edizione 2005

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edizione 2005

Itinerario nel cinema poliziesco francese degli anni 50 e 60.

Proiezioni. Musica. Letture. Incontri.

7 ottobre 2005 Il Milieu nella Série noire

20.45 Touchez pas au grisbi (Grisbi), Jacques Becker, 1954

22.30 Du rififi chez les hommes (Rififi), Jules Dassin, 1955

21 ottobre 2005 Simenon: Maigret e altrove

20.45 Incontro con Goffredo Fofi, sociologo, saggista, critico cinematografico

22.00 Maigret tend un piège (Il commissario Maigret), Jean Delannoy, 1958

11 novembre 2005 Filosofia del crimine

20.45 Incontro con Claude Lucas, scrittore, ex-rapinatore

22.00 Le deuxième souffle (Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!), Jean-Pierre Melville, 1966

25 novembre 2005 Notturno jazz

20.45 Pitecantropi eretti presenta Amato Jazz Trio concerto jazz *

22.30 Le désordre et la nuit (Il vizio e la notte), Gilles Grangier, 1958

9 dicembre 2005 Che tipo quel Caution!

18.30 La môme vert de gris (F.B.I. Divisione criminale), Bernard Borderie, 1953

20.30 Aperitivo e cena di Natale al ristorante Vallera di Genestrerio **

Entrata a serata fr. 10.– / fr. 7.– (soci Acp, Cineclub del Mendrisiotto e ridotti)

(alla cassa è possibile acquistare la tessera di socio Acp a 40.– e CdM a 30.–)

* Entrata concerto + film fr. 20.– / fr. 15.– (soci Acp, Cineclub del Mendrisiotto e ridotti)

** Per la cena, informazioni e prenotazioni al numero 091 683 50 30.

www.acp-alchemilla.ch

Balerna, Sala ACP

grafica: Maya Steiner


Nessuno a scuola l’imparò cos’è il rififi

Marciapiedi brumosi, hotel meublés, vicoli squallidi, bistrot

alla nicotina, cabaret scintillanti sono le atmosfere suburbane

del poliziesco francese, non semplice figliastro del

noir americano, ma genere... sui generis. Polar, appunto.

L’età d’oro debutta nel Dopoguerra e si protrae sino alla

fine degli Anni 60. In tutto, un centinaio di pellicole. Le

radici letterarie affondano nel feuilleton nero in voga ad

inizio Novecento. Primi protagonisti gli anticonvenzionali

Arsenio Lupin, Rouletabille e Fantomas, seguiti, ad un

livello più alto, dai polizieschi di Simenon (Maigret) e

Malet (Nestor Burma). Nel Dopoguerra, la principale fonte

d’ispirazione è la Série noire fondata da Marcel Duhamel

nel 1945 per Gallimard. La collana è farcita di autori anglofoni

(i vari Cheyney, Chase, Chandler, Hammet, Thompson,

Goodis), ma anche di scrittori autoctoni (Simonin, Le

Breton, Giovanni). Il passo al cinema è breve: gli adattamenti

fioccano. A livello cinematografico, i riferimenti

stilistici vanno cercati nel noir americano, ma anche nel

realismo poetico di Renoir, Carné e Duvivier, autore di quel

Pépé-le-Moko, archetipo della famiglia.

Protagonisti del polar sono i gangster che si muovono con

fascino indiscreto a bordo di improbabili auto americane,

incartati dentro costard all’ultima moda, impassibili sia nell’abbracciarsi

a bellezze mozzafiato, che nel liquidare una

gang rivale, ma incapaci di congelare del tutto il sentimento

d’umanità che li pervade e che di solito ne determina la

rovina. La panoplia dei duri. Uomini che non tradiscono,

ma che spesso si fanno tradire da donne corrotte o da

sciacalli senza spina dorsale e che, come in una tragedia,

vanno sino in fondo al loro destino, perché la consapevolezza

personale conta meno dell’ineluttabilità di appartenere

al milieu, alla cui legge non ci si può sottrarre. Dall’altra

parte della barricata, sguazzanti nella medesima soupe

urbana, anche se meno frequenti e non sempre vincenti,

gli uomini della legge. La separazione non è netta e molte

volte trasversale: piuttosto, tra uomini e quaquaraquà. Un

universo prettamente maschile, dove non mancano ritratti

di donne a tinte forti che sfuggono ai canoni del noir americano

della dark lady o della redentrice per assumere sfumature

più complesse e meno scontate. Nel noir francese

si respira l’esistenzialismo, il romanticismo dei bassifondi

e la mitologia del fallimento (Pierre Leprohon) del realismo

poetico prévertiano. Un male di vivere attanaglia i personaggi

e porta il genere a scavare dietro le convenzioni

e a trattare in modo esplicito tematiche allora (e altrove)

ritenute scandalose. Più che la condanna, a prevalere è la

compassione per i miserabili. Il crimine non è riconducibile

alla sola colpa individuale, ma «…è sempre nella società e

della società…» (Gervasini). Sin dall’inizio, il polar è anche

descrizione sociologica della transizione dal mondo più

immaginario e letterario del milieu alle nuove forme di criminalità

metropolitana, senza scrupoli né codice d’onore.

Finita l’epoca del rififi dove la violenza era più parlata che

agita, con raffiche di battute in argot riprodotto naturalisticamente,

quando non inventato, dai vari Simonin, Le

Breton e Audiard; questa sì, una delle specificità più salienti

e godibili del noir francese.

Il genere ha affascinato i registi della Nouvelle Vague – che

ne stravolgeranno le convenzioni – ed anche i vari Hill,

Mann, Woo e Tarantino. La ricetta? Una miscela di ingredienti

di prima qualità: registi mondiali (Becker, Duvivier,

Clouzot, Dassin, Melville) e registi di mestiere (Decoin,

Grangier, Deray, Lautner, Verneuil, Giovanni); attori-icona

(Gabin, Delon,Ventura, Belmondo, Jeanne Moreau, Simone

Signoret) e grandi caratteristi (Constantin, Constantine,

Meurisse, Frankeur, Reggiani); bravissimi musicisti, direttori

della fotografia, scenografi, sceneggiatori e dialoghisti

(una specialità tutta francese che ha avuto in Michel Audiard

il caposcuola), perché il poliziesco francese è soprattutto un

cinema di paroles, storie (oh, come ci mancano nella piattezza

attuale!) e... atmosfera.

Dopo la rassegna sul noir americano, il Cineclub del

Mendrisiotto e l’Associazione Cultura Popolare presentano

un itinerario con alcuni capolavori di rara bellezza (e visione)

e incontri con ospiti d’eccezione. Un cinema da riscoprire e

apprezzare nell'informalità della sala ACP di Balerna dove

le proiezioni dvd nella versione originale francese saranno

accompagnate da letture, incontri e musica d’epoca.

Marco Galli

Cineclub del Mendrisiotto - Associazione Cultura Popolare

Touchez pas au Grisbi (Grisbi)

Touchez pas au Grisbi (Grisbi)

Francia/Italia, 1954, b/n, 92’, v.o. sottotitoli in inglese

Regia: Jacques Becker; sceneggiatura: Jacques Becker, Albert Simonin, Maurice Griffe dal

romanzo omonimo di Albert Simonin; dialoghi: Albert Simonin; fotografia: Pierre Montazel;

musica: Jean Wiener; montaggio: Margherite Renoir; produzione: Robert Dorfmann; interpreti:

Jean Gabin, René Dary, Lino Ventura, Jeanne Moreau, Gaby Basset, Paul Frankeur,

Daniel Cauchy, Delia Scala, Dora Doll.

Max (Gabin), un vecchio truand che vorrebbe

uscire dal giro, progetta l’ultimo colpo della

sua carriera: il furto di 50 milioni di franchi in

lingotti d’oro all’aeroporto di Orly. Le difficoltà

iniziano al momento di riciclare la refurtiva: il

suo braccio destro, Riton (Dary), si confida con

l’amante, Josy (Moreau), che a sua volta ne

parla al capobanda rivale, Angelo (Ventura),

con cui ha una relazione. Riton viene fatto

prigioniero e Max deve decidere se accettare la trattativa per

liberarlo. La caccia al grisbi («bottino») scatenerà inevitabilmente

lo scontro a fuoco definitivo tra le due gang.

«Uno dei migliori film francesi mai realizzati» (Mereghetti), il

film è tratto dal romanzo del 1953 di Albert Simonin per la Série

noire. Più che l’azione, contano l’atmosfera crepuscolare e le

psicologie. Come ha detto Truffaut, il vero tema di Grisbi sono

l’invecchiamento e l’amicizia. La trama è lineare, quasi hawskiana,

i personaggi caratterizzati con pochi tratti sono ripresi nel

loro quotidiano, lo stile è da entomologo: secco, sobrio, attento

ai minimi, in apparenza insignificanti, dettagli. Il film determina

la mitologia del gangster alla francese: amicizia virile, solidarietà

di clan, violenza bruta, scaltrezza e omertà, riflessi di un’etica

«immorale», forse più immaginata che avvenuta, di cui il film

rappresenta al contempo lo svelamento e l’elegia. I toni realistici

e le atmosfere notturne da cronaca nera sono accesi dall’argot

verace e pittoresco, che Simonin conosceva bene avendo

lavorato anche come taxista. Grande il clamore (e il successo di

pubblico e di critica) del romanzo e, successivamente, del film.

Emozionante il confronto tra il mitico Gabin (di nuovo in auge

dopo il contrastato rientro in patria al termine dell’occupazione)

e l’emergente Ventura, mentre la Moreau è una donna fatale

stilizzata, ma efficace.

Du rififi chez les hommes (Rififi)

Francia, 1955, b/n, 118’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Jules Dassin; sceneggiatura: Jacques Becker, René Wheeler, Auguste Le Breton, dal

romanzo omonimo di Auguste Le Breton; dialoghi: Auguste Le Breton; fotografia: Philippe

Agostini; musica: Georges Auric (la canzone «Rififi» – parole di Jacques Larue, musica

di Philippe-Gérard – è cantata da Magali Noël); montaggio: Roger Dwire; scenografia:

Alexandre Trauner, Auguste Capelier; produzione: René Gaston Vuattoux; interpreti: Jean

Servais, Carl Möhner, Robert Manuel, Perlo Vita (Jules Dassin), Marie Sabouret, Janine

Darcey, Marcel Lupovici, Pierre Grasset, Robert Hossein, Magali Noël.

Uscito di prigione, Tony il Lionese (Servais) viene

convinto da due giovani complici, Jo lo Svedese

(Carl Möhner) e Mario Ferrati (Robert Manuel), a

fare il colpo della vita: un furto in una gioielleria

nella modaiola Rue de la Paix. Tony accetta e

nella gang viene arruolato anche un esperto

scassinatore italiano, Cesare il Milanese (interpretato

dal regista). Dopo aver «riconquistato»

la sua donna, Mado (Marie Sabouret), che

durante la sua reclusione aveva bazzicato il gangster rivale, Tony

e i suoi uomini portano a termine il colpo. Ma il bottino fa gola a

tanti. E per le strade di Parigi si scatena il rififi: la guerra tra gang

senza esclusione di colpi.

Accusato di simpatie comuniste dal comitato di Joseph McCarthy,

Jules Dassin trova rifugio in Europa, dove continua ad essere vittima

dell’ostracismo degli istigatori della Lista Nera, che arriva

sino al divieto di distribuzione dei suoi film sul suolo americano.

Nonostante l’avversione per il romanzo originale di Le Breton,

di cui criticava gli accenti misogini e xenofobi (nel film non a

caso la gang rivale perde la connotazione araba), Dassin accetta

di girare il film, «rubandolo» a Melville a cui sembra fosse

stato promesso (e che gliene vorrà per diversi anni). Il budget

ammonta a soli 200’000 dollari e gli attori vengono scelti tra

professionisti di secondo piano come il belga Jean Servais, attore

dallo sguardo scavato e dal passato segnato dall’alcol, che ci

regala un’interpretazione essenziale e intensa. Lo stile di Dassin,

ispirato ai maestri del noir e al precipitato drammatico delle foto

di Wegee, è asciutto, diretto e sincopato. Rififi costituisce la punta

di contatto tra il noir americano (in cui Dassin già eccelleva) e la

sua variante francese, certamente più romantica. Il film alterna

sequenze brutali e senza fronzoli (come la scena della rapina alla

gioielleria con 30 minuti di pura suspense in assoluto mutismo

che hanno fatto scuola) ad altre più liriche, dando vita ad un’originale

poetica urbana, che fa della città la tela di fondo di quella

che è stata definita «una tragedia greca a Pigalle». L’oscillazione

stilistica diventa la cifra per marcare il contrasto tra la vecchia

criminalità del milieu con il proprio codice d’onore e la nuova

generazione di truand pronta a tutto, incarnata dal junkie Rémi

(un già convincente Robert Hossein). Splendide la fotografia di

Agostini e le scenografie di Trauner (insuperabile collaboratore

di Buñuel, Carné e Wilder). Dassin vinse con Rififi il premio della

miglior regia al festival di Cannes del 1955.

Maigret tend un piège

(Il commissario Maigret)

Francia/Italia, 1958, b/n, 116’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Jean Delannoy; sceneggiatura: Jean Delannoy, Rodolphe-Maurice Arlaud, Michel

Audiard, dal romanzo di Georges Simenon; dialoghi: Michel Audiard; fotografia: Louis

Pager; musica: Paul Misraki; montaggio: Henri Taverna; scenografia: René Renoux; produzione:

Jean Paul Guibert; interpreti: Jean Gabin, Annie Girardot; Jean Desailly; Jeanne

Boitel, Olivier Hussenot, Lino Ventura.

In una Parigi soffocata dall’afa, quattro donne vengono brutalmente

assassinate nel quartiere di Place des Vosges. Maigret

(Gabin) si lancia alla ricerca di quello che ormai sembra essere

un serial killer e prova ad attirarlo allo scoperto giocando sulla

sua vanità. L’annuncio sul giornale che il presunto assassino è

stato arrestato farà vacillare la sicumera del vero assassino. Per

Maigret sarà sufficiente. Tra l’assassino e il commissario inizia

una sfida di nervi, con ingente dispiegamento di mezzi, pedinamenti

e interrogatori, mentre la trappola si chiude sempre più…

Il film segna l’esordio di Gabin nei panni di Maigret ed è uno dei

migliori adattamenti cinematografici della serie (in precedenza

il ruolo era stato tenuto da altri attori come Abel Tarride, Pierre

Renoir e Michel Simon). Nonostante la diffidenza iniziale di

Simenon che non lo riteneva adatto («non ha mai visto un commissario

in azione ed è un po’ troppo trasandato nel portamento,

con quella cravatta sempre di traverso»), la sovrapposizione tra

attore e personaggio è totale e, nelle tre pellicole realizzate, rimane

memorabile: più in linea con il mito che con la figura creata

dallo scrittore. Il film si apre con l’inquadratura di una cartina di

Parigi, in cui si conficca un coltello e a cui si sovrappone l’ombra

di una pipa. D’emblée viene marcato il tema centrale dell’opera:

la sfida tra l’ostinato detective e il serial killer. Ma sarà anche la

sfida con l’ambiente piccolo borghese che ha trasformato un

uomo qualunque in uno psicopatico assassino: «Alla fine, se

si percepisce l’indulgenza dello sbirro nei confronti del killer,

si ha la certezza che la sua condanna

per il milieu meschino e benpensante

della Parigi borghese sia senza appello»

(Gervasini). Eccezionali le atmosfere urbane

– la Parigi quotidiana dei bottegai, dei

vicoli sgualciti, dei vicini curiosi – evocate

e sottolineate dalla sobria messa in scena

che lascia parlare simenonamente le piccole

cose. Felici i dialoghi di un inspirato

Audiard: «On a pas de mandat, vous

connaissez la loi. – Moi oui, mais c’est pas

chez moi qu’on monte».

Goffredo Fofi (1937), saggista, critico cinematografico e teatrale,

osservatore politico, ha fondato e diretto le riviste «Linea

d’ombra» e «La terra vista dalla luna», e dirige attualmente il

mensile «Lo straniero. Arte Cultura Società». Autore di saggi

e inchieste sulla società italiana, tra i suoi libri più recenti ha

pubblicato Come in uno specchio. I grandi registi della storia del

cinema e Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani. Ha scritto

inoltre, in collaborazione con Morando Morandini e Gianni Volpi,

la Storia del cinema (1988-1990, in cinque volumi) e con Gianni

Da Campo e Claudio G. Fava Simenon, l’uomo nudo.

Le deuxième souffle

(Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!)

Francia, 1966, b/n, 140’, v.o.

Regia: Jean-Pierre Melville; sceneggiatura di Jean-Pierre Melville, dall’omonimo romanzo

di José Giovanni (accreditato come co-sceneggiatore); fotografia: Marcel Combes;

scenografia: Jean-Jacques Fabre; montaggio: Michèle Bohème; musica: Bernard Gérard;

produttore: Charles Lumbroso; interpreti: Lino Ventura, Paul Meurisse, Raymond Pellegrin,

Christine Fabrega, Pierre Zimmer, Michel Constantin, Marcel Bozzuffi, Paul Frankeur.

Evaso di galera, Gu Minda (Ventura), temutissimo

caïd del milieu parigino, raggiunge

i suoi vecchi complici impegnati in una

guerra tra gang per il controllo del mercato

delle sigarette. Fuggito a Marsiglia per

procurarsi documenti falsi e organizzare un

veloce espatrio, viene coinvolto da Orloff

(Zimmer), un criminale indipendente, in una

sanguinosa rapina ad un furgone portavalori.

Ma il commissario Blot (Meurisse) tende

la sua trappola e lo arresta con uno stratagemma. Fardiano,

un suo sottoposto, lo fa passare per un informatore. Evadere e

vendicare il suo onore per Gu diventa più importante della vita

stessa.

Tratto da un romanzo di Giovanni, con cui Melville manifesta ben

presto un’incompatibilità di carattere colossale, il film è l’epicentro

della cinematografia di Melville, vero nome Grumbach

(il nome d’arte ispirato al celebre romanziere lo assume negli

anni della Resistenza). «È il punto di non ritorno di una poetica

che ruota attorno a un codice morale espresso non soltanto dai

protagonisti ma dalla stessa messa in scena» (Gervasini). I confini

tra bene e male non corrispondono più a quelli tra difensori

della legge e criminali. In un mondo senza requie, dove ogni

possibilità di riscatto sembra negata, la differenza è piuttosto

tra tigri – o samurai – (Blot, Gu, Orloff) e sciacalli (Fardiano,

Antoine, Jo Ricci). Storia corale, il film ha la struttura e la levigatezza

della tragedia, con in primo piano il personaggio di Gu

che incarna l’archetipo dell’uomo «in lotta con sé stesso e con

un’identità spesso scomoda ma vissuta sino alle estreme conseguenze»

(Gaeta). Melville supera i riferimenti al noir americano,

trasgredendone i codici, e al polar francese, abbandonandone il

romanticismo e la mitologia del fallimento. Ormai ha il suo stile:

affilato, ellittico e definitivo. Diverse le scene da antologia, come

la rapina al furgone in cui i tempi vengono dilatati all’inverosimile

in un crescendo di suspense o come il celebre insolito gesto

finale dell’ispettore Blot. Grande merito anche al cast tutt’altro

che di contorno (Melville era un direttore d’attori sublime), dove

giganteggia l’asprezza tormentata e impassibile di Lino Ventura

nei panni indimenticabili di Gu. Bellissima la fotografia in un

gelido bianco e nero che contribuisce all’«astrazione» dei personaggi.

Melville sulla malavita: «È il veicolo narrativo più pratico

che abbia trovato, ma la mia malavita non è la vera teppa. Viene

trasposta come le corti europee o gli ambienti borghesi di cui

Shakespeare si serviva per raccontare le sue storie».

Claude Lucas (1943), cresciuto con la nonna a Saint-Malo,

dopo il suicidio dei genitori, passa da vari collegi e case di rieducazione

entrando ben presto in contatto col mondo del crimine.

A 19 anni uccide un prosseneta e vive di «espedienti incoffessabili»

come lui stesso dirà. Una rapina ad un negozio di diamanti

gli vale una condanna ad 8 anni di carcere a cui faranno seguito

altre condanne per rapina a mano armata in Francia e Spagna.

In carcere, si laurea in filosofia ed inizia a scrivere. Con Suerte,

l’opera autobiografica con cui fa i conti con le proprie esperienze

di «esclusione volontaria», ottiene un largo successo di pubblico

e critica, che gli varrà il Prix Littéraire 1996 de France-Culture.

Oggi è un affermato scrittore e autore di pièces teatrali.

Amato jazz trio

Elio Amato trombone, pianoforte, flicorno contralto

Alberto Amato contrabbasso

Loris Amato batteria

Grazie alla versatilità di Elio Amato,

che si trova egualmente a proprio

agio al pianoforte, al flicorno e al

trombone, la configurazione strumentale

dell’Amato jazz trio è variabile.

L’organico, piuttosto insolito, si

distingue per la ricchezza timbrica e

per l’assenza del condizionamento

armonico, anche nei frangenti in cui è presente il pianoforte.

Ciò permette ai singoli strumenti di conservare pari importanza

e centralità e ai tre musicisti di muoversi sullo sfondo di ricchi

paesaggi sonori, nei quali l’apertura alle inflessioni free e la

dichiarata ammirazione per Igor Stravinskij, Ornette Coleman

e Lennie Tristano si mescolano a sonorità più funky e ad aperture

swing. Non si può parlare di vere e proprie composizioni,

ma piuttosto di conversazioni. Fin dalla sua nascita nel 1979, il

gruppo utilizza una particolare forma di interplay fatta di cellule

melodico-armoniche, che circolano all’interno del trio, si propongono

come poli di riferimento e caricano le interpretazioni

di un’evidente e palpabile tensione melodica. Improvvisazione e

composizione si confondono in un linguaggio al contempo complesso

e scorrevole, aspro e cantabile, secondo un procedimento

collettivo che ha i suoi punti di forza nella disinvoltura esecutiva,

nella capacità dialogica e nel coraggio dell’astrazione. Nel 2004

l’etichetta discografica Via Veneto Jazz ha pubblicato il doppio

CDTristano, che è valso all’Amato jazz trio il titolo di formazione

dell’anno nel Top Jazz 2004, l’annuale referendum indetto dalla

rivista specializzata Musica Jazz.

Le désordre et la nuit (Il vizio e la notte)

Francia, 1958, b/n, 93’, v.o.

Regia: Gilles Grangier; sceneggiatura: Gilles Grangier, Jacques Robert, dal suo romanzo;

dialoghi: Michel Audiard; fotografia: Louis Page; musica: Henri Contet, Jean Yatove;

produttore: Lucien Viard; assistente di produzione: Jacques Deray; interpreti: Jean Gabin,

Nadja Tiller, Danielle Darrieux, Paul Frankeur, Hazel Scott, Robert Manuel, Robert Berri,

Harald Wolff, Roger Hanin.

L’ispettore Vallois (Gabin) ha il compito di

scoprire chi ha ammazzato Simoni (Hanin) il

proprietario di un night club. Durante l’indagine

si invaghisce di Lucky Fridel, giovane

ragazza tedesca di buona famiglia amante di

Simoni, che si prostituisce per procurarsi la

droga. Mentre l’indagine procede, la ragazza

dallo charme tenebroso lo introduce al

torbido mondo dei locali notturni abitato da

pupe, ruffiani, musicisti di jazz e da un’intrigante

farmacista di guardia.

Il film è tra i migliori e meno conosciuti della decennale collaborazione

tra il regista e la star Gabin, (I giganti, Il re dei falsari).

«Bel noir con un’ottima descrizione d’ambiente e – per l’epoca

– una dura franchezza con poche conciliazioni nel trattare certi

argomenti» (Mereghetti allude a tossicodipendenza, omosessualità

e prostituzione…). L’indagine poliziesca lascia il posto

ben presto al confronto tra due mondi, quello monolitico e

vecchio stile del poliziotto e quello moderno ma vacuo della

giovane. L’interpretazione di Gabin dell’ispettore cinico-ma-dalcuore-tenero

è un grand cru, che non lo fa sfigurare nonostante

la vistosa differenza d’età con la protagonista. Entrambi i ruoli

femminili, per niente scontati, sono interpretati con classe dalla

Tiller nei panni languidi dell’aspirante cantante e dalla Darrieux

in quelli ambigui della farmacista. Ottima la colonna sonora jazz

che domina i primi venti minuti quasi esclusivamente strumentali

e dove risplende la misconosciuta cantante afro-americana

Hazel Scott, fuoriuscita dagli States a causa delle sue opinioni

politiche poche gradite a McCarthy & Co. La sceneggiatura e i

dialoghi strepitosi sono di un Michel Audiard in gran spolvero:

«J’ai 23 ans, des yeux noirs, la forme du visage ovale. Je ne suis

plus vierge mais mon casier judiciaire l’est encore. Tu sauras le

début en regardant mon passeport et le reste en me prenant dans

tes bras. C’est tout simple, non?»

La môme vert-de-gris

(F.B.I. Divisione criminale)

Francia, 1953, b/n, 95’, v.o.

Regia: Bernard Borderie; sceneggiatura: Bernard Borderie, dal romanzo omonimo (Poison

Ivy, in inglese) di Peter Cheyney; dialoghi: Jacques Berland; fotografia: Jacques Lemare;

musica: Guy Lafarge; montaggio: Jean Feyte, produzione: Bernard Borderie, interpreti:

Eddie Constantine, Dominique Wilms, Howard Vernon, Philippe Hersent, Jean-Marc

Tennberg, Dario Moreno, Maurice Ronet, Gaston Modot.

L’agente americano Lemmy Caution viene

inviato a Casablanca per indagare sulla

morte del collega Mickey. Qui ne conosce

la sorella, la conturbante Carlotta de la Rue

(Wilms), cantante e donna del gangster

Rudy Saltierra (Vernon), proprietario del

locale notturno dove la donna si esibisce.

Saltierra e i suoi sgherri vogliono impossessarsi

di una spedizione d’oro del Tesoro

americano. Caution lo sospetta d’essere il

mandante dell’assassinio di Mickey. Dopo

aver rischiato più di una volta la vita riesce a sgominare tutta

l’organizzazione e a smascherare chi la protegge.

È il primo film in cui Constantine veste i panni dell’agente federale

Lemmy Caution, il personaggio creato dallo scrittore inglese

Peter Cheyney nel 1936. Il romanzo omonimo da cui è tratto il

film inaugura nel 1945 la Série noire, la collezione di polizieschi di

Gallimard, diretta da Marcel Duhamel e il cui nome venne inventato

da Jacques Prévert. Avrà sette seguiti, tra cui il godardiano

Agente Lemmy Caution, missione Alphaville del 1965. «A metà

tra l’avventura e la parodia pura, il film riflette l’ambigua attrazione

dei francesi per il cinema americano, divisa tra la fascinazione

e un certo snobistico senso di superiorità» (Mereghetti). Vero e

proprio oggetto di culto, il film si fa apprezzare soprattutto per

le scene rocambolesche e i dialoghi dallo humour devastante.

Constantine è un cantante americano giunto a Parigi nel 1949,

amico di Edith Piaf, che lo avvia alla carriera. Comincia a farsi

conoscere per diversi successi in stile «bulli & pupe» («Certains

courent après les filles/Moi les filles me courent après» recita il

testo di una sua canzone). Grazie al physique du rôle e alla parlata

«perfetta», un francese americanizzato ribattezzato amerloque,

il ritratto di Caution è insuperabile: ghigno perennemente orlato

da una sigaretta, battuta più rapida e caustica di una colt, castagna

facile come un bicchiere di whisky e stuolo di donne ai piedi

o meglio alle calcagna (tra cui spicca l’ex-modella Dominique

Wilms, notevole bionda laccata). A proposito di colori: vert-degris

è la patina verdastra che viene applicata alle statue per

proteggerle dalla corrosione. Negli anni dell’occupazione era il

soprannome peggiorativo dato ai militari tedeschi a causa del

colore dell’uniforme. Nel film si riferisce verosimilmente all’avvenenza…

nordica della protagonista.

Le schede sono state tratte largamente da Dizionario dei film

a cura di Paolo Mereghetti, da Cinema poliziesco francese di

Mauro Gervasini, Le Mani, Genova, da Jean-Pierre Melville di

Pino Gaeta, Il Castoro Cinema, Milano e da ricerche in siti internet

dedicati al cinema francese.

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