17.05.2014 Views

sport - Peace Palace Library

sport - Peace Palace Library

sport - Peace Palace Library

SHOW MORE
SHOW LESS

Create successful ePaper yourself

Turn your PDF publications into a flip-book with our unique Google optimized e-Paper software.

SPORT: GIURISPRUDENZA DE LA CORTE DI GIUSTIZIA DELLE C.E.

ISBN 978-960-92616-2-3

Marios Papalucas

www.sportlaw.gr

www.papaloukas.gr


M. Papalucas

SPORT:

GIURISPRUDENZA DE LA CORTE DI

GIUSTIZIA DELLE C.E.

2008


- 2 -


Indice

Introduzione 5

1. Causa T-46/92, Scottish Football Association 7

2. Causa C-415/93, Jean-Marc Bosman 17

3. Causa C-124/96, Commissione v Regno di Spagna 37

4. Causa C-9/98, Agostini v Ligue Francophone de Judo 41

5. Causa C-67/98, Questore di Verona v Diego Zenatti 44

6. Causa C-51/96 e C-191/97, Christelle Deliège 50

7. Causa C-176/96, Jyri Lehtonen 61

8. Causa C-150/99, Stockholm Lindöpark AB 71

9. Cause da T-38/99 a T-50/99, Sociedade Agrícola dos Arinhos 79

10. Causa C-174/00, Kennemer Golf 86

11. Causa T-185/00, Antena 3 de Televisión SA 94

12. Causa C-318/00, Bacardi-Martini SAS 110

13. Causa C-206/01, Arsenal Football Club plc 117

14. Causa C-243/01, Piergiorgio Gambelli 127

15. Causa C-438/00, Deutscher Handballbund 140

16. Cause T-346/02 e T-347/02, Cableuropa SA 149

17. Causa C-42/02, Diana Elisabeth Lindman 186

18. Causa C-270/02, Commissione v Repubblica Italiana 191

19. Causa T-216/02, Fieldturf Inc. 196

20. Causa C-429/02, Bacardi France SAS 203

21. Causa C-338/02, Fixtures Marketing Ltd 211

22. Causa C-444/02, Organismos prognostikon agonon podosf. AE 218

23. Causa T-193/02, L. Piau v Commissione & FIFA 226

24. Causa C-246/04, Turn- und Sportunion Waldburg 246

25. Causa C-265/03, Igor Simutenkov 254

26. Causa T-33/01, Infront WM AG 261

27. Causa C-89/05, United Utilities plc 288

28. Causa T-477/04, TDK 293

29. Causa C-345/04, Centro Equestre da Lezíria Grande 304

30. Causa C-519/04, D. Meca-Medina, I. Majcen 310

31. Causa C-338/04, Placanica 321

32. Causa C-409/06, Winner Wetten 334

33. Causa C-49/07, MOT.O.E. 335

34. Causa C-359/07, SOBO Sport & Entertainment GmbH 336

- 3 -


- 4 -


Introduzione

La Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha emesso nel corso degli ultimi

anni, numerose decisioni rispetto agli sport. Dopo il caso Bosman, la Corte ha

cominciato a riconoscere una certa autonomia alle organizzazioni sportive, usando

l’eccezione alla regola generale con frase come “…è permesso se questa regola

deriva da une bisogno inerente all’organizzazione di una tale competizione” nel caso

Deliège, oppure “…a meno che non ci siano ragioni obiettive che riguardano

esclusivamente gli sport ” nel caso Lehtonen, o ancora“le restrizioni imposte devono

essere ristrette a tutto ció che è necessario alla buona organizzazione delle

competizioni sportive ” nel caso di Meca-Medina. Infine, la Corte ha riconosciuta

anche il diritto delle organizzazioni sportive ad adottare azioni regolatrici in settori

che non sono esclusivamente sportivi e per i quali lo Stato non ha previsto

regolamenti, come nel caso Piau, ove la Corte ha riconosciuta alla FIFA il diritto di

stabilire delle regole rispetto al rilascio di licenze professionali ai manager dei

giocatori di calcio.

Questo evidentemente significa che la Corte non ha smeso di ripetere alle

organizzazioni sportive che rimane il giudice ultimo delle loro decisioni regolatrici e

di ricordargli i loro limiti, come nei casi Deutscher Handballbund e Simutenkov,

rispetto all’interdizione della discriminazione fondata sulla nazionalità.

D’altra parte, ci sono stati casi nei quali la Corte ha protetto l’autonomia delle

organizzazioni sportive contro l’intervento dello Stato. Cosí, nel settore delle

scommesse sportive, la Corte ha giudicato in ogni caso, dal caso Zennati ai casi

Gambelli e Placanica, che le procedure dello Stato per rilasciare permessi alle ditte di

scommesse sportive sono nulle. Lo stesso, nel caso della Repubblica Italiana rispetto

alla proibizione di imposizione da parte dallo Stato di restrizioni sugli articoli nutritivi

sportivi. La Corte ha trattato nel medesimo modo le restrizioni dello Stato rispetto alle

pubblicità televisive nelle zone della competizione, nel caso Bacardi – Martini.

Oggi, possiamo finalmente dire che la Corte, pur insistendo, in generale, sulla sua

opinione iniziale, come espressa nel caso Bosman, riconosce, con il tempo, che, da

una parte, esistono certe particolarità del settore sportivo e, dall’altra, che c’è un

settore che ricade esclusivamente sotto la competenza degli sport. In ogni modo, è un

peccato che lo sport ed il diritto sportivo, al momento di vedere riconosciuta la loro

indipendenza rispetto alle regole dello Stato, siano stati obbligati ad iniziare una

- 5 -


nuova battaglia per convincere anche gli organi dell’Unione Europea che non hanno

bisogno di tutori.

Per la Giurisprudenza v. http://www.curia.europa.eu/ e ancora http://eurlex.europa.eu/

- 6 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

1. Causa T-46/92,

The Scottish Football Association,

società di diritto scozzese, con sede a Glasgow (Regno Unito), ricorrente,

contro

Commissione delle Comunità europee,

convenuta,

avente ad oggetto l' annullamento della decisione della Commissione 31 marzo 1992,

relativa a un procedimento ai sensi dell' art. 11, n. 5, del regolamento del Consiglio 6

febbraio 1962, n. 17, primo regolamento di applicazione degli artt. 85 e 86 del Trattato

(IV/33.742 - TESN/Football Authorities),

IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO

DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Prima Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

Motivazione della sentenza

Antefatti e procedimento

1 La ricorrente è una società di diritto scozzese, costituita in forma di società a

responsabilità limitata e composta principalmente da associazioni ed enti calcistici, che

ha lo scopo di promuovere il calcio in Scozia e di rappresentare gli interessi delle

associazioni scozzesi a tutti i livelli.

2 Il 5 dicembre 1991 la Commissione inviava alla ricorrente una lettera ex art. 11 del

regolamento del Consiglio 6 febbraio 1962, n. 17, primo regolamento di applicazione

degli artt. 85 e 86 del Trattato (GU 1962, n. 13, pag. 204, in prosieguo: il "regolamento n.

17"). In tale lettera, che richiamava i passi pertinenti della disposizione di cui trattasi

nonché un estratto dell' art. 15 del medesimo regolamento n. 17, la Commissione,

facendo riferimento ad una denuncia presentata da The European Sports Network (in

prosieguo: la "TESN"), esprimeva perplessità in ordine al fatto che la ricorrente sembrava

voler impedire alla TESN la ritrasmissione in Scozia di incontri di calcio argentino.

Sembrerebbe che la ricorrente abbia avviato contatti al riguardo con l' associazione

calcistica argentina, ai sensi dell' art. 47 dello statuto della Federation of International

Football Associations (in prosieguo: la "FIFA"), che autorizzerebbe il comitato esecutivo

della stessa FIFA a fissare un nuovo sistema di regole a disciplina della trasmissione

televisiva internazionale di incontri di calcio. Stando alle informazioni raccolte dalla

Commissione, tale nuovo sistema non sarebbe stato ancora fissato. La base giuridica dell'

azione della ricorrente presso l' associazione calcistica argentina non sarebbe quindi

chiara. La ricorrente veniva quindi invitata - "al fine di consentire lo svolgimento della

- 7 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

relativa inchiesta con piena cognizione dei fatti e nel loro corretto contesto economico" -

a rispondere ai seguenti quesiti:

"1) Sulla base di quale eventuale titolo giuridico siano stati avviati contatti con l'

associazione calcistica argentina.

2) Se, nelle more dell' emanazione di una nuova disciplina ad opera del comitato

esecutivo ex art. 47 degli statuti della FIFA, esistano accordi tra le associazioni nazionali

facenti parte della FIFA relativi alla trasmissione televisiva di incontri di calcio da un

paese all' altro.

3) Se, nelle more dell' emanazione di una nuova disciplina, esistano istruzioni della FIFA,

del comitato esecutivo della medesima o di qualsiasi altra autorità giuridica o esecutiva,

relative, con riguardo alle dette ritrasmissioni televisive, all' applicazione dell' art. 47 o

del precedente art. 37.

4) Si prega di fornire copia della corrispondenza intercorsa con l' associazione calcistica

argentina in merito alla diffusione televisiva di incontri di calcio argentini da parte della

TESN".

Ai fini della risposta ai detti quesiti veniva fissato un termine di quattro settimane. La

Commissione si richiamava al riguardo all' art. 11, n. 5, del regolamento n. 17.

3 In data 14 gennaio 1992 la ricorrente rispondeva nei seguenti termini:

"(...)

E' con una certa sorpresa che ci è pervenuta la vostra richiesta. Costituisce fatto noto in

Scozia così come in altri paesi che la trasmissione televisiva di incontri di calcio può

avere ripercussioni negative sul numero degli spettatori di calcio 'dal vivo' . E' nostro

dovere promuovere ed incoraggiare lo sport del calcio sia a livello di spettacolo sia a

livello di pratica sportiva. La televisione costituisce un eccellente mezzo di promozione e

di sostegno di tale sport, ma, se utilizzata in modo inopportuno, può anche produrre

effetti nocivi, in particolare riducendo il numero delle persone che assisterebbero

normalmente ad un incontro di calcio.

Per tale motivo l' associazione non teme di affermare che essa segue e continuerà a

seguire una politica consistente nel garantire un certo controllo sulla trasmissione

televisiva in Scozia di incontri di calcio laddove questi possano rivelarsi nocivi agli

interessi generali del calcio scozzese (...).

In tutto il mondo le preoccupazioni delle associazioni calcistiche sono le stesse. Per tale

motivo noi ci consultiamo regolarmente, a titolo di cortesia, nell' ambito delle istituzioni

internazionali poste a disciplina del gioco del calcio, al fine di evitare interferenze tra il

calcio in televisione e quello 'dal vivo' . Non riteniamo di dover dare giustificazioni sul

piano giuridico quando scriviamo ad un' altra associazione calcistica per ricordarle il

nostro mutuo interesse a un equilibrato rapporto tra i vantaggi e gli inconvenienti della

ritrasmissione televisiva di incontri di calcio stranieri.

Non sappiamo quando la FIFA concluderà i lavori previsti ai fini della revisione delle

norme esistenti in materia.

A dire il vero, non comprendiamo i motivi per i quali il signor Baron ha mostrato tanto

nervosismo al riguardo, né i motivi per i quali la Commissione è intervenuta in termini

così perentori.

Saremmo lieti di potervi incontrare in qualsiasi momento al fine di esporre le nostre

opinioni sul problema complessivo del contrasto tra ritrasmissione televisiva ed incontri

'dal vivo' , ma riteniamo sinceramente, per quanto attiene alla questione argentina, che la

Commissione non abbia motivo di trarre preoccupazione dalla corrispondenza intercorsa

tra associazioni consorelle sul problema di cosa sia più utile al gioco del calcio (...)".

- 8 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

In mancanza di reazioni da parte della Commissione, la ricorrente le scriveva nuovamente

in data 11 marzo 1992 per ottenere conferma della ricezione della lettera del 14 gennaio

precedente.

4 Successivamente, con telefax 31 marzo 1992, la Commissione inviava alla ricorrente

una decisione di pari data - la cui notificazione formale è avvenuta qualche giorno più

tardi - relativa ad un procedimento ai sensi dell' art. 11, n. 5, del regolamento n. 17. Con

tale decisione la Commissione invitava la ricorrente, comunicandole una penalità di mora

di 500 ECU al giorno, a fornirle, entro il termine di due settimane a decorrere dalla

notificazione della decisione medesima, le informazioni richieste nella lettera 5 dicembre

1991 (artt. 1 e 2 e allegato). Nella decisione si menziona, all' art. 3, che contro di essa può

essere proposto ricorso dinanzi al Tribunale, ai sensi degli artt. 173 e 185 del Trattato.

Nei 'considerando' della decisione la Commissione indica l' oggetto della denuncia

presentata dalla TESN (punti 1 e 2), ricorda gli scopi della richiesta di informazioni

iniziale e constata il carattere incompleto della risposta data dalla ricorrente il 14 gennaio

1992 (punto 3); essa ricorda inoltre la necessità delle informazioni richieste ai fini della

prosecuzione dell' inchiesta (punto 4) e precisa il termine per la risposta alla decisione,

termine che essa ritiene adeguato (punto 6), nonché l' importo dell' ammenda prevista in

caso di mancata esecuzione della decisione medesima (punti 7 e 8).

5 In risposta a tale decisione, la ricorrente inviava, in data 15 aprile 1992, una lettera in

cui, dopo aver sottolineato come le apparisse profondamente ingiusta la condotta della

Commissione che non aveva risposto ad alcuna delle due lettere inviatele dalla ricorrente

medesima nel gennaio e nel marzo 1992, si pronunciava, in ordine ai quattro quesiti

enunciati nella decisione, nei termini seguenti:

1) La corrispondenza della ricorrente con un' associazione calcistica omologa potrebbe

essere fondata su varie basi giuridiche. Lo statuto della ricorrente le attribuirebbe il

compito di promuovere il calcio in Scozia in tutti i suoi aspetti; scrivere alle altre

associazioni rientrerebbe nella realizzazione di tale compito. La ricorrente avrebbe

chiesto all' associazione argentina di essere consultata, ai sensi dell' art. 47 degli statuti

della FIFA nonché della prassi costante delle associazioni calcistiche del mondo intero,

prima che gli incontri di calcio argentino fossero ritrasmessi in Scozia. Dalla

corrispondenza acclusa risulterebbe chiaramente che la ricorrente non intendeva vietare la

ritrasmissione televisiva di incontri di calcio argentino in Scozia.

2) Le norme della FIFA relative all' utilizzazione e alla ritrasmissione televisiva

internazionale di incontri di calcio sarebbero attualmente oggetto di esame. Nelle more

del compimento di tale revisione, la ricorrente (oltre ad altre associazioni calcistiche nel

mondo intero) continuerebbe ad attenersi alla convenzione precedente, vale a dire

consulterebbe le associazioni omologhe prima dell' avvio delle relative ritrasmissioni

televisive.

3) La ricorrente non sarebbe a conoscenza di alcuna istruzione della FIFA, né del suo

comitato esecutivo né di qualsiasi altra autorità giuridica o esecutiva, relativa all'

applicazione dell' art. 47 (o del precedente art. 37) degli statuti della FIFA con

riferimento alle ritrasmissioni di cui trattasi.

4) In allegato alla lettera la ricorrente ha prodotto copia delle lettere inviate all'

associazione argentina.

Procedimento e conclusioni delle parti

6 Ciò premesso la ricorrente proponeva il presente ricorso, registrato nella cancelleria del

Tribunale il 10 giugno 1992.

- 9 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

7 Successivamente alla proposizione del ricorso, con lettera indirizzata alla ricorrente il

24 giugno 1992, la Commissione confermava che le risposte date dalla ricorrente

medesima nella lettera del 15 aprile 1992 erano sufficienti e fornivano le informazioni

richieste nella decisione alla quale, conseguentemente, la ricorrente aveva dato piena

esecuzione.

8 La fase scritta del procedimento si è svolta regolarmente, dovendo precisarsi che la

Commissione non ha depositato controreplica. Con memoria depositata il 17 luglio 1992

la Commissione ha sollevato eccezione di irricevibilità che, con ordinanza del Tribunale

(Prima Sezione) 28 ottobre 1992, è stata respinta nel merito. Su relazione del giudice

relatore, il Tribunale (Prima Sezione) ha deciso di passare alla fase orale senza procedere

ad istruttoria. Su richiesta della ricorrente è stato disposto il rinvio dell' udienza già

fissata per il 13 ottobre 1993.

9 Le parti hanno svolto le proprie difese orali e hanno risposto ai quesiti del Tribunale all'

udienza del 12 luglio 1994.

10 La ricorrente conclude che il Tribunale voglia:

- respingere l' eccezione di irricevibilità sollevata dalla Commissione;

- annullare la decisione notificatale dalla Commissione il 31 marzo 1992;

- disporre ogni altro provvedimento che riterrà di giustizia;

- condannare la Commissione alle spese.

La Commissione conclude che il Tribunale voglia:

- dichiarare il ricorso irricevibile;

- in subordine, respingerlo perché infondato;

- condannare la ricorrente alle spese.

Sulla ricevibilità

11 A sostegno dell' eccezione di irricevibilità la Commissione deduce, sostanzialmente,

che, in considerazione delle circostanze concrete della specie, la ricorrente non può

vantare un interesse ad agire, essendosi conformata alla decisione impugnata prima della

proposizione del ricorso, senza mai contestare il diritto della Commissione a richiedere le

informazioni di cui trattasi. Conseguentemente, l' annullamento di tale decisione

risulterebbe del tutto inutile. Alla ricorrente non sarebbe peraltro derivato alcun

pregiudizio sostanziale dalla decisione medesima; infatti, essa non l' ha impugnata prima

della risposta, malgrado fosse stata informata, all' art. 3, dei motivi di ricorso disponibili.

12 La ricorrente ritiene che, se un atto è illegittimo, esso resti illegittimo

indipendentemente dal fatto che vi si dia acquiescenza o meno. Dall' art. 173, quarto

comma, del Trattato CE emergerebbe l' interesse che la ricorrente senz' altro

conserverebbe a contestare una decisione di cui sia specifica destinataria e in cui sia

minacciata l' irrogazione di un' ammenda, quando non vi era invece motivo per disporre

tale provvedimento. Considerato che la Commissione avrebbe illegittimamente esercitato

i poteri decisori attribuitile, la ricorrente ritiene di avere un legittimo interesse a ottenere

la garanzia che una siffatta condotta non si reiteri in futuro. All' udienza la ricorrente ha

aggiunto che all' epoca dell' emanazione della decisione impugnata erano state avviate

trattative a livello europeo tra la Commissione e le associazioni nazionali di calcio in

ordine alla ritrasmissione televisiva di incontri calcistici, trattative che sarebbero tuttora

in fase di svolgimento; con il ricorso la ricorrente intenderebbe quindi garantirsi contro il

rischio concreto che, nell' ambito di tali trattative, le vengano notificate altre decisioni

ingiustificate del tipo di quella oggetto del presente ricorso.

13 Ciò premesso, il Tribunale rileva anzitutto che le censure di natura strettamente

procedurale sollevate dalla ricorrente contro la decisione si limitano, sostanzialmente, a

- 10 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

sostenere che il passaggio, operato dalla Commissione, dalla prima fase dell' inchiesta -

quella di richiesta di informazioni "semplice" - alla seconda fase - quella della richiesta

per mezzo di decisione - costituisca una misura eccessiva e prematura. Si deve rilevare

tuttavia che, come emerge dagli artt. 11, n. 5, 15, n. 1, lett. b), e 16, n. 1, lett. c), del

regolamento n. 17, un' impresa o un' associazione di imprese incorre, a fronte di una

decisione di tal genere, nel rischio di sanzioni più elevate rispetto all' ipotesi in cui le sia

stata rivolta una richiesta di informazioni "semplice". Infatti, essa può essere sottoposta

alla sanzione dell' ammenda per non aver fornito le informazioni richieste "nel termine

stabilito" e può esserle inflitta una penalità di mora al fine di costringerla a fornire

informazioni "in maniera completa ed esatta". Ne consegue che solamente laddove la

Commissione proceda ad una richiesta di informazioni per mezzo di decisione può

risultare pregiudicata la situazione giuridica dell' interessato, che non può essere quindi

privato, ancorché sia disposto a dar corso alle richieste formulategli, del legittimo

interesse a evitare che la Commissione passi prematuramente, in mancanza dei requisiti

previsti dall' art. 11, n. 5, del regolamento n. 17, alla fase della decisione.

14 Deve essere quindi riconosciuto l' interesse ad agire che non viene meno anche

qualora la decisione con la quale sia stata disposta la richiesta di informazioni sia stata già

eseguita dal destinatario al momento della proposizione del ricorso di annullamento, non

avendo quest' ultimo effetti sospensivi. Inoltre, l' annullamento di una siffatta decisione

può produrre di per sé conseguenze giuridiche, soprattutto laddove venga ingiunto alla

Commissione di disporre tutti i provvedimenti connessi con l' esecuzione della sentenza

del Tribunale e di astenersi dal reiterare tale condotta (v. sentenze della Corte 24 giugno

1986, causa 53/85, AKZO Chemie/Commissione, Racc. pag. 1965, punto 21, e 26 aprile

1988, causa 207/86, Apesco/Commissione, Racc. pag. 2151, punto 16). Ciò è

particolarmente vero nella specie, atteso che, come rilevato dalle parti all' udienza, le

trattative condotte a livello europeo tra la Commissione e le associazioni nazionali

calcistiche in ordine alla questione della ritrasmissione televisiva degli incontri di calcio

sono tuttora in corso. La ricorrente deve pertanto attendersi di trovarsi in qualsiasi

momento di fronte a nuove richieste di informazioni da parte della Commissione. Essa

mantiene quindi un legittimo interesse a che il giudice comunitario precisi i requisiti

giuridici dati i quali la Commissione può agire in materia per mezzo di decisione.

15 Ne consegue che l' eccezione di irricevibilità sollevata dalla Commissione dev' essere

respinta.

Nel merito

16 A sostegno del ricorso la ricorrente deduce cinque motivi relativi, rispettivamente, alla

violazione dell' obbligo di motivazione previsto dall' art. 190 del Trattato CE, alla

violazione dei principi di proporzionalità, di sana amministrazione e della buona fede

nonché alla violazione di diritti fondamentali.

Quanto al motivo relativo alla carenza di motivazione della decisione impugnata

Argomenti delle parti

17 La ricorrente sostiene che, contrariamente all' art. 190 del Trattato, la Commissione

non ha motivato in modo sufficiente la decisione impugnata, laddove tale obbligo di

motivazione assumeva particolare importanza nel contesto della presente controversia. La

Commissione avrebbe infatti omesso importanti elementi di fatto. In particolare, la

decisione ignorerebbe la lettera 11 marzo 1992 in cui la ricorrente chiedeva alla

- 11 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Commissione conferma di aver ricevuto la sua prima lettera di risposta. Orbene, l' omessa

menzione di tali elementi nella motivazione della decisione indurrebbe a ritenere che la

ricorrente abbia intenzionalmente posto in essere una politica ostruzionistica diretta ad

ostacolare gli accertamenti della Commissione. Infine, contrariamente a quanto enunciato

al punto 8 della decisione, la ricorrente, nella lettera 14 gennaio 1992, non si sarebbe

"rifiutata" di fornire le informazioni richieste: essa avrebbe risposto ad una parte dei

quesiti e avrebbe proposto di discutere congiuntamente il problema nel suo complesso.

18 La Commissione fa valere di aver indicato, ai punti 1-4, 6 e 8 della decisione

impugnata, i motivi principali che l' avevano indotta a emanare la decisione stessa.

Richiamandosi alla denuncia iniziale, la decisione avrebbe rivolto l' invito a porre a

raffronto i quesiti posti nella lettera 5 dicembre 1991 con le risposte date nella lettera 14

gennaio 1992. Da tale raffronto risulterebbe che giustamente la Commissione avrebbe

considerato la lettera 14 gennaio 1992 quale diniego di fornire in termini completi le

informazioni richieste.

Giudizio del Tribunale

19 Si deve ricordare che, secondo costante giurisprudenza, l' obbligo di motivazione di

una decisione individuale è finalizzato a consentire alla Corte di esercitare il suo

sindacato sulla legittimità della decisione e di fornire all' interessato indicazioni

sufficienti per giudicare se la decisione sia fondata ovvero se sia eventualmente inficiata

da un vizio che consenta di contestarne la validità, dovendosi precisare che la portata di

tale obbligo dipende dalla natura dell' atto in questione e dal contesto nel quale l' atto è

stato emanato (v., per tutte, sentenza della Corte 4 giugno 1992, causa C-181/90,

Consorgan/Commissione, Racc. pag. I-3557, punto 14).

20 Nella specie si deve rilevare che la decisione impugnata è stata emanata a seguito di

uno scambio di corrispondenza tra le parti e che essa riprende esattamente la stessa

richiesta di informazioni già oggetto di tale corrispondenza. Non può quindi sostenersi

che la decisione potesse risultare sorprendente per la ricorrente e che, conseguentemente,

necessitasse una motivazione particolarmente circostanziata.

21 Per quanto attiene, inoltre, ai motivi dedotti dalla Commissione nella decisione

impugnata, si deve ricordare che la Commissione stessa, dopo aver riassunto i fatti dai

quali era scaturita la lettera 5 dicembre 1991 in cui aveva chiesto alla ricorrente di fornire

le informazioni di cui trattasi, ha rilevato, al punto 3, che la lettera di risposta datata 14

gennaio 1992 "non ha fornito le informazioni richieste in modo completo" ("failed to

provide the information requested in complete form"). Inoltre, la Commissione ha fatto

presente, al punto 4, come le informazioni richieste, in particolare la corrispondenza della

ricorrente con l' associazione calcistica argentina, fossero necessarie ai fini della

valutazione della condotta della ricorrente medesima con riguardo agli artt. 85, n. 1, e 86

del Trattato CE. Orbene, è pacifico tra le parti che tale corrispondenza non è stata

prodotta in risposta alla richiesta di informazioni "semplice" inviata alla ricorrente con la

menzionata lettera 5 dicembre 1991. Pertanto, la Commissione non era tenuta a motivare,

in termini più dettagliati, l' incompletezza delle informazioni fornite.

22 Si deve aggiungere che la ricorrente è stata apparentemente in grado di comprendere

la portata della decisione impugnata, considerato che ha fornito, nel termine impartitole

di due settimane, una risposta che la Commissione ha ritenuto completa e soddisfacente.

23 Laddove la ricorrente contesta infine alla Commissione di non aver menzionato, nella

decisione impugnata, né la sua disponibilità al dialogo né la sua richiesta di conferma

dell' avvenuta ricezione della prima lettera, la censura deve ritenersi irrilevante. Tale

omissione, infatti, non era tale da impedire la comprensione da parte della ricorrente della

- 12 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

portata della decisione impugnata né poteva costituire ostacolo all' esercizio dei relativi

rimedi giuridici né poteva infine incidere sul sindacato giurisdizionale da parte del

Tribunale. La Commissione non era quindi tenuta a esaminare tali elementi nella

motivazione della decisione.

24 Il Tribunale ritiene conseguentemente che la decisione impugnata debba considerarsi

sufficientemente motivata, ai sensi dell' art. 190 del Trattato, e che il motivo relativo alla

carenza di motivazione debba essere respinto.

Quanto al motivo relativo alla violazione del principio di proporzionalità

Argomenti delle parti

25 La ricorrente fonda sostanzialmente tale motivo sull' affermazione secondo cui, in

considerazione delle circostanze del caso di specie, la Commissione, minacciando con la

decisione de qua l' irrogazione di una penalità di mora, avrebbe agito in modo

sproporzionato ed eccessivo rispetto alla condotta della ricorrente, laddove avrebbe

potuto raggiungere tale obiettivo domandando semplicemente alla ricorrente stessa,

eventualmente anche telefonicamente, di integrare le risposte già date nella lettera 14

gennaio 1992. Orbene, il rispetto del principio di proporzionalità assumerebbe particolare

importanza nelle cause che implichino l' applicazione di sanzioni, come affermato dalla

Corte nella sentenza 29 novembre 1956 (causa 8/55, Fédération charbonnière de

Belgique/Alta Autorità, Racc. 1955-1956, pag. 195).

26 La ricorrente sottolinea che nella specie la questione decisiva è quella se un singolo

che si adoperi per rispondere ad una richiesta di informazioni, ma la cui risposta non sia

ritenuta soddisfacente, possa essere esposto alla minaccia di sanzioni pecuniarie. Secondo

la ricorrente, la questione può essere risolta affermativamente nel caso di deliberato

rifiuto di cooperazione a fini ostruzionistici. Tuttavia, un provvedimento di tal genere non

dovrebbe essere emanato nel caso in cui un singolo si sia adoperato al fine di rispondere

ad una richiesta di informazioni, si sia offerto di incontrarsi con i funzionari competenti al

fine di discutere il problema, abbia inviato una seconda lettera alla Commissione e, lungi

dal ricevere una risposta, si sia trovato di fronte al silenzio dell' istituzione.

27 La Commissione replica che già da un raffronto molto superficiale dei quesiti posti

nella lettera 5 dicembre 1991 con le risposte date dalla ricorrente nella lettera 14 gennaio

1992 emerge come quest' ultima abbia praticamente ignorato la seconda e la terza

questione lasciando intendere, quanto alle altre, che la "questione argentina" non doveva

riguardare la Commissione, mentre la disponibilità a discutere di problemi generali non

verteva sui quesiti concreti posti alla ricorrente. Conseguentemente, la Commissione

sostiene di aver correttamente ritenuto che alla propria richiesta iniziale di informazioni

fosse stato opposto un rifiuto. A fronte di un siffatto diniego e in considerazione della

circostanza che l' art. 11 del regolamento n. 17 prevede unicamente un procedimento

articolato in due fasi, la Commissione è passata alla seconda fase, vale a dire a quella

della richiesta di informazioni per mezzo di decisione, in modo del tutto legittimo e

conformemente al principio di proporzionalità.

28 All' udienza la Commissione ha sottolineato la propria responsabilità nei confronti

dell' impresa TESN che aveva proposto una denuncia e che avrebbe potuto avviare un

procedimento per inadempimento. La ricorrente, dal canto suo, ha espressamente

riconosciuto che i due termini fissati dalla Commissione nella lettera 5 dicembre 1991 e

nell' art. 1 della decisione impugnata erano sufficienti per rispondere ai quesiti posti.

Giudizio del Tribunale

- 13 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

29 Si deve precisare, anzitutto, che il motivo dedotto dalla ricorrente non attiene alla

legittimità, sotto il profilo sostanziale, della richiesta di informazioni inviata alla

ricorrente medesima, atteso che quest' ultima non contesta il potere della Commissione di

porle i quattro quesiti di cui trattasi. La censura consiste semplicemente nell'

affermazione secondo cui la Commissione, emanando la decisione con cui minacciava l'

irrogazione di una sanzione invece di limitarsi a una corrispondenza informale con la

ricorrente stessa, avrebbe agito in modo prematuro ed eccessivo.

30 Per quanto attiene inoltre alla questione se la Commissione, emanando nella specie la

decisione impugnata, abbia correttamente applicato l' art. 11 del regolamento n. 17, si

deve ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, il detto articolo prevede, per l'

esercizio del potere attribuito alla Commissione di richiedere le informazioni che essa

reputi necessarie, una procedura in due fasi, di cui la seconda, comportante l' adozione da

parte della Commissione di una decisione che precisa le informazioni richieste, può

essere iniziata solo ove la prima fase, caratterizzata dall' invio di una richiesta di

informazioni, sia rimasta senza esito (v. sentenza 26 giugno 1980, causa 136/79, National

Panasonic/Commissione, Racc. pag. 2033, punto 10).

31 Per quanto attiene alla questione relativa ai motivi mediante i quali la Commissione

debba "avviare la prima fase" della procedura di inchiesta preliminare, si deve osservare

che la Corte ha affermato che il regolamento n. 17 ha dotato la Commissione di ampi

poteri di indagine e ha imposto ai singoli l' obbligo di collaborare attivamente alle

investigazioni, obbligo che implica che essi tengano a disposizione della Commissione

tutte le informazioni riguardanti l' oggetto dell' indagine (v. sentenza 18 ottobre 1989,

causa 374/87, Orkem/Commissione, Racc. pag. 3283, punti 22 e 27). Conseguentemente,

l' argomento della ricorrente, secondo cui la decisione impugnata sarebbe stata

giustificata solamente ove l' atteggiamento della ricorrente fosse risultato manifestamente

ostruzionistico con riguardo ai compiti della Commissione, dev' essere respinto. In

considerazione dell' obbligo di collaborazione attiva imposto ai singoli interessati nell'

ambito del procedimento di inchiesta preliminare, una reazione passiva può da sola

giustificare l' emanazione di una decisione formale ai sensi dell' art. 11, n. 5, del

regolamento n. 17.

32 Alla luce di tali considerazioni occorre quindi esaminare le risposte date dalla

ricorrente nella lettera 14 gennaio 1992 alla richiesta di informazioni del 5 dicembre

1991. In proposito il Tribunale rileva che, rispondendo al primo quesito, la ricorrente ha

affermato di non dover addurre una base giuridica per l' avvio di contatti epistolari con l'

associazione calcistica argentina e che, per quanto attiene alla risposta al secondo quesito,

essa ha affermato di non disporre delle informazioni richieste. Invece di rispondere al

terzo quesito, si è offerta di fornire chiarimenti generali a voce; la corrispondenza

intercorsa tra la ricorrente e l' associazione calcistica argentina, di cui era stata chiesta

copia nel quarto quesito, non è stata assolutamente prodotta dalla ricorrente. Il Tribunale

ritiene che tali risposte non possano considerarsi quale espressione di collaborazione

attiva da parte della ricorrente.

33 Inoltre, la ricorrente ha dichiarato di ritenere che "sinceramente, per quanto attiene alla

questione argentina, la Commissione non ha motivo di trarre preoccupazione dalla

corrispondenza intercorsa tra associazioni consorelle (...)" ["we honestly think that as to

the Argentinian matter, the Commission need not be troubled about an exchange of

correspondance between two fraternal associations (...)"]. Vista sotto il profilo

sostanziale, tale considerazione si estrinseca in un diniego cortese, ma esplicito, di

cooperare con la Commissione in materia. A fronte di tali circostanze specifiche, la

Commissione non era tenuta a proseguire una corrispondenza informale prolungata né ad

- 14 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

avviare colloqui con la ricorrente, che aveva fornito solamente parte delle informazioni

richieste. Legittimamente la Commissione poteva quindi passare alla seconda fase della

procedura di inchiesta preliminare, vale a dire a quella richiesta di informazioni per

mezzo di decisione, senza che tale passo possa essere considerato eccessivo.

34 Dall' insieme delle suesposte considerazioni emerge che la Commissione ha

correttamente applicato l' art. 11 del regolamento n. 17 e che il motivo relativo alla

violazione del principio di proporzionalità dev' essere, quindi, respinto.

Quanto al motivo relativo alla violazione del principio di sana amministrazione

Argomenti delle parti

35 La ricorrente, richiamandosi alle sentenze della Corte 19 ottobre 1983, causa 179/82,

Lucchini/Commissione (Racc. pag. 3083), e 8 novembre 1983, cause riunite 96/82-

102/82, 104/82, 105/82, 108/82 e 110/82, IAZ e a./Commissione (Racc. pag. 3369),

sostiene che essa non poteva prevedere che la lettera 14 gennaio 1992 non corrispondesse

alla richiesta della Commissione. A fronte della mancata reazione della Commissione,

che non ha nemmeno risposto alla lettera 11 marzo 1992, la decisione impugnata non

avrebbe dovuto essere emanata.

36 La Commissione contesta la pertinenza della giurisprudenza citata dalla ricorrente.

Giudizio del Tribunale

37 Dalle suesposte considerazioni emerge che la lettera della ricorrente 14 gennaio 1992

non conteneva tutte le informazioni che la Commissione reputava necessarie ai fini della

propria inchiesta. La ricorrente, affermando che la Commissione non dovesse "trarre

preoccupazione" in ordine alla corrispondenza richiesta, doveva attendersi che tale

risposta potesse essere considerata, dal punto di vista della Commissione, come

insufficiente. La semplice richiesta dell' 11 marzo 1992 di confermare la ricezione della

prima lettera del 14 gennaio precedente resta al riguardo irrilevante. Conseguentemente,

la ricorrente doveva attendersi l' emanazione di una decisione ai sensi dell' art. 11, n. 5,

del regolamento n. 17. Il principio di sana amministrazione non è stato quindi violato.

Quanto al motivo relativo alla violazione del principio di buona fede e dei diritti

fondamentali

38 La ricorrente ritiene che la Commissione, con la sua pretesa condotta arbitraria,

avrebbe violato l' obbligo di attenersi al principio di buona fede. Orbene, il Tribunale ha

già rilevato come la ricorrente non abbia attivamente cooperato con la Commissione nell'

ambito della prima fase del procedimento di inchiesta. Conseguentemente, la ricorrente

non può vantare una buona fede che la Commissione abbia potuto violare. Tali

considerazioni valgono anche con riguardo al motivo relativo alla violazione dei diritti

fondamentali, a sostegno del quale la ricorrente deduce che la Commissione, negandole la

ragionevole possibilità di rispondere alla richiesta di informazioni "semplice", non

avrebbe realmente consentito che la prima fase del procedimento preliminare di inchiesta

potesse andare a buon esito.

39 Questi motivi, che appaiono peraltro quale semplice ripetizione di quelli precedenti,

non possono trovare quindi accoglimento.

40 Conseguentemente, il ricorso dev' essere interamente respinto.

- 15 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Per questi motivi,

IL TRIBUNALE (Prima Sezione)

dichiara e statuisce:

Il ricorso è respinto.

- 16 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

2. Causa C-415/93,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CEE, dalla Cour d'appel di Liegi (Belgio) nelle cause dinanzi ad

essa pendenti tra

Union royale belge des sociétés de football association ASBL

e

Jean-Marc Bosman,

tra

Royal club liégeois SA

e

Jean-Marc Bosman, SA

d'économie mixte sportive de l'union sportive du littoral de Dunkerque,

Union royal belge des sociétés de football association ASBL,

Union des associations européennes de football (UEFA),

tra

Union des associations européennes de football (UEFA),

e

Jean-Marc Bosman,

domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 48, 85 e 86 del Trattato CEE,

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

Motivazione della sentenza

1 Con sentenza 1. Ottobre 1993, pervenuta in cancelleria il successivo 6 ottobre, la Cour

d'appel di Liegi ha sottoposto a questa Corte, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CEE,

talune questioni pregiudiziali vertenti sull'interpretazione degli artt. 48, 85 e 86 dello

stesso Trattato.

2 Le dette questioni sono state sollevate nell'ambito di varie controversie, delle quali la

prima fra l'Union royale belge des sociétés de football association ASBL (in prosieguo:

l'«URBSFA») e il signor Bosman, la seconda fra il Royal club liégeois SA (in prosieguo:

il «RCL») e il signor Bosman, la SA d'économie mixte sportive de l'union sportive du

littoral de Dunkerque (in prosieguo: la «società di Dunkerque»), l'URBSFA e l'Union des

- 17 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

associations européennes de football (UEFA) (in prosieguo: l'«UEFA»), e la terza fra

l'UEFA e il signor Bosman.

L'organizzazione del gioco del calcio

3 Lo sport di football association - generalmente noto come «giuoco del calcio» -,

professionistico o dilettantistico, viene praticato, nella forma organizzata, nell'ambito di

società che, in ciascuno degli Stati membri, sono consociate in associazioni nazionali,

dette anche federazioni. Solo nel Regno Unito esistono più federazioni nazionali, e

precisamente quattro, rispettivamente competenti per l'Inghilterra, il Galles, la Scozia e

l'Irlanda del Nord. L'URBSFA è la federazione nazionale belga. Dalle federazioni

nazionali dipendono altre associazioni secondarie o sussidiarie, incaricate

dell'organizzazione del gioco del calcio in taluni settori o in talune regioni. Le federazioni

organizzano campionati nazionali, ripartiti in più serie secondo il valore sportivo delle

società che vi partecipano.

4 Le federazioni nazionali aderiscono alla Fédération internationale de football

association (in prosieguo: la «FIFA»), associazione di diritto svizzero che organizza il

gioco del calcio a livello mondiale. La FIFA è suddivisa in confederazioni continentali, i

cui regolamenti sono soggetti alla sua approvazione. La confederazione competente per

l'Europa è l'UEFA, anch'essa associazione di diritto svizzero. Ne fanno parte circa

cinquanta federazioni, fra le quali, segnatamente, le federazioni nazionali degli Stati

membri che, conformemente allo statuto dell'UEFA, si sono impegnate a rispettare sia lo

statuto sia i regolamenti e le decisioni di quest'ultima.

5 Ogni partita di calcio organizzata sotto l'egida di una federazione nazionale dev'essere

giocata fra due società appartenenti alla detta federazione oppure da associazioni

secondarie o sussidiarie affiliate. La squadra schierata da ciascuna società è composta di

calciatori qualificati dalla federazione per tale società. Ogni calciatore professionista

dev'essere iscritto come tale alla propria federazione nazionale e figura come attuale o ex

dipendente di una specifica società.

La disciplina dei trasferimenti

6 Secondo il regolamento federale dell'URBSFA del 1983, vigente all'epoca dei fatti di

cui alle cause a quibus, si devono distinguere tre rapporti: l'affiliazione, che lega il

calciatore alla federazione nazionale, il tesseramento, che lega il calciatore ad una società,

e la qualificazione, che costituisce il necessario presupposto della partecipazione del

calciatore alle partite ufficiali. Il trasferimento è definito come il procedimento mediante

il quale il calciatore affiliato ottiene una variazione temporanea di tesseramento. In caso

di trasferimento temporaneo il calciatore resta tesserato presso la sua società, ma è

qualificato per un'altra società.

7 A norma dello stesso regolamento, tutti i contratti dei calciatori professionisti, la cui

durata varia da uno a cinque anni, scadono il 30 giugno. Prima della scadenza del

contratto, e non oltre il 26 aprile, la società deve proporre un nuovo contratto al

calciatore, il quale, in caso contrario, è considerato dilettante ai fini dei trasferimenti con

la conseguente applicazione di altre disposizioni del regolamento. Il calciatore è libero di

accettare o di respingere tale proposta.

8 Nel caso in cui la respinga, egli viene iscritto in un elenco di calciatori che possono

essere oggetto, fra il 1_ e il 31 maggio, di un cosiddetto trasferimento «imposto», il quale

non richiede il consenso della società cui il calciatore appartiene, ma comporta il

versamento a quest'ultima, da parte della nuova società, di una cosiddetta indennità «di

- 18 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

formazione», calcolata moltiplicando il reddito lordo annuo del calciatore per coefficienti

che variano da 14 a 2, secondo la sua età.

9 Il 1_ giugno ha inizio il periodo dei cosiddetti trasferimenti «liberi», che richiedono il

consenso delle due società e del calciatore, in specie per quanto riguarda l'ammontare

dell'indennità di trasferimento che la nuova società è tenuta a versare a quella di

provenienza, a pena di sanzioni che possono arrivare fino alla radiazione della prima per

debiti.

10 Se non ha luogo alcun trasferimento, la società della quale il calciatore fa parte deve

offrirgli un nuovo contratto per una stagione, che prevede le stesse condizioni stabilite dal

contratto proposto entro il 26 aprile. Se il calciatore lo respinge, la società ha il diritto di

adottare, entro il 1_ agosto, un provvedimento di sospensione, in mancanza del quale

l'interessato riacquista la qualifica di dilettante. Il calciatore che persiste nel rifiuto di

firmare i contratti proposti dalla società di appartenenza può ottenere un trasferimento

come dilettante, senza il consenso della società, dopo due stagioni di inattività.

11 I regolamenti dell'UEFA e della FIFA, dal canto loro, non si applicano direttamente

nei confronti dei calciatori, ma sono inclusi nei regolamenti delle federazioni nazionali, le

sole ad avere il potere di farli applicare e di disciplinare i rapporti fra le società e i

calciatori.

12 L'UEFA, l'URBSFA e il RCL hanno sostenuto dinanzi al giudice nazionale che le

norme che si applicavano all'epoca dei fatti di causa ai trasferimenti tra società di Stati

membri diversi o tra società facenti parte di federazioni nazionali diverse nell'ambito

dello stesso Stato membro erano contenute in un documento intitolato «principi di

collaborazione tra le federazioni aderenti all'UEFA e le loro società», approvato dal

comitato esecutivo dell'UEFA il 24 maggio 1990 e in vigore dal 1_ luglio 1990.

13 Tale documento prevede che, alla scadenza del contratto, il calciatore sia libero di

stipulare un nuovo contratto con la società di sua scelta. Quest'ultima deve informarne

immediatamente la società di provenienza, la quale, a sua volta, ne informa la federazione

nazionale, che è tenuta a redigere il certificato internazionale di trasferimento. Tuttavia, la

società di provenienza ha il diritto di ricevere dalla nuova società un'indennità di

promozione o di formazione, il cui importo, in caso di disaccordo, viene fissato da una

commissione costituita nell'ambito dell'UEFA, moltiplicando il reddito lordo del

calciatore nella stagione precedente per un coefficiente variabile da 12 a 1, secondo l'età

dell'interessato, e con un massimo di 5 000 000 SFR.

14 Lo stesso documento precisa che i rapporti economici fra le due società per quanto

riguarda la fissazione dell'indennità di promozione o di formazione non influiscono

sull'attività del calciatore, il quale è libero di giocare per la società da lui prescelta.

Tuttavia, se quest'ultima non versa immediatamente l'indennità alla società di

provenienza, la commissione di controllo e di disciplina dell'UEFA esamina il caso e

rende nota la sua decisione alla federazione nazionale interessata, che può a sua volta

infliggere sanzioni alla società inadempiente.

15 Il giudice di rinvio ritiene che nella fattispecie oggetto delle cause a quibus l'URBSFA

e il RCL non abbiano applicato il regolamento dell'UEFA, ma quello della FIFA.

16 All'epoca dei fatti quest'ultimo regolamento disponeva, in particolare, che un

calciatore professionista non poteva lasciare la federazione nazionale presso la quale era

tesserato fintantoché fosse vincolato dal suo contratto e dai regolamenti della sua società

e della federazione nazionale, per quanto rigidi questi potessero essere. Il trasferimento

internazionale era subordinato al rilascio, da parte della federazione nazionale di

provenienza, di un certificato di trasferimento con il quale essa riconosceva che tutti gli

obblighi di carattere finanziario, compresa un'eventuale somma per il trasferimento, erano

stati adempiuti.

- 19 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

17 Successivamente all'epoca suddetta l'UEFA ha intavolato trattative con la

Commissione delle Comunità europee. In particolare, nell'aprile 1991 essa si è impegnata

a far inserire nei contratti dei calciatori professionisti una clausola che consentisse a

costoro, alla scadenza del contratto, di stipulare un nuovo contratto con la società di loro

scelta e di giocare immediatamente per essa. Disposizioni in tal senso sono state inserite

nei «principi di collaborazione tra le federazioni aderenti all'UEFA e le loro società»,

adottati nel dicembre 1991 e in vigore dal 1_ luglio 1992.

18 Nell'aprile 1991 la FIFA ha anch'essa adottato un nuovo regolamento relativo allo

statuto e ai trasferimenti dei calciatori. Tale documento, come modificato nel dicembre

1991 e nel dicembre 1993, dispone che il calciatore può stipulare un contratto con una

nuova società se il contratto che lo vincola alla propria società è giunto a scadenza, è stato

risolto o scadrà entro sei mesi.

19 Norme particolari vigono poi per i calciatori «non dilettanti», definiti come i calciatori

che, per l'attività calcistica o per una qualsiasi attività inerente al calcio, hanno percepito

un'indennità superiore all'importo delle spese sostenute nell'esercizio di tale attività, a

meno che non abbiano riacquistato lo status di dilettante.

20 In caso di trasferimento di un calciatore non dilettante, o che diviene non dilettante

entro tre anni dal trasferimento, la società di provenienza ha diritto ad un'indennità di

promozione o di formazione, il cui ammontare dev'essere convenuto fra le due società

interessate. Nell'ipotesi di disaccordo la controversia dev'essere sottoposta alla FIFA o

alla confederazione competente.

21 Tali norme sono state integrate dal regolamento UEFA «relativo alla fissazione

dell'indennità di trasferimento», adottato nel giugno 1993 e in vigore dal 1_ agosto 1993,

il quale ha sostituito i «principi di collaborazione tra le federazioni aderenti all'UEFA e le

loro società» del 1991. Questo nuovo regolamento ribadisce il principio secondo cui i

rapporti economici fra le due società interessate non influiscono sull'attività sportiva del

calciatore, il quale è libero di giocare per la società con cui ha stipulato un nuovo

contratto. Esso dispone inoltre che, in caso di disaccordo fra le società interessate, spetta

alla competente commissione dell'UEFA determinare l'importo dell'indennità di

formazione o di promozione. Per i calciatori non dilettanti, il detto importo è calcolato in

base al reddito lordo ottenuto dall'interessato nei dodici mesi precedenti, o al reddito fisso

annuo garantito nel nuovo contratto, aumentato del 20% per i calciatori che hanno

giocato almeno due volte nella prima squadra nazionale rappresentativa del loro paese, e

moltiplicato per un coefficiente compreso fra 12 e 0 a seconda dell'età.

22 Dai documenti presentati alla Corte dall'UEFA risulta che taluni regolamenti in vigore

in altri Stati membri contengono anch'essi disposizioni che, in caso di trasferimento di un

calciatore fra due società della stessa federazione nazionale, obbligano la nuova società a

pagare alla società di provenienza, alle condizioni fra di esse convenute, un'indennità di

trasferimento, di formazione o di promozione.

23 In Francia l'indennità può essere richiesta solo se la società di provenienza è quella

con cui l'interessato ha stipulato il primo contratto da professionista; in Spagna solo se il

calciatore trasferito è di età inferiore a 25 anni; in Grecia, anche se la nuova società non è

espressamente tenuta a pagare un'indennità, il contratto fra la società e il calciatore può

subordinare il trasferimento di quest'ultimo al versamento di un determinato importo che,

secondo quanto dichiarato dall'UEFA, è in realtà per lo più posto a carico della nuova

società.

24 Le norme che si applicano in materia sono dettate, a seconda dei casi, dalle leggi

nazionali, dai regolamenti delle federazioni calcistiche nazionali oppure da contratti

collettivi.

- 20 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Le norme sulla cittadinanza

25 A partire dagli anni sessanta numerose federazioni calcistiche nazionali hanno adottato

norme che limitavano la possibilità di ingaggiare o di far partecipare alle competizioni

calciatori aventi cittadinanza straniera (in prosieguo: le «norme sulla cittadinanza»). Per

l'applicazione di tali norme la cittadinanza è definita con riferimento alla possibilità, per il

calciatore, di essere qualificato per giocare nella squadra nazionale o nella squadra

rappresentativa di un paese.

26 Nel 1978 l'UEFA si è impegnata nei confronti del signor Davignon, membro della

Commissione delle Comunità europee, da un lato, ad abolire le limitazioni del numero dei

contratti stipulati da ciascuna società con calciatori di altri Stati membri e, dall'altro, a

fissare a due il numero di tali giocatori che possono partecipare a ciascuna partita.

Quest'ultima limitazione non è applicabile ai calciatori stabiliti da oltre cinque anni nello

Stato membro interessato.

27 Nel 1991, a seguito di nuovi incontri con il signor Bangemann, vicepresidente della

Commissione, l'UEFA ha adottato la cosiddetta regola del «3+2», che prevede la

possibilità, per le federazioni nazionali, di limitare a tre il numero di calciatori stranieri

che una società può schierare in una partita di serie A del campionato nazionale, più due

calciatori che abbiano giocato nel paese in cui opera la federazione nazionale interessata

per un periodo ininterrotto di cinque anni, tre dei quali in squadre giovanili. Tale

limitazione vale anche per le partite giocate nell'ambito di tornei per squadre di club

organizzati dall'UEFA.

I fatti all'origine delle cause a quibus

28 Il signor Bosman, calciatore professionista di cittadinanza belga, è stato occupato, dal

1988, dal RCL, società belga di serie A, in base ad un contratto valido fino al 30 giugno

1990, che prevedeva una retribuzione mensile media di 120 000 BFR, premi compresi.

29 Il 21 aprile 1990 il RCL ha proposto al signor Bosman un nuovo contratto per la

durata di una stagione, in base al quale la sua retribuzione mensile era ridotta a 30 000

BFR, vale a dire al minimo previsto dal regolamento federale dell'URBSFA. Essendosi

rifiutato di firmare tale contratto, il signor Bosman è stato iscritto nell'elenco dei

calciatori cedibili. L'ammontare dell'indennità di formazione è stato fissato nel suo caso,

ai sensi del detto regolamento, a 11 743 000 BFR.

30 Poiché nessuna società aveva manifestato il proprio interesse ad un trasferimento

imposto, il signor Bosman si è messo in contatto con la società calcistica francese di

Dunkerque, di serie B, che lo ha poi assunto con una retribuzione mensile di circa 100

000 BFR ed un premio d'ingaggio pari a circa 900 000 BFR.

31 Il 27 luglio 1990 è stato del pari stipulato, fra il RCL e la società di Dunkerque, un

contratto che prevedeva il trasferimento temporaneo del signor Bosman per un anno,

contro il versamento, da parte della detta società al RCL, di un'indennità di 1 200 000

BFR, esigibile al momento in cui la Fédération française de football (in prosieguo: la

«FFF») avesse ricevuto il certificato di trasferimento rilasciato dall'URBSFA. Il contratto

accordava inoltre alla società di Dunkerque un'opzione irrevocabile per il trasferimento

definitivo del calciatore in cambio della somma di 4 800 000 BFR.

32 Entrambi i contratti, quello fra la società di Dunkerque e il RCL e quello fra la detta

società e il signor Bosman, erano tuttavia sottoposti ad una condizione sospensiva

secondo cui il certificato di trasferimento doveva essere inviato dall'URBSFA alla FFF

anteriormente alla prima partita della stagione, che doveva aver luogo il 2 agosto 1990.

- 21 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

33 Dubitando della solvibilità della società di Dunkerque, il RCL non ha chiesto

all'URBSFA di trasmettere il detto certificato alla FFF. Di conseguenza, i due contratti

sono rimasti inefficaci. Il 31 luglio 1990 il RCL ha inoltre sospeso il signor Bosman,

impedendogli così di giocare per l'intera stagione.

34 L'8 agosto 1990 il signor Bosman ha intentato dinanzi al Tribunal de première

instance di Liegi un'azione contro il RCL. Contestualmente egli ha proposto una

domanda di provvedimenti urgenti diretta, in primo luogo, a far ingiungere al RCL e

all'URBSFA di versargli una provvisionale di 100 000 BFR al mese fintantoché egli non

avesse trovato un nuovo ingaggio, in secondo luogo, a far inibire ai convenuti di

ostacolare le sue possibilità di ingaggio, segnatamente mediante la riscossione di una

somma di denaro, e, in terzo luogo, a far sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte

di giustizia.

35 Con ordinanza 9 novembre 1990, il giudice dell'urgenza ha ordinato al RCL e

all'URBSFA di versare al signor Bosman una provvisionale mensile di 30 000 BFR ed ha

ingiunto loro di non ostacolare un suo eventuale ingaggio. Esso ha inoltre sottoposto alla

Corte di giustizia una questione pregiudiziale (causa C-340/90) vertente

sull'interpretazione dell'art. 48 del Trattato con riguardo alla normativa che disciplina i

trasferimenti dei calciatori professionisti (in prosieguo: le «norme sui trasferimenti»).

36 Nel frattempo, il signor Bosman era stato ingaggiato nell'ottobre 1990 dalla società

francese di serie B di Saint-Quentin, subordinatamente alla condizione sospensiva del

successo della sua domanda di provvedimenti urgenti. Tale contratto è stato però risolto

alla fine della prima stagione. Nel febbraio 1992 il signor Bosman ha stipulato con la

società francese di Saint-Denis de la Réunion un nuovo contratto, che è stato anch'esso

risolto. Dopo altre ricerche in Belgio e in Francia, egli è stato infine ingaggiato

dall'Olympic di Charleroi, militante nella serie C belga.

37 Secondo il giudice a quo, una serie di presunzioni gravi e concordanti autorizzano a

ritenere che, malgrado lo status di «libertà» attribuitogli dai provvedimenti del giudice

dell'urgenza, il signor Bosman sia stato vittima di un boicottaggio da parte di tutte le

società europee che avrebbero potuto ingaggiarlo.

38 Il 28 maggio 1991 la Cour d'appel di Liegi ha riformato l'ordinanza recante

provvedimenti provvisori del Tribunal de première instance di Liegi nella parte in cui

sottoponeva una questione pregiudiziale alla Corte di giustizia. Essa ha confermato però

la condanna del RCL a pagare una provvisionale mensile al signor Bosman ed ha

ingiungo al RCL e all'URBSFA di mettere il signor Bosman a disposizione di qualsiasi

società che intendesse avvalersi delle sue prestazioni, senza esigere da questa

un'indennità. Con ordinanza 19 giugno 1991, la causa C-340/90 è stata cancellata dal

ruolo della Corte di giustizia.

39 Nell'ambito del giudizio di merito instaurato dinanzi al Tribunal de première instance

di Liegi, l'URBSFA, che, contrariamente a quanto era avvenuto in sede di procedimento

sommario, non era stata convenuta, è intervenuta volontariamente il 3 giugno 1991. Il 20

agosto 1991 il signor Bosman ha citato l'UEFA per farla intervenire nella causa da lui

intentata contro il RCL e l'URBSFA e per esperire direttamente nei suoi confronti

un'azione basata sulla sua responsabilità nella redazione dei regolamenti che gli

arrecavano pregiudizio. Il 5 dicembre 1991 il RCL ha chiamato in causa la società di

Dunkerque per essere garantito contro un'eventuale condanna nei suoi confronti. Il 15

ottobre 1991 e, rispettivamente, il 27 dicembre 1991, il sindacato francese di categoria

Union nationale des footballeurs professionnels (in prosieguo: l'«UNFP») e l'associazione

di diritto olandese Vereniging van contractspelers (in prosieguo: la «VVCS») sono

intervenuti volontariamente nella causa.

- 22 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

40 Con nuove conclusioni depositate il 9 aprile 1992, il signor Bosman ha modificato la

sua domanda originaria contro il RCL, ha esperito una separata azione preventiva nei

confronti dell'URBSFA ed ha sviluppato la domanda proposta contro l'UEFA.

Nell'ambito di tali procedimenti egli ha chiesto che le norme sui trasferimenti e le norme

sulla cittadinanza fossero dichiarate inapplicabili nei suoi confronti e che, a causa del loro

comportamento illecito in relazione al suo mancato trasferimento alla società di

Dunkerque, il RCL, l'URBSFA e l'UEFA fossero condannati a versargli, da un lato, la

somma di 11 368 350 BFR, come risarcimento del danno da lui subito dal 1_ agosto 1990

sino alla fine della sua carriera, e, dall'altro, la somma di 11 743 000 BFR, corrispondente

al lucro cessante subito dall'inizio della sua carriera a causa dell'applicazione delle norme

sui trasferimenti. Il signor Bosman ha chiesto inoltre che fosse sottoposta alla Corte di

giustizia una questione pregiudiziale.

41 Con sentenza 11 giugno 1992, il Tribunal de première instance di Liegi si è dichiarato

competente a conoscere del merito delle cause. Esso, inoltre, ha ritenuto ricevibili le

domande proposte dal signor Bosman contro il RCL, l'URBSFA e l'UEFA e dirette

segnatamente a far dichiarare inapplicabili le norme sui trasferimenti e le norme sulla

cittadinanza nonché a far sanzionare il comportamento delle tre organizzazioni. Per

contro, il detto Tribunale ha respinto la domanda proposta dal RCL nei confronti della

società di Dunkerque e volta a far ordinare l'intervento in garanzia della società, ritenendo

che non fosse stato provato che quest'ultima non avesse adempiuto correttamente le sue

obbligazioni. Infine, rilevando che l'esame delle pretese avanzate dal signor Bosman nei

confronti dell'UEFA e dell'URBSFA implicava un giudizio sulla compatibilità delle

norme sui trasferimenti con il Trattato, esso ha chiesto alla Corte di giustizia di

pronunciarsi sull'interpretazione degli artt. 48, 85 e 86 del Trattato (causa C-269/92).

42 A seguito dell'appello interposto contro tale provvedimento dall'URBSFA, dal RCL e

dall'UEFA, il procedimento dinanzi alla Corte di giustizia è stato sospeso. Con ordinanza

8 dicembre 1993, la causa C-269/92 è stata infine cancellata dal ruolo in conseguenza

della nuova sentenza della Cour d'appel di Liegi che ha dato origine al presente

procedimento.

43 L'UNFP e la VVCS non sono stati citati in appello e si sono astenuti dall'intervenire in

tale sede.

44 Nella sentenza di rinvio la Cour d'appel di Liegi ha confermato la sentenza impugnata

nella parte in cui dichiarava il Tribunal de première instance di Liegi competente e le

azioni ricevibili e in quanto rilevava che l'esame delle pretese avanzate dal signor

Bosman nei confronti dell'UEFA e dell'URBSFA implicava quello della legittimità delle

norme sui trasferimenti. La Cour d'appel ha considerato inoltre che l'esame della

legittimità delle norme sulla cittadinanza era necessario, poiché la domanda al riguardo

proposta dal signor Bosman era basata sull'art. 18 del Code judiciaire belga, il quale

consente le azioni esperite «allo scopo di prevenire la lesione di un diritto gravemente

minacciato». Ora, il signor Bosman avrebbe prodotto vari elementi obiettivi i quali

farebbero presumere che il danno da lui temuto, ossia che le norme sulla cittadinanza

ostacolino la sua carriera, si produrrà effettivamente.

45 Il giudice di rinvio ha considerato segnatamente che l'art. 48 del Trattato, al pari

dell'art. 30, può vietare non soltanto le discriminazioni, ma anche gli ostacoli non

discriminatori per la libera circolazione dei lavoratori, se non possono essere giustificati

da esigenze imperiose.

46 A proposito dell'art. 85 del Trattato, esso ha osservato che i regolamenti della FIFA,

dell'UEFA e dell'URBSFA potrebbero costituire decisioni di associazioni di imprese

mediante le quali le società calcistiche limitano la concorrenza che si fanno per acquisire

i calciatori. Anzitutto, le indennità di trasferimento avrebbero una funzione dissuasiva e

- 23 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

determinerebbero la riduzione delle retribuzioni dei calciatori professionisti. Inoltre, le

norme sulla cittadinanza vieterebbero di ottenere i servizi offerti da calciatori stranieri

oltre una determinata quota. Infine, il commercio fra Stati membri sarebbe pregiudicato,

in particolare dalla limitazione della mobilità dei calciatori.

47 La Cour d'appel prospetta poi l'esistenza di una posizione dominante detenuta

dall'URBSFA o di una posizione dominante collettiva a vantaggio delle società

calcistiche, ai sensi dell'art. 86 del Trattato, mentre le limitazioni della concorrenza

rilevate nell'ambito dell'art. 85 possono costituire abusi vietati dal detto art. 86.

48 La Cour d'appel ha respinto l'istanza dell'UEFA diretta a far chiedere alla Corte di

giustizia se la soluzione della questione sollevata a proposito dei trasferimenti sarebbe

diversa nel caso in cui un regolamento consentisse al calciatore di giocare liberamente per

la sua nuova società, anche se questa non ha versato l'indennità di trasferimento alla

società di provenienza. Essa ha in particolare osservato al riguardo che, a causa della

minaccia di rigorose sanzioni a carico delle società che non paghino la detta indennità, la

facoltà del calciatore di giocare per la nuova società resta subordinata ai rapporti

economici fra le società calcistiche.

49 In base a tali considerazioni, la Cour d'appel di Liegi ha deciso di sospendere il

procedimento e di chiedere alla Corte di giustizia di pronunciarsi, in via pregiudiziale,

sulle seguenti questioni:

«Se gli artt. 48, 85 e 86 del Trattato di Roma del 25 marzo 1957 vadano interpretati nel

senso che vietano:

- che una società calcistica possa pretendere di percepire il pagamento di una somma di

denaro allorché un giocatore già tesserato per la stessa società, dopo la scadenza del

contratto con essa stipulato, viene ingaggiato da una nuova società calcistica;

- che le associazioni o federazioni sportive, nazionali ed internazionali, possano includere

nei rispettivi regolamenti norme che limitano la partecipazione di giocatori stranieri,

cittadini dei paesi aderenti alla Comunità europea, alle competizioni che organizzano».

50 Il 3 giugno 1994 l'URBSFA ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza

della Cour d'appel, chiedendo che gli effetti della pronuncia fossero estesi al RCL,

all'UEFA e alla società di Dunkerque. Con lettera 6 ottobre 1994, il Procuratore generale

presso la Cour de cassation del Belgio ha comunicato alla Corte che nel caso di specie il

ricorso non ha effetto sospensivo.

51 Con sentenza 30 marzo 1995, la Cour de cassation ha respinto il ricorso dichiarando

che il rigetto privava di oggetto le domande relative all'estensione degli effetti della

sentenza. La Cour de cassation ha trasmesso copia della sua sentenza alla Corte di

giustizia.

Sulle domande di provvedimenti istruttori

52 Con lettera pervenuta alla cancelleria della Corte il 16 novembre 1995, l'UEFA ha

proposto un'istanza diretta a far disporre un mezzo istruttorio ai sensi dell'art. 60 del

regolamento di procedura allo scopo di acquisire informazioni integrative sul ruolo svolto

dalle indennità di trasferimento nel finanziamento delle società calcistiche di piccole o

medie dimensioni, sui sistemi di ripartizione degli introiti nell'ambito delle strutture

organizzative del gioco del calcio e sull'esistenza o sulla mancanza di sistemi alternativi

per l'ipotesi in cui il sistema delle indennità di trasferimento fosse abolito.

53 Dopo aver nuovamente sentito l'avvocato generale, la Corte ha ritenuto di dover

respingere tale istanza, proposta in un momento in cui, ai sensi dell'art. 59, n. 2, del

regolamento di procedura, la fase orale del procedimento era chiusa. In effetti, dalla

giurisprudenza della Corte (v. sentenza 16 giugno 1971, causa 77/70,

- 24 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Prelle/Commissione, Racc. pag. 561, punto 7) risulta che un'istanza del genere può essere

accolta soltanto se riguarda fatti che possono esercitare un'influenza decisiva e che

l'interessato non ha potuto far valere prima della chiusura della fase orale.

54 Nel caso presente basta rilevare che l'UEFA avrebbe potuto proporre la detta istanza

prima che la fase orale fosse dichiarata chiusa. Inoltre, la questione se lo scopo di

conservare l'equilibrio finanziario e sportivo, e specificamente di garantire il

finanziamento delle società di piccole dimensioni, possa essere conseguito con altri

mezzi, come la ridistribuzione di una parte degli introiti del gioco del calcio è stata

trattata, in particolare, dal signor Bosman nelle sue osservazioni scritte.

Sulla competenza della Corte a pronunciarsi sulle questioni pregiudiziali

55 L'URBSFA, l'UEFA, taluni dei governi che hanno presentato osservazioni e, nel corso

della fase scritta, la Commissione, hanno contestato, per motivi diversi, la competenza

della Corte a pronunciarsi su tutte o su parti delle questioni sollevate dal giudice a quo.

56 In primo luogo, l'UEFA e l'URBSFA hanno sostenuto che le cause a quibus

costituiscono un artificio procedurale diretto ad ottenere che la Corte si pronunci in via

pregiudiziale su questioni obiettivamente irrilevanti per la decisione delle controversie. A

loro dire, infatti, il regolamento dell'UEFA non è stato applicato in occasione del mancato

trasferimento del signor Bosman a Dunkerque e peraltro, se fosse stato applicato, il detto

trasferimento non sarebbe stato subordinato al versamento di un'indennità di

trasferimento e quindi avrebbe potuto aver luogo. Di conseguenza, l'interpretazione del

diritto comunitario chiesta dal giudice nazionale non avrebbe alcun rapporto con gli

aspetti concreti o con l'oggetto delle cause a quibus e, secondo una costante

giurisprudenza, la Corte non sarebbe competente a risolvere le questioni sottopostele.

57 In secondo luogo, l'URBSFA, l'UEFA, i governi danese, francese e italiano, così come

la Commissione nelle sue osservazioni scritte, hanno sostenuto che le questioni relative

alle norme sulla cittadinanza non sono pertinenti alle controversie, che riguardano

unicamente l'applicazione delle norme sui trasferimenti. Infatti, gli ostacoli che il signor

Bosman ritiene provocati, nello sviluppo della sua carriera, dalle norme sulla cittadinanza

sarebbero puramente ipotetici e non costituirebbero un valido motivo perché la Corte si

pronunci sull'interpretazione del Trattato sotto tale profilo.

58 In terzo luogo, l'URBSFA e l'UEFA hanno rilevato all'udienza che, secondo la

sentenza 30 maggio 1995 della Cour de cassation belga, la Cour d'appel di Liegi non ha

ritenuto ricevibili le domande con cui il signor Bosman ha chiesto la declaratoria

dell'inapplicabilità, nei suoi confronti, delle norme sulla cittadinanza contenute nel

regolamento dell'URBSFA. Le cause a quibus non verterebbero quindi sull'applicazione

delle dette norme e la Corte non dovrebbe risolvere le questioni sottopostele a tale

proposito. Il governo francese ha aderito a questa conclusione con riserva, però,

dell'accertamento della portata della sentenza della Cour de cassation.

59 Si deve rilevare a questo proposito che, nell'ambito della collaborazione tra la Corte e i

giudici nazionali istituita dall'art. 177 del Trattato, spetta esclusivamente al giudice

nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità

dell'emananda decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze di

ciascuna causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale per essere in grado di

pronunciare la propria sentenza sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte.

Di conseguenza, se le questioni sollevate dal giudice nazionale vertono

sull'interpretazione del diritto comunitario la Corte, in via di principio, è tenuta a statuire

(v., in particolare, sentenza 5 ottobre 1995, causa C-125/94, Aprile, Racc. pag. I-0000,

punti 16 e 17).

60 Nondimeno la Corte ha considerato che, per verificare la propria competenza, le

spettava esaminare le condizioni in cui era adita dal giudice nazionale. Infatti, lo spirito di

- 25 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

collaborazione che deve presiedere al funzionamento del rinvio pregiudiziale implica che,

dal canto suo, il giudice nazionale tenga conto della funzione attribuita alla Corte, che è

quella di contribuire all'amministrazione della giustizia negli Stati membri e non di

esprimere pareri consultivi su questioni generali o ipotetiche (v., in particolare, sentenza

16 luglio 1992, causa C-83/91, Meilicke, Racc. pag. I-4871, punto 25).

61 Proprio in considerazione di tale funzione la Corte ha ritenuto di non poter statuire su

una questione sollevata da un giudice nazionale qualora appaia in modo manifesto che

l'interpretazione o il giudizio sulla validità di una norma comunitaria chiesti da tale

giudice non hanno alcuna relazione con l'effettività o con l'oggetto della causa a qua (v.,

in particolare, sentenza 26 ottobre 1995, causa C-143/94, Furlanis costruzioni generali,

Racc. pag. I-0000, punto 12), oppure qualora il problema sia di natura ipotetica e la Corte

non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari per fornire una soluzione utile

alle questioni che le vengono sottoposte (v., in particolare, sentenza Meilicke, citata,

punto 32).

62 Nella fattispecie si deve osservare anzitutto che le cause a quibus, considerate nel loro

insieme, non hanno natura ipotetica e che il giudice nazionale ha esposto con precisione

alla Corte il loro ambito fattuale e normativo e le ragioni che l'hanno indotto a ritenere

necessaria, per poter emettere la propria sentenza, una pronuncia sulle questioni da esso

sollevate.

63 Inoltre, anche ammesso che, come sostengono l'URBSFA e l'UEFA, il regolamento di

quest'ultima non sia stato applicato in occasione del mancato trasferimento del signor

Bosman alla società di Dunkerque, resta sempre il fatto che ad esso si fa riferimento nelle

azioni preventive del signor Bosman contro l'URBSFA e l'UEFA (v. sopra, punto 40) e

che un'interpretazione della Corte circa la compatibilità con il diritto comunitario del

sistema di trasferimento istituito dal regolamento dell'UEFA potrebbe essere utile al

giudice a quo.

64 Per quanto riguarda in particolare le questioni relative alle norme sulla cittadinanza,

risulta che le domande al riguardo proposte nell'ambito delle cause a quibus sono state

giudicate ricevibili in base ad una norma processuale nazionale che consente di esperire

un'azione, anche a fini declaratori, per prevenire la lesione di un diritto gravemente

minacciato. Come emerge dalla sua sentenza, il giudice a quo ha ritenuto che

l'applicazione delle norme sulla cittadinanza potesse effettivamente ostacolare la carriera

del signor Bosman, riducendone le possibilità di essere ingaggiato da una società di un

altro Stato membro o di giocare per essa. Il detto giudice è giunto quindi alla conclusione

che le domande del signor Bosman dirette a far dichiarare inapplicabili nei suoi confronti

le norme sulla cittadinanza soddisfacevano i presupposti prescritti dalla norma

summenzionata.

65 Non compete alla Corte, nell'ambito del presente procedimento, sindacare tale

giudizio. Anche se le azioni esperite nel caso di specie hanno carattere declaratorio e,

mirando a prevenire la lesione di un diritto minacciato, devono necessariamente basarsi

su previsioni per loro natura incerte, esse sono nondimeno consentite dal diritto nazionale

come interpretato dal giudice a quo. Alla luce di tali considerazioni, le questioni sollevate

dal giudice nazionale risultano obiettivamente necessarie per la soluzione delle

controversie con cui esso è ritualmente adito.

66 Infine, dalla sentenza 30 marzo 1995 della Cour de cassation non risulta che le norme

sulla cittadinanza siano estranee alle cause a quibus. La Cour de cassation ha

semplicemente dichiarato che il ricorso proposto dall'URBSFA contro la sentenza del

giudice a quo si basava su un'errata interpretazione di quest'ultima. Nel ricorso per

cassazione l'URBSFA aveva in effetti sostenuto che il giudice suddetto aveva ritenuto

ricevibile una domanda del signor Bosman diretta a far dichiarare le norme sulla

- 26 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

cittadinanza contenute nei regolamenti della detta federazione inapplicabili nei suoi

confronti. Orbene, emerge dalla sentenza della Cour de cassation che, secondo la Cour

d'appel, la domanda del signor Bosman era diretta a prevenire ostacoli che sarebbero

potuti derivare per la sua carriera dall'applicazione non già delle norme sulla cittadinanza

contenute nel regolamento dell'URBSFA, che riguardavano calciatori di cittadinanza

diversa dalla belga, ma delle analoghe norme contenute nei regolamenti dell'UEFA e

delle altre federazioni nazionali aderenti a tale confederazione, che potevano riguardarlo

in quanto calciatore di cittadinanza belga.

67 Da quanto precede risulta che la Corte è competente a pronunciarsi sulle questioni

sottopostele dalla Cour d'appel di Liegi.

Sull'interpretazione dell'art. 48 del Trattato con riguardo alle norme sui trasferimenti

68 Con la prima delle sue questioni il giudice a quo chiede in sostanza se l'art. 48 del

Trattato osti all'applicazione delle norme, emanate da associazioni sportive, secondo le

quali un calciatore professionista cittadino di uno Stato membro, alla scadenza del

contratto che lo vincola a una società, può essere ingaggiato da una società calcistica di

un altro Stato membro solo se questa ha versato alla società di provenienza un'indennità

di trasferimento, di formazione o di promozione.

Sull'applicazione dell'art. 48 alle norme emanate da associazioni sportive

69 Su questo punto, occorre esaminare in limine taluni argomenti presentati relativamente

all'applicazione dell'art. 48 alle norme emanate da associazioni sportive.

70 L'URBSFA ha sostenuto che soltanto le maggiori società calcistiche europee possono

essere considerate imprese, mentre società come il RCL esercitano un'attività economica

trascurabile. Inoltre, la questione del giudice nazionale relativa alle norme sui

trasferimenti non riguarda i rapporti di lavoro fra i calciatori e le società, ma i rapporti

economici fra le società e le conseguenze della libertà di tesseramento presso una

federazione sportiva. Pertanto, l'art. 48 del Trattato non si applicherebbe in un caso come

quello di specie.

71 Dal canto suo, l'UEFA ha fatto valere in particolare che le autorità comunitarie hanno

sempre rispettato l'autonomia dell'attività sportiva, che è difficilissimo distinguere gli

aspetti economici del calcio da quelli sportivi e che una pronuncia della Corte sulla

situazione degli sportivi professionisti potrebbe rimettere in discussione l'intera

organizzazione del gioco del calcio. Di conseguenza, anche se l'art. 48 del Trattato

dovesse applicarsi ai calciatori professionisti, sarebbe necessario attenersi a criteri di

elasticità in considerazione della specificità di tale attività sportiva.

72 Il governo tedesco ha sottolineato anzitutto che nella maggior parte dei casi uno sport

come il calcio non ha indole di attività economica. Ha poi rilevato che lo sport in generale

presenta analogie con la cultura, ricordando che, ai sensi dell'art. 128, n. 1, del Trattato

CE, la Comunità deve rispettare la diversità nazionale e regionale delle culture degli Stati

membri. Infine, ha menzionato la libertà di associazione e l'autonomia di cui godono, in

base al diritto nazionale, le federazioni sportive per concludere che, secondo il principio

di sussidiarietà, considerato come principio generale, l'intervento delle autorità pubbliche

e, in particolare, della Comunità nella materia considerata dev'essere limitato allo stretto

necessario.

73 A proposito di tali argomenti si deve ricordare che, considerati gli obiettivi della

Comunità, l'attività sportiva è disciplinata dal diritto comunitario in quanto sia

configurabile come attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato (v. sentenza 12

dicembre 1974, causa 36/74, Walrave, Racc. pag. 1405, punto 4). E'questo il caso

dell'attività dei calciatori professionisti o semiprofessionisti che svolgono un lavoro

- 27 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

subordinato o effettuano prestazioni di servizi retribuite (v. sentenza 14 luglio 1976,

causa 13/76, Donà, Racc. pag. 1333, punto 12).

74 Si deve del pari osservare che, ai fini dell'applicazione delle norme comunitarie

relative alla libera circolazione dei lavoratori, non è comunque necessario che il datore di

lavoro abbia la qualità di imprenditore, giacché il solo elemento richiesto è l'esistenza di

un rapporto di lavoro o la volontà di instaurare tale rapporto.

75 L'applicazione dell'art. 48 del Trattato non è neppure esclusa dal fatto che le norme sui

trasferimenti disciplinino i rapporti economici fra società calcistiche, anziché i rapporti di

lavoro fra società e calciatori. Invero, la circostanza che le società datrici di lavoro siano

tenute a versare indennità quando ingaggiano calciatori provenienti da altre società

influisce sulla possibilità degli interessati di trovare un ingaggio, nonché sulle condizioni

alle quali l'ingaggio è offerto.

76 Per quanto riguarda la difficoltà di separare gli aspetti economici del calcio da quelli

sportivi, la Corte ha riconosciuto, nella citata sentenza Donà, punti 14 e 15, che le norme

comunitarie sulla libera circolazione delle persone e dei servizi non ostano a normative o

a prassi giustificate da motivi non economici, inerenti alla natura e al contesto specifici di

talune competizioni sportive. La Corte, però, ha sottolineato che tale restrizione delle

sfera d'applicazione delle dette norme deve restare entro i limiti del suo oggetto specifico.

Pertanto, essa non può essere invocata per escludere un'intera attività sportiva dalla sfera

d'applicazione del Trattato.

77 Quanto alle eventuali conseguenze di questa sentenza per l'organizzazione del gioco

del calcio nel suo complesso, va rilevato che, secondo una costante giurisprudenza,

benché le conseguenze pratiche di ogni pronuncia giurisdizionale debbano essere vagliate

accuratamente, ciò non può indurre a scalfire l'obiettività del diritto ed a compromettere

la sua applicazione a motivo delle ripercussioni che tale pronuncia può provocare. Tutt'al

più le dette ripercussioni potrebbero essere prese in considerazione per decidere

eventualmente, se necessario, di limitare l'efficacia di una sentenza nel tempo (v., in

particolare, sentenza 16 luglio 1992, causa C-163/90, Legros e a., Racc. pag. I-4625,

punto 30).

78 Nemmeno può essere accolto l'argomento relativo alle pretese analogie fra sport e

cultura, giacché la questione sollevata dal giudice nazionale verte non già sulle condizioni

dell'esercizio di competenze comunitarie di rilievo limitato, come quelle basate sull'art.

128, n. 1, ma sulla portata della libera circolazione dei lavoratori, garantita dall'art. 48,

che costituisce una libertà fondamentale nel sistema della Comunità (v., in particolare,

sentenza 31 marzo 1993, causa C-19/92, Kraus, Racc. pag. I-1663, punto 16).

79 Per quanto concerne gli argomenti relativi alla libertà di associazione, occorre

riconoscere che tale principio, sancito dall'art. 11 della Convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e scaturente dalle tradizioni

costituzionali comuni agli Stati membri, fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la

costante giurisprudenza della Corte, peraltro riaffermata dal preambolo dell'Atto unico

europeo e dall'art. F, n. 2, del Trattato sull'Unione europea, sono oggetto di tutela

nell'ordinamento giuridico comunitario.

80 Tuttavia, non si può ritenere che le norme emanate da associazioni sportive e

menzionate dal giudice nazionale siano necessarie per garantire alle dette associazioni,

alle società calcistiche o ai calciatori l'esercizio di tale libertà o ne costituiscano una

necessaria conseguenza.

81 Infine, il principio di sussidiarietà, come interpretato dal governo tedesco, ossia nel

senso che l'intervento delle autorità pubbliche, e segnatamente delle autorità comunitarie,

nella materia considerata dev'essere limitato allo stretto necessario, non può avere

- 28 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

l'effetto che l'autonomia di cui godono le associazioni private per adottare normative

sportive limiti l'esercizio dei diritti conferiti ai privati dal Trattato.

82 Respinte le obiezioni relative all'applicazione dell'art. 48 del Trattato ad attività

sportive come quelle dei calciatori professionisti, occorre ricordare che, come la Corte ha

dichiarato nella citata sentenza Walrave, punto 17, il detto articolo non disciplina soltanto

gli atti delle autorità pubbliche, ma si applica anche alle normative di altra natura dirette a

disciplinare collettivamente il lavoro subordinato.

83 La Corte, infatti, ha considerato che l'abolizione fra gli Stati membri degli ostacoli alla

libera circolazione delle persone sarebbe compromessa se l'eliminazione delle limitazioni

stabilite da norme statali potesse essere neutralizzata da ostacoli derivanti dall'esercizio

dell'autonomia giuridica di associazioni ed enti di natura non pubblicistica (v. la citata

sentenza Walrave, punto 18).

84 Inoltre, la Corte ha rilevato che nei vari Stati membri le condizioni di lavoro sono

disciplinate talvolta da norme di natura legislativa o regolamentare, talvolta da

convenzioni e altri atti di natura privatistica. Pertanto, se l'oggetto dell'art. 48 del Trattato

fosse limitato agli atti della pubblica autorità, potrebbero verificarsi disparità nella sua

applicazione (v. la citata sentenza Walrave, punto 19). Tale rischio è particolarmente

evidente in un caso come quello di specie poiché, come si è sottolineato nel punto 24 di

questa sentenza, le norme sui trasferimenti sono state emanate da enti diversi o secondo

tecniche differenti nei vari Stati membri.

85 L'UEFA obietta che questa interpretazione si risolve nel conferire all'art. 48 del

Trattato un valore più vincolante per i privati che per gli Stati membri, dato che solo

questi ultimi possono avvalersi di limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, di

pubblica sicurezza e di sanità pubblica.

86 Tale argomento poggia su una premessa errata. Nulla osta, infatti, a che le

giustificazioni attinenti all'ordine pubblico, alla pubblica sicurezza e alla sanità pubblica

siano invocate da privati. La natura pubblicistica o privatistica della normativa di cui

trattasi non incide affatto sulla portata o sul contenuto delle dette giustificazioni.

87 Si deve pertanto concludere che l'art. 48 del Trattato si applica a norme emanate da

associazioni sportive come l'URBSFA, la FIFA, o l'UEFA per stabilire le condizioni alle

quali gli sportivi professionisti esercitano un'attività retribuita.

Quanto al carattere puramente interno della situazione cui si riferisce il giudice nazionale

88 L'UEFA rileva che le cause pendenti dinanzi al giudice a quo si riferiscono ad una

situazione puramente interna allo Stato belga, che esula dalla sfera d'applicazione dell'art.

48 del Trattato. Esse riguarderebbero infatti un calciatore belga il cui trasferimento non

ha potuto aver luogo a causa del comportamento di una società belga e di un'associazione

belga.

89 Certo, risulta da una giurisprudenza costante (v., in particolare, sentenze 28 marzo

1979, causa 175/78, Saunders, Racc. pag. 1129, punto 11; 28 giugno 1984, causa 180/83,

Moser, Racc. pag. 2539, punto 15: 28 gennaio 1992, causa C-332/90, Steen, Racc. pag. I-

341, punto 9; e Kraus, citata, punto 15) che le disposizioni del Trattato in materia di

libera circolazione dei lavoratori, e segnatamente l'art. 48, non possono essere applicate a

situazioni puramente interne di uno Stato membro, ossia in mancanza di qualsiasi criterio

di collegamento ad una qualunque delle situazioni previste dal diritto comunitario.

90 Tuttavia, dagli accertamenti di fatto compiuti dal giudice a quo risulta che il signor

Bosman aveva stipulato un contratto di lavoro con una società di un altro Stato membro

per esercitare un'attività retribuita nel territorio di tale Stato. Come ha giustamente

osservato l'interessato, egli ha, ciò facendo, risposto ad un'offerta di lavoro effettiva ai

sensi dell'art. 48, n. 3, lett. a).

- 29 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

91 Poiché la situazione di cui alle cause a quibus non può qualificarsi puramente interna,

l'argomento prospettato dall'UEFA dev'essere respinto.

Sull'esistenza di un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori

92 Occorre quindi accertare se le norme sui trasferimenti costituiscano un ostacolo alla

libera circolazione dei lavoratori, vietato dall'art. 48 del Trattato.

93 Come la Corte ha affermato più volte, la libera circolazione dei lavoratori costituisce

uno dei principi fondamentali della Comunità e le norme del Trattato che garantiscono

tale libertà hanno effetto diretto sin dalla fine del periodo transitorio.

94 La Corte ha inoltre considerato che l'insieme delle norme del Trattato relative alla

libera circolazione delle persone mira a facilitare ai cittadini comunitari l'esercizio di

attività lavorative di qualsivoglia natura nel territorio della Comunità ed osta ai

provvedimenti che potrebbero sfavorirli qualora intendano svolgere un'attività economica

nel territorio di un altro Stato membro (v. sentenze 7 luglio 1988, causa 143/87, Stanton,

Racc. pag. 3877, punto 13, e 7 luglio 1992, causa C-370/90, Singh, Racc. pag. I-4265,

punto 16).

95 In tale contesto i cittadini degli Stati membri dispongono, in particolare, del diritto,

conferito loro direttamente dal Trattato, di lasciare il paese d'origine per entrare nel

territorio di un altro Stato membro ed ivi soggiornare al fine di esercitare un'attività

economica (v., in particolare, sentenze 5 febbraio 1991, causa C-363/89, Roux, Racc.

pag. I-273, punto 9, e Singh, citata, punto 17).

96 Le disposizioni che impediscano ad un cittadino di uno Stato membro di lasciare il

paese d'origine per esercitare il suo diritto di libera circolazione, o che lo dissuadano dal

farlo, costituiscono quindi ostacoli frapposti a tale libertà anche se si applicano

indipendentemente dalla cittadinanza dei lavoratori interessati (v., anche sentenza 7

marzo 1991, causa C-10/90, Masgio, Racc. pag. I-1119, punti 18 e 19).

97 D'altro canto, la Corte ha rilevato, nella sentenza 27 settembre 1988, causa 81/87,

Daily Mail and General Trust (Racc. pag. 5483, punto 16), che, sebbene le norme del

Trattato relative alla libertà di stabilimento mirino in particolare a garantire il beneficio

del trattamento nazionale nello Stato membro ospitante, esse ostano parimenti a che lo

Stato d'origine ostacoli lo stabilimento in un altro Stato membro di un suo cittadino o di

una società costituita secondo la sua normativa e corrispondente, peraltro, alla definizione

dettata dall'art. 58. I diritti garantiti dall'art. 52 e seguenti del Trattato sarebbero vanificati

se lo Stato d'origine potesse vietare alle imprese di lasciare il suo territorio per stabilirsi

in un altro Stato membro. Le stesse considerazioni valgono, sotto il profilo dell'art. 48 del

Trattato, per le norme che ostacolano la libera circolazione dei cittadini di uno Stato

membro che intendano svolgere un'attività lavorativa subordinata in un altro Stato

membro

98 Ora, è vero che le norme sui trasferimenti contestate nelle cause a quibus si applicano

anche ai trasferimenti di calciatori fra società appartenenti a federazioni nazionali diverse

nell'ambito dello stesso Stato membro e che norme analoghe disciplinano i trasferimenti

fra società appartenenti alla stessa federazione nazionale.

99 Tuttavia, come hanno fatto notare il signor Bosman, il governo danese e l'avvocato

generale nei paragrafi 209 e 210 delle sue conclusioni, tali norme sono idonee a limitare

la libera circolazione dei calciatori che vogliono svolgere la loro attività in un altro Stato

membro poiché impediscono loro di lasciare le società cui appartengono, o li dissuadono

dal farlo, anche dopo la scadenza dei contratti di lavoro che li legano ad esse.

100 In effetti, prevedendo, come fanno, che un calciatore professionista può esercitare la

sua attività in una nuova società stabilita in un altro Stato membro solo se quest'ultima ha

- 30 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

versato alla società di provenienza l'indennità di trasferimento il cui importo è stato

convenuto fra di esse o determinato ai sensi dei regolamenti delle federazioni sportive, le

dette norme costituiscono un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori.

101 Come ha rilevato correttamente il giudice nazionale, tale conclusione non è inficiata

dal fatto che norme sui trasferimenti emanate dall'UEFA nel 1990 hanno disposto che i

rapporti economici fra le due società non influiscono sull'attività del calciatore, il quale

può giocare liberamente per la sua nuova società. Quest'ultima, infatti, resta tenuta a

versare l'indennità di cui trattasi, a pena di sanzioni che possono giungere fino alla sua

radiazione per debiti; e ciò le impedisce con altrettanta efficacia di ingaggiare un

calciatore proveniente da una società di un altro Stato membro senza prima pagare la

detta indennità.

102 La conclusione dianzi esposta non è infirmata nemmeno dalla giurisprudenza della

Corte, invocata dall'URBSFA e dall'UEFA, la quale esclude che l'art. 30 del Trattato si

applichi a provvedimenti che limitano o vietano talune modalità di vendita, purché essi

valgano per tutti gli operatori interessati che esercitano la loro attività nel territorio

nazionale e incidano in uguale misura, in diritto come in fatto, sullo smercio dei prodotti

nazionali e dei prodotti provenienti da altri Stati membri (v. sentenza 24 novembre 1993,

cause riunite C-267/91 e C-268/91, Keck e Mithouard, Racc. pag. I-6097, punto 16).

103 Basta rilevare, invero, che, sebbene le norme di cui si discute nelle cause a quibus si

applichino anche ai trasferimenti fra società facenti parte di federazioni nazionali diverse

nell'ambito dello stesso Stato membro e siano analoghe a quelle che disciplinano i

trasferimenti fra società aderenti alla stessa federazione nazionale, resta pur sempre il

fatto che esse condizionano direttamente l'accesso dei calciatori al mercato del lavoro

negli altri Stati membri e in tal modo sono idonee ad ostacolare la libera circolazione dei

lavoratori. Esse non possono quindi venire assimilate alle normative riguardanti le

modalità di vendita delle merci che la sentenza Keck e Mithouard ha ritenuto esulare

dalla sfera d'applicazione dell'art. 30 del Trattato (v. anche, in materia di libera

prestazione di servizi, sentenza 10 maggio 1995, causa C-384/93, Alpine Investments,

Racc. pag. I-1141, punti 36-38).

104 Di conseguenza, le norme sui trasferimenti costituiscono ostacoli alla libera

circolazione dei lavoratori vietati, in linea di principio, dall'art. 48 del Trattato. Ad una

diversa conclusione si potrebbe giungere solo se le dette norme perseguissero uno scopo

legittimo compatibile con il Trattato e fossero giustificate da imperiosi motivi d'interesse

pubblico. Anche in tale ipotesi, però, la loro applicazione dovrebbe essere idonea a

garantire il conseguimento dello scopo perseguito e non dovrebbe eccedere quanto

necessario per farlo (v., in particolare, sentenza Kraus, citata, punto 32, e sentenza 30

novembre 1995, causa C-55/94, Gebhard, Racc. pag. I-0000, punto 37).

Sull'esistenza di giustificazioni

105 L'URBSFA, l'UEFA e i governi francese e italiano hanno anzitutto sostenuto che le

norme sui trasferimenti sono giustificate dall'intento di conservare l'equilibrio finanziario

e sportivo fra le società e di sostenere la ricerca di calciatori di talento e la formazione dei

giovani calciatori.

106 Considerata la notevole importanza sociale dell'attività sportiva e, specialmente, del

gioco del calcio nella Comunità, si deve riconoscere la legittimità degli scopi consistenti

nel garantire la conservazione di un equilibrio fra le società, preservando una certa parità

di possibilità e l'incertezza dei risultati, e nell'incentivare l'ingaggio e la formazione dei

giovani calciatori.

- 31 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

107 Per quanto riguarda il primo di questi scopi, il signor Bosman ha giustamente rilevato

che l'applicazione delle norme sui trasferimenti non costituisce un mezzo adeguato per

garantire la conservazione dell'equilibrio finanziario e sportivo nel mondo del calcio. Tali

norme non impediscono alle società economicamente più forti di procurarsi i servigi dei

migliori calciatori né impediscono che i mezzi finanziari disponibili costituiscano un

elemento decisivo nella competizione sportiva e che l'equilibrio fra le società ne risulti

notevolmente alterato.

108 Quanto al secondo scopo, si deve ammettere che la prospettiva di percepire indennità

di trasferimento, di promozione o di formazione è effettivamente idonea ad incoraggiare

le società a cercare calciatori di talento e ad assicurare la formazione dei giovani

calciatori.

109 Tuttavia, essendo impossibile prevedere con certezza l'avvenire sportivo dei giovani

calciatori e poiché solo pochi di essi si dedicano all'attività professionistica, le dette

indennità si caratterizzano per incertezza e aleatorietà e, comunque, non hanno alcun

rapporto con le spese effettivamente sostenute dalle società per formare sia i futuri

calciatori professionisti sia i giovani che non diventeranno mai tali. Ciò considerato, la

prospettiva di ricevere indennità del genere non può svolgere un ruolo determinante

nell'incentivare l'ingaggio e la formazione dei giovani calciatori né costituire un mezzo

idoneo per finanziare tali attività, soprattutto nel caso delle società calcistiche di piccole

dimensioni.

110 Peraltro, come ha rilevato l'avvocato generale nei paragrafi 226 e seguenti delle sue

conclusioni, gli stessi scopi possono essere conseguiti in modo almeno altrettanto efficace

con altri mezzi che non intralcino la libera circolazione dei lavoratori.

111 Inoltre è stato sostenuto che le norme sui trasferimenti sono necessarie a

salvaguardare l'organizzazione mondiale del gioco del calcio.

112 A questo proposito si deve rilevare che il presente procedimento verte

sull'applicazione delle norme in esame all'interno della Comunità e non riguarda i

rapporti tra le federazioni nazionali degli Stati membri e quelle dei paesi terzi. D'altra

parte, l'applicazione di norme diverse ai trasferimenti fra società facenti parte delle

federazioni nazionali della Comunità e ai trasferimenti fra tali società e quelle aderenti

alle federazioni nazionali dei paesi terzi non può creare difficoltà particolari. Infatti, come

emerge dai precedenti punti 22 e 23, le norme che a tutt'oggi disciplinano i trasferimenti

nell'ambito delle federazioni nazionali di alcuni Stati membri differiscono da quelle che si

applicano a livello internazionale.

113 Infine, l'argomento secondo cui le dette norme sono necessarie per compensare le

spese che le società hanno dovuto sostenere per pagare indennità al momento

dell'ingaggio dei loro calciatori non può essere accolto, giacché tende a giustificare la

conservazione di ostacoli alla libera circolazione dei lavoratori con il semplice fatto che

tali ostacoli possono essere esistiti in passato.

114 Di conseguenza, la prima questione dev'essere risolta nel senso che l'art. 48 del

Trattato osta all'applicazione di norme emanate da associazioni sportive secondo le quali

un calciatore professionista cittadino di uno Stato membro, alla scadenza del contratto

che lo vincola ad una società, può essere ingaggiato da una società di un altro Stato

membro solo se questa ha versato alla società di provenienza un'indennità di

trasferimento, di formazione o di promozione.

Sull'interpretazione dell'art. 48 del Trattato con riguardo alle norme sulla cittadinanza

115 Con la seconda questione il giudice nazionale chiede in sostanza se l'art. 48 del

Trattato osti all'applicazione di norme emanate da associazioni sportive secondo le quali,

nelle partite delle competizioni che esse organizzano, le società calcistiche possono

- 32 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

schierare solo un numero limitato di calciatori professionisti cittadini di altri Stati

membri.

Sull'esistenza di un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori

116 Come la Corte ha rilevato sopra, nel punto 87, l'art. 48 del Trattato si applica a norme

emanate da associazioni sportive che determinano le condizioni alle quali gli sportivi

professionisti esercitano un'attività retribuita. Pertanto, occorre accertare se le norme sulla

cittadinanza costituiscano un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori, vietata

dall'art. 48.

117 L'art. 48, n. 2, dispone espressamente che la libera circolazione dei lavoratori implica

l'abolizione di qualsiasi discriminazione basata sulla cittadinanza fra i lavoratori degli

Stati membri per quanto riguarda l'occupazione, la retribuzione e le condizioni di lavoro.

118 La citata disposizione è stata attuata, in particolare, dall'art. 4 del regolamento del

Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori

all'interno della Comunità (GU L 257, pag. 2), ai sensi del quale le disposizioni

legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri che limitano, per impresa,

per ramo di attività, per regioni o su scala nazionale, il numero o la percentuale degli

stranieri occupati non sono applicabili ai cittadini degli altri Stati membri.

119 Lo stesso principio osta a che le norme dei regolamenti delle associazioni sportive

limitino il diritto dei cittadini di altri Stati membri di partecipare, come professionisti, ad

incontri di calcio (v. sentenza Donà, citata, punto 19).

120 A questo proposito, il fatto che tali norme non riguardino l'ingaggio dei detti

calciatori, che non è limitato, ma la possibilità, per le società cui appartengono, di farli

scendere in campo nelle partite ufficiali è irrilevante. Poiché la partecipazione a tali

incontri costituisce l'oggetto essenziale dell'attività di un calciatore professionista, è

evidente che una norma che limiti detta partecipazione incide anche sulle possibilità

d'ingaggio del calciatore interessato.

Sull'esistenza di giustificazioni

121 Essendo stata accertata l'esistenza di un ostacolo, occorre verificare se esso possa

essere giustificato con riguardo all'art. 48 del Trattato.

122 L'URBSFA, l'UEFA e i governi tedesco, francese e italiano osservano che le norme

sulla cittadinanza sono giustificate da motivi non economici, attinenti unicamente allo

sport in sé e per sé.

123 Infatti, esse servirebbero, in primo luogo, a preservare il legame tradizionale fra ogni

società calcistica e il proprio paese, che è molto importante per consentire al pubblico di

identificarsi con la squadra preferita e per far sì che le società che partecipano a gare

internazionali rappresentino effettivamente il proprio paese.

124 In secondo luogo, le dette norme sarebbero necessarie per costituire un'adeguata

riserva di calciatori nazionali che consenta alle squadre nazionali di mettere in campo

calciatori di alto livello in tutti i ruoli.

125 In terzo luogo esse contribuirebbero a conservare l'equilibrio sportivo fra le società

impedendo a quelle economicamente più forti di ingaggiare i migliori calciatori.

126 Infine, l'UEFA sottolinea che la regola del «3+2» è stata elaborata di concerto con la

Commissione e dev'essere riesaminata regolarmente in funzione dell'evoluzione della

politica comunitaria.

127 Va sottolineato al riguardo che nella citata sentenza Donà, punti 14 e 15, la Corte ha

riconosciuto che le norme del Trattato in materia di libera circolazione delle persone non

- 33 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

ostano a normative o prassi che escludano i calciatori stranieri da determinati incontri per

motivi non economici, attinenti al carattere e all'ambito specifici di tali partite e che

quindi hanno natura prettamente sportiva, come, ad esempio, nel caso di incontri fra le

rappresentative di paesi diversi. La Corte ha sottolineato, però, che tale restrizione della

sfera d'applicazione delle norme di cui trattasi deve restare entro i limiti del suo oggetto

specifico.

128 Nella fattispecie le norme sulla cittadinanza non riguardano incontri specifici fra

rappresentative nazionali, ma si applicano a tutti gli incontri ufficiali tra società

calcistiche e, quindi, alla parte essenziale dell'attività esercitata dai calciatori

professionisti.

129 Alla luce di quanto precede le norme sulla cittadinanza non possono essere

considerate conformi all'art. 48 del Trattato. Questa norma sarebbe altrimenti privata del

suo effetto utile e il diritto fondamentale di accedere liberamente a un'occupazione, che

essa conferisce individualmente ad ogni lavoratore della Comunità (v., sentenza 15

ottobre 1987, causa 222/86, Heylens, Racc. pag. 4097, punto 14), sarebbe vanificato.

130 Nessuno degli argomenti fatti valere dalle associazioni sportive e dai governi che

hanno presentato osservazioni può inficiare tale conclusione.

131 In primo luogo si deve rilevare che il legame fra una società calcistica e lo Stato

membro nel quale essa è stabilita non può considerarsi inerente all'attività sportiva, in

ogni caso non più del legame che unisce tale società al suo quartiere, alla sua città o alla

sua regione, oppure, come nel caso del Regno Unito, al territorio di competenza di

ciascuna delle quattro federazioni. Nei campionati nazionali, infatti, si affrontano società

di regioni, di città o di quartieri diversi, ma nessuna norma limita, relativamente a tali

partite, il diritto delle società di schierare in campo calciatori provenienti da altre regioni,

da altre città o da altri quartieri.

132 Inoltre, la partecipazione alle gare internazionali è riservata alle società che hanno

ottenuto determinati risultati sportivi nel loro rispettivo paese, senza che la cittadinanza

dei loro calciatori rivesta un ruolo particolare.

133 In secondo luogo, va osservato che, anche se le squadre nazionali devono essere

composte di calciatori cittadini del paese interessato, questi non devono essere

necessariamente qualificati per le società di tale paese. Peraltro, ai sensi dei regolamenti

delle associazioni sportive, le società che hanno alle loro dipendenze calciatori stranieri

sono tenute a permettere loro di partecipare a determinati incontri nelle file della

nazionale del loro paese.

134 Inoltre, se è vero che la libera circolazione dei lavoratori, rendendo accessibile il

mercato del lavoro di uno Stato membro ai cittadini degli altri Stati membri, ha l'effetto di

ridurre le possibilità dei lavoratori nazionali di trovare un'occupazione nel territorio dello

Stato cui appartengono, è anche vero che essa offre loro in cambio nuove prospettive di

occupazione negli altri Stati membri. Manifestamente, tali considerazioni valgono anche

per i calciatori professionisti.

135 In terzo luogo, per quanto riguarda l'equilibrio sportivo, occorre rilevare che le norme

sulla cittadinanza, che impedirebbero alle squadre più facoltose di ingaggiare i migliori

calciatori stranieri, non sono idonee a conseguire questo scopo giacché nessuna norma

limita la loro facoltà di ingaggiare i migliori calciatori nazionali, che compromette in

misura non diversa il detto equilibrio.

136 Infine, per quanto riguarda l'argomento relativo al fatto che la Commissione ha

partecipato all'elaborazione della regola del «3+2», si deve ricordare che, al di fuori dei

casi in cui tali competenze le sono espressamente attribuite, la Commissione non ha il

potere di dare garanzie quanto alla compatibilità di un determinato comportamento con il

Trattato (v., anche, sentenza 27 maggio 1981, cause riunite 142/80 e 143/80, Essevi e

- 34 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Salengo, Racc. pag. 1413, punto 16). Essa, in ogni caso, non dispone del potere di

autorizzare comportamenti contrari al Trattato.

137 Da quanto precede risulta che l'art. 48 del Trattato osta all'applicazione di norme

emanate da associazioni sportive, secondo le quali, nelle partite delle competizioni che

esse organizzano, le società calcistiche possono schierare solo un numero limitato di

calciatori professionisti cittadini di altri Stati membri.

Sull'interpretazione degli artt. 85 e 86 del Trattato

138 Poiché i due tipi di norme menzionate nelle questioni pregiudiziali sono in contrasto

con l'art. 48, non occorre pronunciarsi sull'interpretazione degli artt. 85 e 86 del Trattato.

Sugli effetti di questa sentenza nel tempo

139 Nelle loro osservazioni scritte e orali l'UEFA e l'URBSFA hanno attirato l'attenzione

della Corte sulle gravi conseguenze che dalla sua sentenza potrebbero risultare per

l'organizzazione del gioco del calcio nel suo complesso, qualora essa giudicasse

incompatibili con il Trattato le norme sui trasferimenti e le norme sulla cittadinanza.

140 Dal canto suo, il signor Bosman, pur osservando che una soluzione in tal senso non è

ineluttabile, ha rilevato che la Corte potrebbe limitare nel tempo gli effetti della sua

sentenza per quanto riguarda le norme sui trasferimenti.

141 Secondo una giurisprudenza costante, l'interpretazione che la Corte dà di una norma

di diritto comunitario nell'esercizio della competenza attribuitale dall'art. 177 del Trattato

chiarisce e precisa, se necessario, il significato e la portata della norma stessa, come deve

o avrebbe dovuto essere intesa e applicata dal momento della sua entrata in vigore. Ne

deriva che la norma così interpretata può e deve essere applicata dal giudice anche a

rapporti giuridici sorti e costituiti prima della sentenza che statuisce sulla domanda

d'interpretazione, purché sussistano i presupposti per sottoporre al giudice competente

una lite relativa all'applicazione della detta norma (v., in particolare, sentenza 2 febbraio

1988, causa 24/86, Blaizot, Racc. pag. 379, punto 27).

142 Solo in via eccezionale la Corte, applicando il principio generale della certezza del

diritto inerente all'ordinamento giuridico comunitario, può essere indotta a limitare la

possibilità di qualunque interessato di far valere una norma, da essa interpretata, allo

scopo di rimettere in discussione rapporti giuridici costituiti in buona fede. Tale

limitazione può essere ammessa soltanto dalla Corte nella stessa sentenza che statuisce

sull'interpretazione richiesta (v., in particolare, sentenze Blaizot, citata, punto 28, e

Legros e a., citata, punto 30).

143 Nel caso di specie i peculiari aspetti delle norme emanate dalle associazioni sportive

per quanto riguarda i trasferimenti di calciatori fra società di Stati membri diversi, come

pure il fatto che le stesse norme, o norme analoghe, si applicavano sia ai trasferimenti fra

società aderenti alla stessa federazione nazionale sia ai trasferimenti fra società facenti

parte di federazioni nazionali diverse nell'ambito dello stesso Stato membro, possono

aver creato uno stato d'incertezza quanto alla compatibilità delle dette norme con il diritto

comunitario.

144 Pertanto, considerazioni imperative di certezza del diritto ostano a che situazioni

giuridiche che hanno esaurito i loro effetti nel passato siano rimesse in discussione.

Occorre prevedere, tuttavia, un'eccezione a favore delle persone che abbiano preso

tempestivamente iniziative per salvaguardare i loro diritti. Infine, si deve precisare che la

limitazione degli effetti della detta interpretazione può essere ammessa solo per le

indennità di trasferimento, di formazione o di promozione che, alla data di questa

sentenza, siano state già pagate o siano ancora dovute in adempimento di un'obbligazione

sorta prima di tale data.

- 35 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

145 Di conseguenza, si deve statuire nel senso che l'effetto diretto dell'art. 48 del Trattato

non può essere fatto valere a sostegno di rivendicazioni relative a indennità di

trasferimento, di formazione o di promozione che, alla data di questa sentenza, siano state

già pagate o siano ancora dovute in adempimento di un'obbligazione sorta prima di tale

data, fatta eccezione per coloro che, prima della stessa data, abbiano intentato azioni

giudiziarie o esperito rimedi equivalenti ai sensi del diritto nazionale vigente in materia.

146 Per quanto riguarda invece le norme sulla cittadinanza, la limitazione temporale degli

effetti di questa sentenza non può essere ammessa. Infatti, alla luce delle citate sentenze

Walrave e Donà, nessuno poteva ragionevolmente ritenere che le discriminazioni

derivanti da tali norme fossero compatibili con l'art. 48 del Trattato.

Per questi motivi,

LA CORTE,

pronunciandosi sulle questioni sottopostele dalla Cour d'appel di Liegi con sentenza

1. Ottobre 1993, dichiara:

1) L'art. 48 del Trattato CEE osta all'applicazione di norme emanate da associazioni

sportive secondo le quali un calciatore professionista cittadino di uno Stato membro, alla

scadenza del contratto che lo vincola ad una società, può essere ingaggiato da una società

di un altro Stato membro solo se questa ha versato alla società di provenienza

un'indennità di trasferimento, di formazione o di promozione.

2) L'art. 48 del Trattato CEE osta all'applicazione di norme emanate da associazioni

sportive secondo le quali, nelle partite delle competizioni che esse organizzano, le società

calcistiche possono schierare solo un numero limitato di calciatori professionisti cittadini

di altri Stati membri.

3) L'effetto diretto dell'art. 48 del Trattato CEE non può essere fatto valere a sostegno di

rivendicazioni relative a indennità di trasferimento, di formazione o di promozione che,

alla data di questa sentenza, siano state già pagate o siano ancora dovute in adempimento

di un'obbligazione sorta prima di tale data, fatta eccezione per coloro che, prima della

stessa data, abbiano intentato azioni giudiziarie o esperito rimedi equivalenti ai sensi del

diritto nazionale vigente in materia.

- 36 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

3. Procedimento C-124/96,

Commissione delle Comunità europee,

ricorrente,

contro

Regno di Spagna, convenuto,

sostenuto da

Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord,

interveniente,

avente ad oggetto un ricorso diretto a far dichiarare che, stabilendo che l'esenzione

dall'IVA a favore delle prestazioni strettamente connesse con la pratica dello sport o

dell'educazione fisica si applica solo agli stabilimenti privati le cui quote d'ingresso o i

cui canoni periodici non superino un certo importo, il Regno di Spagna ha violato l'art.

13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE

in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte

sulla cifra di affari — Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile

uniforme (GU L 145, pag. 1),

LA CORTE (Sesta Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con atto introduttivo depositato in cancelleria il 17 aprile 1996 la Commissione delle

Comunità europee ha proposto, ai sensi dell'art. 169 del Trattato CE, un ricorso diretto a

far dichiarare che, stabilendo che l'esenzione dall'imposta sul valore aggiunto (in

prosieguo: l'«IVA») a favore delle prestazioni strettamente connesse con la pratica dello

sport o dell'educazione fisica si applica solo agli stabilimenti privati le cui quote

d'ingresso o i cui canoni periodici non superino un certo importo, il Regno di Spagna ha

violato l'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977,

77/388/CEE in materia di

armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di

affari — Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme (GU

L 145, pag. 1; in prosieguo: la «sesta direttiva»).

La sesta direttiva

2. L'art. 13, sub A, della sesta direttiva dispone che talune attività di interesse pubblico

sono esenti da IVA. Più precisamente, nella parte A, intitolata «Esenzioni a favore di

alcune attività di interesse pubblico», l'art. 13 della sesta direttiva prevede che:

- 37 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

«1. Fatte salve le altre disposizioni comunitarie, gli Stati membri esonerano, alle

condizioni da essi stabilite per assicurare la corretta e semplice applicazione delle

esenzioni previste in appresso e per prevenire ogni possibile frode, evasione ed abuso:

(...)

m) talune prestazioni di servizi strettamente connesse con la pratica dello sport o

dell'educazione fisica, fornite da organizzazioni senza scopo lucrativo alle persone che

esercitano lo sport o l ' educazione fisica;

(...)

2. a) Gli Stati membri possono subordinare, caso per caso, la concessione, ad enti diversi

da quelli di diritto pubblico, di ciascuna delle esenzioni previste al paragrafo 1, lettere b),

g), h), i), l), m) e n) all'osservanza di una o più delle seguenti condizioni:

— gli enti di cui trattasi non devono avere per fine la ricerca sistematica del profitto: gli

eventuali profitti non dovranno mai essere distribuiti ma dovranno essere destinati al

mantenimento o al miglioramento delle prestazioni fornite;

— essi devono essere gestiti ed amministrati a titolo essenzialmente gratuito da persone

che non hanno di per sé o per interposta persona alcun interesse diretto o indiretto ai

risultati della gestione;

— essi devono praticare prezzi approvati dalle autorità pubbliche o che non superino detti

prezzi approvati, ovvero, per le operazioni i cui prezzi non sono sottoposti ad

approvazione, praticare prezzi inferiori a quelli richiesti per servizi analoghi da imprese

commerciali soggette all'imposta sul valore aggiunto;

— le esenzioni non devono essere tali da provocare distorsioni di concorrenza a danno

delle imprese commerciali soggette all'imposta sul valore aggiunto».

La normativa nazionale

3. La normativa spagnola in materia è costituita dall'art. 20 della legge 28 dicembre 1992,

n. 37, relativa all'imposta sul valore aggiunto (in prosieguo: la «legge n. 37/92») come

modificato dall'art. 13 della legge 30 dicembre 1994, n. 42 (in prosieguo: la «legge n.

42/94»). La disposizione pertinente della suddetta normativa è l'art. 20, n. 1, punto 13, il

quale prevede un'esenzione per

«I servizi forniti a persone fisiche che praticano lo sport o l'educazione fisica, quale che

sia la persona o l'organismo a carico del quale la prestazione è fornita, a condizione che i

suddetti servizi siano direttamente legati alla pratica dello sport e dell'educazione fisica e

siano forniti dalle persone o dagli organismi seguenti:

(...)

d) organismi o stabilimenti privati a carattere sociale le cui quote d'ingresso o i cui canoni

periodici non superino gli importi indicati qui di seguito:

Quote d'ingresso o di ammissione: 265 000 PTA;

Quote periodiche: 4 000 PTA al mese».

Il procedimento precontenzioso

4. Con lettera 22 dicembre 1992 la Commissione ha informato il Regno di Spagna che

essa considerava l'art. 8, punto 13, della legge spagnola relativa all'imposta sul valore

aggiunto (legge 2 agosto 1985, n. 30, modificata con legge 15 ottobre 1990, n. 10)

incompatibili con l'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva.

5. Con lettera 28 maggio 1993 le autorità spagnole hanno risposto asserendo che la

normativa spagnola applicabile era l'art. 20, n. 1, punto 13 della legge n. 37/92 e che

quest'ultima non era in contrasto con la sesta direttiva.

- 38 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

6. Tenuto conto di tale reazione e degli argomenti esposti dal Regno di Spagna, la

Commissione ha inviato a quest'ultimo il 10 ottobre 1994, un parere motivato nel quale

ribadiva che le disposizioni spagnole erano incompatibili con la sesta direttiva.

7. Con lettera 10 aprile 1995, il Regno di Spagna ha sostanzialmente riportato gli

argomenti già addotti nella sua risposta alla lettera del 22 dicembre 1992.

8. Successivamente, il Regno di Spagna, con la legge n. 42/94, ha in parte modificato

l'art. 20, n. 1, punto 13, della legge n. 37/92. La Commissione ha ritenuto che tale

modifica eliminasse solo parzialmente l'inadempimento e lasciasse inalterate le

limitazioni quantitative imposte agli organismi o stabilimenti privati sportivi.

Nel merito

9. A sostegno del suo ricorso, la Commissione afferma che la limitazione, prevista all'art.

20, n. 1, punto 13, della legge n. 37/92, dell'esenzione dall'IVA ai soli stabilimenti

sportivi privati che percepiscano quote di ingresso pari o inferiori agli importi menzionati

nel detto articolo è in contrasto con l'art. 13, sub A, della sesta direttiva. La condizione

supplementare imposta dalla normativa spagnola non sarebbe autorizzata né dalla frase

introduttiva dell'art. 13, sub A, n. 1, né dal disposto dell'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), né

dall'art. 13, sub A, n. 2, lett. a), terzo trattino, della sesta direttiva.

10. Il governo spagnolo, sostenuto dal governo del Regno Unito, fa valere in primo luogo

che dalla frase introduttiva dell'art. 13, sub A, n. 1, della sesta direttiva emerge che gli

Stati membri dispongono di un ampio potere discrezionale per dare attuazione alle

esenzioni ivi previste.

11. Si deve a questo proposito rilevare che le condizioni che possono essere fissate ai

sensi dell'art. 13, sub A, n. 1, della sesta direttiva non riguardano in alcun modo la

definizione del contenuto delle esenzioni previste da detta disposizione (v. sentenza 19

gennaio 1982, causa 8/81, Becker, Racc. pag. 53, punto 32).

12. Infatti, queste condizioni sono intese a garantire la corretta e semplice applicazione

delle esenzioni previste e riguardano i provvedimenti destinati a prevenire le frodi,

l'evasione fiscale e gli eventuali abusi (v. sentenza Becker, già citata, punti 33 e 34).

13. Si deve quindi disattendere l'argomento basato sulla frase introduttiva dell'art. 13, sub

A, n. 1.

14. Il governo spagnolo inoltre, per quanto riguarda l'esenzione delle prestazioni di

servizi contemplate all'art. 13, sub A, n. 1, lett. m) sostiene che, contrariamente alle altre

esenzioni previste dalla detta disposizione, la lett. m) prevede l'esenzione di «talune»

prestazioni di servizi. Questo consentirebbe agli Stati membri di limitare il campo di

applicazione dell'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), non soltanto escludendo espressamente

dalle esenzioni taluni servizi forniti dagli stabilimenti sportivi, ma anche applicando «altri

criteri», come l'ammontare della contropartita dei servizi di cui trattasi.

15. Si deve a questo proposito rilevare che dall'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta

direttiva emerge che l'esenzione di cui trattasi verte su prestazioni di servizi strettamente

connessi con la pratica dello sport o dell'educazione fisica fornite da organismi senza fini

di lucro.

16. E' pacifico che, sulla base della normativa spagnola, l'esenzione prevista dall'art. 13,

sub A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva è concessa solo ad organismi o stabilimenti

sportivi a carattere sociale che percepiscano quote d'ingresso o canoni periodici inferiori

o pari a un determinato importo.

17. Ora, l'applicazione del criterio dell'importo delle quote d'ingresso o dei canoni

periodici può portare a risultati in contrasto con l'art. 13, sub A, n. 1, lett. m). Infatti,

come rilevato dall'avvocato generale al paragrafo 5 delle sue conclusioni, l'applicazione

di un siffatto criterio può avere la conseguenza che, da un lato, un organismo senza fini di

- 39 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

lucro resti escluso dal beneficio dell'esenzione di cui alla detta disposizione e, dall'altro,

che di tale esenzione potrebbe beneficiare un organismo avente fini di lucro.

18. Inoltre, da tale disposizione non risulta che uno Stato membro, dal momento che

concede un'esenzione per una determinata prestazione di servizi strettamente connessi

con la pratica dello sport o dell'educazione fisica fornita da organismi senza fini di lucro

possa assoggettarla a condizioni diverse da quelle previste all'art. 13, sub A, n. 2.

19. Ne consegue che la limitazione dell'esenzione delle prestazioni di servizi strettamente

connessi con la pratica dello sport o dell'educazione fisica agli organismi o stabilimenti

privati a carattere sociale che percepiscono quote d'ingresso o canoni periodici inferiori o

pari a un determinato importo è in contrasto con l'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta

direttiva.

20. Infine, il governo spagnolo osserva che la fissazione di un massimale all'importo delle

quote per l'esenzione delle prestazioni di servizi prevista dall'art. 13, sub A, n. 1, lett. m),

rientra nella nozione di prezzo approvato dalle autorità pubbliche ai sensi dell'art. 13, sub

A, n. 2, lett. a), terzo trattino, ed è, pertanto, giustificata in forza di quest'ultima

disposizione.

21. Al riguardo, basta constatare che da tale disposizione non risulta che uno Stato

membro, subordinando l'esenzione di cui all'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), ad una o più

condizioni previste nel n. 2, lett. a), della medesima disposizione, possa modificarne il

campo d'applicazione.

22. Inoltre, come giustamente rilevato dalla Commissione, l'art. 13, sub A, n. 2, lett. a),

della sesta direttiva prevede che gli Stati membri possono subordinare la concessione

delle esenzioni contemplate all'osservanza di una o più condizioni menzionate nella detta

disposizione. Quest'ultima pertanto esclude una limitazione dell'esenzione di prestazioni

di servizi strettamente connesse con la pratica dello sport o dell'educazione fisica agli

organismi o stabilimenti sportivi privati a carattere sociale che percepiscano quote di

ingresso o canoni periodici pari o inferiori ad un determinato importo, senza tener conto

delle caratteristiche e delle circostanze specifiche di ciascuna attività sportiva.

23. Si deve pertanto constatare che, stabilendo che l'esenzione dall'IVA a favore delle

prestazioni strettamente connesse con la pratica dello sport o dell'educazione fisica si

applica solo agli stabilimenti privati le cui quote d'ingresso o i cui canoni non superino un

certo importo, il Regno di Spagna è venuto meno agli obblighi che ad esso incombono in

forza dell'art. 13, sub A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva.

Per questi motivi,

LA CORTE (Sesta Sezione)

dichiara e statuisce:

Stabilendo che l'esenzione dall'IVA a favore delle prestazioni strettamente connesse con

la pratica dello sport o dell'educazione fisica si applica solo agli stabilimenti privati le cui

quote d'ingresso o i cui canoni periodici non superino un certo importo, il Regno di

Spagna è venuto meno agli obblighi che ad esso incombenti in forza dell'art. 13, sub A, n.

1, lett. m), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di

armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di

affari — Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme.

- 40 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

4. Procedimento C-9/98,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CEE, dal tribunal de première instance de Namur (Belgio), nella

causa dinanzi ad essa pendente tra

Ermanno Agostini,

Emanuele Agostini

e

Ligue francophone de judo et disciplines associées ASBL,

Ligue belge de judo ASBL,

domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 6, 48 e 59 del Trattato CE, del

regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera

circolazione dei lavoratori all'interno della Comunità (GU L 257, pag. 2), e della direttiva

del Consiglio 21 maggio 1973, 73/148/CEE, relativa alla soppressione delle restrizioni e

al trasferimento e al soggiorno dei cittadini degli Stati membri all'interno della Comunità

in materia di stabilimento e di prestazioni di servizi (GU L 172, pag. 14),

LA CORTE,

ha emesso la seguente

Ordinanza

1. Con ordinanza 5 gennaio 1998, pervenuta alla Corte il 15 gennaio seguente, il tribunal

de première instance di Namur ha sottoposto, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CE,

diverse questioni pregiudiziali relative all'interpretazione degli artt. 6, 48 e 59 dello stesso

Trattato, del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla

libera circolazione dei lavoratori all'interno della Comunità (GU L 257, pag. 2), e della

direttiva del Consiglio 21 maggio 1973, 73/148/CEE, relativa alla soppressione delle

restrizioni e al trasferimento e al soggiorno dei cittadini degli Stati membri all'interno

della Comunità in materia di stabilimento e di prestazioni di servizi (GU L 172, pag. 14).

2. Questa ordinanza è stata pronunciata nell'ambito di una controversia che oppone i

signori Ermanno ed Emanuele Agostini alla Ligue francophone de judo et disciplines

associées ASBL, nonché alla Ligue belge de judo ASBL.

3. Ritenendo che la controversia ad esso sottoposta sollevasse questioni d'interpretazione

di talune disposizioni comunitarie, il giudice nazionale ha proposto alla Corte le seguenti

questioni pregiudiziali:

«Se sia conforme o meno al Trattato di Roma e segnatamente agli artt. 6, 48, 59 e

seguenti, nonché al regolamento n. 1612/68 e alla direttiva 73/148 del Consiglio dei

ministri, il divieto al cittadino di uno Stato membro dell'Unione europea di partecipare a

- 41 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

una competizione sportiva, in qualità di sportivo sia professionista o semiprofessionista,

sia dilettante, per il motivo che l'interessato non è cittadino dello Stato membro sul cui

territorio è organizzata la competizione, tenendo conto del fatto che l'interessato è figlio

di lavoratori stabiliti in tale Stato membro e che egli stesso ha acquisito lo status di

lavoratore sul territorio del medesimo Stato membro.

Se la soluzione di tale questione debba essere diversa quando trattasi della partecipazione

a una competizione destinata a designare il campione nazionale dello Stato membro

interessato.

Inoltre, se l'interessato possa rivendicare il diritto di essere trattato al pari dei cittadini

nazionali quanto alle selezioni effettuate dalla Federazione sportiva nazionale dello Stato

membro interessato ai fini della partecipazione a grandi tornei internazionali ed a

competizioni quali i Campionati europei o mondiali e i Giochi olimpici, o se le

federazioni nazionali possano riservare selezioni siffatte esclusivamente ai loro cittadini».

4. Si deve ricordare innanzi tutto che l'esigenza di giungere ad una interpretazione del

diritto comunitario che sia utile per il giudice nazionale impone che quest'ultimo

definisca l'ambito di fatto e di diritto in cui si inseriscono le questioni sollevate o che esso

spieghi almeno le ipotesi di fatto su cui tali questioni sono fondate (v., in particolare,

sentenza 26 gennaio 1993, cause riunite da C-320/90 a C-322/90, Telemarsicabruzzo e a.,

Racc. pag. I-393, punto 6; ordinanze 19 marzo 1993, causa C-157/92, Banchero, Racc.

pag. I-1085, punto 4; 30 giugno 1997, causa C-66/97, Banco de Fomento e Exterior,

Racc. pag. I-3757, punto 7, e 30 aprile 1998, cause riunite C-128/97 e C-137/97, Testa e

Modesti, Racc. pag. I-2181, punto 5).

5. A tal riguardo occorre sottolineare che le informazioni fornite nelle decisioni di rinvio

servono non solo a consentire alla Corte di risolvere in modo utile le questioni, ma anche

a dare ai governi degli Stati membri e alle altre parti interessate la possibilità di

presentare osservazioni ai sensi dell'art. 20 dello Statuto della Corte (ordinanza Banco de

Fomento e Exterior, sopra menzionata, punto 8).

6. Ora, nella fattispecie, l'ordinanza di rinvio non contiene indicazioni sufficienti per

soddisfare tali requisiti. Il giudice nazionale si limita a porre le questioni pregiudiziali

senza fornire una qualunque indicazione sul loro fondamento. Esso non descrive né il

contesto di fatto della controversia, o le ipotesi di fatto sullequali esso si basa, né il

contesto normativo nazionale, né i motivi precisi che lo inducono a chiedere

delucidazioni sull'interpretazione del diritto comunitario e a ritenere necessario sottoporre

questioni pregiudiziali alla Corte.

7. Per contro esso indica esplicitamente che «il Tribunale non si sofferma sui fatti né del

resto sul diritto».

8. In tale situazione la Corte non è in grado di pronunciarsi, in mancanza di una qualsiasi

indicazione sulla condizione di professionista, di semiprofessionista o di dilettante dei

ricorrenti, sulla natura delle competizioni che costituiscono l'oggetto del procedimento

dinanzi al giudice nazionale, sulle modalità di selezione e di partecipazione a queste

competizioni, né sulla normativa nazionale vigente in materia.

9. Pertanto le indicazioni che figurano nell'ordinanza di rinvio, a causa del loro

riferimento troppo impreciso alle situazioni di diritto e di fatto considerate dal giudice

nazionale, non consentono alla Corte di fornire una interpretazione utile del diritto

comunitario.

10. Alla luce di queste considerazioni occorre constatare, ai sensi degli artt. 92 e 103, n.

1, del regolamento di procedura, che le questioni pregiudiziali sottoposte alla Corte sono

manifestamente irricevibili.

Per questi motivi,

- 42 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

LA CORTE

così provvede:

La domanda di pronuncia pregiudiziale sottoposta dal tribunal de première instance di

Namur, con ordinanza 5 gennaio 1998, è irricevibile

- 43 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

5. Procedimento C-67/98,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE), dal Consiglio di Stato nella causa

dinanzi ad esso pendente tra

Questore di Verona

e

Diego Zenatti,

domanda vertente sull'interpretazione delle disposizioni del Trattato CE relative alla

libera prestazione dei servizi,

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 20 gennaio 1998, pervenuta alla Corte il 13 marzo seguente, il

Consiglio di Stato ha sollevato, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234

CE), una questione pregiudiziale sull'interpretazione delle disposizioni del Trattato CE

relative alla libera prestazione dei servizi, al fine di valutare la compatibilità con tali

disposizioni di una normativa nazionale che proibisce, salvo eccezioni, l'esercizio di

scommesse e riserva a taluni enti il diritto di organizzare le scommesse autorizzate.

2. Tale questione è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra il Questore di

Verona e il signor Zenatti, in ordine al divieto imposto a quest'ultimo di proseguire la sua

attività d'intermediario in Italia per una società, avente sede nel Regno Unito,

specializzata nell'accettazione di scommesse su eventi sportivi.

Il contesto normativo

3. In Italia, ai sensi dell'art. 88 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, recante

approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (GURI n. 146 del 26

giugno 1931, in prosieguo: il «regio decreto»), «non può essere conceduta licenza per

l'esercizio di scommesse, fatta eccezione per le scommesse nelle corse, nelle regate, nei

giuochi di palla o pallone e in altre simili gare, quando l'esercizio delle scommesse

costituisce una condizione necessaria per l'utile svolgimento della gara».

4. Dalla risposta del governo italiano al quesito posto dalla Corte riguardo alle modalità

di applicazione dell'eccezione prevista da tale disposizione risulta che le scommesse

possono essere effettuate vuoi sull'esito di eventi sportivi posti sotto il controllo del

Comitato olimpico nazionale italiano (in prosieguo: il «CONI»), vuoi sull'esito delle

corse dei cavalli organizzate tramite l'Unione nazionale incremento razze equine (in

prosieguo: l'«UNIRE»). L'utilizzazione dei proventi derivanti dalle scommesse e attribuiti

a tali due enti è disciplinata e deve consentire, in particolare, di favorire lo sviluppo delle

- 44 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

attività sportive attraverso investimenti nelle infrastrutture sportive, in particolare nelle

regioni più carenti e nelle periferie delle grandi città, e di sostenere gli sport ippici e

l'allevamento di cavalli. In forza di varie disposizioni legislative emanate tra il 1995 e il

1997, l'organizzazione e l'accettazione delle scommesse riservate al CONI e all'UNIRE

possono essere concesse a persone o enti che offrano adeguate garanzie, in esito a

procedure di gara e dietro pagamento dei canoni applicabili.

5. L'art. 718 del codice penale italiano punisce l'esercizio o l'organizzazione di giochi

d'azzardo e l'art. 4 della legge 13 dicembre 1989, n. 401 (GURI n. 401 del 18 dicembre

1989), sanziona penalmente l'esercizio abusivo dell'organizzazione di giochi o di

scommesse riservata allo Stato o ad enti concessionari. Inoltre, i giochi e le scommesse

non autorizzati ricadono nella previsione dell'art. 1933 del codice civile, ai sensi del quale

non compete azione per il pagamento di un debito di gioco o di scommessa. Per contro,

non è consentito ripetere quanto è stato spontaneamente pagato, salvo il caso di frode.

La controversia nella causa principale

6. Dal 29 marzo 1997 il signor Zenatti svolge attività di intermediario in Italia per la

società SSP Overseas Betting Ltd (in prosieguo: la «Overseas»), allibratore autorizzato

avente sede in Londra, specializzata nell'accettazione di scommesse. Il ruolo del signor

Zenatti consiste nel gestire, per i clienti italiani della Overseas, un centro di trasmissione

dati aventi ad oggetto scommesse su avvenimenti sportivi stranieri. Egli invia a Londra a

mezzo telecopia o per Internet dei moduli compilati dai clienti, unitamente alla fotocopia

di bonifici bancari, e riceve dalla Overseas altre telecopie da trasmettere ai medesimi

clienti.

7. Con provvedimento del 16 aprile 1997 il Questore di Verona ha disposto la cessazione

dell'attività del signor Zenatti, considerato che tale attività non era autorizzabile ai sensi

dell'art. 88 del regio decreto, che consente la concessione di una licenza per l'esercizio di

scommesse solo quando l'esercizio stesso costituisce una condizione necessaria per l'utile

svolgimento della gara.

8. Il signor Zenatti ha proposto un ricorso per l'annullamento di tale decisione dinanzi al

Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto, chiedendo, in via cautelare, la

sospensione dell'esecuzione della stessa. Con ordinanza 9 luglio 1997 il Tribunale

amministrativo regionale ha sospeso in via cautelare l'efficacia del provvedimento

controverso.

9. Il Questore di Verona ha proposto appello contro tale ordinanza dinanzi al Consiglio di

Stato.

10. Quest'ultimo ritiene che la soluzione della controversia richieda l'interpretazione delle

disposizioni del Trattato relative alla libera prestazione dei servizi. A suo parere, i

principi affermati nella sentenza della Corte 24 marzo 1994, causa C-275/92, Schindler

(Racc. pag. I-1039; in prosieguo: la «sentenza Schindler»), secondo la quale tali

disposizioni non ostano a una disciplina come quella britannica sulle lotterie, tenuto conto

delle preoccupazioni di politica sociale e di prevenzione delle frodi che la giustificano,

sembrano applicabili per analogia alla normativa italiana sulle scommesse.

11. Tuttavia, in assenza di una sentenza pronunciata dal giudice comunitario su una

disciplina di tale natura, il Consiglio di Stato, le cui decisioni non sono impugnabili,

ritiene che l'art. 177 del Trattato gli imponga di adire la Corte di giustizia. Pertanto esso

ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte la seguente questione

pregiudiziale:

«Se le disposizioni del Trattato relative alla prestazione dei servizi ostino ad una

disciplina come la normativa italiana sulle scommesse tenuto conto delle preoccupazioni

di politica sociale e di prevenzione delle frodi che la giustificano».

- 45 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Sulla questione pregiudiziale

12. Il governo italiano e tutti gli altri governi che hanno presentato osservazioni nonché la

Commissione ritengono che la sentenza Schindler fornisca gli elementi essenziali che

consentono di dare alla questione proposta una soluzione negativa.

13. Per contro, il signor Zenatti sostiene che le raccolte di scommesse sugli eventi

sportivi non sono equiparabili alle attività delle lotterie, oggetto della sentenza Schindler,

soprattutto perché le scommesse non costituiscono giochi di puro azzardo, bensì giochi

nei quali lo scommettitore deve determinare il risultato con la sua abilità. Egli ritiene

inoltre che il semplice riferimento operato dal giudice a quo a preoccupazioni di politica

sociale e di prevenzione delle frodi non sia sufficiente per giustificare la normativa

controversa nella causa a qua.

14. A questo proposito occorre ricordare che, al punto 60 della sentenza Schindler, la

Corte ha messo in rilievo le considerazioni di ordine morale, religioso o culturale che

sono collegate alle lotterie come agli altri giochi d'azzardo in tutti gli Stati membri. Le

normative nazionali sono generalmente volte a limitare, se non a vietare, la pratica dei

giochi d'azzardo e ad evitare che siano una fonte di profitto individuale. La Corte ha

ugualmente rilevato che le lotterie comportano elevati rischi di criminalità e di frode,

tenuto conto della rilevanza delle somme che consentono di raccogliere e dei premi che

possono offrire ai giocatori, soprattutto quando sono organizzate su grande scala. Esse

costituiscono inoltre un'incitazionealla spesa che può avere conseguenze individuali e

sociali dannose. Infine, secondo la Corte, anche se non può essere considerato di per sé

una giustificazione obiettiva non è indifferente il rilievo che le lotterie possono essere un

mezzo consistente di finanziamento per attività di beneficienza o di interesse generale

come le opere sociali, le opere caritative, lo sport e la cultura.

15. Come risulta dal punto 61 della stessa sentenza, la Corte ha considerato che queste

caratteristiche giustificano che le autorità nazionali dispongano di un potere discrezionale

sufficiente a determinare le esigenze di tutela dei giocatori e più in generale, tenendo

conto delle caratteristiche socioculturali di ogni Stato membro, di tutela dell'ordine

sociale, sia per quanto riguarda le modalità di organizzazione delle lotterie e il volume

delle puntate, sia per quanto riguarda la destinazione degli utili da esse ricavati. Spetta

pertanto ad esse valutare non solo la necessità di limitare le attività delle lotterie ma

anche di vietarle, purché dette limitazioni non siano discriminatorie.

16. Anche se la sentenza Schindler riguarda l'organizzazione delle lotterie, queste

considerazioni sono ugualmente valide, come emerge del resto dagli stessi termini del

punto 60 di tale sentenza, per gli altri giochi di azzardo che presentano caratteristiche

analoghe.

17. Certo, nella sentenza 26 giugno 1997, causa C-368/95, Familiapress (Racc. pag. I-

3689), la Corte ha rifiutato di equiparare taluni giochi alle lotterie che presentano le

caratteristiche esaminate nella sentenza Schindler. Si trattava però di giochi-concorsi

proposti su riviste sotto forma di cruciverba o di indovinelli, che consentivano ad alcuni

lettori, estratti a sorte fra coloro che avevano fornito le risposte esatte, di vincere dei

premi. Come la Corte ha osservato, in particolare, al punto 23 di tale sentenza, giochi

siffatti, organizzati unicamente su piccola scala e le cui poste sono poco rilevanti, non

costituiscono un'attività economica autonoma, ma soltanto un elemento fra gli altri del

contenuto redazionale di una rivista.

18. Al contrario, nella presente causa, le scommesse sulle competizioni sportive, pur non

potendo essere considerate giochi di puro azzardo, al pari di questi ultimi offrono, contro

una posta avente valore di pagamento, una prospettiva di profitto pecuniario. Tenuto

conto della rilevanza delle somme che esse consentono di raccogliere e dei profitti che

- 46 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

possono offrire agli scommettitori, esse comportano gli stessi rischi di criminalità e di

frode e possono avere le stesse conseguenze individuali e sociali dannose.

19. Di conseguenza, le scommesse controverse nella causa a qua devono essere

considerate come giochi d'azzardo analoghi alle lotterie di cui alla sentenza Schindler.

20. Tuttavia, la presente causa si differenzia dalla causa Schindler almeno sotto due

profili.

21. Da un lato, sebbene le normative controverse nelle due cause sanciscano entrambe un

divieto, salvo eccezioni, delle operazioni considerate, la loro portata non è la stessa.

Come ha rilevato l'avvocato generale al paragrafo 24 delle sue conclusioni, mentre la

normativa nazionale esaminata nella sentenza Schindler implicava un divieto assoluto dei

giochi in esame, vale a dire le grandi lotterie, la normativa controversa nella causa a qua

non vieta totalmente l'esercizio di scommesse, ma riserva a taluni enti il diritto di

organizzarle a determinate condizioni.

22. D'altro lato, come è stato rilevato in alcune delle osservazioni presentate alla Corte,

tenuto conto della natura dei rapporti esistenti tra il signor Zenatti e la Overseas per la

quale egli opera, in una fattispecie come quella oggetto della causa a qua potrebbero

trovare applicazione le disposizioni del Trattato relative al diritto di stabilimento.

23. Su quest'ultimo punto, tuttavia, poiché la questione proposta dal giudice a quo è

limitata alle sole disposizioni relative alla libera prestazione dei servizi, non vi è motivo

di valutare l'eventuale applicabilità di altre disposizioni del Trattato.

24. Per quanto riguarda le disposizioni del Trattato relative alla libera prestazione dei

servizi, esse si applicano, come ha affermato la Corte nella sentenza Schindler a proposito

dell'organizzazione delle lotterie, ad un'attività che consiste nel permettere agli

utilizzatori di partecipare, dietro corrispettivo, a un gioco d'azzardo. Pertanto, un'attività

siffatta rientra nel campo d'applicazione dell'art. 59 del Trattato CE (divenuto, in seguito

a modifica, art. 49 CE) qualora almeno uno dei prestatori sia stabilito in uno Stato

membro diverso da quello in cui viene offerto il servizio.

25. Ora, nella causa a qua, le prestazioni controverse sono quelle fornite

dall'organizzatore delle scommesse e dai suoi agenti nel far partecipare gli scommettitori

a un gioco d'azzardo offrendo loro una prospettiva di profitto. Tali prestazioni sono

normalmente fornite contro un corrispettivo costituito dal versamento della somma

scommessa e presentano un carattere transfrontaliero.

26. Né le parti nella causa a qua, né i vari governi che hanno presentato osservazioni né la

Commissione contestano che la normativa italiana, in quanto vieta l'esercizio delle

scommesse a tutte le persone o a tutti gli enti diversi da quelli che possono essere a tal

fine autorizzati, si applichi indistintamente agli operatori che potrebbero essere interessati

da una attività di tal genere, siano essi stabiliti in Italia o in un altro Stato membro.

27. Tuttavia, una tale normativa, impedendo agli operatori degli altri Stati membri,

direttamente o indirettamente, di procedere essi stessi all'esercizio di scommesse nel

territorio italiano, costituisce un ostacolo alla libera prestazione dei servizi.

28. Occorre quindi esaminare se tale pregiudizio alla libera prestazione dei servizi possa

essere ammesso in base alle misure derogatorie espressamente previste dal Trattato o

possa essere giustificato, in conformità della giurisprudenza della Corte, da esigenze

imperative connesse all'interesse generale.

29. A tale proposito, gli artt. 55 del Trattato CE (divenuto art. 45 CE) e 56 del Trattato

CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 46 CE), applicabili alla materia in forza dell'art.

66 del Trattato CE (divenuto art. 55 CE), ammettono le restrizioni giustificate dalla

partecipazione, sia pure occasionale, all'esercizio dei pubblici poteri o da motivi d'ordine

pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Inoltre, risulta dalla giurisprudenza

della Corte (v., in questo senso, sentenza 25 luglio 1991, causa C-288/89, Collectieve

- 47 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Antennevoorziening Gouda, Racc. pag. I-4007, punti 13-15), che gli ostacoli alla libera

prestazione dei servizi derivanti da misure nazionali indistintamente applicabili possono

essere ammessi solo se tali misure sono giustificate da esigenze imperative connesse

all'interesse generale, se sono atte a garantire il conseguimento dello scopo con esse

perseguito e se non eccedono quanto necessario a tal fine.

30. Secondo le indicazioni contenute nell'ordinanza di rinvio e nelle osservazioni del

governo italiano, la normativa controversa nella causa a qua persegue obiettivi analoghi a

quelli cui mira la normativa britannica sulle lotterie, quali rilevati dalla Corte nella

sentenza Schindler. La normativa italiana tende, infatti, a impedire che tali giochi

costituiscano una fonte di profitto individuale, a evitare i rischi di criminalità e di frode e

le conseguenze individuali e sociali dannose derivanti dall'incitazione alla spesa che essi

costituiscono ed a consentirli unicamente nei limiti in cui possono presentare un carattere

di utilità sociale per l'utile svolgimento di una gara sportiva.

31. Come ammesso dalla Corte al punto 58 della sentenza Schindler, questi motivi

devono essere considerati nel loro complesso. Essi si ricollegano alla tutela dei destinatari

del servizio e più in generale dei consumatori nonché alla tutela dell'ordine sociale, scopi

che già sono stati riconosciuti rientrare nel novero di quelli che possono essere

considerati come esigenze imperative connesse all'interesse generale (v. sentenze 18

gennaio 1979, cause riunite 110/78 e 111/78, Van Wesemael e a., Racc. pag. 35, punto

28; 4 dicembre 1986, causa 220/83, Commissione/Francia, Racc. pag. 3663, punto 20, e

24 ottobre 1978, causa 15/78, Société générale alsacienne de banque, Racc. pag. 1971,

punto 5). E' però necessario che, come affermato al punto 29 della presente sentenza, le

misure fondate su siffatti motivi siano atte a garantire il conseguimento degli scopi

perseguiti e non eccedano quanto necessario a tal fine.

32. Come già osservato al punto 21 della presente sentenza, la normativa italiana sulle

scommesse si distingue dalla normativa controversa nella sentenza Schindler soprattutto

in quanto non vieta totalmente le operazioni considerate, ma le riserva a taluni enti a

determinate condizioni.

33. Tuttavia, la determinazione dell'ampiezza di tutela che uno Stato membro intende

garantire nel proprio territorio in tema di lotterie e di altri giochi d'azzardo rientra nel

potere discrezionale riconosciuto dalla Corte alle autorità nazionali al punto 61 della

sentenza Schindler. Spetta a queste ultime infatti valutare se, nel contesto dell'obiettivo

perseguito, sia necessario vietare totalmente o parzialmente attività di questa natura o

soltanto limitarle e prevedere a tale scopo modalità di controllo più o meno rigide.

34. Pertanto, la sola circostanza che uno Stato membro abbia scelto un sistema di tutela

diverso da quello adottato da un altro Stato membro non può incidere sulla valutazione

della necessità e della proporzionalità delle disposizioni adottate in materia. Tali

disposizioni devono essere valutate unicamente alla luce degli obiettivi perseguiti dalle

autorità nazionali dello Stato membro interessato e del livello di tutela che esse mirano a

garantire.

35. Così come rilevato dalla Corte al punto 37 della sentenza 21 settembre 1999, causa C-

124/97, Läärä e a. (non ancora pubblicata in Raccolta), a proposito della gestione degli

apparecchi automatici per giochi d'azzardo, il fatto che le scommesse in questione non

siano del tutto vietate non è sufficiente a dimostrare che la normativa nazionale non sia

effettivamente volta a conseguire gli obiettivi d'interesse generale che essa dichiara di

perseguire e che devono essere considerati nel loro insieme. Infatti, un'autorizzazione

limitata dei giochi d'azzardo nell'ambito di diritti speciali o esclusivi riconosciuti o

concessi a determinati enti, che presenta il vantaggio di incanalare il desiderio di giocare

e la gestione dei giochi in un circuito controllato, di prevenire il rischio che tale gestione

- 48 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

sia diretta a scopi fraudolenti e criminosi e di impiegare gli utili che ne derivano per fini

di pubblica utilità, serve anch'essa al perseguimento di detti obiettivi.

36. Tuttavia, come è stato evidenziato dall'avvocato generale al paragrafo 32 delle sue

conclusioni, una limitazione siffatta è ammissibile solamente se essa anzitutto persegue

effettivamente l'obiettivo di un'autentica riduzione delle opportunità di gioco e se il

finanziamento di attività sociali attraverso un prelievo sugli introiti derivanti dai giochi

autorizzati costituisce solo una conseguenza vantaggiosa accessoria, e non la reale

giustificazione, della politica restrittiva attuata. Infatti, come rilevato dalla Corte al punto

60 della sentenza Schindler, anche se non è priva d'interesse la circostanza che le lotterie

e gli altri giochi d'azzardo possono essere un mezzo di finanziamento rilevante per attività

di beneficienza o di interesse generale, un siffatto rilievo non può essere considerato di

per sé una giustificazione oggettiva di restrizioni alla libera prestazione dei servizi.

37. Spetta al giudice a quo verificare se la normativa nazionale, alla luce delle sue

concrete modalità d'applicazione, soddisfi effettivamente gli obiettivi che possono

giustificarla e se le restrizioni da essa imposte non risultino sproporzionate rispetto a tali

obiettivi.

38. Alla luce del complesso di tali considerazioni, si deve risolvere la questione

pregiudiziale nel senso che le disposizioni del Trattato relative alla libera prestazione dei

servizi non ostano a una normativa nazionale, come quella italiana, che riserva a

determinati enti il diritto di esercitare scommesse sugli eventi sportivi, ove tale normativa

sia effettivamente giustificata da obiettivi di politica sociale tendenti a limitare gli effetti

nocivi di tali attività e ove le restrizioni da essa imposte non siano sproporzionate rispetto

a tali obiettivi.

Per questi motivi,

LA CORTE,

dichiara:

Le disposizioni del Trattato CE relative alla libera prestazione dei servizi non ostano a

una normativa nazionale, come quella italiana, che riserva a determinati enti il diritto di

esercitare scommesse sugli eventi sportivi, ove tale normativa sia effettivamente

giustificata da obiettivi di politica sociale tendenti a limitare gli effetti nocivi di tali

attività e ove le restrizioni da essa imposte non siano sproporzionate rispetto a tali

obiettivi.

- 49 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

6. Pprocedimenti riuniti C-51/96 e C-191/97,

aventi ad oggetto le domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE), dal Tribunal de première instance di

Namur (Belgio), nelle cause dinanzi ad esso pendenti tra

Christelle Deliège

e

Ligue francophone de judo et disciplines associées ASBL,

Ligue belge de judo ASBL,

Union européenne de judo (C-51/96),

e tra

Christelle Deliège

e

Ligue francophone de judo et disciplines associées ASBL,

Ligue belge de judo ASBL,

François Pacquée (C-191/97),

domande vertenti sull'interpretazione degli artt. 59 del Trattato CE (divenuto, in seguito a

modifica, art. 49 CE), 60, 66, 85 e 86 del Trattato CE (divenuti artt. 50 CE, 55 CE, 81 CE

e 82 CE),

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 16 febbraio 1996 (C-51/96), pervenuta alla Corte il 21 febbraio 1996, e

con sentenza 14 maggio 1997 (C-191/97), pervenuta alla Corte il 20 maggio 1997, il

Tribunal de première instance di Namur, statuendo rispettivamente in sede di

procedimento sommario e nel merito, ha proposto, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CE

(divenuto art. 234 CE), due questioni pregiudiziali relative all'interpretazione degli artt.

59 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 49 CE), 60, 66, 85 e 86 del

Trattato CE (divenuti artt. 50 CE, 55 CE, 81 CE e 82 CE).

2. Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di controversie tra la signora Deliège, da

un lato, e la Ligue francophone de judo et disciplines associées ASBL (in prosieguo: la

«LFJ»), la Ligue belge de judo ASBL (in prosieguo: la «LBJ») e il presidente di

quest'ultima, il signor François Pacquée, dall'altro, in ordine al rifiuto di selezionarla per

- 50 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

partecipare al torneo internazionale di judo di Parigi, nella categoria dei pesi inferiori a 52

kg.

Le regole di organizzazione e di selezione del judo

3. Il judo, sport di lotta individuale, è organizzato su scala mondiale dalla Federazione

internazionale di judo (in prosieguo: la «FIJ»). Sul piano europeo, esiste una federazione

denominata Unione europea di judo (in prosieguo: l'«UEJ»), che raggruppa le diverse

federazioni nazionali. La federazione belga è la LBJ, che si occupa essenzialmente delle

competizioni internazionali e procede alla selezione degli atleti ai fini della loro

partecipazione ai tornei internazionali. La LBJ è composta da due leghe regionali, la

Vlaamse Judofederatie (in prosieguo: la «VJF») e la LFJ. I membri della LBJ sono le due

leghe regionali, nonché le società che fanno parte di queste ultime. I judoka sono tesserati

presso un club che è a sua volta membro della lega regionale, la quale rilascia agli affiliati

una licenza necessaria per partecipare ai corsi o alle competizioni. Il titolare di una

licenza è tenuto a sottoporsi a tutti gli obblighi imposti dalla lega regionale in base al suo

statuto e ai suoi regolamenti.

4. Tradizionalmente, gli atleti sono suddivisi in relazione al loro sesso e a sette categorie

di peso, per un totale di quattordici categorie differenti. In occasione della sua assemblea

tecnica e sportiva di Amsterdam del 5 febbraio 1994 e del suo congresso ordinario di

Nicosia del 9 aprile 1994, il comitato direttivo dell'UEJ ha adottato norme relative alla

partecipazione ai tornei europei detti di categoria A. I detti tornei, così come i campionati

d'Europa del maggio 1996, permettevano di ottenere punti per la classifica nelle liste

europee che poteva determinare le qualificazioni per i giochi olimpici di Atlanta del

1996. Era previsto che solo le federazioni nazionali potessero iscrivere i loro atleti e che,

per ciascuna federazione europea, sette judoka di ciascun sesso potessero essere iscritti

sulle dette liste, ossia, in linea di massima, un judoka per categoria. Tuttavia, se nessun

atleta fosse stato designato in una categoria, era possibile iscrivere due judoka in un'altra

categoria, senza mai eccedere il limite di sette uomini e di sette donne. Come è stato

illustrato dalla LFJ all'udienza dinanzi alla Corte, la cittadinanza del judoka era irrilevante

in tale contesto, dato che solo la sua affiliazione alla federazione nazionale era presa in

considerazione.

5. Conformemente ai criteri di selezione per i giochi olimpici di Atlanta, adottati dalla FIJ

il 19 ottobre 1993 a Madrid, erano in particolare qualificati per tali giochi, in ciascuna

categoria, i primi otto degli ultimi campionati del mondo, nonché un certo numero di

judoka per ciascun continente (per l'Europa, nove uomini e cinque donne in ciascuna

categoria), da determinare sulla base dei risultati ottenuti da ciascun judoka nel corso di

un certo numero di tornei durante il periodo preolimpico. A tal fine, l'UEJ ha precisato, in

occasione della sua assemblea di Amsterdam e del suo congresso di Nicosia in

precedenza menzionati, che sarebbero stati presi in considerazione i tre migliori risultati

ottenuti nei tornei di categoria A e ai campionati d'Europa seniores, nel corso del periodo

compreso tra i campionati del mondo del 1995 ed i campionati d'Europa del 1996. Essa

ha altresìprevisto che sarebbero state qualificate le federazioni e non i judoka

personalmente.

Le controversie nelle cause a quibus e le questioni pregiudiziali

6. La signora Deliège pratica il judo dal 1983 e, a partire dal 1987, ha ottenuto, nella

categoria dei pesi inferiori a 52 kg, eccellenti risultati fra cui diversi titoli di campionessa

del Belgio, un titolo di campionessa d'Europa ed un titolo di campionessa del mondo

nella classe atlete al di sotto dei 19 anni, nonché vittorie e piazzamenti prestigiosi in

tornei internazionali. Le parti nelle cause a quibus sono in disaccordo quanto allo status

- 51 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

della signora Deliège, dato che quest'ultima sostiene di esercitare il judo a titolo

professionistico o semiprofessionistico, mentre la LBJ e la LFJ fanno valere che il judo è

uno sport che, in Europa ed in particolare in Belgio, è praticato da dilettanti.

7. La signora Deliège sostiene che, dal 1992, i responsabili della LFJ e della LBJ hanno

illegittimamente ostacolato lo svolgimento della sua carriera. Ella lamenta in particolare

il fatto che le sia stato impedito di partecipare ai giochi olimpici di Barcellona nel 1992,

di non essere stata selezionata per i campionati del mondo nel 1993 né per i campionati

d'Europa nel 1994. Nel marzo 1995, la signora Deliège sarebbe stata informata di non

essere preselezionata per i giochi olimpici di Atlanta. Nell'aprile 1995, mentre si

preparava a partecipare ai campionati d'Europa che dovevano tenersi in maggio, ella

sarebbe stata esclusa dalla squadra belga a vantaggio di un'atleta affiliata alla VJF. Nel

dicembre 1995, le sarebbe stato impedito di partecipare al torneo internazionale di

categoria A di Basilea.

8. La LFJ asserisce che la signora Deliège è più volte entrata in conflitto con gli

allenatori, i selezionatori o i responsabili della LFJ e della LBJ e che ella è poco

disciplinata, essendo stata sottoposta in particolare ad una sanzione di sospensione

temporanea da ogni attività federale. Inoltre, ella si sarebbe trovata di fronte a difficoltà

di ordine sportivo, dato che il Belgio disponeva di almeno quattro judoka di alto livello

nella categoria dei pesi inferiori a 52 kg. La LBJ precisa che le decisioni relative alla

selezione degli atleti ai fini della partecipazione ai vari tornei e campionati sono prese dal

suo comitato sportivo nazionale, organo costituito pariteticamente da membri della VJF e

membri della LFJ.

9. I fatti che si trovano direttamente all'origine delle cause a quibus riguardano la

partecipazione al torneo internazionale di categoria A di Parigi del 10 e dell'11 febbraio

1996. Poiché la LBJ aveva selezionato altre due atlete che, secondo la signora Deliège,

avevano ottenuto risultati sportivi meno brillanti dei suoi, il 26 gennaio 1996 quest'ultima

ha adito il giudice dell'urgenza del Tribunal de première instance di Namur.

La causa C-51/96

10. La signora Deliège ha chiesto al Tribunal de première instance di Namur, in sede di

procedimento sommario, che fosse ingiunto alla LFJ e alla LBJ di adempiere a tutte le

formalità necessarie alla sua partecipazione al torneo di Parigi e che fosse sottoposta alla

Corte di giustizia una domanda di pronuncia pregiudiziale relativa al carattere illecito

delle norme emanate dalla UEJ circa il numero limitato di atleti per federazione nazionale

e le autorizzazioni federali per la partecipazione ai tornei individuali di categoria A alla

luce degli artt. 59, 60, 66, 85 e 86 del Trattato. Con citazione a comparire come terzo a

cui la causa è comune e come garante in data 9 febbraio 1996, la signora Deliège ha

chiamato in causa l'UEJ e ha chiesto al giudice dell'urgenza investito della controversia di

ingiungere a tutti gli organizzatori di tornei di categoria A di accettare in via provvisoria

ogni iscrizione da parte sua, sia stata ella selezionata o no dalla sua federazione

nazionale.

11. Con ordinanza 6 febbraio 1996, il giudice dell'urgenza del Tribunal de première

instance di Namur ha respinto la domanda proposta dalla signora Deliège per quanto

riguarda la sua partecipazione al torneo di Parigi, ma ha vietato alla LBJ e alla LFJ di

prendere qualsiasi decisione che implicasse la non selezione della ricorrente per ogni

futura competizione, sino a che le parti fossero nuovamente sentite sugli altri capi della

domanda.

12. Con ordinanza 16 febbraio 1996, lo stesso giudice ha innanzi tutto dichiarato

irricevibile la domanda di intervento coatto proposta nei confronti dell'UEJ.

- 52 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

13. Il giudice a quo ha poi precisato che, conformemente alla giurisprudenza della Corte,

l'esercizio di uno sport rientra nel diritto comunitario nei limiti in cui può costituire

un'attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica,

art. 2 CE). A seguito della recente evoluzione della pratica sportiva, la distinzione tra un

dilettante e un atleta professionista si sarebbe attenuata. Gli sportivi ad alto livello

potrebbero percepire, oltre a sussidi o altri aiuti, redditi più consistenti in ragione della

notorietà di cui godono, di modo che essi fornirebbero prestazioni a carattere economico.

14. Secondo il giudice a quo, la signora Deliège sostiene, con un sufficiente fumus boni

juris, di dover essere considerata come prestatrice di servizi ai sensi degli artt. 59, 60 e 66

del Trattato. L'imposizione sistematica di un contingente e di una selezione a livello

nazionale sembrerebbe costituire un ostacolo al libero esercizio di una prestazione a

carattere economico. D'altro canto, non si può ragionevolmente sostenere che l'accesso

alle competizioni rivendicato dalla signora Deliège porterebbe a consentire a chiunque di

partecipare a qualsiasi torneo, dato che la competizione può essere accessibile a qualsiasi

sportivo che risponda ad obiettivi criteri di attitudine, come dimostrerebbe l'esperienza di

altri sport analoghi.

15. Tenuto conto in particolare dell'imminenza dei giochi olimpici di Atlanta e della

relativa brevità di una carriera di atleta ad alto livello, il giudice nazionale ha pertanto

considerato che la domanda della signora Deliège diretta a veder proporreuna domanda di

pronuncia pregiudiziale alla Corte aveva una «manifesta fondatezza». Il fatto che non

fosse stata intentata un'azione di merito non avrebbe ostato a che tale domanda di

pronuncia pregiudiziale venisse sollevata. Quest'ultima avrebbe potuto essere concepita

come un elemento della soluzione della controversia nel procedimento sommario o come

un mezzo istruttorio idoneo ad accelerare un procedimento di merito il cui avvio

sembrava entrare nelle intenzioni della ricorrente.

16. Di conseguenza, il giudice dell'urgenza del Tribunal de première instance di Namur

ha proposto alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se un regolamento che impone ad uno sportivo professionista, semi-professionista o

candidato a divenir tale, di essere in possesso di un'autorizzazione o di un provvedimento

di selezione della propria federazione nazionale per poter concorrere in una competizione

internazionale e che prevede contingenti nazionali di partecipazione o competizioni

analoghe, sia contrario o meno al Trattato di Roma ed in particolare agli artt. 59 -66,

nonché agli artt. 85 e 86».

17. Infine, quanto alla predisposizione di una situazione di attesa, il giudice a quo ha

constatato che le domande formulate dalla signora Deliège contro la LBJ e la LFJ non

potevano essere accolte. Tuttavia, esso ha considerato che occorreva garantire alla

ricorrente una tutela contro un danno grave, predisponendo una situazione di attesa che

non fosse di nocumento agli interessi degli altri sportivi.

18. Nell'attesa dell'esito di un procedimento nel merito, esso ha pertanto vietato alla LBJ

e alla LFJ di porre in essere qualsiasi atto rivolto a limitare o ad impedire il libero

esercizio da parte della ricorrente della sua attività di judoka, in particolare in occasione

di competizioni nazionali o internazionali, e che non fosse obiettivamente giustificato

vuoi dalla considerazione della sua attitudine fisica o del suo comportamento, vuoi dalla

valutazione comparativa delle sue qualità rispetto a quelle di altre atlete concorrenti. Tale

provvedimento doveva cessare di produrre i suoi effetti un mese dopo la pronuncia

dell'ordinanza in mancanza di proposizione di un'azione di merito da parte della signora

Deliège.

La causa C-191/97

- 53 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

19. Con citazioni in data 27 febbraio e 1° marzo 1996, la signora Deliège ha intentato

un'azione di merito nei confronti della LFJ, della LBJ e del signor Pacquée dinanzi al

Tribunal de première instance di Namur. Tale azione era diretta, in primo luogo, ad

ottenere da quest'ultimo l'accertamento dell'illegittimità del sistema di selezione dei

judoka per i tornei internazionali, quale istituito dai regolamenti delle due citate

federazioni, in quanto esso conferisce a queste ultime un potere idoneo ad ostacolare il

diritto dei judoka alla libera prestazione dei servizi e la libertà professionale di tali

sportivi, in secondo luogo, ad ottenere la proposizione alla Corte di giustizia di una

questione pregiudiziale, in terzo luogo, ad ottenere che fosse predisposta una situazione

d'attesa nell'ipotesi in cui una siffatta questionevenisse sollevata, e, in ultimo luogo, ad

ottenere la condanna della LFJ e della LBJ a pagarle la somma di BEF 30 milioni a titolo

di risarcimento danni.

20. Nella sua sentenza, il giudice a quo ha considerato che esisteva un rischio evidente di

vedere la Corte dichiarare irricevibile la questione proposta nella causa C-51/96 in quanto

il giudice dell'urgenza aveva interamente esaurito la propria cognizione della

controversia. Il giudice a quo ha pertanto dichiarato che non occorreva attendere la

sentenza della Corte in questa prima causa e che, essendo incerta la soluzione della

questione sollevata nella causa di cui era investito, era sua compito adire la Corte in via

pregiudiziale.

21. In ordine alla domanda della signora Deliège diretta ad ottenere la predisposizione di

una situazione d'attesa, gli è sembrato molto difficile, se non impossibile, congegnare

praticamente una siffatta situazione rispettando l'interesse di ciascuna delle parti, dato che

l'interessata non ha proposto alcun provvedimento concreto al riguardo.

22. Di conseguenza, il Tribunal de première instance di Namur ha sospeso il giudizio e ha

sottoposto alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se il fatto di imporre ad uno sportivo professionista, semi-professionista o candidato a

divenir tale, di essere in possesso di un'autorizzazione della propria federazione nazionale

per poter partecipare ad una competizione internazionale in cui non sono in gara squadre

nazionali, sia contrario o meno al Trattato di Roma ed in particolare agli artt. 59, 85 e 86

di tale Trattato».

Sulla competenza della Corte a risolvere le questioni pregiudiziali e sulla ricevibilità

di queste ultime

23. La LFJ, la LBJ, il signor Pacquée, i governi belga, ellenico e italiano, nonché la

Commissione, hanno contestato, a diverso titolo, la competenza della Corte a risolvere la

questione posta nella causa C-51/96 e la ricevibilità, totale o parziale, di tale questione.

24. Innanzi tutto, il giudice a quo si sarebbe pronunciato su tutti i capi della domanda

della ricorrente e si sarebbe così spogliato della controversia. Essendo concluso il

giudizio nella causa principale alla data in cui la Corte è stata adita, la soluzione della

questione stessa non presenterebbe più alcun interesse per il giudice a quo. Di

conseguenza, dalle sentenze 21 aprile 1988, causa 338/85, Fratelli Pardini (Rac. pag.

2041) e 4 ottobre 1991, causa C-159/90, Society for the Protection of Unbord Children

Ireland (Racc. pag. I-4685), risulterebbe che la Corte non sarebbe competente a darvi

soluzione.

25. La questione avrebbe poi un carattere ipotetico e riguarderebbe una materia - lo sport

dilettantistico - che non rientrerebbe nell'ambito di applicazione del diritto comunitario.

26. Infine, il giudice nazionale avrebbe omesso di definire in maniera sufficiente l'ambito

di fatto e di diritto in cui si inserisce la questione, esigenza che varrebbe in modo del tutto

particolare nel settore della concorrenza, che sarebbe caratterizzato da situazioni di fatto e

- 54 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

di diritto complesse (sentenza 26 gennaio 1993, cause riunite da C-320/90 a C-322/90,

Telemarsicabruzzo e a., Racc. pag. I-393).

27. Anche la competenza della Corte a risolvere in tutto o in parte la questione

pregiudiziale sollevata nella causa C-191/97 e la ricevibilità di tale questione sono

contestate dalla LFJ, dalla LBJ e dal signor Pacquée, nonché dal governo ellenico e dalla

Commissione. Questi ultimi hanno in particolare fatto valere che il giudice a quo non ha

fornito indicazioni sufficienti circa il contesto di fatto e di diritto, che la questione

riguarda una materia estranea al diritto comunitario, che i diritti della difesa dell'UEJ e

della FIJ sono stati violati, e che la questione proposta ha carattere ipotetico in quanto si

riferisce a incontri diversi da quelli che si svolgono tra squadre nazionali.

28. In primo luogo, occorre rilevare che il problema se le questioni sollevate dal giudice

nazionale riguardino una materia estranea al diritto comunitario, vuoi perché lo sport

dilettantistico esulerebbe dall'ambito di applicazione del Trattato, vuoi perché gli incontri

considerati dal detto giudice vedrebbero in gara squadre nazionali, rientra nell'ambito del

merito delle questioni proposte e non in quello della ricevibilità di queste ultime.

29. In secondo luogo, per quanto riguarda la pretesa violazione dei diritti della difesa

della FIJ e dell'UEJ, non spetta alla Corte verificare se la decisione di rinvio sia stata

adottata in modo conforme alle norme nazionali di organizzazione giudiziaria e di

procedura (v., in particolare, sentenze 11 luglio 1996, causa C-39/94, SFEI e a., Racc.

pag. I-3547, punto 24, e 5 giugno 1997, causa C-105/94, Celestini, Racc. pag. I-2971,

punto 20). Ne consegue che la Corte non deve pronunciarsi sulla questione se la FIJ e

l'UEJ avrebbero dovuto essere chiamate in causa nei procedimenti a quibus.

30. In terzo luogo, si deve ricordare che, conformemente ad una giurisprudenza costante,

l'esigenza di giungere ad un'interpretazione del diritto comunitario che sia utile per il

giudice nazionale impone che quest'ultimo definisca l'ambito di fatto e di diritto in cui si

inseriscono le questioni sollevate o che esso spieghi almeno le ipotesi di fatto su cui tali

questioni sono fondate. Dette esigenze valgono in particolare in determinati settori, quale

quello della concorrenza, caratterizzati da complesse situazioni di fatto e di diritto (v., in

particolare, sentenze Telemarsicabruzzo e a., citata, punti 6 e 7; 21 settembre 1999, causa

C-67/96,Albany, Racc. pag. I-0000, punto 39, e cause riunite da C-115/97 a C-117/97,

Brentjens', Racc. pag. I-0000, punto 38).

31. Le informazioni fornite nelle decisioni di rinvio pregiudiziale devono non solo

consentire alla Corte di fornire risposte utili, ma altresì dare ai governi degli Stati membri

nonché alle altre parti interessate la possibilità di presentare osservazioni ai sensi dell'art.

20 dello Statuto CE della Corte di giustizia. E' compito della Corte vigilare affinché tale

possibilità sia salvaguardata, tenuto conto del fatto che, a norma della suddetta

disposizione, alle parti interessate vengono notificate solo le decisioni di rinvio (v., in

particolare, ordinanza 23 marzo 1995, causa C-458/93, Saddik, Racc. pag. I-511, punto

13; citate sentenze Albany, punto 40, e Brentjens', punto 39).

32. Per quanto riguarda la causa C-191/97, che occorre esaminare in primo luogo, da un

lato, risulta dalle osservazioni presentate dalle parti nella causa principale, dai governi

degli Stati membri, dal governo norvegese e dalla Commissione, conformemente alla

detta disposizione dello Statuto CE della Corte di giustizia, che le informazioni contenute

nella sentenza di rinvio hanno permesso loro di prendere utilmente posizione sulla

questione sottoposta alla Corte nei limiti in cui essa riguarda le norme del Trattato

relative alla libera prestazione dei servizi.

33. Inoltre, pur se i governi ellenico, spagnolo e italiano hanno potuto ritenere che le

informazioni fornite dal giudice a quo non consentissero loro di prendere posizione sul

problema se l'attrice nella causa principale eserciti un'attività economica ai sensi del

- 55 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Trattato, è importante sottolineare che tali governi e le altre parti interessate sono stati in

grado di presentare osservazioni sulla base delle indicazioni di fatto del detto giudice.

34. Peraltro, le informazioni contenute nella sentenza di rinvio sono state completate

dagli elementi risultanti dal fascicolo trasmesso dal giudice nazionale e dalle osservazioni

scritte depositate dinanzi alla Corte. L'insieme di tali elementi, riportati nella relazione

d'udienza, è stato reso noto ai governi degli Stati membri e alle altre parti interessate ai

fini dell'udienza nel corso della quale essi hanno potuto, all'occorrenza, integrare le loro

osservazioni (v., altresì, in questo senso, citate sentenze Albany, punto 43, e Brentjens',

punto 42).

35. D'altra parte, le informazioni provenienti dal giudice nazionale, completate, per

quanto necessario, dagli elementi sopra citati, forniscono alla Corte una conoscenza

sufficiente dell'ambito di fatto e di diritto della controversia nella causa principale per

consentire alla Corte stessa di interpretare le norme del Trattato relative alla libera

prestazione dei servizi con riguardo alla situazione che forma oggetto della suddetta

controversia.

36. Invece, nei limiti in cui la questione proposta verte sulle regole di concorrenza

applicabili alle imprese, la Corte non si considera sufficientemente edotta perfornire

indicazioni circa la definizione del mercato o dei mercati di cui trattasi nella causa

principale. Dalla sentenza di rinvio non risulta neppure con chiarezza quali siano la

natura e il numero delle imprese che esercitano la loro attività su tale mercato o su tali

mercati. Inoltre, le informazioni fornite dal giudice a quo non consentono alla Corte di

pronunciarsi utilmente in ordine all'esistenza ed all'importanza degli scambi tra Stati

membri o in ordine alla possibilità che tali scambi siano pregiudicati dalle norme di

selezione dei judoka.

37. E' quindi giocoforza constatare che la sentenza di rinvio non contiene indicazioni

sufficienti per soddisfare le esigenze ricordate ai punti 30 e 31 della presente sentenza per

quanto riguarda le regole di concorrenza.

38. Neppure per quanto riguarda la questione sollevata nella causa C-51/96 l'ordinanza di

rinvio contiene indicazioni sufficienti per consentire alla Corte di pronunciarsi utilmente

sull'interpretazione delle regole di concorrenza applicabili alle imprese. Per contro, le

informazioni fornite dalla detta ordinanza, integrate se del caso dagli elementi contenuti

nelle osservazioni scritte depositate ai sensi dell'art. 20 dello Statuto CE della Corte di

giustizia e riportate nella relazione d'udienza, nonché le indicazioni risultanti dalla

sentenza di rinvio nella causa C-191/97, hanno consentito alle parti interessate di

prendere posizione sull'interpretazione delle norme relative alla libera prestazione dei

servizi e alla Corte di avere una conoscenza sufficiente del contesto di fatto e di diritto

per poter utilmente statuire al riguardo.

39. Nonostante la loro formulazione leggermente diversa, le questioni poste nelle due

cause principali sono, in sostanza, identiche e, di conseguenza, non occorre esaminare

ulteriormente gli argomenti con cui viene messa specificamente in discussione la

ricevibilità della questione sollevata nella causa C-51/96.

40. Risulta da quanto precede che la Corte deve risolvere le questioni proposte in quanto

esse vertono sull'interpretazione delle norme del Trattato relative alla libera prestazione

dei servizi. Invece, le dette questioni sono irricevibili nei limiti in cui riguardano

l'interpretazione delle regole di concorrenza applicabili alle imprese.

Sull'interpretazione dell'art. 59 del Trattato

41. In via preliminare, occorre ricordare che, considerati gli obiettivi della Comunità,

l'attività sportiva è disciplinata dal diritto comunitario in quanto sia configurabile come

attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato (v. sentenze 12 dicembre 1974, causa

- 56 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

36/74, Walrave e Koch, Racc. pag. 1405, punto 4, e 15 dicembre 1995, causa C-415/93,

Bosman, Racc. pag. I-4921, punto 73). La Corte ha d'altro canto riconosciuto che l'attività

sportiva presenta una notevole importanza sociale nella Comunità (v. citata sentenza

Bosman, punto 106).

42. Tale giurisprudenza è del resto confortata dalla dichiarazione n. 29 sullo sport,

figurante in allegato all'atto finale della conferenza che ha adottato il testo del Trattato di

Amsterdam, la quale sottolinea la rilevanza sociale dello sport ed invitasegnatamente gli

organi dell'Unione europea a riservare un'attenzione particolare alle caratteristiche

specifiche dello sport dilettantistico. In particolare, tale dichiarazione è coerente con la

detta giurisprudenza in quanto essa riguarda le situazioni in cui l'esercizio dello sport

costituisce un'attività economica.

43. Occorre ricordare che le norme del Trattato in materia di libera circolazione delle

persone non ostano a normative o prassi che escludano i calciatori stranieri da determinati

incontri per motivi non economici, attinenti al carattere e all'ambito specifici di tali partite

e che quindi hanno natura prettamente sportiva, come, ad esempio, nel caso di incontri fra

le rappresentative di paesi diversi. La Corte ha sottolineato, però, che tale restrizione

della sfera d'applicazione del Trattato deve restare entro i limiti del suo oggetto specifico

e non può essere fatta valere per escludere da tale sfera un'intera attività sportiva

(sentenze 14 luglio 1976, causa 13/76, Donà, Racc. pag. 1333, punti 14 e 15, e Bosman,

citata, punti 76 e 127).

44. Ora, le norme di selezione controverse nelle cause a quibus non vertono su incontri

tra squadre o selezioni nazionali di paesi diversi, comprendenti solo persone in possesso

della cittadinanza dello Stato di cui fa parte la federazione che le ha selezionate, come i

giochi olimpici o taluni campionati del mondo o d'Europa, ma riservano la

partecipazione, per federazione nazionale, a taluni altri incontri internazionali ad alto

livello agli atleti che sono affiliati alla federazione di cui trattasi, indipendentemente dalla

loro cittadinanza. La sola circostanza che i piazzamenti ottenuti dagli atleti in tali

competizioni siano presi in considerazione per determinare i paesi che potranno iscrivere

loro rappresentanti ai giochi olimpici non può giustificare l'equiparazione di queste

ultime ad incontri tra squadre nazionali che possono esulare dall'ambito di applicazione

del diritto comunitario.

45. La LFJ ha in particolare sostenuto che le associazioni e federazioni sportive hanno il

diritto di determinare liberamente le condizioni di accesso a competizioni che riguardano

solo sportivi dilettanti.

46. Al riguardo, occorre rilevare che la semplice circostanza che un'associazione o

federazione sportiva qualifichi unilateralmente come dilettanti gli atleti che ne fanno

parte non è di per sé tale da escludere che questi ultimi esercitino attività economiche ai

sensi dell'art. 2 del Trattato.

47. Quanto alla natura delle norme controverse, risulta dalle citate sentenze Walrave e

Koch (punti 17 e 18) e Bosman (punti 82 e 83) che le disposizioni comunitarie in materia

di libera circolazione delle persone e dei servizi non disciplinano soltanto gli atti delle

autorità pubbliche, ma si applicano anche alle normative di altra natura dirette a

disciplinare collettivamente il lavoro subordinato e le prestazioni di servizi. Infatti,

l'abolizione fra gli Stati membri degli ostacoli alla libera circolazione delle persone e alla

libera prestazione dei servizi sarebbe compromessa se l'eliminazione delle limitazioni

stabilite da norme statali potesse essereneutralizzata da ostacoli derivanti dall'esercizio

dell'autonomia giuridica di associazioni ed enti di natura non pubblicistica.

48. Ne consegue che il Trattato, ed in particolare i suoi artt. 59, 60 e 66, può applicarsi

alle attività sportive e alle norme adottate dalle associazioni sportive, come quelle di cui

trattasi nelle cause principali.

- 57 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

49. Alla luce di quanto precede e della trattazione svoltasi dinanzi alla Corte, è

importante verificare se un'attività come quella esercitata dalla signora Deliège possa

costituire un'attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato e, più in particolare, una

prestazione di servizi ai sensi dell'art. 59 dello stesso Trattato.

50. Nell'ambito della collaborazione giudiziaria instauratasi attraverso il procedimento

pregiudiziale tra il giudice nazionale e la Corte, spetta al primo accertare e valutare i fatti

di causa (v., in particolare, sentenza 3 giugno 1986, causa 139/85, Kempf, Racc. pag.

1741, punto 12) e alla Corte fornire al giudice nazionale gli elementi interpretativi

necessari per consentirgli di statuire sulla lite (sentenza 22 maggio 1990, causa C-332/88,

Alimenta, Racc. pag. I-2077, punto 9).

51. A questo proposito, è importante constatare innanzi tutto che la sentenza di rinvio

nella causa C-191/97 menziona in particolare sussidi attribuiti in relazione a precedenti

risultati sportivi e contratti di sponsorizzazione direttamente connessi ai risultati

conseguiti dall'atleta. D'altro canto, la signora Deliège ha sostenuto dinanzi alla Corte,

producendo taluni documenti a sostegno delle sue affermazioni, che ella aveva percepito,

in ragione delle sue prestazioni sportive, sussidi della Comunità francese del Belgio e del

comitato olimpico e interfederale belga e che ella era stata sponsorizzata da un istituto

bancario e da un costruttore di automobili.

52. In ordine poi alla nozione di attività economica e di prestazione di servizi ai sensi,

rispettivamente, degli artt. 2 e 59 del Trattato, si deve rilevare che esse definiscono la

sfera d'applicazione di una delle libertà fondamentali garantite dal Trattato e, come tali,

non possono venir interpretate restrittivamente (v, in questo senso, sentenza 23 marzo

1982, causa 53/81, Levin, Racc. pag. 1035, punto 13).

53. Per quanto riguarda più in particolare la prima di queste nozioni, risulta da una

giurisprudenza costante (sentenze Donà, citata, punto 12, e 5 ottobre 1988, causa 196/87,

Steymann, Racc. pag. 6159, punto 10) che una prestazione di lavoro subordinato o una

prestazione di servizi retribuita dev'essere considerata come attività economica ai sensi

dell'art. 2 del Trattato.

54. Tuttavia, come la Corte ha in particolare dichiarato nelle citate sentenze Levin (punto

17) e Steymann (punto 13), le attività esercitate devono essere reali ed effettive e non

talmente ridotte da potersi definire puramente marginali ed accessorie.

55. Quanto alla prestazione di servizi, risulta dall'art. 60, primo comma, del Trattato che

ai sensi di questa disposizione sono considerate quali servizi le prestazioni fornite

normalmente dietro retribuzione, in quanto non siano regolate dalle disposizioni relative

alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone.

56. A questo proposito, occorre constatare che le attività sportive e, in particolare, la

partecipazione di un atleta ad alto livello ad una competizione internazionale possono

comportare la prestazione di diversi servizi distinti, ma strettamente connessi, che

possono rientrare nell'ambito di applicazione dell'art. 59 del Trattato anche se taluni di

questi servizi non sono pagati da coloro che ne fruiscono (v. sentenza 26 aprile 1988,

causa 352/85, Bond van Adverteerders e a., Racc. pag. 2085, punto 16).

57. A mo' d'esempio, l'organizzatore di una siffatta competizione offre all'atleta la

possibilità di esercitare la sua attività sportiva misurandosi con altri concorrenti e,

correlativamente, gli atleti, con la loro partecipazione alla competizione, permettono

all'organizzatore di produrre uno spettacolo sportivo al quale il pubblico può assistere,

che emittenti di programmi televisivi possono ritrasmettere e che può interessare quanti

intendono inviare messaggi pubblicitari nonché sponsor. Inoltre, l'atleta fornisce ai propri

sponsor una prestazione pubblicitaria che trova il suo supporto nell'attività sportiva in se

stessa.

- 58 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

58. Infine, per quanto riguarda le obiezioni espresse nelle osservazioni presentate dinanzi

alla Corte secondo le quali, da un lato, le cause principali riguarderebbero una situazione

puramente interna e, dall'altro, talune manifestazioni internazionali esulerebbero

dall'ambito di applicazione territoriale del Trattato, occorre ricordare che le disposizioni

del Trattato relative alla libera prestazione dei servizi non sono applicabili ad attività che

in tutti i loro elementi si collocano all'interno di un solo Stato membro (v., da ultimo,

sentenze 9 settembre 1999, causa C-108/98, RI.SAN., Racc. pag. I-0000, punto 23, e 21

ottobre 1999, causa C-97/98, Jägerskiöld, Racc. pag. I-0000, punto 42). Tuttavia, un

elemento di estraneità può in particolare derivare dalla circostanza che un atleta partecipi

ad una competizione in uno Stato membro diverso da quello in cui è stabilito.

59. Spetta al giudice nazionale valutare, sulla base di questi elementi interpretativi, se le

attività sportive della signora Deliège, ed in particolare la sua partecipazione ai tornei

internazionali, costituiscano un'attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato, e, più in

particolare, una prestazione di servizi ai sensi dell'art. 59 dello stesso Trattato.

60. Supponendo che l'attività della signora Deliège possa essere qualificata come

prestazione di servizi, occorre esaminare se le norme di selezione di cui trattasi nelle

cause principali costituiscano una restrizione alla libera prestazione dei servizi, ai sensi

dell'art. 59 del Trattato.

61. A questo proposito, si deve rilevare che, a differenza delle norme applicabili nella

causa Bosman, le norme di selezione controverse nelle cause principali non determinano

le condizioni di accesso degli sportivi professionisti al mercato del lavoro e non

contengono clausole di cittadinanza che limitino il numero di cittadini di altri Stati

membri che possono partecipare ad una competizione.

62. La signora Deliège, cittadina belga, non sostiene del resto che la scelta effettuata dalla

LBJ, che non la ha selezionata per partecipare ad un torneo, sia stata operata in relazione

alla sua cittadinanza.

63. Inoltre, come è stato rilevato al punto 44 della presente sentenza, siffatte norme di

selezione non riguardano un torneo il cui scopo sia quello di mettere a confronto squadre

nazionali, ma un torneo in cui, un volta selezionati, gli atleti concorrono per conto

proprio.

64. in tale quadro, basta constatare che, se norme di selezione come quelle controverse

nelle cause principali hanno inevitabilmente l'effetto di limitare il numero di partecipanti

ad un torneo, tale limitazione è inerente allo svolgimento di una competizione sportiva

internazionale ad alto livello, che implica necessariamente l'adozione di talune norme o di

taluni criteri di selezione. Norme del genere non possono quindi essere di per se stesse

considerate come configuranti una restrizione alla libera prestazione dei servizi vietata

dall'art. 59 del Trattato.

65. Del resto, l'adozione, ai fini di un torneo sportivo internazionale, di un sistema di

scelta dei partecipanti rispetto ad un altro dev'essere fondata su un gran numero di

considerazioni estranee alla situazione personale di un atleta qualsiasi, come la natura,

l'organizzazione ed il finanziamento dello sport interessato.

66. Se un sistema di scelta può rivelarsi più favorevole nei confronti di una categoria di

atleti rispetto ad un altro, non si può dedurre da questo solo fatto che l'adozione di un

siffatto sistema costituisca una restrizione alla libera prestazione di servizi.

67. Pertanto, spetta naturalmente ai soggetti interessati, come gli organizzatori dei tornei,

le federazioni sportive o ancora le associazioni di atleti professionisti, emanare le norme

appropriate ed effettuare la selezione in forza di esse.

68. A questo proposito, occorre ammettere che l'affidamento di un siffatto compito alle

federazioni nazionali, in seno alle quali si trovano normalmente riunite le conoscenze e

l'esperienza necessarie, costituisce il riflesso dell'organizzazione adottata nella maggior

- 59 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

parte delle discipline sportive, organizzazione che si basa in linea di principio

sull'esistenza di una federazione in ciascun paese. Inoltre, dev'essere rilevato che le

norme di selezione controverse nelle cause principali si applicano tanto alle competizioni

organizzate all'interno della Comunità quanto ai tornei che si svolgono all'esterno di essa

e riguardano nel contempo cittadini degli Stati membri e cittadini di paesi terzi.

69. Si devono pertanto risolvere le questioni sollevate nel senso che una norma che

imponga ad un atleta professionista o semiprofessionista, o candidato a divenir tale, di

essere in possesso di un'autorizzazione o di un provvedimento di selezione della propria

federazione per poter partecipare ad una competizione sportiva internazionale ad alto

livello in cui non sono in gara squadre nazionali, qualora essa discenda da una necessità

inerente all'organizzazione di una siffatta competizione, non costituisce di per se stessa

una restrizione alla libera prestazione di servizi vietata dall'art. 59 del Trattato.

Per questi motivi,

LA CORTE,

dichiara:

Una norma che imponga ad un atleta professionista o semiprofessionista, o candidato a

divenir tale, di essere in possesso di un'autorizzazione o di un provvedimento di selezione

della propria federazione per poter partecipare ad una competizione sportiva

internazionale ad alto livello in cui non sono in gara squadre nazionali, qualora essa

discenda da una necessità inerente all'organizzazione di una siffatta competizione, non

costituisce di per se stessa una restrizione alla libera prestazione di servizi vietata dall'art.

59 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 49 CE).

- 60 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

7. Procedimento C-176/96,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE), dal Tribunal de première instance de

Bruxelles (Belgio), nella causa dinanzi ad esso pendente tra

Jyri Lehtonen,

Castors Canada Dry Namur-Braine ASBL

e

Fédération royale belge des sociétés de basket-ball ASBL (FRBSB),

con l'intervento di

Ligue belge - Belgische Liga ASBL,

domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 6, 48 del Trattato CE (divenuti, in

seguito a modifica, artt. 12 CE e 39 CE), 85 e 86 del Trattato CE (divenuti artt. 81 CE e

82 CE),

LA CORTE (Sesta Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 23 aprile 1996, pervenuta in cancelleria il 22 maggio 1996, il Tribunal

de première instance di Bruxelles, statuendo in sede di procedimento sommario, ha

sottoposto a questa Corte, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE),

una questione pregiudiziale relativa all'interpretazione degli artt. 6, 48 del Trattato CE

(divenuti, in seguito a modifica, artt. 12 CE e 39 CE), 85 e 86 del Trattato CE (divenuti

artt. 81 e 82 CE).

2. Tale questione è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra il signor Lehtonen e

la Castors Canada Dry Namur-Braine ASBL (in prosieguo: la «Castors Braine») da una

lato, e la Fédération royale belge des sociétés de basket-ball ASBL (in prosieguo:la

«FRBSB»), nonché la Ligue belge - Belgische Liga ASBL (in prosieguo: la «BLB»)

dall'altro, in ordine al diritto della Castors Braine di far giocare il signor Lehtonen in

occasione di partite della serie maggiore del campionato nazionale belga di pallacanestro.

Le norme organizzative della pallacanestro e le norme relative ai termini per il

trasferimento

3. La pallacanestro è organizzata a livello mondiale dalla Federazione internazionale di

basket (in prosieguo: la «Fiba»). La federazione belga è la FRBSB, che gestisce la

pallacanestro sia a livello dilettantistico che a livello professionistico. La BLB, che al 1°

gennaio 1996 raggruppava undici delle dodici società di pallacanestro partecipanti al

- 61 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

campionato nazionale belga di prima divisione, ha lo scopo di promuovere al più alto

livello la pallacanestro e di rappresentare la pallacanestro belga di alto livello sul piano

nazionale, in particolare presso la FRBSB.

4. In Belgio, il campionato nazionale maschile di pallacanestro di prima divisione è

diviso in due fasi: la prima, alla quale partecipano tutte le società, e la seconda, alla quale

partecipano solo le società che hanno ottenuto i migliori piazzamenti (partite dirette

all'assegnazione del titolo nazionale, in prosieguo: le «partite di play-off») e le società

che si sono classificate nelle ultime posizioni (partite dirette a determinare le società che

conservano il diritto di partecipare al campionato di prima divisione, in prosieguo: le

«partite di play-out»).

5. Il regolamento della Fiba che disciplina il trasferimento internazionale di giocatori si

applica integralmente a tutte le federazioni nazionali [art. 1, lett. b)]. Per i trasferimenti

nazionali, le federazioni nazionali sono invitate ad ispirarsi a tale regolamento

internazionale ed a redigere propri regolamenti sul trasferimento dei giocatori nello

spirito del regolamento della Fiba [art. 1, lett. c)]. Detto regolamento definisce il

giocatore straniero come colui che non ha la cittadinanza dello Stato a cui appartiene la

federazione nazionale che gli ha rilasciato la licenza [art. 2, lett. a)]. La licenza è

l'autorizzazione necessaria data da una federazione nazionale ad un giocatore per

permettergli di giocare a pallacanestro per una società aderente a tale federazione.

6.

L'art. 3, lett. c), del detto regolamento prevede, in via generale, che, scaduto il termine

fissato per la zona interessata, come definita dalla Fiba, non è consentito alle società, per i

campionati nazionali, includere nella loro squadra giocatori che abbiano già giocato in un

altro Paese della stessa zona durante la stessa stagione. Per la zona europea, il termine

ultimo per la registrazione dei giocatori stranieri è fissato al 28 febbraio. Dopo tale data, è

ancora possibile il trasferimento di giocatori provenienti da altre zone.

7. Ai sensi dell'art. 4, lett. a), dello stesso regolamento, ogni volta che ad una federazione

nazionale è presentata una domanda di licenza relativa ad un giocatore precedentemente

titolare di licenza presso una federazione di un altro Paese, prima dirilasciargli la licenza,

essa deve ottenere una lettera di uscita da quest'ultima federazione.

8. Secondo il regolamento della FRBSB, occorre distinguere anzitutto l'affiliazione, che

lega il giocatore alla federazione nazionale, poi il tesseramento, che riflette il legame del

giocatore con una società determinata, ed infine la qualificazione, che è il necessario

presupposto per la partecipazione di un giocatore alle competizioni ufficiali. Il

trasferimento è definito come l'operazione mediante la quale un giocatore affiliato ottiene

un cambio di tessera.

9. Gli artt. 140 e segg. del detto regolamento riguardano i trasferimenti, tra società

belghe, di giocatori affiliati presso la FRBSB, che possono aver luogo ogni anno durante

un periodo determinato, che andava, nel 1995, dal 15 aprile al 15 maggio, e, nel 1996, dal

1° al 31 maggio dell'anno precedente il campionato al quale partecipa la società

interessata. Nessun giocatore può essere tesserato per più di una società belga nel corso

della stessa stagione.

10. Nella sua versione applicabile all'epoca dei fatti della causa a qua, l'art. 244 dello

stesso regolamento prevedeva:

«E' vietato schierare in campo giocatori non tesserati presso la società o sospesi. Il

presente divieto vale altresì per le partite amichevoli e per i tornei.

(...)

Ogni infrazione sarà sanzionata con [un']ammenda (...)

- 62 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

I giocatori (o le giocatrici) stranieri/e o professionisti/e (legge 24 febbraio 1978) affiliati/e

dopo il 31 marzo della stagione in corso non saranno più qualificati/e per giocare le

partite agonistiche, di coppa e di play-off della stagione in corso».

11. L'art. 254, punto 4), disponeva:

«I giocatori o le giocatrici aventi cittadinanza straniera, compresi i cittadini dell'UE, sono

qualificati solo se hanno adempiuto le formalità relative all'affiliazione, al tesseramento

ed alla qualificazione. Inoltre, essi devono soddisfare i presupposti del regolamento della

FIBA per ottenere una licenza (...)».

La controversia nella causa a qua

12. Il signor Lehtonen è un giocatore di pallacanestro avente cittadinanza finlandese.

Durante la stagione 1995/1996, egli ha giocato in una squadra che ha partecipato al

campionato finlandese e, alla fine di quest'ultimo, è stato ingaggiato dalla Castors Braine,

società aderente alla FRBSB, per partecipare alla fase finale del campionato del Belgio

1995/1996. A tal fine, le parti hanno stipulato, il 3 aprile 1996, un contrattodi lavoro di

«sportivo retribuito», in forza del quale il signor Lehtonen doveva percepire 50 000 BEF

netti al mese come retribuzione fissa e 15 000 BEF supplementari per ogni vittoria della

società. Tale ingaggio era stato registrato il 30 marzo 1996 presso la FRBSB, poiché la

lettera di uscita del giocatore era stata rilasciata il 29 marzo 1996 dalla federazione di

provenienza. Il 5 aprile 1996, la FRBSB ha informato la Castors Braine che, se la Fiba

non avesse rilasciato la licenza, la società sarebbe stata passibile di sanzioni e che, nel

caso in cui essa avesse schierato in campo il signor Lehtonen, lo avrebbe fatto a suo

rischio e pericolo.

13. Nonostante tale avvertimento, la Castors Braine ha fatto giocare il signor Lehtonen

nel corso della partita del 6 aprile 1996, giocata contro la squadra della società Belgacom

Quaregnon. Questa partita è stata vinta dalla Castors Braine. L'11 aprile 1996, a seguito

di una denuncia presentata dalla società Belgacom Quaregnon, la sezione «competizione»

della FRBSB ha sanzionato la Castors Braine infliggendole una sconfitta «a tavolino»

con il punteggio di 0-20 per la partita alla quale il signor Lehtonen aveva partecipato, in

violazione delle disposizioni del regolamento della Fiba attinenti ai trasferimenti dei

giocatori all'interno della zona europea. Nella partita seguente, contro la squadra della

società Pepinster, la Castors Braine ha iscritto il signor Lehtonen sul foglio di gara, ma

alla fine non l'ha fatto giocare. Essa è stata nuovamente assoggettata alla sanzione della

sconfitta «a tavolino». Correndo il rischio di subire nuove sanzioni di squalifica ad ogni

iscrizione del signor Lehtonen sul foglio di gara, o addirittura di vedersi relegare nella

divisione inferiore in caso di terza squalifica, la Castors Braine ha rinunciato alle

prestazioni del signor Lehtonen per le partite di play-off.

14. Il 16 aprile 1996, il signor Lehtonen e la Castors Braine hanno citato la FRBSB

dinanzi al Tribunal de première instance di Bruxelles, in sede di procedimento sommario.

Essi hanno chiesto, in sostanza, che venisse ingiunto alla FRBSB di revocare la sanzione

di squalifica inflitta alla Castors Braine per la partita del 6 aprile 1996 contro la società

Belgacom Quaregnon e che le fosse vietato di irrogare nei suoi confronti qualsiasi

sanzione tesa ad impedirle di far partecipare il signor Lehtonen al campionato del Belgio

1995/1996, comminandosi una penale di 100 000 BEF per ogni giorno di ritardo

nell'esecuzione dell'ordinanza.

15. Con accordo del 17 aprile 1996, le parti della causa a qua hanno convenuto di

presentare «conclusioni concordi» con le quali esse avrebbero sollecitato un rinvio

pregiudiziale alla Corte di giustizia, congelando la situazione controversa nell'attesa della

futura sentenza di quest'ultima. Pertanto, le sanzioni di squalifica sarebbero state

mantenute, sarebbe stato sospeso il giudizio circa le sanzioni pecuniarie inflitte alla

- 63 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Castors Braine e quest'ultima si sarebbe astenuta dallo schierare in campo il signor

Lehtonen nel corso delle partite di play-off, restando per il resto salvi i diritti delle parti.

16. Durante l'udienza del 19 aprile 1996, la BLB ha presentato una domanda di intervento

volontario a sostegno della FRBSB e le parti hanno presentato le loro conclusioni

concordi.

La questione pregiudiziale

17. Nella sua ordinanza 23 aprile 1996, il giudice dell'urgenza del Tribunal de première

instance di Bruxelles ha innanzi tutto rilevato che nulla ostava a che esso sottoponesse

una domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di giustizia. Esso ha poi considerato

che, al momento della proposizione dell'azione, il presupposto dell'urgenza era

sicuramente soddisfatto, in quanto la Castors Braine intendeva schierare in campo il

signor Lehtonen per le successive partite di campionato. Infine, esso ha preso atto

dell'accordo intervenuto tra le parti al fine di consentire il rinvio pregiudiziale alla Corte,

accordo ai sensi del quale la Castors Braine si sarebbe astenuta dallo schierare in campo il

signor Lehtonen per tutta la durata del campionato in corso, mentre la FRBSB si

impegnava, dal canto suo, a sospendere ogni sanzione.

18. Pertanto, il Tribunal de première instance di Bruxelles, dopo aver preso atto

dell'intervento volontario della BLB, ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre

alla Corte la questione pregiudiziale seguente:

«Se siano compatibili con il Trattato di Roma (e specialmente con gli artt. 6, 48, 85 e 86)

le disposizioni regolamentari di una federazione sportiva che vietano ad una società di

schierare in campo per la prima volta un giocatore in una competizione se esso è stato

ingaggiato dopo una certa data, qualora si tratti di un giocatore professionista cittadino di

uno Stato membro dell'Unione europea, nonostante le ragioni di carattere sportivo

invocate dalle federazioni per giustificare le dette disposizioni, vale a dire la necessità di

non falsare le competizioni».

Sulla competenza della Corte a risolvere la questione pregiudiziale e sulla

ricevibilità di quest'ultima

19. In via preliminare, occorre ricordare che, come la Corte ha dichiarato nelle sentenze

21 aprile 1988, causa 338/85, Fratelli Pardini (Racc. pag. 2041, punto 11), e 4 ottobre

1991, causa C-159/90, Society for the Protection of Unborn Children Ireland (Racc. pag.

I-4685, punto 12), gli organi giurisdizionali nazionali hanno la facoltà di adire la Corte in

via pregiudiziale ai sensi dell'art. 177 del Trattato solo se è pendente dinanzi ad essi una

controversia nell'ambito della quale ad essi è richiesta una pronunzia che possa tener

conto della sentenza pregiudiziale. Invece, la Corte non è competente a conoscere del

rinvio pregiudiziale qualora, al momento in cui esso viene effettuato, il giudizio dinanzi

al giudice a quo sia ormai concluso.

20. Per quanto riguarda il presente procedimento, occorre rilevare che il giudice a quo,

dopo aver preso atto dell'accordo intervenuto tra le parti, ha deciso di proporre alla Corte

una questione pregiudiziale, riservandosi di statuire quanto al resto. Ne consegue che il

giudice nazionale dovrà ancora pronunciarsi sulla legittimità, alla luce del diritto

comunitario, delle sanzioni inflitte alla Castors Braine e sulle eventuali conseguenze di

esse. In tale occasione, esso sarà chiamato ad emettere una decisione in cui la sentenza

della Corte dovrà necessariamente essere presa in considerazione. Diconseguenza, non si

può sostenere che il detto giudice, operante nell'ambito del procedimento sommario, non

ha titolo per sottoporre una questione pregiudiziale alla Corte e che questa non è

competente a risolverla.

- 64 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

21. Il governo italiano e la Commissione hanno contestato la ricevibilità della questione

sollevata in quanto l'ordinanza di rinvio non conterrebbe un'esposizione sufficiente

dell'ambito di fatto e di diritto della controversia nella causa principale.

22. Secondo costante giurisprudenza, l'esigenza di giungere ad un'interpretazione del

diritto comunitario che sia utile per il giudice nazionale impone che quest'ultimo

definisca l'ambito di fatto e di diritto in cui si inseriscono le questioni sollevate o che esso

spieghi almeno le ipotesi di fatto su cui tali questioni sono fondate. Dette esigenze

valgono in particolare in determinati settori, quale quello della concorrenza, caratterizzati

da complesse situazioni di fatto e di diritto (v., segnatamente, sentenze 26 gennaio 1993,

cause riunite da C-320/90 a C-322/90, Telemarsicabruzzo e a., Racc. pag. I-393, punti 6 e

7; 21 settembre 1999, causa C-67/96, Albany, Racc. pag. I-0000, punto 39, e cause riunite

da C-115/97 a C-117/97, Brentjens', Racc. pag. I-0000, punto 38).

23. Le informazioni fornite nei provvedimenti di rinvio non servono solo a consentire alla

Corte di fornire utili soluzioni, ma anche ad offrire ai governi degli Stati membri nonché

alle altre parti interessate la possibilità di presentare osservazioni conformemente all'art.

20 dello Statuto CE della Corte. Spetta alla Corte vegliare a che detta possibilità sia

salvaguardata, tenuto conto del fatto che, in virtù della disposizione summenzionata, alle

parti interessate vengono trasmessi solo i provvedimenti di rinvio (v., segnatamente,

ordinanza 23 marzo 1995, causa C-458/93, Saddik, Racc. pag. I-511, punto 13; sentenze

citate Albany, punto 40, e Brentjens', punto 39).

24. Nella causa a qua, da un lato risulta dalle osservazioni presentate dalle parti, dai

governi degli Stati membri e dalla Commissione, conformemente alla detta norma dello

Statuto CE della Corte di giustizia, che le informazioni contenute nella decisione di rinvio

hanno permesso loro di prendere utilmente posizione sulla questione sottoposta alla Corte

nei limiti in cui essa riguarda le norme del Trattato relative alla libera circolazione dei

lavoratori.

25. Inoltre, pur se il governo italiano ha potuto ritenere che le informazioni fornite dal

giudice a quo non gli consentissero di prendere posizione sul problema se, nella causa a

qua, il signor Lehtonen debba essere considerato come un lavoratore ai sensi dell'art. 48

del Trattato, è importante sottolineare che tale governo e le altre parti interessate sono

stati in grado di presentare osservazioni sulla base delle indicazioni di fatto del detto

giudice.

26. Peraltro, le informazioni contenute nella decisione di rinvio sono state completate

dagli elementi risultanti dal fascicolo trasmesso dal giudice nazionale e dalle osservazioni

scritte depositate dinanzi alla Corte. L'insieme di tali elementi, riportati nella relazione

d'udienza, è stato reso noto agli Stati membri e alle altre parti interessate ai

finidell'udienza nel corso della quale essi hanno potuto, all'occorrenza, integrare le loro

osservazioni (v. altresì, in tal senso, le sentenze citate Albany, punto 43, e Brentjens',

punto 42).

27. D'altra parte, le informazioni provenienti dal giudice nazionale, completate, per

quanto necessario, dagli elementi sopra citati, forniscono alla Corte una conoscenza

sufficiente dell'ambito di fatto e di diritto della controversia nella causa principale per

consentire alla Corte stessa di interpretare le norme del Trattato relative al principio di

non discriminazione in base alla cittadinanza ed alla libera circolazione dei lavoratori alla

luce della situazione oggetto della suddetta controversia.

28. Invece, nei limiti in cui la questione proposta verte sulle regole di concorrenza

applicabili alle imprese, la Corte non si considera sufficientemente edotta per fornire

indicazioni circa la definizione del mercato o dei mercati di cui trattasi nella causa

principale. Dalla decisione di rinvio non risulta neppure con chiarezza quali siano la

natura ed il numero delle imprese che esercitano la loro attività su tale o su tali mercati.

- 65 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Inoltre, le informazioni fornite dal giudice a quo non consentono alla Corte di

pronunciarsi utilmente in ordine all'esistenza e all'importanza degli scambi tra Stati

membri o in ordine alla possibilità che tali scambi siano pregiudicati dalle norme relative

al trasferimento dei giocatori.

29. E' quindi giocoforza constatare che la decisione di rinvio non contiene indicazioni

sufficienti per soddisfare le esigenze ricordate ai punti 22 e 23 della presente sentenza per

quanto riguarda le regole di concorrenza.

30. Da quanto precede risulta che la Corte deve risolvere la questione sollevata in quanto

essa verte sull'interpretazione delle norme del Trattato relative al principio di non

discriminazione in base alla cittadinanza ed alla libera circolazione dei lavoratori. Per

contro, tale questione è irricevibile nella misura in cui essa riguarda l'interpretazione delle

regole di concorrenza applicabili alle imprese.

Nel merito

31. Alla luce di quanto precede, la questione sollevata dev'essere intesa come diretta

sostanzialmente a stabilire se gli artt. 6 e 48 del Trattato ostino all'applicazione di norme

emanate in uno Stato membro da associazioni sportive che vietino ad una società di

pallacanestro di schierare in campo, in occasione di partite del campionato nazionale,

giocatori provenienti da altri Stati membri qualora il trasferimento sia avvenuto dopo una

certa data.

Sulla sfera di applicazione del Trattato

32. In via preliminare, si deve ricordare che, considerati gli obiettivi della Comunità,

l'attività sportiva è disciplinata dal diritto comunitario in quanto sia configurabile come

attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato (divenuto, in seguito al a modifica,art. 2

CE)(v. sentenze 12 dicembre 1974, causa 36/74, Walrave e Koch, Racc. pag. 1405, punto

4, e 15 dicembre 1995, causa C-415/93, Bosman, Racc. pag. I-4921, punto 73). La Corte

ha d'altra parte riconosciuto che l'attività sportiva presenta una notevole importanza

sociale nella Comunità (v. sentenza Bosman, citata, punto 106).

33. Tale giurisprudenza è peraltro confortata dalla dichiarazione n. 29 sullo sport,

figurante in allegato all'atto finale della conferenza che ha adottato il testo del Trattato di

Amsterdam, la quale sottolinea la rilevanza sociale dello sport ed invita segnatamente gli

organi dell'Unione europea a riservare un'attenzione particolare alle caratteristiche

specifiche dello sport dilettantistico. In particolare, tale dichiarazione è coerente con la

detta giurisprudenza in quanto essa riguarda le situazioni in cui l'esercizio dello sport

costituisce un'attività economica.

34. Occorre ricordare che le norme del Trattato in materia di libera circolazione delle

persone non ostano a normative o prassi che escludano i calciatori stranieri da determinati

incontri per motivi non economici, attinenti al carattere e all'ambito specifici di tali partite

e che quindi hanno natura prettamente sportiva, come, ad esempio, nel caso di incontri fra

le rappresentative di paesi diversi. La Corte ha sottolineato, però, che tale restrizione

della sfera d'applicazione del Trattato deve restare entro i limiti del suo oggetto specifico

e non può essere fatta valere per escludere da tale sfera un'intera attività sportiva

(sentenze 14 luglio 1976, causa 13/76, Donà, Racc. pag. 1333, punti 14 e 15, e Bosman,

citata, punti 76 e 127).

35. Per quanto riguarda la natura delle norme controverse nella causa principale, risulta

dalle citate sentenze Walrave e Koch, punti 17 e 18, e Bosman, punti 82 e 83, che le

disposizioni comunitarie in materia di libera circolazione delle persone e di libera

prestazione dei servizi non disciplinano soltanto gli atti delle autorità pubbliche, ma si

- 66 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

estendono anche alle normative di altra natura dirette a disciplinare collettivamente il

lavoro subordinato e le prestazioni di servizi. Infatti, l'abolizione fra gli Stati membri

degli ostacoli alla libera circolazione delle persone ed alla libera prestazione dei servizi

sarebbe compromessa se l'eliminazione delle limitazioni stabilite da norme statali potesse

essere neutralizzata da ostacoli derivanti dall'esercizio dell'autonomia giuridica di

associazioni ed enti di natura non pubblicistica.

36. Pertanto, si deve constatare che il Trattato, ed in particolare i suoi artt. 6 e 48,

possono essere applicati ad attività sportive ed a regole emanate dalle associazioni

sportive come quelle di cui trattasi nella causa a qua.

Sul principio di non discriminazione in base alla cittadinanza

37. Occorre ricordare che, conformemente ad una giurisprudenza costante, l'art. 6 del

Trattato, che sancisce il principio generale del divieto di discriminazioni fondate sulla

nazionalità, tende ad applicarsi autonomamente solo nelle situazioni disciplinate dal

diritto comunitario per le quali il Trattato non stabilisce norme specifiche di non

discriminazione (v., segnatamente, sentenze 10 dicembre 1991, causa C-179/90,

Merciconvenzionali porto di Genova, Racc. pag. I-5889, punto 11, e 14 luglio 1994,

causa C-379/92, Peralta, Racc. pag. I-3453, punto 18).

38. Ora, per quel che riguarda i lavoratori subordinati, questo principio è stato attuato in

concreto dall'art. 48 del Trattato.

Sull'esistenza di un'attività economica e sulla qualità di lavoratore del signor Lehtonen

39. Alla luce di quanto precede e della trattazione svoltasi dinanzi alla Corte, occorre

verificare se un giocatore di pallacanestro come il signor Lehtonen possa esercitare

un'attività economica ai sensi dell'art. 2 del Trattato e, più in particolare, se egli possa

essere considerato come un lavoratore ai sensi dell'art. 48 dello stesso Trattato.

40. Nell'ambito della collaborazione giudiziaria instauratasi attraverso il procedimento

pregiudiziale fra il giudice nazionale e la Corte, spetta al primo accertare e valutare i fatti

di causa (v., in particolare, sentenza 3 giugno 1986, causa 139/85, Kempf, Racc. pag.

1741, punto 12) ed alla Corte fornire al giudice nazionale gli elementi interpretativi

necessari per consentirgli di statuire sulla lite (sentenza 22 maggio 1990, causa C-332/88,

Alimenta, Racc. pag. I-2077, punto 9).

41. A questo proposito, è importante ricordare innanzi tutto che l'ordinanza di rinvio

definisce il signor Lehtonen come un giocatore professionista di pallacanestro.

Quest'ultimo e la Castors Braine hanno prodotto dinanzi alla Corte il contratto di lavoro

«sportivo retribuito» di cui al punto 12 della presente sentenza, contratto che prevedeva il

pagamento di una retribuzione mensile fissa e di premi.

42. Per quanto riguarda poi le nozioni di attività economica e di lavoratore ai sensi

rispettivamente degli artt. 2 e 48 del Trattato, occorre rilevare che esse definiscono la

sfera dapplicazione di una delle libertà fondamentali garantite dal Trattato e come tali non

possono venir interpretate restrittivamente (v., in tal senso, sentenza 23 marzo 1982,

causa 53/81, Levin, Racc. pag. 1035, punto 13).

43. Per quanto riguarda più in particolare la prima di tali nozioni, risulta da una

giurisprudenza costante (sentenze Donà, citata, punto 12, e 5 ottobre 1988, causa 196/87,

Steymann, Racc. pag. 6159, punto 10) che una prestazione di lavoro subordinato o una

prestazione di servizi retribuita dev'essere considerata come attività economica ai sensi

dell'art. 2 Trattato.

- 67 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

44. Tuttavia, come la Corte ha in particolare dichiarato nelle citate sentenze Levin, punto

17, e Steymann, punto 13, le attività esercitate devono essere reali ed effettive e non

talmente ridotte da potersi definire puramente marginali ed accessorie.

45. Per quanto riguarda la nozione di lavoratore, occorre ricordare che, in forza di una

giurisprudenza costante, essa non può essere interpretata in vario modo, con riferimento

agli ordinamenti nazionali, ma ha portata comunitaria. Tale nozionedevessere definita in

base a criteri obiettivi che caratterizzino il rapporto di lavoro sotto il profilo dei diritti e

degli obblighi delle persone interessate. Ora, la caratteristica essenziale del rapporto di

lavoro è la circostanza che una persona fornisca, per un certo periodo di tempo, a favore

di unaltra e sotto la direzione di questultima, prestazioni in contropartita delle quali riceva

una retribuzione (v., segnatamente, sentenza 3 luglio 1986, causa 66/85, Lawrie-Blum,

Racc. pag. 2121, punti 16 e 17).

46. Ora, dagli accertamenti di fatto compiuti dal giudice a quo, nonché dai documenti

prodotti dinanzi alla Corte, risulta che il signor Lehtonen aveva stipulato un contratto di

lavoro con una società di un altro Stato membro per esercitare un'attività retribuita nel

territorio di tale Stato. Come ha giustamente osservato il ricorrente nella causa a qua, egli

ha, ciò facendo, risposto ad un'offerta di lavoro effettiva ai sensi dell'art. 48, n. 3, lett. a),

del Trattato.

Sull'esistenza di un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori

47. Poiché un giocatore di pallacanestro come il signor Lehtonen deve essere qualificato

come lavoratore ai sensi dell'art. 48 del Trattato, occorre accertare se le norme relative ai

termini di trasferimento di cui ai punti 6 e 9-11 della presente sentenza costituiscano un

ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori, vietato dalla stessa norma.

48. Vero è, al riguardo, che ai giocatori provenienti da un'altra società di pallacanestro

belga si applicano termini di trasferimento più rigorosi.

49. Non è meno vero che tali norme sono idonee a limitare la libera circolazione dei

giocatori che vogliono svolgere la loro attività in un altro Stato membro poiché

impediscono alle società belghe di schierare in campo, nelle partite di campionato,

giocatori di pallacanestro provenienti da altri Stati membri qualora essi siano stati

ingaggiati dopo una certa data. Di conseguenza, le dette norme costituiscono un ostacolo

alla libera circolazione dei lavoratori (v., in tal senso, sentenza Bosman, citata, punti 99 e

100).

50. Il fatto che le norme di cui trattasi non riguardino l'ingaggio dei detti giocatori, che

non è limitato, ma la possibilità, per le società cui appartengono, di farli scendere in

campo nelle partite ufficiali è irrilevante. Poiché la partecipazione a tali incontri

costituisce l'oggetto essenziale dell'attività di un calciatore professionista, è evidente che

una norma che limiti detta partecipazione incide anche sulle possibilità d'ingaggio del

giocatore interessato (v. sentenza Bosman, citata, punto 120).

Sull'esistenza di giustificazioni

51. Essendo stata così accertata l'esistenza di un ostacolo alla libera circolazione dei

lavoratori, occorre verificare se quest'ultimo possa essere obiettivamente giustificato.

52. La FRBSB e la BLB, così come tutti i governi che hanno presentato osservazioni

dinanzi alla Corte, sostengono che le norme relative ai termini di trasferimento sono

giustificate da motivi non economici, attinenti unicamente allo sport in sé e per sé.

- 68 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

53. Al riguardo, si deve riconoscere che la fissazione di termini per i trasferimenti di

giocatori può rispondere all'obiettivo di assicurare la regolarità delle competizioni

sportive.

54. Infatti, trasferimenti tardivi potrebbero modificare sensibilmente il valore sportivo

dell'una o dell'altra squadra nel corso del campionato, rimettendo così in discussione la

comparabilità dei risultati tra le diverse squadre impegnate in tale campionato e, di

conseguenza, il regolare svolgimento del campionato nel suo insieme.

55. Il rischio di una simile rimessa in discussione è particolarmente evidente nel caso di

una competizione sportiva che si svolga secondo le regole del campionato nazionale

belga di pallacanestro di prima divisione. Infatti, le squadre ammesse a partecipare alle

partite di play-off o chiamate a disputare le partite di play-out potrebbero approfittare di

trasferimenti tardivi per rafforzare i propri effettivi in vista della fase finale del

campionato, o persino in occasione di un unico incontro decisivo.

56. Tuttavia, le misure adottate dalle federazioni sportive per garantire il regolare

svolgimento delle competizioni non devono eccedere quanto necessario per conseguire lo

scopo perseguito (v. sentenza Bosman, citata, punto 104).

57. Nella causa a qua, risulta dalle norme relative ai termini di trasferimento che i

giocatori provenienti da una federazione non appartenente alla zona europea sono

assoggettati al termine del 31 marzo e non a quello del 28 febbraio, che si applica ai soli

giocatori provenienti da una federazione della zona europea, la quale comprende le

federazioni degli Stati membri.

58. A prima vista, una siffatta disciplina dev'essere considerata eccedente quanto

necessario per conseguire lo scopo perseguito. Infatti, dai documenti prodotti agli atti non

risulta che il trasferimento, tra il 28 febbraio e il 31 marzo, di un giocatore proveniente da

una federazione della zona europea presenti rischi maggiori per la regolarità del

campionato rispetto al trasferimento, durante lo stesso periodo, di un giocatore

proveniente da una federazione non appartenente a detta zona.

59. Tuttavia, spetta al giudice nazionale verificare in che misura ragioni obiettive,

attinenti unicamente allo sport in sé e per sé o relative a differenze esistenti tra la

situazione dei giocatori provenienti da una federazione appartenente alla zona europea e

quella dei giocatori provenienti da una federazione non appartenente a detta zona,

giustifichino una simile disparità di trattamento.

60. Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre risolvere la questione

sollevata, come riformulata, nel senso che l'art. 48 del Trattato osta all'applicazionedi

norme emanate in uno Stato membro da associazioni sportive che vietino ad una società

di pallacanestro di schierare in campo, in occasione delle partite del campionato

nazionale, giocatori provenienti da altri Stati membri che siano stati trasferiti dopo una

certa data qualora tale data sia precedente a quella che si applica ai trasferimenti di

giocatori provenienti da taluni Paesi terzi, a meno che ragioni obiettive, attinenti

unicamente allo sport in sé e per sé o relative a differenze esistenti tra la situazione dei

giocatori provenienti da una federazione appartenente alla zona europea e quella dei

giocatori provenienti da una federazione non appartenente alla detta zona, non

giustifichino una simile disparità di trattamento.

Per questi motivi,

LA CORTE (Sesta Sezione)

dichiara:

- 69 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

L'art. 48 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 39 CE) osta all'applicazione

di norme emanate in uno Stato membro da associazioni sportive che vietino ad una

società di pallacanestro di schierare in campo, in occasione delle partite del campionato

nazionale, giocatori provenienti da altri Stati membri che siano stati trasferiti dopo una

certa data qualora tale data sia precedente a quella che si applica ai trasferimenti di

giocatori provenienti da taluni Paesi terzi, a meno che ragioni obiettive, attinenti

unicamente allo sport in sé e per sé o relative a differenze esistenti tra la situazione dei

giocatori provenienti da una federazione appartenente alla zona europea e quella dei

giocatori provenienti da una federazione non appartenente alla detta zona, non

giustifichino una simile disparità di trattamento.

- 70 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

8. Procedimento C-150/99,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE), dallo Svea hovrätt (Svezia), nella

causa dinanzi ad esso pendente tra

Svenska staten

e

Stockholm Lindöpark AB

e tra

Stockholm Lindöpark AB

e

Svenska staten,

domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 13, parte A, n. 1, lett. m), e 13, parte B,

lett. b), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di

armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di

affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme (GU L

145, pag. 1),

LA CORTE (Quinta Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 26 marzo 1999, pervenuta alla Corte il 23 aprile successivo, lo Svea

hovrätt ha proposto, ai sensi dell'art. 177 del Trattato CE (divenuto art. 234 CE), tre

questioni pregiudiziali relative all'interpretazione degli artt. 13, parte A, n. 1, lett. m), e

13, parte B, lett. b), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in

materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla

cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme

(GU L 145, pag. 1; in prosieguo: la «sesta direttiva»).

2. Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di una controversia tra lo Svenska staten

(Stato svedese) e la Stockholm Lindöpark AB (in prosieguo: la «Lindöpark») in merito al

risarcimento dei danni che quest'ultima reclama dallo Stato svedese per non aver

trasposto correttamente, in occasione dell'adesione del Regno di Svezia all'Unione

europea, la sesta direttiva, in particolare l'art. 13 della stessa.

La normativa comunitaria

- 71 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

3. Ai sensi dell'art. 2 della sesta direttiva:

«Sono soggette all'imposta sul valore aggiunto:

1. le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, effettuate a titolo oneroso all'interno del

paese da un soggetto passivo che agisce in quanto tale;

2. le importazioni di beni».

4. L'art. 6, n. 1, della sesta direttiva, dispone:

«1. Si considera prestazione di servizi ogni operazione che non costituisce cessione di un

bene ai sensi dell'articolo 5.

Tale operazione può consistere tra l'altro:

- in una cessione di beni immateriali, siano o no rappresentati da un titolo;

- in un obbligo di non fare o di tollerare un atto od una situazione;

- nell'esecuzione di un servizio in base ad una espropriazione fatta dalla pubblica

amministrazione o in suo nome o a norma di legge».

5. L'art. 13, parte A, n. 1, della sesta direttiva recita:

«1. Fatte salve le altre disposizioni comunitarie, gli Stati membri esonerano, alle

condizioni da essi stabilite per assicurare la corretta e semplice applicazione delle

esenzioni previste in appresso e per prevenire ogni possibile frode, evasione ed abuso:

(...)

m) talune prestazioni di servizi strettamente connesse con la pratica dello sport o

dell'educazione fisica, fornite da organizzazioni senza scopo lucrativo alle persone che

esercitano lo sport o l'educazione fisica;

(...)».

6. Ai sensi dell'art. 13, parte B, della sesta direttiva:

«Fatte salve altre disposizioni comunitarie, gli Stati membri esonerano, alle condizioni da

essi stabilite per assicurare la corretta e semplice applicazione delle esenzioni

sottoelencate e per prevenire ogni possibile frode, evasione ed abuso:

(...)

b) l'affitto e la locazione di beni immobili, ad eccezione:

1. delle prestazioni di alloggio, quali sono definite dalla legislazione degli Stati membri,

effettuate nel settore alberghiero o in settori aventi funzioni analoghe, comprese le

locazioni di campi di vacanza o di terreni attrezzati per il campeggio;

2. delle locazioni di aree destinate al parcheggio dei veicoli;

3. delle locazioni di utensili e macchine fissati stabilmente;

4. delle locazioni di casseforti.

Gli Stati membri possono stabilire ulteriori esclusioni al campo di applicazione di tale

esenzione;

(...)».

7. L'art. 17 della sesta direttiva, nella versione che risulta dalla direttiva del Consiglio 16

dicembre 1991, 91/680/CEE (GU L 376, pag. 1), stabilisce:

«1. Il diritto a deduzione nasce quando l'imposta deducibile diventa esigibile.

2. Nella misura in cui i beni e servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette ad

imposta, il soggetto passivo è autorizzato a dedurre dall'imposta di cui è debitore:

a) l'imposta sul valore aggiunto dovuta o assolta per i beni che gli sono o gli saranno

forniti e per i servizi che gli sono o gli saranno prestati da un altro soggetto passivo

debitore dell'imposta all'interno del paese;

b) l'imposta sul valore aggiunto dovuta o assolta per i beni importati all'interno del paese;

(...)».

La normativa nazionale

- 72 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

8. Ai sensi dell'art. 1, capitolo 1, della mervärdesskattlagen (1994/200) (legge n.

200/1994 in materia di imposta sul valore aggiunto (in prosieguo: la «legge IVA»), l'IVA

dev'essere versata allo Stato in particolare per le cessioni di beni o servizi soggette ad

imposta ed operate a titolo commerciale. Ai sensi dell'art. 1, capitolo 3, della legge IVA

sono soggette ad imposta le cessioni e le importazioni di beni e servizi, salvo quanto

diversamente stabilito nel capitolo medesimo. All'obbligo di versamento dell'imposta è

correlato, ai sensi dell'art. 3, capitolo 8, della legge IVA, il diritto del soggetto passivo di

detrarre l'imposta versata a monte sugli acquisti a titolo oneroso o sulle importazioni

effettuate nell'ambito della propria attività.

9. Gli artt. 2 e 3, capitolo 3, della legge IVA prevedono una serie di esenzioni

dall'imposta nel settore immobiliare. In base alla decisione di rinvio, dall'art. 2, secondo

comma deriva che «sono esenti le transazioni relative a beni immobili, nonché la cessione

in uso e il godimento di affitti di fondi rustici, le locazioni, i diritti di abitazione e di

superficie, le servitù e altri diritti su beni immobili». Sino al 1° gennaio 1997 la legge

prevedeva anche un secondo comma del seguente tenore:

«Sono inoltre esenti dall'IVA le cessioni in uso di locali o di altri impianti o parti di

impianti, ai fini dell'effettuazione dell'attività sportiva o dell'educazione fisica, nonché la

messa a disposizione, ai fini dell'effettuazione di tale attività, di strumenti accessori o

altre apparecchiature».

10. A seguito di una modifica legislativa, entrata in vigore il 1° gennaio 1997, tale

disposizione veniva abrogata.

La controversia nella causa principale e le questioni pregiudiziali

11. La Lindöpark è una società che gestisce un campo da golf riservato alle imprese. I

suoi clienti sono unicamente imprese che, in tal modo, possono permettere al proprio

personale o ai propri clienti di praticare il golf sul terreno così attrezzato.

12. Ai sensi dell'art. 2, secondo comma, capitolo 3, della legge IVA, in vigore

anteriormente al 1° gennaio 1997, l'attività di golf per le imprese gestita dalla Lindöpark

era esente da imposta. La Lindöpark non aveva pertanto il diritto di dedurre l'IVA pagata

a monte sui beni e i servizi utilizzati nell'ambito di tale attività. A partire dalla modifica

di questa disposizione, entrata in vigore il 1° gennaio 1997, le attività della Lindöpark

sono soggette ad IVA e, pertanto, la società ha il diritto di dedurre l'imposta a monte.

13. La Lindöpark sostiene che la normativa vigente anteriormente al 1° gennaio 1997

violava i suoi diritti, in ogni caso a partire dall'adesione del Regno di Svezia all'Unione

europea, ossia il 1° gennaio 1995. Essa ha pertanto presentato un ricorso al Solna tingsrätt

chiedendo la condanna dello Stato svedese al pagamento della somma di SEK 500 000,

da essa ritenuta corrispondente all'IVA pagata a monte, tra il 1° gennaio 1995 e il 31

dicembre 1996, periodo durante il quale non aveva potuto operare alcuna deduzione. Tale

somma era maggiorata degli interessi calcolati dal momento in cui le deduzioni avrebbero

potuto in teoria essere operate, pari a SEK 41 632. Secondo la Lindöpark, lo Stato

svedese non aveva trasposto correttamente la sesta direttiva e, in particolare, l'art. 13 della

stessa.

14. Con sentenza 29 settembre 1997 il Solna tingsrätt ha accolto il ricorso della

Lindöpark, condannando lo Stato svedese a pagarle la somma di SEK 500 000, a titolo di

risarcimento danni, oltre agli interessi calcolati dal giorno in cui il ricorso era stato

proposto.

15. Lo Stato è ricorso in appello contro tale sentenza dinanzi allo Svea hovrätt, e

altrettanto ha fatto la Lindöpark, chiedendo l'accoglimento integrale del suo ricorso.

- 73 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

16. Nutrendo dubbi sull'interpretazione da attribuire, nel caso di specie, alla sesta

direttiva, e in particolare all'art. 13 della stessa, lo Svea hovrätt ha deciso di sospendere il

giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se l'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), e l'art. 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva IVA

ostino a norme nazionali che prevedano un'esenzione generale dall'imposta per le cessioni

in uso di impianti sportivi, alle condizioni previste dall'art. 2, secondo comma, capitolo 3,

della legge IVA n. 200/1994, nel testo vigente sino al 1° gennaio 1997.

2. Se l'art. 13 della sesta direttiva IVA, nel combinato disposto con gli artt. 2, 6 e 17,

attribuisca ai singoli diritti che possono essere fatti valere dinanzi ai giudici nazionali

degli Stati membri.

In caso di soluzione affermativa delle prime due questioni:

3. Se la previsione di un'esenzione dell'imposta, ai sensi dell'art. 2, secondo comma,

capitolo 3, della legge IVA n. 200/1994, costituisca una violazione del diritto comunitario

sufficientemente grave e manifesta da far sorgere la responsabilità dello Stato membro

per il relativo risarcimento del danno».

Sulla prima questione

17. Con la prima questione il giudice a quo chiede, in sostanza, se l'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), e l'art. 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva IVA ostino a norme nazionali che

prevedano un'esenzione generale dall'imposta per le cessioni in uso di locali ed altri

impianti nonché per la messa a disposizione di strumenti accessori o altre apparecchiature

ai fini dell'effettuazione dell'attività sportiva e dell'educazione fisica, compresi i servizi

forniti da organismi aventi fini di lucro.

18. A tal proposito occorre rilevare che la cessione in uso di locali o di altri impianti,

nonché la messa a disposizione di strumenti accessori o altre apparecchiature ai fini

dell'effettuazione dell'attività sportiva o dell'educazione fisica, costituiscono prestazioni

di servizi ai sensi dell'art. 6 della sesta direttiva. Tali attività, in linea di principio, sono

pertanto soggette all'IVA, in forza dell'art. 2, n. 1, della sesta direttiva.

19. In deroga al principio sancito dall'art. 2, appena menzionato, l'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), della sesta direttiva prevede un'esenzione dall'imposta per le prestazioni di

servizi legate alla pratica dello sport e dell'educazione fisica. Tale esenzione è però

espressamente limitata alle prestazioni fornite da organismi senza scopo di lucro. Di

conseguenza, prestazioni di questo tipo che siano fornite da soggetti aventi fini di lucro

non rientrano nella sfera di applicazione dell'esenzione. Il capitolo 3 della legge IVA, nei

limiti in cui prevede, all'art. 2, secondo comma, un'esenzione generale per tali prestazioni,

senza limitarla ai prestatari non aventi fini di lucro, risulta quindi in contrasto con il

dettato delle corrispondenti disposizioni della sesta direttiva.

20. Per giustificare la normativa nazionale lo Stato svedese sostiene che nella causa

principale è applicabile un'altra disposizione, ossia l'art. 13, parte B, lett. b), della sesta

direttiva, che esenta le operazioni di affitto e di locazione di beni immobili. In effetti,

l'attività della Lindöpark consiste nella locazione ai propri clienti di un campo da golf,

che è un bene immobile. Pertanto, l'esenzione delle attività della Lindöpark sarebbe

giustificata.

21. In merito va rilevato che, nell'ambito delle questioni sollevate dal giudice nazionale,

la Corte è chiamata a fornire al giudice di rinvio dei criteri che gli consentano di

verificare la conformità, con la sesta direttiva, di una normativa nazionale come quella di

cui trattasi. La soluzione della controversia nella causa principale, considerate le

peculiarità del caso di specie, spetta però al giudice nazionale, che è il solo competente al

riguardo.

- 74 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

22. Per quanto concerne la normativa nazionale discussa nella causa principale, non

certamente escluso che, in circostanze particolari, la cessione in uso di locali ai fini della

pratica dello sport o dell'educazione fisica possa costituire locazione di un bene immobile

e rientrare pertanto nella sfera di applicazione dell'esenzione di cui all'art. 13, parte B,

lett. b), della sesta direttiva. Tuttavia, la suddetta normativa non riguarda un simile caso

particolare, ma esenta in via generale l'insieme delle prestazioni connesse alla pratica

dello sport e dell'educazione fisica, senza distinguere, all'interno di tali prestazioni, fra

quelle che costituiscono locazione di un bene immobile e le altre. In tal modo, essa

introduce una nuova categoria di esenzioni non prevista dalla sesta direttiva.

23. Occorre pertanto rispondere alla prima questione nel senso che l'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), e l'art. 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva IVA ostano a norme nazionali che

prevedano un'esenzione generale dall'IVA per le cessioni in uso di locali ed altri impianti

nonché per la messa a disposizione di strumenti accessori o altre apparecchiature, ai fini

dell'effettuazione dell'attività sportiva e dell'educazione fisica, compresi i servizi forniti

da organismi aventi fini di lucro.

24. Per quanto riguarda l'applicazione dell'art. 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva

alla causa principale, la Corte non può che limitarsi a fornire al giudice nazionale, al

quale spetta la soluzione, sul punto, della controversia di cui è investito, talune

indicazioni derivanti dalla giurisprudenza consolidata.

25. In proposito occorre ricordare innanzitutto che per giurisprudenza costante i termini

con i quali sono state designate le esenzioni di cui all'art. 13 della sesta direttiva devono

essere interpretati restrittivamente, dato che tali esenzioni costituiscono deroghe al

principio generale secondo cui l'IVA è riscossa per ogni prestazione di servizi effettuata a

titolo oneroso da un soggetto passivo (v., in particolare, sentenza 15 giugno 1989, causa

348/87, Stichting Uitvoering Financiële Acties/Staatssecretaris van Financiën, Racc. pag.

1737, punto 13, nonché sentenze 12 settembre 2000, causa C-358/97,

Commissione/Irlanda, punto 52, e causa C-359/97, Commissione/Regno Unito, punto 64,

Racc. pag. I-0000).

26. Va inoltre rilevato che le prestazioni connesse alla pratica dello sport e

dell'educazione fisica debbono, per quanto possibile, essere considerate nel loro

complesso. Dalla giurisprudenza della Corte deriva che per accertare il carattere

imponibile di un'operazione occorre prendere in considerazione tutte le circostanze in cui

essa si svolge, così da rinvenirne gli elementi caratteristici (v. sentenza 2 maggio 1996,

causa C-231/94, Faaborg-Gelting Linien, Racc. pag. I-2395, punto 12). Infatti, come

giustamente sostiene la Commissione, l'attività di gestione di un campo da golf implica,

in linea generale, non soltanto la messa a disposizione passiva di un terreno, ma altresì un

gran numero di attività commerciali, come la supervisione, la gestione e l'assistenza

costante da parte del prestatario, la messa a disposizione di altri impianti, e così via. In

assenza di circostanze del tutto particolari, la locazione del campo da golf non costituisce,

pertanto, la prestazione principale.

27. Occorre infine considerare il fatto che la messa a disposizione di un campo da golf

può di solito essere limitata nell'oggetto e nella durata del periodo di utilizzazione. Al

riguardo, dalla giurisprudenza della Corte deriva che la durata del godimento di un bene

immobile, elemento essenziale del contratto di locazione (sentenze Commissione/Irlanda,

punto 56, e Commissione/Regno Unito, punto 68, entrambe citate in precedenza).

28. Spetta al giudice nazionale stabilire se, alla luce di tali elementi, l'attività di cui

trattasi nella causa principale si possa ritenere esonerata dall'IVA in forza dell'art. 13,

parte B, lett. b), della sesta direttiva.

Sulla seconda questione

- 75 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

29. Con la seconda questione, il giudice nazionale chiede in sostanza se le disposizioni

dell'art. 17, nn. 1 e 2, della sesta direttiva, letti in combinato disposto con quelle degli artt.

2, 6 e 13 della stessa, siano sufficientemente chiare, precise ed incondizionate per essere

fatte valere dai singoli dinanzi al giudice nazionale nei confronti di uno Stato membro.

30. Per risolvere tale questione, basta rinviare alla costante giurisprudenza della Corte

relativa all'efficacia diretta delle direttive (v. sentenza 19 gennaio 1982, causa 8/81,

Becker, Racc. pag. 53, punti 17-25).

31. Da tale giurisprudenza emerge che, nonostante il margine di discrezionalità

relativamente ampio di cui gli Stati membri dispongono per l'attuazione di talune

disposizioni della sesta direttiva, i singoli possono far valere dinanzi al giudice nazionale

le disposizioni della direttiva che siano sufficientemente chiare, precise e incondizionate

(v. sentenze 20 ottobre 1993, causa C-10/92, Balocchi, Racc. pag. I-5105, punto 34, e

sentenza 6 luglio 1995, causa C-62/93, Bp Soupergaz, Racc. pag. I-1883, punto 34).

32. La Corte ha già riconosciuto espressamente tale carattere all'art. 17, nn. 1 e 2

(sentenza BP Soupergaz, citata, punto 36), e all'art. 13, parte B, lett. d), punto 1 (sentenza

Becker, citata, punto 49), della sesta direttiva. Anche gli artt. 2, 6, n. 1, che è l'unico

rilevante per la causa principale, e 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva rispondono ai

criteri sanciti dalla giurisprudenza citata al punto precedente, come rilevato dall'avvocato

generale ai paragrafi 45 e 46 delle sue conclusioni.

33. Occorre pertanto rispondere alla seconda questione nel senso che le disposizioni

dell'art. 17, nn. 1 e 2, della sesta direttiva, lette in combinato disposto con quelle degli

artt. 2, 6, n. 1, e 13, parte B, lett. b), della stessa, sono sufficientemente chiare, precise ed

incondizionate per poter essere fatte valere dai singoli dinanzi al giudice nazionale nei

confronti di uno Stato membro.

Sulla terza questione

34. Con la terza questione il giudice nazionale chiede, in sostanza, se l'applicazione di

un'esenzione generale dall'IVA per la cessione in uso di locali o di altri impianti, nonché

per la messa a disposizione di strumenti accessori o altre apparecchiature, ai fini

dell'effettuazione dell'attività sportiva e dell'educazione fisica, senza che tale esenzione

generale figuri nella sesta direttiva, costituisca una violazione del diritto comunitario

sufficientemente grave e manifesta da far sorgere la responsabilità dello Stato membro.

35. In primo luogo, occorre ricordare che, rispondendo alla seconda questione, la Corte

ha osservato che le disposizioni dell'art. 17, nn. 1 e 2, della sesta direttiva, lette in

combinato disposto con quelle degli artt. 2, 6, n. 1, e 13, parte B, lett. b), della stessa,

conferiscono ai singoli diritti che possono essere fatti valere contro lo Stato membro

interessato dinanzi a un giudice nazionale. Di conseguenza, la Lindöpark è legittimata a

far valere retroattivamente i crediti di cui sostiene di essere titolare nei confronti dello

Stato svedese basandosi direttamente sulle disposizioni della sesta direttiva ad essa

favorevoli. A prima vista, pertanto, un ricorso per risarcimento dei danni basato sulla

giurisprudenza della Corte in tema di responsabilità degli Stati membri per violazione del

diritto comunitario non sembra necessario.

36. In secondo luogo, per rispondere alla questione va ricordato che, secondo una

giurisprudenza anch'essa costante, il principio della responsabilità dello Stato per danni

causati ai singoli da violazioni del diritto comunitario ad esso imputabili è inerente al

sistema del Trattato (v., in particolare, sentenze 5 marzo 1996, cause riunite C-46/93 e C-

48/93, Brasserie du pêcheur e Factortame, Racc. pag. I-1029, punto 31; 8 ottobre 1996,

cause riunite C-178/94, C-179/94, C-188/94, C-189/94 e C-190/94, Dillenkofer e a.,

Racc. pag. I-4845, punto 20; 17 ottobre 1996, cause riunite C-283/94, C-291/94 e C-

- 76 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

292/94, Denkavit e a., Racc. pag. I-5063, punto 47; e sentenza 24 settembre 1998, causa

C-319/96, Brinkmann, Racc. pag. I-5255, punto 24).

37. Parimenti la Corte, in considerazione delle circostanze della fattispecie, ha dichiarato

che un diritto al risarcimento è riconosciuto dal diritto comunitario in quanto siano

soddisfatte tre condizioni, vale a dire che la norma giuridica violata sia preordinata a

conferire diritti ai singoli, che si tratti di violazione sufficientemente grave e manifesta e

che esista un nesso causale diretto tra la violazione dell'obbligo incombente allo Stato e il

danno subìto dai soggetti lesi (citate sentenze Brasserie du pêcheur e Factortame, punto

51; Dillenkofer e a., punti 21 e 23, Denkavit e a., punto 48, e Brinkmann, punto 25; v.

altresì sentenze 15 giugno 1999, causa C.140/97, Rechberger e a., Racc. pag. I-3499,

punto 21, e 4 luglio 2000, causa C-424/97, Haim, Racc. pag. I-0000, punto 36).

38. Se, in line a di principio, spetta ai giudici nazionali valutare la sussistenza delle

condizioni che fanno sorgere la responsabilità dello Stato membro per violazioni del

diritto comunitario, la Corte può nondimeno precisare talune circostanze di cui i giudici

nazionali possono tener conto nella loro valutazione. Nella causa principale il

giudicenazionale interroga la Corte sulle condizioni di una violazione grave e manifesta

del diritto comunitario.

39. Per rispondere alla questione va ricordato come dalla giurisprudenza della Corte

risulti che una violazione è sufficientemente grave e manifesta quando uno Stato

membro, nell'esercitare il suo potere normativo, ha violato in modo manifesto e grave i

limiti posti ai suoi poteri. Al riguardo, fra gli elementi che il giudice competente può

eventualmente prendere in considerazione, figura in particolare il grado di chiarezza e di

precisione della norma violata (sentenza Rechberger e a., citata, punto 50).

40. Come osservato nell'ambito delle risposte alla prima e alla seconda questione, deriva

chiaramente dalle disposizioni della legge IVA di cui alla causa principale che l'esenzione

generale adottata dal legislatore svedese non trova fondamento nella sesta direttiva e

risulta pertanto incompatibile con questa, a partire dalla data di adesione del Regno di

Svezia all'Unione europea. Considerato il dettato chiaro delle disposizioni della suddetta

direttiva, lo Stato membro interessato non si trovava di fronte a scelte normative e

disponeva di un margine di discrezionalità considerevolmente ridotto, se non addirittura

inesistente. Di conseguenza, può bastare la semplice trasgressione del diritto comunitario

per dimostrare l'esistenza di una violazione sufficientemente grave e manifesta (v.

sentenze 23 maggio 1996, causa C-5/94, Hedley Lomas, Racc. pag. I-2553, punto 28, e

Dillenkofer e a., citata, punto 25). Peraltro, il fatto che la normativa nazionale di cui

trattasi nella causa principale sia stata abrogata dal 1° gennaio 1997, ossia due anni dopo

la data della suddetta adesione, indica che il legislatore svedese era a conoscenza di

questa situazione di incompatibilità.

41. Occorre respingere l'argomento dello Stato svedese secondo il quale, anche a supporla

esistente, la violazione delle norme comunitarie era comunque giustificabile in quanto, da

un lato, la Corte non aveva ancora chiarito le disposizioni applicabili della sesta direttiva

e, dall'altro lato, la Commissione non aveva avviato alcun procedimento per

inadempimento, il che lo avrebbe lasciato senza alcun punto di riferimento certo quanto

alla portata del diritto comunitario in questione. Infatti, come chiarito ai punti 73 e 74

delle conclusioni dell'avvocato generale, non esisteva alcun ragionevole dubbio sulla

portata delle disposizioni in causa che potesse giustificare l'asserita violazione.

42. Alla terza questione occorre pertanto rispondere che l'applicazione di un'esenzione

generale dall'IVA per la cessione in uso di locali o di altri impianti, nonché per la messa a

disposizione di strumenti accessori o altre apparecchiature, ai fini dell'effettuazione

dell'attività sportiva e dell'educazione fisica, senza che tale esenzione generale sia

- 77 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

prevista nella sesta direttiva, costituisce una violazione del diritto comunitario

sufficientemente grave e manifesta da far sorgere la responsabilità dello Stato membro.

Per questi motivi,

LA CORTE (Quinta Sezione)

dichiara:

1) Gli artt. 13, parte A, n. 1, lett. m), e 13, parte B, lett. b), della sesta direttiva del

Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni

degli Stati Membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta

sul valore aggiunto: base imponibile uniforme, ostano a norme nazionali le quali

prevedano un'esenzione generale dall'imposta sul valore aggiunto per le cessioni in uso di

locali ed altri impianti nonché per la messa a disposizione di strumenti accessori o altre

apparecchiature ai fini dell'effettuazione dell'attività sportiva e dell'educazione fisica,

compresi i servizi forniti da organismi aventi fini di lucro.

2) Le disposizioni dell'art. 17, nn. 1 e 2, della sesta direttiva 77/388, lette in combinato

disposto con quelle degli artt. 2, 6, n. 1, e 13, parte B, lett. b), della stessa sono

sufficientemente chiare, precise ed incondizionate per poter essere fatte valere dai singoli

dinanzi al giudice nazionale nei confronti di uno Stato membro.

3) L'applicazione di un'esenzione generale dall'imposta sul valore aggiunto per la

cessione in uso di locali o di altri impianti, nonché per la messa a disposizione di

strumenti accessori o altre apparecchiature, ai fini dell'effettuazione dell'attività sportiva e

dell'educazione fisica, senza che tale esenzione generale sia prevista dall'art. 13 della

sesta direttiva 77/388, costituisce una violazione del diritto comunitario sufficientemente

grave e manifesta da far sorgere la responsabilità dello Stato membro.

- 78 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

9. Cause da T-38/99 a T-50/99,

Sociedade Agrícola dos Arinhos, Ld., con sede in Lisbona,

Sociedade Agrícola do Monte da Aldeia, Ld., con sede in Lisbona,

António José da Veiga Teixeira, residente in Coruche (Portogallo),

Sociedade Agrícola Monte da Senhora do Carmo SA, con sede in Almeirim

(Portogallo),

Sociedade Agrícola de Perescuma SA, con sede in Almeirim,

Sociedade Agrícola Couto de Fornilhos SA, con sede in Moura (Portogallo),

Casa Agrícola da Raposeira, Ld., con sede in Coruche,

José de Barahona Núncio, residente in Évora (Portogallo),

Prestase - Prestação de Serviços e Contabilidade, Ld., con sede in Lisbona,

Sociedade Agro-Pecuária da Herdade do Zambujal, Ld., con sede in Palmela

(Portogallo),

Francisco Luís Pinheiro Caldeira, residente in Campo Maior (Portogallo),

Sociedade Agrícola Cabral de Ascensão, Ld., con sede in Horta dos Arcos, Serpa

(Portogallo),

Joaquim Inácio Passanha Braancamp Sobral, residente in Lisbona,

ricorrenti,

sostenuti da

Repubblica portoghese,

interveniente,

contro

Commissione delle Comunità europee,

convenuta,

avente ad oggetto un ricorso diretto all'annullamento dell'art. 2, punto a), della decisione

della Commissione 18 novembre 1998, 98/653/CE, recante misure d'emergenza rese

necessarie dall'insorgere di casi d'encefalopatia spongiformebovina in Portogallo (GU L

311, pag. 23), in quanto esso vieta di spedire dal Portogallo in Spagna e in Francia tori da

combattimento destinati a manifestazioni culturali o sportive,

IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO

DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Quarta Sezione),

- 79 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

ha pronunciato la seguente

Sentenza

Fatti e contesto giuridico

1. I tredici ricorrenti sono allevatori portoghesi di tori da combattimento. Tali tori sono

destinati a manifestazioni culturali o sportive che, nei paesi dell'Unione europea, sono

organizzate soltanto in Portogallo, in Spagna e in Francia. Questa razza di tori viene

allevata solo in questi tre Stati membri.

2. Il 10 novembre 1998, dopo aver appreso l'imminenza dell'adozione di una decisione

comunitaria relativa all'esportazione dei bovini portoghesi, l'associazione portoghese

degli allevatori di tori da combattimento inviava per fax al presidente della Commissione

un esposto destinato a richiamare l'attenzione sulla specificità della situazione dei tori da

combattimento portoghesi.

3. Il 18 novembre 1998 la Commissione emanava la decisione 98/653/CE, recante misure

di emergenza rese necessarie dall'insorgere di casi di d'encefalopatia spongiforme bovina

in Portogallo (GU L 311, pag. 23; in prosieguo: la «decisione impugnata»). Tale

decisione si basa sul Trattato CE, sulla direttiva del Consiglio 26 giugno 1990,

90/425/CEE, relativa ai controlli veterinari e zootecnici applicabili negli scambi

intracomunitari di taluni animali vivi e prodotti di origine animale, nella prospettiva della

realizzazione del mercato interno (GU L 224, pag. 29), modificata da ultimo dalla

direttiva 92/118/CEE (GU L 62, pag. 49), in particolare sull'art. 10, n. 4, della medesima,

nonché sulla direttiva del Consiglio 11 dicembre 1989, 89/662/CEE, relativa ai controlli

veterinari applicabili negli scambiintracomunitari nella prospettiva della realizzazione del

mercato interno (GU L 395, pag. 13), modificata da ultimo dalla direttiva 92/118/CEE, in

particolare sull'art. 9, n. 4, della stessa.

4. Al punto 3 dei 'considerando della decisione impugnata, la Commissione rileva che nel

1996 sono state effettuate in Portogallo varie missioni riguardanti questioni attinenti

all'encefalopatia spongiforme bovina (in prosieguo: l'«ESB»), dalle quali è risultato che

non tutti i fattori di rischio erano stati trattati in maniera adeguata. Inoltre,una nuova

missione, effettuata dall'ufficio alimentare e veterinario della Commissione dal 28

settembre al 2 ottobre 1998 ha confermato il persistere di talune carenze nell'attuazione

delle misure di lotta contro i fattori di rischio.

5. L'art. 2 della decisione impugnata dispone:

«Il Portogallo provvede affinché non siano spediti dal proprio territorio verso altri Stati

membri o paesi terzi

a) bovini vivi ed embrioni di bovini;

(...)».

6. Ai sensi dell'art. 4 di tale decisione, il Portogallo provvede affinché sino al 1° agosto

1999 non siano spediti dal proprio territorio verso altri Stati membri o paesi terzi carni,

prodotti o materiale ottenuti da animali macellati in Portogallo.

7. L'art. 16, n. 1, della decisione impugnata recita:

«La presente decisione viene riesaminata entro i diciotto mesi successivi alla sua

adozione, sulla base di un esame globale della situazione, in particolare tenendo conto

degli sviluppi dell'incidenza della malattia, dell'effettivo rispetto delle pertinenti misure e

delle nuove conoscenze in campo scientifico».

8. Secondo l'art. 18 della stessa decisione, gli Stati membri sono destinatari di questa.

9. Il divieto di spedizione fuori dal Portogallo stabilito nella decisione impugnata veniva

successivamente prorogato al 1° febbraio 2000 dalla decisione della Commissione 28

- 80 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

luglio 1999, 99/517/CE (GU L 197, pag. 45), che inoltre apportava talune modifiche alla

decisione impugnata.

10. La decisione impugnata veniva altresì modificata dalla decisione della Commissione

21 ottobre 1999, 99/713/CE (GU L 281, pag. 90). Questa decisione, che istituisce talune

eccezioni al divieto di spedizione stabilito dalla decisione impugnata, ammette, in

particolare, la possibilità di spedire tori da combattimento dal territorio portoghese in altri

Stati membri a talune condizioni.

11. La decisione impugnata veniva inoltre modificata dalla decisione della Commissione

31 gennaio 2000, 2000/104/CE (GU L 29, pag. 36). Il limite temporale al divieto di

spedizione previsto dall'art. 4 della decisione impugnata veniva soppresso. Inoltre l'art. 16

veniva modificato al fine di prevedere il riesame della decisione impugnata, così come

modificata, «entro il 18 maggio 2000, sulla base di un esame globale della situazione».

12. Con le decisioni 6 giugno 2000, 2000/371/CE e 2000/372/CE (GU L 134, pagg. 34 e

35) la Commissione si avvaleva della facoltà prevista dall'art. 3, n. 7, della decisione

impugnata, come inserito dalla decisione 99/713 e fissava per il 7 giugno 2000 la data in

cui poteva iniziare la spedizione dei tori da corrida dal Portogallo in Francia e,

rispettivamente, in Spagna.

Procedimento e conclusioni delle parti

13. Con atti depositati nella cancelleria del Tribunale il 12 febbraio 1999 i ricorrenti

hanno proposto ricorsi per l'annullamento dell'art. 2, punto a), della decisione impugnata,

in quanto vieta la spedizione dal Portogallo di tori da combattimento, ricorsi che sono

stati riuniti all'atto della loro registrazione, costituendo quindi una sola causa.

14. Con atto separato depositato nella cancelleria del Tribunale il 19 aprile 1999 sette

ricorrenti nella causa principale hanno presentato, ai sensi degli artt. 185 e 186 del

Trattato CE (divenuti artt. 242 CE e 243 CE) e degli artt. 104 e seguenti del regolamento

di procedura, una domanda di provvedimenti provvisori. Essi hanno chiesto al giudice

dell'urgenza la sospensione dell'esecuzione dell'art. 2, punto a), della decisione

impugnata, in quanto vieta di spedire dal Portogallo tori da combattimento, e l'adozione

di qualsiasi altro provvedimento provvisorio che il giudice avesse ritenuto adeguato.

15. Con ordinanza 9 agosto 1999 il presidente del Tribunale ha respinto la domanda di

provvedimenti provvisori.

16. Con ordinanza 14 ottobre 1999 il presidente della Quarta Sezione del Tribunale ha

accolto l'istanza d'intervento del governo portoghese a sostegno delle conclusioni dei

ricorrenti.

17. Le parti nei presenti ricorsi sono state espressamente invitate dal Tribunale a

pronunciarsi sulla modifica della decisione impugnata apportata con la decisione 99/713 e

sull'incidenza di tale modifica sulla presente causa. I ricorrenti hanno tenuto fermi i loro

ricorsi senza apportarvi modifiche.

18. Su relazione del giudice relatore, il Tribunale ha deciso di passare alla fase orale.

19. Le parti hanno presentato le loro difese orali ed hanno risposto ai quesiti rivolti dal

Tribunale all'udienza del 20 settembre 2000.

20. I ricorrenti concludono che il Tribunale voglia:

- annullare l'art. 2, punto a), della decisione impugnata, in quanto vieta di spedire dal

Portogallo in Spagna e in Francia tori da combattimento destinati a combattere nel corso

di manifestazioni culturali o sportive che avvengono in tali Stati membri;

- condannare la Commissione alle spese.

21. L'interveniente conclude che il Tribunale voglia:

- dichiarare i ricorsi fondati e, di conseguenza, annullare la decisione impugnata in

conformità a quanto chiesto dai ricorrenti;

- 81 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

- condannare la Commissione alle spese.

22. La Commissione conclude che il Tribunale voglia:

- dichiarare i ricorsi irricevibili o, in subordine, respingerli;

- condannare i ricorrenti alle spese.

In diritto

23. I ricorrenti deducono in sostanza due motivi: il primo relativo a un errore sulle

premesse della decisione e ad un difetto di motivazione; il secondo relativo alla

violazione degli artt. 30, 34 e 36 del Trattato CE (divenuti, in seguito a modifica, artt. 28

CE, 29 CE e 30 CE) ed al principio di proporzionalità. La Commissione contesta i motivi

dei ricorrenti ed eccepisce l'irricevibilità dei ricorsi.

Sulla ricevibilità

Argomenti delle parti

24. La Commissione deduce che nessuno dei ricorrenti è individualmente riguardato dalla

decisione impugnata, giacché la loro situazione di fatto non presenterebbe caratteristiche

specifiche che li identifichi in maniera analoga al destinatario della decisione.

25. In proposito la Commissione sostiene che la situazione dei ricorrenti non va distinta

da quella degli allevatori portoghesi di altri bovini. Essa deduce, in particolare, che il

fatto che i tori da combattimento sono allevati solo per partecipare a manifestazioni

sportive o di tauromachia non impedirebbe che, dopo esser statoucciso nell'arena,

l'animale possa entrare nella catena alimentare, dato che la sua carne può, in particolare,

essere consumata in ristoranti specializzati.

26. All'udienza la convenuta ha inoltre rilevato che il fax spedito dai ricorrenti al

presidente della Commissione, e contenente un'esposizione della loro posizione, è stato

inviato soltanto dieci giorni prima della formale emanazione della decisione impugnata.

In quella data il progetto della decisione era stato già compilato in base a un parere del

comitato veterinario, adottato nell'ottobre 1998, in conformità alla normativa vigente.

27. I ricorrenti sostengono di soddisfare le condizioni relative alla legittimazione ad agire,

sancite dall'art. 173, quarto comma, del Trattato CE (divenuto art. 230, quarto comma,

CE), dato che la decisione impugnata li riguarda direttamente e individualmente.

28. Essi fanno valere l'esistenza di circostanze di fatto che li caratterizzano rispetto agli

altri allevatori e commercianti di bovini vivi, ai quali si applica astrattamente il

menzionato divieto.

29. In primo luogo, i ricorrenti allevano una razza unica di bovini destinati a combattere

nel corso di manifestazioni culturali o sportive che si svolgono solo in Portogallo, in

Spagna e in Francia. Tali tori da combattimento si distinguerebbero da tutti gli altri

bovini; sarebbe logico esportarli anche se, a causa della tutela della sanità pubblica, essi

devono essere distrutti dopo il combattimento.

30. In secondo luogo, essi sono registrati nel libro genealogico portoghese dei tori da

combattimento e nel libro genealogico spagnolo della razza dei tori da combattimento. La

registrazione in quest'ultimo è autonoma rispetto all'iscrizione nel primo, essendo

soggetta ai requisiti propri della normativa spagnola.

31. In terzo luogo, per la spedizione ed il trasporto dei loro tori in Spagna o in Francia i

ricorrenti sarebbero soggetti alle specifiche norme vigenti per i tori da combattimento

(che non vigono per gli altri bovini) e che garantiscono un rigoroso controllo di tutti gli

animali trasportati. Queste norme sarebbero un elemento fondamentale dell'insieme delle

garanzie relative alla rintracciabilità degli animali.

- 82 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

32. In quarto luogo, ancor prima dell'emanazione della decisione impugnata e tramite

l'associazione di cui essi sono membri (l'associazione portoghese degli allevatori di tori

da combattimento) i ricorrenti avrebbero richiamato l'attenzione della Commissione sulle

specifiche caratteristiche dei tori da combattimento e della normativa loro applicabile e le

avrebbero chiesto di tener conto di tali caratteristiche. Detta associazione non ha una

propria attività economica e commerciale né un'attività autonoma rispetto a quella dei

suoi membri.

33. In proposito i ricorrenti ricordano di aver presentato, unitamente agli altri membri

dell'associazione portoghese degli allevatori di tori da combattimento, una denuncia alla

Commissione il 20 luglio 1998 chiedendole d'intervenire a proposito delle difficoltà

provocate dalle autorità spagnole quanto all'esportazione dei tori da combattimento

registrati nel libro genealogico portoghese. In tale denuncia essi avrebbero comunicato

alla Commissione dati atti a farle capire la specificità della normativa vigente per i tori da

combattimento rispetto a quella vigente per gli altri bovini.

34. Inoltre, il 10 novembre 1998, a seguito di informazioni riguardanti l'imminente

adozione di una decisione di divieto totale di esportazione dei bovini, i ricorrenti

avrebbero inviato per fax al presidente della Commissione un esposto destinato a

richiamare la sua attenzione sulla specifica situazione dei tori da combattimento

portoghesi. In tale esposto i ricorrenti insistevano sul fatto che sarebbe stato possibile

adottare altri provvedimenti (come l'obbligo d'incinerazione dei tori dopo lo spettacolo)

che, pur essendo altrettanto efficaci per la tutela della sanità pubblica, avrebbero avuto

ripercussioni meno restrittive sul commercio intracomunitario.

35. Infine, i ricorrenti aggiungono che la maggior parte di loro aveva concluso con

operatori spagnoli e francesi contratti aventi ad oggetto la vendita di tori da

combattimento destinati alle arene spagnole e/o francesi nel corso della stagione di

tauromachia 1999. L'esecuzione di tali contratti sarebbe stata resa impossibile dalla

decisione impugnata.

Giudizio del Tribunale

36. Ai sensi dell'art. 173, quarto comma, del Trattato, le persone fisiche o giuridiche

possono impugnare le decisioni adottate nei loro confronti o le decisioni che, pur

apparendo come un regolamento o una decisione presa nei confronti di altre persone, le

riguardino direttamente e individualmente.

37. Occorre ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, i soggetti diversi dai

destinatari di una decisione possono sostenere di essere individualmente riguardati, ai

sensi dell'art. 173, quarto comma, del Trattato, se tale decisione incida sulla loro

posizione giuridica a motivo di talune loro qualità specifiche o di una situazione di fatto

che li contraddistingua rispetto a chiunque altro e, quindi, li identifichi in modo analogo

al destinatario (sentenze della Corte 15 luglio 1963, causa 25/62,

Plaumann/Commissione, Racc. pagg. 195, 220, e 18 maggio 1994, causa C-309/89,

Codorniu/Consiglio, Racc. pag. I-1853, punto 20, e del Tribunale 27 aprile 1995, causa

T-435/93, ASPEC e a./Commissione, Racc. pag. II-1281, punto 62). Infatti, lo scopo

dell'art. 173, quarto comma, del Trattato è quello di garantire una tutela giuridica anche a

chi, pur non essendo il destinatario dell'atto controverso, è in pratica riguardato da

quest'ultimo in modo analogo a quello del destinatario (sentenza della Corte 11 luglio

1984, causa 222/83, Comune di Differdange e a./Commissione, Racc. pag. 2889, punto

9).

38. Quindi, alla luce di tale giurisprudenza, si deve accertare se i ricorrenti siano

riguardati dalla decisione impugnata in considerazione di talune loro qualità specifiche o

- 83 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

se sussista una situazione di fatto che li contraddistingua, con riguardo a tale decisione,

rispetto a tutti gli altri operatori cui è applicabile.

39. Nel caso di specie la decisione impugnata istituisce misure di emergenza rese

necessarie dal verificarsi di casi di ESB in Portogallo. Essa stabilisce un divieto di

spedizione degli animali vivi della specie bovina, di carni e di altri prodotti ottenuti da

bovini macellati in Portogallo. Tale divieto è motivato da ragioni di tutela della sanità

pubblica. Già dall'inizio tale divieto doveva considerarsi temporaneo dato che la

decisione doveva essere riesaminata entro i 18 mesi successivi alla sua adozione, in attesa

di un esame globale della situazione.

40. I ricorrenti assumono, anzitutto, che i tori da essi allevati sono destinati a combattere

nel corso di manifestazioni culturali o sportive e che, quindi, sussiste un interesse ad

esportarli anche se, dopo il combattimento, essi devono essere distrutti. Inoltre, essi

assumono che i loro animali sono registrati nei libri genealogici portoghesi e spagnoli dei

tori da combattimento e che l'esportazione e il trasporto degli stessi verso la Spagna e la

Francia sono soggetti a norme specifiche che garantiscono un rigoroso controllo di tutti

gli animali esportati.

41. Si deve considerare che tali elementi non costituiscono una situazione peculiare che

contraddistingue i ricorrenti, con riguardo alla decisione impugnata, rispetto a qualsiasi

altro allevatore o esportatore di bovini riguardato dal divieto di spedizione stabilito da

detta decisione.

42. La circostanza che i tori esportati dai ricorrenti abbiano caratteristiche diverse e siano

soggetti a modalità di allevamento e ad un complesso di controlli specifici rispetto ad altri

bovini non riguarda il modo in cui la decisione di cui trattasi incide sui ricorrenti.

43. Infatti, questa decisione, in quanto vieta la spedizione di animali della specie bovina,

non tocca i ricorrenti a motivo di talune loro qualità specifiche o di una situazione di fatto

che li contraddistingua rispetto a qualsiasi altro operatore. Essa li riguarda solo a causa

della loro qualità oggettiva di esportatori di bovini, allo stesso titolo di qualsiasi altro

operatore che esercita la medesima attività di spedizione dal territorio portoghese. In tal

modo la decisione impugnata si rivolge, in termini astratti e generali, a categorie di

persone indeterminate e si applica a situazioni determinate oggettivamente.

44. Questi argomenti devono quindi essere respinti.

45. I ricorrenti sostengono altresì che, prima dell'adozione della decisione impugnata, in

particolare tramite l'associazione portoghese degli allevatori di tori da combattimento, di

cui sono membri, essi hanno richiamato l'attenzione dellaCommissione sulle

caratteristiche specifiche dei tori da combattimento e della normativa loro applicabile e

che le hanno chiesto di tener conto di tali caratteristiche.

46. Va ricordato che, anche ammettendo che tutte le lettere e tutti i contatti menzionati

dai ricorrenti possano aver avuto una relazione pertinente con l'oggetto della decisione

impugnata, dalla giurisprudenza risulta che il fatto che una persona intervenga, in un

modo o nell'altro, nell'iter che porta all'adozione di un atto comunitario, è, di per sé,

idoneo ad identificare detta persona con riguardo all'atto di cui trattasi solo quando la

vigente normativa comunitaria le conferisce talune garanzie procedurali (ordinanza del

Tribunale 9 agosto 1995, causa T-585/93, Greenpeace e a./Commissione, Racc. pag. II-

2205, punti 56 e 63, e sentenza del Tribunale 13 dicembre 1995, cause riunite T-481/93 e

T-484/93, Exporteurs in Levende Varkens e a./Commissione, Racc. pag. II-2941, punti

55 e 59).

47. Nel caso di specie l'argomento dei ricorrenti dev'essere esaminato nell'ambito della

normativa comunitaria che si applica nel presente caso, in particolare alla luce delle

direttive 89/662 e 90/425, in quanto esse riguardano l'istituzione di misure di emergenza

che si rendono necessarie per prevenire qualsiasi pericolo all'atto dell'accertamento di una

- 84 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

malattia epizotica, di qualsiasi nuova malattia grave e contagiosa, o di qualsiasi altra

causa che possa costituire un pericolo per gli animali o per la salute dell'uomo.

48. Va osservato in proposito che nessuna delle disposizioni di detta normativa impone

alla Commissione, al fine di istituire siffatte misure di emergenza, di seguire un

procedimento nell'ambito del quale i ricorrenti abbiano il diritto, di per sé o tramite i loro

rappresentanti, di essere sentiti. Quindi, gli interventi menzionati dai ricorrenti non

possono legittimarli ad agire in base all'art. 173, quarto comma, del Trattato.

49. Infine, i ricorrenti sostengono di aver concluso contratti di vendita di tori da

combattimento destinati a combattere in Spagna e in Francia nel corso della stagione di

tauromachia 1999, contratti la cui esecuzione è stata resa impossibile dalla decisione.

50. E' vero che la Corte e il Tribunale hanno già dichiarato ricevibili ricorsi di

annullamento proposti contro atti di natura normativa poiché esisteva una disposizione di

rango superiore che imponeva all'autore degli atti di tener conto della situazione specifica

del ricorrente (v. sentenze del Tribunale 14 settembre 1995, cause riunite T-480/93 e T-

483/93, Antillean Rice Mills e a./Commissione, Racc. pag. II-2305, punti 67-78, e 17

giugno 1998, causa T-135/96, UEAPME/Consiglio, Racc. pag. II-2335, punto 90),

potendo in taluni cassi l'esistenza di contratti stipulati da un ricorrente e toccati dall'atto

controverso configurare una siffatta situazione specifica (sentenze della Corte 17 gennaio

1985, causa 11/82, Piraiki-Patraiki e a./Commissione, Racc. pag. 207, punti 28-31, e

26giugno 1990, causa C-152/88, Sofrimport/Commissione, Racc. pag. I-2477, punti 11-

13).

51. Tuttavia, la presente fattispecie si distingue da quelle che hanno dato luogo alle

menzionate sentenze, in quanto un siffatto obbligo non sussiste nel caso in esame. Quindi

questo argomento non può essere accolto.

52. Di conseguenza non sussiste nel caso di specie il presupposto della ricevibilità

consistente nel fatto che i ricorrenti siano individualmente riguardati dall'atto

controverso.

53. Quindi i loro ricorsi devono essere dichiarati irricevibili.

I ricorsi sono irricevibili.

Per questi motivi,

IL TRIBUNALE (Quarta Sezione)

dichiara e statuisce:

- 85 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

10. Procedimento C-174/00,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, in

applicazione dell'art. 234 CE, dallo Hoge Raad der Nederlanden (Paesi Bassi), nella

causa dinanzi ad esso pendente tra

Kennemer Golf & Country Club

e

Staatssecretaris van Financiën,

domanda vertente sull'interpretazione dell'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta

direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle

legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune

di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme (GU L 145, pag. 1),

LA CORTE (Quinta Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con sentenza 3 maggio 2000, pervenuta in cancelleria il 9 maggio seguente, lo Hoge

Raad der Nederlanden (Corte suprema dei Paesi Bassi), ha sottoposto a questa Corte, in

virtù dell'art. 234 CE, tre questioni pregiudiziali relative all'interpretazione dell'art. 13,

parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977,77/388/CEE, in

materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla

cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme

(GU L 145, pag. 1; in prosieguo: la «sesta direttiva»).

2. Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di una controversia tra la Kennemer Golf

& Country Club (in prosieguo: la «Kennemer Golf») e lo Staatssecretaris van Financiën

in merito all'imposta sul valore aggiunto (in prosieguo: l'«IVA») a cui la Kennemer Golf

è stata assoggettata a motivo di alcune prestazioni effettuate nel contesto della pratica del

golf.

Contesto normativo

Disciplina comunitaria

3. L'art. 2 della sesta direttiva dispone:

«Sono soggette all'imposta sul valore aggiunto:

1. le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, effettuate a titolo oneroso all'interno del

paese da un soggetto passivo che agisce in quanto tale;

2. le importazioni di beni».

- 86 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

4. L'art. 4, n. 1, della sesta direttiva prevede:

«Si considera soggetto passivo chiunque esercita in modo indipendente e in qualsiasi

luogo una delle attività economiche di cui al paragrafo 2, indipendentemente dallo scopo

o dai risultati di detta attività».

5. Ai sensi dell'art. 13, parte A, n. 1, della sesta direttiva:

«Fatte salve le altre disposizioni comunitarie, gli Stati membri esonerano, alle condizioni

da essi stabilite per assicurare la corretta e semplice applicazione delle esenzioni previste

in appresso e per prevenire ogni possibile frode, evasione ed abuso:

(...)

m) talune prestazioni di servizi strettamente connesse con la pratica dello sport o

dell'educazione fisica, fornite da organizzazioni senza scopo lucrativo alle persone che

esercitano lo sport o l'educazione fisica;

(...)».

6. Il n. 2 della medesima disposizione è redatto come segue:

«a) Gli Stati membri possono subordinare, caso per caso, la concessione, ad enti diversi

da quelli di diritto pubblico, di ciascuna delle esenzioni previste al paragrafo 1, lettere b),

g), h), i), l), m) e n) all'osservanza di una o più delle seguenti condizioni:

- gli enti di cui trattasi non devono avere per fine la ricerca sistematica del profitto: gli

eventuali profitti non dovranno mai essere distribuiti ma dovranno essere destinati al

mantenimento o al miglioramento delle prestazioni fornite;

(...)».

Disciplina nazionale

7. Ai sensi dell'art. 11, n. 1, del Wet op de Omzetbelasting 1968 (legge del 1968 sull'Iva,

Staatsblad 1968, n. 329; in prosieguo: la «Legge 1968») del 28 giugno 1968:

«Alle condizioni da stabilirsi mediante provvedimento amministrativo sono esenti da

imposta (...):

(...)

e) i servizi forniti ai propri membri da organizzazioni il cui scopo è la pratica o la

promozione dello sport, ad eccezione (...)

f) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi a carattere sociale o culturale, da

determinare mediante regolamenti amministrativi, purché l'imprenditore non persegua

uno scopo di lucro e l'esenzione non sia atta a distorcere la concorrenza a danno delle

imprese aventi fini di lucro».

8. Il provvedimento amministrativo, menzionato al n. 1 della legge richiamata al punto

precedente, è l'Uitvoeringsbesluit Omzetbelasting 1968 (decreto di esecuzione dell'Iva

1968, Staatsblad 1968, n. 423; in prosieguo: il «decreto di esecuzione») del 12 agosto

1968. Esso prevede, al suo art. 7, n. 1, e al suo allegato B, che sono in particolare

considerate come cessioni di beni e prestazioni di servizi esenti:

«b) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi [a carattere sociale o culturale] effettuate

in quanto tali dalle organizzazioni di seguito elencate, purché esse non abbiano scopo di

lucro:

(...)

21. le organizzazioni che si occupano di fornire l'opportunità di praticare sport, solo per

tali prestazioni».

Causa principale e questioni pregiudiziali

9. La Kennemer Golf è un'associazione di diritto olandese che ha circa 800 soci. Essa ha

come scopo, ai sensi del suo statuto, la pratica e la promozione dello sport e di giochi, in

- 87 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

particolare del golf. A tal fine, essa possiede nel territorio del comune di Zaandvoort

(Paesi Bassi) impianti comprendenti in particolare un campo per il golf e una sede del

club.

10. I soci della Kennemer Golf devono versare contributi annuali, nonché una quota di

ingresso e sono tenuti a partecipare ad un prestito obbligazionario senza interessi emesso

dalla Kennemer Golf.

11. Oltre all'uso degli impianti da parte dei soci della Kennemer Golf, le persone che non

sono soci della stessa possono fare uso del campo da golf e dei relativi impianti pagando

un contributo giornaliero. Dal fascicolo risulta che la Kennemr Golf percepisce in tale

maniera somme relativamente cospicue, che ammontano a circa un terzo degli importi

versati dai membri a titolo dei contributi annuali.

12. Nel corso degli anni che hanno preceduto l'esercizio fiscale 1994, la Kennemr Golf

chiudeva lo stato degli attivi e dei passivi con un saldo attivo, che è stato in seguito

contabilizzato in quanto fondo di riserva come accantonamento per le spese non annuali.

Ciò si è verificato anche per l'esercizio di cui trattasi nella causa principale, vale a dire

per l'esercizio 1994.

13. Ritenendo che le prestazioni fornite ai soggetti non soci della Kennemer Golf della

fossero esenti dall'IVA in virtù dell'art. 11, n. 1, lett. f) della Legge 1968 e dell'art. 7, n. 1,

nonché dell'allegato B, lett. b), punto 21, del decreto di esecuzione, la Kennemer Golf

non ha versato, per l'esercizio fiscale 1994, l'IVA relativa a queste prestazioni. Tuttavia, il

fisco ha considerato che la Kennemer Golf perseguiva in realtà uno scopo lucrativo e ha

proceduto ex post all'imposizione dell'IVA relativa a tali prestazioni.

14. La Kennemer Golf, avendo il fisco respinto il reclamo da essa presentato contro detta

decisione, ha proposto un ricorso davanti al Gerechtshof te Amsterdam (Corte di appello

di Amsterdam, Paesi Bassi). Tale giudice ha rigettato il ricorso con cui era stato adito per

il motivo che, qualora la Kennemer Golf realizzasse utili sistematicamente, si presumeva

che la stessa tentasse di produrre eccedenze di gestione e perseguisse uno scopo lucrativo.

15. La Kennemer Golf ha presentato un ricorso per cassazione avverso detta sentenza del

Gerechtshof te Amsterdam dinanzi allo Hoge Raad der Nederlanden. Questo, ritenendo

che la soluzione della controversia dipenda dall'interpretazione delle disposizioni

nazionali in materia di IVA alla luce delle corrispondenti disposizioni della sesta

direttiva, ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti

questioni pregiudiziali:

«1. a) Se, per stabilire se un'organizzazione abbia scopo lucrativo, ai sensi dell'art. 13,

parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva, si debba tenere conto solo dei risultati delle

prestazioni di servizi menzionate in tale disposizione, oppure debbano essere presi in

considerazione anche i risultati delle altre prestazioni fornite in aggiunta

dall'organizzazione.

b) Nell'ipotesi in cui con riferimento allo scopo lucrativo si debba unicamente tener conto

delle prestazioni di servizi offerte dall'organizzazione ai sensi dell'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), della sesta direttiva e non del risultato globale dell'organizzazione, se debbano

essere presi in considerazione solo i costi direttamente occasionati dalla prestazione di

tali servizi, oppure anche una parte degli altri costi dell'organizzazione.

2. a) Se si sia in presenza di un nesso diretto, come inteso, tra le altre sentenze, nella

sentenza della Corte 8 marzo 1988, causa 102/86, Apple and Pear Development

Council/Commissioners of Customs and Excise, Racc. pag. 1443, riguardo ai contributi

di un'associazione che offre ai propri soci, conformemente al fine statutario, la possibilità

di praticare uno sport in un contesto associativo, e, in caso di soluzione negativa, se

l'associazione, nell'ipotesi in cui oltre a ciò offra altre prestazioni per le quali riceva

- 88 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

invece un diretto corrispettivo, debba essere considerata in tal caso solo in tali limiti

soggetto passivo di imposta ai sensi dell'art. 4, n. 1, della sesta direttiva.

b) Se, anche nel caso in cui non esista un nesso diretto tre le diverse prestazioni

dell'associazione a favore dei propri soci e i contributi versati da questi ultimi, si debba

includere tra gli introiti di un'organizzazione costituita in forma di associazione, da

prendere in considerazione per determinare se esista lo scopo lucrativo di cui alla prima

questione, il totale dei contributi annuali dei soci ai quali l'associazione, conformemente

al fine statutario, offre l'opportunità di praticare uno sport.

3. Se la circostanza che un'organizzazione impieghi gli utili da essa sistematicamente

perseguiti a favore delle sue prestazioni consistenti nell'offrire la possibilità di praticare

un tipo di sport, ai sensi dell'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva, giustifichi

la conclusione che tale organizzazione non persegue fini di lucro ai sensi della detta

disposizione; oppure se tale conclusione sia ammissibile solo nel caso in cui la ricerca di

utili di gestione sia solo occasionale, e non sistematica, e tali utili vengano impiegati nel

senso menzionato. Se, per risolvere tali questioni si debba tener conto anche del disposto

dell'art. 13, parte A, n. 2, [lett. a),] primo trattino, della sesta direttiva, e in caso di

soluzione affermativa, in quale senso debba essere interpretata tale disposizione; in

particolare, se nella seconda parte di tale disposizione tra le espressioni eventuali e

profitti si debba leggere sistematici oppure e solo occasionali».

Sulla prima questione

16. Con la sua prima questione, sub a), il giudice del rinvio domanda in sostanza se l'art.

13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva debba essere interpretato nel senso che la

qualificazione di un'organizzazione come «senza scopo lucrativo» debba essere effettuata

prendendo in considerazione le sole prestazioni considerate in tale disposizione oppure

tenendo conto dell'insieme delle attività di tale organizzazione.

17. Secondo il governo olandese occorre fare riferimento alla specifiche prestazioni

previste dalla detta disposizione della sesta direttiva. Se non fosse così, si potrebbero

avere risultati irragionevoli e potrebbero essere incoraggiati frodi od abusi. Tale

impostazione sarebbe conforme all'economia generale del sistema comune dell'IVA, che

ogni volta riguarderebbe un'operazione concreta e non colui che esegue la prestazione.

18. Al riguardo si deve costatare che, come hanno osservato sia il governo del Regno

Unito sia la Commissione, dalla lettera dell'art. 13, parte A, n. 1, lett. m) della sesta

direttiva risulta che esso riguarda in maniera esplicita talune «prestazioni [...] fornite da

organizzazioni senza scopo lucrativo» e che nessuna delle versioni linguistiche di questa

disposizione presenta una formulazione da cui possa risultare, in ragione dell'ambiguità

della stessa, che l'espressione «senza scopo lucrativo» si riferisca alle prestazioni e non

alle organizzazioni.

19. D'altronde, l'insieme delle esenzioni elencate dall'art. 13, parte A, n. 1, lett. h)-p),

della sesta direttiva riguarda organizzazioni che agiscono nel pubblico interesse in un

settore sociale, culturale, religioso e sportivo o in un settore simile. L'obiettivo di tali

esenzioni è dunque un trattamento più favorevole, in materia di IVA, di alcune

organizzazioni le cui attività sono orientate verso finalità non commerciali.

20. L'interpretazione suggerita dal governo olandese, secondo la quale occorre prendere

in considerazione le sole prestazioni effettuate ai fini sopra menzionati, avrebbe come

conseguenza, come al paragrafo 23 delle sue conclusioni ha osservato l'avvocato

generale, che imprese commerciali, che di regola operano con uno scopo lucrativo,

potrebbero in linea di principio del pari chiedere l'esenzione dall'IVA quando effettuano,

eccezionalmente, prestazioni qualificabili come «senza scopo lucrativo». Un risultato del

- 89 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

genere non può tuttavia essere conforme alla lettera e allo spirito della disposizione

oggetto della causa principale.

21. Se la qualificazione di un'organizzazione come «senza scopo lucrativo» deve essere

effettuata prendendo in considerazione tale organizzazione e non le prestazioni che essa

effettua ai sensi dell'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva, ne consegue che,

per determinare se un'organizzazione del genere soddisfi i requisiti prescritti da tale

disposizione, occorre tenere conto dell'insieme delle sue attività, comprese quelle che

essa fornisce come complemento dei servizi considerati dalla disposizione stessa.

22. La prima questione sub a) va quindi risolta dichiarando che l'art. 13, parte A, n. 1, lett.

m), della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che la qualificazione di

un'organizzazione come «senza scopo lucrativo» deve essere effettuata prendendo in

considerazione l'insieme delle attività della stessa.

23. Alla luce di questa soluzione, non è necessario risolvere la prima questione, sub b).

Sulla terza questione

24. Con la terza questione, che occorre esaminare prima della seconda a motivo dello

stretto collegamento che essa presenta con la prima questione, il giudice del rinvio chiede

in sostanza se l'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva, in combinato disposto

con il n. 2, lett. a), primo trattino, di questa disposizione, debba essere interpretato nel

senso che un'organizzazione possa essere qualificata come «senza scopo lucrativo»,

anche se essa tende sistematicamente a produrre eccedenze, che vengono in seguito dalla

stessa destinate all'esecuzione delle sue prestazioni.

25. Mentre i governi finlandese e del Regno Unito, nonché la Commissione, sostengono

che occorre prendere in considerazione il fatto che l'organizzazione in oggetto tenda ad

un profitto e non la circostanza che lo realizzi, anche abitualmente, il governo olandese fa

valere che l'esenzione dall'IVA non deve essere concessa quando profitti vengono

realizzati sistematicamente. L'esenzione sarebbe applicabile solamente nel caso di

eccedenze realizzate in via occasionale o meramente incidentale.

26. Al tale riguardo, si deve rilevare, in via preliminare, come dall'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), della sesta direttiva risulti che la qualificazione di un'organizzazione «senza

scopo lucrativo», ai sensi di questa disposizione, deve essere effettuata in relazione allo

scopo perseguito da questa, vale a dire tale organizzazione non deve mirare a produrre

profitti per i suoi soci, contrariamente alla finalità di un'impresa commerciale [v., a

proposito dell'esenzione prevista dall'art. 13, parte A, n. 1, lett. n), della sesta direttiva,

l'odierna sentenza, causa C-267/00, Zoological Society of London, non ancora pubblicata

nella Raccolta, punto 17]. Il fatto che la finalità dell'organizzazione che possa beneficiare

dell'esenzione dall'IVA costituisca il criterio di valutazione per la concessione di questo

vantaggio è chiaramente confermato dalla maggior parte delle altre versioni linguistiche

del detto art. 13, parte A, n. 1, lett. m), nelle quali si menziona esplicitamente che tale

organizzazione deve essere priva di scopo lucrativo (v, oltre alla versione francese, anche

le versioni tedesca - «Gewinnstreben» -, olandese - «winst oogmerk» -, italiana - «senza

scopo lucrativo» -, e spagnola - «sin fin lucrativo» -).

27. Spetta agli organi nazionali competenti in materia determinare se, alla luce

dell'oggetto statutario dell'organizzazione in questione, nonché delle circostanza concrete

di un dato caso di specie, un'organizzazione soddisfi i requisiti atti a conferirle la

qualificazione di organizzazione «senza scopo lucrativo».

28. Una volta accertato che ciò si verifica, il fatto che un'organizzazione realizzi del pari

profitti, anche se da essa perseguiti o prodotti sistematicamente, non può porre in

discussione la qualificazione iniziale di tale organizzazione fintanto che tali profitti non

siano distribuiti come utili ai soci dell'organizzazione stessa. E' certo che l'art. 13, parte

- 90 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva non impedisce alle organizzazioni considerate da

questa disposizione di chiudere il loro esercizio con un saldo attivo. Altrimenti, come ha

rilevato in particolare il governo del Regno Unito, organizzazioni del genere sarebbero

impossibilitate a creare riserve destinate a pagare la manutenzione e i futuri

miglioramenti dei loro impianti.

29. Il giudice del rinvio formula inoltre dubbi quanto al punto se tale interpretazione

possa essere fatta salva in casi nei quali l'organizzazione cerchi sistematicamente di

realizzare eccedenze. Egli si riferisce al riguardo all'art. 13, parte A, n. 2, lett. a), primo

trattino, della sesta direttiva che sembrerebbe negare l'esenzione dall'IVA quando

un'organizzazione miri sistematicamente a realizzare profitti.

30. Circa tale ultima disposizione, si deve immediatamente rilevare che essa enuncia una

condizione facoltativa, che gli Stati membri sono liberi di imporre, come condizione

supplementare, per la concessione di talune esenzioni di cui all'art. 13, parte A, n. 1, della

sesta direttiva, tra cui figura l'esenzione prevista in questa stessa disposizione alla lett. m),

la quale riguarda la causa principale. Sembra che il legislatore olandese richieda il

rispetto di tale condizione facoltativa per accordare il beneficio della detta esenzione.

31. Per quanto riguarda l'interpretazione della detta condizione facoltativa, il governo

olandese fa valere che l'esenzione deve essere negata quando un'organizzazione mira

sistematicamente a realizzare eccedenze. Il governo finlandese e del Regno Unito, nonché

la Commissione, ritengono tuttavia che la ricerca sistematica del profitto non sia decisiva

se risulta sia dalle circostanze del caso di specie, sia dal tipo di attività effettivamente

esercitata da un'organizzazione che quest'ultima opera conformemente al suo oggetto

statutario e che questo è privo di scopo lucrativo.

32. Al riguardo, occorre osservare che la prima condizione prevista dall'art. 13, parte A,

n. 2, lett. a), primo trattino, della sesta direttiva, cioè il divieto, per una data

organizzazione, di avere per scopo la ricerca sistematica del profitto, si riferisce

chiaramente, nella versione francese di questa disposizione, al «profit», mentre le altre

due condizioni enunciate da questa, cioè il divieto di distribuire profitti e il requisito della

destinazione degli stessi al mantenimento o al miglioramento delle prestazioni fornite, si

riferiscono ai «bénéfices».

33. Benché tale distinzione non si ritrovi in tutte le altre versioni linguistiche della sesta

direttiva, essa è confermata dall'obiettivo delle disposizioni dell'art. 13, parte A, di questa.

Infatti, come ai paragrafi 57-61 delle sue conclusioni ha osservato l'avvocato generale, si

oppongono alla qualificazione di un'organizzazione come «senza scopo lucrativo» non i

profitti («bénéfices»), nel senso di eccedenze che si producono alla finedi un esercizio,

ma gli utili nel senso di vantaggi pecuniari per i soci dell'organizzazione stessa. Ne

risulta, come fa valere anche la Commissione, che la condizione espressa nell'art. 13,

parte A, n. 2, lett. a), primo trattino, della sesta direttiva coincide essenzialmente, con il

criterio di organizzazione senza scopo lucrativo quale figura nell'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), di questa.

34. Il governo olandese fa valere che un'interpretazione del genere non terrebbe conto del

fatto che l'art. 13, parte A, n. 2, lett. a), primo trattino, deve, in quanto condizione

supplementare, necessariamente avere un contenuto che vada oltre quello della

disposizione di base. Al riguardo è sufficiente osservare che tale condizione non si

riferisce solamente all'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva, ma anche a

numerose altre esenzioni obbligatorie che hanno un diverso contenuto.

35. Di conseguenza, la terza questione va risolta dichiarando che l'art. 13, parte A, n. 1,

lett. m), della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che un'organizzazione può

essere qualificata come «senza scopo lucrativo», anche se essa tende sistematicamente a

produrre eccedenze, che in seguito vengono dalla stessa destinate all'esecuzione delle sue

- 91 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

prestazioni. La prima parte della condizione facoltativa che figura all'art. 13, parte A, n.

2, lett. a), primo trattino, della sesta direttiva deve essere interpretata allo stesso modo.

Sulla seconda questione

36. Con la prima parte della seconda questione, sub a), il giudice del rinvio chiede in

sostanza se l'art. 2, n. 1, della sesta direttiva debba essere interpretato nel senso che i

contributi annuali dei soci di un'associazione sportiva possono costituire il corrispettivo

delle prestazioni di servizi fornite dalla stessa, anche quando i soci che non utilizzano gli

impianti dell'associazione o non li utilizzano regolarmente sono comunque tenuti a

versare il loro contributo annuale.

37. Il giudice del rinvio si riferisce al riguardo alla giurisprudenza della Corte, in

particolare al punto 12 della citata sentenza Apple and Pear Development Council, nella

quale la Corte ha statuito che la nozione di prestazione di servizi effettuata a titolo

oneroso, ai sensi dell'art. 2, punto 1, della sesta direttiva, presuppone l'esistenza di un

nesso diretto fra il servizio reso e il corrispettivo ricevuto. Il giudice del rinvio nutre

dubbi sull'esistenza di tale nesso diretto in circostanze come quelle della causa principale.

38. Secondo il governo olandese, un nesso diretto tra il contributo dei soci

dell'associazione e le prestazioni fornite dalla stessa manca in circostanze come quelle

alla causa principale. L'art. 2, punto 1, della sesta direttiva, come interpretato dalla Corte,

richiederebbe che un servizio concreto sia direttamente retribuito, il che non avverrebbe

quando alcuni soci di un club sportivo non ricorrono alle prestazioni offerte da questo e

ciononostante pagano il loro contributo annuale.

39. Al riguardo, dalla giurisprudenza della Corte risulta che la base imponibile di una

prestazione di servizi è costituita da tutto ciò che è ricevuto quale corrispettivo del

servizio fornito e che una prestazione di servizi è imponibile solo quando esista un nesso

diretto fra il servizio prestato e il controvalore ricevuto (sentenze Apple and Pear

Development Council, già citata, punti 11 e 12, nonché 3 marzo 1994, causa C-16/93,

Tolsma, Racc. pag. I-743, punto 13). Una prestazione configura pertanto un'operazione

imponibile soltanto quando tra il prestatore e l'utente intercorra un rapporto giuridico

nell'ambito del quale avvenga uno scambio di reciproche prestazioni, nel quale il

compenso ricevuto dal prestatore costituisca il controvalore effettivo del servizio prestato

all'utente (precitata sentenza Tolsma, punto 14).

40. Nella causa pendente dinanzi al giudice del rinvio, come sostiene la Commissione, la

circostanza che il contributo annuale sia forfettario e non possa essere riferito ad ogni

utilizzazione personale del campo da golf non incide per nulla sul fatto che prestazioni

reciproche sono scambiate tra i soci di un'associazione sportiva, come quella in questione

nella causa principale, e l'associazione stessa. Infatti, le prestazioni dell'associazione

consistono nell'offerta ai suoi soci, in maniera permanente, degli impianti sportivi e dei

vantaggi ad essi relativi e non in prestazioni puntuali effettuate su richiesta dei soci stessi.

Vi è dunque un nesso diretto tra i contributi annuali dei soci di un'associazione sportiva

come quella considerata nella causa principale e le prestazioni dalla stessa fornite.

41. D'altronde, come giustamente fa valere il governo del Regno Unito, la tesi sostenuta

dal governo olandese comporterebbe che la quasi totalità dei prestatori di servizi potrebbe

sottrarsi al versamento dell'IVA ricorrendo a prezzi forfettari e disattendere così i principi

d'imposizione che costituiscono il fondamento del sistema comune dell'IVA istituito dalla

sesta direttiva.

42. La prima parte della seconda questione, sub a), va quindi risolta dichiarando che l'art.

2, punto 1, della sesta direttiva deve essere interpretato nel senso che i contributi annuali

dei soci di un'associazione sportiva, come quella considerata nella causa principale,

possono costituire il corrispettivo delle prestazioni di servizi fornite dalla stessa, anche

- 92 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

quando i soci che non utilizzano gli impianti dell'associazione o non li utilizzano

regolarmente sono comunque tenuti a versare il loro contributo annuale.

43. Alla luce di questa soluzione, non è più necessario risolvere la seconda parte della

seconda questione, sub a), né la medesima questione, sub b).

Per questi motivi,

LA CORTE (Quinta Sezione)

dichiara:

1) L'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977,

77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative

alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base

imponibile uniforme, deve essere interpretato nel senso che la qualificazione di

un'organizzazione come organizzazione «senza scopo lucrativo» deve essere effettuata

prendendo in considerazione l'insieme delle attività della stessa.

2) L'art. 13, parte A, n. 1, lett. m), della sesta direttiva 77/388 deve essere interpretato nel

senso che un'organizzazione può essere qualificata come organizzazione «senza scopo

lucrativo», anche se essa tende sistematicamente a produrre eccedenze, che in seguito

vengono dalla stessa destinate all'esecuzione delle sue prestazioni. La prima parte della

condizione facoltativa che figura all'art. 13, parte A, n. 2, lett. a), primo trattino, della

sesta direttiva 77/388 deve essere interpretata allo stesso modo.

3) L'art. 2, punto 1, della sesta direttiva 77/388 deve essere interpretato nel senso che i

contributi annuali dei soci di un'associazione sportiva, come quella considerata nella

causa principale, possono costituire il corrispettivo delle prestazioni di servizi fornite

dalla stessa, anche quando i soci che non utilizzano gli impianti dell'associazione o non li

utilizzano regolarmente sono comunque tenuti a versare il loro contributo annuale.

- 93 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

11. Cause riunite T-185/00, T-216/00, T-299/00 e T-300/00,

Métropole télévision SA (M6),

ricorrente nella causa T-185/00,

Antena 3 de Televisión, SA, con sede in Madrid (Spagna)

ricorrente nella causa T-216/00,

Gestevisión Telecinco, SA, con sede in Madrid,

ricorrente nella causa T-299/00,

SIC - Sociedade Independente de Comunicação, SA, con sede in Linda-a-Velha

(Portogallo), ricorrente nella causa T-300/00,

sostenute da

Deutsches SportFernsehen GmbH (DSF), con sede in Ismaning (Germania),

interveniente nella causa T-299/00,

e da

Reti Televisive Italiane Spa (RTI), con sede in Roma,

interveniente nella causa T-300/00,

contro

Commissione delle Comunità europee,

convenuta,

sostenuta da

Union européenne de radio-télévision (UER), con sede in Grand-Saconnex (Svizzera),

interveniente nelle cause T-185/00, T-216/00, T-299/00 e T-300/00,

e da

Radiotelevisión Española (RTVE), con sede in Madrid,

interveniente nelle cause T-216/00 e T-299/00,

avente ad oggetto la domanda di annullamento della decisione della Commissione 10

maggio 2000, 2000/400/CE, relativa ad un procedimento ai sensi dell'articolo 81 del

Trattato CE (IV/32.150 - Eurovisione) (GU L 151, pag. 18),

IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO

DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Seconda Sezione ampliata),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

- 94 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

L'Unione europea di radiotelevisione e il sistema dell'Eurovisione

1. L'Unione europea di radiotelevisione (in prosieguo: l'«UER») è un'associazione

professionale tra enti radiotelevisivi senza scopo di lucro, costituita nel 1950 e con sede

in Ginevra (Svizzera). Conformemente all'art. 2 del suo statuto, come modificato il 3

luglio 1992, l'UER persegue lo scopo di rappresentare gli interessi dei propri membri in

materia di programmazione, nelle questioni giuridiche e tecniche come anche in altri

settori; in particolare, essa non solo promuove in ogni modo - ad esempio con

l'Eurovisione e con l'Euroradio - gli scambi di programmi radiofonici e televisivi ed ogni

altra forma di cooperazione tra i suoi membri e con gli altri enti o consorzi di enti di

radiodiffusione, ma assiste anche i membri attivi in ogni genere di trattative e, su

richiesta, conduce negoziati per loro conto.

2. L'Eurovisione costituisce l'ambito principale degli scambi di programmi tra i membri

attivi dell'UER. Essa esiste dal 1954 ed attua una parte essenziale degli obiettivi

dell'UER. Ai sensi dell'art. 3, n. 6, dello statuto dell'UER, nella sua stesura del 3 luglio

1992: «L'Eurovisione è un sistema di scambi di programmi televisivi, organizzato e

coordinato dall'UER, basato sull'impegno dei membri di offrirsi mutualmente, a

condizione di reciprocità, (...) la trasmissione degli avvenimenti sportivi e culturali che si

svolgono nel territorio nazionale, in quanto possono interessare gli altri membri

dell'Eurovisione, consentendo così la fornitura reciproca di un servizio di alta qualità in

questi campi al rispettivo pubblico nazionale». Sono soci dell'Eurovisione i membri attivi

dell'UER, nonché i consorzi di membri attivi di questo. Tutti i membri attivi dell'UER

possono partecipare ad un sistema di acquisizione in comune e di ripartizione dei diritti

televisivi (e dei costi relativi) per le manifestazioni sportive internazionali, denominati

«diritti dell'Eurovisione».

3. Per divenire membro attivo un ente di radiodiffusione deve soddisfare le condizioni

concernenti, in particolare, il tasso di copertura nazionale, la natura e il finanziamento

della programmazione (in prosieguo: i «criteri di adesione»).

4. Fino al 1° marzo 1988 il beneficio dei servizi dell'UER e dell'Eurovisione era riservato

ai membri della medesima. La modifica dello statuto dell'UER nel 1988 ha nel frattempo

aggiunto all'art. 3 un nuovo numero (n. 7 nella versione attuale), che prevede un accesso

contrattuale all'Eurovisione di cui potrebbero beneficiare sia i membri associati, sia i non

aderenti all'UER.

I ricorrenti

5. La Métropole télévision (in prosieguo: la «M6») è una società di diritto francese che

gestisce un servizio televisivo a diffusione nazionale trasmesso in chiaro via etere con

frequenze terrestri, nonché via cavo e via satellite.

6. Dal 1987 la M6 ha presentato per sei volte un fascicolo di candidatura all'UER. In

ciascuna occasione la sua candidatura è stata respinta in quanto non soddisfaceva i criteri

di adesione previsti dallo statuto dell'UER. Il 5 dicembre 1997, a seguito dell'ultimo

diniego da parte dell'UER, la M6 presentava una denuncia alla Commissione in cui

rendeva nota la posizione dell'UER nei suoi confronti e, in particolare, il rifiuto opposto

alle sue domande di ammissione. Con decisione 29 giugno 1999 la Commissione

rigettava la denuncia. Il Tribunale, con sentenza 21 marzo 2001, causa T-206/99,

Métropole télévision/Commissione (Racc. pag. II-1057), annullava tale decisione di

rigetto per difetto di motivazione e violazione degli obblighi incombenti alla

Commissione in materia di esame delle denunce.

- 95 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

7. Nel frattempo, il 6 marzo 2000, la M6 presentava una nuova denuncia dinanzi alla

Commissione, con la quale le chiedeva di dichiarare i criteri di adesione all'UER, come

modificati nel 1998, restrittivi della concorrenza e inidonei all'esenzione ai sensi dell'art.

81, n. 3, CE. Con lettera 12 settembre 2000, la Commissione rigettava tale denuncia. La

ricorrente presentava un ricorso volto all'annullamento di tale rigetto. Con ordinanza del

Tribunale 25 ottobre 2001, causa T-354/00, M6/Commissione (Racc. pag. II-3177), il

ricorso è stato dichiarato irricevibile.

8. L'Antena 3 de Televisión, SA (in prosieguo: l'«Antena 3»), è una società di diritto

spagnolo, costituita il 7 giugno 1988, che ha ottenuto dall'autorità spagnola competente

una concessione per la gestione indiretta del servizio pubblico televisivo.

9. Con atto 27 marzo 1990, l'Antena 3 depositava la propria candidatura all'UER. La

decisione di rifiuto adottata dal consiglio d'amministrazione dell'UER le veniva

comunicata con lettera 3 giugno 1991.

10. La Gestevisión Telecinco, SA (in prosieguo: la «Telecinco»), è una società di diritto

spagnolo che gestisce un canale televisivo terrestre a diffusione nazionale trasmesso in

chiaro. Conformemente all'ordinamento giuridico spagnolo, tale impresa è uno dei tre

operatori privati ai quali le autorità spagnole hanno accordato, nel 1989, una concessione

decennale per la gestione indiretta del servizio pubblico televisivo. Tale concessione è

stata rinnovata alla Telecinco per un periodo supplementare di dieci anni.

11. La SIC - Sociedade Independente de Communicação, SA (in prosieguo: la «SIC»), è

una società di diritto portoghese, avente come scopo l'esercizio di attività nel settore

televisivo, la quale gestisce, dal mese di ottobre 1992, una delle principali emittenti

televisive a diffusione nazionale trasmesse in chiaro in Portogallo.

Fatti all'origine della controversia

12. A seguito di denuncia 17 dicembre 1987 presentata dalla società Screensport, la

Commissione indagava sulla compatibilità con l'art. 81 CE delle norme sull'acquisizione

collettiva e sulla ripartizione di diritti televisivi relativi ad avvenimenti sportivi nel

sistema dell'Eurovisione. La denuncia verteva, in particolare, sul rifiuto dell'UER e dei

suoi membri di concedere delle sublicenze per talune manifestazioni sportive. Il 12

dicembre 1988 la Commissione inviava all'UER una comunicazione degli addebiti

riguardanti le norme che disciplinano l'acquisizione e l'uso nell'ambito del sistema

dell'Eurovisione dei diritti televisivi per manifestazioni sportive, i quali sono in genere di

natura esclusiva. La Commissione si dichiarava disposta a considerare un'esenzione a

favore di dette norme purché l'obbligo di concedere sublicenze ai non aderenti fosse

previsto per una parte sostanziale dei diritti in questione e a condizioni ragionevoli.

13. Il 3 aprile 1989 l'UER notificava alla Commissione le sue disposizioni statutarie e

altre norme sull'acquisizione dei diritti televisivi per manifestazioni sportive, sullo

scambio di programmi sportivi nell'ambito dell'Eurovisione e sull'accesso contrattuale dei

terzi a tali programmi, al fine di ottenere un'attestazione negativa o, in mancanza,

un'esenzione ex art. 81, n. 3, CE.

14. Dopo la modifica, da parte dell'UER, delle norme che permettevano di ottenere

sublicenze per i programmi di cui trattasi (il «regime d'accesso dei non aderenti all'UER

del 1993»; in prosieguo: il «regime delle sublicenze»), la Commissione adottava, in data

11 giugno 1993, la decisione 93/403/CEE, relativa ad un procedimento ai sensi

dell'articolo [81] del Trattato CEE (IV/32.150 - UER/Sistema Eurovisione) (GU L 179,

pag. 23), ai sensi della quale l'istituzione accordava un'esenzione in forza del n. 3 del

precitato articolo. Tale decisione veniva annullata con sentenza del Tribunale 11 luglio

1996, cause riunite T-528/93, T-542/93, T-543/93 e T-546/93, Métropole télévision e

a./Commissione (Racc. pag. II-649).

- 96 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

15. Successivamente, il 26 marzo 1999, su richiesta della Commissione, l'UER adottava e

sottoponeva a quest'ultima alcune norme che avrebbero permesso l'accesso ai diritti

dell'Eurovisione sfruttati sui canali televisivi a pagamento (le «norme relative alla

concessione di sublicenze per lo sfruttamento dei diritti dell'Eurovisione sui canali

televisivi a pagamento del 26 marzo 1999»; in prosieguo: le «norme relative alla

concessione di sublicenze»).

16. Il 10 maggio 2000 la Commissione ha adottato la decisione 2000/400/CE, relativa ad

un procedimento ai sensi dell'articolo 81 del Trattato CE (Caso IV/32.150 - Eurovisione)

(GU L 151, pag. 18; in prosieguo: la «decisione impugnata»), con la quale la

Commissione ha accordato una nuova esenzione sulla base del n. 3 dell'articolo succitato.

17. All'art. 1 della decisione impugnata la Commissione dichiara che, ai sensi,

segnatamente, dell'art. 81, n. 3, CE, le disposizioni dell'art. 81, n. 1, CE non si applicano,

a decorrere dal 26 febbraio 1993 e fino al 31 dicembre 2005, ai seguenti accordi notificati

aventi ad oggetto:

a) l'acquisizione collettiva di diritti relativi alla trasmissione televisiva di avvenimenti

sportivi;

b) la ripartizione dei predetti diritti acquisiti collettivamente;

c) lo scambio del segnale per le manifestazioni sportive;

d) il regime delle sublicenze;

e) le norme relative alla concessione di sublicenze.

18. Il regime delle sublicenze e le norme relative alla concessione di queste ultime

costituiscono insieme il regime di accesso dei non aderenti al sistema dell'Eurovisione.

19. Nell'ambito del regime delle sublicenze, la decisione impugnata prevede quanto

segue:

«[L']UER e i suoi membri concedono agli enti di radiodiffusione non aderenti

all'organizzazione un accesso estensivo ai programmi sportivi dell'Eurovisione, i cui

diritti siano stati acquisiti a titolo esclusivo mediante negoziazione collettiva. [Tale

regime] accorda la possibilità a terzi di accedere a diritti di trasmissione in diretta ed in

differita in relazione a diritti sportivi dell'Eurovisione acquisiti collettivamente. Ai terzi è

accordato in particolare l'accesso in ampia misura ai diritti non utilizzati, ossia il diritto di

trasmettere manifestazioni sportive che gli aderenti all'UER non diffondono o

trasmettono solo in minima parte. I termini e le condizioni d'accesso sono negoziati

liberamente tra l'UER (per i canali transfrontalieri) o il membro/i membri del paese

interessato (per i canali nazionali) e l'ente non aderente al sistema (...)» (punto 28 della

decisione impugnata).

20. Nel quadro delle norme relative alla concessione di sublicenze, la decisione

impugnata precisa che un non aderente all'UER ha la possibilità di acquistare diritti

televisivi al fine di trasmettere sul proprio canale a pagamento manifestazioni identiche o

analoghe a quelle proposte dai membri dell'Eurovisione sulle proprie emittenti televisive

a pagamento. I canoni pagati dai non aderenti devono riflettere equamente le condizioni

di acquisizione di tali diritti da parte del membro dell'Eurovisione [allegato II, punto iii),

della decisione impugnata].

21. La dichiarazione di esenzione di cui all'art. 1 della decisione impugnata è subordinata

ad una condizione e ad un onere. La condizione impone all'UER e ai suoi aderenti di

acquisire collettivamente i diritti per la trasmissione televisiva di avvenimenti sportivi

solo nel quadro di accordi che consentano loro di concedere a terzi l'accesso ai predetti

diritti in conformità al regime delle sublicenze e alle norme relative alla concessione di

sublicenze, o a condizioni più favorevoli per i non aderenti, previa autorizzazione da

parte dell'UER. L'onere impone all'UER l'obbligo di comunicare alla Commissione

qualsiasi modifica od integrazione del regime delle sublicenze e delle norme relative alla

- 97 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

concessione di sublicenze, nonché qualsiasi procedura di arbitrato in relazione a

controversie inerenti a tale regime o a tali norme (art. 2 della decisione impugnata).

Procedimento e conclusioni delle parti

22. La M6, l'Antena 3, la SIC e la Telecinco hanno proposto i propri ricorsi con atti

introduttivi depositati presso la cancelleria del Tribunale, rispettivamente, il 13 luglio, il

21 agosto, il 18 e il 19 settembre 2000.

23. Con atti depositati presso la cancelleria del Tribunale il 5, il 17 e il 26 gennaio 2001,

l'UER e la Radiotelevisión Española (in prosieguo: la «RTVE») hanno chiesto di poter

intervenire, rispettivamente, nelle cause T-185/00, T-216/00, T-299/00 e T-300/00, e

nelle cause T-216/00 e T-299/00, a sostegno delle conclusioni della convenuta. Tali

domande sono state accolte con ordinanze del presidente della Quarta Sezione del

Tribunale 7 febbraio, 29 marzo e 7 maggio 2001.

24. Con lettera 22 febbraio 2001, la SIC ha depositato presso la cancelleria del Tribunale

una domanda di trattamento riservato relativamente ad alcuni elementi del ricorso. Il

Tribunale, con ordinanza del presidente della Quarta Sezione 30 aprile 2001, ha accolto

tale richiesta.

25. Con atti depositati presso la cancelleria del Tribunale il 7 e il 13 marzo 2001, la DSF

Deutsches SportFernsehen GmbH (in prosieguo: la «DSF») e la Reti Televisive Italiane

Spa (in prosieguo: la «RTI») hanno chiesto di poter intervenire, rispettivamente, nelle

cause T-299/00 e T-300/00, a sostegno delle conclusioni della ricorrente. Tali domande

sono state accolte con ordinanze del presidente della Quarta Sezione del Tribunale 7

maggio e 7 giugno 2001.

26. A causa di una modifica nella composizione delle sezioni del Tribunale incorsa a

partire dal 20 settembre 2001, il giudice relatore è stato assegnato alla Seconda Sezione e

le presenti cause sono state, di conseguenza, attribuite a tale Sezione.

27. Con decisione del Tribunale 20 febbraio 2002, le cause sono state rinviate ad una

sezione composta da cinque giudici.

28. Con ordinanza 25 febbraio 2002, il presidente della Seconda Sezione ampliata ha

riunito le quattro cause ai fini della fase orale del procedimento e della sentenza in

attuazione dell'art. 50 del regolamento di procedura del Tribunale.

29. Su relazione del giudice relatore, il Tribunale (Seconda Sezione ampliata) ha deciso

di passare alla fase orale. Nell'ambito delle misure di organizzazione del procedimento

esso ha invitato le parti a produrre taluni documenti e a rispondere per iscritto a taluni

quesiti.

30. Le parti hanno svolto le loro difese orali e hanno risposto ai quesiti del Tribunale

all'udienza del 13 e 14 marzo 2001.

31. Nella causa T-185/00, la M6 conclude che il Tribunale voglia:

- annullare la decisione impugnata;

- condannare la Commissione alle spese;

- condannare l'UER alle spese dell'intervento.

32. Nella causa T-216/00, l'Antena 3 conclude che il Tribunale voglia:

- ordinare alla Commissione di allegare diversi documenti al fascicolo;

- annullare la decisione impugnata;

- condannare la Commissione alle spese;

- condannare le intervenienti alle spese sostenute nell'ambito dei loro interventi.

33. Nella causa T-299/00, la Telecinco conclude che il Tribunale voglia:

- annullare la decisione impugnata;

- condannare la Commissione alle spese.

34. Nella causa T-300/00, la SIC conclude che il Tribunale voglia:

- 98 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

- ordinare alla Commissione di produrre taluni documenti;

- annullare la decisione impugnata;

- condannare la Commissione alle spese;

- condannare l'UER alle spese dell'intervento.

35. Nelle quattro cause riunite, la Commissione conclude che il Tribunale voglia:

- respingere i ricorsi;

- condannare le ricorrenti alle spese.

36. La DSF, interveniente a sostegno delle conclusioni della Telecinco nella causa T-

299/00, conclude che il Tribunale voglia annullare la decisione impugnata.

37. La RTI, interveniente a sostegno delle conclusioni della SIC nella causa T-300/00,

conclude che il Tribunale voglia:

- annullare la decisione impugnata;

- condannare la Commissione alle spese, ivi comprese quelle sostenute dalla parte

interveniente.

38. L'UER, interveniente nelle quattro cause a sostegno delle conclusioni della

Commissione, conclude che il Tribunale voglia:

- respingere i ricorsi;

- condannare le ricorrenti alle spese sostenute nell'ambito del suo intervento.

39. La RTVE, interveniente a sostegno delle conclusioni della Commissione nelle cause

T-216/00 e T-299/00, conclude che il Tribunale voglia:

- respingere i ricorsi;

- condannare le ricorrenti alle spese sostenute nell'ambito del suo intervento.

In diritto

Osservazioni preliminari

40. Le ricorrenti deducono, in totale, sette motivi a sostegno dei loro ricorsi. Il primo

motivo, sollevato nelle quattro cause, concerne la violazione dell'obbligo di esecuzione

delle sentenze del Tribunale. Il secondo motivo, allegato nelle cause T-216/00 e T-

300/00, riguarda un errore di fatto e la violazione dell'obbligo di motivazione. Il terzo ed

il quarto motivo, sollevati in tutte le cause, hanno ad oggetto rispettivamente l'erronea

applicazione dell'art. 81, n. 1, CE, e la violazione dell'art. 81, n. 3, CE. Il quinto,

anch'esso invocato nelle quattro cause, si fonda su errori di diritto relativi all'ambito di

applicazione materiale e temporale della decisione impugnata. Il sesto motivo, fatto

valere nella causa T-216/00, riguarda la violazione del principio di buona

amministrazione. Infine, la settima censura, dedotta in tutte le cause, fa riferimento allo

sviamento di potere.

41. Occorre innanzi tutto analizzare il quarto motivo, sollevato nelle quattro cause, che

concerne la violazione dell'art. 81, n. 3, CE.

42. Con tale censura le ricorrenti sostengono che il sistema dell'Eurovisione non soddisfa

alcuno dei criteri di esenzione previsti all'art. 81, n. 3, CE, in particolare quello che

impone di evitare la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei

prodotti di cui trattasi. A tale proposito, si devono riqualificare gli argomenti avanzati

dalla M6 sul carattere discriminatorio del regime delle sublicenze e sul carattere

indispensabile di tale discriminazione in quanto, con tali argomenti, la M6 ritiene che il

regime delle sublicenze non presenti alcuna garanzia di accesso, per le emittenti non

aderenti, ai diritti acquisiti dall'UER e che, di conseguenza, vi sarebbe un frazionamento

del mercato dei diritti di trasmissione televisiva e quindi un'eliminazione della

concorrenza al suo interno.

- 99 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Sul quarto motivo, concernente la violazione dell'art. 81, n. 3, CE, relativamente al

criterio dell'impossibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei

prodotti di cui trattasi

Argomenti delle parti

43. Le ricorrenti contestano alla Commissione di aver applicato erroneamente l'art. 81, n.

3, lett. b), CE al caso di specie, essenzialmente per due ragioni.

44. In primo luogo, la Commissione non avrebbe definito esattamente né il mercato del

prodotto, né il mercato geografico di cui trattasi. In assenza di una definizione del

mercato rilevante, la conclusione della Commissione, secondo cui gli accordi notificati

non permettono alle imprese beneficiarie dell'esenzione di eliminare la concorrenza per

una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi, sarebbe priva di ogni fondamento. Infatti,

in assenza di una definizione preliminare, sarebbe impossibile determinare se le garanzie

offerte dal regime d'accesso dei terzi al sistema dell'Eurovisione soddisfino le condizioni

previste all'art. 81, n. 3, lett. b), CE.

45. Peraltro, là dove la decisione impugnata ammetterebbe che le grandi manifestazioni

sportive internazionali, quali i giochi olimpici o i campionati monidiali di calcio,

costituiscono mercati autonomi, la Commissione avrebbe dovuto concludere che, in tali

mercati, il sistema dell'Eurovisione elimina ogni concorrenza.

46. In secondo luogo, per quanto riguarda le garanzie fornite dal regime d'accesso di terzi

al sistema dell'Eurovisione che, secondo i termini della decisione impugnata,

permetterebbe di evitare l'eliminazione della concorrenza nel mercato, le ricorrenti

ritengono che, se avesse condotto un'analisi corretta del mercato del prodotto, la

Commissione avrebbe constatato che il regime d'accesso di terzi non poteva evitare

l'eliminazione della concorrenza per emittenti generaliste quali le ricorrenti. Infatti, da un

lato, tale regime autorizzerebbe in realtà solamente la trasmissione di programmi sportivi

in differita e, dall'altro, non funzionerebbe in realtà nei confronti di canali generalisti che,

come le ricorrenti, sarebbero in concorrenza con i membri dell'UER.

47. La Commissione, sostenuta dall'UER, fa valere che per prassi costante essa lascia

aperta la questione della definizione del mercato del prodotto o del mercato geografico

rilevante, allorché, sulla base dell'accezione più restrittiva possibile del mercato, non si

pone alcun problema di limitazione della concorrenza.

48. Orbene, nel caso di specie, per la Commissione è chiaro che gli accordi notificati

incidono sugli scambi tra gli Stati membri (punto 81 della decisione impugnata) e

limitano la concorrenza (punto 71 della decisione impugnata). Tuttavia, basandosi sulla

definizione più restrittiva del mercato del prodotto, ossia del mercato di acquisizione dei

diritti di trasmissione di manifestazioni sportive specifiche, quali i giochi olimpici estivi,

la Commissione sostiene che, tenuto conto della struttura del mercato e dell'insieme delle

norme in materia di sublicenze relative all'accesso di enti di radiodiffusione non aderenti

all'UER ai programmi sportivi dell'Eurovisione, gli accordi notificati non creano

problemi di limitazione della concorrenza.

49. La Commissione ritiene che, tenuto conto della definizione più restrittiva possibile

del mercato, gli effetti limitativi degli accordi notificati siano stati superati con la

modifica degli accordi e con le condizioni imposte dalla Commissione (relativamente al

regime d'accesso di terzi al sistema dell'Eurovisione). Non sarebbe stato dunque

necessario definire con maggiore precisione i mercati interessati.

50. Per quanto riguarda il regime d'accesso di terzi al sistema dell'Eurovisione, la

Commissione, sostenuta dall'UER e dalla RTVE, sottolinea che, a seguito delle modifiche

apportate a tale regime, i diritti di trasmissione in diretta non utilizzati dai membri

- 100 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

dell'UER sono messi a disposizione dei loro concorrenti. L'accesso imposto dalla

Commissione ai diritti di trasmissione in differita sarebbe stato parimenti molto ampliato.

Tale regime funzionerebbe nella prassi e numerosi concorrenti dei membri dell'UER vi

ricorrerebbero per la trasmissione sia in diretta che in differita, come anche per la

trasmissione di stralci. Infine, in virtù di tale regime, non sarebbe possibile eliminare la

concorrenza per una parte sostanziale del mercato, anche basandosi su una definizione di

mercato tanto restrittiva quanto quella relativa ai diritti di trasmissione dei giochi olimpici

estivi.

Giudizio del Tribunale

51. In considerazione degli argomenti delle parti, occorre esporre i termini della decisione

impugnata, innanzi tutto per quanto riguarda la definizione del mercato interessato dagli

accordi notificati. A tale proposito, ai punti 38-49 della decisione impugnata si precisa

quanto segue:

«4.1. Mercato del prodotto

L'UER ritiene che il mercato rilevante per la valutazione del caso sia quello

dell'acquisizione dei diritti televisivi per manifestazioni sportive importanti di qualsiasi

disciplina sportiva, a prescindere dal carattere nazionale o internazionale

dell'avvenimento. L'UER è impegnata unicamente nell'acquisto di diritti televisivi per

manifestazioni sportive d'interesse paneuropeo.

La Commissione concorda con l'UER nel ritenere che i programmi sportivi abbiano

caratteristiche peculiari; i programmi sportivi registrano generalmente alti livelli d'ascolto

televisivo e raggiungono un pubblico definito, che costituisce l'obiettivo privilegiato di

taluni importanti inserzionisti pubblicitari.

Tuttavia, contrariamente a quanto sostenuto dall'UER, il richiamo dei programmi

sportivi, e pertanto il livello di concorrenza nell'acquisizione dei diritti televisivi, varia a

seconda del tipo di sport e avvenimento. Gli sport di massa quali calcio, tennis o corse

automobilistiche attraggono in genere un grande pubblico, con preferenze diverse tra i

vari paesi. Gli sport minori, invece, hanno una quotazione molto bassa. Le manifestazioni

internazionali esercitano sul pubblico locale un richiamo di solito maggiore delle

equivalenti manifestazioni nazionali, purché vi partecipino la squadra o un campione

nazionali, mentre gli avvenimenti internazionali in cui non gareggiano campioni o

squadre nazionali suscitano sovente scarso interesse. Negli ultimi dieci anni, per effetto di

una maggiore concorrenza sui mercati della televisione, i prezzi dei diritti televisivi sono

notevolmente aumentati (...); ciò vale soprattutto per le manifestazioni sportive

internazionali di spicco, quali i campionati mondiali di calcio o i giochi olimpici.

Le preferenze dei telespettatori determinano il valore del programma per gli inserzionisti

pubblicitari e le emittenti a pagamento. (...) Il fatto tuttavia che determinate trasmissioni

sportive registrino un livello d'ascolto invariato o pressoché identico, indipendentemente

dal fatto che siano trasmesse in concomitanza ed in concorrenza con altri avvenimenti

sportivi, fa presumere che dette manifestazioni siano determinanti ai fini della scelta

dell'abbonato o dell'inserzionista a favore di una determinata emittente.

Dai dati relativi al comportamento degli spettatori in relazione a manifestazioni sportive

di spicco, emersi dall'analisi di alcuni avvenimenti sportivi - quali i giochi olimpici (estivi

ed invernali), le finali di Wimbledon e i campionati mondiali di calcio - risulta che

effettivamente il comportamento dei telespettatori non risente della coincidenza con altri

importanti avvenimenti sportivi, trasmessi contemporaneamente o quasi. In altri termini, i

dati d'ascolto televisivo relativi alle maggiori manifestazioni sportive sembrano in grande

misura indipendenti dal fatto che un altro importante avvenimento sportivo sia

- 101 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

teletrasmesso quasi parallelamente. Ne deriva che l'offerta televisiva di tali avvenimenti

sportivi può influenzare gli abbonati o gli inserzionisti pubblicitari in misura tale da

indurre l'emittente a pagare prezzi molto più elevati (per l'acquisizione dei relativi diritti).

Concludendo, dall'indagine condotta dalla Commissione risulta che la definizione del

mercato proposta dall'UER è troppo vasta e che, molto verosimilmente, esistono mercati

distinti per l'acquisizione dei diritti relativi ad alcuni avvenimenti sportivi di spicco, la

maggioranza dei quali è di carattere internazionale.

Ai fini del procedimento in oggetto non occorre tuttavia definire esattamente i mercati

rilevanti sotto il profilo del prodotto. Tenendo conto dell'attuale struttura del mercato e

del regime per la concessione di sublicenze per l'accesso dei terzi ai programmi sportivi

dell'Eurovisione, gli accordi in discorso non sollevano preoccupazioni sotto il profilo

della concorrenza, anche considerando i mercati dei diritti relativi a particolari

manifestazioni sportive, quali i giochi olimpici estivi.

(...)

4.2. Mercato geografico

I diritti televisivi per alcune manifestazioni sportive sono acquistati in esclusiva per

l'intero territorio europeo - indipendentemente dalle modalità tecniche di emissione - per

essere successivamente rivenduti per paese; altri sono invece acquistati su base nazionale.

I diritti televisivi relativi alle manifestazioni sportive di spicco, quali i giochi olimpici,

per la cui aggiudicazione l'UER concorre, sono d'interesse paneuropeo in riferimento ai

telespettatori e rientrano generalmente nella prima categoria di licenze europee.

Nondimeno, indipendentemente dall'ambito di validità delle licenze, (...) le preferenze dei

telespettatori possono variare notevolmente da paese a paese, in funzione del tipo di sport

e del tipo di manifestazione, cosicché le condizioni di concorrenza per l'acquisto di diritti

televisivi sono variabili.

Riguardo ai mercati a valle interessati dalla notifica in esame, i mercati della televisione

in chiaro e della televisione a pagamento sono da considerare come aventi un'estensione

nazionale o corrispondente ad una determinata area linguistica, per motivi

prevalentemente linguistici, culturali, di licenze e di diritti di proprietà intellettuale.

Ai fini del presente procedimento non è tuttavia necessario definire esattamente il

mercato geografico di riferimento. Alla luce dell'attuale struttura del mercato e del regime

per la concessione di sublicenze ai fini dell'accesso di terzi ai programmi sportivi

dell'Eurovisione, gli accordi notificati non suscitano preoccupazioni, anche qualora si

assuma una base nazionale, sia per i mercati dell'acquisto dei diritti sportivi che per i

mercati a valle della televisione in chiaro e della televisione a pagamento».

52. Emerge dalla decisione impugnata, e in particolare dagli estratti citati al punto

precedente, che la posizione della Commissione nei confronti della definizione dei

mercati interessati può essere riassunta come segue: il sistema dell'Eurovisione produce

effetti su due mercati distinti, quello dell'acquisizione dei diritti televisivi, in cui l'UER è

in concorrenza con altri grandi gruppi europei operanti nel settore dei mezzi

d'informazione (il mercato a monte), e quello della trasmissione dei diritti sportivi

acquistati, nel quale i membri dell'UER sono in concorrenza, per ogni paese o zona

linguistica omogenea, con altre emittenti televisive, per la maggior parte nazionali.

53. Per quanto riguarda il mercato a monte, la Commissione ammette «che, molto

verosimilmente, esistono» (in inglese, unica lingua nella quale il testo della decisione fa

fede: «there is a strong likelihood») mercati separati per l'acquisizione dei diritti su

determinate manifestazioni sportive internazionali di spicco che sono normalmente

acquisiti per l'insieme del territorio europeo. Trattandosi del mercato a valle, anche se la

Commissione non lo precisa espressamente a proposito della definizione del mercato del

prodotto, nondimeno emerge dalla sua analisi che esiste, considerate le preferenze dei

- 102 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

telespettatori e l'influenza di queste ultime sul valore dell'emissione per gli inserzionisti e

le società televisive a pagamento, un mercato specifico per la trasmissione delle grandi

manifestazioni sportive. Tale mercato che, secondo la Commissione, si suddivide in un

mercato della televisione ad accesso gratuito e in un mercato della televisione a

pagamento, sarebbe generalmente limitato al territorio nazionale o ad una zona

linguisticamente omogenea.

54. Tuttavia, la Commissione non ha ritenuto necessario definire esattamente né il

mercato del prodotto né il mercato geografico interessato dal sistema dell'Eurovisione

poiché, pur prendendo come punto di riferimento il mercato più ristretto possibile, ossia

quello dell'acquisizione di certe manifestazioni sportive quali i giochi olimpici, la

Commissione sostiene che il sistema dell'Eurovisione, tenuto conto delle strutture del

mercato e del regime di accesso di terzi a tale sistema, non solleva alcun problema per

quanto riguarda la concorrenza.

55. Inoltre, la Commissione afferma, ai punti 100-103 della decisione impugnata, in

merito all'eliminazione della concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui

trattasi con riferimento all'acquisizione collettiva dei diritti, che, malgrado l'UER sia

soggetta ad una crescente concorrenza da parte dei gruppi operanti nel settore dei mezzi

d'informazione e delle agenzie di acquisizione di diritti, «nondimeno, la Commissione si

è domandata se alcuni dei diritti acquisiti collettivamente potessero incidere su

avvenimenti sportivi di grande rilievo sotto il profilo economico o del pubblico, quali ad

esempio i giochi olimpici, che potrebbero costituire un mercato distinto e che sono

detenuti esclusivamente dagli aderenti all'Eurovisione». Essa prosegue:

«Al fine di dissipare eventuali timori in tal senso, l'UER ha modificato gli accordi

notificati, includendovi un regime per la concessione di sublicenze atto a garantire ai terzi

un ampio accesso ai diritti per le manifestazioni sportive, acquisiti nell'ambito

dell'Eurovisione. Questo forma un contrappeso all'effetto restrittivo dell'acquisizione

collettiva dei diritti sportivi. I regimi previsti offrono ai terzi un ampio accesso alla

trasmissione in diretta e in differita, sulla base di condizioni ragionevoli».

56. In aggiunta, a proposito delle restrizioni derivanti dalla ripartizione dei diritti acquisiti

nell'ambito dell'Eurovisione tra i membri dell'UER che sono in concorrenza per lo stesso

pubblico, la Commissione conclude, al punto 104 della decisione impugnata, che non vi

sarebbe eliminazione della concorrenza «vista l'attuale struttura del mercato

precedentemente tratteggiata e vista la capacità dei non aderenti all'UER di partecipare

alla trasmissione degli avvenimenti sportivi in questione in base al regime di concessione

di sublicenze [dell'UER]».

57. Emerge così dalla decisione impugnata che, anche se la Commissione non ha ritenuto

necessario definire esattamente il mercato del prodotto interessato, essa condivide

nondimeno l'ipotesi dell'esistenza di un mercato costituito unicamente per grandi

manifestazioni sportive internazionali, quali i giochi olimpici, al fine di verificare se il

sistema dell'Eurovisione soddisfi le condizioni per l'esenzione di cui all'art. 81, n. 3, CE.

Pertanto occorre constatare che l'assenza di una tale definizione esatta non infirma, nel

caso di specie, l'analisi della Commissione concernente la rispondenza del sistema

dell'Eurovisione alla condizione d'esenzione posta dall'art. 81, n. 3, lett. b), CE e, di

conseguenza, si deve considerare ininfluente tale parte dell'argomento delle ricorrenti.

58. Occorre quindi verificare se e, eventualmente, entro quali limiti la convenuta abbia

commesso un errore manifesto di valutazione nell'applicare la condizione d'esenzione

analizzata decidendo che, anche nel mercato costituito da manifestazioni sportive

internazionali particolari, il regime di accesso di terzi al sistema dell'Eurovisione

permetterebbe di compensare le restrizioni della concorrenza nei confronti dei terzi e

dunque di evitare che la concorrenza sia eliminata a detrimento di questi ultimi.

- 103 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

59. Prima di analizzare tale regime, occorre esporre innanzi tutto la struttura dei mercati

interessati e le restrizioni della concorrenza che comporta il sistema dell'Eurovisione.

60. Per quanto riguarda la struttura dei mercati, emerge in particolare dalla decisione

impugnata che i diritti televisivi inerenti a manifestazioni sportive sono concessi per una

determinata area geografica, solitamente in esclusiva. Tale esclusiva è considerata

necessaria per garantire il valore di un determinato programma sportivo in termini di

quota d'ascolto televisivo e di proventi pubblicitari (punto 51 della decisione impugnata).

61. I diritti televisivi sono detenuti di solito dagli organizzatori della manifestazione

sportiva, che controllano l'accesso al luogo in cui essa si svolge. Per controllarne le

riprese televisive e garantire l'esclusiva, l'organizzatore ammette un solo ente di

radiodiffusione o un numero limitato di enti di radiodiffusione che producono il segnale

televisivo. Il contratto stipulato con l'organizzatore vieta di mettere il segnale prodotto a

disposizione di terzi che non abbiano acquisito i relativi diritti televisivi (punto 52 della

decisione impugnata).

62. Per quanto riguarda la posizione dell'UER nei mercati rilevanti, la Commissione

precisa che la quota di mercato di quest'ultima ha subìto una sensibile riduzione

nell'ultimo decennio. L'UER, in materia di acquisizione dei diritti televisivi per

determinate manifestazioni sportive, deve far fronte alla concorrenza di grandi gruppi

europei operanti nel settore dei mezzi d'informazione e di agenzie internazionali di

acquisizione di diritti televisivi. Nel corso degli ultimi anni l'UER avrebbe dovuto

rinunciare ad un gran numero di manifestazioni sportive importanti in quanto i

concorrenti avrebbero offerto importi più elevati (punti 54 e 55 della decisione

impugnata). L'UER continuerebbe tuttavia a detenere una solida posizione nel mercato

dell'acquisizione dei diritti di importanti manifestazioni sportive internazionali, che

costituiscono un forte richiamo per i telespettatori europei; tali diritti non dovrebbero,

secondo i loro detentori, essere diffusi dalla televisione a pagamento. Inoltre, l'UER

occupa tuttora una posizione senza uguali, in quanto referente unico di un'associazione di

radiotelevisione che assicura agli organizzatori il più ampio spettro di pubblico in Europa.

Il fatto che i diritti televisivi europei relativi ai giochi olimpici siano sempre stati venduti

all'UER è particolarmente significativo (punti 55-57 della decisione impugnata).

63. A proposito dei suoi effetti sulla concorrenza, il sistema dell'Eurovisione, come

emerge dalla decisione impugnata (punti 71-80), comporta due tipi di restrizioni. Da un

lato, l'acquisizione collettiva dei diritti televisivi per le manifestazioni sportive, la loro

ripartizione e lo scambio del segnale limitano o addirittura eliminano la concorrenza tra i

membri dell'UER, i quali competono sia nel mercato a monte, ossia quello

dell'acquisizione dei diritti, sia nel mercato a valle, quello della trasmissione televisiva

delle manifestazioni sportive. Dall'altro, tale sistema comporta determinate restrizioni

della concorrenza nei confronti dei terzi in quanto, come esposto al punto 75 della

decisione impugnata, detti diritti sono di norma venduti su base esclusiva e ciò fa sì che

essi siano praticamente inaccessibili ai non aderenti all'UER.

64. A tale proposito, se è vero che l'acquisto dei diritti di trasmissione televisiva di un

avvenimento non costituisce di per sé una restrizione della concorrenza sussumibile sotto

l'art. 81, n. 1, CE e può essere giustificato dalle peculiarità del prodotto e del mercato

rilevante, è pur vero che l'esercizio di tali diritti in un contesto giuridico ed economico

specifico può comportare una tale restrizione (v., per analogia, sentenza della Corte 6

ottobre 1982, causa 262/81, Coditel e a., Racc. pag. 3381, punti 15-17).

65. Infatti, seguendo tale orientamento, la Commissione afferma, al punto 45 della

decisione impugnata, che «l'acquisizione di diritti televisivi esclusivi per taluni

avvenimenti sportivi ha una notevole incidenza sui mercati a valle della televisione, [nei]

quali gli avvenimenti sportivi [sono] trasmessi».

- 104 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

66. Peraltro, emerge dall'analisi del fascicolo e dall'argomentazione delle parti che

l'acquisizione dei diritti di trasmissione di una grande manifestazione sportiva

internazionale quale i giochi olimpici o il campionato mondiale di calcio ha

necessariamente un forte impatto sul mercato del patrocinio e della pubblicità, fonte

principale d'introiti per le emittenti televisive che trasmettono in chiaro, poiché tali

programmi attirano un gran numero di telespettatori.

67. Inoltre, occorre parimenti rilevare che, come sottolineato dalla SIC, gli effetti

restrittivi della concorrenza derivanti dal sistema dell'Eurovisione nei confronti dei terzi

sono intensificati, da un lato, dal livello di integrazione verticale dell'UER e dei suoi

membri, i quali non sono unicamente acquirenti di diritti, ma sono anche operatori

televisivi che diffondono i diritti acquistati, e, dall'altro, dall'estensione geografica

dell'UER, i cui membri trasmettono in tutti i paesi dell'Unione europea. Di conseguenza,

quando l'UER acquisisce i diritti di trasmissione per una manifestazione sportiva

internazionale, l'accesso a tale avvenimento è, in linea di principio, automaticamente

escluso per tutti gli operatori che non sono membri. La situazione sembra invece essere

diversa quando i diritti di trasmissione delle manifestazioni sportive sono acquistati da

un'agenzia al fine di rivenderli o da un gruppo operante nel settore dei mezzi

d'informazione che non ha operatori se non in taluni Stati membri, poiché tale gruppo

cercherà di avviare trattative con gli operatori degli altri Stati membri al fine di vendere

tali diritti. In tal caso, nonostante l'acquisto in esclusiva dei diritti, gli altri operatori

conservano la possibilità di negoziare l'acquisizione di questi ultimi per i propri mercati.

68. Alla luce di tutti questi dati, ossia la struttura del mercato, la posizione dell'UER nel

mercato di talune manifestazioni sportive internazionali e il livello d'integrazione

verticale dell'UER e dei suoi membri, si deve verificare se il regime d'accesso di terzi al

sistema dell'Eurovisione permetta di compensare le restrizioni della concorrenza nei

confronti di questi ultimi e dunque di evitare che la concorrenza sia eliminata nei loro

confronti.

69. Prima di procedere a tale analisi, occorre rilevare che emerge dalla decisione

impugnata (in particolare dai punti 106-108) che, quando la Commissione stabilisce, ai

punti 103 e 104 della decisione impugnata (v. supra, punti 55 e 56), che le restrizioni

della concorrenza causate dal sistema dell'Eurovisione sono compensate da una serie di

norme relative alla concessione di sublicenze, essa si riferisce all'intero regime di accesso

di terzi al sistema dell'Eurovisione, il quale comprende il regime delle sublicenze e le

norme relative alla concessione di queste ultime (v. supra, punto 18). Tuttavia, poiché le

ricorrenti sono emittenti televisive che trasmettono in chiaro, solo il regime delle

sublicenze potrebbe compensare le restrizioni della concorrenza che esse lamentano.

Pertanto, l'analisi del Tribunale verterà esclusivamente su tale regime.

70. Al punto 107 della decisione impugnata, la Commissione riferisce che, nell'ambito

del regime delle sublicenze, «l'UER e i suoi membri concedono agli enti radiotelevisivi

non aderenti all'organizzazione un accesso estensivo ai programmi sportivi di

Eurovisione i cui diritti siano stati acquisiti tramite negoziati collettivi». A parere della

Commissione, «[i]l regime del 1993 accorda ai terzi diritti di trasmissione in diretta e

differita per gli avvenimenti i cui diritti sono acquisiti collettivamente nell'ambito

dell'Eurovisione». Inoltre, al punto 28 della decisione impugnata, si sostiene a tale

proposito che «[a]i terzi è accordato in particolare l'accesso in ampia misura ai diritti non

utilizzati, ossia il diritto di trasmettere manifestazioni sportive che gli aderenti all'UER

non diffondono o trasmettono solo in minima parte».

71. Si deve rilevare che, come si evince dall'allegato I della decisione impugnata, il

regime delle sublicenze, applicabile alle emittenti televisive che trasmettono in chiaro,

prevede la possibilità di accordare sublicenze per la trasmissione in diretta e in differita.

- 105 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Per quanto riguarda le trasmissioni in diretta (paragrafo IV, punto 1, dell'allegato I), esse

sono previste unicamente per trasmissioni residuali, ossia per trasmissioni di avvenimenti

agonistici, o parti di essi, che non vengono diffusi in diretta dai membri dell'UER, dato

che «si ritiene che una manifestazione sia trasmessa in diretta, se la maggioranza dei

principali avvenimenti agonistici che la compongono sono trasmessi in diretta»

(paragrafo IV, punto 1.3, dell'allegato I). Conseguentemente, è sufficiente che un membro

dell'UER si riservi la diffusione in diretta della maggioranza degli avvenimenti agonistici

di una manifestazione perché vengano rifiutate ai terzi concorrenti per lo stesso mercato

le sublicenze per la trasmissione in diretta dell'intera manifestazione, e persino dei singoli

avvenimenti agonistici che non saranno trasmessi in diretta dal membro dell'UER.

72. Dalle risposte della SIC ai quesiti del Tribunale emerge che, attuando tale norma,

l'operatore pubblico portoghese (la RTP - Radiotelevisão Portuguesa, SA; in prosieguo: la

«RTP»), membro dell'UER, ha rifiutato alla SIC la vendita di sublicenze per la

trasmissione in diretta delle partite del campionato mondiale di calcio del 1994, e persino

di quelle partite che la RTP non avrebbe diffuso, dal momento che la RTP aveva

intenzione di trasmettere in diretta la maggioranza (ossia 47 su 52) delle partite di tale

manifestazione.

73. Orbene, anche se fosse necessario, per ragioni legate all'esclusività dei diritti di

trasmissione delle manifestazioni sportive e alla preservazione del loro valore economico

(v. supra, punto 60), che i membri dell'UER si riservino la trasmissione in diretta dei

programmi che l'UER ha acquisito, nessuna di tali motivazioni permette tuttavia di

giustificare il fatto che essi abbiano la possibilità di estendere tale diritto di riserva a tutti

i singoli avvenimenti agonistici della stessa manifestazione, anche qualora essi non siano

intenzionati a trasmettere tutte le singole competizioni in diretta.

74. Peraltro, dall'attuazione congiunta del regime delle sublicenze (applicabile alle

emittenti che trasmettono in chiaro) e delle norme relative alla concessione di sublicenze

(applicabili alle emittenti a pagamento) emerge che, anche se un membro dell'UER

trasmette meno della maggioranza degli avvenimenti agonistici di una manifestazione

sportiva ma diffonde comunque il resto delle competizioni di tale manifestazione sulla

sua emittente a pagamento, il non aderente all'UER ha accesso solamente alla

trasmissione in differita, a meno che non si tratti a sua volta di un'emittente a pagamento,

nel qual caso può acquistare sublicenze, secondo le norme relative alla concessione delle

medesime, per trasmettere in diretta competizioni identiche o analoghe a quelle trasmesse

dal membro dell'UER.

75. Conseguentemente, e come si evince dal fascicolo, in particolare dalla corrispondenza

tra la M6 e il Groupement de radiodiffuseurs français de l'union européenne de radiotélévision

(in prosieguo: il «GRF») e tra la SIC e la RTP, la possibilità di trasmissione in

diretta delle principali manifestazioni sportive da parte dei non aderenti all'UER rimane

solo teorica, poiché i membri dell'UER possono sia trasmettere essi stessi le

manifestazioni in diretta, sia fare ricorso, ai sensi del regime delle sublicenze, a un diritto

di riserva concernente anche le manifestazioni che essi non hanno intenzione di

trasmettere in diretta.

76. Tali restrizioni sono tanto più vincolanti in quanto emerge dalla presente controversia

che, in generale, solamente la trasmissione in diretta si rivela concretamente interessante

per le ricorrenti, che sono canali nazionali generalisti che trasmettono in chiaro e

dispongono di una copertura nazionale, dato che la diffusione televisiva delle

competizioni sportive, o almeno delle più rilevanti, permette di attirare un ampio

pubblico e dunque di giustificare il suo costo economico fintantoché non è noto il

risultato di tali competizioni e, quindi, quando tale trasmissione è in diretta. Viceversa,

per i canali nazionali generalisti quali le ricorrenti, il cui finanziamento dipende

- 106 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

esclusivamente dalla pubblicità e dal patrocinio dei programmi, la diffusione di

manifestazioni sportive in differita non riveste alcun interesse dal punto di vista

economico.

77. A tali restrizioni si aggiungono ancora - almeno nel caso della Francia, in cui diverse

emittenti televisive sono membri dell'UER - alcune questioni di ordine pratico che

rendono difficile l'accesso dei non aderenti all'UER sia all'acquisto di sublicenze «per la

diretta», sia all'acquisto all'asta dei diritti dell'UER non utilizzati dai suoi membri (come

accadde per i diritti della trasmissione televisiva dei giochi olimpici di Sidney da parte

della televisione francese). Tali difficoltà sono essenzialmente legate al fatto che le

emittenti televisive non aderenti all'UER non dispongono, entro un termine sufficiente,

delle informazioni necessarie, da un lato, per attivare i mezzi tecnici indispensabili alla

trasmissione televisiva delle manifestazioni sportive e, dall'altro, per adeguare sia la loro

programmazione, sia le loro comunicazioni al pubblico e per permettere loro pertanto di

conseguire livelli di ascolto tali da giustificare l'investimento.

78. Così, a seguito di una richiesta della M6, effettuata con lettera 18 gennaio 1996, volta

a sapere se essa avrebbe potuto trasmettere le competizioni dei giochi olimpici di Atlanta

(luglio 1996), la GRF rispondeva, solo durante un incontro tenutosi il 7 giugno 1996 ed in

termini molto vaghi, che i membri francesi dell'UER avrebbero dedicato a tale

manifestazione quindici ore di diretta al giorno e che, di conseguenza, l'accesso della M6

alle trasmissioni in diretta «avrebbe potuto eventualmente avere ad oggetto qualche

partita di calcio o talune competizioni di scarso interesse, quali il softball».

79. Alla luce di quanto precede, la prima conclusione che deve trarsi è che,

contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, il regime delle sublicenze non

garantisce che i diritti di trasmissione in diretta non utilizzati dai membri dell'UER siano

messi a disposizione dei loro concorrenti.

80. Relativamente alla possibilità di acquisire sublicenze per trasmettere manifestazioni

in differita o diffonderne la sintesi, tenendo presente il fatto che tali modalità di

trasmissione sono poco appetibili per i canali nazionali generalisti che trasmettono in

chiaro e dispongono di una copertura nazionale, si deve constatare che anche tale

possibilità è soggetta a diverse restrizioni. In primo luogo, la diffusione di competizioni i

cui diritti siano stati acquistati dall'UER può essere effettuata non prima che sia trascorsa

un'ora dalla fine della manifestazione (embargo di un'ora) o dell'ultima competizione del

giorno, ma mai prima delle 22,30, ora locale. In secondo luogo, dai documenti allegati al

fascicolo dalle ricorrenti emerge che, in realtà, i membri dell'UER, per lo meno nei paesi

in cui operano le ricorrenti, impongono condizioni ancora più restrittive, in particolare

relativamente all'embargo orario e al trattamento editoriale dei programmi.

81. Il regime analizzato prevede, infine, la possibilità per i non aderenti all'UER di

acquistare alcuni diritti per la trasmissione di servizi di attualità (due per manifestazione o

per giorno di competizione, della durata di 90 secondi ciascuno), denominata «News

Access». Tuttavia, come rilevato dalle ricorrenti, tale possibilità viene loro sempre

garantita nel paese in cui operano, indipendentemente dal regime delle sublicenze. Nel

caso di Spagna e Portogallo, la facoltà di trasmettere le sintesi delle manifestazioni

sportive al fine di informare il pubblico è garantita dal diritto costituzionale

all'informazione. Nel caso della Francia, tale possibilità sussiste in attuazione del codice

di buona condotta in vigore tra le emittenti televisive francesi.

82. In risposta ai quesiti del Tribunale volti a conoscere gli elementi di cui la

Commissione disponeva per poter affermare che il regime d'accesso di terzi ai diritti

dell'Eurovisione, in vigore per le emittenti che trasmettono in chiaro dal 1993, offre «ai

terzi un ampio accesso alla trasmissione in diretta e in differita, sulla base di condizioni

ragionevoli», la Commissione ha allegato al fascicolo una lista dell'UER che elenca le

- 107 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

sublicenze accordate fino al 13 maggio 1997. Tuttavia, lungi dal confermare le

affermazioni della Commissione e dell'UER relative al regime d'accesso di terzi al

sistema dell'Eurovisione, i dati indicati in tale lista le infirmano. Infatti, si evince da tali

dati che, se in alcuni Stati, come i Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia, sembra che i

membri dell'UER accordino sublicenze alle emittenti televisive concorrenti, negli altri

Stati membri, invece, la concessione di sublicenze permane molto restrittiva e limitata, in

alcuni casi, ad emittenti televisive regionali che operano in mercati decisamente

circoscritti, come in Spagna (circostanza confermata, peraltro, dalla lista delle sublicenze

che la RTVE ha prodotto nell'ambito del suo intervento), o, in grande misura, alla

trasmissione di stralci di competizioni a fini d'informazione (la «News Access»), come in

Italia o in Germania. Per i paesi in cui operano due delle ricorrenti, la Francia e il

Portogallo, non è menzionata nessuna sublicenza.

83. Consegue dall'insieme degli elementi messi a disposizione del Tribunale che,

contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione nella decisione impugnata, il

regime delle sublicenze non garantisce ai concorrenti dei membri dell'UER un accesso

sufficiente ai diritti di trasmissione delle manifestazioni sportive di cui questi ultimi

dispongono in virtù della loro partecipazione a tale consorzio d'acquisto. Il detto regime,

tanto per le norme da esso previste quanto per la sua attuazione, non permette - esclusa

qualche eccezione - ai concorrenti dei membri dell'UER di ottenere sublicenze per la

diffusione in diretta dei diritti dell'Eurovisione non utilizzati. In realtà, consente

unicamente l'acquisizione di sublicenze per trasmettere le sintesi delle competizioni a

condizioni molto restrittive.

84. Tale conclusione non è confutata dall'argomento dell'UER volto a provare il buon

funzionamento del regime d'accesso di terzi al sistema dell'Eurovisione con il fatto che

non si ricorre alle procedure di arbitrato da esso previste. Innanzi tutto, tale argomento

non si rivela corretto, in quanto emerge dalla corrispondenza intercorsa tra la SIC e la

RTP che tali operatori hanno fatto ricorso all'arbitrato, almeno in relazione all'acquisto

delle sublicenze per il campionato mondiale di calcio del 1994. In aggiunta, il ricorso

all'arbitrato è previsto dal regime analizzato solo in caso di controversia avente ad oggetto

il prezzo delle sublicenze, il che implica che le parti vi ricorrano esclusivamente in caso

di accordo su tutte le altre condizioni di accesso [v. paragrafo IV, punto 5.1, dell'allegato

I alla decisione impugnata, e l'allegato II, punto iii), della medesima decisione]. Pertanto,

il fatto che non si usufruisca di tale procedura non può dimostrare che il regime delle

sublicenze permetta un reale accesso ai programmi acquisiti dall'UER.

85. Dall'insieme delle considerazioni suesposte emerge che la Commissione ha

commesso un errore manifesto di valutazione nell'applicazione dell'art. 81, n. 3, lett. b),

CE, nel sostenere che, anche ipotizzando l'esistenza di un mercato del prodotto limitato a

talune grandi manifestazioni sportive internazionali, il regime delle sublicenze garantisce

l'accesso di terzi, in concorrenza con i membri dell'UER, ai diritti dell'Eurovisione e

consente, di conseguenza, di evitare che la concorrenza in tale mercato venga eliminata.

86. Poiché la concessione da parte della Commissione di una decisione individuale di

esenzione presuppone che l'accordo, o la decisione di un'associazione d'imprese, soddisfi

cumulativamente le quattro condizioni enunciate dall'art. 81, n. 3, CE e che è sufficiente

che manchi una delle quattro condizioni perché l'esenzione debba essere negata (v., in

particolare, sentenze della Corte 13 luglio 1966, cause riunite 56/64 e 58/64, Consten e

Grundig/Commissione, Racc. pag. 457, in particolare pagg. 527 e 528, e sentenza del

Tribunale 15 luglio 1994, causa T-17/93, Matra Hachette/Commissione, Racc. pag. II-

595, punto 104), si deve annullare la decisione impugnata senza che occorra pronunciarsi

né sugli altri motivi dedotti, né sulle domande di produzione di documenti formulate dalle

ricorrenti nelle cause T-216/00 e T-300/00.

- 108 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Per questi motivi,

IL TRIBUNALE (Seconda Sezione ampliata)

dichiara e statuisce:

E' annullata la decisione della Commissione 10 maggio 2000, 2000/400/CE, relativa ad

un procedimento ai sensi dell'articolo 81 del Trattato CE (IV/32.150 - Eurovisione).

- 109 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

12. Procedimento C-318/00,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi

dell'art. 234 CE, dalla High Court of Justice (England & Wales), Queen's Bench Division

(Regno Unito), nella causa dinanzi ad essa pendente tra

Bacardi-Martini SAS,

Cellier des Dauphins

e

Newcastle United Football Company Ltd,

domanda vertente sull'interpretazione dell'art. 59 del Trattato CE (divenuto, in seguito a

modifica, art. 49 CE),

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 28 luglio 2000, pervenuta alla Corte il 14 agosto seguente la High Court

of Justice (England & Wales), Queen's Bench Division, ha sottoposto ai sensi dell'art. 234

CE due questioni pregiudiziali sull'interpretazione dell'art. 59 del Trattato CE (divenuto,

in seguito a modifica, art. 49 CE).

2. Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di un procedimento avviato dalla

Bacardi-Martini SAS e dalla Cellier des Dauphins (in prosieguo: le «attrici nella causa

principale») contro la Newcastle United Football Company Ltd (in prosieguo: la

«Newcastle») e intesa ad ottenere il risarcimento del danno che esse avrebbero subito a

causa dell'asserita ingerenza della Newcastle nell'esecuzione di contratti di diffusione di

messaggi pubblicitari che esse avevano concluso con la Dorna Marketing (UK) Ltd (in

prosieguo: la «Dorna»).

Ambito normativo

3. La legge francese 10 gennaio 1991 n. 91/32, relativa alla lotta contro il tabagismo e

l'alcolismo (JORF del 12 gennaio 1991, pag. 615; in prosieguo: la «legge Évin») ha

modificato l'art. 17 del code des débits de boissons (codice della vendita di bevande),

divenuto successivamente art. L.3323-2 del code de la santé publique (codice della sanità

pubblica).

4. Questa disposizione vieta con forti limitazioni talune forme di propaganda o di

pubblicità, diretta o indiretta, a favore delle bevande alcoliche.

5. Dalla legge Évin risulta che è vietata ogni forma di pubblicità di bevande alcoliche,

definite come quelle con contenuto alcolico superiore a 1,2° che non sia espressamente

- 110 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

autorizzata. La pubblicità televisiva di bevande alcoliche, non essendo esplicitamente

autorizzata, è vietata.

6. Tale divieto è confermato dall'art. 8 del decreto 27 marzo 1992, n. 92/280, adottato per

dare attuazione all'art. 27, I, della legge 30 settembre 1986 relativa alla libertà di

comunicazione e che fissa i principi generali relativi al regime applicabile alla pubblicità

e alla sponsorizzazione in televisione (JORF del 28 marzo 1992, pag. 4313), il quale

stabilisce:

«E' vietata la pubblicità riguardante, da un lato, i prodotti la cui pubblicità televisiva sia

oggetto di un divieto legislativo e, dall'altro, i seguenti prodotti e settori economici:

- bevande aventi un contenuto alcolico superiore a 1,2°;

(...)».

7. Il Conseil supérieur de l'audiovisuel (in prosieguo: il «CSA») è un'autorità

amministrativa indipendente che ha il compito di garantire l'esercizio della libertà di

comunicazione. Esso esercita in particolare un controllo sulla pubblicità diffusa mediante

un servizio di comunicazione audiovisiva. Il CSA può infliggere sanzioni amministrative

nei confronti delle emittenti che non rispettino gli obblighi ad esse imposti in particolare

dalla legge Évin.

8. Nel 1995 il CSA ha elaborato un «codice di buona condotta», contenente principi

relativi alla telediffusione sulle reti francesi di eventi sportivi che si svolgono in Francia o

all'estero e nell'ambito dei quali sono esposti cartelli pubblicitari di bevande alcoliche. I

principi enunciati in questo codice, che è stato modificato più volte, non hanno portata

normativa, ma, in base al preambolo di tale codice, sono ammessi come

un'interpretazione volontariamente accettata secondo buona fede.

9. Secondo il codice di buona condotta adottato dal CSA, quale formulato al tempo dei

fatti della causa principale, i produttori e gli inserzionisti francesi non possono ricevere

un trattamento diverso da quello dei loro concorrenti esteri, nei soli limiti della legge

nazionale del luogo dell'evento.

10. Il detto codice parte dal principio che le emittenti devono astenersi dal mostrare

condiscendenza rispetto alla pubblicità di bevande alcoliche.

11. A tal fine esso opera una distinzione tra «eventi internazionali» e gli «altri eventi» che

si svolgono all'estero.

12. Per quanto riguarda gli «eventi internazionali», le cui immagini, essendo trasmesse in

un ampio numero di paesi, non possono essere considerate come dirette principalmente al

pubblico francese, le emittenti francesi, allorché trasmettono immagini di cui non

controllano le riprese, non possono essere sospettate di condiscendenza rispetto alla

pubblicità interessata, anche se tale pubblicità appare sugli schermi.

13. Per quanto riguarda gli «altri eventi», qualora la normativa del paese ospitante

autorizzi la pubblicità delle bevande alcoliche nel luogo della competizione ma la

trasmissione riguarda specificamente il pubblico francese, le parti che negoziano con i

titolari dei diritti televisivi sono tenute a fare tutto quanto in loro potere per evitare che

appaiano in trasmissione marche commerciali che riguardano le bevande alcoliche.

14. Il British Code of Advertising (codice britannico della pubblicità) non vieta la

pubblicità di bevande alcoliche né limita i modi in cui tali bevande possono essere

pubblicizzate. Tuttavia, esso limita il contenuto consentito di queste pubblicità sotto

diversi aspetti.

Causa principale e questioni pregiudiziali

15. Le attrici nella causa principale sono società di diritto francese che esercitano in

particolare l'attività di produzione e commercializzazione di bevande alcoliche. La

- 111 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Newcastle è una società di diritto inglese proprietaria e amministratrice di un club e di

uno stadio di calcio.

16. Nell'ambito di un accordo concluso nel 1994 tra, da un lato, un'associazione di calcio

e diversi club di calcio, compresa la Newcastle, e, dall'altro, la Dorna, quest'ultima è stata

incaricata di vendere e di affiggere messaggi pubblicitari lungo il perimetro dei campi da

gioco per ogni partita giocata in casa dalle prime squadre di questi club.

17. In base a due contratti conclusi nel novembre 1996 tra le attrici nella causa principale

e la Dorna, quest'ultima si è impegnata a fornire alle prime spazi pubblicitari sul suo

sistema di annunci elettronici rotanti durante un incontro tra Newcastle e Metz, club di

calcio francese, che doveva svolgersi il 3 dicembre 1996 a Newcastle nell'ambito del

terzo turno della coppa UEFA (Unione delle associazioni europee di calcio).

18. Questo incontro doveva costituire oggetto di una trasmissione televisiva nel Regno

Unito ed in Francia. La Newcastle, con un accordo sottoscritto con la CSI Ltd (in

prosieguo: la «CSI»), una società di diritto inglese la cui attività consiste in particolare

nella vendita di diritti di trasmissione televisiva di eventi sportivi, si era impegnata in

particolare ad autorizzare e/o ad adoperarsi per rendere possibile la trasmissione in diretta

dell'incontro alla televisione francese.

19. La pubblicità di bevande alcoliche che doveva essere diffusa durante l'incontro in

conformità ai contratti conclusi tra le attrici nella causa principale e la Dorna rispettava i

requisiti posti dal diritto inglese.

20. Poco prima dell'inizio dell'incontro, la Newcastle si è accorta che la Dorna aveva

venduto alle attrici nella causa principale spazi pubblicitari per reclamizzare le loro

bevande alcoliche durante l'incontro. Di conseguenza, la Newcastle ha comunicato alla

Dorna che, poiché l'incontro doveva essere trasmesso da una rete televisiva francese,

sarebbe stata applicabile la normativa francese che limita la pubblicità per le bevande

alcoliche e che la Dorna doveva quindi rimuovere dai suoi pannelli la pubblicità delle

attrici nella causa principale al fine di conformarsi a questa normativa.

21. Poiché la pubblicità di cui è causa non poteva essere più eliminata dai pannelli rotanti

poco tempo prima dell'inizio dell'incontro, il sistema elettronico di affissione è stato

programmato in modo che, durante l'incontro, apparisse in ciascuno dei suoi passaggi

solo per uno o due secondi, invece dei trenta secondi previsti nei contratti. L'incontro è

stato trasmesso in diretta sulla televisione francese, in quanto la CSI aveva venduto i

diritti di trasmissione alla rete televisiva francese Canal +.

22. Il 23 luglio 1998 le attrici nella causa principale hanno presentato dinanzi alla High

Court of Justice (England & Wales), Queen's Bench Division, un ricorso contro la Dorna

e la Newcastle mirante in particolare ad ottenere un risarcimento danni, l'accertamento

del fatto e la tutela provvisoria (Damages declaration and injuctive relief). I ricorsi

presentati contro la Dorna hanno costituito successivamente oggetto di rinuncia agli atti.

23. A sostegno dei ricorsi presentati contro la Newcastle, le attrici nella causa principale

fanno valere che la violazione dei contratti conclusi tra esse e la Dorna è imputabile alla

Newcastle, che l'ingerenza della Newcastle in questi contratti non può essere giustificata

con le disposizioni di applicazione della legge Évin poiché queste ultime sono

incompatibili con l'art. 59 del Trattato e che la Newcastle è quindi responsabile per i

danni causati alle attrici nella causa principale dalla violazione di detti contratti da essa

provocata.

24. Le attrici nella causa principale ritengono che le disposizioni di applicazione della

legge Évin, in particolare come interpretate ed applicate dal CSA, sono incompatibili con

l'art. 59 del Trattato in quanto costituiscono una restrizione alla prestazione

transfrontaliera di servizi, poiché limitano la pubblicità di bevande alcoliche nel corso di

eventi sportivi che si svolgono in Stati membri diversi dalla Francia, allorché questi

- 112 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

eventi sono teletrasmessi in Francia, e/o vietano o limitano la trasmissione televisiva in

Francia di eventi sportivi che si svolgono in altri Stati membri ed in occasione dei quali

viene trasmessa pubblicità di bevande alcoliche nei luoghi in cui essi si svolgono.

25. Secondo le attrici nella causa principale, l'interesse pubblico che le disposizioni di

applicazione della legge Évin cercano di salvaguardare è tutelato in maniera adeguata

dalla normativa sulla pubblicità di bevande alcoliche vigente nel Regno Unito.

26. Per il resto, le attrici nella causa principale sostengono che le restrizioni imposte in

conformità alle disposizioni di applicazione della legge Évin sono, per diversi motivi,

sproporzionate.

27. Nelle sue memorie difensive la Newcastle fa valere in particolare che il fatto di

incaricare la Dorna di rimuovere la pubblicità delle attrici nella causa principale sulla

base delle disposizioni di applicazione della legge Évin era giustificato data la

compatibilità di queste disposizioni con l'art. 59 del Trattato.

28. La High Court rileva, da una parte, che diversi giudici francesi si sono pronunciati in

maniera diversa sull'applicabilità della legge Évin alle trasmissioni transfrontaliere di

eventi sportivi. Dall'altro, essa fa valere una relazione di esperti relativa agli effetti pratici

delle disposizioni di applicazione della legge Évin che le è stata sottoposta. Ne deriva, in

particolare, che gli incontri precedenti ai quarti di finale della coppa UEFA sono

considerati come «altri eventi» ai sensi del codice di buona condotta adottato dal CSA.

29. Dopo essersi assicurata del fatto che le questioni sollevate dinanzi ad essa non

dovevano essere esaminate nell'ambito della direttiva del Consiglio 3 ottobre 1989,

89/552/CEE, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative

regolamentari ed amministrative degli Stati membri concernenti l'esercizio delle attività

televisive (GU L 298, pag. 23), la High Court ha ritenuto che la disposizione di diritto

comunitario applicabile fosse l'art. 59 del Trattato.

30. Tuttavia, non le è sembrato opportuno, in qualità di giudice inglese, statuire

definitivamente sulla legittimità di una legge francese in relazione all'art. 59 del Trattato,

in particolare senza che il governo francese avesse potuto presentare le sue osservazioni

al riguardo.

31. In tale contesto, la High Court ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre

alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se gli artt. da L.17 a L. 21 del Code des débits de boissons (le cosiddette disposizioni

della legge Évin), l'art. 8 del decreto 27 marzo 1992, n. 92-280, e le disposizioni del code

de bonne conduite del 28 marzo 1995 siano incompatibili con l'art. 59 del Trattato CE

(divenuto, in seguito a modifica, articolo 49 CE) nella misura in cui impediscono o

limitano:

a) la pubblicità di bevande alcoliche durante eventi sportivi da trasmettere per via

televisiva in Francia, ma che hanno luogo in altri Stati membri, e

b) la trasmissione in Francia di eventi sportivi aventi luogo in altri Stati membri e in cui

sia presente pubblicità di bevande alcoliche.

2. In caso contrario, se il modo in cui tali disposizioni sono concretamente interpretate ed

applicate dal Conseil supérieur de l'audiovisuel sia incompatibile con l'articolo 59 del

Trattato CE (divenuto [in seguito a modifica] articolo 49 CE) nella misura in cui si

impedisce o si limita:

a) la pubblicità di bevande alcoliche durante eventi sportivi da trasmettere per via

televisiva in Francia, ma che hanno luogo in altri Stati membri, e

b) la trasmissione in Francia di eventi sportivi aventi luogo in altri Stati membri e in cui

sia presente pubblicità di bevande alcoliche».

32. La Corte, ritenendo poco chiari, sulla base dei documenti ad essa presentati, i motivi

per cui una soluzione delle questioni pregiudiziali fosse necessaria al giudice nazionale

- 113 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

per emettere la sua sentenza nella causa principale, ha chiesto, ai sensi dell'art. 104, n. 5,

del suo regolamento di procedura, al giudice nazionale di chiarire più dettagliatamente su

quale base la Newcastle potesse far riferimento alla legge Évin - supponendo che sia

compatibile con l'art. 59 del Trattato - affinché fosse respinto il ricorso presentato contro

di essa.

33. Nel rispondere a tale domanda, la High Court of Justice ha precisato che il ricorso

presentato contro la Newcastle era basato sul «pregiudizio indotto tramite l'istigazione ad

una violazione contrattuale». Ora, sarebbe ben consolidato nel diritto inglese il principio

secondo cui una parte può far valere che una tale ingerenza in un contratto è giustificata.

La questione intesa ad accertare cosa costituisca una giustificazione in tale ambito

rientrerebbe nella competenza del giudice nazionale che dovrebbe statuire tenendo conto

di tutte le circostanze della causa.

34. Nella presente causa, la Newcastle avrebbe fatto valere di essere legittimata a dare

istruzioni per rimuovere i pannelli pubblicitari nello stadio, poiché, tra l'altro, «tali

istruzioni erano state date in quanto si poteva ragionevolmente pensare che il fatto di non

darle avrebbe comportato una violazione della normativa francese».

35. Per quanto riguarda le attrici nella causa principale, esse farebbero valere che questo

motivo di difesa è inaccettabile in diritto comunitario poiché la legge Évin è in ogni caso

incompatibile con l'art. 59 del Trattato.

36. La High Court ha quindi ritenuto che fosse opportuno chiedere alla Corte di

pronunciarsi in via pregiudiziale sulla questione di diritto comunitario che le ha

sottoposto.

Sulla ricevibilità

Osservazioni presentate alla Corte

37. Il governo francese e la Commissione sostengono che le questioni pregiudiziali sono

irricevibili. Infatti, secondo il governo francese, la normativa francese non ha

applicazione extraterritoriale. Soltanto l'emittente francese che aveva acquistato i diritti di

trasmissione televisiva avrebbe dovuto rispondere di un'eventuale violazione della legge

francese nel trasmettere in Francia l'incontro che si è svolto in Inghilterra. Facendo valere

la normativa francese, la Newcastle sarebbe stata motivata unicamente dal timore di

perdere il corrispettivo dei diritti televisivi.

38. La Commissione aggiunge che il giudice nazionale non ha precisato se ed in che

modo tali considerazioni finanziarie possano giustificare l'ingerenza in un contratto tra

terzi. Più in generale, il giudice nazionale non avrebbe fornito alla Corte alcuna

indicazione circa il modo in cui le soluzioni delle questioni poste potrebbero essergli di

ausilio nel risolvere la controversia ad esso sottoposta.

39. Secondo le attrici nella causa principale invece la ricevibilità del rinvio pregiudiziale

risulta dal fatto che il giudice nazionale deve esaminare tutte le giustificazioni che sono

state fatte valere dinanzi ad esso. E' pacifico che la decisione della Newcastle era

motivata dall'esistenza e dagli effetti della normativa francese. Le attrici nella causa

principale fanno valere che questo tentativo di giustificazione non è valido in quanto la

legge Évin è incompatibile con l'art. 59 del Trattato.

40. Il governo del Regno Unito condivide tale argomento e aggiunge che, se l'accordo

concluso tra la Newcastle e la CSI prevedeva, esplicitamente o implicitamente, il rispetto

del diritto francese nella trasmissione dell'incontro, la compatibilità del diritto francese

con l'art. 59 del Trattato sarebbe effettivamente pertinente per il procedimento principale.

In ogni caso, il requisito imposto all'emittente francese di negoziare il rispetto della legge

- 114 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Évin nella trasmissione di incontri aventi luogo all'estero conferirebbe a questa normativa

effetti extraterritoriali.

Valutazione della Corte

41. Occorre ricordare che, secondo una giurisprudenza costante, spetta esclusivamente al

giudice nazionale cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la

responsabilità dell'emananda decisione giurisdizionale valutare, alla luce delle particolari

circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale, sia la rilevanza

delle questioni che propone alla Corte. Di conseguenza, dal momento che le questioni

sollevate dal giudice nazionale vertono sull'interpretazione del diritto comunitario, la

Corte, in via di principio, è tenuta a statuire (v., in particolare, sentenze 15 dicembre

1995, causa C-415/93, Bosman e a., Racc. pag. I-4921, punto 59; 13 marzo 2001, causa

C-379/98, PreussenElektra, Racc. pag. I-2099, punto 38, e 10 dicembre 2002, C-153/00,

Der Weduwe, Racc. pag. I-11319, punto 31).

42. Tuttavia, la Corte ha anche affermato che, in ipotesi eccezionali, le spetta esaminare

le condizioni in cui il giudice nazionale le sottopone questioni pregiudiziali (v., in tal

senso, sentenze PreussenElektra, cit., punto 39). Infatti, lo spirito di collaborazione che

deve presiedere al funzionamento del rinvio pregiudiziale implica che, dal canto suo, il

giudice nazionale tenga presente la funzione assegnata alla Corte, che è quella di

contribuire all'amministrazione della giustizia negli Stati membri e non di esprimere

pareri consultivi su questioni generali o ipotetiche (sentenze citate Bosman e a., punto 60,

e Der Weduwe, punto 32).

43. Pertanto, la Corte ha ritenuto di non poter statuire su una questione sollevata da un

giudice nazionale qualora appaia in modo manifesto che l'interpretazione o il giudizio

sulla validità di una norma comunitaria chiesti da tale giudice non hanno alcuna relazione

con l'effettività o con l'oggetto della causa principale, oppure qualora il problema sia di

natura ipotetica e la Corte non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari per

fornire una soluzione utile alle questioni che le vengono sottoposte (v. sentenze Bosman,

cit., punto 61; 9 marzo 2000, causa C-437/97, EKW e Wein & Co., Racc. pag. I-1157,

punto 52, e 13 luglio 2000, causa C-36/99, Idéal tourisme, Racc. pag. I-6049, punto 20).

44. Al fine di consentire alla Corte di espletare la sua funzione in conformità al Trattato, è

indispensabile che i giudici nazionali chiariscano, nel caso in cui non risultino

inequivocabilmente dal fascicolo, i motivi per i quali ritengono necessaria alla

definizione della controversia la soluzione delle questioni da loro proposte (sentenza 16

dicembre 1981, causa 244/80, Foglia, Racc. pag. 3045, punto 17). Infatti, la Corte ha

affermato che è indispensabile che il giudice nazionale fornisca un minimo di spiegazioni

sui motivi della scelta delle norme comunitarie di cui chiede l'interpretazione e sul nesso

che egli stabilisce tra le dette norme e la normativa nazionale applicabile alla controversia

(ordinanza 28 giugno 2000, causa C-116/00, Laguillaumie, Racc. pag. I-4979, punto 16).

45. Inoltre la Corte deve esercitare una particolare vigilanza quando le venga sottoposta,

nell'ambito di una controversia tra privati, una questione pregiudiziale intesa a consentire

al giudice nazionale di valutare la compatibilità della normativa di un altro Stato membro

col diritto comunitario (sentenza Foglia, cit., punto 30).

46.

Nella fattispecie, poiché le questioni sottoposte sono destinate a consentire al giudice del

rinvio di valutare la compatibilità con il diritto comunitario della normativa di un altro

Stato membro, la Corte deve essere informata dettagliatamente dei motivi che inducono

tale giudice a ritenere che la soluzione di tali questioni sia necessaria per consentirgli di

emettere la sua pronuncia.

- 115 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

47. Ora, dalla descrizione dell'ambito normativo effettuata dal giudice nazionale risulta

che quest'ultimo deve applicare nella causa principale le disposizioni del diritto inglese.

Tuttavia, egli ritiene che «il punto centrale per la soluzione della controversia riguarda la

legittimità della legge Évin» senza tuttavia affermare che la soluzione di tale questione è

necessaria per consentirgli di emettere la sua pronuncia.

48. Essendo stato invitato dalla Corte a precisare più dettagliatamente su quale base la

Newcastle potesse far valere la legge Évin, il giudice nazionale in sostanza si è limitato

ad esporre l'argomento della convenuta nella causa principale secondo cui essa poteva

ragionevolmente ritenere che l'omissione di fornire istruzioni per rimuovere i pannelli

pubblicitari nello stadio avrebbe comportato una violazione del diritto francese.

49. Per contro, il giudice nazionale non ha indicato se esso stesso ritenesse che la

Newcastle potesse ragionevolmente supporre di essere tenuta a rispettare la normativa

francese, e la Corte non dispone di alcun elemento in tal senso.

50. Per il resto, il governo del Regno Unito ha sostenuto che la premessa che consente di

concludere per la pertinenza delle questioni pregiudiziali potrebbe consistere

nell'esistenza di un obbligo per la Newcastle di rispettare la normativa francese sulla base

della formulazione dell'accordo che essa aveva concluso con la CSI, accordo che

prevedeva la trasmissione dell'incontro Newcastle-Metz da parte di una rete televisiva

francese. A tale riguardo è sufficiente constatare che il giudice nazionale non ha fatto

valere l'esistenza di un tale obbligo contrattuale.

51. Inoltre, come sottolinea giustamente l'avvocato generale al paragrafo 34 delle sue

conclusioni, anche se il giudice nazionale dovesse ritenere che la Newcastle poteva

ragionevolmente supporre che il rispetto della normativa francese richiedeva la sua

ingerenza nei contratti di cui trattasi, non è affatto chiaro perché mai tale giustificazione

non dovrebbe più sussistere qualora la disposizione di cui Newcastle intendeva assicurare

il rispetto risultasse incompatibile con l'art. 59 del Trattato.

52. Ora, l'ordinanza di rinvio non contiene alcuna informazione nemmeno su tale punto.

53. Alla luce di queste considerazioni, si deve constatare che la Corte non dispone di

elementi da cui emerga la necessità di pronunciarsi sulla compatibilità con il Trattato di

una normativa di uno Stato membro diverso da quello del giudice del rinvio.

54. Pertanto, le questioni pregiudiziali sottoposte alla Corte sono irricevibili.

Per questi motivi,

LA CORTE,

dichiara:

La domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla High Court of Justice (England &

Wales), Queen's Bench Division, con ordinanza 28 luglio 2000, è irricevibile.

- 116 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

13. Procedimento C-206/01,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 234 CE, dalla High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division

(Regno Unito), nella causa dinanzi ad essa pendente tra

Arsenal Football Club plc

e

Matthew Reed,

domanda vertente sull'interpretazione dell'art. 5, n. 1, lett. a), della prima direttiva del

Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul ravvicinamento delle legislazioni degli

Stati membri in materia di marchi d'impresa (GU 1989, L 40, pag. 1),

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 4 maggio 2001, pervenuta in cancelleria il 18 maggio successivo, la

High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division, ha sottoposto alla Corte, a

norma dell'art. 234 CE, due questioni pregiudiziali relative all'interpretazione dell'art. 5,

n. 1, lett. a), della prima direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul

ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d'impresa (GU

1989, L 40, pag. 1; in prosieguo: la «direttiva»).

2. Tali questioni sono state sollevate nell'ambito di una controversia tra l'Arsenal Football

Club plc (in prosieguo: l'«Arsenal FC») e il sig. Reed in merito alla vendita e all'offerta in

vendita da parte di quest'ultimo di sciarpe sulle quali figurava a grandi lettere il termine

«Arsenal», segno registrato come marchio dall'Arsenal FC in particolare per prodotti del

genere.

Contesto normativo

Normativa comunitaria

3. Nel primo considerando della direttiva si afferma che le legislazioni nazionali sui

marchi d'impresa presentano disparità che possono ostacolare la libera circolazione dei

prodotti e la libera prestazione dei servizi, nonché falsare le condizioni di concorrenza nel

mercato comune. Ai sensi di tale considerando, ne deriva che, nella prospettiva

dell'instaurazione e del funzionamento del mercato interno, è necessario ravvicinare le

legislazioni degli Stati membri. Il terzo considerando della direttiva precisa che non è

attualmente necessario procedere ad un ravvicinamento completo delle legislazioni degli

Stati membri in tema di marchi d'impresa.

- 117 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

4. Ai sensi del decimo considerando della direttiva:

«(...) la tutela che è accordata dal marchio di impresa registrato e che mira in particolare a

garantire la funzione d'origine del marchio di impresa, è assoluta in caso di identità tra il

marchio di impresa e il segno e tra i prodotti o servizi (...)».

5. L'art. 5, n. 1, della direttiva dispone:

«Il marchio d'impresa registrato conferisce al titolare un diritto esclusivo. Il titolare ha il

diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare, nel commercio:

a) un segno identico al marchio d'impresa per prodotti o servizi identici a quelli per cui

esso è stato registrato;

b) un segno che, a motivo dell'identità o della somiglianza di detto segno col marchio

d'impresa e dell'identità o somiglianza dei prodotti o servizi contraddistinti dal marchio

d'impresa e dal segno, possa dare adito a un rischio di confusione per il pubblico,

comportante anche un rischio di associazione tra il segno e il marchio d'impresa».

6. L'art. 5, n. 3, lett. a) e b), della direttiva prevede:

«Si può in particolare vietare, se le condizioni menzionate al paragrafo 1 e 2 sono

soddisfatte:

a) di apporre il segno sui prodotti o sul loro condizionamento;

b) di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini (...)».

7. Ai sensi dell'art. 5, n. 5, della direttiva:

«I paragrafi da 1 a 4 non pregiudicano le disposizioni applicabili in uno Stato membro per

la tutela contro l'uso di un segno fatto a fini diversi da quello di contraddistinguere i

prodotti o servizi, quando l'uso di tale segno senza giusto motivo consente di trarre

indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o della notorietà del marchio di impresa o

reca pregiudizio agli stessi».

8. L'art. 6, n. 1, della direttiva è così formulato:

«Il diritto conferito dal marchio di impresa non permette al titolare dello stesso di vietare

ai terzi l'uso nel commercio:

a) del loro nome e indirizzo;

b) di indicazioni relative alla specie, alla qualità, alla quantità, alla destinazione, al valore,

alla provenienza geografica, all'epoca di fabbricazione del prodotto o di prestazione del

servizio o ad altre caratteristiche del prodotto o del servizio;

c) del marchio di impresa se esso è necessario per contraddistinguere la destinazione di

un prodotto o servizio, in particolare come accessori o pezzi di ricambio,

purché l'uso sia conforme agli usi consueti di lealtà in campo industriale e commerciale».

Normativa nazionale

9. Nel Regno Unito il diritto dei marchi è disciplinato dal Trade Marks Act 1994 (legge

sui marchi del 1994) che, al fine di recepire la direttiva, ha sostituito il Trade Marks Act

1938 (legge sui marchi del 1938).

10. L'art. 10, n. 1, del Trade Marks Act 1994 recita:

«E' responsabile di contraffazione di un marchio d'impresa chi fa uso nel commercio di

un segno identico al marchio per beni o servizi identici a quelli per cui il marchio è

registrato».

11. Ai sensi dell'art. 10, n. 2, lett. b), del Trade Marks Act 1994:

«E' responsabile di contraffazione di un marchio d'impresa chi fa uso nel commercio di

un segno distintivo per il quale, a motivo

(...)

b) della sua somiglianza con il marchio e del suo impiego per designare beni o servizi

identici o simili a quelli per cui il marchio è registrato,

- 118 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

esiste un rischio di confusione da parte del pubblico, comprendente la probabilità

dell'associazione con il marchio».

Controversia nella causa principale e questioni pregiudiziali

12. L'Arsenal FC è una nota società calcistica che gareggia nella prima divisione del

campionato inglese. Soprannominata anche «the Gunners», essa è stata associata per

lunghissimo tempo a due emblemi, ossia quello dello scudo («the crest device») e quello

del cannone («the canon device»).

13. Nel 1989 l'Arsenal FC ha ottenuto che fossero registrati come marchi, in particolare, i

termini «Arsenal» e «Arsenal Gunners» nonché gli emblemi del cannone e dello scudo,

per una categoria di prodotti che includeva indumenti, articoli di abbigliamento sportivo e

calzature. L'Arsenal FC crea e fornisce i propri prodotti o li fa fabbricare e fornire

attraverso l'intermediario della sua rete di rivenditori autorizzati.

14. Dato che le sue attività commerciali e promozionali nell'ambito della vendita, sotto i

detti marchi, di souvenir e di prodotti derivati hanno conosciuto in questi ultimi anni un

notevolissimo sviluppo e gli hanno procurato ingenti profitti, l'Arsenal FC ha cercato di

fare in modo che i prodotti «ufficiali» - ossia i prodotti fabbricati per l'Arsenal FC o con

la sua autorizzazione - potessero essere identificati in modo chiaro e ha cercato di

convincere i propri sostenitori ad acquistare solo tali prodotti. Inoltre, esso ha promosso

azioni giudiziarie, in sede sia civile sia penale, contro commercianti che vendevano

prodotti non ufficiali.

15. Dal 1970 il sig. Reed vende souvenir ed altri prodotti aventi origine dal calcio, quasi

tutti riportanti segni facenti riferimento all'Arsenal FC, in vari chioschi situati all'esterno

della cinta dello stadio dell'Arsenal FC. Egli è riuscito a ottenere dalla società KT Sports,

incaricata dalla società calcistica di cui trattasi di commercializzare i suoi prodotti ai

rivenditori situati intorno al suddetto stadio, solo quantità molto esigue di tali prodotti

ufficiali. Nel 1991 e nel 1995 l'Arsenal FC ha fatto confiscare articoli non ufficiali

detenuti dal sig. Reed.

16. Il giudice a quo osserva che nella fattispecie in esame nella causa principale non è

contestato il fatto che, in uno dei suoi chioschi, il sig. Reed abbia venduto e proposto in

vendita sciarpe riportanti segni che facevano riferimento all'Arsenal FC con iscrizioni a

grandi lettere e che si trattasse nella fattispecie di prodotti non ufficiali.

17. Detto giudice precisa inoltre che nel suddetto chiosco figurava un grande cartello

recante il seguente testo:

«Il termine o il (i) logotipo(i) contenuti negli articoli in vendita sono utilizzati unicamente

allo scopo di decorare il prodotto e non implicano né esprimono appartenenza o alcun

altro rapporto con il fabbricante o i distributori di qualsiasi altro prodotto. Sono prodotti

ufficiali dell'Arsenal soltanto quei prodotti provvisti dell'apposita etichetta che

contrassegna i prodotti ufficiali dell'Arsenal».

18. Per di più, il giudice a quo osserva che, quando ha potuto, eccezionalmente,

procurarsi articoli ufficiali, il sig. Reed, nei contatti con i propri clienti, ha distinto in

modo chiaro i prodotti ufficiali da quelli non ufficiali, in particolare con l'apposizione di

un'etichetta recante la dicitura «ufficiale». D'altro canto, i prodotti ufficiali venivano

venduti a prezzi superiori.

19. Considerando che, vendendo le sciarpe non ufficiali controverse, il sig. Reed, da un

lato, era incorso nella responsabilità extracontrattuale in base ad un «passing off» - vale a

dire, secondo il giudice del rinvio, il comportamento di un terzo atto a indurre in errore in

modo tale che un gran numero di persone creda o sia portato a credere che gli oggetti

venduti da questo terzo siano articoli dell'attore o siano venduti con la sua autorizzazione

o presentino un collegamento di tipo commerciale con lo stesso - e, dall'altro, si era reso

- 119 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

colpevole di contraffazione di marchio, l'Arsenal FC ha intentato un'azione contro il

suddetto commerciante dinanzi alla High Court of Justice (England & Wales), Chancery

Division.

20. Alla luce delle circostanze della fattispecie di cui alla causa principale, il giudice a

quo ha respinto la domanda dell'Arsenal FC nella sua azione per responsabilità

extracontrattuale (per «passing off») in quanto, in sostanza, la suddetta società calcistica

non era stata in grado di dimostrare l'esistenza di una reale confusione da parte del

pubblico interessato e, più in particolare, non aveva potuto provare che tutti i prodotti a

carattere non ufficiale smerciati dal sig. Reed venissero considerati dal pubblico come

provenienti dall'Arsenal FC o da quest'ultimo autorizzati. A tale proposito, il giudice del

rinvio ha segnatamente rilevato che a suo parere i segni che richiamavano l'Arsenal FC,

apposti sugli oggetti venduti dal sig. Reed, non comprendevano alcuna indicazione

relativa all'origine di questi ultimi.

21. Quanto alla doglianza dell'Arsenal FC relativa alla contraffazione dei suoi marchi e

fondata sull'art. 10, nn. 1 e 2, lett. b), del Trade Marks Act 1994, il giudice a quo ha

respinto l'argomento dell'Arsenal FC secondo cui l'uso fatto dal sig. Reed dei segni

registrati come marchi veniva percepito da coloro cui essi erano destinati come indicante

la provenienza dei prodotti («badge of origin») e quindi costituiva un uso di tali segni «in

quanto marchi d'impresa» («trademark use»).

22. Infatti, secondo tale giudice, i segni apposti sui prodotti del sig. Reed venivano

percepiti dal pubblico come dimostrazioni di sostegno, fedeltà o appartenenza («badge of

support, loyalty or affiliation»).

23. Alla luce di tali elementi, il giudice a quo ha ritenuto che l'azione per contraffazione

dell'Arsenal FC avrebbe potuto avere esito positivo solo se la tutela conferita al titolare

del marchio dall'art. 10 del Trade Marks Act 1994 e dalla direttiva attuata dalla detta

legge vietasse a un terzo un uso diverso dall'uso in quanto marchio d'impresa, il che

presupporrebbe un'interpretazione estensiva di tali norme.

24. A tale riguardo, il giudice del rinvio afferma che la tesi secondo cui è vietato a terzi

un uso diverso da un uso in quanto marchio d'impresa presenta talune incongruenze.

Tuttavia, la tesi inversa, ossia quella secondo cui è disciplinato solo l'uso in quanto

marchio d'impresa, si scontrerebbe con una difficoltà connessa alla formulazione letterale

della direttiva e del Trade Marks Act 1994, che definiscono la contraffazione come l'uso

di un «segno» e non come l'uso di un «marchio d'impresa».

25. Il giudice a quo osserva che è segnatamente alla luce di tale formulazione letterale

che la Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division) (Regno Unito) ha dichiarato,

nella sentenza Philips Electronics Ltd/Remington Consumer Products ([1999] RPC 809),

che l'uso di un segno - registrato come marchio d'impresa - diverso da un uso in quanto

marchio d'impresa poteva rappresentare una violazione del diritto di marchio. La High

Court osserva che lo stato del diritto in merito a tale questione permane tuttavia incerto.

26. Peraltro, il giudice del rinvio ha respinto l'argomento del sig. Reed relativo all'asserita

invalidità dei marchi dell'Arsenal FC.

27. Di conseguenza, la High Court of Justice (England & Wales), Chancery Division, ha

deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni

pregiudiziali:

«1) Qualora un marchio sia validamente registrato e

a) un terzo utilizzi nel commercio un segno identico al detto marchio per designare

prodotti identici a quelli per i quali il marchio è registrato, e

b) il terzo non possa far valere a sua difesa il disposto dell'art. 6, n. 1, della direttiva del

Consiglio (...), 89/104/CEE (...),

- 120 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

se tale terzo possa far valere limitazioni agli effetti del marchio in quanto l'uso

contestatogli non comporta alcuna indicazione di origine (ossia non indica un

collegamento nel commercio tra i prodotti ed il titolare del marchio).

2) In caso di soluzione affermativa, se sia sufficiente a costituire tale collegamento la

circostanza che l'uso di cui trattasi venga percepito come una dimostrazione di sostegno,

fedeltà o appartenenza nei confronti del titolare del marchio».

Sulle questioni pregiudiziali

28. Occorre esaminare in modo congiunto le due questioni pregiudiziali.

Osservazioni sottoposte alla Corte

29. L'Arsenal FC osserva che l'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva consente al titolare del

marchio di vietare l'uso di un segno identico al marchio d'impresa e non assoggetta affatto

l'esercizio di tale diritto di veto alla condizione che il segno sia usato in quanto marchio

d'impresa. La tutela conferita da tale disposizione si estende pertanto all'uso del segno da

parte di terzi anche quando tale uso non accrediti l'esistenza di un collegamento tra il

prodotto e il titolare del marchio d'impresa. Tale interpretazione sarebbe avvalorata

dall'art. 6, n. 1, della direttiva poiché le particolari limitazioni all'esercizio dei diritti

derivanti dal marchio previste da tale articolo dimostrerebbero che un siffatto uso, in

linea di principio, ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva

e che esso è consentito solo nei casi tassativamente previsti dall'art. 6, n. 1, della direttiva.

30. In subordine, l'Arsenal FC osserva che, nel caso di specie, l'uso fatto dal sig. Reed del

segno identico al marchio Arsenal deve essere comunque qualificato come uso del

marchio in quanto marchio d'impresa poiché tale uso fornisce un'indicazione in merito

alla provenienza dei prodotti e non rileva che sia il titolare del marchio d'impresa ad

essere così designato.

31. Il sig. Reed sostiene che le attività commerciali controverse nella causa principale non

ricadono nell'ambito di applicazione dell'art. 5, n. 1, della direttiva, poiché l'Arsenal FC

non avrebbe provato che il segno fosse utilizzato in quanto marchio d'impresa, ossia per

indicare la provenienza dei prodotti, come sarebbe richiesto dalla direttiva e, più in

particolare, dall'art. 5 di quest'ultima. Se il pubblico non percepisse il segno come

un'indicazione di origine, l'uso non costituirebbe un uso del segno in quanto marchio

d'impresa. Per quanto riguarda l'art. 6 della direttiva, da tale disposizione non emergono

elementi da cui risulti che essa contiene un elenco tassativo delle attività che non

costituiscono contraffazione.

32. La Commissione sostiene che il diritto ricavato, da parte del titolare di un marchio,

dall'art. 5, n. 1, della direttiva è indipendente dal fatto che il terzo non utilizzi il segno in

quanto marchio d'impresa e, in particolare, dal fatto che detto terzo non lo utilizzi come

indicazione d'origine ma renda noto al pubblico mediante altri mezzi che i prodotti non

provengono dal titolare del marchio d'impresa, o addirittura che l'uso del segno non è

stato autorizzato da quest'ultimo. La finalità specifica del marchio d'impresa sarebbe

infatti quella di garantire che solo il titolare possa fornire al prodotto la sua identità di

origine grazie all'apposizione del marchio stesso. La Commissione sostiene inoltre che

dal decimo considerando della direttiva consegue che la tutela prevista all'art. 5, n. 1, lett.

a), di quest'ultima è assoluta.

33. All'udienza la Commissione ha aggiunto che la nozione di uso del marchio d'impresa

in quanto marchio d'impresa, se ritenuta rilevante, si riferisce ad un uso idoneo a

distinguere prodotti anziché ad indicare la loro origine. Tale nozione includerebbe anche

usi da parte dei terzi che pregiudichino gli interessi del titolare del marchio d'impresa,

come quello relativo alla reputazione dei prodotti. Comunque, la percezione da parte del

pubblico del termine «Arsenal», identico a un marchio denominativo, come una

- 121 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

dimostrazione di sostegno, fedeltà o appartenenza nei confronti del titolare del marchio

non escluderebbe che i prodotti interessati siano percepiti anche per questa ragione come

provenienti dal titolare del marchio d'impresa. Al contrario, invece, una tale percezione

confermerebbe il carattere distintivo del marchio e aumenterebbe il rischio che i prodotti

siano percepiti come provenienti dal titolare del marchio stesso. Di conseguenza, anche

se l'uso del marchio d'impresa in quanto marchio d'impresa fosse un criterio rilevante, il

suddetto titolare dovrebbe poter legittimamente vietare l'attività commerciale controversa

nella causa principale.

34. L'Autorità di vigilanza AELS sostiene che, perché l'art. 5, n. 1, della direttiva possa

essere invocato dal titolare del marchio d'impresa, i terzi devono far uso del segno al fine

di distinguere - dato che si tratta della funzione principale e tradizionale del marchio -

prodotti o servizi, ossia utilizzare il marchio d'impresa in quanto marchio d'impresa. Se

tale condizione non ricorresse, il titolare potrebbe invocare solo le disposizioni del diritto

nazionale previste all'art. 5, n. 5, della direttiva.

35. Tuttavia, la condizione dell'uso del marchio d'impresa in quanto marchio d'impresa ai

sensi dell'art. 5, n. 1, della direttiva, che dovrebbe essere intesa come una condizione di

uso di un segno identico al marchio al fine di contraddistinguere prodotti o servizi,

sarebbe una nozione di diritto comunitario cui si dovrebbe attribuire un significato ampio,

tale da includere, in particolare, l'uso come una dimostrazione di sostegno, fedeltà o

appartenenza nei confronti del titolare del marchio.

36. Secondo l'Autorità di vigilanza AELS, il fatto che il terzo che appone il marchio

d'impresa su determinati prodotti indichi che questi ultimi non provengono dal titolare del

marchio non escluderebbe un rischio di confusione per una cerchia più ampia di

consumatori. Se il titolare non avesse il diritto di opporsi a che terzi agiscano in questo

modo, potrebbe derivarne un uso generalizzato del segno che, in fin dei conti, priverebbe

il marchio del suo carattere distintivo, ponendone così a repentaglio la principale e

tradizionale funzione.

Soluzione della Corte

37. Occorre rammentare, in limine, che l'art. 5 della direttiva definisce i «[d]iritti conferiti

dal marchio di impresa» e che l'art. 6 contiene norme relative alla «[l]imitazione degli

effetti del marchio di impresa».

38. Ai sensi dell'art. 5, n. 1, prima frase, della direttiva, il marchio d'impresa registrato

conferisce al titolare un diritto esclusivo. Ai sensi dello stesso paragrafo, lett. a), tale

diritto esclusivo legittima il titolare a vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare, nel

commercio, un segno identico al marchio d'impresa per prodotti o servizi identici a quelli

per cui esso è stato registrato. L'art. 5, n. 3, della direttiva elenca in modo non tassativo i

tipi di uso che il titolare può vietare ai sensi del n. 1 di tale articolo. Altre disposizioni

della direttiva, come l'art. 6, definiscono talune limitazioni degli effetti del marchio

d'impresa.

39. Per quanto riguarda la situazione controversa nella causa principale, occorre osservare

che, come emerge in particolare dal punto 19 e dall'allegato V dell'ordinanza di rinvio, il

termine «Arsenal» figura a grandi lettere sulle sciarpe messe in vendita dal sig. Reed ed è

accompagnato da altre menzioni notevolmente meno visibili, in particolare «the

Gunners», che si riferiscono tutte al titolare del marchio, vale a dire l'Arsenal FC. Tali

sciarpe sono destinate, tra l'altro, ai sostenitori dell'Arsenal FC, che le indossano in

particolare durante le gare cui partecipa la detta società.

40. Pertanto, come ha osservato il giudice a quo, l'uso del segno identico al marchio

avviene effettivamente nel commercio, dal momento che si colloca nel contesto di

- 122 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

un'attività commerciale finalizzata a un vantaggio economico e non nell'ambito privato.

Si tratta inoltre dell'ipotesi di cui all'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva, vale a dire quella

di un segno identico al marchio d'impresa per prodotti identici a quelli per cui esso è stato

registrato.

41. A tale proposito, occorre constatare in particolare che l'uso controverso nella causa

principale è fatto «per prodotti» ai sensi dell'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva perché

riguarda l'apposizione del segno identico al marchio d'impresa su prodotti nonché

l'offerta, l'immissione in commercio o la detenzione a tali fini di prodotti, ai sensi dell'art.

5, n. 3, lett. a) e b), della direttiva.

42. Al fine di risolvere le questioni pregiudiziali, è necessario determinare se l'art. 5, n. 1,

lett. a), della direttiva autorizzi il titolare del marchio d'impresa a vietare qualsiasi uso nel

commercio, da parte di un terzo, di un segno identico al marchio d'impresa per prodotti

identici a quelli per cui quest'ultimo è stato registrato o se tale diritto di veto presupponga

la sussistenza di un interesse specifico del titolare in quanto titolare del marchio, nei

limiti in cui l'uso del segno di cui trattasi da parte di un terzo debba pregiudicare o poter

pregiudicare una delle funzioni del marchio.

43. A tal riguardo, occorre anzitutto rammentare che l'art. 5, n. 1, della direttiva realizza

un'armonizzazione completa e definisce il diritto esclusivo di cui godono i titolari di

marchi all'interno della Comunità (v., in tal senso, sentenza 20 novembre 2001, cause

riunite da C-414/99 a C-416/99, Zino Davidoff e Levi Strauss, Racc. pag. I-8691, punto

39, e giurisprudenza citata).

44. Nel nono considerando della direttiva si precisa che quest'ultima mira a garantire al

titolare del marchio d'impresa, «negli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati membri, la

medesima tutela» e si qualifica tale finalità come «fondamentale».

45. Al fine di evitare che la tutela concessa al titolare del marchio vari da uno Stato

all'altro, spetta pertanto alla Corte dare un'interpretazione uniforme dell'art. 5, n. 1, della

direttiva, in particolare della nozione di «uso» ivi contenuta, nozione che forma oggetto

delle questioni pregiudiziali nella presente causa (v., in tal senso, citata sentenza Zino

Davidoff e Levi Strauss, punti 42 e 43).

46. In secondo luogo, si deve osservare che la direttiva è volta, come emerge dal suo

primo considerando, ad abolire le disparità tra le legislazioni degli Stati membri in

materia di marchi d'impresa che possono ostacolare la libera circolazione dei prodotti e la

libera prestazione dei servizi nonché falsare le condizioni di concorrenza nel mercato

comune.

47. Il diritto di marchio costituisce infatti un elemento essenziale del sistema di

concorrenza non falsato che il Trattato mira a stabilire e mantenere. In tale sistema le

imprese debbono essere in grado di attirare la clientela con la qualità delle loro merci o

dei loro servizi, il che è possibile solo grazie all'esistenza di contrassegni distintivi che

consentano di identificarli (v., segnatamente, sentenze 17 ottobre 1990, causa C-10/89,

Hag GF, Racc. pag. I-3711, punto 13, e 4 ottobre 2001, causa C-517/99, Merz & Krell,

Racc. pag. I-6959, punto 21).

48. In tale prospettiva, la funzione essenziale del marchio consiste nel garantire al

consumatore o all'utilizzatore finale l'identità di origine del prodotto o del servizio

contrassegnato dal marchio, consentendo loro di distinguere senza confusione possibile

questo prodotto o questo servizio da quelli di provenienza diversa. Infatti, per poter

svolgere la sua funzione di elemento essenziale del sistema di concorrenza non falsato

che il Trattato intende istituire e mantenere, il marchio deve costituire la garanzia che tutti

i prodotti o servizi che ne sono contrassegnati sono stati fabbricati o forniti sotto il

controllo di un'unica impresa alla quale possa attribuirsi la responsabilità della loro

qualità (v., in particolare, sentenze 23 maggio 1978, causa 102/77, Hoffmann-La Roche,

- 123 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Racc. pag. 1139, punto 7, e 18 giugno 2002, causa C-299/99, Philips, Racc. pag. I-5475,

punto 30).

49. Il legislatore comunitario ha consacrato tale funzione essenziale del marchio

disponendo, all'art. 2 della direttiva, che i segni che possono essere riprodotti

graficamente possono costituire un marchio alla sola condizione che essi siano adatti a

distinguere i prodotti o i servizi di un'impresa da quelli di altre imprese (v., in particolare,

citata sentenza Merz & Krell, punto 23).

50. Perché tale garanzia di provenienza, che costituisce l'essenziale funzione del marchio,

possa essere garantita, il titolare del marchio deve essere tutelato nei confronti dei

concorrenti che volessero abusare della posizione e della reputazione del marchio

vendendo prodotti indebitamente contrassegnati con questo (v., segnatamente, citate

sentenze Hoffmann-La Roche, punto 7, e 11 novembre 1997, causa C-349/95,

Loendersloot, Racc. pag. I-6227, punto 22). A tale proposito, nel decimo considerando

della direttiva si sottolinea il carattere assoluto della tutela accordata al marchio d'impresa

in caso di identità tra il marchio d'impresa e il segno e tra i prodotti o servizi controversi e

quelli per i quali il marchio è stato registrato. Vi si specifica che tale tutela mira in

particolare a garantire la funzione d'origine del marchio d'impresa.

51. Da tali considerazioni discende che il diritto esclusivo previsto all'art. 5, n. 1, lett. a),

della direttiva è stato concesso al fine di consentire al titolare del marchio d'impresa di

tutelare i propri interessi specifici quale titolare di quest'ultimo, ossia garantire che il

marchio possa adempiere le sue proprie funzioni. L'esercizio di tale diritto deve essere

pertanto riservato ai casi in cui l'uso del segno da parte di un terzo pregiudichi o possa

pregiudicare le funzioni del marchio e, in particolare, la sua funzione essenziale di

garantire ai consumatori la provenienza del prodotto.

52. Infatti, la natura esclusiva del diritto conferito dal marchio registrato al titolare di

quest'ultimo in forza dell'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva può essere giustificata solo nei

limiti dell'ambito di applicazione di tale disposizione.

53. A tale riguardo occorre rammentare che, ai sensi dell'art. 5, n. 5, della direttiva, l'art.

5, nn. 1-4, di quest'ultima non pregiudica le disposizioni applicabili in uno Stato membro

per la tutela contro l'uso di un segno fatto a fini diversi da quello di contraddistinguere i

prodotti o servizi.

54. Infatti, il titolare non potrebbe vietare l'uso di un segno identico al marchio d'impresa

per prodotti identici a quelli per i quali il marchio è stato registrato se tale uso non potesse

pregiudicare i suoi interessi specifici in quanto titolare del marchio d'impresa, considerate

le funzioni di quest'ultimo. Pertanto, taluni usi a fini puramente descrittivi sono esclusi

dall'ambito di applicazione dell'art. 5, n. 1, della direttiva perché non ledono alcuno degli

interessi tutelati da tale disposizione e non rientrano quindi nella nozione di uso ai sensi

della disposizione stessa (v., per quanto riguarda un uso a fini puramente descrittivi

quanto alle caratteristiche del prodotto offerto, sentenza 14 maggio 2002, causa C-2/00,

Hölterhoff, Racc. I-4187, punto 16).

55. Al riguardo, è giocoforza constatare anzitutto che la situazione della fattispecie di cui

alla causa principale è fondamentalmente diversa da quella che ha originato la citata

sentenza Hölterhoff. Nel caso di specie, l'uso del segno si colloca infatti nell'ambito di

vendite a consumatori e non è manifestamente destinato a fini puramente descrittivi.

56. Alla luce della presentazione della parola «Arsenal» sui prodotti controversi nella

causa principale nonché delle altre diciture secondarie figuranti su questi ultimi (v. punto

39 della presente sentenza), l'uso di detto segno è tale da rendere credibile l'esistenza di

un collegamento materiale nel commercio tra i prodotti interessati e il titolare del

marchio.

- 124 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

57. Tale conclusione non può essere rimessa in discussione dall'avvertenza, figurante nel

chiosco del sig. Reed, secondo cui i prodotti controversi nella causa principale non

costituiscono prodotti ufficiali dell'Arsenal FC (v. il punto 17 della presente sentenza).

Infatti, anche supponendo che una siffatta avvertenza possa essere fatta valere da un terzo

a sua difesa in un procedimento per contraffazione di marchio, è giocoforza constatare

che, nella fattispecie di cui alla causa principale, non può essere escluso che taluni

consumatori, in particolare se i prodotti sono presentati loro dopo essere stati venduti dal

sig. Reed e asportati al chiosco in cui appariva l'avvertenza, interpretino il segno come

indicante l'Arsenal FC quale impresa di provenienza dei prodotti.

58. Peraltro, si deve constatare che, nella fattispecie oggetto della causa principale, non è

nemmeno garantito, come esige tuttavia la giurisprudenza della Corte ricordata al punto

48 della presente sentenza, che tutti i prodotti contrassegnati dal marchio d'impresa siano

stati fabbricati o forniti sotto il controllo di un'unica impresa alla quale possa attribuirsi la

responsabilità della loro qualità.

59. Infatti, i prodotti controversi nella causa principale vengono forniti al di fuori del

controllo dell'Arsenal FC quale titolare del marchio d'impresa, in quanto è pacifico che i

suddetti prodotti non provengono dall'Arsenal FC né dai suoi rivenditori autorizzati.

60. Pertanto, l'uso di un segno identico al marchio controverso nella causa principale può

mettere a repentaglio la garanzia di provenienza che costituisce la funzione essenziale del

marchio, come emerge dalla giurisprudenza della Corte menzionata al punto 48 di questa

sentenza. Pertanto si tratta di un uso al quale il titolare del marchio può opporsi in

conformità all'art. 5, n. 1, della direttiva.

61. Essendo accertato che, nella fattispecie di cui alla causa principale, l'uso da parte di

terzi del segno interessato può pregiudicare la garanzia di provenienza del prodotto e che

il titolare del marchio deve potervisi opporre, tale conclusione non può essere rimessa in

discussione dal fatto che il suddetto marchio venga percepito, nel contesto di tale uso,

come una dimostrazione di sostegno, fedeltà o appartenenza nei confronti del titolare del

marchio.

62. Alla luce di quanto precede, le questioni proposte dal giudice a quo devono essere

risolte nel senso che, in una situazione non rientrante nell'ambito di applicazione dell'art.

6, n. 1, della direttiva in cui un terzo faccia uso, nel commercio, di un segno identico a un

marchio d'impresa validamente registrato su prodotti identici a quelli per i quali è stato

registrato, il titolare del marchio, in una fattispecie come quella controversa nella causa

principale, può opporsi a tale uso conformemente all'art. 5, n. 1, lett. a), della direttiva.

Tale conclusione non può essere rimessa in discussione per il fatto che il detto segno, nel

contesto di tale uso, venga percepito come una dimostrazione di sostegno, fedeltà o

appartenenza nei confronti del titolare del marchio.

Per questi motivi,

LA CORTE,

dichiara:

In una situazione non rientrante nell'ambito di applicazione dell'art. 6, n. 1, della prima

direttiva del Consiglio 21 dicembre 1988, 89/104/CEE, sul ravvicinamento delle

legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d'impresa, in cui un terzo faccia uso,

nel commercio, di un segno identico a un marchio d'impresa validamente registrato su

prodotti identici a quelli per i quali è stato registrato, il titolare del marchio, in una

fattispecie come quella controversa nella causa principale, può opporsi a tale uso

conformemente all'art. 5, n. 1, lett. a), della suddetta direttiva. Tale conclusione non può

- 125 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

essere rimessa in discussione per il fatto che il detto segno, nel contesto di tale uso, venga

percepito come una dimostrazione di sostegno, fedeltà o appartenenza nei confronti del

titolare del marchio.

- 126 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

14. Procedimento C-243/01,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 234 CE, dal Tribunale di Ascoli Piceno nel procedimento penale dinanzi ad esso

pendente a carico di

Piergiorgio Gambelli e altri,

domanda vertente sull'interpretazione degli artt. 43 CE e 49 CE,

LA CORTE,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 30 marzo 2001, pervenuta in cancelleria il 22 giugno successivo, il

Tribunale di Ascoli Piceno ha sottoposto alla Corte, a norma dell'art. 234 CE, una

questione pregiudiziale relativa all'interpretazione degli artt. 43 CE e 49 CE.

2. La detta questione è stata sollevata nell'ambito di un procedimento penale a carico del

sig. Gambelli e di altri 137 indagati (in prosieguo: i «sigg. Gambelli e altri») accusati di

aver organizzato abusivamente scommesse clandestine e di essere proprietari di centri che

effettuerebbero attività di raccolta e trasmissione di dati in materia di scommesse, il che

costituisce un reato di frode contro lo Stato.

Contesto normativo

La normativa comunitaria

3. L'art. 43 CE così recita:

«Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei

cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate.

Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all'apertura di agenzie, succursali o

filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di uno Stato

membro.

La libertà di stabilimento importa l'accesso alle attività non salariate e al loro esercizio,

nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi

dell'articolo 48, secondo comma, alle condizioni definite dalla legislazione del paese di

stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo

ai capitali».

4. L'art. 48, primo comma, CE, prevede che «[l]e società costituite conformemente alla

legislazione di uno Stato membro e aventi la sede sociale, l'amministrazione centrale o il

centro di attività principale all'interno della Comunità, sono equiparate (...) alle persone

fisiche aventi la cittadinanza degli Stati membri».

- 127 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

5. L'art. 46, n. 1, CE, dispone che «[l]e prescrizioni del presente capo e le misure adottate

in virtù di queste ultime lasciano impregiudicata l'applicabilità delle disposizioni

legislative, regolamentari e amministrative che prevedano un regime particolare per i

cittadini stranieri e che siano giustificate da motivi di ordine pubblico, di pubblica

sicurezza e di sanità pubblica».

6. A norma dell'art. 49, primo comma, CE, «[n]el quadro delle disposizioni seguenti, le

restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno della Comunità sono vietate nei

confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in un paese della Comunità che non sia

quello del destinatario della prestazione».

La normativa nazionale

7. Ai sensi dell'art. 88 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, Testo Unico delle Leggi

di Pubblica Sicurezza (GURI del 26 giugno 1931, n. 146; in prosieguo: il «regio

decreto»), «non può essere conceduta licenza per l'esercizio di scommesse, fatta

eccezione per le scommesse nelle corse, nelle regate, nei giuochi di palla o pallone e in

altre simili gare, quando l'esercizio delle scommesse costituisce una condizione

necessaria per l'utile svolgimento della gara».

8. Ai sensi dell'art. 37 della Legge Finanziaria 23 dicembre 2000, n. 388 (Supplemento

ordinario della GURI del 29 dicembre 2000; in prosieguo: la «legge n. 388/00»), la

licenza di esercizio delle scommesse è accordata solo ai concessionari o autorizzati da un

ministero o altro ente al quale la legge riserva la facoltà di organizzare o accettare

scommesse. Le scommesse possono riguardare tanto il risultato di eventi sportivi posti

sotto il controllo del Comitato olimpico nazionale italiano (in prosieguo: il «CONI») o

delle organizzazioni da esso dipendenti, quanto il risultato delle corse di cavalli

organizzate tramite l'Unione nazionale per l'incremento delle razze equine (in prosieguo:

l'«UNIRE»).

9. Gli artt. 4, 4 bis e 4 ter della legge 13 dicembre 1989, n. 401, recante «Interventi nel

settore del giuoco e delle scommesse clandestini e tutela della correttezza nello

svolgimento di competizioni agonistiche» (GURI del 18 dicembre 1989, n. 294; in

prosieguo: la «legge n. 401/89»), come modificata dall'art. 37, n. 5, della legge n. 388/00,

che ha introdotto gli artt. 4 bis e 4 ter nella legge n. 401/89, dispongono quanto segue:

«Esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa

Articolo 4

1. Chiunque esercita abusivamente l'organizzazione del giuoco del lotto o di scommesse

o di concorsi pronostici che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario, è

punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Alla stessa pena soggiace chi comunque

organizza scommesse o concorsi pronostici su attività sportive gestite dal Comitato

olimpico nazionale italiano (CONI), dalle organizzazioni da esso dipendenti o

dall'Unione italiana per l'incremento delle razze equine (UNIRE). Chiunque

abusivamente esercita l'organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di

persone o animali e giuochi di abilità è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno e con

l'ammenda non inferiore a lire un milione.

2. Quando si tratta di concorsi, giuochi o scommesse gestiti con le modalità di cui al

primo comma, e fuori dei casi di concorso in uno dei reati previsti dal medesimo,

chiunque in qualsiasi modo dà pubblicità al loro esercizio è punito con l'arresto fino a tre

mesi e con l'ammenda da lire centomila a lire un milione.

3. Chiunque partecipa a concorsi, giuochi, scommesse gestiti con le modalità di cui al

primo comma, fuori dei casi di concorso in uno dei reati previsti dal medesimo, è punito

con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda da lire centomila a lire un milione.

- 128 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

(...)

Articolo 4 bis

Le sanzioni di cui al presente articolo sono applicate a chiunque, privo di concessione,

autorizzazione o licenza ai sensi dell'articolo 88 del testo unico delle leggi di pubblica

sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive

modificazioni, svolga in Italia qualsiasi attività organizzata al fine di accertare o

raccogliere o comunque favorire l'accettazione o in qualsiasi modo la raccolta, anche per

via telefonica o telematica, di scommesse di qualsiasi genere da chiunque accettate in

Italia o all'estero.

Articolo 4 ter

(...) le sanzioni di cui al presente articolo si applicano a chiunque effettui la raccolta o la

prenotazione di giocate del lotto, di concorsi pronostici o di scommesse per via telefonica

o telematica, ove sprovvisto di apposita autorizzazione all'uso di tali mezzi per la predetta

raccolta o prenotazione».

La causa principale e la questione pregiudiziale

10. Dall'ordinanza di rinvio emerge che il Pubblico ministero e il giudice per le indagini

preliminari presso il Tribunale di Fermo hanno rilevato l'esistenza di un'organizzazione

diffusa e capillare di agenzie italiane, collegate via Internet con il bookmaker Stanley

International Betting Ltd (in prosieguo: la «Stanley»), con sede in Liverpool (Regno

Unito), della quale fanno parte il sig. Gambelli e altri, che sono gli indagati nella causa

principale. Viene loro contestato di aver collaborato, sul territorio italiano, con un

bookmaker straniero all'attività di raccolta di scommesse di regola riservata per legge allo

Stato, in violazione della legge n. 401/89.

11. Tale attività, considerata in contrasto con il regime di monopolio sulle scommesse

sportive attribuito al CONI e integrante la fattispecie di reato prevista dall'art. 4 della

legge n. 401/89, si svolgeva con le seguenti modalità: comunicazione da parte del

giocatore al responsabile dell'Agenzia italiana delle partite sulle quali intende

scommettere e indicazioni della somma giocata; invio, da parte della predetta agenzia, via

Internet, della richiesta di accettazione al bookmaker con indicazione degli incontri di

calcio nazionali in questione e delle puntate effettuate; invio, da parte del bookmaker, via

Internet e in tempo reale, della conferma dell'accettazione della scommessa; trasmissione

di tale conferma, da parte dell'agenzia italiana, al giocatore e pagamento di quest'ultimo

del corrispettivo dovuto all'agenzia, inoltrato poi al bookmaker su apposito conto estero.

12. La Stanley è una società di capitali di diritto britannico, registrata nel Regno Unito e

che svolge attività di bookmaker sulla base di una licenza rilasciata dalla Città di

Liverpool ai sensi del Betting Gaming and Lotteries Act, con facoltà di svolgere tale

attività nel Regno Unito e all'estero. La detta società organizza e gestisce scommesse in

base ad una licenza britannica selezionando gli eventi e le quote, nonché assumendone il

rischio economico. La Stanley versa le vincite e paga le varie imposte previste nel Regno

Unito, oltre alle tasse sulle retribuzioni e ad altri tributi. Essa è soggetta a controlli

rigorosi quanto alla regolarità delle attività svolte, controlli che vengono effettuati da una

società privata di revisione nonché dall'Inland Revenue e dal Customs & Excise.

13. La Stanley propone al pubblico europeo un ampio ventaglio di scommesse a quota

fissa su eventi sportivi nazionali, europei o mondiali. I singoli possono partecipare dalla

propria abitazione, mediante vari sistemi come Internet, via fax o telefonicamente, alle

scommese organizzate e gestite dalla Stanley.

14. La presenza della Stanley in Italia come impresa si concretizza in accordi

commerciali con operatori ovvero intermediari italiani, accordi relativi alla creazione di

centri di trasmissione dati. Tali centri mettono a disposizione degli utenti alcuni mezzi

- 129 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

telematici, raccolgono e registrano le intenzioni degli scommettitori e le trasmettono alla

Stanley.

15. Gli indagati nella causa principale sono iscritti alla Camera di Commercio quali

proprietari di imprese per l'avvio di un centro trasmissione dati e sono stati autorizzati dal

Ministero delle Poste e delle Comunicazioni alla trasmissione di dati.

16. Il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Fermo emanava un decreto di

sequestro preventivo e gli indagati venivano sottoposti a perquisizioni personali e

controlli nelle agenzie, nelle abitazioni e nelle autovetture. Veniva ordinato l'arresto

dell'indagato Garrisi, membro del Consiglio di amministrazione della Stanley.

17. Contro i decreti di sequestro dei centri trasmissione dati di loro proprietà gli indagati

della causa principale hanno proposto istanza di riesame dinanzi al Tribunale di Ascoli

Piceno.

18. Il Tribunale di Ascoli Piceno si richiama alla giurisprudenza della Corte, in

particolare alla sentenza 21 ottobre 1999, causa C-67/98, Zenatti (Racc. pag. I-7289).

Osserva tuttavia che le questioni sorte nella causa dinanzi ad esso pendente non sono

pienamente riconducibili alle fattispecie già esaminate dalla Corte nella menzionata

sentenza Zenatti. Le recenti modifiche della legge n. 401/89 richiederebbero un nuovo

esame della questione da parte della Corte.

19. A tale riguardo il Tribunale di Ascoli Piceno si riferisce ai lavori parlamentari relativi

alla legge n. 388/00, dai quali emergerebbe che le restrizioni introdotte da quest'ultima

nella legge n. 401/89 sarebbero state dettate prioritariamente dall'esigenza di

salvaguardare la categoria dei «Totoricevitori» sportivi, categoria imprenditoriale privata.

Detto giudice afferma di non ravvisare, in tali restrizioni, alcuna preoccupazione di

ordine pubblico che possa giustificare la limitazione dei diritti garantiti dalla normativa

comunitaria o costituzionale.

20. Detto giudice sottolinea che la liceità dell'attività di raccolta e di trasmissione delle

scommesse su eventi sportivi esteri, ricavabile dall'originaria formulazione dell'art. 4

della legge n. 401/89, aveva provocato la nascita e lo sviluppo di una rete di operatori che

avevano investito capitali e creato infrastrutture nel settore del giuoco e delle scommesse.

Tali operatori avrebbero visto improvvisamente messa in discussione la regolarità della

loro posizione in seguito alle modifiche normative introdotte con la legge n. 388/00

contenente divieti - penalmente sanzionati - di svolgere attività, da chiunque e ovunque

effettuate, di raccolta, accettazione, prenotazione e trasmissione di proposte di

scommessa, in particolare su eventi sportivi, in assenza di concessione o autorizzazione

dello Stato.

21. Il giudice del rinvio si pone la questione del rispetto del principio di proporzionalità

con riguardo, da un canto, al rigore del divieto previsto, accompagnato da sanzioni penali

tali da rendere praticamente impossibile per le imprese o per gli operatori comunitari

legalmente costituiti lo svolgimento in Italia di attività economiche nel settore del giuoco

e delle scommesse, e, d'altro canto, con riguardo all'importanza dell'interesse pubblico

interno protetto cui vengono sacrificate le libertà sancite dal diritto comunitario.

22. Il Tribunale di Ascoli Piceno ritiene peraltro di doversi interrogare sulla rilevanza

dell'apparente discrasia esistente tra la normativa interna di rigoroso contenimento delle

attività di accettazione delle scommesse sportive da parte delle imprese comunitarie

estere, da un lato, e la forte espansione del giuoco e delle scommesse che lo Stato italiano

persegue sul piano nazionale con finalità di raccolta di risorse per l'Erario, dall'altro.

23. Il detto giudice osserva che il procedimento dinanzi ad esso pendente solleva, da un

lato, questioni di diritto interno relative alla compatibilità delle modifiche legislative

apportate all'art. 4 della legge n. 401/89 con la Costituzione italiana, che tutela l'iniziativa

economica privata per le attività non assoggettate ad imposizione fiscale da parte dello

- 130 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Stato e, dall'altro, questioni relative all'incompatibilità della norma contenuta nella detta

disposizione con la libertà di stabilimento e la libera prestazione di servizi transfontalieri.

Con riguardo alle questioni di diritto interno così formulate, il Tribunale di Ascoli Piceno

ha adito la Corte costituzionale.

24. Ciò premesso, il Tribunale di Ascoli Piceno ha deciso di sospendere il procedimento e

di sottoporre alla Corte di giustizia la seguente questione pregiudiziale:

«Se vi sia incompatibilità, con conseguenti effetti nell'ordinamento giuridico interno, tra

gli artt. 43 e segg. e 49 e segg. del Trattato CE in materia di libertà di stabilimento e di

libertà di prestazione dei servizi transfontalieri, da un canto, e, d'altro canto, una

normativa nazionale quale quella italiana di cui agli artt. 4, primo comma e segg., 4 bis e

4 ter della legge n. 401/89 (come da ultimo modificata con l'art. 37, quinto comma, della

legge 23 dicembre 2000, n. 388) contenente divieti - penalmente sanzionati - di

svolgimento delle attività, da chiunque e ovunque effettuate, di raccolta, accettazione,

prenotazione e trasmissione di proposte di scommessa, in particolare, su eventi sportivi,

in assenza di presupposti concessori e autorizzatori prescritti dal diritto interno».

Sulla questione pregiudiziale

Osservazioni presentate alla Corte

25. Il sig. Gambelli e altri osservano che, vietando ai cittadini italiani di collaborare con

società straniere al fine di effettuare scommesse e di ricevere in tal modo i servizi offerti

da tali società via Internet, proibendo agli intermediari italiani di offrire le scommesse

gestite dalla Stanley, impedendo a quest'ultima di stabilirsi in Italia mediante i detti

intermediari e di offrire così in tale Stato i propri servizi provenienti da un altro Stato

membro e, dunque, creando e mantenendo un monopolio nel settore del giuoco e delle

scommesse, la normativa oggetto della causa principale costituisce una restrizione sia alla

libertà di stabilimento sia alla libera prestazione di servizi. Tale restrizione non potrebbe

essere giustificata alla luce della giurisprudenza della Corte risultante dalle sentenze 24

marzo 1994, causa C-275/92, Schindler (Racc. pag. I-1039), 21 settembre 1999, causa C-

124/97, Läärä e a. (Racc. pag. I-6067), e Zenatti, citata supra, poiché la Corte non

avrebbe avuto modo di esaminare le modifiche introdotte nella detta normativa dalla

legge n. 388/00 e non avrebbe esaminato la problematica sotto il profilo della libertà di

stabilimento.

26. A tale riguardo gli indagati nella causa principale sottolineano che lo Stato italiano

non persegue alcuna politica coerente finalizzata a limitare ovvero a sopprimere le attività

di giuoco, ai sensi delle menzionate sentenze Läärä e a., punto 37, e Zenatti, punto 36. Le

preoccupazioni dedotte dalle autorità nazionali con riguardo alla tutela degli

scommettitori contro i pericoli di frode, alla salvaguardia dell'ordine pubblico o alla

riduzione delle occasioni di giuoco per evitare le conseguenze dannose delle scommesse,

sia sul piano individuale che sociale, e con riguardo all'incitamento alla spesa che queste

ultime costituiscono, sarebbero destituite di fondamento dal momento che lo Stato

incrementa l'offerta di giuochi e di scommesse e incita anche i singoli a ricorrere a tali

giuochi facilitando il sistema di raccolta per aumentare gli introiti fiscali. La circostanza

che l'organizzazione delle scommesse sia disciplinata da leggi finanziarie indicherebbe la

reale motivazione, di natura economica, delle autorità nazionali.

27. La finalità della normativa italiana consisterebbe parimenti nel proteggere i

concessionari del monopolio nazionale rendendo quest'ultimo impenetrabile per gli

operatori degli altri Stati membri, atteso che i bandi di gara prevedono criteri riguardanti

la struttura proprietaria che non possono essere soddisfatti da una società di capitali

- 131 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

quotata in borsa, ma solo da persone fisiche, e che essi impongono il requisito di disporre

di locali e di essere concessionari di lunga data.

28. Gli indagati della causa principale sostengono che è difficile ammettere che una

società quale la Stanley, operante in modo assolutamente legittimo e debitamente

controllata nel Regno Unito, venga trattata dal legislatore italiano al pari di un operatore

che pratichi l'organizzazione di giuochi clandestini, quando tutti gli elementi connessi con

l'interesse pubblico sono tutelati dalla normativa britannica e gli operatori intermediari

italiani, contrattualmente legati alla detta società quali sedi secondarie o filiali, sono

iscritti all'ordine dei fornitori di servizi e registrati presso il Ministero delle Poste e delle

Comunicazioni, con il quale operano e dal quale sono periodicamente sottoposti a

controlli e verifiche.

29. Tale situazione, rilevante sotto il profilo della libertà di stabilimento, si porrebbe in

contrasto con il principio del reciproco riconoscimento nei settori non ancora

armonizzati. Essa violerebbe, del pari, il principio di proporzionalità, tanto più che la

sanzione penale dovrebbe costituire l'extrema ratio alla quale uno Stato membro può

ricorrere quando altre misure o strumenti non siano in grado di fornire una tutela

adeguata dei beni da proteggere. Orbene, per effetto della normativa italiana, il giocatore

che si trovi sul territorio italiano non solo sarebbe privato della possibilità di rivolgersi ai

bookmakers stabiliti in un altro Stato membro, ancorché mediante l'intermediazione di

operatori stabiliti in Italia, ma sarebbe anche passibile di sanzione penale.

30. I governi italiano, belga, ellenico, spagnolo, francese, lussemburghese, portoghese,

finlandese e svedese, nonché la Commissione si richiamano alla giurisprudenza della

Corte, in particolare alle menzionate sentenze Schindler, Läärä e a. e Zenatti.

31. Il governo italiano richiama la sentenza Zenatti, citata supra, al fine di giustificare la

compatibilità della legge n. 401/89 con la normativa comunitaria in materia di libera

prestazione dei servizi, nonché di libertà di stabilimento. Sia l'aspetto preso in

considerazione dalla Corte nella detta sentenza, vale a dire l'autorizzazione

amministrativa a svolgere l'attività di raccolta e di gestione delle scommesse sul territorio

italiano, sia la questione sorta nella causa principale, vale a dire la previsione di una

sanzione penale che vieta tale attività allorché è prestata da operatori che non facciano

parte del sistema di monopolio statale in materia di scommesse, perseguirebbero la

medesima finalità, costituita dal divieto dell'attività e dalla riduzione delle opportunità

concrete di giuoco al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge.

32. Secondo il governo belga, un mercato unico dei giuochi d'azzardo potrebbe soltanto

indurre i consumatori a sperperare somme maggiori e comporterebbe rilevanti

conseguenze dannose per la società. Il livello di tutela introdotto dalla legge n. 401/89 ed

il sistema restrittivo di autorizzazione sarebbero idonei ad assicurare la realizzazione di

obiettivi di interesse generale, quali la limitazione e il controllo rigoroso dell'offerta dei

giuochi nonché delle scommesse, e sarebbe proporzionale ai detti obiettivi, senza

comportare alcuna discriminazione in base alla nazionalità.

33. Il governo ellenico ritiene che l'organizzazione dei giuochi d'azzardo e delle

scommesse su eventi sportivi debba rimanere sotto il controllo dello Stato ed essere

esercitata sotto forma di monopolio. Il suo esercizio da parte di enti privati produrrebbe

conseguenze dirette, quali il turbamento dell'ordine pubblico, l'incitamento alla

commissione di reati nonché lo sfruttamento degli scommettitori e, più in generale, dei

consumatori.

34. Il governo spagnolo fa valere che sia l'attribuzione di diritti speciali o esclusivi,

mediante un rigoroso regime di autorizzazioni o di concessioni, sia il divieto di apertura

di succursali di agenzie straniere ai fini della raccolta di scommesse effettuate in altri

Stati membri sono compatibili con la politica di limitazione dell'offerta, sempreché tali

- 132 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

misure vengano introdotte con la finalità di ridurre le occasioni di giuoco e lo stimolo

della domanda.

35. Il governo francese sostiene che la circostanza che, nella causa principale, la raccolta

delle scommesse si effettui con mezzi telematici e gli eventi sportivi che ne costituiscono

l'oggetto si svolgano esclusivamente sul territorio italiano - il che non si verificava nella

causa sfociata nella menzionata sentenza Zenatti - non rimetterebbe in questione la

giurisprudenza della Corte ai sensi della quale una normativa nazionale che limiti

l'esercizio di attività legate a giuochi d'azzardo, alle lotterie ed alle slot machines è

compatibile con il principio della libera prestazione dei servizi ove tale normativa sia

finalizzata ad obiettivi di interesse generale quali la prevenzione della frode o la

protezione dei giocatori dal loro stesso comportamento. Gli Stati membri sarebbero

pertanto legittimati a disciplinare l'attività degli operatori in materia di scommesse a

condizioni non discriminatorie, l'intensità e la portata delle restrizioni rientrando nei

margini di discrezionalità riconosciuti alle autorità nazionali. Spetterebbe pertanto ai

giudici degli Stati membri valutare se le autorità nazionali abbiano rispettato la corretta

proporzione nella scelta dei mezzi utilizzati, con riguardo al principio della libera

prestazione dei servizi.

36. Quanto alla libertà di stabilimento, il governo francese ritiene che le restrizioni alle

attività delle società italiane indipendenti contrattualmente legate alla Stanley non

pregiudichino il diritto del detto bookmaker di stabilirsi liberamente in Italia.

37. Secondo il governo lussemburghese, la normativa italiana costituisce un ostacolo

all'esercizio di un'attività di organizzazione di scommesse in Italia, poiché impedisce alla

Stanley l'esercizio delle proprie attività sul territorio italiano, vuoi direttamente mediante

la libera prestazione di servizi transfontalieri, vuoi indirettamente con l'intermediazione di

agenzie italiane connesse via Internet. La detta normativa costituirebbe, al contempo, un

ostacolo alla libertà di stabilimento. Tuttavia, tali restrizioni sarebbero giustificate in

quanto perseguono obiettivi di interesse generale, quali la preoccupazione di incanalare e

controllare il desiderio di giocare, e sono idonee e proporzionate rispetto ai detti obiettivi,

in quanto non comportano discriminazioni riguardanti la nazionalità, dal momento che sia

gli organismi italiani sia quelli con sede all'estero devono ottenere la stessa licenza

rilasciata dal Ministro delle Finanze per poter esercitare sul territorio italiano le attività di

organizzazione, accettazione e raccolta di scommesse.

38. Il governo portoghese sottolinea la rilevanza della questione oggetto della causa

principale ai fini del mantenimento, in Italia come in tutti gli Stati membri, della gestione

delle lotterie in regime di monopolio pubblico, nonché ai fini di assicurare un'importante

fonte di entrate per gli Stati, che sostituisca la riscossione coercitiva di imposte e che

serva a finanziare le politiche sociali, culturali e sportive. Per quanto riguarda il giuoco

d'azzardo, l'economia di mercato e la libera concorrenza implicherebbero una

ridistribuzione antisociale dei fondi raccolti tramite il giuoco, dal momento che tali fondi

tenderebbero a spostarsi da paesi in cui il complesso degli importi delle scommesse è

modesto a paesi in cui tale importo è più considerevole e l'ammontare dei premi più

interessante. Gli scommettitori dei piccoli Stati membri finanzierebbero pertanto il

bilancio sociale, culturale e sportivo degli Stati membri più grandi e, negli Stati membri

più piccoli, la diminuzione delle entrate dei giuochi costringerebbe i rispettivi governi a

finanziare altrimenti l'azione sociale pubblica e le altre attività sociali, sportive e culturali

dello Stato, il che comporterebbe, nei piccoli Stati, un aumento delle imposte e, negli

Stati grandi, una diminuzione delle imposte. La spartizione del mercato del lotto e delle

lotterie statali fra tre o quattro grandi gestori nell'Unione europea produrrebbe peraltro

cambiamenti strutturali nelle reti di distribuzione di giuochi legittimamente gestite dagli

- 133 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Stati, provocando la soppressione di numerosi posti di lavoro e un divario tra i livelli di

disoccupazione dei diversi Stati membri.

39. Il governo finlandese si richiama, in particolare, alla menzionata sentenza Läärä e a.,

nella quale la Corte avrebbe riconosciuto che la necessità e la proporzionalità delle

disposizioni emanate da uno Stato membro devono essere valutate soltanto alla stregua

degli obiettivi perseguiti dalle autorità nazionali di tale Stato e del livello di tutela che

intendono assicurare, cosicché spetterebbe al giudice del rinvio verificare se, in

considerazione delle sue concrete modalità di applicazione, la normativa nazionale

consenta di conseguire gli obiettivi che ne giustificano l'esistenza e se le restrizioni siano

proporzionate rispetto agli obiettivi medesimi, fermo restando che tale normativa deve

trovare applicazione indistintamente nei confronti di tutti gli operatori, siano essi italiani

o provenienti da un altro Stato membro.

40. Secondo il governo svedese, la circostanza che l'introduzione di restrizioni alla libera

prestazione di servizi sia finalizzata ad interessi di natura fiscale non consente di

concludere che tali restrizioni siano in contrasto con il diritto comunitario, sempreché

siano proporzionate e non discriminatorie tra gli operatori, il che spetta al giudice del

rinvio accertare. Le modifiche apportate alla normativa italiana dalla legge n. 388/00

consentono di vietare a un ente al quale sia stata negata l'autorizzazione alla raccolta di

scommesse in Italia di eludere la legge esercitando la propria attività da un altro Stato

membro e vietano ad enti stranieri che organizzano scommesse nel proprio paese di

esercitare in Italia la loro attività. Come la Corte ha già avuto modo di affermare ai punti,

rispettivamente, 36 e 34 delle menzionate sentenze Läärä e a. e Zenatti, la sola

circostanza che uno Stato membro abbia scelto un sistema di tutela diverso da quello

adottato da un altro Stato membro non può incidere sulla valutazione della necessità e

della proporzionalità delle disposizioni adottate in materia.

41. La Commissione delle Comunità europee ritiene che le modifiche legislative di cui

alla legge n. 388/00 si limitano ad esplicitare quanto già previsto dalla legge n. 401/89,

senza creare una fattispecie di reati completamente nuova. Le ragioni di ordine sociale

che inducono a limitare gli effetti nocivi delle attività di scommessa sugli incontri di

calcio e che giustificano una normativa nazionale che riservi a determinati enti il diritto di

raccogliere tali scommesse restano identiche, indipendentemente dallo Stato membro in

cui tali manifestazioni abbiano luogo. La circostanza che, nella menzionata sentenza

Zenatti, le manifestazioni sportive oggetto delle scommesse si svolgessero all'estero,

mentre nella causa principale gli incontri di calcio hanno luogo in Italia, sarebbe del tutto

irrilevante. La Commissione aggiunge che la direttiva del Parlamento europeo e del

Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della

società dell'informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno

(«direttiva sul commercio elettronico») (GU L 178, pag. 1), non si applica alle

scommesse, sicché la questione non dovrebbe essere risolta in modo diverso rispetto alla

detta sentenza.

42. La Commissione osserva che la causa non deve essere esaminata sotto il profilo della

libertà di stabilimento, dal momento che le agenzie gestite dagli indagati nella causa

principale sono indipendenti ed agiscono quali centri di raccolta delle scommesse e come

intermediarie nelle relazioni tra i loro clienti italiani e la Stanley, al di fuori di ogni

rapporto di subordinazione nei confronti di quest'ultima. Tuttavia, anche se si dovesse

ipotizzare l'applicabilità delle disposizioni sul diritto di stabilimento, le restrizioni

introdotte dalla normativa italiana sarebbero giustificate dalle stesse ragioni di politica

sociale riconosciute dalla Corte nelle menzionate sentenze Schindler, Läärä e a. e Zenatti

con riguardo alla restrizione della libera prestazione dei servizi.

- 134 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

43. All'udienza, la Commissione ha comunicato alla Corte di aver avviato un

procedimento per inadempimento nei confronti della Repubblica italiana relativo alla

liberalizzazione del settore delle scommesse ippiche gestite dall'UNIRE. Quanto al

settore del lotto, che è liberalizzato, la Commissione ha ricordato la sentenza 26 aprile

1994, causa C-272/91, Commissione/Italia (Racc. pag. I-1409), nella quale la Corte ha

affermato che la Repubblica italiana, avendo riservato la partecipazione a un bando di

gara relativo ad un appalto-concorso per la concessione del sistema di automazione del

giuoco del lotto soltanto ad enti, società, consorzi o raggruppamenti il cui capitale

sociale, considerato singolarmente o complessivamente, fosse a prevalente partecipazione

pubblica, è venuta meno agli obblighi che le incombono, in particolare, ai sensi del

Trattato CE.

Pronuncia della Corte

44. Occorre esaminare, in primo luogo, se una normativa quale la legge n. 401/89 di cui

alla causa principale costituisca una restrizione alla libertà di stabilimento.

45. Si deve ricordare che le restrizioni alla libertà di stabilimento da parte dei cittadini di

uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro, ivi comprese le restrizioni

all'apertura di agenzie, di succursali o di filiali, sono vietate dall'art. 43 CE.

46. Laddove una società, quale la Stanley, con sede in uno Stato membro, effettui

un'attività di raccolta di scommesse con l'intermediazione di una organizzazione di

agenzie situate in un altro Stato membro, quali le agenzie degli indagati di cui alla causa

principale, le restrizioni imposte alle attività di tali agenzie costituiscono ostacoli alla

libertà di stabilimento.

47. Inoltre, in risposta ai quesiti posti dalla Corte all'udienza, il governo italiano ha

riconosciuto che la normativa italiana relativa ai bandi di gara per le attività di

scommessa in Italia contiene restrizioni. Secondo il detto governo, la circostanza che

nessun ente abbia ottenuto l'omologazione per tali attività, salvo quello detentore del

monopolio nel settore, troverebbe spiegazione nel fatto che la normativa italiana è

concepita in modo tale che solo alcuni soggetti possano ottenere la concessione.

48. Orbene, nella misura in cui l'assenza di operatori stranieri tra i concessionari del

settore delle scommesse relative ad eventi sportivi in Italia è dovuta alla circostanza che

la normativa italiana in materia di bandi di gara esclude, in pratica, che le società di

capitali quotate sui mercati regolamentati degli altri Stati membri possano ottenere

concessioni, la detta normativa costituisce, prima facie, una restrizione alla libertà di

stabilimento, anche se tale restrizione si impone indistintamente a tutte le società di

capitali potenzialmente interessate da tali concessioni, indipendentemente dal fatto che

abbiano sede in Italia o in un altro Stato membro.

49. Non si può pertanto escludere che i requisiti dettati dalla normativa italiana per

partecipare ai bandi di gara, ai fini dell'attribuzione delle dette concessioni, costituiscano

parimenti un ostacolo alla libertà di stabilimento.

50. In secondo luogo, si deve esaminare se la detta normativa costituisca una restrizione

alla libera prestazione dei servizi.

51. L'art. 49 CE vieta le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno della

Comunità nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in un paese della

Comunità che non sia quello del destinatario della prestazione. L'art. 50 qualifica

«servizi» le prestazioni fornite normalmente dietro retribuzione, in quanto non siano

regolate dalle disposizioni relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle

persone.

- 135 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

52. La Corte ha già affermato che l'importazione di documenti pubblicitari e di biglietti di

lotteria in uno Stato membro per far partecipare gli abitanti di detto Stato membro ad una

lotteria organizzata in un altro Stato membro si ricollega ad un'attività di «servizi»

(sentenza Schindler, citata supra, punto 37). Analogicamente, l'attività consistente nel far

partecipare i cittadini di uno Stato membro a giuochi di scommesse organizzati in un altro

Stato membro, ancorché aventi ad oggetto eventi sportivi organizzati nel primo Stato

membro, si ricollega ad un'attività di «servizi» ai sensi dell'art. 50 CE.

53. La Corte ha affermato, del pari, che l'art. 49 CE dev'essere interpretato nel senso che

esso concerne i servizi che un prestatore offre telefonicamente a potenziali destinatari

stabiliti in altri Stati membri e che questi fornisce senza spostarsi dallo Stato membro nel

quale è stabilito (sentenza 10 maggio 1995, causa C-384/93, Alpine Investments, Racc.

pag. I-1141, punto 22).

54. Applicando tale interpretazione alla problematica della causa principale, ne consegue

che l'art. 49 CE riguarda i servizi che un prestatore quale la Stanley, con sede in uno Stato

membro, nella specie il Regno Unito, offre via Internet - e dunque senza spostarsi - a

destinatari che si trovino in un altro Stato membro, nella specie la Repubblica italiana,

sicché ogni restrizione a tali attività costituisce una restrizione alla libera prestazione dei

servizi da parte di un tale prestatore.

55. Inoltre, la libera prestazione dei servizi comprende non solo la libertà del prestatore di

offrire ed effettuare servizi per destinatari stabiliti in uno Stato membro diverso da quello

sul cui territorio si trovi il detto prestatore, ma anche la libertà di ricevere o beneficiare,

in quanto destinatario, dei servizi offerti da un prestatore stabilito in un altro Stato

membro, senza essere impedito da restrizioni (v., in tal senso, sentenze 31 gennaio 1984,

cause riunite 286/82 e 26/83, Luisi e Carbone, Racc. pag. 377, punto 16, e 26 ottobre

1999, causa C-294/97, Eurowings Luftverkehr, Racc. pag. I-7447, punti 33 e 34).

56. Orbene, rispondendo ai quesiti posti dalla Corte all'udienza, il governo italiano ha

confermato che l'attività di un privato che si connette in Italia dal proprio domicilio, via

Internet, con un bookmaker stabilito in un altro Stato membro, facendo uso della propria

carta di credito quale mezzo di pagamento, costituisce un reato ai sensi dell'art. 4 della

legge n. 401/89.

57. Tale divieto, penalmente sanzionato, di partecipare a scommesse organizzate in Stati

membri diversi da quello sul cui territorio risiede il giocatore, costituisce una restrizione

alla libera prestazione dei servizi.

58. Lo stesso vale per il divieto, del pari penalmente sanzionato, nei confronti degli

intermediari, quali gli indagati nella causa principale, di agevolare la prestazione di

servizi di scommesse su eventi sportivi organizzati da un prestatore, quale la Stanley, con

sede in uno Stato membro diverso da quello in cui i detti intermediari svolgono la propria

attività, poiché un tale divieto costituisce una restrizione al diritto del bookmaker alla

libera prestazione dei servizi, anche se gli intermediari si trovano nello stesso Stato

membro dei destinatari dei servizi medesimi.

59. Si deve pertanto rilevare che una normativa nazionale quale la legislazione italiana

sulle scommesse, in particolare l'art. 4 della legge n. 401/89, costituisce una restrizione

alla libertà di stabilimento ed alla libera prestazione dei servizi.

60. Ciò premesso, occorre esaminare se tali restrizioni possano essere ammesse a titolo di

misure derogatorie espressamente previste agli artt. 45 CE e 46 CE, ovvero se possano

essere giustificate, conformemente alla giurisprudenza della Corte, da motivi imperativi

di interesse generale.

61. Quanto agli argomenti fatti valere, in particolare, dai governi ellenico e portoghese al

fine di giustificare le restrizioni ai giuochi di azzardo e alle scommesse, è sufficiente

ricordare che, secondo costante giurisprudenza, la riduzione o la diminuzione delle

- 136 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

entrate fiscali non rientra fra i motivi enunciati all'art. 46 CE e non può essere considerata

come un motivo imperativo di interesse generale che possa essere fatto valere per

giustificare una restrizione alla libertà di stabilimento o alla libera prestazione dei servizi

(v., in tal senso, sentenze 16 luglio 1998, causa C-264/96, ICI, Racc. pag. I-4695, punto

28, e 3 ottobre 2002, causa C-136/00, Danner, Racc. pag. I-8147, punto 56).

62. Come si evince dal punto 36 della menzionata sentenza Zenatti, le restrizioni devono

perseguire in ogni caso l'obiettivo di un'autentica riduzione delle opportunità di giuoco e

il finanziamento di attività sociali attraverso un prelievo sugli introiti derivanti dai

giuochi autorizzati costituisce solo una conseguenza vantaggiosa accessoria, e non la

reale giustificazione, della politica restrittiva attuata.

63. Per contro, come ricordato sia dai governi che hanno presentato osservazioni sia dalla

Commissione, nelle menzionate sentenze Schindler, Läärä e a. e Zenatti, la Corte ha

affermato che le considerazioni di ordine morale, religioso o culturale, nonché le

conseguenze moralmente e finanziariamente dannose per l'individuo e la società che sono

collegate ai giuochi d'azzardo e alle scommesse possono giustificare che le autorità

nazionali dispongano di un potere discrezionale sufficiente a determinare le esigenze di

tutela del consumatore e dell'ordine sociale.

64. In ogni caso, per risultare giustificate, le restrizioni alla libertà di stabilimento e alla

libera prestazione dei servizi devono presentare i requisiti previsti dalla giurisprudenza

della Corte (v., in particolare, sentenze 31 marzo 1993, causa C-19/92, Kraus, Racc. pag.

I-1663, punto 32, e 30 novembre 1995, causa C-55/94, Gebhard, Racc. pag. I-4165, punto

37).

65. Ai sensi di tale giurisprudenza, infatti, le dette restrizioni devono, in primo luogo,

essere giustificate da motivi imperativi di interesse generale; in secondo luogo, devono

essere idonee a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e, in terzo luogo, non

andare oltre quanto necessario per il raggiungimento di questo. In ogni caso, devono

essere applicate in modo non discriminatorio.

66. Spetta al giudice del rinvio stabilire se, nella causa principale, le restrizioni alla libertà

di stabilimento e alla libera prestazione di servizi previste dalla legge n. 401/89 rispettino

tali requisiti. A tal fine, il detto giudice dovrà tener conto degli elementi precisati nei

punti seguenti.

67. Anzitutto, anche se, nelle menzionate sentenze Schindler, Läärä e a. e Zenatti, la

Corte ha ammesso che le restrizioni alle attività di giuoco possono essere giustificate da

motivi imperativi di interesse generale, quali la tutela del consumatore e la prevenzione

della frode e dell'incitazione dei cittadini ad una spesa eccessiva collegata al giuoco,

occorre tuttavia che le restrizioni fondate su tali motivi e sulla necessità di prevenire

turbative all'ordine sociale siano idonee a garantire la realizzazione dei detti obiettivi, nel

senso che tali restrizioni devono contribuire a limitare le attività di scommessa in modo

coerente e sistematico.

68. A tale riguardo, riferendosi ai lavori preparatori della legge n. 388/00, il giudice del

rinvio ha sottolineato che lo Stato italiano persegue, a livello nazionale, una politica di

forte espansione del giuoco e delle scommesse allo scopo di raccogliere fondi, tutelando i

concessionari del CONI.

69. Orbene, laddove le autorità di uno Stato membro inducano ed incoraggino i

consumatori a partecipare alle lotterie, ai giuochi d'azzardo o alle scommesse affinché il

pubblico erario ne benefici sul piano finanziario, le autorità di tale Stato non possono

invocare l'ordine pubblico sociale con riguardo alla necessità di ridurre le occasioni di

giuoco per giustificare provvedimenti come quelli oggetto della causa principale.

- 137 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

70. Inoltre, le restrizioni imposte dalla normativa italiana in materia di bandi di gara

devono essere indistintamente applicabili, vale a dire con le stesse modalità e con gli

stessi criteri agli operatori stabiliti in Italia ed a quelli provenienti da altri Stati membri.

71. Spetterà al giudice del rinvio esaminare se i requisiti di partecipazione ai bandi di

gara per le concessioni relative alla gestione di scommesse su eventi sportivi siano fissati

in termini tali da poter essere soddisfatti, in pratica, più facilmente dagli operatori italiani

che non da quelli stranieri. In tale ipotesi, i detti requisiti non rispetterebbero il criterio di

non discriminazione.

72. Infine, le restrizioni imposte dalla normativa italiana non devono eccedere quanto

necessario per conseguire l'obiettivo perseguito. A tal riguardo, il giudice del rinvio dovrà

esaminare se la sanzione penale irrogata a chiunque effettui scommesse dal proprio

domicilio in Italia via Internet con un bookmaker situato in un altro Stato membro non sia

sproporzionata alla luce della giurisprudenza della Corte (v. sentenze 29 febbraio 1996,

causa C-193/94, Skanavi e Chryssanthakopoulos, Racc. pag. I-929, punti 34-39, e 25

luglio 2002, causa C-459/99, MRAX, Racc. pag. I-6591, punti 89-91), soprattutto dal

momento che la partecipazione alle scommesse viene incoraggiata allorché si svolge nel

contesto di giuochi organizzati da enti nazionali autorizzati.

73. Il giudice del rinvio dovrà inoltre chiedersi se la circostanza di imporre restrizioni

penalmente sanzionate sino a un anno di arresto per gli intermediari che facilitino la

prestazione di servizi da parte di un bookmaker stabilito in uno Stato membro diverso da

quello in cui i detti servizi sono offerti, mettendo a disposizione degli scommettitori nei

propri locali la connessione via Internet con il bookmaker, costituisca una restrizione che

ecceda quanto necessario per la lotta alla frode, soprattutto in considerazione del fatto che

il prestatore di servizi è sottoposto, nello Stato membro in cui è stabilito, ad un sistema

normativo di controlli e sanzioni, gli intermediari sono legittimamente costituiti e, prima

delle modifiche normative di cui alla legge n. 388/00, tali intermediari si ritenevano

autorizzati a trasmettere scommesse su eventi sportivi esteri.

74. Quanto alla proporzionalità della normativa italiana con riguardo alla libertà di

stabilimento, anche se l'obiettivo perseguito dalle autorità di uno Stato membro è quello

di evitare il rischio che i concessionari dei giuochi siano implicati in attività criminali o

fraudolente, escludere la possibilità per le società di capitali quotate sui mercati

regolamentati degli altri Stati membri di ottenere concessioni per la gestione di

scommesse sportive, soprattutto quando esistano altri strumenti di controllo dei bilanci e

delle attività delle dette società, può risultare una misura eccessiva rispetto a quanto

necessario per impedire la frode.

75. Spetta al giudice del rinvio verificare se la normativa nazionale, alla luce delle sue

concrete modalità di applicazione, risponda realmente ad obiettivi tali da giustificarla e se

le restrizioni che essa impone non appaiano sproporzionate rispetto a tali obiettivi.

76. Alla luce di tutte le suesposte considerazioni, la questione pregiudiziale deve essere

risolta nel senso che una normativa nazionale contenente divieti - penalmente sanzionati -

di svolgere attività di raccolta, accettazione, prenotazione e trasmissione di proposte di

scommessa, relative, in particolare, a eventi sportivi, in assenza di concessione o

autorizzazione rilasciata dallo Stato membro interessato, costituisce una restrizione alla

libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi previste, rispettivamente, agli

artt. 43 CE e 49 CE. Spetta al giudice del rinvio verificare se tale normativa, alla luce

delle sue concrete modalità di applicazione, risponda realmente ad obiettivi tali da

giustificarla e se le restrizioni che essa impone non risultino sproporzionate rispetto a tali

obiettivi.

Per questi motivi,

- 138 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

LA CORTE,

dichiara:

Una normativa nazionale contenente divieti - penalmente sanzionati - di svolgere attività

di raccolta, accettazione, prenotazione e trasmissione di proposte di scommessa, relative,

in particolare, a eventi sportivi, in assenza di concessione o autorizzazione rilasciata dallo

Stato membro interessato, costituisce una restrizione alla libertà di stabilimento e alla

libera prestazione dei servizi previste, rispettivamente, agli artt. 43 CE e 49 CE. Spetta al

giudice del rinvio verificare se tale normativa, alla luce delle sue concrete modalità di

applicazione, risponda realmente ad obiettivi tali da giustificarla e se le restrizioni che

essa impone non risultino sproporzionate rispetto a tali obiettivi.

- 139 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

15. Procedimento C-438/00,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, a norma

dell'art. 234 CE, dall'Oberlandesgericht Hamm (Germania) nella causa dinanzi ad esso

pendente tra

Deutscher Handballbund eV

e

Maros Kolpak,

domanda vertente sull'interpretazione dell'art. 38, n. 1, dell'Accordo europeo che

istituisce un'associazione tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la

Repubblica slovacca, dall'altra, approvato a nome delle Comunità con la decisione del

Consiglio e della Commissione 19 dicembre 1994, 94/909/CECA, CE, Euratom (GU L

359, pag. 1),

LA CORTE (Quinta Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1. Con ordinanza 15 novembre 2000, pervenuta in cancelleria il 28 novembre successivo,

l'Oberlandesgericht Hamm ha sottoposto alla Corte, ai sensi dell'art. 234 CE, una

questione pregiudiziale relativa all'interpretazione dell'art. 38, n. 1, dell'Accordo europeo

che istituisce un'associazione tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte,

e la Repubblica slovacca, dall'altra, firmato a Lussemburgo il 4 ottobre 1993 e approvato

a nome delle Comunità con la decisione del Consiglio e della Commissione 19 dicembre

1994, 94/909/CECA, CE, Euratom (GU L 359, pag. 1; in prosieguo: l'«Accordo di

associazione Comunità-Slovacchia»).

2. Tale questione è stata sollevata nell'ambito di una controversia tra il Deutscher

Handballbund eV (federazione tedesca di handball, in prosieguo: il «DHB») e il signor

Kolpak con riguardo al rilascio di un cartellino di giocatore professionista.

L'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia

3. Secondo l'art. 1, n. 2, l'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia ha segnatamente

per obiettivo di costituire un ambito adeguato per il dialogo politico tra le parti che

consenta lo sviluppo di strette relazioni politiche, di promuovere l'espansione degli

scambi nonché relazioni economiche armoniose tra le parti, incentivando così uno

sviluppo economico dinamico e la prosperità della Repubblica slovacca, nonché di

gettare le basi per l'assistenza finanziaria e tecnica della Comunità alla Repubblica

- 140 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

slovacca, mentre l'obiettivo finale di tale paese è, secondo l'ultimo considerando del

suddetto accordo, quello di divenire membro delle Comunità.

4. Con riguardo alla causa principale, le disposizioni rilevanti dell'Accordo di

associazione Comunità-Slovacchia si trovano nel titolo IV di quest'ultimo, intitolato

«Circolazione dei lavoratori, stabilimento e fornitura di servizi».

5. L'art. 38 dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia, che figura nel capitolo I,

intitolato «Circolazione dei lavoratori», del titolo IV, dispone al n. 1:

«Nel rispetto delle condizioni e modalità applicabili in ciascuno Stato membro:

- il trattamento accordato ai lavoratori di nazionalità della Repubblica slovacca

legalmente occupati nel territorio di uno Stato membro è esente da qualsiasi

discriminazione basata sulla nazionalità, per quanto riguarda le condizioni di lavoro, di

retribuzione o di licenziamento, rispetto ai cittadini di quello Stato membro;

- il coniuge e i figli legalmente residenti di un lavoratore legalmente occupato nel

territorio di uno Stato membro, fatta eccezione per i lavoratori stagionali e per i lavoratori

oggetto di accordi bilaterali nell'accezione dell'articolo 42, salvo diverse disposizioni di

tali accordi, hanno accesso al mercato del lavoro di quello Stato membro nel periodo di

soggiorno di lavoro autorizzato di quel lavoratore».

6. L'art. 42 dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia, figurante nel medesimo

capitolo, precisa:

«1. Tenendo conto della situazione del mercato del lavoro nello Stato membro, nel

rispetto della sua legislazione e delle regole in vigore in quello Stato membro in materia

di mobilità dei lavoratori:

- si dovrebbero mantenere e, se possibile, ampliare le agevolazioni esistenti per l'accesso

all'occupazione dei lavoratori della Repubblica slovacca accordate dagli Stati membri ai

sensi di accordi bilaterali;

- gli altri Stati membri considerano favorevolmente l'opportunità di concludere accordi

analoghi.

2. Il Consiglio di associazione valuta l'opportunità di concedere ulteriori facilitazioni, ivi

comprese le possibilità di accesso alla formazione professionale, in conformità con le

norme e procedure in vigore negli Stati membri e tenendo conto della situazione del

mercato del lavoro degli Stati membri e della Comunità».

7. L'art. 59 dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia, che figura nel capitolo IV,

intitolato «Disposizioni generali», del titolo IV, dispone al n. 1:

«Ai fini del titolo IV del presente accordo, l'accordo non impedisce in alcun modo alle

Parti di applicare le rispettive leggi e disposizioni in materia di ingresso e soggiorno,

condizioni di lavoro e stabilimento delle persone fisiche, nonché di prestazione dei

servizi, a condizione che, così facendo, esse non le applichino in modo da vanificare o

compromettere i benefici spettanti all'una o all'altra ai sensi di una specifica disposizione

dell'accordo stesso (...)».

Normativa nazionale

8. Il DHB ha adottato la Spielordnung (regolamento federale in materia di gare, in

prosieguo: la «SpO»), il cui art. 15 disponeva, nella versione vigente alla data

dell'ordinanza del giudice a quo:

«1. Vanno muniti della lettera A dopo il numero di matricola i cartellini dei giocatori

a) non aventi la cittadinanza di uno Stato membro,

b) non aventi la cittadinanza di uno Stato terzo associato ai cui cittadini sia stata

riconosciuta la parità di trattamento ai sensi dell'art. 48, n. 1, del Trattato CE,

c) (...)

- 141 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

2. Nelle squadre appartenenti alla Bundesliga (lega nazionale) e alle Regionalligen (leghe

regionali) possono essere schierati, negli incontri di campionato e in quelli di coppa, al

massimo due giocatori il cui cartellino sia contrassegnato con la lettera A.

(...)

5. Il contrassegno con la lettera A apposto sul numero di matricola del cartellino va tolto

ogni anno al 1° luglio se il paese d'origine del giocatore ha acquisito a tale data la qualità

di paese associato ai sensi del n. 1, lett. b). Il DHB pubblica ed aggiorna costantemente

l'elenco degli Stati associati di cui alle presenti disposizioni».

Causa principale e questione pregiudiziale

9. Il signor Kolpak, cittadino slovacco, ha stipulato, nel marzo 1997, un contratto di

lavoro di durata determinata con scadenza al 30 giugno 2000, poi, nel febbraio 2000, un

nuovo contratto di durata determinata con scadenza al 30 giugno 2003, per occupare il

posto di portiere nella squadra tedesca di handball del TSV Östringen eV Handball,

società tedesca di seconda divisione. Egli percepisce uno stipendio mensile. Egli risiede

in Germania ed è in possesso di un titolo di soggiorno regolare.

10. Il DHB, che organizza partite di campionato e di coppa a livello federale, gli ha

rilasciato un cartellino di giocatore contrassegnato dalla lettera «A» a causa della sua

cittadinanza slovacca.

11. Il signor Kolpak, il quale aveva sollecitato il rilascio di un cartellino di giocatore

senza aggiunta della menzione riferentesi ai cittadini di paesi terzi, ha presentato dinanzi

al Landgericht Dortmund (Tribunale di prima istanza) (Germania) un ricorso con cui ha

contestato tale decisione del DHB. Egli sostiene che la Repubblica slovacca fa parte dei

paesi terzi i cui cittadini hanno il diritto di partecipare senza alcuna limitazione alle

competizioni, alle stesse condizioni dei giocatori tedeschi e dei giocatori comunitari, in

base al divieto di discriminazione risultante dal combinato disposto del Trattato CE e

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia.

12. Il Landgericht ha ingiunto al DHB di rilasciare al signor Kolpak un cartellino di

giocatore senza la menzione «A» per il motivo che, a tenore dell'art. 15 della SpO,

quest'ultimo non doveva essere trattato alla stessa stregua di un giocatore avente la

cittadinanza di un paese terzo. Il DHB ha interposto appello avverso tale sentenza dinanzi

all'Oberlandesgericht Hamm.

13. Secondo il giudice a quo, il rinvio all'art. 48 del Trattato CE (divenuto, in seguito a

modifica, art. 39 CE) operato dall'art. 15, n. 1, lett. b), della SpO va inteso nel senso che

quest'ultima disposizione è applicabile solo ai giocatori che sotto il profilo della libera

circolazione dei lavoratori fruiscono di una perfetta equiparazione ai cittadini comunitari.

Secondo tale interpretazione il signor Kolpak non avrebbe diritto al rilascio di un

cartellino senza le limitazioni derivanti dall'aggiunta della lettera «A», poiché una siffatta

parità di trattamento generalizzata non è contenuta negli accordi di associazione conclusi

con i paesi dell'Europa dell'Est e del bacino mediterraneo e, segnatamente, nell'Accordo

di associazione Comunità-Slovacchia.

14. Il giudice nazionale chiede quindi se il disposto dell'art. 15, n. 1, lett. b), della SpO sia

in contrasto con l'art. 38 dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia. Se così fosse

e se quest'ultima disposizione avesse effetto diretto nei confronti dei singoli, il signor

Kolpak potrebbe rivendicare il rilascio di un cartellino non limitativo.

15. Il giudice nazionale considera infatti che il DHB, negando al signor Kolpak, a causa

della sua cittadinanza, un cartellino non limitativo, viola il divieto contenuto nell'art. 38

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia.

16. Al riguardo detto giudice constata, da un lato, che il contratto del signor Kolpak, che

è disciplinato dall'art. 15 della SpO, è un contratto di lavoro, in quanto l'attore è

- 142 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

vincolato, contro il corrispettivo di una retribuzione mensile fissa, a fornire in forma

subordinata prestazioni nell'ambito dell'attività di allenamento e degli incontri organizzati

dalla sua società e che si tratta in proposito della sua principale attività professionale.

17. Esso ritiene, d'altro canto, che il disposto combinato dell'art. 15, nn. 1, lett. b), e 2

della SpO crea una disparità di trattamento sotto il profilo delle condizioni di lavoro.

Infatti il signor Kolpak è già legalmente occupato nel territorio della Repubblica federale

di Germania, ove risiede, è in possesso di un titolo di soggiorno valido, non è soggetto,

conformemente alla legislazione tedesca, all'obbligo di ottenere un permesso di lavoro e

non è più personalmente interessato da un ostacolo, anche indiretto, all'assunzione e

ciononostante non fruisce, per effetto delle suddette disposizioni, della stessa possibilità

di altre persone di partecipare a partite ufficiali nell'ambito della sua attività

professionale.

18. Pertanto, secondo il giudice a quo, il divieto di discriminazione dettato dall'art. 38

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia è applicabile ove non vi osti la riserva

contenuta nella medesima disposizione, concernente le condizioni e modalità applicabili

nei vari Stati membri. Detto giudice considera in proposito che rientrino in siffatte

condizioni e modalità solo norme giuridiche di carattere generale e non norme implicanti

l'applicazione di condizioni di lavoro diverse a seconda della cittadinanza del lavoratore.

Esso è quindi incline a pensare che la normativa emanata dal DHB, nell'ambito

dell'autonomia riconosciuta alle associazioni, non fa parte delle suddette condizioni e

modalità. In caso contrario il divieto di discriminazione contenuto nell'Accordo di

associazione verrebbe vanificato.

19. A parere del giudice a quo, inoltre, l'art. 38 dell'Accordo di associazione Comunità-

Slovacchia, alla stregua dell'art. 48 del Trattato, è una disposizione direttamente

applicabile in quanto, tenuto conto del suo tenore letterale nonché della natura e

dell'oggetto, essa contiene un obbligo chiaro e preciso la cui esecuzione o i cui effetti non

sono subordinati all'adozione di alcun atto ulteriore. Secondo il giudice a quo l'art. 38

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia produce effetti anche nei confronti dei

terzi, poiché non è applicabile unicamente a provvedimenti adottati dalle autorità, ma si

estende anche alle normative di natura collettiva applicabili al lavoratore subordinato.

20. Detto giudice ne deduce che si configura una violazione del divieto di

discriminazione di cui all'art. 38 dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia che

dovrebbe implicare l'inapplicabilità al signor Kolpak dell'art. 15, n. 1, lett. b), della SpO.

21. Alla luce di quanto precede l'Oberlandesgericht Hamm ha deciso di sospendere il

procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se sia in contrasto con l'art. 38, n. 1, dell'Accordo europeo che istituisce un'associazione

tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la Repubblica slovacca,

dall'altra - atto finale - il fatto che una federazione sportiva applichi ad uno sportivo

professionista in possesso della cittadinanza slovacca una normativa da essa emanata in

base alla quale le società sono autorizzate a far scendere in campo, nelle partite di

campionato o di coppa, solo un limitato numero di giocatori originari di Stati terzi non

facenti parte delle Comunità europee».

Sulla questione pregiudiziale

22. Con la questione pregiudiziale il giudice a quo chiede in sostanza se l'art. 38, n. 1,

primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia vada interpretato nel

senso che osta all'applicazione ad uno sportivo professionista di cittadinanza slovacca,

regolarmente occupato da una società stabilita in uno Stato membro, di una normativa

emanata da una federazione sportiva del medesimo Stato secondo cui le società sono

autorizzate a schierare, in occasione delle partite di campionato o di coppa, solo un

- 143 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

numero limitato di giocatori originari di paesi terzi che non sono parti dell'accordo sullo

Spazio economico europeo (in prosieguo: il «SEE»).

23. Allo scopo di risolvere la questione così riformulata, va anzitutto esaminato se l'art.

38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia possa essere

invocato da un singolo dinanzi ad un giudice nazionale ed in secondo luogo, in caso di

soluzione positiva, se la suddetta disposizione possa essere invocata in rapporto alla

normativa emanata da una federazione sportiva nazionale come il DHB. Occorre infine

determinare la portata del principio di non discriminazione enunciato dalla medesima.

Sull'effetto diretto dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione

Comunità-Slovacchia

24. Va preliminarmente segnalato che, al punto 30 della sentenza 29 gennaio 2002, causa

C-162/00, Pokrzeptowicz-Meyer (Racc. pag. I-1049), la Corte ha già riconosciuto un

effetto diretto all'art. 37, n. 1, primo trattino, dell'Accordo europeo che istituisce

un'associazione tra le Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la

Repubblica di Polonia, dall'altra, firmato a Bruxelles il 16 dicembre 1991 ed approvato a

nome delle Comunità dalla decisione del Consiglio e della Commissione 13 dicembre

1993, 93/743/Euratom, CECA, CE (GU L 348, pag. 1; in prosieguo: l'«Accordo di

associazione Comunità-Polonia»).

25. Orbene, in primo luogo, il tenore letterale dell'art. 38, n. 1, primo trattino,

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia e quello dell'art. 37, n. 1, primo

trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Polonia sono identici.

26. In secondo luogo, l'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia e l'Accordo di

associazione Comunità-Polonia non sono distinguibili quanto ai loro obiettivi e al

contesto in cui sono stati adottati. Infatti perseguono entrambi segnatamente, a tenore

dell'ultimo considerando e dell'art. 1, n. 2, l'obiettivo di istituire un'associazione destinata

a promuovere l'espansione degli scambi nonché relazioni economiche armoniose tra le

parti contraenti, incentivando così uno sviluppo economico dinamico e la prosperità, in

un caso della Repubblica di Polonia, nell'altro della Repubblica slovacca, allo scopo di

facilitare l'adesione di tali paesi alle Comunità.

27. Alla luce di tali elementi, così come l'art. 58, n. 1, dell'Accordo di associazione

Comunità-Polonia non osta all'effetto diretto dell'art. 37, n. 1, primo trattino, di detto

accordo (v. citata sentenza Pokrzeptowicz-Meyer, punto 28), analogamente l'art. 59, n. 1,

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia non può ostare all'effetto diretto

dell'art. 38, n. 1, primo trattino, del medesimo accordo, tenuto conto della somiglianza

delle disposizioni di cui trattasi.

28. Peraltro, come già occorre per l'art. 37, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di

associazione Comunità-Polonia, l'attuazione dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo

di associazione Comunità-Slovacchia non è subordinata all'adozione, da parte del

consiglio di associazione istituito da tale medesimo accordo, di misure complementari

dirette a definirne le modalità di applicazione (v. citata sentenza Pokrzeptowicz-Meyer,

punto 29).

29. Infine, così come per l'art. 37, n. 1, dell'Accordo di associazione Comunità-Polonia, i

termini «[n]el rispetto delle condizioni e modalità applicabili in ciascuno Stato membro»,

di cui all'art. 38, n. 1, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia, non possono

essere interpretati nel senso di consentire agli Stati membri di sottoporre a condizioni o di

limitare discrezionalmente l'applicazione del principio di non discriminazione enunciato

da tale disposizione. Giacché un'interpretazione del genere avrebbe l'effetto di svuotare di

contenuto tale disposizione privandola così di ogni effetto utile (v. citata sentenza

Pokrzeptowicz-Meyer, punti 20-24).

- 144 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

30. Alla luce delle considerazioni che precedono, occorre riconoscere all'art. 38, n. 1,

primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia un effetto diretto: ciò

implica che i cittadini slovacchi che se ne avvalgono hanno diritto di farlo valere dinanzi

ai giudici nazionali dello Stato membro ospitante.

Sull'applicabilità dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-

Slovacchia alla normativa emanata da una federazione sportiva

31. Va preliminarmente ricordato che, quanto all'art. 48, n. 2, del Trattato, risulta dal

punto 87 della sentenza 15 dicembre 1995, causa C-415/93, Bosman (Racc. pag. I-4921),

che il divieto di discriminazione enunciato da tale disposizione si applica a norme

emanate da associazioni sportive per stabilire le condizioni alle quali gli sportivi

professionisti esercitano un'attività retribuita.

32. In proposito, al punto 84 della citata sentenza Bosman, la Corte ha rilevato che nei

vari Stati membri le condizioni di lavoro sono disciplinate talvolta da norme di natura

legislativa o regolamentare, talvolta da convenzioni e altri atti di natura privatistica.

Pertanto, se l'oggetto dell'art. 48 del Trattato fosse limitato agli atti della pubblica

autorità, potrebbero verificarsi disparità nella sua applicazione.

33. Trattandosi dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-

Slovacchia, per stabilire se tale disposizione sia applicabile ad una normativa dettata da

una federazione sportiva come il DHB, va esaminato se l'interpretazione accolta dalla

Corte in merito all'art. 48, n. 2, del Trattato possa essere trasposta, nel caso di specie, alla

suddetta disposizione dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia.

34. A tale riguardo la Corte ha affermato, ai punti 39 e 40 della citata sentenza

Pokrzeptowicz-Meyer, che, per quanto concerne l'art. 37, n. 1, primo trattino,

dell'Accordo di associazione Comunità-Polonia, se è vero che tale disposizione non

enuncia un principio di libera circolazione dei lavoratori polacchi all'interno della

Comunità, mentre l'art. 48 del Trattato sancisce il principio della libera circolazione dei

lavoratori a beneficio dei cittadini comunitari, dal confronto tra gli obiettivi e il contesto

dell'Accordo di associazione Comunità-Polonia, da una parte, e quelli del Trattato CE,

dall'altra, risulta che non esiste alcun motivo di attribuire all'art. 37, n. 1, primo trattino,

di tale accordo una portata diversa da quella accolta dalla Corte per quanto concerne l'art.

48, n. 2, del Trattato.

35. In tale contesto la Corte ha affermato, al punto 41 della citata sentenza

Pokrzeptowicz-Meyer, che l'art. 37, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione

Comunità-Polonia istituisce a favore dei lavoratori di cittadinanza polacca, dal momento

in cui sono legalmente occupati sul territorio di uno Stato membro, un diritto alla parità di

trattamento nelle condizioni di lavoro della stessa portata di quello riconosciuto in termini

analoghi ai cittadini comunitari dall'art. 48, n. 2, del Trattato.

36. Risulta da quanto precede, nonché dalle considerazioni formulate ai punti 25-30 della

presente sentenza, che l'interpretazione dell'art. 48, n. 2, del Trattato elaborata dalla Corte

nella citata sentenza Bosman e richiamata ai punti 31 e 32 della presente sentenza può

essere trasposta all'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-

Slovacchia.

37. Date le considerazione precedenti occorre concludere nel senso che l'art. 38, n. 1,

primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia è applicabile alla

normativa emanata da una federazione sportiva come il DHB che stabilisce le condizioni

alle quali sportivi professionisti esercitano un'attività subordinata.

Sulla portata del principio di non discriminazione enunciato all'art. 38, n. 1, primo

trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia

38. Secondo il DHB nonché i governi ellenico, spagnolo e italiano, la portata della

clausola di non discriminazione prevista all'art. 38 dell'Accordo di associazione

- 145 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Comunità-Slovacchia non avrebbe per scopo la perfetta equiparazione tra i lavoratori

cittadini della Repubblica slovacca ed i lavoratori cittadini degli altri Stati membri

dell'Unione europea. Della libera circolazione dei lavoratori di cui all'art. 48 del Trattato,

quale applicata nel settore dello sport dalla citata sentenza Bosman, potrebbero fruire

soltanto i cittadini comunitari o quelli di uno Stato membro del SEE.

39. Inoltre tutte le parti che hanno presentato osservazioni dinanzi alla Corte concordano

sul fatto che il divieto di discriminazione basato sulla nazionalità di cui all'art. 38, n. 1,

primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia è applicabile solo ai

lavoratori di cittadinanza slovacca già legalmente occupati nel territorio di uno Stato

membro e soltanto per quanto riguarda le condizioni di lavoro, di retribuzione o di

licenziamento.

40. Su tale aspetto il DHB nonché i governi ellenico, spagnolo e italiano sostengono che

la normativa prevista all'art. 15, nn. 1, lett. b), e 2 della SpO concerne l'accesso dei

cittadini slovacchi all'occupazione. L'art. 38, n. 1, dell'Accordo di associazione

Comunità-Slovacchia non può conseguentemente ostare all'applicazione di una siffatta

normativa.

41. Il signor Kolpak, il governo tedesco e la Commissione fanno valere, al contrario, che i

fatti di cui alla causa principale rientrano nell'ambito dell'art. 38, n. 1, primo trattino,

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia, poiché il signor Kolpak non

cercherebbe di accedere al mercato del lavoro tedesco, ma eserciterebbe già legalmente

un'attività in Germania in base al diritto nazionale e subirebbe, in tale contesto, una

discriminazione concernente le condizioni di lavoro a causa della SpO.

42. Occorre preliminarmente constatare al riguardo come risulti dal tenore letterale

dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia che il

divieto di discriminazione basata sulla nazionalità, previsto in tale disposizione, da un

lato, è applicabile solo ai lavoratori di cittadinanza slovacca già legalmente occupati nel

territorio di uno Stato membro e, dall'altro, si applica soltanto per quanto riguarda le

condizioni di lavoro, di retribuzione o di licenziamento. Pertanto tale disposizione,

diversamente dall'art. 48 del Trattato, non si estende alle normative nazionali in materia

di accesso al mercato del lavoro.

43. Orbene, dall'ordinanza del giudice a quo emerge che il signor Kolpak svolge

regolarmente un'attività subordinata come portiere a norma di un contratto di lavoro

stipulato con una società tedesca di seconda divisione, ch'egli è in possesso di un titolo di

soggiorno valido e che, secondo la legislazione nazionale, non necessita di alcun

permesso di lavoro per esercitare la sua professione. Risulta dunque che egli ha già

regolarmente accesso al mercato del lavoro in Germania.

44. In tale contesto, trattandosi più particolarmente della questione se una normativa

come quella di cui agli artt. 15, n. 1, lett. b), e 2 della SpO costituisca una condizione di

lavoro, va rilevato che nella citata sentenza Bosman la causa principale riguardava, tra

l'altro, regole o norme sulla cittadinanza simili, emanate dall'Union des associations

européennes de football (UEFA).

45. Ciò posto, risulta dal punto 120 della citata sentenza Bosman che, da un lato, tali

norme non riguardano l'ingaggio dei giocatori professionisti, che non è limitato, ma la

possibilità, per le società cui appartengono, di farli scendere in campo nelle partite

ufficiali e, dall'altro, che la partecipazione a tali incontri costituisce l'oggetto essenziale

della loro attività.

46. Deriva da quanto precede che una normativa sportiva come quella in parola nella

causa principale è relativa alle condizioni di lavoro ai sensi dell'art. 38, n. 1, primo

trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia in quanto essa abbia un

impatto diretto sulla partecipazione agli incontri di campionato e di coppa di un giocatore

- 146 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

professionista slovacco, già regolarmente occupato secondo le disposizioni nazionali

dello Stato membro ospitante.

47. In presenza di tali elementi, per determinare se l'art. 38, n. 1, primo trattino,

dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia osti all'applicazione di una normativa

come quella di cui agli artt. 15, n. 1, lett. b), e 2 della SpO, rimane da stabilire se

quest'ultima implichi una discriminazione vietata dalla suddetta disposizione di tale

accordo.

48. Al riguardo va preliminarmente constatato che, quanto all'art. 48, n. 2, del Trattato,

risulta dal punto 137 della citata sentenza Bosman che tale disposizione osta

all'applicazione di norme emanate da associazioni sportive, secondo le quali, nelle partite

delle competizioni che esse organizzano, le società calcistiche possono schierare solo un

numero limitato di calciatori professionisti cittadini di altri Stati membri.

49. Per quanto riguarda l'interpretazione dell'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di

associazione Comunità-Slovacchia, risulta dai punti da 25 a 30, 34, 35 e 44 della presente

sentenza che, da un lato, tale disposizione istituisce a favore dei lavoratori di cittadinanza

slovacca, dal momento in cui siano legalmente occupati sul territorio di uno Stato

membro, un diritto alla parità di trattamento per quanto riguarda le condizioni di lavoro

della stessa portata di quello riconosciuto in termini simili ai cittadini di altri Stati

membri dall'art. 48, n. 2, del Trattato e, dall'altro, che la normativa in parola nella causa

principale è simile alle norme sulla cittadinanza considerate nella citata sentenza Bosman.

50. Sulla base delle considerazioni precedenti occorre dichiarare che l'interpretazione

dell'art. 48, n. 2, del Trattato elaborata dalla Corte nella citata sentenza Bosman e

richiamata al punto 48 della presente sentenza può essere trasposta all'art. 38, n. 1, primo

trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia.

51. Così l'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-Slovacchia

osta all'applicazione al signor Kolpak di una normativa come quella prevista all'art. 15,

nn. 1, lett. b), e 2 della SpO per la parte in cui quest'ultima ha per conseguenza che il

signor Kolpak, in quanto cittadino slovacco, benché regolarmente occupato in uno Stato

membro, dispone, in linea di principio, soltanto di una possibilità limitata, rispetto ai

giocatori cittadini di Stati membri o cittadini di Stati membri del SEE, di partecipare a

taluni incontri, cioè gli incontri di campionato e di coppa della Bundesliga e delle

Regionalligen, che costituiscono peraltro l'oggetto essenziale della sua attività in qualità

di giocatore professionista.

52. Un'interpretazione siffatta non può essere messa in questione con l'argomento del

DHB secondo cui la normativa di cui all'art. 15, nn. 1, lett. b), e 2 della SpO si

giustificherebbe grazie a considerazioni esclusivamente sportive, poiché la sua finalità

sarebbe quella di preservare la formazione organizzata a favore dei giovani giocatori di

cittadinanza tedesca e di promuovere la squadra nazionale tedesca.

53. Certo, al punto 127 della citata sentenza Bosman, la Corte ha ricordato che, nella

sentenza 14 luglio 1976, causa C-13/76, Donà (Racc. pag. 1333, punti 14 e 15), essa ha

riconosciuto che le norme del Trattato in materia di libera circolazione delle persone non

ostano a normative o prassi che escludano i calciatori stranieri da determinati incontri per

motivi non economici, attinenti al carattere e all'ambito specifici di tali partite e che

quindi hanno natura prettamente sportiva, come, ad esempio, nel caso di incontri fra le

rappresentative di paesi diversi.

54. Tuttavia, al punto 128 della citata sentenza Bosman, la Corte ha dichiarato che le

norme sulla cittadinanza non riguardavano incontri specifici fra rappresentative nazionali,

ma si applicavano a tutti gli incontri ufficiali tra società calcistiche e, quindi, alla parte

essenziale dell'attività esercitata dai calciatori professionisti.

- 147 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

55. In tale contesto la Corte ha rilevato che il legame fra una società calcistica e lo Stato

membro nel quale essa è stabilita non può considerarsi inerente all'attività sportiva, in

ogni caso non più del legame che unisce tale società al suo quartiere, alla sua città o alla

sua regione. Nei campionati nazionali, infatti, si affrontano società di regioni, di città o di

quartieri diversi, ma nessuna norma limita, relativamente a tali partite, il diritto delle

società di schierare in campo calciatori provenienti da altre regioni, da altre città o da altri

quartieri. Inoltre la partecipazione alle gare internazionali è riservata alle società che

hanno ottenuto determinati risultati sportivi nel loro rispettivo paese, senza che la

cittadinanza dei loro calciatori rivesta un ruolo particolare (citata sentenza Bosman, punti

131 e 132).

56. Tenuto conto di tale giurisprudenza, va dichiarato che la discriminazione generata,

nella presente causa, dall'art. 15, nn. 1, lett. b), e 2 della SpO non può ritenersi giustificata

da considerazioni esclusivamente sportive, dato che discende da una normativa siffatta

che, in occasione di partite organizzate dal DHB, le società sono libere di schierare un

numero illimitato di cittadini degli Stati membri del SEE.

57. Peraltro, nelle osservazioni presentate dinanzi alla Corte, non si è fatto valere nessun

altro argomento idoneo a giustificare obiettivamente la disparità di trattamento tra

giocatori professionisti cittadini di uno Stato membro o di uno Stato membro del SEE e

giocatori professionisti di cittadinanza slovacca, risultante dall'art. 15, nn. 1, lett. b), e 2

della SpO e relativa alle condizioni di lavoro di quest'ultimi.

58. Risulta dalle considerazioni precedenti come la questione pregiudiziale vada risolta

dichiarando che l'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo di associazione Comunità-

Slovacchia debba interpretarsi nel senso che esso osta all'applicazione ad uno sportivo

professionista di cittadinanza slovacca, regolarmente occupato da una società stabilita in

uno Stato membro, di una normativa emanata da una federazione sportiva del medesimo

Stato secondo cui le società sono autorizzate a far scendere in campo, in occasione delle

partite di campionato o di coppa, solo un limitato numero di giocatori originari di paesi

terzi che non sono parti dell'accordo sul SEE.

Per questi motivi,

LA CORTE (Quinta Sezione),

dichiara:

L'art. 38, n. 1, primo trattino, dell'Accordo europeo che istituisce un'associazione tra le

Comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la Repubblica slovacca, dall'altra,

firmato a Lussemburgo il 4 ottobre 1993 ed approvato a nome delle Comunità dalla

decisione del Consiglio e della Commissione 19 dicembre 1994, 94/909/CECA, CE,

Euratom, va interpretato nel senso che esso osta all'applicazione ad uno sportivo

professionista di cittadinanza slovacca, regolarmente occupato da una società stabilita in

uno Stato membro, di una normativa emanata da una federazione sportiva del medesimo

Stato secondo cui le società sono autorizzate a far scendere in campo, in occasione delle

partite di campionato o di coppa, solo un limitato numero di giocatori originari di paesi

terzi che non sono parti dell'Accordo sulla Spazio economico europeo.

- 148 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

16. Cause riunite T-346/02 e T-347/02,

Cableuropa SA, con sede in Madrid,

Región de Murcia de Cable SA, con sede in Murcia (Spagna),

Valencia de Cable SA, con sede in Madrid,

Mediterránea Sur Sistemas de Cable SA, con sede in Alicante (Spagna),

Mediterránea Norte Sistemas de Cable SA, con sede in Castellón (Spagna),

ricorrenti nella causa T-346/02,

Aunacable SA, con sede in Madrid,

Sociedad Operadora de Telecomunicaciones de Castilla y León (Retecal) SA, con

sede in Boecilli (Spagna),

Euskaltel SA, con sede in Zamudio-Bizkaia (Spagna),

Telecable de Avilés SA, con sede in Avilés (Spagna),

Telecable de Oviedo SA, con sede in Oviedo (Spagna),

Telecable de Gijón SA, con sede in Gijón (Spagna),

R Cable y Telecomunicaciones Galicia SA, con sede in La Coruña (Spagna),

Tenaria SA, con sede in Cordovilla (Spagna),

ricorrenti nella causa T-347/02,

contro

Commissione delle Comunità europee,

convenuta,

sostenuta da

Regno di Spagna,

da

Sogecable SA, con sede in Madrid

da

DTS Distribuidora de Televisión Digital SA (Vía Digital), con sede in Madrid,

e da

Telefónica de Contenidos SAU, con sede in Madrid,

intervenienti,

avente ad oggetto un ricorso diretto all'annullamento della decisione della Commissione

14 agosto 2002, che rinvia l'esame dell'operazione di concentrazione per la fusione delle

società DTS Distribuidora de Televisión Digital SA (Vía Digital) e Sogecable SA alle

- 149 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

autorità garanti della concorrenza spagnole, ai sensi dell'art. 9 del regolamento (CEE) del

Consiglio 21 dicembre 1989, n. 4064, relativo al controllo delle operazioni di

concentrazione tra imprese (caso COMP/M.2845 - Sogecable/Canalsatélite Digital/Vía

Digital).

IL TRIBUNALE DI PRIMO GRADO

DELLE COMUNITÀ EUROPEE (Terza Sezione),

ha pronunciato la seguente

Sentenza

Contesto normativo

1. Il regolamento (CEE) del Consiglio 21 dicembre 1989, n. 4064, relativo al controllo

delle operazioni di concentrazione tra imprese (GU L 395, pag. 1), come rettificato (GU

1990, L 257, pag. 13), e come modificato dal regolamento (CE) del Consiglio 30 giugno

1997, n. 1310 (GU L 180, pag. 1) (in prosieguo: il «regolamento n. 4064/89»), prevede

un sistema di controllo da parte della Commissione delle operazioni di concentrazione

che hanno una «dimensione comunitaria» ai sensi dell'art. 1, nn. 2 e 3, del regolamento n.

4064/89.

2. L'art. 9 del regolamento n. 4064/89 consente alla Commissione di rinviare agli Stati

membri l'esame di una operazione di concentrazione. Tale disposizione prevede in

particolare quanto segue:

«1. La Commissione può, mediante decisione, che essa notifica senza indugio alle

imprese interessate e che porta a conoscenza delle autorità competenti degli altri Stati

membri, rinviare alle autorità competenti dello Stato membro interessato un caso di

concentrazione notificata alle seguenti condizioni.

2. Entro tre settimane a decorrere dalla data di ricezione della copia della notifica, uno

Stato membro può comunicare alla Commissione, che a sua volta ne informa le imprese

interessate, che un'operazione di concentrazione:

a) minaccia di creare o di rafforzare una posizione dominante tale da ostacolare in modo

significativo una concorrenza effettiva in un mercato all'interno del suddetto Stato

membro che presenta tutte le caratteristiche di un mercato distinto, o

b) incide sulla concorrenza in un mercato all'interno del suddetto Stato membro che

presenta tutte le caratteristiche di un mercato distinto e non costituisce una parte

sostanziale del mercato comune.

3. Se la Commissione ritiene che, tenuto conto del mercato dei prodotti o servizi in

questione e del mercato geografico di riferimento ai sensi del paragrafo 7, tale mercato

distinto e tale minaccia esistano:

a) provvede essa stessa ad affrontare il caso per preservare o ripristinare una concorrenza

effettiva sul mercato in questione, o

b) rinvia il caso, interamente o in parte, alle autorità competenti dello Stato membro

interessato, per l'applicazione della legislazione nazionale sulla concorrenza del suddetto

Stato.

Se, al contrario, la Commissione ritiene che tale mercato distinto o tale minaccia non

esistano, essa prende una decisione al riguardo indirizzandola allo Stato membro

interessato.

- 150 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Se uno Stato membro informa la Commissione che una operazione di concentrazione

incide sulla concorrenza in un mercato distinto all'interno del suo territorio, che non

costituisce una parte sostanziale del mercato comune, la Commissione rinvia tutto il caso

o la parte di esso riguardante detto mercato distinto, se essa ritiene che un tale mercato

distinto è interessato.

(...)

7. Il mercato geografico di riferimento è costituito da un territorio in cui le imprese

interessate intervengono nell'offerta e nella domanda di beni e di servizi, nel quale le

condizioni di concorrenza sono sufficientemente omogenee e che può essere distinto dai

territori vicini, in particolare a motivo delle condizioni di concorrenza notevolmente

diverse da quelle che prevalgono in quei territori. In questa valutazione occorre tener

conto segnatamente della natura e delle caratteristiche dei prodotti o servizi in questione,

dell'esistenza di ostacoli all'entrata, di preferenze dei consumatori, nonché dell'esistenza,

tra il territorio in oggetto e quelli vicini, di differenze notevoli di parti di mercato delle

imprese o di sostanziali differenze di prezzi.

8. Per l'applicazione del presente articolo, lo Stato membro interessato può prendere

soltanto le misure strettamente necessarie per preservare o ripristinare una concorrenza

effettiva sul mercato interessato.

(...)».

Le imprese interessate

3. La Cableuropa SA (in prosieguo: la «Cableuropa»), prima ricorrente nella causa T-

346/02, è un'impresa che opera nel settore delle telecomunicazioni via cavo (in prosieguo:

«operatore via cavo»), attiva in particolare nel mercato della televisione a pagamento in

Spagna, e che detiene la maggioranza delle azioni delle altre ricorrenti nella presente

causa, ossia la Región de Murcia de Cable SA, la Valencia de Cable SA, la Mediterránea

Sur Sistemas de Cable SA e la Mediterránea Norte Sistemas de Cable SA, che sono

parimenti operatori via cavo attivi in Spagna.

4. La Aunacable SA (in prosieguo: la «Aunacable»), prima ricorrente nella causa T-

347/02, è una società che raggruppa cinque operatori via cavo attivi in Spagna, ossia la

Able en Aragon, la Canarias Telecom nelle isole Canarie, la Madritel a Madrid, la Menta

in Catalogna e la Supercable nella gran parte dell'Andalusia. Le altre ricorrenti nella

presente causa sono operatori via cavo regionali (in prosieguo: «operatori via cavo

regionali»), anch'essi attivi in Spagna.

5. La Sogecable SA (in prosieguo: la «Sogecable») è una società per azioni le cui attività

consistono essenzialmente nella gestione e nello sfruttamento di un canale televisivo

analogico a pagamento (Canal+) nel mercato spagnolo. La Sogecable gestisce parimenti

una piattaforma televisiva digitale via satellite, la Canalsatélite Digital, di cui essa

controlla l'83,25%. Le sue attività comprendono inoltre la fornitura di servizi tecnici e la

gestione del servizio di abbonamento, la produzione e la vendita di canali televisivi

tematici, la produzione, la distribuzione e la proiezione di film, l'acquisizione e la vendita

di diritti sportivi. La Sogecable, tramite Canal+ e Canalsatélite Digital, è il maggiore

operatore nel settore della televisione a pagamento in Spagna.

6. A seguito dell'accordo siglato il 28 giugno 1999 tra gli azionisti della Promotora de

Informaciones SA (in prosieguo: la «Prisa») e del gruppo Canal+ SA (in prosieguo: il

«gruppo Canal+»), e aggiornato nel 2002, la Sogecable è controllata congiuntamente da

queste due società, ciascuna delle quali detiene il 21,27% delle azioni, mentre le

rimanenti azioni sono possedute da diversi azionisti di minoranza e distribuite in borsa.

La Prisa è un gruppo spagnolo, attivo nell'ambito dei mezzi di comunicazione, che ha

interessi nei settori della stampa, dell'editoria, della radio e della televisione a pagamento.

- 151 -


S P O R T: G I U R I S P R U D E N Z A D E L A C O R T E D I G I U S T I Z I A D E L L E C. E.

Il gruppo Canal+ dirige la divisione europea del cinema e della televisione del gruppo

Vivendi Universal (in prosieguo: il «Vivendi»). Quest'ultimo esercita la propria attività

nei settori della musica, della televisione e del cinema, delle telecomunicazioni,

dell'internet, dell'editoria e dell'ambiente.

7. La DTS Distribuidora de Televisión Digital SA (in prosieguo: la «Vía Digital»)

gestisce e sfrutta una piattaforma televisiva digitale nel mercato spagnolo. Essa è

parimenti attiva nella produzione, acquisto, vendita, riproduzione, distribuzione e

proiezione di ogni tipo di opera audiovisiva. E' inoltre il secondo operatore nel settore

della televisione multicanale a pagamento in Spagna.

8. La Vía Digital è controllata dalla Telefónica de Contenidos SAU (in prosieguo: la

«Telefónica de Contenidos»), società la cui ragione sociale era, fino al 23 ottobre 2002,

Grupo Admira Media SA (in prosieguo: la «Admira»). La Telefónica de Contenidos,

controllata interamente dalla Telefónica SA (in prosieguo: la «Telefónica»), il maggiore

operatore nelle telecomunicazioni nel mondo ispanofono, raggruppa e gestisce le

partecipazioni di quest'ultima sul mercato dei servizi audiovisivi spagnoli e latinoamericani.

Antefatti

9. Il 3 luglio 2002 la Commissione riceveva la notifica, ai sensi del regolamento n.

4064/89, di un accordo, concluso l'8 maggio 2002 tra la Sogecable e la Admira, volto alla

fusione della Vía Digital e della Sogecable attraverso uno scambio di azioni. L'accordo

prevedeva parimenti l'acquisizione da parte della Sogecable della partecipazione indiretta

della Admira alla Audiovisual Sport SL (in prosieguo: l'«AVS»), impresa mediante la

quale la Sogecable e la Telefónica controllano i diritti di ritrasmissione delle partite della

prima e della seconda divisione del Campionato spagnolo di calcio, di altre competizioni,

quali la UEFA Champions League e il Campionato mondiale della FIFA, nonché di altri