O - Dipartimento di Filosofia

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O - Dipartimento di Filosofia

La soluzione falsificazionista

Invece che cercare un modo di giustificare razionalmente

l’induzione, un’altra strategia è quella di offrire un resoconto

alternativo di come procede la conoscenza scientifica, mettendo

del tutto da parte l’induzione.

Di questo tipo è la risposta radicale al problema

dell’induzione proposta dal filosofo d’origine austriaca Karl

Popper (1902-1994) nella Logica della scoperta scientifica

(1935).

Per Popper il problema dell’induzione è uno

pseudoproblema, perché la scienza non si basa sull’induzione (e

quindi su una teoria della conferma) per la propria

giustificazione.

Secondo Popper è proprio il ritenere che siano le progressive

conferme a rendere scientifica una ipotesi o teoria il punto da

rifiutare.

È infatti fin troppo facile accumulare istanze positive che

supportano una teoria, soprattutto se la teoria è così generale

nelle sue asserzioni da sembrare non escludere niente.

1


Le teorie che sembrano avere un grande potere esplicativo,

come il marxismo e la psicoanalisi, vanno guardate come

sospetto, proprio perché attraverso di esse sembra possibile

spiegare un tale numero e una tale varietà di cose.

Il problema di queste teorie, per Popper, è che non avanzano

previsioni precise, e che, proprio per questo loro essere vaghe,

possono inglobare ogni genere di cosa.

Infatti, più una teoria è vaga (e quindi poco scientifica, in

accordo al senso comune), più è facile trovare istanze

confermative.

Da qui la conclusione di Popper che il metodo scientifico

non vada assolutamente centrato sul momento della conferma,

come fanno gli induttivisti.

Ma su che cosa basarsi allora, per caratterizzare la

‘scientificità’ di una teoria?

2


Nel rispondere a questa domanda Popper opera una

preliminare e importante distinzione tra due momenti della

conoscenza scientifica,

“il processo che consiste nel concepire una nuova idea” e

“i metodi e i risultati dell’esaminarla logicamente”,

diventata nota come la distinzione tra il contesto della

scoperta e il contesto della giustificazione.

Il punto fondamentale, per Popper, è che il compito

dell’epistemologia o “logica della conoscenza” riguarda solo il

secondo momento del processo conoscitivo, quello della

giustificazione:

“esso consiste unicamente nell’investigare i metodi impiegati

in quei controlli sistematici ai quali dev’essere sottoposta ogni

nuova idea che si debba prendere seriamente in considerazione”.

Mentre la ricostruzione dei processi che caratterizzano il

primo momento nel formarsi di una teoria, quello della scoperta

o “congettura” di nuove idee, non sono il compito della logica

ma bensì della psicologia della conoscenza.

Secondo Popper infatti “non esiste nessun metodo logico per

aver nuove idee”, in quanto “ogni scoperta contiene un

‘elemento irrazionale’ o ‘un’intuizione creativa’ ”.

3


La logica della conoscenza non ha come oggetto la

ricostruzione del processo mentale che ha portato alla scoperta

dell’ipotesi teorica,

ma la ricostruzione dei controlli in base ai quali si stabilisce se

essa possa essere considerata una scoperta scientifica genuina.

Il mio modo di vedere la cosa (per quello che vale) è

che non esista nessun metodo logico per avere nuove idee, e

nessuna ricostruzione logica di questo processo.

Il mio punto di vista si può esprimere dicendo che ogni

scoperta contiene un «elemento irrazionale» o «un’intuizione

creativa» […].

Secondo il mio punto di vista, il metodo consistente nel

sottoporre le teorie a controlli critici e nello scegliere

secondo i risultati dei controlli, procede sempre lungo le

linee seguenti.

Da una nuova idea, avanzata per tentativi e non ancora

giustificata in alcun modo – una anticipazione, un’ipotesi, un

sistema di teorie, o qualunque cosa si preferisca – si

traggono conclusioni per mezzo della deduzione logica. […]

Infine c’è il controllo della teoria condotto mediante le

applicazioni empiriche delle conclusioni che possono essere

derivate da essa

(K. Popper, La logica della scoperta scientifica, Torino,

Einaudi, 1970, pp. 11-12).

4


L’elaborazione di una metodologia scientifica si deve quindi

basare sul momento della giustificazione; ma questa, secondo

Popper, non può essere centrata sulla nozione di verificazione.

Come si è già visto, il problema della validità del principio

d’induzione consiste proprio nell’impossibilità di verificare

empiricamente, cioè per mezzo di osservazioni empiriche

espresse da asserzioni singolari, un’ipotesi teorica espressa da

un’asserzione universale:

per verificarla sarebbe necessaria l’osservazione di tutti i casi

possibili contemplati dall’asserzione universale.

Nemmeno la versione indebolita della verificazione, che è

rappresentata dalla nozione di conferma, va bene per Popper,

per i motivi ricordati sopra.

Ma il ruolo dell’osservazione non è per questo sminuito:

deve solo essere interpretato in modo diverso, non più come

base per la verificazione o conferma ma come elemento di

controllo.

Una ipotesi o teoria è “empirica o scientifica”, per Popper,

“solo quando può essere controllata dall’esperienza”, può cioè

essere messa alla prova e eventualmente confutata

empiricamente.

5


“Scientifico” è quindi ciò che è confutabile in base

all’esperienza, o -- secondo la terminologia usata da Popper --

falsificabile:

per esempio, l’asserzione “domani qui pioverà o non

pioverà” non è scientifica perché non può essere falsificata;

sono invece falsificabili le asserzioni “domani qui pioverà” e

“domani qui non pioverà”, che possono essere sottoposte a

controllo empirico.

“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia

sostenuta dall’esperimento e dall’osservazione dovremmo

porgli la seguente domanda.

Puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile, che,

effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria?

Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il

carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le

osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria,

allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi

osservazione particolare offra un sostegno empirico alla tua

teoria.

Oppure, per dirla più in breve: solo se puoi dirmi in qual

modo la tua teoria possa essere confutata, o falsificata,

possiamo accettare le pretesa che la tua teoria abbia il

carattere di una teoria empirica.

6


Questo criterio di demarcazione fra teorie non empiriche e

teorie che hanno carattere empirico, l’ho chiamato anche

criterio di falsificabilità, o criterio di confutabilità.

Esso non implica che le teorie inconfutabili sono false, e non

implica neppure che sono prive di significato.

Ma implica che, finché non possiamo dare una descrizione

dell’aspetto che ha una possibile confutazione della teoria,

allora quella teoria è al di fuori della scienza empirica

(K. Popper, Problemi, scopi e responsabilità della scienza, in

Id. Scienza e filosofia. Problemi e scopi della scienza, Torino,

Einaudi, 1969, p. 130).

Alla verificabilità di una teoria come criterio di

demarcazione tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è, Popper

sostituisce così la falsificabilità, e a sostegno di questa sua

soluzione al problema della demarcazione, adduce le seguenti

considerazioni:

7


1) il carattere normativo della conoscenza scientifica:

la quantità di informazione intorno al mondo fornita da

un’asserzione scientifica è tanto più grande quanto

maggiore è la possibilità che essa entri in conflitto, in

virtù del suo carattere logico, con possibili asserzioni

singolari

(non per nulla chiamiamo “leggi” le leggi di natura:

quanto più vietano, tanto più dicono).

(K. Popper, La logica della scoperta scientifica, Torino,

Einaudi, 1970, p. 25);

8


2) l’asimmetria tra verificabilità e falsificabilità (a vantaggio

della falsificabilità):

la mia proposta si basa su un’asimmetria tra

verificabilità e falsificabilità, che risulta dalla forma

logica delle asserzioni universali.

Queste, infatti, non possono mai essere derivate da

asserzioni singolari, ma possono venir contraddette da

asserzioni singolari.

Di conseguenza è possibile, per mezzo di inferenze

puramente deduttive [...], concludere dalla verità di

asserzioni singolari alla falsità di asserzioni universali.

Un tale ragionamento, che conclude alla falsità di

asserzioni universali, è il solo tipo di inferenza

strettamente deduttiva che proceda, per così dire, nella

direzione induttiva”; cioè da asserzioni singolari ad

asserzioni universali” (ibid.).

Se si prende ad esempio l’asserzione universale “tutti i cigni

sono bianchi”, indipendentemente dal numero osservato di

istanze positive (cigni bianchi) è sempre possibile che la

successiva istanza (il prossimo cigno che osserveremo) la

falsifichi.

In altre parole, le istanze positive non bastano mai.

Mentre è sufficiente osservare un solo cigno che non è

bianco per falsificare tale ipotesi.

9


Centrando il criterio di scientificità sulla falsificabilità,

Popper si sente autorizzato a concluderne che la scienza può

procedere senza induzione, dal momento che l’inferenza da

un’istanza falsificante alla falsità di una teoria è di natura

puramente deduttiva.

Su questa base costruisce una metodologia scientifica, nota

come falsificazionismo:

secondo la quale il procedere scientifico consiste, invece che

nell’accumulazione di istanze positive per confermare le ipotesi

teoriche (come per gli induttivisti), nella ricerca di evidenze

negative per mettere alla prova o cercare di falsificare tali

ipotesi.

La scienza, secondo Popper, procede per “congetture e

confutazioni”, come recita il titolo di una sua famosa opera del

1969.

Quando si è sviluppata un’ipotesi o fatta una congettura,

bisogna dedurne predizioni che ne consentano il controllo

sperimentale.

Se il controllo conduce a un risultato negativo, l’ipotesi è

falsificata e deve essere abbandonata.

Ma se il risultato del controllo è positivo e quindi l’ipotesi

non è falsificata, ciò non significa che sia vera ma solo che

dovrà essere sottoposta a controlli ancora più rigorosi e a

tentativi ancora più ingegnosi di falsificarla.

10


Il criterio della falsificazione evita i due problemi del

criterio di verificazione:

consente di ammettere come scientifiche le asserzioni

universali, proprio perché falsificabili, e

porta a escludere come pseudo-scientifici il marxismo e la

psicanalisi, in quanto empiricamente non falsificabili.

Ogni teoria scientifica, per essere tale, deve infatti

specificare le condizioni della propria confutabilità empirica;

se una teoria supera i vari controlli e i tentativi di confutarla,

essa è «corroborata» dall’esperienza.

Tanto maggiore è il contenuto informativo della teoria e

tanto più improbabili e rischiose le previsioni che con essa si

possono fare, quanto più severo sarà il controllo e maggiore la

corroborazione.

11


Secondo Popper, la scienza procede infatti attraverso un

analogo della selezione naturale, e gli scienziati imparano solo

dai propri errori.

Le teorie più adeguate sono le teorie che sono sopravvissute

a ripetuti tentativi di falsificazione e in quanto tali sono

maggiormente “corroborate”, ma questo non vuol dire che non

possano essere falsificate in futuro.

Nella scienza, per Popper, tutto è dunque provvisorio e

sottoposto a continue correzioni e sostituzioni: la scienza

consiste in «audaci congetture e severi tentativi di

confutazione».

Se la teoria non può pretendere di raggiungere

definitivamente la verità, è però un tentativo per avvicinarsi ad

essa, e quanto più una teoria si approssima alla realtà, tanto più

va considerata «verosimile».

Ci sono quindi vari gradi di «verosimiglianza» di una teoria a

seconda del «grado di migliore (o peggiore) corrispondenza con

la verità o di migliore (o peggiore) somiglianza o similarità con

la verità».

12


Questo comporta, contro i dubbi scettici, che deve essere

riconosciuta l’esistenza di una realtà esterna indipendente dal

soggetto, e che essa può essere conosciuta: la teoria asserisce

qualcosa intorno alla realtà, può cozzare contro di essa, ad essa

cerca di approssimarsi.

Le nostre falsificazioni indicano così i punti in cui

abbiamo per così dire, toccato la realtà. […]

Ammetto, che, se non sappiamo come controllare una teoria,

possiamo essere in dubbio se esita qualcosa del genere (o del

livello) descritto dalla teoria;

e se sappiamo positivamente che la teoria non può essere

controllata, allora i nostri dubbi cresceranno: possiamo

supporre che sia un puro e semplice mito, un racconto di

fate.

Ma se una teoria è controllabile, implica che eventi di un certo

tipo non possono accadere, e così asserisce qualcosa intorno

alla realtà.

(È questa la ragione per cui richiediamo che, quanto più una

teoria è congetturale, tanto più alto sia il suo grado di

controllabilità).

13


Le congetture controllabili, o i tentativi di indovinare, sono

dunque congetture (o tentativi di indovinare qualcosa)

intorno alla realtà; dal loro carattere incerto o congetturale

segue soltanto che la nostra conoscenza circa la realtà che

descrivono è incerta o congetturale.

Le teorie sono nostre invenzioni, nostre idee: non si

impongono su di noi, ma sono i nostri strumenti di pensiero,

che abbiamo fatto da noi: questo è stato visto chiaramente

dagli idealisti.

Ma alcune di queste teorie possono cozzare contro la realtà:

e quando cozzano, sappiamo che c’è una realtà; che esiste

qualcosa, a rammentarci il fatto che le nostre idee possono

essere errate.

(K. Popper, Tre punti di vista sulla conoscenza umana , in Id.

Scienza e filosofia. Problemi e scopi della scienza, Torino,

Einaudi, 1969, pp. 42-3).

14


Ma la conoscenza scientifica procede davvero in questo

modo?

Il falsificazionismo presenta diversi problemi, alcuni dei

quali sono piuttosto generali e mettono in dubbio il fatto che si

possa dar conto del metodo scientifico senza utilizzare affatto

l’inferenza induttiva.

Principali difficoltà della metodologia popperiana

1) Il carattere problematico degli esperimenti falsificanti.

Secondo il resoconto falsificazionista, il controllo delle teorie

scientifiche procede nel seguente modo:

a) gli scienziati deducono una previsione da un’ipotesi,

b) compiono un esperimento per vedere se la previsione è

corretta e,

c) se l’osservazione non la conferma, decidono che l’ipotesi

è falsificata.

15


Schematicamente, varrebbe cioè la seguente inferenza

deduttiva relativamente a un’ipotesi I e all’asserto

osservativo O che è implicato da essa e la falsifica:

(a) I → O (I implica O, dove O può essere deciso tramite

l’osservazione)

(b) ¬ O (O è falso)

⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯

(c) ¬ I

(I è falsa.)

dove il simbolo → rappresenta l’implicazione logica,

il simbolo ¬ la negazione logica,

e lo schema si legge come:

date le premesse (a) e (b), segue la conclusione (c).

Per esempio:

I è l’ipotesi che tutti i metalli si espandono quando sono

riscaldati,

O è l’asserto che un particolare campione di ferro si espande

quando viene riscaldato,

I implica chiaramente O.

Ne segue che, se O è falso, I è falsificata.

16


In realtà le cose non funzionano proprio così.

Come notava il fisico (e anche filosofo e storico della

scienza) francese Pierre Duhem (1861-1916) nella sua opera

La teoria fisica del 1906,

“un esperimento fisico non può mai condannare una singola

isolata ipotesi, ma solo un intero corpo teorico”.

In altre parole, le predizioni implicate da una teoria

scientifica non derivano mai da singole ed isolate ipotesi, come

sembrerebbe dallo schema visto sopra, ma sempre da un insieme

di ipotesi, ed è questo insieme ad essere eventualmente in

contraddizione con il risultato dell’esperimento.

La scienza fisica, per Duhem,

“è un sistema che deve essere preso come un intero”.

La sua è una concezione olistica della fisica (olismo, dal

greco olos, tutto), concepita come “un organismo” in cui una

parte non può essere fatta funzionare senza chiamare in gioco

anche tutte le altri parti.

17


Un olismo che è portato alle sue estreme conseguenze dal

filosofo americano W.v.O. Quine (1908-2000), che arriva a

includere nell’insieme di ipotesi da considerare congiuntamente

anche le leggi della logica.

Quine, riprendendo la tesi di Duhem, sostiene che le

asserzioni della scienza non si confrontano con l’esperienza

singolarmente, ma sempre come un insieme, come un tutto:

«le nostre proposizioni sul mondo esterno si sottopongono la

tribunale dell’esperienza sensibile non individualmente ma solo

come un insieme solidale. […] L’unità di misura della

significanza empirica è tutta la scienza nella sua globalità»;

Ricorrendo ad una metafora divenuta celebre, Quine

paragona la scienza ad un campo di forza, che tocca l’esperienza

solo ai suoi margini periferici:

ogni enunciato della scienza (sia gli enunciati che si trovano

alla periferia, cioè in contatto con l’esperienza, sia quelli che

sono più centrali, come gli enunciati della logica e della

matematica), può essere messo in dubbio e revocato, se ciò

contribuisce ad un miglior equilibrio complessivo.

L’esperienza determina il campo di forza in modo così vago

che è lasciata ampia libertà nello scegliere quale parte

modificare:

la scienza è cioè «sotto-determinata» dall’esperienza, non è

cioè da essa completamente determinata.

La stessa distinzione fra enunciati più vicini all’esperienza ed

enunciati più lontani è solo una distinzione di grado, e dipende

dalla tendenza pragmatica a modificare più facilmente certe

parti anziché altre.

18


“Tutte le nostre cosiddette conoscenze o convinzioni,

dalle più fortuite questioni di geografia e di storia alle leggi

più profonde della fisica atomica o financo della matematica

pura o della logica, tutto è un edificio fatto dall’uomo che

tocca l’esperienza solo lungo i suoi margini.

O, per mutare immagine, la scienza nella sua globalità è

come un campo di forza i cui punti limite sono l’esperienza.

Un disaccordo con l’esperienza alla periferia provoca un

riordinamento all’interno del campo; si devono riassegnare

certi valori di verità ad alcune nostre proposizioni.

Una nuova valutazione di certe proposizioni implica una

nuova valutazione di altre a causa delle loro reciproche

connessioni logiche – mentre le leggi logiche sono soltanto, a

loro volta, certe altre proposizioni del sistema, certi altri

elementi del campo.

Una volta data una nuova valutazione di una certa

proposizione dobbiamo darne un’altra anche a certe altre,

che possono essere proposizioni logicamente connesse con la

prima o esse stesse proposizioni di connessioni logiche.

Ma l’intero campo è determinato dai suoi punti limite, cioè

l’esperienza, in modo così vago che rimane sempre una

notevole libertà di scelta per decidere quali siano le

proposizioni di cui si debba dare una nuova valutazione alla

luce di una certa particolare esperienza contraria.

Una esperienza particolare non è mai vincolata a nessuna

proposizione particolare all’interno del campo tranne che

indirettamente, per delle esigenze di equilibrio che

interessano il campo nella sua globalità.

19


(W. V. O. Quine, Due dogmi dell’empirismo , in Id. Il

problema del significato, Roma, Ubaldini, 1966, pp. 40-1).

Nel saggio del 1950, Due dogmi dell’empirismo, Quine attacca

due dei presupposti fondamentali (“dogmi”) dell’empirismo

logico:

“L’empirismo moderno è stato per molta parte condizionato

da due dogmi:

I) una presunta discriminazione fra verità che

sarebbero analitiche per il fatto di basarsi sul

significato dei termini, e non su dati di fatto, e verità

che sarebbero sintetiche perché si fonderebbero su

dati di fatto;

II)

la tesi per cui tutte le proposizioni significanti

sarebbero equivalenti a certi costrutti logici sulla

base di termini in relazione diretta con l’esperienza

immediata, e cioè il riduzionismo.

Noi abbandoneremo sia l’uno che l’altro dogma perché ne

dimostreremo l’infondatezza.” (W. V. O. Quine, Due dogmi

dell’empirismo, in Id. Il problema del significato, Roma,

Ubaldini, 1966, p. 20).

20


A illustrazione del problema che nasce riguardo al valore

falsificante degli esperimenti, Duhem discute un caso realmente

avvenuto e da molti considerato come un esperimento cruciale

per quanto riguarda la teoria della luce.

Il contesto storico è rappresentato dal dibattito tra i

sostenitori di due teorie rivali sulla natura della luce:

a) la teoria corpuscolare, attribuita a Newton, che vedeva la

luce come un flusso di minuscole particelle in rapido

movimento, e

b) la teoria ondulatoria, dovuta in buona parte all’olandese

Christiaan Huygens (1629-1695), che vedeva la luce come

una perturbazione a onda che si propagava attraverso un

mezzo etereo che permeava tutto lo spazio.

La teoria corpuscolare prediceva che la velocità della luce

nell’acqua sarebbe risultata superiore a quella nell’aria, la teoria

ondulatoria il contrario.

Verso la metà del diciannovesimo secolo venne allestito un

esperimento considerato decisivo per stabilire quale delle due

predizioni fosse in accordo con l’esperienza.

L’esperimento, condotto dal fisico francese Léon Foucault

(1819-1868), era allestito in modo tale che la predizione derivata

dalla teoria corpuscolare era esprimibile dall’asserto singolare

“la macchia priva di colore appare alla destra di quella

verdastra”, mentre la predizione derivata dalla teoria ondulatoria

era esprimibile dall’asserto “la macchia priva di colore appare

alla sinistra di quella verdastra”.

21


Sembrava quindi di aver a disposizione un caso esemplare di

“esperimento cruciale”:

bastava osservare se la macchia priva di colore risultasse a

destra o a sinistra di quella verdastra e il risultato avrebbe

permesso di stabilire quale delle due teorie rivali fosse quella

confermata (o, nella terminologia popperiana, quella non

falsificata).

Quando l’esperimento fu portato a termine, si determinò di fatto

che la luce si era mossa più lentamente nell’acqua che nell’aria,

e furono in molti a interpretare questo risultato come una

definitiva confutazione dell’ipotesi corpuscolare.

Ma la situazione, come osserva Duhem, non è così semplice.

La teoria corpuscolare, dalla quale segue che la luce si muove

più rapidamente nell’acqua che nell’aria, comprende una serie di

assunzioni oltre a quella secondo la quale la luce consiste di

particelle

(come ad esempio l’assunzione che le particelle di luce si

attraggono e respingono a vicenda, ma con forze che risultano

trascurabili se le particelle sono molto vicine tra loro).

È la congiunzione di queste ipotesi ad essere falsificata

dall’esperimento, non necessariamente l’ipotesi che la luce

consista di particelle.

22


Se si accetta l’analisi di Duhem, lo schema di falsificazione

precedente deve essere corretto e sostituito nel seguente modo

(indicando con A l’insieme di assunzioni ausiliari che

accompagnano l’ipotesi I)

(a) (I & A) → O (I insieme ad A implicano O)

(b) ¬ O

(O è falso)

⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯⎯

(c) ¬ (I & A)

( la congiunzione di I ed A è falsa.)

Ciò che risulta è quindi la falsificazione della congiunzione

dell’ipotesi con l’insieme di assunzioni ausiliari A.

Questo significa tre possibili situazioni:

1) l’ipotesi I è falsa;

2) una o più assunzioni dell’insieme A sono false;

3) sia I sia una o più assunzioni dell’insieme A sono false.

La falsità dell’ipotesi I rappresenta quindi solo una delle tre

possibilità.

23


Come si fa a sapere se ad essere stata falsificata

dall’esperimento sia l’ipotesi messa alla prova e non piuttosto

qualche altra assunzione nell’insieme A?

Ma si può essere ancora più radicali e, seguendo Quine,

includere nell’insieme di assunzioni ausiliari A anche le leggi

della logica, e così inserire l’ulteriore possibilità che ad essere

falsificata sia solo la logica mentre tutte le assunzioni fisiche

sono corrette.

Come può dunque difendersi Popper di fronte a questo

problema?

Popper è costretto ad ammettere che non è possibile che un

esperimento confuti in modo definitivo una teoria.

La sua scappatoia, che tuttavia non elimina la questione, sta

nel sostenere che, accanto a un insieme di asserti sperimentali

che costituiscono i falsificatori potenziali di una teoria, deve

esserci anche un insieme di procedure sperimentali, di tecniche,

e così via, che garantisca che gli scienziati posssano trovare un

accordo sul modo in cui determinare la verità o la falsità di

ciascun asserto osservativo.

Popper si richiama così al carattere intersoggettivo della

conoscenza scientifica per difendere il valore della propria

metodologia:

la falsificazione è possibile solo se gli scienziati sono

intersoggettivamente concordi su cosa è sottoposto a controllo in

ogni determinata occasione.

24


2) La non falsificabilità di alcune categorie di asserzioni

scientifiche.

Il criterio di falsificabilità non sembra applicabile a una parte di

asserzioni che sono legittimamente ritenute ‘scientifiche’, come

a) le asserzioni esistenziali (gli enunciati che

asseriscono l’esistenza di entità non direttamente

osservabili -- le cosiddette “entità teoriche” -- come

i quark o i buchi neri, non sono falsificabili nel

senso di Popper), e

b) le asserzioni probabilistiche nel caso di eventi

singoli (per esempio, l’asserzione “la probabilità

che dal lancio di una moneta risulti la faccia ‘testa’

è 1/2” non è falsificabile con l’osservazione di che

cosa succede con un lancio della moneta, visto che

la probabilità 1/2 è consistente con i due possibili

esiti, testa e croce).

25


3) La non corrispondenza con il comportamento effettivo

degli scienziati.

La metodologia falsificazionista è spesso contraddetta da come

si comportano di fatto gli scienziati.

La storia della scienza offre numerosi esempi di casi in cui,

piuttosto che abbandonare una teoria di fronte a una

falsificazione, si cercano modifiche o assunzioni supplementari

pur di salvarla.

Questo fatto è riconosciuto e accettato dallo stesso Popper, che

concede la possibilità di salvare una teoria di fronte a una

falsificazione con l’aggiunta di ulteriori assunzioni, purché

queste non siano puramente ad hoc.

Come si distingue tra assunzioni genuine e assunzioni ad hoc?

Secondo Popper in base al fatto che le assunzioni genuine

implicano nuove predizioni.

Un esempio è fornito da un caso ben noto della storia della

scienza ottocentesca: la difformità dell’orbita osservata del

pianeta Urano rispetto a quanto prevedeva la meccanica

newtoniana.

Invece di considerare per questo motivo falsificata la teoria

newtoniana, si ipotizzò l’esistenza di un altro pianeta (Nettuno)

per render conto dei dati.

Un simile comportamento è accettabile, secondo Popper, perché,

avanzando la previsione che il nuovo pianeta sarebbe stato

osservabile, tale modifica accresceva il contenuto empirico della

teoria (e di fatto Nettuno venne poi davvero osservato).

26


Ma se in questo caso il problema trovò presto una soluzione, a

volte si prosegue per anni, addirittura per decenni, con una

teoria che è palesemente falsificata.

Lo dimostra lo stesso caso della teoria della gravitazione

newtoniana, che pur falsificata dai risultati sperimentali ottenuti

per alcune caratteristiche dell’orbita del pianeta Mercurio,

resistette per decenni.

Solo quando Einstein elaborò la teoria generale della relatività

che, tra le altre cose, prediceva in modo corretto i valori

osservati per l’orbita di Mercurio, si accettò di abbandonare la

teoria newtoniana.

In generale si può dire che, quando gli scienziati hanno a

disposizione una teoria di successo (come indubbiamente è stata

la meccanica newtoniana), è solo in presenza di alternative di

successo maggiore (nel caso considerato, la teoria generale della

relatività) che sono disposti ad abbandonare la teoria di

partenza:

l’esistenza di osservazioni falsificanti non costituisce di per sé

una ragione sufficiente, al contrario di quanto vorrrebbe il

falsificazionismo popperiano.

27


Se, in conclusione, il falsificazionismo non sembra essere in

grado di rappresentare una completa e soddisfacente risposta al

problema del metodo scientifico, vanno comunque riconosciuti a

Popper dei meriti fondamentali relativamente al progresso del

dibattito epistemologico.

Popper ha attirato l’attenzione su aspetti del buon procedere

scientifico che sono ora molto enfatizzati, come

un atteggiamento critico nei confronti del sapere ricevuto e

l’uso del pensiero creativo per risolvere i problemi attraverso

congetture audaci che aprano la via a nuove possibilità in campo

sia teorico sia sperimentale.

Oggi è generalmente accettato che la nascita delle teorie

scientifiche non segue precise regole metodologiche come

pensavano gli induttivisti prima maniera, ma risulta da

un’attività in gran parte creativa, come sottolineato da Popper.

E chi accetta questo riconosce anche, di conseguenza, che

parlando di metodologia scientifica sia fondamentale distinguere

tra il modo in cui le teorie vengono concepite e il successivo

procedimento attraverso il quale esse vengono controllate.

28


L’induttivismo sofisticato e la “concezione standard”

La distinzione popperiana tra contesto della scoperta e

contesto della giustificazione è stata dunque molto importante

per lo sviluppo della discussione sulla metodologia scientifica

ed ha portato, in particolare, a una modificazione

dell’induttivismo dalla forma “ingenua” iniziale alla forma

“sofisticata” dei principali protagonisti dell’empirismo logico,

primo fra tutti Carnap.

L’induttivista sofisticato, a differenza di quello ingenuo,

separa infatti la questione relativa al modo in cui le teorie sono

elaborate dalla questione relativa al modo in cui le teorie vanno

controllate rispetto alle loro rivali.

Le teorie possono essere elaborate in qualsiasi modo, e viene

riconosciuto il ruolo, in questa fase, di fattori non razionali come

possono essere le convinzioni metafisiche o le credenze

religiose dei singoli scienziati.

È nel momento della giustificazione delle teorie che

interviene la metodologia scientifica, che per l’induttivista

sofisticato consiste essenzialmente nell’elaborazione di una

teoria razionale della conferma, dove il loro grado di conferma

è dato dalla relazione che intercorre tra l’evidenza disponibile e

la teoria scientifica.

29


La discussione sul metodo scientifico ci ha così portato

dall’induttivismo ingenuo al falsificazionismo di Popper per

finire con una forma più sofisticata di induttivismo, che è di

fatto quella sposata dai principali esponenti dell’empirismo

logico (la concezione dominante nella filosofia della scienza

dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni sessanta del

novecento).

Tra gli empiristi logici e Popper ci sono differenze

sostanziali riguardo al modo di affrontare il problema

dell’induzione e alla scelta del criterio di demarcazione tra

scienza e non-scienza.

Ma ci sono anche importanti consonanze, a cominciare dalla

profonda convinzione che la scienza rappresenti una forma di

conoscenza razionale e oggettiva.

Gli aspetti che sicuramente accomunano le concezioni sulla

natura della scienza di Popper e degli empiristi logici sono gli

ingredienti di quella che è diventata nota come concezione

standard (received view) del sapere scientifico.

30


Gli ingredienti della cosiddetta concezione standard della

scienza:

1) Il carattere cumulativo dell’impresa scientifica:

gli scienziati costruiscono partendo dai risultati dei loro

predecessori, e il progresso della scienza comporta una

crescita costante della nostra conoscenza del mondo.

2) Il carattere unitario della scienza,

sia nel senso metodologico (esiste un unico insieme di

metodi fondamentali che valgono per tutte le scienze),

sia nel senso del riduzionismo, per cui tutte le scienze

naturali sono considerate (in linea di principio) riducibili alla

fisica, che si occupa dei costituenti ultimi della materia e

quindi di tutte le cose che compongono il mondo fisico.

3) La netta distinzione epistemologica tra il contesto della

scoperta e il contesto della giustificazione:

aspetti come le particolari motivazioni e le contingenti cause

da cui hanno avuto origine le teorie sono considerati del tutto

irrilevanti rispetto alla questione principale della conferma o

corroborazione delle teorie.

31


4) Il carattere ‘neutrale’ dell’osservazione:

l’osservazione e gli esperimenti costituiscono una base

neutrale (cioè oggettiva, non condizionata dalle teorie) per la

conoscenza scientifica, o almeno per il controllo delle teorie

scientifiche.

5) La distinzione tra termini teorici e termini osservativi:

è possibile trarre una netta distinzione, nel linguaggio di una

teoria, tra i termini che si riferiscono a qualcosa di

direttamente osservabile (come “rosso”, “bagnato”, “caldo”)

e quelli che invece non hanno questo tipo di immediato

riferimento (come “gravità”, “carica”, “elettrone”).

6) La fissità del riferimento:

i termini usati nelle teorie si riferiscono a determinati oggetti

del mondo fisico e questo riferimento non cambia nel tempo.

32


Rivoluzioni scientifiche e relativismo

Ma tutti questi punti, che caratterizzano quella che è

diventata nota come concezione standard della scienza, vengono

posti in discussione dallo storico e filosofo della scienza

americano Thomas Kuhn (1922-1996).

Con la sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche

del 1962, Kuhn segna una svolta decisiva nel dibattito

epistemologico, proponendo una concezione della scienza e

della sua evoluzione che sembra mettere del tutto in crisi l’idea

del carattere razionale e oggettivo dell’impresa scientifica.

Kuhn era un fisico di formazione, e come tale compie i primi

passi della sua carriera accademica a Harvard. È tenendo un

corso di generale educazione scientifica agli studenti di indirizzo

umanistico che ha l’occasione di approfondire storicamente

alcuni momenti significativi dello sviluppo scientifico.

L’analisi storica di teorie e pratiche scientifiche del passato

lo conduce poi a interessarsi di filosofia della scienza, non per

questo lasciando da parte la storia della scienza. Anzi, la

concezione della scienza che arriva a elaborare è, come dichiara

egli stesso, “storicamente impostata”.

Si tratta cioè di una concezione che, a differenza di quanto

era avvenuto fino allora (tranne poche eccezioni) nell’ambito

della filosofia della scienza, attribuisce alla storia della scienza

– intesa nel senso dell’esame approfondito di come si sono

effettivamente sviluppate e avvicendate le teorie scientifiche ---

un ruolo centrale nella riflessione sul metodo e sul progresso

scientifico.

33


Non a caso il suo testo comincia nel seguente modo:

La storia, se fosse considerata come qualcosa di più che

un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre

una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza

dalla quale siamo dominati.

Fino ad oggi questa immagine è stata ricavata, anche

dagli stessi scienziati, principalmente dallo studio dei

risultati scientifici definitivi quali essi si trovano registrati

nei classici della scienza e più recentemente nei manuali

scientifici, dai quali ogni nuova generazione di scienziati

impara la pratica del proprio mestiere.

È però inevitabile che i libri di tal genere abbiano uno

scopo persuasivo e pedagogico: una concezione della scienza

ricavata da essi non è verosimilmente più adeguata a

rappresentare l’attività che li ha prodotti di quanto non lo

sia l’immagine della cultura di una nazione ricavata da un

opuscolo turistico o da una grammatica della lingua.

Questo saggio cerca di mostrare che essi ci hanno portato

a fraintendimenti fondamentali. Il suo scopo è quello di

abbozzare una concezione assai diversa della scienza, quale

emerge dalla documentazione storica della stessa attività di

ricerca.

(Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

[1962], Einaudi, Torino 1978, p. 19).

34


Quale è dunque la nuova immagine della scienza e del suo

sviluppo a cui arriva Kuhn sulla base della “documentazione

storica dell’attività di ricerca”?

Lo studio attento di casi come quello della cosiddetta

“rivoluzione copernicana” (alla quale dedica uno specifico

volume di ricostruzione storica), e allo stesso tempo dei

comportamenti delle comunità scientifiche (sia del passato sia

del presente) nell’organizzare e compiere le attività di ricerca,

portano Kuhn a concepire le due nozioni principali sulle quali si

fonda la sua visione epistemologica: la nozione di paradigma, e

la nozione di rivoluzione scientifica.

Un paradigma, per Kuhn, è ciò che viene condiviso per un

certo periodo da una comunità scientifica:

“Con tale termine voglio indicare conquiste scientifiche

universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo,

forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a

coloro che praticano un certo campo di ricerca.”

Esempi di paradigmi in questo senso sono:

l’analisi aristotelica del movimento

il calcolo tolemaico della posizione dei pianeti

la meccanica di Newton

la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell

la relatività einsteiniana

.........

35


Il ruolo che Kuhn attribuisce alla nozione di paradigma è

quindi quello di fornire ai componenti di una comunità

scientifica “un modello di problemi e soluzioni accettabili”,

il che poi viene a significare, nella sua concezione, una

precisa “visione del mondo entro il quale viene fatto il lavoro

scientifico”.

Proprio dall’osservazione di come, di fatto, si comportano (o

si sono comportati nel passato) i membri delle comunità

scientifiche nello svolgere il loro lavoro di ricerca, di

elaborazione e di trasmissione del sapere, Kuhn arriva infatti

alla conclusione che la maggior parte dell’attività scientifica sia

condotta nel quadro di un determinato paradigma.

A questo tipo di attività egli dà il nome di scienza normale:

“Scienza normale significa una ricerca stabilmente

fondata su uno o su più risultati raggiunti dalla scienza del

passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un

certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il

fondamento della sua prassi ulteriore.”

L’attività della scienza normale consiste quindi

nell’elaborazione e nell’estensione del successo del paradigma:

per esempio, nel raccogliere un gran numero di nuove

osservazioni e nel renderle compatibili con le teorie accettate, e

nel risolvere i problemi che sorgono all’interno del paradigma.

Per illustrare questa attività, Kuhn utilizza l’analogia con

quella di “risoluzione di rompicapo”:

la ricerca scientifica in un periodo di scienza normale è

simile all’attività di risolvere dei rompicapo, dove le regole da

seguire sono determinate dal paradigma dominante.

36


La maggior parte dell’attività scientifica risulta così piuttosto

conservatrice nella concezione kuhniana:

nei periodi di scienza normale, gli scienziati non mettono in

discussione i principi fondamentali della loro disciplina (in

quanto questi sono parte del paradigma) e, a differenza di

quanto sosteneva Popper, non abbandonano una teoria per la

semplice presenza di istanze falsificanti.

Per Kuhn, infatti, la valutazione delle teorie, proprio perché

svolta nel quadro di un paradigma, non può essere davvero

oggettiva (al contrario di quanto ritenuto sia da Popper sia dagli

induttivisti sofisticati).

Allo stesso modo, l’osservazione non può mai essere

davvero neutrale, ma è sempre “carica di teoria”, come già

messo in luce dal filosofo della scienza americano Norwood R.

Hanson (1924-1967) nel testo I modelli della scoperta

scientifica del 1958, a cui Kuhn si richiama esplicitamente.

Come scrive Hanson,

“c'è un senso in cui il semplice fatto di vedere è in realtà

un'impresa ‘carica di teoria’ ”.

L'esempio più noto da lui discusso è il diverso modo in cui

Tycho Brahe e Keplero, messi insieme in un esperimento

immaginario, avrebbero di 'vedere' il Sole:

37


“Consideriamo Keplero: immaginiamo che egli si trovi su

una collina e che osservi il sorgere del Sole in compagnia di

Tycho Brahe. Keplero considerava il Sole fisso: era la Terra

a muoversi. Tycho Brahe seguiva invece Tolomeo e

Aristotele, almeno in riferimento all'opinione che la Terra

fosse fissa al centro e che tutti gli altri corpi celesti

orbitassero attorno ad essa.

Keplero e Tycho Brahe vedono la medesima cosa quando

osservano il sorgere del Sole? [...]

La visione è un’esperienza. Una reazione retinica è soltanto

uno stato fisico: un’eccitazione fotochimica. Sono le persone

a vedere, non i loro occhi. [...]

Che Keplero e Tycho vedano, o non vedano, la medesima

cosa non si può sostenere attraverso un riferimento allo stato

fisico delle loro retine, dei loro nervi ottici o della loro

corteccia visiva: nella visione c’è di più di ciò che colpisce il

globo oculare.

È ovvio che Tycho Brahe e Keplero vedono il medesimo

oggetto fisico.

Essi sono entrambi fisicamente consapevoli del Sole.

Se vengono fatti entrare in una stanza buia e viene loro

chiesto di dire quand’è che vedono qualcosa – qualunque

cosa -, possono riferire entrambi di vedere la medesima cosa

nello stesso momento.

38


Supponiamo che l’unico oggetto visibile sia un lungo e sottile

cilindro di piombo.

Entrambi vedono la medesima cosa, ossia quest’oggetto,

qualunque cosa esso sia.

Solo qui, però, sorge la difficoltà, poiché mentre Tycho vede

semplicemente un tubo, Keplero vedrà un telescopio. [...]

Così, per concludere, dire che Keplero e Tycho, osservando

il sorgere del Sole, vedono la stessa cosa solo perché i loro

occhi sono colpiti dai medesimi stimoli è un errore

elementare. [...]

Le differenze fra quanto essi dicono di vedere scaturiscono

dalle interpretazioni ex post facto di ciò che vedono, mentre

non sono presenti nei dati visivi fondamentali.”

(Norwood Russel Hanson, I modelli della scoperta

scientifica, Feltrinelli, 1978, pp. 14-18)

Se dunque le teorie ‘infettano’ sempre in qualche modo

l’osservazione, la conclusione di Kuhn è che il grado di

conferma che un esperimento conferisce a un’ipotesi non può

essere oggettivo.

Sono piuttosto i valori condivisi dagli scienziati che

svolgono un ruolo determinante nel modo non solo in cui

vengono elaborate nuove teorie, ma anche in cui esse sono poi

giustificate.

39


Un paradigma può tuttavia entrare in crisi.

Questo succede quando le anomalie rispetto al paradigma,

cioè i risultati o i fatti inaspettati che sono in contrasto con

quanto prevedono le teorie del paradigma, non solo persistono

nel tempo ma cominciano a crescere rapidamente di numero.

Quando la scienza normale “va a finire ripetutamente

fuori strada” in questo modo, cioè quando gli scienziati “non

possono più trascurare anomalie che sovvertono l’esistente

tradizione della pratica scientifica”, si crea una situazione di

crisi.

In tale situazione cominciano “indagini straordinarie” (nel

senso che esulano dalla scienza normale) che caratterizzano un

periodo di scienza straordinaria e finiscono con il portare gli

scienziati ad abbracciare “un nuovo insieme di impegni, i

quali verranno a costituire la nuova base della pratica

scientifica”.

Gli “episodi straordinari” in cui avviene questa sostituzione

degli impegni vincolanti i membri di una comunità scientifica,

cioè l’adozione di un nuovo paradigma, sono quelli che Kuhn

chiama “rivoluzioni scientifiche”.

40


Una rivoluzione scientifica è quindi per Kuhn

“una specie molto particolare di cambiamento, che

comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal

gruppo”.

Gli esempi storici dai quali egli trae ispirazione per

caratterizzare questa nozione sono “quei famosi episodi dello

sviluppo scientifico” che già nel passato venivano indicati come

rivoluzioni: a cominciare dalla “rivoluzione copernicana” per

finire alle rivoluzioni relativistica e quantistica della fisica del

secolo scorso.

In tutti questi casi “la transizione da un paradigma in

crisi ad uno nuovo” avviene con le seguenti caratteristiche:

1) Si rende necessario l’abbandono da parte della comunità

scientifica di un paradigma fino allora dominante a favore

di un altro paradigma che è incompatibile con il primo.

Il processo è quindi tutt’altro che cumulativo, a differenza di

quanto succedeva per la scienza normale, il cui compito era

cumulativo per definizione in quanto limitato all’estensione

della portata e precisione della conoscenza scientifica

(nell’ambito di un paradigma).

41


2) Si verifica, di conseguenza, “un cambiamento dei

problemi da proporre all’indagine scientifica e dei

criteri secondo i quali si stabilisce che cosa considerare

come un problema ammissibile o come una soluzione

legittima di esso”.

In altre parole, l’“immaginazione scientifica” subisce una

trasformazione che può essere descritta come “ u n a

trasformazione del mondo entro il quale veniva compiuto

il lavoro scientifico”.

Dopo una rivoluzione, gli scienziati hanno a disposizione un

nuovo modo di guardare alle cose e nuovi problemi su cui

lavorare.

3) Il cambiamento da un paradigma a un altro o

“spostamento di paradigma” implica così un

mutamento globale che, in quanto passaggio da una

visione del mondo a un’altra, non può essere graduale ma

“deve compiersi tutto in una volta”.

I due gruppi di scienziati che lavorano nell’ambito,

rispettivamente, del precedente e del successivo paradigma,

hanno visioni tra loro incompatibili o, come le chiama Kuhn,

incommensurabili:

anche se guardano le stesse cose, le vedono in modo diverso.

Il mutamento paradigmatico è un

incommensurabili”.

“passaggio tra

42


In conclusione lo sviluppo della scienza si presenta, secondo

Kuhn, come

“una successione di periodi dominati dalla tradizione,

punteggiata da rotture non cumulative”,

cioè una successione di

periodi di scienza normale,

separati da svolte totali o “olistiche” (le rivoluzioni scentifiche)

che portano a un mutamento della concezione del mondo.

Il carattere non cumulativo del cambiamento paradigmatico,

insieme alla tesi dell’incommensurabilità tra paradigmi

successivi (o tra le teorie appartenenti a due diversi paradigmi),

sono gli aspetti del pensiero kuhniano che più hanno portato ad

attribuirgli una concezione relativistica, se non addirittura

irrazionale, della scienza.

43


L’accusa di Relativismo e controargomenti di Kuhn

Molti hanno infatti utilizzato gli argomenti di Kuhn per

sostenere una forma di relativismo epistemologico,

cioè la posizione secondo la quale le verità contenute nelle

teorie scientifiche sono completamente o in buona parte

determinate da fattori di tipo personale o sociale,

visto che non sembra possibile avere a disposizione una base né

osservativa né razionale per valutare paradigmi in competizione.

Kuhn rifiuta questo tipo d’intepretazione, che considera

come un vero e proprio travisamento del proprio pensiero.

Secondo Kuhn è invece possibile individuare un oggettivo

progresso scientifico.

Esistono dei criteri, come

“l’accuratezza della previsione”,

“l’equilibrio tra argomenti esoterici e argomenti quotidiani”

“il numero di differenti problemi risolti”,

che ci permettono di valutare se una teoria scientifica

rappresenta un progresso rispetto a una teoria precedente.

44


Lo sviluppo scientifico, come quello biologico, è dunque

“un processo unidirezionale e irreversibile”;

“le teorie scientifiche posteriori sono migliori di quelle

anteriori per risolvere rompicapo nelle circostanze spesso

molto differenti alle quali vengono applicate”.

Se l’accusa di irrazionalità mossa alla concezione kuhniana

non sembra giustificata, è tuttavia vero che la sua analisi del

processo scientifico mette in evidenza aspetti problematici nella

valutazione delle teorie, in particolare per quanto riguarda

a) il rapporto tra le teorie e la loro base osservativa,

b) le implicazioni del cambiamento teorico

(cioè del passaggio da una teoria a quella successiva nello

sviluppo della conoscenza scientifica).

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