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188 MICHELE SALVATI come

188 MICHELE SALVATI come vogliamo – ed entrare in un altro sembra sia una faccenda che riguarda solo gli Stati Uniti, sembra un esercizio di politiche economiche keynesiane o liberali, a favore del ceto medio o dei ricchi, il tutto all’interno di una economia chiusa. E i pochi rimandi alla situazione internazionale, e soprattutto alla Cina, non modificano questa impressione. Ora, è vero che, in quanto paese egemone del regime economico-politico mondiale in cui viviamo, in quanto paese la cui moneta interna è anche la moneta di riserva internazionale, gli Stati Uniti hanno margini d’azione che agli altri sono preclusi: gli italiani e i francesi, e gli stessi efficientissimi tedeschi, non possono fare politiche espansive se il resto del mondo non segue, mentre ciò non è altrettanto vero per gli Stati Uniti. Ma questi ultimi hanno anche responsabilità, vincoli, obiettivi, possibilità che interagiscono con quelle derivanti dalla politica interna e che sono mutati nel corso del tempo: gli Stati Uniti che costruirono il sistema di rapporti internazionali dell’immediato dopoguerra e che, in quel contesto, stipularono il Basic Bargain keynesiano mirabilmente descritto nel libro, erano un egemone assai diverso, e assai più potente, degli Stati Uniti di oggi. Il nuovo patto di base dovrebbe essere costruito in condizioni assai più difficili. Queste cose Reich le sa benissimo, e il suo precedente libro – Supercapitalismo (Fazi Editore, 2008) – ben approfondiva il passaggio tra il Basic Bargain del primo trentennio e il patto basato sulla deregolamentazione e sul debito che ha caratterizzato il secondo. Ma anche in quel libro – scritto poco prima della grande crisi di fine decennio – le ragioni del passaggio non venivano esplorate a fondo e soprattutto era lasciato da parte il contesto internazionale in cui il passaggio avvenne 5 . Accadde, infatti, che il meraviglioso Basic Bargain del primo dopoguerra entrò in crisi mano a mano che ci si inoltrava

POSTFAZIONE 189 negli anni Sessanta e Settanta. Esso era stato il frutto non soltanto di politiche keynesiane mirate al mercato interno, al benessere dei lavoratori e dei ceti medi americani, ma di un disegno egemonico internazionale nato dalla riflessione dei grandi politici e intellettuali liberal anglosassoni di quel tempo – Roosevelt e Keynes sono gli eroi eponimi di quella straordinaria fase politica – sui conflitti tra le potenze europee degli anni Trenta: quegli stessi conflitti che avevano condotto al collasso del libero commercio internazionale, al dilagare della disoccupazione e, indirettamente, all’affermazione di Stati autoritari e totalitari. Gli Stati Uniti emergevano dalla seconda guerra mondiale in condizioni ideali per evitare gli errori che erano stati commessi a seguito della prima: non solo la rivoluzione teorica keynesiana forniva gli strumenti per sostenere l’occupazione nel caso di eventuali crolli della domanda interna; ma la loro potenza militare, politica ed economica consentì di disegnare nella conferenza di Bretton Woods (1944) un sistema di relazioni economiche e finanziarie internazionali che avrebbe stimolato una formidabile ripresa del commercio mondiale e, con questo, una straordinaria accelerazione dei consumi e degli investimenti privati. Lo Stato e l’intervento pubblico fornivano una rete di sicurezza e un contesto regolativo favorevole; ma sarebbe stato il mercato – i consumi e gli investimenti privati – a fare il grosso del lavoro, ad alimentare la macchina della prosperità, a smentire le profezie di crisi del capitalismo allora molto diffuse. E a contrastare il fascino che i successi bellici e postbellici dell’Unione Sovietica allora esercitavano sui ceti popolari e intellettuali di molti paesi occidentali. Si trattò di un capolavoro di intelligenza politica, di saggezza e, perché no?, anche di generosità, che estese il Basic Bargain a tutti i paesi industrializzati nella sfera di influenza americana, vinti o vincitori che fossero. Un

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