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di archivio spetta solo agli archivi pubblici. I privati, che avevano bisogno di redigere atti

dovevano servirsi di una figura professionale, il tabellione, antesignano del notaio, e della pratica

dell’insinuazione, una sorta di registrazione in pubblici registri, affinché i documenti

assumessero carattere di autenticità. In età medievale le grandi scuole di diritto sono impegnate

a commentare il passo giustinianeo e nodo centrale della querelle è il problema della pubblica

fede dei documenti. Ancora in questo periodo, l’archivio è essenzialmente l’archivio pubblico

ed il diritto di istituire e tenere un archivio (ius archivii) spetta soltanto a chi detiene lo ius

imperii, ossia a chi detiene la sovranità e dunque all’imperatore, al pontefice ed a chi ne ha ricevuto

da essi la facoltà, come ad esempio sovrani territoriali, elettori del Sacro Romano Impero,

conti e baroni, anche in base al principio del XII sec. “rex superiorem non recognoscens in

regno suo est imperator”. Tra le varie figure investite dall’imperatore o dal papa della facoltà

di attribuire la publica fides ai documenti vi è il notaio, istituzione che in Italia avrà importanza

fondamentale dal punto di vista storico, ma soprattutto giuridico. Basti pensare che la stessa

costituzione concessa da Pio IX nel 1848 per acquistare efficacia giuridica dovette essere inserita

negli atti di un notaio, segretario e cancelliere della Reverenda Camera Apostolica.

All’inizio, gli stessi Comuni, nascendo come organismi di fatto, non hanno il diritto di

tenere un proprio archivio a meno di affidarsi all’attività di un notaio; in seguito acquisendo il

diritto di sovranità territoriale acquisiranno anche automaticamente la facoltà di attribuire la

publica fides ai documenti. Nei Comuni l’archivio ha il nome di Camera actorum. A Bologna

nasce nella metà del ‘200 dalla fusione delle scritture del massaro, il funzionario economico, e

dalle scritture del notaio del Podestà. Esso è un luogo di conservazione degli atti comunali,

anche se spesso, per motivi di sicurezza i Comuni depositavano le casse con i propri documenti

in conventi o luoghi sacri. E’ il caso di Siena che conservava il proprio archivio nella sacrestia

dei frati predicatori. Ogni Comune aveva una propria normativa in fatto di tenuta e consultazione

delle carte. In linea generale, gli archivi erano liberamente consultabili da tutti i cittadini

ed erano contemplate pene severe per il furto, la distruzione e la falsificazione dei documenti

comunali (a Siena, in particolare, erano previsti il rogo per la falsificazione, una pena pecuniaria

o il taglio della mano per il furto e la distruzione). Per quello che riguarda la tenuta, le

leggi contemplavano che i documenti dovessero essere conservati ordinatamente in casse, in

armadi, in sacchi. Il fine della conservazione è essenzialmente giuridico, ma non scompare

l’utilizzazione a scopi di studio, anche perché spesso le cancellerie dei Comuni erano affidate

a uomini di cultura, come P. Bracciolini, L. Bruni, che naturalmente approfittarono della loro

posizione per consultare i documenti.

Collegi, università, chiese sono del tutto privi dello ius archivii e possono avere solo “privata

scrinia, non vero publica archiva”. Tra Trecento e Quattrocento si pone anche il problema

della libera consultabilità delle carte da parte dei cittadini e mentre i Comuni, come si è detto,

tendenzialmente riconoscono questo diritto, le signorie e le monarchie ne stabilirono la

segretezza. Nonostante ciò, in questo periodo e più ancora nel ‘500, si afferma una storiografia

che utilizza ampiamente la documentazione archivistica, anche se uno storico del tempo,

Francesco Patrizi da Cherso, affermando il principio storiografico in base al quale lo storico

deve privilegiare la consultazione dei documenti, osserva che la memoria del passato è condizionata

dal fatto che le “chiavi” di essa sono nelle mani del principe. Dal XVI secolo si inizia

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