edizione 2004

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edizione 2004

Balerna, Sala ACP

Itinerario nel cinema noir americano

degli anni ’40 e ’50.

Proiezioni dvd. Musica. Letture.

15 ottobre 2004 The Bogie Night

20.30 LA FUGA (Dark Passage), Delmer Daves, 1947, 106’

22.30 IL DIRITTO DI UCCIDERE (In A Lonely Place), Nicholas Ray, 1950, 91’

29 ottobre 2004 Noir & letteratura

20.30 Il CASO JIM THOMPSON

Incontro con Fabio Zucchella, critico musicale, traduttore e caporedattore della rivista Pulp

21.30 RAPINA A MANO ARMATA (The Killing), Stanley Kubrick, 1955, 83’

12 novembre 2004 Detectives e Dark Ladies

20.30 LE CATENE DELLA COLPA (Out Of The Past), Jacques Tourneur, 1947, 96’

22.30 UN BACIO E UNA PISTOLA (Kiss Me, Deadly), Robert Aldrich, 1955, 105’

Incontro con Sandro Toni, direttore della biblioteca di cinema della Cineteca di Bologna,

docente di cinema al Dams e scrittore di libri comici e noir.

3 dicembre 2004 Noir & Jazz

20.30 Pitecantropi eretti presenta ROMAN NOWKA’S HOT 3 – Do Da Monk

Concerto jazz*

22.30 PIOMBO ROVENTE (Sweet Smell Of Success), Alexander Mackendrick, 1957, 96’

17 dicembre 2004 Natale in Noir

18.00 aperitivo presso sala ACP

19.00 L’INFERNALE QUINLAN (Touch Of Evil), Orson Welles, 1958, 111’

21.00 cena di Natale al Ristorante Caffé Luis, Seseglio **

Entrata a serata fr. 8.– / fr. 5.– per i membri Acp e Cineclub del Mendrisiotto

(alla cassa, è possibile acquistare la tessera di socio Acp a 40.– e CdM a 30.–)

* Entrata concerto + film fr. 20.– / fr. 15.– (soci Acp, Cineclub del Mendrisiotto e ridotti)

** Per la cena, informazioni e prenotazioni al numero 091 683 50 30. Menù a fr. 35.– (bibite escluse)

Si ringraziano per la preziosa disponibilità Demosmobilia, Praesens-Film, C.A.C. Voltaire, United International Pictures,

Columbus Film, Buena Vista International e tutti i «colpevoli» che hanno collaborato all’organizzazione della rassegna.

www.acp-alchemilla.ch

grafica: Maya Steiner


Trovarsi con amici, contemplare jazz, qualcuno si alza e legge Chandler, Thompson, magari Baudelaire e la possibilità di

vedere film che la televisione non sogna più. Noir perché nera è l’anima di questi tempi. Noir è la letteratura e presto -

forse già - il cinema. Noir è un capitolo fondamentale della storia del cinema e del nostro immaginario. Bogart,

Lancaster, Heston, Douglas, Mitchum e Bacall, Greer, Leigh. Uomini che piuttosto si spezzano ma non si piegano e

donne bellissime e fatali come non più. Dialoghi al fulmicotone. Fotografia espressionista e lancinante, con le sue

ombre e gli squarci di luce nel buio. E il tocco geniale di registi come Welles, Kubrick, Ray, Tourneur, che reinventano il

cinema cavalcando Hollywood e i suoi codici, direttori della fotografia come Musuraca, Alston, Laszlo e compositori

come Bernstein, Waxman, Mancini. Artigiani divini, fuoriusciti da un’Europa che sarebbe bruciata di lì a poco. Cinema

in purezza. Gli anni’40, il dopoguerra, la perdita dell’innocenza, la disillusione del risveglio e gli anni ’50, la metropoli

tentacolare, lo sradicamento, la solitudine, le paranoie maccartiste. Nel noir quello che importa non è scoprire il criminale,

ma scoperchiare il lato oscuro dell’esistenza, ciò che si nasconde e trionfa dietro la facciata di perbenismo dell’uomo

(e di una società) qualunque: il denaro, la violenza, le pulsioni sessuali, la sete di potere. Espressione sofisticata e

nichilista di passioni e ossessioni, il noir è specchio dei suoi tempi e dell’inquietudine che li contraddistingueva. E oggi?

Quale noir ci attende?

Marco Galli

Cineclub del Mendrisiotto - Associazione Cultura Popolare

LA FUGA - Dark Passage

USA 1947, 106’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Delmer Daves; sceneggiatura: Delmer Daves dal romanzo di David Goodis; fotografia:

Sidney Hickox; musica: Franz Waxman, Leo Forbstein; scenografia: William Kuehl;

montaggio: Davis Weisbart; produzione: Jerry Wald per Warner Bros; interpreti:

Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Bruce Bennet, Agnes Moorehead, Tom D’Andrea,

Houseley Stevenson.

Imprigionato ingiustamente nel carcere di San Quentin per uxoricidio,

a Vincent Parry (Humphrey Bogart) non resta che la fuga.

Per sua fortuna Irene Jansen (Lauren Bacall), una giovane donna

ricca e affascinante che si è interessata al suo caso, lo aiuta a

superare i posti di blocco e lo ospita nella sua dimora. Anche

Sam, un taxista che lo ha preso a bordo è convinto della sua innocenza

e lo conduce da un chirurgo plastico che gli cambierà i connotati.

Nel frattempo, l’amico che lo voleva aiutare viene assassinato.

Parry riprende le indagini con un volto nuovo. Braccato

dalla polizia, deve guardarsi da un malvivente che intende ricattarlo.

Riuscirà Parry a provare la sua innocenza e a costruirsi una

nuova vita?

Tratto da The Dark Road («Giungla umana») di David Goodis è il

terzo dei quattro film della celebre coppia di neosposi Bogart-

Bacall. L’unicità del film risiede nell’utilizzo sperimentale e spericolato

della camera soggettiva, laddove l’obiettivo della cinepresa

assume il punto di vista del personaggio principale, in questo

caso incarnato da Bogart, che appare solo a un terzo del film, e

per di più col viso bendato. Il film girato in interni illuminati freddamente

e in esterni notturni è uno dei ritratti più duri e poetici

di San Francisco. Lo pervade l’atmosfera di angoscia e il sentimento

di ingiustizia di un uomo braccato dall’invadenza paranoica

della gente e dall’impossibilità di dimostrare la propria innocenza.

L’unica via di salvezza è al di fuori della società: nella fuga.

Non a caso il film termina nel paradiso fin troppo irreale (soprattutto

per gli stilemi del noir) di Patavilca in Perù. Il rimando alla

caccia alla streghe non rimane velato.

IL DIRITTO DI UCCIDERE - In A Lonely Place

USA 1950, 91’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Nicholas Ray; sceneggiatura: Andrew Solt, Edmund H.North dal romanzo omonimo

di Dorothy B.Hugues; fotografia: Burnett Guffey; musica: Gerorge Antheil; montaggio:

Viola Lawrence; produzione: Robert Lord, Santana Pictures per Columbia Pictures;

interpreti: Humphrey Bogart, Gloria Grahame, Frank Lovejoy, Carl Bentos Reid, Art Smith,

Jeff Donnell, Robert Warwick, Martha Stewart.

Tratto da un romanzo di Dorothy B. Hughes, Dixon Steele, reduce

di guerra, è uno sceneggiatore di Hollywood in crisi, soggetto

a inconsulti scoppi di violenza. Dopo una serata in compagnia del

suo agente, invita la guardarobiera del locale a casa sua a leggere

un romanzo dal quale deve trarre un adattamento. Il giorno

dopo, la giovane viene trovata assassinata ai piedi di un dirupo.

Il passato violento di Steele ne fa il principale sospetto. Arrestato

e interrogato, viene discolpato da Laurel Gray, un’attrice vicina di

casa. L’amicizia tra Dixon e Laurel

muta in amore, ma lei, conosciutone

il lato oscuro e autodistruttivo,

comincia a dubitare della sua innocenza

e la loro diventa presto una

relazione tempestosa: «I was born

when she kissed me…».

Sul tema della violenza nei rapporti umani che gli era caro, Ray

ha realizzato uno dei suoi film più intensi, originali e «puri». Nessuno

dubita che si possa vedere nel protagonista un doppio del

regista, alle prese con i codici hollywoodiani. Noir elegante e

anticonvenzionale, abborda i temi della vulnerabilità dell’essere

umano, l’ossessione artistica in un mondo dominato dal profitto,

il rapporto tra desiderio e realtà. Grande suspense psicologica in

un film duro e non consolatorio, dove tutto esce sconfitto: l’amore,

l’amicizia e anche, in sottofondo, il mondo di Hollywood. È

anche un film su una coppia che si sfalda, come la relazione che

Ray stava vivendo con la moglie, l’attrice Gloria Grahame, alla

quale offre qui in guisa d’addio un sublime ruolo melodrammatico,

che lei contraccambia con un’interpretazione straordinaria.

Ottimo Bogart, che produsse il film con la sua società (la Santana,

dal nome del suo yacht), nel rendere la complessità di un personaggio

alle prese con i propri demoni e isolato in un mondo dal

quale si sente rigettato. Uno dei finali più belli e inconsueti della

storia del cinema.

RAPINA A MANO ARMATA - The Killing

USA 1955, 83’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Stanley Kubrick; sceneggiatura: Stanley Kubrick e Jim Thompson (che ne cura i

dialoghi) dal romanzo omonimo Clean Break di Lionel White; fotografia: Lucien Ballard;

musica: Gerald Fried; scenografia: Ruth Sobotka Kubrick; montaggio: Betty Steinberg;

produzione: James B. Harris per Harris Kubrick Productions; interpreti: Sterling Hayden,

Vince Edwards, Colen Gray, Jay C. Flippen, Ted De Corsia, Elisha Cook, Joe Sawyer,

Timoty Carey.

Johnny Clay, appena uscito di prigione, riunisce una gang squinternata

– tra cui un cassiere tradito e un ex-lottatore giocatore di

scacchi - per compiere una rapina in un ippodromo. Il piano è

apparentemente perfetto, ma Johnny non ha fatto i conti con l’avida

moglie di uno dei membri del gruppo, che rivela il piano al

suo amante, un gangster che interviene rovinosamente al

momento di dividere il bottino. Johnny, che non si è presentato a

tempo all’appuntamento, cerca di lasciare la città con la fidanzata

e il bottino. Ma il destino, con le sembianze di un cagnolino

irrequieto, metterà ancora una volta lo zampino.

A soli 27 anni, ispirato da Giungla d’Asfalto di Houston, Kubrick

gira un lungometraggio – il terzo - dalla vicenda avvincente e dal

ritmo serratissimo, che lo rivela alla critica. Gli ingredienti del

crime movie ci sono tutti: ansia di riscatto e tentativi di rivalsa,

infedeltà e tradimento, sangue, sparatorie e finale tutt’altro che

scontato. Ma Kubrick, ne fornisce una lettura personale, esaltando

l’opposizione tra la preparazione della rapina, minuziosa e

razionale, e i meccanismi del destino, imponderabili e incoercibili,

che vanificano i tentativi umani di pianificare l’esistenza. Il regista

riprende gli stilemi del noir – un’unica fonte di luce all’interno

della scena, inquadrature dall’angolazione e la composizione

anomale – ma ancora una volta ne opera una riscrittura originale,

in particolare nella costruzione temporale, con l’utilizzo geometrico

e oscillatorio di flash-back e flash-forward e una sistematica

scomposizione degli eventi in punti di vista simmetrici e

opposti, che costituisce l’elemento più caratteristico del film

(ripreso e citato tra gli altri dal Tarantino de Le Jene). Kubrick

rimane su toni di distacco e amarezza, esenti da giudizi morali, a

volte con stoccate di gelida ironia, sostenuto dalla splendida

fotografia «color acciaio» di Lucien Ballard e dal ghigno impassibile

di Sterling Heiden. Ottima la distribuzione.

Fabio Zucchella, 43 anni, vive e lavora a Pavia. Si è occupato di

musica scrivendo per le riviste «Rockerilla» e «Rumore», a cui tuttora

collabora. Attualmente è caporedattore del bimestrale «Pulp

libri».Traduce dall’inglese (Bunker, Cain, Duffy, Pelecanos, Tosches,

Wilson).

LE CATENE DELLA COLPA – Out of the Past

USA 1947, 96’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Jacques Tourneur; sceneggiatura: Geoffrey Homes (Daniel Mainwaring) dal suo

romanzo Build My Gallows High; fotografia: Nicholas Musuraca; musica: Roy Webb;

scenografia: Albert S. D’Agostino, Jack Okey; montaggio: Samuel E.Beetley; produzione:

Warren Duff per RKO; interpreti: Robert Mitchum, Jane Greer, Kirk Douglas, Richard

Webb, Ronda Fleming.

Jeff Bailey (Mitchum), un detective privato, si è lasciato alle spalle

il suo torbido passato e ora vive in una cittadina di provincia,

dove ha una fidanzata e gestisce una stazione di servizio. Ma un

giorno riappare Whit Sterling (Douglas), un poco di buono che

con lui ha un conto in sospeso.

Jeff accetta un appuntamento

con Whit al lago Tahoe, deciso ad

affrontare la vendetta. Scopre

però di non poter sfuggire al proprio

passato quando Whit e la

sua ex-amante (Greer), moglie di

costui, lo irretiscono in una trappola

fatale.

Il regista franco-americano Tourneur ci regala uno dei vertici del

cinema noir, tratteggiandone gli stilemi in modo compiuto e

innovativo: fotografia sofisticata dai rimandi espressionisti e fantasmagorici

(di Nicholas Musuraca, che con lui e Val Lewton sfornò

Cat People), opposizione tra metropoli e campagna, distruzione

di un uomo fondamentalmente buono da parte di una donna

corrotta che ama (nel film il crimine peggiore non è l’omicidio,

ma il tradimento), fatalismo tragico che sottolinea l’impotenza

dell’individuo a liberarsi dal proprio passato: non c’è una maniera

per vincere, solo una maniera per perdere più lentamente. Il

conflitto tra presente e passato è reso drammaticamente in un

crescendo di tensione con brusche rotture di tono, contraddistinte

da flash-back e dall’alternanza di atmosfere urbane e notturne

(una San Francisco illuminata da squarci di luce che definiscono

volti e ombre con effetti indimenticabili) e scenari insolitamente

idilliaci e solari (lago Tahoe, montagne del Nevada, spiaggia di

Acapulco) che spezzano solo momentaneamente il clima ossessivo

rimarcando l’ineluttabilità del fato dei protagonisti. Ognuno

dà il meglio di sé: Douglas è un gangster spietatamente sentimentale,

Greer è una delle dark-lady più cupe e assolute del cinema

e Mitchum, al primo film da protagonista, incarna con indolente

perfezione l’antieroe anarchico e disilluso.

UN BACIO E UNA PISTOLA - Kiss Me, Deadly

USA 1955, 105’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Robert Aldrich; sceneggiatura: A.I.Bezzerides dal un romanzo di Mike Spillane ;

fotografia: Ernest Laszlo; musica: Frank Devol; scenografia: Albert S. D’Agostino,

Jack Okey; montaggio: Samuel E.Beetley; produzione: Victor Faville, Robert Aldrich;

interpreti: Ralph Meeker, Albert Dekker, Paul Stewart, Juano Hernandez, Wesley Addey,

Marian Carr, Nick Dennis, Jack Elam, Jack Lambert, Maxine Cooper, Robert Cornthwaite.

Mike Hammer (Meeker) è un detective privato cinico, specializzato

in questioni di divorzi, che utilizza la propria assistente e fidanzata

Velda (Cooper) in sordide investigazioni. Una notte, carica a

bordo della sua fiammante spider una donna fuggita da una clinica

psichiatrica. La donna è terrorizzata, sostiene di essere inseguita

da una banda di gangster, ma i suoi propositi rimangono

oscuri. In seguito ad un incidente, la donna viene rapita e barbaramente

uccisa. Scampato per un pelo alla morte, Hammer decide

di aprire un’indagine. Unico indizio lasciato: un libro di poesie

firmato da Cristina Rossetti, il soprannome della donna. Insieme

alla devota Velda, va alla caccia di una misteriosa valigetta che

tutti rincorrono e scopre un’organizzazione criminale capeggiata

dal dott. Soberin (Dekker) che tenta di trafugare materiali radioattivi

per conto di una potenza straniera.

Poliziesco brusco e tortuoso, il film opera

una revisione critica del detectivemovie,

trasformando la trama del giallo

di Spillane, di cui conserva l’atmosfera

brutale e misogina ma di cui scarta le

derive reazionarie, in uno spettacolo

pirotecnico di effetti registici che colpisce

per la sua carica di visionaria violenza.

Un affresco del sadismo che impronta

la vita moderna, dal traffico di

armi, alla bomba atomica, alla guerra

fredda e che, con il suo finale ineditamente

apocalittico, ci fornisce una rilettura nichilista del vaso di

Pandora. Innovativa la scelta di un protagonista immorale, egoista,

calcolatore, agli antipodi dell’eroe senza macchia, e la presenza

di personaggi femminili forti e determinati. Aldrich crea il

suo stile serrato, con atmosfere oniriche ottenute con inquadrature

e primi piani dissonanti e anti-poetici. Splendida la fotografia

stilizzata e trasparente di Laszlo. Maltrattato alla sua uscita

(quando non furono capiti i riferimenti all’epoca maccartista) in

seguito è diventato un noir di culto, grazie soprattutto ai critici

della Nouvelle Vague. Recentemente, il film è stato al centro di un

caso cinematografico, con il ritrovamento e ripristino da parte del

critico-produttore Alain Silva, del finale fedele alla sceneggiatura

di Bezzerides (sua l’idea geniale di sostituire la valigetta di droga

del romanzo con una di materiali radioattivi).

Alessandro Toni, dal 1974 lavora alla Cineteca comunale di

Bologna, di cui dirige la Biblioteca di cinema. Ha collaborato e

collabora a riviste di cinema italiane e straniere («Cineteca»,

«Cinegrafie», «Cahiers du cinéma», «Cineforum»). Ha curato

diversi volumi sul cinema. Tiene corsi di sceneggiatura e di traduzione

all’Istituto regionale di psicopedagogia dell’apprendimento.

Dal 2001 tiene al Dams di Bologna un seminario sul cinema

dadaista e surrealista. È autore di pièces teatrali e di sceneggiature

(tra cui, assieme all’attore Gianni Cavina, per il film di

Alessandro Benvenuti Benedetto, Rado e Stella Palcic). Ha pubblicato

diversi libri comici per Rizzoli (Vademecum del single boy,

1986), Feltrinelli (Dizionario sessuato, 1994, assieme a Syusy

Blady) e Il Corbaccio (Non salvare la ragazza in pericolo. Contromanuale

di bon-ton, 1994). Appassionato di cinema e letteratura

polizieschi ha pubblicato diversi racconti gialli e un romanzo giallo

Tutte le notti e qualche giorno, Longanesi, 1994. Presenterà il

suo ultimo romanzo Sarti Antonio e l’assassino, scritto con

Loriano Macchiavelli e pubblicato da Mondatori nel settembre

2004.

ROMAN NOWKA’S HOT 3

Roman Nowka: chitarra

Simon Gerber: contrabbasso

Tobias Schramm: batteria

Immaginate Thelonious Monk

rivivere nella chitarra di un giovane

jazzista svizzero. Il 24enne

Roman Nowka ha passato gli

ultimi tre anni a smontare gli

sghembi e spigolosi temi del

pianista e compositore nato a

Rocky Mountain nel 1917. I risultati

del suo lavoro sono raccolti

in un album asciutto ed essenziale, interamente dedicato

alla musica irriducibilmente attuale dell’anticonformista profeta

del bebop. Quella di Nowka è una rilettura moderna, capace però

di riportarti improvvisamente indietro di cinquant’anni o di riecheggiare

sonorità funkadeliche alla George Clinton. Il suono

della sua chitarra, allo stesso tempo trattenuto e spericolato,

saturo e distorto, ricorda quello di Marc Ribot, e la musica ironicamente

allusiva di questo «trio caldo» è rigorosa e coraggiosa:

pensate ad un brano come Blue Monk sparato in 15 secondi! Ma

in questo disco dalle atmosfere plumbee e minimaliste c’è spazio

anche per il batterista Tobias Schramm, che molti conosceranno

per il suo lavoro con il quartetto del sassofonista Adrian

Pflugshaupt, e per la voce del contrabbassista Simon Gerber,

figura emergente della giovane scena jazzistica romanda

(Crossover Jazz Trio, Lucien Dubuis Old School Quartet). La voce

spezzata e stanca di Gerber è impegnata in una seducente versione

di Round Midnight, nella quale tempo e cadenza sembrano

allungarsi e distendersi lascivamente.

Do Da Monk, Altri Suoni, 2003

PIOMBO ROVENTE - Sweet Smell of Success

USA 1957, 96’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Alexander Mackendrick; sceneggiatura: Clifford Odets, Ernest Lehman,

dal racconto del secondo Tell Me About It Tomorrow); fotografia: James Wong Howe;

musica: Elmer Bernstein; montaggio: Alan Crosland jr.; produzione:James Hill per

Hecht-Hill-Lancaster Production; interpreti: Burt Lancaster, Tony Curtis, Susan Harrison,

Marty Milner, Sam Levene, Barbara Nichols.

J.J. Hunsecker, famoso giornalista

megalomane (Lancaster) vive

sul piedistallo di potenza e di

successo di una rubrica seguita

da sessanta milioni di lettori e ha

un’adorazione morbosa per sua

sorella (Harrison). Quando la giovane

s’innamora di un chitarrista

di jazz (Milner) che vorrebbe sposarla,

incarica Sidney Falco (Curtis), spiantato a ambizioso agente

pubblicitario, legatogli da un’ambigua e simbiotica sottomissione,

di toglierlo di mezzo con uno scandalo. Ma Falco, in un

sussulto per lui nuovo di indignazione, si ribellerà.

Primo film hollywoodiano dello scozzese Mackendrick (autore

della cult-comedy La signora omicidi) è un intenso, crudele, potente,

dramma wellesiano di insolita durezza polemica, con riferimenti

neanche tanto velati al più famoso giornalista scandalistico

dell’epoca Walter Winchell. Il film è una critica aspra e anticipatoria

dell’onnipotenza e della mancanza di scrupoli dei media

e delle commistioni con il mondo politico e quello dello spettacolo.

I toni noir della trama sono accentuati da movimenti di

camera rapidi e swinganti, dallo splendido contrastato bianconero

di James Wong Howe e dalla bella e lancinante colonna

musicale di Elmer Bernstein, impreziosita dai virtuosismi del

Chico Hamilton quintet con Fred Katz, Carson Smith, Paul Horn,

e John Pisano (una delle formazioni più innovative dell’epoca sia

dal profilo musicale che per la loro composizione interrazziale).

Ne esce una New York – il film si svolge quasi interamente

nell’underworld di Broadway, tra usci di grattacieli, sordidi uffici,

ristoranti e jazzclub - raramente così moderna e decadente, sincopata

e pulsante, elettrica e nervosa. Curtis e Lancaster, sostenuti

da dialoghi taglienti e corrosivi, sono perfetti e indimenticabili

nel loro gioco shakespeariano di abiezione, ricatto e dominazione.

L’INFERNALE QUINLAN – Touch Of Evil

USA 1958, 93’ (111’ in dvd), v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Orson Welles; sceneggiatura: Orson Welles dal romanzo Badge of Evil (Contro

Tutti) di With Masterson e già sceneggiato da Paul Monash); fotografia: Russel Metty;

musica: Henry Mancini; montaggio: ; produzione: Universal International Pictures;

interpreti: Orson Welles, Charlton Heston, Janet Leigh, Joseph Callaia, Akim Tamiroff,

Marlene Dietrich, Mort Mills, Zsa Zsa Gabor, Ray Collins, Mercedes McCambridge,

Joseph Cotten.

A Los Robles, cittadina alla frontiera con gli

Usa, Vargas (Heston), un ispettore della narcotici

messicana, e sua moglie Susan (Leigh) in

viaggio di nozze, assistono all’esplosione di

un’automobile nella quale viaggiavano un uomo

d’affari locale e una ballerina. Vargas decide

di indagare sul caso, ma deve vedersela

con il suo omonimo americano, il capitano

Quinlan (Welles), di tutt’altra scuola: tanto il

primo è razionale e rispettoso della legalità,

quanto il secondo si fa guidare dall’istinto e non esita a fabbricare

prove come supporto alle sue intuizioni. Quando cercheranno

di coinvolgere la moglie di Vargas in un giro di orge e stupefacenti,

quest’ultimo adotterà le astuzie del suo avversario e si arriverà

alla resa dei conti.

Un’opera monumentale e ricca di fascino nonostante le manomissioni

finali della produzione che segna il ritorno di Welles a

Hollywood dopo la parentesi europea. Chiamato dalla Universal

per assicurarsi la partecipazione di Heston, Welles rielabora velocemente

la sceneggiatura senza leggere il romanzo, mette a

punto un conflitto drammaturgico ambiguo e geniale, e si cuce

su misura un personaggio titanico, malato di assolutismo, riprovevole

eppure dotato di un fiuto infallibile. All’ambiguità morale

fa riscontro un’ambiguità estetica, giocata su una violenta deformazione

dello spazio (grandangolo con lente a focale corta, profondità

di campo esasperata) e su una velocità «doppia» del

montaggio, con vorticosi piani sequenza, tra cui il più celebre e

audace è quello che apre il film. Noir sadico, dalle ascendenze

kafkiane – nella sua interrogazione sul rapporto tra legge degli

uomini e giustizia suprema –, lugubre e crepuscolare nell’impianto

scenografico e con una colonna sonora avveniristica, rappresenta

il colpo di coda del cinema noir (allora in pieno declino).

All’amica Marlene Dietrich, venuta a trovarlo sul set e per la quale

Welles inventò il personaggio di Tanya, è affidata la battuta conclusiva

del film «Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era

anche un grand’uomo».

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