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Gli altri

Che effetto faceva essere scoperti? Le conseguenze (nefaste e non) dei viaggi di esplorazione, viste dalla parte dei “padroni di casa”

E voi cosa

cercate?

Una giovane

Mursi, una delle

etnie della valle

del fiume Omo,

in Etiopia.

Indossa un

ornamento

ricavato da zanne

di facocero.

Questo gruppo

umano, di circa

3 mila individui,

ha incontrato

l’uomo bianco

poche volte.

C’ero prima io

Quando gli antenati dei Tuareg, a

metà del Quattrocento, avvistarono

al largo dell’Africa occidentale

le prime caravelle portoghesi, “credettero

che fossero uccelli grandi con ali bianche

[...] oppure fantasmi che andavano di

notte”. Lo racconta nelle sue relazioni Alvise

Cadamosto, navigatore veneziano al servizio

di Sua Maestà del Portogallo. I nomadi

africani non conoscevano la navigazione, ma

presto scoprirono che su quelle imbarcazioni

c’erano i loro futuri partner commerciali.

Non sappiamo invece che cosa pensarono

i Taino, pacifici abitanti delle isole di San

Salvador (oggi Watlings, nelle Bahama) e

Hispaniola (Repubblica Dominicana/Haiti),

vedendo nel 1492 le caravelle di Cristoforo

Colombo. Sappiamo però che 15 anni

dopo il loro numero era precipitato da 300

mila ad appena 600. In tutti i Caraibi si calcola

che fossero 2 milioni, ma già nel 1550

erano sull’orlo dell’estinzione.

Chi scopre chi? L’incontro fra due mondi,

conseguenza inevitabile delle grandi

esplorazioni del passato, poteva significare

l’asservimento di un popolo o rivelarsi un’occasione

di reciproco scambio.

L’impatto più studiato è quello tra America

precolombiana e conquistadores spagnoli

nel XVI secolo. “Essi insegnarono la

paura [...]. Perché il loro fiore vivesse, sciuparono

e succhiarono il nostro fiore” recita il

Chilam Balam, testo sacro dei Maya. L’arrivo

degli europei in Centro e Sud America segnò

la fine anche di Aztechi e Incas.A sterminarli

furono le armi da fuoco e i soldati a

cavallo, insieme alle malattie importate dal

Vecchio Mondo. Tutte novità assolute per

gli indigeni.

Ma perché fu l’Europa a conquistare l’America

e non avvenne invece il contrario? Lo

studioso americano Jared Diamond ha provato

a rispondere incrociando dati storici,

climatici, geografici e biologici. «Nel 1492 la

differenza ambientale più evidente tra le

due sponde dell’Atlantico riguardava i mam-

E in Europa scoppiò la moda dei trofei umani

ultima volta è successo

L’ nel 2002: a Champalle

(Belgio) 8 pigmei di etnia

baka furono collocati in un

“diorama vivente” della

foresta pluviale. Uno zoo

umano che ricordava l’Ottocento,

quando neri e indios

erano curiosità esotiche.

Bellezza procace. L’emblema

di quell’epoca si

chiamava Saartje

Baartman (1789-1815),

la donna di etnia khoisan

(Sudafrica) nota come

“la Venere ottentotta”.

Condotta a Londra nel

1810, fu esposta a Parigi

come fenomeno da

baraccone. I suoi resti,

conservati al Musée de

l’homme di Parigi fino al

1985, sono tornati in

Sudafrica solo nel 2002.

Alla corte dello zar. Già

Colombo nel 1493, di

ritorno dal suo primo

viaggio, si era presentato

a Isabella di Castiglia con

un coreografico sèguito

di Taino. Chi non moriva,

finiva servo di corte o

schiavo, a meno che non

fosse molto fortunato.

Come il “negro di Pietro il

Grande”, avo del poeta

russo Aleksandr Pusˇkin.

Nato in Abissinia nel 1698,

Abraham Hannibal fu

catturato bambino dai

turchi e servì alla corte

di Costantinopoli, dove

l’ambasciatore russo lo

comprò per conto dello zar.

Pietro ne fece un ingegnere

militare e l’imperatrice

Elisabetta Petrovna

gli donò una tenuta nei

pressi di Pietroburgo, dove

morì a 83 anni con il grado

di generale.

Focus Storia 113



Gli schiavi si pagavano in cauri, piccole

conchiglie delle Maldive. Nel 1770 un

uomo costava 176 mila cauri (= 2 quintali)

A cavallo in California

Lo spagnolo Francisco de Coronado alla

volta della California (1541). Gli europei

reintrodussero il cavallo in America.

miferi domestici di grossa taglia» spiega. Circa

13 mila anni fa le Americhe furono colpite

da un’estinzione di massa alla quale non

sopravvisse nessuna specie addomesticabile.

Quindi niente trazione animale né macine

per l’agricoltura: in America la ruota restò

praticamente sconosciuta fino all’arrivo degli

europei. Nel Vecchio Mondo, invece, gli

animali da allevamento abbondavano. In

più, avevano trasmesso all’uomo quelle malattie

– ai cui microrganismi, generazione

dopo generazione, gli euroasiatici erano diventati

resistenti – che avrebbero poi falcidiato

le popolazioni americane. «Senza quella

estinzione» conclude Diamond «il corso

della Storia sarebbe forse stato diverso e nel

1519 Cortés e la sua banda avrebbero potu-

Focus Storia 114

Gli esploratori e gli schiavisti

Il francese Byron Kuhn de Prorok

a tu per tu con mercanti di schiavi

abissini e la loro “merce”, nel 1934.

to essere ricacciati in mare da un’orda di

Aztechi a cavallo, o magari sterminati da

qualche malattia del Nuovo Mondo alla quale

i locali erano più resistenti».

L’invasione dei conigli. Chi viene “scoperto”

deve dunque fare i conti anche con gli

invadenti compagni di viaggio degli esploratori:

virus, ma anche piante infestanti e...

conigli. Ciò che accadde in Australia (colonizzata

dagli inglesi dal 1788) dopo l’introduzione,

nel 1850, di sei conigli europei è un

esempio perfetto degli squilibri ambientali

che possono essere provocati dalle esplorazioni.

I 100 milioni di discendenti di quegli innocenti

animaletti sono oggi impegnati a devastare

la flora e la fauna autoctona, facendo

spendere agli australiani, secondo stime Onu,

oltre 300 milioni di dollari all’anno. Un prezzo

comunque inferiore a quello pagato, in

vite umane, dagli aborigeni: erano oltre un

milione a fine ’700, ma furono cacciati come

bestie e oggi ne restano fra 300 e 400 mila

(meno del 2% degli australiani) relegati ai

margini della società (v. articolo a pag. 88).

I Maori della Nuova Zelanda si rivelarono

più combattivi. Nel 1642 accolsero il primo

europeo, l’olandese Abel Tasman, con una

pioggia di lance, costringendolo a fare dietrofront.

Nel 1769 ci riprovò l’inglese James

Cook (v. a pag. 40). Il primo contatto, questa

volta, fu un colpo di fucile sparato dai bianchi.

Per niente intimoriti, i Maori trattarono

con gli inglesi e finirono per accordarsi, garantendosi

così la sopravvivenza. Oggi costituiscono

il 14% della popolazione polinesiana

e in Nuova Zelanda sono sempre più

influenti, anche in politica.

Cineserie. Per i Maori, narrano i diari di

viaggio, gli europei erano esseri soprannaturali,

capaci di uccidere da lontano. Quasi

ovunque la superiorità tecnologica dell’uomo

bianco finì per manifestarsi nelle armi da

fuoco. Una tecnologia “made in China”, importata

dai mercanti europei che fin dal XIII

secolo visitavano l’Oriente. Dalla Cina era

arrivata non solo la polvere da sparo, ma anche

la bussola, che contribuì a fare degli europei,

dal 1500, i dominatori dei mari.

Fu a quel tempo che l’America cominciò,

per contro, a cambiare l’Europa. Almeno a

tavola, dove arrivarono ananas, pomodori e

altri frutti esotici. I conquistadores di Cortés

non trovarono mai il mitico Eldorado, ma

impararono dagli Aztechi a ottenere la cioccolata

dai semi di cacao. E fin dal suo secondo

viaggio Colombo, guidato dal suo

istinto commer-

Visti da vicino

A Dio la gloria,

a noi l’oro

N

el diario di Cristoforo

Colombo si

trova scritta 51 volte

la parola “Dio” o

“Nostro Signore”

e ben 139 volte la

parola “oro”. A

proposito delle isole

dei Caraibi, il 27

novembre del 1492

annotò: “Tutta la

cristianità trarrà

profitto da esse”.

ciale, aveva piantato

canna da zucchero

a Hispaniola.

Nel 1530 sull’isola

funzionavano

già 30 mulini per

la produzione del

prezioso dolcificante.

Quando

poi i portoghesi (i

monopolisti del

settore) misero le

mani sulle sconfinate

estensioni

del Brasile, le

piantagioni americane

si moltiplicarono

e il consumo

di zucchero in

Europa passò dalle

2.470 tonnellate

annue del 1560 alle

oltre 20 mila

del 1630, decuplicando

in meno di

un secolo.

Ma la popolazione

locale era

Guai in vista

Baia di New York, 1609: i nativi

avvistano la nave dell’inglese Henry

Hudson, al suo terzo viaggio.

ormai decimata: chi avrebbe coltivato le ricche

piantagioni del Nuovo Mondo? Ciò che

era accaduto quel giorno di ottobre del 1492

finì per riflettersi dall’altra parte dell’Atlantico,

con il boom della tratta degli schiavi.

Contraccolpo africano. La costa occidentale

dell’Africa era battuta dai navigatori

portoghesi fin dalla prima metà del XV

secolo. Anche qui il cavallo aveva giocato

un ruolo decisivo, ma di segno opposto. I

nomadi Wolof, per esempio, si erano accordati

con i nuovi venuti.A metà del ’400 i signori

locali avevano pochissimi cavalli, ma

Ci sono ancora popoli

da scoprire?

l caso più re-

I cente risale

al 1973, quando

nella foresta

dell’isola di

Mindanao (Filippine)

gli antropologi

scoprirono

uomini che vivevano

in caverne,

usavano utensili

di pietra e si

vestivano con

grandi foglie.

Chiamavano se

stessi Tasaday,

erano pacifici e

si lasciavano

fotografare. Ma

era una “bufala”:

negli Anni ’80

si scoprì che i

Tasaday erano in

realtà un gruppo

secondario di

un’etnia già nota,

i B’lit. E che

erano stati “rinselvatichiti”

a uso

degli antropologi

dalle autorità

filippine.

In Siberia. Oggi

non si scoprono

più nuovi popoli.

Capita invece di

incontrare gruppi

“scissionisti”,

diventati cioè

autonomi in virtù

del loro isolamento.

Come è accaduto

con un gruppo

di C’iu-tzu,

pastori nomadi

recentemente

individuati in

Siberia. Inoltre,

agenzie governative

come la brasiliana

Funai

(Fondazione

nazionale dell’indio)

sono impegnate

a rintracciare

piccoli clan

che non hanno

ancora avuto

incontri con la

civiltà occidentale,

benché la loro

etnia sia ben

nota. In Amazzonia,

ogni anno, si

registrano decine

di contatti di

questo tipo.

Franco Capone

Benvenuto uomo bianco

Questa foto del 1959 ritrae alcuni

aborigeni della Nuova Guinea, che

scoprirono solo allora l’uomo bianco.

cinquant’anni dopo potevano contare su una

forza che i portoghesi calcolavano (forse

esagerando) intorno ai 10 mila cavalieri. E

che garantiva loro il dominio sui vicini. Da

dove venivano tutti quei cavalli? Li avevano

ottenuti dai portoghesi stessi in cambio di

schiavi. Cadamosto riferì che si potevano ricavare

da 9 a 14 “teste de negri schiavi” per

ogni cavallo, “secondo la bontà e la bellezza

dei cavalli”. Nel ’700 si arrivò a deportate

dall’Africa 60 mila persone ogni anno. Fra il

1451 e il 1870, 10 milioni di africani passarono

dall’altra parte dell’Atlantico, ma almeno

Focus Storia 115



Tra medicina e arte,

il colonialismo “buono”

I

l colonialismo

europeo aveva

un unico scopo:

sfruttare le risorse

di territori

sempre più vasti.

Ma a partire dal

XIX secolo favorì

indirettamente

nuove conoscenze,

non solo geografiche.

Fino ad

allora, per esempio,

dell’Africa

erano note solo le

coste. Fu l’imperialismo

coloniale

a finanziare spedizioni

nell’interno.

Come quelle di

David Livingstone,

che culminarono

nel raggiungimento

delle cascate

Vittoria (1855) o

di Henry Stanley

(1874-84), che

portarono all’incontro

con i Pigmei

e alla scoperta

del piccolo elefante

del Congo.

Medici coloni. La

presenza di medici

nelle colonie

permise poi di

studiare malattie

prima sconosciute.

Attorno al 1900,

a Giava, l’olandese

Christian

Eijkman comprese

che il beri-beri

è causato

dall’alimentazione

a base di riso;

negli stessi anni,

l’inglese Ronald

Ross scoprì in

Africa occidentale

che la malaria

viene trasmessa

da alcune zanzare.

Arte “afro”. Solo

con il colonialismo,

poi, iniziò lo

studio sistematico

delle popolazioni

“primitive”, da cui

nacquero l’etnografia

e l’antropologia

culturale.

I funzionari bianchi,

infine, presero

l’abitudine

di collezionare

maschere e opere

d’arte africana e

orientale. Che,

esposte nei musei

europei, all’inizio

del Novecento

ispirarono le

opere rivoluzionarie

di Pablo

Picasso e di altri

pittori moderni.

Riccardo Tonani

un milione non sopravvisse alla traversata.

«La schiavitù era un fenomeno consolidato

nella vita africana già prima della tratta»

spiega l’africanista inglese John Reader. «Ma

praticata su larga scala e finalizzata alla vendita

per l’acquisto di merci straniere era una

cosa radicalmente diversa». Per 400 anni la

Guerrieri spokan in una foto del 1861. Le “guerre

indiane” dell’800 sterminarono 10 milioni di nativi.

Fascino polinesiano

Una splendida giornata, del francese

Paul Gauguin (1848-1903). Il fascino

esotico esercitato sugli europei dalle

terre lontane influenzò l’arte moderna.

Secondo l’ultimo censimento Usa, nemmeno un americano su 100 discende dai nativi

paura di essere rapiti, catturati o deportati radicò

il fatalismo nella società africana.

Negrieri neri. Le navi negriere, che sarebbe

stato troppo costoso far viaggiare vuote,

tornavano dal Nuovo Mondo cariche di

mais e manioca, due piante americane ancora

oggi alla base della dieta di molti afri-

cani. Dall’Europa arrivavano invece

polvere da sparo e armi, che

fecero la fortuna di vari regni. Come

quello Kongo: tra i suoi 5 mila

guerrieri militavano 500 mercenari

armati di moschetto. O come

il regno degli Asante, che tra ’700

e ’800 diventò il più potente dell’Africa

occidentale grazie alle sue

miniere: moschetti, ferro, stoffe e

altri beni venivano pagati direttamente

in oro. «Questo scambio

moltiplicava i benefici per l’Europa,

accrescendo nel contempo

gli effetti negativi sull’Africa» precisa

però Reader. «Gli alcolici ne

sono un esempio. Il rum, un sottoprodotto

delle piantagioni di

canna da zucchero caraibiche cui

l’Africa aveva fornito la forza lavoro, fu una

merce particolarmente redditizia».

L’acqua di fuoco. Armi e alcolici segnarono

anche la storia dei rapporti tra i giovani

Stati Uniti e gli abitanti originari delle

Grandi Pianure. Sioux, Mandan, Shoshoni,

Chinook e gli altri popoli del Nord-ovest

Il vero volto dell’Alaska

Indigeni della Saint Lawrence Island,

in Alaska, ritratti dal navigatore russo

Otto von Kotzebue nel 1822.

americano si mostrarono soprattutto incuriositi

quando videro la spedizione di William

Clark e Meriwether Lewis, due ufficiali

mandati dal presidente degli Usa Jefferson

a esplorare il fiume Missouri alla (vana) ricerca

di una via navigabile verso il Pacifico.

Era il 1804 e cominciava la conquista del

West. Sessant’anni dopo il capo sioux Nuvola

Rossa si rivolgeva così ai suoi: “L’uomo

bianco è arrivato da lontano, oltre la grande

acqua. Da quando ha attraversato il mare,

ha rubato le nostre terre”.

Le genti incontrate da Lewis e Clark erano

abili cavalieri, ma per la caccia usavano

ancora archi e lance. I due ufficiali ottennero

cibo in cambio di uniformi gallonate e

specchietti, ma chi venne dopo di loro offrì

fucili e alcolici. I primi finirono per sterminare

i bisonti, su cui si reggeva l’economia indiana.

E gli effetti dell’“acqua di fuoco” si

sentono ancora oggi.Tra i nativi nordamericani

(compresi gli Inuit di Alaska, Canada e

Groenlandia) si registrano tassi di disoccupazione,

suicidi e omicidi tra i più alti. In

gran parte è colpa dell’alcolismo diffuso. ❏

Aldo Carioli

Incontro a nord-ovest

I due esploratori Usa Lewis e

Clark incontrano i nativi sul fiume

Columbia, in un quadro dell’800.

Questi (e non solo) li dobbiamo a loro

li scambi seguiti ai viaggi d’esplorazione

G finirono per cambiare il Vecchio Mondo.

Qui sotto, alcuni tra i prodotti che ormai

consideriamo “nostri”.

Porcellana

Poncho

MADE IN CINA

MADE IN CINA

MADE IN NORDAMERICA

MADE IN SUDAMERICA


MADE IN ETIOPIA

Kayak

MADE IN CINA

Carriola

MADE IN CINA

MADE IN CINA

Caffè

Aspirina indiana. Anche molti saperi furono

importati: il principio attivo dell’aspirina

(l’acido acetilsalicilico) deriva dalla

corteccia di salice usata dai pellerossa.

Mocassini

MADE IN SUDAMERICA

Aquilone

Gelato

Tacchino

Baco da seta

MADE IN SUDAMERICA

MADE IN NORDAMERICA

MADE IN CINA

MADE IN CINA

MADE IN CINA

MADE IN SUDAMERICA

Tabacco

Amaca

MADE IN SUDAMERICA

Polvere

da sparo

Ananas

Cacao

Mais

Patata

Peperone

Pomodoro

Focus Storia 117

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