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4 years ago

Le strade 38 - Fazi Editore

Le strade 38 - Fazi Editore

detta contro tutti,

detta contro tutti, contro mio padre e la sua famiglia, e contro la vita che era stata costretta a vivere quaggiù, tanto lontano da casa. Persino adesso riesco a sentire la sua voce stridula, trionfante, che parla della guerra e dell’impero. E riesco a immaginare me stesso, mentre cerco di farla tacere, di fuggire. Le sue fragili e vecchie ossa sono saldamente racchiuse nella cappella di famiglia, assieme alle ossa di mezza età di mio padre, a quelle dei miei nonni, alle ossa di uno zio, e a quelle minute, tenere e delicate di una cuginetta che morì molto piccola. Di recente avverto una certa riluttanza a unirmi a loro in quell’aldilà sotterraneo umido e freddo, sotto l’angelo riccamente decorato e la croce di pietra. Riesco a immaginare il vago tanfo di antenati ancora presente, malgrado tutto, malgrado siano morti da tanto tempo. Se mi rimarranno soldi a sufficienza, mi troverò un posto tutto mio. Ero il bambino inglese che, mentre usciva dalla chiesa protestante in Calle Rubicón dopo la funzione, dava la mano a mia madre, mia madre che sorrideva ai membri della colonia britannica, mia madre con indosso gli abiti buoni e troppo trucco, il suo migliore accento e lo strano sorriso curvo che faceva in occasioni del genere. Le piaceva molto il mio nome, Richard, e la sua essenza profondamente inglese, e detestava che qualcuno ne usasse la versione spagnola, Ricardo. Quando diventai grande, le piaceva sapermi seduto in qualche angolo silenzioso della casa, lontano da lei, a leggere un libro. Ammirava la mia passione per i libri, e adorava il vestito di tweed inglese che mi ero fatto fare da un sarto a Corrientes. Fraintese la mia riservatezza e il suo distacco da lei. Pensava fossero autentici, non capì mai che si trattava di paura. Le piaceva che insegnassi all’università, anche se si trattava soltanto di due ore alla settimana in quello che veniva fatto passare per laboratorio linguistico. E quando persi quelle ore, e mi limitai a dare monotone lezioni di inglese all’Istituto San Martín, non ne parlò più, ma tenne la cosa per sé, per contemplarla nelle ore di solitudine nel suo studio, un altro aspetto sgradevole del modo in cui le cose erano degenerate. Era delusa. Forse è questo ciò che indugia ancora nella sua stanza da letto, la sua delusione, e tutto il tempo che passò da sola ad assaporarla e a ripensare a ogni dettaglio. Un po’ di quella smor- 12 ta energia è rimasta qui, e io posso sentirla quando entro nella stanza e ancora la chiamo mamma. Voleva che mi facessi degli amici, che girassi in compagnia, ma in qualche modo più profondo che non ho mai capito mi insegnò a non fidarmi delle persone, a desiderare di scivolare via e trascorrere il tempo in solitudine. Non sopportava che andassi al cinema da solo. Ma non hai degli amici?, mi chiedeva. Durante il primo anno di università un amico ce l’avevo, studiava economia e un giorno mi avvicinò e mi chiese se potevo dargli lezioni d’inglese. Avrebbero pagato i suoi genitori, disse. Ci vedevamo tre volte alla settimana. Si chiamava Jorge Canetto e diventò importante per me perché me ne innamorai e pensavo a lui tutto il tempo. Mi piaceva che fosse così alto e forte, e lo straordinario azzurro dei suoi occhi contro il bruno dei capelli e della carnagione. Amavo la lenta disinvoltura con cui sorrideva, la sua morbidezza. Mia madre percepì la mia felicità e mi chiese se avessi una ragazza. Le dissi di no. Si mise a ridere, come se quella possibilità fosse per lei fonte di infinito divertimento, e disse che sì, che ce l’avevo la ragazza, lei sapeva che ce l’avevo e l’avrebbe presto scoperto, qualcuno le avrebbe detto come si chiamava. Presto avrebbe saputo, disse. Io ripetei che la ragazza non ce l’avevo. Alle cinque di pomeriggio, tre giorni alla settimana, insegnavo inglese a Jorge in un’aula vuota dell’università. Un paio di volte fu lui a venire a casa e facemmo lezione nella sala da pranzo, con mia madre che si intratteneva e indugiava nell’entrata. Gli insegnai come comporre domande al presente, gli feci imparare delle parole. E ascoltavo, sperando di carpire un indizio, qualcosa che mi dicesse che forse avrebbe potuto capire. È la parola che usano qui. Entender. Capire. Ci sono anche altre parole, ma questa è ancora comune. ¿Entendés?, si poteva chiedere, e avrebbe potuto significare: capisci? sei? lo farai? Alle volte mi irrigidivo per il timore di lasciarmi scappare tutto, di trovare il coraggio di chiederglielo, finita la lezione. Sarebbe bastato un momento. «C’è una cosa che voglio chiederti. Ho notato che non parli mai di ragazze come fa la maggior parte degli uomini qui, e non guardi mai le donne per strada, e un’altra ancora, puoi immaginare tu stesso di cosa si 13

tratta... Capisci? ¿Entendés?». E se avesse detto di sì, forse non l’avrei desiderato quanto lo desideravo in quel periodo confuso in cui gli davo lezioni d’inglese e non sapevo niente di lui. Forse volevo la parte di lui che non potevo avere. Forse se avesse capito l’avrei disprezzato. Forse sono troppo duro. Allora i generali erano al potere, e nessuno rimaneva fuori fino a tarda sera, anche se i caffè e i bar dei dintorni restavano aperti, aspettando con vago timore che l’unico cliente che aveva perso il treno finisse di consumare e se ne andasse, o che il tempo passasse, o che succedesse qualcosa. Ma non succedeva niente. O piuttosto, come venimmo a sapere poi, succedeva di tutto, ma io non ebbi occasione di vedere niente. Era come se le famose sparizioni di cui ora sentiamo tanto parlare fossero avvenute in una città fantasma, una versione fantastica di quella in cui vivevamo noi, e nelle ore piccole, quando era possibile non fare rumore e non lasciare tracce. In quegli anni non conoscevo – o pensavo di non conoscere – nessuno che fosse sparito, nessuno che fosse stato arrestato, nessuno che fosse stato minacciato di detenzione. Allora non conoscevo nessuno che mi avesse detto di conoscere qualche vittima. Altri hanno scritto sull’argomento e sono giunti alla conclusione che le sparizioni non sono mai avvenute, o sono avvenute in numero molto inferiore a quanto ci hanno indotto a credere. Ma questa non è la mia conclusione. La mia conclusione nasce dalla strana assenza di contatto fra noi. Non è semplicemente un mio problema, è un aspetto cruciale di questo luogo lontano in cui i nostri antenati – il padre di mia madre, il bisnonno di mio padre – arrivarono in cerca di vasti appezzamenti di terra: qui non ci siamo mai fidati gli uni degli altri, non ci siamo mai frequentati. Qui non c’è società, solo una terribile solitudine che pesa su tutti noi, e che pesa su di me ora. È possibile che io abbia visto qualcuno venir trascinato via sotto i miei occhi e non me ne sia reso conto. In qualche modo mi sarebbe sfuggito il significato della cosa, e forse è questo quello che ho fatto, e così anche altri come me, in quegli anni. Non vedevamo nulla non perché non ci fosse nulla da vedere, ma perché ci eravamo esercitati a non vedere. Non ricordo quando cominciai ad andare direttamente a casa dopo l’università. In quegli anni ci si muoveva con circo- 14 spezione; senza sapere bene perché, ci si guardava alle spalle. Niente che si potesse leggere nei giornali o ascoltare alla radio: era qualcosa nell’atmosfera, qualcosa di non detto, che penetrava ovunque. Nessuno voleva essere la figura solitaria che girava per strada, la sera. Nonostante questo, andavo spesso a bere un caffè con Jorge dopo la lezione. Ero in attesa di un suo segnale. Mi aspettavo che parlasse di qualche ragazza. Lo osservavo quando le ragazze passavano, pronto a cogliere qualche segno di desiderio o di interesse, ma non vi era mai nulla. In quegli anni vestiva in modo elegante e all’antica. Era una cosa che mi piaceva di lui. Me lo immaginavo in uno di quei costumi d’epoca che coprono anche il torso e pensavo alle sue forme, e questo mi eccitava. Qualche volta in città trovavo il piacere. Cominciava sempre allo stesso modo: un’occhiata intensa a uno sconosciuto, mentre mi passava accanto, un voltarsi a guardarlo e poi aspettare mentre lui si fermava davanti a una vetrina, quindi io che mi avvicinavo con nonchalance. E poi l’approccio, scoprire se aveva o meno un posto dove andare, e incamminarsi, due cospiratori stretti dal desiderio. Spesso, poiché sono alto, con la carnagione chiara e gli occhi azzurri, mi chiedevano di dove fossi, al che dicevo di essere mezzo inglese e la cosa diventava argomento di conversazione mentre ci dirigevamo verso casa. Ricordo in particolare uno di questi incontri non per il rapporto sessuale che ne seguì, ma per via di un rumore che entrò nella stanza mentre facevamo l’amore, il rumore di un motore su di giri, che accelerava a vuoto, e accelerava, e accelerava ancora. Chiesi al mio compagno – un uomo sulla trentina, bruno e con la pelle chiara – che cosa fosse quel rumore. Lui mi accompagnò alla finestra e mi mostrò la centrale di polizia di fronte e le macchine parcheggiate fuori, senza conducente, ma su di giri, con dei cavi che partivano dai motori e raggiungevano le fondamenta dell’edificio. Hanno bisogno di elettricità, disse, ma ancora non capivo. Hanno bisogno di elettricità extra per i pungoli elettrici, disse. Non so ancora se ciò che mi disse era vero, non so se quello era uno dei centri in cui la gente veniva portata, e se ci toccammo e raggiungemmo l’orgasmo a pochi attimi l’uno dall’altro al suono dei motori che davano 15

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