Gestione dei rifiuti - B2B24 - Il Sole 24 Ore

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Gestione dei rifiuti - B2B24 - Il Sole 24 Ore

INIZIATIVA REALIZZATA

CON IL CONTRIBUTO DI

E IL SUPPORTO DI


MODERATORE

Marco Panara

Affari & Finanza - Repubblica

INQUADRAMENTO

STRATEGICO:

SCENARIO E PROSPETTIVE

Stefano La Porta

Direttore Generale ISPRA

ASPETTI NORMATIVI

E GESTIONALI

Inquadramento di settore:

gestione rifiuti e normativa comunitaria

Roberto Tortoli

Vice Presidente Commisisone Ambiente,

Camera dei Deputati

Francesco Bruno

Professore Associato Diritto Ambientale

Università degli Studi del Molise

Pianificazione Urbana: Il caso Roma

Giovanni Fiscon

Direttore Esercizio AMA

LA VALORIZZAZIONE

Problemi e opportunità

Luciano Piacenti

Vice Presidente Assoambiente

Il riutilizzo dei sottoprodotti

di combustione

Mario Grosso

DIIAR Politecnico di Milano,

Mater Research Center

INCENTIVARE E CONTROLLARE

Gli incentivi

Luca Benedetti

Responsabile dell'Unità Studi GSE

I Controlli

Giorgio Buonanno

Università di Cassino e del Lazio meridionale

Gaetano Cecchetti

Università di Urbino Carlo Bo

PROGRAMMA

MODERATORE

Dario De Andrea coordinatore editoriale

Sistema Ambiente & Sicurezza Il Sole 24 Ore

TAVOLA ROTONDA:

CASE HISTORIES

D’ECCELLENZA

Discariche: il modello Peccioli (PI)

Renzo Macelloni

Belvedere SpA

Bonifiche

Andrea Campioni

Environ Italy Srl

Roberto Salvati

Environ Italy Srl

Recupero

Loris Pietrelli

ENEA - Reloader Onlus

Termovalorizzazione

Paolo Massarini

ARIA SpA Gruppo Acea

Dallo smaltimento al recupero

Gianluca Morelli

HTR Bonifiche Srl

Vincenzo Cozzoli

HTR Ambiente Srl

Compostaggio

Alessandro Filippi

Kyklos Srl

Riutilizzo di rifiuti in depositi sotterranei:

BAT – migliori tecnologie disponibili

Daniele Chiarelli

Centro Risorse Srl

Anne Marie Gheno

Palladio Umwelt Srl

La situazione rifiuti a Roma e nel Lazio:

una testimonianza

Bruno Landi

Presidente Federlazio Ambiente

CONCLUSIONI

Corrado Carrubba

Commissario Straordinario ARPA Lazio


RIFIUTI

R i ˇ u t i

Editoriale

ìIl futuro del sistema riˇ utiî: piattaforma di comunicazione

e confronto tra operatori pubblici e privati

di Maria Grazia Persico ..................................................................................................................... 7

Riˇ uti: non solo ambiente

di Dario De Andrea ............................................................................................................................ 8

Introduzione

Riˇ uti: quale futuro per il ìsistemaî?

di Paolo Massarini ............................................................................................................................. 9

Relazioni

Inquadramento normativo comunitario e nazionale: scenario e prospettive

di Stefano Laporta ............................................................................................................................ 11

Gestione dei riˇ uti e politiche comunitarie

di Roberto Tortoli ............................................................................................................................. 15

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RIFIUTI

Gestione dei riˇ uti: ìdecreto 231î e strumenti privatistici

di Francesco Bruno .......................................................................................................................... 16

Pianiˇ cazione urbana: il caso Roma

di Giovanni Fiscon ........................................................................................................................... 20

La valutazione dei riˇ uti: problemi e opportunit‡

di Luciano Piacenti........................................................................................................................... 22

Recupero delle scorie da incenerimento riˇ uti

di Mario Grosso e Laura Biganzoli .................................................................................................. 25

I controlli: emissioni di polveri ultraˇ ni da inceneritori

di Giorgio Buonanno ........................................................................................................................ 27

La corretta gestione delle problematiche ambientali nella termovalorizzazione

di Gaetano Cecchetti ........................................................................................................................ 29

R i ˇ u t o hi-tech: coincidenza tra sostenibilit‡ economica ed ambientale

di Loris Pietrelli................................................................................................................................ 33

Termovalorizzazione: il caso di San Vittore del Lazio

di Paolo Massarini ........................................................................................................................... 35

Un nuovo approccio alla gestione dei riˇ uti organici

di Alessandro Filippi ........................................................................................................................ 41

La situazione dei riˇ uti a Roma e nel Lazio

di Bruno Landi .................................................................................................................................. 43

Líesperienza di HTR Ambiente: dallo smaltimento al recupero

di Vincenzo Cozzoli ........................................................................................................................... 44

HTR Boniˇ che: la gestione dei riˇ uti da demolizione selettiva

di Gianluca Morelli .......................................................................................................................... 46

Risviluppo di siti contaminati con residui industriali abbandonati prima del 1982

di Andrea Campioni e Luca Sacilotto ............................................................................................... 48

ìRiˇ utiî vs ìSostanzeî le possibili offerte REACH

di Andrea Campioni e Roberto Salvati ............................................................................................. 50

RELOADER: cooperazione e confronto al servizio dei riˇ uti

di Paolo Serra................................................................................................................................... 52


RIFIUTI

Recupero di materia ed energia dai riˇ uti: il ruolo del centro MatER

a cura di Mater Research Centre ..................................................................................................... 54

RAEE professionali: la scelta ìtrasparenteî dei Consorzi ECOATSA ed ECOCAFF»

di Nicola Marzaro e Pietro Osnato .................................................................................................. 56

Riutilizzo dei riˇ uti in depositi sotteranei: le migliori tecnologie disponibili (BAT)

di Anne Marie Gheno ....................................................................................................................... 58

Pluralismo e dialogo garantiti da una lobby trasparente

di Giuseppe Mazzei........................................................................................................................... 60

La parola alle Aziende

BELVEDERE Spa

di Renzo Macelloni ........................................................................................................................... 61

6

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Il futuro del sistema rifi uti”:

piattaforma di comunicazione e

confronto tra operatori pubblici

e privati

DI MARIA GRAZIA PERSICO, PROMOTORE DEL CONVEGNO “IL FUTURO DEL SISTEMA RIFIUTI”

2012 www.ambientesicurezza24.com 7

RIFIUTI

Il 16 maggio scorso si è svolto a Roma, presso Palazzo Rospigliosi Pallavicini, il convegno “il futuro

del sistema rifiuti”.

Ideato con lo scopo di dare contenuto e visibilità ad un tema che – ad oggi – è noto per scandali e mere

polemiche, l’iniziativa ha invece rappresentato un utile momento di confronto tra operatori pubblici e

privati alla luce della normativa vigente e degli impegni presi in sede comunitaria da chi di competenza.

Realizzato con il contributo di HTR Ambiente ed Environ Italy e con il supporto di Aquaser, Centro Risorse,

Mecoris, Ecologia Viterbo e Palladio Umwelt, l’evento si è dato come obiettivo quello di dare voce all’intera

filiera, consci che l’attività condotta da ricercatori e tecnici possa presentare dati e informazioni utili al legislatore

per comprendere e calibrare al meglio le potenzialità di un settore che rappresenta un importante fattore

di sviluppo per l’economia nazionale.

Nelle pagine che seguono troverete pertanto un overview sul settore a firma di Paolo Massarini, Presidente

del Comitato Scientifico, per proseguire con gli script dei patrocinatori coinvolti di estrazione universitaria

e consortile: dal Reloader al Mater Research Centre per arrivare a consorzi di natura confindustriale quali

Ecoatsa e Ecocaffè.

Le case history d’eccellenza riportate costituiscono testimonianza di come una corretta gestione dei rifiuti sia

ravvisabile come opportunità e non solo come gravoso problema.

Nella lettura è bene tenere presente che alcuni dati riportati potrebbero risultare non più attuali a fronte di

eventuali mutazioni di scenario occorse durante la fasi di raccolta e pubblicazione degli atti stessi.


RIFIUTI

Rifi uti:

non solo ambiente

DI DARIO DE ANDREA, COORDINATORE EDITORIALE SISTEMA AMBIENTE & SICUREZZA – IL SOLE 24 ORE

Il convegno “Il futuro del sistema Rifiuti”, organizzato da MGP Comunicazione e tenutosi presso Palazzo Rospigliosi

Pallavicini a Roma il 16 maggio 2012, ha rappresentato un appuntamento di altissimo livello per gli

operatori del settore. Il ricco panel di relatori ha, infatti, rispecchiato la struttura dell’evento molto articolata

e trasversale rispetto alle diverse componenti del tema “rifiuti”. I lavori si sono aperti con una definizione del

quadro legislativo, sia nazionale sia comunitario, per chiarire gli obblighi cui sono sottoposti imprese e professionisti.

L’attenzione è poi stata rivolta alle logiche commerciali legate al ciclo dei rifiuti: riuscire a sottrarre ciò che è

rifiuto a un ciclo che lo destini inevitabilmente allo smaltimento in discarica e lo faccia rientrare all’interno di un

ciclo produttivo è sicuramente una leva di sviluppo per quanto riguarda il mercato dei prodotti e dei sottoprodotti.

Significativo, in questo senso, come i dati più recenti parlino di una diminuzione del conferimento in discarica o,

comunque, della produzione di rifiuti in genere, proprio perché si tende, in un momento di forte criticità economica,

a sottrarre dal ciclo di smaltimento ciò che può essere recuperato, ai sensi di legge, come materiale o sottoprodotto.

Il pomeriggio, invece, è stato dedicato all’analisi di prassi operative e casi d’eccellenza non solo per “socializzare”

esperienze virtuose, ma anche per analizzare tutte le possibili sfaccettature del tema rifiuti: la componente sanitaria

che ha nel caso “Campania” l’esempio più eclatante, ma che comunque riguarda altre realtà locali; l’impatto sociale

generato da realtà quali discariche o inceneritori, oggetto della cosiddetta sindrome “NIMBY”, recentemente

affiancata dalla cosiddetta “NYMTO”, acronimo di “not in my term of office”, ovvero la tendenza da parte di amministratori

locali a posticipare qualsiasi tipo di decisione oltre il termine del proprio mandato. Legato a doppio filo

alla componente dell’impatto sociale è poi il delicatissimo aspetto della comunicazione, vero e proprio strumento

strategico nei processi di creazione del consenso. Non da ultimo l’aspetto delle tecnologie riveste una grandissima

importanza sia sotto il punto di vista della ricerca e della sperimentazione sul campo sia rispetto all’obiettivo di

ottenere il massimo rendimento possibile da materiali che diversamente sarebbero destinati a smaltimento.

Il convegno si è confermato, quindi, un appuntamento estremamente interessante e formativo, come testimoniato dal

costante livello di attenzione dei numerosi partecipanti e dal dibattito che ha coinvolto pubblico e relatori.

8

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Rifiuti:

quale futuro per il “sistema”?

DI PAOLO MASSARINI, PRESIDENTE DEL COMITATO SCIENTIFICO DE “IL FUTURO DEL SISTEMA RIFIUTI”

«Quando una nazione ricca

installa una discarica in un paese

povero sta saccheggiando

il futuro di quell’agglomerato

umano» – Luis Sepulveda

Rifiuti come problema?

I rifiuti sono da sempre presenti nel

ciclo di vita dell’uomo ma, con l’avvento

della rivoluzione industriale ed

un lento ma generale e progressivo

innalzamento del livello di vita, si

presenta il problema dei rifiuti solidi

urbani. Il tema si allarga e dalle città

passa alla campagna e alle periferie.

Con il boom economico il problema

assume dimensioni sensibili in quanto

l’aumento di merci verso le città ha

come conseguenza un aumento della

produzione di rifiuti. Le comunità

cominciano ad organizzare il servizio

di raccolta e il tema trova la sua soluzione

finale nelle discariche che in

questa fase non sembrano costituire

un problema ambientale ma solo la

risposta più immediata al problema

della destinazione finale del rifiuto.

Negli anni ’90 parallelamente alla

coscienza ambientale si assiste ad un

cambiamento significativo del rapporto

cittadini/rifiuti e si iniziano ad

affermare concetti base quali “filiera

merceologica”, “gestione integrata”

e “tutela e presidio del territorio”; il

tutto con una tecnologia impiantistica

che si indirizza sempre più verso il

recupero e la valorizzazione energetica.

La discarica viene vista come una

soluzione non ottimale. Inizia una

nuova fase dei rifiuti. Il rifiuto non è

più solo un problema.

I numeri dei rifiuti

In Europa (UE27) una popolazione di

500 milioni di individui produce 256

milioni di tonnellate di rifiuti urbani

(dati 2009) con una media annua pro

capite di circa 500 kg. In Italia, nello

stesso anno, la produzione di rifiuti

urbani è di 32 milioni di tonnellate

che costituiscono però solamente il

20% delle 160 milioni di tonnellate

di rifiuti complessivi prodotti nel

nostro paese. Questi numeri danno

una dimensione del problema e fanno

capire quanto sia importante attivare

delle politiche virtuose atte a favorire

la riduzione dei rifiuti e il riciclaggio

degli stessi. Politiche virtuose che devono

tutelare le filiere del recupero,

del riciclaggio e della valorizzazione

dei rifiuti.

Rifiuti come una opportunità

di crescita e sviluppo?

La gestione dei rifiuti nata e strutturata

quindi negli anni per rispondere

ad esigenze di igiene urbana e

di decoro delle città viene relegata

in una prima fase a cenerentola dei

servizi pubblici. Solo in un secondo

momento il tema dei rifiuti viene

percepito come una possibile fonte di

business; il fenomeno va però subito

fuori controllo e diventa oggetto dei

più svariati interessi.

Il settore vive per anni in un limbo

e soffre della mancanza di identità.

Le attività erano (ed in parte sono)

gestite da aziende municipalizzate

costituite dai Comuni più grandi o,

nel caso di comuni più piccoli, svolte

in gestione diretta o affidata a piccoli

operatori privati locali. Questa condizione

non ha permesso di fatto uno

2012 www.ambientesicurezza24.com 9

RIFIUTI

sviluppo industriale del settore né

l’implementazioni di progetti, soluzioni

o innovazioni che traguardassero

il medio periodo.

Solo da qualche anno il settore sta vivendo

una fase di industrializzazione.

Questo processo virtuoso non è stato

però accompagnato da un analogo

processo virtuoso “istituzionale“. La

frammentarietà delle competenze e la

mancanza di norme chiare e univoche

fanno sì che spesso si generino differenti

scenari autorizzativi e/o operativi.

La frammentarietà territoriale e di

responsabilità produce inoltre piani

di gestione non integrati e condivisi a

tutti i livelli. Il tutto comporta infine

un freno al naturale processo di crescita

industriale del comparto.

Perché il pubblico deve

convivere con il privato

Altro tema non rinviabile è quello

della necessità di una semplificazione

e armonizzazione del quadro

normativo; tema questo che tocca

molti altri aspetti della nostra società

ma che in questo caso ha prodotto,

negli anni, un ritardo nello sviluppo

del settore. Semplificazione che non

va intesa come possibilità di legalizzare

scorciatoie per eludere norme e

prescrizioni, ma come assunzione di

responsabilità da parte della pubblica

amministrazione e piena partecipazione

alle scelte tecniche degli operatori.

La pubblica amministrazione

deve rivedere il suo approccio alle

tematiche dei rifiuti e ridisegnare il

suo ruolo che deve essere progettuale

e non solo autorizzativo.

Questi ultimi temi hanno una valenza

sociale non di poco conto. Ecco


RIFIUTI

quindi che il ruolo del pubblico sarà

sempre più importante e tanto più il

pubblico saprà dettare regole chiare e

definire una omogeneità di comportamento,

tanto più il settore privato

potrà rispondere con efficacia alle

istanze di sviluppo e tutela dell’ambiente

che vengono dalle comunità.

Oltre ai piani di localizzazione degli

impianti il prossimo tema che

le Regioni dovranno affrontare è la

redazione di piani di settore per il

recupero e l’ottimizzazione dei flussi.

Oggi aspetti del ciclo integrato dei

rifiuti quali il riutilizzo, il riciclaggio

dei rifiuti e l’uso dei materiali riciclati

meritano una maggiore attenzione

perché porteranno benefici sia in termini

di risparmio di materie prime

che in termini di sviluppo del mercato

delle materie seconde.

10

In sintesi la pubblica amministrazione

dovrà implementare sul territorio

un sistema organizzato ed omogeneo

nel quale sia certo il rispetto delle

regole e vengano favoriti gli scambi

ed i rapporti fra i soggetti principali.

Rifiuti a convegno?

Confrontandomi con operatori del

settore è emersa la necessità di costruire

un momento di riflessione

comune sulle tematiche correlate al

ciclo integrato della gestione dei rifiuti

e sinteticamente solo enunciate

nei punti precedenti. Ho verificato

che era molto sentita da tutti l’esigenza

di rappresentare proposte, progetti

e best practices di un settore spesso

considerato a basso contenuto tecnologico

e scientifico.

Questo primo convegno sulla gestio-

ne integrata dei rifiuti ha dimostrato

che ci sono operatori pubblici e privati,

università, enti di controllo e

associazioni che al di là del loro ruolo

e della loro mission hanno una forte

progettualità e proposte da metter in

campo per la risoluzione dei temi

legati allo sviluppo del settore. Sono

state illustrate teorie legate al controllo

ambientale degli impianti, al

riciclo, alla valorizzazione dei rifiuti

ma il filo conduttore è stato quello

di aver analizzato i vari aspetti della

gestione dei rifiuti sempre in chiave

propositiva.

Il successo del convegno soprattutto

dal punto di vista scientifico e di

attenzione del pubblico è di auspicio

per farne un appuntamento annuale

di confronto fra operatori, mondo

accademico e istituzioni. l

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Inquadramento normativo

comunitario e nazionale:

scenario e prospettive

DI STEFANO LAPORTA, DIRETTORE GENERALE ISPRA

Tutti gli atti strategici e regolamentari

dell’Unione

Europea, a partire dal VI

Programma di Azione per

l’ambiente, pongono come obiettivo

prioritario l’uso sostenibile delle risorse

correlandolo alla gestione sostenibile

dei rifiuti.

L’obiettivo è quello di garantire che

il consumo delle risorse rinnovabili e

non rinnovabili e l’impatto che esso

comporta non superi la capacità di

carico dell’ambiente e di ottenere lo

sganciamento dell’uso delle risorse

dalla crescita economica mediante un

significativo miglioramento dell’efficienza

dell’uso delle stesse, attuata

attraverso la “dematerializzazione”

dell’economia e la prevenzione dei

rifiuti.

Anche la Strategia tematica per la

prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti,

che rappresenta una delle sette

strategie tematiche di attuazione del

VI Programma d’Azione Comunitario

sull’Ambiente, indica una serie

di misure da attuare per migliorare

la gestione dei rifiuti, rafforzando

l’approccio secondo il quale i rifiuti

non sono più visti come una fonte di

inquinamento, bensì come un’importante

risorsa da gestire ed utilizzare

adeguatamente.

Più recentemente la Commissione

europea è intervenuta per ribadire le

priorità nella gestione dei rifiuti con

due Comunicazioni al Parlamento

europeo, al Consiglio, al Comitato

economico e sociale europeo e al Comitato

delle regioni: la prima del 26

gennaio 2011 “Un’Europa efficiente

nell’impiego delle risorse - Iniziativa

faro nell’ambito della strategia

Europa 2020” e la seconda del 20

settembre 2011 “Tabella di marcia

verso un’Europa efficiente nell’impiego

delle risorse”.

In particolare, con questo Atto strategico

la Commissione individua nel

dettaglio le azioni ed i tempi necessari

per arrivare concretamente, a livello

europeo ma anche mondiale, ad un

uso efficiente delle risorse. Si parte

dall’analisi del quadro dell’attuale

situazione che appare davvero allarmante:

oggi, nell’UE, ogni cittadino

consuma ogni anno 16 tonnellate di

materiali, 6 delle quali sono sprecate

(la metà finisce in discarica).

Secondo i dati resi disponibili da

Eurostat, nel 2010 i 27 Stati membri

dell’Unione europea hanno prodotto

circa 252 milioni di tonnellate

di rifiuti urbani, facendo registrare

una flessione di circa l’1,1% rispetto

al 2009, che segue una riduzione

dell’1,5% registrata tra il 2008 e il

2009. Considerando il raggruppamento

UE 15, la riduzione registrata

tra il 2009 e il 2010 è pari allo 0,9%

(da 218,2 a 216,2 milioni di tonnellate).

Sempre nel 2010, i dati relativi alla

gestione confermano che la percentuale

di rifiuti urbani smaltiti in

discarica è pari al 38% nei 27 Stati

membri; il 22% è avviato ad incenerimento,

mentre il 25% ed il 15% sono,

rispettivamente, avviati a riciclaggio

e compostaggio.

2012 www.ambientesicurezza24.com 11

RIFIUTI

Se i rifiuti sono destinati a diventare

una risorsa da reintrodurre nell’economia

come materia prima, occorre

attribuire una maggiore priorità al

riuso e al riciclaggio. In tale ambito

la Commissione intende:

• stimolare il mercato delle materie

secondarie e la domanda di materie

riciclate, attraverso incentivi

economici e l’elaborazione di criteri

per smettere di produrre rifiuti

(2013/2014);

• riesaminare gli obiettivi esistenti

in materia di prevenzione, riuso,

riciclaggio, recupero e di alternative

alla discarica per progredire verso

un’economia basata sul riuso e il riciclaggio,

con l’eliminazione quasi

completa dei rifiuti residui (2014);

• valutare l’introduzione di quote

minime di materie riciclate, di criteri

di durabilità e riutilizzabilità

ed estendendo la responsabilità del

produttore per i prodotti principali

(2012);

• valutare i settori in cui la legislazione

sui vari flussi di rifiuti potrebbe

essere allineata ai fini di una maggior

coerenza (2013/2014);

• continuare a lavorare in seno all’UE

e con i partner internazionali per

eliminare le spedizioni illegali di

rifiuti, in particolare dei rifiuti pericolosi;

• garantire che il finanziamento

pubblico, proveniente dal bilancio

dell’Unione europea, dia priorità

alle attività che si collocano ai livelli

più alti della gerarchia dei rifiuti


RIFIUTI

definiti nella direttiva quadro sui

rifiuti (per esempio, ad impianti di

riciclaggio) (2012/2013);

• agevolare lo scambio delle migliori

pratiche in materia di raccolta e

trattamento dei rifiuti tra gli Stati

membri e elaborare misure per

combattere più efficacemente le

violazioni della normativa UE sui

rifiuti (2013/2014).

Accanto agli Atti strategici dell’Unione

Europea, sul piano prettamente

regolamentare, si pone la direttiva

2008/98/CE “relativa ai rifiuti

e che abroga alcune direttive” che

sostituisce, abrogandole, la direttiva

2006/12/ CE, la direttiva 91/689/CEE

sui rifiuti pericolosi e la direttiva

75/439/CEE sugli oli usati. La direttiva

è intervenuta a modificare in maniera

sostanziale il quadro giuridico

in materia di rifiuti.

Come evidenziato, già il VI Programma

Comunitario di azione in

materia di ambiente sollecitava, tra

l’altro, l’estensione o la revisione

della normativa sui rifiuti e l’introduzione

di misure che garantissero

la separazione alla fonte, la raccolta

ed il riciclaggio dei flussi prioritari,

nonché, nella stessa ottica, di stabilire

una chiara e definitiva distinzione

tra le operazioni di “recupero e di

smaltimento”.

La nuova disciplina introduce significative

novità volte a rafforzare

i principi della precauzione e prevenzione

nella gestione dei rifiuti, a

massimizzare il riciclaggio/recupero

ed a garantire che tutte le operazioni

di gestione, a partire dalla raccolta,

avvengano nel rispetto di rigorosi

standard ambientali.

La direttiva è stata recepita nell’ordinamento

nazionale con il Decreto legislativo

3 dicembre 2010, n. 205 (So

n. 269 alla G.U. 10 dicembre 2010

n. 288) che ha modificato profondamente

la parte quarta del D.Lgs. n.

152/2006, in alcune parti, totalmente

riscritta.

In particolare, il novellato articolo

179 del d.lgs. n.152/2006 dando attuazione

a quanto disposto dall’art. 4

della direttiva 2008/98/CE stabilisce

l’ordine di priorità della normativa e

12

della politica in materia di prevenzione

e gestione dei rifiuti.

La prevenzione rimane la priorità

assoluta, seguita dalla preparazione

per il riutilizzo, dal riciclaggio, dal

recupero di altro tipo, quale ad esempio

il recupero di energia ed, infine,

dallo smaltimento.

È importante sottolineare che

nell’applicare la gerarchia della gestione

dei rifiuti, si devono adottare

misure volte a incoraggiare le opzioni

che diano il miglior risultato ambientale

complessivo. Detto risultato

viene raggiunto tenendo in debito

conto, oltre ai principi generali di

protezione dell’ambiente e della salute,

anche fattori quali la fattibilità

tecnica e la praticabilità economica

e, più in generale, gli impatti sociali

ed economici.

Tale approccio, basato sull’analisi

degli impatti complessivi generati

durante l’intero ciclo di vita di un

prodotto, potrà portare, in via eccezionale,

ad uno scostamento dalla

gerarchia di gestione per specifici

flussi di rifiuti.

Per facilitare l’applicazione della gerarchia

del trattamento dei rifiuti, così

come definita, le pubbliche amministrazioni

sono chiamate a promuovere

una serie di azioni quali:

• lo sviluppo di tecnologie pulite, che

permettano un uso più razionale e

un maggiore risparmio di risorse

naturali;

• la messa a punto tecnica e l’immissione

sul mercato di prodotti concepiti

in modo da ridurre, durante

l’intero ciclo di vita, la quantità o

la nocività dei rifiuti e i rischi di

inquinamento;

• lo sviluppo di tecniche appropriate

per l’eliminazione di sostanze pericolose

contenute nei rifiuti al fine di

favorirne il recupero;

• condizioni di appalto che favoriscano

il mercato di materiali riciclati;

• l’impiego dei rifiuti per la produzione

di combustibili e, più in generale,

l’impiego dei rifiuti come altro

mezzo per produrre energia.

Per garantire l’attuazione di politiche

di prevenzione, considerate priori-

tarie nell’ambito della gerarchia di

gestione, viene disposto che, entro

il 12 dicembre 2013 1 , il Ministero

dell’Ambiente e della tutela del territorio

e del mare adotti, un Programma

nazionale di prevenzione dei rifiuti

ed elabori indicazioni affinché detto

programma sia integrato nei piani

regionali di gestione dei rifiuti.

I programmi di prevenzione hanno

come obiettivo quello di dissociare

la crescita economica dagli impatti

ambientali connessi alla produzione

dei rifiuti.

In conformità a quanto previsto dalla

direttiva 2008/98/CE, sia il Programma

Nazionale che i Programmi Regionali,

elaborati sulla base di quello

nazionale, dovranno fissare obiettivi

di prevenzione. Il Ministero dell’Ambiente,

della tutela del territorio e del

mare ha l’obbligo di descrivere le

misure di prevenzione esistenti, valutare

l’utilità degli esempi di misure

indicate nell’allegato L del D.Lgs. n.

205/2010 o di altre misure adeguate,

nonché assicurare la disponibilità di

informazioni sulle migliori pratiche

in materia di prevenzione dei rifiuti

e, nel caso, elaborare linee guida per

assistere le regioni nella preparazione

dei programmi regionali.

Al fine di garantire il monitoraggio

dei Programmi di prevenzione e valutare

i progressi realizzati nell’attuazione

delle misure, il Ministero

dell’Ambiente e della tutela del territorio

e del mare dovrà individuare

specifici parametri qualitativi o quantitativi

per le misure di prevenzione e

stabilire traguardi e indicatori.

Altre misure per promuovere la prevenzione

sono individuate all’articolo

180-bis che stabilisce che le pubbliche

amministrazioni promuovano

specifiche iniziative dirette a favorire

il riutilizzo dei prodotti e la preparazione

per il riutilizzo dei rifiuti quali,

ad esempio, l’adozione di strumenti

economici, di misure educative, di

accordi di programma.

1 Tale termine è stato ora anticipato al 31

dicembre 2012, con il decreto-legge 25 gennaio

2012, n. 2, recante misure straordinarie e

urgenti in materia ambientale, convertito con

modifi cazioni dalla L. 24 marzo 2012, n. 28.

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Sempre in tale ambito si colloca la

previsione dell’adozione, da parte

delle stesse Pubbliche Amministrazioni,

di criteri di valutazione per

l’affidamento di contratti pubblici

basati sulle caratteristiche ambientali

ed il contenimento dei consumi

energetici; a tal fine, (entro sei mesi

dall’entrata in vigore del decreto legislativo)

il Ministero dell’Ambiente

dovrà stabilire gli obiettivi di sostenibilità

ambientale negli acquisti da

parte della P.A.

Con uno o più decreti del Ministero

dell’Ambiente, (da emanarsi entro

sei mesi), dovranno essere, anche, definite

le modalità operative per la costituzione

e il sostegno di centri e reti

accreditati, compresa la definizione

di procedure autorizzative semplificate

ed un catalogo esemplificativo

di prodotti e rifiuti di prodotti che

possono essere sottoposti, rispettivamente,

a riutilizzo o a preparazione

per il riutilizzo.

Al fine di favorire lo sviluppo di

un’autentica industria della gestione

dei rifiuti e per la promozione e

realizzazione della “società del riciclaggio”,

il D.Lgs. n. 205/2010

introduce nuove definizioni, precisa

le nozioni di recupero e smaltimento,

fissa obiettivi di riciclaggio e recupero,

ed individua specifiche misure per

realizzarli.

Le misure più importanti per aiutare

l’Italia ad avvicinarsi a una “società

del riciclaggio”, cercando di evitare

la produzione dei rifiuti e di utilizzarli

come risorse sono indicate all’articolo

181.

I comuni, sulla base dei criteri stabiliti

dal MATTM e dalle regioni,

dovranno realizzare, entro il 2015,

la raccolta differenziata almeno di

carta, metalli, plastica e vetro, e ove

possibile, del legno,

Viene, quindi, riconosciuto alla raccolta

differenziata il ruolo di strumento

essenziale per garantire il

riciclaggio di qualità delle diverse

frazioni merceologiche contenute nei

rifiuti urbani.

La raccolta differenziata, attuata

in conformità a quanto disposto

dall’articolo 205 del citato D. Lgs.

n.152/2006, ed ulteriori misure adot-

tate dai comuni sono funzionali al

raggiungimento di specifici obiettivi

di preparazione per il riutilizzo e di

riciclaggio da raggiungere, entro il

2020.

I target interessano sia le frazioni di

rifiuti provenienti dai nuclei domestici

(almeno carta, metalli, plastica e

vetro) o di altra origine, nella misura

in cui tali flussi di rifiuti siano simili

a quelli domestici, sia i rifiuti da

costruzione e demolizione non pericolosi,

escluso il materiale allo stato

naturale individuato dal codice 17 05

04 dell’elenco europeo dei rifiuti.

Nello specifico, i primi dovranno essere

preparati per il riutilizzo ovvero

riciclati per almeno il 50% in peso,

quelli da costruzione e demolizione

per almeno il 70%.

Sempre con il medesimo obiettivo di

rendere residuale lo smaltimento dei

rifiuti a vantaggio di tutte le forme di

prevenzione, riciclaggio e recupero,

viene introdotto, in conformità alla

direttiva 2008/98/CE, il principio

della responsabilità del produttore.

La responsabilità individuale del

produttore rappresenta uno stimolo

notevole a modificare le caratteristiche

progettuali dei prodotti per

promuoverne la riciclabilità o ridurre

la produzione dei rifiuti.

Inoltre, imponendo ai produttori di

sostenere il costo del riciclo dei prodotti

al termine del ciclo di vita, si

fa leva sul loro ruolo specifico nella

catena produttori - consumatori - gestori

dei rifiuti per finanziare il riciclo

e incorporarne i costi di gestione nel

prezzo del prodotto. In questo modo

si mira anche ad incentivare i produttori

a ridurre il costo del riutilizzo e

del riciclo dei loro prodotti, ad esempio

scegliendo soluzioni progettuali o

materiali pensati per il riciclo.

Infine, la normativa delinea un nuovo

quadro anche in tema di pianificazione

della gestione dei rifiuti; in

particolare, la norma precisa meglio

l’ambito di applicazione e il contenuto

dell’obbligo di predisposizione

dei piani per la gestione dei rifiuti,

prendendo in considerazione, nel

processo di elaborazione dei piani,

anche gli impatti ambientali derivanti

dalla produzione e dalla gestione dei

2012 www.ambientesicurezza24.com 13

RIFIUTI

rifiuti stessi. Viene, inoltre, stabilito

che i piani si conformino alle prescrizioni

in materia di pianificazione

nel settore dei rifiuti con riferimento

all’articolo 14 della direttiva 94/62/

CE e alla strategia per la riduzione

dei rifiuti biodegradabili conferiti in

discarica di cui all’articolo 5 della

direttiva 1999/31/CE.

Gli ambiti delle funzioni statali, in

materia di rifiuti sono individuati, al

comma 1 dell’articolo 195 che attribuisce

allo Stato: funzioni di indirizzo

e coordinamento, di definizione di

criteri, metodologie e linee guide,

il cui esercizio, salvo che sia diversamente

disposto, avviene ai sensi

della L. n. 400 del 1988, su proposta

del Ministro dell’Ambiente e della

tutela del territorio, di concerto con

i Ministri delle Attività produttive,

della Salute e dell’Interno, sentite

la Conferenza unificata, le regioni e

le province autonome di Trento e di

Bolzano. Nel comma 2 dell’art. 195

vengono, invece, elencate le categorie

di norme regolamentari e tecniche che

devono essere elaborate dallo Stato.

L’articolo 196 disciplina le competenze

delle regioni individuando le

funzioni (lettere dalla “a” alla “p”) di

loro spettanza. Fra di esse, si evidenziano,

in primo luogo, le competenze

a predisporre (sentiti le province,

i comuni e le Autorità d’ambito) i

piani regionali di gestione dei rifiuti

(comma 1, lett. a), il cui contenuto

necessario è regolato dall’art. 199 del

D. Lgs. 152/2006.

I compiti di pianificazione così come

delineati nel quadro normativo

descritto, a livello nazionale e regionale,

dovrebbero integrarsi in modo

che la gestione dei rifiuti sia oggetto

di una strategia di pianificazione integrata

e coordinata fra il livello statale

e regionale.

L’implementazione delle disposizioni

normative fin qui descritte dovrebbero

aiutare il nostro Paese a realizzare una

gestione sostenibile dei rifiuti.

L’attuale situazione nazionale, rappresentata

dagli ultimi dati ancora

provvisori del Rapporto Rifiuti Urbani

di ISPRA, evidenzia che la produzione,

nell’anno 2010, risulta pari a poco

meno di 32,5 milioni di tonnellate,


RIFIUTI

facendo rilevare una crescita percentuale

pari all’1,1% circa rispetto al

2009. Tale crescita fa seguito ai cali di

produzione rilevati tra il 2007 e il 2008

(-0,2%) e tra il 2008 e il 2009 (-1,1%).

L’andamento della produzione dei

rifiuti urbani appare, in generale, coerente

con il trend degli indicatori socio-economici,

quali prodotto interno

lordo e spese delle famiglie.

Per quanto riguarda i valori di produzione

pro capite, si osserva, tra il

2009 e il 2010, una crescita a livello

nazionale di 4 kg per abitante per

anno, corrispondente ad un incremento

percentuale dello 0,7% circa,

che porta il valore di produzione pro

capite dei rifiuti urbani a circa 536 kg

14

per abitante per anno.

Un importante elemento di valutazione

dell’andamento del sistema di

gestione dei rifiuti urbani riguarda

la raccolta differenziata: continua il

trend di crescita anche nel 2010, che

raggiunge il 35,3% della produzione

totale dei rifiuti urbani, mentre nel

2009 si assestava al 33,6% circa.

La situazione appare, tuttavia, notevolmente

diversificata nelle tre macroaree

geografiche. Il Nord si colloca,

nel 2010, ad una percentuale pari al

49,1%, mentre il Centro ed il Sud si

attestano, nello stesso anno, a tassi pari,

rispettivamente, al 27,1% e 21,2%.

Parallelamente allo sviluppo della

raccolta differenziata, si va conso-

lidando un sistema industriale per

il riciclo dei materiali raccolti separatamente

che riguarda ormai il

31% del totale dei rifiuti urbani prodotti;

siamo, tuttavia, ancora lontani

dall’obiettivo del 50% previsto

dalla legislazione per il 2020. Questi

risultati sono il frutto del maggior

impegno mostrato anche da alcune

realtà del Sud che hanno attivato sistemi

di raccolta differenziata di tipo

domiciliare.

La discarica si conferma, purtroppo,

la forma più diffusa di smaltimento

dei rifiuti urbani, nonostante sia

l’opzione meno adeguata dal punto

di vista ambientale (46% dei rifiuti

prodotti). l

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Gestione dei rifi uti e

politiche comunitarie

2012 www.ambientesicurezza24.com 15

RIFIUTI

DI ROBERTO TORTOLI, VICE PRESIDENTE COMMISSIONE AMBIENTE TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI, CAMERA DEI DEPUTATI

Uno degli obiettivi principali

della politica comunitaria è

un uso più efficiente delle

risorse al fine di ridurne le

ripercussioni negative sull'ambiente

e sulla salute nell'intero ciclo di vita.

Questo approccio per una più razionale

gestione di tutti i materiali e le

risorse naturali nel corso del loro ciclo

di vita si applica anche alla gestione

dei rifiuti ed è stato ribadito in diversi

documenti comunitari.

La tabella di marcia per un uso efficiente

delle risorse contenuta nella

Comunicazione della Commissione

europea del 20 settembre

2011 (COM2011 571 def) dedica

uno spazio importante al riutilizzo,

nell’ambito dei processi produttivi,

di materie prime scartate come rifiuti

attraverso il riciclo e il recupero

secondo una logica di uso efficiente

delle risorse nel loro ciclo di vita.

Ogni anno nell’Unione europea in

media solo il 40% dei rifiuti solidi

viene riutilizzato o riciclato, il resto

è messo in discarica o è destinato

all’incenerimento. L’Unione europea

si è posta un obiettivo ambizioso che

è quello di addivenire nel 2020 alla

completa gestione del rifiuto come

risorsa e per far questo adotterà una

serie di iniziative nei prossimi anni

che punteranno sempre più sul riutilizzo

e il riciclaggio.

Ricordo che con l'adozione della

direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/

CE del Parlamento europeo e del

Consiglio è stato introdotto il concetto

di “ciclo di vita” nella gestione

dei rifiuti – considerati come risorse

e non come materiali di scarto – ed è

stata definita la cosiddetta “gerarchia

dei rifiuti” privilegiando azioni di

prevenzione, riutilizzo, riciclaggio

e recupero, considerando lo smaltimento

in discarica come soluzione

residuale. La direttiva comunitaria

è stata recepita dall'Italia con il decreto

legislativo n. 205 del 2010 che

ha modificato il Codice ambientale

introducendo nell'ordinamento

interno, tra gli altri, i concetti di

“sottoprodotto” e “cessazione della

qualifica di rifiuto” (cosiddetto end

of waste). Nell'ottica di perseguire

le priorità nella gerarchia dei rifiuti

sono previsti alcuni obiettivi, tra i

quali quello di assicurare il 65%

della raccolta differenziata entro il

31 dicembre 2012, un obiettivo che

difficilmente sarà perseguibile entro

la fine di quest'anno. Il recepimento

della normativa comunitaria

ha determinato un nuovo approccio

nella politica nazionale in materia

di rifiuti, passi importanti sono stati

fatti ma molto resta da fare se si

pensa all'incidenza delle procedure

di infrazione in materia di rifiuti che

tuttora rappresentano il 20 per cento

di quelle relative al settore ambientale

complessivamente considerato.

Tra le azioni principali su cui puntare

occorre, pertanto, per un verso ridurre

lo smaltimento in discarica e, per

l'altro, aumentare la raccolta differenziata

che registra ritardi in alcune

aree del Meridione. La Commissione

ambiente della Camera, di cui sono

vicepresidente, ha avuto modo di evidenziare

la necessità di insistere su

queste azioni in occasione dell'esame

della relazione della Commissione al

Parlamento europeo, al Consiglio,

al Comitato economico e sociale

europeo e al Comitato delle regioni

concernente la strategia tematica

sulla prevenzione e il riciclaggio dei

rifiuti (COM(2011)13 definitivo), a

conclusione della quale è stato approvato

un documento conclusivo il

22 giugno dell'anno scorso. Il Parlamento

è sempre più attento all'esame

dei documenti comunitari e questo,

a mio avviso, è fondamentale perché

occorre intervenire sempre più nella

fase ascendente delle politiche comunitarie.

L'importanza di una gestione razionale

dei rifiuti può avere effetti positivi

nella fornitura di materie prime,

nella produzione di energia e nella

creazione di nuovi posti di lavoro.

Di fronte alla crescente dipendenza

dell'Unione europea dall'importazione

di materie prime da Paesi terzi le

politiche in materia di rifiuti possono

contribuire allo sviluppo dei mercati

delle materie prime secondarie. Per

quanto riguarda la creazione di posti

di lavoro è particolarmente significativa

la valutazione della Commissione

europea secondo cui il riciclo

del 70 per cento dei rifiuti a livello

di UE assicurerebbe la creazione di

500 mila nuovi posti di lavoro. Per

questo, nel difficile momento che

stiamo vivendo è strategico puntare

a una corretta gestione dei rifiuti, che

rappresenta una grande opportunità,

perché, oltre a ridurre le ripercussioni

negative sull'ambiente, può avere

ricadute benefiche sull'economia.

Per garantire il successo di questa

strategia fondamentale sarà comunque

il coinvolgimento della società

civile e questo andrà tenuto presente

nell'adozione delle future politiche.l


RIFIUTI

Gestione dei rifiuti:

“decreto 231” e strumenti privatistici

DI FRANCESCO BRUNO, PROFESSORE ASSOCIATO DIRITTO AMBIENTALE UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DEL MOLISE

Premessa

Per un giurista partecipare ad una

iniziativa sul futuro del sistema dei

rifiuti è assai difficile, oltre ad essere

probabilmente anche pericoloso. Di

fronte all’evoluzione tumultuosa di

un così complesso sistema di norme

è impossibile provare a delinearne le

prospettive di sviluppo: il futuro mai

è stato così ignoto e pieno di insidie

per chi studia la gestione dei rifiuti.

D’altronde che debba essere l’uomo

ad organizzarsi (in modo efficiente)

per “curare” lo spazio dove vive, non

è richiesta nuova. Già nell’Antico Testamento

ci sono testimonianze in tal

senso: in Genesi, 1, 26, sono sostanzialmente

già specificati i principi

(di responsabilità e di prudenza) che

governano il moderno diritto ambientale:

Il Creatore ha voluto creare un

essere vivente…con la capacità di

comprendere la natura e le leggi della

natura e di intervenire modificando

gli esseri, non viventi e viventi, per

difendersi dai pericoli provenienti

da essi e per trarre un determinato

vantaggio”. In questo senso, Dio ha

posto l’uomo come “giardiniere della

creazione”, il quale deve agire con responsabilità

per coltivare e custodire

il creato. E il cercare di ottimizzare

la gestione dei rifiuti, in chiave moderna,

ovviamente rientra tra i suoi

compiti.

L’Unione Europea e la normativa

in tema di rifiuti: nuovi

obblighi e nuovi reati

Dopo un lungo percorso che ha portato

alla creazione di una politica

ambientale certamente tra le più attente

alle esigenze dello sviluppo

16

sostenibile 1 , la gestione dei rifiuti

nell’Unione Europea si fonda attualmente

su due pilastri normativi: la

direttiva quadro sui rifiuti 2008/98

(già recepita celermente nella Parte

Quarta del d.lgs. 3 aprile 2006, n.

152 2 - cd. Codice ambientale - con

il d.lgs. n. 205/2010) e la direttiva

2008/99 sulla responsabilità penale

(anche delle imprese, società ed enti)

nel settore ambientale.

La prima è già stata oggetto di vari

approfondimenti. Qui si sottolinea

solo che vi è stabilito che vi sia una

gerarchia di gestione dei rifiuti: a)

prevenzione; b) preparazione per il riutilizzo;

c) riciclaggio; d) recupero di

altro tipo, per esempio il recupero di

energia; e e) smaltimento. Gerarchia

che assume carattere prescrittivo per

i vari Stati membri e non solo indicativo

(e da qui le note condanne, anche

recenti, dell’Italia per omissione di

attuazione del diritto comunitario).

Tale provvedimento e gli ultimi documenti

della UE sembrerebbero indirizzare

il sistema verso una gestione

integrata dei rifiuti a livello europeo.

Difatti, in un recentissimo documento

delle istituzioni comunitarie 3 si

evidenzia la forte disparità tra i vari

Stati membri nella gestione dei rifiuti

1 Sulla politica ambientale comunitaria ci

permettiamo di rinviare a M. Benozzo e F.

Bruno, La valutazione di incidenza, Milano,

2009.

2 Sul D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 v. A. Germanò,

E. Rook Basile, F. Bruno e M. Benozzo,

Commento al Codice dell’ambiente, Torino,

2008.

3 European Commission (DG ENV) Use of

Economic Instruments and Waste management

Performances-Final Report- 10 april

2012 – Contract ENV.G.4/FRA/2008/0112.

(in alcuni stati vi è un 97 per cento di

percentuali di riciclo e/o recupero)

e si intravedono due linee di intervento.

Una di tipo privatistico, cioè

che incide direttamente sui soggetti

produttori con i seguenti strumenti

(peraltro in parte già esistenti ma

che devono essere in molte parti del

territorio comunitario attuate). Nella

introduzione di questo documento è

precisato che tali strumenti dovrebbero

consistere in:

–“ imposte e/o divieti sulle discariche

e sull’incenerimento – i risultati

dello studio sono inequivocabili:

le percentuali di conferimento in

discarica e di incenerimento sono

scese nei paesi in cui imposte o

divieti hanno innalzato i costi di

tali operazioni;

– sistemi di “paga quanto butti” si

sono rivelati molto efficienti nel

prevenire la produzione di rifiuti

ed incoraggiare i cittadini a partecipare

alla raccolta differenziata;

– meccanismi di responsabilizzazione

dei produttori hanno consentito

a vari Stati membri di raccogliere

e ridistribuire i fondi necessari a

migliorare la raccolta differenziata

e il riciclaggio. Tuttavia, date le

grandi divergenze riscontrate fra

Stati membri e fra flussi di rifiuti in

termini di efficienza rispetto ai costi

e di trasparenza, questi programmi

presuppongono una pianificazione

accurata ed un monitoraggio

attento.”

In secondo luogo, è previsto un meccanismo

di programmazione di gestione

dei rifiuti a livello comunitario.

In altre parole, si inciderà in modo

rilevante sulla programmazione dei

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paesi membri; programmazione che

dovrebbe tener conto anche delle

condizioni geo morfologiche dei vari

territori. In altre parole, in attuazione

del principio di sussidiarietà, potrebbe

esserci un piano dei rifiuti europeo

che dovrebbe, almeno nelle intezioni

delle istituzioni europee, aiutare gli

Stati ancora indietro nelle corrette

procedure gestionali. Peraltro, la

Commissione sta inserendo altresì

la “buona gestione dei rifiuti” fra le

condizioni per l’ottenimento di determinati

fondi europei.

Il secondo “pilastro” è integrato dalla

direttiva 2008/99/CE sulla «tutela

penale dell’ambiente» (e sulla sua attuazione

in Italia attraverso il “decreto

231”), la quale merita particolare

attenzione per le sue peculiarità e le

conseguenze della sua introduzione,

ancora non fattive ed esternate.

Tale provvedimento si prefissa

l’obiettivo di intervenire attivamente

per contrastare l’«aumento dei reati

ambientali e… le loro conseguenze,

che sempre più frequentemente si

estendono al di là delle frontiere degli

Stati in cui i reati vengono commessi»

(considerando n. 2), nonché «per

garantire che le norme sulla tutela

dell’ambiente siano pienamente efficaci»

e rispettate (considerando n. 8).

In particolare, in ragione dell’incapacità

degli Stati membri di contrastare

efficacemente fattispecie dannose

per l’ecosistema (considerando n.

14) e dell’intenzione di amplificare

qualitativamente l’indice di riprovazione

sociale di tali condotte (considerando

n. 3), si è cercato di creare

una disciplina sanzionatoria europea

uniforme.

La prima questione che si pone riguarda

la “potestà” punitiva europea,

ossia se sia possibile che la UE si

spinga fino ad appropriarsi della prerogativa

esclusiva degli Stati membri

nell’esercizio di tale potere, per vincolarli

ad introdurre disposizioni di

diritto penale, il tutto senza una norma

primaria che sia fondativa di una

simile competenza. Su tale questione

è stato affermato che la Direttiva non

giunge fino all’estremo sacrificio

della sovranità statale in materia,

fermandosi ad un livello minimo di

penalizzazione che fa salvi, da un

lato, la scelta nazionale di riservare

alla tutela penale dell’ambiente eventualmente

“misure più stringenti”,

dall’altro, di scegliere la tipologia

delle pene e la loro intensità, ma sempre

e comunque nei limiti del rispetto

del vincolo di applicazione di «sanzioni

penali efficaci, proporzionate e

dissuasive» (artt. 5 e 7) 4 .

La tutela penale “minima” prevista

nella direttiva obbliga i legislatori nazionali

ad adottare un modello di illecito

ambientale caratterizzato 5 :

a) dalla rilevanza oggettiva delle conseguenze

che il comportamento posto

in essere provoca, o può provocare, sia

nei confronti della integrità fisica delle

persone, sia nei riguardi delle risorse

ambientali, risultando irrilevanti ai

fini della configurazione dell’illecito

le «quantità… [e gli] impatti trascurabili»

(art. 3, lett. “f” e “g”);

b) dalla gravità dell’elemento soggettivo:

intenzionale o per grave negligenza

(art. 3 e considerando n. 7);

c) dalla possibilità che, se a vantaggio

di una persona giuridica e realizzato

da soggetti titolari «di una posizione

dominante in seno alla stessa» ovvero,

in difetto di controllo, da un

sottoposto, di illecito penale debba

rispondere anche la persona giuridica

con proprie sanzioni (artt. 6 e 7);

d) dal fatto che siano puniti i favoreggiatori

e gli istigatori intenzionali della

commissione di tale crimine (art. 4);

e) dalla circostanza che il comportamento

punito sia non solo quello

attivo, ma anche «l’inosservanza di

un obbligo di agire [che abbia] gli

stessi effetti della condotta attiva»

(omissione) (considerando n. 6).

La responsabilità delle persone

giuridiche per la gestione

dei rifiuti

4 M. Benozzo, La direttiva della tutela penale

dell’ambiente tra intenzionalità, grave

negligenza e responsabilità delle persone

giuridiche, in Diritto e giurisprudenza agraria,

alimentare e dell’ambiente, 2009, n. 5,

pag. 299.

5 Così A.L. Vergine, Nuovi orizzonti del diritto

penale ambientale?, in Ambiente & Sviluppo,

2009, p. 10

2012 www.ambientesicurezza24.com 17

RIFIUTI

Soprattutto merita interesse l’introduzione

dei reati in tema di rifiuti (e

di quelli ambientali in genere) nell’alveo

di applicazione dei “reati presupposto”

della disciplina sulla responsabilità

amministrava degli enti. Invero,

oggi il principio per cui è responsabile

penalmente solo la persona fisica

che commette il reato (riconducibile

all’art. 27 della Costituzione), e non

l’ente per cui lavora o che rappresenta,

coesiste con il d.lgs. 8 giugno 2001, n.

231 (c.d. decreto 231).

Lo schema è noto. E’ disposta la responsabilità

amministrativa di società

ed associazioni con o senza personalità

giuridica, per alcune tipologie

di reati commessi, nell’interesse o a

vantaggio degli stessi, da dipendenti

o amministratori. Tali fattispecie, data

la loro gravità “sociale”, estendono

alla persona giuridica una responsabilità

che espone l’ente a sanzioni

pecuniarie e a misure interdittive,

come la sospensione dell’attività o il

sequestro dell’azienda. Responsabilità

che si aggiunge (non si sostituisce)

a quella delle persone fisiche che materialmente

hanno realizzato l’illecito

e che può essere evitata attraverso la

predisposizione di specifici modelli

organizzativi aziendali.

L’attuazione della direttiva 2008/99

è avvenuta dapprima con la legge comunitaria

2009, la quale ha delegato

il governo al suo recepimento e ad

estendere agli illeciti ambientali la

disciplina della responsabilità amministrativa

delle persone giuridiche e

degli enti.

La delega era ambiziosa prevedendo,

per un verso, l’attuazione della

direttiva europea sulla tutela penale

dell’ambiente, per l’altro, disponendone

il coordinamento con il decreto

231. Come sarebbe dovuto avvenire

tale coordinamento, però, non era

chiaro. La direttiva sulla tutela penale

dell’ambiente disponeva (e dispone

tutt’ora) che venisse estesa alle persone

giuridiche la responsabilità per

gli illeciti ambientali anche in caso di

“grave negligenza” (considerando 7 e

art. 3), così accomunando tali reati a

quelli sulla tutela della sicurezza dei

lavoratori (già inseriti nel decreto 231


RIFIUTI

all’art. 25-septies). Altrettanto complesso

era (ed è) il passaggio in cui

nella direttiva comunitaria si precisa

che è estesa alle persone giuridiche

la responsabilità per i reati commessi

dai “sottoposti” in conseguenza di

una “carenza di sorveglianza o controllo”

(art. 6, par. 2).

Ci si chiedeva pertanto come sarebbe

stato formulato tale illecito nel nostro

ordinamento e con quali “gradazioni”

soggettive avrebbe portato alla responsabilità

amministrativa degli enti.

Oltre al fatto che si era preoccupati

se la misura della confisca, in caso

di illeciti collegati a contaminazioni,

avrebbe avuto ad oggetto l’immobile

(terreno o stabilimento) ove è esercitata

l’attività produttiva.

La delega sarebbe potuta essere una

irripetibile occasione per intervenire

in maniera sistematica sull’intero

sistema sanzionatorio ambientale,

in modo da superare le irrazionalità

di alcuni illeciti (come la violazione

occasionale dei limiti legali agli

scarichi) e quella sostanziale attuale

inefficacia ed iniquità della disciplina,

confermata dai dati statistici (le

condanne definitive per reati ambientali

sono esigue e rare in rapporto

alla quantità delle condotte illecite).

Tant’è che ci eravamo permessi di

scrivere che “solo un intervento generale

ed equilibrato di riformulazione

dei vincoli ecologici alle imprese

potrebbe davvero tutelare l’interesse

collettivo della preservazione della

natura; un inasprimento legislativo,

senza una organica riforma del sistema,

potrebbe invece risolversi in un

ulteriore (iniquo) vincolo allo sviluppo

del sistema produttivo” 6 .

Il d.lgs. 7 luglio 2011 n. 121 è stato

il risultato finale di questo rilevante

passaggio normativo per il sistema di

gestione dei rifiuti. La scelta effettuata

è stata la più semplice. Sono stati

introdotti limitati nuovi illeciti, sottintendendo

che tutte le altre condotte

individuate nella direttiva sono già

sanzionate nel nostro ordinamento;

gli altri reati a tutela dell’ambiente

6 Su Il sole 24 ore del 6 giugno 2010 con un

articolo dal titolo “L’arma della 231 per la

tutela dell’ambiente”.

18

sono diventati “reati presupposto” ai

sensi del decreto 231.

I nuovi reati ambientali introdotti nel

codice penale sono perciò solo due. Il

primo (l’art. 727 bis) è rubricato “uccisione,

distruzione, cattura, prelievo

o possesso di esemplari di specie

animali o selvatiche protette” ed è

certamente di minimo impatto per le

attività produttive. Il secondo è finalizzato

a rendere concreta ed efficace

la tutela dei siti protetti comunitari

della rete “Natura 2000”: chiunque

“distrugge o comunque deteriora in

modo significativo un habitat all’interno

di un sito protetto è punito con

l’arresto fino a diciotto mesi e con

l’ammenda non inferiore a 3000 euro”

(nuovo art. 733 bis). Si tratterà

di comprendere i contorni della condotta.

Se con “habitat” si intendono

tutti gli elementi ambientali, cioè

sottosuolo, falde acquifere, suolo, acque

superficiali e atmosfera, potrebbe

essere stato inserito una fattispecie di

reato direttamente collegata esclusivamente

al fatto di aver effettuato

una contaminazione, seppur in zone

limitate (quelle protette dalla rete europea

“Natura 2000” 7 ). Se così fosse,

nei siti protetti comunitari la conservazione

della natura assumerebbe

connotati maggiormente incisivi,

anche rispetto alle altre zone protette

dal diritto interno (parchi nazionali e

regionali) che non godrebbero di tale

protezione dall’ordinamento penale.

Venendo alla estensione dei reati ambientali

al decreto 231, i più rilevanti

(a cui sono collegate sia sanzioni

pecuniarie, sia le rilevanti sanzioni

interdittive fino ad un massimo di

sei mesi) sono: lo scarico illecito di

acque reflue industriali, la discarica

abusiva, le attività organizzate per il

traffico illecito di rifiuti e l’inquinamento

marino colposo e doloso da

navi. Per le attività illecite di gestione

dei rifiuti, di omessa bonifica di siti

inquinati e di emissioni in atmosfera,

sono disposte considerevoli sanzioni

pecuniarie.

Le imprese dovranno intensificare

i controlli di gestione ambientale e

7 Sulle aree “Natura 2000”, v. M. Benozzo

e F. Bruno, La valutazione di incidenza cit.

redigere (se non lo hanno ancora fatto)

o implementare (se già lo hanno

predisposto) il modello comportamentale

previsto dal decreto 231. Solo

in questo modo potranno provare

all’autorità giudiziaria di aver posto

in essere tutte le misure necessarie

alla preservazione degli ecosistemi.

Si tratta di un passaggio delicato, in

quanto tali reati sono perlopiù contravvenzionali,

cioè è tendenzialmente

sufficiente l’elemento soggettivo

della colpa per integrarne la condotta

(con tutte le conseguenze, ad

esempio, su prescrizione, oblazione,

ecc.). E la tipica figura di colpa che

interviene in questi casi è la “colpa in

vigilando”, molto difficile da evitare,

soprattutto nelle realtà produttive più

grandi.

Inoltre, deve considerarsi che nel

d.lgs. n. 121/2011 non si è fatto alcun

riferimento alle certificazioni

volontarie ambientali (ISO 14001

e EMAS) come possibile implicito

esonero dalla implementazione dei

modelli, come invece accaduto per

la sicurezza sul lavoro con il collegamento

tra decreto 231 e il d.lgs.

81/2008 (il Testo unico sulla sicurezza).

Ciò determinerà certamente

nuova attività che dovrà esser posta in

essere dalle imprese, anche perché la

specificità del “modello” 231 rispetto

alla certificazione volontaria è riconosciuta

dalla giurisprudenza (seppur

le impostazioni non sono univoche).

Come già precisato, per adempiere

formalmente e integralmente agli

indirizzi europei, avremmo dovuto:

reinventare il sistema ordinatorio penale

introducendo molti nuovi reati

aggravando notevolmente le labili

pene ora previste in capo alle persone

fisiche che pongono in essere la

condotta; estendere solo le condotte

illecite più rilevanti alla responsabilità

degli enti di cui al decreto 231,

magari prevedendo una esenzione

dalla redazione dei modelli per le

imprese certificate. Al contrario, sono

stati introdotti solo due nuovi reati

ambientali (peraltro non propriamente

rilevanti e in parte ambigui),

mentre moltissime ipotesi criminose

ambientali sono rientrate nell’ambito

www.ambientesicurezza24.com 2012


della responsabilità delle persone

giuridiche (senza peraltro esonerare

dal meccanismo dei modelli le imprese

certificate). Ignoriamo le ragioni di

tale scelta, ma il processo giuridico

in atto appare delineato: si è spostato

il rischio ambientale (e l’efficacia

della tutela) dalle persone fisiche alle

persone giuridiche. Le prime, vista

l’esigua entità delle pene, nella maggior

parte dei casi potranno risolvere

l’eventuale incriminazione attuando

il meccanismo della “ablazione semplice”,

con solo il pagamento di una

sanzione pecuniaria. Inoltre, i reati

contravvenzionali sono ad elevato

rischio di prescrizione e non consentono

l’applicazione di misure cautelari

personali e delle intercettazioni

come strumento di investigazione.

E’ invece sugli enti che oggi grava

sostanzialmente la responsabilità ambientale,

poiché le sanzioni del decreto

231 appaiono idonee a scoraggiare

le imprese dalla commissione di illeciti.

Si consideri che in riferimento

alla attività di gestione dei rifiuti la

norma prevede sanzioni pecuniarie

fino a 764 mila euro e la sanzione

interdittiva della sospensione della

attività fino a 6 mesi.

Considerazioni conclusive e

dubbi residui

Ora possono essere effettuate alcune

considerazioni sulle prospettive

del sistema gestionale dei rifiuti. La

prima di carattere generale. L’azione

pubblica è già assai presente nel

rapporto tra iniziativa economica e

tutela dell’ambiente. Le “autorizzazioni

preventive ambientali” sono

molteplici (valutazione di impatto

ambientale, valutazione ambientale

strategica, nulla osta paesistico,

valutazione di incidenza, ecc.) e di

difficile coordinamento procedurale

per l’eterogenesi dei fini. In caso di

contaminazione (anche accidentale

o storica), le modalità di bonifica e

messa in pristino sono effettuate sotto

una stretto controllo delle amministrazioni,

quando – invece - in altri

Stati ad economia avanzata (anche

Europei, quindi nella stessa “cornice”

di diritto comunitario, come

la Francia) l’intervento degli enti

pubblici è solo eventuale e posteriore.

Eppure non è attraverso imposizioni

sanzionatorie e cogenti che si preservano

le (preziose) risorse naturali. E’

invece necessaria la consapevolezza

che l’adozione di misure di gestione

razionale delle risorse naturali e la

conversione del sistema produttivo

verso scelte tecnologiche di minore

impatto per l’ambiente e la salute

dei cittadini, oltre a conseguire uno

2012 www.ambientesicurezza24.com 19

RIFIUTI

sviluppo sostenibile delle attività

imprenditoriali, aumenta la stessa

capacità concorrenziale della nostra

economia.

Ormai la crescita non può che passare

attraverso la rivoluzione produttiva

generata dall’avvento delle

tecnologie, tra cui, oltre quelle della

comunicazione e della informazione,

si annoverano quelle a servizio della

qualità della vita e della protezione

del territorio.

La seconda (dubitativa) considerazione

è più specifica: quali nuovi

orizzonti per la disciplina dei rifiuti?

Il nuovo strumentario appare già delineato

dal legislatore: responsabilità

(rilevante) degli enti per cui si commette

l’illecito, strumenti privatistici

per incentivare (o costringere) i

privati a comportamenti “virtuosi”

e inibizioni agli Stati membri della

UE che non riescono a mantenere

gli obiettivi di ecocompatibilità del

proprio territorio. Questo (possibile)

approccio normativo avrà effetti positivi

per indirizzare il nostro sistema

produttivo nazionale verso uno sviluppo

sostenibile? Dobbiamo attendere

almeno qualche anno per avere

una seppur sommaria risposta. Certo

è che mancata sostenibilità si integra

con mancata crescita (economica e

non). l


RIFIUTI

Pianificazione urbana:

il caso Roma

DI GIOVANNI FISCON, DIRETTORE ESERCIZIO AMA

Dall’analisi del trend strategico-industriale

del

settore dei rifiuti, studiato

negli anni dal 1995 al

2009, l’Italia risulta essere tra i paesi

meno “efficaci” nelle politiche di

prevenzione della crescita di rifiuti,

affiancata dalla Francia, ma molto

distante dal Regno Unito, dalla Spagna

e soprattutto dalla Germania.

In particolare, nell’anno 2009, in

termini di destinazione dei rifiuti,

l’Italia si caratterizza per un ricorso

ancora estremamente marcato alla

discarica, per bassi livelli di recupero

e un peso ancora molto esiguo della

termovalorizzazione. Sul fronte dei

costi di sistema in rapporto alla produzione

dei rifiuti, emerge un divario

estremamente significativo tra l’Italia

e gli altri paesi europei: in particolare

l’Italia il costo è di 230 Euro per tonnellata,

nel Regno Unito 215 Euro, in

Germania 200 Euro, in Spagna 170

Euro e in Francia 165 Euro.

Il trend strategico-industriale del settore

dei rifiuti registra una redditività

fortemente differenziata fra le diverse

fasi della filiera: l’8-10% per la

raccolta e spazzamento, il 20-25%

per la valorizzazione e recupero dei

rifiuti differenziati, oltre il 30% per

lo smaltimento finale come la termovalorizzazione

e le discariche.

Lo scenario gestionale risulta molto

frammentato, in prevalenza di piccole

aziende ex-municipalizzate e gestioni

in economia, con una focalizzazione

esclusiva dei gestori sul mercato domestico

e locale. Gli altri paesi sono

invece caratterizzati dalla presenza di

grandi aziende, il cui ambito d’azione

in molti casi travalica il confine del

20

proprio paese. I big player europei si

caratterizzano inoltre per un elevato

grado di integrazione sulla filiera.

I temi prioritari per gli operatori di

raccolta si articolano nello scenario

delle gare: in cui il miglioramento

dell’efficienza è l’elemento fondamentale

per affrontare la prospettiva

delle gare, sia con riferimento alle

gare sul servizio (maggiore competitività

rispetto agli altri potenziali

entranti) sia nel caso di gare a doppio

oggetto (per aumentare l’attrattività

nei confronti di un partner potenziale

e massimizzare il valore delle quote

cedute). Altro tema prioritario riguarda

gli obiettivi di sviluppo della

raccolta differenziata come esigenza

di un’evoluzione dei modelli organizzativi

ed operativi per assicurare

il raggiungimento degli obiettivi normativi,

ottimizzando il tradeoff tra

efficacia ed efficienza. Ultimo tema

prioritario è la deassimilazione dei

rifiuti, ovvero l’esigenza di un cambio

di prospettiva nel rapporto con il

mercato, per far fronte alla minaccia

potenziale legata alla perdita di una

parte del business gestito.

Vediamo nel particolare il caso AMA,

nell’ambito dei principali player del

settore dell’Igiene Urbana: AMA è la

seconda realtà del paese per quantità

dei rifiuti urbani raccolti e offre una

serie di servizi quali la raccolta dei

rifiuti, la pulizia e spazzamento delle

strade, l’attività di decoro cittadino

e la manutenzione delle aree verdi

(indicate dall’Amministrazione capitolina),

lo smaltimento, la selezione e

trattamento dei rifiuti, la gestione dei

Cimiteri capitolini. La sua strategia è

basata su quattro assi di riferimento:

sviluppo della raccolta differenziata,

ottimizzazione del modello operativo

territoriale, evoluzione del ciclo impiantistico,

miglioramento economico

finanziario.

Con AMA a Roma la raccolta differenziata

è aumentata dal 2007 al

2011 di 135 mila tonnellate, circa

il 44% in più, così Roma si attesta

fra le principali città europee per

la raccolta differenziata (Londra al

18%, Berlino al 35%, Roma al 25%,

Vienna al 36%, Barcellona al 30%,

Madrid al 16%, Monaco al 42% e

Parigi al 14% di percentuale di raccolta

differenziata).

Il modello operativo di AMA si caratterizza

per una presenza molto

capillare sul territorio della città

di Roma, articolato sul 350 “aree

elementari di servizio”, circa 5.000

addetti operativi, più di 80 sedi logistiche,

oltre 1.000 automezzi in

servizio ogni giorno. Il piano industriale

di AMA si basa su un importante

progetto di miglioramento dei

servizi operativi ed in particolare

il miglioramento della qualità dei

servizi di pulizia, incremento della

regolarità e puntualità dei servizi

(effettivo svolgimento dei servizi

all’interno del turno pianificato) e

del grado di copertura del territorio,

la re-ingegnerizzazione dei servizi e

aumento del livello di meccanizzazione

delle attività, intensificazione

delle frequenze di raccolta differenziata.

Un importante obiettivo

strategico di AMA è la messa a regime

degli impianti di trattamento

meccanico-biologico e di recupero

dei materiali. Dal 2007 al 2011 è

aumentato del 192% il volume dei

www.ambientesicurezza24.com 2012


ifiuti avviati a trattamento mentre

si è registrato una diminuzione del

28% del volume dei rifiuti smaltiti in

discarica, quindi il piano industriale di

AMA si basa su importanti obiettivi di

aumento del trattamento meccanicobiologico

e conseguente riduzione dei

conferimenti in discarica.

Il processo di evoluzione organizzativa

ed industriale è accompagnato

da un importante percorso di miglioramento

economico e finanziario,

dove si evidenzia che l’incidenza del

Margine Operativo Lordo (MOL) sul

2012 www.ambientesicurezza24.com 21

RIFIUTI

Valore della Produzione nel 2011 è

stato pari al 19%, valore in linea con

le altre grandi aziende del settore, nonostante

AMA sia l’unica realtà a non

avere una presenza significativa nella

gestione di discariche o impianti di

smaltimento finale. l


RIFIUTI

La valutazione dei rifiuti:

problemi e opportunità

DI LUCIANO PIACENTI – VICE PRESIDENTE ASSOAMBIENTE

Il settore della gestione dei rifiuti

in Italia è un comparto industriale

maturo ed articolato che,

in termini di fatturato complessivo,

vale oltre 8 miliardi di euro/

anno e che anche se non possiede le

dimensioni rilevanti di altri settori del

terziario, certamente rappresenta uno

degli ambiti maggiormente rilevanti

per i temi della tutela dell’ambiente e

della sostenibilità.

È al contempo uno dei settori più vulnerabili

per la presenza di numerose

esternalità, anche di tipo illegale, che

ne possono condizionare in maniera

significativa l’efficacia e l’efficienza

e vanificare nell’opinione pubblica

FIG. 1 LA GERARCHIA DEL TRATTAMENTO RIFIUTI

22

il tanto di positivo che fanno quotidianamente

le molte aziende che

operano nel rispetto delle norme e

dell’ambiente.

Si tratta quindi di un contesto con

luci ed ombre nel quale, alle molte

testimonianze di valide realizzazioni

impiantistiche ed ottime capacità gestionali,

si contrappongono difficoltà

e fragilità strutturali del sistema, spesso

rilevanti, in grado di costituire un

terreno particolarmente fertile per lo

sviluppo delle cosiddette ecomafie.

Una gestione efficiente e sostenibile

dei rifiuti, organizzata in coerenza

con le normative che l’Unione Europea

ha emanato al riguardo, al fine

di minimizzare l’impronta ecologica

non può prescindere dalla cosiddetta

regola delle quattro “R”: riduzione

della creazione dei rifiuti, riutilizzo,

riciclo e recupero.

L’obiettivo è pertanto quello di attuare

e graduare una serie di azioni e

soluzioni tecniche, gerarchicamente

ordinate, che vedono all’estremo superiore

gli interventi per la riduzione

dei rifiuti ed all’estremo inferiore lo

smaltimento in discarica, opzione

questa sempre più residuale rispetto

al riciclo ed alla valorizzazione dei

rifiuti, con recupero di materia e di

energia.

Le tecnologie oggi sono adeguatamente

evolute ed affidabili e possono

consentire, con un mix calibrato di

processi, trattamenti ed impianti, di

conseguire gli obiettivi predetti in

un’ottica di ampia sicurezza e sostenibilità

ambientale, anche se non

mancano nel nostro Paese difficoltà

ed elementi di criticità.

In Europa dove, per effetto del superamento

di problematiche e retaggi

culturali, gli impianti che valorizzano

i rifiuti sono oramai elementi

integrati nel tessuto urbano delle città

ed in alcuni casi ne costituiscono

un aspetto distintivo, al pari di altre

attrazioni turistiche, come nel caso

del termovalorizzatore di Vienna visitato

tanto quanto il Prater. Inoltre i

termovalorizzatori sono direttamente

connessi alle aree urbane per il tramite

di veri e propri distretti energetici,

con migliaia di abitazioni servite cui

cedono calore ed energia elettrica,

come nel caso dell’area urbana di

Copenhagen con 4 termovalorizzatori

interconnessi e 18 comuni serviti.

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FIG. 2 LA RETE DI TELERISCALDAMENTO NELL'AREA URBANA DI COPENHAGEN

In Italia invece realizzare tali impianti

vuol dire affrontare percorsi

amministrativi ed autorizzativi alquanto

ardui, aprirsi a contestazioni

e manifestazioni che determinano

incertezze sui tempi, difficoltà nella

bancabilità ed incrementi dei costi.

Un primo ostacolo classico è rappresentato

dalla sindrome “nimby”,

acronimo di “not in my back yard”,

che può determinare forme di rigetto

da parte della popolazione locale

o dei comitati contro anche di tipo

violento di cui i media offrono spesso

testimonianza.

Ad essa si è poi aggiunto un nuovo

fenomeno, che va sotto il nome

di sindrome “nimto”, acronimo dei

termini “not in my term of office”

che vuol dire, non durante il mio

mandato, e che testimonia l’incapacità

o la mancanza di volontà di una

parte della politica, specialmente di

quella locale, di trovare soluzioni ad

un problema complesso quale q uello

della gestione dei rifiuti, preferendo

rimandare la questione alle amministrazioni

che verranno e, di fatto,

acuendo le difficoltà e le complessità

di settore, come testimoniato dal caso

Campania.

Il nostro Paese soffre anche di insufficienza

impiantistica, se confrontato

con gli altri Stati europei, sia per

quanto riguarda la tipologia e composizione

che per la sua distribuzione

sul territorio e la discarica continua ad

essere il sistema maggiormente utilizzato

per lo smaltimento dei rifiuti,

specialmente nel centro e sud Italia.

Le discariche servono e possono costituire

un utile volano del sistema,

ma non possono rappresentare la

soluzione al problema, bensì il complemento

sempre più residuale di un

complesso impiantistico articolato

2012 www.ambientesicurezza24.com 23

RIFIUTI

che deve puntare al recupero ed alla

valorizzazione di materia ed energia

e non al suo seppellimento, quasi

a voler lasciare ai nostri posteri la

testimonianza dell’inadeguatezza

attuale.

Oggi, anche alla luce dei risultati del

recente referendum sul nucleare, il

ruolo degli impianti di trattamento

dei rifiuti deve essere considerato

sotto una nuova luce in quanto essi

possono rientrare a pieno diritto nella

categoria degli impianti in grado

di produrre energia da fonti rinnovabili

ed, in quanto tali, in grado di

contribuire al raggiungimento degli

obiettivi di diversificazione energetica

dalle fonti fossili che il nostro

Paese si è dato, nel rispetto degli

obblighi comunitari sull’energia al

2020 e dei protocolli internazionali

cui ha aderito, primo tra tutti il Protocollo

di Kyoto.


RIFIUTI

FIG. 3 GESTIONE DEI RIFIUTI ED EMISSIONI DI GAS AD EFFETTO SERRA

Gli impianti che trattano i rifiuti possono

produrre, a seconda della tipologia

e della tecnologia adottata, sia

energia elettrica che termica nonché

biogas che a sua volta può essere trasformato

in energia elettrica o termica

oppure biometano che può essere

immesso nella rete di distribuzione

del gas oppure utilizzato come carbu-

24

rante per autotrazione in sostituzione

dei combustibili fossili.

Una maggiore consapevolezza ambientale

ed il superamento di retaggi

culturali che non hanno ragione di

essere, stante l’affidabilità dei moderni

impianti, unitamente a nuove

realizzazioni ed al lavoro positivo

delle aziende italiane di settore, potrà

portare nel tempo ad una migliore

comprensione delle problematiche ed

alla definizione di un comune sentire,

tutelando maggiormente ciò che di

positivo già esiste e consentire di rimuovere

le molte criticità che ancora

oggi impediscono al sistema italiano

di smaltimento dei rifiuti di potersi

dire pienamente europeo. l

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Recupero delle scorie da

incenerimento rifiuti

DI MARIO GROSSO E LAURA BIGANZOLI, DIIAR – SEZ. AMBIENTALE, POLITECNICO DI MILANO

Introduzione

Per molto tempo le ceneri pesanti

prodotte dagli impianti di termovalorizzazione

sono state smaltite in discarica

in quasi tutti gli stati europei

ed extra europei. Negli ultimi anni

la crescita del costo di smaltimento

in discarica dei residui e la scarsità

di aree disponibili ha reso maggiormente

interessante anche dal punto

di vista economico il recupero delle

scorie. I trattamenti più applicati vanno

dal semplice recupero dei metalli

in esse contenuti al riutilizzo del materiale

inerte nei sottofondi stradali

o come additivo nella produzione di

cemento, calcestruzzo o di materiale

da costruzione.

Trattamenti di separazione

fisica

Il trattamento di separazione fisica

permette di rimuovere specifici

materiali presenti nel flusso di

scorie e incrementarne la possibilità

di recupero. Generalmente le scorie

sono sottoposte a classificazione granulometrica

che permette di isolare

le frazioni più fini e contaminate e

di separare parzialmente i materiali

metallici presenti. Tale processo

migliora le caratteristiche geotecniche

del materiale inerte prodotto. La

separazione può essere condotta a

secco, con il tradizionale utilizzo di

vagli a tamburo rotante o piani (con

dimensione media delle maglie di

20-50 mm per separare le frazioni

grossolane e 2-10 mm per separare la

frazione più fine e contaminata), o ad

umido, con il vantaggio di combinare

la separazione fisica (basata su getti

d’acqua ad alta velocità o sul prin-

cipio della separazione per densità)

all’estrazione in acqua delle frazioni

più solubili. Inoltre i trattamenti ad

umido migliorano le caratteristiche

fisiche e di lisciviazione del materiale

inerte ma hanno come svantaggio

un’ingente quantità di materiale fine

separato, oltre alla necessità di trattare

il flusso liquido in uscita.

La rimozione dei metalli può essere

condotta con maggiori efficienze

utilizzando per i metalli ferrosi separatori

magnetici e per i non ferrosi

separatori a correnti indotte (Eddy

Current Separators), il cui funzionamento

è basato sul principio delle

correnti generate da un campo magnetico

alternato, rotante e ad elevata

frequenza (300-1000 Hz). La

rimozione dei metalli ha il duplice

vantaggio di recuperare rottami riciclabili

come materia prima secondaria

e limitare i problemi di corrosione,

rigonfiamento ed espansione in fase

di riutilizzo del materiale inerte in

opere civili.

Mediamente le scorie contengono

circa il 7-15% di metalli ferrosi e

l’1-2% di non ferrosi. L’efficienza

del recupero di alluminio dalle scorie

è compresa tra il 30% e il 70%, a

seconda della tecnologia utilizzata.

L’efficienza di recupero dei metalli

ferrosi è invece mediamente superiore,

con tassi di recupero anche

superiori all’80%.

Materiali recuperabili

dalle scorie

I materiali recuperabili dal trattamento

delle scorie sono il materiale

granulare inerte ed i metalli ferrosi

e non ferrosi. Per quanto riguarda i

2012 www.ambientesicurezza24.com 25

RIFIUTI

metalli non ferrosi, ed in particolar

modo l’alluminio, la fusione dei noduli

estratti dalle scorie avviene in

forni salini. Se il materiale alimentato

presenta caratteristiche eterogenee

si utilizzano forni di tipo rotativo al

cui interno assieme al rottame viene

alimentato del fondente, in genere

cloruro di sodio, che fondendo ad una

temperatura poco più bassa dell’alluminio

forma una crosta, detta salt

cake, che circonda il fuso di alluminio

riducendone il contatto con l’aria

e quindi la sua ossidazione. Inoltre

ingloba al suo interno gli ossidi di alluminio

presenti ed altri sottoprodotti

che si formano nel corso del processo

di fusione, come solfuri e nitruri di

alluminio. Mediamente, durante il

processo di fusione dei rottami di

alluminio, circa il 12% del metallo

viene ossidato e circa il 10% viene

perso poiché si mescola con le scorie

rimosse dalla superficie del metallo

fuso. Una parte di questo alluminio

viene recuperato dal successivo trattamento

delle scorie di fusione.

La fusione dei rottami ferrosi recuperati

dalle scorie avviene invece in

forni elettrici. I più impiegati sono

quelli ad arco, nei quali il calore viene

apportato dalla radiazione dell’arco

elettrico che si forma tra gli elettrodi

di grafite e di bagno. La temperatura

raggiunta è di circa 3.500°C. Meno

utilizzati sono i forni ad induzione,

nei quali il riscaldamento è prodotto

dalla corrente elettrica indotta nel

corpo da riscaldare tramite una bobina

induttrice. Questi ultimi vengono

utilizzati quando si vuole procedere

ad una rifusione.

I principali settori industriali che re-


RIFIUTI

cuperano i rottami di metalli ferrosi

sono gli altiforni per la produzione

della ghisa, le acciaierie per la produzione

dell’acciaio e le fonderie di

seconda fusione per la produzione di

manufatti in ghisa. La maggiore criticità

nel recupero dei rottami ferrosi è

la presenza di stagno, che rappresenta

un inquinante del processo.

Infine il materiale inerte ottenuto può

essere utilizzato per la produzione di

26

cemento e di calcestruzzo, per la fabbricazione

di ceramiche e fibre vetrose

e come materiale da riempimento

in aree degradate, in pavimentazioni

stradali e massicciate ferroviarie.

Potenzialità del settore

in Italia

Da uno studio realizzato dagli autori

per conto di CiAl-Federambiente,

la quantità di alluminio recuperabi-

le annualmente dalle scorie in Italia

utilizzando tecnologie convenzionali

è stimata tra 20.000 e 30.500 t

all’anno 2020. I vantaggi ambientali

del recupero completo di materiali

dalle scorie a confronto con il

loro smaltimento in discarica sono

compresi tra 340.000 e 450.000 t di

emissioni annue di CO 2 equivalente

risparmiate, sempre con riferimento

al 2020. l

Figura 1 – ESEMPIO DI IMPIANTO DI TRATTAMENTO DELLE SCORIE DA INCENERIMENTO DI RIFIUTI FINALIZZATO AL RECUPERO DEI METALLI E

DELLA PREPARAZIONE DEGLI INERTI PER L’UTILIZZO COME SOTTOFONDI STRADALI

FIG. 1 NODULI DI ALLUMINIO RECUPERATI DALLE SCORIE

RIFERIMENTI

BIBLIOGRAFICI

CiAl (2010). “Separazione

e recupero dei metalli e valorizzazione

delle scorie di

combustione dei rifiuti urbani”.

A cura del Dipartimento

IIAR del Politecnico di Milano

(Responsabile scientifico: M.

Grosso). Promosso da CiAl

con la collaborazione di Federambiente.

Disponibile su http://www.cial.

it/mail/cial_mail01.html

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GREEN BUILDING – Schemi e modelli

I controlli: emissioni di polveri

ultrafini da inceneritori

DI GIORGIO BUONANNO, PROFESSORE DEL DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA CIVILE E MECCANICA, UNIVERSITÀ DI CASSINO E DEL

LAZIO MERIDIONALE

Le emissioni da sorgenti antropiche

sono attualmente

oggetto di studio di esperti

nel campo medico e della

qualità dell’aria. Diversi studi epidemiologici

sono stati condotti per

valutare l’eventuale correlazione tra

l’esposizione ad elevate concentrazioni

di particolato (Particulate Matter,

PM) e gli effetti negativi sulla

salute umana (tipicamente respiratori

e cardiovascolari) (Kreyling et al.,

2006; Pope et al., 2006). In particolare,

i tossicologi stanno tentando di

individuare la proprietà delle particelle

più rappresentativa per gli effetti

negativi sulla salute sia in termini

di dimensione che di composizione

chimica. Per quanto concerne la

composizione chimica, non sono stati

ottenuti risultati definitivi in grado

di determinare se la tossicità delle

particelle sia dovuta principalmente

ai composti organici condensati sulle

particelle o allo stesso nucleo carbonioso;

per quanto riguarda la dimensione

delle particelle, invece, anche

se ad oggi non sono stati raggiunti

risultati unanimemente accettati, l’interesse

degli esperti si sta gradualmente

spostando dalle concentrazioni

di polveri in massa (PM 10 e PM 2.5 )

verso polveri sub-micrometriche ed

ultrafini (Ultrafine Particles, UFPs,

particelle inferiori a 100 nm in diametro)

che contribuiscono principalmente

alle concentrazioni in numero

e area superficiale delle particelle.

Nel campo della complessa filiera

della gestione e smaltimento dei rifiuti

la tecnica dell’incenerimento è

particolarmente vantaggiosa giacché

consente un’elevata riduzione volu-

metrica dei rifiuti ed una contemporanea

conversione del loro contenuto

energetico in energia elettrica/termica.

Nei paesi occidentali tali impianti

d’incenerimento sono oggetto di un

forte dibattito anche a causa di eventuali

emissioni di UFPs ed il rischio

FIG. 1

percepito dalla popolazione che vive

in prossimità degli inceneritori è

ancora alto. In realtà, in termini di

emissioni di polveri, gli inceneritori

sono disciplinati dalla direttiva

comunitaria n. 75 del 2010 (Directive

2010/75/EU) che definisce, però,

NUMERO TOTALE DI PARTICELLE MISURATE IN EMISSIONE

DA INCENERITORE

IL SOLE 24 ORE 27

maggio 2012


RIFIUTI

solo un valore soglia in termini di

massa delle polveri, Polveri Totali

(concentrazione totale in massa delle

particelle), che deve essere inferiore a

10 mg m -3 e 30 mg m -3 , rispettivamente,

su base giornaliera e semi-oraria.

Quanto all’emissione in termini di

numero di particelle, ad oggi, sono

stati condotti pochi studi sperimentali

spesso limitati alla caratterizzazione

dimensionale delle polveri emesse

o a campionamenti in prossimità di

tali impianti mai entrando, però, nella

problematica dell’efficienza di abbattimento

delle UFPs da parte dei

diversi sistemi di abbattimento.

Lo studio qui proposto propone

un’analisi dei livelli di emissione di

UFPs di cinque diversi impianti, nella

fattispecie, quattro inceneritori ed un

impianto alimentato a biomassa. In

particolare, sono qui proposti risultati

in termini di concentrazioni totali in

numero e distribuzioni dimensionali

ottenuti mediante un’apparecchiatura

mobile composta da spettrometri a

mobilità elettrica, contatori a conden-

28

sazione e sistemi di condizionamento

termico e diluizione dell’aerosol. I

campionamenti sono stati condotti sia

in emissione sia a monte del filtro a

maniche in modo da approfondire l’efficienza

del sistema di abbattimento,

ed in particolare del filtro a maniche,

nella riduzione dei livelli di emissione

di polveri sub-micrometriche.

In conclusione, i principali risultati

delle campagne sperimentali condotte

sono state:

• la concentrazione di UFPs in emissione

da inceneritori è inferiore ad

un fondo rurale (1×10 4 part. cm -3 );

• l’efficienza di rimozione del filtro a

maniche, in termini di polveri ultrafini,

è maggiore del 99.99%;

• le emissioni di UFPs da inceneritori

sono sensibilmente inferiori ad altre

sorgenti antropiche e trascurabili ai

fini della dose giornaliera;

• il contributo dominante alla dose

giornaliera di polveri ultrafini

deriva principalmente da ambienti

indoor (casa). l

BIBLIOGRAFIA

• Directive 2010/75/EU of the

European Parliament and of

the Council of 24 November

2010 on Industrial Emissions

(integrated pollution

prevention and control)

• Kreyling, W.G., Semmler-

Behnke, M., Moller, W.,

2006. Health implications

of nanoparticles. Journal of

Nanoparticle Research 8,

543–562.

• Pope, C.A., Dockery, D.W.,

2006. Health effects of fine

particulate air pollution:

lines that connect. Journal

of the Air & Waste Management

Association 56, 709-

742.

www.ambientesicurezza24.com 2012


La corretta gestione

delle problematiche ambientali

nella termovalorizzazione

Nella gestione di un impianto

di termovalorizzazione

è di fondamentale

importanza la qualità della

materia prima per la combustione

e quindi in particolare del CDR

utilizzato.

Definizione di CDR

Il CDR è definito dall’ articolo 183

TESTO UNICO AMBIENTALE

(DLg. 152/2006 e s.m.i) come:

r) combustibile da rifiuti (CDR): il

combustibile classificabile, sulla base

delle norme tecniche UNI 9903-1

che è ottenuto dai rifiuti urbani e

speciali non pericolosi mediante

trattamenti finalizzati a garantire un

potere calorifico adeguato al suo utilizzo,

nonché a ridurre e controllare:

1) il rischio ambientale e sanitario;

2) la presenza di materiale metallico,

vetri, inerti, materiale putrescibile e

il contenuto di umidità;

3) la presenza di sostanze pericolose,

in particolare ai fini della combustione.

Con le ultime modifiche del Testo

Unico Ambientale (Dicembre 2010)

il CDR è stato assorbito nell’ambito

2012 www.ambientesicurezza24.com 29

RIFIUTI

DI GAETANO CECCHETTI, PROFESSORE ORDINARIO DI CHIMICA DELL’AMBIENTE UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI URBINO CARLO BO

Tabella 1 – Specifiche del CDR – UNI 9903

Parametro Unità di misura

Limite di

accettazione

Umidità % (t.q.) max 25

PCI kJ/kg (t.q.) min 15.000

Ceneri % (s.s.) max 20

As mg/kg (s.s.) max 9

Cd+Hg mg/kg (s.s.) max 7

Cl totale % (t.q.) max 0,9

Cr mg/kg (s.s.) max 100

Cu solubile mg/kg (s.s.) max 300

Mn mg/kg (s.s.) max 400

Ni mg/kg (s.s.) max 40

Pb volatile mg/kg (s.s.) max 200

S % (t.q.) max 0,6

Tabella 2 – Specifiche del CSS – UNI 9903

Parametro Unità di misura

Limite di

accettazione

PCI MJ/kg (t.q.) 15

Hg mg/kg (s.s.) 7Cd+Hg

Cl totale % (t.q.) 0,9

dei Combustibili Solidi Secondari

(CSS). Per gli impianti esistenti

resta la definizione di CDR come

previsto dalla UNI 9903.

La criticità delle analisi per la valutazione

del rispetto dei limiti è

strettamente connessa alla disomogeneità

del combustibile da rifiuto

(CDR), che ovviamente dipendono

dalle qualità dei rifiuti solidi

urbani utilizzati negli impianti

di produzione del CDR, ma che

fondamentalmente riguardano le

caratteristiche merceologiche e

quelle dimensionali.

Queste disomogeneità sono ancora

più critiche se il rifiuto urbano conferito

agli impianti di produzione del

CDR non è la parte residuale di una

raccolta differenziata.

La criticità della caratterizzazione

analitica del CDR riguarda soprattutto

le modalità della raccolta del

campione da analizzare al fine di

rendere l’analisi significativa.

Allo scopo di raccogliere un campione

di massa rappresentativo di CDR

in stoccaggio, il prelievo deve essere

conforme a quanto previsto al punto

4.6 della norma UNI 9903.

La rispondenza del CDR alle specifiche

di qualità deve essere verificata

con riferimento al lotto di produzione

ovvero alla quantità di CDR

prodotta in 5 settimane sequenziali.

La rispondenza del lotto di produzione

alla qualità prescritta si intende

verificata quando la media delle

risultanze analitiche dei campioni

costituiti a partire da ciascuno dei

5 sottolotti settimanali compresi

all’interno di un lotto di produzione

rispetti tutti i limiti indicati nei pro-


RIFIUTI

spetti riportati nella norma.

La qualità della materia prima condiziona

anche la qualità delle scorie

e ceneri prodotte ed il loro conferimento

in discariche appropriate.

Altro aspetto gestionale fondamentale

è il controllo delle emissioni

anch’esso condizionato dalla qualità

del combustibile, ma comunque gestibile

a livello impiantistico.

Tale controllo delle emissioni viene

gestito per alcuni parametri in maniera

continuativa e sistematica, per

altri con controlli spot definiti nella

autorizzazione a norma di legge.

Vengono di seguito riportati come

esempio i risultati di un controllo

di emissioni ad un camino di un impianto

di termovalorizzazione.

1) Caratteristiche geometriche

dell’emissione:

• Altezza dal suolo: 50 m

• Tipo di sezione: Circolare

• Quota della sezione di campionamento:

30 m

• Tipo della sezione di campionamento:

Circolare

• Distanza della sezione di campionamento

a valle dall’ultimo ostacolo:

20 m

• Numero di bocchette per il campionamento:

4

• Distanza della sezione di campionamento

a monte dall’ultimo

ostacolo: 18 m

• Numero di punti in cui sono state

effettuate le misurazioni per ogni

asse: 8

2) Condizioni di marcia

dell’impianto:

• Fase del processo: Combustione su

griglie

• Potenzialità massima: 52(MW)

• Carico dell’impianto: 78% (Potenzialità

dichiarata dalla ditta durante

la misura/potenzialità massima).

3) Dati di caratterizzazione

dell’emissione

Tipologia dell’emissione

• Livello di emissione: costante

• Andamento dell’emissione: continuo

• Conduzione dell’impianto: costante

30

Metalli

Tabella 3 – Descrizioni e caratteristiche delle emissioni

Valori ottenuti

Parametri

I prova II prova III prova

Valore

medio

Sezione Condotto (m2 ) 5,3 5,3

Velocità Media Fumi (m/s) 6.6 6.5 6.4 6.5

Temperatura Fumi ( = C) 131 130 132 131

Umidità Fumi (%) 15.99 15.54 15.42 15.65

Portata effettiva umida (m3 /h) 125928 124020 122112 124020

Portata Norm. Umida (Nm3 /h) 85095 84014 82313 83807

Portata effettiva secca (m3 /h) 105792 104747 103282 104607

Portata normale secca (Nm3 /h) 71488 70958 69620 70689

O2 (%) 10.3 10.5 10.2 10.3

Tabella 4 – Descrizioni e caratteristiche delle emissioni

Parametri Valori di emissione (ng/Nm3)

Flusso di

Massa

I prova II prova III prova

Valore

medio

(mg/h)

Cadmio < 0.04 0.06 0.05 0.04 2.8

Tallio < 0.4 < 0.4 < 0.4 < 0.4

Mercurio 1.03 < 1.0 1.05 < 1.0

Antimonio < 0.4 < 0.4 < 0.4 < 0.4

Arsenico < 0.2 < 0.2 < 0.2 < 0.2

Piombo 1.0 1.81 1.55 1.45 102.5

Cromo 0.49 1.27 0.58 0.78 55.1

Cobalto < 0.3 < 0.3 < 0.3 < 0.3

Rame 1.18 1.63 1.24 1.35 95.4

Manganese 6.09 5.44 6.32 5.95 420.6

Nichel 0.49 0.72 0.56 0.59 41.7

Vanadio < 0.3 < 0.3 < 0.3 < 0.3

Stagno < 0.4 0.75 0.55 0.5 35.3

Cd + Tl

Sb+As+Pb+Cr+

< 0.4 < 0.4 < 0.4 < 0.4

Co+Cu+Mn+

Ni+V+Sn

10.05 12.22 11.4 11.22 793.1

I valori sono riferiti ad un tenore di Ossigeno dell’11%

NOTA: I valori di concentrazione inferiori ai limiti di rilevabilità riscontrati concorrono all’espressione

delle somme riportate

Nel presente rapporto nella misura di L.R./2 come indicato da “Rapporti ISTISAN 04/!5” edito da

Istituto Superiore della Sanità.

• Marcia dell’impianto: continua

• Classe di emissione: I

Altro aspetto gestionale importante è

quello relativo all’ambiente di lavoro

(D.Lgs.81/2008) per la valutazione

della esposizione dei lavoratori ad

agenti chimici e microbiologici at-

www.ambientesicurezza24.com 2012


FIG. 1 CLASSI DI NATURALITÀ

traverso campionamenti di area e

personali.

A livello gestionale è auspicabile

anche un controllo delle immissioni

al suolo attraverso una rete di monitoraggio

degli agenti chimici.

Tale controllo può essere integrato

da un biomonitoraggio con licheni.

I licheni sono ideali per il biomonitoraggio

dell’aria (Fuga et al., 2008)

in quanto posseggono le seguenti

caratteristiche:

ï sono perenni;

ï sono reperibili nella maggior parte

degli habitat;

ï richiedono una facile campionatura;

ï necessitano di bassi costi di campionamento

ed analisi permettendo

il monitoraggio di vaste superfici;

ï rispondono con relativa velocità alla

diminuzione della qualità dell’aria e

possono ricolonizzare in pochi anni

ambienti urbani e industriali qualora

si verifichi un miglioramento

delle condizioni ambientali;

ï forniscono informazioni sulla con-

taminazione ambientale di più lungo

periodo, rispetto ai metodi di

monitoraggio classici sull’aria ambiente;

ï permettono di realizzare carte tematiche

della qualità dell’aria, utili

per un quadro generale dell’inquinamento.

Naturalità

molto alta

Alterazione

media

Naturalità alta

Alterazione alta

Naturalità

media

Alterazione

molto alta

Idrocarburi Policiclici Aromatici

Tabella 5 – Descrizioni e caratteristiche delle emissioni

Parametri Valori Ottenuti

Sezione Condotto (m 2 ) 5.3

Velocità Media Fumi (m/s) 6.6

Temperatura Fumi ( o C) 133

Umidità Fumi (%) 16.21

Portata Effettiva umida (m 3 /h) 125928

Portata Norm. umida (Nm 3 /h) 84676

Portata Effettiva secca (m 3 /h) 105515

Portata Norm. secca (Nm3/h) 70950

O2 (%) 10.5

2012 www.ambientesicurezza24.com 31

RIFIUTI

Naturalità/alterazione

bassa

Utilizzando i licheni come bioaccumulatori

di metalli, è possibile utilizzare

le informazioni ottenute (concentrazioni),

per costruire delle carte

di naturalità (si veda la figura 1). Da

queste carte è possibile un’immediata

valutazione della presenza dei contaminanti

e della loro distribuzione. l


RIFIUTI

Idrocarburi Policiclici Aromatici

Tabella 6 – Descrizioni e caratteristiche delle emissioni

32

Parametri Idrocarburi Policiclici Aromatici (ng/Nm 3 ) Flusso di Massa (µg/h)

Benzo[a]Antracene 4,7 333,5

Benzo[b]Fluorantene 7,3 517,9

Benzo[k]Fluorantene 6,2 439,9

Benzo[j]Fluorantene 5,6 397,3

Benzo[a]Pirene 4,2 298,0

Indenopirene 2,1 149,0

DiBenzo[a,h]Antracene 2,0 141,9

DiBenzo[a,l]Pirene < 2,0 -

DiBenzo[a,e]Pirene < 2,0 -

DiBenzo[a,i]Pirene < 2,0 -

DiBenzo[a,h]Pirene < 2,0 -

I. P. A. Totali 36,1 2561,3

I valori di concentrazione in emissione sono riferiti ad un tenore di Ossigeno dell’11%.

NOTA: I valori di concentrazione inferiori ai limiti di rilevabilità riscontrati concorrono all’espressione delle somme riportate nel presente rapporto nella

misura di L.R./2 come indicato da “Rapporto ISTISAN 04/15” edito da Istituto Superiore della Sanità.

Tabella 7 – PoliCloroDibenzoDiossine – PoliCloroDibenzoFurani

Composto

2,3,7,8

tetra-CDD

1,2,3,7,8,

penta-CDD

1,2,3,4,7,8

esa-CDD

1,2,3,7,8,9

esa-CDD

1,2,3,6,7,8

esa-CDD

1,2,3,4,6,7,8

epta-CDD

Conc. in

emiss. O 2

rif. 11%

(pg/Nm 3 )

Flusso

di massa

(ng/h)

Fattore

di tossicitàequivalente

(FTE)

Conc. in

emiss. O 2

rif. 11%

come TEQ

(pg/Nm 3 )

0,3 - 1 0,3

0,7 - 0,5 0,35

1,3 - 0,1 0,13

0,7 - 0,1 0,07

3,2 - 0,1 0,32

38,1 - 0,01 0,381

Otta-CDD 107,7 - 0,001 0,1077

TOTALE

PCDD

Composto

2,3,7,8

tetra-CDF

2,3,4,7,8

penta-CDF

1,2,3,7,8

penta-CDF

1,2,3,4,7,8

esa-CDF

1,2,3,7,8,9

esa-CDF

1,2,3,6,7,8

esa-CDF

2,3,4,6,7,8

esa-CDF

1,2,3,4,6,7,8

epta-CDF

1,2,3,4,7,8,9

epta-CDF

Conc. in

emiss. O 2

rif. 11%

(pg/Nm 3 )

Flusso

di massa

(ng/h)

Fattore

di tossicitàequivalente

(FTE)

Conc. in

emiss. O 2

rif. 11%

come TEQ

(pg/Nm 3 )

1,0 - 0,1 0,1

2,6 - 0,5 1,3

1,3 - 0,05 0,065

2,9 - 0,1 0,29

0,3 - 0,1 0,03

3,2 - 0,1 0,32

5,5 - 0,1 0,55

21,9 0,01 0,219

4,5 0,01 0,045

152,0 10784,4 - 1,6587 Otta-CDF 20,0 - 0,001 0,02

TOTALE PCDF 63,2 4484,0 - 2,939

TOTALE come TEQ PCDD + PCDF 4,6 pg/Nm 3

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Rifiuto hi-tech:

coincidenza tra sostenibilità

economica ed ambientale

DI LORIS PIETRELLI, ENEA-UTTAMB

Il grande sviluppo tecnologico

che ha caratterizzato gli ultimi

decenni e che ha contribuito a

migliorare notevolmente il nostro

vivere quotidiano, ha determinato

un’elevata produzione di rifiuti

tecnologici. Si stima che in Italia, la

produzione annuale pro capite di rifiuti

hi-tech sia di circa 14 kg/abitante

(pari al 3-4% della produzione di

RSU) per un totale di oltre 800.000 t

distribuite sull’intero territorio nazionale

e del quale solo una parte (meno

di 300.000 t) viene gestita correttamente.

Per assicurare una corretta gestione

dei rifiuti elettronici, pertanto,

nel 2003 sono state emesse Direttive

Comunitarie aventi la finalità di promuovere

il riutilizzo ed il riciclaggio

dei rifiuti derivanti da apparecchiature

elettriche ed elettroniche.

Una moderna apparecchiatura elettronica

può contenere tanti elementi

rari: questo contribuisce a fare dei

RAEE (Rifiuti da Apparecchiature

Elettriche ed Elettroniche) una sorta

di minerale urbano dal quale estrarre

materiali ed elementi strategici.

Dal punto di vista ambientale se si

considera l’elevata impronta ecologica

dell’industria estrattiva (10 g

di oro equivalgono a 5 tonnellate di

roccia scavata, 10 mc di acqua oltre

ai chemicals necessari per l’estrazione)

risulta evidente il risparmio

di territorio associato al concetto di

rifiuto come risorsa. Si calcola che

il recupero dell’oro presente nelle

schede elettroniche dei PC venduti

in un anno nel mondo, eviterebbe lo

scavo di un buco pari a 15 milioni

di tonnellate di roccia. Considerato,

inoltre, che in un chilo di schede elettroniche

si possono trovare da 0,2 a 2

grammi d’oro, l’aspetto economico

non può ritenersi trascurabile. In altri

paesi, infatti, sono state sviluppate

delle vere e proprie industrie dedicate

al recupero di materiali da RAEE: ciò

avviene con un notevole riscontro sia

economico che ecologico, grazie al

recupero di materie prime altrimenti

destinate alle discariche.

La situazione nazionale

I presupposti e le motivazioni all’origine

di qualsiasi iniziativa volta a

gestire il ciclo di vita dei RAEE in

maniera corretta, dovrebbero ravvisarsi

nella volontà di fornire una

soluzione, innovativa e sostenibile

in termini ambientali ed economici a

problematiche quali la valorizzazione

economica degli apparati elettrici ed

elettronici dismessi, la creazione di

nuove figure professionali e la salvaguardia

delle risorse naturali.

Gli operatori nazionali che oggi ricevono

e smaltiscono correttamente

i RAEE si limitano a smontarli

per recuperare i macrocomponenti

lasciando ad altri operatori, spesso

fuori dei confini nazionali, una fetta

consistente del margine di guadagno.

Fra i RAEE, i telefoni cellulari, le

schede elettroniche e le CPU rappresentano

una materia prima molto

preziosa che raggiunge quotazioni

elevate giustificate dai quantitativi di

metalli preziosi. Nel caso dei RAEE,

quindi, realizzando partite ingenti

ed omogenee si possono ottenere

guadagni tali da rendere fortemente

vantaggioso il trasferimento dei ri-

2012 www.ambientesicurezza24.com 33

RIFIUTI

fiuti raccolti in impianti anche molto

lontani. Flussi di materiali, spesso

consistenti, sono attualmente convogliati

presso grossi impianti del Nord

Europa, maggiormente dotati a livello

tecnologico rispetto a quelli nostrani.

Solitamente il materiale conferito

viene convertito in oro, argento e

rame, mentre i metalli restanti vanno

a costituire un ulteriore guadagno per

il gestore dell’impianto.

Sul territorio nazionale, l’attività di

recupero di metalli preziosi è effettuata

da aziende che operano da tempo

nel settore orafo pertanto la collocazione

geografica degli impianti

operativi si sovrappone ai distretti

della lavorazione dell’oro (Arezzo e

Vicenza). In questo ambito il rifiuto

elettronico viene utilizzato solo per il

recupero del metallo più facilmente

estraibile per via pirometallurgica e

quando la sua percentuale lo consente.

A tutt’oggi non esistono, quindi,

impianti in grado di recuperare altri

metalli, altrettanto preziosi o di

interesse economico, derivanti da

RAEE e, soprattutto, non esiste alcun

impianto interamente dedicato al trattamento

dei rifiuti elettronici (tranne,

forse, la 3R Metals recentemente nata

in Sardegna).

Considerando che in una scheda

elettronica si possono individuare

circa 60 elementi fra quelli presenti

nel sistema periodico, si comprende

l’importanza, anche economica, di

intraprendere un percorso che non

si limiti al recupero del solo metallo

giallo.

Il valore aggiunto di un metallo, soprattutto

se prezioso o strategico, è


RIFIUTI

fortemente correlato alla purezza ed

è per questo che una volta individuata

e resa disponibile la fonte (il rifiuto)

si devono applicare tutte le tecnologie

innovative che permettono di rendere

sostenibile, anche economicamente,

il trattamento del rifiuto stesso.

Esiste un assioma, ormai accettato

dagli operatori del settore, secondo il

quale l’industria del riciclaggio può

sopravvivere solo grazie ai contributi

pubblici. Nel caso dei RAEE bisogna

evidenziare invece che, applicando

innovazione tecnologica, è possibile

combinare le esigenze ambientali con

quelle economiche. Dal punto di vi-

34

sta del processo tecnologico, infatti,

l’introduzione di tecniche di separazione

selettiva di tipo idrometallurgico

nella filiera RAEE, costituisce

l’elemento non solo innovativo, ma,

soprattutto, quello che, riducendo

l’impatto ambientale, ne determina

un maggiore incremento del ritorno

economico. Ciò è reso possibile,

infatti, dall’elevata selettività raggiungibile

e quindi dall’alto grado di

purezza ottenibile. Secondo il processo

messo a punto in ENEA, da 1000

kg di schede elettroniche è possibile

ricavare: 300 kg di plastiche, 350 kg

di vetro, 18 kg di piombo, 29 kg di

stagno, 203 kg di rame, 232 g di oro,

102 g di palladio, 75 g di platino oltre

a terre rare, argento, tantalio ed altri

elementi.

Esprimendosi in termini di “filiera

RAEE” che prenda in considerazione

l’intera apparecchiatura e non solo le

parti commercialmente più appetibili,

sarebbe opportuna una “divisione

dei compiti” allo scopo di ottimizzare

i recuperi e produrre più reddito

senza incidere sull’ambiente. La duplicazione

a livello locale o un errato

dimensionamento degli impianti farebbe

perdere, infatti, la sostenibilità

economica del ciclo dei RAEE. l

FIG. 1 I RAEE VENGONO SPESSO ABBANDONATI AI MARGINI DI STRADE POCO FREQUENTATE (FOTO DI LORIS PIETRELLI)

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Termovalorizzazione: il caso

di San Vittore del Lazio

DI PAOLO MASSARINI – DIRETTORE OPERATIVO ARIA SRL – GRUPPO ACEA

Generalità

Il trattamento dei rifiuti è un tema che

negli ultimi anni ha tenuto vivo il dibattito

culturale politico e scientifico

del settore.

La normativa europea punta a contenere

l’impatto ambientale delle tecnologie

di smaltimento, a responsabilizzare

gli enti locali nella pianificazione

del fabbisogno impiantistico e a

supportare la sostenibilità dell’intero

ciclo dei materiali con una particolare

attenzione su prevenzione e recupero.

La normativa nazionale recepisce

l’orientamento comunitario nel senso

di minimizzare lo smaltimento

diretto dei rifiuti urbani in discarica

e valorizzare il recupero attraverso la

raccolta differenziata.

La normativa punta quindi a privilegiare

in ordine

• la riduzione dei rifiuti quale azione

preventiva;

FIG. 1 MODALITÀ DI GESTIONE DEI RIFIUTI NELLA UE27

• il riutilizzo: processo attraverso il

quale i materiali sono riutilizzati

senza trasformazione;

• il riciclaggio: processo ove il materiale

non utilizzato viene trasformato

mediante un processo industriale;

• il recupero mediante valorizzazione

del rifiuto sotto il profilo

economico per ricavare materia o

energia;

• infine lo smaltimento.

Parallelamente a questi processi, presupposto

per garantire efficienza al

sistema risulta lo sviluppo della Raccolta

differenziata con una separazione

accurata dei flussi.

Nell’ottica di una piena attuazione

di un sistema di gestione integrata

dei rifiuti, rispondente a principi di

sostenibilità ed efficienza, appare

irrinunciabile la modalità di trattamento

volta al recupero energetico

da RU.

2012 www.ambientesicurezza24.com 35

RIFIUTI

Il quadro di riferimento

europeo

L’unione europea nella configurazione

a 27 stati ( UE27) ha prodotto nel

2009 circa 256 milioni di tonnellate

di rifiuti urbani pari a circa 512 kg

per abitante con un minimo nella

repubblica Ceca ( 316 kg/ab) ed un

massimo in Danimarca con oltre 800

kg/ab.

Se consideriamo i 15 paesi più industrializzati

(UE15) la media si attesta

su 676 kg/ab.

L’italia con i suoi 532 kg/ab ha una

produzione superiore alla media

UE27 ma fra i valori più bassi fra i

paesi industrializzati, superiore solamente

all’Inghilterra.

Se esaminiamo la composizione delle

tecniche di smaltimento applicate

agli RU nei vari paesi, si osserva che

nei paesi più evoluti, ove la gestione

integrata ha trovato una sua reale e

(FONTE ENEA)


RIFIUTI

puntuale applicazione quali la Danimarca,

Svezia, Olanda e Germania,

risulta favorito il recupero di materia

ed energetico rispetto allo smaltimento

in discarica.

Nella media europea il recupero energetico

è ancora poco utilizzato e pesa

un 20% contro un 40% delle tecniche

di riciclaggio e compostaggio e un

40% della discarica.

Si rilevano valori massimi di recupero

energetico in Svezia (49%), del

riciclaggio e compostaggio in Germania

(47%) e dell’utilizzo della

discarica in Bulgaria (97%).

Dall’ esame dei dati sinteticamente

riportati emerge che i paesi riconosciuti

più virtuosi nella gestione del

ciclo integrato dei rifiuti hanno trovato

un giusto equilibrio industriale ed

ambientale fra gli impianti di recupero

energetico, gli impianti di recupero

e quelli di riciclaggio demandando

alle discariche un ruolo marginale.

Il contesto nazionale

La produzione complessiva di rifiuti

in Italia nel 2009 è stata pari a 160.5

mln di tonnellate, suddivisa in:

• ca. 128,5 mln ton da rifiuti speciali-

FIG. 2 BILANCIO GENERALE DEGLI RU IN ITALIA

36

industriali, di cui non pericolosi per

il 92% e pericolosi per l’8%;

• ca. 32 mln ton da rifiuti urbani, pari

al 20% del totale.

Il settore dei rifiuti urbani comprende

una filiera articolata di attività ed un

fatturato complessivo di oltre 8 miliardi

di € l’anno - derivanti dall’applicazione

della Tariffa di Igiene

Ambientale e, per i Comuni che non

hanno ancora deliberato il passaggio

a tariffa, della Tassa raccolta Rifiuti

Solidi Urbani - a carico di famiglie,

istituzioni e imprese. Il settore impiega

circa 80.000 addetti.

Alcuni segnali positivi si hanno dallo

sviluppo delle raccolta differenziata

che è in costante aumento e

nel 2009 ha raggiunto circa il 34%

degli RU, + 11% in media dal 2007

al 2009, con superamento della media

europea nel Nord Italia (48%) e

con punte massime a Reggio Emilia

(49,9%) e Modena (47%), con percentuali

minori al centro (24,9%) e

al sud (19%).

Nelle Regioni con una gestione industriale

del servizio, ovvero affidata a

operatori di dimensione adeguata, la

qualità, le dotazioni impiantistiche e

lo “stato di salute del sistema rifiuti

sono più elevati.

Fra i segnali negativi si evidenziano

invece:

• l’obiettivo di azzerare lo smaltimento

diretto dei rifiuti urbani in discarica

è ancora lontano in quanto la

media italiana è pari a circa il 49%;

• i processi di sviluppo del settore

sono rallentati da tempistiche incerte

negli iter autorizzativi propedeutici

alla costruzione di impianti

e da competenze di pianificazione

e regolazione del settore eccessivamente

frammentate tra i diversi

livelli di governo;

• i progetti che rispondono ad obiettivi

di recupero dei rifiuti con evidenti

esternalità positive per l’ambiente

(es. recupero energetico

biomasse da rifiuti), incontrano

difficoltà di accettazione e complessità

autorizzative.

Persiste l’insufficienza impiantistica,

sia per rifiuti urbani che per rifiuti

speciali, e conseguentemente l’esigenza

di smaltimento all’estero, con

un aumento dei costi di sistema.

Nella figura 2 è rappresentato un

bilancio generale degli RU in Italia.

(FONTE NOMISMA)

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I valori riportati confermano il peso

della smaltimento in discarica rispetto

alle altre forme di trattamento.

Il recupero energetico nel contesto

europeo e nazionale

Nella figura 3 vengono rappresentati,

per i paesi europei, i quantitativi di

rifiuti trattati in impianti di incenerimento

e recupero energetico e il

numero degli impianti presenti

In campo nazionale sono riportati,

nella figura 4, gli impianti suddivisi

per regione e il corrispondente numero

di discariche autorizzate. Estrapolando

i dati rispetto ai volumi di

rifiuti prodotti dalle singole regioni,

è stata elaborata una mappa di rischio

che evidenza lo stato di salute del sistema

integrato di gestione dei rifiuti

e la sua applicazione nelle singole

regioni.

FIG. 3

In Italia si rileva un mix di tecniche

di smaltimento differenziato per aree

geografiche.

Al nord gli impianti di recupero energetico

e incenerimento costituiscono

il 19% (in termini di rifiuti trattati)

contro il solo 3% del sud. Sempre

al nord la raccolta differenziata raggiunge

il 45%, contro il solo 14,7%

del sud.

Il termovalorizzatore di San

Vittore del Lazio

In questo contesto nazionale si inserisce

l’impianto di termovalorizzazione

realizzato dalla società ARIA

(Acea Risorse ed Impianti per l’Ambiente)

del gruppo Acea.

L’impianto è costituito da tre linee

delle quali due entrate in esercizio nel

2011 e la terza, realizzata nel 2003,

attualmente fuori servizio ed oggetto

QUANTITATIVI RIFIUTI TRATTATI IN INCENERITORI (RECUPERO ENERGETICO) E NUMERO DI IMPIANTI

PRESENTI NEI PAESI EUROPEI

2012 www.ambientesicurezza24.com 37

RIFIUTI

di lavori di revamping.

Nella configurazione finale a tre linee

l’impianto garantirà una valorizzazione

energetica oltre 300.000 t/y

di CDR delle quali 45.000 potranno

essere in alternativa fanghi essiccati

provenienti dalla depurazione civile.

I dati tecnici generali di impianto

sono riportati in tabella 1.

L’impianto costituisce una best practice

nazionale. Questa affermazione

che può apparire enfatica trova in

realtà la sua ragion d’essere sia per

come sono state risolte le problematiche

territoriali sia per le soluzioni

tecnologiche proposte.

L’Italia è in ritardo sull’impiantistica

essenzialmente per i tempi necessari

all’ottenimento delle autorizzazioni e

la relativa mancanza di salvaguardia

dei diritti/profili autorizzativi conse-

(FONTE NOMISMA)


RIFIUTI

FIG. 4 IMPIANTI SUDDIVISI PER REGIONE

FIG. 5 DISTRIBUZIONE TECNOLOGIE DI TRATTAMENTO IN ITALIA

guiti iie per la l sindrome id Nimby Ni b llegata blematiche bl ih che h generalmente l ritar- i territorio, i i con lla ricerca i di una condi- di

ad una difficoltà a trovare consenso dano la realizzazione degli impianti visione delle soluzioni tecniche con le

nelle comunità locali.

sono state affrontate e risolte con una amministrazioni locali e soprattutto

Nel caso dell’impianto citato, tali pro- attenta campagna di informazione sul dedicando gran parte dell’investimen-

38

www.ambientesicurezza24.com 2012


TABELLA 1 – DATI TECNICI GENERALI DI IMPIANTO

N°. di linee 3

Quantità di rifi uti per ciascuna linea 13,0 t/h

Capacità oraria di trattamento complessiva 39,0 t/h

PCI di progetto al CNC 15.000 kJ/kg

Vapore totale prodotto per ogni linea 65.1 t/h

Temperatura dei fumi uscita caldaie 180-200 àC

Giorni/anno di funzionamento 325 n°

Capacità giornaliera 936 t/d

Quantità totale di rifi uti 304.000 t/a

Ore/anno di funzionamento continuo 7.795 n°

Potenza termica complessiva 162,5 MWt

Potenza elettrica lorda prodotta 43 MWe

Energia elettrica lorda prodotta su base annua, circa 320.000.000 KWh/anno

to alle tecnologie per l’abbattimento

delle emissioni.

L’impianto è stato realizzato con tecnologie

dedicate a prevenire l’inquinamento

e al contenimento delle emissioni.

La prevenzione è stata ottenuta con

una ottimizzazione del processo di

combustione articolato in:

• realizzazione di un sofisticato sistema

di regolazione e controllo della

combustione del CDR con utilizzo

di tecnologie di misuratori di portata

e di valvole di regolazione della

portata. In questo modo il sistema

di controllo della combustione è

in grado di regolare al meglio il

processo, agendo sulla posizione

del fronte di fiamma e ottimizzando

la combustione stessa;

• ottimizzazione del rendimento del

processo di combustione attraverso

il mantenimento della potenzialità

termica del forno in condizioni stabili.

Viene effettuata la regolazione

della produzione continua oraria di

vapore in presenza di un eccesso di

aria, e quindi di ossigeno libero nei

fumi, costante e di temperatura uniforme

della camera di combustione;

• apporto di aria secondaria, per il

completamento del processo di

combustione e per il rispetto delle

norme vigenti (emissione di CO,

COT);

• ricircolo di parte dei fumi in uscita

dal filtro a maniche in camera di

combustione al fine di:

– permettere la miscelazione dei

gas combusti e il controllo della

temperatura di uscita dei fumi

dalla caldaia;

– ridurre il volume effettivo dei

fumi a camino;

– ridurre il tenore di NOx in camera

di post-combustione;

• dimensionamento della camera di

post-combustione per la permanenza

dei fumi, per almeno 2 secondi,

ad una temperatura superiore

a 850 °C ed in ambiente ossidante(>6%

O2).

Il contenimento delle emissioni è

stato ottenuto con la realizzazione di

una linea fumi ad alta tecnologia

Le linee di trattamento dei fumi progettate

sono caratterizzate da:

• filtrazione primaria costituita da

precipitatore elettrostatico a due

stadi con possibilità di segregare

separatamente le ceneri leggere.

Il passaggio dei fumi attraverso

l’elettrofiltro garantisce una riduzione

del tenore di polveri nei gas

in uscita dalla caldaia fino a un

valore pari a 100 mg/Nm3;

• sistema di trattamento dei fumi a

secco. Questo sistema permette di

abbattere per neutralizzazione con

2012 www.ambientesicurezza24.com 39

RIFIUTI

bicarbonato di sodio gli inquinanti

acidi presenti nei fumi quali HCl,

HF ed SOx. Il dosaggio è attuato

nel reattore a secco posto dopo

l’elettrofiltro e la reazione si completa

sullo strato di pannello delle

maniche filtranti. I sali sodici formatisi

durante le reazione di abbattimento

vengono separati dal filtro

a maniche e convogliati al relativo

impianto di trasporto polveri.

L’abbattimento dei metalli pesanti,

delle diossine e dei furani avviene

mediante assorbimento con carbone

attivo iniettato nel reattore separatamente.

Il filtro a maniche ha la doppia funzione

di completare i processi di rimozione

degli inquinanti acidi e di liberare

i gas dal carico di particelle solide. I

prodotti della reazione e le particelle

trattenute mediante il filtro a maniche

cadono nella tramoggia per deformazione

rapida delle maniche sotto

l’azione di un flusso di aria compressa

generata in controcorrente.

Il sistema di abbattimento è completato

da un sistema catalitico di rimozione

degli NOx (SCR).

I fumi in uscita dal filtro a maniche

subiscono un processo di riduzione

degli ossidi di azoto per cui il tenore

degli NOx viene ricondotto nei limiti

normativi. Il reattore catalitico deNOx


RIFIUTI

SCR assicura un alto tasso di conversione

degli ossidi di Azoto in Azoto

gassoso (N) e acqua, grazie a una re-

FIG. 6

40

SCHEMA DELLA LINEA FUMI

successivi (preriscaldo acqua e recupero,

scambiatore fumo di condensa). Le

soluzioni tecnologiche sopradescritte

azione in cui intervengono l’ossigeno

residuo contenuto nei gas e l’ammoniaca

iniettata nel catalizzatore.

consentono di avere in esercizio dei

valori delle emissioni ben al di sotto dei

limiti vigenti nella Regione Lazio già

TABELLA 2 – EMISSIONI REGISTRATE NEL PRIMO ANNO DI ESERCIZIO

Inquinanti

Valore massimo

registrato per

linea 2 (mg/Nm3)

2011/2012

Valore massimo

registrato per

linea 3 (mg/Nm3)

2011/2012

Valori limite giornaliere

per emissioni in atmosfera

– Limiti Nazionali

riportati nel D.lgs 133/2005

– Allegato 1 paragrafo A

(mg/Nm3)

A valle dei processi sopradescritti, i gas

cedono il calore sensibile residuo dei

fumi attraverso due stadi di recupero

inferiori e cautelativi rispetto ai limiti

imposti dalla normativa nazionale di

cui al dlgs n. 133/ 2005. l

Valori limite giornalire

per emissioni in atmosfera

– Limiti Regionali riportati

dalla Deliberazione del

Consiglio Regionale n.

112 del 10/07/2011 – punto

3.10.1 (mg/Nm3)

Polveri totali 0,06 0,02 10 3 Elettrofi ltro, fi ltro a maniche

Sostanze organiche sotto forma

di gas e vapori espresse come

Carbonio organico totale TOC

Componenti inorganici del cloro

sotto forma di gas o vapori espressi

come Acido cloridrico HCL

Componenti inorganici del fl uoro

sotto forma di gas o vapori espressi

cone Acido fl uoridrico HF

2,08 2,68 10 9

1,28 1,31 10 8

0,1 0,43 1 1

Ossidi zolfo SO 0,24 0,75 50 40

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BAT

Ottimizzazione processo di

combustione

Iniezione di bicarbonato nel

fi tro a maniche

Iniezione di bicarbonato nel

fi tro a maniche

Iniezione di bicarbonato nel

fi tro a maniche

Ossidi azoto NO 32,86 32,44 200 70 Sistema SCR

Ossido di carbonio 14,68 11,9 50 40

Cadmio


2012 www.ambientesicurezza24.com 41

RIFIUTI

Un nuovo approccio alla gestione

dei rifiuti organici

DI ALESSANDRO FILIPPI, AMMINISTRATORE DELEGATO AQUASER, GRUPPO ACEA SPA

Il compostaggio rappresenta

un passaggio essenziale di un

corretto e completo sistema di

gestione dei rifiuti; la stessa raccolta

differenziata, non trova un vero

compimento senza un’adeguata impiantistica

di compostaggio.

L’impianto di compostaggio attua il

principio di Lavoisier “Nulla si crea,

nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”,

permette infatti di catturare la

ricchezza presente nel rifiuto organico

trasformandola in un concime

pronto per l’uso.

Ed è proprio sulla produzione di un

buon fertilizzante che si focalizza

l’attività di Kyklos, che fa parte del

gruppo Acea.

Per riassumere schematicamente il

funzionamento di un impianto di

compostaggio, si può affermare che

si parte dalla frazione organica, dal

rifiuto verde e dai fanghi di depurazione

per ottenere fertilizzante.

Un impianto di compostaggio rappresenta

quindi un ponte tra il mondo dei

rifiuti e il mondo agricolo.

L’esperienza di Kyklos è espressione

anche di un’altra sintesi: quella di una

esperienza storica di matrice agricola

e quella di un grande gruppo come

ACEA.

Kyklos nasce nel 1996 per iniziativa

di un piccolo gruppo di imprenditori

che provenivano dal mondo agricolo

e hanno iniziato ad interessarsi di

rifiuti perché avevano l’esigenza di

autoprodursi un fertilizzante che servisse

alle loro colture di kiwi.

Si trattava quindi di una piccola impresa

con un impianto da 25 mila

tonnellate.

Nel 2009 avviene l’incontro con

Acea, la grande impresa, che acquisisce

l’impianto e ne mette in esercizio

in 9 mesi uno da 66 mila tonnellate,

che è quello attuale.

Anche questo aspetto è rilevante perché

testimonia come per riuscire a

mettere in funzione un impianto di

rifiuti è necessario creare una convergenza

sociale e politica che lo accetti

e lo autorizzi.

Per quanto riguarda i progetti futuri

Kyklos vorrebbe ampliare l’impianto

ponendo in testa all’attuale linea di

compostaggio aerobico, una linea di

digestione anaerobica della FORSU

(frazione organica da raccolta differenziata).

Tale linea produrrà:

– una fase gassosa (biogas), che va ad

alimentare la centrale di cogenerazione

per la produzione di energia

elettrica da fonte rinnovabile;

– una fase solida (digestato solido),

che – miscelata con le altre frazioni

organiche in ingresso (fanghi e

frazione ligneo-cellulosica) – verrà

avviata alla fase di compostaggio

aerobico

– una fase liquida da avviare a trattamento

prima del riuso interno

all’impianto (questa scelta minimizza

la necessità di approvvigionamenti

idrici industriali).

In totale l’impianto così concepito

potrebbe gestire fino a 120 mila

tonnellate di rifiuti. Questo progetto

servirà a rispondere in maniera adeguata

all’incremento della raccolta

differenziata.

Per quanto riguarda le tecnologie, la

Kiklos degli anni Novanta usava tecniche

molto semplici: un piazzale in cui

si faceva rivoltamento di accumuli di

rifiuti organici. Per poter far accettare

al meglio un impianto bisogna essere,

invece, in grado di proporre e adottare

il meglio dal punto di vista industriale

sia in termini di trattamento delle

emissioni, sia nei processi produttivi.

Quando è stata realizzata l’attuale

Kyklos sono state spostate tutte le fasi

di lavorazione, che prima avvenivano

all’esterno, in ambienti confinati e

questo proprio perché la maggiore

criticità dal punto di vista ambientale,

di un impianto di compostaggio è costituita

dall’odore.

Infine per fornire qualche dato: dal

2009 Kyklos ha trattato 95 mila tonnellate

di frazione organica ed essendo

uno dei pochi impianti funzionanti nel

Lazio stiamo supportando in maniera

significativa la raccolta differenziata

delle province di Roma e Latina.

È significativo ricordare, inoltre, che

il compostaggio non ha solo il compito

di trattare il rifiuto organico, ma

anche quello di produrre il miglior

fertilizzante possibile e di venderlo

alla migliori condizioni economiche;

quello che Kyklos sta cercando

di fare è portar avanti l’idea che il

compostaggio non può più essere

considerato come l’ultimo anello della

gestione rifiuti ma il primo della filiera

agricola; questo è il nostro punto

di vista innovativo nella gestione dei

rifiuti organici.

Il gruppo AQUASER e

l’ecoinnovazione

Tra i maggiori operatori italiani nella

gestione dei rifiuti prodotti dagli impianti

di depurazione, AQUASER è

un gruppo industriale, all’interno del

Gruppo ACEA, concentrato sulle atti-


RIFIUTI

vità connesse alla gestione dei servizi

idrici ambientali nelle regioni Lazio,

Umbria e Toscana.

AQUASER intende l’ecoinnovazione

come realtà da realizzare e non come

semplice enunciato.

Infatti ha sviluppato e realizzato

una serie di attività per la gestione

del corretto collocamento dei rifiuti

organici, massimizzandone il recupero,

al fine di costruire un modello

virtuoso di eco-innovazione applicato

su scala industriale, con recupero

di altre matrici quali i fanghi di

42

depurazione ed il verde.

L’Azienda segue, da sempre, il tema

della tutela dell’ambiente e dello sviluppo

del territorio in cui opera, attraverso

l’attuazione di iniziative volte alla

massimizzazione dell’efficienza ambientale,

garantendo redditività, qualità

dei servizi e sviluppo sostenibile.

I numeri

AQUASER gestisce l’intero processo

di ritiro, trasporto e collocazione

dei fanghi prodotti dagli impianti di

depurazione, assicurando il controllo

dell’intera filiera e la massima valorizzazione

attraverso il recupero.

Nel 2011 il gruppo AQUASER ha gestito

oltre 200.000 tonnellate di rifiuti.

AQUASER dispone di due impianti

di compostaggio:

• KYKLOS, situato nel Lazio (Aprilia

– LT): il più grande impianto di compostaggio

della regione, realizzato in

soli 9 mesi, con l’impiego delle migliori

tecnologie disponibili, in grado

di trattare 66.000 ton/anno di rifiuti;

• SOLEMME, situato in Toscana

(Monterotondo M.mo – GR): è

parte del sistema impiantistico

previsto dal “Piano industriale di

gestione dei Rifiuti Urbani ATO 9”

della Provincia di Grosseto. l

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La situazione dei rifiuti

a Roma e nel Lazio

DI BRUNO LANDI, PRESIDENTE FEDERLAZIO AMBIENTE

Federlazio Ambiente ha avuto

diverse occasioni per esprimere

la propria posizione sulla

situazione dei rifiuti nella

città di Roma e, più in generale, nella

Regione Lazio. In un primo caso,

quando il Consiglio Regionale stava

discutendo dell’approvazione del Piano

regionale di gestione dei rifiuti, ha

sostenuto che l’approvazione di quel

Piano avrebbe rappresentato un significativo

passo avanti per la realizzazione

di un sistema industriale dei rifiuti

allineato alle direttive comunitarie.

Direttive, secondo le quali la discarica

costituisce l’ultimo anello residuale di

un sistema di gestione basato, prevalentemente,

sul recupero e il riciclo.

In altre circostanze l’associazione si è

opposta alla dichiarazione dello stato

di emergenza nella Capitale, facendo

anche ricorso al TAR in merito, perché

riteneva che esistessero gli strumenti

ordinari per risolvere la situazione

senza ricorrere alla figura del Prefetto.

Le esperienze passate infatti fanno

ritenere che il ricorso a strumenti

straordinari non solo non porti alla

risoluzione dei problemi e delle emer-

genze in corso, ma che, in qualche

modo, comporti anche uno svilimento

dell’amministrazione ordinaria e finisca

con l’acuire le contraddizioni tra le

Istituzioni coinvolte. Le circostanze ci

daranno ampiamente ragione.

Da ultimo Federlazio Ambiente ha accolto

con favore l’intervento del Ministero

dell’Ambiente, per competenza

il Ministero più idoneo a risolvere la

situazione dei rifiuti che si è creata a

Roma. Riteniamo corretto l’approccio

del Ministro Clini, focalizzato

sull’adozione di un piano strategico

che punti sulla raccolta e sul recupero

dei rifiuti riciclabili e lasci il tema

della discarica come tema marginale,

così come dovrebbe effettivamente

avvenire seguendo le direttive comunitarie

e nazionali.

È evidente, considerato anche lo spazio

che occupa sui giornali e sui vari

media, che non sarà facile ridimensionare

il ruolo della discarica per

porla all’ultimo posto della gerarchia

del sistema rifiuti: è troppo diffusa

e radicata l’idea che un sito di raccolta

possa risolvere tutti i problemi

legati ai rifiuti della Capitale. Non

2012 www.ambientesicurezza24.com 43

RIFIUTI

solo: il tema discarica rischia davvero

di porre il nostro Paese in una

situazione delicata ed imbarazzante

soprattutto quando viene indicato

Corcolle-Villa Adriana come sito potenziale.

Federlazio non ha dubbi che

il sito indicato rispetterebbe tutte le

distanze minime previste dal Piano

regionale, ma sorgerebbe comunque

in prossimità di un’area archeologica

di rilievo mondiale e come tale posta

sotto tutela dall’Unesco. Un’area che

rappresenta una parte significativa

del patrimonio culturale e artistico

del nostro Paese, quel patrimonio che

potrebbe costituire una delle leve per

la rinascita della penisola in tempo di

crisi e che non dovrebbe per nessun

motivo essere messo a rischio.

Auspichiamo quindi come Federlazio

Ambiente che le tre Istituzioni coinvolte,

Comune-Provincia-Regione,

superino la fase dei veti incrociati e,

coadiuvate dal Ministero dell’Ambiente,

riescano ad impostare un confronto

ragionevole per trovare un

sito nel quale il problema dei residui

di lavorazione degli impianti possa

trovare finalmente una soluzione. l


RIFIUTI

L’esperienza di HTR Ambiente:

dallo smaltimento al recupero

DI VINCENZO COZZOLI, PRESIDENTE HTR AMBIENTE

HTR nasce nel 2003, l’anno

di pubblicazione del

D.Lgs. n.36 del 13/01/03

sulle discariche: una significativa

coincidenza per una società

che si occupa di gestione rifiuti e bonifiche

di siti inquinati. In particolare

HTR si occupa della gestione di rifiuti

provenienti da varie attività industriali,

alimentare, meccanica, farmaceutica.

Fin dai primi tempi dell’attività la

società ha dovuto affrontare il problema

del conferimento dei rifiuti industriali

dal momento che nella regione

Lazio non ci sono discariche adatte

a ricevere questa tipologia di rifiuti,

salvo qualche piccola eccezione.

FIG. 1 IL PERCORSO VERSO LA SOSTENIBILITÀ

44

Per i nostri clienti, quindi, abbiamo

cercato di tracciare linee guida che

andassero oltre il mero smaltimento

in discarica, ma fornissero alternative

più vantaggiose da un punto di vista

tecnico ed economico. Cerchiamo

inoltre di lavorare con il cliente, intervenendo

anche nei processi produttivi,

per ridurre la produzione dei

rifiuti e per rendere quelli prodotti

recuperabili in siti idonei. Per far

questo abbiamo coinvolto anche impianti

di trattamento che ci affiancano

nel nostro percorso.

La figura 1 mostra le percentuali di

rifiuti da noi gestiti in impianti di

recupero: potrebbero sembrare basse,

ma alcuni rifiuti industriali sono per

ora difficilmente recuperabili.

È probabile che con l’evoluzione

della normativa dei sottoprodotti sarà

possibile in futuro recuperare ulteriore

materiale che ora può essere

destinato soltanto alla termovalorizzazione.

Da qualche anno, inoltre, stiamo

cercando di individuare impianti di

smaltimento finale che abbiano conseguito

certificazioni Emas o abbiano

comunque avviato percorsi di sostenibilità

all’interno dei propri processi

produttivi. Per poter procedere con

la selezione degli impianti più idonei

abbiamo individuato degli indicatori

guida che sono:

• risparmio energetico o produzione

di energia;

• contenimento delle emissioni e riduzione

dell’utilizzo di acqua e

risorse;

• prossimità al luogo di produzione

per la diminuzione dell’impatto

ambientale generato dal trasporto

Per P fare un esempio in cui abbiamo

avuto a un’ottima collaborazione con

un u nostro cliente, possiamo citare il

lavoro l svolto per una multinazionale

attiva a nella produzione e distribuzione

n di beni di largo consumo per la

quale q si dovevano avviare a distruzione

n fiscale prodotti alimentari scaduti.

Come C HTR ci siamo posti da subito

l’obiettivo l di inviare il materiale ad

impianti i di recupero che adottassero

tecniche t idonee quali il compostaggio,

g la digestione anaerobica o la

produzione p di biogas.

In I tal senso è stata avviata fin dal

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2003 una ricerca che verificasse

l’idoneità di impianti situati a Roma,

Carpi, Alessandria e Padova, tenendo

conto sia degli aspetti tecnici che

di quelli normativi, quali l’allora

recente Regolamento CE 1774/2002

per le questioni sanitarie legate ai

sottoprodotti di origine animale.

I risultati positivi non furono immediati.

Il problema maggiore era

legato alla gestione degli imballaggi,

interni ed esterni, che avevano caratteristiche

eterogenee e non compatibili

con i trattamenti di recupero

individuati.

Nel corso degli anni, tuttavia, grazie

alla sinergia con il committente e

con gli impianti di recupero, gli studi

sui problemi del confezionamento

sono stati progressivamente risolti.

Allo stato attuale la totalità dei rifiuti

alimentari provenienti dalle distruzione

fiscale di beni possono essere

inviati a compostaggio o a recupero

per la produzione biogas. l

FIG. 2 DISTRUZIONI FISCALI PRODOTTI ALIMENTARI SCADUTI

2012 www.ambientesicurezza24.com 45

RIFIUTI


RIFIUTI

HTR Bonifiche: la gestione dei

rifiuti da demolizione selettiva

DI GIANLUCA MORELLI, PRESIDENTE HTR BONIFICHE

Nel corso degli ultimi anni

si va progressivamente affermando

una nuova concezione

delle attività di

demolizione volta all’adeguamento

di tali attività secondo quanto previsto

dalle normative comunitarie in

materia di recupero dei rifiuti.

In precedenza il contenimento dei costi

di una demolizione era impostato

sul risparmio dei tempi di progetto

e di intervento, dei costi diretti di

personale e macchinari, e talvolta

persino degli oneri di smaltimento

del materiale, il rifiuto infatti veniva

gestito illegalmente attraverso il

parziale reimpiego non autorizzato

o peggio lo smaltimento illecito. Gli

interventi erano attuati per lo più da

ditte edili senza particolari specializzazioni,

coinvolte nell’intervento

successivo di ristrutturazione civile o

ricostruzione.

La tendenza volge finalmente a impostare

il contenimento dei costi attraverso

una progettualità tecnica dedicata

che porta come risultato finale la

prevenzione e minimizzazione degli

impatti negativi causati da materiali

pericolosi e la massimizzazione della

quota di rifiuti recuperabili.

Tale tendenza garantisce la conformità

normativa e permette una preventivazione

più accurata ed affidabile

degli oneri e dei tempi di intervento.

Per questo si è cercato nel tempo

di affermare la valenza nei lavori di

demolizione di imprese specialistiche

nel settore dello smaltimento

dei rifiuti speciali pericolosi e non

pericolosi.

In particolare il caso che presentiamo

si riferisce alla demolizione, o stripout,

di un fabbricato a Roma, l’ex

46

agenzia delle entrate di via dei Normanni.

HTR Bonifiche ha studiato

l’immobile in fase iniziale, compiendo

quello che nel gergo si chiama due

diligence ambientale, evidenziando

tutte le passività ambientali presenti

nell’immobile: amianto, fibre minerali

presenti nei controsoffitti o nei

rivestimenti delle tubazioni, gas o

fluidi presenti negli impianti tecnologici

delle centrali termiche, presenza

di serbatoi interrati contenenti

idrocarburi per il riscaldamento. Ciò

ha permesso di individuare le zone a

rischio su cui intervenire con operai

specializzati, di interdire le aree con

presenza di amianto. L’iter ammini-

FIG. 1

STRIPOUT EDIFICIO EX AGENZIA DELLE ENTRATE

DI VIA DEI NORMANNI, ROMA

strativo a seguito quanto previsto dal

D. Lgs. 81/08 con la presentazione

dei Piani di Lavoro e dei POS agli organi

competenti. Dopo aver eliminato

le passività si è passati alla demolizione

dei materiali non pericolosi,

durante la quale tutti i rifiuti sono

stati cerniti e differenziati per tipologia.

Tali attività preliminari hanno

permesso di aumentare le percentuali

di rifiuti recuperati e di ridurre quelle

dei materiali conferiti in discarica.

Naturalmente sono aumentati i tempi

di realizzazione delle opere a favore

però di una più attenta e accurata

gestione dei rifiuti.

La piccola percentuale di materiali

www.ambientesicurezza24.com 2012


conferiti in discarica si riferisce a

materiali contenenti amianto e alle fibre

minerali. Purtroppo la situazione

attuale per il conferimento di questi

materiali, infatti, non è adeguata al

carico di produzione e comporta costi

particolarmente elevati per il loro

smaltimento.

In particolare, nel Lazio non esistono

discariche e oltre il 70% del rifiuto

viene inviato in Germania, anche

grazie al tramite di impianti di stoccaggio

provvisorio localizzati per lo

più nel Nord Italia.

Tale situazione alimenta il perdurare

delle pratiche di abbandono illeci-

2012 www.ambientesicurezza24.com 47

RIFIUTI

to, con grave impatto sulla salute

dei cittadini e sulla salvaguardia del

territorio. La sensibilizzazione della

risoluzione di tale problematiche si

scontra purtroppo con altre necessità

di ancor più importanza quali quelle

delle soluzioni per le discariche dei

rifiuti urbani. l


RIFIUTI

Risviluppo di siti contaminati

con residui industriali

abbandonati prima del 1982

DI ANDREA CAMPIONI, MANAGING DIRECTOR – ENVIRON ITALY S.R.L.

E LUCA SACILOTTO, SENIOR MANAGER – ENVIRON ITALY S.R.L.

Nell’ambito degli interventi

di bonifica, regolati dalla

Parte Quarta del D.Lgs.

152/06 e s.m.i., per il risviluppo

di siti industriali contaminati

è spesso necessario gestire materiali

di riporto contenenti i residui delle

produzioni industriali pregresse.

Nella maggioranza dei casi, tali materiali

sono stati generati e depositati

prima dell’entrata in vigore della

prima normativa italiana sui rifiuti

(DPR 915/82). In molteplici casi le

deposizioni di detti materiali costituiscono

i sedimi di aree industriali di

vaste dimensioni (p.e. siti complessi

interni ai SIN) e risultano messi a

dimora secondo modalità, al tempo,

non regolamentate, a costituire «materiali

di riporto» non separati dalle

matrici ambientali circostanti.

I residui più comunemente riscontrati

come materiali di riporto, per le buone

caratteristiche geotecniche degli

stessi, possono essere residui delle

lavorazioni di minerali (p.e. ceneri

di pirite), dei metalli ferrosi e non

(scorie di fusione, SPL ecc.), residui

di cave, materiali da demolizione,

scarti edili in genere. I materiali di

riporto possono avere natura inerte o

essere caratterizzati da caratteristiche

chimico-fisiche in grado di generare

impatti sulle matrici ambientali (p.e.

eluati) e l’uomo (p.e. polveri contenenti

sostanze pericolose per la salute

umana).

Se riscontrati durante l’iter di bonifica

(nelle fasi di caratterizzazione),

la presenza dei suddetti residui

48

può generare conflitti tra i privati,

proprietari delle aree, e le pubbliche

autorità, responsabili dell’iter

di bonifica. Infatti, si assiste spesso

a contraddittori legali, di difficile

risoluzione, in merito alla natura e

alla corretta gestione dei «materiali di

riporto»: in taluni casi ai soggetti privati

è stato contestato il reato di «abbandono

di rifiuti». In tali situazioni,

la richiesta avanzata da Enti pubblici

di rimuovere i suddetti materiali, oltre

ad essere infondata dal punto di vista

meramente normativo, è anche tecnicamente

ed economicamente non

sostenibile.

Di fronte a tali situazioni di conflittualità,

è opportuno sottolineare

che recentemente l’Autorità statale

ha sancito per i «materiali di riporto»

l’esclusione dall’applicazione

dei regolamenti contenuti nella Parte

IV in riferimento ai rifiuti, potendo

i «materiali di riporto» rientrare nel

campo di applicazione della disciplina

in materia di bonifica dei suoli

contaminati (Parte IV del D.Lgs.

152/06) qualora soddisfino una serie

di condizioni definite dal Legislatore.

Infatti, la legge n. 28 del 24/03/2012

(Conversione in legge, con modificazioni,

del decreto-legge 25 gennaio

2012, n. 2, recante misure straordinarie

e urgenti in materia ambientale),

dispone che i riferimenti al “suolo”

di cui alla parte IV del D.Lgs. 152/06

siano da intendere in relazione anche

alle «matrici materiali di riporto»

e in particolare all’Art. 3 comma

2, definisce i «materiali di riporto»

come: «materiali eterogenei, come

disciplinati dal decreto di attuazione

dell’articolo 49 del decreto-legge 24

gennaio 2012, n. 1, utilizzati per la

realizzazione di riempimenti e rilevati,

non assimilabili per caratteristiche

geologiche e stratigrafiche al terreno

in situ, all’interno dei quali possono

trovarsi materiali estranei».

Si rammenta inoltre che la sopracitata

norma si definisce di «interpretazione

autentica» e, in quanto tale, risulta

essere applicabile retroattivamente.

Alla luce dei dettami normativi, ed

adottando gli strumenti tecnici forniti

dalla norma sulle bonifiche e basati

sull’Analisi di Rischio sanitario

ambientale sito-specifica (così come

definita nell’Allegato I al Titolo V

della Parte IV D.Lgs. 152/06 e s.m.i.),

sono stati identificati e sviluppati

approcci di bonifica, a costi sostenibili,

che garantiscono la protezione

della salute umana e dell’ambiente.

L’approccio utilizzato prevede la verifica

dell’accettabilità del rischio in

funzione dei percorsi di esposizione

effettivamente attivi e degli scenari

d’uso previsti per il sito:

• le concentrazioni delle sostanze rilevate

nei materiali di riporto devono

essere inferiori alle concentrazioni

soglia di rischio, o devono essere

interrotti i percorsi di esposizione;

• i materiali di riporto non devono

generare impatti ambientali negativi

sulle matrici ambientali circostanti

(acque di falda, acque superficiali,

eventuali ecosistemi sensibili presenti).

www.ambientesicurezza24.com 2012


Qualora le verifiche sopra elencate

abbiamo esito positivo, l’iter procedurale

di bonifica è considerato

concluso e, previa approvazione degli

Enti competenti, le matrici analizzate

sono considerate non contaminate.

Qualora le verifiche condotte mostrino

superamento degli obiettivi

in termini di rischio accettabile, si

procederà alla progettazione degli interventi

di bonifica in funzione dello

scenario critico di esposizione alla

contaminazione.

Nel seguito sono riportati alcuni casi

di esempio di approcci di bonifica

proposti per eliminare i superamenti

degli obiettivi target mediante interruzione

dei percorsi di esposizione

e/o delle vie di migrazione rispetto a

cui gli obiettivi stessi sono stati determinati.

Gli interventi proposti sono

valutati secondo il principio della

«migliore tecnologia applicabile a

costi sostenibili».

Casi di esempio

Nel primo caso, in un’area circoscritta

di un sito contaminato ad uso

industriale, sono stati messi a dimora

in passato terreni di riporto superficiali

che presentano concentrazioni di

metalli pesanti superiori alle Concentrazioni

Soglia di Contaminazione

definite dalla normativa vigente. In

tale caso, i materiali determinano

un potenziale rischio sul recettore

umano per contatto dermico, esposizione

a polveri contaminate generate

dal vento, ingestione accidentale dei

terreni.

L’approccio di bonifica analizzato

mediante Analisi di Rischio prevede

l’interruzione dei percorsi di espo-

sizione diretta alla contaminazione

da parte del recettore umano. La soluzione

tecnica applicabile sarà la

realizzazione di un confinamento

superficiale ingegnerizzato («capping»)

del materiale di riporto atto

ad interrompere i contatti diretti con i

materiali, senza necessità di asportazione

degli stessi.

Nel secondo caso analizzato, l’intervento

riguarda un’area con presenza

di riporti storici non inerti in grado

di rilasciare sostanze pericolose per

gli ambienti acquatici. In particolare,

i residui possono essere dilavati dalle

acque meteoriche e generare eluati

contaminati che possono migrare

verso la falda, con alterazione della

qualità della stessa. Mediante calcoli

di Analisi di Rischio, dapprima si

determina se le sostanze rilasciate dai

materiali alla falda possono raggiungere

concentrazioni tali da generare

un rischio per la qualità della falda,

al fine di garantirne i potenziali usi al

di fuori del sito stesso. Nel caso che

l’obiettivo di rischio sia superato, si

prevede la realizzazione di un confinamento

superficiale ingegnerizzato

(«capping») del materiale di riporto

atto ad interrompere il percorso di infiltrazione

delle acque meteoriche nei

materiali di riporto, e la conseguente

formazione di eluato contaminato.

Mediante lo studio dei fenomeni di

trasporto della contaminazione in

falda, si determina inoltre se esiste

la necessità di effettuare interventi

localizzati mirati alla riduzione della

mobilità delle sostanze in falda.

Ad esempio, si valuta la possibilità

di ridurre la mobilità delle sostanze

presenti nei materiali, o la necessità

2012 www.ambientesicurezza24.com 49

RIFIUTI

di effettuare interventi di riduzione

della permeabilità dei terreni naturali

di imposta, o la fattibilità di realizzazione

di confinamenti verticali dei

materiali intestati alla base dell’acquifero,

oppure ancora la necessità

di contenimento idraulico della contaminazione

all’interno dell’area sottoposta

a confinamento superficiale.

Nel terzo caso, analizziamo una situazione

in cui sono attivi contemporaneamente

i percorsi di migrazione

della contaminazione verso ricettori

umani e matrici ambientali. In questa

situazione, qualora l’Analisi di

Rischio evidenziasse l’esistenza di

un livello di rischio non accettabile,

si dovrà optare per la realizzazione

di opere di confinamento on-site

(«volume confinato») per la messa

a dimora e isolamento dei materiali

di riporto.

Per la valutazione e selezione delle

tecnologie realizzative del «volume

confinato» idonee e necessarie ad isolare

i materiali, nel contesto ambientale

e d’uso sito-specifico, si adotterà

un’apposita Analisi di Rischio

sito-specifica. La suddetta Analisi di

rischio sarà sviluppata tenendo conto

delle caratteristiche chimico-fisiche

dei materiali di riporto oggetto di

confinamento, dei dati ambientali del

sito, delle modalità costruttive del

sistema di confinamento.

L’Analisi di Rischio sito-specifica

permetterà in questo caso di definire

la migliore soluzione tecnologico-realizzativa

del volume

confinato, e le prestazioni tecniche

del sistema necessarie al corretto

isolamento dei materiali dall’ambiente

circostante. l


RIFIUTI

“Rifiuti” vs “Sostanze”

le possibili offerte REACH

DI ANDREA CAMPIONI, MANAGING DIRECTOR – ENVIRON ITALY S.R.L.

E ROBERTO SALVATI, SENIOR MANAGER – ENVIRON ITALY S.R.L.

Il Regolamento REACH (CE

1907/2006 - Registration, Evaluation,

Authorisation and restriction

of CHemicals), entrato

in vigore il 1° giugno 2007, è il risultato

di uno sforzo legislativo a livello

comunitario, realizzato con l’intento

di rendere più efficace e migliorare

il precedente quadro legislativo sulle

sostanze chimiche nell’Unione

Europea armonizzandolo ai principi

ispiratori e alle linee guida del Global

Harmonized System 1 .

Il Regolamento “mira ad assicurare

un elevato livello di protezione

della salute umana e dell’ambiente,

nonché la libera circolazione delle

sostanze in quanto tali o in quanto

componenti di preparati e articoli,

rafforzando nel contempo la competitività

e l’innovazione e promuovendo

lo sviluppo di metodi alternativi

per la valutazione dei pericoli che le

sostanze comportano”.

La sistematizzazione e rioganizzazione

della conoscenza, riguardando

sia le caratteristiche di rischio delle

sostanze (tal quali, in miscele o

articoli) sia le aziende, che queste

sostanze producono, utilizzano ed

immettono sul mercato, apre scenari

di interesse per tutti coloro che attualmente

sono costretti a gestire come

rifiuti degli scarti di produzione con

un potenziale valore commerciale.

In termini squisitamente economici,

il REACH apre la possibilità, laddove

ne sussistano le condizioni, di convertire

un “costo diretto”, ovvero lo

1 http://www.unece.org/trans/danger/publi/

ghs/ghs_welcome_e.html

50

smaltimento come rifiuto, in un “utile

diretto” derivante dalla vendita di una

“nuova sostanza”.

A tale proposito è interessante osservare

che il Regolamento prevede,

nell’ambito della classificazione delle

sostanze, una categoria specifica

che ben si adatta alla realtà degli

“scarti di produzione” ovvero i cosiddetti

UVCB (Unknown or Variable

composition, Complex reaction

products or Biological origin), in

cui rientrano tutte quelle sostanze di

composizione variabile o di difficile

univoca determinazione in cui a pieno

titolo ricadono i rifiuti di origine

industriale.

Materiali gestiti come rifiuti

La gestione dei rifiuti (Art. 178

D.Lgs. 152/06) è effettuata secondo

criteri di Efficacia, Efficienza, Economicità

e Trasparenza, e avviene

nel rispetto della seguente gerarchia

(Art. 179 D.Lgs. 152/06): Prevenzione,

Preparazione per il riutilizzo,

Riciclaggio e Recupero di altro tipo

(e.g. produzione di energia).

Lo smaltimento dei rifiuti è effettuato

in condizioni di sicurezza e costituisce

la fase residuale della loro gestione

(…) previa verifica, da parte della

competente autorità, dell’impossibilità

tecnica ed economica di esperire

le operazioni di recupero (Art. 182

D.Lgs. 152/06).

Detta verifica è tesa ad accertare la

disponibilità di tecniche sviluppate

a una scala tale che ne sia consentita

l’applicazione in condizioni economicamente

e tecnicamente valide

nell’ambito del pertinente comparto

industriale, prendendo in considerazione

i costi e i vantaggi, purché

vi si possa accedere a condizioni

ragionevoli.

Lo smaltimento è quindi, nelle intenzioni

del legislatore, non il fine

privilegiato o residuale del ciclo dei

rifiuti, quanto una conclusione derivante

dall’impossibilità di procedere

al suo recupero.

Nel quadro normativo di riferimento

attuale, sia a livello comunitario sia

nazionale, sono fornite diverse definizioni

rilevanti ai fini della presente

trattazione:

• rifiuto – qualsiasi sostanza o oggetto

che rientri nelle categorie riportate

in Allegato (…) e di cui il

detentore si disfi o abbia deciso o

abbia l’obbligo di disfarsi

• sottoprodotto – qualsiasi sostanza

o oggetto che soddisfi tutte le seguenti

condizioni:

– essere originato da un processo

di produzione, di cui costituisce

parte integrante, e il cui scopo

primario non è la produzione di

tale sostanza od oggetto;

– sia certo che la sostanza o l’oggetto

sarà utilizzato, nel corso dello

stesso o di un successivo processo

di produzione o di utilizzazione,

da parte del produttore o di terzi;

– la sostanza o l’oggetto possa

essere utilizzato direttamente

senza alcun ulteriore trattamento

diverso dalla normale pratica

industriale;

– l’ulteriore utilizzo è legale, ossia

la sostanza o l’oggetto soddisfi,

per l’utilizzo specifico, tutti i

requisiti pertinenti riguardanti

www.ambientesicurezza24.com 2012


i prodotti e la protezione della

salute e dell’ambiente e non porti

ad impatti complessivi negativi

sull’ambiente o la salute umana

• end of waste - un rifiuto cessa di essere

tale, quando è stato sottoposto a

un’operazione di recupero, incluso

il riciclaggio, e alla preparazione

per il riutilizzo, e soddisfi i criteri

specifici per cui:

– la sostanza o l’oggetto è comunemente

utilizzato per scopi

specifici;

– esiste un mercato o una domanda

per tale sostanza od oggetto;

– la sostanza o l’oggetto soddisfa

i requisiti tecnici per gli scopi

specifici e rispetta la normativa e

gli standard esistenti applicabili

ai prodotti;

– l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto

non porterà a impatti complessivi

negativi sull’ambiente o

sulla salute umana;

In base al quadro normativo vigente,

il destino di uno scarto di produzione

può quindi essere:

• lo smaltimento (eliminazione dal

ciclo produttivo) – non soggetto a

REACH e soggetto dal quadro regolatorio

dei rifiuti;

• il trattamento per essere riutilizzato

– soggetto al quadro regolatorio dei

rifiuti e, successivamente al trattamento

(end of waste) obbligatoriamente

assoggettato al REACH;

• il cambiamento dello stato giuridico

da rifiuto a sostanza – ovvero l’identificazione

di uno o più utilizzatori

e quindi la registrazione al REACH

come sostanza.

La possibile gestione in

ambito REACH

Il REACH offre la possibilità, fatta

salva la rispondenza ai requisiti per

la registrazione, di classificare come

sostanze alcuni degli scarti di produzione

attualmente definiti rifiuti,

attraverso un percorso di caratterizzazione

analitica, della sostanza stessa e

del rischio da essa generato nelle diverse

condizioni di possibile utilizzo,

e l’individuazione di condizioni per

la sua gestione (stoccaggio, trasporto,

manipolazione) in sicurezza.

Parallelamente, in accordo al principio

“no data – no market” posto alla base

del Regolamento, la registrazione al

REACH non può prescindere, ma anzi

spinge i produttori ad identificare un

mercato di riferimento, ovvero partner

commerciali interessati all’uso

della “nuova sostanza”, attribuendole

quindi un valore economico intrinseco

(“valorizzazione economica”).

Di fatto, la sola possibilità di attribuire

un valore economico a una

sostanza che prima rappresentava

unicamente una passività finanziaria,

dovrebbe agire come volano per la ricerca

di nuovi “clienti” in un mercato

che per sua natura è configurato al

livello internazionale.

La registrazione REACH di una

“nuova sostanza” non è tuttavia un

processo di facile gestione e contiene

potenziali criticità che possono

trasformarsi in costi rilevanti (“hidden

costs”) piuttosto che nel rigetto

dell’istanza di registrazione.

Le principali criticità, di tipo tecnico

ed economico, che possono mettere a

rischio la possibilità di registrare con

successo una sostanza in precedenza

classificata come un rifiuto, risiedono

sostanzialmente:

• nella effettiva possibilità di commercializzazione,

senza la quale

la registrazione sarebbe fine a se

stessa;

• nelle modalità di registrazione possibile

(unione ad un consorzio esistente

vs una nuova registrazione indipendente)

che richiedono sforzi ed

impegni, anche economici, diversi;

• nella variabilità composizionale

della «nuova» sostanza che può rappresentare

un ostacolo insormontabile

al rispetto dei criteri definiti nel

regolamento.

A titolo di esempio si riporta nel seguito

un ipotetico caso che permette

di sintetizzare alcuni degli aspetti

critici che potrebbe essere necessario

affrontare.

Caso di esempio

Si ipotizzi di voler affrontare la conversione

da rifiuto a sostanza di un

scarto di raffineria.

In questo caso le criticità sono rappresentate

(i) dalla complessità della

composizione, che deriva da variabili

2012 www.ambientesicurezza24.com 51

RIFIUTI

non facilmente o per nulla controllabili

(ad esempio le differenze tra gli

oli crudi in ingresso al processo e provenienti

da giacimenti diversi); (ii)

dalla conseguente probabile scarsità,

se non assenza assoluta, di validi dati

di letteratura in merito alle proprietà

tossicologiche ed eco-tossicologiche

della composizione tipo della sostanza;

(iii) dal potenziale mercato

di riferimento rappresentato da pochi

soggetti specializzati nel recupero degli

elementi spuri della raffinazione

(metalli pesanti, idrocarburi a catena

molto lunga ecc.).

I diversi aspetti sopra citati possono

essere affrontati in modi e con approcci

differenti. Tuttavia, il successo

di un tentativo di “conversione”

di un rifiuto in una sostanza risiede

nell’equilibrio tra i diversi elementi

del processo di acquisizione ed elaborazione

dei dati, sia tecnici sia commerciali,

e in un’attenta ma comprensiva

visione strategica del problema.

Un approccio metodologico corretto

dovrebbe prevedere nell’ordine di: (i)

identificare i potenziali utilizzatori,

verificandone l’interesse e la possibilità

di stabilire preaccordi commerciali;

(ii) condurre un’approfondita

analisi e valutazione della letteratura

tecnica e scientifica esistente (Read

Across e Klimlish Evaluation); (iii)

definire la migliore strategia di analisi

(testing strategy) per la definizione

dei parametri richiesti dal Regolamento

(end points); (iv) caratterizzare

analiticamente la sostanza curando

che il laboratorio operi nel rispetto

degli standard internazionali accettati

(GLP, OECD testing); (v) interpretare

correttamente i dati (weight of

evidence) per preparare il documento

tecnico (robust study summary) parte

integrante della registrazione (IU-

CLID file).

Un’analitica valutazione a priori degli

aspetti positivi e negativi, è infine

sicuramente il primo e necessario

passo da compiere, al fine di evitare

inutili partenze o mancati arrivi, evitando

di avviare processi complessi,

che comportano l’investimento di

risorse economiche anche rilevanti,

senza una ragionevole possibilità di

successo. l


RIFIUTI

RELOADER:

cooperazione e confronto

al servizio dei rifi uti

DI PAOLO SERRA, VICE PRESIDENTE E MARINA MELISSARI, SEGRETARIO NAZIONALE – ASSOCIAZIONE RELOADER ONLUS

Le potenziali fonti di materia

prima secondaria

La Piattaforma Tecnologica italiana

RELOADER [Reverse Logistics

and Development of Environment

Research], promossa dall’omonima

Associazione e fondata nel 2006, è un

ambiente di cooperazione e confronto

tra stakeholder di diversa natura e

competenza, interessati allo sviluppo

sostenibile con particolare attenzione

al recupero e riciclo dei RAEE, Rifiuti

da Apparecchiature Elettriche

ed Elettroniche: Industria, Logistica,

Ricerca e Servizi insieme per la ricerca

di soluzioni tecnologicamente

innovative, da applicare tanto in fase

iniziale di progettazione quanto in

fase finale di recupero dei prodotti

elettrici ed elettronici. Ciò che ha

animato i Soci fondatori è il principio

che è necessario dotarsi di strumenti

di ricerca e di innovazione condivisi,

per individuare e progettare soluzioni

eco-compatibili da applicare

ad attività economiche sempre più

complesse e rischiose per l’ambiente,

insieme con il convincimento che il

modo migliore per trovare percorsi

sostenibili passa attraverso una logica

di vantaggio collaborativo mediante

la quale, e nel rispetto dei singoli

interessi di categoria, studiare le esigenze

dell’intero sistema, stimolandone

la capacità di risposte tecniche

e creative.

Tra gli obiettivi dell’Associazione

figurano anche la realizzazione di

una sistema a rete di diffusione e

scambio delle conoscenze e delle

best practice in materia, lo sviluppo

52

di una maggiore sensibilità nell’ambiente

imprenditoriale, economico ed

istituzionale e, non ultima istanza, la

formazione di una cultura del recupero

nel rispetto dell’ambiente allargata

ai cittadini.

Uno degli aspetti imprescindibili per

l’efficienza e la sostenibilità di un sistema

nazionale di recupero dei rifiuti

investe le attività di logistica [ritiro,

raccolta e stoccaggio temporaneo dei

rifiuti e distribuzione dei materiali recuperati],

che vi sono connesse. Non

si può tuttavia affrontare coerentemente

il tema della logistica dei RA-

EE se prima non ci si confronta con

le evidenze, se non emergenze, della

logistica diretta. È bene partire da

alcune premesse importanti. In primo

luogo, poiché il trasporto in Europa

sta rapidamente diventando una industria

ad alta tecnologia, la ricerca

e l’innovazione rivestiranno un ruolo

cruciale per i successivi sviluppi della

filiera. Occorre quindi sviluppare

catene logistiche organizzate in reti

governate e implementare i servizi

necessari a realizzare una “logistica

intelligente”. In Italia finora si è assistito

a uno sviluppo della logistica

gestita individualmente dalle grandi

imprese di produzione e trasporto e

svolta per il 92% su gomma. Questo

sta avvenendo anche per le operazioni

di reverse logistics dei RAEE. Il

rischio che si corre è di sovrapporre,

in un quadro già piuttosto affollato,

le centinaia di singole operazioni

di consegna del nuovo con il ritiro

del rifiuto, vanificando i vantaggi

ambientali del recupero, aumentando

invece i gas ozono-lesivi immessi

in atmosfera e il congestionamento

viario. Bisogna anche fare i conti con

la richiesta di mobilità di persone e

merci che avrà un tasso d’incremento

del 5-6% annuo: tra otto o dieci anni

si prevede un traffico superiore all’attuale

del 60-70%, che si muoverà

su infrastrutture viarie, ferroviarie e

marittime sostanzialmente analoghe

alle attuali. Infine i costi della logistica

sono elevati: la fattura logistica

italiana vale il 22% della produzione

industriale, pari al 15% del P.I.L.

(oltre 240 miliardi di Euro/anno),

con un gap da recuperare di almeno

il 4% rispetto alla media europea. Per

questi motivi dunque, nell’ambito

dell’Associazione RELOADER, si

stanno sviluppando modelli logistici

che integrano le operazioni dirette

con quelle inverse in chiave di Closed

Loop Supply Chain, supportati da

piattaforme ICT, integratori logistici

intelligenti di rete per l’interoperabilità

tra i diversi operatori attivi in

entrambe le filiere. Il primo obiettivo

è di razionalizzare l’esistente, riportando

le singole attività a sistema.

La Reverse Logistics dei RAEE costituisce

oltretutto un settore ancora

giovane, i cui problemi sono stati

finora affrontati, soprattutto dal punto

di vista logistico, in un’ottica di

emergenza e non di sistema, ma ha

una valenza molto marcata in termini

d’impatto ambientale ed economico.

Ora il costo del recupero corrisponde

a circa il 15% del valore industriale

del prodotto: attraverso un recupero

gestito mediante sistemi di reti go-

www.ambientesicurezza24.com 2012


vernate di reverse logistics si può

ottenere un ritorno fino al 20%.

A rafforzare questa argomentazione

giocano un ruolo da non sottovalutare

i RAEE cosiddetti “nuovi”

(apparecchi immessi sul mercato dopo

l’agosto 2006) che, attualmente,

hanno ancora un’importanza relativa

nell’organizzazione del recupero di

tali rifiuti, ma presto giocheranno un

ruolo importante, in quanto saranno

i produttori ad avere secondo la normativa

la responsabilità individuale

del corretto smaltimento dei prodotti

con il proprio marchio. Se a questo si

aggiunge che con il 2012 i cosiddetti

“eco bonus” scompaiono, l’operazione

di recupero e riciclo dei RA-

EE deve diventare economicamente

sostenibile e ciò può avvenire solo a

condizione che la logistica di supporto

del sistema sia efficiente. Infatti, se

per i prodotti nuovi di fabbrica, che

hanno generalmente un alto valore,

la logistica ha un’incidenza tanto

elevata, sugli End Of Life il costo

eccessivo delle operazioni di raccolta

e trasporto rischia di rendere talmente

2012 www.ambientesicurezza24.com 53

RIFIUTI

onerosa l’operazione di recupero,

da indurre molte piccole e medie

imprese a disperderli nell’ambiente,

con un conseguente ulteriore danno

ecologico.

Ma la Reverse è qualcosa di più che

razionalizzare l’esistente: è logistica

che va progettata ed applicata già in

fase di produzione (DfE-Design for

Environment, nuovi materiali, nuovi

tipi di imballaggio, ecc), per il recupero,

lo smaltimento e il riuso delle

apparecchiature ricondizionate e dei

relativi componenti. l


RIFIUTI

Recupero di materia ed

energia dai rifi uti:

il ruolo del centro MatER

A CURA DI MATER RESEARCH CENTRE

I

rifiuti sono comunemente percepiti

in modo negativo, come

un “problema” di cui volentieri

faremmo a meno. La loro stessa

produzione implica la volontà di disfarsene,

mentre il loro trattamento

e smaltimento generano preoccupazione

sotto svariati punti di vista:

sanitario, sociale, etico, energetico,

ambientale, economico.

54

Eppure i rifiuti sono semplicemente

i sottoprodotti residuali di una serie

di processi che garantiscono il funzionamento

della nostra società. La

loro ricollocazione è una delle molte

azioni che contribuiscono al funzionamento

del nostro sistema economico.

Sarebbe auspicabile che ciò avvenisse

in modo di soddisfare criteri

di sostenibilità, efficienza energetica

FIG. 1 GESTIONE DI RIFIUTI URBANI NEI 27 PAESI UE – ANNO 2010

ed efficienza economica. A tal fine,

il recupero di materia ed il recupero

di energia sono le due fondamentali

pratiche che possono trasformare i

rifiuti da fonte di preoccupazione a

preziosa risorsa.

Nella realtà quotidiana tuttavia, il

trattamento dei rifiuti può avvenire

con pratiche molto diverse dalle

migliori oggi attuabili, con esiti ben

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poco sostenibili o desiderabili. Politiche

di gestione o impianti di trattamento

dei rifiuti inadeguati possono

generare situazioni di emergenza che

creano preoccupazione diffusa ed

ostilità da parte dell’opinione pubblica.

All’inadeguatezza della gestione

e delle tecnologie adottate si

aggiungono spesso condizionamenti

ideologici, che creano aspettative

incompatibili con la realtà fisica e la

capacità tecnologica.

Il centro studi MatER mira a definire

solide basi scientifiche e ad identificare

soluzioni tecnicamente ed

economicamente percorribili - oltre

che sostenibili - ai numerosi temi

connessi con le possibilità di integrare

le alternative di recupero nelle

strategie di gestione e trattamento dei

rifiuti. Ciò senza condizionamenti

di carattere ideologico o politico, in

modo indipendente dalle aspettative

di singoli gruppi di interesse.

Obiettivo fondamentale di MatER è

fornire una rappresentazione rigorosa

delle tecnologie e delle politiche

adottate per il recupero di materia ed

energia dai rifiuti, contribuendo ad

identificare le scelte più efficaci per

una gestione dei rifiuti sostenibile.

Questi obiettivi vengono perseguiti

attraverso le seguenti azioni:

ï identificazione e analisi delle migliori

tecnologie disponibili per il

recupero di materia ed energia dai

rifiuti;

ï attivazione di connessioni e collaborazioni

tra istituzioni accademiche,

amministrazioni pubbliche,

organizzazioni private, operatori

del settore e altri soggetti coinvolti

nella filiera dei rifiuti;

ï promozione e realizzazione di studi

e ricerche riguardanti il recupero di

materia ed energia dai rifiuti;

ï organizzazione di corsi ed eventi

(conferenze, seminari, giornate di

studio) per promuovere e diffondere

l’informazione scientifica sul

tema;

ï monitoraggio dell’evoluzione dei

processi, delle tecnologie e delle

attività legate al recupero di materia

ed energia;

ï revisione e miglioramento della

normativa sulla gestione, il recupero

ed il trattamento dei rifiuti.

L’attuale situazione

in Europa

Recentemente pubblicati da Eurostat,

i dati relativi al 2010 descrivono

la gestione dei rifiuti attuata dai 27

Paesi dell’Unione Europea, in molti

dei quali lo smaltimento diretto in

discarica risulta ancora pratica corrente.

In Italia il 51% dei rifiuti viene

smaltito in discarica, percentuale

ancora abbastanza alta se paragona-

2012 www.ambientesicurezza24.com 55

RIFIUTI

ta a Paesi “virtuosi” come Austria,

Germania od Olanda.

La Direttiva Quadro 2008/98/CE del

19 novembre 2008 definisce la gerarchia

di gestione dei rifiuti, indicando

l’ordine di priorità delle azioni da

intraprendere: prevenzione, preparazione

per il riutilizzo, riciclaggio,

recupero di altro tipo (ad esempio

recupero energetico), smaltimento.

La stessa direttiva precisa che,

nell’applicare la gerarchia dei rifiuti,

gli Stati membri devono adottare misure

volte a incoraggiare le opzioni

con il miglior risultato ambientale

complessivo, suggerendo quindi, se

necessario, che flussi di rifiuti specifici

si discostino dalla gerarchia

laddove ciò sia giustificato dall’impostazione

in termini di ciclo di vita

in relazione agli impatti complessivi

della produzione e della gestione di

tali rifiuti.

La corretta gestione dei rifiuti può essere

realizzata solo attraverso l’utilizzo

congiunto delle diverse tecnologie

e processi disponibili. Il tutto inserito

in un sistema integrato di gestione nel

quale sia il recupero di materia, sia il

recupero di energia possano giocare

un ruolo chiave per l’ottenimento

di benefici ambientali, energetici ed

economici. l


RIFIUTI

RAEE professionali: la scelta

“trasparente” dei Consorzi

ECOATSA ed ECOCAFFÈ

DI NICOLA MARZARO, PRESIDENTE CONSORZIO ECOATSA E PIETRO OSNATO, PRESIDENTE CONSORZIO ECOCAFFÈ

Il D.Lgs. n. 151/2005, con cui

l’Italia ha recepito la Direttiva

Europea 2002/96/EC, ha caricato

i produttori di attrezzature

elettriche ed elettroniche dell’onere

della loro raccolta e smaltimento,

come rifiuti, quando tali apparecchiature

giungono a fine vita.

La direttiva perseguiva inoltre queste

finalità:

• prevenire la produzione di rifiuti

provenienti da apparecchiature elettriche

ed elettroniche;

• garantire la realizzazione di un sistema

di raccolta differenziato, recupero

e riciclaggio di questi rifiuti;

• favorire la progettazione di nuove

apparecchiature atte al loro riutilizzo

e recupero;

• vietare l’utilizzo di sostanze pericolose

come mercurio, cadmio, piombo,

cromo esavalente ecc.;

• marchiare tutte le apparecchiature

con un simbolo indicante agli

utilizzatori la necessità di raccolta

differenziata.

Questo cambiamento epocale ha generato

non poche preoccupazioni nel

mondo produttivo tanto da indurre

associazioni di categoria a studiare

forme di aggregazione, non tanto per

colmare la mancanza di conoscenza

specifica in materia (da anni le aziende

hanno dimestichezza con registri

di carico e scarico di rifiuti), ma piuttosto

per fare massa critica privilegiando

la costituzione di consorzi,

rispetto alla scelta (sempre possibile

per il professionale) di organizzarsi

in proprio.

Ne sono esempio i due Consorzi co-

56

stituiti in ambito Assofoodtec , Ecocaffè

ed Ecoatsa.

Ecocaffè: Consorzio per la raccolta

e lo smaltimento delle macchine per

caffè e altre attrezzature ausiliarie

da bar, quali macchine professionali

per il caffè espresso, macinacaffè,

lavatazze, fabbricatori di ghiaccio,

frullatori, distributori automatici e

altre attrezzature

Ecoatsa: Consorzio per la raccolta e

lo smaltimento di macchine professionali

impiegate per la preparazione

e la cottura di cibi, quali ad esempio

affettatrici, tritacarne, segaossi, impastatrici,

forni elettrici, forni a microonde,

piastre di cotture, tostiere,

macchine per sottovuoto, pelapatate,

tagliaverdure, spremiagrumi, lavacozze

ecc.

Risalendo al momento iniziale, la

scelta dei produttori è stata quella di

definire l’operatività dei Consorzi, di

determinarne la struttura gestionale

(personale necessario, investimenti

opportuni) e prevederne la dotazione

finanziaria in funzione della tipologia

di consorzio che si era intenzionati a

costituire.

Le alternative erano riconducibili ad

un ampio ventaglio riassunto in due

situazioni limite: quella del consorzio

che si sostituisce in toto al produttore

e quella del consorzio che agisce per

trasparenza. Non che il primo manchi

di trasparenza, ma per quest’ ultimo

si tratta di un consorzio che opera a

favore dei produttori senza sostituirsi

ad essi.

All’epoca il consorzio del primo tipo

era la forma di consorzio che appariva

scontata, in quanto copia dei con-

sorzi esistenti e funzionanti nel campo

degli imballaggi (Conai), degli oli

esausti e batterie. A questo genere

di consorzi si sono ispirati quelli del

domestico, i quali manlevano quasi

totalmente il produttore da ogni gestione,

lasciandogli sostanzialmente

l’impegno di gestire presso il proprio

punto vendita una piazzola di raccolta

quando la figura del produttore

coincide con quella del distributore.

La scelta di un tale tipo di consorzio

sarebbe stata possibile anche per

il professionale, ma ritenuta troppo

onerosa in un contesto di scarsi volumi.

I produttori del professionale

avrebbero inoltre perso il controllo

delle transazioni e della conoscenza

effettiva dei costi ai quali non hanno

inteso rinunciare.

Ecocaffè ed Ecoatsa nascono quindi

come Consorzi che tengono aggiornati

sullo sviluppo delle normative

i propri associati, li rappresentano

interfacciandosi con gli organi governativi,

li assistono negli obblighi

da adempiere, negoziano contratti

quadro con smaltitori o intermediari

di rifiuti. Di questi ultimi, ne controllano

la regolarità amministrativa

e per i propri consorziati svolgono le

pratiche amministrative necessarie,

senza tuttavia interporsi mai fra lo

smaltitore e il produttore nella singola

operazione di ritiro.

Si tratta di una forma intermedia tra

il consorzio classico e il produttore

che assolve in proprio gli obblighi

di legge.

Ricevendo dal produttore o dal rivenditore

una richiesta di ritiro, i

Consorzi, sulla base dei contratti si-

www.ambientesicurezza24.com 2012


glati con gli smaltitori, selezionano

il preventivo più conveniente che

fa partire l’operazione di recupero.

L’avvallo rilasciato dal produttore

vale sia come ordine di via all’operazione

sia come accettazione del

preventivo di spesa e quel documento,

se il recupero di fatto sarà stato

equivalente per qualità e quantità a

ciò che ha dichiarato il richiedente,

diventa fattura definitiva del servizio

di smaltimento.

Questa tipologia di consorzio risolve

un problema basilare da sempre

oggetto di timore per i produttori: sapere

se quel ritiro era dovuto o meno.

Solo il produttore sa, in effetti, se

l’utilizzatore o il distributore ha diritto

al ritiro o meno, non dimenticando

che inizialmente per i cosiddetti “rifiuti

storici” l’obbligo di smaltimento

era del produttore solo in caso di

vendita di un’apparecchiatura nuova

equivalente.

Se la valutazione dovesse essere fatta

dai Consorzi, il produttore dovrebbe

comunicare dettagliatamente le vendite

effettuate per metterli in grado

di effettuare la valutazione oppure

rinunciare al controllo ed accettare

l’addebito. In circa sette anni di gestione,

i consorzi hanno dimostrato

di funzionare in modo snello, rapido

ed efficace con piena soddisfazione

dei consorziati.

L’ultima problematica in ordine di

tempo è stata affrontata con l’entrata

in vigore dal 1 gennaio 2011 del

regime denominato “new waste” in

materia di recupero e smaltimento

dei RAEE.

La mancata regolamentazione del

sistema di finanziamento dei futuri

recuperi e non ultima l’esigenza delle

aziende produttrici di apparecchiature

professionali di vedere riconosciute

e tutelate le particolari peculiarità

proprie di questo comparto, hanno

fatto sì che Ecocaffè ed Ecoatsa grazie

all’esperienza maturata in questi

anni di attività, fossero in grado di

valutare con sufficiente obiettività

i reali effetti dell’applicazione del

decreto 151 alle apparecchiature professionali.

Da qui la convinzione di poter offrire

un valido supporto alle istituzioni

preposte alla stesura dello specifico

decreto attuativo, attraverso l’individuazione

di tutti quegli elementi utili

2012 www.ambientesicurezza24.com 57

RIFIUTI

alla risoluzione delle possibili problematiche

che in futuro le aziende

saranno chiamate ad affrontare.

Il confronto con le singole realtà

aziendali presenti nei consorzi e la

loro diversificata rappresentatività

merceologica hanno permesso di raccogliere

indicazioni tali da costituire

materia sufficiente alla formulazione

di una proposta di decreto in grado

di colmare l’attuale vuoto legislativo

in materia.

Tra i vari temi affrontati nel documento

dai consorzi, particolare evidenza

è stata data al sistema camerale,

già chiamato peraltro a svolgere

un importante ruolo nell’applicazione

del decreto 151, perché ritenuto

l’ambito più idoneo a valutare

l’evoluzione futura dei costi legati

al recupero e allo smaltimento dei

RAEE professionali e alle relative

quote di accantonamento.

Visti gli sforzi profusi ci si augura

che le Istituzioni di riferimento non

siano sorde alle richieste del mondo

produttivo e diano corso al più presto

a regolamentazioni che consentano ai

produttori di accantonare quanto dovuto

nel pieno rispetto delle leggi. l


RIFIUTI

RIUTILIZZO DEI RIFIUTI IN DEPOSITI SOTTERANEI:

LE MIGLIORI TECNOLOGIE DISPONIBILI (BAT)

DI Anne Marie Gheno, PALLADIO UMWELT S.R.L.

Riutilizzo di rifiuti:

un caso concreto da

problema a opportunità

Dall’esigenza di mettere in sicurezza una

ex miniera di salgemma, situata nel Baden-

Württemberg è stato sviluppato e successivamente

avviato nel 1993, dalla società SWS

Südwestdeutsche Salzwerke AG di Heilbronn

(D), un progetto generale che prevedesse il

recupero di rifi uti inorganici che fi no allora

seguivano le consuete vie di smaltimento. Il

progetto proponeva la ripiena della miniera

di Kochendorf per il tramite di idonei rifi uti,

in sostituzione di altri materiali “nobili” che

avrebbero dovuto essere impiegati, per evitare

il possibile fenomeno della subsidenza,

anticipando un problema e trasformandolo

in una importante opportunità economica,

sociale ed ambientale.

BAT: migliori tecnologie

disponibili

I rifi uti in questo modo potevano non solo

essere valorizzati, ma addirittura realizzare

in anticipo il concetto delle B A T (Migliori

Tecnologie Disponibili), come previsto successivamente

dalla Direttiva IPPC del 1996

nel rispetto dei principali pilastri fondamentali

dello sviluppo sostenibile (Ambientale, Economico

e Sociale).

Modalità operative:

sicurezza a lungo termine

La sicurezza a lungo termine della miniera

di Kochendorf e del deposito sotterraneo

di Heilbronn, corrisponde a quanto previsto

dall’allegato 4 del DM 27 settembre 2010

– Valutazione della sicurezza ai fi ni dell’ammissione

dei rifi uti in depositi sotterranei ed

è garantita dalle caratteristiche geologiche di

ciascun sito, situato ad una profondità di ca.

200 m. e confermato da approfonditi studi in

materia.

58

Le miniere e i rifiuti

La miniera di Kochendorf (operazione R5)

riceve ogni anno più di 800.000 t di rifi uti:

trattasi di rifi uti provenienti oltre che dalla

Germania anche dall’U.E., dalla Svizzera e

dal Centro Europa. Le principali tipologie di

rifi uti conferiti sono le seguenti:

• ceneri leggere o materiali similari scaricati

pneumaticamente all’interno dei silos di

stoccaggio; questi rifi uti, sulla base di una

specifi ca omologa, vengono condizionati

allo scopo di garantire la compressione

assiale ed impedire qualsiasi dispersione

di polvere, per formare blocchi monolitici,

da trasferire, successivamente in big bags,

nelle camere sotterranee della miniera;

• rifi uti sfusi sottoposti a ulteriori trattamenti

preventivi quali il recupero di rifi uti metallici

che saranno poi anch’essi riutilizzati nei

rispettivi cicli di produzione; successivamente

i rifi uti sono avviati verso le camere

di allocamento già predisposte.

Questa pragmatica ed innovativa tecnologia

di valorizzazione sta contribuendo alla

messa in sicurezza di diverse miniere di salgemma

e potassa, andando a sostituire in

tale modo l’utilizzo di altri materiali che avrebbero

dovuto essere impiegati per la messa in

sicurezza della miniera stessa, come sancito

anche dalla sentenza della Corte di Giustizia

CE V sezione del 27.2.2002 e dalla sentenza

del Consiglio di Stato del 7.9.2006.

Non solo recupero:

deposito sotterraneo

di HEILBRONN D12

Lo smaltimento di rifi uti inorganici con elevati

valori di metalli pesanti, viene effettuato

presso un’area appositamente dedicata nella

miniera di Heilbronn. I rifi uti devono essere

conferiti in appositi contenitori omologati (Big

Bags, Fusti e Cisternette), poiché è vietata

qualsiasi ulteriore lavorazione presso il sito di

destino. I rifi uti imballati sono trasferiti, sem-

(segue)

www.ambientesicurezza24.com 2012


pre per il tramite del pozzo di discesa, alle

camere di allocamento predisposte. Presso

tale sito è possibile smaltire rifi uti inorganici

contaminati da inquinanti organici persistenti

(POP’s) ai sensi della Direttiva CE 850/04 e

s.m.i.

Trasporto

Grazie alle ottime infrastrutture presenti presso

i siti minerari, i rifi uti possono essere conferiti

per idrovia, ferrovia, trasporto combinato

e strada, diminuendo l’impatto ambientale

soprattutto sulle lunghe distanze. Oltre il 70%

dei rifi uti è conferito con il sistema intermodale

e/o arrivo di treni completi.

Italia

Molti sono i progetti italiani che hanno contribuito

alla messa in sicurezza di ex siti mine-

2012 www.ambientesicurezza24.com 59

RIFIUTI

rari. Lo sviluppo e la realizzazione di progetti

anche molto complessi, sono sempre stati

accompagnati, da una fattiva e qualifi cata collaborazione

delle Autorità preposte al rilascio

delle autorizzazioni di riutilizzo così come dalle

Autorità preposte alla vigilanza del rispetto del

Regolamento Europeo n. 1013/2006.

Conclusioni

Nel caso specifi co della miniera di Kochendorf,

la previsione di un eventuale PROBLEMA è

stata trasformata in un’importante OPPOR-

TUNITÀ che grazie ad un sito geologicamente

sicuro ed a un progetto tecnologicamente

avanzato (BAT), ha permesso il recupero di

particolari tipologie di RIFIUTI, contribuendo al

risparmio di ingenti risorse naturali e rimanendo

anche per il futuro uno dei migliori Sistemi

per la valorizzazione dei rifi uti.


RIFIUTI

Pluralismo e dialogo garantiti

da una lobby trasparente

DI Giuseppe Mazzei, PRESIDENTE ASSOCIAZIONE “IL CHIOSTRO”

CíË una

60

professione della

comunicazione che non

Ë identificata come tale e

viene confusa con molte

altre, non sempre nobili, attivit‡. Si tratta

della professione del lobbista, o, come

andrebbe pi˘ precisamente definito, del

ìrappresentante di interessiî o, ancora,

dellíîaddetto alle relazioni istituzionaliî.

Questa professione Ë vista con sospetto,

confusa con comportamenti criminali

come la corruzione, mescolata ad altre

attivit‡ professionali che, pur essendole

limitrofe, non esauriscono líampiezza e

la specificit‡ del lobbista.

Chi Ë il lobbista? Semplicemente un

professionista dotato di formazione

multidisciplinare, specializzato nella

difficile arte di comunicare con le istituzioni

a qualsiasi livello e di qualsiasi

cosa, prevalentemente degli interessi di

una o pi˘ aziende, di uníassociazione

no-profit, di uníaltra istituzione.

Detto cosÏ sembra un identikit semplice.

In realt‡, in Italia il lobbista Ë un professionista

in attesa di riconoscimento.

Nella cultura politica europea rimangono

ancora troppi pregiudizi ostili alle

lobby, forse perchÈ persiste una sorta

di manicheismo secondo il quale la

politica sarebbe il bene e gli interessi

sarebbero il male.

Le lobby non sono un sostituto della

politica: esse partecipano al processo

decisionale ma senza sostituirsi ai partiti

politici e alle istituzioni.

Le lobby si collocano su un piano diverso.

Esse non possono essere considerate

in nessun senso un soggetto politico,

nel senso che abitualmente si attribuisce

a questo termine. Le lobby non sono

partiti, non possono sostituirsi ai partiti,

non sono una forma di rappresentanza

politica nÈ possono aspirare a sostituirsi

alle istituzioni politiche in genere, ed in

particolare, al Parlamento e al governo.

La loro funzione Ë quella di interlocutori

che dialogano con la politica, cercano

di influenzarla, di innestare le loro

richieste nei suoi pi˘ vasti programmi.

Le lobby svolgono una funzione democratica,

dunque, se e in quanto concorrono

alla formazione della volont‡

ìgeneraleî informata e consapevole

che si deve esprimere negli atti legislativi,

di governo e di amministrazione

della cosa pubblica.

Il moderno lobbying consiste nel saper

ï comunicare gli interessi;

ï convincere con adeguata informazione

e appropriate e trasparenti tecniche

di persuasione;

ï partecipare con le istituzioni al processo

di elaborazione delle decisioni

con spirito collaborativo e senza voler

sopraffare líautonomia istituzionale

con una forma di pressione, che tende

a ridurre la sovranit‡ dellíistituzione

fino al tentativo di sostituirsi ad essa.

ìIl Chiostro-per la trasparenza delle

lobbyî Ë uníassociazione,nata tre anni

fa, per promuovere la cultura, la pratica

e la regolamentazione della trasparenza

nella rappresentanza degli interessi.

Abbiamo scelto di chiamare la nostra

associazione Il Chiostro non solo per

ricondurre líetimologia della parola

ìlobbyî alla sua vera origine nella lingua

latina: ìlobbyî viene da ìlobiumî,

che significa ìchiostroî, un luogo che

evoca qualcosa di pi˘ nobile della sala

díalbergo o del corridoio.

Ma, con questa scelta, abbiamo anche

voluto indicare la necessit‡ di impegnarci

affinchÈ líattivit‡ lobbistica sia

trattata col rispetto e la dignit‡ che

spetta a una professione seria e complessa.

In Italia il termine lobby Ë quasi

sempre utilizzato con una connotazione

negativa. Il Chiostro vuole contribuire

a modificare questo approccio semplicistico

e manicheo al lobbismo, con

quattro obbiettivi:

1. diffondere i valori e la cultura del

pluralismo e di una democrazia aperta

al dialogo con chiunque abbia

legittimi interessi da rappresentare ai

pubblici decisori;

2. delineare una precisa identit‡ dellíattivit‡

di lobbying, distinguendola da

altre con cui Ë tuttora confusa e a cui

Ë impropriamente assimilata e diffonderne

le caratteristiche peculiari

nellíopinione pubblica;

3. ottenere una regolamentazione chiara,

semplice e non viziata da pregiudizi;

4. contribuire a uníadeguata formazione

professionale interdisciplinare e

basata su solidi valori etici dei lobbisti.

Siamo convinti che le decisioni nellíinteresse

del Paese non possano formarsi

adeguatamente senza líascolto degli

interessi diffusi.

Quanto pi˘ i pubblici decisori avranno

un dialogo sereno, costruttivo e codificato

con chi rappresenta gli interessi,

tanto pi˘ potranno essere in grado di

decidere meglio e con maggiore libert‡.

Non vogliamo che le lobby si sostituiscano

alla politica nÈ vogliamo che le

lobby riducano lo spazio della politica.

Vogliamo una politica pi˘ alta e forte

proprio perchÈ arricchita dal contributo

di idee che i rappresentanti di interessi

possono introdurre nel circuito

decisionale.

Siamo convinti che lobby trasparenti e

regolamentate aiutano la democrazia a

decidere meglio. l

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LA PAROLA ALLE AZIENDE: BELVEDERE SPA

DI Renzo Macelloni, PRESIDENTE

La Belvedere Spa è la società pubblico

privata che dal 1997 gestisce l’impianto

di smaltimento rifi uti nel Comune

di Peccioli (PI). Il core business

è costituito oltre che dallo smaltimento, dalla

produzione di energia da fonti rinnovabili, solare

ed eolica. Di interesse anche l’attenzione

verso progetti di sperimentazione come quello

della dissociazione molecolare sul rifi uto.

È una “public company” comunitaria in un territorio

di 5.000 abitanti in cui si sono abbattute

tasse, tariffe, ampliato e migliorato i servizi

offerti e dove si è rafforzato il radicamento sociale

e il consenso.

Ha un azionariato diffuso che gestisce circa il

36% del capitale sociale partecipando attivamente

alla conduzione dell’azienda e alla suddivisione

degli utili, il restante 64% è detenuto

dal Comune.

Nel 2000 e nel 2003 sono avvenuti due collocamenti

azionari.

Nel 2006 Belvedere invece ha emesso un

prestito obbligazionario convertibile, dando la

possibilità agli obbligazionisti di optare semestralmente

per la conversione in azioni.

Nel corso del 2008 è stato emesso un nuovo

prestito obbligazionario convertibile, al fi ne

di realizzare la prima centrale fotovoltaica a

partecipazione popolare della Toscana denominata

“Un Ettaro di Cielo”.

Ad oggi i soci sono circa 900 – di cui 500 residenti

nel nostro comune – per un investimento

totale di circa 6.000.000 euro.

Storia dal 1988 al 1997

Nel 1988 a Peccioli esisteva una discarica non

gestita che raccoglieva i rifi uti di sei Comuni

della zona. A dispetto dell’opinione pubblica

diffusa, che gridava alla chiusura – anche se

poi era prevista la sua apertura in un altro

comune dal piano provinciale – in quell’epoca

fu elusa la strada maggioritaria e protestataria

e fu intrapresa invece quella minoritaria, ma

consapevole, della salvaguardia ambientale:

2012 www.ambientesicurezza24.com 61

RIFIUTI

bonifi ca del vecchio sito, ampliamento e risanamento,

con il recupero di nuove volumetrie

per metterle a disposizione dell’emergenza

ambientale regionale toscana.

Dopo il superamento delle diffidenze dei cittadini

– negli anni ’80 a Peccioli era presente

una vera e propria “Sindrome Nimby” che pian

piano, grazie a una politica trasparente, di responsabilità

amministrativa e di informazione

attenuò i toni – fu attuato un altro intervento di

ottimizzazione, per la produzione di una quantità

maggiore di biogas sufficiente a giustifi care

l’installazione di un impianto di cogenerazione

per la produzione di energia elettrica da

vendere all’Enel e acqua calda da distribuire

con il teleriscaldamento nella vicina frazione

di Legoli.

Grazie ad una corretta gestione ambientale e

allo stretto rapporto con i cittadini e l’opinione

pubblica, l’Amministrazione Provinciale ha individuato

il sito di Peccioli come un “impianto di

piano”; per questa ragione, è stato predisposto

un nuovo ampliamento per rispondere ai dettami

del piano provinciale.

La continua attenzione alle problematiche

ambientali, in una zona turistica come questa,

ha portato a percorrere la strada della

certifi cazione, la stessa che ha consentito di

ottenere la Bandiera Arancione – marchio

di qualità turistico ambientale rilasciato dal TCI

ai paesi dell’entroterra – al Comune di Peccioli,

nonché il prestigioso riconoscimento europeo

EMAS (Eco-Management and Audit Scheme)

per l’impianto di smaltimento. Parallelamente

all’ambiente è stato avviato anche un percorso

economico che in un decennio di attività imprenditoriale

ha prodotto complessivamente

un giro d’affari di circa 200 milioni di Euro,

permettendo al Comune di Peccioli prima e

alla società Belvedere dopo, di realizzare importanti

interventi nel territorio.

Storia 1997 al 2003 – La Belvedere Spa è

la società pubblico privata che dal 1997 gestisce

l’impianto di smaltimento rifi uti di Peccioli.

(segue)


RIFIUTI

Da “società incubatrice” ha creato imprese e

ricchezza come una “public company” comunitaria

in un piccolo fazzoletto di terra da 5.000

abitanti in cui si sono abbattute tasse, tariffe,

ampliato e migliorato i servizi offerti.

Con una prospettiva coerente, fondata sulla

lungimiranza e sulla progettualità, si è rafforzato

il radicamento sociale e il consenso.

La Belvedere Spa rappresenta così il tentativo

riuscito di creare un soggetto collettivo artefi ce

del proprio sviluppo.

Azionariato nel dettaglio –

Nell’aprile del 2000 viene effettuato il I° collocamento

azionario con prospetto informativo

depositato in CONSOB. Il 15,86% del capitale

sociale va a circa 380 piccoli azionisti.

Nel maggio 2003 viene effettuato il II° collocamento

azionario sempre con prospetto informativo

depositato in CONSOB. A fi ne collocamento

i piccoli azionisti erano diventati circa 800 e

detenevano il 37,84% di quota capitale.

Nel corso del 2006 viene emesso da Belvedere

un prestito obbligazionario convertibile. Al

01/01/2007 (dopo la chiusura della prima fi nestra

di conversione) il piccolo azionariato detiene

il 44,06% e il Comune di Peccioli il 55,94%.

Nel corso del 2008 viene emesso da Belvedere

un nuovo prestito obbligazionario convertibile,

al fi ne di fi nanziare in parte la realizzazione

della prima centrale fotovoltaica a partecipazione

popolare. Al 01/01/2009 il piccolo azionariato

detiene il 46,31% (circa 900 azionisti-di

cui 500 residenti nel ns. Comune) e il Comune

di Peccioli il 53,69%.

Nel corso del 2010 viene emesso da Belvedere

un nuovo prestito obbligazionario convertibile,

al fi ne di fi nanziare ulteriori progetti legati

alle fonti energetiche alternative. La formula

è sempre quella di dare la possibilità agli obbligazionisti

di optare semestralmente per la

conversione.

Nel corso del 2010 si è realizzato inoltre il progetto

di Fusione per incorporazione tra alcune

delle società del Sistema Peccioli in Belvedere

S.p.A., che ha portato alla data del 1/1/2011 il

62

piccolo azionariato a detenere il 35,505% e il

Comune di Peccioli il 64,495%.

Belvedere S.p.A. è oggi una società che ha

un valore stimato in 60 milioni di euro e un

patrimonio netto di circa 30 milioni di euro e

che in quattordici anni di attività, ha prodotto

un fatturato complessivo di 200 milioni di euro

considerando che la stragrande maggioranza

di queste risorse (cosa rilevantissima) sono

rimaste nel nostro territorio dove hanno generato

valore e ricchezza!

E’ signifi cativo, pertanto, il ruolo che Belvedere

svolge in questo momento di crisi grave sul

piano economico e occupazionale. Da uno

studio che abbiamo commissionato risulta che

il nostro sistema garantisce un’occupazione

che oscilla dalle 290 alle 340 unità! Di queste

circa 90 unità siamo in grado di “guardarle negli

occhi”, cioè fanno capo ad attività facilmente

individuabili e che non sarebbero esistite in

mancanza della società.

A questo possiamo aggiungere i terreni che

sono stati dati in comodato gratuito per coltivarci

orti familiari; sono infatti almeno 80 le famiglie

che possono godere di questo privilegio:

40 nell’area dell’impianto fotovoltaico lungo

la strada de “La Fila” e 40 sul territorio de Le

Serre. A questo dato si aggiungono 3.000 olivi

dati in comodato gratuito di cui hanno usufruito

almeno 30 famiglie.

Con questi dati possiamo affermare con certezza

che la Belvedere sia un patrimonio per

il territorio pecciolese da salvaguardare e

sviluppare (dato che va molto oltre l’interesse

stesso dei suoi soci) questo ormai s’impone

come un quesito di buonsenso per tutti coloro

i quali hanno a cuore gli interessi della propria

comunità.

Un modello esportabile - Questa

situazione è così particolare da avere attirato

l’attenzione di organismi internazionali come

l’ONU e l’OCSE tant’è vero che l’hanno presa a

modello come esperienza virtuosa per segnalarla

ad altri territori come esempio esportabile

e riproducibile.

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