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difficile tenere sotto

difficile tenere sotto controllo gli abusi del potere imprenditoriale. E soprattutto contribuisce a creare un malinteso sulle fonti della nostra prosperità, spingendoci a trascurare l’infrastruttura sociale, morale e politica da cui dipende il nostro benessere». Poiché Stewart è uno spretato, sa bene di quale chiesa, di quali cardinali e di quali vescovi sta parlando. Quanto a Taylor, Stewart dimostra che egli ha ingannato gli imprenditori e i manager facendo credere di avere abolito l’approssimazione in favore dell’analisi scientifica e della misurazione precisa. In realtà Taylor ha inventato di sana pianta gli episodi più celebrati della sua carriera, ha ottenuto risultati pratici molto inferiori a quelli da lui millantati, e via via i suoi dogmi sono risultati tutti infondati. In fin dei conti, Taylor ha fornito alla borghesia un’arma per imbrigliare il proletariato e la sua grandezza resta solo nell’aver saputo vendere meravigliosamente delle idee né originali né scientificamente dimostrate alle aziende innamorate delle novità scientifiche e tecnologiche. «Taylor», conclude Stewart, «non ha inventato una macchina, ma una religione, e questa religione è rimasta esattamente allo stesso punto in cui il fondatore l’ha lasciata». Proprio nei giorni in cui sto scrivendo questa prefazione, la Fiat tenta di riportare il taylorismo più spinto in tutti i suoi stabilimenti, da Belo Horizonte a Pomigliano d’Arco e Mirafiori. Distrutto Taylor, è la volta di Elton Mayo. Sbarcato a San Francisco il primo agosto 1922 all’età di quarantadue anni con 250 dollari in tasca e la convinzione profonda di poter salvare la civiltà occidentale dall’imminente catastrofe causata da un crescente conflitto tra capitale e lavoro, Mayo parte dal presupposto che i lavoratori del Nuovo Mondo sono pazzi, resi sempre più pazzi dal sistema democratico, e conclude che l’unico XI

imedio sta nella psicologia della comprensione. «Quello di Mayo», dice Stewart, «era un sistema per ridurre gli scioperi, ostacolare la sindacalizzazione e portare la pace nelle fabbriche, il tutto senza dover apportare cambiamenti sostanziali alle condizioni di lavoro e al prezzo modico della parcella di un insegnante e di una manciata di assistenti ricercatori». Facendo leva sulle due grandi illusioni dei committenti – pace in azienda e fiducia nella scienza – Mayo orchestra ad Hawthorne una ricerca senza precedenti per durata e per costo, manipola i dati, elabora un suo paradigma delle human relations e riesce a venderlo al mondo intero. Così come aveva già fatto Taylor, anche «Mayo aveva creato un simulacro di teoria scientifica partendo da un aneddoto e manipolando di nascosto i dettagli quando non confermavano i risultati desiderati». Ciò non gli impedì di rifilare al mondo intero le sue ovvietà, di conquistare una cattedra ad Harvard e di accumulare un bel gruzzolo. Ma neppure gli impedì di cadere via via nella frustrazione, nella cupezza, nel pessimismo totale, fino a lasciare l’università, dove ormai i suoi colleghi lo ignoravano, per andarsene a morire in Inghilterra nel 1949 senza essere riuscito neppure a trovare un nuovo lavoro. Taylor e Mayo, secondo Stewart, hanno spacciato per scienza una parodia di ricerca, riuscendo a imporre al mondo intero i loro fantasiosi paradigmi. Non meno pericolosi sono stati gli epigoni di Mayo: il «gelido e aristocratico» Chester Barnard, che predica la soddisfazione sul lavoro; il godibile Douglas McGregor, che semplifica e svende la scala di Maslow giocando con le X e con le Y; l’intramontabile, fluviale Peter Drucker, che vive troppo a lungo per non ripetersi e per non vedere smentite le sue teorie; ma soprattutto il bizzarro e tellurico Tom Peters, sul quale torneremo fra poco. XII

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