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192 MICHELE SALVATI le

192 MICHELE SALVATI le riforme che Reich descrive. Il motivo per cui mi sono soffermato, sia pur brevemente, sulle condizioni che resero possibile il Basic Bargain postbellico è stato proprio per mostrare quanto esse furono eccezionalmente favorevoli. Oggi lo sono assai di meno. È vero, oggi c’è una crisi, una grave recessione che avrebbe potuto (e forse potrebbe ancora) trasformarsi in una vera e propria depressione: questo dovrebbe favorire una risposta politica radicale, un mutamento profondo del modello di sviluppo. Resta però ancora credibile una politica che contrasti la crisi solo nel luogo in cui è esplosa, nella finanza, e non affronti il problema della distribuzione del reddito, la causa strutturale su cui insiste Robert Reich. Obtorto collo le classi dirigenti statunitensi hanno accettato una riforma del sistema finanziario che ne riduce in modo significativo i rischi sistemici manifestati dalla crisi, anche se certamente non li sradica del tutto (mi riferisco al Dodd-Frank Act, approvato dal Congresso nell’agosto del 2010). E hanno accettato una riforma del sistema sanitario importante, il Patient Protection and Affordable Care Act del marzo precedente: ma più nello spirito di eliminare una lacuna intollerabile nel sistema di protezione sociale – da tempo sull’agenda politica – che in quello di rimuovere una causa di diseguaglianza. Ma un’analisi della crisi come quella di Reich è ben lontana dall’essere accettata e il ritorno ai modelli di intervento pubblico del Basic Bargain suscita ancora un’avversione intensa, e non limitata al partito repubblicano. Ed è anche vero che la diseguaglianza distributiva è fonte di tensioni, controversie e preoccupazione. Ma tra i ceti dirigenti siamo assai lontani dal consenso che si realizzò sul modello di sviluppo keynesiano nell’immediato dopoguerra. Ancora oggi, dopo una crisi devastante e pur ammettendo che una regolamentazione pubbli-

POSTFAZIONE 193 ca più stringente può essere necessaria nel settore finanziario, gran parte degli economisti non si sono allontanati dalle concezioni teoriche anti-keynesiane prevalenti nell’ultimo trentennio, quelle che vedono in qualsiasi intervento dello Stato nell’economia una fonte di inefficienza. E ovviamente i ceti favoriti da una distribuzione diseguale, di fatto gran parte della classe dirigente, avversano in larga misura politiche fiscali più egualitarie. Ne viene per conseguenza che il disagio e le sofferenze provocati dalla disoccupazione, e il risentimento suscitato dalle diseguaglianze, non trovano risposte costruttive e condivise nella politica e nelle classi dirigenti: se si valutano le reazioni dei repubblicani, e le esitazioni dei democratici, nei confronti delle politiche di Obama, sembra difficile immaginare una situazione nella quale i politici raziocinanti dei due grandi partiti facciano fronte comune rispetto al montare del populismo paranoide, della politics of anger, descritti con tanta efficacia nella seconda parte di Aftershock. Un fronte che condivida politiche ridistributive e interventi pubblici dell’intensità di quelli che Robert Reich vorrebbe attuare. A questo si aggiunga una situazione internazionale radicalmente diversa da quella dell’immediato dopoguerra. Gli Stati Uniti sono ancora la grande potenza egemone, quella intorno alla quale ruota l’intero sistema di regolamentazioni economiche e politiche internazionali. Ma da tempo non sono più in grado, o lo sono sempre meno, di imporre agli altri paesi del sistema un modello di sviluppo ben definito, come fecero, nella parte del mondo da loro controllata, nell’immediato dopoguerra. L’autodistruzione del grande sfidante storico, il comunismo, se da un lato ha eliminato ogni sfida sistemica al capitalismo, dall’altro ha ridotto il potere del suo paese centrale, ha spostato la sfida dal sistema al suo nucleo egemone. Paradossalmente, è stato proprio il grande suc-

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