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varono non era il volto

varono non era il volto di Kupuka che conoscevano. Era un mutamento indefinito, ma non per questo meno terribile. Il naso, molto dilatato e rivolto verso l’alto, pulsava in modo strano. Il mento era un po’ allungato in avanti e dalla respirazione si producevano filamenti colorati. Se solo fossero riusciti a muovere le gambe, sarebbero scappati di corsa, senza fermarsi prima di essere tornati sotto l’ala protettiva di Kush. Ma le gambe si ostinavano a star ferme. Tutto a un tratto, Kupuka lanciò un ululato e si rimise in piedi con un salto. A voce alta cantò parole appartenenti a un’altra lingua. Quindi, davanti ai due bambini raggelati di paura, si mise a roteare tenendo un piede fisso e battendo con l’altro per terra. A ognuno di quei giri, la faccia di Kupuka appariva trasformata. La voce, al contrario, rimaneva sempre la stessa e continuava a cantare, sebbene sembrasse giungere da un luogo molto lontano. Al primo giro, la faccia era ricoperta da un leggero strato di piume. Poi assunse l’aspetto del muso di una lepre, acquistò una lingua di lucertola e terminò coi denti di un gatto selvatico che annusava l’aria. Piukeman non riusciva a pensare. Wilkilén non riusciva a piangere. Rimasero così, finché un intenso dolore non li strappò dalla malia che li aveva catturati. Erano formiche rosse che si erano arrampicate su per gli stivali e stavano pizzicando le loro gambe furiosamente. Trattenendo le urla, cominciarono a scacciarle con gesti concitati e, per un breve momento, si dimenticarono di Kupuka. Prima di riuscire a togliersi di dosso quelle piccole malefiche sparse per tutto il loro corpo, udirono un suono che li costrinse ad alzare il capo. Nello spazio tra il cielo e le loro teste, stava svolazzando una chiazza di farfalle bianche che andava allargandosi sempre più: parevano spuntate dal nulla. Come rispondendo a un ordine di attacco, la moltitudine di farfalle volò sopra di loro, centinaia e centinaia di ali che si scagliarono rabbiose contro i loro volti. Tante ali che rico- 37

prirono completamente la radura del bosco dove Kupuka stava officiando le sue funzioni di stregone. Piukeman e Wilkilén indietreggiarono agitando le mani per scacciare lo sciame, ma fu ben poca cosa quello che riuscirono a togliersi di dosso. In breve, si ridussero a due sagome ricoperte di farfalle e nulla potevano fare per liberarsi. Barcollando, quasi accecato da quel fremere d’ali, Piukeman cercò a tentoni Wilkilén. La piccola si era staccata da lui nell’affannoso tentativo di sfuggire all’attacco. Quando riuscì a raggiungerla, prese in braccio la sorella e la tenne stretta al petto. Poi si mise a correre più che poté, inseguito da un turbine di ali bianche, finché non ebbe riattraversato la Porta della Civetta. Non una sola farfalla oltrepassò il limite della porta. Se ne rimasero lì, appese al cielo, per poi tornare sul proprio volo. Non appena Piukeman fu sicuro che non sarebbero ritornate, lentamente mise a terra Wilkilén, e lui stesso si lasciò cadere per riposare. Due o tre profondi respiri prima di riprendere il cammino restituirono loro il fiato perduto. Fatti pochi passi in direzione della valle, Piukeman si guardò alle spalle. Di albero in albero, la Porta della Civetta era completamente ricoperta da un’intricata ragnatela che doveva essere costata diversi giorni di lavoro al suo costruttore. Per quanto il fatto gli risultasse del tutto incomprensibile, Piukeman provò un senso di sollievo. Forse, non erano mai stati dall’altra parte. Il resto del cammino fu semplice. Confortati dall’idea del ritorno, non temevano neppure l’ira di Dulkancellin per l’assenza che, sicuramente, doveva essere già stata notata. Ripercorsero lo stesso sentiero. La festa stava continuando e loro si tuffarono tra la gente a testa bassa, imbarazzati al solo pensiero che tutti fossero già a conoscenza della loro disobbedienza. Mentre procedevano, s’imbatterono nella nonna e nel padre. Piukeman e Wilkilén alzarono lentamente lo sguardo, ti- 38

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