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va dalla casa. Sulla sua

va dalla casa. Sulla sua anima era calato un velo di tristezza e mentre tornava rivisse minuto per minuto quel giorno lontano, il giorno in cui Shampalwe era morta ed era nata Wilkilén. Shampalwe si era sposata con Dulkancellin poco dopo la festa del sole. Era originaria di Wilú-Wilú, un villaggio vicino ai Monti Maduini. Aveva il cuore più dolce fra tutti quelli che avevano palpitato entro i Territori dei Confini. «Quando canta, le zucche crescono a vista d’occhio», amava dire Kush alla gente che la conosceva. Poi ci furono anni buoni. Dulkancellin usciva a caccia con gli uomini del villaggio, partecipava a tutte le ronde sul territorio e ritornò da due battaglie tra le varie famiglie. Kush e Shampalwe si spartivano le fatiche e nacquero i bambini. Cinque figli ebbero, Shampalwe e Dulkancellin, che per Vecchia Kush furono come cinque scoppi di risa. Prima nacquero due maschi, Thungür e Kume. Poco dopo nacque Kuy-Kuyen. Poi Piukeman, il terzo maschio. E, nel bel mezzo di un’estate, nacque Wilkilén. Adesso le piaceva, a Kush, guardarseli con calma, uno per uno, perché in un modo o nell’altro tutti le ricordavano la bellezza e la grazia di Shampalwe. Il giorno in cui nacque Wilkilén, Shampalwe lasciò i bambini alle cure della nonna e partì alla volta del Lago delle Farfalle. La giovane voleva immergersi nelle acque che restituivano a quelle che erano appena diventate madri il vigore del corpo e la serenità dello spirito. Da laggiù la riportarono i lulu, con quel poco di vita che le bastò per dare un bacio ai figli e chiedere a Kush di occuparsi di loro al suo posto. Anzi, appena un po’ di più, tanto da aspettare il ritorno di Dulkancellin, uscito a caccia di carni succulente per festeggiare la nuova nascita. All’imbocco di una grotta, sulle sponde del lago, un serpente grigio, di un genere che lì attorno non si vedeva da anni, morse Shampalwe a una caviglia. La madre stava raccogliendo dei fiori e li teneva ancora tra le mani quando i lulu la trovarono. 17

«Fiori che non nacquero dai semi… trappole del serpente», aveva borbottato Kupuka. Lo Stregone della Terra cercò di riportarla in vita con le medicine del bosco e della montagna. Ma né i rimedi di Kupuka, né la gioventù di Shampalwe, né la preghiera di un uomo che fino ad allora non aveva mai chiesto nulla riuscirono a salvarla. Morì quel giorno stesso, mentre il tramonto calava sui Territori dei Confini. Fu per quel motivo che Kush aveva chiesto ai lulu di venire a ricevere un omaggio, a ogni tramonto in cui le intemperie consentissero di spostarsi per quelle terre. «Così noi potremo ringraziarvi, e voi la ricorderete», disse loro la vecchia. I lulu se ne andarono. Kupuka se ne andò. Dulkancellin scagliò le sue frecce contro le stelle. E sotto l’ala protettiva di Kush i bambini continuarono a crescere. La vecchia udì delle risate arrivare da lontano. Kuy-Kuyen e Wilkilén stavano prendendosi gioco di lei che, a forza di ricordare, si era bloccata in una posa assurda, immobile a un passo dalla porta, con un braccio teso. «Va tutto bene… dobbiamo andare avanti con il lavoro». Kush entrò in casa, fingendo una collera cui non credette nessuno. «Che cosa è successo con i lulu, Vecchia Kush?», le domandò Kuy-Kuyen. La ragazza aveva ereditato dalla madre la capacità di scrutare nel profondo. «Che vuoi che sia successo?», rispose Kush, che in quel modo voleva convincere soprattutto se stessa. «Niente… niente». Wilkilén intervenne a modo suo. «Magari ti hanno cantato la canzone carina, nonna Kush. Quella dei lulu… quella che so cantare anch’io», e cercò di soffiare come loro facendo saltelli su un piede e sull’altro. La piccola Wilkilén aveva ereditato dalla madre il dono dell’allegria. Prima che la nonna potesse dare l’ordine di rimettersi al 18

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