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Archeologia

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Perché sparì l’antica civiltà? Carestie, rivolte e superstizioni. Come rivelano eccezionali scoperte che arrivano dal Belize

La patria segreta dei Maya

Più grande

di Tikal

La piramide di

Caana, alta 42

metri: sorge a

Caracol, in

Belize, antico

centro maya

molto più

esteso di quello

(più famoso)

di Tikal, in

Guatemala.

A Caracol sono

state trovate

circa 340

costruzioni

in muratura.

11/2004

La vittoria del dio Giaguaro

Un rilievo in stucco: secondo l’archeologo Nicolai Grube racconta

la vittoria del dio Giaguaro sul regno sotterraneo del Male.

Come gli uomini delle caverne

Agli albori della loro civiltà, i riti maya si svolgevano nelle grotte.

In questa sono state lasciate diverse impronte di mani.

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Messaggi in codice

Geroglifici su una roccia: la

scrittura dei Maya combinava

ideogrammi (disegni stilizzati)

e simboli fonetici (lettere).

Coppa per brindisi?

Trovata a Caracol, questa coppa a forma di volto umano

rivela il gusto di rappresentare antenati divinizzati.

I Maya del Belize esaurirono le risorse d’acqua disponibili

Il sole stava per tramontare. In

cima alla piramide il re-sacerdote,

circondato da assistenti

travestiti da mostruosi dèi della

pioggia, aveva davanti a sé le 5

vittime sacrificali.Apparivano rassegnate.

Avevano ingurgitato una

bevanda che dava loro coraggio,

ma in ogni caso erano fermamente

convinte che, di lì a poco, avrebbero

raggiunto gli dèi. Così, una

dopo l’altra, furono sacrificate con

il pugnale rituale. L’ultima vittima

era uno schiavo un po’ stupido:

non ci era voluto molto a convincerlo

che il sacrificio significava

per lui la gloria celeste. Quando,

dopo una solenne processione, i

loro cuori furono sepolti sotto una

stele commemorativa, il sole era

scomparso e tutti guardavano in

11/2004

direzione del punto in cui doveva

apparire Venere.

● I signori del tempo

Qualche minuto e poi finalmente

eccolo: il pianeta-dio si mostrava

al popolo sorgendo con una luce

viva.Tutti levavano grida di sollievo:

anche questa volta il mondo

era stato salvato dal rito

sacrificale. Era stato scongiurato

un pericolo che ricorreva ogni 20

anni, nel giorno in cui Venere usciva

dall’allineamento inferiore con

la Terra. Così, nella ricostruzione di

Eric Thompson, uno dei grandi

studiosi della civiltà maya, fu “salvato”

il mondo in America centrale,

molto prima che arrivasse Cristoforo

Colombo.

Per evitare la fine del loro mon-

do, i Maya avevano messo l’astronomia,

di cui erano maestri (v. articolo

a pag. 68), al servizio dell’astrologia,

con cui pensavano di

porre rimedio (o almeno limitare)

i danni che si ripresentavano ciclicamente.

Riuscirono così a “dominare

il tempo”, elaborando due calendari

(uno civile, l’altro religioso)

e calcolando posizioni astrali a ritroso

anche di migliaia di anni, nella

convinzione che gli eventi passati

dovessero ripetersi anche nel

futuro. I giorni e gli anni erano cose

vive, condizionate da divinità

positive o negative. Venere era il

dio più distruttivo e bisognava tenerlo

buono con sacrifici umani

per evitare di sparire tutti dalla faccia

della Terra. C’erano già state

distruzioni e nuove creazioni.

Piatti funebri per ricchi

Un piatto trovato in una tomba

di nobili a Baking Pot:

raffigura un sacro armadillo.

Faccia di giada

Maschera di giada per persone

di alto rango: è conservata

nel museo di Belize City.

● Giocavano a palla

La storia delle civiltà precolombiane

ha dimostrato, però, che i rimedi

rituali non servirono a evitare

la fine dei Maya. Questo popolo

che (come gli Egizi) inventò

una scrittura figurativa e fonetica,

che seppe costruire grandi piramidi,

edifici a più piani, che inventò il

gioco della palla a squadre (da toccare

solo con gomiti e ginocchia e

da infilare in anelli di pietra) finì in

un vicolo cieco. Le grandi città come

Copan, Tikal, Caracol, furono

abbandonate e la giungla le risucchiò.

Quando, nel 1500, gli spagnoli

conobbero i Maya, questi erano

tristi caricature di una civiltà che

dal 200 all’800 d. C. aveva espresso

grande vitalità intellettuale, economica

e artistica.


Castello nella roccia

Particolare della piramide di 40 m

chiamata “El Castillo” (il castello) a

Xunantunich, in Belize. Le città maya

distavano 5 miglia l’una dall’altra.


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L’agricoltura era basata

essenzialmente sul mais. E

alla fine impoverì la terra

Che cosa provocò la sua fine?

La domanda ha appassionato archeologi,

storici, persino ufologi,

dato che le iscrizioni hanno sempre

lasciato spazio al mistero. Ora,

però, le ricerche in corso nel Belize,

testimoniate dalle foto in queste

pagine e da un libro dell’archeologo

David Webster (La misteriosa

fine dell’impero maya, Newton &

Compton editori) aiutano a capire

la loro fine. Che può suonare come

un avvertimento anche per la nostra

epoca.

Poiché i Maya si ritenevano i padroni

del mondo (il piccolo mondo

che conoscevano, grande due volte

l’Italia) fecero l’errore di sfruttare

troppo il loro ambiente naturale.

I re e i nobili mantennero fino

alla fine un distacco arrogante, mascherandolo

con una demagogia

sempre meno credibile, verso la

grande maggioranza della popolazione,

povera e sfruttata. In più i

potenti erano divisi al loro interno,

come alcune lobby di oggi, attente

solo ai propri interessi. E la disattenzione

verso il bene comune

condusse tutti nel baratro.


Sacrifici

da principi

I resti di una

principessa

a Tunichill

Muknal (coperti

di concrezioni

calcaree). Nei

momenti critici

i Maya non

esitavano a

sacrificare

anche i reali e

i nobili, in

quanto ritenuti

più vicini

alle divinità.

11/2004

Più che un impero, il periodo

classico dei Maya fu infatti un insieme

di città-Stato (come presso i

Sumeri e i Greci), che avevano

modelli culturali comuni; ma il potere

era frazionato o costituito da

raggruppamenti (leghe) limitati.

A Caracol, in Belize, è stata decifrata

di recente un’iscrizione in cima

a una piramide: racconta che la

città fu abbandonata per esaurimento

delle fonti idriche.

● Troppo mais (e religione)

I Maya svilupparono l’agricoltura

in un ambiente all’inizio favorevole,

disboscando la foresta

per fare spazio alle coltivazioni.

Crearono terrazzamenti per con-

sentire all’acqua di fermarsi e di

non erodere il suolo. Ma un forte

incremento demografico li portò

a sfruttare sempre più terre e in

maniera sempre più intensa, finché

queste s’impoverirono.

La difficoltà dei trasporti (non

conoscevano né ruota né animali

da soma) permetteva di utilizzare

prodotti coltivabili solo a pochi

giorni di cammino dalle città. La

scelta di effettuare la monocoltura

La caduta

degli dèi

Xunantunich

(qui la piramide

“El Castillo”) fu

abbandonata

all’improvviso.

Sono stati

trovati resti di

sacrifici umani.

L’ultimo corredo

I Maya credevano in una vita

dopo la morte: e si attrezzavano

per il “viaggio” come gli Egizi.

del mais (l’umanità stessa era immaginata

come la piantagione di

mais degli dèi) era un rischio, paragonabile

al ruolo centrale del petrolio

nell’economia di oggi.

Allo sfruttamento indiscriminato

di acqua e suolo, la classe dominante

non contrappose rimedi

pratici e decisioni centralizzate, ma

soltanto superstizioni e riti, innocui

finché la situazione ecologica era

ancora favorevole.

Ma quando siccità, cicloni, carestie

e malattie diventarono frequenti

e inesorabili, la fiducia nei

capi finì: si ebbero rivolte popolari

in molte città, che diventarono

ingestibili e alla fine furono abbandonate.

E così il caos e la distruzione

tornarono a manifestarsi

dalla notte dei tempi. Con buona

pace degli astrologi. ■

Franco Capone


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