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Le strade 38 - Fazi Editore

Le strade 38 - Fazi Editore

avevo paura o piangevo

avevo paura o piangevo per qualcosa, era mia madre che mi parlava, e lei parlava sempre in inglese. Quella fu anche la prima volta, credo, che mio padre si accorse veramente di me, la prima volta che credette ci fosse una buona ragione per le mie lacrime e il mio bisogno di attenzione. Ricordo che cercai di non piangere per non allarmarlo, ma poi ovviamente non riuscii a trattenermi, e lui mi tenne la mano e si sforzò di distrarmi. Rivedo me e mio padre per le strade che conducevano alla via dove abitavamo; devo aver percepito il suo sollievo al pensiero che il dramma della visita si fosse concluso. Mi comprò delle prugne. Non potei mangiarle perché la bocca mi faceva male, ma ero contento di averle. Devo essere stato io a chiedergliele, e ancora oggi mi piace la morbida consistenza violacea della buccia di prugna, e la polpa carnosa al suo interno. Erano sposati da dieci anni quando nacqui io. Mia madre aveva avuto due o tre aborti spontanei nei primi anni di matrimonio, e poi più niente. Quando nacqui aveva quarantatré anni, quasi quarantaquattro, e lui cinquanta. La famiglia di lui, i Garay, possedeva una piccola impresa di spedizioni che stava lentamente fallendo; lui era il terzo figlio maschio. Mia madre era la segretaria inglese della ditta, e credo che la famiglia di lui abbia considerato il matrimonio come un altro esempio della mancanza di immaginazione e di spirito di iniziativa da parte di mio padre. Per quanto ne so non manifestarono né ostilità né scandalo, ma non le prestarono molta attenzione. I miei genitori mi trattarono come un piccolo adulto della casa sin da quando io riesco a ricordare. Se avevo paura del buio, o se stavo male, o mi svegliavo di notte, potevo entrare in silenzio, senza piangere, nel loro letto e sistemarmi o nel mezzo oppure accanto a mia madre e riaddormentarmi. Mio padre era solito lamentarsi la mattina perché mi svegliavo troppo presto e volevo cantare o leggere una storia mentre lui cercava di dormire. Non so che lingua usassi quando parlavo con loro. Credo lo spagnolo. Di certo lo usavo quand’ero più grande, questo lo ricordo. Ma mia madre mi parlava sempre in inglese, e a scuola parlavo inglese, e a causa della mia carnagione chiara ho sempre creduto di essere inglese. Mia madre era giunta in Argentina assieme a suo padre e a sua sorella Matilda all’inizio degli anni Venti, dopo la morte di 20 sua madre. Quando ero piccolo volevo sempre che mi raccontasse ancora una volta la storia di quel viaggio. Giorni e giorni in mare, senza mai vedere terra, il mare piatto e monotono, che non finiva mai. La storia dell’uomo che morì e il cui corpo venne gettato in mare. E la tempesta che un giorno si levò. E l’attimo in cui passarono l’equatore, e il mal di mare, e il cibo tremendo. E la nave che rollava e rollava, e i passeggeri di prima classe. E poi il porto di Buenos Aires, la lunga attesa per lo sbarco, e quella nuova lingua, e di come non capissero una sola parola di ciò che la gente diceva. I dettagli di quella storia erano per me più veri e assoluti di qualsiasi cosa veramente successa a casa nostra, o a scuola, o nelle nostre vite durante gli anni dell’infanzia. E persino allora sapevo che il tutto era stato una delusione per lei. Quella storia alimentava speranze di un futuro ricco, e di grandi amori ed emozioni. Avrebbe dovuto essere l’inizio di qualcosa che poi non fu. Quando suo padre morì io non ero ancora nato, ma la sentii raccontare la storia degli ultimi giorni di lui, quando riusciva a parlare soltanto inglese, perché lo spagnolo non era mai stato capace di impararlo veramente, di come lei e sua sorella lo seppellirono in un cimitero nuovo ai margini della città, e di come lei avesse intuito che, fin dall’attimo in cui aveva messo piede nel nuovo paese, egli aveva desiderato ritornarsene a casa, mentre ora, invece, era intrappolato in Argentina per sempre. Non so a che punto della mia vita cominciai a sentirmi distinto dai miei genitori, quando smisi di desiderare di toccarli e di star loro vicino, quando presi a giacere al buio da solo piuttosto che andare in camera loro e infilarmi nel loro letto. Sarebbe facile se riuscissi a collegare tutto ciò alla pubertà e al momento in cui presi coscienza della mia sessualità, ma credo che la cosa abbia a che fare con qualcos’altro. Con il fatto che a una certa età cominciai a vedere il mondo come un’entità separata da me stesso, iniziai a sentire che non avevo nulla a che fare con le cose che mi circondavano. Osservavo distaccato i miei genitori che si muovevano per casa, o l’insegnante che scriveva sulla lavagna, e mi sentivo lontano. Forse cominciai allora a sentire che nessuno mi amava, forse è di questo che sto parlando, e forse tutto quello che è successo da quell’istante in 21

poi non è stato altro che un modo per far sì che la gente mi includesse. Il fatto di piacere o di essere apprezzato da qualcuno era sempre per me fonte di sorpresa, e sono sempre stato disposto a fare tutto quello che era necessario per rimanere vicino a queste persone. Cominciai a notare quanto vecchi fossero i miei genitori rispetto a quelli dei miei compagni, il loro passo lento, il fastidio che provavano per i rumori, i vestiti trasandati, e i capelli grigi e dritti di mia madre mi sembravano strani. Ricordo di essere entrato un giorno nella loro stanza da letto, non so quanti anni avessi, e di aver visto mio padre in piedi a torso nudo, la schiena rivolta verso di me. Allora avvertii, e ancora oggi il ricordo di quella percezione è fortissimo, che anche lui era isolato da tutti gli altri, solo con il suo corpo irsuto e la sua carne proprio come solo ero io che lo osservavo, e che non avevamo niente a che fare con nessun altro, tutti isolati nei nostri rispettivi corpi, un nessuno per l’altro e tutto per noi stessi. E questo può spiegare come mi sentii quando lui cominciò a rimanere a letto e scoprì che non riusciva più a mangiare, poi andò in ospedale e poi tornò a casa. Sentivo che non era a me che tutto questo stava succedendo. Alle volte sedevo nella sua stanza da letto perché mia madre mi diceva di farlo, e capivo che lui soffriva, ma me ne tenevo lontano. Forse questo è l’unico modo che esiste per stare a guardare tuo padre che muore, forse si tratta di uno sforzo, anche se a me non sembrava tale, e le conseguenze possono rimanere con te per sempre e modellare il tuo comportamento. Ma non so se tutto ciò sia vero. In quegli anni vedevamo molto di rado i due fratelli e la sorella di mio padre. Mi ricordo che un giorno incontrammo sua sorella per strada e io non la riconobbi. Ma ora comparvero in casa nostra in tutta la loro solenne austerità. Parlavano sussurrando. Andavo qualche volta nella stanza da letto dei miei genitori, ora buia perché le tende erano tirate, ma potevo lo stesso vedere che la sagoma nel letto era smagrita e che il suo viso era quello di un vecchio. Non volevo toccarlo o avvicinarmi troppo a lui, e fui contento quando mia madre mi disse che non dovevo più entrare nella stanza. Arrivò un dottore e se ne andò via, poi venne un’infermiera che sedette nella stanza, uscì e 22 sussurrò qualcosa. La guardai, ma non capii quello che disse. Quel periodo lo ricordo quasi completamente privo di suoni: passi lievi, voci basse, porte che si aprivano e si chiudevano senza fare rumore. Mancai da scuola per parecchi giorni, vagavo per casa oppure me ne stavo nella mia stanza. Non mi era permesso ascoltare la radio. Non credevo che lì dentro mio padre fosse vivo. Non parlava, non poteva mangiare. Alle volte, dicevano, dormiva, ma non so cosa facesse quando era sveglio. Era parte di un mondo che non riuscivo a immaginare, il suo corpo che svaniva nella stanza buia, la sua famiglia che vegliava. Allora non pensavo affatto a lui. Deve essere morto di notte. Mia zia venne e mi diede la notizia a bassa voce la mattina, e mi disse di non piangere e di non fare rumore. Solo di alzarmi in silenzio e di vestirmi. Non rimasi sorpreso. Speravo che lo seppellissero e che potessimo tornare a casa. Mi immaginavo mentre salivamo le scale senza di lui, entravamo nell’appartamento vuoto, aprivamo le tende nella stanza da letto, cenavamo, accendavamo la radio e continuavamo a vivere come se lui non fosse mai esistito. Ma volevo che quei giorni terminassero. Volevo l’appartamento per me solo. Detestavo quelle voci basse. Cercai di immaginare cosa avrebbero fatto ora. Gli avrebbero tolto i vestiti? E come sarebbe passato dalla casa alla chiesa e alla tomba? Dopo quanto tempo il suo corpo avrebbe cominciato a marcire e gli sarebbero caduti i denti? Avevo appena compiuto dodici anni e non facevo che crescere. Mio zio mi fece uscire per comprarmi dei vestiti nuovi. Nell’entrata passai accanto a mia madre, ma lei era circondata da alcune persone e con un fazzoletto si soffiava discretamente il naso. Mio zio e io le passammo davanti in silenzio e uscimmo di casa in punta di piedi. È strano come certe azioni avvengano rapide e sicure. Vidi la bara mentre veniva trasportata nel nostro appartamento, poi andai in cucina con mio zio e mia zia, e quando uscii mio padre era nella bara, lo stavano portando fuori. In due o tre minuti avevano trasportato la bara giù per le scale e, tranne che per i suoi vestiti e alcuni libri e documenti, era come se mio padre non fosse mai vissuto in quell’appartamento. Pensavo che saremmo stati bene anche senza di lui; ci saremmo abituati presto, pensavo. 23

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