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Prefazione di Domenico

Prefazione di Domenico De Masi I Romani colonizzarono tutto il loro vastissimo impero occupando i territori con l’esercito e, subito dopo, costruendo terme e teatri, diffondendo il latino e con esso la loro letteratura e il loro stile di vita. Gli americani hanno colonizzato il pianeta disseminandolo di soldati e di basi militari, diffondendo la loro lingua (che oggi è parlata da tre miliardi di persone), le loro piattaforme informatiche, i loro film, il loro jazz, la loro Coca-Cola, i loro hamburger, il loro rock, la loro way of life. I Romani aggiunsero alle loro falangi l’arma penetrante del diritto; gli americani hanno aggiunto ai loro bombardieri l’arma micidiale del management. Mentre nella mecca di Harvard si elaborano paradigmi teorici, schiere di profeti e di apostoli si incaricano di diffonderli in tutto il mondo officiando seminari nelle business school costruite e gestite a immagine e somiglianza della casa madre bostoniana. Intanto, fiumi di soldi affluiscono nelle tasche dei guru americani, dei loro eredi, dei loro editori. Prima ancora che uno stile di business e di leadership, il management è un gergo tribale rigorosamente in lingua americana, fatto di espressioni, aforismi, metafore, diagrammi, cerchi, quadrati e soprattutto formulette – le sette Z, le quattro M, la teoria X, la teoria Y, la teoria U, le tre T – mi- V

ate a facilitare la memorizzazione di concetti complessi, via via liofilizzati fino a diventare giochetti per bambini. Figli della cultura e dei licei classici, alcuni di noi sentivano che dietro c’era la volontà di potenza e l’ingenuità culturale dell’economia americana. Sentivano che Aristotele, Machiavelli e Rousseau avevano detto più e meglio di Drucker, Porter e Peters. Ma, sotto lo tsunami travolgente del verbo manageriale, eravamo come pigmei inermi di fronte a giganti armati fino ai denti: armati di soldi, libri, riviste, esperti, conferenze, seminari, tecniche pedagogiche, lavagne luminose, power point, consulenti singoli e consulenti associati. Tutti agguerriti, addestrati e assatanati: professionisti della conquista, strapotenti di fronte a noi, autodidatti della difesa. Quest’armata loquace poteva contare sul complesso d’inferiorità che ci derivava dalla fine ingloriosa della seconda guerra mondiale; sull’anticomunismo viscerale delle imprese e dei governi; sull’indulgenza gesuitica della Chiesa (che tra i peccati del comunismo e quelli del capitalismo ha sempre preferito i secondi); sulla mediocrità culturale dei manager – soprattutto dei capi del personale – incapaci di apprezzare la distanza che separa le esili teorie manageriali di Rensis Likert sugli stili di leadership dalle possenti tragedie di William Shakespeare sull’esercizio del potere. Poteva contare su intere case editrici che si sono arricchite importando voracemente e pubblicando la spazzatura delle università americane; poteva contare sugli epigoni nostrani, impegnati non solo a tradurre i testi americani ma anche a produrre in proprio una sottoletteratura manageriale fatta di penosi manualetti, peggiori degli archetipi dai quali erano stati scopiazzati. Chi osava azzardare critiche alla letteratura manageriale americana era visto come un pericoloso deviante, incline all’estremismo maoista e militante occulto di fazioni eversive. Ricordo il panico che assalì i miei “capi”, VI

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