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Negli stessi anni in cui

Negli stessi anni in cui questa accolita spacciava la stagnola per oro colato e il truciolato per massello, Mary Parker Follett scriveva cose ben più sensate ma non aveva la capacità imbonitrice per piazzarle sul lauto mercato del pensiero manageriale. A partire dal 1965 si impone la teoria della pianificazione strategica, distillata ex-post dall’operato di aziende come General Motors, Standard Oil, Dupont e che Igor Ansoff teorizzerà compiutamente nel volume Strategia aziendale. Poi sarà la volta di Bruce Henderson, che cercherà di spiegare con una semplice matrice come mai i costi scendono sempre, e di Michael Porter che, con la sua nuova Bibbia, La strategia competitiva, punterà l’attenzione sui profitti in eccesso e formulerà uno schema di cinque forze per determinare il grado di concorrenzialità di un settore industriale. La teoria strategica parte dal principio che, per avere successo, occorre trovarsi nel posto giusto al momento giusto, scommettere forte e lavorare duro. Ma Stewart aggiunge che occorre anche imbrogliare. A partire dalla teoria strategica, la dicotomia considerata come prevalente in azienda non è più tra i capitalisti e il proletariato, ma tra il “top management” che detiene tutto il potere e il “middle management” che fornisce la forza lavoro intellettuale: «Essenzialmente il middle management costituisce la spina dorsale di una nuova tipologia di classe operaia, formata dai cosiddetti colletti bianchi o, per usare il gergo ottimistico dei libri di management, “lavoratori della conoscenza”. […] E così, da una parte ci sono quelli che comandano, intellettualmente dotati e lungimiranti; dall’altra una schiera di individui di scarsa cultura, nerboruti e con i piedi per terra, il cui unico compito è l’obbedienza». I guru della teoria strategica faranno in modo che il XIII

potere passi dalle mani dei proprietari a quelle del top management e dei consulenti, fermandosi alla soglia del middle management, degli operai, dei consumatori e degli azionisti. Con il middle management ecco rinascere, in versione intellettuale, l’«uomo bue» in cui Taylor identificava l’operaio analfabeta, deprivato di conoscenza, dignità e potere: quell’«uomo bue» che isolatamente è inerme, ma unito ad altri «uomini bue» forma una classe minacciosa, capace di mettere in ginocchio i datori di lavoro, di rovesciare esecutivi inetti e governare interi continenti. Questo nuovo proletariato intellettuale non ha coscienza di classe perché non è ancora una classe. Dunque, per ora, è innocuo. Ognuno dei nuovi proletari non sa chi sono i suoi amici e i suoi nemici, qual è la posta in gioco e quali le possibilità di vincere lottando in modo collettivo e organizzato. Perciò gioca da solo e naviga a vista, secondo tattiche basate sulla fedeltà ai superiori piuttosto che sulla diffidenza nei loro confronti, sulla richiesta autonoma piuttosto che sulla rivendicazione sindacale di contratti più favorevoli, sulla competitività contro i colleghi piuttosto che sulla solidarietà reciproca e sull’unione contro il vero nemico: quel top management che si è via via accaparrato tutto il potere, esercitandolo con cinismo e sottraendolo sia agli azionisti che ai collaboratori. Essendo innocui, non c’è bisogno di renderli inermi e mansueti come Taylor aveva fatto con i suoi operai e Mayo con le sue operaie. Essendo lavoratori-lettori, occorre che ogni guru, diventato professore di università, li blandisca affinché comprino i suoi libri. E, per blandirli, occorre fingere di stare dalla loro parte, più indignati, intransigenti e bellicosi di loro. Campione assoluto di questa tattica manipolatoria è XIV

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