Maggio 2011 Anno X - N.124 - L'imprevisto

imprevisto.net

Maggio 2011 Anno X - N.124 - L'imprevisto

Io voglio essere!

Maggio 2011 Anno X - N.124


EDITORIALE

di Silvio Cattarina

GLI ULTIMI SONO GIÀ PRIMI

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Dal 20 al

22 maggio i ragazzi della

Comunità Terapeutica Educativa, guidati

da Gilberto Santini (Gibo) e da Alessandro Di Carlo

(Dicio) hanno rappresentato con sempre maggiore forza e

passione, per ben tre volte e per un affollato pubblico, la scena I

dell’atto III dell’Amleto di Shakespeare. E’ stato davvero uno spettacolo

grande, bello, commovente: si potrebbe dire uno spettacolo agli occhi di Dio

e agli occhi degli uomini. Chi poteva pensare che dei ragazzi come i nostri, con

tante vicende dolorose alle spalle, con poca o nessuna scuola, che non hanno mai

calcato nessuna scena teatrale o sperimentato alcuna recitazione potessero arrivare a

tanto.

L’altezza che hanno raggiunto ben lo han fatto capire i volti, pieni di lacrime e di gioia

dei loro genitori e familiari ed i volti dei ‘nostri attori’, quei volti commossi che al termine

della rappresentazione sono esplosi in una grande incontenibile gioia, felicità e gratitudine.

Dio si diverte a stravolgere i programmi degli uomini: l’opera d’arte essi la affidano a pochi

eletti perché solo questi possono capirla e fruirne; Dio invece la dona al cuore e alle mani

di chi ha sempre pensato di non contare niente. Così nascono le cose, si sprigiona la forza,

un’energia impensata, talvolta sconosciuta, così si conosce, inizia l’avventura e la

voglia di viverla fino in fondo per il bene tuo e di quanti sono cari, vicini, per tutto il

mondo.

L’arte, il dramma artistico, questo insuperabile pezzo di Shakespeare, incarnato,

impastato con la carne e il sangue dei nostri ragazzi – un poco anche con

tutto il pubblico, con gli operatori, con tanti amici delle nostre comunità

- che diventano intelligenza e capacità di leggere la realtà e l’umano,

di capire il nostro cuore, di intravvedere la strada.

Lo spettacolo degli ultimi che sono già primi, già

arrivati, andati avanti, davanti a tutti.


TANTI AUGURI A...

4 GIUGNO: GIUSEPPE

Ringraziarti per la passione che metti in

tutto ciò che fai è il modo migliore per

augurarti buon compleanno e per dirti

quanto ti vogliamo bene!

Tanti auguri Giuseppe!

9 GIUGNO: RICCARDO C.

Nonostante tutte le difficoltà sei cresciuto molto

qui dentro e sei ormai una colonna. Aiuta sempre

di più gli altri e non smettere mai di lavorare su

te stesso. La Sardegna può aspettare…ti vogliamo

bene! I tuoi amici.

13 GIUGNO: SERIGNE

Sei e sarai sempre un esempio per tutti

noi, sei e sarai un uomo che non molla,

sei e sarai sempre umiltà e sacrificio, sei

e sarai sempre ciò che sei sempre stato…

un amico. Grazie!! Ti vogliamo bene, auguri

Diouf!

12 GIUGNO: VALERIA

La bellezza enorme che esprimi è fatta di gesti

semplici e naturali; insegnarci a fare i cappelletti, a

cucire, a stirare, a prenderci cura di noi è quello che

fa di te una persona speciale per noi.

Un grande augurio di buon compleanno dai tuoi

ragazzi…ti vogliamo bene Vale!

12 GIUGNO: EDOARDO

Questo è l’ultimo compleanno che festeggi in comunità, ma non l’ultimo che festeggeremo insieme.

Sei un grande amico, un esempio per tutti, dimostri ogni giorno il tuo valore, la gratitudine

verso un luogo che è ormai la tua casa. Hai fatto esperienza di tante piccole cose che ti hanno

reso libero, sei cresciuto e ora ti fai voler bene in tutta la tua bellezza! Grazie Edo! Tanti auguri…i

tuoi amici.

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padre aldo: “amato fin dall’eternità”

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Se con me Dio ha fatto quello che

sta facendo, molto di più può fare

con voi.

Dopo varie vicissitudini nella

mia vita, l’unica cosa che poteva

scegliere Dio per farmi tornare

con i piedi per terra era di farmi

incontrare una donna, della quale

mi innamorai follemente e lei anche.

Era una giovane vedova con

tre figli, molto bella! Quel fatto lì

mi fece per primo dimenticare il

sogno Marxista, però mi mise in

crisi completamente; io sono prete, lei vedova

e io non volevo venir meno alla mia vocazione

tanto che quando lei mi chiese di sposarla,

le dissi: “ma cacchio, sono un prete!” È stata

drammatica la sua domanda, fatto sta che le

ho detto che non avrei mai abbandonato quello

che sono, perché se Dio ti ha scelto, lo ha

fatto per l’eternità. Io sentivo di

esser stato scelto. Diceva il

profeta Isaia: “di un amore

eterno ti ho amato, prima di

concepirti nel ventre di tua

madre io ho pronunciato il

tuo nome.”

La mia identità non dipendeva

da quello che è accaduto

dalla mia nascita in avanti,

ma da quello che era accaduto

prima, cioè che io ero stato

pensato da Dio fin dall’eternità.

Quindi qualunque cazzata avessi

fatto o avessi potuto fare, non poteva

impedire a Dio di amarmi con l’amore

con cui mi aveva pensato…

Dio mi guardava e Lui sapeva tutte le

cazzate che avrei fatto, anche in avvenire,

e mi ha scelto lo stesso! Questo

pian pianino mi ha tolto i

complessi di colpa, il senso di

inferiorità, di frustrazione…

Però pensavo “Se non posso amare

questa donna come il mio cuore

desidera vuol dire che il Cristianesimo

non è vero, perché c’è un desiderio

in me che non trova compimento

in Cristo.” E lì sono entrato

in depressione, che ancora oggi ne

porto i segni, una depressione che

mi ha proprio distrutto, avevo la

tentazione di suicidio, e in questa

disperazione finalmente un giorno

ho incontrato Don Giussani.

Sono andato da Don Giussani

a Milano il 25 marzo ’89. Piangevo

come un bambino, ero distrutto.

Entro, gli dico quello che

mi sta succedendo e lui mi dice:

“che bello! Finalmente diventi un

uomo!”

Dopo questo primo incontro decise

di portarmi con sè due mesi

per farmi compagnia: il mio esaurimento

aumentava, così come le

ossessioni, le fobie, e in quella situazione Giussani

mi abbraccia e mi tiene con sè. Poi quando

arriva agosto mi dice: “ho deciso, ti mando

in Paraguay. Per due motivi, primo perché non

voglio che tu perda quella donna, e per non perderla

devi perderla.” Secondo io ho fiducia in te

(quando più nessuno aveva più fiducia in me,

mio fratello voleva ricoverarmi in

un ospedale paramedico).

Amo talmente tanto quella donna

che fui disposto a perderla se

la andavo a guadagnare. Perchè

se io voglio leggere non tengo il

foglio così, attaccato agli occhi,

devo metterlo a fuoco. Se io voglio

amare una donna, non l’abbraccio

perché la distruggo, devo

tenere una distanza, metterla a

fuoco, così la vedo per quello che

è, sennò mi fermo alla sua carrozzeria,

la uso. Ho accettato la sfida e son partito.

Per sedici anni sostenuto da un compagno prete,

avevo solamente voglia di morire.

Per dieci anni non ho mai dormito una notte e

un giorno. Immaginatevi, io mi vedevo in manicomio.

Comunque continuavo a gridare,

a chiedere, mi son dato tre regole

spartane per non essere vittima

della fantasia, della droga della

fantasia:

1- CALLI NELLE GINOCCHIA,

“io sono Tu che mi fai, Tu mi hai

scelto e Tu non mi puoi abbandonare,

tu mi hai creato, mi hai

pensato prima che fossi concepito,

tu non puoi abbandonarmi!”

2- CALLI ALLA TESTA, cioè

studiare, guardare perché sapete


che il nevrotico è uno che non guarda, e quindi guardare,

guardare un albero e scrivere, ma non scrivere quello che

io pensavo, ma solo quel che vedevo: “l’albero aveva tante

foglie, era così, era colì” in modo da obbligare la fantasia

ad essere imbrigliata dalla realtà, da quello che avevo visto.

3-CALLI NELLE MANI, cioè esprimere, lavorando,

quello che vedevo.

Dentro questa battaglia di sedici anni il mio io ritrova la

sua unità.

La più grande opera della vita è la costruzione dell’io.

Dopo anni finalmente inizio a dire “io”, mi guardo allo

specchio e incomincio ad accettarmi, a sorridermi perché

mi guardo come mi guarda Dio, cioè come un suo figlio

e inizio a sentire questa bellezza in me, incomincio a sperimentare

cosa significa Cristo, e da lì nasce tutta quella

opera che oggi è la Città della Carità di San Raffaele.

Prima di tutto mi rendo conto di quello che mi sta intorno,

i bambini piccoli di tre anni che girano con il sacchetto

in bocca con la colla del ciabattino per calmare la fame.

Cosi i bambini li prendiamo a tre anni come sono e li portiamo

avanti che crescono in modo che diventano uomini

adulti.” Poi costruiamo un ospedale per i moribondi delle

strade, di AIDS, prostitute, omosessuali, travestiti.

Dopo incominciano a morire le ragazze di AIDS e mi

lasciano i loro bambini, e quindi che cosa facciamo…la

casetta di Betlemme per i bambini che ci hanno lasciato

queste mamme, poi la polizia ci dice che ha molte ragazze

violentate, quindi nasce la casa per le ragazzine violentate,

poi un giorno voglio comprare una casa per allargare

l’ospedale e mi dicono “te la vendiamo se compri anche

la vecchia che c’è dentro”, compro casa e anche la vecchia

e che faccio, faccio una casa per barbone, per donne

della strada, vecchie quelle proprio abbandonate da tutti.

Quindi vorrei dire a voi che siete in questo bellissimo

luogo e in bellissima compagnia, che giustamente pretendono

tutto da voi perché Dio ha un disegno su ciascuno

di voi.

Il punto è che dovete essere leali con il vostro cuore, non

importa quello che avete fatto, io non chiedo niente ai

miei malati, cosa fanno cosa non fanno, quando li confesso

dico: “sei pentito? Perché l’importante è Cristo il

resto lo fa lui e quindi capite che poi loro stessi diventano

protagonisti di aiutare i loro amici tanto che ho dovuto

aprire una fattoria perché da me i malati di AIDS non

muoiono più.

Quindi l’importante e che avete la certezza di essere tutto,

perché Dio ha bisogno della merda per fare la torta.

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ESSERE O NON ESSERE?

“AMLETO ATTO III”

Due anni in Comunità, due anni con Amleto, che ha

cambiato faccia molte volte ma mai la sua vera natura. “Io

voglio essere” è quel grido che ho sempre avuto dentro e che

solo ora riesco a urlare a tutto il mondo. La Comunità e il

teatro mi hanno donato questa libertà, che ho sempre avuto

ma non sono mai riuscito ad esprimere.

Per parecchio tempo ho provato parecchie paranoie e invidie,

perché pensavo che gli altri fossero meglio di me. Invece

con il teatro mi sono scoperto io, con la mia bellezza, e

gli altri con le loro bellezze.

La musica del finale la conoscevo già molto bene, perché mi

ha accompagnato per anni insieme al mio migliore amico,

che purtroppo oggi non c’è più. Grazie a questa esperienza

ho capito che invece è al mio fianco, accompagnandomi

ogni giorno a qualcosa di nuovo. Verso la cosa giusta per

me.

Quante volte nella mia giovane vita avrei voluto tirare una

riga su ciò che era stato, cancellare il passato. Ma la realtà

ci dice che non è possibile. L’unica possibilità che ho è il

perdono. Amore gratuito che, come ci dimostra Claudio, è

in questo mondo ma non è di questo mondo.

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“Se questa mano maledetta fosse fatta fin due volte più

spessa dal sangue raggrumato d’un fratello, che forse non vi

sarebbe lassù, nel cielo pietoso, pioggia bastante a lavarla e a

renderla bianca come neve? E a cosa serve la misericordia di

Dio se non ad affrontare il volto del delitto? E che cosa c’è,

in una preghiera, se non quella duplice forza che ci previene,

innanzi di cadere e, una volta caduti, ci concede il perdono?

Leverò, dunque, il mio sguardo al cielo. La mia colpa appartiene

al passato…”

“O miserevole stato! O cuore nero come la morte! O anima invischiata,

che più lotti per liberarti e più resti prigioniera! O creature

angeliche, aiutatemi a tentare! Piegatevi, ostinate ginocchia, e

tu, o cuore che sei intessuto di fibre d’acciaio, prova ad addolcirti,

a farti tenero come le giunture d’un bimbo appena nato!

Tutto può finire bene.”

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DI FRONTE A 7

(a rimini, dal 21 al 23 aprile, si sono tenuti gli esercizi spirituali di gi

portare la croce durante la via crucis del venerdì santo e la sera, da

vita. Riportiamo un’ampia

Buona sera a tutti, io sono Massimiliano, ho 22 anni e sono di Verona. Sono

arrivato a Pesaro, nella Comunità l’Imprevisto, nell’estate del 2007. Avevo

portato con me molta sofferenza e arrabbiatura verso il mondo e me stesso.

Avevo una chiusura verso la vita e tutto quello che ne faceva parte. Non volevo

essere felice, e soprattutto non accettavo una mano da parte di nessuno, in particolar

modo dalla mia famiglia e dagli amici più vicini a me. Facevo in modo

che nessuno si avvicinasse al mio cuore, che mi potesse indicare una strada per

i miei desideri. Mi sembravano troppo belli e grandi per una persona predestinata

come me. Predestinata nel senso che mi volevo sentire abbandonato e

tradito da tutti quanti, perché era la strada più veloce per non guardarmi dentro

e poter continuare a piangermi addosso. Come ero stato trattato io fino a quel

momento, tradito e abbandonato dalla mia famiglia. Era l’unico modo che sapevo usare per rapportarmi con le

persone. Ma è sempre stata una scusa questa, per non guardarmi perché avevo troppa paura, non sapevo cosa

poteva venir fuori da me. Per questo non facevo entrare nessuno dentro di me. Entrato in Comunità, i primi

mesi sono stati duri, continuavo con questo modo qui, e non lo facevo anzi, facevo finta di farlo per non essere

ripreso ma in realtà non stavo ad ascoltare. Dopo 8 mesi che ero in comunità è successo un fatto che mi ha

così colpito e così commosso che non lo dimenticherò mai. Era un periodo brutto per me in Comunità, già ero

scappato una volta e questa era la seconda che lo facevo. Stavo andando in stazione ed è arrivato Giuseppe,

un operatore della Comunità, e dopo aver parlato un po’ con lui mi ha messo in macchina e mi ha riportato in

C.T.E.. Arrivato lì c’era Dicio, il resp. della C.T.E., siamo andati nel suo ufficio io e lui, chiudendoci dentro.

Non ricordo bene tutto quello che ci siamo detti, perché abbiamo parlato poco, ma una cosa continuava ad

urlarmi: “Perché vuoi andare via? Ma dove vuoi andare?”. Dopo un’oretta che eravamo lì, sono uscito e non

volevo più andare via, ma non perché avevo paura di prenderle ancora, ma perché poi questo giudizio mi è entrato

dopo un po’ che ci ripensavo e ne parlavo. Prima di uscire dal suo ufficio Dicio mi ha dato un abbraccio.

In quel momento mi sono sentito abbracciato totalmente, per tutto quello che ero e per i miei limiti, mi sono

sentito voluto bene, quel bene che ti apre e ti spinge ad uno sguardo più fedele e acuto verso il tuo cuore. Da

quel giorno ho iniziato ad ascoltare, affidarmi a chi c’era in Comunità, ai ragazzi che erano lì da più tempo,

agli operatori, Dicio, la Valeria, Silvio...Dopo due anni che ero in Comunità, abbiamo scelto insieme che era

meglio per me non andare a casa a Verona ma stare a Pesaro in casa di reinserimento. Questa è un’esperienza

stupenda che mi sta donando molto, ho delle amicizie stupende che mi aiutano tutti i giorni a crescere e a vivere.

Con gli operatori il rapporto è cambiato moltissimo, vado a casa loro, ho conosciuto le loro famiglie, mi

hanno preso come un figlio. Che bello fare il figlio!! Ascoltarli, anche se non sempre è facile, perché vogliono

solo il bene per te e che si dia un giudizio sulle cose che accadono. Anche con la mia famiglia il rapporto è

cambiato molto, riusciamo a guardarci negli occhi e senza paura dirci: TI VOGLIO BENE! Sembra banale, ma

per me e mia mamma dirci così vuol dire tanto. E come dimenticarsi la stupenda Fidanzata che è stato ed è un

dono immenso per la mia vita. Volevo ringraziarvi per questa possibilità che ci avete dato, per me vuol dire tanto

ogni volta fermarsi e guardarsi indietro, alla propria storia. Si impara sempre qualcosa di nuovo e si cresce sempre

più. Saluto tutti gli amici di Pesaro che sono presenti, la mia morosa, Fabrizio Rossi, e tutti voi. Tutte queste

persone, tutti questi amici son l’esempio, la testimonianza, il segno che Dio è sempre stato con me, vicino a me,

non sono mai stato solo, e sono sempre stato amato, sempre il suo amico, il più amico, il suo più vicino.

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.000 PERSONE

oventù studentesca. I ragazzi dell’Imprevisto sono stati chiamati a

vanti a 7.000 ragazzi, a rendere testimonianza del loro cammino di

sintesi dei loro interventi)

Ciao a tutti, sono Enrico e ho 24 anni.

Che grande cosa aver incontrato l’Imprevisto nella mia vita!

Non cambierei la mia vita con nessuno, della mia vita oggi sono innamorato.

Io non volevo entrarci in comunità da Silvio e detestavo i miei genitori perché

erano certi che l’Imprevisto era la sola speranza per uno come me.

Per me che avevo lasciato la scuola e che le mie ambizioni erano fuggire in

India o vivere per strada.

Per me che la droga era il solo finestrino attraverso cui guardare le cose.

Per me che avevo una famiglia attenta e premurosa e i miei insegnanti, gli

amici mi dicevano - ma non ti manca nulla!!- forse, in apparenza.

Quando entrai all’Imprevisto rimasi talmente colpito dalla bellezza del posto

che mi venne il volta stomaco, troppo bello quel posto per uno come me!

Per anni mi ero negato cose belle che i miei occhi si erano abituati alle brutture.

Era strano quel posto dove tutti si trattavano con rispetto e si aiutavano, io ero arrabbiato con il mondo intero

e questi si dicevano “grazie, prego” e si chiedevano anche “scusa”.

Quando vidi Silvio per la prima volta mi venne incontro e disse – finalmente sei arrivato! Dove sei stato tutto

questo tempo? - non capivo se mi stesse prendendo in giro...

I primi mesi ero sempre colpito dalle cose strane di quel posto come ad esempio non riuscivo a spiegarmi

perché i cancelli della comunità fossero sempre aperti, mi chiedevo – ma gli operatori non hanno paura che

i ragazzi scappino via?- In realtà l’unico ad aver paura di fuggire ero io! Mi stavo legando così tanto a quel

posto che iniziavo a capire una cosa: quando inizi ad accettare i tuoi limiti, tutta la miseria che sei e inizi a

perdonare te stesso e gli altri non esistono posti dove si possa fuggire.

Ero sconcertato perché mi aspettavo la comunità come un carcere o come un ospedale dove entri, prendi la tua

medicina e aspetti di guarire, mentre invece all’imprevisto ho incontrato persone che hanno saputo guardarmi,

hanno saputo starmi vicino e mi hanno trasmesso una passione per la vita.

Intuivo, guardandoli alle prese con la loro vita che mi stavo perdendo qualcosa di grande, quindi nessuna

psicologia nessun farmaco mi ha salvato la vita, se non uno sguardo sicuramente più dolce di quello che avevo

io nei miei confronti.

Gli operatori non guardavano ciò che avevo fatto prima di entrare in comunità ma cosa potevamo fare insieme,

adesso che ci eravamo incontrati, lì, in quel posto.

Per me l’Imprevisto è stato paradossalmente un esperienza più drammatica della droga stessa, perché

ha spalancato di più la mia ferita, non tanto quella inflitta dalla droga ma quella che ogni uomo si ritrova

addosso.

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Ciao a tutti! Il mio nome è Marigona, ho18 anni e sono nata in Kossovo.

All’età di 5anni sono stata adottata. La mia fragilità iniziò ad emergere all’età

di 12 anni.. quando mio padre morì a causa di un tumore. Il rapporto con mamma

iniziò a crollare per la mia ribellione…facevo tutto di testa mia arrivando

ad alzarle le mani addosso. Ma la cosa più brutta sono state le volte in cui le

ho detto “tu non se mia madre”. Non mi davo un valore ma soprattutto non mi

volevo bene. Iniziarono le trasgressioni fatte di sballo del sabato sera che non

bastava mai…per poi arrivare alle canne, ma nulla colmava il vuoto che avevo

dentro. Almeno un milione di volte ho mandato a quel paese Cristo e nonostante

tutto Lui si è mostrato…il 15 maggio 2007, al mattino presto ho preso

un treno e addormentandomi mi sono risvegliata al capolinea: guarda che caso

che poi caso non é, guarda che imprevisto.. ero a Pesaro! Lì fui fermata dai carabinieri che mi portarono in comunità

“il Tingolo dell’ Imprevisto”...Non ero mai sola neanche fisicamente e questo mi dava molto fastidio,

il dover rispettare le regole ma soprattutto l’idea che dovevo seguire qualcun altro: insomma, mi trovavo nella

vera realtà. Però, per quanto potessi trovare tutto da discutere, mi sono sentita da subito voluta bene e abbracciata,

in particolare quando dopo una settimana sono scappata. Riportata al Tingolo dai carabinieri pensavo

che sarei stata guardata male dagli operatori e compagne, di ricevere la solita ramanzina…invece non c’ è stato

nulla di tutto ciò…Augusta, l’operatrice, mi ha abbracciato senza tante parole!

Volevo sempre apparire brava e capace in tutto, un’ideale di perfezione che mi ero costruita e che non mi rendeva

libera di essere me stessa…Quello che mi ha aiutata sono stati i volti delle compagne e soprattutto degli

operatori che non usavano fare chissà quali discorsi ma semplicemente mostravano il loro modo di affrontare

la quotidianità. Dopo un anno ho riniziato ad andare a scuola e ho riscoperto il piacere di studiare e che grande

soddisfazione vedere i risultati alti!

Il 28 gennaio 2009 la comunità mi ha fatto conoscere Marco Scavolini, responsabile di GS di Pesaro, il quale

non mi ha più mollata. Riscoprire Cristo in maniera concreta e vera è stata per me una grazia, se prima lo mandavo

a quel paese da quel momento iniziavo a ringraziarLo. Ho rivisto nel Movimento lo stesso metodo della

Comunità e ciò mi ha permesso di vedere che l’incontro fatto era possibile anche fuori, basta solo guardare

nella giusta direzione…In tutto questo mamma ha sempre appoggiato il percorso della comunità ritrovando il

suo ruolo mai dimenticato e ha appoggiato pienamente la scelta di continuare dopo due anni e mezzo il percorso

nella casa di reinserimento. Da un anno e mezzo sono in appartamento, attualmente con quattro ragazze.

Un’esperienza che mi aiuta a mettere in pratica il tesoro acquisito in comunità. C’è Grazia che è il nostro punto

di riferimento, per me indispensabile. Se in comunità c’era sempre qualcuno vicino che dava indicazioni, ora

è diverso, siamo sole fisicamente e per ciò siamo chiamate a una maggiore responsabilità a partire dal mattino

nei compiti che ci aspettano…Quel che ci lega è l’esperienza e la stessa meta da raggiungere: la felicità! La

grande bellezza è che nonostante il male di cui sono anche fatta, sono sempre più amata! L’altro giorno siamo

andati con Silvio a Forlì a portare la testimonianza e una giornalista ci ha lanciato una provocazione chiedendoci

se c’era il rischio che dalla dipendenza delle sostanze noi passassimo alla dipendenza dalla comunità..,

beh, io quello che ad oggi penso con certezza è che non dipendo dalla comunità nè da Silvio, io dipendo solo

da Cristo…la comunità è un’incontro che ha cambiato me ed è per sempre se sono io che lo voglio, al di là di

dove sarò e cosa farò tra dieci anni! Un giorno Silvio per telefono, mentre gli raccontavo della bella serata con

amici di GS di Rimini, mi disse che se continuo lungo questa strada per me accadranno cose ancora più belle

ed io ne sarò protagonista: il parlare qui stasera è la prova evidente di questo! Siamo qui io e voi, con la stessa

domanda e con lo stesso desiderio! Grazie!


Salve a tutti, sono Alessandra, ho 19 anni e vengo da Fermo. Il mio problema

con le sostanze è cominciato quando avevo 13 anni; come molti ragazzi ho

iniziato con le droghe più leggere per poi finire molto velocemente a dover

assumere eroina ogni giorno. La quotidianità è formata da scelte, beh, io per

assurdo avevo scelto di non scegliere la vita. La strada che stavo percorrendo

mi aveva resa diffidente, perennemente arrabbiata e abile nel raggirare le cose

a mio vantaggio; nei momenti in cui me ne rendevo conto per non pensarci mi

riducevo a straccio, così da non dover mettere da parte l’orgoglio e chiedere

aiuto. I miei genitori brancolavano nel buio, vedevano che non stavo bene ma

non riuscivano a capire e soprattutto non riuscivano ad avere risposte da me, il

nostro rapporto era ormai diventato un continuo litigio.

Dopo qualche anno la verità mi bussò alla porta, io che mi improvvisavo padrona della mia vita avevo soltanto

innescato in me un meccanismo di autodistruzione, non riuscivo più ad andare a scuola, non parlavo più con i

miei genitori e le persone che cercavano di starmi vicino inevitabilmente soffrivano. Pensavo che non ci fosse

più un futuro per me diverso da quel che vivevo. Dopo svariati tentativi non andati in porto con il SERT, io

insieme ai miei genitori siamo arrivati alla conclusione che avevo bisogno di qualcosa di più delle medicine…

cosi nell’agosto del 2008 varcai la porta del Tingolo, comunità femminile dell’Imprevisto. Passai le prime

settimane ad osservare, a cercare di capire che cosa ci fosse dietro ad ogni gesto benevolo degli operatori nei

miei confronti, ma più passava il tempo e più era chiaro che questo modo di fare, era il modo di chi aveva

ricevuto tanto dalla vita e che con molta semplicità cercava di fare lo stesso con gli altri. Rapportarmi con le

mie compagne non è stato semplice dato che ero abituata a mettere le mani addosso alle persone quando mi

arrabbiavo. Fortunatamente le assemblee che facevamo in comunità il più delle volte si basavano sul modo di

fare tra di noi e la continua correzione da parte di operatori e ragazze mi ha aiutata a cambiare quel modo di

pormi arrogante e presuntuosa.

Per me la comunità è stata ed è un luogo di speranza dove c’è qualcuno che crede in te quando tu non lo fai,

che crede che ci sia una grande cosa su questa terra che ti ama e ti accetta, dove non vieni trattata come una

tossica che ha bisogno di cure, ma vieni guardata come una persona che ha valore e che ha solo bisogno di

una spinta per rendersene conto. Sono passati due anni e ora sono nella casa di reinserimento da sei mesi con

altre tre ragazze. Alla fine del mio percorso volevo tornare a casa mia, perché sentivo di essere stata via troppo

tempo dalla mia città e dalla mia famiglia. Ma i miei genitori non volevano che io mi accontentassi degli

obiettivi raggiunti e dopo svariate discussioni mi sono decisa e sono rimasta. E’ stato decisivo l’intervento di

Silvio che mi ha detto: “Ale noi avremo molto piacere che tu rimanessi…ci faresti davvero felici! Perché vuoi

toglierci il piacere della tua presenza?” Ho capito che io, noi abbiamo sempre usato i nostri casini per far star

male gli altri, ma chi sono io per arrogarmi il diritto di far star male gli altri? Caso mai io, noi siamo chiamati

a soffrire per gli altri, a portare la sofferenza altrui.

Nella casa sto bene, siamo quattro ragazze con personalità molto diverse quindi capita spesso di scontrarsi.

Ma abbiamo qualcosa di grande in comune, un fuoco che si è ormai acceso nel nostro cuore che ogni giorno

grida “dai, forza, coraggio che c’è qualcuno che ti ha sempre amato e ti amerà sempre.” In un incontro una

ragazza mi ha chiesto se ce l’avevo con Cristo per la strada che mi ha fatto percorrere per arrivare a stare bene.

Io ho risposto di no perché mi sono resa conto che qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto “io ti salvo

stavolta come l’ultima volta”. Ho capito che quella frase che mi sembrava di circostanza è reale e per me la

mia esperienza ne è la dimostrazione: un incontro ti cambia la vita! Volevo anche ringraziare due ragazzi di

GS di Pesaro Luca e Simone perché se sono qui al Triduo è anche per la loro amicizia.

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Salve a tutti, mi chiamo Andrea, ho 19 anni e sono di Bologna.

Sono entrato in Comunità il 12 febbraio 2007 alle ore 11:00 perché avevo da

“scontare” due anni di messa alla prova presso la Comunità di Silvio.

Prima ero un ragazzino che non aveva regole e che si faceva condizionare facilmente;

la mia famiglia mi stava dietro ma non molto seriamente; con la mia

famiglia non c’era un gran rapporto, cioè non c’era un confronto o un parlare

che a volte avrei desiderato…

Non accettavo la fatica, il limite, il dolore, forse però non accettavo tutto il

desiderio che avevo nel cuore. Perché io non potevo essere felice? Perché io

non potevo essere tanto, importante, grande?...

Da quando ho iniziato piano piano ad accettare e a capire che quello che la mia famiglia

non riusciva a darmi dovevo cercarlo in altre persone, ho cominciato a stare meglio, e soprattutto a crescere.

È per questo che adesso desidero cose grandi, infinite dalla mia vita, perché non piacendomi determinati atteggiamenti

e modi di fare della mia famiglia, cerco di puntare a cose belle per me.

A scuola, ad esempio, i miei amici mi guardano invidiandomi, vedono che sono tanto felice, contento. Allora io dico

loro: “vorreste venire anche voi all’Imprevisto? Eh eh no!?”. Solo i migliori, i più forti possono essere dell’Imprevisto.

Dopo quasi tre anni di percorso all’interno della comunità posso dire di essere cresciuto, perché ho trovato

delle persone che sono come una seconda famiglia, che mi hanno sempre aiutato anche quando mi intestardivo

su una cosa, loro riuscivano a essere più testardi di me, a non demordere fin quando non aprivo gli occhi per

dare un giudizio su quello che mi accadeva.

In comunità sono sempre stato davanti ad una chiamata grande per me, rivolta a me.

Adesso ho terminato la comunità da circa un anno e ho deciso di fermarmi in un appartamento che la comunità

offre per chi, come me, ancora non se la sente di tornare a casa, dato che la mia famiglia non è cambiata,

e desiderando il meglio per la mia vita ho scelto di restare a Pesaro perché qui ci sono persone che mi danno

quello di cui ho bisogno: amicizia, rapporto, confronto…

Nella casa di reinserimento, dove sto adesso, vivo con altri 4 ragazzi con cui è nato un rapporto di amicizia

così forte, che non pensavo fosse vero. Con gli operatori, Silvio stesso, il rapporto è cambiato, non è più un

rapporto operatore-utente ma un rapporto di amicizia fra un adulto e un ragazzo, al punto tale che ci fanno

conoscere le loro famiglie, ad esempio con il figlio di Silvio, quasi un’intera estate, siamo stati insieme ed è

nata una bellissima amicizia.

Adesso che sono una persona “quasi” seria riesco a prendere decisioni importanti per me: ho ripreso a frequentare

la scuola, mi trovo al secondo anno di superiori; ho deciso di riprendere gli studi con l’obiettivo di essere

il primo della mia famiglia a ottenere il diploma. Ho preso anche una decisione molto importante, di voler

prendere sia la cresima che la comunione, perché ho capito che il merito se io esisto e che sia qua oggi, non è

di nessuno di noi…Noi siamo stati trovati, cercati, scovati e portati in alto, in alto…

Voglio concludere ringraziando: mia mamma perché ha permesso, nonostante i suoi limiti, che io diventassi

ciò che sono oggi, Silvio, tutta la comunità e i miei nuovi amici pesaresi presenti fra voi. GRAZIE


curioso di vivere

L’altro giorno dopo una piccola sosta a casa Cattarina, io, Stefano e Riccardo siamo partiti alla volta di Bergamo

e Milano insieme a Silvio e Miriam per due giorni veramente ricchi di inviti, inviti ad essere, essere

presenti. Cosa sarebbero stati questi due giorni per me l’ho capito sin da subito in macchina. La curiosità di

vivere questa nuova esperienza e anche la disarmante familiarità di Silvio e Miriam hanno reso le terribili 4

ore di viaggio, senza sigarette (per rispetto di Silvio), una piacevole chiacchierata. La prima tappa è stata la

cena a casa Nembrini con grande stupore da parte nostra, poiché proprio Franco e la sua passione per la “Divina

Commedia” sono stati al centro di un nostro lavoro sul suo libro. Naturalmente cena tipica bergamasca!:

Pizzoccheri con formaggio fuso e lasagne…giusto per tenerci leggeri per la testimonianza!

C’era un teatro pieno ad attenderci…che storia oh!!

Sul palco, noi ragazzi, affiancati da Silvio e Franco, abbiamo raccontato della nostra esperienza col dolore,

tema non facile da affrontare se si è da soli, ma noi non lo eravamo perché in platea c’erano degli occhi speciali

che ci guardavano, quelli di Miriam, Giuliano e Anna (i genitori del nostro Tommaso)…naturalmente

oltre al nostro Fabrizio Rossi. Pensavo che la serata fosse finita lì…ma la realtà supera sempre di gran lunga

la fantasia. La stanchezza non la sentivamo più, e arrivati a casa di Giuliano e Anna abbiamo parlato, riso, ci

siamo emozionati…Io volevo che quella giornata non finisse mai, sono andato a letto con il sorriso e con un

pensiero e allo stesso modo mi sono svegliato. Ero curioso di vivere.

Tempo di fare colazione e poi tutti sul metrò -direzione Duomo di Milano (stupendo!). Nonostante Giuliano

sia piemontese di origini, è un milanese doc, quindi ci ha fatto visitare la Cattedrale, la piazza, la galleria; ed

io non so descrivere un emozione grande come quella di pregare tutti insieme in Chiesa per i nostri cari e per

i nostri amici che ci aspettavano in C.T.E.!

Poi ci siamo riuniti con Silvio e Fabrizio, che aveva organizzato un bel pranzo in collina, anche lì naturalmente

abbiamo raccontato di noi. Dopo aver mangiato (ancora in quantità smisurate!), gli amici di Fabrizio ci hanno

portato a visitare Bergamo Alta, non immaginavo potesse essere così bella, e non avrei mai immaginato di vedere

me e i miei amici, con Silvio, infilarci in un tombino con tanto di caschetto con lampada per un percorso

speleologico nei sotterranei della città. Sì, sì proprio nei sotterranei a vedere mura, cannoniere, stalactiti…un

regalo dei nostri nuovi amici bergamaschi. Giusto il tempo di riprendere fiato e siamo andati a Bresso (il paese

in cui abitano Ilde, figlia di Silvio, e Mocio, il marito), per un incontro in una comunità che ospita ragazzi

down, e lì siamo rimasti senza parole perché tutti ci ascoltavano a bocca aperta desiderosi di ascoltare la nostra

esperienza…e noi quasi imbarazzati, in punta di piedi davanti ad una esperienza totalmente diversa dalla

nostra, ma con lo stesso desiderio di vita dentro…pazzesco!

Esausti, ma pieni, dopo aver salutato commossi tutti, siamo partiti per tornare a Pesaro. Il viaggio è stato un

continuo condividere impressioni, emozioni di cui ognuno era pieno e che aveva voglia di donare. E lì, parlando

con Miriam, che guidava (Silvio esausto dormiva come un bambino), ero felice…sentivo qualcosa di

grande dentro e guardavo i miei amici, in loro vedevo tutto ciò che avevo dentro io…un grande desiderio di

vivere veramente.

Testo di: Edoardo

13


14

ogni testimonianza

Agli inizi di maggio (per l’esattezza il 2, 3 e

4), Silvio, Grazia, Massimiliano ed io siamo

andati a Palermo per portare la testimonianza

de l’Imprevisto fino giù nel meridione.

La partenza era prevista per lunedì 2 alle 7:20

davanti casa major, ma come potete immaginare,

Silvio era già fuori casa alle 7:10, perché

per lui la puntualità (ansia) è tutto. Una

volta caricate valigie e noi, siamo partiti alla

volta di Bologna per imbarcarci sull’aereo.

Il viaggio è stato molto…noioso, perché una

volta decollati abbiamo solo visto tanta acqua;

dopo tutte le spiegazioni delle hostess

e qualche pisolino, in lontananza si iniziava

a scorgere la Sicilia. Non appena sbarcati è

venuto a prenderci Diego, un amico che ci ha

accompagnato per tutti i tre giorni e ci siamo

diretti in albergo per prendere le camere; nel

tratto di strada che separava l’aeroporto da

Castellamare del Golfo ci siamo letteralmente

rifatti gli occhi perché abbiamo ammirato

un paesaggio molto caratteristico.

Siamo partiti con le prime testimonianze la

sera stessa davanti a dei ragazzi dai 18 ai 30

anni, erano i ragazzi che facevano parte di un

progetto per l’educazione della ragione sociale.

Dopo la prima abbuffata e le testimonianze,

il giorno seguente siamo andati in una scuola

media e in una superiore. Nel pomeriggio finalmente

siamo andati a Palermo città, perché

fino ad ora eravamo rimasti nei paesini circostanti,

dove c’era la presentazione del libro di

Silvio. Noi ragazzi abbiamo fatto altre testimonianze,

a seguire siamo andati a cena con

le persone che ci avevano ascoltati e anche

lì ci siamo trovati molto bene, abbiamo addirittura

cantato in siciliano. L’ultimo giorno

siamo ritornati a Palermo per fare l’ennesimo

incontro in una scuola superiore; dopo questo

ultimo, dato che avevamo l’aereo di ritorno

nel pomeriggio, siamo andati a visitare Monreale

con la guida Filippo conosciuto la sera

prima. Su questo ci sarebbero da dire molte

cose, cercherò di dire le più importanti e le

più belle, perché è stato un momento molto

commovente. Dopo qualche nozione storica

sulla città, siamo passati alla Cattedrale: è

una delle chiese più belle che io abbia mai visto,

anche se ne ho viste, ahimè, davvero poche.

Mi ha colpito perché è tutta d’oro e sulle

pareti c’è tutta la storia sacra: dalla creazione


come fosse la prima!

fino ad arrivare alla vita di Gesù -questo mi

ha fatto capire cosa siano disposte a fare le

persone quando tengono a qualcosa, cosa; mi

domando se nella mia vita sarò mai capace di

capire così profondamente il mio compito e

quindi, sacrificarmi per qualcosa a cui tengo.

Non saprei cos’altro aggiungere, sottolineo

solamente che la bellezza di quel pomeriggio

è stata la presenza di Filippo, capace con la

sua passione di entusiasmarci ma soprattutto

di accompagnarci.

Le cose che mi hanno colpito di più sono

diverse:

-la prima: Diego, nonostante avesse moglie e

due figli piccoli, è stato tutti i santi giorni con

noi, tornava soltanto la sera a casa sua, ciò

mi colpisce tanto perché vuol dire che teneva

tanto a quell’esperienza e voleva viverla fino

in fondo, perché sapeva che avrebbe arricchito

la sua vita e quella di chi gli stava vicino;

-la seconda: quando si parla della Sicilia si

pensa subito a mafia, malavita, disagi…ma

ho scoperto che non esiste soltanto quello,

c’è molto altro dietro, basta solamente saper

guardare ad esempio persone come Diego

che con il suo impegno, le sue associazioni

cerca quotidianamente di aiutare i giovani

in difficoltà, o quando abbiamo cantato mi

sono accorto che ogni canzone aveva un così

profondo significato, dietro ogni parola si nascondeva

una storia diversa da ciò che siamo

abituati a pensare;

-l’ultima cosa che mi ha colpito è stato Silvio,

perché nonostante tutte quelle testimonianze,

per lui ogni volta era come fosse la prima, ci

metteva tutto se stesso al punto di non riuscire

a stare seduto quando parlava, faceva dei

sobbalzi! Ha anche rischiato di picchiarmi

perché sbracciava a destra e sinistra, questo

mi dice quanto lui tenga a noi e a quello che

fa.

Di questi giorni quello che mi è rimasto di

più è stata la passione e la forza che le persone

hanno nell’affrontare la vita, perché io

a volte non riesco a essere così quindi è un

ottimo punto da cui cominciare e prendere

spunto.

Testo di: Andrea L.

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l’angolo tatzebao

EVENTI SPECIALI DI QUESTO MESE:

COMANDANTE

DELLA FINANZA

COLONNELLO

FRANCESCO PASTORE

IN C.T.E.:

CENTRO ITALIANO

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AL TINGOLO:

ROTARY CLUB IN C.T.E.:

LAVANDA DEI PIEDI:

Periodico de “L’imprevisto” realizzato dalla Comunità terapeutica femminile ”Tingolo”

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