*Genova Impresa4-08 - Confindustria Genova

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*Genova Impresa4-08 - Confindustria Genova

L’INTERVISTA

La maggior parte

della produzione

energetica sul

pianeta rimarrà

basata sui

combustibili

fossili fino al 2030

Ansaldo Energia,

tramite Ansaldo

Nucleare, ha

mantenuto importanti

competenze

nella progettazione

e nella realizzazione

degli impianti nucleari

Genova può

tornare a essere

capitale del nucleare

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L’INTERVISTA

Giuseppe Zampini

Intervista all’amministratore

delegato di Ansaldo Energia

Nucleare?

Sì, grazie.

di PIERA PONTA

Nel novembre 1987, pochi mesi

dopo il disastro della centrale

di Chernobyl, l’Italia votò contro

il nucleare. Oggi, gli alti costi dell’energia

stanno convincendo anche

i più irriducibili della necessità di liberarsi,

quanto più possibile e in fretta,

dalla dipendenza dai paesi fornitori di

petrolio e gas. Ne parliamo con l’ingegner

Giuseppe Zampini, amministratore

delegato di Ansaldo Energia,

l’azienda del Gruppo Finmeccanica

specializzata nella fornitura di impianti

e componenti per la produzione

di energia elettrica.

A oltre vent’anni dal referendum che

bandì il nucleare in Italia, il ministro

per lo Sviluppo economico Claudio

Scajola ha ribadito la volontà del Governo

di definire entro l’anno i criteri

per l’individuazione dei siti destinati a

ospitare le centrali nucleari al fine di

avviare rapidamente l’iter autorizzativo

e la costruzione degli impianti.

Quali sono le tecnologie necessarie

per realizzare il programma annunciato

dal ministro e in quali tempi?

Per costruire un reattore di terza generazione

si impiegano circa cinque

anni dall’avvio dei lavori. Basta la volontà

politica per l’avvio e oggi questa

volontà esiste. Il referendum, tenuto

sull’onda dell’incidente di Chernobyl,

ha introdotto una moratoria di

cinque anni ampiamente scaduta e il

sistema industriale italiano, dalle utilities

a operatori come Enel ed Edison

ad aziende come la nostra può sostenere

questa scelta. Il Governo indica

che per una buona diversificazione

delle fonti serva un 25% di nucleare

e quindi circa 12mila megawatt:

prima del 2040 non avremo

reattori di quarta generazione, che

dovrebbero ridurre il problema delle

scorie, ma già oggi in Francia, Finlandia,

Cina e Stati Uniti si stanno

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avviando progetti di terza generazione

e l’Italia potrebbe inserirsi in questo

gruppo.

Altri Paesi nel mondo, preoccupati

dalla necessità di diversificare le proprie

fonti energetiche, stanno progettando

nuove centrali nucleari. Secondo

lei esiste il rischio che la crescente

domanda di tecnologie o di

componenti speciali per gli impianti,

oggi forniti solo da poche aziende altamente

specializzate, possa provocare

ritardi nella realizzazione dei

progetti?

Il ritardo non riguarda tanto la realizzazione

dei progetti, quanto il reperimento

di particolari componenti. La

fornitura dei cosiddetti forgiati, grossi

pezzi senza saldature, sono il vero

collo di bottiglia. Sono infatti patrimonio

di poche aziende al mondo e

vanno prenotati con largo anticipo.

Occorre una seria analisi dei mercati

e valutare attentamente il mercato ci-


nese, essendo gli altri vicino alla saturazione.

Nella nostra città, grazie alla presenza

di Ansaldo Energia, di Ansaldo

Nucleare e di un nutrito gruppo di

pmi nel settore dell’ingegneria, alcune

delle quali già impegnate nel programma

nucleare prima del referendum,

non mancano certo le competenze

per partecipare attivamente

allo sviluppo dell’energia nucleare

in Italia: riuscirà Genova a tornare a

essere la “capitale” del nucleare ?

Siamo l’unica realtà industriale italiana

che ha ancora una significativa

presenza nel settore. Ansaldo Energia,

tramite Ansaldo Nucleare, ha

mantenuto importanti competenze

sia nella progettazione che nella realizzazione

degli impianti nucleari, collaborando

a diverso titolo con i grandi

Vendors internazionali (ad esempio

in Romania con AECL, Atomic

Energy of Canada Limited, e ora anche

in Cina con Westinghouse). È

comunque vero che le nostre strutture

sono quantitativamente limitate

(abbiamo oggi 170 persone tra ingegneri

e tecnici) e dobbiamo crescere

per poter gestire soddisfacentemente

la realizzazione di un impianto. Anche

in Italia immaginiamo, in una fase

iniziale, una collaborazione con

Vendors internazionali (proprietari

della tecnologia) per assumere progressivamente

ruoli più ampi di Engineering,

Procurement & Construction

(EPC). La situazione dell’industria

italiana è quantitativamente limitata

ma potenzialmente adeguata. Si

può stimare che il 75% di un impianto

potrebbe essere realizzato dall’industria

italiana (in passato, più del

90%). Anche in molti altri Paesi europei

l’industria nucleare si è fermata

per mancanza di nuovi ordinativi, per

questo è necessario partire da subito

con nuovi investimenti in mezzi e risorse,

cercando di competere per le

realizzazioni all’estero, prima ancora

che per le possibili realizzazioni in

Italia.

Genova può tornare, in questo scenario,

a essere il punto di riferimento

essenziale grazie al suo tessuto produttivo

ad alta tecnologia e ad aziende

come la nostra.

In questa prospettiva, quale sarà la

richiesta formativa all’Università (o al

futuro Politecnico) da parte del mondo

industriale?

Come non pensare, ad esempio, alla

completa assenza nella nostra regione

di un corso di laurea in Ingegneria

nucleare? Il presidio tecnologico che

coraggiosamente ha mantenuto Ansaldo

Energia con la propria società

Ansaldo Nucleare manca di un serbatoio

a cui attingere competenze e

professionalità: un problema di Genova

in particolare, un problema a livello

nazionale, dove rimangono pochissime

università a fornire questo

tipo di formazione. Ansaldo Energia,

Istituto Nazionale di Fisica Nucleare,

Università di Genova e la Regione Liguria

stanno lavorando all’istituzione

di un master post lauream in impiantistica

ed energia nucleare.

La conferenza energetica nazionale,

annunciata per la prossima primavera

e per la quale auspichiamo la candidatura

di Genova a ospitarla, dovrebbe

contribuire alla definizione di

un Piano energetico di ampio respiro

che consenta al nostro Paese una

maggiore indipendenza dalla fornitura

- spesso incerta e costosa - di

gas e petrolio. Dal suo osservatorio

ai vertici di un’azienda che opera a livello

internazionale, ci sono delle

best practice in Europa e nel mondo

alle quali il Piano energetico potrebbe

fare riferimento?

Gli obiettivi esposti dal Governo e dal

Ministro Scajola in particolare sono

di tre tipi: avere energia garantita e a

prezzo stabile, avere fonti diverse per

non dipendere da pochi paesi per

gas e petrolio e contribuire a diminuire

le emissioni di anidride carbonica.

Un Piano energetico manca dall’Italia

da 21 anni. Difficile individuare questo

o quel Paese come riferimento.

Nonostante il crescente interesse e

l’attenzione mondiale verso il tema

ambientale, la maggior parte della

produzione energetica sul pianeta rimarrà

fortemente basata sui combustibili

fossili (in particolare carbone e

gas) fino almeno al 2030, come prospettato

da più fonti, tra cui l’International

Energy Agency, in occasione

del World Energy Congress di Roma

a Novembre 2007. Per quanto riguarda

l’Italia, le previsioni, redatte

nel Position Paper dal Governo Italiano

per il conseguimento degli obiettivi

comunitari al 2020, mostra un

contributo massimo potenziale per la

copertura dei consumi nazionali (previsti

essere circa 480 TWh al 2020)

da fonti rinnovabili, pari a circa il 22%

(9,0% idroelettrico; 4,7% eolico;

2,7% solare; 2% geotermico; 3,0%

biomasse). Seppure il contributo

complessivo al fabbisogno nazionale

risulta essere limitato, nei prossimi

anni assisteremo a una crescita significativa

delle energia prodotta da

fonte eolica, solare e biomasse.

Aspettando il nucleare… ■

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