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Buddismo e Società n.132 gennaio febbraio 2009

Le questioni del Buddismo:

Ma il Buddismo è una religione?

Perché il Buddismo viene considerato una religione, sebbene non abbia molte delle caratteristiche

che di solito attribuiamo a un credo religioso? Perché nella pratica buddista si parla di preghiera, di

fede di rito, di oggetto di culto, anche se si tratta di un percorso di risveglio interiore che in

definitiva riguarda solo esseri umani?

Sono domande che ognuno di noi in qualche misura prima o poi si pone, e per le quali trova risposte

più o meno soddisfacenti e definitive.

Questo articolo vuole essere un contributo all'elaborazione di tali risposte, e un eventuale punto di

partenza per ulteriori approfondimenti.

Il Buddismo è una religione.

C'è chi prende questa definizione con diffidenza e chi non ci si vuole soffermare troppo su, o perché

non vuole rinnegare un'altra confessione cui si sente di appartenere per cultura dalla nascita, o

perché si ritiene di "fede" laica, atea, e per questo non incline ad abbracciare un qualsivoglia credo

che possa richiedergli di rinunciare acriticamente alle sue convinzioni.

Del resto è esperienza comune a molte e molti di noi l'aver scelto la strada buddista proprio perché

non comporta salti fideistici e si prospetta come un cammino "sperimentale" e molto umano.

Eppure basta aprire un'enciclopedia per leggere che il Buddismo è una delle maggiori religioni

mondiali. Allora?

Se il cammino di riforma interiore che abbiamo intrapreso e il termine religione ci sembrano in

contraddizione, quello che forse dovremo rivedere è il nostro concetto di religione. Innanzitutto

chiarendoci che il Buddismo, a differenza dell'Ebraismo, dell'Islam e del Cristianesimo, non è una

religione "rivelata" da Dio attraverso un profeta (o il figlio suo), nella quale la verità, che esiste a

prescindere dalla presenza umana e la precede, viene appunto rivelata dall'essere supremo alle sue

creature, le quali sono chiamate alla fede e alla devozione.

Il Buddismo (a volte definito una religione "atea", senza dio), ha invece un'esplicita ragion d'essere

terrena e un fondatore umano, che non si pone mai su un piano diverso da questo. Si presenta come

un cammino spirituale che nasce da domande umane sull'esistenza, alle quali fornisce risposte che

non presuppongono l'esistenza di esseri o forze soprannaturali.

Allora? Perché questa cosa qui non si potrebbe chiamare semplicemente filosofia? O magari arte?

Perché la filosofia per sua natura si interroga sul reale e cerca risposte utilizzando la logica, il

ragionamento. E anche quando il suo oggetto di interesse (la natura dell'essere, l'origine del mondo,

la finalità dell'esistenza) è qualcosa di irraggiungibile attraverso quelle facoltà conoscitive, non ne

invoca mai nessuna che trascenda l'uso dell'intelletto o della ragione. E neppure può essere

assimilata all'arte, dove entrano in campo l'emozione o l'intuizione - facoltà che hanno a che fare

anche con il processo della scoperta scientifica - ma che fanno sempre parte del patrimonio di

capacità umane che si possono più o meno facilmente sperimentare ed evocare nella vita comune.

C'è dunque qualcosa che rende questo insegnamento diverso da una filosofia, da una pratica per

ritrovare se stessi o da una forma estetica di interpretazione del mondo: come succede in molte

religioni, questo qualcosa è una forma di trascendenza.

E qui sta il punto cruciale.

Perché nel caso del Buddismo non si tratta di trascendere l'ambito umano per accedere a una

qualche forma divina o sovrannaturale, quanto piuttosto di trascendere le nostre facoltà

dell'intelletto e della ragione (che portano alla filosofia e che appartengono al mondo di Studio),

dell'emozione e dell'intuizione (che portano all'arte, alla scoperta e che appartengono al mondo di


Illuminazione parziale) per accedere a una realtà che è allo stesso tempo umana e universale,

contingente alla nostra singola vita e illimitata, interna ed esterna a noi (che chiamiamo mondo di

Buddità).

E che per percepire questa realtà abbiamo bisogno di mezzi diversi da quelli normalmente a nostra

disposizione: ci serve la preghiera, la fede. Strumenti che ci facciano fare un salto durante il quale la

logica e il giudizio momentaneamente tacciono per far posto ad altre facoltà. E atterrare in un luogo

altrimenti inaccessibile (la Buddità appunto, condizione inerente ad ogni nostro stato vitale) che è

allo stesso tempo qualità fondamentale del nostro essere umani e anche dell'intero universo.

Il Buddismo di Nichiren, fa notare il presidente Ikeda (cfr. Buddismo e società, n. 119, p. 34),

insegna a non fare affidamento in maniera unilaterale ed esclusiva né sul proprio potere individuale

né su qualche potere esterno. E aggiunge: «È solo pregando e fondendoci con il potere della verità

eterna e immutabile, che trascende i nostri sé limitati e finiti, che possiamo pienamente attivare il

nostro potere».

Per questo abbiamo anche un oggetto di culto (altra caratteristica della religione), il Gohonzon, che

rappresenta concretamente sia tale realtà infinita e immutabile, sostanzialmente incomprensibile con

la ragione, sia la vita di Nichiren Daishonin. Ed è per questo che pregando di fronte al Gohonzon,

che è la raffigurazione concreta dell'unicità di Persona (Nichiren, noi) e Legge (la realtà così com'è

al di là di ogni comprensione intellettuale), quella realtà infinita e immutabile viene richiamata dalla

profondità della nostra vita e resa manifesta alla nostra coscienza.

«Negli insegnamenti del Sutra del Loto - scrive Nichiren - le persone traggono la propria forza

dall'interno, e tuttavia non la traggono dall'interno. [...] Inoltre [...] le persone traggono la loro forza

dall'esterno, e tuttavia non la traggono dall'esterno».1 Solo se non ci basiamo esclusivamente su un

potere esterno e neppure soltanto sul nostro potere individuale, commenta Ikeda, possiamo

manifestare il potere trascendente che esiste dentro di noi. E recitare Nam-myoho-renge-kyo ci

permette di farlo.

Sperimentare questa trascendenza è un'esperienza mistica, ovvero al di là della logica e

difficilmente comunicabile. Perciò per farla serve la preghiera. E serve la fede. Perché non si tratta

di comprendere o condividere un ragionamento o una visione del mondo, ma di predisporsi a

un'esperienza profonda, e per questo potenzialmente universale. L'esperienza della Buddità. Che

deve essere fatta concretamente per essere compresa (adesso sì) senza lasciare dubbi, ma attraverso

l'attivazione di facoltà che hanno l'universalità e la trascendenza proprie di una religione.

(Marina Marrazzi)

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