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La famiglia di

La famiglia di Dulkancellin si trovava tra queste ultime. Anche loro avevano preso un sentiero che accorciava la strada per la Valle dei Trapassati. A mano a mano che arrivavano, gli husihuilke si scaricavano delle bisacce e cominciavano a girare per la valle, salutando i parenti. Tra loro, ce n’erano di quelli che si vedevano con frequenza; a molti altri, invece, capitava soltanto in giornate eccezionali. Uomini e donne andavano riunendosi in gruppi diversi, a seconda di come venivano ripartiti lavori e abilità. Non appena videro avvicinarsi Dulkancellin, diversi guerrieri si fecero avanti per riceverlo. Le donne circondarono Vecchia Kush, che salutò le sposate con un bacio per guancia e le nubili con un colpetto a mano aperta sulla fronte. Il popolo dei Territori dei Confini amava i propri anziani. E Vecchia Kush lo era più di chiunque altro. Quelli che erano cresciuti insieme a lei erano morti da anni, mentre lei continuava ad andarsene in giro per il bosco. «Mi hanno dimenticata qui», diceva Kush ogni volta che si parlava di questo fatto. «Sarà perché non faccio rumore». Vecchia Kush aveva avuto suo figlio molto tardi, quando ormai più nessuno lo credeva possibile. In quell’occasione, gli husihuilke avevano parlato di un prodigio. «È un dono che la vita fa a Kush, perché è dolce di cuore e dura di mani», così, per lungo tempo, si andò mormorando nei Territori dei Confini. La riunione si stava animando. Dal Passo dei Mulinelli e dai Picchi delle Pernici, dalla Costa dei Coralli, dai villaggi che si trovavano a nord del fiume Accigliato e, ancora più lontano, da Wilú-Wilú, continuavano a scendere gli husihuilke. La maggior parte faceva tutto il cammino a piedi. Quelli che vivevano dall’altra parte del fiume lasciavano le canoe ormeggiate sulla sponda per poi proseguire a piedi fino alla Valle dei Trapassati. Solo in pochi, specialmente quelli che venivano dai villaggi alti, arrivavano in groppa a lama giganti. 29

Popolo di una terra straordinariamente rigogliosa, gli husihuilke erano in grado di prevedere quello che sarebbe stato il loro sostentamento, così come gli animali del bosco prevedevano il proprio. Era cosa certa che ogni anno i meli sarebbero tornati a offrire i loro frutti, che a tempo debito gli animali da caccia avrebbero procreato di nuovo, e che in una sola zucca erano racchiusi i semi per molte altre. E a nessuno veniva in mente che una simile previsione potesse essere migliorata. L’unica eccezione si aveva poco prima dell’inizio delle piogge: allora gli husihuilke ammassavano più del solito per poter affrontare i lunghi giorni di isolamento, quando il mare e la terra si richiudevano su se stessi e il bosco diventava avaro delle proprie ricchezze. Uomini e donne raddoppiavano gli sforzi. Cacciavano o tessevano, impastavano argilla, tagliavano pelli o intrecciavano cesti. Alcuni pescavano e mettevano via i pesci sotto sale, altri seccavano frutta. Però nessuno si approvvigionava di nulla che non fosse lo stretto indispensabile. Il superfluo lo si scambiava in baratto nella Valle dei Trapassati. Così, l’abbondanza di un villaggio compensava la scarsità di un altro, e le capacità di ciascuno si trasformavano in un vantaggio per tutti. Gli abitanti di Wilú-Wilú ottenevano pietre preziose dalle montagne: pietra focaia per accendere i fuochi e selci per fabbricare asce e punte di freccia. In cambio, però, avevano bisogno del sale e dei pesci essiccati che la gente dalla Costa dei Coralli trasportava in cesti di giunco. I cesti si fabbricavano nei villaggi che si trovavano sulle sponde dell’Accigliato, là dove i giunchi proliferavano come una peste. Lì venivano modellati anche recipienti di fango cotto: anfore, vasi e certe piccole giare molto apprezzate a Erbedolci, perché in esse gli apicoltori potevano conservare il miele rosso dei loro favi. Le donne del Passo dei Mulinelli, celebri tessitrici, portavano mantelle e panni di lana che si rivelavano indispensabili ai pescatori della Costa dei Coralli, durante i loro inverni sulla riva del mare. 30

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