Views
4 years ago

Le strade 38 - Fazi Editore

Le strade 38 - Fazi Editore

Nei giorni che seguirono

Nei giorni che seguirono il funerale mia madre mise una sorta di distanza tra sé e la casa. La guardavo mentre scriveva lettere con una vecchia macchina da scrivere, improvvisamente comparsa sul tavolo della sala da pranzo, e poi le strappava. Non credo comprendesse del tutto che la ditta della famiglia di mio padre era indebitata e che la parte che spettava a lui in realtà non valeva niente. Credo che non dormisse affatto, e i nostri pranzi e le nostre cene non erano dei veri e propri pasti. Era sicura che vi fossero dei soldi in ballo, e invece non c’era niente. C’era il contratto dell’appartamento che garantiva un affitto basso. Non potevano sfrattarla, ma non c’era nessun reddito. Forse i miei zii e la zia avevano investito dei soldi da qualche parte. Lei ne era sicura, e così cominciò a scrivere loro delle lettere, a gridare e inveire che le dessero la sua parte, se non per il bene suo almeno per quello mio. Durante l’ultimo incontro che ebbe con loro c’ero anch’io. Due zii seri e una zia corrucciata, e le sedie sistemate nell’entrata, come se lei non volesse permettere loro di addentrarsi oltre. Chiese se volessero lasciarla completamente indigente, se fosse quello che avevano in mente di fare. Se la ditta poteva dare una paga ogni mese a mio padre, allora sarebbe stata anche in grado di pagare a lei una pensione. Volevano forse che finisse a lavare pavimenti? Volevano che andasse a chiedere la carità per strada? Non ce n’era alcun bisogno, disse mia zia. Come osi dirmi quello di cui ci sarà e non ci sarà bisogno?, disse mia madre. Mi metterò fuori dai vostri uffici con Richard a chiedere la carità. Si chinò in avanti e mi afferrò per il braccio. Vi farò vergognare tutti quanti, disse. Una piccola somma di denaro sarebbe stata messa da parte, disse mio zio, per i miei studi scolastici e universitari, e il contratto dell’appartamento sarebbe stato intestato a mia madre, anche se tecnicamente il contratto apparteneva alla famiglia e potenzialmente era redditizio. Ma non vi era altro denaro; persino le spese per gli ultimi giorni di mio padre e il suo funerale avrebbero pesato sul bilancio famigliare. Forse mia madre non se n’era accorta, disse, ma le spedizioni via mare tra l’Argentina e l’Inghilterra erano in declino, e la ditta era in perdita, e dopo la vendita delle navi, cosa che sarebbe avvenuta di lì a poco, i soldi sarebbero serviti a estinguere i debiti. Se spo- 24 sando mio padre lei aveva pensato di sposarsi anche un capitale, disse mia zia, allora aveva sposato l’uomo sbagliato. Ma abbiamo degli amici a Buenos Aires, disse mio zio, e potremmo aiutarti a trovare un lavoro, e forse tu potresti rivolgerti alla comunità inglese in città e vedere se c’è del lavoro. Mi rivolgerò agli avvocati, disse mia madre, e vi porterò tutti in tribunale. Proverò che ci dovete dei soldi e metterò alla berlina il vostro nome in tutta la città. Quella sarà la prossima volta che mi vedrete. Poi si alzò e chiese loro di andarsene. Non gli aveva offerto nè un caffè né una bibita. Rimasero seduti lì, senza dire niente, al che lei si alzò e andò ad aprire la porta. In silenzio, uno dopo l’altro, se ne andarono e scesero le scale. Lei chiuse la porta e vi si appoggiò contro con la schiena, come se si aspettasse di vederseli tornare da un momento all’altro e volesse sbarrare loro la strada. Nel giro di mezz’ora aveva tirato fuori la macchina da scrivere e iniziato una lettera per sua sorella Matilda, che viveva in un complesso residenziale in un posto chiamato Molino a La Pampa. Avevo visto le fotografie dell’enorme casa in cui vivevano i proprietari del complesso, ma sapevo che mia zia Matilda e suo marito vivevano in una casa più piccola e che avevano due figli maschi più grandi di me, che non avevo mai conosciuto. Credo che mia madre non vedesse sua sorella da più di dieci anni. Le scrisse, raccontandole a grosse linee quello che era successo, e chiese il suo aiuto, un rifugio, o un consiglio. Non sono sicuro che li chiedesse espressamente, ma di certo aspettò con grande impazienza e agitazione la risposta. Allora ero tornato a scuola già da un po’, e ricordo che un giorno arrivai a casa e mia madre mi disse che ce ne saremmo andati dalla città, almeno per il momento. Forse sarà più facile trovare un lavoro a Molino – non disse che tipo di lavoro – e il costo della vita lì è inferiore, e potremo stare da Matilda. Io non dissi niente. Ero sicuro che c’era dell’altro e rimasi all’erta, pronto a cogliere un cenno qualsiasi che mi dicesse che stavamo per rinunciare all’appartamento, fare le valigie e andarcene per sempre. Un giorno, rientrato da scuola, notai che lei aveva messo via tutti i vestiti di mio padre, alcuni dei suoi e quelli tra i miei che erano diventati troppo vecchi. Fuori di casa c’erano scatoloni pieni di roba che aspettavano di essere 25

portati via. Non sapevo se li avrebbe venduti o dati via. Una sera, mentre lei parlava di nuovo di come fare le valigie e di quello che avremmo portato con noi o lasciato lì, io le ricordai che i miei zii si erano detti disponibili a sostenere le spese della mia educazione. Che scuola avrei frequentato a Molino? Se avessi lasciato la scuola inglese per troppo tempo, avrei perso il posto. Sapevo che non c’erano scuole inglesi a Molino, perciò a che scuola sarei andato, le chiesi, e come mi sarei abituato a una scuola tutta in spagnolo? Forse se lei fosse viva adesso e potesse dare la sua versione degli eventi, queste mie osservazioni non comparirebbero. È possibile che stesse pensando a me tutto il tempo, che ogni decisione venisse presa nel mio interesse. Ma non credo che fosse così. Credo che la morte di mio padre l’avesse sconvolta e l’avesse fatta sentire completamente sola e abbandonata al punto che non riusciva più ad accorgersi delle cose che la circondavano e non sapeva cosa fare. Era completamente e intensamente presa da se stessa. Quel giorno parlai con attenzione, avevo preparato quello che avrei detto. E mi ricordo che dopo pochi minuti lei venne in camera mia e rimase in piedi sulla soglia. «Mi stai dicendo che non vuoi andare a Molino, che vuoi restare qui? Non c’è niente per noi qui». «Non voglio andare in una scuola spagnola». «Perché non facciamo una prova? Perché non diciamo alla scuola che staremo via solo per un po’?». «Per quanto?». «Non so per quanto». «E lasceremo qui le nostre cose?». «Sì, possiamo, se vuoi». «Come se stessimo andando in vacanza?». Prendemmo l’autobus dalla città a Santa Rosa e lì aspettammo alla stazione delle corriere l’ultima per Molino. Il viaggio in autobus mi piacque dall’inizio alla fine, il posto era comodo e l’aria tiepida. Presto mi addormentai, e quando mi svegliai mi rilassai sul sedile e chiusi gli occhi, desiderando che l’autobus non si fermasse mai, di potere sognare e appisolarmi e svegliarmi di nuovo, bere un sorso dalla borraccia di mia 26 madre e guardare fuori dalla finestra e appisolarmi di nuovo, e che niente portasse a delle conseguenze, e che il tempo potesse fermarsi. Faceva freddo sul secondo autobus, ormai ero stanco e avrei voluto essere a letto nella mia stanza, con la luce spenta ma la porta aperta, sì da poter vedere la luce dell’entrata. Mia madre non parlava. Solo ora mi rendo conto che aveva cinquantasei anni e si trovava senza un soldo in un paese che non comprendeva, seduta accanto a un figlio grande abbastanza da poter elaborare strategie e che le nascondeva la propria erezione mentre l’autobus avanzava rombando verso Molino. Zia Matilda venne a prenderci alla stazione delle corriere. Era accompagnata dal figlio più piccolo, Pedro, un ragazzino alto e magro che non sorrideva mai. Zia Matilda parlò in spagnolo, anche se mia madre si rivolse a lei e a Pedro in inglese. Dovemmo aspettare ai bordi della strada fino a quando non arrivò un camion. Mia madre, io e le nostre borse venimmo issati sul retro del camion. Poi Pedro aiutò sua madre a salire, balzò su anche lui e ci raccomandò bruscamente di tenerci saldi. Io non mi ero reso conto, e mia madre non si era resa conto, che zia Matilda era povera. Il camion percorse la campagna buia e poi un lungo viale alberato che portava a una grande casa. Mentre ci avvicinavamo mi voltai a guardare mia madre e la vidi osservare la casa con sospetto, come se stesse avanzando nell’acqua passo dopo passo, tastando il terreno. Il camion girò attorno alla casa e si fermò sul retro. Pedro e il conducente ci aiutarono a scendere. Poi ci incamminammo, ciascuno con una valigia in mano, nell’oscurità dei campi verso un gruppo di luci che scintillavano nell’oscurità. Mia madre doveva badare a ogni passo per via delle scarpe che indossava. Parlava inglese tutto il tempo, ma Matilda parlava solo spagnolo; Pedro non parlava affatto. Alla fine giungemmo davanti alla porta di una casetta di legno con il tetto di latta. Entrammo e ci trovammo subito in una specie di cucina. Seduto su una sedia c’era un uomo alto e con la barba lunga, il marito di zia Matilda. Si rivolse a sua moglie, come se noi non ci fossimo. Notai gli abiti di mia madre, e quanto eleganti sembrassero ora, e il trucco e il pettine nei capelli. Mio zio si alzò e ci salutò con un cenno del capo. Prese una lanterna da sopra la porta e l’accese. Mi guardai attorno, 27

invito educare alla bellezza 2010_Layout 1 - Fazi Editore
ebook-John il visionario - Fazi Editore
Fazi Tascabili 9 - Fazi Editore
La Notte del Pratello - Fazi Editore
Eliana Miglio si confessa - Fazi Editore
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è ... - Fazi Editore
la nostra intervista - Fazi Editore
Fante & Bukowski - Fazi Editore
L'attacco dei Vittra - Fazi Editore
2g110x165new.qxd:Layout 1 - Fazi Editore
Leggi un estratto - Fazi Editore