Recensione di Giuseppe Gorlani - Politicamente.Net
Recensione di Giuseppe Gorlani - Politicamente.Net
Recensione di Giuseppe Gorlani - Politicamente.Net
Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!
Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.
POLITICAMENTE ANNO VIII, N. 81 – MAGGIO 2013<br />
Maria Adele Anselmo, La figura della Dea Madre nelle pagine <strong>di</strong> Evy Johanne<br />
Håland, Fondazione Thule Cultura, Pa 2011<br />
(<strong>Recensione</strong> <strong>di</strong> <strong>Giuseppe</strong> <strong>Gorlani</strong>)<br />
Tommaso Romano scrive, nella Prefazione, che con questo suo libro Maria Adele<br />
Anselmo consegna il lavoro della stu<strong>di</strong>osa norvegese Evy Johanne Håland: «…<br />
all’attenzione non solo <strong>di</strong> un ristretto circolo <strong>di</strong> cultori ma alla più ampia<br />
considerazione <strong>di</strong> tutti coloro che perseguono nella ra<strong>di</strong>ce il senso vivo della vita e<br />
dell’oltre».<br />
È bene chiarire subito come l’estensore delle presenti note appartenga al secondo più<br />
ampio gruppo <strong>di</strong> lettori e come in tale veste, arricchita da un particolare interesse per<br />
gli accostamenti tra<strong>di</strong>zionali al Sacro, egli abbia trovato questo volume estremamente<br />
interessante e stimolante.<br />
Nella sua Introduzione l’Autrice ci immerge nella temperie dell’opera presentandoci<br />
sinteticamente la figura della Dea Madre, il cui culto risale al Paleolitico ancor prima<br />
che al Neolitico, e il cui archetipo è intriso <strong>di</strong> dualità: “elementare” e “trasformatore”.<br />
Il primo carattere fondamentale è quello della madre che protegge, nutre, conserva,<br />
accoglie; il secondo, in apparente contrasto col primo, è quello che presiede alla<br />
morte, al <strong>di</strong>venire incessante, suscitando nell’in<strong>di</strong>viduo angoscia e terrore. Al culto<br />
della Dea Madre, partogenetica, pare sia puntualmente legato un sistema sociale <strong>di</strong><br />
tipo matriarcale. Il Dio, la <strong>di</strong>vinità maschile, compare infatti in epoca più tarda e,<br />
assorbendo in sé le qualità femminili, permette l’affermarsi <strong>di</strong> un sistema sociale<br />
patriarcale caratterizzato da una concezione lineare del tempo, opposta a quella<br />
circolare connessa al culto della Grande Dea.<br />
Il Dio uomo si afferma soprattutto per il tramite delle nuove religioni monoteiste:<br />
Ebraismo, Islam e Cristianesimo. In quest’ultimo, il ruolo della Dea è stato<br />
soppiantato da Maria, la quale però manifesta solo l’aspetto materno, provvido e<br />
benefico e abbandona quello trasformatore, terribile. Qui il Figlio, il principio è<br />
l’epicentro e Maria assume importanza soltanto «perché è il tramite terreno della<br />
venuta <strong>di</strong> Cristo».<br />
Anticipando quello che costituisce il tema principale dell’opera, l’Autrice ci informa<br />
che la Håland ha svolto un’accurata indagine comparativa incentrata sui culti religiosi<br />
e sui rituali nella cultura greca antica e in quella moderna, constatando come vi sia<br />
una connessione tra le feste de<strong>di</strong>cate alle Dee Madri, in ambito me<strong>di</strong>terraneo, e quelle<br />
in onore della Vergine Maria, la Panagia (da pan, tutto, ághia, santa), la “Tutta<br />
Santa”, soprattutto nell’isola <strong>di</strong> Tinos, nel Mar Egeo; entrambe, infatti,<br />
sovraintendono alle funzioni della fertilità, della fecon<strong>di</strong>tà e della prosperità, legate al<br />
ciclo agricolo e all’anno rituale.<br />
«Il presente lavoro – <strong>di</strong>chiara l’Autrice – intende illuminare ed esplorare la<br />
prospettiva <strong>di</strong> ricerca adottata dalla Håland, caratterizzata da uno stu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> tipo<br />
1
comparativo e metodologicamente inter<strong>di</strong>sciplinare con particolare riguardo nei<br />
confronti del legame tra la sfera sacrale femminile, l’anno rituale, le festività legate<br />
alle Dee Madri e i passaggi del ciclo della vita, con i suoi significati e ambivalenze<br />
connessi alla fertilità e al rapporto vita/morte».<br />
L’Introduzione si conclude con un quadro sinottico dell’opera: il capitolo I introduce<br />
la figura <strong>di</strong> Evy Johanne Håland, delineandone con accuratezza il percorso e la<br />
formazione accademica, i progetti <strong>di</strong> ricerca, gli incarichi accademici, le<br />
collaborazioni culturali e la produzione scientifica; nel capitolo II il tema del culto<br />
della Dea Madre viene visto da <strong>di</strong>verse angolature attraverso gli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> archeologi,<br />
mitologi, antropologi e storici delle religioni quali Mircea Eliade, Marija Gimbutas e<br />
Ignazio E. Buttita; nel capitolo III si riporta in inglese il saggio della Håland, The<br />
ritual year as a woman’s life: the festivals of the agricultural cycle, life-cycle<br />
passages of Mother Goddesses and fertility-cult, con relativa traduzione, chiosato da<br />
alcune riflessioni <strong>di</strong> Maria Adele Anselmo. E infine, in un’Appen<strong>di</strong>ce, troviamo la<br />
trascrizione <strong>di</strong> un’intervista che l’Autrice fece alla stu<strong>di</strong>osa norvegese durante un<br />
incontro svoltosi ad Atene nel 2010.<br />
Le pagine de<strong>di</strong>cate al celebre stu<strong>di</strong>oso Mircea Eliade si intitolano significativamente:<br />
Mircea Eliade e il dramma agrario. Di questo grande stu<strong>di</strong>oso l’Autrice <strong>di</strong>ce: «Il suo<br />
pensiero, rispetto a molti altri antropologi, si caratterizza non solo per l’attenzione ma<br />
soprattutto per una sua convinta adesione al mondo arcaico, una sintonia che egli<br />
manifesta nel riconoscere un primato antropologico alla categoria del “sacro” poiché<br />
il fattore religioso e ancora più quello mistico rappresentano per lo stu<strong>di</strong>oso la chiave<br />
<strong>di</strong> lettura per la comprensione dell’essenza dell’uomo». I testi <strong>di</strong> riferimento sono il<br />
Trattato <strong>di</strong> Storia delle Religioni, Storia delle credenze e delle idee religiose.<br />
Dall’età della pietra ai Misteri Eleusini, La Nostalgie des Origines, Il sacro e il<br />
profano, Il Mito dell’eterno ritorno - archetipi e ripetizione. Tra i principali<br />
argomenti trattati abbiamo il trapasso dalla Terra-Madre alla Grande Dea, segnato<br />
dalla scoperta dell’agricoltura, che è sostanzialmente: «passaggio dalla semplicità al<br />
dramma». L’agricoltura, secondo Eliade, conferisce alla donna una notevole<br />
importanza e «rivela in modo più drammatico il mistero della rigenerazione<br />
vegetale». In tale prospettiva anche la visione ciclica del tempo viene evidenziata,<br />
poiché rimanda alla rigenerazione perio<strong>di</strong>ca del mondo e al misterioso e indefinito<br />
susseguirsi <strong>di</strong> morte e rinascita.<br />
Concludendo le pagine de<strong>di</strong>cate allo stu<strong>di</strong>oso rumeno, Maria Adele Anselmo scrive:<br />
«In tale contesto appare quanto mai rilevante sottolineare il valore fondamentale<br />
assunto dall’agricoltura nell’evoluzione dell’umanità, poiché essa oltre a costituire<br />
una pro<strong>di</strong>giosa fonte <strong>di</strong> cibo per le popolazioni, mostra un significato più profondo<br />
che è possibile rintracciare soprattutto nell’ottimismo soteriologico, ossia legato alla<br />
“salvezza”, insito nella mistica agraria preistorica, proprio per il fatto che sia il seme<br />
nascosto nella terra che i morti possono sperare in un ritorno alla “vita” sotto nuova<br />
forma e quin<strong>di</strong> in una “rigenerazione”».<br />
A parte il fatto che, in chiave tra<strong>di</strong>zionale, è opinabile definire come “evoluzione”<br />
miglioratrice il passaggio per l’uomo dallo stato <strong>di</strong> raccoglitore-cacciatore a quello <strong>di</strong><br />
2
agricoltore, in simili visioni arcaiche troviamo adombrato il significato riposto della<br />
Via degli Antenati e la sua scaturigine. I morti sono i semi che, affidati al solco,<br />
ritornano puntualmente alla luce. In In<strong>di</strong>a, come si sa, la Via degli Antenati<br />
(Pitryana) è quella seguita dalle persone che ottemperano al proprio svadharma e che<br />
quin<strong>di</strong>, pur non <strong>di</strong>sperdendosi nella trasmigrazione nesciente, non escono dalla sfera<br />
terrestre, in cui è inclusa la luna. Riguardo alla locuzione “ottimismo soteriologico”,<br />
vorremmo però notare come i popoli dell’In<strong>di</strong>a (terra che Alain Daniélou definisce<br />
“un museo vivente”) non ritengano la rinascita sulla terra l’esito migliore. L’uomo<br />
dopo la morte o viene trascinato in modo incosciente nel <strong>di</strong>venire cieco (samsara), o<br />
segue la Via degli Antenati sovra accennata, in cui, dopo una sosta sulla Luna, si<br />
ritorna allo stato animale od umano, oppure ascende <strong>di</strong> stato in stato (<strong>di</strong> mondo in<br />
mondo, loka) lungo la Via degli Dei, oppure si identifica col Brahman, liberandosi in<br />
vita o al momento della morte dall’identificazione nel nascere e nel morire.<br />
Abbiamo poi alcune pagine de<strong>di</strong>cate a Marija Gimbutas, archeologa e linguista <strong>di</strong><br />
origine lituana, autrice della celebre opera Il linguaggio della Dea – Mito e culto<br />
della Dea madre nell’Europa neolitica, la quale con il rinvenimento <strong>di</strong> circa 2000<br />
manufatti riuscì ad elaborare «un glossario fondamentale <strong>di</strong> motivi figurativi che<br />
fungono da chiave interpretativa per la mitologia <strong>di</strong> un’epoca altrimenti non<br />
documentata» (dalla Prefazione <strong>di</strong> Joseph Campbell all’op. cit.). Con le sue ricerche<br />
ella riuscì a portare alla luce l’esistenza <strong>di</strong> società (collocate nell’Antica Europa tra<br />
l’8000 e il 2500 a.C.) in cui vi era uguaglianza tra i sessi e «sostanziale assenza <strong>di</strong><br />
sistemi gerarchici e autoritari». L’archeologa Riane Eisler le definì “gilaniche” (“gi”<br />
da gyné, donna, “an” da anér, uomo e la “l” in mezzo come legame tra i due poli).<br />
La stu<strong>di</strong>osa lituana elaborò inoltre la cosiddetta “Ipotesi Kurgan” in cui mette in<br />
relazione la sparizione delle civiltà gilaniche con la <strong>di</strong>scesa dei proto-indoeuropei da<br />
Urheimat, località situata nel sud della Russia, nell’Antica Europa. Secondo lei, le<br />
invasioni <strong>di</strong> tali popolazioni noma<strong>di</strong>, de<strong>di</strong>te alla pastorizia e ad attività guerriere – che<br />
chiamò “Kurgans”, poiché erigevano tumuli sepolcrali detti kurgan – determinarono:<br />
«l’ibridazione della civiltà europea, causando sconvolgimenti <strong>di</strong> natura sociale:<br />
<strong>di</strong>ffusione della violenza, confusione generale, movimenti <strong>di</strong>sor<strong>di</strong>nati <strong>di</strong> popoli,<br />
importazione del patriarcato, del classismo e della gerarchia». Prima <strong>di</strong> tali invasioni<br />
la donna avrebbe occupato un ruolo <strong>di</strong> prestigio all’interno delle società arcaiche che<br />
la Gimbutas definisce <strong>di</strong> “matrice materna”, precisando tuttavia come simile<br />
espressione non riman<strong>di</strong> al termine “matriarcale”. Questo, infatti, è intriso <strong>di</strong> idee <strong>di</strong><br />
dominio e contrapposto a “patriarcale”. In realtà il sistema gilanico sarebbe<br />
espressione <strong>di</strong> società equilibrate «in cui non si avverte una preponderanza del potere<br />
della donna, tale da usurpare tutto ciò che fosse prerogativa maschile; gli uomini<br />
infatti continuano ad occupare le loro posizioni, a compiere il proprio lavoro, ad<br />
adempiere i propri compiti e ad avere il loro potere».<br />
L’archeologa lituana <strong>di</strong>ede altresì origine ad una nuova <strong>di</strong>sciplina chiamata<br />
“Archeomitologia”, basata «sullo stu<strong>di</strong>o comparato delle mitologie non “scritte”,<br />
delle tra<strong>di</strong>zioni orali popolari, del folklore, delle manifestazioni magico-religiose». E<br />
infine non si può non menzionare come la stessa abbia identificato la donna e la Dea<br />
3
che la essenzia con la Natura: «Attraverso una comprensione <strong>di</strong> ciò che era la Dea,<br />
possiamo comprendere meglio la natura (…) la Dea è esattamente questo: Lei è la<br />
natura stessa. Se la Dea è il mondo in cui si manifesta, ogni segno a partire da questo<br />
rinvia alla <strong>di</strong>vinità».<br />
Cosa assai importante, la Gimbutas associa la rappresentazione della vulva – che può<br />
essere triangolare, ovoidale o romboidale – a segni rinvianti all’acqua, come per<br />
sempio lo zig-zag; la vulva-acqua sarebbe, in tale ottica, l’utero cosmico, la Shakti, il<br />
Principio femminile da cui trae origine la vita manifesta.<br />
Il secondo capitolo si conclude con alcune pagine de<strong>di</strong>cate a Ignazio E. Buttita:<br />
«eminente antropologo palermitano, si occupa dello stu<strong>di</strong>o della cultura tra<strong>di</strong>zionale<br />
nel Meri<strong>di</strong>one d’Italia e soprattutto in Sicilia […] In particolare ha focalizzato la sua<br />
attenzione sull’analisi del simbolismo cerimoniale tra<strong>di</strong>zionale connesso alla<br />
perio<strong>di</strong>cità stagionale e alle scadenze del calendario rituale, pre<strong>di</strong>ligendo un metodo<br />
storico-comparativo grazie al quale, partendo dalla preliminare e puntigliosa ricerca<br />
delle affinità e delle analogie, è giunto all’in<strong>di</strong>viduazione delle irriducibili specificità<br />
dei singoli prodotti cultuali».<br />
Egli ha fatto suo il metodo “dell’osservazione partecipante” elaborato<br />
dall’antropologo polacco Bronislaw Malinowsky, evidenziando con le sue ricerche la<br />
salda connessione esistente tra la “perio<strong>di</strong>cità rituale” e la “perio<strong>di</strong>cità naturale”,<br />
ovvero: riti e feste si susseguono in stretto contatto con i cicli naturali degli equinozi<br />
e dei solstizi e con i momenti salienti del lavoro umano finalizzato a trarre nutrimento<br />
dalla terra. In proposito lo stu<strong>di</strong>oso ricorda le feste greche (Thesmoforie, Misteri<br />
Eleusini, Haloa, Antesterie) e quelle romane (Feriae sementivae, For<strong>di</strong>ci<strong>di</strong>a,<br />
Cerealia, Matralia).<br />
Anche presso il Cristianesimo l’anno liturgico manifesta legami evidenti con i cicli<br />
agrari e stagionali; a livello rituale, infatti, questa religione si innesta su tra<strong>di</strong>zioni<br />
preesistenti. In particolare in Sicilia, l’attuale calendario cerimoniale è ripartito in tre<br />
perio<strong>di</strong> connessi al ciclo del grano e a tre <strong>di</strong>mensioni fondamentali: ctonia (semina),<br />
uranica (crescita) e sociale-umana (raccolta, ringraziamento). Il ciclo del grano è, tra<br />
l’altro, dotato <strong>di</strong> un forte significato metaforico che rimanda alle dottrine della<br />
rinascita: il seme, affidato al solco, muore in quanto tale per rinascere pianta e quin<strong>di</strong><br />
spiga; dal che si deduce come «ogni morte annuncia una nascita, ogni nascita deriva<br />
da una morte». Ciò ovviamente non vale solo per il grano ma anche per l’uomo e<br />
spiega la credenza degli antichi nella metempsicosi, nonché la loro associazione tra<br />
semi e defunti, tra morte e fertilità.<br />
I defunti pertanto sono in intimo contatto con la Grande Dea e presiedono al<br />
benessere dei viventi. Il focolare è il luogo nella casa in cui l’uomo può comunicare<br />
con le <strong>di</strong>vinità femminili e con gli antenati. La Grande Dea rappresenta il “centro”<br />
intorno al quale la vita si rinnova eternamente. Ella non presiede soltanto alla fertilità<br />
ed alla fecon<strong>di</strong>tà, ma anche alla morte e all’oltretomba.<br />
In sintesi, gli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> I. E. Buttita: «offrono un considerevole e magistrale contributo<br />
alla comprensione dei linguaggi mitico-rituali attribuiti alla figura della Dea-Madre<br />
4
della quale, in una società ormai irreversibilmente segnata da una concezione lineare<br />
del tempo, perdurano gli echi e le usanze della ciclicità del mito e del rito».<br />
Giungiamo ora al nucleo dell’opera: il saggio <strong>di</strong> Evy Johanne Håland. In esso<br />
vengono porti spunti <strong>di</strong> riflessione assai importanti a chi voglia recuperare il volto<br />
femminile del Sacro e ripercorrere le tappe dell’allontanamento del mondo moderno<br />
dalla comprensione dell’assiologia inerente la relazione Donna-Terra-Natura-Cosmo:<br />
<strong>di</strong>stacco sfociato nell’alienazione che lo scientismo attuale reputa l’apice del<br />
progresso e dell’intelligenza.<br />
Nella cultura greca antica e contemporanea la festività religiosa è «un importante<br />
mezzo <strong>di</strong> comunicazione, un’offerta o un dono». Abbiamo usato il termine<br />
“contemporaneo” invece <strong>di</strong> “moderno”, utilizzato nell’originale, per evidenziare<br />
come, a parer nostro, la cultura in cui ancora viene vissuta la festività religiosa non<br />
sia quella “moderna”, figlia della “morte <strong>di</strong> Dio” e dell’illuminismo agnostico,<br />
paro<strong>di</strong>a dell’Illuminazione, bensì quella arcaica che continua a sopravvivere, laddove<br />
gli uomini restano connessi ai cicli della terra e del cosmo, perpetuando i significati, i<br />
culti e i sentimenti religiosi dei quali si occupa la Håland nel suo scritto.<br />
Nell’articolo si legge: «l’anno agricolo è rappresentato negli stessi termini della vita<br />
<strong>di</strong> una Dea Madre»: nell’antica Grecia il punto <strong>di</strong> riferimento era Demetra, oggi è la<br />
biografia <strong>di</strong> Panagia.<br />
Comunque, sia per gli antichi che per i contemporanei la percezione ciclica del tempo<br />
resta centrale, poiché legata al movimento circolare (o, meglio, spiraliforme) della<br />
Natura-Dea.<br />
Credo sia importante qui citare testualmente la Håland: «Come una vita umana<br />
simbolizza l’anno agricolo, il corpo umano simbolizza il cosmo <strong>di</strong>vino, che in se<br />
stesso riflette i due sessi. La Terra è concepita come una Madre Terra ed equivale alla<br />
donna. Inoltre le donne sono le più importanti interpreti dei rituali durante le festività<br />
agricole». Evidentemente la saggezza simbolica ed analogica adombrata nella<br />
citazione è inseparabile da un modus viven<strong>di</strong> in intimo contatto con i cicli della<br />
Natura; essa però si affievolisce o sparisce a mano a mano che gli uomini si<br />
svincolano dalla realtà naturale, sostituendovi un para<strong>di</strong>gma astratto, privo <strong>di</strong> misura<br />
e <strong>di</strong> ritmo, basato su un impossibile progresso illimitato.<br />
L’anno liturgico ortodosso procede <strong>di</strong> pari passo con la biografia <strong>di</strong> Panagia e<br />
comincia in Settembre con la sua nascita. La nascita, l’ingresso nel tempio, la<br />
concezione, la raccolta, l’annunciazione, la dormizione <strong>di</strong> Panagia sono momenti a<br />
cui corrispondono determinati lavori agricoli e determinate feste rituali. Un’analisi<br />
accurata dei riti contemporanei permette <strong>di</strong> capire che «la madre <strong>di</strong> Cristo ha assunto<br />
le funzioni <strong>di</strong> una precedente Dea Madre pre-cristiana» e cioè <strong>di</strong> Demetra, la dea<br />
delle messi.<br />
«L’inno omerico a Demetra descrive le origini dell’agricoltura». Demetra era le dea<br />
del grano per eccellenza e il suo anno festivo coincideva con l’anno del grano che<br />
cominciava con la semina autunnale. Tra le feste ad essa de<strong>di</strong>cate, molte erano<br />
riservate solo alle donne. Alcuni Misteri celebravano la rinascita del grano<br />
associandola al mito <strong>di</strong> Persefone (o Kore “la figlia”) stuprata e rapita da Ade (o<br />
5
Plutone), il re degli Inferi, che la adescò con una melagrana, simbolo sessuale <strong>di</strong><br />
fertilità, ma anche <strong>di</strong> morte. «La storia della <strong>di</strong>scesa e ascesa <strong>di</strong> Kore negli Inferi è<br />
un’allegoria dell’anno agricolo». Cosa assai importante: l’inno omerico e il<br />
calendario ortodosso «esplicano più <strong>di</strong> una funzione ed agiscono su più <strong>di</strong> un livello».<br />
La Håland procede esaminando il rapporto tra fertilità-matrimonio e morteiniziazione,<br />
in<strong>di</strong> evidenzia il significato riposto della “caverna” e chiarisce come<br />
l’attuale culto alla Panagia sostituisca l’antica devozione alla Dea Madre. Le<br />
corrispondenze tra le festività antiche e quelle contemporanee: «mostrano come le<br />
ideologie politiche ufficiali sono adattate a regole o mentalità profondamente ra<strong>di</strong>cate<br />
connesse alla necessità <strong>di</strong> celebrare una festa de<strong>di</strong>cata a una Dea Madre negli stessi<br />
momenti dell’anno agricolo, quando vi è lo stesso squilibrio climatico tra secco e<br />
umido. Ciò significa che la festività moderna de<strong>di</strong>cata a una Dea Madre ha<br />
probabilmente soppiantato il ruolo <strong>di</strong> una o più dee precedenti».<br />
Nell’ultima parte del saggio, la stu<strong>di</strong>osa sottolinea come le donne, «portatrici dei<br />
segreti della fertilità», abbiano sempre occupato un ruolo centrale nell’interpretazione<br />
e nello svolgimento dei rituali agricoli: «La cultura umana tende generalmente ad<br />
associare le donne alla natura e al soprannaturale».<br />
Sia nella Grecia antica come in quella moderna e nel mondo me<strong>di</strong>terraneo in<br />
generale, alla donna viene attribuita la fertilità, all’uomo, la creazione; il sesso<br />
femminile viene inscritto nella categoria “fisica”, quello maschile nella “spirituale”.<br />
Le donne possiedono la padronanza sulla fertilità che possono promuovere o inibire<br />
«con la loro conoscenza degli usi delle piante magiche». Il loro corpo è associato alla<br />
terra e il loro organo sessuale è «una caverna misteriosa inaccessibile alla vista<br />
dell’uomo». «L’anatomia femminile è più segreta <strong>di</strong> quella maschile». Le donne, in<br />
virtù del loro possedere un “luogo segreto”, il ventre, sono portate alla conoscenza<br />
dei segreti. Il corpo femminile, il cui “luogo segreto” è spesso simbolizzato da una<br />
giara, un vaso, una grotta, un giar<strong>di</strong>no, è un microcosmo; da ciò si può comprendere<br />
bene come l’anno agricolo e la vita <strong>di</strong> una donna siano un tutt’uno.<br />
Qui la Håland sostiene che tali associazioni sono frutto delle ideologie maschili<br />
dominanti. Ella nota: «È stato detto che la svalutazione posta sulle donne derivi dalla<br />
percezione che donna=natura, uomo=cultura, e dalla principale preferenza della<br />
società “civilizzata” per la cultura sulla natura. Tuttavia, la fertilità risiede<br />
nell’elemento “non civilizzato” che deve essere domato dall’elemento maschile».<br />
Vien da osservare: se l’associazione fondamentale tra corpo femminile, fertilità e<br />
terra è frutto <strong>di</strong> ideologia e con<strong>di</strong>zionamento culturale, se ne deduce che non esistono<br />
verità o leggi oggettive preposte al Manifesto. Sostenere che l’attribuzione alla<br />
<strong>di</strong>cotomia fondamentale maschio-femmina <strong>di</strong> <strong>di</strong>stinte proprietà e funzioni sia frutto <strong>di</strong><br />
con<strong>di</strong>zionamento culturale significa promuovere un <strong>di</strong>ritto positivo avulso dal <strong>di</strong>ritto<br />
naturale, imboccando un vicolo cieco.<br />
Semmai bisognerà sottolineare come l’uomo, nella sua progressiva decadenza dallo<br />
stato <strong>di</strong> pienezza primor<strong>di</strong>ale, sia gradatamente scivolato nell’arbitrarietà e nella<br />
<strong>di</strong>visione, proiettando sulla natura-donna una connotazione negativa ed inferiore. Una<br />
tra le poche dottrine metafisiche che tenta <strong>di</strong> rime<strong>di</strong>are a tale errore è quella dello<br />
6
Shivaismo Trika del Kashmir, in cui si ritiene che la Shakti sia la kriya o lo spanda<br />
(pulsazione, vibrazione, energia) inseparabile da Shiva. Dunque, in tale prospettiva,<br />
la Manifestazione o Creazione non deriverebbe da ignoranza, ma sarebbe espressione<br />
della spontanea e libera esuberanza dell’Assoluto.<br />
Per contro, nel mondo moderno, <strong>di</strong>etro il concetto <strong>di</strong> “emancipazione della donna”, si<br />
cela la tendenza a mascolinizzare la donna e a femminilizzare l’uomo, il che equivale<br />
a corteggiare il caos.<br />
Comunque nell’intervista conclusiva la stu<strong>di</strong>osa norvegese spiegherà che cosa<br />
intende per “ideologia patriarcale”, lumeggiando una prospettiva sostanzialmente<br />
con<strong>di</strong>visibile.<br />
Nelle riflessioni <strong>di</strong> Maria Adele Anselmo sul saggio della Håland e sulla sua opera in<br />
generale, si nota come «il filo <strong>di</strong> continuità tra presente e passato» sia dato dalla<br />
stessa area geografica, dallo stesso clima in cui si svolgono i rituali prima rivolti a<br />
Demetra e oggi a Panagia. In riferimento ai <strong>di</strong>versi ruoli assunti dal femminile e dal<br />
maschile si chiarisce altresì come la Håland parli <strong>di</strong> “sfera femminile” e <strong>di</strong> “sfera<br />
maschile” e come queste siano <strong>di</strong>vise da una linea <strong>di</strong> demarcazione non rigida che<br />
permette talvolta inversioni <strong>di</strong> compiti. Ciò spiegherebbe la teoria ipotizzata dalla<br />
stu<strong>di</strong>osa norvegese circa “la decostruzione dei valori maschili”; gli uomini, infatti,<br />
essendo stati tutti allevati nella sfera del femminile sino all’adolescenza hanno<br />
contezza dei valori inerenti tale sfera.<br />
Veniamo infine all’intervista. La Håland comincia con lo spiegare la metodologia del<br />
suo lavoro che attinge a ricerche sul campo (fieldworks) e che quin<strong>di</strong> si fonda su un<br />
approccio antropologico-comparativo implicante un confronto <strong>di</strong>retto tra la Grecia<br />
antica e quella moderna, dal quale emerge che il ciclo antico non <strong>di</strong>fferisce dal<br />
moderno calendario agricolo.<br />
Alla domanda: «Crede legittimo ancora parlare <strong>di</strong> sincretismo pagano-cristiano in<br />
Occidente?», risponde che la Grecia si situa al centro tra Oriente e Occidente; la sua<br />
musica, per esempio, è più orientale che occidentale. Riconosce che il cibo offerto<br />
nell’antichità alle dee è lo stesso che oggi viene offerto alla Panagia o alla Paraskeva,<br />
tuttavia non <strong>di</strong>rebbe mai che i Greci <strong>di</strong> oggi sono pagani, bensì Cristiani. La<br />
continuità, come spesso ripete, è data dal luogo geografico, dal clima, dal cibo, etc.<br />
Le viene domandato ancora: «Può <strong>di</strong>re qualcosa sulla annosa questione “patriarcatomatriarcato”<br />
nelle società me<strong>di</strong>terranee antiche? Secondo Lei ha ancora senso parlare<br />
<strong>di</strong> questa opposizione?». Si tratta <strong>di</strong> una domanda <strong>di</strong> grande importanza alla quale la<br />
Håland risponde <strong>di</strong> non credere, a <strong>di</strong>fferenza della maggior parte dei ricercatori, che<br />
la religione me<strong>di</strong>terranea sia matriarcale o patriarcale o che prima ci fu il matriarcato<br />
e in seguito il patriarcato, ma che piuttosto vi siano una sfera femminile ed una sfera<br />
maschile, ognuna con le proprie competenze e poteri <strong>di</strong> espressione. Ella aggiunge<br />
come la tendenza del Nord Europa sia quella <strong>di</strong> spingere gli uomini a fare lavori che<br />
in genere facevano le donne e viceversa. Tuttavia restano <strong>di</strong>fferenze biologiche<br />
invalicabili: «gli uomini non possono allattare i bambini». C’è sì un’ideologia<br />
patriarcale, ma essa non necessariamente è specchio della realtà. Ad esempio, nel<br />
matrimonio del figlio sembra che la scelta della sposa spetti al padre quando invece è<br />
7
la madre a scegliere la nuora che si porterà in casa. La risposta termina con le<br />
seguenti significative parole: «Non mi piace questa opposizione. Ecco perché scrivo<br />
sempre “la cosiddetta società patriarcale me<strong>di</strong>terranea”, perché non ci credo».<br />
Riguardo alla “decostruzione dei valori maschili” e ad un’eventuale sua pre<strong>di</strong>lezione<br />
della sacralità femminile, ella spiega che è in<strong>di</strong>spensabile entrare dentro i valori<br />
maschili se si vuole imparare a leggere tra le righe, ravvisando i valori femminili.<br />
Questi non sono imme<strong>di</strong>atamente evidenti, ma emergono se si scava in profon<strong>di</strong>tà.<br />
Così, nell’ambito della spiritualità tra<strong>di</strong>zionale, Dio e la Chiesa occupano i posti<br />
preminenti, ma se si guarda con maggiore attenzione la Panagia è lì.<br />
Conclu<strong>di</strong>amo aggiungendo alcune nostre osservazioni marginali: la prima concerne la<br />
teoria secondo la quale la <strong>di</strong>vinità maschile comparirebbe più tar<strong>di</strong> rispetto a quella<br />
femminile, dando il via ad un sistema patriarcale caratterizzato dalla concezione<br />
lineare del tempo. Avanziamo numerose perplessità su questa tesi sia alla luce della<br />
mitologia in<strong>di</strong>ana che <strong>di</strong> quella egiziana. In quest’ultima, per esempio, Osiride è il <strong>di</strong>o<br />
della vegetazione, della fertilità e della coltivazione e riveste un ruolo essenziale<br />
presso le religioni misteriche poiché muore e risuscita. Leggiamo ne Le livre des<br />
morts (Champdor Albert, 17, parigi 1973): «Osiride è l’attività vitale universale,<br />
terrena o celeste. Sotto la forma visibile <strong>di</strong> un <strong>di</strong>o, <strong>di</strong>scende nel mondo dei morti per<br />
permettere loro la rigenerazione ed infine la risurrezione nella gloria, perché ogni<br />
morto perdonato è un germe <strong>di</strong> vita nelle profon<strong>di</strong>tà del cosmo, esattamente come un<br />
chicco <strong>di</strong> grano lo è nel seno della terra». Non si può <strong>di</strong> sicuro <strong>di</strong>re che Osiride sia un<br />
<strong>di</strong>o recente, dato che le sue origini sembrano scavalcare persino l’Antico Regno (tra il<br />
2700 e il 2200 a.C.) e nemmeno che dalle poche righe citate si possa evincere una<br />
visione lineare del tempo. Lo stesso può <strong>di</strong>rsi <strong>di</strong> Shiva, del quale, secondo Alain<br />
Daniélou, si hanno le prime tracce ad<strong>di</strong>rittura nel 6000 a.C.. Ci sembra pertanto<br />
giusto parlare, come fa la Håland, <strong>di</strong> qualità legate ad una sfera maschile e ad una<br />
sfera femminile; polarità che, in ultima istanza, riflette la questione fondamentale<br />
della relazione tra l’Uno e i Molti, tra Immanifesto e Manifesto, tra l’Essere e<br />
l’Esistere, tra Purusha e Prakriti.<br />
La seconda si riferisce all’inoppugnabile associazione proposta dalla Gimbutas tra<br />
vulva ed acqua, intesa come fonte della vita, dalla quale molti deducono che l’Acqua<br />
costituirebbe l’elemento primario da cui deriva tutto. In realtà secondo la tra<strong>di</strong>zione<br />
sapienziale, sia occidentale che orientale, l’elemento primo è il Fuoco, da cui deriva<br />
l’Acqua e quin<strong>di</strong> la molteplicità degli esseri. Nella Pashna-upanishad si <strong>di</strong>ce<br />
esplicitamente che il Sole contiene le nubi da cui cade la pioggia. Inevitabilmente, nel<br />
mondo manifesto caratterizzato dalla dualità e, in particolare, nel mondo umano<br />
fondato sulla ragione <strong>di</strong>cotomica tutti gli enti si rapportano gli uni agli altri in modo<br />
gerarchico. Vi sono vari tipi <strong>di</strong> gerarchie relative alle più <strong>di</strong>sparate chiavi <strong>di</strong> lettura<br />
della realtà; in ogni caso, la gerarchia è inevitabile e sta alla base del linguaggio. Il<br />
superamento della dualità e quin<strong>di</strong> della gerarchia non va perseguito nella<br />
contrapposizione, bensì nella riflessione metafisica anteriore al pensiero, alla quale si<br />
può accedere soltanto per mezzo dell’intuizione noumenica che ha sede nel Cuore, il<br />
8
Centro dell’ente, dove Shiva e Shakti, il principio maschile <strong>di</strong>scendente e quello<br />
femminile ascendente, si incontrano e si risolvono nel Sé-Atman.<br />
E infine, l’identificazione Donna-Natura, più volte proposta in questo libro, ci induce<br />
a riflettere sul grave squilibrio in cui è caduto il mondo moderno; squilibrio che non<br />
deriva tanto dalla predominanza <strong>di</strong> un maschile astratto, predatorio e miope su un<br />
femminile <strong>di</strong>mentico della propria <strong>di</strong>gnità, come molti presumono, quanto<br />
dall’alienazione rispetto alle realtà archetipali <strong>di</strong> entrambi. Basti pensare al <strong>di</strong>lagare<br />
<strong>di</strong> idee innaturali quali il matrimonio con figli tra omosessuali, la <strong>di</strong>ffusione forzata<br />
degli ogm, il monopolio delle sementi, i trapianti <strong>di</strong> organi vitali giustificati da<br />
definizioni artificiose <strong>di</strong> “morte”, l’esaltazione <strong>di</strong> “gran<strong>di</strong> opere” che non servono a<br />
nessuno tranne che ai banchieri e che erodono il poco verde rimasto, la nullificazione<br />
dell’uomo da parte <strong>di</strong> una certa “ecologia profonda” che vorrebbe ridurlo a semplice<br />
animale, negandone lo status <strong>di</strong> persona, ecc.<br />
Da questi pochi cenni emerge un’umanità in preda alla follia, dominata dalla brama<br />
<strong>di</strong> possedere la Natura senza rispettarne le leggi, in una sorta <strong>di</strong> paro<strong>di</strong>a o<br />
capovolgimento dell’ascesi iniziatica, per la quale i vincoli naturali possono essere<br />
sciolti soltanto sub specie interioritatis, per mezzo dell’amore e della comprensione.<br />
Intanto è certo che se si procederà nella cementificazione col ritmo attuale, l’Italia<br />
entro sessanta anni avrà consumato l’intero suo territorio. I nostri nipoti o persino i<br />
nostri figli potrebbero non vedere più un bosco, un prato, né il cielo azzurro.<br />
POLITICAMENTE ANNO VIII, N. 81 – MAGGIO 2013<br />
9