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4 years ago

Le strade 38 - Fazi Editore

Le strade 38 - Fazi Editore

elettricità agli

elettricità agli strumenti di tortura. Allora restai indifferente, perché non prestai molta attenzione alle sue parole, e più di ogni altra cosa ricordo il piacere di stare alla finestra con lui, le mie mani che carezzavano la sua schiena. Soltanto ora, anni dopo, quell’episodio mi sembra importante, forse l’unico segno che mai mi fu dato di quello che stava accadendo attorno a me. Non ricordo il nome del mio compagno di quella notte, l’uomo che guardò fuori della finestra assieme a me, ma mi sono spesso domandato come sapesse, o pensasse di sapere, o se immaginasse, quello che il rumore di una macchina su di giri poteva significare nella nostra città a quel tempo. Un venerdì, finita la lezione, Jorge mi accompagnò in centro. Entrammo in un bar e prendemmo una birra. Mi chiese se avessi mai visitato l’Inghilterra, e io risposi di no, ma che ci avevo spesso pensato. Mi piacerebbe vivere là, dissi, o almeno così credo, anche se non ho parenti. Credo che si potrebbe essere liberi là, dissi. Credo che le persone là abbiano un atteggiamento più rilassato riguardo ad alcune cose, come il sesso, ad esempio. Notai che aveva sollevato lo sguardo dal tavolo mentre parlavo. Sentivo il cuore che mi batteva forte. L’avrei fatto. Ora ero pronto. È tutto più facile, dissi. Cioè, se tu volessi andare a letto con un altro uomo, avere una storia con lui, a nessuno gliene importerebbe molto. Potresti farlo. Invece qui in Argentina sarebbe difficile. Annuì, distolse lo sguardo e sorseggiò la sua birra. Non disse niente. Io aspettai. Voglio dire, continuai, conosci qualcuno che preferisce gli uomini, cioè qualcuno che preferisce gli uomini alle donne? Per poco non uscii di corsa dal bar dopo avere pronunciato quelle parole. Cercai di parlare con un tono indifferente, senza riuscirci. Avrei voluto che lui dicesse di sì, e che poi mi facesse capire che era di se stesso che stava parlando. O forse avrei voluto che non dicesse nulla, che lasciasse tutto in sospeso. Vuoi dire i finocchi, chiese. No, disse, non ne conosceva nessuno. Sembrava sicuro di sé. Alla maggior parte degli uomini piacciono le donne, disse, tanto in Inghilterra quanto in Argentina. Mi chiese se anche a me piacevano le donne. Io sentii un peso terribile opprimermi il petto. Avrei voluto tro- 16 vare qualche angolo buio in cui andare ad accoccolarmi. No, dissi, no, non mi piacevano le donne. Lo sa qualcun altro?, mi chiese. Lo sa tua madre? Glielo hai mai detto? Avrei voluto dirgli quanto lo desideravo, quante volte l’avevo sognato, di come le mie speranze fossero dipese da lui e di come le cose ora sarebbero cambiate. Ma lui voleva parlare di mia madre. Avrei voluto che se ne andasse e mi lasciasse solo. Non credo che le cose siano state facili per tua madre, disse. Mentre sedeva lì e cercava di parlarmi di mia madre sembrava la parodia di un adolescente responsabile. E forse anch’io sembravo la parodia di qualcos’altro: un omosessuale sciocco abbastanza da credere che l’uomo che sogna sia anch’egli un omosessuale. Dovresti dirglielo, disse, e forse si potrebbe fare qualcosa. Non gli chiesi se pensasse che, se ne avessi parlato a sufficienza, o se avessi cercato aiuto medico, forse avrei cominciato a guardare le ragazze per strada invece di fare proposte imbarazzanti ai miei compagni di università. Stavo per dirgli che ero un omosessuale già da piccolo, ma mi venne da ridere al pensiero di me in carrozzina. Mi chiese perché stessi ridendo, e io gli dissi che a tutti dispiaceva sempre un sacco per mia madre, ma che di solito si trattava di persone più vecchie. Non mi sarei mai aspettato che lui si potesse unire al coro, e la cosa mi divertiva. Forse avrebbe potuto dirglielo lui stesso e poi stare ad ascoltarla e andare a vivere con lei, mentre io avrei potuto trasferirmi in casa sua, dai suoi genitori ricchi che vivevano in periferia. Continuammo le nostre lezioni d’inglese: i soldi mi facevano comodo. Venne sempre di più a casa mia per imparare l’inglese. Mia madre gli preparava spesso il tè. Spesso mi chiedevo se per caso non avessi suscitato in lui un interesse segreto che non poteva ammettere né a me né a se stesso. Ma, come scoprii più tardi, mi stavo solo illudendo. Gli raccontai di quanto fosse facile avvicinare un uomo per strada. Se non mi credeva, poteva andare lui stesso in una toilette della stazione un giorno e vedere se per caso non notasse qualcosa di strano. Cominciò a preoccuparsi per me. E se mi avessero scoperto? E se fossi finito con il tipo sbagliato? Un poliziotto che mi controllava? Questo l’avrebbe uccisa, disse. Una cosa del genere 17

ucciderebbe tua madre. E cosa ne sarebbe di me?, gli chiesi. Lui scosse il capo e mi disse di stare attento. La salute di mia madre stava cominciando a cedere. Per la maggior parte del tempo era quieta, silenziosa, se ne stava seduta in una poltrona nell’entrata quadrata col pavimento di piastrelle dell’appartamento a esaminare il cielo – proprio come faccio io adesso – e il retro degli edifici e le manovre dei gatti che si aggirano sui tetti. Certe volte, quando mi guardava, sembrava vecchia e spaventata. L’entrata era simile a un portico, con un’enorme finestra che di giorno riversava luce nel salotto attraverso il pannello di vetro che separava i due ambienti. A mia madre piaceva sentirsi intrappolata tra queste due strutture di vetro; spesso la sera accendevamo un lampada fino a quando ogni cosa sembrava fatta d’ombre e di riflessi. Una sera – eravamo lì seduti – lei mi chiese di Jorge. Mi disse che le piaceva e mi domandò se fossi contento di insegnargli l’inglese. Io dissi di sì. Cosa sapevo di lui?, mi chiese. Ad esempio, ero mai stato a casa sua? Avevo conosciuto la sua famiglia? Risposi di no, ma che la sua famiglia era ricca, che avevano un campo da tennis tutto loro, e la piscina, e che suo padre aveva avuto a che fare con Perón. Non mi era mai passato per la testa, mi chiese, che fosse omosessuale? Non l’avevo mai sentita dire prima quella parola, che pronunciò come se l’avesse imparata di recente. Mi guardò con sguardo penetrante. Io guardai diritto nel vetro della finestra e vidi la sua sagoma nella poltrona. No, dissi al vetro, no, non mi era mai passato per la testa. Be’, credo che lo sia, disse, e credo anche che dovresti pensarci prima di diventare troppo amico suo. Mi alzai e andai in bagno. Mi chiusi la porta alle spalle come se qualcuno mi stesse inseguendo. Mi sciacquai le mani e il viso e fissai lo specchio. Rizzai la schiena. Il mio respiro era profondo, pesante. Guardai il riflesso dei miei occhi, poi mi voltai e aprii la porta. Cominciai a parlare senza smettere di camminare; lei mi guardò, negli occhi un’espressione di sfida, impavida, il suo sguardo di duchessa, il che rese le cose più semplici. Ero stanco di quel suo fare altezzoso e arrogante. Jorge non è omosessuale, e imitai il suo accento mentre parlavo. Sono io l’omosessuale, e lo sono sempre stato. Lei non 18 batté ciglio, sostenne il mio sguardo. Io rimasi immobile. Anch’io, come te, avevo pensato che potesse esserlo, avevo sperato che potesse esserlo. E invece ci siamo sbagliati entrambi, no? A questo punto ero in piedi di fronte a lei, tremavo. Avrei voluto inginocchiarmi e affondarle il viso in grembo, ma non potevo farlo. Lei sorrise e scosse il capo con divertito sarcasmo. Da qualche parte in quell’espressione vi era un disprezzo assoluto. Sospirò, chiuse gli occhi e sorrise di nuovo. È stato così difficile per me, disse, e ora questo, ora questo, ora questo. Fissò stoicamente la propria immagine nel vetro lucido della finestra. Io ero ancora in piedi, in silenzio. E allora raccontami, disse. Siedi qui, e indicò con la mano la sedia vicina, e raccontami. Forse staremo alzati fino a tardi stanotte. C’erano cose che non potevo dire, cose troppo intime, dettagli troppo espliciti. Lei volle sapere se c’era qualcosa che avrebbe potuto fare, se c’era qualcosa che potevamo fare ora. Dissi di no, che le cose stavano così e che non sarebbero cambiate. E quando ha avuto inizio?, mi chiese. Io la fissai nel vetro mentre parlavo e le dissi quello che potevo dirle; alle volte lei mi chiedeva qualcosa. Le mie parole si fecero distanti, come se stessi leggendo da un libro, o stessi ripetendo una storia che avevo sentito. Quella sera nel vecchio appartamento eravamo due attori, io che parlavo e mia madre che ascoltava le luride storie di un figlio capriccioso, mia madre infinitamente paziente, ma priva di reazioni, mentre metteva in chiaro che, prima di dare un giudizio, voleva sapere tutto. Ricordo una sera buia a Buenos Aires, dovevo avere cinque o sei anni. Ero per strada con mio padre, gli stringevo la mano. Lui mi aveva accompagnato dal dentista. Ricordo di essere rimasto lì sulla sedia, la bocca aperta, a gridare per il dolore e la paura; tutto quello che faceva il dentista sembrava solo peggiorare le cose, e mio padre che cercava di calmarmi, in piedi vicino a me, mi teneva la mano e mi diceva di non preoccuparmi, che tutto sarebbe andato bene e che il dentista aveva quasi finito, ancora solo un altro po’. Credo di ricordarmi questo episodio soprattutto perché quella fu la prima volta che qualcuno adoperò lo spagnolo per calmarmi. Di solito, se stavo male o 19

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