Views
4 years ago

Le strade 38 - Fazi Editore

Le strade 38 - Fazi Editore

chiedendomi se ci fosse

chiedendomi se ci fosse un’altra cucina. Non c’era frigo, né un lavandino con rubinetti, anche se ce n’era uno di quelli piccoli e all’antica in un angolo. Mio zio ci disse di seguirlo fuori con le nostre valigie. Girammo attorno alla casa e arrivammo a una casupola con una porta e una finestra. Spinse la porta, non c’era né maniglia né serratura. Dentro c’era un vecchio letto di ferro già fatto e accanto a questo un lettino da campo. Il pavimento era di cemento. C’era un tavolo con un catino e accanto del sapone. Mio zio mostrò a mia madre dov’era la latrina, le porse la lanterna e poi ci lasciò lì, chiudendosi la porta alle spalle. «Parleremo domattina», disse mia madre. «Forse è meglio se adesso andiamo a dormire». Mi porse il pigiama che aveva posato in cima alla valigia, mi portò fuori e alla luce della lanterna mi mostrò la piccola baracca dove si trovava la latrina. Non dissi niente. Sapevo che non ce n’era bisogno. Il mattino dopo, quando mi svegliai, il suo letto era vuoto. Richiusi gli occhi e cercai di riaddormentarmi, ma dovevo andare in bagno e sapevo che avrei dovuto alzarmi e vestirmi. Non sapevo che ora fosse. Nella luce polverosa della stanza, le cose sembravano ancora più trasandate di quanto non lo fossero state la sera prima. Mia madre stava mangiando del pane e bevendo del caffè in cucina. Io mi sedetti e qualcuno mi diede una tazza di cacao e del pane. C’era zia Matilda e anche mio cugino Paco, magro e alto come suo fratello. Sua madre disse che aveva quindici anni, ma sembrava più grande. Mi chiesi come sarebbe stato essere così alto e magro. Zia Matilda disse che avrei fatto meglio a mettermi vestiti più vecchi, ché altrimenti mi sarei sporcato tutto, ma mia madre disse in inglese che i vestiti che avevo andavano bene, per il momento. Non capivo perché fossimo venuti lì, e avrei voluto che mia madre spiegasse a zia Matilda che a Buenos Aires vivevamo in un grande appartamento, in un bell’edificio, e che non eravamo abituati a quella vita, ma immaginai che zia Matilda già l’avesse intuito, per via dei nostri vestiti e del modo in cui sedevamo a tavola. Il giorno seguente Paco mi portò nel cortile sul retro degli edifici che facevano parte della fattoria, e poi giù, oltre i campi, dove si era radunato un gruppo numeroso di ragazzi. La 28 maggior parte di loro aveva quattordici o quindici anni, ma qualcuno era più giovane. Alcuni avevano la pelle molto scura. Si divisero in due squadre e cominciarono a giocare a calcio in un campo abbandonato. Paco mi scelse per la sua squadra, e io non gli dissi che nella mia scuola l’attività sportiva era opzionale e che io avevo sempre preferito andarmene a casa di pomeriggio, invece che rimanere a giocare. Inoltre, le mie scarpe non erano adatte. Non appena la partita ebbe inizio, si accorsero subito che non valevo assolutamente nulla. Un paio di volte cercai di bloccare un giocatore della squadra rivale, ma quello mi superò senza alcuna difficoltà, lasciandomi indietro, da solo. Cercai anche di correre verso la palla e di capire in che modo dovevo calciarla, ma me la portarono via quasi subito. A un certo punto due giocatori cominciarono a picchiarsi; io rimasi fermo a guardarli, erano così impetuosi, così forti. Non vedevo l’ora che la partita finisse. Anche se avevo a malapena giocato, ero accaldato e sudato. Mi resi conto che nessuno stava tenendo conto del tempo, e che avrebbero giocato fino a quando, esausti, non ce l’avrebbero fatta più. Dopo ci stendemmo su un prato soffice. Era primavera inoltrata, ma il caldo non era ancora arrivato. Qualche ragazzo se ne andò a casa, altri continuarono a calciare la palla, e altri ancora, tra cui io, scesero al fiume, che si trovava quattro o cinque campi più in là. Uno dei ragazzi, più robusto degli altri e più grande di me di qualche anno, spiegò che i loro padri lavoravano tutti nella fattoria, la quale contava migliaia e migliaia di acri ed era una delle più grandi della zona. Spesso il padrone usava l’elicottero per attraversarla. Possedeva anche tutte le case, e anche la scuola nel villaggio, e controllava ogni cosa. Al fiume alcuni ragazzi si tolsero calze e scarpe e si misero a camminare nell’acqua, ma faceva troppo freddo per i miei gusti. Mi sedetti sull’erba e mi misi a guardarli. Qualche giorno dopo, era una bella giornata, scesi nuovamente al fiume con Juan, il ragazzo robusto, e con altri due ragazzi che avevano giocato a pallone. Ci bagnammo i piedi nel fiume e ci schizzammo l’un l’altro, e poi ci dirigemmo verso un grande fienile di legno che si trovava dall’altra parte dei campi. Cominciò come un gioco; e forse cominciò perché ero biondo e avevo il vi- 29

so coperto di lentiggini, e loro volevano vedere che aspetto avevo senza vestiti. In principio ero teso e nervoso e rifiutai. Volevo andare a casa. Promisi di non dire niente a nessuno di quello che facevano: Juan mi chiese di restare, disse che non c’era niente di male, che lo facevano spesso. Gli altri due ragazzi erano giovani con la pelle morbida e le forme acerbe; avevano una forza asciutta, che non mi interessava... persino allora dovevo avere i miei gusti. Fu deciso che ci saremmo spogliati tutti nello stesso momento, ma i due ragazzi erano molto più lenti, sicché Juan e io eravamo già in mutande mentre loro stavano ancora armeggiando con i lacci delle scarpe. Ero ancora contrario alla cosa, e rimasi lì in piedi, a guardare. Uno di loro non aveva biancheria, perciò fu il primo a rimanere completamente nudo. Avanti, muoviti, mi disse Juan, ma io non feci niente. L’altro ragazzo si calò le mutande: aveva una piccola erezione. Facciamolo tutti contemporaneamente, disse Juan. Ora, facciamolo ora. Aveva mutande di cotone bianco, e io potevo vedere la sua erezione. Lui si tolse la biancheria, ma io rimasi ancora fermo. Il suo pene era molto più grande di quanto mi aspettassi, più lungo, con la punta grande e gonfia. Mentre lo guardavo, mi resi conto che non avevo scelta: mi abbassai le mutande, e tutti e tre mi guardarono, si avvicinarono, cominciarono a toccarmi i peli del pube e a tirare indietro la mia pelle. Io misi le mani sul sedere di Juan, potevo sentire quanto era forte. Gli misi le mani tra le gambe e gli palpai i testicoli. Sapevo che non sarei riuscito a prestargli molta attenzione. Uno degli altri ragazzi aveva cominciato a masturbarmi; non sapevo cosa stesse succedendo, ma lo lasciai fare. Misi la mano sul pene di Juan e sentii la pelle liscia e tesa sul suo stomaco. All’improvviso, cominciai a venire. Non capivo quello che stava succedendo. Chiusi gli occhi, misi le braccia attorno al corpo di Juan e mi ci posai contro. Uno degli altri ragazzi era troppo giovane, ma l’altro cominciò a masturbarsi freneticamente, e altrettanto fece Juan. Quando cominciarono a venire, io mi stavo già rivestendo. Mia madre sedeva al tavolo della cucina e raccontava tutto quello che era successo mentre mia zia Matilda si muoveva ve- 30 loce. Ogni volta che tornavo a casa, trovavo mia madre seduta esattamente sulla stessa sedia, a raccontare la storia della morte di mio padre, il funerale, il dottore e le infermiere, e i fratelli e la sorella di lui. Qualche volta si accorgeva di aver tralasciato un dettaglio a un certo punto della storia e tornava a raccontarla da lì, ma allora mia zia si perdeva e non capiva più che quello di cui mia madre stava parlando era successo la settimana prima che mio padre morisse e non dopo il funerale. Mia madre parlava e parlava, come se raccontare tutta la storia, riandare col pensiero e con la parola a ogni singolo momento di quello che era successo potesse sollevarla d’un tratto dalla sua disgrazia presente e consegnarla a un futuro più luminoso. Ripeteva le discussioni che aveva avuto con gli zii e la zia mentre sua sorella continuava a muoversi in cucina. Nemmeno una volta, per tutto il periodo che passammo lì, vidi Matilda seduta. Durante i pasti mia madre parlava in spagnolo e raccontava a mio zio e ai miei cugini quello che aveva detto a Matilda. Talvolta l’ascoltavano. La storia mi piaceva perché sapevo quello che stava per succedere; a qualche episodio ero stato presente anch’io. Mia madre non tralasciava niente e non inventava niente. Mio zio non le prestava alcuna attenzione, la interrompeva a metà frase per chiedere dell’altro cibo e alla fine del pranzo o della cena si alzava e se ne andava. I miei cugini tenevano la testa china sui piatti e se ne andavano appena finito di mangiare. Mia madre sedeva a tavola senza offrire alcun aiuto né nella preparazione dei pasti né dopo, per sparecchiare. Faceva sembrare la cosa naturale, parte dell’accordo che aveva con la sorella, e così né lei né io ci accorgemmo del risentimento che stava montando contro di noi. Il giorno dopo l’episodio del fienile andai in cerca di Juan, ma lui non c’era, e io non sapevo dove abitasse né volevo chiederlo ai miei cugini. Il giorno seguente, invece, lo incontrai nel campo. Aveva un pallone, così ci mettemmo a giocare per un po’ e poi ci dirigemmo verso il fiume. Ci sedemmo sull’erba e cominciammo parlare. Mi disse che presto avrebbe lasciato la scuola per cominciare a lavorare alla fattoria. All’inizio avrebbe dovuto radunare il bestiame, quello sarebbe stato il suo lavoro. Gli sarebbe piaciuto imparare a guidare il camion, disse. 31

invito educare alla bellezza 2010_Layout 1 - Fazi Editore
ebook-John il visionario - Fazi Editore
Fazi Tascabili 9 - Fazi Editore
La Notte del Pratello - Fazi Editore
Eliana Miglio si confessa - Fazi Editore
la nostra intervista - Fazi Editore
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è ... - Fazi Editore
L'attacco dei Vittra - Fazi Editore
Fante & Bukowski - Fazi Editore
21 dicembre 1996 - Fazi Editore