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190 MICHELE SALVATI

190 MICHELE SALVATI capolavoro basato su circostanze irripetibili, su una concentrazione di potenza negli Stati Uniti destinata ad attenuarsi mano a mano che il Basic Bargain risvegliava le capacità produttive, le condizioni competitive e le ambizioni politiche degli altri grandi paesi. E mano a mano che, all’interno di tutti loro e degli Stati Uniti soprattutto, si allontanava il ricordo della Grande Depressione e il pieno impiego cominciava ad apparire non già il frutto prezioso di una politica intelligente, di un patto sociale che era costato lacrime e sangue, ma una condizione quasi naturale alla quale l’economia spontaneamente tendeva. Furono molte le forze che concorsero a erodere il Basic Bargain. A livello internazionale, la concorrenza delle nuove grandi potenze economiche, della Germania e del Giappone, e i crescenti disavanzi della bilancia dei pagamenti americana, provocati soprattutto dalla spesa per armamenti e dalle guerre, quella del Vietnam in particolare. A livello interno, le pressioni inflazionistiche, alimentate dalle politiche monetarie e fiscali espansive e dalla piena occupazione: pressioni che solo pochissimi paesi avanzati riuscirono a controllare attraverso politiche dei redditi efficaci. A queste si aggiungeva, soprattutto negli Stati Uniti, una crescente insofferenza dei ceti imprenditoriali e finanziari per i vincoli che imponeva la regolamentazione pubblica dell’attività economica, un ingrediente essenziale del Basic Bargain. E infine, a livello ideologico, le critiche teoriche che montavano contro le stesse fondamenta intellettuali di quel patto, le teorie keynesiane, che contribuirono non poco a minarne l’autorevolezza. Gli anni Settanta videro una congiunzione massiccia di queste forze: il crollo del sistema monetario internazionale disegnato a Bretton Woods, la reazione dei paesi esportatori di petrolio in difesa dei loro redditi reali erosi dalla perdita di valore del dollaro, l’inflazione dilagan-

POSTFAZIONE 191 te in tutto il sistema internazionale, la vittoria (non solo accademica, ma ideologico-culturale) delle visioni antikeynesiane, la prima grave recessione dal dopoguerra. Col senno di poi non meravigliano le vittorie politiche dei conservatori inglesi e dei repubblicani americani, della Thatcher e di Reagan, nelle elezioni politiche alla fine degli anni Settanta, entrambe ottenute sulla base di una aggressiva piattaforma neoliberale. La vittoria della Thatcher è significativa dal punto di vista ideologico e culturale, come segno dei tempi. Ma fu la vittoria di Reagan, il passaggio del paese egemone a una politica mirata allo smantellamento delle regolamentazioni interne e internazionali che avevano sostenuto il Basic Bargain, l’evento che spostò l’intero capitalismo internazionale verso un nuovo regime di regolamentazione, il regime neoliberale e globalizzato nel quale abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni 6 . In un clima di benessere e piena occupazione, ma caratterizzato da una forte inflazione e da disordini sociali, l’appello alla disciplina, all’ordine, alla severità monetaria, risultò elettoralmente credibile: il «no more inflation» soppiantò il «no more unemployment» che aveva assicurato la prevalenza dei governi liberal, democratici e socialdemocratici del trentennio postbellico. Questa è la ragione del passaggio tra i due regimi, tra i due patti sociali. C’è qualcosa che rende credibile, oggi, un passaggio altrettanto radicale? Che renda credibile il ritorno a un regime più simile al Basic Bargain, come quello verso il quale Robert Reich vorrebbe avviare il suo paese mediante le nove riforme descritte nella terza parte del libro, mediante il «New Deal per la classe media»? Premetto che sullo spirito di questo New Deal sono del tutto d’accordo e altrettanto lo sono sulla fattibilità tecnica di molte delle riforme proposte. Quella di cui dubito è l’esistenza delle condizioni politiche, sociali e culturali, interne e internazionali, che consentano di attuare

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