giugno pdf - L'imprevisto

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giugno pdf - L'imprevisto

GIUGNO 2013 Anno X N.146

“Da uno che non è disposto a

condividere con te il destino, non dovresti

accettare nemmeno una sigaretta.”

C. Pavese


EDITORIALE

“C’è una speciale

provvidenza anche nella

caduta di un passero.”

[W. Shakespeare, Amleto, atto V, scena II]

Silvio Cattarina

Tra le tante attività, dentro e insieme alla vita ordinaria delle Comunità e dei nostri Centri, tra poco ci attende

un’importante, nuova ed impegnativa esperienza: la mostra dell’Imprevisto al Meeting di Rimini.

Il ‘notiziario Meeting’ ha descritto con le seguenti parole l’evento che ci riguarda e che si dipanerà

alla fine di agosto: “Una mostra che racconterà – attraverso testimonianze ed immagini – la vita della

Comunità e le tappe del cammino che i ragazzi si trovano a vivere in essa, scegliendo come singolare

punto di osservazione l’esperienza della ‘messa in vita’ (più che ‘in scena’) di Amleto di William

Shakespeare che dal 2009 ha luogo tra le mura dell’Imprevisto. I cinque atti dell’opera diventano così

altrettanti spazi di riflessione sul percorso terapeutico ed educativo della Comunità”. La mostra sarà

curata da Gilberto Santini, Alessandro Di Carlo e Valeria Vallerani. Il titolo sarà: “Che opera d’arte è

l’uomo! La bellezza come possibilità educativa. L’Imprevisto”.

Peraltro l’ultimo atto di Amleto verrà rappresentato dai ragazzi della Comunità Terapeutica Educativa

proprio negli ultimi giorni di giugno. Assisteremo ancora una volta, come del resto per ogni attività

di ogni giorno, ma in talune di esse si manifesta in modo eccezionale ed emblematico, all’esperienza

affascinante e feconda dell’immergersi nella prova, dell’interrogarsi, dell’irrompere dentro orizzonti

inediti, avventurosi: l’esperienza dell’incontro con un gigante dell’umano che è appunto Shakespeare,

per vedere e sperimentare la positività della vita, il dramma dell’amore, la sfida della libertà.

Mi interrogo circa il motivo profondo per cui ai ragazzi piace tanto quest’esperienza di rappresentare

Amleto: a memoria, dopo prove su prove, sbagli, riprese, richiami, studio diurno e notturno, la vergogna

e la ritrosia, la paura del mostrarsi. Penso sicuramente alla bravura di Gibo e, in forza di questa

anche alla forza del teatro. La recitazione accorata e convinta – peraltro davanti a persone care, ai genitori

ed ai familiari – è la ricerca del proprio volto. E’ il proprio volto ritrovato e mostrato, rimostrato

nuovo, inedito. Sorprendente.

Un tempo i nostri ragazzi il loro volto l’avevano perduto, rovinato, svilito. Ora lo ritrovano, almeno

tentano, lottano per ritrovarlo. Anche in compagnia dei grandi dell’umanità. Che serena e tranquilla

speranza. Che curiosità a capire tutto fino in fondo, che ribaltamento di sguardi, di visuale. Che desiderio

di comprendere e che capacità di stupore verso l’affascinante drammaticità della vita, che bisogno

di commozione, di compassione.

Nudi, spogliati dei vecchi abiti consunti della prova antica, strappati dal silenzio assordante del nascondimento

e della sconsolatezza giungono sul palco, sul palco della vita, sul trono della vita ossia della

presenza. Dalla follia del niente e del banale alla follia del tutto, del pieno, del sazio, del soddisfacente.

Un dialogo a tu per tu, veemente e audace, ardimentoso con tutto il desiderio del proprio cuore e con il

desiderio del cuore di tutti gli uomini, nessuno escluso.

ORAZIO

Un ragazzo come noi, che ha fatto tanti errori ma

ha voluto riparare, chiedendosi sempre di più,

senza lasciarsi travolgere ancora dal modello sbagliato

di vita che la società moderna ci offre.

Questo è Orazio, un ragazzo ventisettenne siciliano

che dopo aver conosciuto Silvio, ha voluto

conoscere e sentire dal vivo quello che succede a

L’imprevisto.

È venuto a Pesaro per una settimana, partecipando

alle nostre assemblee, all’incontro del gruppo

operativo, fino ad arrivare alle cene con le case

di reinserimento. Insomma, ha voluto assaporare

proprio tutto della realtà che ci circonda.

Ci ha parlato di lui, dei problemi che ha avuto con

le sostanze e dell’incontro che gli ha cambiato la

vita, facendogli accendere “i fari” del desiderio,

per vedere bene la realtà e per trovare una risposta

alle domande della sua vita.

Ci ha trasmesso tanta forza con la sua tenacia e

ha paragonato il nostro rapporto con la comunità

al suo rapporto con la ragazza, che non gli risparmia

nulla e non si ferma davanti ad un traguardo

raggiunto, ma è disposta a chiedere e a chiedersi

sempre di più. Per lui è lo strumento attraverso cui

Dio lo sta conducendo a una cosa grande.

Ci ha colpito il suo modo di riuscire a vedere la

bellezza e a farla sua, senza lasciarsela scappare

per nessun motivo.

Ha fatto così anche con Silvio (dopo aver letto il

suo libro) quando ha saputo che sarebbe andato in

Sicilia, offrendosi come suo autista personale.

Ha messo da parte tutti i suoi impegni per qualcosa

di più grande, per nutrire la sete della sua anima.

Nei suoi occhi si vedono la speranza, la gioia e la

voglia di vivere, cosa che ci ha voluto trasmettere

con la sua presenza tra di noi, e ha voluto far tesoro

delle nostre testimonianze per far si che la luce

dei suoi fari sia sempre più forte e più chiara.

Il nostro dolore è sacro, perchè ce lo ha messo

Dio! Ci è servito infatti per incontrare e riconoscere

il suo abbraccio. Che grazia che abbiamo

ricevuto! Ci pensate? Ha già fatto tutto lui, a noi

rimane solo di cedere ogni giorno al suo abbraccio,

qualunque sia il nostro stato d’animo e voi

che state vivendo la comunità siete privilegiate!

Vivetela seriamente!

Vi abbraccio una ad una.

Orazio

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Caterina

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IL BENE CHE NON SI ACCETTA

Cosa succede ogni giorno alla comunità per tossicodipendenti “L’imprevisto” di Pesaro? Com’è strutturata?

Come è nata? Abbiamo incontrato la comunità e il fondatore Silvio Cattarina con queste ed altre domande e

siamo tornati a Rimini con negli occhi la bellezza di quelle facce. Quest’anno saranno presenti al Meeting con

una mostra, un’occasione per incontrarli ed ascoltare le loro testimonianze.

di Erika Elleri e Valentina Gravaghi

In una giornata di sole splendente partiamo dal Meeting di Rimini alla volta della comunità maschile de

“L’Imprevisto”, situata alle porte di Pesaro, a ridosso della spiaggia e della ferrovia. Volevamo incontrarli,

guardare le loro facce e ascoltare i loro racconti. Infatti, proprio quest’anno saranno al Meeting con una mostra

per parlare di quello che sta accadendo ogni giorno in quella comunità nata ben 23 anni fa dall’intuizione

di Silvio Cattarina. Una mostra che racconterà, attraverso testimonianze e immagini, le tappe di un incontro

fatto nella Comunità, scegliendo l’esperienza di Amleto come punto di osservazione. I cinque atti dell’opera

Shakespeariana, grazie all’apporto di Gilberto Santini, diventano spazi di riflessione sul percorso terapeutico

ed educativo della Comunità.

Un interesse, quello di Silvio per la tossicodipendenza, nato da giovane e che è maturato grazie all’incontro

con due sacerdoti, Don Gianfranco Gaudiano di Pesaro e don Luigi Giussani e poi con alcuni amici che lo

hanno in qualche modo indirizzato verso quel percorso, che lo avrebbe portato a fondare quest’opera.

Ci si spalanca un mondo

Entrati nel suo ufficio ci si spalanca un mondo, che ha a che fare con lui e la sua storia: pareti colorate, farfalle

e uccellini e decine di foto di amici e personaggi, che sono passati di lì o che semplicemente lui ha incontrato.

È con la stessa semplicità e trasparenza, senza alcun distacco, che lui si propone ai ragazzi che arrivano in

comunità. «Non c’è separazione – ha affermato – tra noi e i ragazzi. Non forniamo loro un servizio, ma gli

proponiamo un’amicizia che dura per sempre». Il contrario delle tecniche pedagogiche insegnate in Università.

«Per noi responsabili – ha continuato - ogni ragazzo è sempre un imprevisto, un incontro, un’avventura

che dura tutta la vita». Ed è proprio dagli ultimi versi della poesia di Montale “Prima del viaggio” che prende

il nome la comunità, esemplificando l’attesa del cuore di ogni uomo: “Un imprevisto è la sola speranza”. «Se

chiedi ai ragazzi l’origine di quel nome – ci ha raccontato con un sorriso - ti rispondono che è una bella poesia

di don Giussani. E questo mostra come loro siano in grado di andare subito alla fonte delle cose».

La comunità

Il notiziario meeting con questo articolo lancia la notizia della Mostra alla

manifestazione riminese di fine agosto

La comunità accoglie ragazzi di età compresa tra i 15 e i 21 anni e il tentativo degli educatori è quello di andare

all’origine di tutto. «Vogliamo comprendere, capire e giudicare assieme quello che è la vita e la persona. È un

lavoro di giudizio che implica due incontri al giorno (uno al mattino e l’altro al pomeriggio) e i ragazzi sono

chiamati a giudicare e a raccontare verbalmente e per iscritto la loro vita». Perché per loro la parola è importante.

È un modo per far venir fuori la persona. «Vogliamo scavare nel cuore delle persone per capire sempre

di più il mistero della vita. Desideriamo che accada una grande cosa tra noi e i ragazzi, fare un’esperienza

forte di vita insieme, di novità e scoperta. Non ci basta uscire dal male della droga. Vogliamo incontrare tutto,

desideriamo il miracolo». Questo è il modo in cui Silvio si pone davanti ai ragazzi, è la sfida che lancia loro

fin dall’inizio. Il percorso di recupero dura circa due anni, anche se va valutato caso per caso, e all’inizio si

toglie loro tutto: dal piercing al telefonino, al contatto con le morose, perfino la scuola. Gli orari sono rigidi,

scanditi da assemblee, dalle mansioni quotidiane. «Tutto serve perché la vita dei nostri centri sia un continuo,

grande struggimento».

Il metodo

Nel tempo il metodo di Silvio è cambiato. All’inizio rimaneva molto colpito dalle storie drammatiche dei ragazzi

e delle famiglie e cercava di trovare una soluzione per aiutarli. Pian, piano ha smesso di essere colpito

da loro, ha smesso di studiarli e ha cominciato a pensare a sé, a parlare con loro apertamente e a dire loro:

«Pensiamo ad un’avventura che sia per sempre e che ci prenda totalmente». Infatti, la sfida è che attraverso

tutte le cose che devono fare - il lavoro, le attività, il teatro, lo sport - possano scoprire se c’è qualcosa che

va loro incontro e che li solleva. Il contrario della logica della droga, che si esprime emblematicamente con

il termine “mi faccio”, come se la soluzione fosse dentro di sé e quindi come se bastasse immettere una sostanza.

La grande scoperta, invece, è che la soluzione sta al di fuori di noi. «Quello che vi distrugge – dice

Silvio ai ragazzi - e che vi ha fatto soffrire non è il male, ma il bene che non si accetta». Poi aggiunge: «E qui

cerchiamo di mostrargli come il bene non sia solo in questo luogo, ma che c’è sempre stato nella loro vita,

semplicemente non l’hanno saputo accettare». Molti ragazzi se la prendono con i genitori, perché non sono

mai stati guardati, considerati da loro. Silvio li sprona dicendo loro: «smettetela di andare contro voi stessi e i

vostri genitori, tutto il combattimento vivetelo contro Dio». In modo che possano esprimere al meglio il grido

che c’è al fondo di loro.

All’altezza del grido del cuore

«Desidero – ha continuato - che siano all’altezza del grido che agita il loro cuore. Invitandoli a parlare è come

se dicessi loro: impara a gridare, non temere di tirare fuori quello che hai nel cuore, tutte le domande di verità,

di senso religioso, gli interrogativi che riguardano il senso della vita, il valore dello studio e del lavoro, il

perché della droga, della malattia, della morte». Qui si comprende bene il loro bisogno di avere qualcuno da

guardare, qualcuno che sia per loro una presenza. «Tuttavia, diciamo loro di non guardare noi, ma dove noi

guardiamo, così da imparare a gridare come facciamo noi».

Cosa troveranno dopo?

“E quelli che escono cosa troveranno?” è la domanda di molti genitori. E la risposta di Silvio è sempre la

stessa: «Qui imparano che la realtà viene loro incontro e quindi verranno trovati e non devono trovare niente.

Tutto accade nell’istante e si impara a scoprire di essere trovati, chiamati». Da qui sono passati circa 900 ragazzi

e la maggior parte ce l’ha fatta ad uscire dal tunnel. Alcuni di essi hanno deciso di rimanere. C’è perfino

un appartamento che accoglie i ragazzi che dopo il percorso hanno deciso di restare e per l’occasione ci hanno

invitato a pranzo per offrirci un piatto di pasta preparata da loro. Facce solari e sorridenti di chi ha vissuto un

dramma, ma che ora è pronto ad affrontare tutto.

Eugenio, ad esempio, ci ha confidato «Ho sempre avuto questo pensiero, se ci potesse essere veramente un

posto dove poter essere libero, me stesso. Qui ho imparato ad accettare i limiti miei e degli altri, ad avere fiducia

in me stesso e negli altri, nel gruppo». Oppure Stefano ha parlato dell’”emozione sana” che emerge nel

recitare: «La positività di quell’esperienza ci ha tirato fuori il bello che ciascuno di noi ha dentro di sé. Oltre

la fatica, l’impegno».

Questi ragazzi saranno al Meeting, per raccontarci di loro, dei loro drammi e di quello che vivono ora, dal

teatro all’esperienza nella comunità. E lo fanno con quel sorriso sulle labbra di chi ora sa chi guardare.

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amici spagnoli

Il 27 Maggio è venuto a trovarci un gruppo di spagnoli

amici di Silvio. La loro conoscenza è avvenuta

2 anni fa quando tre dei nostri ragazzi, Lorenzo

M., Riccardo S., Stefano M., insieme a Silvio sono

partiti per Madrid per visitare un carcere minorile.

Lì hanno incontrato Don Alvaro, un prete che si

presta a confessare i detenuti. Da quest’incontro chi

è rimasto più colpito è stato proprio Don Alvaro,

in particolare dalle nostre testimonianze: quasi non

credeva alle parole dei ragazzi e allo sguardo stupito

dei detenuti. Appena finito l’incontro ha voluto

sapere da Silvio come contattare l’Imprevisto, “la

nostra comunità”, perché come ci ha descritti lui, a

Madrid non esiste un luogo come questo. Là, a chi ha problemi con la legge o dipendenza non viene data nessuna

alternativa al carcere ed è proprio questo che ha spinto Don Alvaro a venirci a trovare di persona. Quello che

mi ha colpito di più è come in una città così grande come Madrid, ragazzi come noi, con gli stessi problemi non

abbiano la possibilità di fare un lavoro, un percorso sulla propria persona e magari riuscire consapevoli di poter

affrontare diversamente le difficoltà di ogni giorno e trascorrere una vita migliore di prima.

Dario P.

Il 28.05 il Tingolo è stato “invaso” da dominatori spagnoli: tre hombres e tre mujeres! Questi amici madrileni

sono venuti a farci visita, dopo aver conosciuto Silvio all’incontro fatto con alcuni dei nostri ragazzi a Madrid.

Volevano conoscere la nostra realtà e la “magia” che ci cattura e ci tiene legate a questa esperienza sin dal primo

giorno in cui entriamo. Abbiamo raccontato di noi, e due compagne di origine sud americana hanno potuto

parlare per tutto il tempo nella loro lingua madre, approfittando dell’occasione, visto che c’era chi le capiva. Gli

spagnoli, ci hanno raccontato di loro e della loro esperienza che li lega ai ragazzi del carcere minorile, dove vanno

ad allietare le giornate e a portare un po’ di gioia. Dopo l’assemblea sono rimasti con noi a pranzo (c’erano anche

Silvio, Giancarlo e Grazia), e hanno apprezzato le nostre “doti culinarie” e la cucina italiana. è stato un incontro

interessante, dove abbiamo potuto constatare che, nonostante le differenze culturali e le nazioni che ci dividono,

siamo legati dallo stesso desiderio di lasciarci guidare da Qualcun altro, affinché la nostra strada diventi meno

tortuosa e sempre più sicura, ma con un invidiabile paesaggio a farci da cornice!

Caterina

amici russi

Il 5 Giugno, accompagnato dalla professoressa

Elena Mazzola, ci ha fatto visita il noto filosofo russo

Alexander Filomenko.

“Era tanto tempo che non vedevo nello stesso posto un gruppo

di persone così belle e mentre ascoltavo i vostri racconti pensavo

“che cos’è questa bellezza?”. Le mosche aiutano molto in questo.

Un filosofo che io amo molto,Wittgenstein, diceva che il compito

della filosofia è molto semplice. Il compito della filosofia è quello

di far vedere alle mosche la via d’uscita dalla trappola. In una

bottiglia di vetro sbattono contro il vetro. Se la mosca è fortunata

riuscirà a volar via e non si ricorderà neanche più dov’era il problema.

Io sono sicuro che l’uomo quando vede la bellezza non

pensa più a se stesso.

È una fortuna grandissima che noi abbiamo potuto vedere questa

bellezza, è impressionante quant’è fragile, non siamo noi fragili,

è la bellezza fragile.

Noi pensiamo sempre a come difendere noi stessi, a come risolvere

i nostri problemi, ma quando la bellezza arriva, tu ti dimentichi

di te e ti rendi conto che c’è bisogno di difendere quella bellezza.

Noi troviamo sempre delle cose più importanti della bellezza, difendiamo

qualsiasi cosa, il nostro onore, lo Stato, i nostri valori e

pensiamo che per la bellezza c’è sempre tempo e così moriamo.

Invece lei ha bisogno di un rapporto, come quello di una madre

con il bambino.

Una volta ho invitato da me dei miei amici da Mosca, dalla Siberia, dall’Italia e tutti con la stessa caratteristica:

erano tutti del Movimento ed erano tutti miei amici. Io volevo fargli conoscere i miei amici ucraini. Era

un momento così grandioso che chiamai anche un giornalista che potesse scrivere di questa cosa e il giornale

“Tracce” molto gentilmente mi ha mandato una persona. Ho incontrato questo giornalista e siamo andati in

giro. Cinque minuti abbiamo chiacchierato e mi ha colpito che con lui è stato un discorso serio iniziato molto

in fretta. È stato un discorso molto rapido e bello e ci siamo detti a vicenda che cosa ci rende vivi. Io gli ho

raccontato dei miei ragazzi che hanno avuto dei problemi e la loro storia è stata difficile come la vostra, e lui

mi ha raccontato che qualche giorno prima di quel viaggio in Ucraina era stato a Pesaro, e mi ha parlato tutto

il tempo di Pesaro. Poi ho rincontrato questa persona dopo qualche anno e mi ha detto “non sono più un giornalista”.

E io “come no? cosa fai?” “Sono andato a lavorare a Pesaro”! In quel momento mi sono detto che

dovevo assolutamente capire cosa succedeva a Pesaro.

...Volevo dire una cosa sulla decisione di seguire l’operatore, ma non sentirsi all’altezza..

Io ho una poetessa e teologa preferita, si chiama Olga Sedakova e sono quasi sicuro che vincerà il premio

nobel. Io avevo quasi paura a parlare con lei, ma lei mi piaceva molto ed io pensavo sempre parlando con lei

di non essere all’altezza e non dire sciocchezze, non deluderla, tutte le cose che capitano normalmente quando

ami una persona. Quando l’ho incontrata, ho capito che c’era una strada molto semplice, cioè che grazie a Dio

potevo invece che parlare con lei, portare le sue valige! Oppure ad esempio lei cercava il suo accendino, non

lo trovava ed io le ho dato il mio. Cioè ti trasformi in un servitore e per qualche ragione questa è una grande

felicità e mi sembra che il rapporto con la bellezza sia proprio costruito in questo modo. A me sembra che

quando tu fai una fatica per seguire qualcuno significa che deve ancora succedere qualcosa d’importante, non

hai ancora capito com’è facile per le mosche uscire dalla finestra aperta!!”

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don onelio e

ARIANNA

Lunedì 27 Maggio ho cominciato il tirocinio all’opera Padre Damiani:

aiuto gli infermieri, gli inservienti, i malati. Già da subito mi sono

trovata bene con le persone che ci sono. Ho preso confidenza con gli

anziani, ma in particolare mi è accaduto di incontrare Don Onelio, un uomo

apparentemente molto burbero, di poche parole, con un età molto lunga che gli ha portato

via anche la forza di muoversi per cui è sulla sedia a rotelle.

Ho avuto la fortuna di parlarci, e quando, presentandoci, mi ha detto che era un prete, ho sentito il desiderio

di chiedergli se poteva e voleva confessarmi. Lui ha cambiato espressione e non ha esitato a dirmi

di si.

Da lì il suo volto e le sue parole sono diventate più chiare che mai, tant’è che ho subito intuito che il Signore

stava lì, attraverso lui, attraverso il suo sguardo limitato. Era immenso il suo sguardo, ho pregato

con lui, e siccome io gli ho detto che spesso cerco Dio solo nei momenti di difficoltà, mi ha detto di non

preoccuparmi, perché noi andiamo dai ricchi perché siamo poveri, cosa che non ho ben compreso del

tutto, ma ho capito quando mi ha detto di ringraziare il Signore sempre per quello che ho, assolvendomi

e perdonandomi.

Da lì, le poche volte che ho rivisto Don Onelio mi ha sempre sorriso e due giorni dopo sento arrivare

l’ambulanza: era lui che non stava bene.

Il giorno seguente vado al lavoro e mi fermo in ufficio a parlare con Angela, uno dei miei punti di riferimento,

e lei mi ha detto che Don Onelio era deceduto.

Cosa significa per me tutto questo?

Parlandone con Grazia, con le compagne, con Augu e con Gianchi, si è capito che non è un caso questo,

bensì un avvenimento, una fortuna, una presenza che si è manifestata a me. Io ho avuto un’intuizione

che può essere minima rispetto a quello che veramente può dirmi un avvenimento così, però è come se

il messaggio fosse: “Io ci sono sempre, ma tu cercami nelle persone che hai accanto, e dai qualche cosa

anche tu, ringrazia e sii cosciente della tua povertà, così da poter chiedere a chi ha”.

Sommato a questo periodo, a tutte le novità che mi vengono addosso a fiume, ho ancora più chiaro che

non posso permettermi ancora di ridurmi a poco, di pensare di farmi da sola ancora, di preoccuparmi,

perché sono certa che qualcuno pensa a me, anche attraverso la comunità, e lo sto sentendo da vicino.

Arianna

la paternità è una ferita

Intervento svolto da Gabriele Balestra nel mese di Marzo a San Carlo di Cesena

Sono Gabriele ho 44 anni, vivo a Forlì e faccio il contadino. Sposato con Barbara dal ’98, abbiamo 4

figli.

Ho finito la comunità a Pesaro nel Marzo ’94. Nonostante l’età non ho ancora capito come si fa ad essere

figlio, figuriamoci ad essere padre di 4 figli. Il segno della paternità è quello della ferita, il dolore, il colpo

prodotto dalla perdita. Il fatto storico che lo esprime meglio, per ogni tempo, è l’evento che si produce

sul Golgota: il figlio che viene colpito nel nome del padre! La paternità incontrata in comunità mi ha insegnato,

testimoniato, che la vita non è solo appagamento, conferma, rassicurazione materna, ma anche

perdita, mancanza, fatica e dolore! La comunità dava un compito ed una direzione, ed era esigente…

aveva il coltello dalla parte del manico! Ma il cancello era aperto e noi eravamo “liberi” di tornare nel

mondo delle favole. Ma questi padri che ho incontrato e con cui lottavo ma perdevo, mi volevano bene

anche quando sbagliavo, mi valorizzavano…cioè mi rendevano più forte...! Cioè il padre ti da due scapaccioni

ma crede nei suoi figli, più di loro stessi...Ecco io sono un padre un po’ così, un padre che porta

una ferita, un dolore…quello di vedere i limiti che la vita mi ha lasciato scolpiti nel carattere dei figli.

Ma so anche che son buoni figli e che la vita gli farà capire il senso di quei limiti. Sono un padre che ha

sbagliato e che sbaglierà ancora, che quando si arrabbia è cattivo. Il dolore per questo a volte mi spalanca

una porta: capisco che ha senso, questo dolore, e spero mi renda migliore!

A volte non lo dimostro, ma sono un padre contento dei miei figli, di vedere come si impegnano nella

scuola e nello sport, ognuno a seconda delle proprie possibilità. Come cantava Celentano: “Conto su di

te, non pretendo e non voglio che diventi un re, nè un campione sul miglio, ma soltanto che tu faccia

sempre del tuo meglio”.

A volte, parlando con mia moglie dei figli concludo dicendo: “Ma si dai, tra un po’ avremo problemi

maggiori...con l’arrivo delle tempeste e dei monsoni adolescenziali ne vedremo delle belle!” Più profondamente

penso, dovranno fare la loro strada, come io ho fatto la mia, sbagliare per trovare quella giusta,

piangere per amore o per un’ingiustizia, gioire per la presenza di un amico e del mondo così bello, anche

solo per la linea di un crinale!

Non ho la certezza che andrà tutto bene, che saranno loro a farmi il funerale, che io riesca ad accettare la

loro idea di libertà e di felicità…che non combacerà di certo con la mia. In tutto questo spero di rimanere

al fianco di mia moglie e che venga qui un Angelo a dirmi: “TUTTO CIò NON è CONTRO DI TE, MA

PER TE!” Questa certezza, che io non so darmi, ma che spero mi sia data, vorrei che accompagnasse la

mia paternità e il mio cammino.

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“QUEL SI CHE NON MI ASPETTAVO”

Sabato 25 maggio era la giornata

dell’incontro genitori ma per via di un

provvedimento noi del Tingolo non

l’abbiamo fatto…sembrava una giornata

qualunque finché poco prima del

pranzo si è presentata Grazia e ci ha

comunicato che verso le 16 sarebbero

venuti a trovarci alcuni suoi amici. Siamo

rimasti incuriositi fino a quell’ora

visto che non sapevamo chi fossero,

finché non vediamo entrare una decina

di bambini dai 9 ai 14 anni, un frate, due maestre e il marito di una di quest’ultime: era la classe di

catechismo di S. Bernardino di Urbino che si stava preparando alla cresima.

Alcune di noi avrebbero dovuto fare una testimonianza, io, Daphne, ero tra queste. Premetto che per

parlare ho sempre detto di no, ma quel giorno quando Grazia e le compagne me lo hanno chiesto ho

deciso per il SI e come me anche altre compagne.

Non mi aspettavo che quel SI, che spesso mi nego perché troppo presa da quello che io penso di non

saper fare, cambiasse quel momento, non solo per me che ho testimoniato la mia esperienza e il mio

bisogno, ma per tutti.

Dopo aver parlato noi e aver risposto alle domande fatte da loro, l’ultimo intervento, quello di Filippo,

marito di una delle maestre, è stato quello che ci ha colpito di più: veder commuoversi un uomo che

poco prima era entrato senza grandi aspettative ci ha confermato ancora una volta quanto sia straordinario

addentrarsi fino alle viscere della verità e del bisogno.

Arianna e Daphne

Care sorelle,

sì, ho detto sorelle, perché ieri quando sono entrato nella stanza

dove eravate a sedere tutte insieme, ho ridotto tutto (eravate tutte

donne, c’era il fumo, i tatuaggi) e mi sono detto: “ma dove sono?”

Ero a disagio e volevo andare via da lì, ma quando avete incominciato

a testimoniare la vostra vita in modo vero, in quel momento

è accaduto un fatto, un imprevisto che ha frantumato le

mie riduzioni e mi ha legato a voi come sorelle, perchè quello che

avete detto mi corrispondeva più di me stesso, e quando accade

questo, io non posso che inginocchiarmi davanti a questa cosa e

riconoscerla, quindi se all’inizio sarei scappato dal Tingolo, alla

fine non sarei più andato via.

Questo cambiamento capisco che non posso darmelo da solo, io

al massimo arrivo solo a ridurre.

Vi abbraccio forte.

Nel mese di Aprile in mattinata un gruppetto di noi ragazzi, accompagnati

da Valeria, ci siamo recati alla prefettura di Pesaro, attesi

da un’insegnante che ci ha guidato nella mostra dedicata alla vita e

storia dello scienziato francese Jérôme Lejeune.

Lejeune fu uno scienziato, affascinato dal mistero dell’essere umano, che dedicò la propria esistenza

allo studio e alla comprensione delle persone affette dalla sindrome di down. Prima delle sue scoperte,

le persone portatrici di questa malattia erano considerate inferiori, contagiose per la società al punto

da essere emarginate e private dei diritti dell’uomo.

Lejeune fin da subito si innamorò di queste persone, perché le considerava degne di grandi cose, come

qualsiasi altro essere umano; lui voleva cercare in ogni cosa la verità e dopo studi e ricerche, nel 1958

scoprì l’origine della malattia nota come trisomia 21. Fu il primo a schierarsi contro l’ignoranza di

molti e a sostenere le sue idee di giustizia e verità, credendoci anche quando tutto quello che stava

costruendo sembrava sbriciolarsi. Questo perché la comunità scientifica decise di usare la scoperta di

Jérôme Lejeune come possibilità di eliminare il problema alla radice, tramite l’aborto per chi scopriva

di avere un figlio down. In Lejeune si aprì una profonda ferita nel cuore dopo questa terribile notizia

e per anni combattè per far sì che queste persone godessero del dono della vita e del bene degli altri

così come erano, a costo di rimetterci la propria carriera e reputazione. La vita di quest’uomo mi ha

colpito molto perché, come succede anche qui a l’Imprevisto, egli guardava quello che i suoi piccoli

amici portavano, non il loro limite, guardava il loro grande desiderio di vivere, di essere in qualche

modo all’altezza, come tutti noi.

Riccardo L.

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Filippo

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c’è posta per...

Ciao Silvio,

ti scrivo per ringraziare per i due giorni passati con voi festeggiando il mio 50esimo compleanno e rivivendo

dopo qualche mese di assenza dall’uscita di Tommaso dalla comunità l’incontro genitori.

Ancora una volta ho potuto toccare e sperimentare di come siamo voluti bene e che il Buon Dio non ci

abbandona mai, anzi ti è sempre vicino in modi inaspettati che escono dai tuoi progetti e ti fanno dire

che tutto è fatto e voluto da un Altro, anche se molte volte non lo capisci soprattutto quando fai fatica,

tutto questo è per un bene più grande, come dici te è PER SEMPRE, come il getto della fontana di Storo.

Forse ancora più di prima dei due anni trascorsi con voi durante la permanenza di Tommi in comunità

ho sentito di appartenere ad una cosa grande.

L’accoglienza tua, di Miriam, di Dicio e Valeria, ma soprattutto lo sguardo, la semplicità e la gioia dei

ragazzi della casa di reinserimento, mi hanno confermato che il bene vince su tutto, ed anche le storie

dei nostri ragazzi lo testimoniano.

Come non emozionarsi nell’abbraccio tuo Silvio, o quello dei ragazzi che per poco durante la foto mi

facevano ribaltare, o l’amore con cui Valeria stava insieme ad Achille il figlio di Francesco, oppure il

saluto di Dicio a Tommi con un bacio che dice tutto, oppure di come avete preparato la cena, l’attenzione

in tutti i particolari senza lasciare da parte niente perché tutto è importante nella vita.

Alla fine della giornata mi chiedevo perché ciò è avvenuto e pur riconoscendo che siete per me delle

persone speciali, ciò non mi bastava perché vorrebbe dire che se un giorno non ci incontrassimo più tutto

finirebbe.

Per questo tornando a casa e parlando con Tommi e Anna, era ancora una volta evidente la certezza che

voi siete per me il mezzo per guardare e riconoscere qualcosa di più grande.

Ed allora la prima cosa che ho fatto è stato di ringraziarLo.

Un altro momento che mi ha colpito è stato l’incontro fatto con Gabriele Balestra alla fine dell’incontro

genitori.

Io non avevo mai visto Gabriele ma da subito sembrava che ci conoscessimo da sempre, infatti te Silvio

ci hai chiesto vedendo come parlavamo, da quanto ci conoscevamo e la risposta di entrambi è stata da

Sempre o come durante il colloquio Gabriele mi chiede cosa avrei fatto io davanti al tuo invito pressante

di pranzare a casa tua con lui, essendo combattuto tra tutti i suoi impegni di famiglia .

Anche qui capisco che tutto è accaduto perchè qualcun altro ci tiene insieme, altrimenti perchè chiedi un

consiglio ad uno che hai conosciuto da 5 minuti.

Ora mi fermo altrimenti mi commuovo ancora.

Grazie ancora di tutto.

Giuliano

Cosa mai potrò fare?

L’attenzione alla persona non può sfuggire…in nessun caso e sono le azioni che contano! Tante volte

siamo uomini feriti, alcune volte può scapparci un sorriso, altre volte esplode forte la rabbia o scende

una lacrima. Due giovani ragazzi, dall’espressione di angeli e di bravi ragazzi, sprigionano in me forti

emozioni e la voglia di fare. Cosa mai potrò fare per loro e per tanti come loro? Ho conosciuto Stefano

e Claudio, ho sentito le loro storie, ho avvertito un grande senso di appartenenza alla comunità, una

grande consapevolezza “nel voler vincere il dolore e la sofferenza”. Vi è una luce prorompente nei

loro occhi: un sacrificio immenso nel dire e raccontare le loro storie.

Amiamoli, non possiamo fare altro, amiamoli per come sono, per dove sono arrivati ma soprattutto

non dimentichiamoci mai del loro essere persone! Abbattiamo ogni resistenza nei confronti del problema:

“l’uomo va amato, accolto, con i suoi limiti, e i suoi errori”, infondiamo loro coraggio perché

si può e si deve cambiare! Aumentiamo la loro forza con impegno e metodo…

Iva

Guerrino Ottaviani, da lunghi anni preside dell’Istituto Alberghiero,

è deceduto pochi giorni fa.

Cara Signora Ottaviani,

mi chiamo Marigona, sono un’ex studentessa dell’istituto professionale “Branca”.

Ci tenevo a scriverle per testimoniare a lei e alla sua famiglia la mia vicinanza in questo momento

così doloroso per la improvvisa perdita che avete avuto. Non ci conosciamo ma ci tengo a dirle di

come suo marito per me non sia stato solo un dirigente scolastico, ma un adulto da seguire per come

nella sua fermezza prendeva a cuore noi studenti. Pensi che molte volte mi fermavo nel suo ufficio

semplicemente per salutarlo e scambiare due parole. è stata una presenza, quella vissuta con lui, di

grande significato e importanza.

Quando ho ricevuto la triste notizia mi sono sentita spiazzata, assalita da mille domande…perchè

devono accadere certi drammi? La risposta non ce l’ho, ma quello che di certo c’è è l’impronta che il

Preside Ottaviani ha lasciato, ciò che ci ha trasmesso e che vivrà sempre.

Nulla e nessuno può distruggere o eliminare la verità e la grandezza che attraverso di lui è stata portata.

Io non so se lei è credente; io la fede l’ho riscoperta in questi ultimi anni. Ci tengo a dirle che prego

molto per voi, perchè da questo dolore possa fiorire qualcosa di buono, come per me è stato nell’esperienza

di dolore per la perdita di mio padre alcuni anni fa. Sono certa che dal Cielo il Signor Ottaviani

sarà per sempre con voi perchè nulla, neanche la morte vince sull’amore che dalla vostra famiglia è

germogliato. Io credo che possa davvero esserci ‘un per sempre’, qualcosa e Qualcuno di eterno.

Se posso permettermi nel salutarvi vorrei anche abbracciare lei e i suoi figli.

Questo è il testo di una canzone di Claudio Chieffo che ci tengo a farvi leggere:

“Non avere paura piccolo figlio mio, è la strada più dura che ti porterà là, lascia dunque il sentiero

prendi i campi e va. C’è qualcuno con te, non ti lascerà mai, non avere paura, prendi i campi e vai.

Quando incontrerai il lupo, la volpe o il leone non restare impaurito e non far confusione, son di un

altro racconto che finisce male, non potranno toccarti non voltarti perchè c’è qualcuno con te...così

quando sarai a quell’ultimo ponte con il tempo alle spalle e la vita di fronte, una mano più grande ti

solleverà, abbandonati a quella non temere perchè c’è qualcuno con te, non ti lascerà mai non avere

paura non voltarti e vai”.

Marigona

Sono Laura, la “signora della biblioteca” di Sommacampagna, come qualcuno comincia a chiamarmi,

chissà perché?

Desidero ringraziarti moltissimo e scusa per favore il ritardo, per gli splendidi incontri del 9 maggio,

che hanno lasciato molto soddisfatti tutti, ragazzi, docenti, i sacerdoti, i genitori ed i membri del comitato

della biblioteca, che mi incaricano di porgerti il loro caloroso saluto.

Era la serata sulla quale avevo puntato, quella più significativa e di spessore, ma credo che gli incontri

con i ragazzi abbiano avuto un significato particolare, che ha lasciato il segno. La dirigente scolastica

ci ha chiesto di proseguire su questa strada; l’incontro con la “persona”, con il vissuto, soprattutto se

di un certo tipo, vale molto più di qualsiasi trattato, spiegazione, conferenza.

Ti auguro lunga vita e salute per poter proseguire nella tua opera, mi auguro di poterci incontrare

nuovamente.

Grazie, di cuore, che il Signore ci assista.

Laura

12 13


SfMndMness

TANTI AUGURI A...

-Kaoutar: “Ma questo

animale è la niguana?”

-Benedetta: “Qui ci sta un ingarbuglio”

-Martina: “Abbiamo usato l’imbastitrice

per l’impasto del dolce!”

-Cruciverba: “sdraiato sulla schiena” Carolina:

“eretto”

-Alice: “Cosa vuol dire eufemisticamente?”

Carolina: “Eufemia non era una Santa?”

-Giulia riferendosi al

film Bianca come il latte, rossa

come il sangue: “Ci vuole

far vedere il film Rosso sangue,

bianco nero!”

-Anastasia: “per compardicio la

catena la chiudo io!”

GIOCANDO A

FIORI E FRUTTI:

animali:

Martina: “Aspice”

Benedetta: “Felicottero”

Città italiane:

Anastasia: “Navona”

Modelli di macchine:

Carolina: “Paperino”

-Arianna: “è

venuta a prendere l’appendistrato”

-Maria Elena: “Io sono

disprezziva”

Anastasia: “Al massimo

dispregiativa!”

M. Elena: “No! Quello è

il verbo!”

-Cruciverba: “

La sposa di Ettore”

Carolina: “Achille”

-Carolina: “Non lo distrate!”

-Cassandra: “I vasi sanguinei”

-Cruciverba:

“Uomini di sangue

misto”

Kaoutar: “Vampiri”

-Cruciverba:“Materiale per

fare strade”

Kaoutar: “Sfalto”

(N.B. per far entrare la parola

ha annerito una casella!!!)

...da qualcuno

abbiamo preso!!!

-Mamma Giulia: “Cosa fai con

quest’arma contrundente?”

-Mamma Caterina: “Povero ragazzo,

ha avuto la meningite cocco!”

-Babbo Giulia: “Mettici l’osmarino!”

-Nonna Martina: “Si è sentito male di

punto in bianco, gli è venuto l’ics!”

VALERIA V. (12.06):

Tanti auguri Valeria! Il tempo passa e i ragazzi

cambiano, tu per noi sei sempre stata e sarai

un grande punto di riferimento, come una

mamma, che quando non sappiamo qualcosa

è sempre pronta ad aiutarci e a spiegarci le

cose come se fossimo i suoi figli. L’importanza

che dai alle piccole cose di tutti i giorni ci

fa capire quanto tieni a noi e quanto è bella

la vita…ancora tanti auguri! Ti vogliamo

bene, i tuoi ragazzi.

GIUSEPPE (04.06):

L’arrampicata è una delle cose che fai con

passione, nonostante gli ostacoli che trovi

lungo il percorso non molli mai…in questo

ci insegni che per raggiungere un obbiettivo

bisogna scalare la vita passo dopo passo per

rafforzarsi e diventare uomini. Grazie Giuseppe!

Tanti auguri dai tuoi ragazzi.

BENEDETTA (10.06):

Sei il nostro arcobaleno! Perciò non farci

vedere solo il bianco e il nero! Vogliamo vederti

gridare il tuo bisogno, vogliamo vederti

cedere e affidarti, ci aspettiamo tanto da te!

Auguri per i tuoi 21 anni, ora sei maggiorenne

a tutti gli effetti. Ti vogliamo bene, le tue

compagne!

RICCARDO C. (09.06):

Tanti auguri al nostro Riccardo, che ha compiuto

27 anni!! Hai capito quanto sei importante

per noi? Non te lo dimenticare mai,

perché quello che hai incontrato non finisce…

Ti vogliamo bene, i tuoi amici.

ALEXANDER (08.06):

Auguri Alexander…oramai ci conosciamo da

3 mesi e fin da subito abbiamo scoperto che

sei un tipo molto simpatico e riesci a farti volere

bene. Sai che questa è la strada giusta e

stiamo vedendo che stai tenendo duro e non

molli, continua così.

Forza Alexander!!

FABRIZIO (28.06):

Ci colpisce vedere quanto questo cammino

non serva solo a noi ragazze ma anche a voi

operatori.

Vediamo in te un grande cambiamento, un

mettersi in gioco personalmente riportandoci

anche esempi concreti della tua vita.

Apprezziamo la tua franchezza nel dirci le

cose per riportarci con i piedi per terra!

Auguri di buon compleanno. Ti vogliamo

bene, le tue ragazze.

LUCA (21.06):

Caro Luca, ci colpisce come sei attento a ogni minimo particolare, come riesci a leggerci dentro,

come riesci ad avere uno sguardo sempre nuovo su di noi in modo da arrivare dritto ai

nostri punti deboli; anche se fa male, va bene così, perché sappiamo che dietro questa cosa

c’è un bene immenso, ci vuoi far crescere! Grazie per tutta la pazienza che hai! Tanti Auguri!

Ti vogliamo bene, le tue ragazze.

14

Aiuta

l’Imprevisto!

devolvi il

5 X mille!

Codice Fiscale del beneficiario: 01366340410

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l’angolo tatzebao

Ciao Luciano, grazie, sei stato, sei un

grande amico.

Ti abbiamo voluto tanto bene perché tu

ce ne hai voluto tantissimo.

Non è poco quello che sei stato come

idraulico delle nostre comunità.

“Questi giorni sono stati belli.

C’è stato un via vai di persone che è venuta

a renderti omaggio: i tuoi amici, i tuoi ex

colleghi, i tuoi amati zii, i tuoi cugini, i tuoi clienti.

Tutti a testimoniare quanto ti volevano bene, tutti a testimoniare che

uomo eccezionale sei.

Uomini eccezionali fanno cose eccezionali e tu nella tua vita, insieme alla

Marisa, nei hai fatte due di cose eccezionali: Loris e la Cinzia.

La Cinzia, la tua bambina.

Lei ti ha fatto il regalo più bello che si può fare ad un padre, ti ha dato

due splendidi nipoti, la Giulia e Matteo.

Li hai cresciuti tu, erano sempre con te, sarà difficile anche per loro

adesso che non ci sei più tu.

Loris, lui ti assomiglia così tanto. È un uomo buono, come te.

Gli hai insegnato il valore delle cose, l’amore per il suo lavoro.

Gli hai insegnato l’importanza della famiglia, e io ti sarò sempre grata

per questo.

Eravate una cosa solo tu e lui.

Sarà difficilissimo senza di te, dammi tu la forza per stargli accanto.

Io non lo so se dove sei ora non senti più dolore, non so se credere al

fatto che tu da lassù ci puoi vedere, però so con certezza che tu sarai

sempre con noi, in ogni cosa che faremo; sarai con noi in ogni posto in

cui andremo e te lo dedicheremo.

Sarai con noi ogni Natale e ogni compleanno.

Ai nostri figli racconteremo che il nonno era una gran bella persona, che

vuole loro un gran bene e poi gli regaleremo le magliette del Milan, proprio

come avresti fatto tu.

Un giorno una mia cara amica, che aveva perso il padre con una malattia

orribile come la tua, mi disse per consolarmi: “ricordati Eli che

purtroppo il seme deve morire per dare il frutto”. Io vorrei tanto essere

un frutto degno di te.

Ciao Lucio.”

[Ricordo di Luciano letto da un familiare al termine della messa funebre]

Periodico de “L’imprevisto” realizzato dalla Comunità terapeutica femminile ”Tingolo”

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