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lavoro di tessitura,

lavoro di tessitura, delle voci familiari arrivarono fino alla casa. Dulkancellin stava tornando dal bosco insieme ai figli maschi. Portavano ancora un po’ di legna, erbe aromatiche da bruciare nelle lunghe notti mentre si raccontavano storie, e una lepre, l’ultima della stagione, che avrebbero mangiato non appena Kush l’avesse cucinata. Gli uomini non entrarono subito in casa. Prima andarono a riporre la legna insieme agli altri ciocchi, avendo cura di separarli secondo la misura. Subito dopo si diressero verso una costruzione con una bassa parete circolare, eretta con pietre dei Monti Maduini. Era lì che lavavano i loro corpi e strofinavano un olio leggero sui graffi che si erano procurati nel bosco. Il primo a entrare fu Dulkancellin. Dietro di lui vennero i tre figli. Fuori stava calando la notte. I grandi alberi conficcarono le radici nel suolo. Arrivò il vento, portando con sé uno stormo di corvi, e si fece buio. Sopra una pezza di pelle distesa era stata posata la lepre fumante, cucinata in acqua insaporita. Lepre con erbe aromatiche, pane di mais e foglie di cavolo cappuccio, ecco il pasto della famiglia del guerriero per quel giorno. Alla luce del fuoco, i sette volti parevano i personaggi di un sogno. Gli husihuilke mangiarono in silenzio e solo dopo che tutti ebbero finito Dulkancellin parlò: «Oggi, nel bosco, abbiamo sentito il tamburo di Kupuka che chiamava alcuni dei suoi fratelli. E abbiamo sentito anche la risposta che gli hanno mandato. Non ho potuto capire quello che dicevano, ma i tamburi degli Stregoni sembravano molto strani». Al nome di Kupuka, l’interesse dei più grandi si risvegliava sempre e i più piccini si zittivano. «Da che parte veniva il suono?», domandò Kush rivolta al figlio. «Il tamburo di Kupuka proveniva dal Vulcano. L’altro si sentiva più piano. Forse, veniva da…». 19

«L’isola dei lulu», disse Kush, terminando la frase. «Lo avete sentito anche voi?». La domanda di Dulkancellin rimase senza risposta, perché Vecchia Kush era tornata col pensiero allo sguardo del lulu dalla coda gialla. «Kush!», la chiamò suo figlio. «Ti sto domandando se lo avete sentito anche qui». La vecchia uscì dal suo mondo di ombre e si scusò. Però non volle raccontare a Dulkancellin ciò che era successo quella sera. «Non abbiamo sentito niente», disse. E subito dopo aggiunse: «Mi piace indovinare le cose». «Domani vedremo Kupuka nella Valle dei Trapassati. Parlerò con lui». E con queste parole Dulkancellin considerò conclusa la conversazione. Ogni anno, poco prima che cominciassero le piogge, gli husihuilke si riunivano nella Valle dei Trapassati per congedarsi dai vivi e dai morti. Era una gran festa, durante la quale si mangiava, si ballava e si cantava. Ma, soprattutto, si portava quello che era in eccesso, ricevendone in cambio ciò che mancava per poter affrontare la cattiva stagione. Era il giorno in cui abbondanza e scarsità si compensavano, in modo che a nessuno venisse a mancare l’indispensabile. Nel giro di poco tempo, sarebbero stati separati da distese di pantano, dal vento e dal freddo. Non era stagione per la caccia, né per la semina o per la guerra. E la comunicazione tra loro si sarebbe ridotta alle occasioni strettamente necessarie. 20

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