edizione 2004

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edizione 2004

Trovarsi con amici, contemplare jazz, qualcuno si alza e legge Chandler, Thompson, magari Baudelaire e la possibilità di vedere film che la televisione non sogna più. Noir perché nera è l’anima di questi tempi. Noir è la letteratura e presto - forse già - il cinema. Noir è un capitolo fondamentale della storia del cinema e del nostro immaginario. Bogart, Lancaster, Heston, Douglas, Mitchum e Bacall, Greer, Leigh. Uomini che piuttosto si spezzano ma non si piegano e donne bellissime e fatali come non più. Dialoghi al fulmicotone. Fotografia espressionista e lancinante, con le sue ombre e gli squarci di luce nel buio. E il tocco geniale di registi come Welles, Kubrick, Ray, Tourneur, che reinventano il cinema cavalcando Hollywood e i suoi codici, direttori della fotografia come Musuraca, Alston, Laszlo e compositori come Bernstein, Waxman, Mancini. Artigiani divini, fuoriusciti da un’Europa che sarebbe bruciata di lì a poco. Cinema in purezza. Gli anni’40, il dopoguerra, la perdita dell’innocenza, la disillusione del risveglio e gli anni ’50, la metropoli tentacolare, lo sradicamento, la solitudine, le paranoie maccartiste. Nel noir quello che importa non è scoprire il criminale, ma scoperchiare il lato oscuro dell’esistenza, ciò che si nasconde e trionfa dietro la facciata di perbenismo dell’uomo (e di una società) qualunque: il denaro, la violenza, le pulsioni sessuali, la sete di potere. Espressione sofisticata e nichilista di passioni e ossessioni, il noir è specchio dei suoi tempi e dell’inquietudine che li contraddistingueva. E oggi? Quale noir ci attende? Marco Galli Cineclub del Mendrisiotto - Associazione Cultura Popolare LA FUGA - Dark Passage USA 1947, 106’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Delmer Daves; sceneggiatura: Delmer Daves dal romanzo di David Goodis; fotografia: Sidney Hickox; musica: Franz Waxman, Leo Forbstein; scenografia: William Kuehl; montaggio: Davis Weisbart; produzione: Jerry Wald per Warner Bros; interpreti: Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Bruce Bennet, Agnes Moorehead, Tom D’Andrea, Houseley Stevenson. Imprigionato ingiustamente nel carcere di San Quentin per uxoricidio, a Vincent Parry (Humphrey Bogart) non resta che la fuga. Per sua fortuna Irene Jansen (Lauren Bacall), una giovane donna ricca e affascinante che si è interessata al suo caso, lo aiuta a superare i posti di blocco e lo ospita nella sua dimora. Anche Sam, un taxista che lo ha preso a bordo è convinto della sua innocenza e lo conduce da un chirurgo plastico che gli cambierà i connotati. Nel frattempo, l’amico che lo voleva aiutare viene assassinato. Parry riprende le indagini con un volto nuovo. Braccato dalla polizia, deve guardarsi da un malvivente che intende ricattarlo. Riuscirà Parry a provare la sua innocenza e a costruirsi una nuova vita? Tratto da The Dark Road («Giungla umana») di David Goodis è il terzo dei quattro film della celebre coppia di neosposi Bogart- Bacall. L’unicità del film risiede nell’utilizzo sperimentale e spericolato della camera soggettiva, laddove l’obiettivo della cinepresa assume il punto di vista del personaggio principale, in questo caso incarnato da Bogart, che appare solo a un terzo del film, e per di più col viso bendato. Il film girato in interni illuminati freddamente e in esterni notturni è uno dei ritratti più duri e poetici di San Francisco. Lo pervade l’atmosfera di angoscia e il sentimento di ingiustizia di un uomo braccato dall’invadenza paranoica della gente e dall’impossibilità di dimostrare la propria innocenza. L’unica via di salvezza è al di fuori della società: nella fuga. Non a caso il film termina nel paradiso fin troppo irreale (soprattutto per gli stilemi del noir) di Patavilca in Perù. Il rimando alla caccia alla streghe non rimane velato. IL DIRITTO DI UCCIDERE - In A Lonely Place USA 1950, 91’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Nicholas Ray; sceneggiatura: Andrew Solt, Edmund H.North dal romanzo omonimo di Dorothy B.Hugues; fotografia: Burnett Guffey; musica: Gerorge Antheil; montaggio: Viola Lawrence; produzione: Robert Lord, Santana Pictures per Columbia Pictures; interpreti: Humphrey Bogart, Gloria Grahame, Frank Lovejoy, Carl Bentos Reid, Art Smith, Jeff Donnell, Robert Warwick, Martha Stewart. Tratto da un romanzo di Dorothy B. Hughes, Dixon Steele, reduce di guerra, è uno sceneggiatore di Hollywood in crisi, soggetto a inconsulti scoppi di violenza. Dopo una serata in compagnia del suo agente, invita la guardarobiera del locale a casa sua a leggere un romanzo dal quale deve trarre un adattamento. Il giorno dopo, la giovane viene trovata assassinata ai piedi di un dirupo. Il passato violento di Steele ne fa il principale sospetto. Arrestato e interrogato, viene discolpato da Laurel Gray, un’attrice vicina di casa. L’amicizia tra Dixon e Laurel muta in amore, ma lei, conosciutone il lato oscuro e autodistruttivo, comincia a dubitare della sua innocenza e la loro diventa presto una relazione tempestosa: «I was born when she kissed me…». Sul tema della violenza nei rapporti umani che gli era caro, Ray ha realizzato uno dei suoi film più intensi, originali e «puri». Nessuno dubita che si possa vedere nel protagonista un doppio del regista, alle prese con i codici hollywoodiani. Noir elegante e anticonvenzionale, abborda i temi della vulnerabilità dell’essere umano, l’ossessione artistica in un mondo dominato dal profitto, il rapporto tra desiderio e realtà. Grande suspense psicologica in un film duro e non consolatorio, dove tutto esce sconfitto: l’amore, l’amicizia e anche, in sottofondo, il mondo di Hollywood. È anche un film su una coppia che si sfalda, come la relazione che Ray stava vivendo con la moglie, l’attrice Gloria Grahame, alla quale offre qui in guisa d’addio un sublime ruolo melodrammatico, che lei contraccambia con un’interpretazione straordinaria. Ottimo Bogart, che produsse il film con la sua società (la Santana, dal nome del suo yacht), nel rendere la complessità di un personaggio alle prese con i propri demoni e isolato in un mondo dal quale si sente rigettato. Uno dei finali più belli e inconsueti della storia del cinema. RAPINA A MANO ARMATA - The Killing USA 1955, 83’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Stanley Kubrick; sceneggiatura: Stanley Kubrick e Jim Thompson (che ne cura i dialoghi) dal romanzo omonimo Clean Break di Lionel White; fotografia: Lucien Ballard; musica: Gerald Fried; scenografia: Ruth Sobotka Kubrick; montaggio: Betty Steinberg; produzione: James B. Harris per Harris Kubrick Productions; interpreti: Sterling Hayden, Vince Edwards, Colen Gray, Jay C. Flippen, Ted De Corsia, Elisha Cook, Joe Sawyer, Timoty Carey. Johnny Clay, appena uscito di prigione, riunisce una gang squinternata – tra cui un cassiere tradito e un ex-lottatore giocatore di scacchi - per compiere una rapina in un ippodromo. Il piano è apparentemente perfetto, ma Johnny non ha fatto i conti con l’avida moglie di uno dei membri del gruppo, che rivela il piano al suo amante, un gangster che interviene rovinosamente al momento di dividere il bottino. Johnny, che non si è presentato a tempo all’appuntamento, cerca di lasciare la città con la fidanzata e il bottino. Ma il destino, con le sembianze di un cagnolino irrequieto, metterà ancora una volta lo zampino. A soli 27 anni, ispirato da Giungla d’Asfalto di Houston, Kubrick gira un lungometraggio – il terzo - dalla vicenda avvincente e dal ritmo serratissimo, che lo rivela alla critica. Gli ingredienti del crime movie ci sono tutti: ansia di riscatto e tentativi di rivalsa, infedeltà e tradimento, sangue, sparatorie e finale tutt’altro che scontato. Ma Kubrick, ne fornisce una lettura personale, esaltando l’opposizione tra la preparazione della rapina, minuziosa e razionale, e i meccanismi del destino, imponderabili e incoercibili, che vanificano i tentativi umani di pianificare l’esistenza. Il regista riprende gli stilemi del noir – un’unica fonte di luce all’interno della scena, inquadrature dall’angolazione e la composizione anomale – ma ancora una volta ne opera una riscrittura originale, in particolare nella costruzione temporale, con l’utilizzo geometrico e oscillatorio di flash-back e flash-forward e una sistematica scomposizione degli eventi in punti di vista simmetrici e opposti, che costituisce l’elemento più caratteristico del film (ripreso e citato tra gli altri dal Tarantino de Le Jene). Kubrick rimane su toni di distacco e amarezza, esenti da giudizi morali, a volte con stoccate di gelida ironia, sostenuto dalla splendida fotografia «color acciaio» di Lucien Ballard e dal ghigno impassibile di Sterling Heiden. Ottima la distribuzione. Fabio Zucchella, 43 anni, vive e lavora a Pavia. Si è occupato di musica scrivendo per le riviste «Rockerilla» e «Rumore», a cui tuttora collabora. Attualmente è caporedattore del bimestrale «Pulp libri».Traduce dall’inglese (Bunker, Cain, Duffy, Pelecanos, Tosches, Wilson). LE CATENE DELLA COLPA – Out of the Past USA 1947, 96’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Jacques Tourneur; sceneggiatura: Geoffrey Homes (Daniel Mainwaring) dal suo romanzo Build My Gallows High; fotografia: Nicholas Musuraca; musica: Roy Webb; scenografia: Albert S. D’Agostino, Jack Okey; montaggio: Samuel E.Beetley; produzione: Warren Duff per RKO; interpreti: Robert Mitchum, Jane Greer, Kirk Douglas, Richard Webb, Ronda Fleming. Jeff Bailey (Mitchum), un detective privato, si è lasciato alle spalle il suo torbido passato e ora vive in una cittadina di provincia, dove ha una fidanzata e gestisce una stazione di servizio. Ma un giorno riappare Whit Sterling (Douglas), un poco di buono che con lui ha un conto in sospeso. Jeff accetta un appuntamento con Whit al lago Tahoe, deciso ad affrontare la vendetta. Scopre però di non poter sfuggire al proprio passato quando Whit e la sua ex-amante (Greer), moglie di costui, lo irretiscono in una trappola fatale. Il regista franco-americano Tourneur ci regala uno dei vertici del cinema noir, tratteggiandone gli stilemi in modo compiuto e innovativo: fotografia sofisticata dai rimandi espressionisti e fantasmagorici (di Nicholas Musuraca, che con lui e Val Lewton sfornò Cat People), opposizione tra metropoli e campagna, distruzione di un uomo fondamentalmente buono da parte di una donna corrotta che ama (nel film il crimine peggiore non è l’omicidio, ma il tradimento), fatalismo tragico che sottolinea l’impotenza dell’individuo a liberarsi dal proprio passato: non c’è una maniera per vincere, solo una maniera per perdere più lentamente. Il conflitto tra presente e passato è reso drammaticamente in un crescendo di tensione con brusche rotture di tono, contraddistinte da flash-back e dall’alternanza di atmosfere urbane e notturne (una San Francisco illuminata da squarci di luce che definiscono volti e ombre con effetti indimenticabili) e scenari insolitamente idilliaci e solari (lago Tahoe, montagne del Nevada, spiaggia di Acapulco) che spezzano solo momentaneamente il clima ossessivo rimarcando l’ineluttabilità del fato dei protagonisti. Ognuno dà il meglio di sé: Douglas è un gangster spietatamente sentimentale, Greer è una delle dark-lady più cupe e assolute del cinema e Mitchum, al primo film da protagonista, incarna con indolente perfezione l’antieroe anarchico e disilluso. UN BACIO E UNA PISTOLA - Kiss Me, Deadly USA 1955, 105’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Robert Aldrich; sceneggiatura: A.I.Bezzerides dal un romanzo di Mike Spillane ; fotografia: Ernest Laszlo; musica: Frank Devol; scenografia: Albert S. D’Agostino, Jack Okey; montaggio: Samuel E.Beetley; produzione: Victor Faville, Robert Aldrich; interpreti: Ralph Meeker, Albert Dekker, Paul Stewart, Juano Hernandez, Wesley Addey, Marian Carr, Nick Dennis, Jack Elam, Jack Lambert, Maxine Cooper, Robert Cornthwaite. Mike Hammer (Meeker) è un detective privato cinico, specializzato in questioni di divorzi, che utilizza la propria assistente e fidanzata Velda (Cooper) in sordide investigazioni. Una notte, carica a bordo della sua fiammante spider una donna fuggita da una clinica psichiatrica. La donna è terrorizzata, sostiene di essere inseguita da una banda di gangster, ma i suoi propositi rimangono oscuri. In seguito ad un incidente, la donna viene rapita e barbaramente uccisa. Scampato per un pelo alla morte, Hammer decide di aprire un’indagine. Unico indizio lasciato: un libro di poesie firmato da Cristina Rossetti, il soprannome della donna. Insieme alla devota Velda, va alla caccia di una misteriosa valigetta che tutti rincorrono e scopre un’organizzazione criminale capeggiata dal dott. Soberin (Dekker) che tenta di trafugare materiali radioattivi per conto di una potenza straniera. Poliziesco brusco e tortuoso, il film opera una revisione critica del detectivemovie, trasformando la trama del giallo di Spillane, di cui conserva l’atmosfera brutale e misogina ma di cui scarta le derive reazionarie, in uno spettacolo pirotecnico di effetti registici che colpisce per la sua carica di visionaria violenza. Un affresco del sadismo che impronta la vita moderna, dal traffico di armi, alla bomba atomica, alla guerra fredda e che, con il suo finale ineditamente apocalittico, ci fornisce una rilettura nichilista del vaso di Pandora. Innovativa la scelta di un protagonista immorale, egoista, calcolatore, agli antipodi dell’eroe senza macchia, e la presenza di personaggi femminili forti e determinati. Aldrich crea il suo stile serrato, con atmosfere oniriche ottenute con inquadrature e primi piani dissonanti e anti-poetici. Splendida la fotografia stilizzata e trasparente di Laszlo. Maltrattato alla sua uscita (quando non furono capiti i riferimenti all’epoca maccartista) in seguito è diventato un noir di culto, grazie soprattutto ai critici della Nouvelle Vague. Recentemente, il film è stato al centro di un caso cinematografico, con il ritrovamento e ripristino da parte del critico-produttore Alain Silva, del finale fedele alla sceneggiatura di Bezzerides (sua l’idea geniale di sostituire la valigetta di droga del romanzo con una di materiali radioattivi). Alessandro Toni, dal 1974 lavora alla Cineteca comunale di Bologna, di cui dirige la Biblioteca di cinema. Ha collaborato e collabora a riviste di cinema italiane e straniere («Cineteca», «Cinegrafie», «Cahiers du cinéma», «Cineforum»). Ha curato diversi volumi sul cinema. Tiene corsi di sceneggiatura e di traduzione all’Istituto regionale di psicopedagogia dell’apprendimento. Dal 2001 tiene al Dams di Bologna un seminario sul cinema dadaista e surrealista. È autore di pièces teatrali e di sceneggiature (tra cui, assieme all’attore Gianni Cavina, per il film di Alessandro Benvenuti Benedetto, Rado e Stella Palcic). Ha pubblicato diversi libri comici per Rizzoli (Vademecum del single boy, 1986), Feltrinelli (Dizionario sessuato, 1994, assieme a Syusy Blady) e Il Corbaccio (Non salvare la ragazza in pericolo. Contromanuale di bon-ton, 1994). Appassionato di cinema e letteratura polizieschi ha pubblicato diversi racconti gialli e un romanzo giallo Tutte le notti e qualche giorno, Longanesi, 1994. Presenterà il suo ultimo romanzo Sarti Antonio e l’assassino, scritto con Loriano Macchiavelli e pubblicato da Mondatori nel settembre 2004. ROMAN NOWKA’S HOT 3 Roman Nowka: chitarra Simon Gerber: contrabbasso Tobias Schramm: batteria Immaginate Thelonious Monk rivivere nella chitarra di un giovane jazzista svizzero. Il 24enne Roman Nowka ha passato gli ultimi tre anni a smontare gli sghembi e spigolosi temi del pianista e compositore nato a Rocky Mountain nel 1917. I risultati del suo lavoro sono raccolti in un album asciutto ed essenziale, interamente dedicato alla musica irriducibilmente attuale dell’anticonformista profeta del bebop. Quella di Nowka è una rilettura moderna, capace però di riportarti improvvisamente indietro di cinquant’anni o di riecheggiare sonorità funkadeliche alla George Clinton. Il suono della sua chitarra, allo stesso tempo trattenuto e spericolato, saturo e distorto, ricorda quello di Marc Ribot, e la musica ironicamente allusiva di questo «trio caldo» è rigorosa e coraggiosa: pensate ad un brano come Blue Monk sparato in 15 secondi! Ma in questo disco dalle atmosfere plumbee e minimaliste c’è spazio anche per il batterista Tobias Schramm, che molti conosceranno per il suo lavoro con il quartetto del sassofonista Adrian Pflugshaupt, e per la voce del contrabbassista Simon Gerber, figura emergente della giovane scena jazzistica romanda (Crossover Jazz Trio, Lucien Dubuis Old School Quartet). La voce spezzata e stanca di Gerber è impegnata in una seducente versione di Round Midnight, nella quale tempo e cadenza sembrano allungarsi e distendersi lascivamente. Do Da Monk, Altri Suoni, 2003 PIOMBO ROVENTE - Sweet Smell of Success USA 1957, 96’, v.o. sottotitoli in italiano Regia: Alexander Mackendrick; sceneggiatura: Clifford Odets, Ernest Lehman, dal racconto del secondo Tell Me About It Tomorrow); fotografia: James Wong Howe; musica: Elmer Bernstein; montaggio: Alan Crosland jr.; produzione:James Hill per Hecht-Hill-Lancaster Production; interpreti: Burt Lancaster, Tony Curtis, Susan Harrison, Marty Milner, Sam Levene, Barbara Nichols. J.J. Hunsecker, famoso giornalista megalomane (Lancaster) vive sul piedistallo di potenza e di successo di una rubrica seguita da sessanta milioni di lettori e ha un’adorazione morbosa per sua sorella (Harrison). Quando la giovane s’innamora di un chitarrista di jazz (Milner) che vorrebbe sposarla, incarica Sidney Falco (Curtis), spiantato a ambizioso agente pubblicitario, legatogli da un’ambigua e simbiotica sottomissione, di toglierlo di mezzo con uno scandalo. Ma Falco, in un sussulto per lui nuovo di indignazione, si ribellerà. Primo film hollywoodiano dello scozzese Mackendrick (autore della cult-comedy La signora omicidi) è un intenso, crudele, potente, dramma wellesiano di insolita durezza polemica, con riferimenti neanche tanto velati al più famoso giornalista scandalistico dell’epoca Walter Winchell. Il film è una critica aspra e anticipatoria dell’onnipotenza e della mancanza di scrupoli dei media e delle commistioni con il mondo politico e quello dello spettacolo. I toni noir della trama sono accentuati da movimenti di camera rapidi e swinganti, dallo splendido contrastato bianconero di James Wong Howe e dalla bella e lancinante colonna musicale di Elmer Bernstein, impreziosita dai virtuosismi del Chico Hamilton quintet con Fred Katz, Carson Smith, Paul Horn, e John Pisano (una delle formazioni più innovative dell’epoca sia dal profilo musicale che per la loro composizione interrazziale). Ne esce una New York – il film si svolge quasi interamente nell’underworld di Broadway, tra usci di grattacieli, sordidi uffici, ristoranti e jazzclub - raramente così moderna e decadente, sincopata e pulsante, elettrica e nervosa. Curtis e Lancaster, sostenuti da dialoghi taglienti e corrosivi, sono perfetti e indimenticabili nel loro gioco shakespeariano di abiezione, ricatto e dominazione. L’INFERNALE QUINLAN – Touch Of Evil USA 1958, 93’ (111’ in dvd), v.o. sottotitoli in italiano Regia: Orson Welles; sceneggiatura: Orson Welles dal romanzo Badge of Evil (Contro Tutti) di With Masterson e già sceneggiato da Paul Monash); fotografia: Russel Metty; musica: Henry Mancini; montaggio: ; produzione: Universal International Pictures; interpreti: Orson Welles, Charlton Heston, Janet Leigh, Joseph Callaia, Akim Tamiroff, Marlene Dietrich, Mort Mills, Zsa Zsa Gabor, Ray Collins, Mercedes McCambridge, Joseph Cotten. A Los Robles, cittadina alla frontiera con gli Usa, Vargas (Heston), un ispettore della narcotici messicana, e sua moglie Susan (Leigh) in viaggio di nozze, assistono all’esplosione di un’automobile nella quale viaggiavano un uomo d’affari locale e una ballerina. Vargas decide di indagare sul caso, ma deve vedersela con il suo omonimo americano, il capitano Quinlan (Welles), di tutt’altra scuola: tanto il primo è razionale e rispettoso della legalità, quanto il secondo si fa guidare dall’istinto e non esita a fabbricare prove come supporto alle sue intuizioni. Quando cercheranno di coinvolgere la moglie di Vargas in un giro di orge e stupefacenti, quest’ultimo adotterà le astuzie del suo avversario e si arriverà alla resa dei conti. Un’opera monumentale e ricca di fascino nonostante le manomissioni finali della produzione che segna il ritorno di Welles a Hollywood dopo la parentesi europea. Chiamato dalla Universal per assicurarsi la partecipazione di Heston, Welles rielabora velocemente la sceneggiatura senza leggere il romanzo, mette a punto un conflitto drammaturgico ambiguo e geniale, e si cuce su misura un personaggio titanico, malato di assolutismo, riprovevole eppure dotato di un fiuto infallibile. All’ambiguità morale fa riscontro un’ambiguità estetica, giocata su una violenta deformazione dello spazio (grandangolo con lente a focale corta, profondità di campo esasperata) e su una velocità «doppia» del montaggio, con vorticosi piani sequenza, tra cui il più celebre e audace è quello che apre il film. Noir sadico, dalle ascendenze kafkiane – nella sua interrogazione sul rapporto tra legge degli uomini e giustizia suprema –, lugubre e crepuscolare nell’impianto scenografico e con una colonna sonora avveniristica, rappresenta il colpo di coda del cinema noir (allora in pieno declino). All’amica Marlene Dietrich, venuta a trovarlo sul set e per la quale Welles inventò il personaggio di Tanya, è affidata la battuta conclusiva del film «Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era anche un grand’uomo».

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