anno 20 n° 1/2 2011 - Peoplecaring.telecomitalia.it - Telecom Italia

peoplecaring.telecomitalia.it

anno 20 n° 1/2 2011 - Peoplecaring.telecomitalia.it - Telecom Italia

anno 20 n° 1/2 2011

Periodico quadrimestrale dell’Associazione Lavoratori Anziani Telecom Italia Marche e Umbria

Periodico a diffusione interna - Spedizione in abbonamento postale - art. 2 comma 20/C Legge 662/96 - Filiale di Ancona


SENIORES

ALATEL

ASSOCIAZIONE LAVORATORI SENIORES TELECOM ITALIA

CONSIGLIO REGIONALE DELLE MARCHE UMBRIA

Direttore editoriale

Bruno Terranova

Direttore responsabile

Franco Panzolini

sommario

sommario

anno 20 n. 1/2 2011

1 EDITORIALE

Sull’unità d’Italia

Hanno collaborato a questo numero:

Antico cronista, R Bislani, A. Bontempi,

B.L. Dominici, E. Gabrielli, P. Guerra,

G. Orlandoni, C. Persichini, C. Pucci,

R. Ragni, M. Ruffini, L. Saccà, F. Sbaffi,

N. Spinelli, B. Terranova, L. Toeschi.

Fotografie, disegni, documenti:

A. Bontempi, B. L. Dominici, S. Fabbri,

E. Gabrielli, P. Guerra, C. Pucci, R. Ragni

M. Ruffini, F. Sbaffi, N. Spinelli.

Fotocomposizione e Stampa:

Scocco & Gabrielli

Via De Gasperi, 46 - Corridonia (MC)

Tel. 0733.203747 - www.scoccogabrielli.it

Grafica

A. Bontempi. R. Ragni

Consulente grafico

Umberto Speranza Perticarini

Sede Direzione editoriale:

C.so Stamina, 46 – 60123 Ancona

Tel. 071.202566 – 071.599128

Sito Internet/Intranet: www.alatel.it

e.mail: alatel.an@alice.it

responsabile: Giuseppe Grieco

Periodico iscritto nel Registro dei Periodici presso

il Tribunale Di Ancona - autorizzazione n. 21

del 18/06/1997

In copertina

Castelfidardo – monum. della battaglia (foto A.

Bontempi)

nell’occhiello:

il tricolore d’Italia – (foto A. Bontempi)

2 VITALATEL

Seniority day 2011

TIMO - Terni

Castel Raimondo – Macerata

3 NOTIZIE UTILI

Internet saloon

4 POESIA

Caldarola

5 OPINIONI

Generazione Mille Euro...

21/12/2011... una catastrofe

6 L’INTERVISTA

...il pittore. Sandro Fabbri

7 L'ANGOLO DELLO CHEF

Cucinare come... allora

8 ARGOMENTI

Perugia, città della musica

... un cuore grande

Castelfidardo per l’unità d’Italia

Civita, la città che muore

L’Orsa Maggiore

Nascita ordne francescano

Salute... è crisi

Fantasy

in IV di copertina:

Ven.le Servo di Dio Giovanni Paolo II p.p.

(olio su tela -120x180 - di Sandro Fabbri)


Sull’unità d’Italia

Bruno Terranova

Il giorno 17 marzo 2011 è stato elevato al

nobile rango di festa nazionale della nostra

Repubblica per ricordarle e celebrare l’unità

d’Italia.

Molte sono state le località e le circostanze ricordate

dai “media” a testimonianza del ruolo di preminenza

da loro svolto nella costituzione dell’unità

d’Italia. Tra queste, meriterebbero particolare menzione

ed appropriato ricordo anche talune realtà

territoriali umbre e marchigiane, tra queste, la Cit

di Castelfidardo.

La battaglia ivi svoltasi il 18 settembre 1860, più

propriamente alle pendici del colle del Monte Oro

e nella vallata del fiume Musone, tra l’esercito pontificio

del gen. Lamoriciere e quello piemontese

guidato dal gen. Cialdini – risultato poi vincitore –

fu probabilmente decisiva in quanto l’esercito “italiano”,

con la vittoria, cementò col sangue l’unificazione

delle terre del Nord con quelle del Sud.

Castelfidardo ebbe quindi un ruolo rilevante nella

costituzione dell’unità d’Italia avvenuta poi con la

presa di Roma del 20 settembre 1870 (Breccia di

Porta Pia) che segnò la fine dello Stato Pontificio e

del Potere Temporale dei Papi con l’annessione

della città eterna al Regno d’Italia.

In memoria della battaglia di Castelfidardo nel

1910, in occasione del suo cinquantenario, fu commissionato

un monumento, realizzato dallo scultore

Vito Pardo, in ricordo dei caduti di entrambi gli

schieramenti.

L’inaugurazione dell’insigne opera, una volta completata,

avvenne in Castelfidardo il 18 settembre

1912 alla presenza del re d’Italia Vittorio

Emanuele II.

E ditoriale 1


A rgomenti 2

Perugia: città della musica

Nello Spinelli

E’

negli anni immediatamente prima e dopo la

Seconda Guerra Mondiale che Perugia evidenzia

la sua vocazione di «città della

musica», attraverso l’attività della

Fondazione Sagra Musicale Umbra nel

1937 e dell’Associazione concertistica Amici della Musica

nel 1946.

Entrambe le istituzioni nacquero sotto l’egida dell’Università

per Stranieri («Regia Università», ancora nel 1937), ove il

fondatore della «Sagra», il senatore Carlo Guido Visconti di

Modrone, teneva lezioni sulla storia della musica italiana sul

finire degli anni ’30 ed ove, dieci anni più tardi, era di stanza

la «Army School of Education» dell’VIII Armata inglese,

che diede vita ad un «Comitato anglo-italiano per i concerti»,

dal quale sarebbe scaturita l’Associazione Amici della

Musica.

Il festival della Sagra Musicale Umbra – il più antico a livello

nazionale, dopo il Maggio Musicale Fiorentino, nato nel

1933 – e la stagione concertistica degli Amici della Musica –

che si sviluppa da ottobre a maggio – furono animate per

oltre 40 anni da due personaggi di eccezionale spessore culturale:

Francesco Siciliani per la «Sagra» e Alba Buitoni per

gli Amici della Musica. A sostegno della loro attività, la presenza

di Aldo Capitini, infaticabile apostolo del pacifismo, a

cui si deve, tra l’altro, l’ideazione della “Marcia della Pace”

Perugia-Assisi.

Sin dalla sua prima edizione la «Sagra» si votò alla musica

sacra e a composizioni dall’alto contenuto spirituale, identificandosi

con le radici della terra umbra, che aveva dato i natali

a San Benedetto, San Francesco e Santa Chiara.

Moltissime musiche sinfonico-corali dei secoli scorsi, oggi

molto conosciute, non erano mai state eseguite prima in Italia

e l’elenco delle prime esecuzioni italiane della «Sagra» è

davvero eccezionale: tra le altre furono eseguite composizioni

di Bach, Haendel, Haydn, Mozart, Schubert, Mendelssohn

e Dvorak, per limitarci ai nomi più noti.

Non sono da meno i nomi degli esecutori chiamati da

Siciliani: nel primo dopoguerra, l’Orchestra Sinfonica di

Vienna e il Coro della Wiener Singakademie erano «stabili»,

anno dopo anno alla Sagra Musicale, dove si esibivano sotto

la direzione di celebri direttori come Thomas Beecham, Karl

Böhm, Sergiu Celibidache e Herbert von Karajan (quattro

concerti tra 1950-52). Altrettanto celebri i nomi dei cantanti:

uno fra tutti, quello di Maria Callas ventiseienne, interprete

nel 1949 di un oratorio barocco di Alessandro Stradella.

La «Sagra» si identificò ben presto soprattutto con un luogo

di rara bellezza (e dall’acustica eccezionale), l’Abbazia benedettina

di San Pietro a Perugia; gli Amici della Musica trovarono

come prestigioso luogo per le loro esecuzioni la Sala

Maggiore della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel corso degli anni gli Amici della Musica, grazie all’attività

appassionata di Alba Buitoni, portarono a Perugia i più

famosi strumentisti e complessi cameristici, da Benedetti

Michelangeli a Rubinstein, da Oistrakh a Rostropovich, da

Pollini ad Accardo, dal Quartetto Italiano al Quartetto

Amadeus.

Il Teatro Morlacchi ospitò i più celebri direttori, da

Furtwängler a Bernstein, da von Karajan a Mravinskij, da

Abbado a Muti, da Cantelli a Giulini, da Boulez a Rattle.

In un’epoca quando la radio e il grammofono non erano

ancora presenti in tutte le case, gli Amici della Musica proponevano

dei cicli – con uno spirito dichiaratamente «educativo»

- di musiche fondamentali per la comprensione della

musica classica.

Durante gli anni ’60-’70 gli Amici della Musica si imposero

a livello internazionale soprattutto per l’inserimento, nel programma,

della musica contemporanea; Berio, Boulez,

Bussotti, Feldman, Nono e Stockhausen, tennero numerose

prime esecuzioni a Perugia.

Nel contesto di Perugia città della musica, si inserisce a pieno

titolo, dal 1973, La Fondazione Umbria Jazz, che ebbe il


merito di aprire la strada ad espressioni musicali diverse;

peraltro, nel 1974 Siciliani programmò 12 recite del musical

americano «Godspell» e gli Amici della Musica, che nel

1960 avevano ospitato il Modern Jazz Quartet, stabilirono

una collaborazione con il festival Umbria Jazz durante tutti

gli anni ’90.

Nel 2003 la Fondazione Sagra Musicale Umbra e

l’Associazione Amici della Musica si fusero nella

Fondazione Perugia Musica Classica O.n.l.u.s.; soci fondatori

il Comune di Perugia, la Fondazione Cassa di Risparmio

di Perugia, l’Associazione Amici della Musica,

l’Associazione Sagra Musicale Umbra.

Oltre a svolgere la sua attività istituzionale, la Fondazione ha

orientato il proprio impegno anche ad un progetto scuole,

realizzando concerti divulgativi per gli istituti scolastici

(scuole elementari, medie e superiori) di Perugia e Provincia.

Atutt’oggi, sono stati realizzati oltre 320 incontri con 18 programmi

diversi, coinvolgendo oltre 65.000 giovani.

Veniamo ad oggi: l’ultima edizione della «Sagra Musicale

Umbra», la 65 a , che si è conclusa il 19 settembre 2010, ha

percorso in 9 giorni di concerti distribuiti in 9 Comuni della

regione, un pellegrinaggio “dell’anima”, da Pergolesi a

Schumann, presentando, tra l’altro, l’unico concerto italiano

eseguito dai 110 giovani della splendida Gustav Mahler

Jugendorchester di Vienna. Il programma del festival ha

posto particolare attenzione alle musiche di un compositore,

forse ingiustamente trascurato, il fiorentino Luigi Cherubini

nel 250° anniversario

della nascita.

Moltissime recensioni

giornalistiche a

livello nazionale

hanno evidenziato il

valore artistico di

questa edizione.

E’ anche iniziata la

stagione 2010/2011

degli Amici della

Musica, che riserva

uno spazio privilegiato

a vari celebri

pianisti internazionali

al loro debutto

nel capoluogo

umbro. La stagione

è altresì caratterizzata da due grandi appuntamenti sinfonici,

l’uno a dicembre con l’Orchestra Nazionale Russa e l’altro a

maggio, in chiusura di stagione, con l’Orchestra Sinfonica

della Radio Svedese.

A rgomenti 3

La 4° di copertina (olio su tela cm.120x180 di Sandro Fabbri) è l’omaggio che questa redazione vuole rendere ad un grandissimo

uomo del nostro tempo: Giovanni Paolo II. Abbiamo chiesto a mons. Giuseppe Orlandoni, Vescovo di Senigallia,

un pensiero di commento e di dedica. Eccolo:

GIOVANNI PAOLO II

Un cuore grande

E’ stato definito in tanti modi, ma è certo che Papa Giovanni Paolo II, ora proclamato Beato a tempo di record,

è stato per tutti un padre e un amico: nessuno gli è stato estraneo; a tutti, particolarmente ai giovani e ai sofferenti,

ha cercato di essere vicino.

Karol Wojtyla, animato da una grande fede, è stato davvero un pastore universale. Ha viaggiato instancabilmente

per portare ovunque un messaggio di pace. Ha segnato la storia: ha dato una decisiva spallata allo sgretolamento

di muri e al crollo di regimi totalitari. Ha denunciato con forza l’assurdità della guerra e la violazione

dei diritti umani. Non sempre è stato compreso; c’è anche chi lo ha criticato. Ma la gente in ogni angolo della

terra lo accoglieva e lo ascoltava: dava speranza.

Restano impresse le parole pronunciate all’inizio del suo pontificato che hanno poi caratterizzato tutta la sua

missione: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”.

In un’epoca di crisi e di disorientamento il messaggio del nuovo Beato dice una cosa sola: il mondo ha bisogno di

ritrovare i veri valori.


A rgomenti 4

21/12/2012:

una catastrofe ci salverà?

Fabrizio Sbaffi

C

on l’avvicinarsi del 21/12/2012, i mezzi

di comunicazione ci allarmano spesso

sulle catastrofi e conseguente (presunta)

fine del mondo che avverrà, secondo le

profezie dei maya, in questa fatale data.

Cosa succederà, in effetti, il 21/12/2012?

Semplicemente nulla che non sia già successo altre

centinaia di volte negli ultimi 4,6 miliardi di anni e

che succede ogni giorno, impercettibilmente, senza

che nessuno di noi se ne accorga.

In quella data avrà termine il ciclo dell’oro, uno dei cinque,

della durata di 5.125 anni ciascuno (totale 25.625

anni), calcolati dagli astronomi/astrologhi Maya. Anche

questo popolo aveva osservato, in tempi remoti, il fenomeno

della precessione degli equinozi.

Non voglio tediarvi con nozioni di astronomia spiccia

ma credo che spiegare di cosa stiamo parlando a chi

non mastica di astronomia non sia male. In parole

povere, l’asse terrestre, attualmente inclinato di

23°,27’ rispetto al piano dell’eclittica e causa dell’alternanza

delle stagioni, non è fermo ed immutabile

ma possiede un lento movimento circolare attorno al

proprio baricentro; tanto per rendere l’idea, gli astrofili

lo equiparano al movimento di una trottola al termine

della corsa. Al mutare della posizione sulla circonferenza

virtualmente descritta da uno dei due poli,

variano anche le stelle visibili in cielo. Per questo

motivo, l’equinozio di primavera, che a partire dagli

antichi babilonesi avveniva mentre in cielo troneggiava

la costellazione dell’Ariete, si è successivamente

spostato nei Pesci (non per niente assunto a proprio

simbolo dai primi cristiani); ora si sta avvicinando

all’Acquario. Ovviamente i nomi delle nostre costellazioni

non corrispondono a quelle dai Maya ma il

fenomeno è lo stesso.

Anche la durata della precessione (anno platonico),

calcolata in 25.786 anni da Ipparco di Nicea (attorno

al 130 A.C.), coincide (+ o -) con i calcoli dei Maya.

Oltre a quanto sopra esposto, altre conseguenze

saranno il lento mutare delle stagioni, che non saranno

più “quelle di una volta” e la variazione della stella

che indica il polo nord celeste. Tra 12.000 anni la

nuova polare sarà la brillante Vega, nella costellazione

della Lira… chi vivrà, vedrà.

Ma… a proposito di catastrofi: quale sarà la più probabile

fine del genere umano, al di là di ipotesi fantasiose,

probabilità quasi certe, e certezze provate?

Potrà il genere umano sopravvivere ad una catastrofe che

generi estinzione di massa? Quali strategie potrà adottare

l’homo sapiens per evitare la propria estinzione?

In effetti, esistono dei rischi che la vita sulla terra

possa scomparire totalmente.

Quali sono?

Rischio n.1: (non è un rischio, è una certezza) per

effetto delle leggi che regolano la vita e l’evoluzione

stellare, fra qualche milione di anni il sole si espanderà

tanto da inglobare in se tutto il sistema solare,

diventando una gigante rossa.

E’ evidente che per questa causa, certa, di estinzione,

un po’ di tempo ne abbiamo. Però, chi ha tempo non

aspetti tempo. E’ già ora per il genere umano di

attrezzarsi per migrare su altri pianeti.

Ecco quindi la necessità della ricerca spaziale, volta

alla scoperta di pianeti atti ad ospitare la vita (come la

intendiamo noi terrestri, ma questo è un altro discorso)

e di progettare/inventare tecnologie atte a produrre

i mezzi di trasporto necessari per la migrazione (di

massa o di pochi eletti?).


Rischio n 2: sicuramente già verificatosi in passato,

l’impatto di un asteroide o cometa che sia di una certa

dimensione, oltre ai danni immediati da impatto e/o

del conseguente tsunami, causerebbe conseguenze sul

clima di portata e durata non facilmente quantizzabile.

Il sole verrebbe oscurato dalle polveri sollevate

dall’impatto per lungo tempo; avrà così origine una

sorta di inverno artificiale. Conseguenze? No luce, no

piante; no piante, no carne; no carne né piante, no

magni; no magni, si mori.

Chi ci capisce si è già da anni attrezzato per scoprire

gli oggetti PHA (Potentially Hazardous Asteroids)

attraverso un costante monitoraggio del cielo; sulle

riviste di astronomia vengono comunemente riportate

notizie di passaggio di questi killer celesti e la relativa

distanza dall’orbita terrestre. Qualche tempo

addietro, nonostante il monitoraggio, gli osservatori

hanno riscontrato il passaggio di un meteorite di

massa consistente, che nessuno aveva notato prima. Il

motivo? Il sasso spaziale sorgeva ad Ovest con le

prime luci del giorno e procedeva verso la Terra

occultato dalla luce del sole.

grande pericolo di estinzione della propria specie.

I correnti comportamenti ambientali, economici,

sociali, energetici, morali, ci hanno condotto all’orlo

del baratro. Per la fine manca solo quel piccolo quid

che, come dicono i politici, ci faccia fare “un passo

avanti”. E saranno probabilmente globalizzazione,

progresso tecnologico e medico le cause scatenanti di

questo “passo avanti”. Quanto sto per illustrare sarà,

probabilmente, sgradito ai più.

La globalizzazione, forse buona come intenzione, si è

rivelata una trappola infernale che, invece di innalzare

il tenore di vita “globale” lo ha, di fatto, ridotto

anche nei paesi, presunti o reali, benestanti e condotto

ad una guerra, finora solo economica, tra i popoli

del mondo. E’ un gioco senza arbitri e regole “globali”

condivise, regole stabilite dove, come e quando gli

pare da chi ha più potere. Ecco quindi lo sfruttamento

dell’uomo sull’Uomo, una nuova forma schiavitù,

fatta di minacce e ricatti, assenza di diritti e sicurezza

del e nel lavoro, deterioramento e sfruttamento, quanto

meno “allegro”, dell’ambiente.

Una speranza dei popoli senza prospettive nel futuro

A rgomenti 5

Contro un impatto spaziale di una certa portata non ci

sono rimedi di sorta.

Rischio n. 3: catastrofe da supervulcani. Si definisce

supervulcano un vulcano la cui caldera, cioè la

depressione che si forma sotto il vulcano dopo che

questo ha esaurito l’espulsione del magma, ha un diametro

di almeno 60 Km. I supervulcani noti sono

Yellowstone e Bishop Tuffs negli USA, Toba in

Indonesia, Taupo in Nuova Zelanda; quelli in osservazione

e papabili come tali sono i Campi Flegrei,

(qui, dietro l’angolo), e alcuni vulcani della

Kamchatka, Aleutine e Giappone. Qualora uno di

questi “monticelli” un giorno decidesse che è giunto

il momento di svegliarsi, porterebbe a conseguenze

estreme e forse peggiori rispetto alla caduta di un

asteroide. I vulcani attivi vengono costantemente

monitorati per allertare le popolazioni in caso di allarme.

Dubito fortemente, però, che possa esistere una

qualsiasi forma di difesa da un evento così catastrofico,

le cui conseguenze (terremoti, eruzioni, nubi piroclastiche,

ceneri) sarebbero paragonabili, se non

superiori, a quelle causate dalla caduta di un “breccio

spaziale”.

Ma, secondo me, il pericolo di estinzione di massa più

probabile non sta né nell’alto dei cieli né nel profondo

degli inferi. E’ proprio l’Homo Sapiens stesso il più

immediato o sfruttati da questa new economy, sta nel

cercare una soluzione da qualche altra parte del

mondo. Da qui nasce l’immigrazione verso i paesi più

industrializzati. Per un disperato, qualsiasi cosa va

bene, pur di sopravvivere; ecco i lavori in nero, i crimini

contro il patrimonio, la prostituzione. Oltre questo,

l’offerta di mano d’opera a basso costo, al di fuori

delle regole vigenti in qualsiasi paese industrializzato,

porta ad un’ulteriore concorrenza (sleale) nei confronti

di quanti nel paese ospitante stanno cercando di

entrare o rientrare nel mondo del lavoro, avendolo

perduto a causa della concorrenza (sleale perché

senza regole) di altri paesi.

Si crea così il clima di diffidenza e insofferenza nei

confronti del migrante.

In un ambiente deteriorato, ha facile presa ogni sorta

di fondamentalismo, sia religioso sia etnico; le religioni

cavalcheranno l’onda delle tensioni sociali scatenate

dalle incomprensioni tra culture, ovviamente,

diverse; i fondamentalisti (di qualsiasi parte siano) ed

i capitalisti, che dalle disgrazie trovano sempre il

modo di trarre profitto, avranno buon gioco a far

accendere conflitti, che una volta avvampati, visto il

proliferare incontrollato di armi atomiche e biologiche,

non è possibile prevedere a quali conseguenze

portino.


A rgomenti 6

Aggiungiamo che:

-con l’automazione esasperata della produzione e

delle tecnologie dei servizi non ci sarà lavoro per tutti

-la popolazione mondiale sarà in aumento nei prossimi

decenni per effetto della diminuzione della povertà

nel mondo [diminuzione prevista e “programmata”

entro il 2015(???), così ho sentito alla radio]

-la vita media dei popoli “benestanti” aumenta sensibilmente

anno dopo anno

-la medicina oggi cura (e guarisce?) malattie che

appena un secolo fa erano mortali

-non esistono più (o ancora?) malattie (nuove?) capaci

di ridimensionare drasticamente la popolazione

umana (ricordate la peste del Manzoni? All’epoca la

popolazione europea si ridusse di un terzo)

-l’aumento della popolazione mondiale causerà una

richiesta superiore di cibo (e acqua)

-è stato annunciato che, se oggi scoppiano le guerre

per la conquista delle fonti di energia (leggasi petrolio),

tra non molto le guerre scoppieranno per la conquista

di un bene ancor più raro e prezioso: l’acqua,

quell’acqua che viene impunemente sprecata e inquinata

da personaggi senza scrupoli con discariche abusive,

lavaggio delle stive delle petroliere in mare, e

chi più ne ha più ne metta.

-occorrerà sconvolgere l’ecosistema per procurare

cibo a tutti; un paio di esempi? La deforestazione

dell’Amazzonia, il polmone verde del pianeta, o l’irrigazione

del deserto del Sahara, siamo certi che non

avranno influenza sul clima?

-ci saranno ancor più forti spinte migratrici verso i

paesi, anche quelli ora chiamati emergenti, in cui sarà

concentrata la produzione di beni e servizi

-i nuovi flussi migratori causeranno (come già oggi

accade) intolleranze ancora maggiori tra le diverse

etnie e religioni

Una piccola, ma piccola, catastrofe naturale, una

catastrofe “globale”, preferibilmente solo potenziale

e che non si avveri, ma tale da fare stringere il .... a

tutti i terrestri, sarà capace di unire tutti gli esseri

umani?

Potrebbe dare la sveglia ai potenti della terra e far

cambiarle politiche ed il modo di gestire le risorse,

non infinite, di questo martoriato pianeta?

E gli eventuali sopravissuti (fortunati o sfortunati?)

sapranno ricostruire una società realmente civile o

rimarrà in stato di abbrutimento?

Qualcuno ha una risposta?

Quando Telecom si chiamava

Timo

Carlo Pucci

U

na cosa che mi ha fatto piacere è stato

ritrovare una foto dei “vecchi colleghi

dell’allora TIMO.

Tanti di loro non ci sono più, ma tutti

hanno lasciato un ricordo in me, di

come una volta ci si relazionava nel mondo del lavoro;

faceva piacere vedersi la mattina, perché prima

che colleghi eravamo amici.

Nel lavoro duro non c’era l’antagonismo che c’è

oggi, non ci si ammalava di stress, ma di mani e braccia

doloranti; non ci si apostrofava con parola pesanti,

ma si rideva prendendoci in giro ed il lavoro scorreva

velocemente in armonia.

E dopo il lavoro era ancora meglio: tornei di ogni

genere, gite ovunque, feste e cene tra di noi.

Oggi le cose sono cambiare, tutto scorre più veloce e

spesso si perdono i veri valori della vita. Anche sul

lavoro, tra colleghi, ci si conosce molto poco, spesso

ci ignoriamo, ma tutto questo è dovuto ad un mondo

sempre più tecnologico; per dire una cosa al collega

dell’ufficio a fianco, si spedisce una e.mail o un sms..

Non ci sono più relazioni di una volta, quelle veraci,

come veraci erano gli operai delle TIMO di questa

foto. Ma chi la vuole più una foto dei colleghi oggi?

Meditate gente, meditate!


Orsa Maggiore

Mauro Ruffini

Evocata nei miti, nelle leggende e nei racconti

tradizionali di molti popoli, l’Orsa Maggiore

è una delle costellazioni che più hanno stimolato

l’immaginazione degli uomini.

La costellazione dell’Orsa Maggiore, assai

conosciuta, è anche una delle più grandi. E’ nota soprattutto

per un gruppo di sette stelle che formano il cosiddetto

Grande Carro. Gli antichi Latini identificarono tale

asterismo come un gruppo di sette buoi; altri popoli vi

videro un mestolo o una pentola, oppure un aratro.

Cinque delle sette stelle del Grande Carro fanno parte di

un’associazione stellare, cioè di un gruppo di stelle effettivamente

vicine fra loro, al contrario di quanto accade

normalmente, per cui stelle appartenenti a una stessa

costellazione sono in realtà molto lontane le une dalle

altre. E’stato possibile scoprire questo fatto misurando le

distanze delle stelle da noi e osservando i loro moti propri;

quelli delle cinque stelle erano molto simili; pertanto

gli astri dovevano appartenere ad un unico gruppo.

L’Orsa Maggiore serve come punto di partenza per trovare

alte costellazioni. Per identificarla basta guardare

verso nord: il termine “settentrione” deriva, infatti, dai

septem triones (sette buoi) latini, visibili verso nord.

La stella più interessante della costellazione è Zeta Ursae

Majoris (magnitudine 2,5) o Mizar, una notevole stella

multipla. Risulta, infatti, composta da due stelle, Mizar

A, la più luminosa (magnitudine 1 2,5) e Mizar B, di

magnitudine compresa fra la quarta e la quinta. Per poterle

distinguere l’una dall’altra, è necessario l’uso di un

telescopio a qualche decina di ingrandimenti. Oggi sappiamo

che queste due stelle non ci appaiono vicine per

uno scherzo della prospettiva, ma lo sono realmente: l’attrazione

gravitazionale esercitata da entrambe le fa orbitare

una attorno all’altra.

A occhio nudo, invece, in prossimità della coppia Mizar

A / Mizar B si scorge una stella di magnitudine 4, Alcor.

Possiamo proseguire l’esplorazione delle stelle di questa

costellazione considerando Alfa o Dubhe (mag. 1,8) e

Beta o Merak (mg. 2,4). Queste stelle pur non mostrando

caratteristiche particolari, sono tuttavia molto importanti

perché permettono di trovare la Stella Polare, che fa

parte della vicina Orsa Minore. Proprio in virtù di questa

loro funzione vendono chiamate “i puntatori della

Polare”. Basta infatti contare lungo la direzione del loro

Ursa Major

allineamento cinque volte la distanza che le separa per

arrivare alla Stella Polare.

Un’altra stella di particolare interesse è Csi Ursae

Majoris o (mag. 3,7), che fu la prima stella doppia di cui

si scoprì il legame gravitazionale fra le due componenti.

La costellazione è circumpolare alle latitudini dell’Italia

(cioè non tramonta mai): si trova sempre sopra l’orizzonte.

L’Orsa è alta sullo zenith all’inizio della notte in primavera;

è bassa sull’orizzonte nord sei mesi dopo, in

autunno. Il suo movimento in cielo avviene in senso

antiorario, quindi dopo il tramonto è visibile in estate

verso nord-ovest e in inverno verso nord-est. Come

Cassiopea, l’Orsa Maggiore costituisce una sorta di

“calendario celeste”: se la si osserva all’inizio della notte

ogni mese, alla stessa ora (attorno alle 22,30), si potrà

notare il suo costante e regolare spostamento in cielo di

circa 30° mensili.

1 La magnitudine apparente (m) di una stella, pianeta o di un altro

oggetto celeste è una misura della sua luminosità apparente, ovvero

quella rilevabile dal punto d’osservazione. È importante notare che un

oggetto estremamente luminoso può apparire molto debole, se si trova

ad una grande distanza: per superare questo problema dato dalle

diverse distanze a cui si trovano gli oggetti celesti, si può introdurre il

concetto di magnitudine assoluta.

A rgomenti 7


V italatel 8

Seniority Day 2011

Adalberto Bontempi

FFuori, oltre il guard-rail, c’è neve, albicante

lenzuolo, mantello lieve, uniforme; e c’è

nebbia ad avvolgere alberi scuri, smagriti,

spogli; volgono al cielo i rami … scheletriche,

adunche mani.

A contrastare la tetraggine esterna, il primo febbraio,

dentro lo ZAN Hotel di Bentivoglio, nei pressi di

Bologna, c’è tanto calore, tanta festa. C’è, inebriante,

il profumo dell’amicizia nata nelle ore dei 25, 30, 35

anni trascorsi lavorando insieme, prima in SIP e poi

in TELECOM Italia. Il sodalizio poggia su basi compatte;

ha radici profonde cementate dal sudore del

lavoro quotidiano, dalle gioie, dai dolori, dalle ricordanze

di questi antichi sodali.

Ore?

Debordano oltre le 50.000 ore 25 anni; sono più di

60.000 per i 30 e, i 35, travalicano le 70.000. Ore?

Giorni, lustri, decenni; un’intera vita trascorsa a fianco

del collega che oggi, grigio il crine, le riconosce

nelle immagini che scorrono sullo schermo. Ognuno

di noi guarda, rievoca e, con emozione, rivive il

tempo andato; la cuffia in testa, il tester ed il giravite

nelle mani, la mazzetta e lo scalpello lassù, in cima

alla montata di scale; il frastuono dei selettori; il borbottare

dell’utente che attende con pazienza e, al di la

del bancone, chiede :”… quando potrò ascoltare quel

tu,tuu, tu, tutuu”. Ah!, dolce profumo di antica giovinezza.

È proprio una bella “invenzione” questo “Seniority

day” che, nell’autunno della vita, dona il giusto premio

a chi ha speso la primavera dell’esistenza

nell’Azienda. Amici!, gustiamo questi prelibati istanti

ed aspettiamo insieme nella vita associativa dei

Seniores TELECOM.

Il “parterre du roi” del Seniority day 2011 allo “ZAN Hotel” di Bentivoglio (BO)


Premiati 25 anni Marche

AGOSTINI SETTIMIO, AMBROGIANI FABIO,

ANNESSI MARCELLO, ANTONELLI BER-

NARDO, BONETTI DANIELA, BRUNACCI

ALESSANDRO, CESARINI GIORGIO, D'AMI-

CO PATRIZIA, DI MARE LUCA, DONATELLI

GIUSEPPE, FILESI MANUELA, FORMICOLA

EDUARDO, GIACCHETTA CARLO, GIORDA-

NI MARCO, LA MARCA PAMELA, LATTANZI

MAURIZIO, LONGHINI ROBERTO, MALATE-

STA MORENA, MONACHESI PAOLO, NISI

GIANNI, ORSETTI MORENO, PACCAPELO

PAOLA, PAZZAGLIA DANILO, PIETKIEWICZ

PAOLA MARIA, ROTATORI GIANCARLO,

SALVI PIETRO, SANCRICCA ARNALDO,

SANNA TOMMASO, SGRECCIA ENNIA,

TALEVI FRANCESCO, TREMOLINI GIOR-

GIO, VENANZONI SANDRO, VERDECCHIA

ARMANDO, VISERTA CLAUDIO.

SILVIA, MASTROGIACOMO RITA, MENGA-

RELLI STEFANO, MICHELINI ERALDO,

MICONI NAZARENO, MORBIDELLI ENRI-

CO, MORONI CINZIA, NOBILI LUIGI, OMIC-

CIOLI GIULIANO, PACI GIORGIO, PAGLIA-

RETTA LUIGINO, PALANCA GIANCARLO,

PANDOLFI SILVANO, PAOLINI MILVIA,

PAPETTI RENZIERO, PENNACCHIONI

CLAUDIO, PESARESI PATRIZIO, PIERGIA-

COMI MASSIMO, PIERINI LANFRANCO,

PIETRONI RITA, PISTOLA GIORGIO, REBOL-

LO MASSIMO, RIPANTI GIOVANNI MARIA,

RODILOSSI BRUNO, SAIN MAURO, SCOLA-

RI CARLO MAURO, SIROLLA SERGIO,

SQUADRINI STEFANO, STRACCIA WALTER,

TRAINI FERRUCCIO, VALENTINI MAURI-

ZIO, VOLPIANI GIAMPIERO, ZUIN LOREN-

ZO

Premiati 30 anni Umbria

V italatel 9

Premiati 25 anni Umbria

ANASTASI LEOPOLDO, BELLI MORENO, CHIE-

RICI MARCELLO, CIOTTI EMANUELA, COLET-

TI ALDO, DE ANGELIS LUCIO, LUCCONI GIO-

VANNI, MENICHINO RAFFAELLA, MICHELI

MAURIZIO, NELLI PAOLO, PASCOLINI MARI-

LENA, POETA PIERPAOLO, REPACE ANTONIO,

RUSSO ANDREA, SALEPPICO STEFANO, SEBA-

STIANI CELESTINO.

Premiati 30 anni Marche

AGOSTINELLI ADRIANA, AGOSTINELLI

ORIETTA, ALBONETTI GIOVANNI,

ANDREUCCI CELESTINO, ANGELINI GIAN-

FRANCO, ANGELOME' ANGELO, ARMINAN-

TE ARTURO, ASCIOTI PAOLA, BARTOLUCCI

ROBERTO, BENEDETTI GIANCARLO, BENI-

GNI GIULIANO, BIANCHI MAURIZIO,

BOCCI MAURIZIO, BOLLETTINI DOMENI-

CO, BONGARZONI GIUSEPPE, BORINI

RENZO, BOSI MARIA ROSA, BUFARINI GIO-

VANNI, BUFFARINI PATRIZIA, CALZOLARI

MARCO, CARDINALI LUCIANO, CARRELLI

MARIA RITA, CASAMASSIMA MARCELLO

ATTILIO, CATALANI LEONARDO, CECCA-

RELLI LOREDANA, CIABOCCO EMANUE-

LE, CICCARELLI ANNA MARIA, CINTI RUG-

GERO, COLASANTI LAURA, CONTI GIAM-

PIETRO, FIGURETTI GIOVANNI, FRATINI

GIORGIO, GABRIELLI ANDREA, GALLOPPA

FABIO, GARA GIANLUCA, GATTAFONI STE-

FANO, GHIANDONI ALBERTO, GUGLIELMI

FAUSTO, MAIOLATESI PAOLO, MANCINI

SERGIO, MARIANI GIULIANO, MARZOLI

BARCACCI RENATO, BELLONI GIAN PIERO,

BOI ANGELO, BRUNELLI MASSIMO, CESA-

RINI ORIETTA, CHIAROTTI SERGIO, DI

LORENZO MAURIZIO, DI STEFANO GIU-

SEPPINA IOLANDA, GIUSEPPINI DOMENI-

CO, LACONI ROBERTO, LUCIDI ALDO,

LUCIDI DANIELE, MANCINI FRANCESCO,

MARIANI SAVERIO, MELCHIORRI STELLA

FABIO, NULLI MARCELLO, PANDOLFI

LUIGI, PAZZAGLIA DONATELLA, ROCCHI

MASSIMO, SETTIMI PIETRO, TARMATI

VALERIANO.

Premiati 35 anni Marche

BALDUCCI MASSIMO, BARBAROSSA LEO-

NELLO, BARTOLOMEI GIOVANNI, BOLLET-

TINI ENRICO, BORSELLINI PALMIRO,

CAPONECCHIA VINCENZO, CARDINETTI

PIERGIANNI, CENTURELLI ALDO, CICALA

ANTONIO, CICCARELLI ADRIANO, FAGNA-

NI STEFANO, FELICETTI LUIGI, FERRETTI

FULVIO, GATTI ANTONIO, LUCIANI STEFA-

NO, MASSACCESI ERMANNO, ORLANDI

GIAMPIERO, PIERONI MAURIZIO, REBE-

CHINI IGNAZIO, SASSI GIORGIO, SCORTE-

CHINI RENZO, SGAMMINI SERGIO, SOVER-

CHIA ALVARO.

Premiati 35 anni Umbria

ADAMI MAURIZIO, BOCO GIOVANNI,

BURUBEO LEONARDO, LUCIANI TIRATI

DOMENICO, MINELLI FRANCO, MONACEL-

LI PASQUALE, PIEROTTI MARIO, VENA-

RUCCI MARIO.


A rgomenti 10

Castelfidardo per l’unità d’Italia

Renzo Bislani*

L’

occasione del compleanno dell’Italia

nazione (150 anni sono tanti, ma portati

bene) con l’esposizione del tricolore,

ci porta a riferire con orgoglio

patriottico alcune brevi note di cronaca

e alcuni flash attestanti la partecipazione di

Castelfidardo e dei suoi figli al grande ideale del

nostro Risorgimento: l’Unità d’Italia..

I prodromi di una nuova era e del cambiamento si

hanno tra il 1797 e il 1799 allorché un Consiglio

popolare viene eletto ed un Governo provvisorio

viene insediato per la prima volta nella nostra città in

conseguenza della invasione francese. Tra i protagonisti

di allora da ricordare: Domenico Francalancia,

Giovanbattista Sciava, Pietro Ghirardelli, Giuseppe

Tomasini e Giacomo Silva intrepidi esponenti repubblicani

che escono dall’anonimato per entrare con

entusiasmo nella schiera dei “nuovi filosofi”.

Napoleone Buonaparte si ferma per qualche ora, con

tutta la carovana imperiale diretta a Loreto, alle

Crocette. E’ il 13 febbraio del ‘97

Un sacerdote ed un laico amministratore comunale, nel

1847, in una visione liberista illuminata, riprendono

quel labile filo rivoluzionario per gettare le basi a

Castelfidardo della nuova strada per la rinascita nazionale.

Mons Luigi Raffaele Zampetti, più tardi vescovo

di Rimini, ed il priore Attilio Sciava prendono contatti

con la Marchesa di Barolo di Torino accompagnata dal

suo segretario Silvio Pellico, il patriota autore de “Le

mie prigioni”, per aprire nella nostra città una scuola

per le fanciulle. Quando nel 1850 le prime suore incominciano

a lavorare, seminando i germi della terza

Italia, i castellani le chiameranno affettuosamente le

Monache de Vettò... (del re Vittorio Emanuele).

Due anni dopo, con l’avvento della Repubblica

Romana, ancora Attilio Sciava, che già diciannovenne

si porta a Bologna nei moti del 1831, assume la

presidenza comunale di un’ulteriore amministrazione

di emergenza, mentre il ventitreenne Settimio

Tontarelli cade a Roma in difesa della Repubblica.

Nel 1856 un altro castellano, il diciannovenne

Raffaele Arcangeli, è fucilato dagli austriaci per

essersi ribellato alla prepotenza straniera.

Un triunvirato: Pietro Francalancia, Francesco Tomasini

e Giovan Battista Sciava firmano il manifesto della

Giunta Comunale provvisoria alla vigilia della battaglia

di Castelfidardo del 18 settembre 1860 che vede la vittoria

delle truppe piemontesi, con al comando il generale

Enrico Cialdini, su quelle pontificie : “In questi

momenti supremi in cui un’armata di italiani spinge

l’abnegazione all’eroismo onde ridonarci la Patria,

nessuna dimostrazione d’amore è troppa inverso questi

che quasi non siam degni di chiamare fratelli....”.

Concittadini si adoperano generosamente per la cura dei

soldati feriti raccolti nella chiesa di San Francesco e per

il sostentamento logistico dell’esercito sardo nella

“guerra del 1860” com’è scritto nei verbali consigliari.

Il 22 agosto 1861 infine, il nostro Attilio Sciava è il

primo Sindaco di Castelfidardo del Regno d’Italia,

dopo la raggiunta unità nazionale. Un membro della


nobile famiglia Sciava che tutto ha dato per il

Risorgimento Italiano, un degnissimo rappresentante

della nuova Italia per il quale non v’è una piazza o

una via castellana che ricordi il suo nome.

Nell’aria si ode ancora l’ “Inno a Castelfidardo” di

autore ignoto, pubblicato dalla tipografia Cortesi di

Macerata subito dopo la battaglia:“...Allora alle

lande tornate e alle selve/ e l’onta e il dispetto celate

colà./ Non v’offre l’Italia più vitto e fortuna/ Redenta

la Patria e LIBERA ed UNA il braccio disdegna d’ingordo

stranier....”

Una voce però si leva discorde ed è quella del Canonico

Giuseppe Cattarelli. Nel manoscritto conservato nell’archivio

storico castellano: “Sopra gli Statuti di

Castelfidardo del 1580. Riflessioni”, databile 1840, l’erudito

sacerdote elogia il tempo passato quando ogni comune

si governava autonomamente, seppur sotto la giurisdizione

della Chiesa: “La necessità di dover rettificare nella

popolazione quell’agognato amor nazionale di cui si servono

come di ordigno principale i settari del secolo.... Sua

Santità Gregorio XVI non trascura ogni mezzo possibile

onde ridonar ai suoi sudditi quella tranquillità e quella

pace che una infinita vicissitudine di sciagure rapì violentemente

a questa, una volta felice, contrada. A questa

meta desiderata giungere non si puote se non si ritorna a

quelle antiche istituzioni formate dall’esperienza, comprovate

da secoli, sanzionate dalla comune felicità. Tempi

felici dei quali non rimane che una languida rimembranza

ed un ardente desiderio! Tempi felici in cui tutto il

popolo di una città riunito per un solo scopo, di attendere

alla retta amministrazione patria col formar leggi salutari

adattate nella circostanza, alla località, al genio, al

vizio predominante del luogo...”.

Dopo centocinquanta anni di virtù patria, di eroismo

e di martirio

nazionale si parla

anche di secessione.

Risponde

ai nuovi tribuni il

poeta Giosuè

Carducci:

“Altrimenti Roma

non è italiana, e

in Castelfidardo,

Mentana e Porta

Pia il sangue italiano

fu sparso

non so perche’ e non so per chi!”

Ecco alcuni attestati di italianità: nel 1900, Cesare

Romiti, emerito docente osimano, detta l’epigrafe indirizzata

al garibaldino Felice Cavallotti: “I prodi di

Castelfidardo / attestarono con la morte l’unità della

Patria / Felice Cavallotti / con la vita intera insegnò /

esser nome vano la patria / senza libertà, moralità, giustizia

/...” Giovanni Mestica, letterato e deputato al parlamento,

in un altro marmo scrive: “A perenne ricordo

della battaglia ... ond’ebbe felice evento l’eroica impresa

per l’unità e libertà d’Italia. Il municipio celebrando

l’anniversario del glorioso fatto consacrato nella

storia col nome di questa Terra.”

Nove anni dopo Camillo Pariset, illustre docente del

liceo ginnasio anconetano, nella sua orazione

all’Ossario dei Caduti della Battaglia di Castelfidardo,

realizzazione voluta con tutte le forze dall’ingegnere

Antonio Bianchi autore del progetto, così si esprime:

“...O festante e bella città di Castelfidardo che il guardo

protendi alla splendida valle del Musone, o nobile

città che accogliesti ospitale il povero Silvio Pellico

ormai affranto negli spiriti e nel fisico dal dolore

decennale dell’infame carcere austriaco; o gentile cit

che ospiti oggi si onorata corona di valentuomini; o

nobilissima e forte città che nel tuo florido grembo

aduni un’istoria tanto precorritrice e significatrice,

custodisci gelosa e orgogliosa il monumento che in

segnacolo dei più alti fati e dei più buoni auguri per la

terza Italia a te si accomanda e si commette; custodiscilo

per la tua fiera gloria, o Castelfidardo, per la gloria

delle Marche nostre, e per la gloria della nostra

grande Patria italiana”.

Nel 1912 in occasione della inaugurazione del

Monumento, opera egregia dello scultore Vito Pardo

sostenuta non solo dal conte Ernesto Garulli presidente

del Comitato ma soprattutto dall’allora Sindaco

Paolo Soprani, l’illustre oratore anconetano Arturo

Vecchini fa incidere nella cappella sacrario queste

parole: “Qui condottiero Enrico Cialdini le milizie

eroiche nostre ricongiunsero le Marche alla Patria,

la via di Roma indicando ed aprendo...” mentre nel

suo appassionato discorso dirà: “ Qui a Castelfidardo

il diritto si fece forza: forza armata e vittoriosa.... qui

sorse il fatto ed il grido che precorse e annunziò la

caduta finale; qui fu cinta, oltre e più che nell’amplesso

ideale, nella prima effettuale stretta liberatrice,

la grande madre Roma, eterno sospiro nostro ed

orgoglio...Questa piccola Castelfidardo, ieri ignota

alle genti, di tanto fu benignata da Dio, che ebbe

compito di mediatrice e precorritrice, compito e

nome d’avanguardia nell’ora grande di storia.....”

Dei nostri anni infine è l’allestimento del “Museo del

Risorgimento e della Battaglia di Castelfidardo”. Le

sale museali, curate dal Presidente Eugenio Paoloni e

dal sovrintendente prima Massimo Coltrinari e dopo

Gilberto Piccinini, offrono la testimonianza pregnante

e viva di quel segmento di storia caratterizzato da

grandi eventi, radicali e memorabili.

L’unità nazionale non è vuota retorica, ma un valore

sacrosanto da difendere.

(*) Presidente onorario Centro Studi Storici Fidardensi Castelfidardo.

A rgomenti 11


A rgomenti 12

Civita la “Città che muore”

Paolo Guerra

Civita di Bagnoregio, patria del monaco-filosofo

francese S.Bonaventura, ha origini antichissime.

Al confine con l’Umbria, in vista della

valle del Tevere, essa si adagia su un colle

cuneiforme di origine tufacea, di 443 m sul

l.m., stretto fra i due burroni del Rio Chiaro e Rio Torbido.

Alle spalle e tutt’intorno si espande, suggestiva e maestosa,

la grande vallata incisa dai “ calanchi “, creste argillose dalla

forma ondulata, talora esilissima, resa più aspra da pareti

ardite e torrioni imponenti, come la cosiddetta “ Cattedrale “.

Così il borgo rossiccio di Civita sembra ergersi, solitario e

suggestivo, come un’ isoletta sperduta nella immensità dei

calanchi con la surreale sensazione di assistere ad uno scenario

di natura immobile ed eterno.

In realtà l’animo del visitatore si strugge al pensiero che queste

rupi argillose, e quindi instabili, modellate incessantemente

dalle acque dei due torrenti e dalla pioggia, piano

piano eroderanno e trascineranno a valle il borgo superstite,

già dimezzato e ferito da numerosi terremoti e frane avvenute

nel corso dei secoli.

Ancor più struggente e impossibile il pensiero che il borgo

possa morire quando, durante la primavera, luminose, allegre

e fitte ginestre ricoprono qua e là i grigi e polverosi calanchi.

Eppure fu proprio l’abbondanza delle acque e la ricchezza

della vegetazione che spinsero, fin dall’antichità, gli uomini

ad insediarsi in questi luoghi.

Abitata fin dall’epoca villanoviana ( IX – VIII sec a.C ),

divenne insediamento etrusco, periodo di cui rimangono

molte testimonianze, la più importante delle quali è il cosiddetto

“ Bucaione “, un profondo tunnel che dal borgo prepara

l’accesso alla valle dei calanchi.

Nel 265 a.C., con l’arrivo dei Romani, furono riprese le grandi

opere di canalizzazione delle acque piovane già intraprese

dagli etruschi, anche per contrastare il problema di sismicità

e instabilità dell’area. Venne così anche consolidato il valore

di centro commerciale di Civita, situata a cavallo della strada

che da Bolsena conduceva al Tevere, allora solcato dalle navi

mercantili. Ma proprio la sua prossimità alle grandi vie del

commercio ha creato la crisi del ricco borgo, perché, con la

caduta dell’ Impero romano, dopo il 410 d.C., esso si trova

sottomesso alle scorrerie dei barbari, fino alla sua liberazione

da parte di Carlo Magno.

La storia di Civita, sempre intrecciata a quella di Bagnoregio,

a cui è collegata anche oggi da un ardito ponte di 300 mt.,

vide così alternarsi dei momenti di pace ad eventi drammatici,

fino a che esso non cadde definitivamente sotto il dominio

dello Stato della Chiesa.

Lasciati in sospeso per secoli i lavori di regolarizzazione

delle acque ed anche a causa dell’intenso sfruttamento agricolo,

cominciò il declino della cittadina, che subì un terribile

terremoto nel 1695, seguito nel 1764 da una fortissima frana,

che la dimezzò e la trasformò in un umile borgo agricolo.

Divenuta così per molti anni un borgo fantasma e pubblicizzata

da decenni come la “Città che muore “, in realtà Civita

sta ritornando a vivere grazie ad un flusso turistico, anche di

provenienza straniera, sempre crescente.

Il borgo, esaltato da splendidi panorami e dalla bellezza del

paesaggio, appare oggi, esempio unico in Italia, come un villaggio

medioevale immutato nel tempo, quasi fosse un

museo.

Vi si accede dalla scenografica Porta Santa, aperta da un arco

in peperino sormontato da una loggia a tre finestre. La porta

si avvale di bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un

uomo con gli artigli, metafora della cacciata, nel Medioevo,

dei Signori Monaldeschi.

Dopo una prima piazza circondata da modeste casette e

palazzi signorili, si accede alla pittoresca piazza, pavimentata

con breccia e terriccio, in cui spicca l’ ex Duomo di S.

Donato, nell’interno del quale si conserva un pregevole crocifisso

ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso ed a cui è

legata una particolare processione del Cristo Morto.

La visita del borgo continua tra cortili, piazzette, archetti,

case medioevali e rinascimentali ornate da bifore, contrafforti

e portali. E passeggiando nel dedalo tortuoso di viuzze

spesso affacciate sul vuoto, lo sguardo si perde tra scorci

suggestivi verso la valle dei Calanchi che, secondo le ore del

giorno, si colora di varie tonalità in un gioco mutevole di luci

e ombre di un quadro paesaggistico al limite del surreale.


Castelraimondo

Corrado Persichini

Terre delle Armonie

L

a linea dell'orizzonte è sostenuta dalla

bellezza della campagna, dalla dolcezza

delle colline, dal gioco delle luci, dalle

lente trasformazioni dei colori.

L'essere tra il mare e i monti (secondo

l'indicazione leopardiana) ci suggerisce di trovare

una collocazione che non sia soltanto geografica, ma

esige l'innesto "natura-poesia".

Stupende valli che portano dal mare ai monti. Partiti

da lievi colline per approdare ai contrafforti

dell'Appennino, vicino alla struggente bellezza dei

Monti Sibillini. Siamo giunti e, come dice il poeta

drammaturgo Ugo Betti: "Camerino... La si vede

quasi con meraviglia, uscendo dai monti, sul cucuzzolo,

di un colle eminente, isolato. Un forestiere che

salisse fra la nebbia se la troverebbe davanti come

un'apparizione...il suo profilo lontano esprime un

desiderio di Signoria".

Noi guardiamo felici ed ancora una volta rimaniamo

estasiati.

Sostiamo in piazza Cavour, splendido complesso

architettonico dove si affacciano il Palazzo Ducale, il

Palazzo Arcivescovile a portici e l'imponente

Cattedrale. Al centro la statua del Papa Sisto V.

Dal bel cortile rinascimentale del Palazzo Ducale,

voluto da Giulio Cesare da Varano, andiamo alle terrazzine

per godere lo splendido panorama. Ci è sembrato

di " ...di sentire il vento dei monti...Si sentiva un

suono sommesso dolce...u..u..u..u..mi piaceva tanto.

Rimanevo incantato a sentirlo" (Ugo Betti. "Il vento

notturno").

Poi seduti sulle poltrone del bel Teatro ottocentesco

"Filippo Marchetti", ci lasciamo cullare dall'armonia

di quelle visioni, che avevano portato nel nostro

animo una bellezza interiore poetica e musicale, perché,

poesia e musica, a volte sono la stessa cosa.

Dal grande e ben decorato palcoscenico il Vice-

Sindaco di Camerino porge i saluti di benvenuto,

mentre il Presidente Regionale "Seniores Alatel

Marche-Umbria", Dott. Terranova Bruno, ringrazia le

Autorità cittadine per l'ospitalità e i soci pensionati

per la numerosa partecipazione. Un professore e storico

locale illustra i dipinti del soffitto, del boccascena

e dà alcuni cenni sul musicista Filippo Marchetti

ui il Teatro è dedicato.

Accompagnati dalle guide, abbiamo visitato, nel

Palazzo Arcivescovile, il Museo Diocesano, contenente

un’interessante raccolta di arte sacra.

Nella Pinacoteca Comunale ci siamo fermati in particolare,

sulle opere, splendidi dipinti, dei pittori

camerti del ‘400.

Lasciamo il colle, i giardini, le strade, un tempo polverosi

sentieri. Fiancheggiando piccole foreste, i prati

d'erba e borracina, i casolari solitari, scendiamo verso

il fiume Potenza. dal basso i campanili delle chiese di

Camerino, visti da lontano, sembrano trasparenti

come sogni.

A fondo valle, sulla riva sinistra del fiume, visitiamo

il Castello di Lanciano, un bel complesso che conserva

ancora magnifici apparati architettonici e decorativi

con arredi d'epoca.

Nello stupendo salone delle cerimonie, completamente

affrescato, una bravissima guida, ci illustra le

particolarità di questo sontuoso Castello di campagna,

posto vicino al paese, serviva i nobili come

luogo di gioioso ritrovo con sale di letture e giochi.

I Principi Bandini, ultimi proprietari, lo denominarono

"Casino di Delizie".

Uscendo nel fresco giardino, dai nascondigli ci sembrava

di udire brividi e bisbigli.

V italatel 13


L’ intervista 14

Intervista a Sandro Fabbri

L’antico cronista

QQuella che segue è una chiacchierata con

un amico che, tante volte, ha dato colore e

vita ai nostri incontri sia nell’Associazione

che in questa rivista che ci sta a cuore ed

amiamo. È un artista, un grande della pittura

ma, sempre e soprattutto, un amico:

SANDRO FABBRI

D: La mia mano non è in grado di “scrivere” ciò che la

mente vede. Sandro Fabbri, quando hai scoperto che la

tua mano “sapeva riprodurre” i disegni del tuo animo?

Molto presto; fin dalle elementari quando facevo i disegni

per i compagni di scuola, ricevendone , in cambio,

brioches, caramelle o francobolli.

Comunque alle elementari ero il prescelto per disegnare

l’annuale biglietto di auguri natalizi al direttore della

nostra scuola... e questo, lo confesso, mi rendeva felice

oltre che orgoglioso. A quel tempo però avevo la fissazione

di dover diventare a tutti i costi violinista.

Sognavo il violino a tutte l’ore; me n’ero ritagliato addirittura

uno di carta e con quello “suonavo” nei momenti

più intimi.

Ma, iscritto alla scuola di musica presso la locale Banda

Musicale di Recanati, il primo giorno di lezione fu

anche l’ultimo. Dopo la mia prima lezione, infatti, piansi

sul foglio/protocollo che fui costretto a scrivere per

intero copiando le prime nozioni sulla musica: le crome,

le biscrome, la chiave di violino; dovevo sapere cos’era

la pausa, le note e in quale parte del pentagramma erano

posizionate, la suddivisione dei tempi e perfino cos’era

il “collasso musicale”. Alla seconda lezione non andai

perché lungo la strada incontrai per caso un amico che

mi convinse ad accompagnarlo alla sua scuola. Erano i

corsi serali di disegno, indetti dal Comune di Recanati e

condotti da Cesare Peruzzi. Frequentai così, con profitto

e lusinghieri apprezzamenti, la scuola di disegno.

Le ristrettezze economiche della mia famiglia, tuttavia,

costrinsero mio padre a convincermi a fare Ragioneria a

Macerata, dove avevo gli zii, piuttosto che seguire il

consiglio di mandarmi all’Istituto d’Arte di Urbino.

Anche se a nemmeno sedici anni con lusinghiero giudizio

di critica partecipai al Primo Premio Scipione con il

grande Vedova, divenni ragioniere. L’amore per l’arte

tuttavia mi condusse a frequentare i corsi serali

dell’Accademia di Brera con Purificato, durante i miei

due anni passati per lavoro a Milano e successivamente,

lavoratore studente, a diplomarmi a pieni voti

all’Accademia di Belle Arti di Roma a Macerata con

Remo Brindisi.

[Premesso che: se l’arcaico cronista vorrà mai tracciare

un “segno” sovra l’albicante pallor d’un foglio, sarà

d’uopo che’l tapin medesmo abbia a munirsi di squadra,

balestrone, riga, goniometro e… e il “segno” sarà

sempre sbilenco!]

D: Fare una caricatura è mettere in evidenza quello che

il soggetto non vorrebbe vedere di se; c’è stato qualcuno

che al termine dell’opera “non l’ha presa proprio

bene”?

Si, una mia conoscente ha strappato la caricatura che le

avevo fatto.

Era un disegno bellissimo, quale mai mi era riuscito

prima e talmente ironico da far scoppiare una l’ilarità

fragorosa e quasi incontenibile tra tutti gli astanti che si

passavano il disegno tra grosse risate. Lei lo strappò di

mano ad uno degli amici e ne fece mille pezzi andandosene

sdegnata.

Da qui mi è nata la ferma convinzione che la persona,

soprattutto se è donna, non rifiuta la bruttezza della propria

immagine, ma rifiuta l’ironia, le risate di chi la guarda.

D. Come ricordi la prima volta che hai tracciato un

disegno?

Fin da piccolo ammiravo mio padre, diplomato intagliatore

all’istituto d’arte di Macerata che, la sera, a casa, per

arrotondare il magro salario, intagliava foglie e volute

sui mobili di qualche falegnameria,. Fin da allora per

imitazione tracciavo i primi segni. In casa non c’era

carta da disegno a quei tempi e ricordo che utilizzavo la

”carta paglia” ruvida e gialla che serviva per incartare il

pane.

D. Chi, la persona più importante cui hai fatto la caricatura?

Ho fatto molte caricature soprattutto a personaggi molto


importanti nel campo dell’arte, della politica, dello

sport, tra i governanti , i papi ecc. ma quella che mi ha

dato più soddisfazione è quella che faccio a qualche

amico, in qualche cena, davanti a un piatto di tagliatelle,

tra un bicchiere di vino ed una risata

[È immota nella salda mano dell’artista la barretta di

legno, nigricante l’anima di grafite; ma s’animerà a

tracciare con sicuro segno, il tremular del volto mio

fermandone i tratti nella caricatura. Ahi, terribilis est,

prisco relatore... ]

D: Tutti abbiamo “un sogno”, gelosamente custodito

nel segreto del cassetto. Ora, senza forzare la serratura

dell’arcano, conti/speri di realizzarlo, “il sogno”?

Ho molti sogni nel cassetto che avrei voluto realizzare

una volta andato in pensione: Dipingere, andare sulla

mia barca a vela, alimentare la mia passione per il gioco

degli scacchi e visitare mostre e musei. Ma la realtà è

stata che ho dovuto accantonarli quasi tutti (compresa

la pittura) perché la realtà della vita mi ha costretto a

fare i conti con impegni casalinghi, di salute, di lavoro,

di soccorso, di gestione familiare, di volontariato ecc...Il

mio sogno è quello più importante per un uomo: vivere

per realizzare se stesso senza costrizioni o non dover

operare sempre come gli altri richiedono o impongono.

D: La musica è arte. Ascolti musica mentre dai vita

all’opera tua? Quale? Il pezzo preferito.?

Il tempo che dedico alla pittura o ai miei hobbies in

generale è quello che utilizzo di sera o di notte; quando

libero dagli impegni quotidiani ascolto finalmente musica

classica o sinfonica.

Forse sono l’unico ex dipendente Telecom a non avere

ISDN o ADSL perché da trent’anni mantengo ancora il

collegamento con la FILODIFFUSIONE che mi permette

di ascoltarne il 5° canale, appunto di musica classica.

I pezzi preferiti sono le sinfonie e tra le opere preferisco

“Il Guglielmo Tell di Rossini” o “La forza del

Destino” di Verdi, ma in generale ascolto tutta la musica,

anche quella cosiddetta “da camera” che ritengo

molto distensiva.

D: Tracciare segni, creare disegno è un “ricercare”.

Qualche volta l’hai trovato? Cos’era?

Dipingere, disegnare, modellare la creta, incidere una

lastra di zinco con l’acquaforte o fare qualsiasi altro

lavoro creativo è sempre un ricercare qualcosa che appaghi

te stesso o riesca a trasmettere il tuo pensiero agli

altri … ma difficilmente trovo ciò che cerco perché sono

quasi sempre scontento della mia realizzazione. Come

se il mio SENTIRE non sia stato adeguatamente manifestato

e non sia riuscito compiutamente a tirane fuori lo

spirito. Da qui la necessità di riprovare e riprovare e

quindi continuamente a fare, a ricercare e tentare di realizzare

sulla carta i miei sentimenti.

[… e, non accenna a muoversi, la matita … che

voglia aprire una “janua coeli” pel narratore arcano?]

D: Il capolavoro da tramandare ai posteri? Un libro da

consigliare ai nipoti?

I nonni hanno sempre qualcosa da dire ai nipoti. Le

esperienze vissute non possono non concretizzarsi in

consigli, suggerimenti, racconti.

Ho molto da raccontare ai miei nipoti e, seppur nella

paura di non essere ascoltato o letto, sto realizzando un

libro di ricordi e di avvenimenti che mi hanno coinvolto

nei quasi 76 anni passati. Non dico libro scritto perché

è un diario di vita vissuta fatto tutto di vignette e

fumetti .

Sono circa 400 pagine di tavole colorate che spero non

annoino quanto 400 pagine scritte. Ho quasi terminato il

lavoro grafico; manca la colorazione...e il tempo per

completarlo. In ogni caso Pinocchio è il libro da raccomandare

ai ragazzini, non soltanto per leggere ma anche

per meditarne il contenuto e seguirne gli insegnamenti.

D: Da nonno a nonno: Nonno Sandro, qual è il tuo rapporto

con i nipoti?

I bambini di oggi sono molto svegli. Molto più di noi

perché gli stimoli esterni, i giochi didattici a disposizione,

i viaggi e quindi le conoscenze, la Tv, i mezzi moderni

di apprendimento, il dialogo continuo aumentano

enormemente le loro conoscenze ed accelerano il ritmo

del loro apprendimento. Noi eravamo meno stimolati: i

nostri giochi si risolvevano solo con una palla di pezza

L’ intervista 15


L’ intervista 16

o un piccolo pinocchio di legno....ma è con il gioco che

intavolo un rapporto diretto con i nipotini: divento bambino

con loro, e cerco di vivere insieme le loro stesse

esperienze

D: Qual’e il più bel ricordo della tua vita artistica e

non?

Ho avuto una vita artistica pubblica molto limitata, tuttavia

tra i migliori ricordi ci sono : il primo premio alla

Marguttiana d’Arte, la medaglia d’Oro al premio

Viareggio, Il primo premio alla biennale d’Umorismo

nell’Arte di Tolentino, un soggiorno gratuito di 15 giorni

al mare di Fano, medaglia d’oro e menzione speciale

al 1° Premio Primavera di Foggia, 1° arrivato al concorso

indetto dal comitato artistico diocesano di Bari per

il progetto di vetrate di Chiese, ecc.

Ma nella vita una grande soddisfazione l’ho avuta quando

mi impegnai nel servizio militare quale Ufficiale nel

Raggruppamento Anfibio Lagunare a Venezia.

Comandavo il plotone Guastatori e a 20 anni mi sono

ritrovato a vivere esperienze interessantissime e terribili,

altamente formative che mi sono rimaste ancora nella

mente e nel cuore.

D: Se ti fosse data la possibilità, cosa vorresti cambiare?

Nulla, direi: anche se con un po’ di rammarico sono

costretto a non realizzare i miei desideri e limitare i miei

progetti non rifiuto nulla del mio vissuto. E’ stata una

vita interessante, ricca di esperienze bellissime e , a

volte, dolorose ma sempre piena di lati positivi ed

accrescitivi.

D: L’auto. La prima. Quella dei ricordi. Il sogno/desiderio.

La mia prima esperienza l’ho vissuta sotto le armi alla

Scuola della Motorizzazione di Treviso con uno SPA

FIAT. Era un camion residuato della 1^ Guerra

Mondiale; ruote di legno a raggiera come quelle dei

birocci, gomme piene, avviamento a manovella.

Ricordo che per afferrare la leva del cambio, lunghissima,

che partiva da dietro il pedale dell’acceleratore,

bisognava “rincorrerla” con tutte e due le mani perché,

per le vibrazioni del motore, ballava e saltava come una

cavalletta per tutto il vano anteriore.

Comunque a me piace molto anche viaggiare in treno

che utilizzo continuamente come pendolare tra

Macerata e Ancona e il cui utilizzo mi ha permesso in

questi anni, tra l’altro, di leggere piacevolmente decine

e decine di libri.

D: Quando “crei”, come cerchi la “parte” da mettere

in evidenza per “qualificare” l’opera?

Il colore. Io sono molto “sensibile” al colore che utilizzo

in larga gamma di sfumature. Per me dipingere è uno

sfogo che mi prende tanto da farmi sentire fuori dal

tempo, dai problemi, dagli impegni.. non mangerei e,

spesso, mi fa anche saltare il sonno.

Adesso, secondo dettami discussi ed acquisiti in

Accademia, la mia opera la qualifico e la personalizzo

anche con “tagli” di luce. E’ il tentativo di dare

movimento, progressione all’opera. Insomma il

taglio mi permette di porre il soggetto dipinto in più

punti diversi dello spazio, sotto diverse angolazioni

di luce, cioè in movimento. Per questo, per il

momento, ritengo che la mia opera sia da ritenersi

alquanto personalizzata.

D: La guida, la velocità, la mancanza di rispetto,il

menefreghismo, la maleducazione sulla strada …

Non sono maniaco della velocità anche se, dicono,

guido in maniera piuttosto disinvolta ma sicura,; comunque

sono piuttosto rispettoso delle regole, dei segnali

stradali, della velocità ridotta quando richiesta, insomma

mi sembra di essere un automobilista diligente confortato

dal fatto che non sono mai stato penalizzato con

multe.

Tutto questo perché l’esperienza fin dai tempi di mio

nonno e la mia educazione militare, con il suo accentuato

rigorismo, mi hanno inculcato ordine e rispetto delle

regole.

D. Sandro Fabbri, nella tua arte c’è anche il dipingere.

Il tuo pittore (o artista) preferito?

Non ho preferenze per un artista rispetto all’altro. Amo

il bello e se un’opera la preferisco è perché mi attira

l’equilibrio delle forme, l’armonia dei colori l’essere

entrato in sintonia con il messaggio espresso. Cioè

ammiro l’opera che risponde di più alle mie esigenze

culturali, temperamentali o spirituali indipendentemente

da chi l’ha dipinta. Ciascuno di noi infatti approva l’una

o l’altra opera a seconda che, anche inconsciamente, la

proietta attinente al suo pensiero e vicina al proprio stato

d’animo.

[Trascorso è il terror della matita! Tanto, … più che

un naso a patata con la pinna storta, le orecchie a

“pacche de melancià”, gli occhi strabuzzanti, la doppia

pappagorgia pendula … che cos’altro può fare la

matita, perfida nigricante grafite, a scempio dello scribacchin

onusto di giorni, mesi, anni e … decenni?]

D. Ti hanno mai regalato una matita chiedendoti:

“fammi un bel ritratto”?

Ricordo di aver ricevuto la mia prima scatola di

colori a olio da mio fratello Paolo perché, da giovinetto,

l’aveva vinta ad una pesca di beneficenza.

Poi, vista la mia passione per i quadri che andavo

completando, mio padre mi regalò i primi colori

professionali. Anche un amico, collega di lavoro, mi

ha donato ciò che non poteva più utilizzare. In massi

ma parte tuttavia li ho dovuti acquistare. D’altronde

alcuni quadri di 4x3 metri, 7x2 metri o 2x4 metri

non possono essere compilati con pochi colori avuti

per regalo.


Cucinare come... allora

Edgardo Gabrielli

A ngolo dello schef

Pizzicotti ai funghi

Spiedini di verdure

Ingredienti per quattro persone:

Per la pasta:

300 gr. di farina OO, 10 gr. di lievito di birra, Un pizzico

di sale, Acqua tiepida q.b. Per il sugo: 200 gr. di funghi

(possibilmente porcini), 5 cucchiai di olio di oliva

extra vergine, 2 spicchi di aglio, sale q.b., prezzemolo

Ingredienti :

2 zucchine, una melanzana rotonda senza semi, peperoni

di vari colori (per dare un tocco cromatico), dadini

di pancetta affumicata, 2 bicchieri di vino frizzante,

farina OO q.b., 2 bustine di zafferano, olio di semi

di girasole, stecchini lunghi per spiedini

17

Preparazione:

Setacciare la farina e fare una fontana, sciogliere il

lievito in acqua tiepida, impastare la farina fino a che

diventi una massa omogenea e di giusta morbidezza.

Metterla a lievitare coperta da una canovaccio umido.

Quando la pasta ha raddoppiato il suo volume staccare

piccoli pezzi a pizzicotti ponendoli in un vassoio

infarinato. Farli cuocere in acqua bollente e salata

(quando galleggiano sono cotti). Nel frattempo pulire

i funghi, tagliateli a fettine e cuocerli nell’olio caldo

aromatizzato con l’aglio. Salare e spolverizzare con il

prezzemolo. Spadellare i pizzicotti con i funghi e servirli

caldi accompagnati con del Pinot Grigio.

Questa ricetta che si tramanda da generazioni nasce

(si dice nel Medioevo) quando le massaie facevano il

pane in casa. Di impasto ne facevano sempre di più e

una volta fatte le pagnotte che riempivano il forno,

una parte di impasto si conservava per usarlo come

lievito per l’infornata successiva e con quello che

restava ci facevano i pizzicotti e li condivano con

quello che offriva l’orto, perciò questa ricetta si può

condire come la fantasia suggerisce a chi cucina.

Preparazione:

Spellare la melanzana e tagliarla a fette di circa 1 e ?

centimetri, mettere sottosale in modo che scolano,

così si toglie meglio l’amaro, circa un’ora. Tagliare le

zucchine a rondelle spesse circa 1 e ? centimetri e

tagliare a metà ottenendo delle mezzelune.

Pulire i peperoni, togliere i semi interni, fare dei quadratini

di circa 2 e ? centimetri, fare quadratini di

melanzane della stessa misura dei peperoni.

Formare lo spiedino mettendo prima la mezzaluna di

zucchina con il bordo rotondo verso l’esterno.

Mettere poi il peperone, poi la melanzana. Interporre

un pezzettino di pancetta e seguitare nell’ordine

inverso.

Preparare la pastella versando il vino su una pirofila

allungata lunga più dello stecchino, versare la farina

e lo zafferano finche si ottiene una pastella abbastanza

fluida e ben amalgamata. Scaldare l’olio in una

padella a bordi alti perché l’olio deve coprire lo spiedino

e friggere gli spiedini.

Servire caldi sia come contorno a piatti di carne o

anche per accompagnare gli aperitivi.


N otizie utili 18

Internet saloon Ancona

Luisa Toeschi

L’

idea di Internet Saloon nasce nel

1998.

E’ l’AIM, Associazione Interessi

Metropolitani, a mettere a percepire

la necessità di offrire alle persone

over 60 la possibilità di avvicinarsi al computer

e, in particolare, di utilizzare internet e la posta

elettronica.

L’iniziativa diventa stabile a partire dal settembre

del 2000, quando, grazie ad un interessamento

di Microsoft e al successivo coinvolgimento di

Hp, Telecom Italia e Gruppo Credito

Valtellinese, AIM organizza una scuola stabile

che prende il nome di Internet Saloon presso il

Palazzo delle Stelline a Milano.

Da allora hanno fatto seguito le aperture di altri

tre Internet Saloon: Sondrio, Pavia e Catania.

Gli ultimi nati tra gli Internet Saloon sono quelli

di Ancona, Bari e Napoli, sempre con la sponsorizzazione

dei 4 partner iniziali.

Internet Saloon Ancona apre al pubblico il 12

novembre del 2009 presso i locali Telecom in

centro città, con il supporto di Credito

Valtellinese, Hp, Microsoft e Telecom Italia e

con il patrocinio di Comune e Provincia di

Ancona.

In tutto sono 6 postazioni in aula e 4 in palestra.

Partito con il solo corso di Internet Base, per

principianti, si è aggiunto in seguito il corso

Avanzato di Internet e il nuovissimo corso sull'utilizzo

di Facebook, molto richiesto dagli stessi

corsisti curiosi di avvicinarsi al mondo dei

social network.

A giugno 2010 si è chiuso il primo anno scolastico

di IS Ancona con un totale di 680 iscritti e 138

corsi effettuati, in aggiunta ad una frequenza

complessiva in palestra di 1.285 corsisti.

Il primo anno scolastico si è chiuso con la festa

del diploma che ha premiato i primi corsisti che

hanno frequentato il corso base di internet. Il

secondo anno scolastico si è aperto il 13 settembre

2010 e ad oggi si contano 349 persone iscritte

ai corsi (di cui 153 nuovi iscritti) e 430 posti

corso prenotati.

Internet Saloon raccoglie tutti i giorni storie di

vita delle persone che lo frequentano, ad

Ancona il signor Giancarlo, dopo aver frequentato

il corso di Facebook ed essersi iscritto,

ha ritrovato, con sua grande emozione, un

suo lontano cugino che vive in America.

L'esperienza di Internet Saloon anche per

Ancona si è rivelata essere una risposta ad una

richiesta degli over 50 di rimanere al passo con

i tempi utilizzando i molteplici servizi di internet

e della posta elettronica.

La sezione di Pesaro ha una nuova sede in via Solferino, 6 (Ferrotel, ex Hotel

Ferrovieri). E’ presidiata ogni mercoledì e venerdì non festivi dalle 9.30 alle 11,30,

il telefono è 0721.371840


Generazione Mille Euro

Bruno L. Dominici

Leggo almeno un libro al mese, alle volte due

dipende dal contenuto del libro e dallo scrittore.

Non ho preferenze specifiche quindi passo dalla

narrativa alla storia, religione, poliziesco,

sociale.

Sono due di questo tipo che mi hanno indotto a comunicare

le sensazioni provate. Premetto che la maggior

parte delle volte non condivido le posizioni politiche o

sociali anche se, alcune, possono essere vicine alla realtà.

Molti nuovi scrittori italiani emanano una volontà di

far conoscere il nostro attuale modo di vivere secondo

un’ottica prettamente socialista tant’è vero che la sintesi

dei libri potrebbe essere: ”Il Mondo deve sapere”

(titolo anche di uno di questi libri). Quindi ci conducono

a conoscere il mondo del lavoro odierno approfonditamente,

presentando un’Italia nella quale questa attività

gira in modo strano, affannato, precario, frustrante, ed

alle volte doloroso. Infatti, quasi tutti, sono contro la legge 30

(meglio conosciuta come legge Biagi) che con le sue nuove

norme contrattuali ha rivoluzionato il mercato dell’occupazione

ed ha dato linfa ad un nuovo filone letterario che si può definire

la nuova scrittura civile.

Di alcuni presento un rapidissimo riassunto:

“Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una centralinista

precaria” Michela Murgia (Ed, ISBN). La Murgia ha

un curriculum interessante: ex insegnante di religione, ex

impiegata in una centrale termoelettrica, ex portiere di notte,

persino ex responsabile dei giovani di AC della Sardegna, proprio

non ci pensava di finire in libreria con il suo blog ironico

e rabbioso scritto in presa diretta durante il mese di lavoro nel

call-center della Kirby, multinazionale produttrice di aspirapolveri.

Il suo blog è stato scoperto, per caso online, da un editore,

che ne ha chiesto la pubblicazione ottenendo un vasto

successo di critica e di pubblico fino ad arrivare in sala (il film

“Tutta la vita davanti” di P Virzì, è ispirato da questo libro).

Sullo stesso argomento c’é “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni,

guadagno 250 ? al mese” (Einaudi) di Aldo Nove, ex esponente

della gioventù cannibale einaudiana, come N. Ammaniti e

D. Luttazzi, presenta un racconto amaro di vite di giovani, ma

anche adulti, incatenati ad impieghi dove la dignità (personale,

professionale, retributiva) finisce sempre per soccombere.

L’idea è sorta a seguito di intervista effettuata per un giornale,

che mostra l’anormalità del lavoro in Italia il quale non viene

raccontato da nessuno e pertanto assume dei contorni inauditi.

Da questo romanzo è stato tratto il lavoro teatrale “Servizi &

Servitori; la vita, al tempo del lavoro a tempo”.

Da segnalare anche il romanzo di Andrea Bajani “Mi spezzo,

ma non m’impiego” (Einaudi) anche lui schierato contro la

legge 30 nella quale, secondo l’autore, viene dichiarato che “è

lavoratore qualsiasi persona che lavora o che è in cerca di lavoro”.

Anche Mario Desiati (autore giovanissimo) con la sua “ Vita

precaria e amore eterno” il quale presenta un giovane uscito

dal quartiere romano del Lauretano finisce in un call-center a

550 Euro lordi al mese; poi “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”

(Feltrinelli) di Francesco Dezio; “Tu quando scadi?

Racconti di precari” edito da Manni, “Sono come tu mi vuoi”

una antologia di Laterza, “Generazione mille euro”, di Antonio

Incorvaia e Alessandro Rimassa (Rizzoli) e “Lavoro da morire.

Racconti di un’Italia sfruttata” (Laterza) dove sono raccolti

racconti di lavoro nero e morti bianche,”due colori che sono

perfettamente in tinta con il rosso della vergogna che dovrebbe

avvampare sulla faccia di tutti coloro che hanno ridotto la

forza lavoro in questo modo.” (finale del libro).

Non sempre sono condivisibili le opere di questi autori, però

penso che per poter dare dei giudizi concreti sia necessario sentire

più opinioni anche contrastanti e poi, con molta serenità e

lasciando da parte tutte le prevenzioni, esaminare a fondo il

problema leggendo anche altri testi e darsi una risposta logica.

Fare come la notizia sul giornale che va sempre confrontata

con altri giornali e trarne poi una conclusione personale che

possa essere la più vicina alla realtà.

Ma il tutto comporta leggere più libri, quindi la maggior parte

delle volte leggo libri di narrativa che scorrono lisci e semplici.

Uno di questi, anche se è un tomo, è “La Cattedrale del

Mare” di Idelfonso Falcones oppure libri della Charlotte LinK.

Da leggere.

Termino con una citazione di Nabokov Vladimir (23-04-1899/

2-07-1977) autore di Lolita, Fuoco pallido, Il dono, L’originale

di Laura,ecc.: “Un buon lettore, un grande lettore, un lettore

attivo, è un riflettore”.

19


A rgomenti

Nascita dell’ordine francescano secolare

Lorenzo Sacca

Figure storiche ed attuali

20

Essere Francescano laico in un mondo che

basa la sua forza sull’avere e non sull’essere,

sembrerebbe un’utopia, un non senso. È

proprio quello che dicevano di Francesco,

quando aggirandosi per Assisi vestito miseramente

chiedeva in elemosina le pietre per il restauro

di S.Damiano all’inizio della sua conversione. “E’ un

pazzo – dicevano – i soldi del padre gli hanno fatto perdere

il lume degli occhi”. Eppure lui, da solo, con una

Chiesa pronta a tacciare di eresia chi tentava di screditarla

agli occhi degli uomini è riuscito a dare un’impronta

al mondo cattolico ed una svolta che ancora oggi

si stenta a credere.

Un po’ di storia.

Tutto il mondo cattolico occidentale agli albori del

1200 era pervaso da movimenti che si ispiravano alla

povertà. I più importanti furono i Valdesi e gli Umiliati

(entrambi saranno tacciati di eresia dal Papa Lucio III

nel 1184) e più tardi, intorno al 1230, il grande movimento

eretico dei Catari.

Tutti predicano la povertà e si scagliano contro la ricchezza

della Chiesa e l’opulenza del suo clero, condannando

tutti e tutto.

Il mondo laico, che era stato coinvolto dalla trasformazione

socio-politica del post feudalesimo, prende sempre

più coscienza del proprio ruolo .I centri di potere si

vanno spostando sempre più dai castelli alle città,

Le comunicazioni da un luogo ad un’altro si fanno più

frequenti, cresce il livello culturale popolare e nasce un

pò dovunque una sete di valori nuovi. Si forma una

nuova coscienza di carattere solidaristico e comunitario.

Nascono nuove forme organizzative (corporazioni di

mestieri, associazioni commerciali, comunità scolastiche

o “universitates”).La stessa Chiesa si muove alla

ricerca di una sua rinnovata identità che guarda alle origini,

alla “forma primitiva”.

In questa nuova spiritualità sorgono dibattiti che coinvolgono

tutti gli ambienti ecclesiali in merito alla vita

apostolica ed alla sua perfezione alla quale si può giungere

per diverse vie:

Per il Monacheismo tradizionale, che consiste nella

vita in comune ed alla rinuncia di tutti i beni terreni,

quasi un battesimo rinnovato.

Per i Canonoici regolari, in una “ missione” apostolica

intesa come attività pastorale nella forma indicata da

Luca (10, 1-12).

Per gli Eremiti e predicatori itineranti nella fedeltà alla

“povertà” autentica. Cristo “pauper et humiles”.

Il mondo laico, dicevamo, prende coscienza di questo

rinnovamento e tende esso pure ad un ideale di vita

apostolica, che non sia monopolio di monaci e di chierici,

ma sia raggiungibile da tutti coloro che, restando

nel mondo, intendono impegnarsi, ciascuno nel proprio

stato, nella ricerca della perfezione annunciata dal

Vangelo.

Nascita del Terzo Ordine Francescano. È pertanto in

quest’epoca di rinnovamento che si inserisce l’itinerario

umano e religioso di S.Francesco di Assisi e la

nascita del Terzo Ordine Francescano.

In una delle tante peregrinazioni S.Francesco giunse ad

un castello di nome Cannara, tra Orte ed Orvieto, non

lontano da Todi. Lì, come era sua abitudine, si fermò in

mezzo alla piazza con l’intenzione di predicare. Era sul

tramonto e le innumerevoli rondinelle che a quell’ora

volteggiano sempre in cerca di cibo, impedivano con il

loro cinguettare che si comprendesse una sola parola di

quanto diceva il Santo.

Allora Francesco rivolgendosi a loro con lo sguardo

pieno di pazienza disse: “Sorelle rondini mi parrebbe

che ora toccasse a me a parlare: voi avete già cantato

abbastanza. Ascoltate dunque la parola di Dio e state

ferme e silenziose mentre io predico.”Tosto tutti quelli

uccelli si fermarono e stettero in silenzio per tutto il

tempo che Francesco parlò. Ora sia per questo miracolo,

sia per le ferventi parole del Santo, tutti volevano

seguirlo, ma Francesco disse loro: ”Non abbiate fretta e

non vi partite ed io ordinerò quello che voi dobbiate

fare. Ed allora pensò di fare il Terzo Ordine per universale

salute di tutti”.

Le Fonti Francescane sono tutte concordi nel ritenere

che Francesco istituì tre Ordini. Il Celano afferma che

egli a tutti dava una regola di vita ed indicava la via

della salvezza. E parla di una triplice milizia. Non meno

esplicito è S. Bonaventura il quale scrive che la forma

di vita indicata per coloro che rimangono nel mondo si

denominava Ordine dei Fratelli della Penitenza. Ed


aggiunge che: “questo nuovo Ordine ammetteva tutti,

chierici e laici, vergini e coniugati dell’uno e dell’altro

sesso, perché la via della penitenza è comune a tutti

quelli che vogliono tendere al cielo. Ed i miracoli compiuti

da alcuni dei suoi seguaci sono lì a mostrarci quanto

Dio lo consideri degno di merito.”.

La leggenda dei tre compagni precisa che si tratta di

uomini e donne sposati che, non volendo sottrarsi alla

legge del matrimonio, s’impegnano ad una vita di penitenza

vivendo nelle loro famiglie sotto il consiglio dei

frati minori. Nasce così, per il mondo laico, la possibilità

di una vita apostolica di salvezza, pur rimanendo

nel proprio stato secolare, al di fuori da quelle dei

Monaci, dei Canonici regolari e degli Eremiti. È la

grande intuizione di S.Francesco che la Chiesa riscoprirà

solo 800 anni dopo con il Concilio Vaticano II.

Ma quand’è che Francesco ha dato indicazioni precise

ai vari gruppi di penitenti che si erano formati

intorno ai frati ? Quasi tutti gli studiosi concordano

che la forma di vita per coloro che volevano seguire

l’ideale del Santo pur rimanendo nel mondo,

Francesco lo avesse indicato nella Lettera a tutti i

Fedeli. In essa , pur non potendola definire una

Norma o Regola, ritroviamo tutto lo spirito ed il pensiero

di Francesco.

Il 16 Dicembre 1221 nella bolla del Papa Onorio III troviamo

la prima menzione ufficiale ai Fratelli e Sorelle

della penitenza.In essa il Papa ordina al Vescovo di

Rimini di prendere sotto la sua protezione i fratelli della

penitenza di Faenza i quali adducendo la proibizione della

regola si rifiutavano il giuramento di prendere le armi.

Tale bolla fu ottenuta per l’intervento del Cardinale

Ugolino (protettore di Francesco e dei suoi frati) il

quale preoccupato che simili conflitti potessero avvenire

anche in altri luoghi suggerisce di riunire in un solo

corpo tutte le fraternità di penitenti.

Fu così che insieme a Francesco il Cardinale Ugolino

preparò il “Memoriale propositi fratrum et sororum

pœnitentia”che tutti gli storici ritengono concordemente

sia la prima regola dei Penitenti francescani. Tale

documento, giunto a noi nella copia che porta la data

del 1228, fu attribuito a S.Francesco, o più recentemente

al cardinale Ugolino.

Tuttavia lo spirito che lo anima sembra essere comunque

legato all’ideale del Santo di Assisi. In esso infatti

si ritrova la caratteristica francescana per eccellenza

che è la spiritualità evangelica; la stessa che anima

la Lettera ai Fedeli, il prezioso scritto di S.Francesco

che ancora oggi costituisce il prologo alla regola

dell’OFS. Ci troviamo, in altre parole, di fronte a

quella che suole chiamarsi metànoia francescana,

che è quella forma di penitenza orientata alla conversione

continua; in essa si inseriscono le varie pratiche,

preghiera, semplicità nel vestire, opere di misericordia,

rifiuto delle armi, riconciliazione e persino

testamento, quale distacco dai beni terreni e preparazione

alla vita eterna.

Da allora fino ai nostri giorni, una vera schiera di eroi

si diffuse in tutto il mondo. L’impegno a non portare le

armi fece crollare il Feudalesimo e le guerre fra i comuni

dando un grosso impulso all’affratellamento delle

nazioni. Furono attenti moralizzatori dei costumi e

della vita di allora.

I terziari francescani, con la loro condotta esemplare,

contribuirono fortemente alla moralizzazione della vita

nel medioevo e, dovunque erano segnalati e chiamati a

posti di fiducia e responsabilità.Oggi, dopo la nuova

Regola approvata dal Papa Paolo VI il 24 giugno 1978,

la denominazione Terzo Ordine Francescano è stata

sostituita con quella più consona ai nostri giorni, con

Ordine Francescano Secolare.

Conclusione.

La loro testimonianza costante e silenziosa si è protratta

per secoli ed ancora oggi continua con lo stesso

spirito e la stessa intensità. Il loro lavoro a favore e

con la Chiesa continua ancora oggi. È come se a quel

giovane dipinto da Giotto che sostiene sulle proprie

spalle la Basilica di Pietro, si fossero aggiunti tanti e

tanti altri uomini di ogni ceto e di ogni età, ma spinti

dallo stesso ardore del Poverello di Assisi: sorreggere

la Chiesa di Cristo.

Questo hanno fatto e continueranno a fare i seguaci di

S.Francesco, nell’umiltà, nel nascondimento, nella

povertà, in mezzo ad un mondo che gli è a volte ostile,

in mezzo alle incomprensioni ed alle invidie, perché

hanno compreso con Francesco che esiste un solo modo

per essere veri uomini: imitare Cristo così come lo

imitò Francesco.

A rgomenti 21


A rgomenti 22

Salute globale e crisi economica

M. Antonietta Ruggeri

La crisi economica è destinata ad allargare

il già ampio divario sociale e

sanitario tra Nord e Sud del mondo e

a peggiorare la situazione dei gruppi

più svantaggiati, come poveri, giovani, donne

ed emarginati. Oggi, un bambino nato in un

Paese in via di sviluppo ha una probabilità di

morire prima di compiere 5 anni 13 volte più

elevata di un bambino nato in un Paese industrializzato

e si calcola che la crisi provocherà

tra i 200 e i 400 mila decessi infantili in più

all’anno. I dati emergono dal rapporto La salute

globale al tempo della crisi presentato nel

2009, in occasione del World Health Day, da

una partnership di 15 organizzazioni non governative

europee.

Il 2008 è stato l’anno di tre grandi occasioni

internazionali legate alla salute pubblica e allo

sviluppo; considerati singolarmente questi eventi

hanno avuto un esito insoddisfacente, eppure,

nel loro insieme, sono riusciti a catturare l’attenzione

dell’Unione europea e dei suoi Stati membri

sui problemi legati alla salute globale.

E’ stato anche l’anno della crisi economica, il cui

prezzo è destinato ad avere un maggiore impatto

sui Paesi del Sud del mondo. Solo nell’Africa

subsahariana si prevede che la riduzione della

crescita economica causerà ai 390 milioni di persone,

che già oggi vivono in condizioni di povertà

estrema, una perdita di 18 miliari di dollari,

con un calo del 20% del reddito pro-capite.

L’Azione per la salute globale lancia un allarme:

i Governi europei potrebbero usare la crisi

economica come pretesto per venire meno ai

loro impegni nei confronti dei Paesi in via di

sviluppo. Ma ci auspichiamo che questo non

accada, considerando l’estrema situazione di

disagio che vivono queste popolazioni. Il rapporto,

tuttavia, evidenzia che, al contrario, la

crisi può e deve rappresentare un’opportunità

per rinnovare e potenziare le proprie promesse.

La crisi infatti è un’occasione per rispondere

meglio alla crisi sanitaria e sociale globale poiché

richiede la ricerca di una maggiore efficacia

degli investimenti, secondo il principio, espresso

nel rapporto, “più aiuti meglio spesi”. Se in

tempo di crescita economica le risposte date

sono state solamente una delusione, in tempo di

crisi esse potrebbero rappresentare invece un

vero e proprio disastro, capace di aggravare la

già pesante crisi sanitaria globale. Gli impegni

presi nel 2008 non possono essere accantonati e

si deve al contrario mirare a maggiori e più

urgenti risultati.

Come bisognerebbe agire

Le cifre e la gestione degli aiuti per la salute

devono essere migliorate, ma è necessario ricordare

che per realizzare il diritto alla salute è indispensabile

occuparsi anche di democrazia, uguaglianza

di genere, sicurezza e riduzione della

povertà.

La necessità di agire non è mai stata tanto urgente

e il rapporto “La salute al tempo della crisi”

esorta a potenziare gli aiuti mediante:

– una divisione dei compiti basata sui risultati

– sistemi nazionali reattivi e partecipi la prevedibilità

degli aiuti per la salute

– una responsabilità reciproca dei risultati.

L’Unione Europea e gli Stati membri hanno un

ruolo cruciale nel tentativo di risoluzione della


crisi sanitaria globale, primo tra tutti il rispetto

degli obblighi assunti e l’impiego delle risorse

promesse nel 2008. La priorità deve essere data

alla spesa per la salute ed è necessario che tutti i

Paesi collaborino per l’eliminazione delle difficoltà

economiche e strutturali che ostacolano il

progresso verso uno sviluppo sostenibile a tutti i

livelli.

E’ chiaro che nei nostri Paesi tutto questo non

si percepisce, spesso ci sentiamo di vivere in un

contesto storico particolare dove la vita media

si è allungata di molto e le patologie si possono

tenere sottocontrollo, è ovvio che la nostra

medicina di comunità si deve occupare di ben

altro, ma ciò non ci permette di non vedere

quello che sta accadendo nell’altra parte del

mondo.

Spesso pensiamo che sia sufficiente inviare un

piccolo aiuto economico e tutto si risolve, ma

non è così; la cosa più importante da sostenere

sarebbe la cura della formazione dei giovani cittadini,

per fargli sviluppare una adeguata

coscienza critica, che li porti ad effettuare scelte

consapevoli nel rispetto del genere umano.

Questa ritengo sia l’unica strategia in grado di

contenere il divario e di sostenere quelle popolazioni

che da sole in questa fase non riescono a

combattere una serie di eventi avversi così complessi.

La gestione dei territori è solo un esempio che

può far capire quanto alcuni paesi siano impreparati

a gestire in modo razionale le proprie risorse

e quindi ad evitare catastrofi che spesso condividiamo

attraverso i messi di comunicazione di

massa.

La crisi economica non può essere una scusa per

non fare più niente, ma deve invece incentivare

anche la nostra industria ad occuparsi di altro, a

rimodulare i propri interessi e quindi in qualche

modo a ridare respiro ad un sistema economico

che in questo momento è fortemente asfittico,

almeno nel nostro paese.

Questo comporterebbe una rinascita per diversi

paesi che potrebbero entrare in un rapporto di

partenariato e quindi migliorare tutta una serie

di parametri nel proprio territorio. Non so

quanto sia possibile ma sarebbe ora di dare

qualche segnale importante, non tanto legato

alla beneficienza, di cui, comunque, c’è sempre

bisogno, ma piuttosto legato al riconoscimento

dell’altro come persona, che ha una dignità ed

un valore proprio. In un’ottica di questo tipo, si

può finalmente intravedere l’avvio di un nuovo

millennio che non sarà solo legato ad un concetto

di disparità, di ricchezze sempre più concentrate

nelle mani di pochi e di grandi bacini i

povertà, dove non è possibile neanche sopravvivere,

ma cominceremo a pensare ad un

mondo di pari opportunità, dove non ci saranno

differenze significative fra il Nord ed il Sud, fra

l’Est e l’Ovest, ma ci saranno eque occasioni

per tutti.

A rgomenti 23


A rgomenti 24

Fantasy

L’antico scrivano

Nel cielo c’erano i colori di gioielli purissimi:

i mille bagliori dei diamanti, il

verde purissimo degli smeraldi, il blu

intenso dello zaffiro, il rubente rossore

del rubino...

Il mare ondeggiava pacificamente, ributtando le onde

sulla spiaggia con un rimbombo dalla potenza rassicurante.

Ammiraravo, estasiato, la profonda linea dell’orizzonte.

Qualla profondità ompalpabile dove due linee, il

cielo e la terra, si congiungono a formare un’evanescenza

azzurra.

Il cielo era terso, solo un microscopico cirro spinto da

un vento fresco e teso si colorava del sole che si

incendiava per andare a coricarsi sotto la terra...

All’improvviso, però, l’atmosfera della serata divenne

elettrica; l’aria si fece pesante, il cielo assunse le

sfumature del grigio conferendo riflessi argentei alla

luminosità del giorno.

Cupi brontolii scesero dalle nuvole per rotolare tuonando

sopra gli alberi dalle folte chiome scosse da un

vento teso e algido; scorrevano, i tuoni, sopra il verde

dell’erba, sopra la sabbia fino a poco proma indorata

dai raggi del sole.

Il temporale crebbe e divenne

superbo con i suoi lampi

di collera. Folgori e fulmini

si accesero per andare ad

ancorarsi nelle volte del

cielo che, sostenuto da

colonne di luce deformata,

improvvisava un tempio alla

gloria di Zeus, signore del

fulmine e del tuono.

Il paesaggio si era trasformato,

la terra tremava sotto il

rullare solenne dei tamburi

celesti.

La pioggia cominciò a cadere,

a scendere sempre più

violenta, fino a rinforzare la

tessitura del temporale. Ben

presto non si riuscì più a scorgere, a pochi passi di

distanza, nè il mare di fronte nè il bosco alle spalle.

Il giorno lasciò la scena permettendo al buio di sciogliere

i nodi che trattenevano la luce sulla terra.

E fu notte...

... poi, così come improvvisa era iniziata, la pioggia

cessò di scendere... gocce, diamanti di acqua danzarono

mollemente nell’aria per poi sparire dal ventre

di Gea. La madre. La terra.

La notte giacque su un fianco emergendo dagli spazi

siderali con l’algida Selene che, luminoso il viso,

s’affacciò, qual conchiglia che affiorava in superficie,

sopra la schiuma luminosa delle onde del mare.

Le stelle, l’una dopo l’altra, annegarono nel cielo

ormai svuotato dai nembi neri come la pece, cupi,

atramentosi.

Ora, l’aria è lacerata dalle grida stridule dei gabbiani

che si affacciavano dai loro ricoveri notturni lungo le

rive del mare.

Quelle grida stridule, laceranti, sembravano essere

presagio di chi sa quali dolorosi eventi. Brividi sotto

le stelle.

I gabbiani sono tristi e fanno pensare a brutti presagi.


Roberto Ragni

Caldarola

Nascosto in mezo all’erba come un fiore

tra le vete del suo apennino

c’è un qualcosa che te riempe el core

e te senti al Signore più vicino

Tra sti colori de sta cartolina

spicca l’azuro del cielo iluminato

e un ragio de sole che se insinua

tra le viuze coperte de selciato

P oesia 25

Caldarola è il nome che j ane dato

per via del’acqua calda che scoreva

po i conti Palota l’ane adobato

pel Cardinale che li ce viveva

Drenta le stanze de l’alto prelato

tra quele mura antighe e molto austere

una mostra de quadri ciane fato

del Caravagio e Guercino, opere vere

Come n’a madre guarda el suo fioleto

e el protege da chi i sta vicino

cusci el castelo guarda il bel paeseto

e quando te avvicini fa pianino

Non poi sveia sto fiolo cocolato

dalla estiva arieta soprafina,

e coperto da un lenzolo imacolato

quando in inverno la neve s’avicina

Roberto fecit A.D. MMX

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