had chosen to let everyone

flow in and out of their own

personal space. It was beautiful.

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