Testo - Storicibarnabiti.it

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A metà strada...

Sono passati sei mesi dall’inizio dell’anno sacerdotale voluto dal papa Benedetto XVI.

A metà strada, quindi, di questo kairós; all’incontro di una festività di eccezionali risonanze

sacerdotali: il Natale. Certo, non il Natale dei grandi magazzini, né il Natale asettico,

imposto dal criterio del “politicamente corretto”, ormai consacrato anche in ambito

religioso. Piuttosto, il Natale del “mistero”, così vigorosamente presentato dalla liturgia e

da un suo grandissimo esegeta, san Leone Magno, che ha lasciato nei suoi sermoni natalizi,

appunto, una lettura interpretativa di quello stesso “mistero”, difficilmente superabile.

Non è certo questo il luogo per estendersi in suggestive citazioni tratte dell’opera di

san Leone – peraltro di vastissima risonanza – ma solo ricordare, succintamente, alcuni

punti della sua comprensione del mistero natalizio per intuire – nel senso più

squisitamente etimologico del termine – quanta ricchezza offre per nutrire una robusta

spiritualità sacerdotale.

Se è vero che un cristiano non vive solo di dottrine, né di valori concettuali, a maggior

ragione un consacrato, che non lascia casa, padre, madre, figli e moglie per un pugno

di idee, anche se sublimi. Se così fosse, ciò significherebbe pagare un prezzo

eccessivamente esoso per professare quelle verità. Un consacrato vive di

un’esperienza fondamentale che dà colore alla sua vita in maniera originale e

differente. E questa esperienza è l’incontro esistenziale con Cristo, l’«admirabile

commercium” della liturgia natalizia – espressione usata anche da Giovanni Paolo II in

“Dono e mistero” per definire la vocazione sacerdotale –, sempre personale e allo

stesso tempo ecclesiale, un’esperienza di fede, un’esperienza di amore.

Ma, in che consiste questo incontro con il Cristo vivo? L’incontro è più che un

momento, sebbene possa essere tale. È piuttosto un’esperienza profonda che si dilata

nel tempo e si sviluppa in diverse maniere, fintanto che si verifichi l’anelato “faccia a

faccia”, quando Cristo sarà “tutto in tutti”. Per caratterizzarlo in qualche modo,

possiamo dire – interpretando il pensiero di san Leone Magno – che si tratta di

un’esperienza mistica, che tocca il nucleo più profondo del cuore umano:

un’esperienza teologica, che supera le categorie della pietà e della devozione. È un

incontro sacramentale che manifesta e rivela l’esperienza simultanea dell’Incarnazione

e della Pasqua di Cristo. Un’esperienza etica che, prima che nei valori, si basa

sull’imitazione, il discepolato e la sequela di Cristo. Un’esperienza che si proietta nella

compassione verso i sofferenti della storia e nella comunione con tutti gli uomini

considerati come fratelli, fino ad arrivare a vivere con «gli stessi sentimenti di Gesù»

(Fil 2, 5). In ultimo, si tratta di un’esperienza che si proietta nella missione: non si può

tacere ciò che «abbiamo visto, toccato e udito rispetto al Verbo della Vita» (1 Gn 1,1).

In poche parole, è una vera teologia e spiritualità sacerdotale, attuale e stimolante,

quella che ci regala la liturgia natalizia, letta e compresa alla luce di una potente

personalità di pastore e maestro di pastori.


BIBBIA

A PARTIRE DALLA NUOVA

TRADUZIONE DELLA BIBBIA DELLA CEI

I lettori dell’Eco conoscono ormai da tempo la nuova traduzione della Bibbia, curata dalla

Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e pubblicata nel 2008 in una coedizione dell’Unione

Editori e Librai Cattolici Italiani (UELCI), che coinvolge 30 case editrici.

S

i tratta della traduzione italiana

dai testi biblici nelle

lingue originali secondo le

loro edizioni critiche attualmente in

uso. La nuova traduzione è stata già

introdotta per le letture della liturgia

e progressivamente sostituirà la precedente

traduzione della CEI in tutta

la vita liturgica come negli altri vari

ambiti della vita ecclesiale. L’esperienza

ne metterà in luce pregi e difetti,

come è accaduto per la precedente

traduzione italiana e come è

sempre avvenuto nella storia delle

Chiese cristiane; ma non è su questo

punto che intendo soffermarmi.

Il fatto, che sia una traduzione e

che si possa presentare in un unico

volume non troppo ingombrante, ha

limitato al massimo il ricorso a introduzioni

ai libri biblici e alle note. Ma

anche così, le nuove introduzioni e

le nuove note sono spesso alquanto

diverse da quelle delle edizioni precedenti.

È già uscita qualche edizione

della Bibbia con la nuova traduzione,

corredata da introduzioni e

note desunte o variamente ritoccate

da precedenti edizioni; tuttavia, anche

in questo caso, occorrerà del

tempo prima di poter avere qualcosa

di realmente aggiornato secondo il

progresso degli studi biblici.

In questa prospettiva si colloca un

progetto editoriale della casa editrice

San Paolo per una collana dal titolo

Comprendere la Bibbia – strumenti

di base. Con essa si intende offrire

una serie di volumetti agili, che accompagneranno

in prima battuta la

traduzione della CEI e, tra non molto,

La Bibbia Via, Verità e Vita delle

edizioni San Paolo. Con questo progetto

editoriale si pensa a testi accessibili

a un pubblico ampio, anche

“laico”, scritti però da persone competenti

nel proprio ambito di ricerca,

così da fornire le coordinate necessarie

per un informato e corretto approccio

al testo biblico.

Fino ad ora, di questo progetto era

già uscito un volumetto sui Salmi:

F. Serafini, Come e perché cambiano

i Salmi. Le principali modifiche della

nuova traduzione italiana, San Paolo,

Cinisello Balsamo (Mi) 2009.

Sono stato abbastanza impegnato

durante l’anno paolino: settembre

2008 negli USA allo Shrine per i

confratelli barnabiti; dicembre 2008

ad Addis Abeba e ad Adigrat in Etiopia

per l’Università Urbaniana; aprile

2009 a Damasco in Siria; maggio

2009 a Roma all’Urbaniana. Tuttavia,

prima per posta elettronica e poi

per un incontro diretto alla biblioteca

del Pontificio Istituto Biblico sono

stato contattato da un membro del

comitato di redazione della sopra citata

collana della San Paolo per scrivere

un contributo. L’idea era però

piuttosto nuova: si trattava di presentare

le antiche versioni della Bibbia,

dell’Antico e Nuovo Testamento, e le

traduzioni della Bibbia in italiano

come interpretazioni del testo biblico.

Ordinariamente le antiche versioni

della Bibbia in aramaico, greco, latino

e siriaco, per citare solo le principali,

sono utilizzate per la discussione

dei punti controversi del testo

biblico nelle sue lingue originarie:

ebraico, aramaico e greco per l’Antico

Testamento; greco per il Nuovo

Testamento. Anche le traduzioni in

lingua italiana ordinariamente sono

prese in considerazione per la loro

maggiore minore fedeltà rispetto ai

testi biblici nelle loro lingue originarie.

Con la proposta della casa editrice

San Paolo mi veniva offerto di trattare

ciò, su cui da quasi 15 anni sono

impegnato: mettere in luce come le

antiche versioni della Bibbia non

siano solo traduzioni da testi originali

in lingue diverse, ma sono an-

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Eco dei Barnabiti 4/2009


BIBBIA

che vere e proprie interpretazioni,

esegesi in atto del testo biblico nell’ambito

delle tradizioni giudaiche e

cristiane alle quali appartengono.

Gli antichi traduttori, anche quando

s’impegnano a tradurre il più esattamente

possibile, non possono e non

vogliono evitare di introdurre quanto

la viva e autorevole tradizione orale

del giudaismo o del cristianesimo

era andata comprendendo ed elaborando

sul significato e sulla comprensione

del testo biblico. Lo stesso

fenomeno è stato inevitabile anche

nelle traduzioni della Bibbia in lingua

italiana: dall’epoca rinascimentale

fino all’ultima traduzione curata

dalla CEI.

Avevo già studiato la questione attraverso

il confronto dei libri dei Profeti

Minori dell’Antico Testamento

secondo il testo ebraico, la versione

greca e la parafarsi aramaica (1992-

2001); avevo già scritto alcuni saggi

sulla versione siriaca della Peshitta

dell’Antico Testamento (2004; 2008)

e avevo studiato le edizioni della

Bibbia, antiche e moderne, presenti

nella biblioteca dell’Urbaniana (2006).

La proposta della casa editrice San

Paolo mi era decisamente congeniale

e in poco tempo feci una prima

stesura del contributo, che naturalmente

risultò troppo ampia, ma la

casa editrice mi propose subito di

farne due volumetti distinti: uno per

le versioni antiche della Bibbia e uno

per le traduzioni italiane.

Il primo è uscito in ottobre: Le antiche

versioni della Bibbia. Traduzioni,

tradizioni e interpretazioni, San

Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2009.

Come già brevemente accennato, il

titolo prevede che siano messi in

luce alcuni fenomeni principali e i

principi generali, dai quali si spiega

come nelle antiche versioni della

Bibbia, fatte da ebrei e da cristiani,

compaiano anche tradizioni e interpretazioni

che provengono dalle rispettive

autorevoli tradizioni orali,

così che le versioni sono traduzioni

ma anche nuove interpretazioni rispetto

ai testi originali, segno in non

pochi casi di un vero e proprio progresso

della rivelazione biblica, nel

giudaismo come nel cristianesimo.

In questa prospettiva, nell’antica

versione greca del testo ebraico della

Bibbia, nota già nel giudaismo

come la Settanta (secondo la leggenda

dei 72 traduttori) e poi passata

nella tradizione cristiana, nelle

antiche parafrasi sinagogali del testo

biblico in lingua aramaica (i Targum),

nella versione siriaca della

Peshitta dell’Antico Testamento e

nelle antiche versioni cristiane del

testo biblico dal greco (la Vetus Latina)

e dall’ebraico (la Vulgata di S.

Girolamo), il materiale presente è

praticamente sterminato. La difficoltà

è stata quella di esemplificare

in modo significativo e sintetico.

L’attesa del messia diventa vivacissima

sia nella Settanta come nei Targum

giudaici; le riletture cristiane

dell’Antico Testamento sono esplicitate

nel Nuovo Testamento e vengono

applicate nella Vetus Latina e

nella Vulgata; la stessa traduzione

della Peshitta può avere un senso

specifico se letta in ambito giudaico

e un altro se letta con occhi cristiani.

Attualizzazione del testo biblico,

inculturazione della fede, ampliamenti

esplicativi e trasposizioni stilistiche

oltre che linguistiche trovano

larghissima ospitalità in queste antiche

versioni, dove la tradizione, nel

senso forte e alto della parola, irrompe

nella traduzione. Nelle Chiese

cristiane antiche le Scritture erano

lette e pregate in larghissima prevalenza

attraverso queste versioni.

Gli antichi traduttori ebrei e cristiani

erano certi che la tradizione ripresa

come interpretazione del testo biblico

fosse già presente nella parola

inesauribile della Sacra Scrittura; solo

la tradizione giudaica ci tenne a

precisare che i Targum non avrebbero

mai dovuto sostituire il testo ebraico

nella liturgia.

In epoca più recente, dal XV secolo

in poi, anche nelle tradizioni cristiane

si fece chiara la distinzione tra

traduzione e interpretazione, ma non

è stato mai possibile separarle definitivamente

quando si è voluto tradurre

nuovamente la Bibbia dai testi originali

in una delle lingue moderne.

Come e perché questo sia avvenuto

e avvenga ancora nelle più recenti

traduzioni italiane, in ambito giudaico

e cristiano, i lettori dell’Eco lo

potranno trovare nel mio prossimo

volumetto sulle traduzioni italiane,

già in stampa e che uscirà dopo le

vacanze di Natale.

Giovanni Rizzi

RICORRENZE 2009

50° Sacerdozio

p. Giuseppe Bassotti (9.XII)

p. Nicola Calvano (9.XII)

p. Costantino Frisia (9.XII)

p. Giuseppe Griffa (9.XII)

p. Giuseppe Montesano (9.XII)

p. Luigi Peraboni (9.XII)

50° Professione

p. Severo Ferrari (8.XII)

A tutti i migliori auguri

e una preghiera di ringraziamento

al Signore

Eco dei Barnabiti 4/2009 3


VOCABOLARIO ECCLESIALE

Vocabolario ecclesiale a cura di Franco Monti

CULTURA – “Con il termine generico di «cultura»

si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali

l’uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della

sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in

suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il

lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella

famiglia che in tutta la società civile, mediante il

progresso del costume e delle istituzioni; infine,

con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva

nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni

spirituali, affinché possano servire al progresso

di molti, anzi di tutto il genere umano”. Così il

Concilio nella costituzione pastorale Gaudium et

spes al n° 53.

Parole ben soppesate. Questa sorta di definizione

aiuta a sgomberare anche nel cuore dell’uomo semplice

l’idea di trovarsi di fronte, in fatto di cultura,

… al dottorone, intelligenza sopra la media, un sudato

titolo di studio alle spalle e una carriera invidiabile,

che rende. Per lui “dottore” si spreca, “signore”

non basta.

Peraltro l’uomo semplice ha spesso a che fare col

lavoro della terra che, guarda caso, proprio con la

coltura ha a che fare. Coltura e cultura sono parole

cugine, anzi, forse sorelle: discendono dal verbo

latino còlere, coltivare. Anche la più tenera mammina,

insieme col suo uomo, fa coltivazione; forse

anche di peperoni nel suo fazzoletto di terra, ma

soprattutto di bimbi, se il Signore gliene regala. E

sono una benedizione, per la famiglia umana: il

tasso di umanità, di cultura nel mondo ne beneficia.

Anche al bifolco analfabeta è dato di coltivare

la sapienza del cuore. Dietro atavici analfabetismi

non di rado si celano talenti, spunta saggezza,

esplodono risorse.

Torniamo alla definizione di cui sopra. Cultura ha

a che fare con l’uomo e col suo impegno ad essere

pienamente se stesso e, trovandosi immerso nella

società, per contribuire a che ogni suo simile concerti

con lui e si venga gradatamente a capo di tutta

la creazione, come da “manuale” (leggi: libro della

Genesi): Dio disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra e soggiogatela … (sul ‘soggiogare’

siamo andati a nozze, fin troppo, fino a intossicarci

nella frenesia di sfruttarla).

Perché, mi domando, il buon Dio, creatore e Signore

di tutte le cose, onnisciente da penetrare i segreti

dei cuori, di tutti e di ciascuno, – e sa quanto

di sconveniente vi si possa annidare! – si è fidato

dei suoi piccoli al punto di affidar loro la creazione

senza storcere il naso? Li ha dotati – ciliegina sulla

torta – di libertà e si guarda bene dallo smontare il

suo giocattolino anche se questi dovesse imperversare

sul prossimo. La resa dei conti, semmai, nella

valle di Giosafat.

Continua il documento del Vaticano II a suffragare

quanto detto: È proprio della persona umana il non

poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente

umano se non mediante la cultura, coltivando

cioè i beni e i valori della natura. Non male

e in qualche modo sorprendente questa definizione

di cultura. Ci si sarebbe aspettati un «se non mediante

la cultura, promuovendo cioè le cattedre

universitarie …» o chesso io. Si consoli – mi vien

da dire – l’uomo qualunque, l’uomo che governa la

sua mandria, la mamma assediata da una tribù di figli

che le rubano e tempo e cuore, il travet, l’impiegatuccio

condannato a un lavoro ripetitivo finché

morte – pardon – finché pensione non lo sollevi …

Se lavorano per l’uomo, anche negli impieghi più

umili, laurea-esenti, fanno cultura, ci mettono del

loro in un concerto di valori umani.

E l’umanità cresce, non solo in cifre; anche in

saggezza. Se il figlio talentuoso si sta facendo strada

nella società, a dargli man forte c’è alle spalle un

papà esperto in rassicuranti strizzatine d’occhio e

pacche sulle spalle, una madre che se lo mangia

con gli occhi come quando gli uscì dal grembo,

una tifoseria di fratelli e sorelle degna di un oro

olimpico. Se il mondo va avanti nonostante le brutture

che i mezzi di comunicazione sociale denunciano

con reiterata assordante pignoleria che rasenta

un sotterraneo non voluto favoreggiamento, è

perché … il bene non fa notizia (o il giornalista non

ci sa fare).

«Perciò, ogniqualvolta si tratta della vita umana,

natura e cultura sono quanto mai strettamente

connesse». Che non si debba leggere, in filigrana,

e con linguaggio sotto sotto ecclesiale, qualcosa

che assomigli a “comunione”? Non si arriva a trovar

la chiave del big bang (ier l’altro è bastata

un’innocua briciola di pane per spegnere il mostro

ingegneristico di Ginevra), ma qui si ha a che fare

con qualcosa che del creato ne è il tessuto spirituale

sul quale è stata adagiata la materia dei primordi

e che dà senso a quel pullulare di creature

fatte a immagine e somiglianza dell’Increato, fatte

per amare.

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Eco dei Barnabiti 4/2009


VITA CONSACRATA

FRONTIERA

Tra le funzioni caratteristiche della vita religiosa molti le assegnano la caratteristica missione di

arrivare dove la Chiesa nelle sue strutture territoriali o nella sua pastorale «normale» non

arriva. Non si da con questo nessun giudizio sommario sulla realtà della Chiesa o sulla sua

fedeltà. È solo una costatazione che esistono persone, circostanze o categorie che rimangono

impermeabili al ritmo normale di impegno e diffusione della Chiesa.

C

hi ha capacità maggiore di

duttilità e interesse vero che

nessuno resti fuori dal dialogo

salvatore sono i religiosi, per la

freschezza della loro adesione al

Vangelo e per il fervore missionario

autentico.

Dal punto di vista della riflessione

così lo segnala Metz: «Le congregazioni

rivestono una funzione innovatrice

nei confronti della Chiesa; hanno

la funzione di ‘modelli produttivi’

per la prassi e la vita della grande

chiesa in nuove situazioni socio-economiche

e spiritual-culturali. Non di

rado esse sono nate come movimenti

‘di frontiera’, hanno avuto origine là

dove hanno incominciato, prima che

altrove, a farsi sentire e ad imporsi i

mutamenti sociali... Le congregazioni

sono, quanto meno, dei «correttivi»;

sono, per chiarire subito il nostro

pensiero, una specie di terapia d’urto

dello Spirito Santo per la grande

chiesa: contro i pericolosi accomodamenti

e i discutibili compromessi,

cui la grande istituzione della Chiesa

puo essere sempre incline: esse rivendicano

l’assenza di compromessi

propria dell’evangelo e della ‘sequela’.

In questo senso ‘esse sono la forma

istituzionalizzata di una memoria

sovversiva nel cuore della Chiesa’. In

fondo, per lo più, esse non sono sorte

nei periodi di fioritura della Chiesa,

ma in quelli di profondo disorientamento

e di insicurezza» (Johann

Baptist METZ, Tempo di religiosi,

Queriniana, Brescia 1977).

Lo sottolinea nei documenti ufficiali

Paolo VI: «Grazie alla loro

consacrazione religiosa, essi sono

per eccellenza volontari e liberi per

lasciare tutto e per andare ad annunziare

il Vangelo fino ai confini

del mondo. Essi sono intraprendenti

e il loro apostolato è spesso contrassegnato

da una originalità, una genialità,

che costringono all’ammirazione.

Sono generosi: li si trova

spesso agli avamposti della missione,

ed assumono i più grandi rischi

per la loro salute e per la loro stessa

vita. Sì, veramente, la Chiesa deve

molto a loro» (Paolo VI, Evangelii

nuntiandi, 69). «Dio ha voluto affidarci

una parola sua, una parola

che si è fatta carisma. La vita consacrata

è chiamata a essere ‘esegesi’

vivente della Parola di Dio (cf. Benedetto

XVI, 2 febbraio 2008), è essa

stessa una parola con cui Dio

continua a parlare alla Chiesa e al

mondo». In questo senso, alla conclusione

del Sinodo si ringraziavano

«le persone consacrate della loro testimonianza

del Vangelo e della loro

disponibilità a proclamarlo nelle

frontiere geografiche e culturali della

missione mediante i loro servizi

carismatici» (Omelia di Mons. Jesús

Sanz Montes nella Assemblea di

Confer 2008).

dal centro... alla periferia

Chi sono oggi quelli che rappresentano

la frontiera, o che sfida la

Eco dei Barnabiti 4/2009 5


VITA CONSACRATA

Chiesa a riceve dai renitenti e impegna

i religiosi a gettare un ponte?

Anzitutto c’è quell’immenso ambito

che si chiama la nuova povertà.

Termine così generico che comprende

tutto quello che scomoda e angustia

la società contemporanea dal

punto di vista materiale, ma anche

culturale; dal punto di vista personale,

ma anche sociale; dal punto di vista

intellettuale, ma anche emotivo

... vale a dire oves et boves. Ma per

la sua genericità non è meno vera

questa sfida ai portatori di buona notizia.

Ha bisogno di buona notizia

precisamente chi vive alieno da essa.

Obbliga la Chiesa e i religiosi a riscoprire

assiomi antichi come: «Homo

sum: nihil humani a me alienum

puto» di Terenzio e che, per esempio,

Unamuno pone all’inizio del

suo Sentimiento trágico de la vida e

che rappresenta una costante nella

storia degli ordini religiosi provocati

dalla malattia, dalla prigionia, dai

pestilenti, dagli orfani, dai «mostri»,

dai ricchi ... .

Oggi i nuovi poveri sono legione;

alcuni lo sanno e altri no e sono (o

siamo) ancora più poveri.

E l’altro assioma, che si redime solo

quel che si assume: «La Redenzione

comincia con l’Incarnazione, mediante

la quale il Figlio di Dio assume,

eccetto il peccato, tutto dell’uomo,

secondo le solidarietà istituite

dalla Sapienza divina creatrice, e tutto

coinvolge nel Suo dono d’Amore

redentore. Da questo Amore l’uomo

è raggiunto nell’interezza del suo essere:

essere corporeo e spirituale, in

relazione solidale con gli altri. Tutto

l’uomo – non un’anima separata o

un essere chiuso nella sua individualità,

ma la persona e la società delle

persone – è implicato nell’economia

salvifica del Vangelo» (Pontificio

Consiglio della Giustizia e della Pace,

Compendio della dottrina sociale

della Chiesa, 65).

fra tanti, alcuni esempi

Una lunga e luminosa esperienza

permette ai religiosi di credere nel

proficuo contagio della consolazione.

Ci sono regioni dell’umanità e regioni

dell’uomo che richiedono questa

presenza discreta, senza la quale

resterebbero macchie oscure in troppe

zone e in troppi ambiti. Padre Damiano

ci ricorda che la lebbra guarisce

anche se ammazza; Padre Hurtado

ci mostra che i conflitti sociali

hanno urgente bisogno di Vangelo;

De Foucauld redime la forza del silenzioso

stare a fianco... Son solo

esempi di presenza in frontiera: non

danno normalmente risultati clamorosi,

ma testimonianze limpide.

Altra categoria di persone che richiede

questo tipo di presenza sono

gli amanti delle scorciatoie. Chi vede

nell’esperienza religiosa solo un linimento

per circostanze limitate e speciali

ma senza ripercussione nella vita

intera e vera. Il religioso con il suo

impegno a tempo completo, con la

sua fedeltà a tutta prova, con la sua

donazione senza riserve è la luce di

cui ha bisogno chi deve uscire da un

atteggiamento religioso strumentale.

Senza arroganza il religioso vive e

propone una donazione senza riserve

e la sua presenza a fianco di chi

strumentalizza la scelta religiosa può

aiutare a superare la frivolezza e volubilità

proprie di troppi approcci religiosi.

E fanno parte della sua convinzione

alcuni paradossi che sono

propri della sua preghiera permanente.

Il primo è quella osservazione

provocante che proviene dall’infinito

salmo della legge: «Prima di essere

afflitto, andavo errando, ma ora

osservo la tua parola. ... È stata un

bene per me l’afflizione subìta, perché

imparassi i tuoi statuti» (Sal

119[118],67.71). L’autosoddisfazione

non è una buona pedagoga nella

vita e neppure nella fede: la prova

dura è buona maestra. Assieme

a quella lezione sediziosa appare

l’altra, relativa alla maledizione

della prosperità: «Liberami, con la

tua mano, dagli uomini, o SIGNO-

RE, dagli uomini del mondo, il cui

compenso è solo in questa vita, e il

cui ventre tu riempi con i tuoi beni;

di questi si saziano i loro figli, e lasciano

il resto dei loro averi ai loro

bambini» con cui sintomaticamente

il Salmo 17,14 stigmatizza chi

pone tutta la sua speranza in questa

vita e in quello che può dare.

«Se il servizio autentico di Dio, secondo

Gesù, consiste nell’annuncio

del regno escatologico, la ricchezza

si rivela un bene ambiguo

per il fatto che non scavalca l’orizzonte

terrestre. Pertanto non si può

servire a Dio e alla ricchezza perché

la ricchezza è un bene che

chiude l’uomo di fatto nei confini

dell’eone presente, mentre Dio in

Cristo prospetta l’imminenza di un

altro eone» (Pagano, La vita religiosa,

Roma 1972, IV, 11).

l’obiettivo: “essere regno”

Il religioso concretamente fa una

scelta cosciente per Cristo e per il

suo Regno: «È lui, dunque, il ‘regno’

predetto dai profeti. Chi accoglie

Gesù corona tutte le sue speranze,

raggiunge la pienezza della vita, diventa

egli stesso regno di Dio e vive

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Eco dei Barnabiti 4/2009


VITA CONSACRATA

con Lui la vita eterna. In Lui l’amore

di Dio, l’Amore che è Dio, ci viene

donato e offerto; nell’accoglienza e

nella comunione con Lui raggiungiamo

la vita piena e partecipiamo

la gioia senza fine. Anche oggi questa

suprema rivelazione non viene

accolta. L’uomo pone la sua speranza

nei beni di questo mondo, nei

progressi della scienza e nell’evoluzione

automatica della umanità. Si

tratta, però, di ‘piccole speranze’

che, certamente, ognuno può coltivare

perché lo incoraggiano nei suo

impegno e lo aiutano a procedere

nel cammino, ma non possono costituire

la ‘grande speranza’, quella

che risponde al bisogno di vita perenne

e di amore indistruttibile. Chi

vuol vivere per sempre non può essere

soddisfatto da ciò che è destinato

a morire. Eppure gli uomini

continuano a porre la loro speranza

nell’ampliamento dei propri orizzonti

e nel prolungamento delle

proprie aspettative terrene. Il salto

di qualità che caratterizza la speranza

cristiana, che consiste nel passaggio

dall’incontro e dal possesso

dei beni terreni all’incontro e al

possesso di Dio, molto spesso non

viene recepito: gli stessi credenti

continuano a confondere, non di rado,

il regno di Davide (beni terreni)

con il regno di Dio (comunione con

Dio)» (Card. Franc Rodé, Omelia

nella Giornata della Vita consacrata,

2 febbraio 2008). Paolo ricordava

che il tempo della ‘prosperità’

può essere il più pericoloso, propizio

all’indolente negligenza (cfr.

1Tes. 5,3).

le difficoltà dell’“incarnazione”

Nel limite si trovano oggi anche

molti scoraggiati. Sono troppi quelli

che hanno chiuso bottega e vanno

incontro alla vita senza attesa alcuna.

Les jeux sont faits, credono in

troppi, e il religioso dice a chi ha

chiuso il conto che molto ancora c’è

da vedere. «Il periodo di difficoltà

che sta attraversando la vita consacrata

non ci può far dimenticare

che, dopo Gesù, l’incomprensione,

la debolezza, l’emarginazione e la

morte stessa, diventano luoghi in cui

fermenta la vita. Sono questi i momenti

in cui siamo chiamati a rendere

più trasparenti gli atteggiamenti,

che costituiscono le strutture portanti

della sequela evangelica: la fiducia

in Dio e il dono di sé. È nella

prova che siamo chiamati a rendere

più evidente la scelta radicale che

abbiamo fatto. Già Giovanni Paolo II

aveva ricordato ‘che a ciascuno è richiesto

non tanto il successo, quanto

l’impegno della fedeltà... La sconfitta

della vita consacrata non sta nel declino

numerico, ma nel venir meno

dell’adesione spirituale al Signore e

alla propria vocazione e missione’»

(VC 63). Per il resto sappiamo che

«la Chiesa non può assolutamente

rinunciare alla vita consacrata» (VC

105) e al suo «insostituibile contributo

alla trasfigurazione del mondo»

(VC 110), perché, come diceva Paolo

VI, è la missione stessa della

Chiesa che verrebbe ad essere compromessa

(ET 3). Già santa Teresa,

edotta dallo stesso Signore e pur

prendendo atto che gli Istituti non

erano affatto fiorenti, aveva scritto:

«Che sarebbe del mondo se non vi

fossero i religiosi?» (Vita 32, 11). Benedetto

XVI, riportando un pensiero

di San Bernardo e di un antico scrittore

ecclesiastico sulla responsabilità

dei monaci per l’intero organismo

della Chiesa, afferma: «Il genere

umano vive grazie a pochi; se non ci

fossero quelli il mondo perirebbe»

(SS 15). Il Concilio, a sua volta, ha

solennemente affermato che la vita

consacrata «appartiene indiscutibilmente

alla vita e alla santità della

Chiesa» (LG 44). Questo significa,

aggiunge Giovanni Paolo II, che essa

«non potrà mai mancare alla Chiesa

come un suo elemento irrinunciabile

e qualificante» (VC 29). Per questo

la vocazione alla vita consacrata...

nonostante le sue rinunce e le sue

prove, ed anzi in forza di esse, è

cammino «di luce», sul quale veglia

lo sguardo del Redentore: «Alzatevi

e non temete» (VC 40) (Card. Franc

Rodé, cit.). Basterebbe rifornire il

mondo di quella quantità necessaria

di fede nelle cose quotidiane che gli

danno nuovo orizzonte. La fedeltà e

luminosità del religioso anche in

questo caso non è stridente, ma ricorda

semplicemente ai suoi contemporanei

le cose accantonate o

dimenticate la cui assenza rende

strana la vita. Forse una cosa così:

«Io potrei magari fabbricare figure

che abbiano cuore, coscienza, passioni,

sentimenti, moralità. Ma nessuno

al mondo ne vuol sapere.

Quello che vogliono: a questo mondo

sono soltanto le curiosità, i mostri.

Ecco quello che vogliono, i mostri!»

(ROTH, Joseph, La milleduesima

notte, in Opere 1931-1939,

Bompiani Milano 1991, p. 1284).

Bene: il religioso rifiuta da rimpolpare

la produzione di mostri e fabbrica

quelle figure o quelle realtà che il

mondo sembra non volere, ma di

cui ha un bisogno ineludibile e che

inoltre nessun altro gli darà.

Sono, al limite, riduttori di qualunque

segno, anche quelli che dimenticano

sistematicamente che «Queste

Eco dei Barnabiti 4/2009 7


VITA CONSACRATA

un gruppo di persone che pregano

insieme, ma anche parlano insieme;

che ridono in comune e scambiano

favori; scherzano insieme e insieme

sono seri; a volte hanno divergenze,

ma senza animosità, per rinforzare

l’accordo abituale. Imparano uno

dall’altro o insegnano gli uni agli

altri. Rimpiangono penosamente gli

assenti. Accolgono con allegria chi

arriva. Inventano manifestazioni del

cuore per quelli che si amano,

espresse nel volto, nella lingua, negli

occhi, in mille gesti di tenerezza. E

cucinano insieme gli alimenti della

casa, dove le anime si articolano in

unità e dove gli eterogenei, in definitiva,

arrivano a essere uno».

Giulio Pireddu

sono le cose che bisognava fare, senza

tralasciare le altre» (Mt 23.23; Lc

11,42). Per questo i carismi della vita

consacrata sono quasi infiniti e sono

capaci di rinverdire i mille aspetti

dell’incontro dell’uomo con Dio. A

chi solo prega ricorderà che bisogna

rimboccarsi le maniche come fa lo

stesso Dio con Mosè: «Il Signore disse

a Mosè: “Perché gridi a me? Di’ ai

figli d’Israele che si mettano in marcia”»

(Es 14,15). Ai sorpreso Natanaele

per la coincidenza che ha visto

con attenzione dove stava: «quando

eri sotto il fico, io ti ho visto» ricorderà

che sa perfino dove starà: ‘vedrai

cose maggiori di queste’ (Gv

1,48.50). Agli amanti della grandezza

ricorderà che la vera grandezza è

il servizio: «chiunque, tra di voi,

vorrà essere primo sarà servo di tutti»

(Mc 10,44). E così via.

Al limite, anche a chi scommette

la sua vita sull’azzardo, che crede

che la sorte maligna o benigna traccia

i solchi della sua esistenza, per

cui deve rassegnarsi a essere vissuta,

ed eventualmente potrà in qualche

rara occasione sapere dove va il suo

destino, ma non guidarlo. In questo

caso i religiosi si fanno forti della ricerca

della virtù, oggetto dei libri sapienziali

nei quali solo i distratti potranno

vedere una morale piccoloborghese

rinchiusa nei suoi minuti

interessi; in realtà è una struttura di

vita che si gioca sulla donazione di

sé e sulle scelte da compiere giornalmente.

Il religioso sa benone che la

scelta per Dio e il suo Regno, manifestata

nella professione in definitiva

poi si rinverdisce giorno dopo giorno

e nulla verrà per oroscopo ma sarà

costruito dalle sue opzioni oculate e

costanti, per cui non vale nessun atteggiamento

infantilmente provvidenzialista.

«Donner des gages et encore des

gages!, le salut est là!». Offrire occasioni

e ulteriori occasioni, questa è

la salvezza, secondo il Bernanos de

L’imposture. Lì le frontiere per i religiosi

sono infinite e sempre nuove. Si

tratta di tener d’occhio i «nuovi aeropaghi»

di cui parla Giovanni Paolo II

nell’esortazione apostolica post-sinodale

sulla Vita religiosa e che sono

esattamente quei campi aperti, e apparentemente

refrattari al contagio

evangelico (Vita consecrata, 96-99).

Si può assumere anche senza odiosa

arroganza che i religiosi siano avanguardia:

non tappabuchi ma capaci

di aprire strade.

un segno

Non sono riuscito a trovare la fonte

precisa, ma chi la offre giura e

spergiura che questa è una definizione

agostiniana della vita religiosa.

Comunque può essere un simpatico

punto di riferimento e non si può negare

che è una definizione abbastanza

suggestiva e realista di una vera

vita comune: «Un gruppo cristiano è

APOSTOLATO BARNABITICO

DELLA PREGHIERA 2009

CON SAN PAOLO,

LA FAMIGLIA ZACCARIANA UNITA

SI RIVOLGE AL PADRE

Novembre: Per le Missionarie di

S. Teresina, perché insieme a Paolo

scoprano che la gioiosa donazione

di sè è la forma più autentica di

servizio,

– e tutto fra loro in carità si faccia

(cfr. 1 Corinti 16, 14).

Dicembre: Per le Suore del Preziosissimo

Sangue, perché insieme a

Paolo vivano in continua azione di

grazie a Cristo per avere accettato

di essere lo strumento della nostra

redenzione,

– diventando così strumento di espiazione

dei nostri peccati per mezzo

del suo sangue (cfr. Romani 3, 23-25).

8

Eco dei Barnabiti 4/2009


DOWNLOAD

Download a cura di Giovanni Giovenzana

TUTTA QUESTA ELET-

TRONICA PIACE AL-

L’UOMO? – «Il 29 ottobre

1969 alle 22,30

di Los Angeles, il professor

Leonard Kleinrock,

insieme a un assistente,

tenta il primo

collegamento fra un computer dell’Ucla e un altro all’Università

di Stanford. Nel frattempo ci parlavamo

per telefono, racconta oggi Kleinrock. Io dovevo scrivere

“login”. Scrissi la lettera elle. “Ricevuta”, mi dissero.

Poi la o. “Ricevuta”. Quando digitai la terza lettera,

il sistema andò in crash». Una sconfitta che però

ha preannunciato un futuro radioso. Oggi, non possiamo

non ricordare un evento così importante per il progresso

dell’umanità.

Sempre in questo articolo de Il Sole 24 Ore on line,

il prof. Kleinrock continua «Un giorno non lontano, la

maggior parte del traffico internet non sarà fatto dagli

esseri umani, ma dalle macchine. Le capacità di calcolo

e di comunicazione si stanno dilagando: sensori,

attuatori, memorie, display, microfoni. Tutto quanto ci

circonda sarà collegato in rete, per dare informazioni

e servizi sulla realtà circostante. Potremo controllare a

distanza la crescita delle piante, la popolazione ittica

di un fiume. Un sistema cooperativo di strumenti che

radunano le informazioni e ordinano ad altri strumenti

di mantenere l’equilibrio».

Soffermiamoci sull’ultima frase. Un sistema di strumenti

che mantiene l’equilibrio del sistema Terra con

l’ausilio di altri strumenti. Si intende l’equilibrio di

tutti i processi che permettono la sopravvivenza dell’uomo,

ma anche l’equilibrio di tutti i processi che

gli rendono la vita più comoda e confortevole. Ecco

allora che nasce la domanda: tutta questa tecnologia

che si sostituisce al lavoro dell’uomo, non rischia di

snaturarne la vita? Quando si parla di futuro dell’umanità,

di predominio odierno della tecnica sull’etica

oppure semplicemente quando sto maneggiando il

cellulare, ormai da diversi mesi, mi torna alla mente

questa domanda.

Dopo 40 di internet, la discussione di coloro che

studiano l’impatto della tecnologia sulla vita dell’uomo

comincia a portare a dei primi bilanci. Tra questi,

alcuni arrivano all’osservazione che queste nuove

scoperte e invenzioni elettroniche e di microelettronica

non necessariamente sostituiranno gli strumenti

“tradizionali” della nostra vita quotidiana. Infatti se

partiamo dall’assunto che l’uomo deve sentirsi a proprio

agio, deve essere comodo, nell’utilizzo di uno

strumento, allora sembra che ci siano alcuni oggetti

o strumenti che riescono meglio nel soddisfare le richieste

dell’uomo. Anzi, alcuni di questi strumenti

sono così importanti da diventare oggetti amati dall’uomo.

Prendiamo ad esempio i libri. Nonostante l’invenzione

dell’e-book, il libro digitale, sembra che già oggi

ci siano persone che non riescono a rinunciare al

libro stampato su carta (e tra queste ci sono anch’io).

Dopo questa invenzione molti profetizzavano la fine

dei libri. Finora non è stato così. È infatti verificabile

da molti la differenza che c’è tra le sensazioni e reazioni

che provoca un libro (il suo buon profumo di

stampa fresca; la carta della pagina che stringiamo,

tastiamo tra le dita con soddisfazione e che possiamo

pasticciare con le più diverse penne e pennarelli che

abbiamo a disposizione; il rumore dello sfogliare le

pagine) e quelle che dà un monitor di computer o di

palmare.

Discorsi simili si possono fare per molti altri strumenti

che usiamo ogni giorno e che nel tempo sono

diventati meno freddi e virtuali di uno strumento elettronico.

L’uomo ha la capacità di “animare” gli strumenti

che usa a seconda delle impressioni, emozioni

e sensazioni che questi gli suscitano. Sembra allora

che nonostante il boom degli ultimi decenni si stia

per prospettare una rivincita della Meccanica sull’Elettronica,

degli strumenti “naturali” su quelli basati

sui bit.

La spiegazione si trova nell’origine dell’uomo. L’uomo

è da sempre inserito in un mondo reale, naturale,

dalla sua apparizione sulla Terra, e si è evoluto in

questo ambiente. Risulta quindi davvero fantascientifico

immaginare un futuro come quello presentatoci

da films come “Matrix”, dove si descrive la possibilità

di una realtà virtuale, tutta ricreata dai computer. Il

desiderio della maggioranza degli uomini di usare i

5 sensi così “al naturale”, come Dio li ha creati, è una

cosa istintiva, originaria, che sembra far parte della

vocazione dell’umanità. La dimensione spirituale dell’uomo,

se ci pensiamo, si alimenta soprattutto con

ciò che è stato creato da Dio. È difficile trovare ad

esempio del romantico o del poetico in un computer

che snocciola migliaia di calcoli al secondo. Piuttosto

ci si emoziona per le capacità strabilianti dell’inventore

di quel computer.

Verifichiamo allora quanto è necessaria la tecnologia

che ci circonda quotidianamente e troviamole il

giusto spazio che le compete.

Eco dei Barnabiti 4/2009 9


ECUMENISMO

MISSIONE E UNITÀ CRISTIANA

PER TESTIMONIARE CRISTO OGGI

Nel ricordo dei cent’anni dalla Conferenza missionaria mondiale delle Società missionarie

protestanti di Edimburgo, considerata come il punto di partenza del Movimento ecumenico

contemporaneo, si celebrerà dal 18 al 25 gennaio 2010 la Settimana di preghiera per l’unità dei

cristiani che avrà per tema “Missione e unità”. Sarà l’occasione per ricordare e ricordarci che

l’ecumenismo «...è un sacro obbligo per tutti i cristiani... è il cantiere della Chiesa del futuro».

al tema il testo preparato

dal gruppo di lavoro

E`dedicato

nominato dal Pontificio Consiglio

per la Promozione dell’Unità

dei Cristiani e dalla Commissione

Fede e Costituzione del Consiglio

Ecumenico delle Chiese (CEC), in vista

della Settimana di preghiera per

l’unità dei cristiani che sarà celebrata

nei Paesi dell’emisfero nord dal

18 al 25 gennaio 2010, traendo ispirazione

dal mandato di Gesù risorto

ai discepoli: «di questo voi siete testimoni»

(Lc 24,48). La preparazione

dei testi per la riflessione e la preghiera

di ogni giorno è stata affidata

a esponenti delle Chiese cristiane

della Scozia, nazione che ha visto la

nascita del Movimento ecumenico

moderno nel contesto della Conferenza

missionaria mondiale delle Società

missionarie protestanti che ha

avuto luogo a Edimburgo nell’estate

del 1910.

La scelta del gruppo scozzese ha

voluto intenzionalmente ricordare il

centenario di quella Conferenza missionaria

mondiale, convocata per approfondire

il tema: «L’evangelizzazione

del mondo in questa generazione».

Era naturale quindi che i

cristiani scozzesi fossero invitati a

preparare la Settimana del 2010. Da

tempo infatti stanno organizzando

attivamente la celebrazione centenaria

con un processo di studio preliminare

in vista della convocazione

di una nuova Conferenza mondiale,

sempre a Edimburgo, più inclusiva e

rappresentativa della Chiesa universale,

sul tema: «Testimoniare Cristo

oggi». Il tema richiama quello del

1910 ed è rimbalzato a livello internazionale

con un particolare riferimento

al passo evangelico di Luca

24, all’icona di Emmaus.

logo della Settimana di preghiera 2010

un evento che ha segnato la storia

Oltre all’evangelizzazione e alla sua

organizzazione, quella storica Conferenza

aveva posto l’accento sulla collaborazione

missionaria e, successivamente,

sull’unità dei cristiani. A motivo

della seria preoccupazione per l’unità,

la Conferenza di Edimburgo viene generalmente

considerata come il punto

di partenza del Movimento ecumenico

contemporaneo, anche se allora non

era presente alcun delegato ortodosso e

cattolico romano. Quell’evento straordinario

comunque ha segnato la storia:

è stato l’anticipazione profetica di un

nuovo movimento proteso al ristabilimento

dell’unità delle Chiese, anche se

questo problema non era e non poteva

essere nell’ordine del giorno della Conferenza

in modo esplicito. Ma i partecipanti

ben presto si resero conto che

non ci si poteva accontentare di organizzare

una collaborazione missionaria

tra formazioni cristiane separate: le

cause della loro divisione dovevano essere

affrontate con coraggio e verificate,

col proposito di rimuoverle. È ciò che

avverrà in seguito, specialmente grazie

al movimento di Fede e costituzione,

nato per aiutare le Chiese a superare le

loro divergenze dottrinali (Losanna

1927). Nel corso dell’anno avremo modo

di riprendere il discorso relativo all’evento

missionario di Edimburgo che

merita un’attenta rilettura. Ha infatti ancora

molto da insegnare e suggerire a

proposito della missione e dell’unità.

la divisione danneggia

l’evangelizzazione

All’inizio del decreto del Concilio

sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio

(UR), spiccano alcune affermazioni, la

terza in particolare, che motivano l’impegno

ecumenico irreversibile di tutti i

cattolici, «fedeli e pastori» (UR 5): «la

divisione contraddice apertamente alla

logo del Consiglio Ecumenico delle

Chiese a Ginevra (CEC)

10

Eco dei Barnabiti 4/2009


ECUMENISMO

volontà di Cristo, è di scandalo al mondo

e danneggia la santissima causa della

predicazione del Vangelo a ogni

creatura» (UR 1). L’imput ecumenico

per il ristabilimento dell’unità cristiana

è venuto proprio dalla missione, cioè

dall’esigenza missionaria della evangelizzazione

del mondo. Non poteva e

non può essere diversamente. Non si

può infatti pretendere di evangelizzare

o addirittura di ri-evangelizzare rimanendo

divisi, senza collaborare, dimenticando

l’essenziale dell’identità e della

vocazione cristiana! La separazione dei

cristiani compromette l’evangelizzazione

e la loro testimonianza. La preoccupazione

missionaria sta quindi alle origini

del movimento ecumenico e rimane

sempre attualissima. Per rendersene

direttamente conto basterebbe consultare

i preziosi indici analitici degli otto

volumi dell’Enchiridion oecumenicum,

alle voci missione, evangelizzazione,

testimonianza...

unità e credibilità

Nel luglio scorso a Lione il Patriarca

ecumenico Bartolomeo I, nel contesto

della celebrazione del 50° anniversario

della fondazione della Conferenza delle

Chiese d’Europa (KEK), ha affermato

che «le Chiese in Europa saranno in

grado di proclamare efficacemente il

Vangelo di Cristo solo se dialogheranno

e lavoreranno a stretto contatto tra

loro», e ha proposto una cooperazione

meglio organizzata e strutturata tra la

KEK, voce delle diverse Chiese e Comunità

ecclesiali europee, e il Consiglio

delle Conferenze episcopali

d’Europa (CCEE), voce della Chiesa

cattolica: «siamo convinti che una

icona copta dell’Amico di Cristo

Conferenza di tutte le Chiese europee

possa all’unisono rispondere al meglio

al comandamento sacro di ristabilire la

comunione ecclesiale e servire l’uomo

contemporaneo posto di fronte a una

moltitudine di problemi complessi». La

proposta è stata inoltrata a Benedetto

XVI e ci si augura che, ricordando i

cento anni da Edimburgo, possa essere

realizzata anche come risposta concreta

all’ispirazione dello Spirito che non

cessa di sorprendere nel sollecitare

sempre nuovi passi verso la piena comunione

cristiana mondiale pure attraverso

circostanze, date, celebrazioni,

persone... Ma un’ipotesi di lavoro comune

è stato notato, esiste già: è la

Charta Oecumenica (Strasburgo 2001)

... ancora da recepire a livello europeo!

E, sempre a Lione, fr. Alois di

Taizé ha posto una domanda molto seria:

«Come essere credibili, parlando di

un Dio dell’amore, se i cristiani restano

separati?». Nè sono da dimenticare gli

atti della 13 a Conferenza mondiale sulla

missione e l’evangelizzazione del

nuovo millennio (Atene 2005), che

aveva tra i temi in agenda: «come mettere

a punto una teologia missionaria

che abbia respiro ecumenico».

la diaconìa ecumenica

non è un lusso, ma un dovere

Dalla Conferenza di Edimburgo,

certamente non improvvisata, da quell’inizio

ecumenicamente imprevedibile,

non si è più tornati indietro! Si continua,

infatti, a camminare in avanti

con fiducia, tra gioie e fatiche, luci e

ombre, verso l’unità, grazie allo Spirito

del Signore che persegue, comunque,

l’attuazione del suo disegno, «con sapienza

e pazienza» (UR1). Non cessa,

infatti, di sorprendere, ripeto, nell’ispirare

nuovi pensieri, nell’indicare nuove

prospettive e iniziative, nel suggerire

nuove vie e nuove mete intermedie,

ma soprattutto nel richiamare alla conversione

del cuore, alla santità della

vita, alla preghiera privata e pubblica

per l’unità dei cristiani. Il decreto conciliare

citato è arrivato a dire che queste

ultime, ma fondamentali esigenze,

devono essere ritenute come «l’anima

di tutto il movimento ecumenico e si

possono giustamente chiamare ecumenismo

spirituale» (UR 4).

Tutte le Confessioni cristiane sono

concordi nel riconoscere che, nonostante

l’impegno nel lavoro ecumenico,

l’unità rimane sempre un dono di

icona dei due discepoli di Emmaus

con Gesù lungo la strada

Dio da richiedere insistentemente con

fede, ma è soprattutto negli ultimi anni

che tale esigenza è emersa con maggiore

evidenza e urgenza. Ci si sta accorgendo

sempre meglio, infatti, che

assemblee, convegni, dichiarazioni,

studi, visite, incontri ufficiali, realizzazioni...,

non bastano, pur riconoscendone

la preziosità e l’importanza. I nostri

progetti e programmi sono sempre

limitati, come pure le nostre forze...

perché siamo umani e la causa a noi

affidata è altissima. Con realismo riconosciamo

che alcune difficoltà persistenti

potrebbero scoraggiare e frenare

l’impegno ecumenico, ma con altrettanto

realismo dobbiamo riconoscere

che non mancano positivi spiragli risolutivi

che ravvivano la speranza. È sotto

gli occhi di tutti, ad esempio, il cambiamento

di clima attuale, in particolare

nel dialogo ortodosso-cattolico e

anglicano-cattolico. La recente Costituzione

apostolica di Benedetto XVI, audace

e generosa nei confronti degli anglicani,

è una conseguenza del lungo

dialogo ecumenico tra la Chiesa cattolica

e la Comunione anglicana.

Gesù Cristo non si stanca di ripetere

al Padre la sua preghiera: «siano

una cosa sola come noi e il mondo

creda che tu mi hai mandato» (Gv

17, 21-22), ricordando così a tutti i

cristiani che l’obiettivo dell’unità

non ha un fine in sè stesso, non è solo

quello di un’unità tra loro e a loro

esclusivo beneficio, ma è per la missione,

l’unità e la pace nel mondo

intero, a servizio quindi dell’umanità.

È la tipica diaconìa ecumenica.

Eco dei Barnabiti 4/2009 11


ECUMENISMO

Ecco perché recentemente, ancora

una volta, il card. W. Kasper, a Frisinga

ha affermato con determinazione

che «l’ecumenismo non è un lusso

che va ad aggiungersi alla normale

attività ecclesiale e pastorale, ma è

un dovere essenziale e al contempo

molto attuale della Chiesa e di tutti i

icona dei discepoli di Emmaus a cena con Gesù

cristiani. Oggi si tratta di una condizione

fondamentale affinché l’Europa,

la nostra Europa possa avere un

futuro». In altre circostanze era arrivato

a dire che l’ecumenismo «non è

il pallino di pochi matti... o una scelta

opzionale, ma è un sacro obbligo

per tutti i cristiani... Non esiste alternativa

all’ecumenismo: è il cantiere

della Chiesa del futuro». Il mondo

intero, nel particolare contesto della

globalizzazione in atto, ha bisogno

di un futuro di pace nella giustizia e

nella verità, nella libertà e nella fraternità

ritrovata, che comporta l’impegno

della cooperazione, secondo i

princìpi tra loro connessi della sussidiarietà

e della solidarietà, come manifestazioni

particolari della carità

(Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate

57-58). L’unità, in obbedienza al

vangelo, è per la missione nel mondo,

a tutto campo. In questo tempo,

che è così ricco di richiami, opportunità

e responsabilità, ma anche di sfide

e problematiche comuni, come

cristiani siamo chiamati a sperare insieme,

a cercare insieme, a lottare insieme,

a testimoniare insieme.

occorrono cristiani

con le braccia alzate

Nonostante le mete ecumeniche

raggiunte, e non sono poche, addirittura

notevoli e inimmaginabili solo

pochi decenni fa’, grazie agli impulsi

divini, manca ancora – per rimanere

nel pensiero dell’abbé

Couturier o nell’immagine del p.

Tillard e dei padri spirituali del movimento

ecumenico – quel non so

che, quel soffio che fa scoccare la

scintilla, genera la fiamma e provoca

l’incendio dell’unità,. Benedetto

XVI ha detto che occorre oggi una

preghiera che renda «capaci di produrre

un nuovo pensiero e di esprimere

nuove energie a servizio di un

vero umanesimo integrale... cristiano...

Lo sviluppo ha bisogno di cristiani

con le braccia alzate verso

Dio nel gesto della preghiera, cristiani

mossi dalla consapevolezza

che l’amore pieno di verità... non è

da noi prodotto, ma ci viene

donato» (Caritas in veritate 78-79).

Anche lo sviluppo del movimento

ecumenico, con la sua peculiare

missione che torna a beneficio dell’intera

umanità, ha bisogno delle

braccia alzate di tutti i cristiani verso

Dio, da veri mendicanti. Tale sviluppo

è certamente generatore di

nuovo pensiero e di nuove energie a

favore della piena comunione cristiana,

senza dimenticare il dialogo

e la collaborazione con le grandi

Religioni a favore della giustizia e

della pace mondiale, nel reciproco

rispetto, alla ricerca della verità.

L’invito della Chiesa cattolica e

delle altre Chiese e Comunità ecclesiali

a tenere regolarmente le braccia

alzate per la causa ecumenica è costante.

Anche il nuovo Segretario

Generale del CEC, il Pastore luterano

norvegese Olav Fykse Tveit, nel giorno

dell’elezione (28.08.2009) ha invitato

a «non smettere mai di pregare

per l’unità». Non si tratta infatti di limitare

la preghiera ecumenica solo

nella classica Settimana di gennaio,

ma l’invito richiama i cristiani a «trovare

anche altre occasioni durante

l’anno per esprimere il progresso, il

grado di comunione che le Chiese

hanno raggiunto e per pregare insie-

12

Eco dei Barnabiti 4/2009


ECUMENISMO

me al fine di giungere alla piena

unità voluta da Cristo».

Lo stesso sussidio preparato per la

Settimana è destinato ad essere ripreso

lungo tutto l’anno, come già

avviene tra coloro che hanno a cuore

la causa dell’unità, al fine di tenere

viva la fiamma della passione

ecumenica in maniera costante,

sempre ricordando che «se il Signore

non costruisce la casa, invano si

affaticano i costruttori» (Sal 127,1).

Un rilevante aiuto in tale senso può

venire dal volume del card. Kasper:

L’ecumenismo spirituale. Linee guida

per la sua attuazione (Città Nuova,

Roma 2006).

è compito di tutti

Taizè: la preghiera nella chiesa della riconciliazione

Non si tratta di un invito diretto

solo agli addetti ai lavori, agli specialisti,

ad una élite, ma a tutto il popolo

di Dio. È questo un compito

che ancora stenta a farsi strada nella

mentalità e nella coscienza comune.

Oggi l’ecumenismo di base, di popolo,

è decisivo. Il compito dell’unità

spetta a ogni cristiano e non

può essere delegato. Giovanni XXIII

ha detto che «nell’ultimo giorno

del giudizio particolare e del giudizio

universale sarà chiesto alla coscienza

di ciascuno non se ha fatto

l’unità, ma se per essa ha pregato,

lavorato e sofferto; se si è imposta

una disciplina saggia, prudente e

lungimirante, e se ha dato vigore

agli slanci della carità» (Radiomessaggio

natalizio del 1962). Cristo

chiederà a ciascuno: ‘Che cosa hai

fatto tu per il ristabilimento dell’unità

nella mia Chiesa?’

Il tema della Settimana di gennaio

2010, suggerito dalle Confessioni

cristiane della Scozia, intende aiutare

non solo a verificare quali e

quanti cambiamenti dalla Conferenza

di Edimburgo sono avvenuti in

Europa e nel mondo, nelle Chiese,

nelle Comunità ecclesiali e nei rapporti

con le altre Religioni, favoriti

da varie cause, ma anche a verificarne

le conseguenze. I mutamenti

negativi più evidenti riguardano

soprattutto la secolarizzazione e la

decristianizzazione. I nuovi mezzi

di comunicazione hanno invaso il

mondo. Hanno facilitato, in un certo

senso, anche le relazioni interconfessionali

e i dialoghi interreligiosi,

ma positività e negatività si intrecciano

dappertutto. Il mondo è

diventato piccolo, è una casa comune;

tutto è vicino, tutto entra in ogni

casa... Eppure certe distanze rimangono

e ne nascono di nuove, con

tante nuove problematiche da affrontare

e risolvere. In campo ecumenico

si stenta ancora a trovare un

linguaggio comune e una traiettoria

condivisa per tradurre nel concreto

le spinte della base (cfr. Sibiu 2007).

Taizè: la tomba di fr. Roger

insieme si può

Ma è il Cristo risorto che anche

oggi, come sulla strada di Emmaus,

continua ad accostarsi ai suoi discepoli

per riaccendere la speranza

nel loro cuore e risvegliarne la fiducia,

chiedendo di riconoscere la

sua presenza e di testimoniare la

sua azione anche dentro le prove e

le difficoltà che non mancano mai,

Eco dei Barnabiti 4/2009 13


ECUMENISMO

pure nella vita della sua Chiesa, verificando

i risultati positivi delle risposte

date ai suoi suggerimenti,

ma senza temere di riconoscere sinceramente

pigrizie, remore e rifiuti,

per pentirsi e rinnovare l’impegno.

Rimane sempre urgente, comunque,

il compito missionario fondamentale

di tutti i cristiani, quello di

rendere testimonianza al Cristo vivo

in ogni settore, e groviglio dei cambiamenti

della storia contemporanea,

col gusto della missione e senza

paura, per non essere tacciati

come «sciocchi e tardi di cuore»

(Lc 24,25).

testimoni ecumenici

Annunciare e testimoniare insieme

si può e pertanto si deve. Come?

Perseverando innanzitutto in un

cammino di dialogo e di riconciliazione.

Il mondo deve sapere che,

nonostante le difficoltà, i cristiani

convergono sull’essenziale e lo annunciano

con la parola e con la vita,

sforzandosi di lavorare generosamente

per la loro piena comunione.

Con Cristo ciò è possibile ed è sempre

lui che ricorda loro il fondamentale

legame tra missione e unità e

pertanto la contraddizione della divisione

nell’annuncio del vangelo.

Accontentarsi di rimanere separati è

un delitto e accontentarsi dei risultati

raggiunti è una squalifica. Cristo

ha pregato: «siano perfetti nell’unità»

(Gv 17,23). È vero che siamo

testimoni di tante meraviglie ecumeniche

e non possiamo tacerle, ma è

altrettanto vero che ne vedremo di

nuove se proseguiremo il cammino

lasciandoci guidare da Cristo, come

i discepoli di Emmaus, di inizio in

inizio. Anche a proposito dell’impegno

ecumenico Paolo VI ha affermato

che «l’uomo contemporaneo

ascolta più volentieri i testimoni che

i maestri o, se ascolta i maestri, lo fa

perché sono testimoni... Tacitamente

o con alte grida, ma sempre con forza,

ci domandano: Credete veramente

quello che annunziate? Vivete

quello che credete? Predicate

veramente quello che vivete? La

testimonianza della vita è divenuta

più che mai una condizione essenziale

per l’efficacia profonda della

predicazione. Per questo motivo, eccoci

responsabili, fino ad un certo

punto, della riuscita del Vangelo che

proclamiamo» (cfr. Evangelii nuntiandi

41.76).

predicare il Vangelo, insieme

un particolare della cerimonia della posa della prima pietra della nuova

chiesa ortodossa-romena in Bari (20 settembre 2009)

All’inizio della Conferenza di Edimburgo

nessuno pensava all’unità come

prima esigenza. Non era nel programma.

Ma nel corso dei lavori un

delegato delle giovani Chiese dell’Estremo

Oriente ha dichiarato: «Voi

ci avete inviato dei missionari che ci

hanno fatto conoscere Gesù Cristo:

non possiamo che ringraziarvi. Ma

voi ci avete portato anche le vostre

distinzioni e le vostre divisioni: alcuni

ci predicano il metodismo, altri il

luteranesimo, il congregazionalismo

o l’episcopalismo. Noi vi chiediamo

di predicare il vangelo e di lasciare a

Cristo Signore di suscitare lui stesso

all’interno dei nostri popoli, sotto la

sollecitazione del suo Santo Spirito,

la Chiesa di Cristo in Cina, la Chiesa

di Cristo in India, libera finalmente

da tutti gli ‘ismi’ con cui voi avete

classificato la predicazione del vangelo

in mezzo a noi». Un intervento

chiaro, coraggioso, ispirato, che ha

aiutato tutti i delegati non solo a riflettere

seriamente sul valore e l’organizzazione

della missione e sulla

forza della testimonianza cristiana,

ma anche sul valore dell’inscindibile

rapporto che collega la missione all’unità

della Chiesa, con l’invito a

non continuare a esportare divisioni

e discordie.

Siamo già testimoni del Risorto,

perché radicati nell’unico battesimo,

ma non lo siamo ancora come dovremmo

essere, in pienezza. L’ecumenismo

aiuta a comprendere che è

possibile ritrovare il cammino della

riconciliazione e testimoniare sempre

meglio il vangelo di Cristo. Guidati

in ogni giorno della Settimana

dal testo del vangelo di Luca 24, siamo

chiamati a riflettere sulla situazione

delle nostre divisioni ecclesiali

e sui rimedi che concretamente possiamo

porre insieme come testimoni

del Risorto – mai gli uni contro gli altri,

ma con e per gli altri – dialogando

con lui e tra noi. L’esperienza di

Emmaus continua. Sì, perché in definitiva

è Cristo la fonte della comunione

ecclesiale: è lui che incontra,

dialoga e riunisce, forma e invia nel

mondo, lui è il legame fondamentale

tra la missione e l’unità, lui è la ragione

che sollecita, incoraggia e rinnova

di continuo l’impegno di tutti

per il ristabilimento della piena comunione

cristiana. Sì, arriveremo insieme

a spezzare lo stesso pane e a

bere allo stesso calice.

Enrico Sironi

14

Eco dei Barnabiti 4/2009


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

IL SACERDOTE SECONDO IL CUORE

DI CRISTO E DI PAOLO:

LO ZELO PER LE ANIME

Terminato il 29 giugno l’anno santo dedicato a s. Paolo, per volere di papa Benedetto XVI si è

aperto quello sacerdotale, con il richiamo della figura di s. Giovanni Maria Vianney, a modello

di vita sacerdotale. Tanto l’apostolo delle Genti quanto il santo “Curato d’Ars” hanno come

denominatore comune lo zelo per Dio e per la salvezza delle anime. Ci soffermiamo, pertanto,

sullo “zelo”: una virtù che, per quanto propria di tutti i cristiani, è particolarmente richiesta e

auspicata nel sacerdote. Ci viene in aiuto, ancora una volta, l’opera del padre Sigismondo

Laurenti, che mette in luce questa virtù “sacerdotale” in s. Paolo.

P

arlando dello zelo, s. Agostino

dice che è un effetto

della carità; per cui, quanto

più l’amore è intenso per la cosa

che si ama, tanto più è intenso lo zelo.

Infatti, poiché l’amore è un certo

moto verso l’oggetto amato, l’amore

fa ogni sforzo per escludere tutto ciò

che gli ripugna e gli è di impedimento,

così fa anche lo zelo se è vestito

della veste di carità; e, in tal caso,

acquista il titolo di amore casto (In

Ps. 118). Ne segue che, essendo lo

zelo effetto della carità – la quale ha

due aspetti: uno riguarda Dio e l’altro

il prossimo –, esso, dice s. Tommaso

d’Aquino, con un occhio guarda

l’onore e la gloria della Divina

Maestà, osservando i suoi comandamenti,

e con l’altro, la salvezza del

suo prossimo e il bene delle anime.

Così che lo zelo verso Dio altro non

è che un fuoco dentro il cuore e una

brama ardente che ha l’anima, perché

Dio sia glorificato e onorato e,

vedendo accadere altrimenti, si duole

e si cruccia. Questo zelo, dice ancora

s. Tommaso, viene generato

dalla carità, dal fuoco dell’amore divino,

il quale procura la sola gloria

di Dio, sommo bene e principio di

ogni bontà, Creatore, Redentore e

Padre nostro.

lo zelo: effetto della carità

Intorno a questo zelo si legga anche

s. Gregorio Magno, il quale dice

che, quando lo si ha nel petto, muove

il cuore a darne un segno chiaro

ed evidente (In Ez 12); e ciò lo prova

s. Dionigi l’Areopagita con l’esempio

di Davide, allorquando, essendo pieno

di carità, diceva: Mi divora lo zelo

per la tua casa, ricadono su di me

gli oltraggi di chi ti insulta (Sl 69,10).

Lo zelo della vostra santa casa, Signore,

e del vostro onore consuma e

brucia le mie viscere e il mio cuore,

perché le ingiurie, che sono fatte alla

vostra Maestà, sono ingiurie e offese

fatte a me; e l’onore, che si dà a voi,

è la mia gloria (De div. Nom. 4); e s.

Agostino disse bene a tale proposito:

Colui che quando vede che qualcosa

non va, si sforza di correggerla, cerca

di rimediarvi, non si dà pace: se non

trova rimedio, sopporta e geme (In

Ioh. 10,9). Un tale sentimento adotta

l’anima devota, quando, vedendo

Dio poco onorato, gene e sospira;

come faceva il profeta Davide: Mi divora

lo zelo della tua casa, perché i

miei nemici dimenticano le tue parole

(Sl 119,139). Dallo stesso fuoco fu

arso Geremia, che disse: Nel mio

cuore c’era come un fuoco ardente,

chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di

contenerlo, ma non potevo. Sentivo

le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno!

(Ger 20,9-10); e similmente

il cuore di Elia, toccato da questo

zelo: Sono pieno di zelo per il Signore

degli eserciti, poiché gli Israeliti

hanno abbandonato la tua alleanza

(1 Re 19,10). Anche Pincas, per il

grande zelo verso Dio e la sua santa

legge, vedendolo vilipeso e la legge

violata, uccise quel temerario: Seguì

quell’uomo di Israele nella tenda e li

trafisse tutti e due, l’uomo d’Israele e

la donna (Num 25,8). Un simile omicidio

fece Mattatia, uccidendo il sacrilego

che adorava gli idoli: Ciò vedendo,

Mattatia arse di zelo; fremettero

le sue viscere ed egli ribollì di

giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa,

lo uccise sull’altare; uccise nel medesimo

tempo il messaggero del re,

che costringeva a sacrificare, e distrusse

l’altare. Egli agiva per zelo

verso la legge del Signore come aveva

fatto Pincas con Zambri figlio di

Salmon (1 Mac 2,24-26). Davide

stesso ha ragione di piangere, vedendo

commettersi nel mondo tanti mali

e tali sciagure contro la legge divina:

Fiumi di lacrime mi scendono dagli

Eco dei Barnabiti 4/2009 15


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

lo per l’onore di Dio e, dall’altra,

non si scordò della pietà verso il suo

popolo, impetrandogli da Dio il perdono

totale. Per altro, Dio stesso nella

sacra Scrittura è chiamato il Dio di

zelo: il Signore si chiama Geloso:

egli è un Dio geloso, che punisce la

colpa (Es 20,5; 34,14); così come ci

insegna che è la dolcezza stessa e ha

viscere di pietà: perché è misericordioso

e benigno, tardo all’ira e ricco

di benevolenza (Gl 2,13); e più oltre:

Il Signore si mostri geloso per la sua

terra e si muova a compassione del

suo popolo (Gl 2,18). Quindi s. Gregorio

Magno disse che: La vera giustizia

sa comprendere, mentre quella

falsa nutre disprezzo. Altro è però

ciò che si compie sotto il pungolo

dell’orgoglio e altro ciò che è suggerito

dallo zelo per la rettitudine (In

Ev. 34, 2).

Noi sappiamo che Cristo è la giustizia

stessa e insieme il fonte della

carità: Dio è carità (1 Gv 4,16). Per

cui, chi ha questo zelo discreto è

molto simile a Dio, al quale non si

può fare maggior piacere che, oltre

ad avere zelo per la sua gloria, mostrarsi

anche con la compassione

verso le anime ricomperate con il

suo prezioso sangue; e, dice s. Gregorio

Magno: Nessun sacrificio è così

accetto a Dio onnipotente quanto

lo zelo per le anime (In Ez. 12,30).

Lo conferma s. Giovanni Crisostomo,

che aggiunge che ha maggiore merito

salvare un’anima, che avere la

grazia di fare miracoli sulla terra, e

con ciò si assicura la salvezza propria

e di quella del suo fratello. Per

questo s. Giacomo disse: Chi riconduce

un peccatore dalla sua vita di

errore, salverà la sua anima dalla

morte (Gc 5,20).

Paolo: il Cacciatore di Cristo

L. Ghiberti, Mosé riceve sul Sinai le tavole della Legge

occhi, perché non osservano la tua

legge (Sl 119,136).

È tutto vero, quanto si dice, ma si

deve avvertire che il santo zelo di

Dio deve essere sempre accompagnato

dalla virtù della compassione e

pietà verso le mancanze altrui, come

accenna s. Agostino, raccontando il

fatto di Mosè, che, essendo sceso dal

monte e intendendo essersi fatta dal

popolo ebreo l’adorazione di un falso

Dio in forma di vitello d’oro con

tanto vilipendio di Dio, per zelo ruppe

le Tavole della Legge, scritta col

proprio dito da Dio e datagli sul

monte con tanta solennità e con un

lungo digiuno di quaranta giorni;

con tutto ciò, intenerito nel cuore,

Mosè stesso, mosso a compassione

del suo popolo, si rivolse a Dio pieno

di pietà, con tutto l’affetto del suo

cuore, e gli disse: Se tu perdonassi il

loro peccato… E se no, cancellami

dal tuo libro che hai scritto! (Es

32,32). Fu questa un’azione tanto

grande e un fatto così singolare, dicono

s. Agostino e s. Giovanni Crisostomo,

che superò di gran lunga tutte

le altre azioni meravigliose da lui

compiute con tanti segni sulla terra e

nel cielo al cospetto del faraone, perché,

da una parte, mostrò il santo ze-

S. Paolo ebbe zelo in eccesso di ricondurre

i peccatori a Dio e di salvare

le anime; e per raffigurarlo al vivo,

per ora chiamerei l’Apostolo il Cacciatore

di Cristo. Cacciatore veramente

spirituale, del quale Cristo

stesso disse in s. Luca, d’averlo eletto:

per portare il mio nome dinanzi

ai popoli, ai re e ai figli d’Israele (At

9,15); così come Pietro viene chiamato

Pescatore del Signore, al quale,

come a tutti gli Apostoli, Cristo in

persona disse: Seguitemi, vi farò pescatori

di uomini (Mt 4,19).

Paolo fu uno di quei primi cacciatori

di Cristo, ai quali fa accenno Geremia

e dei quali Dio disse: Ecco, io

invierò numerosi cacciatori, che daranno

loro la caccia su ogni monte,

su ogni colle e nelle fessure delle

rocce (Ger 16,16). Paolo andò a cac-

San Paolo

16

Eco dei Barnabiti 4/2009


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

cia per le valli, per i monti e per tutto

il mondo, traendo moltissime anime

dalle cieche e oscure grotte dell’ignoranza

e dalle profonde caverne

del peccato e dell’inferno; e Dio gli

pose ai fianchi gli sproni della carità:

Ci spinge l’amore di Cristo (2 Cor

5,14), perché proseguisse questa

caccia spirituale, non di belve, ma di

anime e di uomini peccatori, peggiori

delle stesse belve; per cui andava

là dove Dio voleva, fino agli ultimi

confini della terra e fino là fece sentire

la sua voce, come di tromba di

Dio: Mi sono fatto un punto di onore

di non annunziare il Vangelo se non

dove ancora non era giunto il nome

di Cristo (Rm 15,20), per cui, con

particolare ragione si deve cantare di

Paolo in modo conforme a quello

che la Chiesa canta degli altri Apostoli:

Per tutta la terra si diffonde la

loro voce e ai confini del mondo la

loro parola (Sl 19,5); poiché il suono

della sua voce e la predicazione del

santo Vangelo di Cristo si udì ovunque,

spargendo fiamme di zelo e

fuoco di carità per l’universo. Fiamme

e fuoco a cui accenna Ezechiele

quando dice: Prendi una teglia di ferro

(Ez 4,3); e che cosa fare di tale

strumento? Risponde s. Gregorio secondo

lo spirito: per arrostire le anime

in un santo sacrificio a Dio con il

fuoco della carità, come aveva fatto

della sua nel medesimo fuoco: Sì, lo

zelo spirituale fa friggere l’anima di

ogni dottore, perché egli si cruccia

molto, quando vede i deboli abbandonare

le cose eterne e dilettarsi in

quelle temporali. Come aveva preso

seriamente la teglia di ferro Paolo,

quando, tormentato dallo zelo per le

anime, diceva: Chi è debole, che anch’io

non lo sia? Chi riceve scandalo,

che io non frema? (2 Cor 11,29).

Il medesimo suo cuore, che si accendeva

di zelo per le anime, che altro

era diventato se non una teglia in cui

ardeva di amore per le virtù contro i

vizi? Ciò che bruciava era la teglia.

Prendeva fuoco e cuoceva, perché si

accendeva di amarezza, ma con l’afflizione

del suo cuore preparava alimenti

di virtù (In Ez. 12, 29).

L’Apostolo si struggeva per lo zelo

che aveva di provvedere il cibo a Cristo,

con il cuocere i cuori con il fuoco

del divino amore; per cui doveva

dire con il Signore, che portò il fuoco

dell’amore divino dal cielo sulla terra:

Come vorrei che fosse già acceso!

(Lc 12,49) Così come in effetti egli

bruciò molte anime, introducendole

nelle viscere di Cristo, tra le fiamme

della carità, che vi avvampavano:

Dio mi è testimonio del profondo affetto

che ho per tutti voi nell’amore

di Cristo Gesù (Fil 1,8).

Lo zelo fu in lui tanto grande che,

nel mezzo dei travagli nei quali stava

immerso, non si perse mai d’animo,

né di cuore, né abbandonò mai l’impresa,

ancorché si trovasse circondato

da infiniti mali: molto di più nelle

fatiche, molto di più nelle prigionie,

infinitamente di più nelle percosse,

spesso in pericolo di morte (2 Cor

11,23); e avesse grandi contrasti con

i nemici, i demoni, il mondo e la carne:

battaglie all’esterno, timori al di

dentro (2 Cor 7,5); oltre la sollecitudine

e l’affanno continui, che aveva

per le Chiese: il mio assillo quotidiano,

la preoccupazione per tutte le

Chiese (2 Cor 11,28). Senza interrompere

mai le fatiche per qualsiasi

sinistro incontro, la sua soddisfazione

e la sua gloria era trovare nei fedeli

una costanza invincibile e ferma e il

loro progresso nelle virtù, come scrisse

ai Tessalonicesi: Ora sì ci sentiamo

rivivere, se rimanete saldi nel Signore

(1 Ts 3,8). Per cui s. Giovanni

Crisostomo osserva che Paolo attese

al frutto e al solo bene del suo prossimo,

tanto da scrivere ai Corinti: Vi

ho scritto, perché apparisse chiara la

vostra sollecitudine per noi davanti a

Dio. Ecco quello che ci ha consolati

(2 Cor 7,12-13); e ai Tessalonicesi:

Abbiamo avuto fiducia nel nostro

Dio di annunciarvi il vangelo di Dio

con molta sollecitudine (1 Ts 2,2).

Quanto a noi, fratelli, dopo poco

tempo che eravamo separati da voi,

di persona ma non con il cuore, eravamo

nell’impazienza di rivedere il

vostro volto, tanto il nostro desiderio

era vivo, ma satana ce lo ha impedito

(1 Ts 2,17-18). Per questo, non potendo

più resistere, mandai a prendere

notizie sulla vostra fede (1 Ts 3,5).

Ho infatti un vivo desiderio di vedervi

per comunicarvi qualche dono spirituale,

perché ne siate fortificati, o

meglio, per rinfrancarmi con voi e tra

voi mediante la fede che abbiamo in

comune, voi e io (Rm 1,11-12).

Tanto era lo zelo delle anime in lui

che, per aiutarle, si accontentò di

stare nel mondo, piuttosto che in cielo,

perché stimava più il loro acquisto

che il godimento di Dio faccia a

faccia, anteponendo salvezza degli

altri ai gusti del paradiso: Sono messo

alle strette tra queste due cose: da

una parte il desiderio di essere sciolto

dal corpo per essere con Cristo, il

che sarebbe assai meglio; d’altra parte,

è più necessario per voi che io rimanga

nella carne (Fil 1,23). Insomma,

tale era il suo zelo che, dopo

aver mostrato l’affetto di un padre

amorevole verso i suoi figlioli: Potreste

avere anche diecimila pedagoghi

in Cristo, ma non certo molti padri

(1 Cor 4,15), mostra anche l’affetto di

una madre amorevole: Figlioli miei,

che io di nuovo partorisco nel dolore,

finché non sia formato Cristo in

voi! (Gal 4,19).

lo zelo verso Dio

Il simbolo dello zelo verso Dio: il

ferro ardente e infuocato; e il motto:

Noli me tangere.

Lo si dice di Paolo, quando si trattava

della difesa dell’onore di Dio:

egli si faceva tutto fuoco, come fece

contro alcuni di Corinto, che si erano

intiepiditi nel servizio di Dio: Che

volete, devo venire a voi con la verga?

(1 Cor 4,21).

L’Apostolo, desideroso che tutti si

mostrassero zelanti nel servizio divino,

come egli stesso mostrava di fare,

istruì i Corinti ad essere zelanti verso

la sua Divina Maestà con l’osservanza

della sua legge e dei suoi santi

precetti, onorandoli e abbracciandoli

volentieri, poiché la circoncisione

era abrogata; e lo prova con questa

ragione: La circoncisione non conta

Eco dei Barnabiti 4/2009 17


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

S. Botticelli, La calunnia

nulla e la non circoncisione non

conta nulla; conta invece l’osservanza

dei comandamenti. Ciascuno rimanga

nella condizione in cui era,

quando è stato chiamato (1 Cor 7,19-

20); così come scrisse agli Ebrei: Proprio

per questo bisogna che ci applichiamo

con maggiore impegno a

quelle cose che abbiamo udito (Eb

2,1). Infatti, tale osservanza è il mezzo

per farci conoscere Dio, scrive

s. Giovanni: Da questo sappiamo di

averlo conosciuto: se osserviamo i

suoi comandamenti (1 Gv 2,3); e ciò

in modo conforme alla dottrina del

Savio nei suoi Proverbi: Conserva il

consiglio e la riflessione, né si allontanino

mai dai tuoi occhi: saranno

vita per te e grazia per il tuo collo

(Pr 2,21-22). Se con zelo osserverai la

santa legge di Dio e i suoi consigli,

sarà vita per la tua anima e dolcezza

al tuo palato, che è la dolcezza di

cui disse Davide, che l’aveva gustata:

Quanto sono dolci al mio palato

le tue parole: più del miele per la

mia bocca (Sl 139,103); e ciò perché

era un diligente osservatore dei precetti

divini: Corro per la via dei tuoi

comandamenti (Sl 119,32).

Per questo Dio lo favorì tanto, così

come favorisce coloro che davvero

lo amano, perché: Quelli che mettono

in pratica la legge saranno giustificati

(Rm 2,13). Perciò non si deve

considerare difficile la sua osservanza,

sebbene a prima vista possa apparire

dura, perché dopo è soave e

dolce: Il mio giogo è dolce e il mio

carico leggero (Mt 11,30); e ciò per

effetto della carità, che è l’ambrosia

stessa: Il fine di questo richiamo è la

carità (1 Tm 1,5). Tuttavia, ciò si gusta

quando il cuore è puro e netto da

ogni colpa: Sgorga da un cuore puro,

da una buona coscienza e da una fede

sincera. Proprio deviando da questa

linea, alcuni si sono volti a fatue

verbosità, pretendendo di essere dottori

della legge, mentre non capiscono

né quello che dicono, né alcuna

di quelle cose che danno per sicure.

Certo, noi sappiamo che la legge è

buona (1 Tm 1,5-7).

Quindi Paolo invita i Romani all’osservanza

e allo zelo di essa, con

il dare a Dio il dovuto tributo del loro

cuore: Perché con un solo animo

e una sola voce rendiate gloria a

Dio, come sta scritto: Per questo ti

celebrerò tra le nazioni pagane e

canterò inni al tuo nome (Rm 15,6.9).

Di questa osservanza ne parla anche

s. Giacomo: Siate di quelli che mettono

in pratica la parola e non soltanto

ascoltatori, illudendo voi stessi

(Gc 1,22); e poco oltre: Chi fissa lo

sguardo sulla legge perfetta, la legge

della libertà, e le resta fedele, non

come un ascoltatore smemorato, ma

come uno che la mette in pratica,

questi troverà la sua felicità nel praticarla

(Gc 1,25). Per questo l’Apostolo

esorta quelli di Corinto a rifiutare

le leggi degli infedeli: Non lasciatevi

legare al giogo estraneo degli infedeli.

Quale rapporto infatti ci può essere

tra la giustizia e l’iniquità, o quale

unione tra la luce e le tenebre? Quale

intesa tra Cristo e Beliar, o quale

collaborazione tra un fedele e un infedele?

Quale accordo tra il tempio

di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il

tempio del Dio vivente (2 Cor 6, 14-

16). Dovrebbero farsi mutilare coloro

che vi turbano. Voi infatti, fratelli,

18

Eco dei Barnabiti 4/2009


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

siete stati chiamati a libertà, purché

questa libertà non divenga un pretesto

per vivere secondo la carne (Gal

5,12-13). Non partecipate alle opere

infruttuose delle tenebre (Ef 5,11).

Altrimenti, chi conosce la verità e

non la mette in pratica, avrà maggiore

colpa, dice s. Isidoro: Male minore

è non conoscere ciò che brami, anziché

non compiere ciò che conosci.

Paolo, dunque, mosso da santo zelo

per il mantenimento dell’osservanza

della legge di Dio, scrisse anche a

Tito di fuggire i faziosi come la peste,

che infetta e dà la morte spirituale:

Dopo una o due ammonizioni

sta’ lontano da chi è fazioso (Tt

3,10); e a Timoteo, esortandolo ad

avere in se questo zelo: Partendo per

la Macedonia, ti raccomandai di rimanere

in Efeso, perché tu invitassi

alcuni a non insegnare dottrine diverse

e a non badare più a favole e a

genealogie interminabili, che servono

più a vane discussioni che al disegno

divino manifestato nella fede

(1 Tm 1,3-4). Allo stesso scrive con il

medesimo zelo: Quelli poi che risultano

colpevoli, riprendili alla presenza

di tutti, perché anche gli altri ne

abbiano timore (1 Tm 5,20); e la

stessa cosa consiglia anche a Tito: Vi

sono infatti, soprattutto fra quelli che

provengono dalla circoncisione molti

spiriti insubordinati, chiacchieroni

e ingannatori della gente. A questi

tali bisogna chiudere la bocca (Tt

1,10-11). Perciò correggili con fermezza,

perché rimangano nella sana

dottrina e non diano più retta a favole

giudaiche (Tt 1,13-14).

Nel contempo, mostra gli inconvenienti,

che nascono, allorché cessa

lo zelo santo verso la legge divina:

Se qualcuno insegna diversamente e

non segue le sane parole del Signore

nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo

la pietà, costui è accecato

dall’orgoglio, non comprende nulla

ed è preso dalla febbre di cavilli e di

questioni oziose. Da ciò nascono le

invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti

cattivi, i conflitti di uomini corrotti

nella mente e privi della verità

(1 Tm 6,3-5).

lo zelo verso il prossimo

Il simbolo dello zelo verso il prossimo:

la gallina che cova le uova di

varie specie di polli. Il motto: Donec

formentur.

Quale gallina, che con infinita sofferenza

sta covando le uova di vario

tipo fino a quando non nascono i

pulcini, così s. Paolo, per lo zelo indicibile

che aveva indifferentemente

verso le anime, non pensava ad altro

che a correggerle, purificarle, istruirle

e perfezionarle, fino a quando fossero

unite perfettamente a Dio; per

cui diceva: Sono debitore verso i

Greci come verso i barbari, verso i

dotti come verso gli ignoranti (Rm

1,14), scrivendo ai Galati: Figlioli

miei, che io di nuovo partorisco nel

dolore finché non sia formato Cristo

in voi! (Gal 4,19).

L’Apostolo, sembrandogli poco nutrire

in petto il fuoco di questo santo

zelo, si sforzò di suscitarlo con ogni

mezzo anche nel cuore di ogni buon

cristiano; e particolarmente i coloro

ai quali, come a tanti pastori, da Dio

era stata commessa la cura del suo

gregge, ricuperando dalle fauci e dalla

tirannia di quell’antico lupo, che

in cento modi lo insidiava. Per cui

scrive a Timoteo: Vigila su te stesso e

sul tuo insegnamento e sii perseverante:

così facendo salverai te stesso

e coloro che ti ascoltano (1 Tm

4,16). Sta attento prima a te stesso e

poi alla dottrina: cioè all’ammaestramento

del tuo prossimo, per salvare

prima te stesso e poi loro. Altrove,

manifestò lo stesso pensiero con altre

parole: Nessuno cerchi l’utile proprio,

ma quello altrui (1 Cor 10,24).

Non cercate l’amore interessato di

voi stessi, ma di usare la carità verso

gli altri, poiché la messe è molta e

gli operai sono pochi! (Mt 9,37). Poiché

pochi sono gli operai buoni di

Cristo; maggiore è il numero delle

anime che si dannano per mancanza

d’aiuto, di quelle che si salvano:

Molti sono i chiamati, ma pochi eletti

(Mt 22,14).

Per questo s. Giovanni Crisostomo

grida: Ohimè, se vedi un cieco,

che va a cadere in un fosso, tu

l’aiuti; e non ti muovi per le anime,

che se ne vanno all’inferno e che

sono costate tanto a Cristo, ricomprate

con lo spargimento del suo

prezioso sangue? (Ad pop. 16). Infatti

siete stati comprati a caro

prezzo (1 Cor 6,20). Per cui il Savio

dice: Aiuta il tuo prossimo secondo

la tua possibilità (Sir 29,20).

Quindi Paolo si fa tutto a tutti, né

si sottrae alla fatica per salvarli:

Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la

vita, la morte, il presente, il futuro:

tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo

(1 Cor 3,22-23). Perciò conviene

anche a voi avere le viscere di

pietà e questo santo zelo a lei congiunto.

Rivestitevi dunque come

amati di Dio, santi e diletti, di viscere

di misericordia, di bontà, di

umiltà, di mansuetudine, di pazienza

(Col 3,12). È necessaria la compassione

per guadagnarsi i cuori e

per acquistare anime al Signore:

Mediante la carità siate al servizio

gli uni degli altri (Gal 5,13); e conclude:

Soltanto desideriamo che

ciascuno di voi dimostri il medesimo

zelo, perché la sua speranza

abbia compimento sino alla fine

(Eb 6,11). Spiegando quel passo

s. Agostino disse che l’Apostolo ebbe

questo zelo, congiunto con la

pietà. Chi è debole, che anch’io

non lo sia? (2 Cor 11,29). Imparatelo

dal vostro Maestro, Cristo, il

quale scese dal cielo in terra, mandato

dal Padre per la salvezza degli

uomini: Egli non ha risparmiato il

proprio Figlio, ma lo ha dato per

tutti noi (Rm 8,32).

Eco dei Barnabiti 4/2009 19


SPIRITUALITÀ BARNABITICA

mondo alla ricerca delle anime così

debole, stanco e infiacchito, che, per

sfinimento, sedeva presso il pozzo; e,

quantunque sia affamato per il viaggio,

non vuole mangiare, ancorché

pregato dai suoi discepoli; anzi, con

cuore zelante, ansioso di ridurre sotto

le sue ali una tale anima e farne acquisto,

risponde loro: Ho da mangiare

un cibo che voi non conoscete (Gv

4,32). Levate i vostri occhi e guardate

i campi che già biondeggiano per la

mietitura (Gv 4,35).

Noi dobbiamo essergli simili, dice

s. Agostino, con l’avere tanto zelo

per le anime e con l’essere tanto solleciti

e diligenti per il loro acquisto:

che questa cura sollecita ci tenga

fiacchi, deboli e dimentichi di tutte

le nostre comodità, così come se ne

dimenticarono Cristo e Paolo, suo

imitatore. S. Gregorio Magno tratteggia

un tale affetto di carità e di zelo

verso il nostro prossimo, rappresentando

il cuore di Paolo ferventissimo,

come posto dentro a una teglia infuocata

e bollente, mentre dice: è

più necessario per voi che io rimanga

nella carne (Fil 1,24); e ne ricava

quale debba essere lo zelo del nostro

cuore, per farne un’oblazione e sacrificio

a Dio, con queste parole:

Quanto plachi Dio onnipotente l’ardore

del cuore prodotto dallo zelo

spirituale, lo dimostra chiaramente la

prescrizione della Legge di offrire in

sacrificio fior di farina. A questo proposito

è scritto: Il sacerdote succeduto

di diritto al padre friggerà il fior di

farina in una teglia cosparsa d’olio e

l’offrirà calda, in odore soavissimo al

Signore; e soggiunge: Il fior di farina

si frigge nella teglia, quando l’anima

pura del giusto viene divorata dall’ardore

di un santo zelo. Dev’essere

cosparsa d’olio, cioè bisogna mescolare

allo zelo la misericordia della

carità, che arde e splende davanti al

Signore onnipotente (In Ez. 12,30).

Vuole che arda la mente e il cuore,

ma dentro all’olio bollente della

compassione verso i deboli e gli infermi

per i peccati commessi, aspettando

la ricompensa promessa da

Dio all’Apostolo stesso, dove disse:

Ciascuno riceverà la sua mercede secondo

il proprio lavoro. Siamo, infatti,

collaboratori di Dio (1 Cor 3,8-9).

a cura di Mauro Regazzoni

L’Apostolo vuole che, come figli di

Dio, ci rivestiamo anche noi di queste

viscere di pietà, come santi e diletti

di Dio, per assimilarsi alla sua

condizione e a quel sommo sacerdote,

del quale egli disse: Non abbiamo

un sommo sacerdote che non sappia

compatire le nostre infermità (Eb

4,15). Perciò anche noi dobbiamo

compatire volentieri il nostro prossimo,

come Cristo compatì tutto il

mondo, il che si vede in modo tutto

singolare nell’esempio della samaritana.

Che cosa non fece Cristo per

guadagnare quell’anima? S. Giovanni

tratteggia in modo vivo questo affetto

compassionevole, quando dice: Gesù,

stanco del viaggio, sedeva presso

il pozzo (Gv 4,6); e a questo proposito,

s. Agostino dice che Cristo, con

molta ragione, si paragona a una gallina:

Quante volte ho voluto raccogliere

i tuoi figli, come una gallina

raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi

non avete voluto? (Mt 23,37). Perché,

egli dice, gli altri uccelli si riconoscono

se sono madri, o no, se non quando

si vedono nei loro nidi; ma la gallina

si riconosce sempre essere madre,

anche se non è seguita dai

pulcini, perché basta osservare il suo

solo aspetto: nel vederla distrutta,

scaduta e magra; poiché non mangia

e, sempre singhiozzando, sta vigilante

e attenta solo al governo e alla difesa

dei suoi figliuoli. Tale si dimostra

Cristo in questo caso: andava per il

20

Eco dei Barnabiti 4/2009


Osservatorio paolino

OSSERVATORIO PAOLINO

DOVE VANNO GLI STUDI

SU PAOLO?

Due studiosi italiani di Paolo, Antonio

Pitta (nato nel 1959) e Stefano

Romanello (nato nel 1961), hanno

tracciato una interessante mappa degli

studi moderni su san Paolo. Il primo,

a conclusione di un suo studio

su «Paolo, la Scrittura e la Legge –

Antiche e nuove prospettive» (EDB,

2008); il secondo, sulla rivista Teologia

– rivista della facoltà teologica

dell’Ialia settentrionale, 1/2009, pp.

15-32.

Le mappe non si sovrappongono

perfettamente, perché privilegiano

punti di vista diversi, ma sono altrettanto

utili per orientarsi nel variegato

e complesso mondo degli studi paolini

degli ultimi decenni.

A conclusione dell’anno paolino, è

sembrato utile darne conto dettagliato

per chi voglia avvicinarsi e approfondire

la conoscenza di Paolo.

1. La mappa di Antonio Pitta

Nel tracciare la sua mappa, Antonio

Pitta pone l’attenzione su due

versanti fondamentali: A) un bilancio

delle «nuove prospettive» (al plurale)

apparse su Paolo e le sue lettere nell’ultimo

trentennio; B) le loro conseguenze

per la teologia paolina.

Quanto alle «nuove prospettive»,

Pitta riconosce a E.P. Sanders il merito

della «svolta» delle ricerche su

Paolo, con la sua opera «Paolo e il

giudaismo palestinese» (1977, trad.

italiana Paideia Brescia, 1986). Sanders

ha scardinato il vecchio pregiudizio

che interpretava il giudaismo

come la religione dei meriti e del

particolarismo, mentre il cristianesimo

era la religione della grazia e dell’universalismo.

Per Sanders, entrambi

– giudaismo e cristianesimo – condividono

il «nomismo del patto». In

altre parole, entrare nel patto, nell’alleanza

con Dio, è un dono di Dio;

ma permanere nel patto, nel popolo

dell’alleanza, esige comunque una

sottomissione e una obbedienza alla

legge (nòmos, in greco).

Per quanto variegate potessero essere

le correnti del giudaismo prima

della distruzione del Tempio ad opera

di Vespasiano e Tito (70 d.C.) – farisei,

esseni, sadducei, apocalittici –,

e per quanto variegate potessero essere

le correnti all’interno dello stesso

movimento cristiano, o «via» cristiana,

gli uni e gli altri si riconoscevano

nel Monoteismo, nella Scrittura,

nella Legge e nel Culto: e tutto questo

li distingueva dalle altre religioni

antiche. La prima generazione cristiana

viveva senza drammi nel seno

della religione ebraica.

Altre «nuove prospettive» riguardano

la storia e la sociologia del cristianesimo

delle origini.

La separazione delle «vie», iniziata

con Gesù all’interno del giudaismo,

prosegue con Paolo e si radicalizza

con la distruzione del secondo Tempio.

Si deve a Paolo l’assunto della

giustificazione per la fede, senza il

concorso delle opere della Legge, e

l’uso delle Scritture in prospettiva cristologica

ed ecclesiologica: questi

due motivi conferirono una accelerazione

nella separazione tra il giudaismo

rabbinico e il cristianesimo

(J.D.G. Dunn, 1991; G. Jossa, 2004).

Soprattutto nell’ambiente della diaspora,

cioè degli ebrei che vivevano

fuori della Palestina, le prime comunità

paoline si configurarono come

«chiese domestiche», frequentate da

credenti in gran parte di estrazione

umile (schiavi e liberti). In esse le

donne svolgevano funzioni di rilievo

e non soltanto di servizio familiare.

Le assemblee dei credenti in Cristo,

tollerate in un primo momento dalle

autorità imperiali, sono caratterizzate

dalla frequentazione della Scrittura,

dalla frazione del pane e dalla condivisione

della mensa tra giudei e

gentili, tra i più agiati e i poveri, e tra

i forti e i deboli (E.W. Stegemann-W.

Stegemann, 1995).

Un altro approccio interessante è

quello intrapreso da H.D. Betz che

nel suo commento alla Lettera ai Galati

(1975) ha introdotto l’analisi retorica

dell’epistolario paolino. Ricostruire

il contesto del mittente e dei

destinatari permette di qualificare i

punti nodali distinguendoli dalle argomentazioni

funzionali.

L’analisi puntigliosa delle lettere

paoline ha poi permesso di intravvedere

– nei momenti polemici – l’esistenza

di numerosi gruppi di ‘oppositori

cristiani di origine giudaica’ a

Corinto, in Galazia e a Filippi; sicché

si tende ad abbandonare la classica e

limitante opposizione tra ‘petrinismo’

e ‘paolinismo’.

Un ulteriore ambito nel quale si

segnalano «nuove prospettive» è

quello dell’uso delle sacre Scritture

di Israele nell’epistolario paolino

(J.M. Scott, 1995; F. Watson, 2004).

Nelle sue lettere, infatti, Paolo più

che rifarsi al Gesù storico, ai racconti

della sua vita e ai suoi detti («loghia»),

rilegge la Scrittura sacra di

Israele nell’ottica di Gesù Messia

(Cristo), morto in croce e risorto per

noi, in cui solo c’è salvezza per

quanti crederanno e professeranno la

fede in lui: i chiamati, la chiesa.

Le «nuove prospettive» determinano

«ritratti nuovi» di Paolo e della

sua teologia. E questo fin dall’episodio

paradigmatico di Damasco. Esso

ormai viene letto non più e solo con

il classico modello della conversione,

quanto piuttosto con il modello

della vocazione. Paolo è stato chiamato

in modo forte e misterioso alla

sequela di quel Gesù, la cui «via»

egli perseguitava (K. Stendahl, 1976;

C. Dietzfelbinger, 1985; S. Kim, 2002;

F. Philip, 2005).

Aderendo al movimento cristiano,

Paolo vi ha portato la sua educazione

alla lettura delle Scritture, come

era tipico dei farisei, ascoltatori della

parola e dediti alle opere di culto.

Un altro punto che è stato riconsiderato

alla luce delle «nuove prospettive»

è la classica dottrina paolina

della «giustificazione per la fede».

Oggi si preferisce utilizzare il modello

della salvezza attraverso la «partecipazione»

dei credenti alla morte e

risurrezione di Cristo (A. Schweitzer,

1930). Le «opere della Legge» non

riguardano più la via della giustificazione,

bensì i ‘marchi di identità’ che

separano i giudei dai gentili.

Contro questa interpretazione (che

ha avuto i suoi esordi in Sanders) sono

insorti soprattutto molti ambienti

della Riforma, per i quali la dottrina

della giustificazione per la fede e

non per le opere rimane centrale.

Ma con maggior equilibrio oggi si

riconosce che giustificazione per la

fede e partecipazione non vanno

Eco dei Barnabiti 4/2009 21


OSSERVATORIO PAOLINO

contrapposti, ma semmai messi in

relazione.

Le «nuove prospettive» hanno

contribuito a chiarire meglio il rapporto

tra Paolo e il Gesù storico. Alcuni

studiosi (T. Stegman, 2005)

hanno tentato di delineare, accanto

alla centralità della cristologia,

quella della gesuologia paolina.

Tuttavia, è innegabile che Paolo,

quando parla della «fede di Cristo»,

intende il genitivo come genitivo

oggettivo: la fede, cioè, in

Cristo, con questo confermando

la centralità della

fede nel Signore morto e

risorto, il Signore, il Messia,

il Cristo. Anche se

non totalmente assente,

come vorrebbe D.M. Neuhaus

(2002) che afferma:

«Il Gesù terreno con

la storia della sua vita, come

appare dai vangeli, è

assente dalle lettere di

Paolo»; nelle lettere di

Paolo non è il Gesù storico

che ha il primato, ma il

Cristo risorto e oggetto

della fede. Come pure

nelle sue lettere più che i

detti di Gesù (i «loghia»)

sono rilevanti le citazioni

dirette e indirette tratte

dalle Scritture di Israele.

Ma anche in questo

campo non bisogna prestarsi

alla confusione. P.J.

Thomson (1990) e altri sostengono

che, per quanto

non più connessa alla giustificazione,

la Legge sarebbe

proposta da Paolo

come codice etico. Non è

proprio così. Le tavole dei

valori etici proposti da

Paolo alle sue comunità

non sono una riproposizione

della «halaka» biblica.

Le esortazioni paoline sono

fondate sulle relazioni con Cristo,

con lo Spirito e con il comandamento

dell’amore vicendevole, che determinano

un modo nuovo di interpretare

le Scritture; e non più sulla legge

mosaica, che non svolge più la funzione

di guida o di codice etico.

Infine ci dobbiamo domandare se

le «nuove prospettive» ci autorizzino

a parlare di un «centro» della

teologia paolina, e in che cosa esso

consista.

I nuovi studi hanno portato a

pensare che, per quanto il pensiero

di Paolo non si possa definire «incoerente»,

certamente non riveste

natura sistematica, dal momento

che non rappresenta uno sviluppo

organico. Il pensiero di Paolo appare

piuttosto determinato dalle situazioni

delle sue comunità, e

quindi frammentario e quasi ‘atomizzato’.

Ma, nonostante questo,

non si può negare che vi si possano

identificare alcuni vettori che lo

caratterizzano. «La centralità del

vangelo che in Cristo riscontra il

dato di focalizzazione (J.-N. Aletti,

1995), l’alternativa tra la giustificazione

per la fede e non mediante le

opere della Legge, l’ingresso dei

gentili nel popolo dell’alleanza,

l’adempimento della Legge nel comandamento

dell’amore e la diffusa

importanza che conferisce allo

Spirito, rappresentano alcuni dei

vettori costanti delle grandi lettere

e impediscono di considerare come

semplicemente situazionale il modo

di argomentare di Paolo» (Pitta,

op. cit., pag. 236).

Considerando infine l’«attualità» di

Paolo, Pitta ci tiene a sottolineare

due punti. Primo, contro quelli che

ritengono che Paolo abbia inferto un

colpo mortale alla tragicità della situazione

umana predicando una

morale di servi (per es. Nietzsche e

G. Steiner), Pitta sostiene

che il vangelo di Paolo è

un «vangelo tragico», che

accoglie con profonda serietà

ogni domanda umana

e la illumina con il ‘sì’ che

Dio ha detto a tutti in Cristo

e il ‘no’ che ha rivolto

per amore a se stesso.

Secondo, contro quelli a

cui fa comodo pensare a

Paolo come a un convertito

o a un apostata, Pitta

sostiene che Paolo rimane

nella sua essenza un

ebreo, raggiunto dall’irruzione

del Risorto sulla sua

strada; non un convertito,

bensì uno chiamato ad attestare

la fede paradossale

in Cristo con le stesse

Scritture che lo hanno formato

e con quella Legge

che per anni ha osservato

e può continuare a mettere

in pratica, a condizione

che non la consideri come

condizione salvifica.

Così come il defunto

Cardinal Aron Jean-Marie

Lustiger, ebreo e Cardinale

di Parigi, ha voluto lasciar

scritto sulla sua tomba:

«Sono nato ebreo.

Ho ricevuto il nome di mio

nonno paterno, Aronne.

Diventato cristiano per la

fede e il battesimo,

sono rimasto ebreo come lo erano

rimasti gli apostoli.

Ho per santo patrono il gran Sacerdote

Aronne,

l’apostolo Giovanni, santa Maria piena

di grazia.

Nominato 139° Arcivescovo di Parigi

da sua Santità il Papa Giovanni Paolo

II,

sono stato intronizzato in questa

cattedrale il 27 febbraio 1981,

22

Eco dei Barnabiti 4/2009


OSSERVATORIO PAOLINO

e da questo momento vi ho esercitato

tutto il mio ministero.

Passando, pregate per me».

2. La mappa di Stefano Romanello

Da sempre il pensiero di Paolo ha

suscitato discussioni. Durante la sua

vita, Paolo ebbe all’interno dello

stesso gruppo cristiano degli accaniti

avversari (ne parla Antonio Pitta nel

capitolo 3 del suo libro appena citato).

E la seconda Lettera di Pietro

(inizi del II secolo) afferma che nelle

lettere di Paolo «vi sono alcuni punti

difficili da comprendere, che gli

ignoranti e gli incerti travisano, al pari

delle altre Scritture, per la loro propria

rovina» (2Pt. 3, 16).

Nei tempi moderni, c’è chi lo ha

considerato come rappresentante di

una religiosità spontanea e asistematica

(A. Deismann, 1909); chi invece,

un campione del cristianesimo

che oppone in ambiente pagano

una motivazione teoretica

contro quella legalista rappresentata

da Pietro (F.C. Baur, 1845); chi

addirittura l’ha dipinto come «il secondo

fondatore del cristianesimo»

(W. Wrede, 1904).

Sino a pochi decenni fa si pensava

che la sua teologia (sulla scorta

della storica impostazione di Lutero)

fosse caratterizzata dalla dottrina

della «giustificazione per fede»

opposta a una presunta giustificazione

basata sulla Legge. Questa

impostazione, recepita e teorizzata

filosoficamente nel sec. XIX dalla

Scuola di Tubinga, faceva consistere

il «paolinismo» nel carattere gratuito

della giustizia di Dio, in opposizione

radicale alla Legge e alle

sue opere.

Per R. Bultmann (Teologia del Nuovo

Testamento, 1953) la categoria

della giustizia era categoria soteriologica

centrale in Paolo. È Dio che

rende «giusto» l’uomo. La parola

«giustizia» non designa la qualità etica

dell’uomo.

Kasemann (Saggi esegetici, 1961)

inquadrava questa visione paolina

della giustizia di Dio nell’orizzonte

dell’attesa degli ultimi tempi. «L’apocalittica

è la madre di tutta la teologia»,

egli scrive.

Fuori da coro e con una tesi per

quei tempi dirompente, K. Stendahl

(1963) affermò invece che la dottrina

della giustificazione non era una

risposta al problema del peccato

(all’epoca di Paolo – egli sostiene –

era del tutto assente una «coscienza

introspettiva», che si sarebbe affacciata

in Occidente molto più tardi,

con Agostino e, secoli dopo, con

Lutero) ma un espediente strategico

per garantire l’accesso alla comunità

dei credenti ai provenienti dal

paganesimo senza farli passare sotto

le forche caudine della Legge

ebraica (circoncisione, culto, calendario,

purità alimentari etc.). La salvezza,

vuol dire Paolo, viene da

Dio e le opere della Legge (ebraica)

sono superate.

È stato E.P. Sanders colui che ha

costituito con la sua opera “Paolo e

il giudaismo palestinese” (1983, trad.

it. Paideia Brescia 1986) il punto diacritico

dell’esegesi, da cui il dibattito

odierno in larga misura dipende.

Sanders, con la sua fondamentale categoria

del «nomismo dell’Alleanza»

(covenental nomism), ha sottolineato

che un conto è il passo dell’ingresso

nell’Alleanza – dono gratuito di Dio,

un altro il permanere nell’Alleanza –

che esige l’impegno umano, cioè

l’obbedienza e il compimento delle

clausole dell’Alleanza, l’obbedienza

cioè alla Legge. Anche in Paolo si ritrova

questa dialettica tra grazia e

impegno. Solo che ora la relazione

con Dio è costituita dalla redenzione

operata da Cristo e la risposta dell’uomo

è l’impegno a corrispondere

all’amore di Cristo. Come dice Sanders,

la formulazione soteriologica

centrale di Paolo è la «partecipazione

al Cristo», a cui corrisponde l’«essere

nello Spirito» (op. cit. pp. 700-

708). Quel che Paolo pensava si può

così sintetizzare: «…Cristo è stato

costituito Signore da Dio per la salvezza

di tutti quelli che credono,

…quelli che credono appartengono

al Signore e divengono una sola

realtà con Lui e… in virtù della loro

incorporazione nel Signore saranno

salvati nel giorno del Signore» (op.

cit. pag. 716).

La questione che Romanello esamina

di seguito è la dibattuta questione

della «teologia paolina»: se

esiste una «visione organica» in Paolo

o tutto sia condizionato dalla occasionalità

del genere epistolare. Si

può dire, con Sanders, che «Paolo fu

un pensatore coerente, ma non sistematico».

Infatti, né la giustificazione

per fede, né la «mistica» e partecipazione

del credente in Cristo, né la riconciliazione,

né l’apocalittica, né

alcun altra delle categorie teologiche

proposte dagli interpreti appare esplicitamente

tematizzata da Paolo, da

essere considerata il punto archimedeo

della sua teologia.

Di fronte a questa difficoltà, alcuni,

per esempio Ph. F. Esler (Conflitto

e identità nella Lettera ai Romani,

2003, trad. it. 2008), ritengono che

le proposizioni concettuali di Paolo

sono legate al vissuto delle comunità

cui si rivolgeva con le sue lettere occasionate,

e perciò sono prive di sistematicità

organica. L’interprete dovrebbe

perciò identificare la situazione

retorica della comunicazione

rappresentata da un particolare testo.

Le lettere sarebbero allora solo

esercizi di persuasione seducente?

Solo «retorica»? Ma la vera «retorica»,

così come sistematizzata da

Aristotele, è la qualità persuasiva del

discorso ottenuta dal carattere dell’oratore

(éthos), dal coinvolgimento

degli ascoltatori (pàthos), e anche

dalla ragionevolezza intrinseca del

discorso (lògos). Se nelle lettere paoline

non c’è sistematicità, non è per

questo esclusa, anzi è presupposta,

una dimensione logico-teoretica del

discorso.

È stato il gesuita J.-N. Aletti (1992,

1996, 1997) ad evidenziare attraverso

l’«analisi retorica» nuclei teoretici

costanti nel pensiero di Paolo, su cui

Paolo fa leva nell’interpretazione dei

vari vissuti contingenti affrontati nelle

lettere.

Ma se si va al di sotto dell’analisi

retorica non si potrà che scoprire che

le lettere di Paolo sarebbero incomprensibili

senza l’«evento Cristo». La

teologia di Paolo non potrà essere

compresa a prescindere da una memoria

costitutiva, quella dell’evento-

Cristo, e della memoria scritturistica

nella prima inscritta (Romanello-

Vignolo, 2006; F. Belli et alii, 2008;

M. Grilli, 2007).

Il punto prospettico da cui Paolo

guarda la vicenda di Gesù è costituito

dal suo mistero pasquale. «È il Cristo,

in quanto morto e risorto, ad assurgere

a punto prospettico, criterio

di valutazione non solo della vicenda

di Gesù, ma della vicenda di Paolo,

delle sue comunità e dell’intera

umanità, e, quindi, a divenire principio

di coerenza di un pensiero…»

(art. cit., pag. 27). Se al centro della

Eco dei Barnabiti 4/2009 23


OSSERVATORIO PAOLINO

INTENZIONI MENSILI

PER L’APOSTOLATO BARNABITICO DELLA PREGHIERA

Gennaio : Per tutti i sacerdoti, e specialmente per i sacerdoti Barnabiti, perchè ottengano

il dono della perseveranza, si mantengano fedeli alla preghiera, celebrino la

santa Messa con devozione sempre rinnovata, vivano in ascolto della Parola di Dio,

– e assimilino giorno dopo giorno gli stessi sentimenti ed atteggiamenti di Gesù Cristo,

il Buon Pastore.

Febbraio: Per i confratelli sacerdoti che esercitano il loro ministero nelle parrocchie,

nei gruppi e nelle varie associazioni, perchè mostrino coraggiosamente al mondo,

con la santità della vita, l’adorabile fisionomia del Cristo,

– irradiando la luce della verità e dell’amore nel servizio della parola e dei sacramenti.

Marzo: Per i Confratelli sacerdoti che esercitano il loro ministero nelle missioni,

perchè sentendo nel cuore la stessa passione evangelizzatrice che ha animato

Paolo, sappiano testimoniare con la loro vita, «fino agli ultimi confini della terra» (At 1,8),

– l’Amore che sa aiutare e servire, trasformare e far crescere in pienezza e dignità.

Aprile: Per i confratelli sacerdoti che esercitano il loro ministero nelle scuole, perchè,

ricchi di sapienza, trasmettano ai giovani loro affidati la felicità vera che nasce da un

cuore docile allo Spirito, e formino appassionatamente gli spiriti alle scienze umane,

– senza mai dimenticare di formare i cuori alla virtù e all’amore di Dio.

Maggio: Per i Confratelli sacerdoti che esercitano il loro ministero nella formazione

alla vita sacerdotale e religiosa, perchè lo Spirito conceda loro virtù e discernimento

per guidare i giovani nel loro cammino spirituale e metterli in grado di scoprire ciò

che, oggi, Cristo chiede loro,

– per essere, domani, sacerdoti e religiosi secondo il cuore di Dio.

Giugno: Per i Confratelli sacerdoti che esercitano il loro ministero negli ambiti delle

nuove marginalità, perchè in un mondo ancora pieno di infelici, sfruttati e perseguitati,

non abbiano paura di servire la Chiesa nel modo in cui meglio essa vuole essere servita,

– spendendosi nell’amore gratuito specialmente per i poveri e gli emarginati.

Luglio: Per i Fratelli Coadiutori, perchè coscienti della loro participazione al dono del

sacerdozio comune siano fedeli ai loro impegni, gelosi della propria vocazione e della

propria donazione, e vivano nella gioia per il dono ricevuto,

– in fraterna ed efficace collaborazione con i confratelli sacerdoti.

Agosto: Per le nostre comunità religiose, perchè sappiano testimoniare con intelligenza

e convinzione quanto è bello e dolce vivere insieme da fratelli (cfr. Salmo 133), per

diventare segno di concordia e di pace

– e per suscitare nuove vocazioni alla vita consacrata nella nostra famiglia religiosa.

Settembre: Per le Angeliche di S. Paolo, perchè insieme ai confratelli Barnabiti

conformino le loro parole e la loro vita a Cristo, e avanzino sulla strada della perfezione,

– con la forza di Dio come unico appoggio e con la saggezza di Dio come unico

orientamento.

Ottobre: Per i Laici di San Paolo perché dopo essersi deliziati nell’abbracciare Cristo

crocifisso, subitamente lo restituiscano vivo e vivificante,

– nei molteplici scenari del mondo in cui sono chiamati a testimoniarlo.

Novembre: Per la Gioventú zaccariana perchè si lasci guidare dalla sapienza del cuore

e sappia leggere tra le righe della storia di oggi i segni disseminati dalla presenza di Dio,

– che vuole i credenti luce e sale del mondo.

Dicembre: Per i membri degli Istituti religiosi a noi spiritualmente vicini, perchè siano

fedeli al proprio carisma e ai doni dello Spirito del Signore, e, in comunione con le

Famiglie Zaccariane,

– siano costruttori del Regno di Dio nella vita di ogni giorno.

predicazione di Gesù, nei vangeli sinottici,

c’è il «Regno di Dio» imminente,

in Paolo al centro della predicazione

c’è invece Cristo crocifisso e

risorto.

Le prospettive nuove su Paolo si

chiudono nella rassegna di Romanello

con due costatazioni: in primo

luogo, la persistente validità rivelativa

delle Scritture ebraiche per

le comunità che si riconoscono in

Cristo. L’annuncio della morte e risurrezione

di Cristo fatta da Paolo

ai Corinti (1 Cor. 15, 3-5) è «secondo

le Scritture» di Israele. La novità

di Cristo non elimina le Scritture

antiche, ma esse sono lette alla luce

del suo mistero. In secondo luogo,

la relazione di Paolo con il giudaismo.

«Paolo non si prefigge la costituzione

della Chiesa come entità

antagonista e nemmeno separata da

Israele» (art. cit., pag. 29). Una teoria

della sostituzione non sembra

proponibile. “…la fede in Cristo

non costituisce i credenti in una

realtà, la Chiesa, di per sé antitetica

ad Israele. Appartenenza alla Chiesa

e a Israele non sono due realtà

reciprocamente esclusive. Paolo è

‘israelita’ e, contemporaneamente,

‘credente in Cristo’” (art. cit., pag.

31). Per usare una formula significativa

di Pitta, “più che ‘deluteranizzato’

o ‘riluteranizzato’, Paolo

andrebbe ‘rigiudeizzato’” (Niebuhr,

1992).

L’innesto dell’olivastro nell’olivo

buono (Rom. 11, 17-24) «ricorda come

i credenti provenienti dalle genti

siano innestati su di una storia ad essi

precedente, della cui fecondità sono

permanentemente debitori e verso cui

non possono che nutrire un’incondizionata

stima» (art. cit., pag. 32).

Giuseppe Cagnetta

Abbiamo parlato di:

Antonio Pitta. Paolo, la Scritture e

la Legge – Antiche e nuove prospettive,

Edizioni Dehoniane Bologna,

2008.

Stefano Romanello. Dove si stanno

dirigendo gli studi su Paolo? Alcune

considerazioni in occasione dell’anno

paolino, in Teologia – rivista della

facoltà teologica dell’Italia settentrionale

1/2009, pp. 15-32.

24

Eco dei Barnabiti 4/2009


STORIA DELL’ORDINE

LA CASA DEI SANTI BARNABITI

Il Centro Studi Storici dei PP. Barnabiti ha aderito all’iniziativa «Le Case dei Santi», coordinata

dai Camilliani e patrocinata dall’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del

Comune di Roma. Dal 6 al 7 novembre 2009 anche San Carlo ai Catinari ha così aperto le porte

di casa, che dall’anno 1575 vedono passare i barnabiti della Città Eterna per dedicarsi alla cura

pastorale e alla carità, all’assistenza della gioventù, ai servizi alla Sede Apostolica, all’apostolato

intellettuale e al servizio della Congregazione.

Roma, San Carlo ai Catinari,

Habitatione de’ Chierici Regolari di

S. Paolo detti Bernabiti, particolare

del palazzo (Giovanni Battista Falda,

XVII secolo)

P

erché San Carlo ai Catinari

può dirsi Casa dei

Santi? Qui non vi sono

custodite le spoglie mortali del

S. Fondatore, Antonio M. Zaccaria

(Cremona, 1502-1539; si trovano

presso la Chiesa dei Santi Apostoli

Paolo e Barnaba a Milano), neppure

quelle di Sant’Alessandro Sauli (Milano,

1534-Calosso d’Asti 1592; si

trovano presso la Chiesa di Sant’Alessandro

a Pavia) o di San Francesco

Saverio M. Bianchi (Arpino

1743-Napoli 1815; si trovano presso

la Chiesa di Santa Maria di Caravaggio

a Napoli). Per non parlare poi di

quelle di San Carlo Borromeo, patrono

secondario della Congregazione

o dell’Apostolo San Paolo, titolare e

patrono principale della medesima.

Benché Antonio M. non abbia mai

toccato il suolo romano della cosiddetta

Terra Santa della Latinità, si

può legittimamente affermare che in

sua rappresentanza vi venne a fondare

la Casa di San Carlo il p. Tito degli

Alessi (1525 ca.-1595) – uno dei primissimi

suoi discepoli – grazie al felice

e determinante incontro per la

sua scelta vocazionale avuto proprio

con lui, nel 1537, a Vicenza. Sant’Alessandro

Sauli e San Carlo scesero

poi insieme a Roma per il Giubileo

dell’anno 1575, e, molti anni più tardi,

San Francesco Saverio M. Bianchi

si fermò a San Carlo nel periodo della

sua formazione, per iniziarvi lo

studio della Teologia, dal novembre

1765 alla primavera del 1766.

Del resto, la Casa di San Carlo – ricca

di memorie storiche, culturali e artistiche

– raccoglie i volumi della Biblioteca

barnabitica romana – e non

solo – sui quali studiarono confratelli

di grande valore, diversi dei quali oggi

avviati alla gloria degli altari, come

il Venerabile Cesare Barzaghi o il Servo

di Dio Giovanni Semeria; è sede

dell’Archivio Generalizio, che custodisce

e valorizza la memoria storica

dell’Ordine (per esempio, si vedano

gli Scritti autografi del Santo Fondatore:

scritti-reliquia); ospita la Postulazione

Generalizia, che conserva la

documentazione e le reliquie, promuovendo

il culto dei Barnabiti Venerabili,

tra essi Canale (1605-1681),

Schilling (1835-1907), De Marino

(1863-1929), Barzaghi (1863-1941),

Ghidini (1902-1924), Bascapè (1550-

1615), o ancora Servi di Dio: Recrosio

(1657-1732), Castelli (1752-1771),

Redolfi (1777-1850), Raineri (1895-

1918), Pagni (1556-1624), Priscolo

(1761-1853), Semeria (1867-1931),

Coroli (1900-1982); infine è la sede

del Centro Studi Storici, che, sovraintendendo

a tutto questo patrimonio di

grande valore, promuove e diffonde

gli studi barnabitici.

san Carlo, lato del palazzo che si

affaccia su Piazza Cairoli

Per questo, costituendo un tutt’uno

con la Chiesa, la Casa di San Carlo

appare quasi un “museo vivente”, custode

dell’identità dell’Ordine, dove

tutto richiama l’anelito di Sant’Antonio

M. affinché «ti santifichi e ti dia a

Dio» (Sermone III); un invito a «diventare

gran santi» (Lettera XI).

Roma

I Barnabiti si trovano a Roma dal

1575, ossia da ben 434 anni. Costruirono

la prima Chiesa al mondo

dedicata a San Carlo Borromeo, che

ha amato l’Urbe come sua patria spirituale,

conseguendo il titolo di cittadino

romano. La posa ufficiale della

prima pietra avvenne il 26 febbraio

1612, sul luogo ove sorgeva la chiesa

parrocchiale di San Biagio de

Anulo (dell’Anello), nell’area oggi

compresa tra vicolo dei Chiodaroli e

via Monte della Farina. Parrocchia

decana dell’Ordine, ha visto qui nascere

e svilupparsi la devozione alla

Madonna della Divina Provvidenza,

mentre oggi ospita le spoglie mortali

della Serva di Dio Rosa Giovanetti e

la lapide commemorativa della Venerabile

Madre Maria Elena Bettini,

Eco dei Barnabiti 4/2009 25


STORIA DELL’ORDINE

pianta della Chiesa e della Casa di San Carlo ai Catinari, aggiornata da

Alessandro La Rocca nel 2008 (complesso delimitato da Piazza Cairoli,

Via Borgi, Via di Sant’Anna, Via Monte della Farina)

che diede vita all’Istituto delle Figlie

della Divina Provvidenza, del quale

il p. Tommaso Manini, barnabita, fu

il cofondatore.

Anche il palazzo fu costruito dai

Barnabiti nel XVII secolo, poi confiscato

dallo Stato italiano nell’Ottocento

e infine restituito alla Santa Sede

con il Trattato del 1929. Oggi

ospita anche la Società Archeologica

Romana e la sede della nascente Onlus

dell’Ordine. Qui fu il Centro Nazionale

dell’Apostolato della Preghiera

e della devozione al S. Cuore, prima

che i Barnabiti lo cedessero ai

Gesuiti durante la Grande Guerra.

Qui risiedette la Curia Generalizia

(quando scese da Milano nel 1662),

prima di essere portata al Gianicolo

nel 1931. Qui nacque il Seminario

per i Chierici poveri fondato dal

p. Maresca e il Ricreatorio-Oratorio

S. Cuore, fondato dal p. Vitale. Nelle

altre ali del palazzo, separate e indipendenti,

si trovano il Pontificio Istituto

Polacco di Studi Ecclesiastici e la

Domus Sanctae Mariae Guadalupe.

moderna. I luoghi e le immagini. Tra

i relatori, Sofia Boesch Gajano, Presidente

dell’Associazione italiana per

lo studio della santità, dei culti e dell’agiografia,

e Robert Godding, Presidente

della Société des Bollandistes.

Il giorno dopo hanno aperto contemporaneamente

le loro porte le

Case di sette Santi, protagonisti – direttamente

o indirettamente – delle

vicende culturali e spirituali dell’Urbe

tra il 1500 e il 1700, e tutti “non

romani”: Sant’Antonio M. Zaccaria

(Barnabiti), San Camillo de Lellis (Camilliani),

San Carlo da Sezze (Francescani),

San Giovanni Leonardi

(Chierici Regolari della Madre di

Dio), San Giuseppe Calasanzio (Scolopi),

Sant’Ignazio di Loyola (Gesuiti),

e San Leonardo da Porto Maurizio

(Francescani).

E così per due giorni – da venerdì

6 a sabato 7 novembre, dalle 9.00

alle 13.00 e dalle 15.00 alle 17.00 –

attraverso visite guidate gratuite, il

pubblico ha avuto l’opportunità di

conoscere alcuni luoghi altamente

simbolici per la Città Eterna, inglobati

all’interno di capolavori dell’architettura

ecclesiastica romana. L’evento

è stato altresì arricchito da due serate

musicali (venerdì 6 e sabato 7

novembre), sempre a ingresso libero,

organizzate dal Centro Culturale Aracoeli

dei Frati Minori della Provincia

Romana presso la Chiesa S. Bonaventura

al Palatino e la Chiesa S.

San Carlo, i caratteristici corridoi

le Case dei Santi

Prima nel suo genere, l’interessante

iniziativa si è proposta di rendere

accessibili al grande pubblico quegli

spazi o luoghi della memoria

– usualmente privati – in cui hanno

vissuto i Santi, o ne viene principalmente

custodita la memoria, contribuendo

alla vita e alla storia di

Roma. È stata opportunamente preceduta

dal Convegno svoltosi il 5

novembre 2009, presso la Sala Baldini

in piazza Campitelli, dal titolo:

Santi e Ordini religiosi a Roma in età

la locandina dell’iniziativa

26

Eco dei Barnabiti 4/2009


STORIA DELL’ORDINE

Francesco a Ripa. Non sono mancati

diversi comunicati stampa e articoli

giornalistici, come quello apparso su

“Avvenire” del 25 ottobre 2009, dal

titolo In sette luoghi di Roma si prepara

un cammino di memoria e di fede,

a firma di Marina Corradi, che si

chiedeva: «Che cercheranno nelle

case dei santi i visitatori, tra un incrocio

e l’altro di Roma, mentre inferociscono

i clacson e procedono

compatte le falangi di turisti di fine

stagione? Forse quello che cercano

nella casa di Bernardette a Lourdes,

o nella cella di Padre Pio a San Giovanni

Rotondo: tracce. Orme, di una

umanità uguale alla nostra, eppure

profondamente trasformata. Morta,

come tutti gli uomini muoiono; e

però non vinta dalla morte… E in

quelle loro case anche i muri sembrano,

nel silenzio, ancora pregni di

una stupefatta memoria».

sette Case per sette Santi

SANT’ANTONIO M. ZACCARIA

(1502-1539). Ingresso da Piazza Benedetto

Cairoli, 117. Ritornato in auge

lo studio di San Paolo nel XVI secolo,

il primo Istituto religioso “paolino”

nella Storia della Chiesa ebbe

inizio nel 1530 con Sant’Antonio M.

Zaccaria (Cremona, 1502-1539). Egli

è il fondatore principale della Congregazione

dei Chierici Regolari di

San Paolo Decollato, detti Barnabiti

dal nome della loro Casa madre di

San Barnaba in Milano. Di nobile e

benestante famiglia, dopo gli studi di

Medicina all’Università di Padova,

tornato a Cremona, si diede a «vita

spirituale», dedicandosi all’insegnamento

del catechismo ai fanciulli

nella chiesetta di San Vitale e istituendo

il gruppo dell’Amicizia per

gli adulti. Ordinato sacerdote il 20

febbraio 1529, sotto la direzione del

domenicano Fra’ Battista Carioni da

Crema, diede vita alla nascente Congregazione

dei Figli di San Paolo,

che fu poi approvata ufficialmente

da Clemente VII il 18 febbraio 1533.

Nello stesso periodo lo Zaccaria

fondò l’Istituto delle Suore Angeliche,

approvato dal Pontefice il 15

gennaio 1535 (non obbligate alla

clausura, esse collaboravano attivamente

con i Barnabiti nel comune

cammino verso “la perfezione” e con

l’azione apostolica), e i Maritati di

San Paolo o Società dei Coniugati,

che condividevano a pieno titolo lo

spirito e l’apostolato dei Padri. Oltre

alla devozione a San Paolo (patrono

principale della Congregazione), la

spiritualità della triplice Famiglia

Zaccariana si caratterizza per un’intensa

vita di rinnovamento interiore,

incentrato sul Crocifisso e sull’Eucarestia,

per uno spiccato senso comunitario

e per uno speciale impegno

alla riforma dei costumi. Nel XVII secolo

l’educazione scolastica della

gioventù divenne l’attività prevalente,

accanto alla conduzione di parrocchie,

case di ministero e di spiritualità,

e l’assunzione di missioni.

Morì a Cremona il 5 luglio 1539. Fu

canonizzato da Leone XIII il 27 maggio

1897. Le sue spoglie mortali si

conservano nella chiesa di San Barnaba

in Milano.

SAN CAMILLO DE LELLIS (1550-

1614). Ingresso da Piazza della Maddalena,

53. Camillo de Lellis, nato a

Bucchianico (Chieti) il 25 maggio

1550, il 15 agosto 1582 ha l’ispirazione

a creare una compagnia che si

prenda cura degli infermi gratuitamente

e con amore di madre. Il 18

marzo 1586 la compagnia diventa

Congregazione e il 21 settembre

1591 Ordine religioso. Camillo muore

a Roma il 14 luglio 1614, nella

Casa della Maddalena. Viene canonizzato

nel 1746 da Papa Benedetto

XIV e nel 1886 Leone XIII lo dichiara

patrono degli ospedali e dei malati. Il

28 agosto 1930 viene proclamato, da

Pio XI, Patrono degli infermieri. La

chiesa, presente sin dal 1320 e dedicata

a Santa Maria Maddalena, diventa

la nuova sede di Camillo e dei

suoi seguaci nel 1586. Contigua alla

chiesa è la Casa della Maddalena,

sede ufficiale dell’Ordine dei Ministri

degli Infermi, all’interno della quale

si trova la stanza, o cubiculum, dove

Camillo muore. Ricca di oggetti appartenuti

al Santo, ne custodisce il ricordo

più prezioso, il suo cuore.

SAN CARLO DA SEZZE (1613-

1670). Ingresso della chiesa di San

Francesco a Ripa in piazza San Francesco

d’Assisi, 88. Carlo da Sezze

ebbe, fin dall’inizio della sua vocazione

francescana, un rapporto privilegiato

con il convento di San Francesco

a Ripa in Trastevere, la più antica

abitazione romana dei Frati

Minori e segnata dalla presenza di

Francesco d’Assisi. Fu qui che si recò

la prima volta, il 9 maggio 1635, appena

arrivato a Roma per essere ricevuto

dall’Ordine. Vi ritornò, dopo il

noviziato a Nazzano nel 1650, come

sagrestano. Vi soggiornò ancora nel

1652 e nel 1664. L’importanza di

questo luogo per il Santo sta nel fatto

che qui, per la prima volta, esercitò

la sofferenza e la virtù dell’obbedienza

verso i Superiori. Carlo da Sezze

muore a San Francesco a Ripa il 6

gennaio 1670 e lì si conserva il suo

corpo stigmatizzato dall’Eucarestia.

SAN GIOVANNI LEONARDI (1541-

1609). Ingresso da Piazza Campitelli,

9. Presso la Chiesa di Santa Maria in

Portico in Campitelli sono conservate

le reliquie di San Giovanni Leonardi

(Decimo, Lucca 1541 – Roma

1609). Ordinato sacerdote nel 1571,

rivolse la sua attenzione apostolica

ai bambini ed ai giovani in generale.

Fondatore nel 1574 dell’Ordine dei

Chierici Regolari della Madre di Dio

e co-fondatore di Propaganda Fide

nel 1608, il Leonardi fu beatificato

nel 1861 da Pio IX e canonizzato il

17 aprile 1938 da Pio XI. Benedetto

XVI lo ha proclamato nel 2006 patrono

dei Farmacisti. L’annesso convento,

edificato dai Chierici del Leonardi

tra il XVII ed il XVIII secolo, è

oggi sede della Curia generalizia dell’Ordine.

Al suo interno si trovano

l’Archivio Generale, parte della Biblioteca

storica, la quadreria con

opere del XVII-XVIII secolo e l’Oratorio

della Comunità che custodisce alcune

memorie del Santo Fondatore.

Il doppio titolo di Santa Maria in Portico

in Campitelli, con il quale è indicata

l’attuale Chiesa, rimanda ad

una duplice localizzazione: quella

della Chiesa di Santa Maria in Portico,

oggi non più esistente, dove il

Leonardi giunse nel 1601 e vi morì il

9 ottobre 1609, e la Chiesa di Santa

Maria in Campitelli posta sull’omonima

piazza ed acquistata dai Padri

dell’Ordine nel 1618.

SAN GIUSEPPE CALASANZIO

(1557-1648). Ingresso dalla chiesa

di San Pantaleo e San Giuseppe Calasanzio

in piazza San Pantaleo.

Giuseppe Calasanzio, nato in Spagna

(Peralta de la Sal-Aragona) nel

1557, sacerdote, arrivò a Roma nel

1592. Si dedicò in particolare all’educazione

dei bambini e dei gio-

Eco dei Barnabiti 4/2009 27


STORIA DELL’ORDINE

Giubileo. Le prediche ebbero luogo

in alcune delle più importanti piazze

romane. Fra Leonardo fu il più

grande propagatore della pratica

devozionale della Via Crucis, arrivando

ad erigerne 572. La più illustre

di tutte fu quella fatta innalzare

all’interno del Colosseo in occasione

dell’Anno Santo 1750. In seguito,

per iniziativa di papa Giovanni

XXIII, il Venerdì Santo di ogni anno,

a ricordo e in continuazione della

Via Crucis di San Leonardo al Colosseo,

viene tenuto dal Santo Padre

il pio esercizio dopo il tramonto.

Morto sull’amato Colle Palatino,

il 26 novembre 1751, San Leonardo

venne dichiarato dalla Santa Sede

Patrono dei missionari nei paesi

cattolici.

la Casa dei Santi Barnabiti

da destra, le reliquie di Sant’Antonio M. Zaccaria, di San Carlo Borromeo,

e di S. Francesco M. Bianchi esposte alla venerazione nella Cappella della

Divina Provvidenza

vani più poveri. Al Calasanzio si

deve la fondazione del primo Ordine

religioso dedicato esclusivamente

all’educazione, con un quarto

voto di insegnare. Morì a Roma all’età

di 91 anni, il 25 agosto 1648.

La casa, situata in Piazza de’ Massimi

(presso piazza Navona), accanto

alla Chiesa di San Pantaleo, venne

acquistata dal Santo nel 1612. All’interno

si trovano: – la camera del

Santo (dove visse dal 1612 al 1648

e vi morì) che, rimasta intatta, conserva

le strutture, gli arredi e molti

oggetti appartenuti al Santo; – la

cappella delle Reliquie, che conserva

un grande numero di oggetti appartenuti

al Santo insieme al prezioso

reliquiario dove sono custoditi

il cuore, la lingua, il fegato, la

milza ed il cranio.

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA (1491-

1556). Ingresso da Piazza del Gesù,

45. Ignazio Lopez di Loyola, il fondatore

della Compagnia di Gesù –

elevato ad Ordine religioso il 27

settembre 1540 sotto il pontificato

di Papa Paolo III – nasce nel Castello

di Loyola, nei Paesi baschi, nel

1491. Quando Ignazio arrivò a Roma

nel 1537, si dedicò, insieme ai

suoi compagni, al rinnovamento

della fede, provvedendo anche ad

alleviare tante miserie morali e sociali

della popolazione. Beatificato

da Paolo V nel 1609, venne canonizzato

nel 1622 da Gregorio XV.

Le camerette di Ignazio sono le

stanze dove il fondatore dei Gesuiti

trascorse gli ultimi dodici anni della

sua vita, scrivendo le Costituzioni

della Compagnia di Gesù e governando

l’Ordine. Vi morì il 31 luglio

1556.

SAN LEONARDO DA PORTO

MAURIZIO (1676-1751). Ingresso

da Via San Bonaventura, 7. Leonardo

nacque il 20 dicembre 1676 e fu

battezzato, nella chiesa collegiata

San Maurizio e Compagni martiri,

con il nome di Paolo Girolamo. Il 2

ottobre 1697 vestì l’abito francescano

assumendo il nome di fra Leonardo.

Dopo la professione solenne,

il 2 ottobre 1698, fu destinato al

convento di San Bonaventura al Palatino

in Roma, come studente di

Teologia. Qui tornò, ormai anziano,

nel luglio 1749, per tenere tre

corsi di missione di preparazione al

Il percorso ha preso il via proprio

dalla Casa dei PP. Barnabiti di San

Carlo ai Catinari. Grazie al coinvolgimento

dei confratelli della Comunità

e di persone ad essa legate: Lucio

Cusano e Gemma Lovison, e alla

presenza di due giovani guide volontarie:

Emilia de Marco e Cristina

Mochi, si è potuto organizzare al

meglio la visita alle fonti documentali

e monumentali paolino-zaccariane

ivi custodite, contemperando

le esigenze della caratteristica Humilitas

dell’Ordine con quelle della

necessaria sicurezza e fraterna accoglienza.

Seguendo due diversi percorsi,

si sono così potuti visitare vari

e suggestivi ambienti della Casa e

della Chiesa. L’ampio e apparentemente

senza fine Corridoio del piano

terra, con la sua caratteristica penombra

e i ritratti di numerosi e noti

confratelli barnabiti appesi alle pareti

– dal Vercellone al Denza, oltre al

tondo del Santo Fondatore e di San

Paolo – che bene introduceva il visitatore

nello spazio sacro della pietas

et eruditio.

La Sala San Paolo, al cui ingresso

si incontra un affresco dell’Apostolo

recante la breve iscrizione: «Sodalitas

Poenitentium Sancti Pauli Apostoli».

La volta, affrescata dal fratello

Antonio Cataldi, con diversi motivi

paolini rappresentati da radiosi

angioletti, fa da cornice alla grande

tela, raffigurante San Paolo mentre

risponde ad un angelo che scende

dal Paradiso portandogli una coro-

28

Eco dei Barnabiti 4/2009


STORIA DELL’ORDINE

mostra sulla santità barnabitica

na: «Non solum mihi, sed et iis qui

diligunt…» (non solo a me, la corona,

ma anche a quelli che amano),

cfr. 2 Tim 4,8. La cosiddetta Scala

Santa Barnabitica, che inizia dall’elegante

cancello in ferro battuto

sormontato dalla scritta borromaica,

in oro, Humilitas. Salendo i suoi

104 scalini, dopo aver baciato il

Crocifisso che si incontra subito alla

prima rampa ad altezza d’uomo,

si è accompagnati dagli sguardi dei

ritratti dei Santi Barnabiti o di coloro

che furono particolarmente vicini

alla Congregazione. Salendo le

scale si incontrano pertanto Sant’Antonio

M. Zaccaria, San Paolo Apostolo,

San Carlo Borromeo, San

Biagio, San Francesco di Sales,

Sant’Alessandro Sauli, San Francesco

Saverio M. Bianchi. Poi compaiono

una tela di San Filippo Neri

e, infine, una rappresentazione moderna

della Madonna della Divina

Provvidenza.

La Mostra Roma e i Santi Figlioli e

Piante di Paolo, allestita per l’occasione

al III piano, nei locali rinnovati

del sottotetto, con l’esposizione di

diverse testimonianze documentali e

iconografiche dei molteplici rapporti

intercorsi tra i Barnabiti e la Cit

Eterna. In particolare evidenza le figure

del Venerabile Vittorio De Marino

e del Servo di Dio Giovanni Semeria.

La Postulazione Generalizia,

dove vengono custodite le reliquie

dei santi e oltre 2500 volumi di Processi

di Beatificazione e Canonizzazione

riguardanti Barnabiti e non

(stampati). La Positio più antica risulta

essere quella del cardinale Palafox.

Vi sono poi alcuni transunti

manoscritti, sempre inerenti a Processi

dei Chierici Regolari di San

Paolo. Per l’occasione sono state

mostrate al pubblico la Positio super

introductione causae e la Positio super

virtutibus di Sant’Antonio M.

Zaccaria.

La Biblioteca Storica, dove sono

custodite anche le opere e gli studi

sui santi. Risalente al XVII secolo,

contiene oltre 5000 volumi suddivisi

in Sacra Scrittura (testi e commenti),

Patristica, Teologia, Storia, Agiografia,

Spiritualità, Letteratura (latina,

italiana, greca e straniera), Diritto

Canonico e Civile, Concili e documenti

ecclesiastici, Numismatica, Archeologia,

Liturgia (con un’appendice

di testi in lingue antiche e moderne,

dal giapponese al persiano, ecc.).

«S’apre questa nel più bel sito e più

sollevato di una magnifica e sontuosa

casa, piena di dotti esemplari e

virtuosi abitatori, un sito opportunamente

ovato e capacissimo del numero

e più di libri che contiene, secondo

la natura architettonica di tal

figura, rivolta appunto a godere spaziosamente

quell’aria e quell’aspetto

dei venti che volle Vitruvio nella costituzione

delle Librerie» (Piazza, Eusevologio

romano, p. XCXLIV, Roma

1698).

La Cappella della Divina Provvidenza,

ultima tappa della visita. Essa

si trova nell’antico coro superiore

della chiesa, e risale al 1680.

Qui si conservano, oltre alla tela

originale della Madonna della Divina

Provvidenza – opera di Scipione

Pulzone da Gaeta († 1597) –, i ritratti

del 1855, opera di Ercole Ruspi,

dei tre Santi Barnabiti: Sant’Antonio

M. Zaccaria, Sant’Alessandro

M. Sauli e San Francesco Saverio

M. Bianchi, oltre naturalmente a

quello di San Carlo Borromeo, sovrastati

da una volta affrescata con

l’immancabile Rapimento al terzo

cielo di San Paolo: «Conversatio

nostra in coelis est» (Fil 3,20). Dopo

un breve momento di preghiera,

a tutti i gruppi è stata impartita la

benedizione con la reliquia del

Santo Fondatore. La Chiesa dei Santi

Biagio e Carlo ai Catinari. Accanto

alla grandiosa cupola progettata

Positio del Santo Fondatore

Eco dei Barnabiti 4/2009 29


STORIA DELL’ORDINE

visita alla Cappella della Divina Provvidenza

sala San Paolo

dal Rosati, decorata in oro e con gli

affreschi del Domenichino, tra le

varie opere d’arte aventi un particolare

riferimento barnabitico si trovano

la Cappella Cavallerini dedicata

a San Paolo e a Sant’Alessandro

Sauli, la Cappella Filonardi

dedicata a Sant’Antonio M. Zaccaria,

la pala dell’altare maggiore rappresentante

San Carlo che reca in

processione il santo Chiodo durante

la peste di Milano, la Gloria di San

Carlo nel catino dell’abside e la

cappella della Madonna della Divina

Provvidenza, oltre agli altri

innumerevoli riferimenti pittorici e

artistici. Immancabili lo stemma

“P.A.”, Paulus Apostolus, e il motto

Humilitas del Borromeo. La sacrestia

e il retro sacrestia, rispettivamente

con la tela San Paolo ispirato

nello scrivere le sue lettere e il Crocifisso

in bronzo di Alessandro Algardi

(† 1654) donato da Benedetto

XIV ai Barnabiti per la loro particolare

devozione a Cristo Crocifisso, e

l’affresco del 1636 circa di Guido

Reni, il quale ritrae San Carlo Borromeo

in preghiera, già sulla facciata

della Chiesa.

L’esito dell’iniziativa è stato di comune

soddisfazione. Per l’occasione

è stato distribuito diverso materiale

divulgativo riguardante la vita, le

opere e la spiritualità dei Barnabiti,

oltre a quello dedicato ai nostri

Santi, Venerabili e Servi di Dio. Hanno

varcato il portone d’ingresso di

S. Carlo 250 persone, che, guidate nella

silenziosa penombra dei suoi ambienti

austeri e solenni, per comune

attestazione hanno percepito le tracce

di una santità paolino-zaccariana,

che ancora commuove e affascina.

Davvero singolare poi è il fatto

che, in quegli stessi giorni dell’iniziativa,

si montassero i tanto attesi ponteggi

per il restauro della facciata interna

della Casa, oramai fatiscente in

alcune sue parti, soprattutto nei cornicioni.

Ritornano così alla mente le

belle parole del messaggio augurale

del compianto Papa Paolo VI, che il

18 ottobre 1975, in occasione del

compimento del IV Centenario della

venuta a Roma dei Padri Barnabiti,

tra l’altro scriveva: «Giova ricordare

che questa loro venuta [dei Barnabiti]

ebbe inizio nel clima d’intenso

rinnovamento, promosso dal Concilio

Tridentino e nell’anno giubilare

indetto da Papa Gregorio XIII nell’anno

1575… [Ciò] non potrà non

impegnare i Padri a ritemprare il loro

zelo alle fonti della propria spiritualità,

docili alle sollecitazioni dello

spirito e attenti ai bisogni più urgenti

delle anime».

Filippo Lovison

facciata interna della Casa di San

Carlo in restauro

30

Eco dei Barnabiti 4/2009


ALLA RICERCA

DI UN’ETICA UNIVERSALE

ETICA UNIVERSALE

Oggetto di appassionato dibattito tanto da parte del mondo credente come da quello laico, la

riflessione sull’etica universale e sulla legge naturale ha dato origine a molteplici interventi

qualificati anche in ambito ecclesiale. Nel presente articolo, il p. Giannicola Simone offre alcune

suggestioni e risonanze nate dalla lettura del documento della Commissione teologica nazionale

dal titolo: «Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale».

L

a scorsa primavera sono

usciti due documenti significativi

nel panorama

della riflessione teologica della Chiesa,

l’enciclica del papa Caritas in veritate

e il libro Alla ricerca di un’etica

universale: nuovo sguardo sulla legge

naturale della commissione teologica

nazionale (CTI), il primo più conosciuto

e pubblicizzato, il secondo

noto soltanto agli addetti ai lavori.

Sebbene il desiderio, quasi la tentazione,

di scrivere dell’enciclica sia

forte, per la passione che ho per la

dottrina sociale della Chiesa, il rispetto

di una certa correttezza metodologica

mi induce a rinunciarvi per

concentrarmi sul testo della Commissione

Teologica Nazionale, che mi

consentirà di concludere la nostra riflessione

sulla legge naturale. Sarà a

partire da questa conclusione che diverrà

possibile sviluppare in seguito

con maggior cognizione di causa e

quindi con maggiore profondità una

riflessione anche sull’enciclica papale.

Vorrei partire da una semplice constatazione,

relativa a un documento

che abbiamo più volte preso in esame,

ossia la Dichiarazione Universale dei

Diritti dell’Uomo (1948). Per quanto

tale Dichiarazione sia stata approvata

dalla maggioranza degli stati aderenti

all’ONU, è nei fatti o non posta in pratica

o interpretata secondo le diverse

prospettive ideologiche e politiche dei

diversi stati membri. Di fronte a questa

situazione, è spontaneo chiedersi: è

possibile fondare un’azione comune a

salvaguardia dei diritti umani fondata

su di un pensiero comune e condiviso,

così come auspicata dalla Dichiarazione

stessa?

Il testo elaborato dalla Commissione

Teologica Nazionale si pone appunto

all’interno di questo dibattito,

andromeda

non tanto per dare o imporre risposte

definitive e normative, quanto per

contribuire alla riflessione che vorrebbe

tutti più consapevoli e garanti

di quei diritti che sono alla base della

felicità terrena che ciascuno cerca.

Il bisogno, la ricerca della felicità,

non è un valore secondario o effimero,

come potrebbe pensare chi pone fuori

da questa vita la più piena realizzazione

di sé; non sono forse le beatitudini

un inno al guadagno della felicità, già

da questa vita? Lo sottolinea anche

la Commissione Teologica Nazionale

nell’aprire il proprio libro con questa

domanda: «Esistono valori morali oggettivi,

in grado di unire gli uomini e di

procurare ad essi pace e felicità?» (1).

L’urgenza della risposta è sottolineata

dal fatto che oggi «gli uomini hanno

Eco dei Barnabiti 4/2009 31


ETICA UNIVERSALE

preso maggiormente coscienza di formare

una sola comunità mondiale» (1).

La prospettiva con cui la Commissione

Teologica Internazionale (CTI)

affronta il cammino di ricerca già indicato

dalla Dichiarazione universale sui

diritti dell’uomo (di cui già abbiamo

scritto) è in linea anche con la Dichiarazione

per un’etica planetaria, formulata

dal parlamento delle religioni del

mondo, nel 1993, la quale afferma che

esiste tra le religioni un consenso suscettibile

di fondare un’etica planetaria,

un consenso minimo che riguarda

valori obbliganti, norme irrevocabili,

tendenze morali essenziali, così riassumibili:

1) Nessun ordine del mondo

può esistere senza un’etica mondiale;

2) ogni persona umana deve essere

trattata umanamente; 3) esistono quattro

valori irrinunciabili: non-violenza e

rispetto della vita; solidarietà; tolleranza

e verità; uguaglianza dell’uomo e

della donna; 4) è necessario un cambiamento

di mentalità riguardo ai problemi

dell’umanità affinché ciascuno

prenda coscienza della propria responsabilità

(vd. Civ. Catt 2009 II 534).

Ai nn. 41 e 42 il documento della

Chiesa afferma che: «Il bene morale

corrisponde al desiderio profondo

della persona umana che – come ogni

essere – tende spontaneamente, naturalmente,

verso ciò che la realizza

pienamente, verso ciò che le consente

di raggiungere la perfezione che le è

propria, la felicità… Spetta alla ragione

del soggetto esaminare [come operare

per la] realizzazione autentica

della persona… Quest’ultima affermazione

è capitale. Fonda la possibilità

di un dialogo con le persone appartenenti

ad altri orizzonti culturali o religiosi.

Valorizza l’eminente dignità di

ogni persona umana sottolineandone

Cristo pantocratore

la naturale disposizione a conoscere

il bene morale che deve compiere».

Il documento desidera anche e specialmente

comprendere e contestualizzare

meglio l’affermazione di san

Paolo secondo la quale tutto è stato

ricapitolato in Cristo e in Cristo trova

la sua cifra di comprensione: «Ora,

grazie a uno sguardo più profondo sul

disegno di Dio di cui l’atto creatore è

il preludio, la Scrittura insegna ai credenti

che questo mondo è stato creato

nel Logos, da lui e per lui, il Verbo di

Dio, il Figlio diletto del Padre, la Sapienza

increata, e che il mondo ha in

lui la vita e la sussistenza. Infatti il Figlio

è “immagine del Dio invisibile,

primogenito di tutta la creazione, poiché

in lui furono create tutte le cose,

nei cieli e sulla terra, quelle visibili e

quelle invisibili [...]. Tutte le cose sono

state create per mezzo di lui e in

vista di lui. Egli è prima di tutte le cose

e tutte sussistono in lui” (Col 1,15-

17). Il Logos è dunque la chiave della

creazione. L’uomo, creato a immagine

di Dio, porta in sé un’impronta

speciale di questo Logos personale.

Perciò è chiamato ad essere conforme

e assimilato al Figlio, «il primogenito

tra molti fratelli» (Rm 8,29) (103).

Il documento, di cui le precedenti

citazioni già ci hanno offerto una prima

indicazione sugli obiettivi e sui

contenuti, si distingue in cinque capitoli

ossia Convergenze, che vogliono

mostrare l’evoluzione del concetto di

legge naturale dal mondo antico a

quello cristiano attraverso la scrittura,

per arrivare a parlare del magistero

della Chiesa in relazione alla legge

naturale; La percezione dei valori morali,

che spiega come la regola di fare

il bene ed evitare il male sia sentita

come fondante e determinante nel

cammino morale dell’umanità; I fondamenti

della legge naturale, una riflessione

ragionata e “aggiornata” sulla

legge naturale; La legge naturale e

la città, che illustra le relazioni e le divergenze

tra la città di Dio e la cit

degli uomini; Gesù Cristo, compimento

della legge naturale, che delinea la

grande novità della proposta cristiana

e la legge nuova dello Spirito santo.

Come si evince dal quadro generale

del documento, il materiale di riflessione

e gli spunti di approfondimento

richiederebbero almeno quattro

numeri monografici dell’Eco dei

Barnabiti per essere trattati e approfonditi,

ma, considerati i limiti di

chi scrive e il rispetto della pazienza

di chi legge, sarà bene offrire solo alcune

pennellate (spero d’autore!).

Trama di questa Ricerca di un’etica

universale è sicuramente il metodo

della Gaudium et spes, ordito di questo

nuovo sguardo sulla legge naturale

è la rinnovata fede in Gesù Cristo: «La

ricerca di un linguaggio etico comune

è inseparabile da un’esperienza di

conversione, con la quale persone e

comunità si allontanano dalle forze

che cercano di imprigionare l’essere

umano nell’indifferenza o lo spingono

a innalzare muri contro l’altro o contro

lo straniero. Il cuore di pietra – freddo,

inerte e indifferente alla sorte del prossimo

e del genere umano – deve trasformarsi,

sotto l’azione dello Spirito,

in un cuore di carne, sensibile ai richiami

della saggezza, alla compassione,

al desiderio della pace e alla speranza

per tutti. Questa conversione è

la condizione di un vero dialogo» (4).

Il metodo della conoscenza, del dialogo

e del confronto con il mondo

contemporaneo non è semplice irenismo,

tanto che già nell’introduzione il

documento denuncia il pericolo di un

positivismo giuridico, cioè quel delegare

il riconoscimento e la formulazione

dei valori di riferimento a scelte di

semplice maggioranza con il pericolo

di un relativismo soggettivo: «questo

significherebbe aprire la via all’arbitrio

del potere, alla dittatura della maggioranza

aritmetica e alla manipolazione

ideologica, a detrimento del bene comune...

La conseguenza è che la legislazione

diventa spesso soltanto un

compromesso tra interessi diversi; si

tenta di trasformare in diritti interessi o

desideri privati che si oppongono ai

doveri derivanti dalla responsabilità

sociale… Il legislatore deve agire in

modo eticamente responsabile. La politica

non può prescindere dall’etica

né la legge civile e l’ordine giuridico

possono prescindere da una legge morale

superiore» (7). Il dibattito e il dialogo

sono sempre necessari per una

intelligente e pacifica convivenza, ma

non possono emarginare la coscienza.

La rinnovata fede in Cristo conduce

i credenti a verificare continuamente

il modo in cui testimoniano e trasmettono

la fede e la morale che da essa

deriva: «Nel corso della sua storia,

nell’elaborazione della propria tradizione

etica, la comunità cristiana, guidata

dallo Spirito di Gesù Cristo e in

dialogo critico con le tradizioni di sa-

32

Eco dei Barnabiti 4/2009


ETICA UNIVERSALE

pienza che ha incontrato, ha assunto,

purificato e sviluppato tale insegnamento

sulla legge naturale come norma

etica fondamentale. Ma il cristianesimo

non ha il monopolio della legge

naturale. Infatti essa, fondata sulla

ragione comune a tutti gli esseri umani,

è la base di collaborazione fra tutti

gli uomini di buona volontà, al di là

delle loro convinzioni religiose» (9).

Forte di questo monopolio non posseduto

la CTI, dopo avere analizzato i

riferimenti religiosi della legge naturale,

si occupa della riflessione filosofica.

Infatti, è stato il cammino filosofico

dell’uomo che ha condotto a una tale

distinzione e autonomia tra uomo e

natura dell’uomo, sino a porre da parte

la questione della legge naturale,

nonostante questa sia ultimamente tornata

alla ribalta per le ragioni di cui

s’è fatto cenno all’inizio. Da sempre

l’uomo ha sentito una tensione verso

quanto trascende i limiti del “qui ed

ora”, una comunione con quanto è

spirito e non soltanto concretezza e

materia. Il cristianesimo ha tolto dall’oblio

questa tensione annunciando e

testimoniando il progetto di comunione

tra lo Spirito e il cosmo, tra lo Spirito

e la persona. Il cristianesimo non ha

annullato, bensì mantenuto ed esaltato

la dimensione metafisica dell’essere

della natura offrendo la conoscenza

della meta di questa tensione continua.

«La persona non si oppone alla

natura. Al contrario, natura e persona

sono due nozioni che si completano.

Da una parte, ogni persona umana è

una realizzazione unica della natura

umana intesa in senso metafisico.

D’altra parte, la persona umana, nelle

libere scelte con cui risponde nel concreto

del suo «qui e ora» alla propria

vocazione unica e trascendente, assume

gli orientamenti dati dalla sua natura.

Infatti la natura pone le condizioni

di esercizio della libertà e indica un

orientamento per le scelte che la persona

deve compiere. Scrutando l’intelligibilità

della sua natura, la persona

scopre così le vie della propria realizzazione»

(68). Purtroppo l’evoluzione

della filosofia, specialmente di quella

moderna, porterà a separare e opporre

la natura, la soggettività umana e Dio.

È l’eclissi della metafisica dell’essere.

Ciò nonostante il cristiano, che ha

sempre caro il fine della natura e dell’uomo,

non smette di cercare delle

vie di conciliazione. «Per rendere tutto

il suo senso e tutta la sua forza alla

nozione di legge naturale come fondamento

di un’etica universale, bisogna

rivolgere uno sguardo di sapienza,

di ordine propriamente metafisico,

capace di abbracciare simultaneamente

Dio, il cosmo e la persona

umana per riconciliarli nell’unità analogica

dell’essere, grazie all’idea di

creazione come partecipazione» (71).

Tutto ciò comporta il rinnovato interesse

e approfondimento della libertà

della persona non come concorrenza,

bensì partecipazione alla Provvidenza

di Dio. In forza della sua apertura verso

il Bene assoluto, la libertà non è un

assoluto auto-creatore di se stesso, ma

una proprietà eminente di ogni soggetto

persona. La natura, dell’uomo e del

cosmo, non è solo tecnica, senza anima,

bensì luogo di azione morale che

partecipa e porta il Logos.

Come forse è emerso da queste brevi

e non esaustive annotazioni, il riferimento

alla legge naturale da parte del

pensiero cattolico si rende necessario:

– per evitare un pensiero molto

comune e non vero, che solo le

scienze positive possano vantare il

diritto di essere razionali;

– per superare l’individualismo relativista

e recuperare il valore oggettivo

delle norme fondamentali che

regolano la vita sociale e politica;

– per rivendicare il diritto di intervenire

della Chiesa cattolica nel dibattito

su argomenti aventi a che fare

con la legge naturale in forza della

preoccupazione per il bene della

società;

– per ricordare che le leggi civili

non obbligano la coscienza quando sono

in contraddizione con la legge naturale,

e chiedere il riconoscimento dell’obiezione

di coscienza, come pure il

dovere della disobbedienza in nome

dell’obbedienza a una legge più alta.

Particolarmente significativo e di valore

il riferimento finale del documento

a Cristo, quale piena realizzazione

dell’uomo, che promuove l’appello

conclusivo: «Offrendo il nostro contributo

alla ricerca di un’etica universale

e proponendone un fondamento razionalmente

giustificabile, desideriamo

invitare gli esperti e i portavoce

delle grandi tradizioni religiose, sapienziali

e filosofiche dell’umanità a

procedere a un lavoro analogo a partire

dalle loro fonti, per giungere ad un

riconoscimento comune di norme morali

universali fondate su un approccio

razionale alla realtà. Questo lavoro è

necessario e urgente. Dobbiamo arrivare

a dirci, al di là delle nostre convinzioni

religiose e della diversità dei

nostri presupposti culturali, quali sono

i valori fondamentali per la nostra comune

umanità, in modo da lavorare

insieme a promuovere comprensione,

riconoscimento reciproco e cooperazione

pacifica fra tutte le componenti

della famiglia umana» (116).

Giannicola Simone

Eco dei Barnabiti 4/2009 33


PRASSI MEDITATIVE

PRASSI MEDITATIVE A CONFRONTO

A VENT’ANNI DALLA LETTERA

DI RATZINGER SULLA PREGHIERA

La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla meditazione cristiana in rapporto

alle prassi meditative del vicino e del lontano Oriente ha costituito una pietra miliare nel dialogo

interreligioso. L’ammonimento di Gandhi e la testimonianza di tre Carmelitani. La ricerca di un

accademico pontificio.

N

el tardo autunno del

1989 usciva, a firma del

card. Ratzinger, prefetto

della Congregazione per la Dottrina

della Fede (CDF), una Lettera ai vescovi

della Chiesa cattolica su Alcuni

aspetti della meditazione cristiana.

La data del documento e quella dell’effettiva

promulgazione nascondevano

un eloquente richiamo alla tradizione

del Carmelo: 15 ottobre,

santa Teresa d’Avila e 14 dicembre,

san Giovanni della Croce. A vent’anni

dall’Orationis formas (questo il titolo

ufficiale), un libro a più mani di

autori che gravitano nell’orbita carmelitana

ne costituisce il migliore e

più attuale commento. Si tratta di

Meditazione cristiana di consapevolezza,

curato da Mary Jo Meadow,

terziaria carmelitana e professoressa

di psicologia e studi religiosi, Kevin

Culligan fondatore dell’Istituto di studi

carmelitani e Daniel Chowning direttore

dei Carmelitani scalzi per la

Provincia di Washington.

Prima però di soffermarci sia pure

rapidamente su quest’opera, vogliamo

dare uno sguardo ai motivi che hanno

ispirato il documento vaticano e all’iter

laborioso che ha compiuto prima

di vedere la luce. Che la meditazione

praticata in ambito cattolico si sia trovata

di fronte ad altre tradizioni meditative

è un dato di fatto quantomeno a

partire dagli anni Sessanta, e che questo

abbia comportato un ripensamento

e un arricchimento di metodi è altrettanto

evidente. Che poi a interessarsi

del problema sia stata la CDF, lo

si deduce dal fatto che «la legge del

credere è legge del pregare», in quanto

la pratica dell’orazione ha uno

stretto rapporto con il credo che si

professa e la cui tutela rientra nel

«santo ufficio» della Chiesa docente.

importanza del dialogo

A motivare il crescente interesse che

il mondo cristiano dell’Occidente riserva

alle tradizioni del vicino e lontano

Oriente, è non unicamente la visione

planetaria delle realtà umane tipica

della moderna sensibilità multiculturale

e interculturale, ma lo spirito di dialogo

di cui si è fatta promotrice la

Chiesa del Vaticano II. Nei documenti

del magistero pontificio che sviluppano

quest’aspetto tipicamente «cattolico»,

si afferma che il dialogo è lo strumento

che «rende presente Dio in

mezzo a noi, perché mentre ci apriamo

l’un l’altro ci apriamo anche a

Dio, il cui Spirito guida gli uomini alla

libertà solo quando questi si fanno incontro

l’uno all’altro». Di qui l’esigenza

di «rapporti amichevoli tra i credenti

di diverse religioni», chiamati a

«condividere le loro esperienze di preghiera,

di contemplazione, di fede». In

merito a quest’ultimo aspetto va menzionata

la Dichiarazione finale della II

Assemblea plenaria dei vescovi cattolici

dell’Asia (1978), dove si legge: «La

preghiera asiatica ha molto da offrire a

un’autentica spiritualità cristiana: una

preghiera riccamente sviluppata di tutta

la persona nell’unità di corpo-psiche-spirito;

la contemplazione caratterizzata

da una profonda interiorità e

immanenza, i libri e le scritture sacre e

34

Eco dei Barnabiti 4/2009


PRASSI MEDITATIVE

venerabili (…) i metodi di concentrazione

scoperti dalle antiche religioni

orientali, le forme semplificate di preghiera

[con cui] tanti facilmente rivolgono

a Dio il cuore e la mente nella

vita quotidiana».

Il dialogo che la Lettera istruisce sulla

meditazione tra Est e Ovest (come

suona il titolo di un notevole saggio in

merito), comporta un serio discernimento

e deve obbedire all’invito rivolto

da Gandhi «a guardare a ogni religione»,

e quindi alle rispettive tradizioni,

«dallo stesso punto di vista di

colui che le professa con fervore».

Questo ha indotto l’équipe della CDF

a prendere atto che esiste una trasposizione

cristiana di molti elementi contenuti

nelle vie di preghiera non cristiane,

elementi che possono essere

assunti senza difficoltà, anche se con

rettifiche e approfondimenti. Così da

chiedersi se non si potrebbe, attraverso

una nuova educazione alla preghiera,

arricchire ciò che è proprio e

acquisire ciò che finora era estraneo.

In particolare si poneva in rilievo l’importanza

del silenzio e dell’espressione

corporale come simbolo dell’atteggiamento

interiore, così da vivere costantemente

alla presenza di Dio in

mezzo alle sollecitazioni esterne.

l’iter del documento

Quanto si è detto finora spiega come

nella primavera del 1984 la CDF

mise in cantiere quella che da lì a cinque

anni sarebbe diventata l’Orationis

formae. Ci si domandava infatti quale

fosse l’aspetto caratterizzante della

preghiera cristiana e quale discernimento

fosse necessario nell’accogliere

le tradizioni oranti, soprattutto meditative,

dell’Oriente, onde evitare di incorrere

in antichi errori e soprattutto

di cadere in quello che la Lettera definisce

«pernicioso sincretismo».

Nella primavere dal 1986, ai primi

due progetti del documento di ispirazione

carmelitana, se ne affiancò un

terzo, più attento nel mettere a confronto,

su un piano di parità, le tradizioni

meditative sorte in ambito cristiano con

quelle indo-buddhiste, così da offrire

elementi utili per un serio e costruttivo

confronto (cf. I cristiani e le prassi meditative

delle grandi religioni asiatiche,

in La preghiera, Città Nuova 1988, pp.

363-386). Finalmente l’atteso documento

vide la luce nell’autunno del

1989. Una coincidenza (fortuita?) gettava

luce peraltro su un curioso ma significativo

retroscena che richiamiamo en

passant. Il giorno stesso in cui la Lettera

era resa di pubblico dominio, sul settimanale

“Il Sabato” veniva pubblicato

un articolo “inquisitorio” nei confronti

di un testo mistico uscito per la prima

volta in italiano nel maggio del 1981:

La Nube della non-conoscenza. E infatti

il pronunciamento della CDF, parlando

delle «proposte» di «fusione» tra i

due universi meditativi cristiano e noncristiano,

si riferiva tra l’altro a quanti,

«andando oltre» la preparazione psicofisica

caratteristica delle prassi asiatiche,

«cercano di generare, con diverse

tecniche, esperienze spirituali analoghe

a quelle di cui si parla in scritti di certi

mistici cattolici». In nota si rimandava

esplicitamente alla Nube, indicata con

il titolo italiano, a differenza di tutte le

altre opere citate nella lingua originale,

compreso il fiammingo… Sembra sia

sfuggito il fatto che «l’alto e santo Tutto

di Dio” e “il nobile e amoroso nulla»

dell’uomo su cui gravita la Nube, coincidono

con il «todo y nada» di Giovanni

della Croce e trovano un singolare riscontro

con le tradizioni asiatiche.

la meditazione di consapevolezza

(vipàssana)

In ogni caso un testo in gestazione in

quegli stessi anni avrebbe dissipato

ogni fraintendimento sullo stretto rapporto

che lega autentiche pratiche di

orazione profonda. Si tratta del Catechismo

della Chiesta cattolica del

1992, il quale, parlando delle «espressioni

della preghiera», sottolinea con

vigore l’importanza della dimensione

psicofisica e del silenzio davanti a Dio,

aspetti che stanno pure alla base delle

pratiche meditative orientali, che la

Lettera riassumeva nelle voci yoga e

zen (peraltro spostate dal testo in una

rapida nota nella redazione finale).

Non si citava invece la vipàssana, propria

dell’originaria prassi buddhista, anche

se all’epoca si stava diffondendo in

ambito cristiano, come fanno fede i tre

autori da cui abbiamo preso le mosse.

Radicati nella scuola carmelitana, essi

hanno compiuto non pochi ritiri di

vipàssana e ne hanno tratto il convincimento

che tale pratica non soltanto

consente di valorizzare con metodi raffinatissimi

«il simbolismo psicofisico

spesso carente nella preghiera dell’Occidente»

– così la Lettera di Ratzinger –,

ma spiana la via, come si è già detto, a

quel «nada» che è la condizione essenziale

per aprirci alla percezione amorosa

del «Todo». È così che gli autori che

stiamo citando concludono perentoriamente:

«I cristiani possono servirsi della

pratica della consapevolezza (alias

della vipàssana) per approfondire la

propria unione personale con Dio nell’amore,

per entrare più pienamente

nel mistero pasquale di Gesù e per

aprirsi completamente alle ispirazioni

dello Spirito santo. È questo a trasformare

la vipàssana buddhista nella meditazione

cristiana di consapevolezza»

(p. 250. Sottolineature nostre). La quale,

sempre al dire degli stessi, «affronta

direttamente le principali preoccupazioni

del monito vaticano» che «metteva

in guardia contro un’errata interpretazione

delle esperienze meditative».

Per restare in tema va segnalato,

concludendo, il saggio Yoga e preghiera

cristiana. Percorsi di liberazione

interiore (Paoline 2009) dovuto alla

penna e soprattutto all’esperienza

di Marco Guzzi, nominato recentemente

dal papa membro ordinario

della Pontificia Accademica di belle

Arti e Lettere. Vi si potranno trovare

somiglianze e differenze tra due mondi

spirituali messi a confronto e chiamati

a interagire in ordine alla «liberazione

interiore», a un tempo dono e

compito di ogni ricercatore spirituale.

Chi non ricorda il «va libero a Dio»

del nostro padre Fondatore?

Antonio Gentili

Eco dei Barnabiti 4/2009 35


SAN BARNABA

I RESTAURI DELLA SACRESTIA

E DELLA FACCIATA DEL SANTUARIO

DI S. ANTONIO MARIA ZACCARIA

Il giorno 26 settembre 2009, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, è stato

presentato al pubblico il restauro della Sacrestia della Chiesa dei Santi Paolo e Barnaba in

Milano, mentre proseguono gli urgenti lavori di restauro della sua facciata, sempre finanziati

dalla Fondazione Banca del Monte di Lombardia. Uno sguardo alle relative e puntuali relazioni

predisposte dallo Studio di Restauro Luigi Parma, danno un’idea dell’importanza degli interventi

decisi e promossi dalla locale Comunità dei Padri Barnabiti, custode delle spoglie mortali del

Santo Fondatore.

I

l 21 ottobre 1545 Giacomo

Antonio Morigia, uno

dei cofondatori dell’Ordine

dei Barnabiti, pose «la prima pietra

per la nuova fabbrica» sul luogo

della preesistente chiesa, che era denominata

Prepositurale di San Barnaba

in Brovo. La chiesa, che venne

consacrata nel 1547, si rivelò subito

troppo piccola, e nel 1556 venne incaricato

Galeazzo Alessi per la progettazione

di una nuova e più ampia.

I lavori cominciarono dalla parte

del coro e del presbiterio; nel

1567 la chiesa fu finita, e completata

nelle decorazioni interne nel

1568, quando San Carlo Borromeo

venne a celebrare la prima messa

sull’altare maggiore, che egli stesso

aveva donato.

la Sacrestia di S. Barnaba

interno del Santuario. Sotto l’altare, l’urna in rame dorato contenente i resti

mortali di S. Antonio M. Zaccaria

Legati alla tradizione di fine Seicento

e inizio Settecento – le quadrature

a Milano e in Lombardia furono

tipicamente barocche e derivanti dalla

scuola bolognese, che rispondeva

alle teorie del grande padre della

quadratura, che era stato Andrea

Pozzo – i fratelli Gerolamo e Battista

Grandi, varesini, furono gli autori

della decorazione della Sacrestia di

San Barnaba, le cui finte e solide architetture

furono rese più vive con

l’introduzione di elementi decorativi

(vasi con fiori e ghirlande), che sarebbero

state una caratteristica della

quadratura lombarda anche in epoca

successiva. Essa contiene un’interessante

collezione di dipinti riunita nel

corso del tempo dai Padri Barnabiti,

comprendente tele di Guglielmo

Caccia, detto il Moncalvo, e dell’ambito

di Camillo Procaccini.

Le rappresentazioni figurative (San

Paolo rapito al terzo cielo), dipinte in

un ovale da Carlo Preda, furono armoniosamente

contenute e completate

dalla finta prospettiva. Il ciclo

pittorico è stato realizzato prevalentemente

con la tecnica denominata

“Bianco di Calce” per cui la carbonatazione

avveniva principalmente

all’interno della materia cromatica,

grazie alla calce idrata aggiunta, che

poteva comunque sommarsi alla carbonatazione

dell’intonaco, qualora il

colore si fosse distribuito sulla superficie

ancora fresca di stesura.

36

Eco dei Barnabiti 4/2009


SAN BARNABA

calce e sabbia a grossa granulometria

per gli strati più profondi, e calce,

sabbia e polvere di marmo a

granulometria fine, per gli strati più

superficiali.

Raramente opere tipologicamente

diverse vengono restaurate contemporaneamente.

Solo in un’altra

occasione, alcuni anni fa, la stessa

ditta ha avuto infatti l’opportunità

di restaurare i dipinti murali e le tele

di un’altra chiesa dei Padri Barnabiti,

Santa Maria del Carrobiolo,

a Monza, dove una grande sinergia

tra pubblico, in questo caso la Soprintendenza

ai Beni Artistici di

Milano, e lo sforzo privato dei Padri,

ha permesso a numerose platee

di ammirare le tele di Simone Peterzano,

del Moncalvo, e del Semino,

simultaneamente le grandi volte

affrescate da Andrea Porta e dai

quadraturisti Giovan Battista e Gerolamo

Grandi.

le opere

sacrestia - San Paolo in gloria - all’interno della quadratura della volta

il restauro

La sacrestia di San Barnaba aveva

subìto nel corso degli anni diversi

interventi manutentivi, che avevano

interessato gli affreschi sia della

volta come delle pareti. L’intervento

è stato pertanto preceduto e affiancato

da una fase di ricerca che

ha permesso di avere un quadro

attendibile sui materiali impiegati

negli interventi precedenti e sullo

stato di conservazione attuale. Le

osservazioni avevano evidenziato

un’importante stratificazione di

polveri di deposito e di materiale

incongruo; diverse velature biancastre

(costituite dalla proliferazione

di sali, diffuse sulla volta soprattutto

nelle zone interessate da infiltrazioni

di umidità); numerose ridipinture

di natura organica (deturpanti

la superficie pittorica della

volta); altrettante ridipinture eseguite

con materiale sintetico sovrapposte

(in buona parte alla decorazione

originale); numerose stuccature

di materiale incongruo e

abrasioni del colore; altrettante cadute

di pigmento pittorico.

L’intervento di pulitura si rendeva

necessario sia per motivi estetici

che conservativi. Si è concentrato

dapprima sugli affreschi della volta,

con la rimozione a secco, mediante

gomme sintetiche, della stratificazione

polverosa, e con impacchi di

acqua distillata, satura di carbonato

di ammonio, per rimuovere le solfatazioni

biancastre presenti. La

metodologia di pulitura, che è stato

necessario diversificare, è stata

messa a punto in modo da rispettare

alcuni requisiti fondamentali, come

il rispetto esecutivo degli affreschi

(con grande attenzione a non

rimuovere i numerosi ritocchi a

secco e a limitare la penetrazione

dei solventi all’interno dei materiali

costitutivi, evitando pericolose interazioni

tra agenti di pulitura, leganti

e pigmenti originali). Gli affreschi

delle pareti sono stati in parte recuperati

con un attento e faticoso lavoro

di rimozione delle grandi ridipinture

sintetiche, recuperando

così cromie e materia pittorica sottostante.

Per il risarcimento delle

lacune degli affreschi si è riproposta

la stratigrafia originale, ovvero

Prima di entrare nella sacrestia –

ora vero gioiello artistico riportato

al suo naturale splendore – sulla

parete esterna si ammira la tela del

XVII secolo raffigurante S. Antonio

M. Zaccaria con un giglio tra le mani

(secondo provate testimonianze,

oggetto di un fatto miracoloso: nel

1747, visto da alcuni fedeli, il San-

sacrestia - S. Michele Arcangelo

Eco dei Barnabiti 4/2009 37


SAN BARNABA

sacrestia - interno

sacrestia - Visione di San Pietro e Visione di San Francesco

to avrebbe mosso il braccio destro

in segno di benedizione; da quel

momento il giglio, prima diritto sul

fianco sinistro, rimase reclinato sul

braccio), mentre sul cortiletto a

fianco è visibile un affresco di Madonna

che adora il Bambino (metà

XVI secolo).

Costituita da una stanza quadrangolare

(nella parte opposta all’ingresso

vi sono due aperture che portano

a un piccolo ambiente di servizio,

con un lavabo in marmo del 1756) a

volta a botte ad arco ribassato, la

quadratura della volta circonda un

S. Paolo in gloria (affresco di Carlo

Preda, 1708), mentre alle pareti ci

sono dodici splendide tele: sopra

l’ingresso si trova una Crocifissione

del XVII secolo, mentre ai due lati la

Visione di San Pietro e la Visione di

San Francesco, dipinti eseguiti per

mano forse del Moncalvo (primi decenni

del 1600). Sulla parete di fondo

una Madonna col Bambino e

Sant’Antonio di Padova (copia di fine

’700 dall’originale di Van Dyck custodito

a Brera), mentre ai lati San Paolo

in catene e il Salvatore (autore ignoto,

fine XVI secolo).

Sulle pareti laterali spiccano le

tele più grandi: l’Annunciazione e

S. Michele Arcangelo (probabilmente

del Procaccini), mentre verso

l’ingresso due copie cinquecentesche

riprese dai pannelli del polittico

del Perugino: l’Arcangelo

Raffaele e San Michele Arcangelo.

Verso il fondo della sacrestia si

fronteggiano una Immacolata (seconda

metà del XVI secolo) e Angeli

musicanti (copia di un particolare

della pala di Paris Bordone in

S. Maria dei Miracoli presso S. Celso,

fine XVI secolo).

Come recente novità, vi si trova

anche il notissimo altare maggiore,

prima in chiesa; costruzione realizzata

nel 1635 in ebano rivestito con

guscio di tartaruga marina e ornamenti

in argento, che nella parte inferiore

e sul retro presenta sbalzi

d’argento dorato con i busti e gli

stemmi dei SS. Paolo e Barnaba tolti

dal vecchio paliotto dell’altare.

Uscendo dalla sacrestia, nel corridoio

che porta alla casa religiosa,

è infine esposta una Deposizione

(Francesco Bellone, XVII secolo,

copia di un’opera di Gaudenzio

Ferrari appartenente alla Pinacoteca

di Torino).

38

Eco dei Barnabiti 4/2009


SAN BARNABA

facciata, anno 1965

la facciata di S. Barnaba

facciata, prima dell’inizio dei restauri

del 20 luglio 2009

Non è la prima volta che si procede

al restauro della facciata di S. Barnaba,

particolarmente esposta al

degrado causato dall’inquinamento

cittadino. Solo per il secolo scorso,

occorre ricordare l’intervento operato

dall’architetto Beltrame nel 1902.

Più tardi, il 6 maggio 1965, l’Arcivescovo

di Milano, Card. Giovanni Colombo,

inaugurava i restauri della

facciata curati dal Prof. Giovanni

Stoppani e benediceva le sue nuove

porte di bronzo. Ambedue si erano

cimentati con un’operazione particolarmente

delicata circa il timpano,

sanando le pareti, stuccando e rifacendo

gli intonaci, restaurando gli

stucchi in parte cadenti, rimodellando

le colonne corinzie.

Il 20 luglio 2009 sono iniziati nuovi

lavori di restauro della facciata

della chiesa di San Barnaba, anch’essi

finanziati dalla Fondazione Banca

del Monte di Lombardia. Il progettista

è l’architetto Daniela Fiocchi,

mentre i lavori sono stati affidati

sempre alla ditta Studio di Restauro

Luigi Parma, sotto l’alta sorveglianza

della Soprintendenza Beni Architettonici

e Paesaggistici di Milano. Le

brave restauratrici sono Daniela Traverso,

Francesca Esposito e Milena

Monti.

lo stato conservativo

La facciata è divisa in due ordini di

colonne più un frontone (nell’ordine

proporzionale di 4 a 3 e di 1,5

ascendente). Ogni ordine di colonne

presenta tre aperture, quello inferiore

facciata - San Paolo, particolare

oggi, in attesa della fine dei restauri

ha lesene con capitelli ionici, portone

formato da due colonne scanalate

con capitello corinzio, poggianti su

basamenti a forma di parallelepipedo.

I capitelli reggono una semplice

trabeazione, sulla quale posa il timpano,

puramente classico.

L’ordine superiore con colonne

corinzie – diviso dal sottostante da

una trabeazione con dedica (SS.

facciata - San Paolo, particolare

Eco dei Barnabiti 4/2009 39


SAN BARNABA

cui vi è un serpente) c’è il frontone.

Anch’esso adorno di stucchi

con decorazioni sobrie di ghirlande,

perline, motivi floreali, volute,

e al centro una testa di grifone alato.

Il fianco laterale della chiesa

verso Via San Barnaba, appare

sobrio e privo di ogni elemento

architettonico e decorativo, se si

eccettuano le finestre tripartite e la

lieve sporgenza delle lesene che

suggerisce la sequenza delle cappelle

laterali. La superficie muraria

è semplicemente intonacata con

una zoccolatura in pietra bocciardata,

che la delimita dalla quota

marciapiede.

il restauro

trabeazione con dedica agli Apostoli Paolo e Barnaba

le restauratrici al lavoro

PAULO ET BARNABAE APP.) – ha

ancora due nicchie laterali, che si

concludono con fastigio con due

volute spezzate e testa di figura

mitica, che ospitano le statue di

San Paolo a sinistra e di San Pietro

a destra. Al centro una loggia con

finestra sermana di stile palladiano.

Sopra la finestra due quadrati

con testa di mascheroni circondati

da motivi floreali, e, al centro di

essi, una testa di putto e motivo di

perline. Sopra, diviso da un ricco

fregio in stucco (a motivi floreali

con volute e rosette e al centro due

putti che reggono un cartiglio su

Il degrado, che interessa la superficie

esterna, è in relazione all’esposizione

e alla tipologia del materiale

interessato.

La pietra tenera di Vicenza delle

sculture è interessata da alterazioni

e degradazioni di varia natura:

croste nere (strato superficiale

di alterazione dovuto all’accumulo

di sostanze derivanti dall’inquinamento

o veicolate in superficie

dall’acqua; sono concentrate maggiormente

nei sottosquadri del modellato);

deposito superficiale (accumulo

di spessore variabile e

scarsa coerenza e aderenza di materiali

estranei di varia natura, quali

polvere, terriccio, ecc; interessa

diffusamente le superfici delle sculture

con maggiore concentrazione

sulle superfici orizzontali e oblique);

disgregazione ed erosione

(coesione di materiale lapideo caratterizzata

da scagliature, esfoliazioni

e rigonfiamenti; manifestazione

associata al fenomeno delle

croste nere, sono concentrate in

corrispondenza delle mancanze di

materiale); mancanze di materiale

lapideo (caduta, accompagnata dalla

disgregazione di materiale lapideo

sottostante deteriorato); alveolizzazione

(disgregazione che si

manifesta con la formazione di cavità

di forme e dimensioni variabili,

interconnesse e distribuite non

uniformemente; interessa in modo

disomogeneo buona parte delle

superfici lapidee); ruscellamento

(alterazione che si manifesta per

azione della pioggia, che, battendo

su una superficie verticale o a coe-

40

Eco dei Barnabiti 4/2009


SAN BARNABA

facciata - particolare

sione, mobilita e rideposita particelle

aderenti ad essa); stuccature

incoerenti (presenza di stuccature

di materiale incongruo).

Il Ceppo di Poltragno delle quattro

edicole, dei capitelli ionici, dei

capitelli corinzi del II° ordine e le

mensole del frontone, presenta zone

interessate da degradazioni di diversa

natura: disgregazione ed erosione

(interessa aree puntuali variamente

distribuite sulle superfici); croste nere

concentrate maggiormente sui capitelli

corinzi del II° ordine; alveolizzazione

(interessa in modo disomogeneo

il cornicione del frontone); fessurazioni

e fratture (di varia forma

e direzioni, individuabili soprattutto

sulle cornici orizzontali del marcapiano

e verticali delle edicole); deposito

superficiale (interessa diffusamente

le superfici, con maggiore

sommità della facciata - nuova croce,

particolare

concentrazione sui piani orizzontali

e obliqui); macchie (sono presenti alterazioni

cromatiche, dovute probabilmente

ad interventi di restauro

precedenti); ruscellamento e croste

nere sul cornicione aggettante del

marcapiano.

Il marmo di Candoglia del basamento,

del portale; il gialletto di

Verona delle lesene, delle colonne

e dei capitelli della finestra serma-

facciata - particolare

facciata - particolare

Eco dei Barnabiti 4/2009 41


SAN BARNABA

facciata - particolare

na è interessato da alterazioni e degradazioni

di varia natura: croste

nere concentrate maggiormente sui

capitelli; deposito superficiale concentrato

sulle superfici piane dei

facciata - particolare

capitelli; mancanza (caduta e perdita

di parti di materiale lapideo);

macchie: alterazione che si manifesta

con pigmentazione accidentale

e localizzata delle superfici. Nello

specifico: si tratta di scritte vandaliche

localizzate nella fascia basamentale

e sulla parte inferiore delle

lesene.

Le decorazioni in stucco che caratterizzano

la parte superiore della

facciata presentano ampie zone

interessate da degradazioni che visivamente

appaiono piuttosto evidenti:

deposito superficiale, concentrato

sulle superfici concave degli stucchi;

disgregazione ed erosione, che

interessa aree puntuali variamente

distribuite sulle superfici materiche,

in particolare sopra la finestra nei

due quadrati raffiguranti due mascheroni

con motivi floreali; polverizzazione,

che interessa vari punti

delle decorazioni del frontone;

mancanze di materiale, in vari punti

delle decorazioni; macchie, riscontrabili

in modo disomogeneo sulle

superfici.

Analizzando gli intonaci si può

osservare come l’intonaco del primo

registro si presenti piuttosto

compatto nella parte superiore, e

con problemi di sfarinamento dell’intonachino

nella parte inferiore,

appena sopra il basamento di marmo.

Presenza di macchie è dovuta

a scritte vandaliche eseguite con

vernice. L’intonaco del secondo registro

si differenzia dall’intonaco

precedente come cromia e superficie

materica più chiara e più liscia.

Presenta piccoli fenomeni con

mancanza di materiale, fessurazioni

e alterazioni cromatiche dovute

a interventi di restauro precedenti e

a fenomeni chimico-fisici. Mentre

gli elementi in ferro, ovvero le grate

delle finestre del secondo registro

e il pastorale di Sant’Ambrogio,

risultano interessate da un

processo di ossidazione, così gli

elementi di copertura in rame presenti

risultano ossidati. Il portone

in bronzo risulta anch’esso alterato

da prodotti di corrosione sottili tenacemente

attaccati al substrato

metallico.

Il progetto di conservazione comprende

una serie di operazioni

riassunte in cinque classi d’intervento:

asportazione, pulitura, consolidamento,

aggiunta, protezione.

Ma dei risultati conseguiti, si darà

conto ai lettori una volta terminati

i lavori.

a cura di Filippo Lovison

42

Eco dei Barnabiti 4/2009


DAL MONDO BARNABITICO

DAL MONDO BARNABITICO

IL COLLEGIO

SAN PAOLO DI MBOBERO

Il collegio San Paolo di Mbobero,

opera dei Padri Barnabiti, è stato costruito

dai medesimi con l’aiuto del

Governo belga tra gli anni 1954-

1956. Da allora i Barnabiti ne hanno

preso la guida fino ai tormentati momenti

della zairizzazione delle istituzioni

voluta dal dittatore Mobutu nel

1972, che ha consegnato la scuola all’organizzazione

civile e statale. Dall’anno

1976 i Padri hanno lasciato definitivamente

il Rettorato, recandosi

alla sola parrocchia di Mbobero. Comunque

ci andavano spesso per qualche

materia, come la religione o anche

la direzione spirituale. L’anno

2003 è stato un momento decisivo,

perché ha segnato la ripresa di questo

Istituto da parte dei Padri. Il Collegio

San Paolo prima degli anni 1976, con

la zairizzazione era diventato Instituto

Kitumaini (Kitumaini che significa

“speranza” in Kiswahili; è un bel nome,

anche se bisognava cancellare i

nomi cristiani). La scuola ha ripreso il

suo primo nome di san Paolo (che è

nostro Padre e Maestro) e come nuovo

primo rettore congolese ha avuto

p. Emmanuel Sota. Dopo la nomina

dell’anno 2007, la guida della scuola

è passata nelle mani del p. Benoit Mirali.

Come luogo educativo, il collegio

presenta tre obiettivi: assumere la

formazione integrale dei giovani, aiutare

i genitori nel loro dovere come

primi educatori, e infine aiutare gli insegnanti

a realizzarsi nella loro vocazione.

Il Collegio pone una particolare

attenzione alla qualità morale e intellettuale

del personale e anche la

qualità degli alunni che devono intrecciarsi

sul modello di Cristo, in

virtù dell’esempio di San Paolo, patrono

della scuola. Il 3 di febbraio 2008

un terremoto spaventoso ha distrutto

quasi la totalità dei muri interni. Il

funzionamento scolastico diventò per-

Eco dei Barnabiti 4/2009 43


DAL MONDO BARNABITICO

tanto difficile per una scuola di circa

800 alunni, tra i quali 200 sono interni.

I ragazzi da quel momento sono

costretti a studiare tra muri pericolanti

o fessurati. Da quest’anno, la Congregazione,

con l’appoggio dei nostri benefattori,

ha mandato il primo aiuto

per il rinnovamento del primo blocco,

quello del C.O (ciclo di orientamento).

A tutti va il nostro ringraziamento.

Benoit Mirali

UN BARNABITA ALLA GUIDA

DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA

DEI PROFESSORI DI STORIA

DELLA CHIESA

Il 17 settembre 2009, durante il

periodico incontro dei Soci dell’Associazione

avvenuto in occasione

il logo dell’Associazione

del XV Convegno dedicato al tema

La penitenza: dottrina, controversie e

prassi, il p. Filippo Lovison è stato

eletto Presidente dell’Associazione

Italiana dei Professori di Storia della

Chiesa. L’incarico, della durata di un

triennio, vede per la prima volta un

barnabita salire alla guida della prestigiosa

Associazione, che conta, tra

i suoi passati Presidenti, personalità

di spicco, come mons. Michele Maccarrone,

p. Vincenzo Monachino,

mons. Gian Domenico Gordini, p.

Giacomo Martina, don Ugo Dovere,

p. Luigi Mezzadri.

Costituita nel 1967 a La Mendola,

presso il Centro di Cultura dell’Università

Cattolica del Sacro Cuore,

l’Associazione intende favorire il

coordinamento e l’aggiornamento

dei docenti di Storia della Chiesa.

Oggi conta centosettanta soci distribuiti

su tutto il territorio nazionale,

tra docenti di Seminari, di Università

ecclesiastiche e civili, di Studentati

religiosi e cultori della materia. Al p.

Lovison i migliori auguri per questo

suo nuovo e impegnativo servizio alla

Chiesa.

FESTA DEL VENERABILE

FRANCESCO MARIA CASTELLI

PARROCCHIA DI S. ANTONIO

DI PADOVA IN S. ANASTASIA

18 Settembre. La nostra comunità

parrocchiale ogni anno si prepara

a celebrare l’anniversario della morte

del Ven. Francesco Maria Castelli,

nato a Sant’Anastasia il 19 Marzo

1752 ed ivi morto il 18 settembre

1771 a soli 19 anni, con un triduo di

preghiera che viene celebrato nella

cappella a lui dedicata, che per noi

è come un Santuario. Purtroppo

quest’anno abbiamo dovuto costatare

il furto delle dodici tele raffiguranti

i momenti salienti della vita del

venerabile, furto avvenuto nella notte

del 9 Settembre c.a.; le suddette

tele sono state dipinte dall’artista Lucia

Fiore di Striano ed erano state sistemate

nella stanza – cappellina

dove si dice che il venerabile F. Castelli

sia nato e sia morto; per fortuna

abbiamo conservato le foto ed un

depliant; è stato un danno soprattutto

di ordine affettivo pedagogico,

perché queste tele venivano portate

immagine del venerabile

Francesco M. Castelli

nelle scuole e nelle comunità parrocchiali

ed erano molto utili per illustrare

più facilmente la vita del venerabile.

Insieme alle tele sono stati

rubati alcuni candelieri ed alcuni reliquiari;

vi lascio immaginare lo

sconforto dei membri del comitato e

dei devoti del venerabile! Sono stati

lasciati due quadri che per noi sono

diventati due segni eloquenti: il quadro

dell’immagine – ritratto del venerabile

e l’ultimo quadro della serie,

dove ci sono i fedeli che si recano

a venerare il venerabile Castelli

presso la tomba a Napoli e presso la

Cappella in S. Anastasia. Abbiamo

interpretato questo segno: i ladri

cioè possono portare via dei quadri,

ma non ci possono portar via l’amore

che nutriamo per il venerabile

Francesco M. Castelli.

Il triduo di preghiera è stato annunciato

nella comunità parrocchiale

con un manifesto in cui si esortava

i fedeli a pregare il venerabile

Francesco Castelli per tutti i sacerdoti

e soprattutto per coloro che si preparano

nei seminari per essere ordinati

sacerdoti; sappiamo quanto il

Venerabile aveva desiderato raggiungere

questa meta, ma una grave

malattia lo strappò alla vita, offerta a

Dio per amore.

Nei giorni 15-16-17 Settembre il

Comitato e molti fedeli si sono riuni-

44

Eco dei Barnabiti 4/2009


DAL MONDO BARNABITICO

ti nella cappella, dove c’è stata la recita

del Rosario meditato e la celebrazione

della S. Messa, con una

breve riflessione sulla parola di Dio

e sulla vita del Venerabile. Inoltre

nella sera della vigilia (17 Sett.) a

tarda sera (ore 21:00) c’è stata un’ora

di adorazione Eucaristica, che è stata

vissuta con tanto raccoglimento

da parte di tutti.

Il giorno 18 Settembre, festa del

Venerabile, al mattino c’è stata la

S. Messa solenne celebrata dal p.

Enrico Moscetta, barnabita, accompagnato

dai novizi Massimiliano e

Stefano, con la partecipazione di

alcune classi delle scuole elementari,

i quali conoscono la vita del Venerabile

grazie alla partecipazione

del concorso fatto proprio sulla figura

del venerabile. La S. Messa si

è conclusa con la preghiera per la

sua beatificazione e con la benedizione

dei grappoli di uva, che sono

stati distribuiti in ricordo del miracolo

compiuto dal giovane Francesco

M. Castelli quando era ancora

in vita.

Alla sera del 18 il parroco ha celebrato

la S. Messa in Parrocchia e

con tutta la comunità parrocchiale

si è recato processionalmente alla

cappella del Venerabile, pregando

e cantando; è stato un vero e proprio

omaggio di devozione verso il

Castelli, è stata una manifestazione

di amore, perché egli è presente

nel cuore di tanta gente di Sant’Anastasia.

La processione si è conclusa

con la supplica letta dal sindaco

della città, avv. Carmine Pone,

che ha chiesto al venerabile di

vegliare e proteggere le persone e

le istituzioni della nostra città e soprattutto

di essere vicino ai deboli

e ai malati.

Il giorno 25 Ottobre tutta la comunità

parrocchiale si è recata

nella chiesa dei pp. Barnabiti a

Napoli, S. Maria di Caravaggio,

dove oggi è sepolto il nostro caro

venerabile. Erano presenti oltre al

Comitato, guidato dal vice-presidente

rag. Vincenzo Manfellotto, il

parroco p. Giacomo Verrangia, il

sindaco della città Avv. Carmine

Pone e circa 200 fedeli arrivati da

Sant’Anastasia con tre pullman e

con macchine private. Abbiamo

pregato molto insieme, tutti sono

stati a venerare il corpo del Venerabile.

P. Enrico Moscetta, quattro novizi

Barnabiti e un aspirante, unitamente

al p. Giacomo hanno celebrato

la S. Messa e, a conclusione, il sindaco

avv. Carmine Pone ha offerto

la lampada votiva al venerabile a

nome di tutta la città di Sant’Anastasia,

lampada che arderà per tutto

l’anno.

P. Giacomo, prima di congedare

l’assemblea, ha ricordato come il

nostro venerabile ha già fatto tanti

miracoli alcuni registrati ed altri

tramandati a voce; ha letto per tutti

la descrizione della guarigione della

nonna materna che soffriva per

le tante piaghe che si erano formate

alle gambe. A questa guarigione

è legato il sogno-visione in cui il

venerabile chiese di portare la sua

salma, sepolta in Sant’Anastasia, a

Napoli perché desiderava riposare

con i suoi confratelli. Ed ora con

gioia possiamo vedere che riposa

proprio accanto al suo santo maestro,

s. Francesco Saverio Bianchi,

che è anche un testimone diretto

della sua santità. Francesco Castelli

era il suo santo angelo Ciccillo.

Un grazie di cuore alla comunità

dei pp. Barnabiti che, come sempre,

ci hanno accolto con tanto

amore.

EMISSIONE DI UN FRANCOBOLLO

COMMEMORATIVO:

P. GIOVANNI SEMERIA

E P. GIOVANNI MINOZZI

Il 19 ottobre 2009, nei locali “Spazio

Filatelia” delle Poste Centrali di

Roma (e in contemporanea ad

Amatrice, presso il Salone Comunale,

e a Sanremo, presso il Palazzo

del Casinò), sono stati predisposti i

tre annulli del nuovo francobollo

commemorativo di padre Giovanni

Semeria e padre Giovanni Minozzi,

fondatori dell’Opera Nazionale per

il Mezzogiorno d’Italia, nel valore

di € 0,60. Vi hanno tenuto i discorsi

di circostanza il Sottosegretario

di Stato alla Presidenza del Consiglio,

Gianni Letta, il p. Michele Celiberti,

Presidente dell’Opera, e Michele

Giovanni Leone, Presidente

dell’Associazione, Amici di Don

Giovanni Minozzi. Non mancò la

presenza dei Barnabiti, rappresentati

dal Rev.mo Superiore Generale

Giovanni Villa.

Il francobollo è stato stampato

dall’Officina Carte Valori dell’Istituto

Poligrafico e Zecca dello Stato

S.p.A., in rotocalcografia, su carta

fluorescente, non filigranata. Il formato

della carta è mm 48×40,

mentre quello di stampa è di mm

44×36. La dentellatura corrisponde

a 13? ×13. A cinque colori, la sua

tiratura è stata pari a quattro milioni

di esemplari. La vignetta rappresenta

i fondatori dell’Opera Nazionale

per il Mezzogiorno d’Italia

con una moltitudine di ragazzi alle

loro spalle, mentre gli edifici sullo

sfondo simboleggiano le migliaia

di orfani di guerra accolti nelle Case

dell’Opera, il cui logo è riprodotto

al centro. Completano il

francobollo le leggende: “P. Giovanni

Minozzi”, “P. Giovanni Semeria”

e “Opera nazionale per il

Mezzogiorno d’Italia”, la scritta

“Italia” e il valore di “€ 0,60”. Il

bozzettista è Angelo Merenda.

Molto apprezzato l’intervento di

Gianni Letta, che riproponiamo per

il nostri lettori.

«Le figure dei padri Giovanni Semeria

e Giovanni Minozzi non hanno

bisogno di essere attualizzate: il

loro messaggio e la loro Opera vanno

al cuore stesso del nostro tempo,

dei suoi interrogativi e delle sue ansie.

È dunque doveroso e giusto, oltreché

opportuno, che si sia decisa

l’emissione filatelica in loro onore e

in loro memoria.

Padre Semeria ha nella sua origine

una sorta di profezia della sua biografia.

Orfano di padre, morto in

guerra per soccorrere il fratello, si

dedicherà per tutta la vita, insieme

a Padre Minozzi, all’assistenza dei

bambini e delle bambine rimasti sen-

Eco dei Barnabiti 4/2009 45


DAL MONDO BARNABITICO

za padre e madre. Nato a Coldirodi,

in provincia di Imperia, il 26 settembre

1867, morì a Sparanise, in provincia

di Caserta, il 15 marzo 1931.

Barnabita, diventò sacerdote il 5

aprile 1890. Da quel momento iniziò

un apostolato ininterrotto fatto di studio,

predicazione, scrittura, attenzione

agli ultimi della terra, sempre secondo

il suo non sufficientemente

noto motto: “A far del bene non si

sbaglia mai”.

Pensare bene e agire bene. Ortodossia

e orto prassi; mai disgiunte,

sempre richiamantesi e fecondantesi

a vicenda. In Padre Semeria, nella

sua vita e nella sua poderosa bibliografia,

sono sempre presenti la ricerca

della verità e la ricerca di una vita

migliore per i più poveri. Ciò che

oggi, nella nostra cultura, è diviso,

nell’apostolo della verità e dei poveri

è sempre unito. Non possono

non venire alla mente le parole

scritte da Papa Benedetto XVI nella

sua ultima Enciclica Caritas in Veritate,

dove ricorda la difficoltà, se

non l’impossibilità, di operare rettamente

senza pensare correttamente.

Chi potrebbe affermare che su questo

tema non siamo al cuore stesso

del nostro tempo? In questo Padre

Semeria può essere, oggi, per molti,

una guida.

Il Nostro sosteneva che “Nell’azione

si illumina il pensiero; e non solo

illumina il pensiero, ma anche comunica

efficacia, autorità alla parola.

Bisognava dare a quelle parole, perché

fossero efficaci, il suggello infrangibile

di una sincerità indubitabile,

perché la prova classica della sincerità

di chi parla è ciò che fa”. Sia

in lui che in Minozzi questo rappresenta

certamente un imperativo categorico:

la coerenza tra parole e vita

vissuta. Di più: il carattere confermativo

dell’azione nei confronti della

parola. Non una coerenza superficiale

e moralistica, ma profonda e fortemente

morale.

A Padre Semeria la ricerca della

verità è costata. L’accusa di modernismo

rappresentò per lui un dolore

gravissimo. Come poi è stato riconosciuto

più tardi, il suo non fu modernismo,

nel senso deleterio del termine,

ma ricerca della verità in un confronto

costante con il mondo

contemporaneo, esattamente come

auspicato dal Concilio Vaticano II. Il

suo impegno ebbe il riconoscimento

non formale da parte dei pontefici

Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Accanto alla ricerca della verità,

l’infaticabile azione a favore dei

poveri. Potremmo dire di lui, in

estrema sintesi: “sempre tra i libri,

sempre tra i poveri”. Sempre attento

alla questione sociale, figlio del suo

tempo, lo stesso dell’Enciclica Rerum

novarum, che inizia la Dottrina

Sociale della Chiesa, che trova in

Giovanni Semeria un pronto realizzatore.

Spedito al fronte, fa l’incontro

fondamentale della sua vita:

quello con il Padre Giovanni Minozzi.

Nato a Preta nel 1884 e morto

a Roma l’11 novembre del 1959,

fu ordinato sacerdote nel 1908 e

dopo i primi anni di impegno pastorale

nelle campagne romane fu cappellano

militare volontario nella

guerra di Libia del 1912 e poi ancora

durante la Prima guerra mondiale.

Dotato, grazie all’educazione ricevuta,

di un alto senso dello Stato,

mai abbandona il suo spirito apostolico

e pastorale, e crea le “bibliotechine”

e le “case del soldato”

per “rifocillare – come ebbe a dire

il Cardinale Camillo Ruini – l’animo

e la mente attraverso la lettura, il

dialogo, l’amicizia”. Ritroviamo anche

qui, come in Padre Semeria,

questa tensione verso l’unità di pensiero

e azione, questa considerazione

alta della funzione della cultura

anche nell’azione caritatevole. Evidentemente

l’incontro tra i due Giovanni

fu una specie di provvidenziale

e misterioso ricongiungimento

di strade che andavano nella stessa

direzione.

Questo impegno lo portò a realizzare

l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno

d’Italia e nel 1919 inaugurò

il primo istituto per gli orfani di guerra

ad Amatrice. Questo fu il seme di

una grande Opera che continua rigogliosa

anche oggi attraverso istituti di

educazione, scuole di tutti i gradi,

centri giovanili, pensionati universitari.

L’istituzione della Congregazione

dei Discepoli nel 1931 e delle

Ancelle del Signore nel 1940 rappresentano

da allora la certezza della

continuità dell’Opera di Padre Semeria

e di Padre Minozzi.

Un’Opera che sia per la mole, sia

per le modalità nelle quali si è svolta,

sia – infine – per lo spirito che

l’ha animata e l’anima, rappresenta

un modello sempre valido, soprattutto

oggi, nel ripensamento generale

delle politiche sociali che si sta

compiendo, nonché del ruolo sempre

valido e insostituibile della istituzione

come l’Opera di Semeria e

Minozzi.

C’è un richiamo forte alla speranza,

alla positività, in una delle tante

belle sentenze semeriane: “Il pessimismo

– egli scrive – è immorale

perché spegne e attenua ogni balda

energia dell’animo”. Mi sembra un

bel monito per tutti i tempi, ma in

particolare per il nostro, che vede al

suo interno un pessimismo preso, talora,

quasi a ideologia portante. Semeria

e Minozzi hanno indicato una

via diversa e, in più, possibile».

a cura di Filippo Lovison

PRIMA PROFESSIONE

A SAN FELICE A CANCELLO

Il giorno 20 Ottobre 2009 la Comunità

dei PP. Barnabiti di San Felice

a Cancello (CE) ha celebrato con

profonda gioia la Professione Semplice

dei novizi Massimiliano Palmieri

e Stefano Redaelli.

Massimiliano, 37 anni, della provincia

italiana Centro-Sud, ha conosciuto

i Barnabiti nella sua città di

Bologna, dove una scintilla del fuoco

di SAMZ, a lui unico figlio di madre

vedova, ha dato la forza di distaccarsi

da mamma Albertina e di lasciare

il lavoro di infermiere che da 15 anni

svolgeva nell’Ospedale Sant’Orsola

di Bologna. Tra medici santi (SAMZ,

Padre De Marino…) e infermieri dal

cuore grande ci si intende!

Stefano, 32 anni, della provincia

italiana del Nord, cresciuto all’ombra

del Carrobiolo di Monza e della

scienza dell’informatica (è dottore di

ricerca in questo campo), è stato attratto

dalla «Sublime scienza di Cristo

Crocifisso» che ha cominciato ad

assimilare alla scuola di S. Paolo e

di SAMZ.

La celebrazione si è svolta nella

nostra chiesa di San Giovanni Evan-

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Eco dei Barnabiti 4/2009


DAL MONDO BARNABITICO

gelista (diventata parrocchia da quasi

tre anni), gremita per l’occasione da

familiari e amici dei due novizi e da

tanti fedeli che con la preghiera, l’affetto

e doni di “natura” sostengono i

novizi che si avvicendano negli anni.

La celebrazione eucaristica ha visto

la partecipazione di una bella schiera

di sacerdoti: il Rev.mo P. Generale

Giovanni M. Villa, il P. Provinciale

della provincia CS Antonio M.Iannuzzi,

il P. Provinciale della provincia

Nord Daniele M. Ponzoni, altri

20 padri provenienti da diverse comunità

barnabitiche d’Italia (Milano,

Monza, Bologna, Firenze, Roma,

Napoli); P. Peragine dall’Albania

(dove i due novizi con il P. Maestro

Trufi sono stati per tre settimane);

P. Carmine Mazza, Assistente Generale

dei PP. Teatini venuto da Napoli

con quattro suoi studenti; P. Santino

Ardiri (OMI), parroco della Basilica

dell’Assunta a Santa Maria a Vico;

Don Luigi e Don Domenico sacerdoti

diocesani.

Dal nostro Studentato Teologico di

Firenze, accompagnati dal Superiore

P. Mauro M. Espen, sono venuti al

luogo del primo SÌ Antonio Bongallino

e Vito Giannuzzi. Facevano corona

lo studente brasiliano Yuri da Roma

e lo studente congolese Nsiku da

Monza, che hanno reso presenti due

nazioni in cui lo spirito paolino-zaccariano

ha attecchito in maniera sorprendente.

Non potevano mancare le nostre

sorelle Angeliche di Curti, Arienzo e

di Milot (Suor Anna, preziosa collaboratrice

dei Padri in questa missione).

Naturalmente erano presenti i

Laici di S.Paolo “campani” e i giovani

del MGZ di San Felice e Curti.

I professandi, molto emozionati,

hanno emesso i voti di castità, povertà

e obbedienza nelle mani del P.

Generale, che nell’omelia ha ricordato

la missione del religioso nella

Chiesa e in particolare del religioso

barnabita e hanno poi ricevuto l’abito

dai rispettivi provinciali. Una particolare

commozione ha pervaso

l’assemblea quando i Padri hanno

accolto con un abbraccio i professi

quali nuovi figli della Congregazione

dei Chierici Regolari di S. Paolo.

Un lungo e caloroso applauso dell’assemblea

esprimeva la gioia di un

momento indimenticabile.

In un salone del chiostro è seguita

un’agape fraterna che ha dato a confratelli,

parenti e amici la possibilità

di far festa e di chiudere in spirito di

famiglia un anno fecondo per tutti. Il

giorno seguente, 21 Ottobre, Massimiliano

e Stefano sono partiti per la

loro nuova destinazione: Firenze,

Studentato S. Paolo luogo propizio

per crescere barnabiticamente in

scienza e pietà.

AGIDAE:

I SUOI PRIMI 50 ANNI DI VITA

Nel mese di dicembre 2009,

l’Associazione AGIDAE (Associazione

Gestori Istituti Dipendenti

dall’Autorità Ecclesiastica), celebrerà

i suoi primi cinquanta anni di

vita e di servizio incessante svolto

a supporto delle attività apostoliche

degli associati. Essa è la prima

associazione cattolica a rappresen-

i novizi Stefano Redaelli e Massimiliano Palmieri attorniati da famigliari e amici

Eco dei Barnabiti 4/2009 47


DAL MONDO BARNABITICO

tare gli enti della Chiesa nei rapporti

sindacali con le organizzazioni

dei lavoratori dipendenti, prima

della scuola cattolica e, successivamente,

dell’intero settore socioassistenziale,

stipulando i relativi

Contratti Nazionali di Lavoro e

introducendo costantemente nel

mondo religioso quella cultura tecnico-gestionale

divenuta col tempo

ineludibile per la sopravvivenza

stessa delle Istituzioni. In vista di

un rinnovamento, tra le diverse iniziative,

la sostituzione della storica

rivista dell’Associazione, “Documenti

Agidae”, con la nuova, che

recherà il titolo “Agidae – Rivista

p. Bracco

bimestrale di formazione e aggiornamento

normativo, contrattuale e

gestionale per l’Associazione Gestori

Istituti Dipendenti dall’Autorità

Ecclesiastica, per Enti non Profit”,

l’aggiornamento del sito web

www.agidae.it e l’annullo postale

dedicato.

Come è noto, la storia di questa

Associazione è strettamente legata

ai Barnabiti. Fondata nel 1960

principalmente dal p. Giovanni

Bracco, barnabita, allora Assistente

Generale, ha avuto quest’ultimo

per suo primo Presidente. L’Associazione

poi lo ha rieletto a tale

carica fino al 1980. Gli è succeduto,

per un biennio, il p. Pierino

Moreno, somasco, mentre dal

1982, per un altro biennio, ricoprì

tale carica fratel Pietro Montanari,

dei Fratelli delle Scuole Cristiane.

Dal 1994 ad oggi, il posto del p.

Bracco continua a essere occupato

da un altro barnabita, il p. Francesco

Ciccimarra.

Filippo Lovison

LA BIRRA DEL CONVENTO

Nel sito curato dalla Comunità dei

Padri Barnabiti di Monza, accanto

alle notizie riguardanti la Chiesa di

Santa Maria al Carrobiolo, il Centro

educativo, il Teatro Villoresi, la Procultura

e il Gruppo Missionario, da

circa un anno se ne trova un altro

che così si presenta:

«Siamo il “Piccolo Opificio Brassicolo

del Carrobiolo – Fermentum”,

società costituita appositamente

per questo progetto da sette

amici con la passione per la birra

artigianale di alta qualità, per la

cura dei particolari, per la diffusione

di una cultura del bere bene e

consapevole. Proveniamo da diverse

esperienze: socio-educative, di

associazionismo e anche della

grande industria. Un padre Barnabita

è direttamente coinvolto nel

progetto. La produzione di birre artigianali

è iniziata alla fine del

2008 ed abbiamo l’onore di essere

il primo birrificio della città di

Monza. A dire il vero esattamente

un secolo fa, nel 1909, sembra che

già ci fosse una birra locale chiamata

“Birra Monza”, di cui rimane

solo una bellissima cartolina storica

nella collezione di “Ambroeus”

(al secolo Ambrogio Beretta) ed

una pubblicità su un giornale dell’epoca

(intitolato “La Patria”). Il laboratorio

di produzione ed imbottigliamento

è infatti situato all’interno

del convento dei Padri Barnabiti

di Piazza Carrobiolo (presenti in

città da più di mezzo millennio: dal

1571) e la tradizione delle birre

monastiche e d’abbazia è peraltro

quella di prendere nome dal luogo

in cui sorge l’insediamento religioso

(Chimay, Orval e Val-Dieu in

Belgio, bastino come esempio su

tutti). Padre Davide Brasca è direttamente

coinvolto nel progetto e a

lui e alla sua Comunità andranno

gran parte degli utili delle vendite,

al fine di sostenere le opere socioeducative

e spirituali promosse al

Carrobiolo. Il nostro obiettivo è di

promuovere una cultura del bere

consapevole, che metta in primo

piano: la qualità (e non la quantità);

la degustazione (e non il

“consumo”); la convivialità (e non

lo “sballo”). Per questo, oltre alla

produzione, intendiamo proporre

serate di assaggio guidato, corsi per

imparare a farsi la birra in casa,

piccoli percorsi educativi da proporre

nelle scuole o nei gruppi di

aggregazione giovanile rispetto ai

rischi dell’alcol».

Per ora bastino queste sintetiche

notizie a farvi visitare il sito www.

carrobiolo.it Ci riproponiamo presto

di parlare più diffusamente dell’esperienza

del piccolo opificio e del suo

significato e ruolo all’interno delle

attività socio educative che la nostra

comunità sta svolgendo in città, da

più di un decennio.

a cura di Roberto Cagliani

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